Cerca nel web

giovedì 8 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 viene messo in atto in Italia un tentativo di colpo di stato, fallito.
In quella notte, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.
Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.
L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.
Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.
Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.
Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.
Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.
Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.
La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.
Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.
Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.
Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.
Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.
A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”.

mercoledì 7 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre 1852 a Mantova vengono impiccati alcuni dei cosiddetti "martiri di Belfiore".
 Dopo la caduta di Napoleone, a Mantova, la maggior parte della popolazione restò indifferente di fronte al ritorno degli austriaci, anche se il ripristino immediato delle consuetudini conservatrici asburgiche si fece sentire quando entrò a far parte del Regno del Lombardo-Veneto sotto l'Impero. Venne privilegiata la sua funzione di fortezza, che insieme a Peschiera, Verona, Legnago, formava il cosiddetto Quadrilatero.
Il Castello di San Giorgio divenne uno dei carceri di massima sicurezza dell'Italia del Nord. L'Austria, vinta la I guerra d'Indipendenza e repressi i moti del '48-'49, seguì nel  Lombardo-Veneto le indicazioni del Cancelliere dell'Impero, Felice di Schwartanberg, che sosteneva, per scoraggiare qualsiasi tentativo d'autonomia, il bisogno di qualche "salutare impiccagione". Infatti ben 961 condanne a morte vennero eseguite nel regno in un anno; inoltre ai funzionari civili e militari era permesso applicare pene corporali ed infine vennero imposti pesantissimi tributi alle popolazioni. Di fronte ad una stretta così dura, il malcontento cresceva, alimentando le file dei movimenti di rivolta.
Il movimento Mantovano amalgamò le differenze ideologiche esistenti fra i rivoluzionari riconoscendo che era necessario prima di tutto organizzarsi per preparare una coscienza civica.
Le basi dell'organizzazione vennero poste in una riunione tenutasi il 2 novembre 1850 in una abitazione al n 10 dell'odierna via G. Chiassi, per decidere di creare un comitato insurrezionale allo scopo di raccogliere armi e denaro, creare collegamenti con altre organizzazioni ed infine di contrastare l'Austria. Diciotto mantovani parteciparono a questa storica seduta, tra cui Giovanni Acerbi, Carlo Poma, Achille Sacchi, don Enrico Tazzoli, il vero organizzatore e coordinatore del moto, ed altri rivoluzionari. Tra i più attivi, don Enrico Tazzoli aveva stretti contatti con Tito Speri, uno dei più audaci protagonisti delle dieci giornate di Brescia del 1849, Antonio Scarsellini di Venezia, il conte Carlo Montanari di Verona, i fratelli Lazzati e G. Pezzotti di Milano ed inoltre era in accordo con Mazzini, esule a Londra, per lanciare le cartelle del prestito interprovinciale mazziniano per la raccolta di monete di piccolo taglio. L'audacia dei mantovani era tale che le cartelle venivano offerte pubblicamente nei bar senza temere la polizia.
Il 5 novembre 1851 fu giustiziato fuori dagli spalti di Belfiore il sacerdote don Giovanni Grioli, che non faceva parte della congiura, ma  fu accusato falsamente di aver tentato di corrompere due soldati ungheresi e per questo condannato alla pena capitale.
Nel gennaio del 1852, la congiura venne scoperta per una circostanza fortuita: durante la perquisizione in casa di Luigi Pesci, esattore comunale di Castiglione delle Siviere, alla ricerca di banconote false, vennero trovate alcune cartelle del prestito mazziniano.
Pesci interrogato, svelò che un professore del Seminario di Mantova, don Ferdinando Bosio, gli aveva venduto le cartelle.
Questi, dopo aver resistito per 24 giorni agli interrogatori, confessò che il coordinatore del movimento mazziniano era un suo collega, don Enrico Tazzoli, che fu arrestato il 27 gennaio del 1852 . Egli si considerò estraneo alle accuse di don Bosio e non rivelò la chiave di lettura del quaderno su cui annotava, secondo un codice segreto i nomi degli affiliati e le somme raccolte che gli avevano sequestrato. Tra gli altri, venne arrestato anche Luigi Castellazzo, segretario del comitato mantovano che confessò la trama della congiura. Forse diede la chiave per decodificare, anche se non vi è la prova certa, il codice segreto chiamato Pater Noster con cui venivano cifrati i documenti dal Tazzoli. Il 24 giugno, in carcere, don Tazzoli seppe che gli austriaci avevano decifrato la chiave di lettura del suo quaderno. Vennero arrestati Carlo Poma, Tito Speri, Carlo Montanari e altri iscritti di Mantova, Verona, Brescia e Venezia; poiché il centro della congiura era Mantova qui furono condotti tutti i prigionieri.
Quasi tutti i prigionieri confessarono; anche don Tazzoli ritenne assurdo negare l'evidenza; cercò di minimizzare la responsabilità degli altri ma non rivelò i nomi di quelli che si celavano sotto pseudonimo. Furono tutti rinchiusi e sottoposti a torture morali e fisiche, organizzate dallo spietato giudice istruttore tedesco, Krausn, nelle carceri del castello di S. Giorgio o in quello tremendo della Mainolda. Alcuni non resistettero  e morirono in seguito alle sevizie ed alla somministrazione massiccia di Belladonna (una pianta medicinale contenente atropina, un alcaloide che in dosi eccessive provoca delirio e coma); come Giuseppe Maggi di Verona, Giuseppe Clementi di Laives e il milanese Ambrogio Ronchi; mentre Mauro Vimercati e Igino Sartena si suicidarono; Giuseppe Sartena invece impazzi. Furono processate 110 persone.
Il 7 dicembre 1852 furono eseguite le prime condanne a morte per impiccagione. A seguito della sentenza il Vescovo di Mantova, monsignor Corti tentò inutilmente di intervenire affinché si evitasse per don Enrico Tazzoli la sconsacrazione. Fu costretto, su ordine del Papa, a procedere alla mortificante cerimonia: la lettura della formula di condanna, il ritiro dei paramenti sacri tolti di dosso e la raschiatura con un coltello della pelle delle dita che sorreggono l'ostia durante la comunione. La tragedia poteva essere evitata, se solo avessero negato le accuse, infatti l'articolo 443 del codice penale austriaco prevedeva nei casi di alto tradimento 20 anni di prigionia e non la forca, riservata solo a chi si dichiarava reo. Unico patriota che non fu condannato a morte fu Giuseppe Finzi che aveva sempre negato di fronte alle accuse dei compagni, e in base al predetto articolo fu condannato a 18 anni di carcere duro.
Il primo ad essere impiccato fu Giovanni Zambelli, di seguito Angelo Scarsellini, don Enrico Tazzoli, Bernardo De Canal ed infine il medico Carlo Poma. 
Sui muri delle celle, nell'odierno Convento attiguo alla Chiesa di Santa Teresa trasformato in prigione dove trascorsero gli ultimi giorni, don Tazzoli scrisse di perdonare tutti sperando per sé il perdono di Dio mentre Bernardo de Canal annotò angoscioso " Chi avrebbe detto a mia madre, quando me dié la vita: costui aspetta il carnefice? povera madre! Viva l'Italia".
Il processo contro gli altri rivoluzionari proseguì e nel marzo del 1853, in Piazza Sordello, davanti ad uno schieramento imponente composto da due battaglioni schierati con due cannoni in batteria venne letta la sentenza. Il colonnello Kraus, in grande uniforme, lesse le lunghe disposizioni che commutavano a vent'anni di carcere, la pena di morte per 20 dei 23 condannati, mentre diveniva esecutiva per Carlo Montanari, don Bartolomeo Grazioli arciprete di Revere e Tito Speri che il 3 marzo del 1853 vennero impiccati a Belfiore. Il 16 marzo venne emessa un'altra sentenza di morte, riguardante Pietro Frattini. Venne impiccato il 19 marzo, poche ore prima che fosse notificato un proclama di amnistia a tutti i condannati, edito per il compleanno dell'imperatore, da Radetzky.
 Infine, fuori città, nei pressi dell'incrocio tra la via Legnaghese con Strada Cipata il 4 luglio del 1855 fu giustiziato Pier Fortunato Calvi.
Dalla fine del 1848 al 1854 nel Lombardo Veneto vi furono proteste contadine, sfociate a volte in vere rivolte. La reazione austriaca fu sempre spietata: una prima commissione nel mantovano, nominata da Gorzkowski mandò a morte 16 contadini nel periodo tra il 1848-1850. Una seconda commissione nelle città di Este fece condannare, tra il 1851 e il 1854, 245 giovani, accusati di atti di terrorismo, di renitenza e di costituzione di bande armate.
Nel giugno del 1866, durante alcuni scavi per fortificare la zona di Belfiore, da parte di due capimastri mantovani incaricati dal Genio austriaco, si trovarono le spoglie dei Martiri. Per quattro notti, gli Andreani, padre e figlio  lavorarono in segreto per riportare alla luce i resti e trasportarli al cimitero cittadino, dato che il governo austriaco ne aveva vietato il seppellimento in terra consacrata. Nonostante gli sforzi non riuscirono a trovare i corpi di Pietro Frattini e don Grioli che furono rinvenuti l'anno successivo. Nel 1869, il Comune di Mulo prese la denominazione di Villa Poma, mentre al toponimo Fontanella venne aggiunto Grazioli in onore rispettivamente di Carlo Poma e Bartolomeo Grazioli.
Il 7 dicembre 1872 veniva inaugurato solennemente un monumento che racchiudeva le spoglie dei Martiri, al centro dell'odierna Piazza Sordello ed il cippo marmoreo in Valletta Belfiore. Il monumento fu sfregiato da ignoti, tanto che si dovettero ricostruire le effigi dei Martiri e fu nuovamente inaugurato il 5 giugno del 1887. Il 27 settembre 1930 il monumento fu smembrato e la piazza ridotta allo stato attuale. La base con i resti mortali e le figure dei Martiri fu trasferita nel Tempio di San Sebastiano trasformato in Famedio dei Caduti, la statua del "Genio dell'Indipendenza" in Palazzo Ducale, e le lapidi nel museo del Risorgimento.
Nel 2002, 150º anniversario, il monumento fu restaurato e ricomposto nei giardini della valletta di Belfiore e inaugurato solennemente il 20 novembre dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

martedì 6 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Il 6 dicembre 1989 a Montréal ebbe luogo il "massacro del politecnico".
Poco dopo le 4 del pomeriggio del 6 dicembre 1989 Marc Lépine, un giovane di 25 anni, giunse all'edificio che ospita il politecnico di Montréal, armato di un fucile semiautomatico e un coltello da caccia. Aveva acquistato il fucile il 21 novembre in un negozio di articoli sportivi di Montréal, dicendo al commesso che intendeva usarlo per praticare la caccia a piccoli animali. Lépine conosceva bene l'edificio, avendolo ispezionato nei dettagli almeno sette volte nelle settimane precedenti il massacro.
Lépine sedette per un po' alla reception del secondo piano, senza parlare con nessuno, nemmeno quando un membro dello staff gli chiese se aveva bisogno di qualcosa. Uscito dall'ufficio, fu visto in altre parti dell'edificio prima di entrare intorno alle 17 e 10  in una classe di ingegneria meccanica del secondo piano, con all'interno circa sessanta studenti. Dopo essersi presentato, ordinò ai presenti di smettere di fare quel che stavano facendo, e che le donne e gli uomini si disponessero su lati opposti della classe. Inizialmente nessuno si mosse, pensando a uno scherzo, fino a che Marc sparò un colpo al soffitto.
Lépine quindi separò le nove donne dai circa cinquanta uomini ed ordinò a quest'ultimi di lasciare l'aula. Quindi chiese in francese alle donne se sapevano perché erano lì, e quando una studentessa rispose di no, lui replicò dicendo "sto combattendo il femminismo". Una delle studentesse, Nathalie Provost, disse "Guarda, noi siamo solo donne che studiano ingegneria, non significa che siamo femministe pronte a marciare in strada gridando che siamo contro gli uomini, siamo solo studentesse che intendono fare una vita normale". Lépine rispose "voi siete donne, diventerete ingegneri, siete tutte un branco di femministe. Io odio le femministe". Quindi aprì il fuoco da sinistra a destra, uccidendo 6 ragazze e ferendone 3, inclusa la Provost. Prima di uscire scrisse la parola "merda" due volte sopra un quaderno di uno studente.
Lépine si incamminò nel corridoio del secondo piano ferendo tre studenti prima di entrare un un'altra aula dove tentò due volte di sparare a una studentessa. L'arma si inceppò e fu visto infilarsi nelle scale di emergenza e ricaricare il fucile. Tornò verso la stanza da cui era uscito, ma gli studenti si erano chiusi dentro. Lungo il corridoio sparò allora ad altri, ferendone uno, prima di andare verso l'ufficio dei servizi finanziari dove sparò e uccise una donna attraverso il vetro della porta.
Si diresse verso la caffetteria del primo piano, all'interno della quale vi erano un centinaio di persone. La folla impazzì dopo che ebbe sparato a una donna vicino alla cucina e ferito un altro studente. Entrò nel magazzino della cucina dove sparò e uccise altre due donne che si nascondevano lì. Ordinò a un ragazzo e una ragazza di venire fuori da sotto un tavolo; quelli lo fecero e li risparmiò.
Quindi Lépine salì al terzo piano dove ferì due maschi e una femmina nel corridoio. Entrò in un'aula ed uccise e ferì diverse ragazze e ragazzi sparando in ogni direzione. Ferì anche una ragazza di nome Maryse Leclair. Questa, accasciatasi al suolo, urlò chiedendo aiuto e Lépine, tirando fuori il coltello, la pugnalò tre volte uccidendola. Quindi si tolse il berretto, avvolse il cappotto intorno al fucile, esclamò "merda" e si uccise sparandosi in testa, venti minuti dopo aver iniziato il suo attacco. Sessanta proiettili erano rimasti nelle scatole che aveva con sé. Aveva ucciso quattordici donne (tredici studentesse e una impiegata) e ferito altre quattordici persone, di cui quattro uomini.
Dopo aver tenuto una conferenza stampa all'esterno del politecnico, il direttore della Polizia di Montréal Pierre Lecrair entrò nell'edificio e trovò il corpo senza vita di sua figlia Maryse.
La tasca interna della giacca di Marc Lépine conteneva una lettera d'addio e due lettere ad amici, tutte con la data del massacro. Il testo completo della lettera d'addio non fu mai rivelata dalla polizia.
Nella lettera Lépine spiegava di ritenersi in pieno possesso delle sue facoltà e che condannava le femministe per avergli rovinato la vita. L'attacco era motivato dalla sua rabbia contro le femministe che volevano cambiamenti sociali volti ad ottenere vantaggi per il fatto di essere donne, a scapito di quelli degli uomini. Inoltre menzionava e inneggiava a Denis Lortie, un soldato delle forze canadesi che aveva ucciso 3 impiegati governativi e ferito altri 13 durante un attacco armato all'Assemblea Nazionale del Quebec il 7 maggio 1984.
Il massacro scosse profondamente i canadesi. Si temeva che le polemiche e le discussioni pubbliche potessero causare dolore ai familiari e portare a violenza antifemminista. Pertanto non fu tenuto alcun processo pubblico, e non venne reso pubblico il testo integrale della lettera di Lépine. Allo stesso modo non furono resi pubblici né i risultati autoptici né i rapporti dell'inchiesta, nonostante le proteste dei media, delle organizzazioni femminili e dei familiari delle vittime.
I feriti e i testimoni tra gli studenti e gli impiegati dell'università ebbero una quantità di problemi di carattere fisico, sociale, esistenziale, finanziario e psicologico, incluso lo stress post-traumatico. Alcuni studenti si suicidarono. Almeno un paio di essi scrissero che la ragione del suicidio era dovuta all'inguaribile angoscia che li attanagliava dal giorno del massacro. Nove anni dopo l'evento, quasi tutti i sopravvissuti lamentavano di non aver ancora superato interamente lo stress di quell'esperienza.
La risposta della polizia alla sparatoria fu fortemente criticata dai media, per il tempo che fu lasciato a Lépine di compiere il massacro. I primi poliziotti giunti sul posto stabilirono un perimetro attorno all'edificio e attesero prima di entrare. Durante questa operazione Lépine ebbe il tempo di uccidere molte donne. Successivamente furono radicalmente cambiati i protocolli per questo tipo di emergenze e ciò consentì un'azione efficace nella sparatoria del Dawson College del 2006, dove la perdita di vite umane fu minima.
Un'ulteriore conseguenza del massacro fu una spinta al movimento canadese per il controllo delle armi. Una sopravvissuta, Heidi Rathjen, che era in un'aula in cui Lépine non era entrato, fondò la Coalizione per il Controllo delle Armi insieme a Wendy Cukier. La loro attività, insieme a quella di altri, consentì la promulgazione di una legge che includeva l'obbligo di corsi di formazione per i possessori di armi, la loro schedatura, regole per la conservazione di pistole e munizioni e la registrazione di qualsiasi arma da fuoco.
Tra il 2009 e il 2012 i sopravvissuti al massacro e i familiari delle vittime si opposero fortemente ai tentativi del governo conservatore di Stephen Harper di abolire il registro delle armi a canna lunga. Tuttavia la schiacciante vittoria di Harper alle elezioni del 2011 portò all'abolizione del registro nel 2012. Il Quebec si oppose in tribunale ed ottenne una vittoria, pertanto quel registro continua ad esistere nel solo Quebec.

lunedì 5 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 5 dicembre.
Secondo la tradizione romana, questo è il giorno in cui avevano inizio le Faunalia Rustica.
Nell’antica Roma le Faunalia erano feste celebrate in onore di Fauno, divinità italica di origine pastorale, protettore del bestiame e della fecondità, dio della campagna contrapposto al dio dei boschi Silvano. Secondo la tradizione, il culto fu introdotto a Roma da Numa Pompilio (715-663 a.C). Caratteristica soprattutto delle zone rurali, la celebrazione aveva luogo in inverno e in primavera: le Faunalia invernali, conosciute anche come Faunalia Rustica, si svolgevano dal 5 (dies faustus) all’8 dicembre (none di dicembre) e chiudevano l’anno nelle campagne, mentre le Faunalia Primaverili, meglio conosciute come Lupercalia, precedevano il risveglio primaverile della natura invocando la protezione sulle greggi, e ricorrevano il 15 febbraio.
I festeggiamenti delle Faunalia Rustica si svolgevano all’aperto, generalmente nei campi lontano dalla città. Pastori e contadini si intrattenevano intorno a spettacolari fuochi propiziatori, i villaggi erano in festa, i crateri traboccavano di vino, e dalle antiche are si levavano nuvole d’incenso. Erano giorni in cui i buoi non erano sottoposti al giogo, perché all’allegria dilagante dovevano partecipare non solo gli uomini, ma anche gli animali: gli agnelli ruzzolavano nei prati, i villici riposavano coricati sull’erba oppure eseguivano balli rustici, si sacrificavano al dio capretti o pecore le cui carni erano distribuite ai presenti. Sembra che in quella ricorrenza, miracolosamente il lupo non desse più la caccia alle greggi. Durante le ore notturne aveva luogo una danza particolare, utilizzata anche dai sacerdoti Salii, attraverso la quale si invocava la protezione di Fauno sul raccolto e sul bestiame.
A Roma, l’unico tempio a Fauno si trovava sull’Isola Tiberina e, presso un bosco situato nelle vicinanze della fontana Albunea, esisteva un celebre oracolo dedicato al dio.
A quanto ci racconta Orazio, le Faunalia Rustica erano una specie di S. Silvestro rurale dell’età pagana.
In questo contesto Fauno è posto in esplicito rapporto col lupo. Nell’ode oraziana si invoca Fauno chiedendogli di mostrare il suo aspetto mite, affinché i germogli possano spuntare dal suolo, ma le immagini più intense sono dedicate alle fronde della foresta e ai lupi che vi vagano. Fauno è un’entità divina che affascina proprio per la sua ambiguità: parte uomo e parte dio, è raffigurato in forma umana e ferina, probabilmente per dare risalto a una certa primordiale ambivalenza, orientata ora verso il bene ora verso il male. Perciò si rende necessario rabbonirlo con preghiere e riti adatti alla sua indole.
Marco Terenzio Varrone, tramandato da S. Agostino, racconta un rituale notturno che i Romani svolgevano per impedire al demone Fauno, in occasione della nascita di un bimbo, di insediare la puerpera: tre uomini impersonavano i guardiani della soglia, costoro percorrevano i limiti della casa, si recavano alla porta principale; il primo, rappresentante di Picumno, demone del mortaio e della scure, colpiva la soglia con una scure, il secondo, in veste di Pilumno, demone della lancia e del pestello, colpiva la soglia con un’arma da lancio, e il terzo, che impersonava Stercutius, demone dell’immondizia e per contrasto della purificazione, ripuliva la soglia dalle schegge con una scopa (nelle antiche culture certi utensili quotidiani avevano valenze magiche e se ne trova il ricordo nelle favole) invocando Deverra, divinità inserita nell’elenco degli “Indigitamenta” (invocazioni alle divinità).
Con questi atti rituali si sarebbe esorcizzata l’intromissione di Fauno o più tradizionalmente di Silvano.
Il dio Fauno viene successivamente identificato con Pan e in età classica si moltiplica: i Fauni diventano creature campestri, equivalenti dei satiri greci. Come questi, hanno il corpo metà d’uomo e metà di capra, corna e zoccoli.

domenica 4 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 dicembre.
Il 4 dicembre 1563 viene uccisa a Carini la baronessa Laura Lanza.
A 450 anni dall’accadimento, è stato riaperto a sorpresa uno dei gialli più antichi della storia siciliana. Quello di Laura Lanza, più nota come la Baronessa di Carini, e del suo amante Ludovico Vernagallo.
Furono trovati morti nel Castello di Carini, in Provincia di Palermo, il 4 dicembre 1563. L'ex sindaco di Carini (Palermo), Gaetano La Fata, decise di affidare ad un team di criminologi di chiara fama della International Crime Analysis Association la riapertura dell’inchiesta per provare a risolvere il mistero del duplice delitto.
Consultando i documenti e gli atti di decesso della Baronessa e di Ludovico Vernagallo, conservati nell’archivio della chiesa madre di Carini, risulta che effettivamente per i due si trattò di morte violenta. La mancanza di annotazioni e l’anonimità di stesura degli stessi atti porta a credere che l’autore del duplice omicidio sia stato il barone Vincenzo II La Grua Talamanca e non il padre di Laura, anche se don Cesare Lanza di Trabia nella sua deposizione, resa alla Corona di Spagna, se ne accollò la responsabilità.
Laura, terza figlia del barone Cesare Lanza di Trabia, nasce il 7 Ottobre 1529 nell’omonimo paese da cui il suo casato prende il nome. Viene descritta di carattere mite e di natura fondamentalmente buona, al contrario del padre irascibile, astuto, presuntuoso, superbo, avido di ricchezza e di denaro.
Il dramma dell’intera vicenda consiste in un matrimonio sbagliato, in un’unione non voluta dal cuore della baronessina ma dal suo burbero padre che sacrifica sull’altare degli interessi la vita, il candore, l’amore e la sensibilità della giovane figlia. La ragazza viene educata alle arti così come conviene al suo rango nobiliare, frequenta maestri di musica, di canto, di solfeggio, di ballo, che sono tra i migliori della città di Palermo. Durante le lezioni conosce due compagni di studio, Vincenzo II La Grua e Ludovico Vernagallo, che muteranno sicuramente il corso della sua vita. Laura s’innamora, subito, di Ludovico sconoscendo che Don Cesare ha già deciso di concedere la sua mano all’erede del potente e ricco casato dei La Grua Talamanca.
Il tutto avviene all’insaputa dei tre giovani che pur della vicenda sono i protagonisti. La baronessina è informata della disposizione paterna nel corso di un colloquio con la madre. A nulla serve implorare, protestare, riversare calde lacrime; Laura è costretta ad accettare la volontà del padre. L’unico sconfitto resta l’amore che viene relegato ad un ruolo di superflua importanza.
La domenica 21 Dicembre del 1543, nella Cappella Palatina del Palazzo Reale di Palermo si celebrano le nozze tra Laura Lanza e Vincenzo II La Grua.
Narrano le cronache dell’epoca che gli invitati sono più di duemila, a riprova del gran credito che circonda la famiglia La Grua Talamanca, che imparentandosi con i Lanza compie un ulteriore salto di qualità. I festeggiamenti in onore della coppia durano circa un mese e, come consuetudine vuole, un giorno di festa viene riservato al popolo che ha così modo di riempirsi lo stomaco e di portarsi dietro ogni ben di Dio. In questa circostanza, i popolani imparano ad amare la baronessa di Carini che fa di tutto, con il suo sorriso malinconico, che lascia trasparire un intimo dramma, per accattivarsi la stima e l’amore delle persone più semplici ed umili.
Il marito, alle cure per la giovanissima moglie, preferisce quelle per i suoi latifondi lasciandola sola nelle grandi sale del castello. Laura ben presto, cerca conforto nell’amore di Ludovico, finché la loro relazione, durata quattordici anni, finisce tragicamente.
In una fredda notte dei primi di Dicembre del 1563, mentre la Baronessa sta trascorrendo un’altra notte di tenerezza con Ludovico Vernagallo, suo unico e solo grande amore, il frate di un convento attiguo al castello, certo Antonio del Bosco, avvisa il padre della presenza dell’amante a letto con la figlia.
Questi, punto nel suo aristocratico onore e deciso a lavare nel sangue l’infamia arrecata al nome della famiglia, con un gruppo di cavalieri circonda il castello di Carini e blocca tutte le uscite per evitare una qualsiasi fuga degli amanti. Trovata Laura fra le braccia di Ludovico, don Cesare Lanza li uccide a pugnalate a sangue freddo. A nulla valgono le disperate grida di pietà della figlia, l’onore della famiglia viene prima di tutto. La Baronessa si contorce negli spasimi della morte, scivola lungo il muro della stanza e l’impronta della sua mano insanguinata rimane indelebile su di esso.
Per evitare che la notizia si sparga per il paese, nessun funerale viene celebrato per i due infelici amanti. È redatto solo l’atto di morte
“A dì 4 Dicembro vije Indictionis 1563. Fu morta la spettabile Signora Donna Laura La Grua. Sepelliosi a la matrj ecclesia... Eodem. Fu morto Ludovico Vernagallo”
nel registro
“Mortuor ab anno 1555, ad 1575”, sul retro della pagina 138, che si conserva nell’archivio della Chiesa Madre di Carini. La dizione “fu morta” e le croci segnate accanto al nome stanno ad indicare la morte violenta.
La mancanza di annotazioni e l’anonimità di stesura degli stessi atti di decesso, in cui è utilizzata la forma quasi impersonale, ci porta ad una conclusione:
non è il padre, che non ha il coraggio, consapevole di essere stato la causa di tanto male, a  commettere l’assassinio, così come raccontano le leggende ed il poemetto di autore ignoto del 1500. Esecutore materiale è, invece, il barone Vincenzo II La Grua Talamanca spinto, più che dall’onore, dalla clericale corte di Spagna che non vede positivamente le relazioni adulterine.
Di fronte al suo assassino Laura, dunque, non pronuncia: “Signuri patri chi vinistivu a fari”, ma più precisamente:
“Signuri maritu chi vinistivu a fari”. Ed il marito biecamente risponde:
“Signora muggheri vinni a ‘mazzarivi” . Così la colpisce reiteratamente al petto e alle spalle, quindi, prima di allontanarsi, ordina ai suoi accoliti di mettere a tacere l’accaduto e, se necessario, di dire che il barone ha ucciso la figlia insieme all’amante e di murare la porta della stanza.
Infine, aggiunge: “Et Nova sint Omnia” . Tali parole – riferite in una anonima cronaca del tempo –, soffuse di mistero e di tragica realtà, tradiscono lo stato d’animo del barone La Grua ed esprimono l’esigenza di dimenticare un delitto commesso e non punito.
È importante rilevare che dal settimo anno di matrimonio in poi, Laura dà alla luce ben sette figli, Eleonora, Maria, Lucrezia, Cesare, Ottavio, Tiberio e Giuseppe che muore ancora in fasce. Secondo le indiscrezioni circolanti sembrerebbe che il padre di queste creature sia proprio il Ludovico Vernagallo.
A riprova di ciò, Vincenzo II La Grua, dopo quattro mesi dalla morte di Laura, disereda i suoi figli e il 28 Aprile 1564 si risposa con Ninfa Ruiz, da cui non avrà nessuna prole così come da un terzo matrimonio con Donna Paola Sabia, avvenuto l’11 Marzo 1566, con la quale rinnova i “capitoli” già stipulati con la Ruiz e cioè: “i figli, ritenuti adulterini, rimangono pur sempre rejetti e pesantemente obliati”.
Le possenti mura del castello di Carini, da quasi cinquecento anni, racchiudono e custodiscono nelle loro sale il terribile segreto di una storia d’amore alla quale con la violenza si è posto un tragico fine. Da quel giorno, in molti giurano di aver sentito, nelle fredde notti invernali, per le ampie sale del castello, un leggero fruscio di vesti femminili e delle grida soffocate. È lo spirito irrequieto della Baronessina, morta col desiderio di confessarsi e mettersi in grazia di Dio, che torna in quei luoghi nell’atteggiamento di implorare il tributo della nostra clemenza e della nostra pietà.

sabato 3 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 dicembre.
Il 3 dicembre 1947, a Broadway, va in scena la prima di "Un tram chiamato desiderio", di Tennessee Williams.
Tennessee Williams è, con Arthur Miller, una delle due figure più eminenti  del teatro americano contemporaneo. Danno il cambio entrambi a Eugene O'Neil e fanno da ponte tra la generazione degli anni '30 (Clifford Odets, Maxwell Anderson, Elmer Rice, Thornton Wilder) e quella del dopoguerra. Tutti e due hanno un repertorio che continua a essere rappresentato sulle scene americane. E in passato hanno ricevuto una consacrazione internazionale grazie alla riduzione cinematografica delle loro opere, beneficiando del talento di un regista  come Elia Kazan. Ma si associano i loro nomi soprattutto  per meglio opporli. Di fronte a Miller il marxista,  accusatore e   vittima del maccartismo, l'uomo del presente e dell'azione militante, Tennessee Williams è presentato come l’intellettuale  freudiano, l'uomo della nostalgia e del sogno, che si rivolge all’immaginario collettivo tramite le immagini e i  miti. Si contrappongono  anche l'uomo del Nord all'uomo del Sud, arrivando addirittura a definire l’uno lo Scandinavo e l’altro  il Mediterraneo. Se l’intenzione è l’indicazione di  una polarità,   c'è comunque  una semplificazione eccessiva. Forse Tennessee Williams merita il titolo di “mediterraneo” a causa della sua predilezione per l'Italia, un'Italia dei grandi miti, ma anche un'Italia sensuale, eccitante, così come può rappresentarsela un americano educato nel puritanesimo. E comunque  le polarità, le opposizioni, le troviamo dentro la stessa personalità di Williams, e della sua fama. Com’è possibile, in particolare, che continui ad esercitare, ancora oggi, un così forte fascino, visto che ha praticato una forma di teatro che si può ritenere superato, o convenzionale, rispetto alle sperimentazioni newyorkesi degli anni '60? Non si potrebbe  sospettare in fondo che quest'uomo di teatro ha dovuto in parte la sua fortuna  a tutti quei  meravigliosi  interpreti del cinema che hanno saputo dare una presenza, uno spessore, una forza poetica ad un universo che avrebbe potuto, altrimenti, sembrare artificiale o ingenuo, o troppo pesantemente caricato di simboli?
Fra i drammi, o i film, che gli hanno di più decretato il  successo, c'è ovviamente Un tram chiamato desiderio (A Streetcar Named desire), che vedeva Vivien Leigh nel ruolo di Blanche Du; La rosa tatuata (The rose Tatoo), dove, di fronte a Burt Lancaster, Anna Magnani era  una siciliana più vera di una vera siciliana; Baby Doll, scritta direttamente per il cinema, e che rese famosa Carroll Baker in un ruolo di donna-bambina; La gatta sul tetto che scotta (Cat on a Hot Tin Roof), che opponeva Elizabeth Taylor a Paul Newman in una ricca piantagione del Mississippi; Improvvisamente l'estate scorsa (Suddenly Last Summer), dove Katherine Hepburn era una madre sublime e ossessiva; infine La notte dell'iguana (The Night of the Iguana), inseparabile nella nostra memoria dalla presenza inquietante di Ava Gardner e di Richard Burton.
Il mondo di Tennessee Williams  sono soprattutto quest'uomini e queste donne che,  al di  là o al di qua della psicologia tradizionale, si desiderano e si odiano, a volte senza saperlo, sempre senza volerlo, e  si dilaniano a vicenda  in un'atmosfera elegante e tragica in cui, sotto l’allure raffinata, agisce una ferocia selvaggia. Sono queste  vesti  bianche e immacolate e questi corpi che respirano affannati, i cubetti di ghiaccio che tintinnano nei bicchieri e l'alcolismo che opera le sue silenziose devastazioni. Sono questi personaggi semplificati come lo sono gli eroi dei western e quelli delle grandi tragedie, queste figure inseparabili dall’ambiente che li circonda e che è come il segno del loro destino. È un clima d'oppressione quasi atmosferica, un clima pesante che precede la  tempesta, dove gli odori forti  si mescolano con i versi stridenti degli uccelli  rapaci o le grida dei bambini, ricordando che il mondo è una giungla. Sono le musiche nostalgiche, brani jazz e note di pianoforte  che si odono lontane.
Della vita di Tennessee Williams, le sue memorie, pubblicate nel 1975 per ragioni apertamente commerciali, ci consegnano soltanto la superficie. Droga, esperienze, discussioni sfilano con monotonia in confidenze  false,  “appiattite” dal magnetofono. Non utili  per apprendere  se c'è corrispondenza tra l'uomo e l'universo chiuso, ossessivo, brutale, squilibrato che ha saputo creare. Bisogna ricorrere ad altre fonti, alla leggenda e la storia già note. Fu, si sa, un bambino delicato, allevato soprattutto da donne, con un padre collerico e spesso assente. È soltanto alla morte di questo padre, nel 1957, che Tennessee Williams si sottoporrà alla psicoanalisi. Ebbe una sorella, Rose, fragile come lui, compagna di  gioco, che fu più tardi internata  per schizofrenia: «I petali del suo spirito sono ripiegati dalla paura», scriverà  suo fratello a proposito della sua malattia. Sarà il modello della ragazza dalla fragilità di vetro soffiato, Laura, nello Zoo di  vetro (The Glass Menagerie).
«Tennessee» (Tenn per gli intimi) sarà  lo pseudonimo scelto dal giovane Thomas Lanier Williams per ricordare - dice la leggenda - la lotta dei suoi antenati contro gli indiani nello  Stato omonimo, ed annunciare quella del giovane autore che voleva essere, dell'artista pioniere…  Ha sempre mentito sulla sua età, che si ringiovaniva di tre anni a partire da un concorso letterario al quale poté partecipare grazie a questo sotterfugio. Conobbe, a Saint Louis, la povertà, ed il suo rifugio era nel Sud, dai nonni, dove ritrovava la sua infanzia. I suoi problemi successivi:  la sua timidezza morbosa, il suo gusto della solitudine, la sua paura delle donne e la sua inclinazione per i giovani uomini, la sua erranza che lo conduce incessantemente «dal  divano dello psicanalista alle spiagge dei Caraibi», alla ricerca di una riconciliazione impossibile con sé stesso e con il mondo, le sue cure di disintossicazione, il suo innamoramento per il poeta Hart Crane, che doveva suicidarsi a trentatré anni, tutto ciò certamente si radica nella sua infanzia. Il puritanesimo dei suoi avi, che associa sessualità e colpa, è fortemente ancorato in lui ed egli cercherà, nella sua vita come nella sua opera, «di risputarlo». Non è necessario  sapere di più, tranne che si mise presto a scrivere novelle, genere letterario che, si sa, ha una connessione stretta con il teatro. Il suo apprendistato del teatro propriamente detto, Tennessee Williams lo fece nel 1936 con la troupe  dei  "Mummers" di Saint Louis, che furono, disse, il suo «apprendistato professionale». C'è soprattutto l’incontro con Elia Kazan, che, oltre al suo talento, porterà alle sue pièce “il metodo” dello Actor's studio: senso behavioristico  della psicologia, accento posto sull'azione fisica, rispetto dell'ambiguità, o, meglio, del segreto dei personaggi. Il successo di questo teatro sarà, occorre sottolinearlo, un grande successo popolare.
Uno dei punti  di forza del teatro di Williams è  che la sua drammaturgia rimane ancorata in profondità  nei fantasmi soggettivi, ossessivi dell'autore,   sorretti «dalla ragnatela di una mostruosa complessità»  costituta dalle «passioni e immagini che ciascuno di noi tesse attorno a sé tra la nascita e la morte». Tutto il problema consiste, per il drammaturgo, nel rendere comunicabile  quest'equazione personale. Se vi giunge, è per mezzo di  una lingua soprattutto extra-verbale  fondata su  un  «vocabolario di immagini». Un'immagine è spesso il punto di partenza di una pièce. Così per Un tram: «Vedevo una donna seduta su una sedia, in atto di attendere invano qualcosa, forse l'amore. La luce della luna splendeva attraverso la finestra,   suggerendo  la follia. Ho scritto la scena dandole il titolo: La sedia di Bianca al chiaro di luna».  Non c'è qui una preoccupazione d’ ornamento estetico ma necessità di comunicare una visione: «In una pièce, un simbolo ha un solo scopo legittimo, quello di dire una cosa in modo più diretto, con maggior semplicità e bellezza delle parole». O anche: «Il simbolo non è nulla di diverso che la forma naturale dell'espressione drammatica».
Questa qualità visiva delle sua drammaturgia spiega l’agio  con il  quale essa si presta all'adattamento cinematografico. Notiamo tuttavia che la visione passa spesso per il tramite  della lingua, e che il gioco drammatico consiste nella  corrispondenza  tra la narrazione e l'immagine scenica; come se Williams procedesse alla messa in dramma di un racconto  propriamente romanzesco, di una proiezione della sua immaginazione. Fin dal titolo, a volte, appare la metafora centrale sulla quale è costruita la pièce,  Rosa tatuata,  La gatta sul tetto che scotta,  o La dolce ala della giovinezza. A partire da qui, le linee si tessono in ogni  senso tra le parole e le cose. Così, ad esempio, nella Rosa tatuata: tra il nome di Serafina delle Rose, quello di sua figlia Rosa, il tatuaggio sul petto del marito, che sente bruciare sul proprio seno quando concepisce un bambino, quello che il deuteragonista  si fa fare per piacerle, la camicia di seta rosa che il coro delle donne, nella scena finale, farà passare di mano in mano. È il simbolo femminile della rosa che passa dalla femmina al maschio.  me anche in  Improvvisamente l'estate scorsa, l'episodio dell'arcipelago delle Galapagos, con, sul vulcano spento, la lotta contro la morte delle  piccole tartarughe di mare: tutta la spiaggia, colore cinereo, che avanza verso il mare mentre il cielo, nero anch’esso,  rumoreggia  e gli uccelli carnivori planano  a divorare le  tartarughe.
L'ossessione principale di Tennessee Williams, se ne ce n'è una, è forse la fuga del tempo. «Il nemico, il tempo, in ciascuno di noi», tema e frase finale de La dolce ala della giovinezza  (Sweet bird of Youth), si ritrova, sotto una forma o sotto un'altra, in ciascuna delle sue pièce. Volere fermare  il tempo è una delle motivazioni dell'artista: il teatro,  diversamente  dalla vita, lo condensa il tempo. Come la meditazione, il tragico sospende l’istante. Luogo chiuso, la scena è anche un tempo  chiuso dove gli eventi conservano il loro statuto di eventi. Ma l’istante  sospeso può essere un passato risuscitato. Una pièce può intitolarsi Improvvisamente l'estate scorsa;  Zoo  di vetro può essere definita dal suo autore «una pièce della memoria», tutto essendo visto attraverso il prisma della memoria. Nostalgia e paura del futuro vanno di pari  passo  nei personaggi di Williams. Rovine o monumenti di ciò che furono, devono sopravvivere alla loro giovinezza, alla loro bellezza, e tutto ciò che resta loro è di accelerare la loro distruzione con l’alterazione mentale o la passione. Gli uomini di Williams invecchiano meglio delle donne. L’autore le coglie preferibilmente verso la trentina, quando la loro bellezza è al culmine, al momento in cui  la forza devastatrice operante  in esse rende più straziante ciò che di lì a poco  sparirà. È Chance Wayne  in Dolce ala della giovinezza o Brick in La gatta sul tetto che scotta (1955). Il fascino  di Brick  discende dal suo tratto disincantato. Fare l'amore non genera in lei  alcuna preoccupazione, ma l'indifferenza elegante, la nonchalance.  Gli uomini sono delle creature splendide, docili  animali  covati da  sguardi di  femmina, resa folle quando quelli non vogliono più saperne, e allora  è come quando i gatti non riescono più  a posare le zampe in un  tetto di  zinco arroventato dal  sole. Le donne diventano dure, nevrotiche, rovinose, frangibili come il vetro, dominatrici ed impotenti. Ma negli uomini altresì, la morte incombe, la morte magnifica, come al cinema, o la morte insidiosa della malattia, o ancora la morte da calvario, il calvario dove si trascinano queste passioni inspiegabili contro le quali combattiamo invano. Lo scioglimento finale è sempre giusto, fuori  da ogni proporzione, come nella tragedia antica. In Improvvisamente  l'estate scorsa, Sebastian, dall’appetito (sessuale)   mai soddisfatto, sarà letteralmente divorato da ragazzi magri, morti di fame e  feroci come uccelli. Gli uomini e le donne sono vittime di questa solitudine fondamentale che è il nostro destino. «Tutti siamo condannati alla reclusione solitaria dentro la nostra pelle».  «Il lirismo personale» non  è che «il grido di un prigioniero nella cella  in cui, come noi tutti, è chiuso per la durata dei suoi giorni».
Il ruolo del drammaturgo consiste nel radunare  queste solitudini inconciliabili, cercare di fare scaturire da una situazione d'attesa, o di crisi, un momento di verità, il lampo di una rivelazione un attimo prima della distruzione. Anche quando i suoi personaggi  «esistono» intensamente ̶ anche se Tennessee Williams, come dice propriamente il critico Gerald Weales «mette  delle  vere rane nei suoi giardini immaginari» ̶, questo momento di verità non è mai d'ordine psicologico. Fa piuttosto apparire, sotto la superficie pulita, i grandi archetipi dell'umanità. Anche se c'è una verità delle relazioni umane, anche se la natura degli attori riesce a sventare ogni rischio di declamazione, lo stile non è realistico, l'evidenza è d'ordine poetica.  La cosa  stupefacente  è  che Tennessee Williams riesce spesso a fare passare questo clima poetico, a rendere «il segreto» albergante  nel cuore di ciascuno con dialoghi anodini dove si mescolano il meglio ed il peggio, dove sono violate tutte le leggi d'economia della scrittura, dove si trovano battute sentenziose come: «Si è molto più soli con una persona  che amiamo  e che non ci ama più di quanto si è quanso siamo realmente soli». Certa critica francese si è spesso elevata  contro le offese al buon gusto che abbondano nella sua opera. Robert Kemp denunciava, nel 1949, in Un tram..., «questo miserabile esempio dell'arte americana». Tuttavia, i migliori registi, in Europa, sono stati attratti da Williams. Peter Brook ha messo in scena La Gatta ..., Visconti Lo zoo di vetro. Quest'opera popolare, di cui è rimasta ancora vasta traccia visiva per via dei film interpretati da miti quali Marlon Brando, Paul Newman o Liz Taylor,  è da prendere con le sue ingenuità e le sue esagerazioni. Il grottesco dopotutto fa parte della  sua  estetica romantica.
Williams fu trovato morto nella stanza dell'Hotel Elysee a New York, ove risiedeva, il 25 febbraio 1983. Sembra sia stato soffocato dal tappo di un collirio spray. In effetti l'alcolismo riduce i riflessi, tra cui quello della tosse. Secondo alcuni, la causa della sua morte sarebbe invece una overdose di alcool e barbiturici.

venerdì 2 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 dicembre.
Il 2 dicembre 1859 John Brown viene impiccato a Charles Town.
 John Brown, nato a Torrington il 9 maggio 1800, fu tra i più famosi abolizionisti che la tradizione americana pre-guerra di secessione ricordi.
John diciottenne accompagnava spesso il padre al lavoro che riforniva di carne l’esercito durante la guerra del 1812 avendo l’occasione di vedere e osservare bene cos’era la vita militare, rendendosi conto dell’immenso costo e mantenimento dell’esercito dell’Unione.
Ne vide abbastanza tanto da odiarlo ed evitarlo rifiutando di partecipare ad esercitazioni obbligatorie che gli procurarono multe; John Brown aveva deciso di non partecipare a nessuna guerra se non di liberazione. Brown divenne uno dei primi più convinti abolizionisti facendo dell’antischiavismo una sua meta politica.
Il 16 Ottobre del 1839 John con alcuni schiavi attaccò l’arsenale federale di Harper’s Ferry, allo scopo di provocare una rivolta di schiavi neri della Virginia che sarebbero stati armati dal materiale prelevato dopo la conquista dell’arsenale.
L’attacco fallì, a cui seguì la caccia e trentasei ore dopo, l’intero gruppo fu ucciso e catturato da coltivatori locali e marines degli Stati Uniti giunti per sedare la rivolta. John catturato dal Colonnello Lee dell'esercito americano, il futuro generale Robert Lee, fu condannato a morte il 2 Novembre 1895 per insurrezione armata e cospirazione, e il 2 Dicembre venne impiccato.
L’anarco-individualista Henry David Thoreau prese con decisione la difesa di John Brown nel suo: “In difesa del capitano John”. Thoreau descrisse l’evento dichiarando: “Per me quest’evento è la pietra di paragone che fa risaltare con abbagliante chiarezza il carattere di questo governo.”
Sempre Thoreau scrivendo del capitano John Brown, definendolo un individuo nobile diffamato dalla stampa oramai troppo legata agli interessi del governo, parlando della sua figura dichiarò:
"Io prevedo il giorno in cui questa scena sarà dipinta e il pittore non cercherà i propri argomenti nella storia romana; il poeta la canterà; lo storico la ricorderà; e con l’approdo dei Padri Pellegrini e la Dichiarazione d’Indipendenza questo quadro adornerà qualche futuro museo nazionale; quando almeno la forma presente di schiavitù non esisterà più, qui. Allora potremmo piangere liberamente per il capitano Brown. Allora, e solo allora, noi ci vendicheremo."
Anche queste furono le premesse che condussero al conflitto e all’inizio della guerra di secessione americana.
John Brown fu un terrorista meritatamente impiccato o un martire della principale causa umanitaria del diciannovesimo secolo? Il 2 dicembre del 2009, nel centocinquantesimo anniversario della sua esecuzione, il‘New York Times’ ha pubblicato due editoriali. Sotto il titolo: “Il 9/11 del 1859”, Tony Horwitz ha tratteggiato un parallelo tra l’impresa di Brown e gli agenti di al-Qaeda che attaccarono il World Trade Center e il Pentagono. «Brown era un fondamentalista barbuto che si considerava prescelto da Dio per distruggere l’istituzione della schiavitù», ha scritto Horwitz. Secondo David Reynolds Brown è stato invece “Il martire della libertà”, una svettante figura nazionale che per lo «sforzo eroico di liberare quattro milioni di neri ridotti in schiavitù» meritava la grazia presidenziale.
La speranza di raggiungere un giudizio più equilibrato circa l’operato di Brown sembra essere all’origine di The Tribunal, l’esauriente opera curata da John Stauffer, studioso letterario di Harvard, e Zoe Trodd, professoressa di letteratura americana presso l’Università di Nottingham. Il titolo del loro libro deriva da un commento fatto da Brown in una lettera scritta a quattro giorni dalla sua esecuzione: «Lascio a un tribunale imparziale il compito di stabilire se il mondo sia peggiore o migliore in virtù del mio essere vissuto e morto in esso». Tra le dichiarazioni raccolte da The Tribunal figurano quelle degli abolizionisti del Nord e degli schiavisti del Sud, di una spia dell’Unione e un assassino confederato, di Frederick Douglass e Abraham Lincoln, di influenti personaggi internazionali come Karl Marx e Victor Hugo, di giornalisti, poeti, soldati e vedove, oltre che di Hawthorne, Whittier, Emerson e Thoreau. Tale varietà di opinioni, che risalgono tutte ai tre decenni immediatamente successivi al raid, quando la controversia era al suo culmine, riempie cinquecento pagine.
Al singolo lettore di "The tribunal" spetta dunque l'onere di trarre le proprie conclusioni e di redigere un verdetto.

giovedì 1 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo dicembre.
Il primo dicembre 1986 si inaugura a Parigi il Musée d'Orsay.
 L'edificio in cui si trova ora il museo ha avuto una bellissima vicenda costruttiva: fu edificato dapprima come stazione ferroviaria dall'architetto Victor Laloux dal 1898 al 1900 nel luogo in cui in precedenza sorgeva una caserma di cavalleria e il vecchio Palazzo d'Orsay. I lavori furono terminati in soli due anni perché la stazione d’Orsay fosse pronta per l’Esposizione Universale del 1900.
Nel 1939 le grandi linee ferroviarie furono spostate e la stazione continuò a servire solo il traffico locale. Negli anni successivi, lo stabile fu adibito a vari usi: negli anni 50 cessò il servizio.
Nel ‘61 ne fu decisa la demolizione, ma gli sforzi di molti cittadini illustri che si mobilitarono per la sua salvaguardia fecero sì che la stazione venisse risparmiata e classificata come monumento nazionale.
Nel ‘78, sotto la presidenza di Giscard d’Estaing, ne fu finalmente decisa la trasformazione in museo.
Il restauro venne affidato al gruppo ACT-Architecture, i cui componenti decisero di rispettare il più possibile la struttura e i materiali preesistenti.
Alla famosissima architetto italiana Gae Aulenti vennero invece affidati gli spazi interni e la progettazione dei percorsi espositivi (come al Pompidou).
A lei si deve la scelta della pietra calcarea chiara, che dà luminosità alle sale ottimizzando l’effetto della luce proveniente dalla volta in vetro e metallo, e nello stesso tempo rende unitario e coerente l'insieme.
Il percorso si articola su tre livelli, utilizzando la navata centrale, dove un tempo c’erano i binari, come corridoio principale su cui si aprono terrazze e passaggi.
Ad 86 anni dall'inaugurazione della stazione ferroviaria, il Museo D'Orsay venne aperto al pubblico nel 1986.
E’ dunque una storia urbana, civile, di restauro, di valorizzazione, ma anche un bell’esempio di archeologia industriale, ossia di riutilizzo di un vecchio spazio funzionale (in questo caso una stazione) come sede museale.
 Il Museo d’Orsay, insieme al Louvre, è una delle tappe obbligate della visita a Parigi. E’ strano, se si pensa che il museo ospita per lo più opere rappresentative della stagione impressionista. E’ vero che attualmente la pittura di Manet, Monet, Renoir, Degas e compagni riesce a fare il pienone in tutti i musei che li mettono in mostra, ma quando esordirono gli impressionisti ebbero vita piuttosto difficile. Il nome stesso con cui sono tuttora conosciuti deriva dal commento negativo di un critico, Louis Leroy, che definì la loro una pittura effimera, legata all’“impressione” del momento, senza prestigio nel contenuto e senza rispetto per le regole accademiche nella forma.
Ad inizio-metà Ottocento alcuni pittori avevano già tentato la via del cambiamento. Per esempio già nel 1819 Theodore Géricault aveva inserito alcuni elementi rivoluzionari in un soggetto storico, cioè uno di quelli che venivano presi più sul serio: nella famosa “Zattera della medusa” infatti aveva inserito alcuni dettagli realistici, come i piedi sporchi in primo piano, qualche nudità di troppo e dettagli poco nobili come i calzini sul corpo nudo nel cadavere in primo piano.
Anche i “realisti”, auto-relegati nel 1855 nel Pavillon du Realisme, scandalizzarono con le loro tematiche sociali, Courbet con “Gli spaccapietre”, ad esempio; per capire la portata della novità basti pensare alle parole che diceva lo stesso Courbet:
“Voglio rappresentare le idee, i costumi, l'aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore ma un uomo; in una parola fare dell'arte viva, questo è il mio scopo”.
Era stato lo stesso Courbet a far costruire, a sue spese, il Padiglione del realismo in segno di protesta verso la giuria della I Esposizione Universale, da poco inaugurata a Parigi nel nuovo Palais de l'Industrie. La giuria, formata da pittori accademici della Scuole di Belle Arti, aveva infatti respinto i suoi due quadri più significativi: “Funerale ad Ornans”, gigantesco manifesto pittorico del realismo (314,9 x 662,8 cm) e l'altrettanto grande “Atelier del pittore”. Courbet non aveva voluto accettare passivamente il verdetto che condannava la sua pittura "democratica" ed aveva dunque deciso di sfidare il chiusissimo sistema dell'arte che non lasciava spazio a scelte divergenti da quelle che informavano il gusto accademico dominante.
Questi furono i primi germi del cambiamento dell’arte in senso realista e anti-accademico, di cui gli impressionisti si fecero definitivi portavoce.
Il museo presenta un’antologia d’eccezione delle principali forme artistiche che si sono sviluppate a Parigi tra 1848 e 1914. In questo modo colma il gap cronologico che lasciano scoperto il Louvre ed il Pompidou, arrivando il primo alla metà del XIX secolo e partendo il secondo dalle prime forme di astrattismo ed avanguardia. La maggior parte degli oggetti in mostra all’Orsay sono sculture e dipinti, ma ci sono anche molti mobili, esempi di arte decorativa, testimonianze cinematografiche ed editoriali.
Il sito web del museo è fatto, come quello del Louvre, molto bene e spiega Le possibili chance per visitare il museo: biglietti singoli, biglietti per visitatori consueti (categoria da noi inesistente), biglietti abbinati ad altri musei, laboratori per bambini e ragazzi di tutte le fasce d’età, per le scuole, per i professionisti ecc.
All’interno del museo c’è anche un auditorium, in cui si svolgono conferenze e lezioni in francese, oltre a concerti e varie altre iniziative culturali. Ovviamente c’è anche un bookshop ed una caffetteria, come ormai in molti altri musei moderni, del resto.
Per quanto riguarda la divisione spaziale delle collezioni, al pianterreno ci sono opere della II metà del XIX secolo (fino al 1870); al livello intermedio ci sono pezzi Art Nouveau dalla fine dell’800 agli inizi del 1900; il livello superiore è tutto dedicato a Impressionismo e Post-Impressionismo.
Al piano terra dominano opere come:
- il grande dipinto di Couture “I romani della decadenza”, dall’atteggiamento molle, dal gusto tardo-classico, tra neoclassicismo e decadentismo (associabile ad opere letterarie come “A rebours” di Huysmans);
- “La Source” di Ingres (1856), da sempre considerato in bilico tra neoclassicismo e romanticismo, con la sua pennellata elegante, col suo disegno raffaellesco, ma con temi a volte pieni di suggestioni romantiche (come le storie di Ossian);
- la “Caccia ai leoni” di Delacroix (1861), turbolenta opera dalle suggestioni miste, eloquente dimostrazione dell’oramai affermato gusto occidentale per l’esotico, per l’Oriente, per il mistero, per l’avventura e la bellezza che questi portano con sé nell’immaginario collettivo;
- l’ “Olympia” di Manet (1863), che rientra anch’essa nello spirito orientaleggiante di prima, ma in altri termini: certi linearismi, certi dettagli, l’utilizzo spiccato del nero fanno pensare alle stampe giapponesi che sempre di più si diffondevano nella Parigi di tardo ‘800, per non parlare dello scandalo della nudità, giustificata e giustificabile se il soggetto apparteneva a contesti lontani (geograficamente, appunto, o storicamente o perché di fantasia), scandalosa se si trattava della nudità ostentata e sfacciata di una donna moderna, dal nome parigino, presumibilmente di facili costumi.
Al piano intermedio, invece, tra gli oggetti di Art Nouveau troviamo i gioielli di Lalique, i vetri e i disegni di Guimard, progettista delle tipiche entrate curvilinee della metropolitana di Parigi, e molto altro.
Il piano superiore ci apre finalmente gli occhi ed il cuore su un mondo magico, quello delle cromie e degli scintillii degli impressionisti e degli artisti che a loro si collegano per stile, epoca d’appartenenza o per semplici suggestioni.
Tra le opere principali, il festoso “Moulin de la Galette” di Renoir (1876), tutta le serie delle “Cattedrali di Rouen” di Monet, le “Ninfee” dello stesso (molte delle quali sono ora all’Orangerie delle Tuileries, ed al Museo Marmottan), le ballerine di Degas, le nevicate di Pissarro ecc., mentre per il post-impressionismo l’ “Eglise d’Auvers” di Van Gogh; le opere di Cezanne, che dal gruppo si allontanò per tentare vie nuove, cercando sempre più di rinvenire e riprodurre forme geometriche, astraendole dalle immagini della natura e della vita quotidiana, aprendo sicuramente la via all’imminente astrattismo; e poi l’ortodosso puntinista Seurat, col suo “Le Cirque”; e ancora Gauguin con le sue donne polinesiane; poi Toulouse Lautrec, che vide e riprodusse il mondo parigino, con la sua varietà e contraddittorietà, mondano, luccicante, triste, vizioso e malato; e ancora, le meravigliose immagini naïf di Rousseau; e, per finire, “Luxe, Calme et Volupté”, capolavoro di Matisse (ma ormai siamo a Novecento iniziato).

mercoledì 30 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 novembre.
Il 30 novembre 1979 esce nei negozi di dischi l'album doppio "The Wall" dei Pink Floyd.
La solitudine, immensa solitudine. The Wall è forse il disco più aggressivo dei Pink Floyd, ma in realtà tratta di un argomento fragile, che non può lasciare indifferente nessuno, perché tutti lo hanno, a proprio tempo, desiderato e temuto. A tratti claustrofobico, oscuro, e spigoloso; in altri punti invece morbido e con un fare quasi consolatorio. La psichedelia viene abbandonata quasi totalmente in questo disco, per far spazio a un baratro sonoro e concettuale, sul cui orlo si viene a trovare l'ascoltatore.
Richiesto inizialmente per risanare i debiti dei Floyd e per alleggerire la pressione del fisco inglese, The Wall è il secondo doppio album dei Pink Floyd dopo Ummagumma. All'uscita scatenò (e continua ad agitare ancora oggi) discussioni contrastanti riguardo alla sua fattura: tra chi lo considerava il migliore tra gli album floydiani e chi invece lo dipingeva non solo come di livello minore dei precedenti, ma anche la fine dei veri Pink Floyd. The Wall non è né l'una né l'altra cosa; esso fu percepito come album diverso, sia in meglio che in peggio, per la forte assenza delle "tastiere a tappeto" di Richard Wright, estromesso durante la realizzazione del disco per diverbi con Roger Waters e che partecipò all'album come session man, le quali nei dischi precedenti contribuivano a creare una musica straniante ed onirica. Esse furono sostituite parzialmente da pianoforte classico ed orchestra. Certo The wall non è un album esente da difetti, ma la sua struttura di concept da grande rilievo e la forza dirompente ne hanno fatto un pilastro del rock.
The Wall narra la storia della rockstar Pink (in gran parte ispirata alla vita dello stesso Roger Waters), segnata da avvenimenti tragici come la morte del padre quando il protagonista era ancora in fasce, la scuola disumanizzante, una madre iperprotettiva, le groupies, gli eccessi, il divorzio. Non reggendo il peso di tutto ciò, Pink si chiude dietro ad un muro (il "wall" del titolo) che lo isola dal mondo esterno facendolo però diventare completamente solo e accompagnandolo allo stesso tempo alla follia (richiamo a Syd barret, mai dimenticato dai Pink Floyd successivamente al suo abbandono). Tutto questo sfocia in sbotti di rabbia a volte violenti (The Thin Ice) a volte compressi (One Of My Turns), ma anche in ballate delicate e strazianti (Nobody Home).
La novità si avverte fin dai primi brani del disco, con le quartine suonate sul rullante da Nick Mason che rievocano un suono più heavy dei dischi precedenti e richiamano anche sonorità belliche (è ancora la batteria di Mason a richiamare sventagliate di mitragliatrice), come pure l'elicottero di Another Brick In The Wall Part II. Il tema dominante del primo disco è un possibile rapporto tra la massificazione dei giovani, subita in un rigido quanto alienante sistema scolastico, e l'inquadramento militare, temi raccontati durante l'infanzia e l'adolescenza di Pink. Another Brick In The Wall è ripresa tre volte: la prima parte è più rilassata ed evidenzia il basso pulsante di Waters, la terza è veloce e pesante nel suo rock pieno, e la seconda parte è la canzone più famosa dei Pink Floyd, seconda forse solo a Money, con un incedere coinvolgente e il coro dei bambini che ribatte alla voce principale. Un cult è diventato anche il video di questo brano che mostra i bambini del coro rinchiusi all'interno del muro di copertina e la celebre marcia dei martelli. Ci sono momenti di leggerezza (Mother), ma per la maggior parte tutto è malfermo ed inquieto come gli ideali e le speranze adolescenziali: Empty Spaces evoca suoni e minacce lontane con la chitarra che dipinge trame inquietanti su una percussione ossessiva, Young Lust è un hard rock che nasconde la nevrosi.
Nel secondo disco si passa alle esperienze successive di Pink, al suo difficile rapporto con la madre, alla fama di rockstar, fino a che anche il rapporto con la moglie si spezza per l'incomunicabilità: è l'ultimo mattone che chiude il muro, dentro al quale il personaggio si rifugia per non subire il dolore progressivo che sta cozzando contro la sua vita e che però lo riduce in completa solitudine. Tenta di vincere il proprio isolamento, ma inutilmente (Is There Anybody Out There?, Nobody Home) mentre è in balia dei suoi produttori che lo salvano da un overdose solo per sbatterlo di nuovo sul palco a proprio uso e consumo in Comfortably Numb. Questo pezzo procede stupendo tra atmosfere stranianti e quasi da sogno febbrile, scandito da due degli assoli più belli della storia del rock, magistralmente eseguiti da David Gilmour.
Già l'inizio aveva graffiato con Hey You, sospesa tra chitarre ricamate e distorte ed elettronica deformata, il resto non è da meno: Run Like Hell, inizialmente concepito come "brano da discoteca" dai produttori e pulsante però del dramma della storia e Waiting For The Worms, dilaniata tra dolcezza e violenza difformi, rappresentazione ideale dello stato d'animo e mentale di Pink. Si apre poi un processo (The Trial) il cui esito è la condanna, forse dolorosa, ma liberatoria, ad abbattere il muro, ad esporsi senza difese precostruite ai proprio simili. Il doppio album si conclude con Outside The Wall, poetica ed introspettiva (Soli o a coppie/ Quelli che davvero ti amano/ Camminano su e giù fuori dal muro/ Qualcuno mano nella mano/ Qualcuno si riunisce in band/ I cuori sanguinanti e gli artisti/ fanno la loro comparsa/ E quando hanno dato tutto ciò che potevano/ Alcuni barcollano e cadono/ Dopo tutto non è facile/ Sentire il tuo cuore contro un muro di pazzi). Conclude la riflessione di Waters, incentrata sulla massificazione giovanile e sulla perdita di identità degli adolescenti, spesso favorita e anche sfruttata dalle rockstar.
Durante la canzone Empty Spaces si può udire chiaramente un messaggio registrato al contrario (il suddetto messaggio è nell'album in studio, ma non nel live e nel film). Se si ascolta la canzone al contrario, rallentando la velocità, si sente: "Any better: congratulations! You've just discovered the secret message. Please, send your answer to "Old Pink", care of the "Funny Farm", Chalfont." (Niente di meglio: congratulazioni! Hai appena scoperto il messaggio segreto. Per favore, spedisci la tua risposta al "Vecchio Pink", presso la "Funny Farm", a Chalfont). Funny Farm è un termine in slang inglese con il quale si indicano gli ospedali psichiatrici. Il messaggio, evidente parodia dei messaggi subliminali, è anche un chiaro riferimento al mai dimenticato Syd Barrett, fondatore ed ex-leader dei Pink Floyd, allontanato dal gruppo per problemi comportamentali causati principalmente dall'assunzione di droghe psicotrope.
Alcuni anni dopo Alan Parker dirigerà il film Pink Floyd The Wall, trasposizione cinematografica dell'album. L'attore protagonista sarà l'allora semisconosciuto leader dei Boomtown Rats, Bob Geldof.
Il film Pink Floyd The Wall fu presentato, in anteprima, al 35esimo festival di Cannes, il 22 maggio 1982, a mezzanotte. Nel film vengono mostrati circa venti minuti delle animazioni originali di Gerald Scarfe create per i concerti. La pellicola è dotata di un'incisiva violenza psicologica: basti pensare alla sequenza dei bambini gettati nel tritacarne o quella dei bombardamenti di Goodbye Blue Sky.
The Wall può essere considerato come un punto d'arrivo della complessa esperienza musicale dei Pink Floyd, ed è un capolavoro per il connubio tra liriche, musica ed esecuzione dal vivo. Forse non è stato il loro miglior disco, di sicuro è una gran bella prova del fatto che di un gruppo come i Pink Floyd oggi si sente la mancanza e riascoltando anche "The Wall" si capisce che questo gruppo è riuscito a far risplendere il grande diamante presente nell'anima di ognuno di noi.

martedì 29 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1945 viene dichiarata la Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (in seguito rinominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu lo stato principale dei Balcani dal 1943 al 1992, anno della sua dissoluzione.
Fondata nel 1943 sulle ceneri del Regno di Jugoslavia sotto il nome di Repubblica Democratica Jugoslava, nel 1945 cambiò il nome in Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia mentre nel 1963 assunse il suo nome definitivo.
La Jugoslavia confinava a nord-ovest con l'Italia e l'Austria, a nord con Ungheria e Romania, a est con la Bulgaria, a sud con l'Albania e la Grecia e ad ovest con il mar Adriatico.
Durante la Guerra fredda la Jugoslavia fu un importante membro dei paesi non allineati.
Nel 1945 il suo primo presidente fu Ivan Ribar mentre il Maresciallo Tito divenne Primo Ministro nel 1953. Tito venne eletto presidente, succedendo a Ribar, ed ottenne la carica vitalizia nel 1963.
 Nel corso degli anni Settanta il modello jugoslavo di socialismo attraversò un periodo di crisi. La stagnazione economica ha fatto  riemergere gli  antichi conflitti nazionali che il federalismo e l'autogestione sembravano avere, se non risolto, certo affievolito. Aumentò la divaricazione tra le capacità produttive e il tenore di vita del nord e l'arretratezza e la miseria delle aree meridionali.
La crisi fu risolta da Tito accentuando la repressione e ampliando l'autonomia delle repubbliche. Accanto all'epurazione degli elementi critici e al rifiuto di incamminarsi sulla via della democrazia e del pluralismo, venne riformata la Costituzione con garanzie prevalentemente formali sulla collegialità del potere e la rotazione delle cariche tra i comunisti delle diverse repubbliche.
La morte di Tito nel 1980 coglie impreparata la dirigenza jugoslava. Negli ultimi anni il vecchio leader aveva favorito l'emergere di una classe dirigente più giovane, emarginando gli ultimi rappresentanti della propria generazione che si mostravano sempre più critici nei riguardi del suo potere personale. Questa nuova dirigenza non fu però capace di trovare una linea unitaria e di comprendere a fondo i guasti che si erano accumulati nella gestione economica. Il debito pubblico continuò a crescere. Nel marzo del 1981 si ebbe una prima esplosione del nazionalismo del Kosovo, dove la popolazione di origine albanese rivendicava maggiore autonomia e suscitava le proteste accompagnate dalle violenze dei serbi.
L'aggravarsi della crisi economica indusse i gruppi dirigenti delle repubbliche  a lottare fra loro per difendere il livello di vita dei propri amministrati assicurando loro il massimo delle risorse disponibili. La burocrazia centrale,  prevalentemente serba, come i vertici militari, non fece nulla per frenare il riacutizzarsi del già citato contrasto fra le zone settentrionali più agiate e  quelle meridionali più povere. Pur appartenendo tutti alla Lega dei comunisti, i dirigenti delle singole repubbliche che cercano legittimazione e  consenso accentuano la loro polemica in senso più decisamente nazionalistico. I rapporti tra serbi, sloveni e croati si deteriorano di anno in anno mentre le  posizioni nazionalistiche ottengono maggiori consensi e iniziano a trovare forme stabili di organizzazione.
Nel 1990 la Lega dei comunisti si scioglie e al  suo posto, spesso con le stesse personalità comuniste, sorgono partiti nazionalisti che puntano all'egemonia o alla secessione dell'Unione. Il 25  giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, inutilmente contrastate dall'esercito federale, seguite una dopo l'altra da tutte le altre repubbliche federative.
L'origine della guerra civile fu la dichiarazione d'indipendenza con cui Croazia e Slovenia abbandonarono la Repubblica federativa jugoslava, mettendo in crisi l'assetto federale. Per contro i serbi, che furono al vertice dello stato, rivendicarono il diritto a essere gli unici rappresentanti del popolo jugoslavo, forti della loro presenza maggioritaria nelle forze armate. Il primo attacco fu sferrato contro la Slovenia e si risolse con il ritiro delle truppe in ottobre. In seguito il conflitto si estese alla Croazia, dove l'esercito ottenne l'appoggio della minoranza serba, e si concluse con un primo armistizio nel gennaio del 1992.
La situazione precipitò già il mese successivo con il voto per l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, invocata dai croati e musulmani. Allorché, il 6 aprile, anche la Comunità europea e gli USA riconobbero il nuovo stato bosniaco, la Repubblica cominciò l'assedio di Sarajevo. La guerra civile vide contrapposti croati, serbi e musulmani e ebbe come teatro soprattutto Croazia e Bosnia.
Né gli sforzi diplomatici dei paesi vicini, né l'invio di truppe dell'ONU riuscirono a mettere fine a una guerra caratterizzata da massacri e dalla creazione di veri e propri campi di concentramento per la popolazione civile. Questo drammatico decorso portò, il 22 aprile del 1994, all'intervento delle truppe NATO per proteggere le sei zone della Bosnia assegnate all'ONU. L'impotenza dell'ONU si manifestò nel luglio 1995 quando le truppe serbe occuparono queste zone.
 Dopo una durissima parabola ascendente bellica si arrivò finalmente, grazie alla mediazione dello statunitense Richard Holbrooke, all'accordo di Dayton (21 novembre 1995) per la cessazione delle ostilità cui seguì un piano di pace che divise la Bosnia in due entità: la Federazione croato/musulmana che ricopriva il 51% del territorio, e la Repubblica serba di Bosnia, per il restante 49%.
Le ultime due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, formarono nel 1992 una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2003 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro. Tuttavia il Montenegro non cessò di battersi per la propria indipendenza,  che ha raggiunto solo nell'Agosto 2006.

lunedì 28 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 novembre.
Il 28 novembre 1905 Arthur Griffith fonda il Sinn Féin in Irlanda.
Per capire il ruolo del Sinn Féin nella storia dell’Irlanda del Nord (Ulster) dobbiamo prima presentare in breve la situazione. Nell’Ulster non esiste una nazione o un popolo nord-irlandese perché di fatto in quella regione convivono due realtà diverse: quella di matrice protestante (unionista) e quella cattolica (nazionalista).
La maggioranza protestante tende a ritenersi di cittadinanza britannica ed è favorevole al mantenimento della regione all'interno del Regno Unito, mentre, al contrario, un’ampia minoranza si definisce irlandese, volendo l’integrazione delle sei contee nord-irlandese nella repubblica d’Irlanda (Eire). La paura dei protestanti è che in una ipotetica Irlanda unita diventeranno una minoranza discriminata dalla maggioranza cattolica, mentre la paura dei cattolici dell’Ulster è che nella situazione attuale rimarranno soltanto una minoranza discriminata dalla maggioranza protestante. La peculiarità del conflitto nella regione sta soprattutto nel fatto che nell’Irlanda del Nord ci sono due comunità distinte, due religioni distinte, due culture e anche due lingue. In altre parole, due comunità etniche che oltre a condurre vite separate desiderano appartenere a due stati nazionali diversi.
Secondo i nazionalisti cattolici nord-irlandesi esiste una nazione irlandese, e l’isola irlandese è la sua terra. La volontà della nazione irlandese non potrà essere liberamente espressa fino a quando sussisterà l’attuale divisione dell’isola. La colpa dell’attuale divisione sarebbe esclusivamente della Gran Bretagna. Secondo gli stessi la soluzione del conflitto è un’Irlanda unita e sovrana, proprio a causa del fallimento della divisione dell’isola, quale soluzione pensata per risolvere il problema nord-irlandese. Portavoce di questa visione era fino a pochi anni fa il partito Sinn Féin.
Sinn Féin che in irlandese significa “Noi Stessi” (o "noi soli"), è un partito repubblicano, il più forte partito tra gli elettori cattolici nord-irlandesi ed il secondo più importante nell’Irlanda del Nord dopo il Partito dei Unionisti Democratici (Democratic Unionist Party); nella Repubblica d’Irlanda è il quarto più votato partito.
Il moderno Sinn Féin, attivo soprattutto nell’Irlanda del Nord guidato dal 1983 da Gerry Adams, nacque nel 1970 con la scissione dal cosiddetto “Official Sinn Féin”, il quale nel 1977 ha cambiato nome in “Sinn Féin The Workers’ Party” (Sinn Féin il Partito degli Operai), diventando “Workers’ Party” nel 1982. Nella scissione del 1970, l'odierno Sinn Féin ha preso il nome di “Provisional Sein Féin”.
L’importanza del SF sta nel fatto che negli ultimi 30 anni è stato uno degli attori protagonisti del conflitto nord-irlandese. SF è stato da sempre visto come l’ala politica dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese) o meglio, della PIRA (Esercito Repubblicano Irlandese Provvisorio) o comunque in stretto contatto con essa. Se all’inizio sembrava che SF fosse un attore di secondo piano sulla scena politica nord-irlandese perché nei primi anni ottanta il partito non era rappresentato in nessuna assemblea legislativa, con lo Sciopero della Fame (Hunger Strike) del 1981 dei detenuti repubblicani avvenuto nel carcere di Maze e con l’elezione del loro capo Bobby Sands, nel Parlamento Britannico (1981), la fortuna politica e il peso nella realtà nord-irlandese di SF ha cominciato a cambiare.
La decisione presa durante l’Ard Fheis (il Congresso Annuale del Partito) del 1986 quando la maggioranza degli iscritti, guidati da Gerry Adams, votarono per terminare la politica dell'astensionismo significava che SF era pronto a riconoscere le istituzioni create dal governo britannico sull'isola. Con l'iniziativa del ’86 di deviare dalla linea repubblicana tradizionale, cioè quella dell'assenteismo in caso di vittoria elettorale (i parlamentari eletti non avrebbero occupato i seggi a Westminster, non essendo ritenuto legale l’atto di unione legislativa dell’Irlanda del Nord con la Gran Bretagna), sia il più importante partito nazionalista a quei tempi, il Social Democratic and Labour Party (SDLP), sia il governo britannico cominciano a prendere sul serio la voce di SF.
All’inizio degli anni ’80 SF si muoveva nei parametri del pensiero repubblicano irlandese. Il movimento repubblicano ha come obiettivo l’unificazione dell’Irlanda del Nord con la Repubblica d’Irlanda sia con metodi politici, sia utilizzando la lotta armata. Secondo Nioclás O'Ceallaigh il movimento repubblicano è composto da più entità a parte SF: IRA (le varie frazioni), SF Repubblicano, il Movimento per la Sovranità delle 32 Contee (32 County Sovereignty Movement), il Partito degli Operai (Worker’s Party) ed altre organizzazioni minori.  
Nella Repubblica d'Irlanda il SF ha visto, dal 1989, lentamente crescere i propri consensi. Nel 1997, il SF è riuscito, dal 1957, ad eleggere per la prima volta un deputato, grazie al 2,6% dei consensi. I voti per il SF sono più che raddoppiati nelle elezioni del 2002, quando i socialisti nazionali hanno ottenuto il 6,5% dei consensi ed hanno eletto 5 deputati.
Alle politiche del 2007, il SF è sceso a 4 seggi, pur avendo avuto un incremento in termini di consensi, 6,9% (+0,4%).
Negli ultimi anni il partito è riuscito ad allargare decisamente il suo bacino elettorale, ottenendo l'11,2% alle Europee del 2009 e il 9,9% alle ultime elezioni politiche irlandesi (febbraio 2011), conquistando 14 seggi. Nel 2012 si è schierato per il NO al referendum sul fiscal compact.
Il Sinn Féin odierno è invece un partito indipendentista molto attivo soprattutto nell'Irlanda del Nord, dove proclama la necessità dell'unità irlandese. Organo politico dell'IRA, nel 1998 partecipa alla stesura del Belfast Agreement, noto anche come Accordo del Venerdì Santo (Good Friday Agreement).
Nel suo programma politico sono presenti spunti e argomentazioni di stampo socialista.
Attuale leader del movimento è Gerry Adams. Altro personaggio chiave del partito è Martin McGuinness che attualmente ricopre la carica di vicepremier nel governo di coalizione nord-irlandese. Non ufficialmente, ma secondo molte fonti, i due sarebbero stati membri del Consiglio dell'Esercito (Army Council) dell'IRA, braccio armato del partito durante gli anni della guerra.
Il partito è presente al Parlamento Europeo con 2 europarlamentari (uno eletto nella Repubblica d'Irlanda e uno nel Regno Unito) iscritti al gruppo della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (GUE/NGL), di cui fanno parte i partiti della sinistra radicale europea tra cui gli italiani Rifondazione Comunista e il Partito dei Comunisti Italiani.
Alle elezioni del 2011 per il Parlamento dell'Irlanda del Nord, il SF ha conquistato il 26,9% dei consensi ed ha eletto 29 deputati, uno in più del 2007. Il SF dal 1982 ha visto sempre incrementare i propri consensi: 10% (1982); 15,5% (1996); 17,7%(1998); 23,5% (2003); 26,2% (2007).
Alle elezioni generali del 2020 il SF si attesta come primo partito del paese ottenendo il 24,5% dei voti, realizzando un sorpasso storico sui due partiti conservatori che per un secolo hanno primeggiato nella competizione elettorale.

domenica 27 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 1897 nasce nel napoletano Vito Genovese.
Vito Genovese è stato il capo della Famiglia mafiosa che porta il suo nome dal 1957 al 1969, anno della sua morte. Genovese è stato il mentore di Vincent Gigante, futuro boss della Famiglia. Anche suo fratello Michael era un membro della cosca.
Vito Genovese emigra in America con la sua famiglia nel 1913 e con i suoi familiari si stabilisce a Little Italy (New York), dove già abitano alcuni suoi parenti. Nel 1915 subisce il primo arresto per possesso illegale di arma da fuoco e verrà condannato ad un anno di reclusione. Uscito di prigione conosce un giovane coetaneo, Lucky Luciano. I due diventeranno inseparabili e la loro amicizia durerà per quasi quarant'anni.
All'inizio degli anni venti, Luciano lo introduce nella Famiglia mafiosa guidata da Joe Masseria. Sotto la sua guida, Genovese si occupa di estorsioni e contrabbando di alcolici e, grazie al suo carattere sadico e violento, diventa uno dei più spietati e sanguinari killer della Famiglia.
Nel 1930, con lo scoppio della guerra castellammarese, compie decine di omicidi, tra cui quello del boss Gaetano Reina.
Nel 1931 Lucky Luciano, assieme agli altri boss, organizza l'omicidio di Joe Masseria e Salvatore Maranzano, i due mafiosi più potenti dell'epoca, mettendo cosi fine alla guerra. Genovese fu uno dei killer di Joe Masseria assieme a Joe Adonis ed Albert Anastasia.
Lucky Luciano, nuovo boss della Famiglia, nomina Genovese suo vice: cosi, a soli 34 anni, Vito diventa uno dei più potenti mafiosi di New York. Quando nel 1936 Luciano viene arrestato e condannato a 30 anni di carcere, pur continuando a comandare dalla prigione, affida la reggenza della Famiglia al vicecapo Vito Genovese. Appena un anno dopo, nel 1937, Genovese è costretto a darsi alla latitanza perché accusato dalla procura distrettuale di New York di essere il mandante dell'omicidio di Ferdinand Boccia, un soldato e suo ex socio nella Famiglia. Genovese lascia gli Stati Uniti e si rifugia in Italia.
Genovese, da tipico opportunista, diventa subito sostenitore di Benito Mussolini e degli altri gerarchi fascisti. Nel 1943, con lo sbarco degli alleati in Sicilia, Genovese diventa l'interprete ufficiale del colonnello Charles Poletti.
Genovese prospera con i suoi affari nel mercato nero e nel contrabbando grazie agli ufficiali americani corrotti, tra cui lo stesso colonnello Poletti, legato alla mafia. Ma nel 1945 la polizia militare scopre i suoi loschi affari e lo arresta. L'agente Orange Dickley, ufficiale della polizia militare, scopre che Genovese in realtà è ricercato per omicidio e lo fa rimpatriare negli Stati Uniti per sottoporlo a processo.
Durante lo svolgimento del processo, i testimoni chiave incominciano a morire in modi misteriosi (naturalmente assassinati dagli uomini di Genovese). Le morti, grazie alle autorità di polizia corrotte, vengono archiviati come suicidi e così Genovese viene assolto da tutte le accuse.
Sempre nel 1946 Lucky Luciano era stato espulso dagli Stati Uniti e quindi Frank Costello era diventato il boss ufficiale della Famiglia Luciano. Costello declassò Genovese da potenziale erede al trono della Famiglia e inoltre, negli anni di assenza di Genovese, Costello aveva diminuito di molto il potere ai suoi uomini di fiducia. Genovese, che aspirava al ruolo di boss, cominciò a nutrire rancore verso il suo vecchio amico, progettandone l'eliminazione.
Genovese aveva il sostegno dei suoi fedelissimi: Jerry Catena, Michele Miranda, Anthony Strollo, Philip Lombardo e Thomas Eboli. Tuttavia Costello era ancora uno dei più potenti boss d'America ed era sostenuto da alcuni dei capidecina più potenti della Famiglia: Joe Adonis, Anthony Carfano, Rocco Pellegrino, John Biello, John De Noia e soprattutto il suo vicecapo Willie Moretti.
Genovese cosi attua una specie di "guerra fredda" e nel 1951 fa assassinare Willie Moretti. Costello preferisce non cadere nelle provocazioni per non scatenare una guerra fratricida all'interno della Famiglia.
Nel 1953 Joe Adonis viene espulso dagli Stati Uniti e così il potere di Frank Costello incomincia a crollare. Nel 1957, con la morte per cause naturali di John De Noia, il ritiro dalle attività mafiose di John Biello e l'omicidio di Albert Anastasia (capo della Famiglia Mangano e alleato di Costello stesso), Genovese decide che è venuta l'ora di deporre dal trono Frank Costello.
Frank Costello, leggermente ferito nel corso di un agguato mentre sta rientrando nella sua casa a Manhattan, decide di ritirarsi e lasciare il posto a Genovese. Il killer, Vincent Gigante, è un giovane soldato di Vito Genovese.
Genovese nomina come vicecapo Jerry Catena e come consigliere Michele Miranda. Pochi mesi dopo con Carlo Gambino, nuovo capo della Famiglia Mangano, organizza la Riunione di Appalachin.
Nel 1959 Genovese viene arrestato e condannato a 15 anni di carcere, con l'accusa di essere uno degli organizzatori di un traffico di eroina.
Pur continuando a comandare dal carcere, Genovese nomina come reggente Anthony Strollo che, assieme a Catena, Miranda, Lombardo ed Eboli, gestiranno gli affari della cosca. Nel 1962 ordina dal carcere l'omicidio dello stesso Strollo, colpevole secondo lui di essere diventato troppo autonomo e di essersi avvicinato troppo a Carlo Gambino.
Nel 1963 uno dei suoi uomini, Joe Valachi, accetta di testimoniare contro di lui e l'intera mafia, diventando così il primo pentito di Cosa Nostra in America.
Valachi, recluso nello stesso carcere di Genovese, temeva di essere ucciso su ordine del suo anziano boss. Questa pubblicità, indesiderata dalla Mafia, portò un grosso danno di immagine a Genovese, ritenuto dagli altri boss il responsabile del pentimento di Joe Valachi.
Vito Genovese muore in carcere per un attacco di cuore nel 1969, all'età di 72 anni.
Genovese è considerato uno dei boss mafiosi più traditori, doppiogiochisti e spietati della Mafia americana.

Cerca nel blog

Archivio blog