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giovedì 27 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 Buongiorno, oggi è il 27 gennaio.
Il 27 gennaio 1897 il fisico britannico Joseph Thompson scopre l'esistenza dell'elettrone.
Oggi parlare di elettroni è quasi una cosa scontata. Nelle scuole superiori gli studenti li disegnano sulla lavagna e ne studiano la carica e la massa. Nel frattempo, nei laboratori di mezzo mondo gli scienziati sono al lavoro per spaccarli in due e studiare le quasiparticelle risultanti. Ma 120 anni fa, quando il fisico inglese Joseph John Thomson annunciò di aver trovato un corpuscolo subatomico, la comunità scientifica lo guardò come se fosse un folle. Già, perché scoprire una particella che nessuno aveva mai visto prima ti mette addosso una certa tensione.
Il giovane JJ era nato nel 1856 a Cheetham Hill, vicino Manchester, e come tutti i grandi della scienza dimostrò fin da subito di avere una mente brillante. Accantonata l’idea di diventare un ingegnere, Thomson si laureò in matematica nel 1883 e bruciò le tappe diventando professore a Cambridge nel 1884. Con una carriera così, non sorprende che la comunità scientifica gli abbia assegnato il premio Nobel nel 1906. Il motivo? I suoi grandi meriti nello studio teorico e sperimentale delle correnti elettriche nei gas.
È il caso di fare un passo indietro per capire come abbia fatto JJ a dimostrare l’esistenza degli elettroni. Lo scienziato era rimasto folgorato dagli esperimenti condotti sui raggi catodici generati all’interno dei tubi di Crookes. Questi ultimi sono dei cilindri di vetro quasi sottovuoto dove la corrente elettrica circola generando fasci di luce visibile. Applicando dei campi magnetici, gli scienziati potevano deviare i raggi e dedurre la natura delle particelle, ma dai primi calcoli diffusi dal fisico Arthur Schuster risultava che la loro massa era mille volte inferiore rispetto a quella dell’ atomo di idrogeno.
I calcoli di Schuster vennero considerati errati dato che, alla fine del XIX secolo, la scienza pensava ancora che gli atomi fossero particelle indivisibili alla base di tutta la materia. L’esistenza di un’entità mille volte più leggera era un vero paradosso. Ma non per Thomson, che il 30 aprile 1897 si decise a presentare la propria teoria sui raggi catodici in occasione di una discussione pubblica presso la Royal Institution.
Secondo il fisico inglese, i risultati di Schuster non erano affatto errati: riproducendo l’esperimento del tubo catodico, Thomson fu in grado di dimostrare che effettivamente esistevano delle particelle con così poca massa che generavano una corrente di carica negativa. Per di più, la natura della corrente catodica restava inalterata a prescindere dal tipo di atomi utilizzati nel tubo.
In un primo momento, l’insistenza di Thomson su quell’argomento venne considerata quasi come un capriccio intorno a un fenomeno che la maggior parte degli scienziati considerava di scarso interesse. Per fortuna il fisico inglese – che nel frattempo si era costruito una fama solida e inattaccabile – riuscì a fare breccia nello scetticismo e dimostrare che l’atomo non era affatto indivisibile e che esistevano dei corpuscoli ben più piccoli in grado di generare una corrente elettrica. Il premio Nobel se lo è davvero meritato.
Joseph Thomson muore il 30 agosto 1940. Il suo corpo riposa nell'abbazia di Westminster, accanto a quello di Isaac Newton.
Oggi sappiamo che l'atomo è composto principalmente da tre tipologie di particelle subatomiche (cioè di dimensioni minori dell'atomo): i protoni, i neutroni e gli elettroni.
i protoni (carichi positivamente) e i neutroni (privi di carica) formano il "nucleo" (carico positivamente); protoni e neutroni sono detti quindi "nucleoni";
gli elettroni (carichi negativamente) sono presenti nello stesso numero dei protoni e ruotano attorno al nucleo senza seguire un'orbita precisa (l'elettrone si dice quindi "delocalizzato"), rimanendo confinati all'interno degli orbitali (o "livelli energetici").
In proporzione, se il nucleo atomico fosse grande quanto una mela, gli elettroni gli ruoterebbero attorno ad una distanza pari a circa un chilometro; un nucleone ha massa quasi 1800 volte superiore a quella di un elettrone.

mercoledì 26 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 gennaio.
Il 26 gennaio 2006 la Western Union americana, ultima tra le grandi compagnie di comunicazioni USA, cessa il suo servizio di telegrafia.
Il telegrafo è stato il primo sistema di comunicazione in grado di trasmettere l'informazione quasi istantaneamente su distanze geografiche. Prima dell'avvento del telegrafo l'unica forma di comunicazione possibile era l'invio fisico di corrispondenza, che per esempio tra Milano e Roma richiedeva non meno di molte ore anche con il treno, da poco inventato. Tra Milano e New York occorrevano settimane tra trasporto via terra e navigazione transoceanica. Lo scambio di idee era lento, ma in linea con un'epoca in cui ancora i ritmi di vita erano ben diversi da quelli frenetici odierni, con telefono, internet, televisione globale e notizie che giungono entro pochi minuti da un capo all'altro del mondo a costi minimi.
Per un privato cittadino inviare un telegramma comportava l'andare all'ufficio poste e telegrafi, compilare un modulo con il testo da trasmettere e pagare un importo proporzionale al numero di parole scritte. Il destinatario riceveva a domicilio il messaggio al massimo entro poche ore per invii nazionali, ma poteva anche richiedere qualche giorno se il destinatario si trovata all'altro capo del mondo, raggiunto solo da linee secondarie. Le agenzie giornalistiche disponevano di terminali telegrafici all'interno delle sedi, in modo da poter ricevere ed inviare rapidamente la corrispondenza con gli inviati. Non è un caso se la nascita e l'espansione delle agenzie di stampa è concomitante a quella del telegrafo.
All'inizio del novecento il globo era ormai coperto da una fitta rete di cavi telegrafici terrestri e sottomarini, e si poteva incominciare timidamente a parlare di informazione globale.
La necessità di comunicare è sempre stata presente in ogni civiltà ed in ogni epoca. Già gli antichi greci impiegavano falò per comunicare. Per la comunicazione diurna sono stati impiegati segnali sonori, sia di strumenti a fiato (corni) che percussioni (tamburi, tam-tam). Per distanze ancora maggiori sono stati impiegati i segnali di fumo, comunemente associati agli Indiani d'America.
Al tempo dell'Antica Roma operò una fitta rete di corrieri che trasportavano lungo le strade consolari le tavolette di cera con incisi i messaggi.
Un altro mezzo, particolarmente usato in ambito militare in diverse epoche, fu il piccione viaggiatore.
Verso la fine del diciottesimo Claude Chappe e fratello lavorarono allo sviluppo di un sistema telegrafico basato su una catena di semafori. Nel 1793 presentarono al pubblico il modello definitivo: su una torre era installato un braccio rotante che portava alle estremità due bracci minori; il tutto era manovrabile per assumere configurazioni standardizzate corrispondenti a lettere, numeri e ordini di servizio. Da una postazione successiva, distante molti chilometri, un addetto dotato di binocolo osservava il messaggio per poi ripeterlo alla prossima stazione.
Il sistema ebbe successo e nei decenni seguenti si sviluppò una rete di centinaia di semafori che collegavano Parigi con le zone periferiche della Francia e oltre, seguendo l'espansione dell'impero napoleonico. Lo stesso Napoleone Bonaparte, consapevole dell'importanza delle comunicazioni in campo militare, commissionò stazioni semaforiche mobili da installare sui campi di battaglia.
Fino alla prima metà del XIX secolo la corrispondenza era esclusivamente cartacea ed era recapitata dai servizi postali. Le missive viaggiavano su regolari servizi di corriere, che avevano tratto beneficio dallo sviluppo della rete di strade postali nel settecento. I tempi era però lunghi, si parlava di giorni, settimane o anche mesi per la corrispondenza intercontinentale.
Negli Stati Uniti, in seguito alla scoperta dell'oro in California nel 1848, si sviluppò un sistema di corrieri specializzati nel collegamento tra le due coste, atlantica e pacifica: il Pony express, istituito nel 1860.
Insomma, la richiesta di comunicazione era elevata e diversi studiosi ed inventori si erano cimentati nell'impresa, ma con i risultati più diversi.
Negli anni quaranta il successo arriva finalmente per Samuel Morse, che inventa un sistema telegrafico elettrico impiegante un unico filo, ed inventa uno speciale codice, il Codice Morse, che permette di codificare le lettere alfabetiche in sequenze di impulsi di diversa durata (punti e linee).
Egli riesce a brevettare la sua invenzione negli Stati Uniti ed ottenere il supporto del governo e il 24 maggio 1844 si ha la prima trasmissione ufficiale tra le città di Washington e Baltimora. In breve tempo il sistema comincia a diffondersi in ogni continente formando una fitta rete, grazie anche a ulteriori perfezionamenti quali l'introduzione degli isolatori in vetro o ceramica, il filo di rame al posto del ferro ed il sistema ''duplex'', che consentirono di aumentare la lunghezza delle tratte ed aumentarne l'efficienza. Si forma anche una classe di operatori specializzati, alcuni dei quali arrivavano a digitare il codice Morse ad una velocità di 80-100 caratteri al minuto.
I nodi della rete, gli uffici telegrafici intermedi (Relais), provvedevano ad instradare i messaggi sulle giuste tratte fino a destinazione. Da notare che il lavoro veniva svolto a mano: i messaggi ricevuti erano letti e, in base alla destinazione, consegnati all'impiegato che li ritelegrafava sul tratto successivo. Il sistema venne parzialmente automatizzato con l'introduzione del nastro perforato e dei trasmettitori automatici.
Oltre ai messaggi privati, sulla rete telegrafica viaggiavano le notizie dei corrispondenti ai giornali: è l'epoca in nascono le agenzie di stampa, prime fra tutte la Reuters.
In Italia l'introduzione del sistema telegrafico avviene nel 1852, nel Regno delle Due Sicilie.
Le reti, per quanto estese, coprivano però solo la terraferma: la comunicazione tra continenti avveniva ancora via nave. I telegrammi giungevano all'ufficio postale del porto, qui venivano trascritti su carta, condotti a destinazione per mare e qui di nuovo telegrafati fino a destinazione. Ed il viaggio poteva richiedere settimane.
Il primo esperimento di posa di un cavo sotto il mare venne effettuato nel 1845 all'interno della baia di Portsmouth dalla ditta S.W. Silver & Company. il cavo era lungo un miglio ed isolato con gomma naturale (''Gutta percha''). Nel 1850, ad opera della ditta Submarine Telegraph Co viene posato il primo cavo attraverso La Manica da Dover a Calais, ma rimase operativo per soli tre giorni, fino a che non fu tranciato per errore da un pescatore.
Negli anni seguenti si sviluppò una rete di cavi sottomarini tra le coste europee e mediterranee, sotto i canali, tra le isole e anche sotto alcuni grandi fiumi. Nel contempo migliorava la tecnologia dei conduttori e dei rivestimenti, nonché il know-how relativo alla posa e riparazione. Furono allestite navi speciali adibite al ripescaggio e riparazione dei cavi.
In Italia nel 1854 furono realizzati i primi collegamenti tra il continente, Corsica e Sardegna.
Gli stati del Commonwealth britannico furono interconnessi da una fitta rete, ed in particolare si ricorda la lunga tratta sottomarina Londra-Bombay via Porthcurno, Gibilterra, Malta e Suez.
Mancava ancora un tassello fondamentale: il collegamento tra Europa e Nord America attraverso l'oceano atlantico. Questa opera fu una vera e propria epopea, un'impresa di estrema complessità tecnica ed amministrativa. Si pensi all'enorme matassa di cavo, migliaia di chilometri da fabbricare, trasportare, caricare nella stiva delle navi, da calare lentamente in mare per settimane, magari nel mezzo di una tempesta. Il considerevole costo fu coperto con emissioni di obbligazioni e con contributi pubblici.
Il primo tentativo fu effettuato nel 1858 tra Irlanda e Terranova, 2200Km di cavo posati da due navi salpate dalle coste e destinate ad incontrarsi a metà strada. I lavori furono ostacolati da molte difficoltà e furono interrotti più volte. Al termine il cavo operò per circa tre mesi prima di guastarsi.
Il collegamento definitivo fu realizzato tra il 1865 e il 1866 dalla ditta Atlantic Telegraph Co, utilizzando il transatlantico Great Eastern riadattato come nave posacavi. Europa ed America potevano finalmente comunicare in tempo reale.
La telegrafia attraverso i migliaia di chilometri di cavo atlantico è però ben diversa da quella ordinaria; il segnale risulta enormemente attenuato a causa della legge di Ohm e gli impulsi dilatati nel tempo e confusi a causa di induttanza e capacità del cavo. La trasmissione doveva essere quindi molto lenta e la ricezione effettuata con sensibili galvanometri. Diversi ingegneri operarono per migliorare la tecnica della telegrafia sottomarina, uno tra i quali fu Michael Pupin, che diede il nome alla tecnica della pupinizzazione.
Nonostante l'avvento della radio e dei satelliti il cavo sottomarino è ancora oggi ampiamente utilizzato, anche se in fibra ottica e per comunicazioni digitali.
Nel 1897 Guglielmo Marconi presentò il brevetto della radio ed entro il 1907 vennero stabilite le prime comunicazioni transoceaniche sufficientemente affidabili. Le prime radio non erano ancora in grado di trasmettere la voce ma erano più idonee ed inviare semplici segnali acceso/spento, quindi ideali per il codice Morse. Uno svantaggio dei primi sistemi radio era l'assenza della sintonia e quindi dei canali. Qualunque segnale trasmesso veniva ricevuto da tutte le stazioni a portata di segnale, con gravi problemi di riservatezza e volume di messaggi inviabili. In compenso era evidente la possibilità di installare una stazione anche sulle navi, cosa che permise la trasmissione della richiesta di soccorso da parte del Titanic, captata dal Carpathia, che così potè intervenire in soccorso.
Questo evento disastroso ha reso evidente l'utilità del mezzo radiotelegrafico in mare, il cui uso è stato disciplinato per la prima volta dalla conferenza internazionale di Londra del 1914 sulla sicurezza marittima.
La continua ricerca volta ad aumentare la velocità delle trasmissioni riducendo nel contempo i costi ha portato allo sviluppo, negli anni '20, della telescrivente. Si trattava di una macchina simile alla macchina da scrivere, su cui l'operatore componeva il testo da inviare. I caratteri digitati venivano automaticamente codificati secondo un codice a cinque bit, il codice Baudot. Il testo ricevuto veniva stampato su un foglio di carta. Negli anni '30 iniziò a svilupparsi una rete di telecomunicazione specifica per le telescriventi, in grado di commutare automaticamente le comunicazioni: la rete Telex.
Al giorni d'oggi la telegrafia è passata in secondo piano, retrocessa dell'avvento del telefono prima e del digitale poi.
A partire da 1 febbraio 1999 l'utilizzo della telegrafia Morse non è più obbligatorio in ambito marittimo, in favore della tecnologia digitale GMDSS.
L'utilizzo di questo mezzo è però portato avanti con passione dai radioamatori, i quali sostengono che questa tecnologia è molto efficace rispetto al parlato nelle comunicazioni a lunga distanza, anche con trasmettitori di bassa potenza.
Naturalmente è sempre possibile andare all'ufficio postale ed inviare un telegramma. Questo però da molti decenni non è più trasformato in codice Morse da un operatore, ma è composto su una tastiera ed inviato, fino al 2001, con il sistema Telex, oggi con il servizio Teltex di Poste Italiane.
Dal 21 giugno 2013 l'India, uno degli ultimi paesi ad usarlo, ha messo in pensione il telegramma.

martedì 25 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 gennaio.
Il 25 gennaio 1939 nasce a Milano Giorgio Gaberscik.
Adolescente, per curare il braccio sinistro colpito da paralisi, a 15 anni inizia a suonare la chitarra. Dopo aver conseguito il diploma in ragioneria frequenta la facoltà di Economia e Commercio alla Bocconi pagandosi gli studi con i guadagni provenienti dalle serate in cui suona al Santa Tecla, famoso locale milanese. Conoscerà qui Adriano Celentano, Enzo Jannacci e Mogol; quest'ultimo lo invita alla Ricordi per un'audizione: è lo stesso Ricordi a proporgli di incidere un disco.
Comincia una brillante carriera con "Ciao, ti dirò", scritta con Luigi Tenco. Sono degli anni successivi le indimenticabili "Non arrossire", "Le nostre serate", "Le strade di notte", "Il Riccardo", "Trani a gogò", "La ballata del Cerruti", "Torpedo blu", "Barbera e champagne".
Nel 1965 sposa Ombretta Colli. Partecipa inoltre a quattro edizioni del Festival di Sanremo (con "Benzina e cerini", 1961; "Così felice", 1964; "Mai mai mai Valentina", 1966; "E allora dai", 1967), oltre a condurre vari spettacoli televisivi; nell'edizione 1969 di "Canzonissima" propone "Com'è bella la città", uno dei primi brani che lasciano intravedere il successivo cambio di passo.
Nello stesso periodo, il Piccolo Teatro di Milano gli offre la possibilità di allestire un recital, "Il signor G", il primo di una lunga serie di spettacoli musicali portati in teatro che alternando canzoni a monologhi trasportano lo spettatore in una atmosfera che sa di sociale, politica, amore, sofferenza e speranza, il tutto condito con un'ironia tutta particolare, che smuove risate ma anche la coscienza.
«Credo che il pubblico mi riconosca una certa onesta' intellettuale. Non sono ne' un filosofo ne' un politico, ma una persona che si sforza di restituire, sotto forma di spettacolo, le percezioni, gli umori, i segnali che avverte nell'aria.»
Negli anni pubblica i seguenti album, tratti dai suoi spettacoli:
- Far finta di essere sani (1972)
- Libertà obbligatoria" (1976)
- Polli d'allevamento (1978)
- Il grigio (1989)
- E pensare che c'era il pensiero (1995)
- Un'idiozia conquistata a fatica (1998)
sono i suoi lavori più significativi.
Dopo gli album dedicati esclusivamente alla registrazione integrale dei suoi spettacoli, torna al mercato discografico ufficiale con l'album "La mia generazione ha perso" (2001) che include il singolo "Destra-Sinistra": ironico, con le solite graffianti insinuazioni, è un brano decisamente attuale, visto il periodo pre-elettorale in cui esce.
Già segnato dalla malattia, Gaber compare nello stesso anno in due puntate del programma 125 milioni di caz..te di e con il vecchio amico Adriano Celentano, insieme ad Antonio Albanese, Dario Fo, Enzo Jannacci e lo stesso Celentano in una surreale partita a carte: i cinque cantano insieme "Ho visto un re". Il successo di quelle serate lo spinge a mettersi al lavoro per un nuovo disco, ad appena sei mesi di distanza dall'uscita dell'ultimo lavoro.
Io non mi sento italiano, però viene pubblicato postumo: da tempo malato di cancro, Giorgio Gaber si spegne nel pomeriggio del giorno di Capodanno del 2003 nella sua casa di campagna a Montemagno. Il corpo riposa nel famedio del Cimitero Monumentale di Milano, secondo il volere della moglie Ombretta Colli.
La Fondazione Giorgio Gaber nel 2004 ha creato in suo onore il Festival teatro canzone Giorgio Gaber. Hanno partecipato a questa manifestazione tra i più importanti artisti italiani che hanno riproposto nelle varie edizioni i brani di Giorgio Gaber.
Il 13 novembre 2012 viene pubblicato l'album tributo "Per Gaber... io ci sono", un cofanetto composto da 3 CD contenente canzoni dell'artista interpretate da 50 artisti italiani.
Il 21 gennaio 2013 in occasione del decennale dalla sua scomparsa e a pochi giorni da quello che sarebbe stato il 74º compleanno, Fabio Fazio ha condotto uno speciale di Che tempo che fa intitolato "G di Gaber", un omaggio-tributo in cui gli amici di sempre del musicista e non, lo hanno ricordato interpretando le sue più celebri canzoni. Fra gli altri, hanno preso parte Enzo Iacchetti, Claudio Bisio (che ha duettato con Paolo Jannacci), lo stesso Sandro Luporini, Roberto Vecchioni, Patti Smith, Paolo Rossi, Luca e Paolo, Rossana Casale, la moglie Ombretta Colli e tanti altri.

lunedì 24 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 gennaio.
Il 24 gennaio 1989 il serial killer Ted Bundy viene giustiziato sulla sedia elettrica nello Stato della Florida.
Ted Bundy è uno dei più famosi serial killer della storia. Le sue gesta sono state raccolte in numerosi libri (su tutti "Ted Bundy: Conversazioni con un Assassino" di Ann Rule) e in un film ("Ted Bundy"). Con quella sua faccia da bravo ragazzo, i modi gentili e la personalità affascinante, l'insospettabile Ted Bundy ha dato del filo da torcere alle forze di polizia per ben quattro anni, tra il 1974 e il 1978, durante i quali il terrore è sceso sugli Stati Uniti, dallo Utah alla Florida.
Il caso è oggi chiuso, il colpevole ha pagato per il male che ha fatto, ma ci sono dei dubbi che rimarranno in sospeso forse per sempre: quante sono state le vittime di Bundy? In sede di tribunale l'omicida ne ha confessati 28, ma secondo gli inquirenti potrebbero essere tra i 36 e i 52. Secondo i giornalisti Ted Bundy si sarebbe macchiato di 100 omicidi.
La mattina del 4 gennaio 1974, i coinquilini di Joni Lenz, 18enne, si recano preoccupati nella sua camera da letto. Sono 24 ore che la ragazza non si fa viva, potrebbe stare poco bene e necessitare aiuto..
Joni ha fin troppo bisogno di aiuto.
La giovane donna è stata violentata e malmenata con una doga del letto che l'aggressore le ha poi infilato con violenza nella vagina.
Joni è in coma ma i soccorsi arrivano presto, si salverà. Seppur segnata per tutta la vita, Joni è stata relativamente fortunata: è stata la prima vittima di Ted Bundy ed è sopravissuta.
Theodore Robert Cowell nasce il 24 novembre del 1946, presso l'Elizabeth Lund Home, una clinica del Vermont che ospita giovani ragazze rimaste incinte da compagni occasionali. La madre di Ted si chiama Louise Cowell, il padre biologico invece è un anonimo ufficiale dell'Areonautica militare, fuggito lontano.
Inizialmente Louise decide di lasciare il figlio all'istituto, ma tre mesi più tardi si ripresenta spacciandosi per la sorella maggiore di Ted, e lo porta con sé in un piccolo paesino vicino a Philadelphia.
Per evitare il giudizio negativo dei paesani è stata architettata la storia della sorella maggiore, e Ted crescerà con la convinzione che sua madre è sua sorella, che i suoi nonni sono i suoi genitori.
All'età di quattro anni, Ted e Louise si trasferiscono a Tacoma, per vivere con altri parenti. È qui che Louise si innamora di un cuoco militare, Johnnie Culpepper Bundy. La coppia si sposa nel 1951 e avrà 4 figli. Ted prenderà come loro il cognome del patrigno, diventando definitivamente Theodore Robert Bundy.
Nonostante gli sforzi del buon Johnnie, Ted non si affezionerà mai al patrigno, vedendolo solo come il marito di sua sorella. Il patrigno cerca di coinvolgerlo nelle classiche attività padre-figlio americane: la pesca, il campeggio fuori porta, lo sport, ma non c'è niente da fare. Più sono grandi gli sforzi e più Ted si allontana emotivamente da Johnnie. Durante il corso degli anni questo sentimento si evolverà e Ted comincerà a preferire la compagnia di se stesso, diventerà negato nelle interazioni sociali con gli altri, tanto che, molto timido, a scuola sarà uno dei bersagli preferiti dei bulletti.
La svolta per Ted potrebbe arrivare con gli anni del Liceo, quando il ragazzino timido si trasforma in un giovane leader. Il giovane è cambiato, la sua personalità è mutata da introversa a dominante, ha cominciato a commettere piccoli furti senza provare nessun rimorso (cosa comune a tutti gli psicopatici che sono potenziali serial killer). La sua popolarità aumenta significativamente di giorno in giorno, viene considerato da tutti un tipo ben vestito e molto simpatico. Nonostante ciò, Ted raramente sta con gli altri, è molto più attratto dallo studio (ottimi i suoi voti) e dalle attività extra scolastiche come la politica e lo sci.
Un altro limite di Ted è che non riesce a portare a termine nessun progetto. Innumerevoli saranno i lavori da lui intrapresi, dal cameriere al lustrascarpe. I datori non lo considerano una persona affidabile e ogni lavoro finisce male.
La vita di Ted cambia improvvisamente tra il 1967 e il 1969, con l'arrivo dell'amore. Il giovane si infatua profondamente di una bellissima ragazza, Stephanie Brooks: ricca californiana di buona famiglia. Lui farà di tutto per farla innamorare quanto lui lo è di lei, ma le donne sanno essere molto crudeli. Stephanie si convince piano piano che Ted non ha un futuro o una meta prefissata, non ha il carattere per essere un buon marito, non è all'altezza per stare con lei.
Così malgrado gli sforzi del ragazzo, che per sorprenderla ottiene anche una borsa di studio in una prestigiosa Università Californiana, Stephanie raggiunta la laurea tronca ogni rapporto.
Ted non si riprenderà mai più da questo shock.
Nulla, incluso lo studio, avrà più un minimo interesse per lui. Ted abbandona tutto e cade in una profondissima depressione. Una fievole speranza gli apre uno spiraglio nel 1968: Bundy rintraccia la giovane, diventata per lui un'ossessione, ma lei lo respinge nuovamente.
E i colpi bassi non sono ancora finiti. Nel 1969 Ted entra in possesso di alcuni documenti del Vermont che gli aprono gli occhi sulle sue reali parentele. Scoprire a 23 anni che la propria sorella è in realtà la propria madre non deve essere molto bello, ma il comportamento di Bundy verso Louise non muterà di molto, cambierà nettamente però nei confronti del patrigno, ormai odiato profondamente.
A volte può succedere che ciò che la vita si è presa, alla fine te lo restituisca con gli interessi: la vita di Ted Bundy tra il 1969 e il 1973 è a dir poco perfetta.
Si re-iscrive all'Università, ai corsi di psicologia (senza molto successo) e legge. È amato da tutti i professori.
Si dedica finalmente alla politica ed entra nel comitato elettorale del partito repubblicano, prima come semplice volontario, poi come promessa del partito. Trova una ragazza madre, Elizabeth Kendall, che si innamora follemente di lui e che gli propone continuamente il matrimonio. Riceve una medaglia dalla polizia per aver salvato un bambino che stava affogando.
Infine, nel 1973, Ted riesce a portare a termine una vendetta premeditata da anni.
Durante un viaggio di lavoro in California, incontra nuovamente la sua vecchia ossessione, Stephanie Brooks. La ragazza è colpita dal cambiamento di Ted e si innamora di lui. Ted ne fa la sua amante, la fa innamorare sempre di più, fino a quando lei non gli chiede di unirsi in matrimonio. A questo punto, diabolicamente, Ted la lascia per sempre, sparendo come lei aveva fatto con lui cinque anni prima.
Compiuta la propria vendetta, Bundy precipita in una spirale di violenza senza pari.
Lynda Ann Healy, 21enne, era una giovane molto famosa. Bella, alta e magra, con capelli castani, un sorriso smagliante, laureata in psicologia, faceva l'annunciatrice radio per una località sciistica di Washington e la volontaria in un centro per bambini handicappati.
Il 1 febbraio 1974 Lynda svanisce nel nulla. I genitori non la ricevono a cena, al lavoro non si presenta, viene immediatamente richiesto l'intervento della polizia. Il letto non è stato fatto come suo solito, vengono trovate una goccia di sangue sul cuscino e una traccia di sperma sulla coperta, la porta che dà sul retro è aperta. Tutto ciò non basta a convincere la polizia sul fatto che sia avvenuto un atto violento e non vengono compiuti ulteriori rilevamenti.
Tra la primavera e l' estate dello stesso anno almeno cinque studentesse svaniscono improvvisamente e senza spiegazioni negli stati dello Utah, dell' Oregon e di Washington. Ogni caso è accomunato agli altri da diversi fattori: tutte le ragazze sono bianche, snelle, single, dai capelli lunghi con la riga in mezzo, portano pantaloni al momento della scomparsa, che avviene alla sera. In poche parole l'assassino colpisce qualsiasi ragazza che gli ricordi l'immagine di Stephanie Brooks.
Dagli interrogatori della polizia emerge che in occasione di ogni scomparsa, nei dintorni è stato avvistato uno sconosciuto, con un braccio o una gamba ingessati, che avvicina le ragazze chiedendo aiuto per trasportare libri o per montare sul suo maggiolino VolksWagen.
Il 17 giugno del 1974 la giovane Brenda Baker viene ritrovata morta in un parco. La causa della sua morte non può essere stabilita a causa dello stato pietoso del suo cadavere.
Ad agosto, nel parco del lago Sammamish, Stato di Washington, vengono rinvenuti i resti di alcune delle ragazze disperse. Sebbene i due corpi siano ridotti veramente male (sono presenti solo ciocche di capelli, cinque ossa della gamba, i crani ed un osso di mascella) la polizia riesce a identificare Janice Ott e Denise Naslund, scomparse il 14 luglio.
Il killer ha compiuto un grave errore avvicinando Janice durante un pic nic: come sempre ingessato, le ha chiesto aiuto per caricare la sua barca sul maggiolino, presentandosi con il suo vero nome, Ted. Delle persone lì vicino hanno ascoltato tutta la discussione e lo dicono subito agli investigatori.
La stessa sorte è toccata a Denise poche ore dopo. Le sue amiche non avevano voglia di aiutare quel ragazzo ingessato, ma Denise era sempre stata molto gentile...
Gli agenti brancolano disperatamente nel buio, nel frattempo Ted si sposta dallo stato di Washington allo stato dello Utah.
Midvale, il 18 ottobre 1974, Melissa Smith, figlia di un poliziotto locale, scompare nel nulla. Viene rinvenuta solo 9 giorni dopo, strangolata, sodomizzata e stuprata.
Non c'è un attimo di respiro, 13 giorni dopo Melissa, durante i festeggiamenti di Halloween, scompare anche la 17enne Laura Aime. Viene ritrovata morta il giorno del Ringraziamento, immersa in un fiumiciattolo sulle Wasatch Mountains. Aime è stata colpita più volte alla testa con una sbarra di ferro, quindi sodomizzata e stuprata. Sicuramente uccisa in altro luogo, poiché vicino al cadavere non viene trovata nessuna traccia di sangue e indizi utili. Sembrerebbe che le siano stati lavati i capelli.
Anche nello Utah le forze di polizia risalgono a un ragazzo, Ted, con un arto ingessato. Ma non hanno nessuna idea su chi possa essere.
Quando Elizabeth Kendall vede l'identikit disegnato su un giornale del potenziale assassino le viene un terribile sospetto. Tutto combacia: il maggiolino, le grucce ammucchiate nella camera di Bundy, il nome, il volto. Preoccupata la ragazza si mette in contatto diverse volte con la polizia di Seattle, fino a ottenere un confronto all'americana. Ma le foto che fornisce di Ted Bundy non convincono i testimoni oculari e la polizia abbandonerà per diversi anni quella pista, inserendo direttamente Ted Bundy nella lista delle "persone al di sopra di ogni sospetto".
L'assassino intanto continua a cambiare continuamente stato, convinto di eludere in questo modo l'intervento della polizia. Tanto che, in un delirio di onnipotenza, diventa sempre più sfacciato nell'abbordare le proprie vittime. Qualcuna sfuggirà al suo baldanzoso approccio e correrà dalla polizia a testimoniare contro di lui.
L'8 novembre 1974, in una libreria dello Utah, un uomo affascinante avvicina la 18enne Carol DaRonch. L'estraneo la mette in guardia: qualcuno ha tentato di intrufolarsi nella sua macchina e lui, gentilmente, si offre volontario per accompagnarla al parcheggio, a verificare che tutto sia a posto.
Arrivati alla macchina, l'uomo si presenta come l'Ufficiale Roseland, e anche se tutte le cose della ragazza sono al loro posto, pretende che lei lo segua alla sede centrale per stendere verbale. Carol si preoccupa, ha letto il giornale, sopratutto la spaventa il maggiolino del poliziotto e chiede di poter vedere il distintivo. Ted ovviamente ce ne ha uno finto e riesce a imbrogliarla di nuovo.
Fermata la macchina Bundy ammanetta la ragazza e la minaccia con una pistola per evitare che si metta a urlare. Carol è una ragazza tosta, comincia una colluttazione, alla fine della quale lei riesce a lanciarsi fuori dall'auto, stordendo il matto con un calcio nei genitali.
Da una goccia di sangue sulla giacca di Carol, la polizia riesce a estrarre il gruppo sanguigno di Bundy.
Nel frattempo, a poche ore e a pochi chilometri di distanza, presso il Liceo di Viewmont, Ted utilizza lo stesso trucchetto con Debby Kent, questa volta con successo. La ragazza non verrà mai trovata né viva né morta, sul luogo della scomparsa vengono invece scoperte le chiavi delle manette applicate a Carol. Testimoni ammettono di aver visto un maggiolino bianco allontanarsi dal Liceo. Se prima la presenza di un serial killer era solo un'idea, un sospetto, adesso è una terribile certezza.
Nel gennaio del 1975, Caryn Campbell, il suo fidanzato, il Dott. Raimond Gadowski, e i suoi due bambini, partono per un viaggio in Colorado. Caryn è molto felice di sfruttare il seminario del fidanzato per godersi una vacanza. Una delle tante sere di ozio, il 12 gennaio, la donna si rende conto di aver dimenticato un giornale nella stanza d'albergo e torna a prenderlo. Il fidanzato e i bambini attenderanno invano il suo ritorno.
Il corpo viene ritrovato soltanto un mese dopo, ad alcune miglia di distanza, nudo sul ciglio della strada. Animali selvatici hanno devastato il corpo della donna, rendendo impossibile risalire alle cause della morte, anche se sono evidenti delle fratture alla testa.
Nello stesso periodo vengono rinvenuti nello Utah e nello stato di Washington i cadaveri di ragazze scomparse durante il 1974, mentre nel Colorado saranno ben cinque le ragazze scomparse dopo Caryn Campbell.
Ted Bundy si sta dando da fare, con una follia e una violenza crescenti.
Il 16 agosto 1975, il Sergente Bob Hayward sta pattugliando la contea di Salt Lake quando viene attratto da un maggiolino sconosciuto che, avvistatolo, fugge via ad alta velocità e a fari spenti. Con l'aiuto di rinforzi Hayward insegue e ferma l'auto. Ted Bundy consegna i documenti e si prepara a pagare una multa, però l'assenza del sedile passeggero insospettisce non poco gli agenti. Perquisita l'auto, vengono trovati una sbarra di ferro, una fune, una maschera da sci, manette e un rompighiaccio. Ted viene arrestato per sospetto furto con scasso.
Una volta condotto in centrale, non ci vuole molto a collegare il sospetto con l'assalitore di Carol DaRonch, e magari con l'omicida di Melissa Smith, Laura Aime e Debby Kent. Viene organizzato un nuovo confronto all'americana con i testimoni oculari.
Il 2 ottobre 1975, Carol DaRonch, il direttore del Liceo di Viewmont ed un amico di Debby Kent vengono messi davanti a sette uomini, uno dei quali è Bundy.
Carol lo riconosce immediatamente. Nonostante la sua insistente dichiarazione di innocenza, Bundy viene messo in fermo, intanto che le investigazioni su di lui si fanno più accurate.
Vengono interrogate le "sue" due donne: Elisabeth e Stephanie. Le due non sapevano dell'esistenza reciproca. Nessun alibi viene fornito per Ted Bundy, al contrario, si delinea un profilo psicologico inquietante. Elisabeth confessa che nel sesso Ted è diventato molto violento e ha solo fantasie di dominazione, Stephanie dichiara che l'uomo porta spesso con sé una accetta. Un amico di lei infine ricorda di aver visto Bundy girare con il braccio ingessato. Nessun ospedale però conferma di aver mai ingessato l'uomo.
Il 23 febbraio 1976, Ted Bundy si presenta in tribunale, fiducioso e tranquillo. Convinto di essere dichiarato innocente poiché non ci sono abbastanza prove per accusarlo dei suoi delitti. C'è solo Carol DaRonch. E la ragazzina lo incastra: Bundy, riconosciuto in un altro confronto, viene dichiarato colpevole di rapimento aggravato e il 30 giugno viene condannato a 15 anni di prigione.
Mentre in prigione Ted viene studiato a fondo dagli psicologi, fuori dal carcere l'FBI comincia a cercare un modo per imputargli anche gli omicidi di Caryn Campbell e Melissa Smith.
Una svolta avviene quando nella sua auto vengono rinvenuti i capelli della ragazza. Dopo alcune analisi si arriva alla conclusione che anche la sbarra di ferro di Bundy coincide con le ferite trovate sul cranio della Campbell.
Nell'aprile del 1977, Ted Bundy è trasferito alla Garfield Prison in Colorado, in attesa di venir giudicato per l'omicidio di Caryn Campbell. Infuriato con il proprio avvocato, Bundy lo licenzia e decide che d'ora in avanti si sarebbe difeso da solo, dall'alto dei suoi studi in legge. Per poter studiare una linea difensiva, Bundy ottiene la concessione di entrare nella biblioteca del palazzo di giustizia di Tremola. Proprio da una finestra lasciata aperta nella afosa biblioteca, il 7 giugno, Bundy evade.
150 agenti sono subito alle sue spalle, muniti di cani poliziotto, ma Ted riesce lo stesso ad eluderli. Non è ammanettato e non ha una divisa da carcerato, perciò la gente per strada non lo riconosce né si preoccupa della sua presenza.
Alla fine riesce a rubare una macchina ma non riesce a uscire dalla città. Viene fermato al primo posto di blocco e messo di nuovo agli arresti.
Ma il 30 dicembre Ted Bundy riesce nuovamente ad evadere, tramite un'apertura nel soffitto della propria cella. Questa volta la polizia se ne accorge solo 15 ore dopo, quando è troppo tardi: Bundy è già arrivato a Chicago, pronto a dirigersi verso la Florida.
È il 1978, Ted vive a Tallahasee in Florida. Con il nome di Chris Hagen ha finalmente ritrovato la propria libertà e si è costruito una nuova vita. Nessuno qui sospetta del suo passato.
La sua è una vita da eremita, ogni tanto si reca all'Università vicina a casa per seguire di nascosto qualche conferenza o qualche lezione. Nel suo appartamento c'è solo merce rubata, cibo compreso.
Sabato sera, 14 gennaio 1978.
Alcune sorelle "Chi Omega", rimangono alla sede della confraternita. Le altre, invece vanno per locali fino a tardi. Per le poche rimaste la notte del 14 gennaio '78 sarà un incubo.
Nita Neary torna alla comunità solo alle 3 di mattina, riaccompagnata dal fidanzato. Appena entrata sente dei rumori dal piano di sopra e decide di nascondersi: un uomo vestito con un maglione e con un copricapo blu scappa davanti ai suoi occhi, correndo giù per le scale e scomparendo nella notte.
Il primo pensiero di Nita è che c'è stato un furto, così si dirige al piano superiore per svegliare le amiche. Si unisce a lei la sua compagna di stanza Nancy, e insieme le due decidono di ispezionare tutta la casa. Nel salotto trovano due ragazze, Katy e Karen, in una pozza di sangue, entrambe hanno profonde ferite alla testa. Viene chiamata la polizia.
Gli agenti trovano altri due cadaveri. Qualcuno ha aggredito le ragazze mentre dormivano. Lisa Levy è stata la prima a subire l'aggressione, colpita alla testa con un ramo, stuprata e strangolata. Morsi profondi le sono stati inferti alle natiche e a un capezzolo, praticamente troncato via dal corpo. Nella vagina le è stata lasciata una bomboletta spray.
Margaret Bowman invece è morta senza subire violenze sessuali o morsi, strangolata con un elastico delle mutande e con il cranio colpito talmente forte da farne fuoriuscire della materia celebrale.
Mentre gli investigatori raccolgono indizi nella casa delle Chi Omega, in un'altra casa di studenti, a meno di un miglio di distanza, dei rumori provenienti dalla stanza di Cheryl L. svegliano le sue amiche. Preoccupate chiamano anch'esse la polizia che interviene immediatamente: Cheryl è ancora viva, anche se ha rimediato delle gravi fratture alla testa. In terra giace una maschera da sci.
Sperma, impronte, sangue, segni di morsi e capelli nella maschera da sci. La polizia in questa notte di follia ha raccolto un sacco di prove, ma Ted Bundy per loro non è mai esistito, e non hanno nessun sospetto da poter confrontare con gli indizi raccolti.
Il 9 febbraio 1978, la centrale di polizia riceve una telefonata angosciata dai genitori di Kimberly Leach, 12 anni. La figlioletta è scomparsa da un giorno e i genitori sono ormai in preda all'isteria.
Una amichetta di Kimberly, Priscilla, dice di aver visto la ragazzina salire a bordo del furgoncino di uno sconosciuto che si era spacciato per un vigile del fuoco. Ma purtroppo non riesce a ricordare né il modello del furgone bianco né il volto dello sconosciuto.
Solo 8 settimane dopo le massicce squadre di ricerca ritroveranno il cadavere di Kimberly, nella Contea di Suwannee, Florida. Il corpo della giovane ragazza è in fase di decomposizione troppo avanzata, praticamente mummificato, e non può fornire nessuna informazione utile agli investigatori.
Una ragazza di 14 anni si mette in comunicazione con i detective, raccontando di essere stata anch'essa avvicinata da un uomo in furgoncino, che diceva di essere un vigile del fuoco. Solo l'intervento del fratello l'aveva salvata da una terribile fine. Si cominciano a stendere gli identikit.
Sentendosi nuovamente braccato Bundy butta tutte le sue cose, abbandona il furgone e la casa, ruba un'auto e tenta la fuga verso un'altra cittadina della Florida: Pensacola.
Così come era successo 3 anni prima, un agente, David Lee, nota la macchina sconosciuta e decide di inseguirla per effettuare un controllo di routine. È il 15 febbraio 1978.
Così come era successo 3 anni prima Bundy tenta di seminare l'agente ma viene raggiunto e arrestato. La colluttazione che anticipa l'arresto è piuttosto strana: Ted assale il poliziotto, poi si getta a terra strillando, fingendo di essere stato colpito da uno sparo. L'agente rimane sbalordito da tale reazione, Bundy ne approfitta e lo aggredisce da terra, cercando di sfruttare l'effetto sorpresa. Per sua sfortuna, David Lee è un agente massiccio e molto forte che alla fine avrà la meglio su di lui.
Ted Bundy è nuovamente nelle mani della giustizia.
Durante il periodo di fermo, si cerca di raccogliere prove che possano condannare una volta per tutte Bundy. Si indaga soprattutto sugli omicidi di Kimberly Leach e delle ragazze Chi Omega. In Florida c'è la pena di morte.
Il processo a Theodore Robert Bundy si protrae dal 1979 al 1980, in Florida. Altissima è l'attenzione dei media su di esso: Bundy è sospettato di ben 36 omicidi, viene additato come il diavolo, come uno dei più terribili assassini al mondo.
Fiducioso delle proprie abilità, Ted si difende ancora da solo e compie diversi giochetti per cercare di far cambiare la giuria e il giudice, a suo dire troppo parziali, ma non otterrà mai nulla di buono. Nonostante le sue continue dichiarazioni di innocenza e malgrado una commovente deposizione della madre di Ted, durante la quale finiranno entrambi in lacrime, tutte le prove, soprattutto le impronte dentarie sui cadaveri, sono contro Bundy e la sentenza sembra scontata.
Si tenta anche la classica via dell'incapacità di intendere e volere, tuttavia anche questo tentativo fallisce miseramente.
Bundy ne sa una più del diavolo e il l 7 febbraio 1980, proprio prima della sentenza, decide di giocarsi l'ultima carta: chiede a uno dei testimoni, Carol Ann Boone di sposarlo. Esiste infatti in Florida una legge che rende valida una dichiarazione di matrimonio tenuta, sotto giuramento, davanti a degli ufficiali di corte. Carol accetta, ma il matrimonio non basta certo a impietosire la giuria.
Sette ore dopo il giudice esce dalla camera di consiglio ed emette la sentenza: Colpevole.
"È stabilito che siate messo a morte per mezzo della corrente elettrica, che tale corrente sia passata attraverso il vostro corpo fino alla morte. Prendetevi cura di voi stesso, giovane uomo. Ve lo dico sinceramente: prendetevi cura di voi stesso. È una tragedia per questa corte vedere una tale totale assenza di umanità come quella che ho visto in questo tribunale. Siete un giovane brillante uomo. Avreste potuto essere un buon avvocato e avrei voluto vedervi in azione davanti a me, ma voi siete venuto nel modo sbagliato. Prendetevi cura di voi stesso. Non ho nessun malanimo contro di voi. Voglio che lo sappiate. Prendetevi cura di voi stesso." (Giudice Edward Cowart)
Tra il 1982 e il 1986, tramite appelli, ricorsi e abili mosse legali, Bundy riesce a evitare per ben due volte l'esecuzione capitale. Nel 1982, durante una visita coniugale, mette incinta la moglie. In seguito non la vedrà mai più.
Negli anni successivi, si è tenuto in contatto epistolare con Ann Rule permettendole di scrivere il libro di cui sopra, ed ha aiutato la polizia nelle indagini sul serial killer di Green River, Gary Ridgway.
Il 17 gennaio 1989 viene per l'ultima volta fissata la data della esecuzione di Theodore Robert Bundy. Gli inquirenti hanno chiesto ai famigliari di alcune vittime se volessero aspettare ancora un po', visto che i delitti dei loro cari non erano stati ancora riconosciuti come opera di Bundy, ma la risposta comune è stata "sopprimitelo senza indugi".
Alle 7,06 del 24 gennaio 1989, Theodore Robert Bundy è stato giustiziato con una scarica di oltre 2000 volt, che ha attraversato il suo corpo fino alle 7,16 del mattino, ora in cui è stato dichiarato il decesso. Con una procedura inconsueta, le ceneri del suo corpo sono state sparse sulle Taylor Mountains, lo stesso luogo in cui molte delle sue vittime sono state ritrovate a pezzi.

domenica 23 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 gennaio 1943 Duke Ellington suona per la prima volta alla Carnegie Hall.
Duke Ellington (il cui vero nome è Edward Kennedy) nasce il 29 aprile 1899 a Washington. Inizia a suonare in maniera professionale ancora adolescente, negli anni Dieci, nella sua città natale come pianista. Dopo alcuni anni trascorsi a esibirsi in locali da ballo insieme con Otto Hardwick e Sonny Greer, grazie a quest'ultimo si trasferisce a New York nel 1922, per suonare con il gruppo di Wilbur Sweatman; l'anno seguente, viene ingaggiato con la "Snowden's Novelty Orchestra", che include, oltre ad Hardwick e Greer, anche Elmer Snowden, Roland Smith, Bubber Miley, Arthur Whetsol e John Anderson. Divenuto il leader della band nel 1924, ottiene un contratto con il "Cotton Club", il locale più famoso di Harlem.
Poco dopo l'orchestra, che nel frattempo ha preso il nome di "Washingtonians", vede aggiungersi Barney Bigard al clarinetto, Wellman Braud al contrabbasso, Louis Metcalf alla tromba e Harry Carney e Johnny Hodges al sassofono. I primi capolavori di Duke risalgono proprio a quegli anni, tra spettacoli pseudo-africani ("The mooche", "Black and tan fantasy") e brani più intimisti e d'atmosfera ("Mood Indigo"). Il successo non tarda ad arrivare, anche perché il jungle si rivela particolarmente gradito ai bianchi. Dopo aver accolto nel gruppo anche Juan Tizol, Rex Stewart, Cootie Williams e Lawrence Brown, Ellington chiama anche Jimmy Blanton, che rivoluziona la tecnica del suo strumento, il contrabbasso, elevato al rango di solista, come un pianoforte o una tromba.
Alla fine degli anni Trenta, Duke accetta la collaborazione di Billy Strayhorn, arrangiatore e pianista: diventerà il suo uomo di fiducia, addirittura un suo alter ego musicale, anche dal punto di vista della composizione. Tra le opere che vedono la luce tra il 1940 e il 1943 si ricordano "Concerto for Cootie", "Cotton Tail", "Jack the Bear" e "Harlem Air Shaft": si tratta di capolavori che difficilmente possono essere etichettati, poiché vanno al di là di schemi interpretativi ben definiti. Lo stesso Ellington, parlando dei propri brani, si riferisce a quadri musicali, e alla sua capacità di dipingere attraverso i suoni (egli, non a caso, prima di intraprendere la carriera musicale aveva manifestato interesse per la pittura, desiderando diventare cartellonista pubblicitario).
Dal 1943, il musicista tiene concerti presso la "Carnegie Hall", tempio sacro di un certo genere di musica colta: in quegli anni, inoltre, il gruppo (che pure era rimasto unito per moltissimi anni) perde alcuni pezzi come Greer (che deve fare i conti con problemi di alcol), Bigard e Webster. Dopo un periodo di appannamento nei primi anni Cinquanta, corrispondente all'uscita di scena dell'altosassofonista Johnny Hodges e del trombonista Lawrence Brown, il grande successo ritorna con l'esibizione del 1956 al "Festival del Jazz" di Newport, con l'esecuzione, tra l'altro, di "Diminuendo in Blue". Questo brano, insieme a "Jeep's Blues" e a "Crescendo in Blue", rappresenta la sola registrazione live del disco, uscito nell'estate di quell'anno, "Ellington at Newport", che invece contiene numerose altre tracce che sono dichiarate "live" pur essendo state incise in studio e mixate con applausi finti (solo nel 1998 il concerto integrale verrà pubblicato, nel doppio disco "Ellington at Newport - Complete"), grazie alla scoperta casuale dei nastri di quella sera da parte dell'emittente radiofonica "The voice of America".
Dagli anni Sessanta, Duke è sempre in giro per il mondo, impegnato tra tour, concerti e nuove registrazioni: si segnalano, tra le altre, la suite del 1958 "Such sweet thunder", ispirata a William Shakespeare; quella del 1966 "Far East suite"; e quella del 1970 "New Orleans suite". In precedenza, il 31 maggio del 1967 il musicista di Washington aveva interrotto la tournée in cui era impegnato in seguito alla morte di Billy Strayhorn, il suo collaboratore che era anche diventato suo intimo amico, dovuta a un tumore all'esofago: per venti giorni, Duke non era mai uscito dalla sua camera da letto. Superato il periodo di depressione (per tre mesi si era rifiutato di tenere concerti), Ellington torna a lavorare con la registrazione di "And his mother called him", celebre album che include alcune tra le partiture più celebri del suo amico. Dopo il "Second Sacred Concert", registrato con l'interprete svedese Alice Babs, Ellington deve fare i conti con un altro evento funesto: durante una seduta dentistica, Johnny Hodges muore a causa di un infarto l'11 maggio del 1970.
Dopo aver accolto nella sua orchestra, tra gli altri, Buster Cooper al trombone, Rufus Jones alla batteria, Joe Benjamin al contrabbasso e Fred Stone al flicorno, Duke Ellington nel 1971 ottiene dal Berklee College of Music un Honorary Doctorate Degree e nel 1973 dalla Columbia University un Honorary Degree in Music; muore a New York il 24 maggio 1974 a causa di un cancro ai polmoni, al fianco del figlio Mercer, e a pochi giorni di distanza dalla morte (avvenuta a sua insaputa) di Paul Gonsalves, suo fidato collaboratore, deceduto a causa di un'overdose di eroina.
Direttore d'orchestra, compositore e pianista vincitore, tra l'altro, di un Grammy Lifetime Achievement Award e di un Grammy Trustees Award, Ellington è stato nominato "Medaglia presidenziale della libertà" nel 1969 e "Cavaliere della Legion d'Onore" quattro anni più tardi. Ritenuto unanimemente uno dei compositori più importanti statunitensi del suo secolo e uno dei più significativi della storia del jazz, ha toccato, nel corso della sua ultra-sessantennale carriera, anche generi diversi come la musica classica, il gospel ed il blues.

sabato 22 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1911 veniva inaugurato a Marassi lo stadio del Genoa, il più vecchio impianto italiano ancora in uso.
Con i suoi spalti a picco sul verde di un campo di calcio che tante ne ha viste. Dalla fisicità di Brighenti all’eleganza di Signorini, alle serpentine di Abbadie, alle capocciate di Pruzzo, ai duetti di Vialli e Mancini. Qui, piaccia o no, è nato e si è affermato il calcio moderno italiano. Quel luogo è il quartiere genovese di Marassi, quello stadio è il “Luigi Ferraris”, tempio di un calcio che fu, oggi casa di squadre mai dome di fronte alle proprie vicissitudini ed ascese sportive. E’ lo stadio più vecchio d’Italia, che ha una storia strana, un po’ lunatica come il carattere della gente che abita quei vicoli. Qualcuno dice per via di quel mare: “…che qualche volta ti dà, più spesso ti toglie”.
La storia di quel luogo è legata a doppia mandata a quella del Genoa, nato ufficialmente il 7 settembre 1893 grazie ad alcuni inglesi residenti nel capoluogo ligure. Il suo primissimo terreno di gioco era stato messo a disposizione da due industriali scozzesi, tali Wilson e McLaren, proprietari di una fabbrica in Piazza d’Armi nella zona del “Campasso”, vicina all’attuale via Walter Fillak a Sampierdarena. In quella zona e nella vicina trattoria “Gina” i marinai delle navi inglesi erano soliti ritrovarsi. A calcio si giocava il sabato e la passione cresceva. Tanto che dopo pochi anni quel terreno e quegli spalti furono subito giudicati insufficienti. James Richardson Spensley, vero demiurgo del calcio grifone e quindi italiano, ne procurò uno nuovo. Il nuovo campo di Ponte Carrega si trovava lungo le rive del torrente Bisagno, all’interno dello spazio utilizzato dalla Società Ginnastica Colombo come pista velocipedistica. Ed è proprio qui che venne disputato il primo incontro ufficialmente documentato della storia del calcio in Italia, il 6 gennaio 1898. E’ il calcio inglese che si trapianta in Italia e che mantiene le sue tradizioni anglosassoni. Dal tè nell’intervallo ai nomi che si storpiano. Del calcio più che pionieristico di quegli anni, fra retine per capelli impomatati, ghette e lunghi “mustazzi” virili, tanto è già stato scritto. Ma la Genova di quegli anni è qualcosa in più. In omaggio al suo mare è un coacervo, di razze, tradizioni e lingue. Così non è raro veder scendere da un bastimento, giovani dalla pelle olivastra che accarezzano la palla di pezza come un pennello con la tela. Gente che arriva, sosta, “giochiccia” e poi riparte. Con tutto il suo talento, lasciando in eredità una saggezza tecnica, tutta istintiva, che attecchisce fra quei carrugi e che farà della città la capitale calcistica dello stivale per almeno trent’anni.
La storia di “Marassi” si sviluppa subito in modo strano. Come strano, articolato, quasi indecifrabile è il panorama del “fobàl” di quegli anni sotto la Lanterna. Una serie di squadre, dalla Sampierdarenese all’Andrea Doria, dal “Liguria” al Genoa 1893, a sgomitare per un posto al sole del neonato calcio nostrano. A sgomitare, come in una sorta di legge del contrappasso calcistico, sono anche i campi di gioco. Così il 22 gennaio del 1911 nasce, perpendicolare al torrente Bisagno, lo stadio del Genoa 1893. Lo si costruisce su un terreno venduto dal socio genoano Musso Piantelli, attiguo alle carceri. Una vendita particolare, visto che il Piantelli impose ai costruttori di dotare il campo di un anello di pista da destinarsi alle corse dei cavalli. Una posizione infelice, scomoda che, infatti, venne modificata quasi subito, tanto che (seconda stranezza) lo stadiolo già il maggio successivo fu inaugurato una seconda volta. Ma ora il terreno di gioco era parallelo al torrente genovese e non è finita qui…Giusto perché a Genova tengono a essere considerati “originali”, unici, caso probabilmente senza precedenti, lo stadio del Genoa era addirittura confinante con quello dell’Andrea Doria (terza stranezza). La “Cajenna”, così era chiamato questo secondo stadio attiguo, costruito con pochi mezzi dalla società biancoblù era strettissimo (solo 45 mt di larghezza), aveva le tribune in legno schiacciate al campo ed era separato da quello che diventerà il “Ferraris” da una sola palizzata (fatta costruire dai genoani, che pretesero metà della spesa ai “cugini”: 1000 lire). Raccontano le cronache che le due società litigavano puntualmente per definire, stagione per stagione, a chi spettasse l’onere della sua manutenzione. Alla fine si concordò una volta per tutte che il “Doria” (società storicamente più povera) avrebbe dovuto corrispondere ai cugini del Genoa ben 200 lire annuali. Calcio d’altri tempi, “mondi” scomparsi. Se si pensa che una struttura di soli 20mila posti in piedi, poteva all’epoca, ritenersi adeguata a contenere tutta la passione genovese per il calcio. Quell’incredibile rapporto di vicinato durò fino al 1926, anno in cui lo stadio doriano fu dichiarato inagibile e quindi abbattuto. Per la gioia di dirigenti e tifosi rossoblù che, proprio al suo posto, poterono edificare la curva nord. Esattamente dov’è ora, seppure con vari ampliamenti prima e ricostruzioni poi. Ma non prima di aver pagato il preziosissimo terreno ben 20mila lire.
Ma il calcio a Genova fino al secondo dopoguerra non è soltanto Genoa 1893 o Andrea Doria. E’ anche Sampierdarenese. Squadra dell’omonimo quartiere che si fonderà per ben due volte con l’Andrea Doria. Una prima, nel primo dopoguerra, dando vita alla sfortunata (nonostante le ambizioni) “Dominante” e la seconda definitivamente nel 1946 regalando i natali alla SampDoria. La Sampierdarenese giocherà prima sul campetto di “Villa Scassi” proprio nel cuore del quartiere natio in uno stadiolo di circa 5mila posti costruito in legno. Dopo la prima fusione, invece, si sposterà in uno stadio vero e proprio, costruito per volontà fascista nella confinante Cornigliano: lo stadio “Littorio” . Si trattava di un bell’impianto, per l’epoca. Con spalti in muratura e una copertura, per la capiente tribuna, in legno. Uno stadio “all’inglese”, per 16mila posti. Nelle intenzioni dei gerarchi fascisti “La Dominante”, avrebbe dovuto effettivamente dominare. Cosa che “puntualmente” non avvenne. Nemmeno quando si decise per un'ulteriore fusione (estate 1930) con la Corniglianese e la Rivarolese e per un nuovo nome: quello di “Liguria”. Anzi, fallito l’accesso alla massima serie a girone unico nel 28-29, nel 1931 la società sprofondò in prima divisione, l’attuale legaPro. Si continuò a giocare al “Littorio” di Cornigliano fino al 1943. Poi arrivarono le bombe inglesi e americane e lo stadio andò parzialmente distrutto, tanto che dopo la seconda fusione fra Sampierdarenese e Andrea Doria (dal 1935 erano di nuovo divise) la SampDoria chiese definitivamente ospitalità al comune nello stadio “Luigi Ferraris”. Il vecchio Littorio, infine, fu parzialmente riadattato ed utilizzato per il calcio dilettantistico, fino al 1958. Quell’anno fu definitivamente abbattuto, per crearvi al suo posto un deposito di tram. Finiva così, miseramente, dopo un trentennio, la storia del secondo stadio “vero” di Genova.
Il “Ferraris”, invece, non solo resisteva, ma s’ingrandiva e si gremiva. Di pubblico, di emozioni, di significati anche extracalcistici. Come quelli legati al suo nome. Nel 1933, infatti, si decise d’intitolare la struttura all’ex calciatore del Genoa 1893 Luigi Ferraris, proprio in occasione dei quarant’anni del sodalizio. Quasi quindici anni più tardi, invece, lo stadio fu nuovamente ampliato costruendo sul lato opposto alla tribuna una nuova struttura a due piani. il campo così raggiunse una capienza vicina ai 60.000 spettatori. Nel frattempo si erano giocati i primi derby. Il primissimo dei quali (con la neonata SampDoria in campo) fu proprio appannaggio dei blucerchiati, che sugli spalti venivano sbeffeggiati in continuazione per l’originalità della maglia, anche dai propri tifosi. Molti dei quali vedevano in quella nuova realtà una sorta di “aborto” volontario. Il 3 novembre 1946 finì 3-0 per i doriani, che dominarono la partita andando in gol con Baldini, Frugali e Fiorini. Saranno gli anni di una SampDoria competitiva ai massimi livelli, con un grande centravanti “petto in fuori” come Brighenti e tante comparse più o meno “indelebili”. Una di queste, tale Vujadin Boskov, tornerà trent’anni dopo un suo primo passaggio da mediano, a dispensare tattiche e motti, dalla panchina blucerchiata. Fino allo scudetto. Anni di sfide, di derby “avvelenati” solo dall’ironia, di retrocessioni e salvezze, di grandi bagni di folla. Eppure pare, ma il dato non è ufficiale, che il record di pubblico si sia registrato in un “inedito” Genoa-Lecco del giugno del 1973. Quel giorno i rossoblù staccavano contro i retrocedendi lariani, il biglietto per una seria “A” ritrovata dopo sette anni e dopo aver attraversato (per una prima volta) anche l’inferno della serie C. 57mila paganti, uniti a circa 13mila abbonati, giunsero a sfiorare la soglia dei 70mila spettatori.
L’11 Settembre 1983 il Genoa ha da poco compiuto 90 anni. La squadra allenata da Gigi Simoni scende in campo contro una squadra bianconera che non è la Juventus, ma che da poche settimane ha assunto un’importanza nell’immaginario calcistico italico anche maggiore. E’ l’Udinese del fuoriclasse Arthur Antunes Coimbra “Zico”, scippato al Flamengo da un abile manager come Franco Dal Cin e inserito, fra mille polemiche, in un organico che al suo fianco può schierare gente come il campione del mondo Franco Causio, il talentuoso Massimo Mauro, il pericolossissimo (sotto porta) Pietro Paolo Virdis. Eppoi tanti altri ottimi giocatori, come l'altro brasiliano Edinho. Di fronte un Genoa deboluccio con poche frecce nel suo arco che perde 5-0 (due gol di Virdis e uno di Mauro) fra gli applausi di un “Ferraris” dapprima stizzito, quindi attonito, infine ammirato. Zico inforna due gol e sforna due assist. Dirà lo stopper genoano di quel giorno, Carmine Gentile: “Che partita, spuntavano da tutte le parti. Che figuraccia, ma con Zico in campo…”. I 55mila spettatori alla fine applaudiranno quei bianconeri e il loro profeta carioca, come raramente capiterà nel calcio dello stivale.
Esattamente 27 anni prima, nel 1956, in un amichevole proprio contro l’Udinese, aveva giocato a Marassi per la prima volta forse il più grande giocatore rossoblù di sempre, l’estroso e trascinante uruguaiano Julio Cesar Abbadie. Talento cristallino che giunto al Genoa si fermò in rossoblù per ben cinque stagioni. Uomo squadra, ala più avvezza all’ultimo assist che alla realizzazione, Abbadie fu idolo della folla genoana che per lui vergò il motto “Vendete la Lanterna, ma non Abbadie”. Giocò, dopo aver chiuso in Italia al Lecco a 32 primavere, fino a 40 anni, togliendosi la soddisfazione, rientrato al Penarol, di vincere anche la Coppa Libertadores. Luci e ombre rossoblu a “Marassi”: in quello stesso 1983 di Zico, poco prima dell’inizio del primo derby, i tifosi doriani mandarono in campo una scimmietta con la maglia rossoblù dal numero “9”. Era quella di Chagas Francisco Eloya. Detto “Eloi”, triste attaccante brasiliano, giunto sotto il Grifone per volontà del presidente Fossati e presto calcisticamente scomparso. La struttura del “Ferraris”, intanto, rimase invariata fino all’inverno del 1989 quando, a pezzi e senza chiudere per le partite, lo stadio fu prima abbattuto e poi ricostruito a campionato in corso. Per i Mondiali si portò la capienza a poco meno di 45.000 di cui solo settemila in piedi nel settore parterre dietro le porte.
Giusto in tempo per consegnare alla SampDoria uno stadio degno del suo primo scudetto, l’unico della città di Genova negli ultimi 83 anni. La stagione 1990-91 sarà la stagione non solo di Vialli e Mancini scudettati, ma anche del Genoa di Bagnoli, che giunge 4° e si toglie la soddisfazione di battere i doriani nel derby forse più significativo degli ultimi venticinque anni. Il 25 novembre 1990 è una “fucilata” di Branco su punizione a insaccarsi alle spalle di Pagliuca e a regalare il 2-1 definitivo ai rossoblù. Una pallonata da quasi 110 km orari, come nella tradizione del terzino sinistro brasiliano. Un gol che resta nella storia di Marassi esattamente come quelle due squadre. La blucerchiata di Boskov che si identifica nei due fuoriclasse Vialli e Mancini e la rossoblù dello schivo “profeta della Bovisa” Osvaldo Bagnoli, che s’incarna nella statuarietà di capitan Signorini e nell’umiltà di Bortolazzi e Ruotolo. Due squadre, due caratteri, due modi di vivere il calcio, uniti solo nella loro “cattedrale”.
Oggi il “Ferraris”, eliminati gli scomodi posti in piedi, può contenere al massimo 37mila spettatori, ma è sbagliato considerarlo il più “inglese” degli stadi di casa nostra. Marassi è semplicemente Marassi. Anche se gli spalti non sono più gli stessi ed è cambiato il calcio. Troppo cambiato. Sì, è un luogo immerso nel cemento, cinto da alti caseggiati. Intorno a quel luogo, qualche anno fa, un paio d’ore prima del derby di serie A Genoa-Sampdoria, (il primo nella massima serie dopo 12 anni), almeno trecento individui, si sono ritrovati così, con la più ignobile spontaneità. Mazze ferrate, elmetti e scudi improvvisati e se ne sono date di santa ragione. E’ la nuova moda della teppaglia di casa nostra, mutuata da quella più degenere inglese, dove gli hooligans, ostracizzati dalle dure ed efficaci leggi, per anni si ritrovavano prima delle sfide di cartello, dandosi appuntamento via computer. E botte da orbi. Così le luci di Marassi si spengono. E si ritorna a parlare di un “Ferraris” da abbattere, perché è insicuro, senza vie di fuga, troppo a ridosso dei condomini e via dicendo. Come se il seme della stupidità c'entrasse qualcosa con la fisicità di Brighenti, l’eleganza di Signorini, le serpentine di Abbadie.

venerdì 21 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio la liturgia cristiana celebra Sant'Agnese.
Nonostante il culto di S. Agnese, giovanissima vergine e martire, sia stato molto popolare tra i cristiani - specialmente di Roma - sin dagli anni successivi alla sua scomparsa, la sua storia personale si basa su diverse fonti incerte e contraddittorie.
Innanzi tutto i punti certi, che trovano riscontro in diversi autori, sono l'origine del nome: Agnese deriva dal greco (agnox) e significa sacra, pura, casta; la condizione sociale: era un nome in uso presso le famiglie di liberti, stato nel quale si dovevano trovare i genitori di Agnese; il martirio, derivante dalla tenace volontà di testimoniare la propria fede cristiana; la morte, avvenuta all'età di 12 o 13 anni; il giorno del martirio: 21 gennaio; il luogo di sepoltura: sulla via Nomentana, sul luogo dell'attuale basilica a lei dedicata.
Possiamo inoltre supporre che il martirio sia avvenuto nel corso dell'ultima, tra le persecuzioni di cui furono vittime i cristiani romani: quella operata da Diocleziano tra il 303 e il 313 d.C.
A parte questi pochi, ma già significativi dati, diverse tradizioni ci sono state tramandate in merito alla storia della santa. Le principali fonti sono Papa Damaso (366-384), che riporta la storia in un carme scolpito su una grande lastra di marmo, attualmente murato sulla parte est dello scalone che conduce alla basilica onoriana, vicino alla vetrata d'ingresso; S. Ambrogio (337-397), che esalta S. Agnese nel De virginibus (377 circa) e nell'inno Agnes beatae virginis; Prudenzio (340-405), grande poeta cristiano spagnolo, che canta la Santa nell'inno XIV del suo Peristephanon, pubblicato nel 405; La Passio latina (Passio Sanctae Agnetis), testo agiografico del V secolo basato sulla tradizione popolare, che probabilmente veniva proclamato nel giorno di ricorrenza della nascita di Agnese; La Passio greca, composta nel V secolo e subito tradotta in siriaco, in cui si parla del martirio della Santa.
Secondo Damaso, il martirio di Agnese consistette nel rogo, che ella affrontò con coraggio e con l'estremo atto pudico di coprirsi il corpo nudo con la folta chioma dei capelli. L'associazione tra fuoco e denudamento ha fatto pensare (Frutaz) alla pena delle fiaccole con cui si ustionava il corpo, per poi finire la vittima con un colpo di grazia. Del resto le ossa di S. Agnese non presentano tracce di combustione.
S. Ambrogio, basandosi su tradizioni orali, parla della costrizione ad adorare dèi pagani, e di un tiranno che la voleva ad ogni costo prendere in sposa. Agnese, rifiutando, preferì il martirio, che però le venne dalla spada del carnefice, invece che dal fuoco, anche se non è specificato se si trattò di decapitazione o iugulazione (taglio della gola). Ugualmene presente, nel racconto del vescovo di Milano, la volontà di coprirsi le nudità, ma in questo caso per mezzo di una veste.
Prudenzio introduce un nuovo elemento, raccogliendolo dalla già consolidata tradizione: la costrizione ad essere esposta in un postribolo. I frequentatori non avevano neanche il coraggio di guardarla, ad eccezione di un giovane, che desiderava possederla, ma non riuscì ad arrivare al suo scopo, a causa di un bagliore che lo accecò negli occhi, dovuto ad un angelo vestito di bianco, che la serviva come guardia del corpo. La morte, per questo autore, arrivò per decapitazione.
Per la Passio latina, il carnefice di Agnese è il Prefetto di Roma, il cui figlio si era innamorato della ragazza tornando da scuola. Il denudamento forzato, e il conseguente gesto pudico, preludono all'avvio della ragazza al postribolo.
Interessante è notare come la tradizione popolare situasse tale luogo infame in un fornice dello stadio di Domiziano, detto anche circo agonale, dalla cui forma è scaturito il perimetro di Piazza Navona. La piccola chiesa che vi era stata costruita nell'VIII secolo, venne più volte ricostruita, ed infine sostituita nel XVII secolo dalla maestosa chiesa di S. Agnese in Agone, progettata dagli architetti barocchi Carlo Rainaldi e Carlo Borromini su incarico di papa Innocenzo X. Mentre dunque S. Agnese fuori le mura ricorda il luogo di sepoltura della Santa, la chiesa di Piazza Navona serba la testimonianza topografica del suo martirio.
Per la Passio greca, S. Agnese è invece una persona adulta, che accoglie attorno a sé molte matrone, alle quali fa conoscere Cristo. Denunciata al Prefetto, viene esposta nel postribolo, da cui però esce illesa.
In conclusione, possiamo dire oggi che è importante inquadrare la figura di Agnese nella sua cornice storica. In un clima di conflitto e di persecuzione come quello vissuto dai cristiani all'inizio del IV secolo a Roma, non deve stupire che credenti di tutte le età fossero disposti all'estremo sacrificio per testimoniare l'appartenenza alla chiesa emergente. Va inoltre considerata la profonda impressione che deve aver suscitato, all'interno della comunità cristiana, la morte di una ragazza ancora nel periodo della pubertà, nel clima tragico di quegli anni.
Non è quindi così difficile da comprendere come mai una santa bambina, dalla biografia assai incerta, abbia potuto suscitare tanta venerazione tra i cristiani di Roma, specialmente nei primi secoli della Chiesa, e come la verginità sia potuta diventare, nel tempo, il suo attributo più rilevante.

giovedì 20 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 2009 Barack Obama inizia il suo mandato come quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti di America.
Barack Hussein Obama Jr. nasce a Honolulu (Hawaii, USA) il 4 agosto 1961.
Il padre, keniota agnostico ed ex pastore, emigrato negli Stati Uniti per studiare conosce la studentessa Ann Dunham (di Wichita, Kansas); la coppia frequenta ancora l'università quando il piccolo Barack nasce.
Nel 1963 i genitori si separano; il padre si trasferisce ad Harvard per completare gli studi, poi fa ritorno in Kenya. Rivedrà il figlio solo in un'occasione poi morirà nel suo paese natale nel 1982. La madre si risposa: il nuovo marito è Lolo Soetoro, indonesiano, altro ex collega universitario, da cui avrà una figlia. Soetoro muore nel 1993 e Ann si trasferisce a Giakarta con il piccolo Obama. Qui nasce la figlia Maya Soetoro-Ng. Obama frequenta le scuole elementari fino ai suoi 10 anni, poi torna ad Honolulu per ricevere una migliore istruzione.
Viene cresciuto inizialmente dai nonni materni (Madelyn Dunham) e poi dalla madre che li raggiunge.
Dopo il liceo studia all'Occidental College prima di spostarsi al Columbia College della Columbia University. Qui consegue una laurea in scienze politiche con una specializzazione in relazioni internazionali. Inizia quindi a lavorare per la "Business International Corporation" (poi diverrà parte del "The Economist Group"), agenzia fornitrice di notizie economiche di carattere internazionale.
Obama si trasferisce poi a Chicago per dirigere un progetto no profit che assiste le chiese locali nell'organizzare programmi di apprendistato per i residenti dei quartieri poveri nel South Side. Lascia Chicago nel 1988 per andare ad Harvard, per tre anni, dove approfondisce gli studi di giurisprudenza. Nel febbraio 1990 è il primo afroamericano presidente della celebre rivista "Harvard Law Review".
Nel 1989 conosce Michelle Robinson, avvocato associato nello studio dove Obama sta facendo uno stage estivo. Ottiene il dottorato magna cum laude nel 1991 e l'anno seguente sposa Michelle.
Tornato a Chicago dirige il movimento "voter registration drive", per far registrare al voto quanti più elettori possibili. Diviene avvocato associato dello studio legale Miner, Barnhill & Galland e lavora per difendere organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti civili e del diritto di voto.
Nel 1995 scrive un libro dal titolo "Dreams from My Father", in cui descrive l'esperienza di crescere con la famiglia della madre, famiglia bianca, di ceto medio. La madre morirà solo poco tempo dopo la pubblicazione del libro. Intanto nel 1993 inizia a insegnare Diritto costituzionale presso la Scuola di legge dell'Univerisità di Chicago, attività che porta avanti fino al 2004 quando si candida per il Partito Democratico e viene eletto al Senato federale.
Sin dal suo discorso inaugurale riceve una vasta notorietà a livello nazionale. E' l'unico senatore afroamericano quando a Springfield, capitale dell'Illinois, il 10 febbraio 2007 annuncia ufficialmente la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2008. Membro del suo stesso partito e anche lei in corsa per la Casa Bianca è Hillary Clinton, moglie dell'ex Presidente USA. Dopo una lunga cavalcata testa a testa, le primarie si concludono all'inizio del mese di giugno 2008 con la vittoria di Obama.
Il suo rivale alle elezioni del mese di novembre 2008 è John McCain. Obama stravince: è il 44° Presidente degli Stati Uniti d'America, il primo nero.
Nel mese di ottobre del 2009 riceve il premio Nobel per la pace.
Alle elezioni presidenziali che si svolgono nel novembre del 2012 corre contro il candidato repubblicano Mitt Romney: Obama viene rieletto.

mercoledì 19 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
Il 19 gennaio 1829 ha luogo il debutto teatrale della prima parte del Faust di Goethe.
Il poema drammatico “Faust” fu scritto da uno dei più grandi interpreti della cultura e della letteratura tedesca, Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 28 agosto 1749 – Weimar, 22 marzo 1832). Goethe lavorò a quest’opera per sessant’anni, dal 1772 al 1831, scrivendo bozze, revisionando e aggiungendo le sue conoscenze e le sue dottrine culturali.
Quando Goethe ebbe terminato, nella primavera del 1831, si rese conto egli stesso della complessità della sua opera e, in una lettera a Sulpiz Boisserée dell’8 settembre 1831, dichiarava che “avrebbe di certo rallegrato chi sa leggere un’espressione del volto, uno sguardo, una mossa appena accennata. Questi troverà persino più di quanto io fossi in grado di dare”. Per questo volle che l’intera opera venisse resa pubblica solo dopo la sua morte, che avvenne nel 1832. Fu allora che Erich e Friedrich Wilhelm Riemer la pubblicarono come primo volume delle “Opere Postume”.
A teatro, per la prima volta venne rappresentata la prima parte il giorno 19 gennaio 1829 al teatro nazionale di Braunschweig, diretto da Ernst August Friedrich Klingemann. Da allora gli allestimenti dell’opera si sono succeduti frequentemente e con sucesso in tutto il mondo.
Faust è un personaggio tratto da una leggenda tedesca del XVI secolo, che nel 1587 apparve per la prima volta in un libro pubblicato dall’editore di Francoforte Johann Spiess. E’ la storia di un uomo che stringe un patto con il diavolo. Il motivo è comune e risale al Medioevo. Ma qui si aggiunge un elemento prettamente cinquecentesco: Faust fa un patto con Mefistofele per conoscere e studiare la Natura, e non perché ricerca ricchezze, piaceri o potere. Per soddisfare la sua sete di conoscenza è disposto a consegnarsi al diavolo.
Questa volontà di conoscenza dell’uomo moderno conferiva al mondo terreno un nuovo valore, con uno sfondo religioso, che trovò in Paracelso (1493-1541) il suo maggiore esponente. Venne ritenuta sovversiva la sua idea, secondo la quale la natura è una rivelazione divina che gli uomini sono in grado di cogliere con i sensi. Alla sua figura venne associata quella altrettanto diabolica di un tale Georg Faust, vissuto all’inizio del XVI secolo, mago e erudito vagante.
Ma se era da ritenere malvagia l’idea di un patto con il diavolo, era da valutare il motivo per cui lo si faceva: la conoscenza del mondo così come Dio l’aveva creato. Questo concetto riuscì ad essere rappresentato poeticamente solo nell’epoca di Goethe, quando, con l’avvento dell’Illuminismo, si giustificò l’immagine spirituale de “l’uomo che cerca” in quella che fu definita “pansofia” o “sapienza universale”. Anche se non si riusciva a raggiungere la conoscenza assoluta, non si voleva limitare l’anelito alla conoscenza stessa.
In Inghilterra invece il clima culturale era diverso, e alla fine del Cinquecento poté nascere la cultura drammatica. Da essa venne fuori il “Faust” di Christopher Marlowe (1564-1593), autore che intuì la grandezza della materia faustiana. Egli sviluppò l’elemento tirannico, più legato all’opera originaria popolare: Faust, come mago, vuole essere un dio in terra, e la sua fame di godere è senza fine.
Da Marlowe il tema del Faust tornò in Germania come “dramma del terrore” prima, e come teatro delle marionette poi, sempre in forma di prosa.
Goethe lo scoprì proprio attraverso il teatro delle marionette. Solo nel 1801, mentre stava lavorando alla prima parte dell’opera, prese in prestito un‘edizione riveduta da un tale Widmann nel 1599, e da Pftizer nel 1674, del libro del 1587 di Faust. Lesse il dramma di Marlowe nel 1818.
Nell’autunno del 1775 Goethe giunse a Weimar portando con sé alcune parti di un dramma su Faust, metà in prosa e metà in poesia. Durante la lettura, la damigella di corte Luise von Göchhausen ne fu talmente entusiasta da farsi prestare il manoscritto per ricopiarlo. In seguito Goethe riscrisse e modificò l’opera, ma alla fine, non soddisfatto la distrusse. Nel 1887 Erich Schmidt scoprì tra le carte della damigella von Göchhausen la copia del manoscritto e la fece pubblicare con il titolo di “Urfaust”.
In questa prima fase, è evidente l’influsso del movimento dello “Sturm und Drang”. Goethe aveva composto quadri separati, senza pensare ad un loro collegamento. Si iniziano a creare i due gruppi di scene: la tragedia del sapere e la tragedia dell’amore, a cui fa da sfondo la satira del sapere scolastico universitario.
Goethe proseguì nell’opera, ma ad un certo punto si accorse dei vuoti e delle mancanze. Cercò di colmarle, ma, non ancora soddisfatto, anche se non voleva rimandare oltre la pubblicazione, lo diede alle stampe nel 1790 con il nome di “Faust. Ein Fragment”, che è in effetti una rielaborazione. Fu soltanto nel 1808 che riuscì a far emergere il nesso interiore della vicenda, e a renderla peculiare rispetto alla tradizione. Uscì allora “Faust. Parte prima della tragedia”, che comprende anche il “Prologo in cielo”, che serve sia alla prima che alla seconda parte.
Comincia da qui ad elaborare la storia di Elena, della mitologia greca, e del mondo antico, indirizzandosi verso gli ideali Romantici di rievocazione della classicità. Nel 1826 l’atto era terminato, ma, per colmare la lacune, Goethe scrisse la celeberrima “Notte di Valpurga”, alla fine del secondo atto. Con la stesura del quinto atto, nel 1830 poteva dirsi conclusa “Faust. La parte seconda della tragedia”.
La vicenda faustiana contiene una grande varietà di motivi, che affascinarono Goethe nel corso della sua esistenza, e, allo stesso tempo, le molteplici esperienze di vita diventarono dei simboli da inserire nell’opera stessa. La delusione per le scienze accademiche, la felicità e la colpa dell’amore furono i temi che caratterizzarono la giovinezza. In età adulta fu attratto dalla bellezza di Elena, di omerica memoria, e dalla concezione generale della vita umana. In vecchiaia, Goethe vede Faust come dominatore della natura, colui che anela al segreto della creatività e delle forze umane originarie.
Lo “Streben”, l’anelito, è, insieme all’Amore il tema dominante dell’intero poema.
Goethe scriveva solo ciò che si era formato in modo organico dentro di sé, per questo tutto il materiale faustiano della tradizione non poteva esaurirsi in un solo periodo della sua vita.
La trama: Faust è un professore universitario, scienziato ed alchimista. Ha studiato tutta la vita, ma si rende conto che, per quanto l’uomo si sforzi, la sua conoscenza è nulla. Si dedica allora alla magia, per cercare di svelare i segreti della Natura. Il suo è un anelito, un tendersi verso qualcosa che sembra irraggiungibile, quello che viene definito in tedesco “Streben”.
Faust evoca il Diavolo per ottenere lo scopo. Costui, Mefistofele, fa un patto con lui: lo servirà per tutta la vita, esaudirà ogni suo desiderio, mettendogli a disposizione i suoi poteri. In cambio, Faust lo servirà nell’altra vita. L’uomo però non crede alla vita futura e muta il patto in una scommessa: “Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! – allora tu potrai mettermi in ceppi”. Mefistofele è convinto che, anche se Faust non pronuncerà la frase, cadrà comunque nella perdizione e nella disperazione. La posta in gioco è la libertà.
Inizia la vita piena di piaceri e desideri appagati, in cui si inserisce una feroce satira contro la cultura accademica e la sua degradazione morale. E’ in questo contesto che avviene l’incontro con Margherita, una ragazza umile, che Faust cerca di abbordare mentre esce di chiesa. Con l’aiuto di Mefistofele, le regalerà gioielli, e inevitabilmente corromperà la sua anima semplice. Più tardi si verrà a sapere che Margherita dovrà subire la pena capitale per infanticidio: dopo aver partorito il figlio di Faust, che l’aveva abbandonata, la disperazione l’aveva portata alla follia e all’uccisione del figlio. Verrà salvata in punto di morte, e andrà in Cielo, per via della sua buona fede e del suo cuore semplice tratto in inganno.
Nella seconda parte della tragedia si inseriscono i personaggi tratti dalla classicità, fra cui spicca la storia con Elena di Troia. Si avvicendano figure mitologiche, personaggi storici, filosofi come Talete e Anassagora.
Lentamente si arriva alla vecchiaia di Faust. Adesso rimpiange l’ umanità, che aveva rinnegato, maledicendo la vita e affidandosi alla magia. Non scaccia più l’Angoscia, che già una volta l’aveva portato vicino al suicidio. Prossimo alla morte, ormai cieco, Faust ha la visione della bonifica di un immenso acquitrino, che permetterà agli uomini di “stare su suolo libero con un libero popolo”.
In quell’ultimo istante, a quel pensiero, pronuncia le parole del patto: “All’attimo direi: Sei così bello, fermati!” Mefistofele è felice di aver vinto la scommessa e aver dimostrato che la vita è inutile e sarebbe meglio “il Vuoto Eterno”. Ma quando si aprono le porte dell’Inferno, una schiera di angeli viene a prendere la parte immortale di Faust e la conduce in Cielo.
Egli è stato salvato perché “Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo”. Il poema si chiude con le parole del Coro Mistico: “L’Eterno Femminile ci farà salire”: la forza creatrice che muove l’universo è il principio femminile dell’Amore. Amore e “Streben”.


martedì 18 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 52 a.C. Tito Annio Milone assassina Publio Clodio Pulcro mentre camminava sulla Via Appia.
Quando Publio Clodio Pulcro decise di entrare in politica trovò l’ambiente ideale per sfruttare tutte le sue potenzialità, come un pesce che boccheggiando torna finalmente nell’amato ruscello.
Quelle del giovane Clodio apparvero chiare già durante il servizio militare: nel 73 a.C., non ancora ventenne, combatté contro Re Mitridate VI, che aveva invaso la provincia di Bitinia. Il comando delle legioni fu affidato al cognato di Clodio, Lucio Licinio Lucullo, che lo estromise dalle cariche più importanti a causa del suo carattere irascibile. Clodio allora, che riteneva di essere “primo fra tutti” (cit. Plutarco, Vite parallele. Lucullo, 34), riuscì a sfruttare il malcontento che covava tra i legionari per dar vita a un ammutinamento, che permise a Mitridate di tornare in possesso delle terre conquistate tempo prima dallo stesso Lucullo.
Il cursus honorum di Clodio proseguì a vele spiegate e nel 63 a.C., dopo una condotta non proprio encomiabile nella Gallia Narborense (dove secondo Cicerone si rese autore di diversi omicidi e crimini), prese parte alla congiura di Catilina. Cicerone difese Clodio evitandogli la condanna a morte, accorgendosi del proprio errore solo alcuni anni dopo, quando lo accusò ferocemente di aver preso parte attivamente alla congiura.
Nel 61 a.C. venne eletto questore e non si fece sfuggire l’occasione di giacere con la moglie di Cesare; i due divennero amanti e il loro rapporto continuò per un breve periodo di tempo. Nonostante la sua condotta sempre ai limiti dell’etica, Clodio raggiunse una popolarità incredibile: un suo gesto avrebbe potuto creare disordini per giorni, visto che il popolo lo adorava.
Nel 58 a.C. diventò tribuno della plebe e grazie alla ristabilita amicizia con Cesare (che dopo il processo per incestus lo perdonò per avergli soffiato la moglie) poté dedicarsi a un’intensa attività legislativa, tuttavia di difficile giudizio: è infatti il nemico Cicerone che tramanda l’operato di Clodio, mettendone sempre in risalto i lati negativi. Nel 53 a.C. Clodio tenta la scalata alla pretura, candidandosi contro Milone. Le due fazioni ebbero scontri accesi prima solo verbali e poi anche fisici, tanto che i due candidati rischiarono più volte la morte.
A causa del clima violento le elezioni furono rinviate all’anno successivo, mettendo a dura prova le finanze di Milone. Il 17 gennaio del 52 a.C. Clodio si recò ad Ariccia, in quanto patronus del municipio. Sulla via del ritorno, scortato da schiavi e gladiatori armati, si imbatté proprio in Milone: lo scontro fu violentissimo e Clodio, che era in testa al corteo, si rifugiò in un’osteria per curare una ferita. Milone però lo vide e ordinò ai suoi uomini di andare a catturare l’acerrimo rivale, che venne pestato a sangue e lasciato a morire nel bel mezzo della strada.
Ovviamente la versione di Cicerone nell’orazione pro-Milone (testo frequentemente usato nelle scuole da far tradurre ai liceali) fu totalmente diversa, ma sulla sua attendibilità permangono parecchi dubbi.
Fu il senatore Sesto Teidio, di passaggio a Bovillae, a raccogliere il cadavere di Clodio e a farlo trasportare su una lettiga fino a Roma. La salma giunse in città la sera del 18 gennaio, e fu deposta nella dimora di Clodio sul Palatino. Alla vista del corpo straziato del loro leader, le masse popolari scatenarono violenti tumulti, e la mattina del 19 gennaio trasportarono il cadavere nel Foro e lo deposero, poi, nella Curia Hostilia. Qui il cadavere fu cremato, e le fiamme della pira finirono per bruciare l'intero edificio, simbolo del senato e del potere repubblicano, danneggiando l'intera zona circostante.
La folla, fomentata da Sesto Clelio e da alcuni tribuni della plebe che mostravano il testo delle leggi che Clodio, eletto pretore, avrebbe voluto proporre, si diresse prima verso la domus dell'interrex, poi verso quella di Milone con fare minaccioso. Infine, depositò i fasci conservati nel tempio di Libitina presso la dimora di Pompeo, indicando nel triumviro l'unico uomo in grado di prendere il controllo dell'Urbe in un simile frangente.
Milone tentò di intervenire per placare la situazione sostenendo di aver semplicemente reagito a un'imboscata tesagli da Clodio, ma riuscì soltanto ad aggravare i disordini. I senatori, impauriti, decisero allora di votare un nuovo senatusconsultum ultimum, il primo dall'epoca della congiura di Catilina, con cui incaricavano Pompeo di reclutare truppe sull'intero territorio italiano. Pochi giorni più tardi, su proposta di Marco Calpurnio Bibulo, il triumviro fu nominato console sine collega, e riportò l'ordine nella città.
Nell'aprile si tenne, infine, il processo contro Milone per la morte di Clodio. Per l'occasione si affidò la presidenza della corte a Lucio Domizio Enobarbo, e si scelsero giurati di indubbia moralità. Nel corso dei primi quattro giorni furono ascoltate le testimonianze su quanto era accaduto presso Bovillae, e il quinto giorno furono presentate nel Foro, da parte di Appio Claudio e Marco Antonio, le accuse contro Milone. Inutili furono i tentativi di difesa da parte di numerosi membri dell'aristocrazia senatoria, tra cui Ortensio Ortalo e Catone; lo stesso Cicerone, atterrito dalla folla che circondava i rostra, non riuscì a pronunciare la sua orazione:
« [...] Uscito dalla lettiga, quando vide Pompeo che presidiava il foro, in alto, come in un accampamento, e tutto in giro le armi che splendevano, si confuse, e diede inizio a fatica al suo intervento, tremando da capo a piedi e con la voce alterata, mentre Milone assisteva al dibattimento con audacia e sfrontatezza. [...] »
(Plutarco, Vite parallele. Cicerone, 35, 5; trad. di Domenico Magnino, UTET.)
Milone fu dunque condannato per i voti di 12 senatori su 18, 13 equites su 17 e 16 tribuni dell'erario su 19, e si ritirò in esilio a Marsiglia.
La storiografia moderna ha, nel corso degli anni, tentato di restituire un ritratto di Clodio depurato dalle critiche avanzate da Cicerone e quanto più possibile vicino alla realtà. In particolare, rimangono tuttora aperti alcuni interrogativi fondamentali sulla politica del tribuno: gli storici hanno a lungo considerato Clodio come un agente di Cesare o degli altri triumviri, mentre attualmente si va delineando l'ipotesi che il tribuno abbia agito in base a un piano politico personale.
Lo storico tedesco Theodor Mommsen raffigura Clodio come un individuo corrotto ma abile, in grado di radunare attorno a sé le masse popolari dell'Urbe e di raggiungere risultati considerevoli. Il piano politico di Clodio, tuttavia, appare ideato esclusivamente da Cesare: il tribuno, che diviene scimmia di Cesare, esegue gli ordini di chi lo manovra, creando i presupposti per l'affermazione di quella monarchia che è il sistema imperiale.
Pocock e Canfora confermano, seppure in parte, l'interpretazione di Mommsen, mentre altri studiosi, come Marsh e Rowland lo descrivono al servizio di Crasso, che diede infatti importanti contributi economici a Clodio fin dagli inizi della sua carriera. Syme, invece, presenta Clodio come politico autonomo, mentre Manni evidenzia una sostanziale ostilità manifestata dal tribuno nei confronti dei triumviri.
Clodio resta, per certi aspetti, un personaggio sfuggente, tanto per la faziosità delle fonti che lo descrivono quanto per la complessità del periodo storico in cui si trovò a vivere. L'intensa attività legislativa che riuscì a promuovere durante il suo tribunato suggerisce, comunque, una certa autonomia politica: Clodio poté sottrarre progressivamente potere al senato, andando talvolta a inficiare anche gli interessi dei triumviri. Seppe imporre, tramite le assemblee popolari, il suo volere su questioni religiose, amministrative e riguardanti la politica interna, provinciale ed estera. Dimostrò dunque una notevole capacità di orientarsi con successo in uno scenario politico della massima complessità, attuando un programma a tratti rivoluzionario e catturando la fiducia della plebe tramite iniziative demagogiche. Brillante e assetato di potere, dunque, non esitò a fare ricorso all'uso della violenza per raggiungere gli obiettivi che si proponeva, ma fu comunque autore di un progetto politico che, con il più ampio sostegno popolare, avrebbe significativamente mutato, una volta portato a compimento, la società romana.

lunedì 17 gennaio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
Il 17 gennaio 1929 il personaggio di Popeye diventa il protagonista in una striscia su un quotidiano americano.
Braccio di Ferro è una collana a fumetti statunitense nata dalla matita del fumettista Elzie Crisler Segar nel 1919 ed originariamente chiamata The Thimble Theatre, nella quale le storie sono narrate attraverso strisce quotidiane e tavole domenicali. Il personaggio del marinaio Popeye inizialmente non è il protagonista assoluto della serie, ma la sua popolarità cresce a tal punto che lo diventa a partire dal 17 gennaio 1929.
Dall’aspetto un pò buffo, con la sua tipica pipa permanentemente in bocca, gli avambracci nerboruti e sproporzionati sui quali è tatuata un’ancora, Braccio di Ferro, è un uomo di buon cuore e buon senso, dal linguaggio sgrammaticato, che non disdegna di risolvere le varie questioni a suon di colpi di pugilato, non curandosi della mole dei suoi avversari.
Uomo di mare, si affida alle proprietà benefiche degli spinaci, nutrendosene ad ogni necessità, di fronte a nemici che incarnano i “cattivi”. Uno di questi, con i quali Braccio di Ferro si trova sovente in situazioni rissose, è Bruto, imponente marinaio attaccabrighe dalla barba folta e nera.
Motivo di litigio fra Bruto e Braccio di Ferro è Olivia, fidanzata di quest’ultimo ma corteggiata anche dal primo. Molto alta e molto magra, dalle scarpe lunghissime e dall’aspetto esile, dimostra però una forza inaspettata, con la quale a volte riesce a tenere a bada le insistenze di Bruto, in attesa dell’aiuto del fidanzato.
Nella serie troviamo anche un’altro nemico ricorrente di Braccio di Ferro: la Strega del Mare, donna pirata, strega che può assumere varie sembianze.
Figlio adottivo di Braccio di Ferro è Pisellino, che riceve le amorevoli cure del padre. Poldo, adulatore, imbroglione e furbo, si autodefinisce migliore amico di Braccio di Ferro ed è insaziabile divoratore di hamburger. Castor, fratello di Olivia, è ambizioso e presuntuoso.
Dopo la morte di Elzie Crisler Segar, avvenuta prematuramente nel 1938 ad appena 10 anni dalla creazione di Braccio di Ferro, gli autori che si susseguono per continuare l’opera sono numerosi: troviamo Tom Sims, Ralph Stein, Doc Winner e Bela Zaboly. Le avventure di Braccio di Ferro sono poi proseguite grazie al lavoro di un suo allievo, Bud Sagendorf, che realizza i fumetti a partire dal 1959 e fino alla sua morte nel 1994.
A partire dal 1933 fanno la loro comparsa anche cortometraggi ispirati ai fumetti, il primo dei quali si intitola “Popeye the Sailor”. Con una durata di circa 20 minuti, sono prodotti inizialmente per il cinema, successivamente anche per la televisione.
Ritenendo ai tempi che gli spinaci fossero un alimento vegetale ad alto contenuto di ferro, ed essendo Braccio di Ferro un personaggio immaginario con una forza sovrumana, l'associazione Braccio di Ferro-spinaci, ovvero il fatto che mangiando spinaci si diventa forti come Braccio di Ferro nacque a scopo promozionale per invogliare i bambini a nutrirsi di questa verdura senza fare capricci. Per molti decenni è circolata la leggenda che gli spinaci facessero bene perché “contenevano ferro”; quando sono state fatte analisi accurate si è visto che contengono, si, ferro, ma circa 3 mg per 100 g di foglie fresche, molto meno di quanto ritenuto precedentemente. Il personaggio di Braccio di Ferro, non a caso, fece la fortuna dei coltivatori di spinaci, tanto che i contadini di una località texana, Crystal City, gli eressero una statua per ringraziarlo.


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