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giovedì 20 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno. Oggi è il 20 agosto.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, più di 200000 uomini e 5000 carri armati, provenienti dall'Unione Sovietica e dagli altri paesi del patto di Varsavia, invasero la Cecoslovacchia e giunti a Praga posero fine alla cosiddetta Primavera di Praga.
Durante il VI congresso degli scrittori a Praga (29 giugno 1967) numerosi partecipanti chiesero la libertà di stampa e accusarono il regime comunista per gli abusi commessi in passato. In seguito a ciò il premier Alexander Dubcek sostituì Novotn nella carica di primo segretario del Partito comunista cecoslovacco. Il 5 marzo Dubcek annunciò la soppressione della censura; poco più tardi (21 marzo) le dimissioni di Novotn da capo dello stato furono accolte con molto sollievo dall'opinione pubblica. Nuovo presidente fu eletto Svoboda, mentre nel governo entrarono esponenti moderati di grande prestigio quali Oldrich Cernik, Jiri Hajek, Ota Sik. Emerse allora la volontà sia di riformare radicalmente l'economia del paese, abbandonando il centralismo e l'industrializzazione pesante, sia di espandere le libertà fino a favorire una articolazione pluralista del sistema politico. Il nuovo orientamento, definito "socialismo dal volto umano", venne confermato durante la riunione del comitato centrale del 4 e 5 aprile. L'accelerazione al processo di liberalizzazione impressa dagli intellettuali firmatari del cosiddetto Manifesto delle duemila parole preoccupò i dirigenti sovietici, che intravidero nella primavera di Praga una minaccia per il regime comunista e per il patto di Varsavia, temendo un "contagio" nel campo socialista. Nel corso di alcuni colloqui a Karlovy Vary (17 maggio), a Cierna-nad-Tisu (19 luglio e 1° agosto) e a Bratislava (3 agosto), Dubcek tentò invano di rassicurare i sovietici. La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia. Tuttavia stroncare la primavera di Praga si rivelò più arduo del previsto per le difficoltà di individuare un gruppo dirigente disposto a sostituire Dubcek. Nonostante le pressioni di Mosca la situazione rimase incerta per altri nove mesi e in autunno venne approvata la riforma istituzionale del paese con il riconoscimento dello stato federale fra le regioni ceche e la Slovacchia. Nel marzo 1969 i sindacati promossero una serie di iniziative a favore della libertà di sciopero, ma a quel punto Breznev, facendo leva sulla "questione nazionale", riuscì a imporre le dimissioni a Dubcek e la sua sostituzione con Husák. La primavera di Praga era definitivamente tramontata.

mercoledì 19 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 1960 Francis Gary Powers viene condannato a dieci anni di prigione per spionaggio da parte dell'Unione Sovietica.
Il capitano Gary Powers lavorava per la CIA, effettuando missioni di spionaggio a bordo del suo aereo spia U-2. Il Lockheed U-2 poteva volare fino a a 70.000 piedi (fuori dalla portata della maggior parte delle armi sovietiche); il suo compito era quello di volare sopra obiettivi militari e fotografarli per la U.S. Intelligence.
La popolazione americana non era a conoscenza di queste missioni di spionaggio fino all'incidente di Powers, ma i russi ne erano al corrente da anni, quando finalmente riuscirono ad abbattere, il primo maggio 1960, la "Dragon Lady", questo il nome dell'aereo di Powers. Powers venne condannato a 10 anni di prigione e lavori forzati, ma dopo 21 mesi fu scambiato, insieme a un altro prigioniero americano, per il colonnello del KGB Vilyam Fisher, noto anche come Rudolf Abel, catturato a New York nel 1957.
Il ruolo di Powers nella Guerra Fredda finì lì.
Il contenuto dell'aereo fu recuperato dai sovietici nel luogo dell'impatto. Un pacchetto di sigarette Kent, una pistola calibro 22, soldi, una pillola di veleno per il suicidio in caso di disastro. Molti all'epoca sostenevano che Powers avrebbe dovuto distruggere la fotocamera dell'aereo e prendere la pillola prima di venire catturato dai sovietici.
In effetti il pilota tentò senza successo di attivare il sistema di autodistruzione del velivolo prima di paracadutarsi. La Commissione del Senato sui Servizi Armati concluse che Powers non tradì il suo paese né agì in modo non professionale durante la sua cattura.
Lo scambio di spie che lo riportò a casa sembrò una scena studiata a Hollywood: Powers camminava lungo un ponte che collega Berlino Est e Berlino Ovest, e Abel camminava in direzione opposta, sotto gli occhi vigili delle truppe armate di entrambi i fronti.
Dopo il 1963 divenne collaudatore di aerei per la Lockheed, scrisse un libro sul suo incidente, in seguito divenne pilota di elicotteri per la rubrica sul traffico di una radio di Los Angeles; fu proprio su quell'elicottero che trovò la morte nel 1977 per la caduta del suo mezzo.
23 anni dopo la sua morte, il primo maggio 2000, al quarantesimo anniversario della caduta dell'U-2, Powers fu insignito degli onori militari. Fu consegnata alla famiglia la Medaglia di Prigioniero di Guerra, la "Distinguished Flying Cross" e la Medaglia del Servizio per la Difesa Nazionale.
Una diceria, mai confermata da Bono, dice che il gruppo U2 prende il nome dall'aereo di Powers, poichè Bono è nato pochi giorni dopo la sua cattura.
Nel 2015 Steven Spielberg ha girato un film sulla sua storia, chiamato "Il ponte delle Spie", con protagonista Tom Hanks.


giovedì 13 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno. Oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1961, per arginare le continue fughe dalla parte orientale della città, iniziava la costruzione del muro di Berlino.
Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il muro di Berlino ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo delle divisione del mondo in una sfera americana e una sovietica, fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda.
Già nel 1945, appena finita la seconda guerra mondiale scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti e la Germania fu il territorio di questa guerra che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta.
La Germania era occupata dai vincitori della guerra e divisa in quattro zone. L'Unione Sovietica cominciò immediatamente a ricostruire la "sua" parte della Germania secondo i propri piani. Durante la guerra aveva pagato il prezzo più alto in vite umane e risorse e ora chiese un risarcimento altissimo alla Germania: intere fabbriche, tra cui quelle più importanti, furono portate in Russia, ingenti quantità di materie prime furono pretese per anni come pagamento dei danni della guerra. Ma in questa maniera Stalin si creò molti nemici in Germania, compromettendo molto l'immagine dei russi come "liberatori dal nazismo".
Gli americani invece avevano capito che in questa Guerra Fredda avevano bisogno di alleati in Germania affinché diventasse l'avamposto contro l'Unione Sovietica. Quasi subito cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania. Decine di migliaia di pacchi "Care" con generi alimentari, medicine e vestiti arrivarono in Germania nei primi anni del dopoguerra. Ancor più che un aiuto materiale reale era un segnale politico e psicologico: gli americani, dopo essere stati nemici dei tedeschi volevano dimostrare di essere adesso loro amici. Fin dall'inizio gli americani cercarono di unire la loro zona a quelle occupate da inglesi e francesi, con l'intenzione di rafforzare la propria posizione contro la zona occupata dai russi.
Già pochi mesi dopo la fine della guerra la divisione della Germania era diventata praticamente inevitabile, anche se dovevano passare ancora 4 anni fino alla definitiva separazione nel 1949. In realtà, tranne la maggioranza dei tedeschi stessi, nessuno voleva veramente una Germania unita, nonostante le parole contrarie di tutti gli alleati.
In fondo, la divisione accontentò un po' tutti, a parte naturalmente i tedeschi, e creò meno problemi nella gestione della Germania vinta. La Germania era diventata oggetto della Guerra Fredda e non aveva ancora né la forza, né la reale possibilità di sottrarsi al dominio e alla concorrenza delle 2 superpotenze USA e URSS.
La "DDR" (Deutsche Demokratische Republik" - Repubblica Democartica Tedesca) all'est stava sotto l'influenza dell'Unione Sovietica e la "BRD" ("Bundesrepublik Deutschland" - Repubblica Federale della Germania) all'ovest, sotto l'influenza degli Stati Uniti. Sul piano economico la Germania occidentale visse negli anni 50 un fortissimo boom, erano gli anni del cosiddetto "Wirtschaftswunder" (miracolo economico). Aiutata all'inizio dai soldi americani, la Germania Federale riuscì in breve tempo a diventare nuovamente una nazione rispettata per la sua forza economica.
La parte orientale faceva molto più fatica a riprendersi: era svantaggiata all'inizio per le pesanti richieste economiche fatte dall'Unione Sovietica per riparare i danni subiti nella guerra e per la mancanza di aiuti paragonabili a quelli che riceveva la parte occidentale. Inoltre la rigida struttura di pianificazione nazionale dell'economia non favorì lo stesso sviluppo come nella parte occidentale del paese. Più i due paesi si stabilivano al livello politico, più si facevano sentire le differenze per quanto riguarda lo standard di vita.
In quegli anni il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e per tutti gli anni '50 centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, per la maggior parte erano giovani con meno di 30 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un serio pericolo per la Germania dell'est ed era un'ulteriore causa delle difficoltà economiche di questo stato.
Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziavano a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".
Bloccato quasi completamente il dissanguamento economico dello stato, negli anni 60 e 70 la DDR visse anch'essa un boom economico. Tra gli stati dell'est diventò la nazione economicamente più forte e i tedeschi, sia all'est che all'ovest, cominciarono a rassegnarsi alla divisione. Di riunificazione si parlava sempre meno e solo durante le commemorazioni e le feste nazionali.
Quello che infine, per la grande sorpresa di tutti e nel giro di pochissimo tempo portò alla riunificazione furono due fattori: l'arrivo di Gorbaciov come leader dell'Unione Sovietica e le crescenti difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell'est e specialmente della DDR. Con la "Perestroika", cioè la radicale trasformazione della politica e della economia e con la "Glasnost", che doveva portare alla trasparenza politica. Decisivo per gli eventi che portarono infine alla caduta del muro fu invece la decisione di Gorbaciov di lasciare libertà agli altri paesi del Patto di Varsavia promettendo di non intromettersi più nei loro affari interni.
I dirigenti della DDR videro questo processo prima con un certo imbarazzo e poi con crescente resistenza. In Polonia e in Ungheria, dove la crisi economica e le spinte per una riforma sono più forti, la politica di Gorbaciov trovò invece più amici anche tra i governanti. Più arrivavano dall'URSS e dagli altri stati dell'est notizie di riforme economiche e democratiche, e più la popolazione della DDR chiedeva di fare lo stesso nel loro paese, più i leader della DDR si chiudono a ogni richiesta del genere. Lo stacco tra popolazione e governo diventa un abisso ma la reazione più diffusa tra la gente è ancora la rassegnazione. Alla fine degli anni 80 la DDR è, o almeno sembra, economicamente abbastanza forte, l'apparato statale sembra indistruttibile e così nessuno può prevedere il crollo verticale che nel 1989 sarebbe avvenuto in pochissimi mesi.
Ogni tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora a un suicidio, ma nell'estate del '89 la gente della DDR trovò un'altra via di fuga: erano le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest il territorio occidentale dove si poteva arrivare molto più facilmente!
Cominciò un assalto in massa a queste tre ambasciate che dovevano ospitare migliaia di persone stanche di vivere nella DDR. Ma il colpo decisivo all'esistenza della DDR arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre del 1989, aprì i suoi confini con l'Austria. Ora, la strada dalla Germania dell'est all'ovest (attraverso l'Ungheria e l'Austria) era libera!
Mentre il flusso di persone che arrivò nella Germania dell'ovest attraverso l'Ungheria e l'Austria aumentò di giorno in giorno, anche nella DDR crescevano le proteste e la gente si fece più coraggiosa. Ogni lunedì a Lipsia decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo ed ogni lunedì le manifestazioni erano più affollate - anche se manifestare apertamente contro il governo era ancora un rischio enorme dato che il regime aveva ancora il pieno controllo della polizia, dell'esercito e dell'intero apparato repressivo.
Ma anche l'ultimo tentativo da parte del governo della DDR di salvare il salvabile, cioè il cambiamento dei vertici del partito comunista e del governo non servì a nulla. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma piuttosto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone si riunivano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l'ordine ai soldati dei posti di blocco di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 29 anni.
Il muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati con sistemi politici ed economici completamente diversi. Le leggi, le scuole, le università, tutta l'organizzazione della vita pubblica era diversa. La riunificazione era di colpo diventata possibile, ma nelle prime settimane dopo il 9 novembre dell'89 nessuno sapeva ancora come realizzarla e quando. Tutti, anche i più ottimisti, prevedevano un periodo di alcuni anni, ma ancora gli eventi stravolsero tutti i progetti.
Adesso la libertà tanto a lungo desiderata c'era, mancava però il benessere e la gente all'est non voleva più aspettare: infatti, dopo la caduta del muro il flusso dall'est all'ovest non diminuì, anzi aumentò di colpo e di nuovo si poneva il problema di un dissanguamento dell'est, di nuovo erano soprattutto i giovani che volevano tutto e lo vogliono subito, e non fra dieci anni. "Se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov'è il marco" era uno degli slogan più gridati contro quelli che chiedevano pazienza.
Nella DDR cominciò a regnare il caos. Già dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l'unico modo per poter fermare il degrado dell'est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare con l'Unione Sovietica e che anche la Germania Federale non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema internazionale e solo dopo trattative non facili tra Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Britannia e dopo il "sì" definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera.
Il modo in cui alla fine i due stati vennero unificati era senz'altro dettato più dalla fretta che da considerazioni ragionevoli, ma probabilmente non c'era altra possibilità. Infatti, il 3 ottobre del 1990, i due stati non vengono riuniti, ma uno dei due stati, cioè la DDR, si auto-scioglie e le regioni della DDR vengono annesse in blocco alla Repubblica Federale.
Nessun politico dell'ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Tutti, compreso il cancelliere Helmut Kohl, erano trascinati e travolti dai fatti, Kohl ebbe solo la fortuna di essere cancelliere della Germania quando si verificarono questi eventi. Kohl ha comunque avuto il fiuto giusto di scavalcare la valanga che si era messa in movimento senza nessuna guida politica. L'unico uomo politico che, in realtà, ha contribuito in modo decisivo a iniziare e ad accelerare il processo della caduta del muro è stato Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che è successo. I tedeschi lo sanno bene, e ancora oggi, Gorbaciov gode di una straordinaria popolarità in Germania.

giovedì 1 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo gennaio.

Il primo gennaio 1980 50.000 soldati, 2.000 carri armati T-55 e 200 aerei sovietici varcarono la frontiera ed entrarono in Afghanistan. Gran parte del mondo protestò contro l'invasione, in particolare gli Stati Uniti; dopo aver annunciato un embargo, lo misero in atto tagliando tutte le forniture di grano e di tecnologie e nel 1980 boicottarono anche le XXII Olimpiadi che si tennero a Mosca.

Nonostante lo sforzo militare ingente pianificato l'Esercito Sovietico non riuscì mai ad avere il pieno controllo del Paese ed i mujaheddin riuscirono ad imporre la propria superiorità strategica soprattutto nelle aree non cittadine.

Col passaggio in U.S.A. dall'amministrazione democratica Carter, a quella repubblicana di Ronald Reagan, si alzò il livello dello scontro e i Mujaheddin vennero propagandati come «combattenti per la libertà». Tra questi vi era anche Osama bin Laden, uno dei principali organizzatori e finanziatori dei Mujaheddin (solo per quelli di origine araba, non quelli di origine afghana), anche se ad oggi il Dipartimento di Stato U.S.A. nega di aver avuto mai contatti con Bin Laden, a differenza dell'ex Ministro degli Esteri britannico Robin Cook che è invece convinto del contrario, anche se non porta nessuna prova di questo coinvolgimento. Nell'articolo, inoltre, Cook è convinto che siano i Sauditi a finanziarlo.

Il suo Maktab al-Khadamat (MAK, Ufficio d'Ordine) incanalava verso l'Afghanistan denaro, armi e combattenti musulmani da tutto il mondo, con l'assistenza e il supporto dei governi americano, pakistano e saudita. Nel 1988 bin Laden abbandonò il MAK insieme ad alcuni dei suoi membri più militanti per formare Al-Qaida, con lo scopo di espandere la lotta di resistenza anti-sovietica e trasformarla in un movimento fondamentalista islamico mondiale. Tra i comandanti della resistenza islamica si fece notare il moderato e filo-occidentale Ahmad Shah Massoud, che in seguito divenne Ministro della Difesa dello Stato Islamico Afghano (1992) creato dopo il ritiro delle truppe sovietiche e che dopo l'avvento dei Talebani combatté anche contro di loro.

Il 20 novembre 1986 viene destituito Karmal a favore di Haji Mohammed Chamkani, che resterà in carica fino al 30 settembre 1987, quando Presidente del Consiglio Rivoluzionario diventerà Mohammad Najibullah, carica che dal novembre 1987 diventerà quella di Presidente della Repubblica.

Con l'arrivo al Cremlino nel 1985 di Michail Gorbačëv si andò affermando una politica estera sovietica più distensiva, e già dall'ottobre 1986 iniziò in sordina un ritiro unilaterale delle truppe sovietiche che si concluse il 15 febbraio 1989. La guerra finì (dopo 1 milione e mezzo di afgani morti, 3 milioni di disabili e mutilati, 5 milioni di profughi e milioni di mine) con gli accordi di Ginevra del 14 aprile 1988 che avviarono il ritiro dell'Esercito Sovietico.

L'Unione Sovietica ritirò le sue truppe il 2 febbraio 1989 (anche se ne diede comunicazione ufficiale solo il successivo 15 febbraio), ma finché esistette (1991) continuò ad aiutare lo Stato afghano. Il rimpatrio perfezionato nel febbraio 1989 (in quel momento circa 30.000 mujaheddin circondavano Kabul) interessò 110.000 uomini, 500 carri armati, 4.000 veicoli blindati BMP e BTR, 2.000 pezzi d'artiglieria e 16.000 camion. Per l'Unione Sovietica, che ebbe ufficialmente 13.833 morti e 53.754 feriti, questo conflitto dall'esito infelice fu causa di malcontento fra la popolazione interna come la Guerra del Vietnam per gli Stati Uniti. Pesanti anche le perdite di materiale militare: nel decennio di conflitto andarono ufficialmente distrutti 118 aerei, 333 elicotteri, 147 carri armati, 1.314 veicoli blindati per il trasporto truppe, 433 pezzi d'artiglieria, 11.369 camion di vario tipo.

 

sabato 4 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 4 ottobre.

Il 4 ottobre 1959 veniva lanciata la sonda sovietica Luna 3 che consentì all'uomo, per la prima volta nella storia, di vedere la faccia nascosta della Luna.

Si chiamava “Programma Luna“, il progetto sovietico risalente alla metà del secolo scorso, quindi in piena Guerra Fredda, che vide il lancio di Luna 3, la terza sonda lunare inviata con successo per fotografare il lato nascosto del satellite terrestre. Si trattò di un vero e proprio trionfo nel contesto dell’esplorazione umana dello spazio.

Luna 3 riuscì a raggiungere e fotografare, per la prima volta nella storia, la faccia della Luna quasi del tutto invisibile dalla Terra, dando così la possibilità agli scienziati di studiarla e di crearne i primi atlanti. Fin da subito gli studiosi di resero contro che l’emisfero fino a quel momento sconosciuto era completamente diverso da quello ben visibile dal nostro pianeta. Era, infatti, formato soprattutto da valli e montagne, con solo due zone oscure chiamate poi Mare Moscoviense e Mare Desiderii.

Luna 3 era di forma cilindrica, con due lati semisferici, una lunghezza di 130 cm e un diametro massimo di 120 cm. Il cilindro era ermeticamente chiuso e pressurizzato a 0,23 atmosfere. All’esterno erano stati montati dei pannelli solari utili per ricaricare le batterie chimiche poste all’interno della macchina. Altri tipi di pannelli, invece, erano stati installati in modo da poter far raffreddare l’interno in caso la temperatura superasse i 25 gradi Celsius. Anche il sistema di acquisizione immagini Yenisey-2 era stato montato all’esterno, ed era composto da una fotocamera con due lenti AFA-E1, una unità di elaborazione automatica e uno scanner. Le lenti avevano un obiettivo con focale lunga 200 mm F/5.6 e l’altro con focale di 500mm F/9.5. All’interno, invece, Luna 3, ospitava il sistema per l’elaborazione delle immagini, la radio, le batterie, un giroscopio e delle ventole circolari per il raffreddamento.

Il 7 ottobre, raggiunta la meta dopo tre giorni dal lancio, la sonda scattò 29 foto in 40 minuti, ad una distanza di ben 64 mila km dalla Luna, riuscendo così ad immortalare il 70% dell’emisfero lunare nascosto. Il giorno successivo la macchina spaziale era già in prossimità della Terra, ma a causa della debolezza del segnale non riuscì subito a trasmettere le immagini agli scienziati sovietici. Ci vollero dieci giorni, quindi il 18 ottobre, perché 17 delle immagini scattate giungessero sulla Terra, a bassa risoluzione. Il 22 ottobre i contatti con la sonda furono persi, e la macchina rientrò nell’atmosfera solo tre anni dopo, nel 1962.

sabato 23 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 23 agosto.

Il 23 agosto 1939 Germania Nazista e Unione Sovietica firmano il Patto Molotov-Ribbentrop.

Il trattato di non aggressione firmato il 23 agosto 1939 tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica è passato alla storia come uno dei più sconcertanti avvenimenti del Novecento. In effetti, il Patto portò a compimento la rottura dell’ordine internazionale definito a Versailles, rottura imposta dal “crescendo” dell’iniziativa italo-tedesca (Anschluss, Monaco e smembramento della Cecoslovacchia, rinascita della “grande Ungheria”) e passivamente subita dalle grandi potenze.

Il Patto concesse a Stalin l’occasione di ricostituire almeno in parte la dimensione territoriale dell’impero zarista. Non è un caso se oggi, nella Russia “putiniana” in cui si celebra la Realpolitik di Stalin, il Patto venga pienamente giustificato sul piano geopolitico, come mossa difensiva, antipolacca e anti-baltica, mentre gli si nega il carattere di invasione preordinata e spartitoria.

A sconcertare, all’epoca, fu soprattutto la lunga “luna di miele” tra Stalin e Hitler, durata fino all’invasione del giugno ’41, costellata di molti episodi poi oscurati dalla propaganda antifascista: la parata militare comune russo-tedesca a Brest-Litovsk (settembre ’39); gli auguri di Hitler per il compleanno di Stalin (dicembre ’39: Stalin rispose riferendosi all’«amicizia russo-tedesca sigillata nel sangue»); la scomparsa dai cinematografi russi del kolossal di grande successo Aleksandr Nevskij di S. Ejzenštejn, uscito alla fine del 1938 ma poi divenuto troppo antitedesco; le conferenze di lavoro tra Gestapo e NKVD (la polizia segreta sovietica) dell’inverno ’39-40, per coordinare la repressione in Polonia; le ripetute congratulazioni di Molotov in occasione delle vittoriose invasioni naziste in Europa; gli scambi di cortesie tra le rispettive marine militari operanti al largo della Finlandia; la firma (gennaio 1941) di un altro protocollo segreto sulla Lituania, con compensazioni sovietiche in oro, l’offerta (tardiva) a Stalin di aderire all’asse Roma-Berlino-Tokyo, e la sua colpevole incredulità di fronte alle notizie che preannunciarono l’invasione tedesca. Nel frattempo, centinaia di comunisti tedeschi e austriaci rifugiati in Unione Sovietica, tra cui molti dirigenti e quadri importanti, vennero consegnati in “omaggio” alla Gestapo: almeno ottocento, di cui oltre cinquecento con un’unica spedizione ferroviaria, nel febbraio 1940. Finirono tutti nei lager.

mercoledì 5 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 marzo.

Il 5 marzo 1918 la neonata Unione Sovietica sposta la capitale da San Pietroburgo a Mosca.

Mosca (in russo Москва́, Moskva), splendida capitale della Russia, sorge ai piedi della Moscova. Con i suoi dieci milioni e mezzo di abitanti, è la città più popolosa della Russia e tra le più grandi città al mondo. Il cuore di Mosca è il Cremlino e la Piazza Rossa con la Cattedrale di San Basilio. Il suo aspetto attuale è il risultato di una radicale trasformazione urbanistica realizzata negli anni '30 del XX secolo. E' una delle principali città d'arte e, ancora oggi, è uno dei più importanti centri culturali mondiali, con più di 60 teatri, 100 musei, gallerie d'arte, università e migliaia di biblioteche.

Anche se la zona del Cremlino fu probabilmente abitata fin dall'XI secolo, la nascita di Mosca viene fatta risalire ufficialmente al 1147, ad opera del principi di Suzdal, Yury Dolgoruky. Nel 1237-38 venne saccheggiata dai Tartari con a capo da Batu, nipote di Genghis Khan, che stabilirono la loro capitale a Saray, passando alla storia con il soprannome di Orda d'Oro.

Grazie alla sua felice posizione Mosca divenne ben presto un principato indipendente. Solo alla fine del Quattrocento, con il principe Ivan III detto 'il Grande', la città riuscì a liberarsi dell'obbligo dei tributi all'Orda e, mentre volgeva al termine il regno di Ivan, riuscendo ad acquisire il controllo su un territorio molto vasto. Ivan chiamò alla sua corte architetti italiani per realizzare le cattedrali del Cremlino e si proclamò 'signore di tutta la Russia'.

Ivan IV (detto 'il Terribile') continuò l'opera di espansione fino alla Siberia. Verso la fine del XVI secolo, Mosca era già una delle città più grandi al mondo. Dopo carestie e invasioni, venne occupata dai Polacchi.

Cacciati gli invasori, venne eletto zar il sedicenne Mikhail, primo rappresentante della famiglia dei Romanov che regnerà sulla Russia per tre secoli. A cavallo del XVII e XVIII secolo, Pietro il Grande fece costruire dal nulla Pietroburgo, costringendo la nobiltà russa a trasferirsi nella nuova capitale. Mosca rimase tuttavia una città importante. Durante la campagna napoleonica nel 1812, le truppe dell'imperatore francese si scontrarono con l'esercito russo nella battaglia di Borodino, 130 km a ovest di Mosca: i russi abbandonarono la città al suo destino e consentirono a Napoleone di lanciarsi alla sua conquista di Mosca. La notte in cui l'imperatore la raggiunse un vastissimo incendio distrusse la maggior parte degli edifici costringendo i francesi a lasciare poco dopo la città distrutta.

La città fu ricostruita rapidamente e la sua popolazione aumentò enormemente fino a sfiorare il milione e mezzo alla viglia della Prima Guerra Mondiale. Con la Rivoluzione del 1917, Mosca diventò la capitale dell'impero sovietico. La città subì una radicale riorganizzazione urbanistica, con la realizzazione di nuovi quartieri, piazze, palazzi e infrastrutture (la prima linea della metropolitana venne completata nel 1935). Durante il secondo conflitto mondiale, l'esercito tedesco venne fermato a pochi chilometri dal centro di Mosca (nel dicembre del 1941). Nel secondo dopoguerra è continuata l'espansione della città con la costruzione di enormi quartieri residenziali in periferia. Molti edifici e impianti sportivi sono stati realizzati in occasione delle Olimpiadi del 1980.

Ci sono molte cose da vedere, visitando Mosca.

Cremlino: è la cittadella fortificata posta al centro di Mosca, sulla riva sinistra della Moscova, sulla collina Borovickij; antico centro della città, è sede delle istituzioni governative della Russia, nonché uno dei più importanti complessi artistici e storici del paese (cattedrale dell'Annunciazione, cattedrale dell'Arcangelo Michele, cattedrale dell'Assunzione, Gran Palazzo del Cremlino).

Piazza Rossa: bellissima e gigantesca piazza nel cuore della città, unica piazza storica ad essere chiusa al traffico; a ovest è limitata dalla muraglia del Cremlino, sotto la quale si trova il Mausoleo di Lenin; dalla parte opposta si trovano l'edificio del GUM e il Museo Storico di Stato, inaugurato nel 1883. Musei d'arte: Museo delle arti figurative "A.S. Pushkin", Galleria Tret'jakov.

Chiese: Cattedrale di San Basilio, Cattedrale Uspenskij. Metropolitana: è una delle attrattive di Mosca. La ricchezza dei materiali impiegati (granito, porfido, rodonite, onice e persino labradorite) fanno di ogni fermata un'opera d'arte. I complessi sotterranei sono ornati con mosaici, statue, vetrate, dipinti di celebri artisti del paese. Una delle più belle stazioni e' la "Majakovskaja", inaugurata nel 1938.

domenica 30 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1971 l'intero equipaggio della Soyuz 11 muore durante il viaggio di rientro sulla Terra.
Nelle steppe del Kazakhistan i tecnici dell’Agenzia Spaziale russa sono in trepidante attesa per l'arrivo della Soyuz 11. La navicella dovrebbe atterrare a momenti e la sua missione, nonostante vari problemi, è stata un successo: la navicella si era agganciata alla stazione spaziale Saljut e il suo equipaggio aveva "abitato" per la prima volta un avamposto umano nello spazio.
 Le fasi di discesa si svolgono come da programma, i paracadute si aprono e la Soyuz 11 atterra nella steppa. Ma quando i tecnici aprono lo sportello della navicella per chiedere ai tre astronauti come mai non avessero risposto alle chiamate da Terra durante l’attraversamento dell’atmosfera, trovano una terribile sorpresa: i tre uomini sono immobili nei loro seggiolini. Le cinture ancora allacciate. Sembra che dormano, ma non dormono.
 I tre cosmonauti vengono velocemente estratti dai loro posti. I medici praticano i primi soccorsi, respirazione bocca a bocca e massaggio cardiaco. Tutto inutile, non c'è nulla da fare: Georgij Timofeevič Dobrovol'skij comandante della missione, Viktor Ivanovič Pacaev ingegnere di bordo e Vladislav Nikolaevič Volkov ingegnere collaudatore, sono morti.  Accanto all'acciaio che li ha portati in orbita e sull'erba secca che li ha accolti dopo il loro primo viaggio nello spazio. Che cosa era successo?
 La Saljut 1 è stata la prima stazione Spaziale in assoluto. Dopo la visita della Soyuz 11 non fu più visitata da nessun equipaggio e rimase in orbita fino al rientro distruttivo in atmosfera, avvenuto l'11 ottobre 1971.
Facciamo un passo indietro. La Soyuz 11 era una missione molto importante soprattutto perché la precedente, la Soyuz 10,  non era riuscita ad agganciarsi alla stazione spaziale Saljut 1 e quindi gli astronauti erano tornati a Terra senza risultati scientifici. Soyuz 11, invece, riuscì nell’attracco dopo essere partita il 6 giugno 1971.
 I tre cosmonauti facevano parte dell’equipaggio di riserva del volo. Una tosse insistente che affliggeva il comandante dell’equipaggio originale aveva fatto pensare che fosse affetto da tubercolosi e che l’avesse potuta trasmettere agli altri due membri dell’equipaggio. In seguito la diagnosi si rivelò errata, ma fu così che Dobrovol'skij, Pacaev  e Volkov si ritrovarono in volo per quella missione.
 Una missione non priva di problemi. Grave fu un principio d’incendio che mise fuori uso il telescopio di bordo della Saljut e che fece anticipare il rientro di una settimana.
Dopo 23 giorni e 18 ore di missione iniziò la fase di discesa a Terra. Senza particolari sorprese e incidenti.  Che cosa aveva dunque causato la morte dei 3 cosmonauti?
 Inizialmente si pensò all’impossibilità dell’uomo di poter vivere a lungo nello spazio. Durante la missione della Nasa di Gemini 7, durata 13 giorni, il cuore degli astronauti aveva dato segni di impigrimento. Nel luglio 1969, la scimmia Bonny a bordo del Biosatellite 3 era morta per insufficienza cardiaca dopo il recupero di un volo durato 9 giorni. E dunque si pensò che anche i tre cosmonauti fossero deceduti per problemi cardiaci.
 Ma le cose andarono molto diversamente. La colpa fu di una valvola della Soyuz che avrebbe dovuto equiparare la pressione dell’aria interna con quella esterna. Doveva entrare in azione poco prima dell’atterraggio e invece scattò subito dopo il distacco della Soyuz dalla Saljut, facendo uscire tutta l'aria all'interno dell'abitacolo.
La causa prima, in realtà, fu un distacco dalla Saljut non da manuale: i bulloni che tenevano unite navicella e stazione spaziale si staccarono simultaneamente attraverso delle microcariche esplosive, mentre dovevano separarsi uno dopo l’altro. Il fatto fece allontanare violentemente la navicella e al contempo fece aprire la valvola.
 Sembra che uno dei tre astronauti si accorse del fatto e tentò di chiuderla a mano, ma perse i sensi prima di riuscirci. La perdita d’aria della capsula causò la morte dei tre astronauti per decompressione.
 A quel tempo i sovietici facevano grande affidamento sulla Soyuz al punto che il rientro non prevedeva che i cosmonauti indossassero le tute. Se le avessero avute, l’ossigeno sarebbe arrivato direttamente dai serbatoi e non dall’interno della capsula.
 Si sarebbero salvati. Da allora tutti i cosmonauti e gli astronauti le indossano.

sabato 2 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 settembre.
Il 2 settembre 1987 inizia a Mosca il processo a Mathias Rust, il diciannovenne che col suo piccolo Cessna era atterrato qualche mese prima nella Piazza Rossa.
Il 28 maggio 1987, un 19enne tedesco di nome Mathias Rust decollò con un piccolo Cessna 172 da Uetersen, vicino ad Amburgo (Germania), per poi atterrare nella Piazza Rossa di Mosca, nell’allora Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda. Come ha ricordato qualche anno fa lo stesso Rust in un’intervista a Repubblica:
    Avevo diciannove anni, la guerra fredda divideva il mondo. Col mio piccolo Cessna decisi di vivere e far volare il mio sogno: un volo dall’Occidente alla Piazza Rossa. Come gesto di pace: un volo come un ponte simbolico tra i due mondi. Lo rifarei: a volte anche un po’ d’incoscienza giovanile serve a svegliare il mondo, giova alla realtà.
Come se non fosse un’azione già abbastanza pericolosa, il volo di Rust arrivava in un momento di rapporti particolarmente complicati tra Stati Uniti e Russia: Ronald Reagan e Michail Gorbačëv si erano incontrati a Reykjavik, in Islanda, senza fare passi avanti e anzi con un inasprimento delle relazioni tra i due paesi. Rust, inoltre, era un pilota molto inesperto e non possedeva un aereo. Il 13 maggio 1987 noleggiò un piccolo aereo Cessna a Uetersen, in Germania.
Nelle due settimane successive, Rust volò prima alle isole Faroe, poi in Islanda, a Reykjavík, e infine in Norvegia, a Bergen. La mattina del 28 maggio 1987 Rust fece rifornimento a Helsinki, in Finlandia, e disse alle autorità finlandesi che si sarebbe diretto verso la Svezia. In realtà, poco dopo il decollo a mezzogiorno, cambiò rotta e si diresse verso l’Unione Sovietica. Spense la radio e i finlandesi, che organizzarono anche diverse ricerche per trovarlo, persero le sue tracce.
All’epoca entrare senza permesso in Russia era considerato un atto molto grave, come poi avrebbe scoperto Rust. Tra l’altro, erano passati meno di quattro anni da quando l’Unione Sovietica aveva abbattuto un aereo civile sudcoreano, il volo 007 della Korean Air Lines, che aveva violato lo spazio aereo sovietico all’altezza della penisola di Kamčatka. L’aeronautica sovietica decise di abbatterlo, causando così la morte di 269 persone. Tuttavia, dopo quel grave incidente, l’Unione Sovietica era stata duramente criticata dalla comunità internazionale e quindi aveva ammorbidito le sue reazioni in casi di questo tipo.
Anche per questo motivo il volo di Rust ebbe un destino migliore. Poi ci furono anche delle coincidenze fortunate. Nel pomeriggio del 28 maggio 1987 Rust, che entrò in URSS sorvolando l’Estonia, comparve sui radar sovietici e venne subito individuato. I missili terra-aria erano pronti a colpirlo ma l’aeronautica sovietica decise di aspettare. Pochi minuti dopo il Cessna di Rust venne intercettato da alcuni caccia Mig sopra la cittadina di Gdov, ma neanche loro ottennero l’ordine di sparare. Per Rust fu il momento più terrificante del suo volo, come ha raccontato nell’intervista a Repubblica:
    Davanti, lontano qualche chilometro, mi apparve velocissimo e luminoso un oggetto argenteo, e puntava su di me. Era un Mig della Pvo, la temuta difesa aerea sovietica. Eccolo, fu il mio primo incontro con ‘loro’. Un colpo al cuore. Fu duro tenere i nervi sotto controllo. Furono pochi minuti, ma tremendi. Sa, il ricordo del Jumbo coreano abbattuto su Sakhalin nell’era Andropov era ancora vivo. Il Mig mi raggiunse, virò strettissimo, mi si mise dietro, poi mi affiancò. Era molto più veloce di me. Indovinai appena gli occhi del pilota sotto il casco. Mi seguì per un po’, poi accelerò ancora e sparì nel nulla. Pochi minuti, mi sembrarono eterni. E restai in preda a nuovi sentimenti misti. Sollievo, perché non aveva sparato. Dubbio e angoscia, per la certezza che sapevano che ero in volo su di loro.
I caccia poi persero contatto con Rust e il motivo non è ancora chiaro: si dice che successe perché Rust fece come per atterrare, diminuendo di quota. Così, piano piano, a velocità e quote piuttosto basse, Rust continuò incredibilmente il suo volo verso Mosca. L’aeronautica militare russa non riuscì a rintracciare il suo Cessna per diversi tratti anche perché la Voyska PVO, la difesa aerea russa, aveva appena subito una riorganizzazione che ne limitava le attività. Le coincidenze fortunate non finirono qui.
Quando sorvolò Pskov, Rust capitò nel bel mezzo di un’esercitazione di addestramento all’uso dell’IFF (ossia identification friend or foe, un sistema automatico elettronico di riconoscimento amico-nemico progettato per le funzioni di comando e controllo) che proprio in quel momento assegnava lo status di “amico” a tutti gli aerei che passavano di lì. Poi, arrivato a Torzhok, venne di nuovo identificato come “amico” perché venne scambiato per uno degli elicotteri di soccorritori accorsi dopo un incidente aereo avvenuto nella zona il giorno precedente.
Alle 19 del 28 maggio 1987 Rust arrivò a Mosca. Pensò inizialmente di atterrare all’interno del Cremlino ma si rese conto che era troppo pericoloso. Allora si diresse verso la Piazza Rossa, dove avrebbe avuto più spazio, seppur in quel momento era affollata parecchio per via del gran numero di persone incuriosite da questo strano volo. Alla fine atterrò senza causare danni e feriti. Quasi nessuno fu ostile con lui, anzi alcune persone gli offrirono pane e sale come benvenuto.
Anche le autorità russe inizialmente non furono ostili, tanto che la polizia arrivò circa un’ora dopo il suo atterraggio. Poi però arrivarono anche gli agenti del KGB, che lo portarono in commissariato e lo interrogarono per ore accusandolo di essere una spia. Così Rust ha ricordato quei momenti:
    Io spiegai che atterrando sulla Piazza Rossa volevo fare un gesto di pace. “In ogni caso non aveva armi a bordo”, osservarono. Non volevano credermi, ma non sapevano cosa pensare. La stazione di polizia era fatiscente. “Venga, continuiamo in un luogo più appropriato, Lefortovo”, dissero. Non lo sapevo, ma era la prigione centrale. Cominciarono domande più dure.
Rust venne trattenuto per molte settimane nel carcere di Lefortovo. Poi fu processato a Mosca il 2 settembre 1987 e venne condannato a quattro anni di lavori forzati. Dopo 432 giorni di prigionia, Rust fu rilasciato grazie a un’amnistia. Al ritorno in Germania Ovest, il 3 agosto 1988, Rust però non fu accolto da eroe ma come un pazzo che aveva messo a repentaglio la pace mondiale. Non passò nemmeno un anno e, durante il servizio civile, Rust accoltellò una sua collega in un ospedale tedesco, ferendola, apparentemente perché aveva rifiutato un suo “corteggiamento”.
Condannato a due anni e mezzo di carcere, dopo il rilascio Rust si è convertito all’induismo ma ha avuto altri guai con la giustizia, soprattutto per piccoli furti. Nel 2009 si è dato al poker. Oggi Mathias Rust si definisce analista finanziario di una banca svizzera di Zurigo. Se a Repubblica nel 2009 aveva detto che avrebbe rifatto il suo gesto, due anni fa al Guardian ha detto l’esatto contrario:
    Certo che non lo rifarei più. È stato un gesto irresponsabile.

lunedì 13 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1992 Boris Elstin ordina la chiusura definitiva del giornale "Pravda".
Dal 1912 ha rappresentato per milioni di comunisti il «verbo» di Mosca.
La «Pravda» ossia «Verità» a onor del vero, fu fondata nel 1905 dalla Spilka, l'Unione socialdemocratica ucraina, ma dopo alcune uscite fu ceduta a Trockij che dal 3 ottobre 1908 la fece stampare a Vienna per evitare la censura zarista. Inizialmente Trockij lo concepì come giornale di impostazione socialdemocratica poi nel 1910, fallito il tentativo di ricomporre la scissione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, divenne l'organo della corrente Bolscevica.
Le mutate condizioni politiche interne, consentirono l'inizio delle pubblicazioni a San Pietroburgo e il 22 aprile 1912 per la prima volta la «Pravda» comparve nelle edicole russe. Nei due anni che seguirono il quotidiano fu però costretto a cambiare per ben 8 volte nome a causa della repressione poliziesca. Nei mesi seguenti divenne «Rabochaya Pravda» (Verità degli operai), «Severnaya Pravda» (Verità del nord), «Pravda Truda» (Verità del lavoro), «Za Pravdu» (Per la verità), «Proletarskaya Pravda» (Verità Proletaria), «Put' Pravdy» (Strada della verità), «Rabochy» (Operai) e ancora «Trudovaya Pravda», altro modo per dire «Verità del lavoro» per poi tornare definitivamente «Pravda». Ma solo per pochi mesi, perché nel luglio del 1914, scoppiata la Prima guerra mondiale, il governo zarista impose la chiusura della testata.
Dopo quasi tre anni di silenzio, il giornale riprese le pubblicazioni nel febbraio del 1917 quando la «Rivoluzione di febbraio» aveva spodestato lo zar Nicola II e creato un governo di salvezza pubblica. Vladimir Lenin poté così rientrare dal suo esilio in Svizzera e pubblicare sul numero del 3 aprile le famose «Tesi di Aprile» in cui tracciava le linee guida dell'azione politica dei Bolscevichi per sfruttare la situazione rivoluzionaria nel Paese, prendere il potere e instaurare lo stato socialista.
Appena un mese dopo l'arrivo in edicola, il 13 marzo del 1917 la «Pravda» venne affiancato da «Izvestia», su iniziativa della componente menscevica e socialrivoluzionaria del partito. Nell'agosto assunse la sottotestata di «Giornale del comitato centrale dei soviet dei lavoratori e dei soldati di San Pietroburgo» per poi diventare «Organo del Comitato esecutivo centrale del soviet supremo», vale a dire del Governo. «Izvestia» in russo sta per «Notizie» per cui abbinandolo al nome dell'altra testata, venne fuori un gioco di parole molto popolare in epoca sovietica: «Nella Verità non ci sono Notizie e nelle Notizie non c'è Verità».
Nel 1918 la redazione della «Pravda» venne trasferita da San Pietroburgo a Mosca e ben presto affiancata da altre pubblicazioni come «Komsomolskaya Pravda» e «Pionerskaya Pravda» rispettivamente organi della Gioventù comunista e dei Giovani Pionieri. Senza contare le «edizioni locali» come «Kazakhstanskaya Pravda» in Kazakhstan, «Polyarnaya Pravda» nell'oblasta di Murmansk, «Pravda Severa» in quello di Arcangelo, «Moskovskaya Pravda» nella capitale.
Tra le varie testate però negli anni successivi sarà sempre alla «Pravda» organo del Pcus che si rivolgeranno gli osservatori politici. Soprattutto negli anni della guerra fredda, i cremlinologi dovevano leggere con attenzione ogni singola riga nel tentativo di intuire i movimenti all'interno del Pcus e prevedere i cambi al vertice del potere. Almeno fino al rapido evolversi della situazione nell'intero mondo comunista dalla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 fino al tentativo di colpo di stato della componente conservatrice del Pcus contro Michail Gorbacëv nell'agosto del 1991. Sciolta l'Unione sovietica, dissolto il Pcus  Boris Eltsin decretò la fine delle pubblicazioni del glorioso quotidiano. Diversi giornalisti fondarono allora un quotidiano dallo stesso titolo, oggi testata d'informazione formato tabloid, mentre qualche anno dopo apparve in internet una sito online con il nome «Pravda». Ma nessuno è in grado di reclamare l'eredità storica e culturale del giornale.

lunedì 1 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo agosto.
Il primo agosto 1965 il presidente americano Lindon Johnson autorizza l'uso di truppe di terra nella guerra del Vietnam.
 Le origini del conflitto tra Usa e Vietnam, hanno inizio molti anni prima del ’64.
Ci troviamo intorno al 1945. Un certo Ho Chin Minh, capo del partito comunista vietnamita, decide di nominare un governo provvisorio. Tale mossa, intimorì non poco alcuni paesi occidentali (Francia e Usa in particolare), come segno di un’ulteriore espansione del comunismo in Asia. Sarebbe spontaneo domandarsi cosa importava alla Francia e agli Usa di tutto ciò. In quel periodo, i francesi tentavano di riconquistare la loro vecchia colonia indocinese ed il governo instaurato in Vietnam (regione appartenente all’Indocina) che avrebbe favorito l’inizio di un’indipendenza, non sarebbe stato di grosso aiuto. Nel 1946, iniziarono gli scontri tra la Francia, supportata finanziariamente e logisticamente dagli Stati Uniti e il Fronte nazionale di liberazione (Fnl) vietnamita, aiutato dai Viet-minh, esercito del nord del Vietnam.
Gli scontri terminarono nel 1954. Fondamentale fu la battaglia di Dien-Bien-Phu, dove le truppe vietnamite, guidate dal generale Giap, inflissero una pesantissima sconfitta alle truppe francesi.
Lo stesso anno ci fu la Conferenza di Ginevra, in cui vennero stabiliti diversi accordi. L’Indocina, fu divisa in tre stati indipendenti: Laos, Cambogia e Vietnam. Quest’ultima, venne separata in due: Vietnam del nord, con capitale Hanoi, in cui viene riconosciuta una repubblica democratica sotto la guida di Ho Chin Minh, ed il Vietnam del sud, con capitale Saigon, guidata da Ngo Dinh Diem, ma sotto il controllo statunitense. Negli stessi accordi venne stabilito che entro la metà del 1956, si tenessero delle libere elezioni per la completa riunificazione del paese. Tutto ciò non avvenne mai. Il presidente americano D. Eisenhower, intravedeva il sud del Vietnam come un ulteriore campo di battaglia per la guerra fredda. Le future elezioni vietnamite, avrebbero visto una sicura vittoria del partito comunista e quindi la perdita del controllo nel sud del paese. Il clima politico in Vietnam si surriscaldò, così gli Stati Uniti decisero di far sorgere una dittatura militare filo americana, finanziandola economicamente e militarmente, con l’obiettivo di neutralizzare la guerriglia dei vietcong (vietnamiti rossi), filo comunisti sudvietnamiti, garantiti dal sostegno dell’Unione Sovietica e della Repubblica Popolare Cinese, nonché del Vietnam del nord.
Nel 1962, l’allora presidente americano J.F. Kennedy, aumentò l’impegno militare nel Vietnam, ma senza risultati. L’anno dopo, infatti, il primo novembre, l’esercito vietnamita allestì un violento colpo di stato. Ngo Dinh Diem venne ucciso e una giunta militare filo comunista ne prese il posto.
Dopo appena tre settimane, Kennedy viene assassinato e L.B. Johnson lo sostituisce, confermando l’appoggio militare ed economico al Vietnam del sud.
Nel 1964 gli Usa iniziano i bombardamenti aerei sul Vietnam del nord, dando il via alla guerra.
Gli attacchi aumentavano sempre di più con gli anni, così come il contingente (nel ’67 in Vietnam erano presenti mezzo milione di soldati americani e dopo il ’68 circa 700000), i bombardamenti, soprattutto nelle maggiori città, e in particolare i morti… ma i risultati erano terrificanti. La più grande potenza mondiale non riusciva a domare le forze guerrigliere.
Migliaia e migliaia di ragazzi americani nati tra gli anni 40 e 50, ricevettero la chiamata alle armi, cui si aggiunsero i volontari (la maggior parte di loro erano studenti universitari) e 1/3 delle forze militari statunitensi vennero mandate in Vietnam… tra di loro c’erano ragazzi di appena 18 anni e molti di loro non fecero più ritorno a casa.
In occasione del capodanno tra il ’68 e il ’69, le forze nordvietnamite lanciarono un feroce attacco, infiltrandosi nelle campagne e nelle città, tra cui anche la capitale Saigon. I morti da parte americana aumentavano sempre di più e nel 1969 i più accesi movimenti pacifisti, pressavano il proprio paese per l’immediato ritiro delle forze armate dal Vietnam. Lo stesso anno, l’allora presidente R. Nixon avviò le prime trattative di pace a Parigi.
Molte furono le battaglie in quel periodo: la battaglia di La Drang nel 1965, quella di Long Tan nel 1966, la prima battaglia di Saigon nel ’68. Senza contare le campagne di bombardamento: l’operazione Rolling Thunder tra il ’65 e il ’67 e la Linebacker... ma la più significativa e inutile probabilmente fu la battaglia di Hamburger Hill nel ‘69.
Nel 10 maggio 1969, le truppe americane individuano nella “Collina 937”, nella valle di Ashau, una fondamentale importanza strategica. Per dieci giorni ci furono interminabili scontri tra l’esercito degli Usa e quello nord vietnamita, questi ultimi posizionati sulla vetta della collina. Gli americani, nonostante la conquista della vetta, subirono enormi perdite, dovute anche dallo scarso aiuto ricevuto dal comando superiore, per il rifornimento d’adeguati mezzi di rinforzo. La “Collina 937” venne poi ribattezzata col nome di Hamburger Hill, per la grande quantità di cadaveri sparsi per la collina. Il 20 maggio fu conquistata e subito dopo, un nuovo ordine comunicò lo sgombero della zona per la scarsa importanza.
Tra il 1970 e il 1972, Nixon decise di aumentare in modo consistente la presenza delle forze aeree a differenza di quelle terrestri. Gli scontri si allargarono fino ai confini con la Cambogia e Laos, ma senza successo. Nel 1972 l’esercito nativo conquista diverse zone militarmente importanti e i ripetuti errori strategici inducono gli americani a continui fallimenti. Nel 1973 Nixon è costretto alla firma, la pace di Parigi è fatta, ma la guerra non è ancora finita.
Per altri due anni l’esercito americano mantenne la sua occupazione a Saigon. Ancora due anni di scontri sanguinosi, fin quando le forze nord vietnamite e quelle vietcong conquistarono la città (ribattezzata poi Ho Chi-Min).
Nel 1975 tutte le truppe americane vennero ritirate dal Vietnam, segnando così la prima sconfitta militare per gli Stati Uniti d’America. Nixon aveva l’obbligo di pagare 4 milioni di dollari al Vietnam per i danni provocati, pagamento che non avvenne mai, così i vietnamiti si tennero tutti i prigionieri americani.
Le conseguenze in Vietnam furono disastrose. L’economia fu duramente colpita dal conflitto e ancora oggi stenta a riprendersi. Alla fine della guerra, il paese conta più di sette milioni tra morti e feriti.
La guerra del Vietnam ebbe importanti ripercussioni a lungo termine anche sulla società statunitense, sulla sua politica estera, e sugli equilibri geopolitici mondiali. In primo luogo, la guerra fu la prima significativa sconfitta militare degli Stati Uniti. Le cause della sconfitta vanno ricercate fondamentalmente:
    nella capacità di resistere alla formidabile pressione militare statunitense da parte della dirigenza e della popolazione del Vietnam del Nord;
    nella combattività e solidità dei Viet Cong e dei soldati regolari nordvietnamiti, in grado di infliggere continue e crescenti perdite al nemico;
    nel fallimento dei piani di pacificazione e sviluppo economico nel Vietnam del Sud (conseguenza anche dell'inefficienza e della corruzione della dirigenza politica filo-statunitense);
    nell'abile uso, da parte della dirigenza nordvietnamita, del nazionalismo per sostenere il morale e continuare una guerra che poteva apparire senza fine e persa in partenza contro una grande potenza straniera;
    nelle ripercussioni interne alla società americana provocate dal falso ottimismo di generali e politici, dalle ingenti perdite e dalle incerte prospettive della lotta.
    negli errori di strategia e di tattica dei comandi militari, in parte conseguenza anche di esigenze di politica internazionale.
Naturalmente l'esito del conflitto intaccò la reputazione degli Stati Uniti come prima superpotenza mondiale. Le massicce perdite americane, la mancanza di una vittoria decisiva e un'efficace propaganda disfattista da parte di contestatori politicizzati crearono un grande disgusto dell'opinione pubblica nei confronti dell'interventismo armato per contenere l'espansionismo sovietico-comunista.
Politicamente, l'insufficiente pianificazione della guerra, la confusione delle direttive e della catena di comando e, soprattutto, "l'assegno in bianco" fornito con facilità dal potere legislativo al potere esecutivo presidenziale, portarono il Congresso a rivedere il modo in cui gli Stati Uniti possono dichiarare guerra. A causa degli sviluppi della guerra del Vietnam, il Congresso promulgò la Risoluzione sui poteri di guerra (7 novembre 1973), che ridusse la capacità del Presidente di impegnare truppe in azione senza aver prima ottenuto l'approvazione del Congresso stesso.
Dal punto di vista sociale, la guerra mutò sensibilmente il pensiero di molti giovani statunitensi, dimostranti e soldati bilateralmente, mutando le loro opinioni riguardo la politica estera adottata dal governo e la moralità del conflitto. Infine, la guerra del Vietnam dimostrò come l'opinione pubblica potesse influenzare la politica del governo, attraverso la mobilitazione e la protesta; un esempio di ciò fu l'abolizione della leva obbligatoria a partire dal 1973.
La guerra e le sue conseguenze portarono a una massiccia emigrazione dal Vietnam verso gli Stati Uniti. Questa comprendeva sia i figli di soldati americani e giovani donne sudvietnamite, sia i rifugiati vietnamiti, che scapparono subito dopo la presa del potere da parte dei comunisti. Durante l'anno successivo, più di un milione di queste persone arrivò negli Stati Uniti.
Nel 1982 iniziò la costruzione del Memoriale dei Veterani del Vietnam (conosciuto anche come "Il Muro"), situato al Mall di Washington DC adiacente al Lincoln Memorial. Si tratta di una lastra di pietra nera lucida parzialmente interrata su un pendio su cui sono incisi i nomi di tutti i caduti della guerra; semplice e austera, simboleggia la tragedia del Vietnam.
Aver prestato servizio nella guerra, anche se inizialmente impopolare, divenne presto fonte di rispetto, anche se il conflitto in sé rimane oggetto di una ampia variabilità di opinioni. Molti politici statunitensi sfruttarono gli anni di servizio nelle loro campagne elettorali, come fece John McCain, ex prigioniero di guerra del Vietnam, nella sua corsa al Senato, mentre la nozione che i presidenti Bill Clinton e George W. Bush avessero evitato il servizio militare in Vietnam giocò a sfavore degli stessi durante le rispettive campagne elettorali.
Dopo essere entrato in carica, Bill Clinton annunciò il desiderio di normalizzare le relazioni con il Vietnam. La sua amministrazione tolse le sanzioni economiche alla nazione nel 1994, e nel maggio 1995 i due stati rinnovarono le relazioni diplomatiche, con gli Stati Uniti che aprirono un'ambasciata sul suolo vietnamita per la prima volta dal 1975.

martedì 3 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 maggio.
Il 3 maggio 1939 Vjaceslav Molotov viene nominato da Stalin ministro degli esteri.
Vjaceslav Michajlovic Molotov nasce a Kubarka il 9 marzo 1890. La sua carriera politica inizia prestissimo quando è poco più di un adolescente. Si unisce, infatti, al Partito Operaio Socialdemocratico nel 1906 e adotta il significativo pseudonimo di Molotov che in russo significa "martello". Durante la sua attività politica subisce ben tre arresti con relative deportazioni: il primo nel 1909 a seguito del quale finisce in Siberia, il secondo nel 1915 e il terzo nel 1916.
Dopo il primo periodo di esilio diventa un collaboratore del giornale clandestino dei bolscevichi, la Pravda. E' anche tra gli attivisti che pianificano la rivoluzione d'ottobre del 1918, e, proprio in questa fase, diventa uno stretto alleato e collaboratore di Stalin.
Allo scoppio, però, della rivoluzione viene inviato in Ucraina per due anni, e qui svolge il ruolo di segretario del comitato centrale del partito bolscevico ucraino. Nel 1921, Lenin lo vuole nuovamente a Mosca prima come membro del comitato centrale e addetto alla segreteria del partito, e poi, nel 1922, come vice segretario.
Dopo la morte di Lenin, Molotov continua a sostenere strenuamente Stalin che, al momento opportuno, lo premia facendolo entrare al Politburo. Per undici anni, dal 1930 al 1941, ricopre il ruolo di Presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo. Grazie a questo incarico, prende importanti decisioni governative riguardo il piano di collettivizzazione forzata dell'agricoltura, di industrializzazione e, soprattutto, di riarmo. Quest'ultima iniziativa in particolare si rivelerà importantissima per la Russia durante la seconda guerra mondiale.
Nel periodo compreso tra il 1934 e il 1938, partecipa alle famose purghe staliniane contro alcuni dirigenti bolscevichi considerati traditori e dei semplici cittadini accusati di essere ostili al regime. Molotov viene coinvolto a pieno titolo nella repressione e appoggia Stalin al punto da essere indicato come suo possibile successore. Spaventato, però, dalle ripercussioni che potrebbe provocare questa voce, tenta di metterla a tacere.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il 3 maggio del 1939, viene messo a capo del Ministero degli Affari Esteri al posto di Litvinov, esautorato sia per le sue origini ebraiche che per una non accorta politica di alleanze con Gran Bretagna e Francia. Molotov cerca di negoziare su più fronti, mantenendo sempre un atteggiamento di riguardo nella gestione dei rapporti con la Germania.
Dopo il fallimento dei negoziati russo-franco-britannici, tratta direttamente con la controparte tedesca rappresentata da Joachim Von Ribbentrop con il quale sigla l'omonimo patto Molotov-Ribbentrop.
Stalin, dubbioso sulle reali intenzioni delle altre nazioni europee, preferisce accordarsi direttamente con Hitler affinché venga contenuto il suo espansionismo verso est. Il patto, infatti, si configura come una forma di non belligeranza tra i due stati.
Durante i negoziati, Molotov diventa famoso per la sua intransigenza e per la tenacia con cui, nonostante le blande promesse tedesche, tenta di proteggere gli interessi del proprio popolo. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il 22 giugno del 1941, ricopre il ruolo di vice primo ministro e continua a occuparsi degli affari esteri. Sarà lui ad accompagnare Stalin in diversi incontri internazionali, come quelli di Londra (1941) Washington (1942) Yalta(1945) e Potsdam (1945) durante i quali si discutono i termini dell'alleanza tra Gran Bretagna, Stati Uniti e Russia.
Svolge la sua funzione di commissario degli esteri fino al 1949 e poi di nuovo dal 1953 al 1956. La sua posizione subisce fasi alterne negli ultimi anni del regime di Stalin, e a un certo punto si indebolisce talmente che non riesce a evitare neppure l'incarcerazione della seconda moglie Polina di origini ebraiche.
Prima di morire, Stalin individua proprio in Molotov uno dei dirigenti della vecchia guardia che desidera eliminare per fare posto alle nuove leve del partito. Eppure proprio dopo la morte del dittatore, Molotov recupera la sua posizione politica e riacquista l'incarico al Ministero degli Esteri. Le sue idee politiche sono, però, opposte a quelle del nuovo reggente Chruscev che lo accusa delle terribili purghe degli anni trenta. Viene così rimosso dal suo incarico, ma non si arrende e, nel 1957, tenta con altri uomini politici un colpo di stato per estromettere Chruscev. L'insuccesso del tentativo gli provoca la rimozione dal suo incarico e la definitiva espulsione dal partito nel 1962.
Nonostante la disgrazia politica che lo vessa negli ultimi anni, non rinnega il suo passato e neanche la sua fedeltà a Stalin. Ottiene una riabilitazione solo molti anni dopo, e nel 1984 gli viene anche simbolicamente concesso di ritornare tra le fila del partito. Vjaceslav Michajlovic Molotov muore a 96 anni il giorno 8 novembre del 1986.
Contrariamente a quanto si crede, l'ideatore delle bombe Molotov non fu lui stesso , ma i militari nazionalisti di Francisco Franco, che, durante la Guerra civile spagnola, il 28 ottobre 1936 le utilizzarono per contrastare dei carri armati sovietici T-26 (il nome Molotov veniva usato per indicare il bersaglio delle bombe incendiarie).

mercoledì 16 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1937 nasce a Charkiv Valentin Bondarenko, astronauta.
La figura e la vicenda di Valentin Bondarenko hanno fornito non poco carburante alla leggenda dei cosmonauti perduti. Il programma spaziale sovietico, per quanto rischioso, non è stato l'ecatombe che certi ancora vogliono far credere. Ha avuto le sue vittime, così come i suoi eroi, le sue comparse e i suoi sopravvissuti, spesso chiusi nel loro silenzio.
Ha avuto anche i suoi dimenticati: uno di loro è Valentin Vasilyevich Bondarenko, sottotenente della difesa aerea, nato a Charkiv il 16 febbraio del 1937, pilota, sposato, con figli. Venne scelto per far parte del primo gruppo di cosmonauti del programma Vostok, quello che portò Yuri Gagarin a essere il primo uomo lanciato in orbita.
Valentin Bondarenko non venne dimenticato per caso, ma fa parte del gruppo dei cancellati. La loro esistenza è riemersa decenni dopo la loro scomparsa, quando ormai i casi cancellati non erano più di imbarazzo per nessuno.
Bondarenko, il più giovane dei cosmonauti del programma Vostok, rimase ucciso in un incidente,  vittima della fatalità, delle scarse misure di sicurezza, e della distrazione. Era il 23 di marzo del 1961, Bondarenko si trovava presso l'Istituto di Studi Biomedici, a Mosca, dove si stava svolgendo un esperimento di resistenza volto a sondare i livelli di tolleranza ad atmosfere rarefatte ma composte da un'elevata percentuale di ossigeno. L'esperimento avveniva dentro una camera ipobarica.
Si era al decimo giorno sui quindici previsti, e il sottotenente Bondarenko aveva concluso l'attività per la giornata. Si tolse di dosso i sensori che ne monitoravano i segni vitali e si pulì la pelle con un batuffolo di cotone inzuppato di alcool. Poi fece un gesto di quelli che si fanno senza pensare: gettò via il batuffolo. Il batuffolo andò a posarsi proprio sulla piastra elettrica che aveva usato per scaldarsi il tè. La piastra era rovente e l'alcool prese fuoco.
Bondarenko provò a spegnerlo con la manica della tuta. Non solo non vi riuscì, ma il fuoco si propagò immediatamente alla tuta, bruciando con forza nell'atmosfera ricca di ossigeno della camera ipobarica. La differenza di pressione con l'esterno teneva chiusa la porta e ci volle mezz'ora per aprirla. Quando l'aprirono l'incendio aveva consumato quasi tutto l'ossigeno. Bondarenko era coperto da ustioni di terzo grado, ma era ancora vivo.
Venne subito portato all'ospedale. Morì dopo sedici ore di agonia. Lo stato sovietico insignì il caduto dell'Ordine della bandiera rossa e aiutò sua moglie, ma - discutibile abitudine - eliminò la memoria del morto. Bondarenko fu cancellato, di lui non si parlò più, come se non fosse mai esistito. Divenne noto al pubblico solo nel 1986, quando la rivista Izvestia pubblicò un articolo sull'incidente a firma di Yaroslav Golovanov, nell'ambito delle celebrazioni per il venticinquennale del volo di Gagarin.
Nella ormai cinquantennale storia del volo spaziale l'Unione Sovietica vanta in Valentin Bondarenko il triste record del primo caduto durante l'addestramento a terra.

mercoledì 16 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1961 Rudolf Nureyev chiede asilo politico alla Francia.
Rudolf Hametovic Nureyev, indimenticabile ballerino, è il personaggio che ha rivoluzionato il ruolo maschile nella danza. Nato il 17 marzo 1938 su un treno in una regione del lago di Baikal, durante un viaggio che la madre aveva intrapreso per raggiungere il marito a Vladivostock (che si era ivi trasferito per ragioni di lavoro), comincia a prendere lezioni di danza all'età di undici anni da un'anziana insegnante, la signora Udeltsova, che aveva fatto parte nientemeno dei leggendari "Ballets Russes" di Diaghilev (gli stessi che avevano collaborato con personalità artistiche del calibro di Stravinskij, Ravel, Matisse, ecc.).
Nel 1955 entra a far parte della prestigiosa scuola di ballo del Teatro Kirov di Leningrado e tre anni dopo è ammesso in compagnia. Durante una tournée in Europa, come molti artisti suoi compatrioti, chiese asilo politico alla Francia, per sfuggire all'oppressivo regime sovietico, alle sue imposizioni e gerarchie.
Correva l'anno 1961 e nella storia quella è una data che vuol dire solo una cosa, guerra fredda. La contrapposizione, basata sul precario equilibrio nucleare, fra le due superpotenze allora vigenti, l'Unione Sovietica appunto e gli Stati Uniti d'America.
In quel clima già rovente, quando gli anticomunisti non perdono occasione per denunciare le infami condizioni di vita instaurate nel paese del socialismo reale, si scatena un vero caso internazionale. Il suo nome finisce su tutti i giornali, non sempre per i nobili motivi legati alla danza, ma per quelli più terreni della politica e questo lo porta, volente o nolente, ad essere conosciuto da un più vasto pubblico, non necessariamente interessato all'arte e al ballo.
Comincia così la sua carriera in Occidente con la compagnia del Marchese di Cuevas, con il Balletto Reale Danese di Erik Bruhn e poi con il Royal Ballet di Londra dove fra l'altro instaura un celebre sodalizio con Margot Fonteyn, con la quale forma la mitica coppia destinata ad incantare il pubblico di tutti i teatri del mondo.
Nel corso della sua vita, Nureyev ha interpretato decine di ruoli, sia classici che moderni, sempre con enormi potenzialità tecniche e di immedesimazione. Ciò significa che, al pari dei cantanti lirici che per essere tali a tutti gli effetti non devono limitarsi a saper cantare, il ballerino era anche un grande attore, capace di coinvolgere il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate in musica dai grandi compositori.
Infine, non bisogna dimenticare che crearono per lui tutti i massimi geni della coreografia, fra i quali vanno annoverati Ashton, Roland Petit, Mac Millian, Bejart e Taylor.
Malato da tempo di Aids, il grande ballerino si è spento presso un ospedale parigino il 6 gennaio 1993 dopo l'ultima tormentata relazione con il cantante rock Freddie Mercury.
Il suo corpo, per decisione del ballerino stesso, riposa presso il cimitero russo ortodosso di Nostra Signora dell'Assunzione a Sainte-Geneviève-des-Bois, Francia.

lunedì 15 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 marzo.
Il 15 marzo 1990 Michail Gorbaciov viene eletto presidente dell'Unione Sovietica.
Mikhail Gorbaciov nasce il 2 marzo 1931 da una famiglia di agricoltori nel villaggio di Privolnoye - Territorio di Stavropol - nel sud della repubblica russa.
Nel 1950 si diploma ottenendo una medaglia di argento e viene ammesso all'Università Statale di Mosca dove frequenta la facoltà di legge, laureandosi nel 1955. Successivamente segue dei corsi per corrispondenza presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Stavropol e nel 1967 aggiunge alla sua laurea in Legge una laurea in Economia agraria.
Da studente universitario Mikhail Gorbaciov si iscrive al Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Negli stessi anni incontra Raissa Titarenko, che sposerà poco dopo in una semplice cerimonia. Da quel momento Raissa sarà la persona più cara e vicina a Mikhail Gorbaciov, rimanendogli a fianco nel corso di tutta la sua carriera politica fino alla sua morte, avvenuta il 20 settembre 1999 che ha commosso tutto il mondo.
Poco dopo il suo ritorno a Stavropol gli viene offerto un incarico nella locale associazione giovanile Komsomol che segna l'avvio della sua carriera politica. Nel 1970 viene eletto Primo Segretario del Comitato del Partito nel Territorio di Stavropol, l'incarico di massima responsabilità della zona.
Nello stesso anno diviene membro del Comitato Centrale del PCUS (Partito Comunista dell'Unione Sovietica). Nel 1978 diventa uno dei Segretari e si trasferisce a Mosca. Due anni più tardi entra a far parte del Politburo del Comitato Centrale del PCUS, la massima autorità del partito e della nazione.
Nel marzo del 1985 viene eletto Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito, l'incarico più alto nella gerarchia di partito e nel paese.
È Gorbaciov ad avviare il processo di cambiamento dell'Unione Sovietica che più avanti sarà definito "Perestroika", una radicale trasformazione della società e del paese, che genera un sostanziale mutamento nello scenario internazionale: il nuovo sistema di pensiero che viene associato al nome di Mikhail Gorbaciov gioca un ruolo fondamentale nel porre fine alla Guerra Fredda, arrestando la corsa agli armamenti ed eliminando il rischio di un conflitto nucleare.
L'11 ottobre 1986, infatti, Gorbaciov ed il presidente statunitense Ronald Reagan si incontrano a Reykjavík per discutere la riduzione degli arsenali nucleari installati in Europa. Tutto ciò condurrà, nel 1987 alla firma del Trattato INF sulla eliminazione delle armi nucleari a raggio intermedio in Europa. L'anno successivo, Gorbaciov annuncia la fine della dottrina Brežnev, che permette alle nazioni del Blocco orientale di tornare alla democrazia. La fine del sistema degli stati satelliti avrebbe anche liberato l'URSS di una parte dei costi di mantenimento di strutture militari ormai non più sostenibili. Scherzosamente, denominerà questa sua nuova dottrina la dottrina Sinatra, riferendosi alla famosa canzone My Way.
Gorbaciov, insieme al suo ministro degli esteri Eduard Shevardnatze, conseguì anche il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan.
Il 15 marzo 1990 il Congresso dei rappresentanti del popolo dell'URSS - il primo parlamento costituito sulla base di libere, e contestate, elezioni nella storia dell'Unione Sovietica - elegge Gorbaciov Presidente dell'Unione Sovietica.
Il 15 ottobre dello stesso anno gli viene assegnato il Premio Nobel per la Pace, a riconoscimento del suo fondamentale ruolo di riformatore e leader politico mondiale, e del fatto di avere contribuito a cambiare in meglio la natura stessa del processo mondiale di sviluppo.
In politica interna si giova di una dialettica tra conservatori (guidati da Ligacev ed Aliev) e riformatori (rappresentati da Yeltsin e Shevardnatze), da lui abilmente guidata per mantenersi in equilibrio tra i due schieramenti interni al PCUS e portare così il Paese ad un moderato progresso democratico. Ma nel 1988-89 l'equilibrio del divide et impera vacilla paurosamente: i primi moti nazionalisti nel Caucaso e nei Paesi baltici sfociano in disordini e crimini (ad esempio l'eccidio degli armeni nella capitale azera Baku, gli assassinii di persone russe in Kazachistan ed altro). Di fronte a questi fatti che minavano l'integrità territoriale e politica del Paese Gorbacev si comporta in un modo difficilmente spiegabile. Prima non reagisce affatto, mentre i disordini assumono vaste dimensioni. Poi ordina di usare la forza militare, il che provoca ulteriori vittime ed accresce i sentimenti indipendentisti.
Esattamente questo è il caso della Lituania dove, dopo aver a lungo tollerato, se non addirittura sostenuto, un'intensa attività di movimenti indipendentisti, nel gennaio 1989 Gorbaciov ordina improvvisamente all'esercito di occupare la sede del parlamento e della TV a Vilnius. Le reazioni militari violente non producono nulla, oltre ai morti e l'odio verso il potere centrale moscovita (è allora che vengono all'uopo costituiti i famigerati OMON, le truppe del Ministero dell'interno incaricate della repressione, che fa diverse decine di morti imputate direttamente al Cremlino).
Boris Yeltsin, poi, prima viene eletto Presidente della Repubblica russa e poi abbandona il PCUS, inneggiando alla necessità di abolire la disposizione costituzionale sul ruolo guida del Partito Comunista. Mentre l'economia, tra tentativi di liberalizzazione e resistenze collettivistiche, perdeva colpi, nell'agosto 1991 i comunisti conservatori tentarono un colpo di Stato: nonostante il fatto che Gorbaciov ne fosse stato la prima vittima, essendo rimasto recluso per tre giorni nella villa presidenziale in Crimea, gli fu contestato da Yeltsin - dopo che questi piegò la resistenza dei golpisti coll'alleanza dei presidenti delle repubbliche federate non russe - di aver con le sue tattiche favorito il radicamento al potere non di interlocutori responsabili della perestroika, ma di pericolosi avventuristi.
Nonostante il suo dissenso dalla deriva liberista propugnata da Yeltsin, il partito Comunista venne messo al bando e i suoi beni confiscati. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov rassegnò le sue dimissioni da Capo dello Stato: poche settimane prima, l'8 dicembre 1991 i capi dei tre stati Russia con Boris Yeltsin e Gennadiy Burbulis, Ucraina con Leonid Kravchuk e Vitold Fokin e Bielorussia con Stanislav Shushkevich e Viacheslav Kebich avevano firmato a Viskulia - Belavezha il trattato che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico. Tale dissoluzione venne ufficialmente confermata il 26 dicembre dello stesso anno, dal Soviet Supremo.
Dal gennaio del 1992 è Presidente della Fondazione Internazionale Non-Governativa per gli Studi Socio-Economici e Politici (la Fondazione Gorbaciov).
Dal marzo 1993 è Presidente della "Green Cross International", organizzazione ambientalista internazionale indipendente, presente in più di 20 paesi. Ricopre anche l'incarico di Presidente del Partito Social Democratico Unito della Russia, fondato nel marzo del 2000.
Mikhail Gorbaciov ha ottenuto l'Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro, tre Ordini di Lenin insieme a molte altre onorificenze e riconoscimenti sovietici e internazionali, e a numerose lauree honoris causa da università di tutto il mondo.
È autore di numerosi scritti pubblicati in raccolte di articoli e riviste e di vari saggi, tra i quali citiamo i seguenti:

- A Time for Peace ("Tempo di pace", 1985)
- The Coming Century of Peace ("Si avvicina un secolo di pace", 1986)
- Peace Has no Alternative ("La pace non ha alternative", 1986)
- Moratorium ("Moratoria", 1986)
- Selected Speeches and Writings ("Scritti e discorsi scelti", in sette volumi, 1986-1990)
- Perestroika: New Thinking for Our Country and the World (1987, Perestrojka, Mondadori, 1988)
- The August Coup: Its Cause and Results ("Il colpo di stato di agosto", 1991)
- December 91. My Stand ("Dicembre 1991. La mia posizione", 1992)
- The Years of Hard Decisions ("Gli anni delle decisioni difficili", 1993)
- Life and Reforms ("Vita e riforme", in due volumi, 1995)
- Moral Lessons of the XX Century (dialogo con Daisaku Ikeda, pubblicato nel 1996 in tedesco, francese e italiano - Le nostre vie si incontrano all'orizzonte, Sperling&Kupfer - nel 2000 in russo)
- On My Country and the World ("Sul mio paese e il mondo", 1998)

venerdì 5 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1953 Stalin muore a Mosca, a seguito di un malore.
La caratteristica dei capi bolscevichi è quella di provenire da famiglie prestigiose dalla nobiltà, dalla borghesia o dall'intelligencija. Stalin invece nasce a Gori, piccolo borgo rurale non lontano da Tiblisi, in Georgia, da una famiglia miserabile di contadini servi. In questa parte dell'impero russo sul confine con l'Oriente, la popolazione - quasi tutta cristiana - conta non più di 750.000 abitanti. Secondo i registri della chiesa parrocchiale di Gori la sua data di nascita è il 6 dicembre del 1878, ma egli dichiara di essere nato il 21 dicembre 1879 e in tale data veniva festeggiato ufficialmente il suo compleanno nell'Unione Sovietica.
La Georgia sotto gli zar è sottomessa ad un progressivo processo di "russificazione". Come quasi tutti i georgiani anche la famiglia Dzugasvili è povera, senza istruzione, analfabeta ma non conosce la schiavitù che opprime tanti russi, poiché non dipendono da un singolo padrone, ma dallo Stato. Quindi, pur essendo servi, non sono una proprietà privata di qualcuno. Il padre Vissarion Dzhugashvili nasce bracciante, poi farà il ciabattino. La madre, Ekaterina Geladze, è lavandaia e pare non essere georgiana per una caratteristica somatica non da poco: ha i capelli rossi, ed è una cosa rarissima nella zona. Pare che appartenga agli Osseti, tribù montanara di origine iraniana. Nel 1875 la coppia lascia la campagna e si stabilisce a Gori, un villaggio di circa 5.000 abitanti. In affitto occupano un tugurio.
L'anno dopo mettono al mondo un figlio, ma muore subito dopo la nascita. Ne nasce un secondo nel 1877 ma muore anche questo in tenera età. Diverso destino ha invece il terzo figlio, Josif.
Nella peggiore miseria questo unico figlio cresce in un ambiente disgraziato ed il padre invece di reagire, si rifugia nell'alcolismo; nei momenti d'ira scatena la sua violenza senza ragione su moglie e figlio che, benché fanciullo, in una di queste liti non esita a lanciargli addosso un coltello. Durante l'infanzia il padre impedisce a Josif di frequentare la scuola per farlo lavorare come ciabattino. La situazione casalinga diventa insostenibile e spinge l'uomo a cambiare aria: si trasferisce così a Tiflis per lavorare in una fabbrica di scarpe, non manda soldi alla famiglia e pensa bene di spenderli in bere; fino al giorno in cui, in una rissa fra ubriachi, viene accoltellato al costato e muore.
Rimane solo la madre ad occuparsi della sopravvivenza del suo unico figlio, che si ammala prima di vaiolo (malattia che lascia terribili segni) e in seguito contrae una terrificante infezione del sangue, curata poi alla meno peggio, lasciandogli dei postumi nel braccio sinistro, che rimane offeso. Il futuro Josif sopravvive alla prima malattia venendo fuori dalla seconda in un modo stupefacente, diventa bello e robusto tanto che con un certo orgoglio il ragazzo comincia a dire di essere forte come l'acciaio (stal, da cui Stalin).
Josif eredita tutta la forza dalla madre che, rimasta sola, per guadagnarsi da vivere prima inizia a cucire per qualche vicino, poi con il capitale accumulato compra una modernissima macchina da cucire che le fa aumentare ulteriormente i guadagni e naturalmente ad avere qualche ambizione per il figlio. Terminate le quattro classi elementari, Josif frequenta la scuola religiosa ortodossa di Gori, l'unica scuola superiore esistente nel villaggio, riservata a pochi.
L'ambizione della madre si trasferisce al figlio che dagli altri alunni della scuola si distingue per intelligenza (anche se termina la scuola due anni dopo), volontà, memoria e come per incanto anche in prestanza fisica. La miseria e la disperazione provata da fanciullo compiono questo miracolo della volontà che colpisce anche il direttore della scuola di Gori, che suggerisce alla madre (la quale non desidera altro che Josif diventi prete) di farlo entrare nell'autunno del 1894 (a quindici anni) al seminario teologico di Tiflis; Josif frequenta l'istituto fino al maggio del 1899, quando - con tanta disperazione della madre (nel 1937 prima di morire non se ne dava ancora pace - famosa una sua intervista) - viene espulso. Il futuro capo di un immenso Paese che diventerà "L'Impero dei senza Dio" (Pio XII), e che farà chiudere tutte le chiese, non ha di certo la vocazione per fare il prete.
Il giovane dopo aver speso una buona dose di quella forte determinazione per dimenticare il suo ambiente di miseria e disperazione adolescenziale, inizia ad usare questa volontà per quelli che erano nelle medesime condizioni. Mentre frequenta il seminario si introduce nelle riunioni clandestine dei lavoratori della ferrovia di Tiflis, città che sta diventando il centro del fermento nazionale di tutta la Georgia, con gli ideali politici liberali della popolazione presi a prestito dall'Europa occidentale.
L'impronta nella formazione del giovane è stata impressa nei due anni precedenti quando, al "credo" evangelico e a quello "socialista georgiano" si interpone il "credo" di Marx e di Engels. Il contatto con le idee e con l'ambiente dei deportati politici l'aveva avvicinato alle dottrine socialiste. Entra nel movimento marxista clandestino di Tiblisi nel 1898, rappresentato dal Partito socialdemocratico o POSDR (all'epoca illegale), cominciando un'intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale che lo porta ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime.
Josif assume lo pseudonimo di Stalin (d'acciaio) proprio per i suoi legami con l'ideologia comunista e gli attivisti rivoluzionari (tra i quali era peraltro comune l'assunzione di falsi nomi per tutelarsi verso la polizia russa), sconfessati e condannati entrambi dal governo zarista.
La conversione all'ideologia marxista di Stalin è immediata, totale e definitiva. Proprio per la giovane età, la concepisce a suo modo: grossolana, ma in un modo così impetuoso che si infervora fino al punto tale che, a pochi mesi dalla cacciata dal seminario, viene sbattuto fuori anche dall'organizzazione del movimento nazionalista georgiano.
Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, nel 1902 Stalin lascia Tiflis e si trasferisce a Batum, sul Mar Nero. Ricomincia a fare l'agitatore guidando un gruppetto di autonomi, scavalcando Ccheidze, il capo dei socialdemocratici georgiani. Nell'aprile del 1902 in una manifestazione di scioperanti degenerata in una rivolta con scontri con la polizia, Stalin è accusato di averla organizzata, è imprigionato e condannato a un anno di carcere a Kutaisi seguito da un triennio di deportazione in Siberia, a Novaja Uda, a più di 6.000 chilometri dalla Georgia.
Durante il periodo carcerario conosce un famoso agitatore marxista, Uratadze, seguace del fondatore del marxismo georgiano Zordanija. Il compagno - che prima d'allora ne ignorava l'esistenza - rimane impressionato: piccolo di statura, il volto segnato dal vaiolo, barba e capelli sempre lunghi; l'insignificante nuovo arrivato era un duro, energico, imperturbabile, non si arrabbiava, non imprecava, non gridava, non rideva mai, aveva un carattere glaciale. Il Koba ("indomabile", suo altro pseudonimo) era già diventato Stalin, il "ragazzo d'acciaio" anche in politica.
Nel 1903 si tiene il secondo congresso del partito con l'episodio della defezione di Lev Trochij, un giovane ventitreenne seguace di Lenin, che passa nelle file degli avversari accusando Lenin di "giacobinismo". A questo periodo risale l'immaginaria lettera al carcere di Lenin inviata proprio nel 1903 quando Stalin è in galera. Lenin gli comunica che c'è stata una scissione e che si deve scegliere tra le due fazioni. E lui sceglie la sua.
Fugge nel 1904 e torna inspiegabilmente a Tiblisi. Sia amici che nemici iniziano a pensare che faccia parte della polizia segreta; che magari con un accordo è stato mandato in Siberia in mezzo ad altri detenuti solo per fare da spia, e nei mesi successivi partecipa con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vede la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Passano poche settimane e Stalin fa già parte della fazione bolscevica maggioritaria che fa capo a Lenin. L'altra fazione era la menscevica, cioè la minoritaria, che in prevalenza è composta da georgiani (ovvero i suoi amici marxisti prima a Tiflis poi a Batum). Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio "A proposito dei dissensi nel partito", diventa direttore del periodico "Notiziario dei lavoratori caucasici". In Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, avviene l'incontro con Lenin, che cambierà totalmente la vita al Koba georgiano, e la farà cambiare anche alla Russia che, da Paese arretrato e caotico zarista, sarà trasformato dal dittatore nella seconda potenza industriale del mondo. Stalin accetta le tesi di Lenin in merito al ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.
Passato a Baku, partecipa agli scioperi del 1908; Stalin viene di nuovo arrestato e deportato in Siberia; fugge ma viene ripreso e internato (1913) a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimane per quattro anni, fino al marzo del 1917. Nei brevi periodi di attività clandestina, riesce progressivamente a imporre la sua personalità e a emergere come dirigente, tanto da essere chiamato da Lenin, nel 1912, a far parte del Comitato centrale del partito.
Facendo un'analisi sull'evoluzione della storia della Russia al di là di ogni discussione e di ogni giudizio dei modi e della corrente di pensiero, va riconosciuto il merito alla forza di personalità e all'opera di Stalin che hanno avuto nel bene come nel male, un'influenza determinante nel corso della storia contemporanea, pari alla Rivoluzione Francese e a Napoleone. Influenza che si è estesa oltre la sua morte e la fine del suo potere politico.
Lo stalinismo è l'espressione di grandi forze storiche e di volontà collettive: Stalin rimane al potere trent'anni e nessun capo può governare così a lungo se la società non gli promette il consenso. Le polizie, i tribunali, le persecuzioni possono servire ma non bastano per governare così a lungo. La maggior parte della popolazione voleva lo Stato forte. Tutta l'intelligencija russa (dirigenti, professionisti, tecnici, militari ecc.) che era ostile o estranea alla rivoluzione, ritiene Stalin un capo in grado di assicurare una crescita della società, e gli riconosce tutto l'appoggio. Non molto diverso da quell'appoggio che la stessa intelligencija e la grande borghesia tedesca diede a Hitler, o come in Italia a Mussolini.
Stalin converte il potere in una dittatura e come tutti i regimi è favorito da comportamenti collettivi di stampo fascista anche se è uno comunista e l'altro nazista. Nel 1917 contribuisce alla rinascita della Pravda a Pietroburgo, mentre definisce nel saggio "Il marxismo e il problema nazionale", le sue posizioni teoriche non sempre in linea con quelle di Lenin. Torna a San Pietroburgo (nel frattempo ribattezzata Pietrogrado) subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista; Stalin, insieme a Lev Kamenev ed a Murianov assume la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Questa conduzione viene sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi, Stalin, membro del comitato militare, non appare in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entra a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell'ambito dello stato sovietico.
Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin nell'aprile del 1918 è nominato plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi" viene incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali. Il modo barbaro ed insensibile con cui Stalin guida queste lotte solleva delle riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui lo accusa pesantemente di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento. Lenin è tormentato dal pensiero che il governo perda sempre più la sua matrice proletaria, e diventi esclusivamente espressione dei burocrati di partito, sempre più lontani dall'esperienza attiva di lotta vissuta in clandestinità prima del 1917. Oltre a questo prevede una supremazia incontrastata del Comitato Centrale, ed è per questo che propone nei suoi ultimi scritti una riorganizzazione dei sistemi di controllo, scongiurando una formazione prevalentemente operaia che possa tenere a bada la smisurata classificazione di funzionari di partito.
Nel 1922 è nominato segretario generale del Comitato centrale, si unisce a Zinov'ev e Kamenev (la famosa troika), e trasforma questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per dichiarare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin.
A questo punto il contesto russo è devastato dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati; diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppia violento il dissidio con Lev Trochij, ostile alla Nuova Politica Economica e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sostiene che la "rivoluzione permanente" è una mera illusione e che l'Unione Sovietica deve dirigere alla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un Paese solo").
Trockij, sulla falsariga degli ultimi scritti di Lenin, crede che con l'appoggio della crescente opposizione creatasi internamente al partito, serva un rinnovamento all'interno degli organi dirigenti. Esprime queste sue considerazioni al XIII congresso del partito, ma viene sgominato ed accusato di frazionismo da Stalin e dal "triumvirato" (Stalin, Kamenev, Zinovev).
Il 15° congresso del partito nel 1927 segna il trionfo di Stalin che diventa il capo assoluto; Bucharin passa in secondo piano. Con l'avvio della politica dell'industrializzazione accelerata e della collettivizzazione forzata, Bucharin si distacca da Stalin ed afferma che questa politica genera conflitti terribili con il mondo contadino. Bucharin diventa oppositore di destra, mentre Trockij, Kamenev e Zinovev sono oppositori di sinistra. Al centro naturalmente c'è Stalin che al congresso condanna qualsiasi deviazione dalla sua linea. Ora può operare la totale emarginazione dei suoi ex-alleati, ora avversari.
Trockij è senza ombra di dubbio il più temibile per Stalin, viene prima espulso dal partito, poi per renderlo innocuo viene cacciato dal paese. Kamenev e Zinovev, che avevano preparato il terreno dell'esautorazione di Trockij, se ne pentono e Stalin può tranquillamente concludere l'opera.
Dall'estero Trockij lotta contro Stalin e scrive il libro "La Rivoluzione tradita". Con il 1928 inizia l'"era di Stalin": da quell'anno la vicenda della sua persona si identificherà con la storia dell'URSS. Ben presto nell'URSS il nome di quello che fu il braccio destro di Lenin diventa sinonimo di spia e di traditore. Nel 1940 Trockij, finito in Messico, viene ucciso da un emissario di Stalin con un colpo di piccozza.
Viene terminata la NEP con la collettivizzazione forzata e la meccanizzazione dell'agricoltura, e viene soppresso il commercio privato. Viene dato l'avvio al primo piano quinquennale (1928-1932), che dà la precedenza all'industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale è riservato all'opera di trasformazione di un paese povero ed arretrato in una grande potenza industriale. Vengono fatte corpulente importazioni di macchinari e chiamati migliaia di tecnici stranieri. Sorgono nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passano dal 17 al 33 percento della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debella l'analfabetismo e prepara i nuovi tecnici.
Anche per il secondo piano quinquennale (1933-1937) dà la precedenza all'industria che compie un ulteriore sviluppo.
Gli anni Trenta sono caratterizzati dalle terribili "purghe" in cui sono condannati a morte o vengono rinchiusi a lunghi anni di carcere i componenti di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinovev, Radek, Sokolnikov e J. Pjatakov; da Bucharin e Rykov, a G. Jagoda e M. Tuchacevskij (1893-1938): in totale 35.000 ufficiali su 144.000 che compongono l'Armata Rossa.
Nel 1934 l'URSS è ammessa nella Società delle Nazioni ed inoltra proposte di disarmo generale cercando di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi, sia al loro interno (politica dei "fronti popolari"). Nel 1935 stipula patti di amicizia e di reciproca assistenza con Francia e Cecoslovacchia; nel 1936 l'URSS appoggia con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Francisco Franco. Il Patto di Monaco del 1938 impartisce un duro colpo alla politica "collaborazionista" di Stalin che a Litvinov sostituisce Vyacheslav Molotov ed alla linea possibilista alterna una politica di tipo realistica.
Al temporeggiamento occidentale, Stalin avrebbe preferito la "concretezza" tedesca (Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939) che non reputa più di essere all'altezza di salvare la pace europea, ma almeno assicura la pace all'URSS.
La guerra alla Germania (1941-1945) costituisce una pagina ingloriosa della vita di Stalin: sotto la sua guida l'URSS riesce sì a bloccare l'attacco nazista, ma a causa delle purghe che avevano ucciso quasi tutti i vertici militari, le battaglie, seppur vinte, causano all'esercito russo perdite per molti milioni di persone. Tra le battaglie principali si ricorda l'assedio di Leningrado e la battaglia di Stalingrado.
Più che l'apporto - diretto e notevole - alla conduzione della guerra, fu comunque estremamente significativo il ruolo di Stalin come grande diplomatico, evidenziato dalle conferenze al vertice: un negoziatore rigoroso, logico, tenace, non privo di ragionevolezza. Fu assai stimato da Franklin Delano Roosevelt, meno da Winston Churchill cui fece velo la vecchia ruggine anticomunista.
Il dopoguerra trova l'URSS impegnata nuovamente su un doppio fronte: la ricostruzione all'interno e l'ostilità occidentale all'esterno, resa questa volta assai più drammatica dalla presenza della bomba atomica. Sono gli anni della "guerra fredda", che vedono Stalin irrigidire ancor più il monolitismo del Partito comunista fuori e dentro i confini, di cui è espressione evidente la creazione del Cominform e la "scomunica" della deviazionista Jugoslavia.
Stalin, ormai avanti con gli anni, patisce un colpo apoplettico nella sua villa suburbana di Kuntsevo la notte tra il 1 e 2 marzo 1953, ma le guardie di ronda davanti alla sua camera da letto, pur se allarmate dalla sua mancata richiesta del pasto notturno non osano forzarne la porta blindata fino alla mattina dopo, quando Stalin è già in condizioni disperate: metà del corpo è paralizzato, ha inoltre perso l'uso della parola. Josif Stalin muore all'alba del 5 marzo, dopo che i suoi fedelissimi avevano fino all'ultimo sperato in un miglioramento delle sue condizioni.
Il funerale è imponente. Il corpo, dopo essere stato imbalsamato e vestito in uniforme, è solennemente esposto al pubblico nella Sala Delle Colonne del Cremlino (dove era già stato esposto Lenin). Almeno un centinaio di persone muoiono schiacciate nel tentativo di rendergli omaggio. Viene sepolto accanto a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.
Dopo la morte rimane intatta la popolarità di Stalin come capo del movimento di emancipazione delle masse oppresse di tutto il mondo: bastano però tre anni perché al XX Congresso del PCUS (1956) il suo successore, Nikita Khruščёv, denunci i crimini da lui commessi contro gli altri membri del partito dando il via al processo di "destalinizzazione". Primo provvedimento di tale nuova politica sarà la rimozione della mummia di Stalin dal Mausoleo di Lenin: le autorità non potevano tollerare la vicinanza di un tale sanguinario a quella di una mente così illustre. Da allora la salma riposa in una tomba poco distante, sotto le mura del Cremlino.

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