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sabato 24 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre 1917 iniziava la battaglia più tragica della storia dell'esercito italiano, per la quale ancora oggi è in uso il termine "una Caporetto" per definire un'azione disastrosa.
Alle ore 2 del 24 ottobre 1917 la 14a Armata austro-tedesca (costituita da 8 divisioni austriache e 7 tedesche), agli ordini dell’abile generale tedesco Otto von Below, lanciava una potente offensiva (denominata “Waffentreue” – “Fedeltà d’Armi”) contro le linee italiane in corrispondenza delle conche di Plezzo e Tolmino, considerate dal generale Krafft von Dellmensingen, capo di stato maggiore dell’armata mista, le posizioni più deboli dello schieramento avversario in quel settore del fronte isontino, con l’obiettivo di raggiungere il fiume Tagliamento. Alla destra della 14a Armata operava la 10a Armata austro - ungarica mentre a sud della 14a Armata, sul basso Isonzo, agiva il Gruppo d’Esercito del generale Boroevic. L’azione sferrata con nuovi procedimenti tattici sconosciuti all’esercito italiano (breve e terrificante preparazione di artiglieria nelle retrovie, lancio di granate con gas tossici sulle posizioni di Plezzo e Tolmino e infiltrazioni di reparti scelti nei fondi valle alle spalle dei reparti italiani) nel giro di poche ore apriva una consistente breccia in corrispondenza di Tolmino ad opera della 12a Divisione slesiana e della divisione Alpenkorps che risalendo la valle dell’Isonzo con grande rapidità giunsero alle spalle delle linee del IV Corpo d’Armata, in coincidenza di Caporetto, determinando il ripiegamento disordinato della 2a Armata del generale Capello. Nella giornata del 25 ottobre le falle aperte in corrispondenza di Plezzo, Caporetto e Tolmino si allargarono sempre di più, al punto che divenne impossibile arrestare il nemico. Il giorno 26 i tedeschi conquistavano Monte Maggiore e si aprivano così le vie per Cividale e Udine. Il giorno 27 ottobre in seguito al precipitare degli eventi il generale Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’esercito, dava l’ordine di ripiegamento generale al fiume Tagliamento alla 2a e 3a Armata e alle truppe della Zona Carnia. Il 28 cadeva Udine e, dopo una disperata resistenza davanti ai ponti del fiume Tagliamento, le divisioni italiane proseguivano la ritirata sino al Piave. Durante quella drammatica battaglia (passata alla storia come Battaglia di Caporetto) l’esercito italiano perse 300.000 uomini (prigionieri in gran parte della 2a Armata), 3500 pezzi di artiglieria, 1730 mortai e bombarde, 2800 mitragliatrici e una ingente quantità di materiale.
Nei primi giorni dell’offensiva caddero 10.000 soldati e più di 30.000 furono i feriti. L’Esercito ebbe, inoltre, 350.000 sbandati che poi vennero raccolti e recuperati. La sera del 27 ottobre, dopo aver raggiunto Treviso, il generale Cadorna emetteva il Bollettino di Guerra con il quale si imputava la sconfitta alla “mancata resistenza di reparti della 2a Armata vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. Con quel disonorevole Bollettino il generale Cadorna addebitava alla truppa la responsabilità della rotta di Caporetto e non invece a manchevolezze ed errori del suo Comando.
In seguito alla sconfitta, il generale Cadorna fu sostituito al comando dal generale Armando Diaz, e la guerra prese una piega completamente diversa.

venerdì 23 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 ottobre.
La sera del 23 ottobre 2002 un gruppo di 42 terroristi ceceni, molti dei quali donne, irruppero nel teatro Dubrovka di Mosca prendendo in ostaggio i circa 850 spettatori e lavoratori presenti, avanzando la richiesta che le truppe russe abbandonassero immediatamente il territorio ceceno, in cui era in corso una guerra per l'indipendenza.
I terroristi erano armati di pistole e fucili, inoltre molti di loro indossavano cinture e corpetti imbottiti di esplosivo.
Le trattative andarono avanti per alcuni giorni, durante i quali furono liberati molti ostaggi, principalmente bambini, persone malate e buona parte dei cittadini non russi presenti a teatro.
La mattina del 26 ottobre le forze speciali russe decisero di intervenire. Attraverso i condotti di areazione immisero nel teatro massicce dose di Fentanyl, un potente anestetico, e irruppero nel teatro. I combattimenti che ne seguirono portarono alla morte dei terroristi e di almeno 130 ostaggi.
I corpi dei morti e di coloro che avevano perso i sensi a causa del Fentanyl vennero ammassati indistintamente nel piazzale del teatro alla pioggia e alla neve, e solo in un secondo momento furono trasportati negli obitori e negli ospedali, poichè non veniva consentito alle ambulanze di entrare nella zona recintata.
Il presidente russo Vladimir Putin, durante un'apparizione televisiva del 26 ottobre, difese il blitz affermando che "il governo aveva fatto l'impossibile, salvando centinaia, centinaia di persone". Chiese perdono per non essere riusciti a salvare più ostaggi e dichiarò il lunedì successivo giorno di lutto nazionale per commemorare le persone morte.
L'uso massiccio del Fentanyl provocò poi negli anni successivi la morte di diversi ostaggi o l'insorgere di gravi malattie, anche se ciò non è dimostrabile.
L'inchiesta russa che seguì all'evento fu archiviata nel 2007 senza alcun colpevole; la corte europea per i diritti dell'uomo ha preso in considerazione la vicenda nel 2007, rimarcando che l'uso della forza era lecito in ragione del rischio immediato, rimproverando tuttavia l'insufficiente predisposizione di ambulanze e antidoti, necessari per l'immediato soccorso delle vittime.

giovedì 22 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1865, nella stazione di Parigi - Montparnasse nel XV Arrondissement, l'espresso numero 56 proveniente da Granville entra in stazione coi suoi 131 passeggeri. Il macchinista, Guillame Pellerin, ha un'esperienza ventennale, maturata tutta nelle ferrovie francesi all'interno delle quali non ricevette mai un richiamo. Eppure, per cause che nessuno riuscì mai a chiarire, quel treno entrò in stazione ad una velocità altissima, inadeguata, senza decelerare all'altezza dei primi segni di frenata posti fuori la Gare parigina. Pare che il macchinista fu costretto da non meglio specificati inconvenienti a partire da Granville con dieci minuti circa di ritardo, e questo causò in lui una forte voglia di evitare qualunque ritardo, spingendo il suo treno oltre i limiti di velocità, ritardando fino all'ultimo l'inizio delle manovre di arresto. Quando si accorse di cosa stava per accadere, il capotreno azionò il freno di emergenza, che però si rivelò guasto: il convoglio, allora, penetrò come una lama nella stazione, non si fermò nella sede opportuna, saltò sui marciapiedi e le strutture in cemento, per poi letteralmente bucare la struttura esterna della stazione, cadendo con la locomotiva sulla sottostante fermata dei tram e lasciando tutti i vagoni all'interno della struttura della stazione stessa. la locomotiva sfiorò anche un'edicola posta vicino alla fermata, all'interno della quale si registrò l'unica vittima della vicenda, la signora che vendeva i giornali la quale fu colpita non dal treno ma da pezzi di cemento caduti dalla facciata dell'edificio sfondato. Per il resto, si registrarono feriti ma nessun altro morì a causa dell'incidente. Ci volle quasi una settimana solo per togliere la locomotiva dalla posizione che aveva assunto dopo l'urto.
Il funerale della donna fu pagato dalla compagnia ferroviaria ed ai suoi due figli fu corrisposta una rendita. Il macchinista fu condannato a due mesi di prigione e 50 franchi d'ammenda mentre il capotreno a soli 25 franchi d'ammenda.


mercoledì 21 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 ottobre.
Il 21 ottobre 1805 fu combattuta la battaglia di Trafalgar, una celebre battaglia navale, molto importante nell'ambito delle guerre napoleoniche, che vide la vittoria della Royal Navy sotto il comando di Lord Nelson, sulla flotta combinata franco-spagnola il 21 ottobre 1805, a largo di Capo Trafalgar, vicino Cadice.
Nelson fu ferito a morte da un colpo di moschetto che gli perforò un polmone: restò in vita abbastanza da sapere della vittoria dell'Inghilterra. Anche se diciotto navi francesi e spagnole ammainarono le bandiere in segno di resa, il forte vento che li aveva favoriti disperse i vincitori sopraffacendoli e permettendo loro di catturare solo quattro vascelli avversari; in compenso, gli inglesi non persero alcuna nave, ebbero 24 morti e un centinaio di feriti.  La nave ammiraglia Vìctory si diresse prima verso Gibilterra, con il corpo di Nelson imbalsamato in una botte piena di brandy. Ai turisti che visitano la cattedrale di San Paolo, a Londra, viene raccontato che i marinai bevvero dalla botte e che da allora il grog distribuito sulla Royal Navy è stato ribattezzato "Sangue di Nelson".
All'inizio, sembrò che la battaglia non portasse realmente risultati positivi, perchè le forze napoleoniche ottennero poco dopo brillanti vittorie sugli austriaci a Ulm (resa del generale Mack senza nemmeno combattere e successiva presa di Vienna senza colpo ferire) e su austriaci e russi ad Austerlitz; tuttavia, Trafalgar ebbe numerose conseguenze a lungo termine.  Per cominciare, naturalmente, la morte di Nelson, che aveva dominato non solo la Royal Navy ma anche l'intera guerra navale del tempo.  Egli morì da eroe, ma anche se fosse sopravvissuto, non avrebbe più potuto uguagliare il successo del 21 ottobre 1805: infatti, l'Inghilterra non fu impegnata in altri importanti scontri sul mare per oltre un secolo, fino alla battaglia dello Jutland, nel 1916.
La seconda conseguenza fu che, in mancanza di altri importanti combattimenti navali durante le guerre contro Napoleone, l'Inghilterra potè continuare il blocco, riuscendo a tenere imbottigliate le navi francesi in vari porti; solo una scaramuccia di minore importanza contro una flotta franco-veneta avvenuta nel 1811 a Lissa, in Adriatico, ruppe la monotonia dell'assedio. Senza una flotta operativa, Napoleone non era in grado di minacciare seriamente un'invasione della Gran Bretagna, né di attaccare i possedimenti inglesi sparsi nel mondo. Il massimo che poteva fare era cercare di mantenere in funzione il suo sistema continentale per negare all'Inghilterra l'accesso al redditizio mercato europeo.
Il persistente blocco navale inglese ebbe un effetto collaterale in Nord America: avendo bisogno di marinai per i suoi equipaggi, la Gran Bretagna cominciò a praticare l'arruolamento forzato, costringendo stranieri (di solito americani) a imbarcarsi sulle unità della Royal Navy. Questo vero e proprio atto di pirateria violava il diritto internazionale e, insieme alle restrizioni sulla neutralità commerciale sollecitate dalle ordinanze reali emanate dietro parere del Consiglio privato del sovrano ( 1806), irritò a tal punto gli americani da farli entrare in guerra nel 1812. Riguardo alla guerra in Europa, soprattutto, il dominio dei mari dopo Trafalgar permise all'Inghilterra di trasportare truppe sul continente. Gli sbarchi cominciarono in Portogallo e in Spagna nel 1809, dando inizio a quella che sarebbe stata chiamata l"'ulcera spagnola", che tanto logorò la potenza militare Francese e fornì esperienza preziosa all'esercito britannico, gettando le basi della sconfitta finale subita da Napoleone a Waterloo, in Belgio, nel 1815.
Dopo che tutte le nazioni importanti del continente erano state battute da Napoleone almeno una volta, l'Inghilterra emerse come il leader ideale della coalizione che alla fine riuscì ad abbatterlo. Si può affermare che la vittoria di Waterloo ebbe origine a Trafalgar , dieci anni prima. Dopo aver lottato nei secoli precedenti contro l'Olanda e la Francia per il predominio marittimo, la Gran Bretagna godette della supremazia sui mari fino alla seconda guerra mondiale: ciò permise l'espansione dell'impero britannico per tutto il XIX secolo, ma provocò anche la gelosia della Germania, la cui corsa all'armamento navale alla fine di quel secolo e all'inizio del successivo contribuì allo scoppio della prima guerra mondiale.
La superiorità della Royal Navy, ribadita a Trafalgar, salvò l'Inghilterra da qualsiasi minaccia d'invasione da parte francese nei primi anni del XIX secolo, esattamente come fece nel caso della Germania nel 1940. Sul piano tattico la battaglia non ebbe storia. Nelson godeva infatti di equipaggi e cannonieri nettamente migliori rispetto ai francesi ed agli spagnoli. Nelson impostò la battaglia per subire un doppio taglio a T. Questa tattica che sarebbe stata suicida un secolo dopo (vedere Tsushima e Jutland ad esempio) si rivelò vincente perchè permise agli inglesi, pur in inferiorità numerica, di concentrare più navi rispetto agli avversari nel punto nevralgico nello scontro e di far valere quindi la superiorità delle proprie artiglierie. L'unica manovra che avrebbe potuto far vincere la flotta combinata sarebbe consistita nell'accerchiare l'intera flotta inglese. Per far questo l'avanguardia e la retroguardia avrebbe dovuto muoversi in maniera veloce ed armonica avvinghiando le due linee inglesi, guidate dalla Victory e dalla Royal Sovereign. Il povero Villenueve, tanto disprezzato dai posteri, aveva capito questo ed aveva dato ordini ben precisi per effettuare l'accerchiamento.
Purtroppo il poco vento (la battaglia fu combattuta al rallentatore in situazione di quasi bonaccia) ed il fatto che la retroguardia guidata dal Rayo non ubbidì all'ordine non partecipando quasi alla battaglia, vanificò il disperato tentativo dell'ammiraglio francese di uscire vittorioso dallo scontro. Può essere considerato ironico che Villenueve, tanto biasimato per essere scappato con la retroguardia dalla baia di Abukir senza nemmeno combattere, perse lo scontro decisivo di Trafalgar a causa di un suo subordinato che gli giocò lo stesso scherzo!
Per celebrare la vittoria fu costruita a Londra una piazza, Trafalgar Square, al centro della quale vi è una alta colonna con una statua di Nelson. La piazza, sede della National Gallery, è spesso teatro di manifestazioni politiche e di protesta, e tutti gli anni ospita un grandioso albero di Natale.

martedì 20 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 1944 il comando generale della 15a Air Force americana decise di compiere un bombardamento su Milano a seguito di un rapporto della RAF che sosteneva che vi fosse una grossa attività negli impianti siderurgici della città.
La missione fu svolta da 3 stormi di aerei, due dei quali compirono la missione senza particolari problemi nè impedimenti. Il terzo stormo invece, il 451°, composto da 35 aeroplani (un 36esimo era subito tornato alla base per problemi tecnici) ebbe una storia tutta diversa. Il comandante del secondo gruppo di 18 aerei si accorse di essere fuori rotta e che non avrebbero mai raggiunto l'obiettivo previsto, pertanto ordinò di tornare alla base considerando la missione fallita.
Non potendo rientrare alla base con il carico di bombe per motivi di sicurezza (circa 2000 kg di esplosivo per ogni aereo), invece di ordinare lo sgancio in campagna o in mare il capitano disse di farlo lì dov'erano, sopra i quartieri civili che stavano sorvolando in quel momento. L'abitato di Gorla fu raggiunto da 37 tonnellate di esplosivo che distrussero case, negozi e officine.
Una bomba in particolare, causò quella che da allora verrà sempre chiamata la strage di Gorla: fu colpita la scuola "Francesco Crispi" e 184 bambini, i loro insegnanti e alcuni genitori che erano accorsi per tentare di salvarli furono uccisi.
Nessuno venne mai chiamato sul banco degli imputati, né a Norimberga né successivamente, a rispondere di questa azione.
Sul terreno dove sorgeva la scuola elementare, concesso dal Comune di Milano ai parenti delle vittime, venne innalzato il monumento ossario intitolato ai "Piccoli Martiri di Gorla", realizzato dallo scultore Remo Brioschi ed inaugurato nel terzo anniversario della strage. Nella cripta, durante gli anni successivi vennero trasferite, a gruppi, le spoglie dei bambini morti a Gorla in seguito al bombardamento e dei loro insegnanti.
Il piccolo corridoio centrale è dominato dall'iscrizione: "E vi avevo detto di amarvi come fratelli".
La scuola elementare riedificata a Gorla venne dedicata ai Piccoli martiri di Gorla, denominazione successivamente scomparsa nell'accorpamento scolastico.

lunedì 19 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1987, lunedì, fu il giorno della prima grande crisi finanziaria mondiale, passata alla storia come "lunedì nero".
In questa giornata infausta per le borse mondiali, vi fu un autentico tracollo degli indici del Dow-Jones, che trascinarono dietro sé buona parte degli indici delle borse di tutto il mondo.
Il completo sistema informatizzato interno alla borsa newyorchese fece perdere il controllo sulle vendite delle azioni e, ulteriormente, la ferma convinzione di lasciare che il mercato si regolasse da sé risultò, ancora una volta, fallimentare.
Gli indici finanziari americani, che da lungo tempo erano in costante aumento, finirono per risultare enormemente sopravvalutati, e quindi, a rischio di crollo.
Il Dow-Jones, a fine seduta, perse circa il 23% del proprio valore, crollando quasi uniformemente in tutti i propri indici.
Differentemente da altre crisi finanziarie, la crisi del '87 si risolse in breve tempo, e dunque gli indici ritornarono a livelli medi senza alcun problema.
Inoltre dopo questo episodio i meccanismi automatici delle borse vennero aggiornati in maniera tale da sospendere i titoli per eccesso di ribasso, e questi miglioramenti evitarono che altre crisi simili accadessero nuovamente.
Fra le ulteriori cause della esasperata fiducia che gonfiò la borsa americana prima della crisi, possiamo certamente considerare la situazione politica mondiale, con l'URSS che andava piano piano a sgretolarsi, il risolversi dell'equilibrio verso una delle due potenze in causa, nonché l'importanza del dollaro, che assieme alla valuta tedesca e giapponese, rimaneva la più forte valuta di scambio a livello mondiale.
Un altra particolarità dell'avvenimento fu che, contrariamente a tante altre crisi simili, gli economisti avevano da tempo annunciato la situazione, senza però riuscire ad evitarla.
Da segnalare inoltre che, a livello mondiale, la borsa che venne trascinata più a fondo nel ribasso fu quela della Nuova Zelanda, con un 60% complessivo di perdite azionarie.

domenica 18 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 202 a.C. si svolse, nei pressi di Zama, la battaglia che di fatto pose fine alla seconda guerra punica, tra Publio Cornelio Scipione ed Annibale.
Scipione poteva contare per la fanteria su 23.000 uomini tra Romani e Italici più 6.000 Numidi. La cavalleria poteva contare 2.400 tra Romani e Italici, 4.000 Numidi e 600 Berberi. Non era in superiorità numerica ma disponeva di una cavalleria superiore, i cavalieri numidi di Massinissa, che erano stati spesso decisivi a sostegno di Annibale in Italia, e un reparto di 300 cavalieri romani, particolarmente addestrati e molto ben equipaggiati, che Scipione aveva addestrato in Sicilia.
Annibale poteva contare sui 15.000 veterani d'Italia, molti dei quali Italici o Spagnoli, 15.000 fanti Libi e Cartaginesi, recentemente levati dal senato cartaginese e di dubbia utilità sul campo, 12.000 mercenari tra Liguri, Celti, Balearici e Mauritani più 4.000 Macedoni. La cavalleria contava 2.000 cartaginesi e 2.000 numidi. A questi si aggiungevano 80 elefanti africani delle foreste, più piccoli di quelli delle savane, ma comunque pericolosi.
I due eserciti si schierarono in una vasta piana priva d’impedimenti, luogo ideale per lo svolgimento di una grande battaglia campale.
Annibale schierò il suo esercito su tre linee, tenendo in considerazione la qualità delle sue truppe. Davanti all'esercito erano schierati gli elefanti da guerra nella speranza di mettere in disordine le prime linee della fanteria romana. In prima linea i vari nuclei di mercenari o alleati italici, galli e liguri, molti di questi erano sempre stati travolti dai legionari e avevano seguito a malincuore il condottiero cartaginese, ormai stanchi della guerra. A questi Annibale sapeva che poteva chiedere soltanto un impeto iniziale che si sommasse a quello degli elefanti, non certo una resistenza ad oltranza. La seconda fila, a poca distanza dalla prima, era formata dalle reclute africane, cioè da quei contingenti frettolosamente arruolati da Cartagine per fronteggiare l’invasione romana. Anche da questi non ci si poteva attendere molto, privi di esperienza e addestramento adeguati, erano in grado di affrontare i romani solo dopo l’intervento di elefanti e mercenari. In terza fila, distante oltre uno stadio dalle prime due (circa 178 metri), Annibale aveva tenuto i suoi veterani d'Italia pronti a intervenire anche con manovre tattiche più complesse e magari sferrare il colpo decisivo. Sulle ali la cavalleria, su cui Annibale non faceva molto affidamento se non quello di riuscire a neutralizzare e bloccare la cavalleria romana, superiore in numero e addestramento. Quindi uno schieramento differenziato tra le truppe opportunamente studiato, elefanti e mercenari costituiranno la prime due ondate in successione, le reclute africane costituiranno un sostegno e un rincalzo, in riserva i veterani per scontrarsi contro le forze romane ormai logore.
Anche Scipione aveva schierato le sue forze su tre linee, come di consueto. Ma, invece di alternare i manipoli nella solita formazione a scacchiera, dispose i manipoli in colonna per creare delle "corsie" di scorrimento in cui far incanalare il prevedibile attacco degli elefanti. Perciò in prima linea pose i manipoli degli hastati, coi velites che mascheravano gli intervalli delle "corsie" e a fare da esca: sarebbero stati loro ad assorbire il primo impatto con gli elefanti, avevano l’ordine di spostarsi quando gli elefanti fossero arrivati quasi a contatto con la fanteria lasciando così aperti i varchi e consentendo ai pachidermi di infilarsi nelle “corsie” per essere bersagliati anche ai fianchi. In seconda linea erano piazzati i manipoli dei principes, mentre quelli dei triarii, secondo la tradizione, erano di riserva in terza linea. La cavalleria romana di Caio Lelio era sulla sinistra mentre sulla destra stava la cavalleria numidica di Massinissa. Inoltre, tra le prime file dispose parecchi uomini con strumenti a percussione e trombe che avevano il compito di far rumore per spaventare gli elefanti.
La battaglia, come aveva previsto Scipione, fu aperta dalla carica degli elefanti da guerra cartaginesi.
I pachidermi però, sconvolti dal fitto lancio di giavellotti dei velites e spaventati dai suoni provenienti dalle fila romane, furono in parte ricacciati indietro e, scivolando sui fianchi delle fanterie cartaginesi, andarono a disordinare le ali di cavalleria. Vedendo la difficoltà delle ali di cavalleria cartaginesi, Caio Lelio e Massinissa ne approfittano attaccandole e, dopo una breve mischia, entrambi i contingenti della cavalleria di Annibale furono messi in fuga inseguiti da vicino dai cavalieri nemici. Gli altri elefanti ebbero più successo ma furono incanalati negli spazi lasciati dai manipoli, dove passarono senza procurare grossi danni per hastati, principes e triarii, solo i velites pagarono un prezzo pesante, messo comunque in conto da Scipione che ha ottenuto quello che voleva: la sua linea è rimasta ordinata, gli hastati sono integri e i principes non sono stati coinvolti.
A questo punto le fanterie avanzarono e vennero a contatto, tranne i veterani cartaginesi che mantennero la posizione.
Lo scontro fu molto violento e ne nacque una mischia confusa con grandi varchi che si aprivano nella formazione dei mercenari laddove alcuni si diedero alla fuga, inoltre, la linea delle reclute africane non intervenne subito a sostegno perché il fronte era occupato dai fuggitivi ai quali fu impedito di passare per non disordinare i ranghi. Appena ebbero il fronte sufficientemente libero alcuni reparti di reclute si unirono alla mischia entrando in contatto per primi con gli hastati che avevano lasciato la posizione gettandosi all'inseguimento dei fuggiaschi. Fu necessario il supporto dei principes nei punti in cui gli hastati non avevano recuperato la posizione. Nel disordine creatosi, i romani, meglio addestrati e armati, riescono a prevalere. Le prime due file cartaginesi, ora mischiate, cominciano a ripiegare abbandonando la linea di combattimento, alcuni fuggono.
Annibale riesce a riprendere il controllo di alcune unità di reclute e mercenari e le riorganizza ai lati dei veterani, cercando così di allargare il fronte per aggirare il fianco romano. Scipione, invece, riorganizzati gli hastati che già si erano gettati all'inseguimento dei fuggitivi, fece compiere ai suoi legionari il movimento sui fianchi, già utilizzato con successo in precedenza, ma questa volta solo per estendere da entrambi i lati il fronte degli hastati non per aggirare il nemico. Il fronte romano risultò così pari o di poco superiore a quello cartaginese ma con principes e triarii, finora poco impegnati, che si trovano a combattere sulle ali contro forze più stanche, anche se gli hastati, impegnati finora nello scontro, dovevano ora vedersela con i veterani cartaginesi ancora freschi.
Il combattimento tra le fanterie riprese e sembrava dovesse continuare ancora a lungo, con esito incerto, ma le cavallerie romane, che avevano ormai disperso i cavalieri nemici, fecero ritorno sul campo di battaglia attaccando alle spalle le truppe di Annibale. Queste, pressate da vicino dalla cavalleria romana, si diedero ben presto alla fuga. Come succedeva sempre nelle guerre dell'antichità, finita la battaglia iniziava I'inseguimento e con esso il massacro. Annibale riuscì a fuggire verso Cartagine ma aveva lasciato sul campo almeno 20.000 caduti e 10.000 prigionieri. Le perdite romane assommarono a un massimo di 4.000 uomini, metà dei quali numidi. Scipione aveva avuto la battaglia campale che cercava e con la vittoria aveva posto fine allo scontro mortale tra Roma e Cartagine.
La vittoria decisiva nella battaglia di Zama pose fine alla seconda guerra punica (219-202 a.C.) e sancì, di fatto, la fine della potenza cartaginese nel Mediterraneo. Cartagine, la grande città di origine fenicia che col suo impero commerciale per sessant'anni aveva conteso a Roma il predominio sul Mediterraneo occidentale, era battuta. Roma costrinse la città rivale a una pace umiliante. Un trattato pesantissimo imponeva di smantellare completamente la flotta da guerra, solo poche decine di navi, infatti, erano consentite alla marina cartaginese dalle clausole del trattato; tutte le colonie cartaginesi in Spagna passavano sotto il controllo romano; la stessa politica estera di Cartagine doveva conformarsi a quella romana e la obbligava al pagamento di un pesantissimo tributo che per cinquant'anni avrebbe gravato sulla sua economia.
Mezzo secolo dopo ci sarebbe stata una terza guerra punica, culminata con la distruzione di Cartagine, ma si trattò più di una vendetta postuma da parte di Roma che di una conseguenza di un risorto pericolo cartaginese, che dopo Zama era definitivamente tramontato.
Per paura della vendetta romana la città costrinse Annibale, il suo più grande figlio, ad andare in esilio presso il re di Siria Antioco III; dopo la sconfitta di quest'ultimo contro i Romani in Bitinia, Annibale si avvelenò per non essere consegnato a Roma. La sconfitta di Cartagine costituisce il primo elemento nella costruzione di quell'egemonia romana che in qualche modo ancora segna la civiltà del nostro continente.

sabato 17 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre del 1931 a Chicago, in Illinois, Alphonse Capone veniva condannato a 11 di carcere e a una multa di 80000 dollari per evasione fiscale.
Figlio di emigranti, Al Capone detto scarface a causa di una cicatrice rimediata in gioventù con un rivale, costruì la sua fortuna a Chicago lavorando per Johnny Torrio nel campo nelle scommesse clandestine, fino a quando lo stesso Torrio si ritirò a seguito di un attentato e gli lasciò le sue attività illecite. Capone fece fortuna con il business del commercio illegale di alcolici (si era nel proibizionismo) affiancando alle sue attività illecite altre attività di copertura, di ristorazione e abbigliamento, che gli rendevano altrettanto.
Il segreto del suo successo era basato sulle centinaia di politici e poliziotti corrotti e a suo libro paga (tra cui il sindaco William Thompson) e sull'eliminazione di tutti coloro che ostacolavano il suo successo; a lui è attribuita la celebre strage di San Valentino, in cui alcuni sicari vestiti da poliziotti irruppero in un garage e fingendo un controllo uccisero a colpi di mitra sette persone.
Per contrastare Capone l'FBI costituì un pool di super poliziotti considerati incorruttibili che in una località segreta si dedicarono esclusivamente a tentare di incastrare Capone, detti gli intoccabili. Non era facile perchè il mafioso non era intestatario di nulla o quasi. Fu soltanto la scoperta casuale di un foglietto che, quasi come una stele di Rosetta, consentì di decifrare i codici permettendo agli intoccabili di dipanare una fitta trama di imbrogli e violenze.
Tuttavia, non fu possibile trovare alcuna prova degli oltre 200 omicidi attribuibili agli ordini di Capone, e l'unica accusa che fu possibile dimostrare fu l'evasione fiscale.
Inizialmente inviato nel carcere di Atlanta, fu presto trasferito in quello di Alcatraz non appena fu chiaro che, sempre corrompendo poliziotti e secondini, Capone viveva con agio e continuava a gestire anche dal carcere i suoi traffici.
Ad Alcatraz invece si ammalò di demenza (forse dovuta alla sifilide contratta anni prima) e fu liberato nel 39. Morì di arresto cardiaco a seguito di un ictus in Florida nel 1947 a soli 48 anni.

venerdì 16 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1817, nella valle dei Re, Giovanni Battista Bolzoni trovava l'ingresso della tomba, in seguito denominata KV17, del faraone Sethi I, una delle più grandi dell'intera valle.
Sethi I, padre di Ramses II, fu il secondo faraone della XIX dinastia, la prima del Nuovo Regno e sicuramente la più potente tra le nuove dinastie. Tra le grandi opere del faraone ricordiamo il completamento della monumentale sala ipostila del tempio di Karnak (il famoso colonnato icona stessa dell'Egitto, più volte immortalato in innumerevoli film) e il suo tempio funerario ad Abydos, nel quale vi è raffigurato su una parete il faraone stesso che mostra al figlio Ramses II, ancora fanciullo, i cartigli dei faraoni che l'hanno preceduto e che hanno reso grande il paese. Questo bassorilievo è fondamentale per gli egittologi che hanno avuto la possibilità di verificare cronologicamente il susseguirsi dei re nella millenaria storia egiziana (fatta eccezione per alcuni nomi volutamente omessi, quali quelli del periodo amarniano del faraone eretico Akenaton, di Tutankamon, ecc.).
La sua tomba è interamente decorata tanto che è nota anche con il soprannome di “Cappella Sistina egizia”. Il corredo funebre è stato saccheggiato ab antiquo.
Sono presenti testi del “Libro della camera nascosta (Amduat)”, dei libri “delle porte” e “della vacca celeste”, nonché il “Rituale dell’apertura della bocca”, e le “Litanie di Ra”. Particolarmente lunga e, come si è detto, splendidamente decorata, KV17 è decisamente appropriata per un faraone dell’importanza di Sethi I . Un lungo, e solo parzialmente esplorato corridoio, si estende inoltre molti metri nella roccia oltre la camera funeraria.
La scoperta generò una eccitazione, in Europa, paragonabile solo a quella che si scatenerà un secolo dopo (nel 1922) con la scoperta della tomba di Tutankhamon. Il maldestro tentativo di copiare alcuni rilievi delle pareti e la grossolana rimozione di alcuni di essi per il trasporto a vari musei europei danneggiarono seriamente le pareti ed in qualche caso il nostro unico ricordo deriva dai dipinti fatti dai primi visitatori. Data l’importanza del sito ed il suo immenso valore storico-artistico, la tomba non è aperta al pubblico e vi sono ammessi solo Capi di Stato esteri in visita al paese.

giovedì 15 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1815 Napoleone Bonaparte fu imbarcato sulla nave inglese Northumberland per essere condotto al suo secondo esilio, all'isola di Sant'Elena nell'oceano Atlantico, dove giunse il giorno successivo.
Qui, con un piccolo seguito di fedelissimi, Napoleone dettò le sue memorie ed espresse il suo disprezzo per gli Inglesi, personificati nell'odiosa figura del 'carceriere' di Napoleone sir Hudson Lowe. Egli dettò al conte di Las Cases il Memoriale di Sant'Elena, l'opera in cui appare nella sua fulgida grandezza e verità la figura e il senso ultimo di Napoleone. Nella seconda metà dell'aprile del 1821, lui stesso scrisse le sue ultime volontà e molte note a margine (per un totale di 40 pagine).
I dolori allo stomaco di cui già soffriva da tempo, acuitisi nel clima inospitale dell'isola e dal duro regime inglese, lo condussero alla morte il 5 maggio 1821: poco dopo aver appreso la notizia Alessandro Manzoni scrisse la famosa ode Il cinque maggio, che ebbe una forte eco in tutta Europa e che fu tradotta in tedesco da Johann Wolfgang Goethe. Fu vera gloria?, egli si chiese. Ai posteri l'ardua sentenza: noi chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui del creator suo spirito più vasta orma stampar.
Le ultime parole di Napoleone furono: "Francia, esercito, Giuseppina" (France, les Armée, Josephine): i tre più grandi amori della sua vita. Egli chiese di essere seppellito sulle sponde della Senna, ma fu invece seppellito a Sant'Elena. Nel 1840 i suoi resti furono trasportati in Francia e inumati all'Hôpital des Invalides a Parigi. Nove anni dopo la morte di Napoleone, i Borboni furono cacciati. La statua dell'imperatore venne restaurata sulla colonna di Place Vendome. Quando Gerolamo Bonaparte portò la notizia a Letizia, la vecchia madre ormai inferma, essa si rianimò e cercò con gli occhi il busto del figlio: L'imperatore è tornato a Parigi, sussurrò.
La causa della morte di Napoleone non è certa. La versione ufficiale parla di morte dovuta ad un tumore allo stomaco, come risultò dall'autopsia. Lo stesso padre di Napoleone morì per la stessa malattia. Ci sono anche varie teorie che sostengono la tesi del lento avvelenamento con l'arsenico. Infine secondo un'altra teoria furono i medici di Napoleone a causarne la morte: a causa del tumore allo stomaco cercavano di alleviargli i dolori sottoponendolo a clisteri giornalieri e gli somministravano sostanze varie per farlo vomitare. Queste cure privarono l'organismo di Napoleone di potassio, avendo come risultato una grave forma di tachicardia che lo uccise.
Nel 1955 furono pubblicati i diari di Louis Marchand, cameriere di Napoleone. La sua descrizione negli ultimi mesi prima della morte porta alcuni alla conclusione che sia stato avvelenato con l'arsenico. L'arsenico a quel tempo era talvolta utilizzato come veleno ed era difficilmente rilevabile se somministrato per un lungo periodo di tempo.
Nel 2001 Pascal Kintz dell'Istituto di medicina legale di Strasburgo aggiunse credibilità a questa ipotesi con uno studio sul livello di arsenico da sette a ventotto volte superiore al livello normale trovato in una ciocca di capelli di Napoleone conservata dopo la sua morte.
Analisi più recenti sulla rivista Science et Vie mostrarono che una simile concentrazione di arsenico era presente in campioni di capelli di Napoleone presi nel 1805, 1814 e 1821. L'investigatore incaricato (Ivan Ricordel, responsabile di tossicologia della Polizia di Parigi), stabilì che se l'arsenico fosse stata la causa della morte, sarebbe dovuto morire anni prima. L'arsenico era del resto usato in molte carte da parati (per il colore verde) e spesso in qualche medicina, sicché il gruppo sostenne che facilmente la fonte poteva essere qualche lozione per i capelli.


mercoledì 14 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1066 si svolse, tra Sassoni e Normanni, la famosa battaglia di Hastings.
Anche se molti ritengono che la causa della battaglia sia da riscontrare nella perpetua sete di potere dei vari successori e delle casate e regioni contrastanti, la scintilla che innesco la lotta tra sassoni e normanni, fu sì la voglia di Guglielmo il conquistatore, duca di Normandia, di rubare il trono ad Aroldo II, re di Inghilterra, ma giocò un ruolo notevole anche Aroldo III di Norvegia, in quanto pretenzioso contendente come erede al trono. Come succede spesso, aiutate dalla voglia che il proprio re fosse ancora vivo, cominciarono a nascere leggende sulla morte di Aroldo II.
La prima, la più accreditata, vedeva il re morire in battaglia trafitto da una freccia all’occhio e successivamente finito dai soldati avversari. Per altro si narra della maledizione del nome Aroldo, nome legato alla morte con una freccia. La seconda invece riguarda la sua fuga dal campo per rifugiarsi in Cornovaglia dove morì nel 1080.
In tutto questo anche la sua sepoltura ha diatribe tra gli studiosi. Secondo alcuni non venne sepolto, Guglielmo si rifiutò di concedergli il rito. Secondo altri venne posto in una bara nell’Abbazia di Waltham o nell’Abbazia di Battle, quest’ultima sorta proprio sul campo di battaglia a Hastings.
La battaglia, come ogni scontro che si rispetti, inizia con lo schieramento. Fu una schermaglia con quantità di soldati omogenea per numero (8000 da entrambe le parti), ma eterogenea per qualità degli individui. Infatti la tattica dei due comandanti veniva a a costruirsi in diverso modo. Guglielmo, forte di 2000 cavalieri, cercò di scoprire il nemico facendolo correre in campo aperto, in modo da tale da facilitare l’operazione dei suoi uomini a cavallo.
Aroldo II invece, privo di cavalleria, doveva fare affidamento su di una formazione salda e compatta, attorniata di forti scudi e difesa strenuamente dalla sua migliore fanteria, gli huskarli, che avrebbero spaccato l’avanzata nemica con i loro grandi scudi. Fu così che la mattina iniziò lo scontro.
Aroldo era posto su di una collina dove i suoi uomini stretti e chiusi negli scudi aspettavano il nemico. Guglielmo cominciò a tempestare il nemico con nugoli di frecce dei suoi arcieri, ma l’effetto fu inutile. O sorvolavano il nemico o si piantavano negli scudi enormi. Guglielmo allora mise in campo la cavalleria e la sua fanteria più veloce, corazzata leggermente. Anche qui la sortita offensiva fu quasi inutile. La collina ripida sfiancò sia gli uomini appiedati, sia i cavalli che cozzarono contro la linea preparata da Aroldo.
Un’unica nota positiva venne da un distaccamento di fanti di Aroldo che presi dall’euforia inseguirono i nemici, staccandosi dal resto del gruppo e sancendo di fatto la loro fine. In seguito, forse con un poco di ritardo, Aroldo fece contrattaccare i suoi che si lanciarono sulla sinistra dell’esercito di Guglielmo, dove i Bretoni erano posizionati, rendendoli privi di stabilità e facendoli separare leggermente dal centro dove il loro comandante portava lo stendardo papale.
Un’ulteriore voce che vedeva Guglielmo ucciso da una freccia, serpeggiò nelle file normanne che cominciarono a credere di aver già perso la battaglia. “Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore”. Con queste parole lo stesso duca uscì da una mischia gridando e risollevando gli animi dei suoi uomini.
L’abilità tattica di Guglielmo, visto che i suoi uomini si stavano sfaldando sempre più, venne fuori nel momento migliore. Forti della loro posizione rialzata e delle file sempre compatte, gli anglosassoni mentalmente avevano la vittoria in pugno. Guglielmo fece una finta. Ordinò alla fanteria centrale di ritirarsi per permettere al resto della cavalleria di rifiatare ed essere ignorata per qualche momento. I sassoni inseguirono i fanti Bretoni che subito si fermarono per affrontarli. Era troppo tardi ormai. La posizione sopraelevata della collina era stata sgombrata e i cavalieri, approfittando dell’avventata decisione di inseguimento del nemico, si gettarono sulle prime linee dei fanti sassoni, falciandoli letteralmente.
Aroldo corse incontro agli uomini attaccati, ma era ormai troppo tardi. In quell’incursione Aroldo venne trafitto da una freccia e nonostante l’abilità degli huskarli, senza un comandante, in poco tempo i sassoni capitolarono. Tra le file di Guglielmo infine, quasi 2000 furono i soldati che morirono, mentre tra quelle di Aroldo, oltre allo stesso comandante, pochi furono quelli che riuscirono a fuggire al di là delle colline.
Quello che successe in seguito è storia: incoronazione di Guglielmo a re d’Inghilterra, intreccio quasi totale, almeno fino al 1453, con la Francia con cui si combatterono cruente e importanti battaglie tra cui quella dei cent’anni, e infine nascita della potenza dei Tudor che nonostante la vittoria del 1453 dei francesi contro gli inglesi, continuò a far crescere l’ascesa di questo popolo che ha cambiato la faccia del mondo occidentale.
Una curiosità: buona parte di ciò che si sa dello svolgimento della battaglia provengono dall'"arazzo di Bayeux", sopra riprodotto: si tratta di un ricamo ad ago tracciato con fili di lana di colori diversi lungo approssimativamente 70 mt e largo 50 cm.
Vi sono rappresentati ben 626 personaggi: 250 tra cavalli e muli, 550 animali di ogni genere, oltre a castelli, chiese, navi, ecc., per un totale di 1500 figure. L'opera fu compiuta probabilmente tra il 1070 e 1077 forse su ordinazione di Oddone vescovo di Bayeux e fratellastro dello stesso Guglielmo il Conquistatore, per narrare la conquista dell'inghilterra attraverso la battaglia di Hastings. Questo arazzo infatti descrive con grande accuratezza tutte le fasi dello scontro da quelle precedenti fino alla morte di Aroldo, dandoci soprattutto le raffigurazioni dettagliate delle attrezzature usate e delle tattiche seguite in quella storica battaglia.

martedì 13 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 Ottobre.
Il 13 ottobre 1977, le autorità francesi comunicarono il dirottamento del Boeing 737 Lufthansa LH181, in rotta da Palma di Majorca (nelle isole Baleari) verso la Germania, con a bordo ottantasei passeggeri e cinque membri d'equipaggio (due piloti e tre hostess). Sotto la minaccia di un commando composto da due donne e due uomini, fra cui il Capitano Mahmoud, (leader del commando ed in seguito identificato nel noto terrorista Zohair Youssef Akache), l'aviogetto modificò il proprio piano di volo, per dirigersi alla volta dell'Aeroporto Internazionale "Leonardo Da Vinci" di Fiumicino (Roma). Qui il pilota fu in grado di comunicare il numero dei terroristi a bordo, facendo cadere quattro pacchetti di sigarette sulla pista. Rifornitosi di carburante, l'aereo riprese quindi il suo viaggio verso l'aeroporto di Larnaca (Cipro), dove atterrò alle ore 20:38 circa, per effettuare un nuovo rifornimento. L'aereo decollò nuovamente, per sorvolare numerosi Paesi mediorientali. A Beirut, il permesso all'atterraggio venne negato per mezzo del blocco delle piste, come anche in Bahrein. L'LH181, trovatosi a corto di carburante, fu in ultimo costretto a toccare terra sull'aeroporto di Dubai, nonostante le proteste delle autorità locali. Intanto i terroristi a bordo esplicitarono le proprie richieste, pretendendo il rilascio dei componenti del gruppo terroristico tedesco Baader-Meinhof, detenuti in Germania. Mentre si trovava fermo sulla pista, l'apparecchio fu soggetto ad un guasto del sistema di ventilazione, che portò la temperatura all'interno dell' aereo a toccare i 49 gradi centigradi. Domenica 16 ottobre, l'aviogetto decollò verso la tappa successiva. Lo stato dell'Oman negò il permesso d'atterraggio e l'LH181 giunse ad Aden (Yemen) con soli dieci ulteriori minuti di autonomia. Nonostante il divieto opposto dalle autorità locali, l'aereo fece il suo atterraggio sulla pista.
Il Capitano dell'apparecchio, Jurgen Schuman, fu a questo punto autorizzato a lasciare brevemente l'aereo, onde controllare le condizioni dei carrelli. Ritornato in cabina, venne accusato da Mahmoud di aver comunicato con le autorità locali. Il leader del commando condusse quindi il pilota in prima classe, per ucciderlo con un colpo di pistola. Il giorno successivo, l'aereo, ora comandato dal co-pilota Jurgen Vietor, decollò alla volta dell'aeroporto di Mogadiscio, in Somalia. All'insaputa dei dirottatori, un Lufthansa 707 con a bordo trenta uomini del G.S.G.9 ed il suo Comandante Ulrich K. Wegener, aveva nel mentre seguito il volo dirottato fino a Cipro, per poi far ritorno (via Ankara) a Colonia, quale diversivo per i giornalisti e decollare nuovamente dopo due ore. Wegener aveva seguito il volo dirottato con un piccolo jet privato ed alcuni ufficiali. Nell'apparecchio erano presenti anche Hans-Jurgen Wischenewski (Ministro di Stato dell'allora Germania ovest) e lo psicologo Wolfgang Salewski. Il jet toccò terra a Mogadiscio alle 17:30 del 17 ottobre, pochi minuti dopo l'LH181 dirottato.
Dopo aver fatto isolare l'intero aeroporto dalle forze di sicurezza locali, Wegener predispose il dislocamento dei propri tiratori scelti e di unità da ricognizione, iniziando la pianificazione per un eventuale azione di forza. Wischenewski comunicò intanto al leader del commando, che la Germania era pronta a rilasciare undici membri della Baader-Meinhof e a trasportarli a Mogadiscio. Mahmoud richiese quindi anche la consegna di 10 milioni di dollari quale riscatto, postponendo la scadenza del suo ultimatum alle 02:45 del 18 ottobre, oltre le quali l'aereo ed i suoi passeggeri sarebbero stati fatti saltare in aria. Alle 19:00 del 17 ottobre, il resto della squadra giunse a Mogadiscio, ed il briefing per il piano d'attacco ebbe inizio. Col calar delle tenebre, vista la crescente instabilità del capo dei dirottatori e l'effettivo pericolo corso dagli ostaggi, venne data luce verde per l'intervento. Solo un'ora prima dell'assalto, un team di osservazione tedesco si avvicinò fino a 30 metri dall'apparecchio, localizzando la posizione di due dirottatori per mezzo di strumenti per la rilevazione termica.
Alle 02:05 del 18 ottobre, coadiuvati da due membri dello Special Air Service britannico in veste di osservatori (il Maggiore Alastair Morrison, eroe della battaglia di Mirbat e vice Comandante dello S.A.S., ed il Sergente Barry Davies), due squadre del G.S.G.9 (composte da dieci uomini ciascuna) iniziarono la manovra di avvicinamento alla coda del velivolo. Gli operatori effettuarono la progressione a piedi e muniti di scale ricoperte di gomma, le quali furono posizionate in corrispondenza delle entrate. Al fine di allontanare i dirottatori dal punto inizio attacco (individuato nel retro dell' LH181), alle 02:07 vennero accesi dei fuochi a poche centinaia di metri dal muso dell'aereo.
Come riportato dalla squadra di ricognizione assegnata alla sezione frontale del velivolo, tale evento provocò lo spostamento di due dei terroristi alla cabina di pilotaggio, ivi compreso il Capitano Mahmoud. Costoro furono trattenuti in cabina dalla torre di controllo, la quale comunicò loro le condizioni per lo scambio degli ostaggi. Pochi secondi dopo, le uscite di emergenza collocate sulle ali dell'apparecchio vennero fatte saltare in aria con cariche a cornice (tubi flessibili con una cavità sul lato, riempiti di esplosivo in grado di tagliare la carlinga di un aereo senza ferirne gli occupanti) ed il blitz ebbe inizio. Venti assaltatori guidati dallo stesso Wegener fecero irruzione all'interno dell'aereo, ordinando ai passeggeri di buttarsi a terra. Il gruppo d'assalto si divise immediatamente in due, per occuparsi del fronte e del retro dell' aereo. Un terrorista (una donna), venne abbattuto nel corridoio non appena l'attacco ebbe inizio. Un' altro, rifugiatosi nella toilette sul retro, fu ferito da una scarica di MP5, morendo pochi minuti dopo essere stato trasportato fuori dall'aereo.
Alle 02:08, due ulteriori team fecero saltare l'entrata anteriore e quella posteriore, iniziando ad evacuare gli ostaggi per mezzo degli scivoli di emergenza di quest'ultima. Nel mentre il combattimento si era spostato verso la cabina di pilotaggio, ove si trovava anche il leader dei terroristi, ucciso nei primi secondi di inizio del blitz, non prima di aver lanciato due bombe a mano, detonate sotto i sedili e che ferirono lievemente tre ostaggi ed un militare. Il quarto ed ultimo dirottatore (ancora all'interno del cockpit dell'aereo) venne abbattuto da diversi colpi di arma da fuoco cal.38, esplosi dal dallo stesso Wegener. Quando l'operazione ebbe termine, alle 02:12, tutti gli ostaggi erano stati liberati. Dei quattro terroristi, solamente Suhaila Andraws, benché colpita per ben sette volte dalla squadra d' assalto, sopravviverà al blitz. Sarà detenuta a Mogadiscio per oltre un anno e verrà in seguito rilasciata per recarsi rispettivamente a Baghdad ed in Cecoslovacchia, onde curare i postumi delle ferite riportate nello scontro. Rifugiatasi in Norvegia, verrà scoperta solo nel 1993 ed estradata in Germania per esser condannata, nel 1996, a dodici anni di prigione. Fu rilasciata tre anni dopo per problemi di salute ed attualmente vive ad Oslo col marito, un docente universitario palestinese ed attivista dei diritti umani, e sua figlia.

lunedì 12 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 ottobre.
Il 12 ottobre del 1960, durante il 902esimo incontro della 15esima assemblea generale delle Nazioni Unite, il segretario del partito comunista sovietico, Nikita Krushev, per protesta nei confronti del delegato filippino, Lorenzo Sumulong, che nel suo intervento propose  di estendere gli scopi della dichiarazione sulla concessione di indipendenza ai paesi e popoli coloniali "anche ai popoli dell'est europeo, privati del libero esercizio dei loro diritti sociali e politici e inghiottiti dall'Unione Sovietica", si tolse una scarpa e la battè violentemente sul banco della sua postazione, un atto che resterà negli annali della storia.
Tuttavia l'episodio è controverso: secondo Benjamin Welles del New York Times, Krushev si tolse la scarpa destra, si alzò in piedi e la brandì in direzione del delegato filippino all’altro lato della sala, poi la picchiò sul banco.
Murrey Marder del Washington Post racconta che Krusciov apostrofò Sumulong chiamandolo “kohlui” (creatura servile) e lacchè dell’imperialismo. “Quale genere d’indipendenza c’è nelle Filippine” disse il premier russo “Dio solo sa. Tu devi guardare nella lente d’ingrandimento per vedere quella indipendenza”. Frederick Boland, irlandese e presidente della seduta, seccato ammonì Sumulong di continuare l’intervento. Il giornalista riporta il fatto che ad un certo punto della seduta Krusciov si tolse la scarpa e la agitò in direzione di Boland senza però precisare il momento esatto in cui avvenne.
Secondo Welles il leader sovietico si tolse nuovamente la scarpa durante l’intervento di Francis Wilcox, assistente del Segretario di Stato americano.
L’intervento dell’americano fu interrotto dalle proteste e Marder riferisce che il presidente Boland sbatté il martelletto con tale veemenza, per riportare l’ordine, che la testa di esso si ruppe e volò oltre le sue spalle accompagnato dagli applausi e dalle risate provenienti dalle file comuniste.
James Feron, del New York Times, intervistato in proposito nel 1997, affermò che Krushev sbatté il pugno sul tavolo, poi si tolse la scarpa, un mocassino, la agitò per poi riporla sul tavolo, in ogni caso non se ne servì per picchiare sul banco. Alla domanda perché il suo giornale invece scrisse che sbatté la scarpa, rispose che tale fu la versione dell’Associated Press.
Sharon Ghamari-Tabrizi, in suo libro del 2005, scrisse che dopo pochi minuti che Sumulong ebbe ripreso il discorso Krusciov tirò fuori una scarpa, balzò in piedi e la brandì, quindi la sbatté sul banco. Poco dopo iniziò a percuotere il tavolo con entrambi i pugni seguito dal resto della delegazione sovietica.
Il generale del KGB Nikolai Zacharov racconta che Kruscev, dopo essersi consultato con Gromyko, si alzò in piedi e sollevò la mano per chiedere un punto d’ordine al presidente che però lo ignorò. Allora egli si tolse la scarpa e iniziò a batterla ritmicamente sul tavolo come un metronomo, soltanto allora il presidente lo invitò a parlare.
John Loengard, della rivista Life, scrisse a Taubman, autore di un paio di libri su Krushev, di aver visto il segretario russo togliersi la scarpa destra di vitello marrone e metterla sul tavolo senza sbatterla. Tutti erano pronti a fotografare la scarpa sbattuta sul tavolo ma ciò non accadde.
Sono interessanti le spiegazioni del perché quella scarpa finì sul tavolo.
Qualcuno sostiene che fu un atto premeditato, la scarpa sbattuta non era una di quelle indossate dal premier sovietico ma essa fu portata apposta per quello scopo.
La nipote Nina Khrushchev, nel 2000, raccontò la storia come la conoscevano in famiglia. Al nonno cadde l’orologio sbattendo il pugno sul tavolo, nel raccoglierlo trovò la scarpa, che si era tolto perché stretta, e la prese.
Un commesso ONU raccontò che, nel tornare al suo posto, il premier sovietico perse la scarpa per un’urto fortuito con un giornalista, il commesso recuperò la scarpa e gliela passò avvolta in un fazzoletto. Quindi, secondo lui, non se la tolse, comunque la sbatté sul tavolo.
Viktor Sukhodrev, il suo interprete, raccontò che lo sbattere del pugno sul tavolo provocò l’arrestarsi dell’orologio. Irritato dal fatto che un lacchè capitalista aveva provocato la rottura del suo orologio Khrushchev si tolse la scarpa ed inizio a sbatterla sul tavolo.
Secondo alcuni testimoni i banchi stretti e la pancia del premier sovietico gli avrebbero impedito di rimettersi la scarpa.
Per chiudere, l’abitudine di sbattere i pugni sul banco per evidenziare il disaccordo con le parole dell’oratore di turno era in voga nei paesi dell’est. Krushev lo fece il 26 settembre con il Segretario Generale dell’Onu, con McMillan il 29 settembre ed il 12 ottobre con Sumulong e Wilcox.


domenica 11 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 ottobre.
L'11 ottobre 1962 si apre a Roma il Concilio Vaticano II, che papa Roncalli (Giovanni XXIII) aveva fortemente voluto ed indetto già pochi mesi dopo la sua elezione al soglio di Pietro. Scopo del Concilio, come spiegato dal papa stesso nella cerimonia di apertura, era quello non già di proclamare nuovi dogmi, quanto piuttosto di tornare a parlare col mondo, interpretando i segni dei tempi che cambiavano con crescente velocità. Quella sera stessa il papa pronunciò il famoso discorso alla Luna (« Cari figlioli, tornando a casa, troverete i bambini: date una carezza ai vostri bambini e dite: "Questa è la carezza del Papa!" »).
Il 3 giugno dell'anno successivo papa Giovanni morì e fu il suo successore, Paolo VI, a portare avanti il concilio che si concluse il 7 dicembre del 1965; alla fine risultarono prodotte 4 costituzioni, 9 decreti e 3 dichiarazioni.
Il Concilio affrontò la promozione ecclesiastica nel "terzo mondo" - specie in America Latina e Africa - il rapporto tra i ricchi e i poveri del pianeta, il tema dell'obiezione di coscienza legato a quello cruciale della guerra e della pace, il dialogo con le altre fedi, la discriminazione razziale e le responsabilità storiche della Chiesa cattolica. Sul piano teologico-dottrinale, di fatto, furono poche le innovazioni ma certamente decisive: si stabilì un nuovo rapporto di parità tra clero e comunità di fedeli che definì il concetto allargato di Chiesa, si tratteggiò una nuova liturgia della Messa e l’abbandono dell’uso del latino durante le funzioni.
Tuttavia, le novità portate dal nuovo Concilio non trovarono un unanime consenso all’interno della Curia e, per questo, si verificarono aspri e difficili contrasti tra chi intendeva abbracciare il nuovo corso e chi, viceversa, ne intravedeva i rischi o le inopportunità.
Ancora oggi nella Chiesa si discute del concilio, dei risultati ottenuti e di come esso possa ancora traghettare il cattolicesimo sulle turbolente acque del terzo millennio.

sabato 10 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Probabilmente il 10 ottobre 732 nei pressi di Tours, in Francia, fu combattuta la battaglia di Poitiers tra l'esercito musulmano che avanzava dalla spagna e i franchi di Carlo Martello.
L'esercito cristiano attese il nemico in mezzo alla confluenza di due fiumi, il Clain e il Vienne, schierandosi in un'unica formazione, robusta e profonda, formata da una prima linea nella quale si era disposta la fanteria pesante intervallata da piccoli reparti di cavalleria. Altri cavalieri si erano posizionati sui lati esterni della seconda linea, lasciando il vuoto nella parte centrale per evitare improvvisi aggiramenti. Inoltre alla sinistra dello schieramento, molto arretrato e nascosto in un bosco, vi era Oddone I d'Aquitania (Eude) insieme alla sua cavalleria.
Gli arabi invece si schierarono nel seguente modo: l'ala sinistra era formata da cavalleria leggera e si «appoggiava» al fiume Clain; la parte centrale, composta interamente da fanti ed arcieri, si era posizionata sull'antica via romana, mentre l'ala destra del fronte musulmano era schierata su una bassa collina. Dietro ad ognuna delle due ali vi erano due schieramenti di dromedari da trasporto: gli arabi infatti sapevano che l'odore pungente di questi animali poteva far imbizzarrire i cavalli dei franchi smobilitandone le schiere. La formazione iniziale era quella tipica a forma di mezzaluna, con le cavallerie un po' avanzate rispetto alle fanterie e disposte a tenaglia allo scopo di stringere il nemico sulle ali ed accerchiarlo.
Dopo che gli eserciti si furono fronteggiati, addirittura per una settimana, cominciò la vera e propria mischia, dall'alba al tramonto: gli arabi si lanciarono all'attacco per primi facendo partire le cavallerie dei berberi che investirono i fanti cristiani con una vera e propria pioggia di giavellotti, concentrando ripetuti assalti nelle zone del fronte avversario dove credevano possibile l'apertura di un varco. La linea di condotta di Carlo Martello fu quella di non cadere nella tattica musulmana dell'al-qarr wa al-farr: cioè dell'attacco seguito da una programmata ritirata, mirante ad illudere l'avversario dell'imminenza di una facile vittoria e di un ancor più facile bottino. Ordinò dunque che i suoi guerrieri attendessero l'attacco senza altra replica che non fosse quella del momentaneo corpo a corpo, impartendo severe disposizioni affinché i suoi uomini non cadessero nella tentazione dell'inseguimento del nemico in apparente fuga.
Il suo «muro di ghiaccio» resse splendidamente, forte anche della scarsa velocità delle sue cavalcature europee che s'accompagnava però a una loro maggior solidità, a fronte dell'agilità della cavalcature arabo-berbere, ma d'una loro scarsa resistenza e d'una minor mole. Quando gran parte della cavalleria dei saraceni era ormai persa contro gli scudi, ma soprattutto contro le picche dei fanti cristiani, Carlo Martello diede un segnale che fece sbucare, dal bosco in cui era nascosta, la cavalleria di Ottone che caricò il fianco destro dei musulmani travolgendolo e mettendolo in fuga. Nel frattempo cominciava l'avanzata compatta della fanteria che, abbandonate le posizioni di partenza, travolse tutto ciò che le si poneva di fronte. I fanti musulmani, privi di corazzatura, non potevano reggere il corpo a corpo con i robusti guerrieri del nord, pesantemente armati. Dallo scontro si passò quindi alla carneficina, che durò fino al tramonto quando anche ʿAbd al-Rahmān venne ucciso da un colpo d'ascia, infertogli forse dallo stesso Carlo Martello. Quando si sparse questa notizia gli arabi sopravvissuti scapparono rapidamente, lasciando sul terreno feriti e tende, ma soprattutto il bottino conquistato durante tutte le razzie in Aquitania.
La storiografia araba non dà una descrizione dell'andamento della battaglia molto diverso da questo, infatti descrive come ad un certo punto i cavalieri berberi erano riusciti a far breccia nelle file dei franchi, ma alcuni di questi si erano diretti all'accampamento arabo per impossessarsi del bottino islamico. A questo punto, molti musulmani, accortisi di quello che stava accadendo, si sarebbero diretti verso l'accampamento stesso per proteggere il bottino, ma sfaldando, così, lo schieramento e facendo il gioco dei cristiani.
Fu la rotta per i musulmani, che caddero in gran numero, tanto da far definire ai cronisti musulmani il teatro di quella battaglia come «il lastricato dei màrtiri» (balāt al-shuhadāʾ).
La battaglia viene ricordata soprattutto come evento cardine che impedì l'islamizzazione dell'Europa, e contemporaneamente diede il via al futuro impero della dinastia di Carlo Martello, portato a compimento da suo nipote Carlo Magno.

venerdì 9 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 ottobre.
Alle 22.39 del 9 ottobre 1963 quello che da anni sembrava un disastro annunciato, si compie nel Vajont. Dal monte Toc, che sovrasta il bacino della diga costruita alcuni anni prima, si stacca una frana lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. In circa 20 secondi la frana arriva a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale. L'impatto con l'acqua genera tre onde: una si dirige verso l'alto, lambisce le abitazioni di Casso e ricadendo sulla frana va a scavare il bacino del laghetto di Massalezza; un'altra si dirige verso le sponde del lago e attraverso un'azione di dilavamento delle stesse distrugge alcune località in Comune di Erto-Casso e la terza (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua), scavalca il ciglio della diga, che rimane intatta, ad eccezione del coronamento percorso dalla strada di circonvallazione che conduceva al versante sinistro del Vajont, e precipita nella stretta valle sottostante. I circa 25 milioni di metri cubi d'acqua che riescono a scavalcare l'opera raggiungono il greto sassoso della valle del Piave e asportano consistenti detriti che si riversano sul settore meridionale di Longarone causando la quasi completa distruzione della cittadina (si salvano il municipio e le case poste a nord di questo edificio) e di altri nuclei limitrofi e la morte, nel complesso, di circa 2000 persone (i dati ufficiali parlano di 2018 vittime, ma non è possibile determinarne con certezza il numero).
È stato stimato che l'onda d'urto dovuta allo spostamento d'aria fosse di intensità eguale, se non addirittura superiore, a quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. Vi sono testimonianze di superstiti scagliati a diverse centinaia di metri di distanza prima ancora che la massa d'acqua piombasse al suolo, alla velocità di quasi 100 km/h.
Si parla di disastro annunciato perché da diversi anni decine di perizie segnalavano la possibilità che una frana di grosse dimensioni potesse cadere nell'invaso, e le iniziative da parte della dirigenza dell'impianto furono numerose e a volte contrastanti tra loro: si fecero gallerie di alleggerimento, successivi sversamenti e riempimenti del bacino per limitare l'impatto che la spinta dell'acqua dava alle montagne circostanti, modelli in scala per simulare frane, tuttavia nessuna azione concreta venne presa in considerazione per proteggere la popolazione sottostante, che al contrario si sentiva minacciata dalle scosse sismiche, dai rumori che sentiva provenire dalla montagna e in generale sembrava aver capito meglio di chiunque altro ciò che stava per accadere.
Al fine di dirimere una delle questioni maggiormente controverse della vicenda, va chiarito che la frana presente sul monte Toc e poi innescatasi nella notte del 9 ottobre 1963 era stata ampiamente individuata già dall'estate del 1959. Inoltre se almeno inizialmente i tecnici avevano discusso sulle sue effettive dimensioni (come metri cubi di materiale franoso in movimento), a partire almeno dall'anno 1961 nel quale vennero installati i piezometri (profondi circa 175m), è oggettivamente poco credibile ritenere che gli specialisti non avessero chiara l'evidenza che il movimento franoso interessasse in blocco una massa di grande spessore (profondità) e quindi di enorme volume, in quanto i piezometri non denunciavano rotture o deformazioni.
Le indecisioni riguardavano la velocità di movimento (connessa al piano di scivolamento) ed eventualmente i tempi di caduta della frana, in quanto taluni dubitavano sull'effettiva unicità della stessa, essendo più propensi a dividerla in due porzioni (a est e ovest del torrente Massalezza), destinate a distaccarsi in tempi diversi. Va infatti ricordato che la decisione di costruire una galleria di sorpasso o bypass della frana sul fianco della valle opposto a quello "pericolante" (che avesse salvato l'invaso in caso di caduta della frana) fu avanzata già nel novembre del 1960 e i lavori di costruzione della stessa iniziarono già dal febbraio del 1961. Era dunque chiaro che la frana era di tale portata da essere in grado di rendere inefficiente il serbatoio interrandone completamente circa 2–3 km dello stesso, e riducendone la portata di quasi la metà. Le rilevazioni sui movimenti della frana attraverso capisaldi cominciarono già nell'estate del 1960, mentre dati sui livelli di acqua nei piezometri furono raccolti dall'estate successiva.
L'oggettiva imprevedibilità dell'evento riguardava solo il "momento esatto" nel quale la frana si sarebbe effettivamente messa in movimento e, solo in parte, di quali sarebbero stati gli eventi scatenanti. Le variabili in gioco furono subito legate all'altezza dell'acqua nell'invaso e a una sua eventuale, ma quasi certa, correlazione con le precipitazioni atmosferiche.
Va tuttavia ricordato che i movimenti dei capisaldi nei punti di rilevamento del movimento franoso installati già dall'estate del 1960 erano risultati assolutamente allarmanti già dagli inizi di agosto del 1963, andando di fatto peggiorando durante tutto il periodo che portò al distacco della frana agli inizi di ottobre.
Una maggiore cautela avrebbe dovuto spingere i tecnici dell'ENEL-SADE a interrompere la terza prova d'invaso già in agosto, anche se essi potrebbero essere stati inizialmente fuorviati dalla teoria-ipotesi della "prima bagnatura" formulata dagli esperti. Essi tralasciarono purtroppo l'importanza della piovosità pure affermata da Müller già nel 1961. Infine va fatta menzione del fatto che durante la mattina e il pomeriggio di quel tragico 9 ottobre 1963, a causa dei movimenti impressionanti registrati dai capisaldi rispetto ai giorni precedenti (30 cm contro 5 cm) fu chiaro che la caduta della frana era imminente tanto che molte località del Comune di Erto furono sgomberate durante quella giornata. Fu anche deciso di sospendere la circolazione stradale sulla statale Alemagna, ma non vennero sgombrati i paesi del fondovalle e tutte le frazioni di Erto più prossime alle sponde dell'invaso.
A Longarone l'anniversario del 9 ottobre viene ogni anno celebrato con particolare solennità. E' giornata di lutto cittadino: fabbriche, uffici, scuole, negozi rimangono chiusi e il tempo è dedicato alla preghiera, al ricordo, alla riflessione.

giovedì 8 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 ottobre.
L'8 ottobre 2001 su Milano gravava una fitta nebbia.
A Linate era un giorno come tanti altri da un mese a quella parte: controlli aeroportuali estremamente minuziosi, procedure di sicurezza ingigantite, traffico in costante, ineludibile ritardo.
Il volo SK-686 diretto a Copenaghen, previsto per le 7:35, aveva invece uno slot alle 8:16; a bordo vi erano 110 persone tra passeggeri ed equipaggio. Alle 7:54 il pilota riceve l'autorizzazione a rullare per portarsi all'inizio della pista di decollo.
Alle 8:05 un Cessna privato dell'imprenditore Luca Fossati, parcheggiato al piazzale ovest, riceve l'autorizzazione a dirigersi, tramite il corridoio R5, al punto atteso per la sua partenza. Il pilota di quest'ultimo, ingannato dalla fitta nebbia, e dalle scritte parzialmente cancellate sull'asfalto, anzichè imboccare il bivio R5 verso nord, imbocca quello R6 verso sud. Una volta superato il bivio, nessuna indicazione successiva specifica in quale corridoio il velivolo si trova, non consentendo dunque al pilota di accorgersi di aver fatto uno sbaglio. Alle 8:08 il pilota del Cessna comunica alla torre di controllo di star incrociando un sentiero denominato R4; tuttavia in nessuna mappa è indicato questo sentiero, forse retaggio di una vecchia denominazione, e il controllore di volo, già oberato da parecchi ritardi, non ritiene necessario cercare di approfondire il problema, imputandolo ad un errore del pilota, che ha letto R4 anzichè R5. Contemporaneamente, il volo della SAS riceve l'autorizzazione al decollo, e porta i motori al massimo. Va notato altresì che il nuovo radar di terra di Linate, già installato da tempo, non è ancora in funzione a causa delle mancate autorizzazioni, quindi non è operativo alcun sistema elettronico che aiuti il controllore a capire la posizione degli aerei sulla pista, costringendolo a basarsi solo sulle comunicazioni radio vista la nebbia.
Alle 8,10 il volo per Coopenaghen colpisce in pieno il Cessna, che nel frattempo è entrato sulla pista in direzione opposta, ad una velocità di 270 km/h, spezzandolo in 4 tronconi e uccidendo i 4 occupanti sul colpo. L'aereo perde il motore destro e parte del carrello di destra, mentre il sinistro perde potenza a causa dell'inghiottimento dei detriti del Cessna. Dopo essersi alzato fino a un massimo di 35 piedi, l'aereo sbatte violentemente sul terreno e una volta terminata la pista prosegue la sua corsa sull'erba andando a schiantarsi a 257 km/h contro il deposito bagagli, dove a causa dei serbatoi pieni si incendia provocando la morte di tutti i 110 occupanti del velivolo e dei 4 operai all'interno del deposito.
Nei 3 gradi di giudizio sono stati processati, e definitivamente condannati in cassazione le figure direttive dell'Ente Nazionale per l'Assistenza al Volo, il controllore di volo e i dirigenti dell'Aeroporto, con pene che vanno dai 3 agli 8 anni di carcere, di cui 3 condonati a causa dell'indulto.
Come sempre accade dopo una tragedia, nuovi regolamenti, infrastrutture e procedure sono stati varati, sia a Linate che nel resto d'Italia, per aumentare la sicurezza degli aeroporti in caso di nebbia.

mercoledì 7 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, la Achille Lauro venne dirottata da un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP). A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all'intercessione dell'Egitto, dell'OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell'invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell'immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l'episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L'11 ottobre alcuni caccia statunitensi intercettarono l'aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l'altro mediatore dell'OLP) oltre a degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la Naval Air Station di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L'allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all'intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all'aeroporto si schierarono a difesa dell'aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l'Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all'aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell'OLP.
Alla ripartenza dell'aereo con destinazione Ciampino si unirono al velivolo egiziano un velivolo del SISMI che era nel frattempo giunto con l'ammiraglio Fulvio Martini e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l'autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il velivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l'autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un'eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l'altro mediatore dell'OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all'ergastolo in contumacia.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.

Il 30 novembre 1994, mentre era in navigazione al largo della Somalia, scoppiò un incendio a bordo dell'Achille Lauro, che tre giorni più tardi, il 2 dicembre 1994 ne causò l'affondamento. L'inchiesta appurò le cause accidentali.

martedì 6 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 1582 non è accaduto veramente nulla. Anzi, a essere precisi, il 6 ottobre 1582 non è mai esistito.
Il 5 ottobre 1582 in effetti, papa Gregorio XIII fece entrare in vigore il calendario col suo nome, a sostituire quello giuliano in vigore dai tempi di Cesare.
La riforma si rese necessaria a causa dell'evidente scarto che si misurava tra l'equinozio di primavera ufficiale, e quello reale.
Il calendario giuliano, che prevedeva il giorno bisestile (che per i romani era il 24 febbraio) ogni 4 anni, considerava che l'anno fosse composto da 365 giorni e 6 ore, dovendo così aggiungere un giorno, il bisestile appunto, ogni 4 per recuperare le 24 ore trascorse in più. In effetti però l'anno (cioè il tempo necessario alla Terra per compiere una rivoluzione intorno al Sole) dura 11 minuti di meno, e questo piccolo scarto sistematico anno dopo anno aveva portato in oltre mille anni a un differenza di 11 giorni.
Papa Gregorio pertanto apportò una modifica alle regole del calendario, stabilendo che ogni 4 anni vi sia il mese bisestile, tranne nell'anno del secolo divisibile per 400 (qualcuno di voi si è accorto che il 2000 non fu un anno bisestile?). La seconda modifica, volta a recuperare il ritardo, fu appunto di far sparire 11 giorni dell'anno per riallineare il calendario ufficiale a quello reale, pertanto dal 5 ottobre si passò direttamente al 16.
Non tutti i paesi adottarono immediatamente questa convenzione: in particolare i paesi protestanti adottarono la riforma secoli dopo. In Svezia, l'adozione fu particolarmente complicata: invece che tagliare 11 giorni, fu deciso che il ritardo sarebbe stato recuperato gradualmente: dal 1700 al 1740 non sarebbero stati considerati gli anni bisestili, recuperando così gli 11 giorni. Tuttavia, questa regola fu dimenticata nel 1704 e nel 1708; invece che recuperare del tutto eliminando i giorni residui, la Svezia decise di tornare al vecchio calendario e pertanto aggiunse, nel 1712, un 30 febbraio (unico caso al mondo).
La Russia adottò il nuovo calendario dopo la rivoluzione del 1917 (che si chiama d'ottobre nonostante fu combattuta a settembre, proprio per lo scarto del calendario).
L'ultimo paese ad abbandonare definitivamente il vecchio calendario è stata la Turchia nel 1923.

lunedì 5 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 ottobre.
Il 5 ottobre 1962 esce nelle sale americane  "Dr. No", un film di azione e spionaggio basato sul romanzo omonimo di Ian Fleming del 58, diretto da T. Young e prodotto da Saltzman e Broccoli.
La serie letteraria di successo dell'agente del controspionaggio britannico James Bond/007, creata da Ian Fleming, era da qualche anno nel mirino delle case di produzione che ne avevano intuito il potenziale ritorno economico: venne buttata giù una sceneggiatura originale che si intitolava "James Bond, agente segreto",ispirata al romanzo "Thunderball", messa insieme dall'inventore di Bond, dal produttore Kevin McClory, e dallo sceneggiatore Jack Wittingham: Fleming però ci ripensò, e preferì scegliere "Dr. No" come primo adattamento delle avventure del suo personaggio. Quella sceneggiatura accantonata, ventun anni dopo conobbe una parziale rielaborazione e fu in pratica il canovaccio di "Mai dire mai", il ritorno di Sean Connery nel ruolo di 007.
E' risaputo che Ian Fleming desiderasse che venisse scritturato Cary Grant per dar volto a James Bond: ma prima di arrivare a scegliere Connery, la lista dei candidati era assai copiosa. Dopo il "No" di Grant, venne cercato il muscoloso divo del peplum americano Steve Reeves che declinò anch'egli. Altri nomi? Trevor Howard, Patrick McGoohan, Rex Harrison, Ian Hendry, Richard Burton....
Fleming fece il nome di un attore che seguiva in tv nella serie "Il santo", un inglese di nome Roger Moore. E invece la produzione scelse Connery, perchè ai produttori dava l'impressione di un duro, alto e robusto che si muovesse come un felino. Nel ruolo della bella Honey venne ingaggiata la giovane partner del regista John Derek, la svizzera Ursula Andress. Per il malvagio Dr. No, che dava il titolo alla pellicola, Fleming propose il parente Christopher Lee, il quale rispose ironicamente però all'offerta con un telegramma che diceva: "Dr. No? No!No!", e così venne preso in considerazione lo svedese Max Von Sydow, che però era già sotto contratto per girare "Il re dei re". Entrò in gioco allora Joseph Wiseman, che si aggiudicò definitivamente il ruolo.
I produttori Saltzman e Broccoli misero come regola che il regista dovesse essere a tutti i costi un inglese, perchè avrebbe capito meglio la psicologia di Bond; per sua stessa ammissione, Sean Connery ha indossato toupet in tutti i film di 007 a cui ha preso parte; è l'unico film della serie in cui non c'è il prologo prima dei titoli di testa.
La scelta di questa storia come primo film della serie non è casuale. I produttori la trovavano più facile da realizzare di altre, perchè ha una sola location, la Giamaica, e non ha bisogno di molti effetti speciali; l'entrata in scena di Bond, al tavolo da gioco, con un breve piano sequenza che termina con il primo piano del protagonista che pronuncia la fatidica "Bond, James Bond" è una citazione-omaggio al film "Juarez" del 1939 con Paul Muni.
Per sei settimane di lavorazione la Andress percepì 1000 dollari a settimana di ingaggio; nella sala da pranzo del Dr. No, si può intravedere la copia di un quadro di Goya che ritrae il Duca di Wellington, effettivamente rubato nel 1961 (ritrovato poi nel '65); per creare il mellifluo Dr. No, Ian Fleming si ispirò al diabolico Dottor Fu Manchu, genio del Male già celebre per essere stato portato più volte al cinema-
Il Vaticano condannò la pellicola come "fortemente immorale".
La base del Dr. No impressionò così tanto Stanley Kubrick per la cura con cui era stato allestito, che prontamente scritturò lo scenografo come designer per il suo "Il dottor Stranamore", il bikini bianco indossato da Ursula Andress alla sua apparizione, un'icona dell'erotismo al cinema, è stato venduto in un'asta del 2001 per 35,000 sterline;
Sean Connery aveva un vero e proprio terrore dei ragni. La scena in cui una tarantola cammina sul letto dove Bond giace venne realizzata con un cristallo tra l'animale e l'attore, ma non sembrava abbastanza realistica, e per i dettagli venne rigirata con uno stuntman, Bob Simmons, senza il cristallo. Lo stunt disse poi, anni dopo, che quella era in assoluto la cosa più pericolosa effettuata nel suo lavoro ultradecennale.
E'  l'unico film della serie in cui James Bond canta ("Underneath the Mango tree"), per attirare l'attenzione sulla spiaggia di Honey; a lungo il film ha detenuto il "record" del Bond-movie più breve, assieme a "Missione Goldfinger", essendo entrambi lunghi 111 minuti. Dal 2008 in poi,con i suoi 106 minuti di proiezione, "Quantum of Solace" è il film più corto della saga.
Nella scena della mancata uccisione di Bond da parte del sicario Dent, che spara sei colpi alla sagoma che intravede sotto le coperte nella camera della spia, 007 successivamente spara al nemico un colpo alla schiena, e dopo che questi è stramazzato a terra scarica gli altri cinque colpi della sua pistola addosso all'uomo. Questo era molto coerente con il personaggio come era sulla pagina, spesso crudele e tendente al sadismo. I censori ridussero i colpi sparati a due, e la decisione giovò al personaggio, rendendolo meno cinico; in America incassò 16 milioni di dollari dell'epoca, buona cifra ma lontana dai risultati dei film successivi, come in proporzione accadde anche in Europa.
In Italia il film uscì col titolo "007. Licenza di uccidere".

domenica 4 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 ottobre.
Il 4 ottobre 1992 il piccolo Simone Allegretti, quattro anni, figlio del gestore di un distributore di benzina, scompare a Maceratola, nella campagna tra Foligno e Bevagna, in Umbria. Comincia una disperata ricerca ed un dramma, quello che vedrà come protagonista il cosidetto mostro di Foligno, destinato a concludersi soltanto nove mesi dpo con un bilancio atroce: due bambini assassinati.
Il cadavere di Simone, nudo, coperto di sangue, soffocato e poi accoltellato alla gola, viene trovato due giorni dopo in una scarpata nei boschi del folignate. Poco prima, in una cabina telefonica di Foligno, era stato trovato un biglietto: lo firma “Il mostro”, è scritto con il normografo su di un foglio bianco. Dice: “Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentíto ora anche se non mi fermerò qui. Il corpo di Simone si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. E’ nudo e non ha l'orologio con cinturino nero e quadrante bianco”.
Segue un post scriptum: “PS.: non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti. Saluti, al prossimo omicidio”.
Il 7 ottobre i primi risultati dell’autopsia rilevano che Simone è morto per “asfissia da soffocamento”, non ha subito atti di violenza carnale, ma atti di libidine. Sul collo ci sono sei ferite provocate con un oggetto da punta e taglio. Il 10 ottobre arriva a Foligno il superpoliziotto Achille Serra. Sull’assassino viene messa una taglia ed è ativato un numero telefonico. Il 13 ottobre a quel numero il mostro si fa vivo. Di telefonate ne farà 12 prima di essere catturato quattro giorni dopo: è Stefano Spilotros, 22 anni, agente immobiliare di Rodano, in provincia di Milano. Il 18 ottobre, nel corso di una trionfalistica conferenza stampa a Milano, il questore Serra e i magistrati perugini annunciano che il caso è chiuso. L’assassino di Simone ha un volto ed un nome. Trascorrono appena ventiquattrore e cominciano i primi dubbi sulle accuse che si è rivolto Spilotros. Troppi i particolari inesatti e le contraddizioni. Oltretutto diverse persone, parenti ed amici del giovane, giurano che Stefano era con loro quella domenica. Ad una polizia non troppo esperta nella gestione dell’omicidio - o forse solo troppo “innamorata” di un colpevole autoconfezionato - si aggiungono due magistrati di Perugia, che nell’immediatezza dell’arresto si lasciano ad andare ad una dichiarazione perlomeno incauta: “Abbiamo raccolto indizi numerosi, pesanti e gravi a carico del fermato che è accusato di omicidio volontario, atti di libidine e sequestro di persona”. Uno dei due magistrati è il sostituto procuratore Fausto Cardella che anni dopo manderà a processo Giulio Andreotti per l’omicidio Pecorelli (assoluzione definitiva). Saranno necessari altri 12 giorni e l’esumazione del cadavere del piccolo Simone per accorgersi che Stefano Spilotros è solo un mitomane. E che gli indizi “numerosi, pesanti e gravi” in realtà non esistono. Ma occorrerà soprattutto un nuovo, beffardo, messaggio del mostro che scagiona l’arrestato e chiede nuovamente “aiuto”. Una figura investigativa davvero barbina per inquirenti e magistrati. Il 2 novembre, Cardella è costretto a chiedere al Gip del tribunale di Perugia la scarcerazione di Spilotros. Come lo stesso rivelerà, si era accusato dell’omicidio perché abbandonato dalla sua fidanzata.
Il clima di isteria creatosi attorno al delitto di Foligno spinge l’operaio Giampaolo Marsili, 31 anni, di Cingoli (Macerata), afflitto da un forte esaurimento nervoso, ad impiccarsi. Prima di farlo lascia un biglietto con scritto: “Sono io il mostro, perdonatemi”.
L’omicidio di Simone Allegretti richia di finire nell’immenso archivio italiano dei delitti insoluti, se il vero mostro di Foligno non decidesse di farsi catturare: il 7 agosto 1993, dieci mesi dopo il primo omicidio, ne commette un altro. E’ un delitto frettoloso, quello di un altro bambino, ma più grande di Simone. Lorenzo Paolucci ha infatti 13 anni. Il suo cadavere, pugnalato al collo, viene trovato in una boscaglia vicina alla villetta dove abita Luigi Chiatti, un geometra di 24 anni, figlio adottivo di un medico molto noto a Foligno.
Chiatti non vede l’ora di confessare i suoi due delitti. E' un giovane solitario, schivo, con un passato di sofferenze. Ai magistrati racconterà di provare una forte attrazione per i bambini e anche un’invidia nei loro confronti.
Il 1 dicembre 1994 comincia il processo a suo carico. Chiatti deve rispondere di diversi capi di imputazione: l'omicidio di Simone Allegretti, aggravato dall'averlo sottoposto a sevizie e dall'aver agito per motivi abietti; l’omicidio, questa volta premeditato, di Lorenzo Paolucci, con l'ulteriore aggravante di aver agito “con crudeltà e per motivi abietti”. L'imputato è inoltre accusato di aver sequestrato il piccolo Simone e di aver compiuto su di lui atti di libidine violenti; deve infine rispondere di aver occultato i due cadaveri.
Il 28 dicembre Luigi Chiatti viene condannato a due ergastoli.
Ma la vicenda non è conclusa: l’11 aprile 1996 la corte d’Assise d'’Appello di Perugia riforma la sentenza di primo grado, lo ritiene seminfermo di mente e lo condanna a 30 anni di reclusione. Determinante si rivelerà la testimonianza di un giovane che aveva trascorso diversi anni in befotrofio con Chiatti il quale racconterà di violenze sessuali subite da entrambi da parte di un prete. A pena espiata Chiatti dovrà essere ricoverato in una casa di cura in custodia per almeno 3 anni. Il 4 marzo 1997 la Cassazione confermerà la sentenza.
La pena detentiva di Luigi Chiatti, prima del ricovero in casa di cura, è terminata nel settembre 2015.
Per lui è stato disposto l'internamento per almeno altri tre anni in una Rems (tipo di struttura che dal 2015 ha sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari) in Sardegna. Nel 2018, a seguito di valutazione del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, la permanenza di Chiatti presso la Rems è stata prorogata di due anni.

sabato 3 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.
Il 3 ottobre 1866 viene siglato il Trattato di Vienna, che pone fine alla Terza Guerra d'Indipendenza Italiana.
Quando il 17 marzo 1861, a seguito dell’Impresa dei Mille, il re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia, il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo. Da un lato, infatti, il Veneto, il Trentino e Trieste appartenevano ancora all'Austria e dall'altro Roma era saldamente nelle mani di papa Pio IX.
Per completare l’unità d’Italia era necessario trovare nuovi alleati. In quegli anni il Regno di Prussia aspirava a diventare la principale potenza del mondo germanico. Entrò quindi in contrasto con l’Austria. Nell’aprile del 1866 Italia e Prussia stipularono un trattato che prevedeva la guerra contro l’Austria. L’Italia avrebbe ottenuto in cambio il Veneto.
Poco dopo, nel giugno del 1866, la Prussia attaccò l’Austria, e subito l’Italia si schierò al suo fianco: iniziava così la terza guerra d’indipendenza. L’esercito italiano era numerosissimo, ma male armato e poco organizzato.
A Custoza fu duramente sconfitto. Il governo italiano cercò di rifarsi della brutta figura, e volle ingaggiare una battaglia navale a Lissa, un’isola di fronte alla Dalmazia, nel mare Adriatico. La flotta italiana, benché superiore come mezzi, subì gravi perdite e due grandi corazzate furono affondate. Il comandante Persano fu destituito e degradato. Nonostante le sconfitte italiane, l’esito della guerra fu positivo, grazie alla vittoria dei Tedeschi sugli Austriaci a Sadowa (luglio 1866).
Solo Garibaldi riuscì a tenere alto l’onore italiano. Dopo aver battuto gli Austriaci a Bezzecca, prese a dirigersi verso Trento. Ma nell’agosto del 1866 venne firmata la pace, e Garibaldi ricevette l’ordine di fermarsi. A quest’ordine Garibaldi, per nulla d’accordo, rispose con un celebre telegramma di una sola parola: “Obbedisco”. In base agli accordi stabiliti in precedenza, l’Austria fu costretta a cedere il Veneto all’Italia.
Trento e Trieste restavano però all’Austria.
Il papa, Pio IX, era rimasto profondamente dispiaciuto dalla diminuzione del suo Stato. Ma c’era di più. Tutto il Risorgimento appariva ostile ed inaccettabile agli occhi della Chiesa. Nel 1864 il Papa pubblicò il Sillabo degli errori del tempo: si trattava di un elenco di tutte le idee che la Chiesa considerava sbagliate. In sintesi la Chiesa condannava tutte quelle riforme che dalla Rivoluzione francese si erano diffuse in Italia ed in Europa:
-          la libertà di pensiero, di stampa e d’espressione;
-          il principio di sovranità popolare;
-          la separazione della Chiesa dallo Stato.
Il Sillabo approfondì il divario fra i liberali ed i cattolici. Tra i liberali crebbe il numero degli anticlericali, cioè di coloro che erano contrari al clero ed alla Chiesa. I cattolici liberali, che nei decenni precedenti avevano contato grandi personalità come Manzoni e Gioberti, si trovarono isolati e senza appoggi da parte della Chiesa.
La Chiesa cattolica non riconobbe il nuovo Stato italiano
Particolarmente sentita  era la questione romana: cioè il problema che riguardava l’annessione di Roma all’Italia. La città era considerata la naturale capitale d’Italia. Ma i cattolici erano contrari ad un attacco allo Stato pontificio.
Soprattutto Napoleone III non voleva dispiacere ai cattolici francesi, e si era impegnato fin dal 1849 a difendere la sede papale. Il governo italiano doveva per forza adeguarsi all’imposizione del suo principale alleato. Nel 1864 fu stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, un trattato in base al quale l’Italia rinunciava ad ogni pretesa su Roma. Per dimostrare di aver accettato definitivamente questa situazione, il governo decise anche di spostare la capitale del regno da Torino a Firenze.
La conquista di Roma era sostenuta con particolare energia da Giuseppe Garibaldi. Questi aveva un enorme seguito fra le masse popolari: il suo motto era: << O Roma, o morte! >>. I volontari garibaldini tentarono più volte di entrare in Roma. Nel 1862 furono bloccati dall’esercito italiano mentre si organizzavano in Aspromonte. Nel 1867 l’armata francese intervenne direttamente per respingere a Mentana un nuovo attacco.
L’unità era ancora da portare a termine: la questione romana venne inizialmente affrontata senza successo.
Anche per Roma la soluzione venne dalla mutata situazione internazionale. Nel 1870 scoppiò la guerra franco-prussiana, e la vittoria tedesca portò al crollo dell’Impero di Napoleone III. Ne approfittò il governo italiano, che si sentì libero di agire.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri italiani entrarono in Roma e la occuparono dopo brevissimi combattimenti. Dopo circa 12 secoli, lo Stato della Chiesa non esisteva più. Pio IX si rifugiò nei Palazzi Vaticani e dichiarò di essere prigioniero.
Pochi mesi dopo, nel 1871 Roma fu proclamata capitale d’Italia. Nel maggio dello stesso anno il Parlamento italiano votò una legge che regolava il rapporto tra Stato e Chiesa. Questa legge, detta legge delle guarentigie, cioè delle garanzie, stabiliva:
-          l’assegnazione al Papa dei palazzi del Vaticano e del Laterano, oltre ad alcune residenze nei dintorni di Roma. A questi edifici veniva riconosciuta l’extraterritorialità. Formavano cioè uno Stato indipendente, la Città del Vaticano, di cui il Papa era il capo;
-          l’impegno da parte dello Stato italiano a versare ogni anno una somma di denaro adeguata al mantenimento della Città del Vaticano;
-          il riconoscimento per la Chiesa cattolica dell’assoluta libertà di organizzazione e di propaganda all’interno dello Stato italiano.
Ma il Papa rifiutò il riconoscimento dello Stato italiano, e quindi della legge delle guarentigie. Ribadì d’essere prigioniero in Vaticano, scomunicò il Re, il governo italiano e vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica nazionale. Persino di andare a votare.
Da quel momento, per circa cinquant’anni, i cattolici furono impegnati soprattutto in attività culturali o sociali, in aiuto dei più poveri. Bisognerà attendere il 1919 prima di veder nascere un partito cattolico.

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