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giovedì 4 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 4 giugno 1942 ebbe inizio nel pacifico la Battaglia delle Midway, che rappresentò un punto di svolta nella guerra nel Pacifico, respingendo per la prima volta l'avanzata giapponese.
Quella che fu una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale, al momento non sembrò che una battuta d'arresto temporanea delle vittorie nipponiche. La disparità tra i due contendenti sembrava talmente forte che il successo dei Giapponesi veniva dato per scontato; la loro sconfitta, quindi, risollevò il morale degli Americani, che ridimensionarono la potenza degli avversari. L’atollo delle Midway, costituito da 2 isole principali che racchiudono una laguna e da alcuni isolotti più piccoli, si trova a metà strada circa fra Pearl Harbor e il Giappone; costituiva, quindi, una base strategica per le forze americane che tentavano di arrestare l'avanzata giapponese attraverso il Pacifico centrale ed era considerato dal comandante in capo della flotta giapponese come un luogo ideale in cui impegnare in battaglia le portaerei delle Marina statunitense scampate al disastro di Pearl Harbor. L’ammiraglio Isoruku Yamamoto era, inoltre, convinto che il perimetro difensivo costituito dalle basi insulari conquistate dopo l'attacco a Pearl Harbor avesse bisogno dell'aggiunta delle Midway per meglio consolidarsi e che, una volta conquistato, l'atollo sarebbe servito come ottimo trampolino di lancio per gli attacchi a Pearl Harbor, base principale della flotta statunitense.
La sorpresa costituiva la base del successo del piano di Yamamoto ed egli ordinò un'incursione diversiva contro le Isole Aleutine, il 3 giugno 1942, per attirare la flotta americana del Pacifico verso nord, lasciando campo libero ai Giapponesi per la conquista delle Midway. Non appena i velivoli nipponici fossero stati in grado di decollare dalle piste dell'atollo, sarebbe stato possibile lanciare pesanti attacchi aerei contro le navi americane, mentre le unità di superficie e i sommergibili avrebbero completato l'opera.
Per realizzare il piano, la flotta giapponese venne divisa in un certo numero di reparti d'impiego: una forza di attacco alle Aleutine, composta da 2 portaerei leggere, che avrebbe coperto una forza da sbarco destinata a occupare le isole Adak, Attu e Kiska; 2 nuclei principali, uno formato da 4 grandi portaerei, 2 navi da battaglia e unità di scorta, al comando del viceammiraglio Nagumo, l'altro da 7 navi da battaglia e 1 portaerei leggera comandato da Yamamoto in persona, come sostegno arretrato a 260 miglia; una forza per l'occupazione delle Midway, composta da 2 navi da battaglia, 1 portaerei, 6 incrociatori pesanti e un contingente da sbarco di 5000 uomini, agli ordini dell'ammiraglio Kondo; un gruppo di dragamine. Era previsto, inoltre, uno schieramento avanzato di sommergibili che avrebbero intercettato i rinforzi americani diretti alle Midway e provenienti dalle Aleutine o dalle Hawaii. Gli equipaggi e i loro comandanti avevano il morale alle stelle: avevano inflitto una tremenda sconfitta alla flotta americana a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, avevano poi affondato la nave da battaglia "Prince of Wales" e l'incrociatore da battaglia "Repulse", entrambi britannici, nel golfo del Siam e scacciato sia gli Inglesi sia gli Olandesi dalle Indie Orientali. Inoltre, la flotta giapponese era superiore nelle prestazioni dei velivoli imbarcati e disponeva di alcune fra le più potenti navi da guerra del mondo.
Contro questa armata di 162 unità - che comprendeva 8 portaerei, 11 navi da battaglia, 22 incrociatori, 65 cacciatorpediniere e 21 sommergibili - la Marina statunitense poteva schierare soltanto 3 porterei, 8 incrociatori e 15 cacciatorpediniere. Le portaerei erano le unità fondamentali, con i loro gruppi di volo comprendenti i bombardieri in picchiata "SBD-3 Dauntless", gli aerosiluranti "TBD-1 Devastator" e i caccia "F4F-4 Wildcat"; ma soltanto la "Enterprise" e la "Hornet" erano in piena efficienza; la "Yorktown", infatti, gravemente danneggiata l'8 maggio nella battaglia del Mar dei Coralli, era stata riparata a Pearl Harbor in 3 giorni. Neppure le Midway si presentavano ben difese, disponendo solo di 54 aerei del Corpo dei Marines (la metà dei quali antiquati), 38 della Marina (32 idroricognitori "Catalina" e 6 aerosiluranti "Avenger") e 23 dell'Aviazione (fra cui 17 bombardieri "B-17"). L'atollo era dotato anche di 2 radar di avvistamento che avrebbero avuto un ruolo assai importante nella scoperta tempestiva degli attacchi aerei giapponesi. Gli Statunitensi potevano, però, avvalersi di un servizio informazioni efficientissimo: già dal 10 maggio i crittografi avevano allertato il comandante in capo della flotta, ammiraglio Chester Nimitz, in merito al probabile obiettivo dell'attacco di Yamamoto e il 30 maggio l'ultima delle 3 portaerei aveva lasciato Pearl Harbor per il Pacifico centrale, senza essere avvistata dalla linea di sorveglianza dei sommergibili giapponesi.
Alle 3.00 del 3 giugno la forza del Viceammiraglio Hosogaya sferrò l'attacco sulle Aleutine, ma l’Ammiraglio Frank Fletcher, comandante delle portaerei americane, non si lasciò distogliere dal suo compito principale di proteggere le Midway, neanche quando alle 8:43, un Catalina segnalò di avere avvistato un gruppo di 11 navi nemiche. Al tramonto le 3 portaerei statunitensi si portarono a circa 170 miglia a nord delle Midway. Alle 5.34 del mattino successivo uno dei Catalina di base alle Midway fece il primo avvistamento delle portaerei giapponesi e Fletcher ordinò all'ammiraglio Spruance di fare rotta a sud con Enterprise e Hornet e di attaccare le navi nemiche; la Yorktown, per il momento sarebbe rimasta in posizione di attesa per recuperare i suoi velivoli da ricognizione e per raccogliere altre informazioni sul dispositivo avversario. Nel frattempo, il primo attacco di Nagumo aveva provocato danni alle difese delle Midway, ma circa un terzo dei suoi 108 aerei era stato abbattuto. Egli aveva dato disposizioni di preparare 93 aerei armati di siluri da utilizzare nel caso di un attacco alle navi di superficie, ma resosi conto che le difese dell’atollo erano ancora attive, ordinò un nuovo attacco terrestre per eliminare la tenace resistenza. Ciò significava riportare gli aerei negli hangar per armarli con bombe al posto dei siluri e, al tempo stesso liberare i ponti per il ritorno della prima ondata; la complicata procedura avrebbe richiesto circa un'ora, ma dopo soltanto 15 minuti, alle 7.28, Nagumo ricevette l'inquietante notizia che un gruppo di 10 navi era stato avvistato a nord-est. Gli aerei da ricognizione avevano scoperto in precedenza questa forza nemica e Nagumo, sconcertato dal fatto di trovarsi la flotta nemica alle spalle, ordinò al ricognitore di fornire informazioni più specifiche; dispose, altresì, che gli aerei pronti per l'attacco fossero riarmati con i siluri. Il ricognitore, alle 8.09, precisò che si trattava di 5 incrociatori e di 5 cacciatorpediniere, ma mancò di notare il preoccupante particolare che le navi scortavano una portaerei: lo fece soltanto 20 minuti dopo.
Gli attacchi aerei dalle Midway contro le navi giapponesi, condotti senza la protezione dei caccia, erano comunque stati respinti con facilità e quasi la metà dei velivoli era andata distrutta; Nagumo riteneva, quindi, di poter effettuare una seconda ondata di bombardamenti per demolire le piste di atterraggio e di decollo delle isole e di dedicarsi successivamente a neutralizzare la portaerei appena avvistata.
Spruance, dal canto suo, aveva deciso invece di far decollare immediatamente i velivoli dalle unità statunitensi, sperando di colpire i Giapponesi mentre facevano rientrare la loro prima ondata.
Il primo attacco americano si risolse in un disastro: i 45 bombardieri e caccia della Hornet non colpirono il bersaglio e tutti i 15 aerosiluranti vennero abbattuti; i velivoli della Enterprise subirono forti perdite (soltanto 4 dei 14 aerosiluranti fecero ritorno) e ugual sorte toccò a quelli decollati dalla Yorktown (10 aerei perduti), mentre le portaerei giapponesi erano ancora indenni. Ma poco dopo, alle 10.20 circa. i 37 bombardieri in picchiata lanciati dalla Enterprise riuscirono a colpire le portaerei Akagi e Kaga, che presero fuoco e, a sera, dovettero essere abbandonate. Poi fu la volta della Soryu, che venne centrata da 3 bombe da 500 kg, sganciate dai bombardieri in picchiata della Yorktown, e bruciò per quasi 2 ore prima che il sommergibile Nautilus l'affondasse con 3 siluri. La Hiryu, invece, aveva ancora la linea di volo intatta e con essa Nagumo decise di affrontare le portaerei americane, a corto di velivoli; avuta conferma dai ricognitori della posizione della Yorktown, fece decollare 40 aerei dalla Hiryu in 2 ondate successive, una alle 11.00 e l'altra alle 13.31, per attaccarla. Alle 12.00 circa il radar della portaerei americana scoprì la prima alla distanza di sole 40 miglia e, malgrado il contrasto accanito dei caccia intercettori, 3 bombe colpirono la nave: una danneggiò le caldaie, la seconda innescò un incendio (domato con l'allagamento) e la terza esplose sul ponte di volo. L’unità era gravemente danneggiata, ma le squadre di soccorso estinsero gli incendi e riportarono la velocità a 18 nodi. Arrivò, però, la seconda ondata che mise a segno 2 siluri; la Yorktown rimase a galla, ma tutti i velivoli in grado di decollare furono trasferiti sulla Enterprise. Il 6 giugno, dopo una lotta sovrumana condotta dalle squadre di soccorso del cacciatorpediniere Hammann, la Yorktown fu avvistata dal sommergibile nemico l’I-168. Un siluro affondò l'Hammann, che era accostato alla portaerei, e altri 2 squarciarono la fiancata della Yorktown, che affondò alle 5.00 del mattino seguente, mentre l'l-168 riuscì a sfuggire alle bombe di profondità lanciate dai cacciatorpediniere americani di scorta.
La buona sorte stava, però, abbandonando la Hiryu. Prima dell'attacco della Yorktown, infatti, l'ammiraglio Fletcher aveva dato disposizioni per la sua ricerca e uno dei veivoli riuscì a trovare e a segnalare la posizione dell'ultima portaerei giapponese superstite. Alle 15.30 fu lanciata un'ondata di 24 bombardieri in picchiata che, dopo un'ora e mezza, la colpirono, mettendo a segno 4 bombe che, data la scarsa protezione della nave, provocarono esplosioni di carburante e di bombe a bordo. Alle 2.30 del mattino successivo la Hiryu venne abbandonata e alle 9.00 affondò. Yamamoto ricevette con calma le tremende notizie, anche se tolse a Nagumo il comando per aver mosso obiezioni a un piano disperato di unirsi alla forza per l'occupazione Midway e a quella della zona nord. Pareri più equilibrati prevalsero quando fu chiaro che vi erano ancora in azione 2 portaerei americane e che le 12 portaerei leggere di Hosogaya si trovavano troppo lontane influenzare l'esito finale. Dal canto suo, Spruance aveva valutato l'ipotesi di un combattimento notturno, ma poiché le forze giapponesi avrebbero avuto un vantaggio in quanto meglio addestrate e armate, ordinò alle portaerei di allontanarsi rapidamente dalla zona della battaglia.
La Marina imperiale giapponese perse 4 portaerei, un incrociatore pesante, 258 velivoli e 2500 uomini alle Midway, a fronte di una sola portaerei, 1 cacciatorpediniere, e 147 velivoli e 307 uomini da parte della Marina statunitense. Nel 1943 i Giapponesi riuscirono a sostituire le portaerei perdute e anche gli equipaggi di volo, molto addestrati, ma dopo la sconfitta alle Midway non presero più l'iniziativa strategica: il colpo inferto alla loro fiducia in se stessi è dimostrato dal fatto che la notizia del disastro fu censurata in Giappone fino al 1945. Sul piano tattico la battaglia delle Midway segnò il passaggio dalla guerra condotta con forze miste (portaerei e altre unità di superficie) a quella basata soltanto sulle portaerei, nella quale i velivoli imbarcati diventarono le armi principali della flotta; ma lo scontro rappresentò, anche, la vittoria del servizio informazioni. Altri comandanti avevano ricevuto notizie riservate prima della battaglia, senza essere capaci di sfruttare tale vantaggio; Nimitz, invece, fece uso delle intercettazioni in modo brillante per impiegare le sue deboli forze con la massima efficacia.
Nel 1976 fu realizzato un famoso film sulla battaglia, intitolato appunto Midway, con un cast stellare: Henry Fonda, Robert Mitchum, Glenn Ford, Cliff Robertson, Toshiro Mifune, James Coburn, Robert Wagner, Charlton Heston, Tom Selleck, Erik Estrada.
mercoledì 17 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 dicembre.
Il 17 dicembre 1941 l'esercito tedesco iniziò l'assedio di Sebastopoli, in Crimea. La città resistette 7 mesi prima di capitolare.
Oltre 25.000 bombardamenti aerei per un totale di 13.000 tonnellate di bombe di grosso calibro e 47.500 tonnellate di proiettili di artiglieria di vario calibro: cannoni a media e lunga gittata, cannoni semoventi, lanciarazzi e mortai, nonché i cannoni antiaerei da 88 mm. Questo fu lo sforzo che le armate tedesche riversarono contro la città di Sebastopoli, vero e proprio porto-fortezza in Crimea e base per la flotta del Mar Nero: le stesse acque dove iniziò ad operare la 101a Squadriglia MAS del Capitano di Fregata Francesco Mimbelli. A partire dal 20 maggio 1942, volendo chiudere la partita al più presto, il Generale Erich von Manstein, comandante dell’11a Armata, utilizzò alcuni tra i pezzi d’artiglieria più grandi e più potenti: tra questi, il cannone ferroviario Schwerer Gustav, capace di sparare proiettili del peso di quattro tonnellate e mezzo a quasi 45 km di distanza dalla canna del calibro di 80 cm. Ma Gustav era capace di sparare anche granate di sette tonnellate, riducendo al contempo la gittata a 38 km: nel settore di Severnaja, uno di questi proiettili centrò, distruggendolo completamente, un deposito di munizioni ricavato in un bunker di cemento armato trenta metri sotto terra. Certi che non avrebbero trovato più un solo soldato russo vivo tra le macerie di Sebastopoli, il 7 giugno 1942 i Tedeschi mossero all’assalto della città: incredibilmente, però, i forti che cingevano la città erano pressoché intatti.
Il 3 luglio, ben ventisei giorni dopo il primo assalto, i forti di Sebastopoli, e l’intera città, resistevano ancora sotto l’incessante fuoco tedesco. Basti tra tutti ricordare la sorte del Forte Maxim Gorkij: per ventiquattro ore fu sottoposto al bombardamento dei pesanti mortai da 355 mm, in grado di sparare micidiali granate che non esplodevano all’impatto, ma in grado di penetrare la spessa corazzatura in acciaio delle cupole del forte, rimanervi conficcate ed esplodere qualche secondo dopo. A nulla, però, valsero gli sforzi degli artiglieri. Dovettero pensarci i genieri tedeschi che, nonostante il fuoco delle mitragliatrici russe, riuscirono a far detonare due enormi cariche di dinamite, in gallerie scavate sotto le fondamenta, prima che il Forte Gorkij fosse messo fuori combattimento. E di questi forti super-corazzati, a Sebastopoli, i Sovietici ne avevano costruiti quattordici, armati con un totale di 600 cannoni, 2000 mortai e grossi cannoni navali da 305 mm. Così, nonostante l’inferno di fuoco che continuava a riversarsi giorno e notte sulla città-fortezza del Mar Nero, nel Generale von Manstein si fece sempre più chiara l’idea che per espugnare Sebastopoli avrebbe dovuto combattere casa per casa, strada per strada, galleria per galleria.
Assaltando un forte dopo l’altro, con bombe a mano e lanciafiamme, i Tedeschi cominciarono progressivamente a penetrare dentro la città: il 13 giugno venne espugnato il Forte Stalin e quattro giorni più tardi il Forte Siberia, con l’annientamento completo delle intere guarnigioni poste a loro difesa. Negli ultimi giorni di combattimenti, i Sovietici riuscirono a far giungere a Sebastopoli anche 3000 fanti di marina come rinforzo, subito gettati nei combattimenti: a nulla, però, valsero questi sforzi. Quando, il 20 giugno 1942, le forze dell’Asse riuscirono a raggiungere il porto, le forze di difesa sovietiche vennero di fatto divise in due: per di più conquistando la zona portuale, i Tedeschi fecero in modo che nessun altro rinforzo potesse più giungere in città. Ormai, il destino di Sebastopoli era segnato. L’ultimo forte, Malakoff, cadde il giorno 29, cessando di fatto ogni resistenza, sebbene alcuni nuclei di soldati russi continuarono a combattere fino al 3 luglio. Tra i soldati russi che difesero strenuamente la città, vi fu anche il Tenente Ljudmyla Mychajlivna Pavlicenko, leggendaria tiratrice scelta dell’Armata Rossa con oltre trecento uccisioni confermate: sempre in prima linea a Sebastopoli, nel giugno 1942 rimase ferita dall’esplosione di una granata di mortaio, divenendo, a guarigione ormai completa, istruttrice, addestrando centinaia di tiratori scelti fino alla fine della guerra. Gli assalitori pagarono il prezzo della loro caparbietà con oltre 36.000 morti, a fronte degli 11.000 caduti lasciati sul campo dai difensori: questi ultimi, però, lamentarono anche quasi 90.000 prigionieri.
Sebastopoli si arrendeva per la seconda volta in meno di 90 anni.
martedì 16 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.
Il 16 dicembre 1943 ha termine la Battaglia di Montelungo, la prima con l'esercito italiano a fianco degli Alleati.
Siamo nell’Alto Casertano, al confine tra la Campania, il Molise e il Lazio. Il paesaggio è segnato da alcuni caratteristici scogli rocciosi che si alzano sulla pianura a quote di 3-400 metri, ben visibili a chi viaggia sulla Casilina o sull’autostrada del Sole tra Cassino e Mignano. Si tratta del monte Trocchio, del monte Porchio, del monte Lungo e del monte Rotondo. Tra questi due ultimi la via Casilina è costretta a inerpicarsi in una “stretta”. Al di là del Monte Lungo scorre il fiume Peccia, affluente del Garigliano. Tutt’intorno si alzano i monti di Venafro e i contrafforti del vulcano di Roccamonfina. La presenza più imponente è quella del Monte Sambucaro, a nord, che supera i 1200 metri. Segue una piccola catena montuosa laterale del crinale appenninico campano, che raggiunge la massima quota nei 1.180 metri del boscoso monte Cesima, designato dal Comune di Mignano "area wilderness" per la conservazione perenne dei valori selvaggi del luogo. A sud è il monte Maggiore, ultimo contrafforte del Vulcano di Roccamonfina, protetto da una riserva naturale regionale. Il Monte Lungo è una collina che si allunga per circa tre km, marcata da alcune gobbe rocciose. Il versante nord è stato oggetto di un rimboschimento.
Su queste alture i tedeschi allestirono nell’autunno del 1943 una linea difensiva che aveva il compito di rallentare l’arrivo delle truppe alleate verso Cassino e di dar tempo di completare la ben più importante “linea Gustav”. Tra il Sambucaro e il Maggiore la linea Bernhard (o linea Reinhard) era stata attrezzata dai genieri dell’Organizzazione Todt con fortificazioni in calcestruzzo, postazioni trincerate in grotta o in buca per mitragliatrici e mortai, campi minati e una notevole massa d’artiglieria. Era occupata da alcune centinaia di uomini della XIV divisione Panzergrenadier. L’attacco alleato alla “linea d’inverno” (operazione Raincoat) iniziò ai primi di novembre del 1943 e si prolungò fino al Natale. In questa occasione fu impegnato in battaglia a fianco degli alleati il primo nucleo dell’esercito italiano ricostituito al sud dopo l’armistizio dell’8 settembre: il raggruppamento motorizzato.
La prima battaglia degli italiani si svolse l’8 dicembre. Il piano prevedeva un assalto simultaneo al monte Maggiore, a cura del 142° reggimento di fanteria statunitense, a Monte Lungo, a cura del raggruppamento italiano, a San Pietro Infine e al Monte Sammucro, a cura del 143° reggimento fanteria statunitense e alla quota 950, a destra del Sammucro a cura di un battaglione Ranger.
L’esito fu in realtà disastroso, in particolare per gli italiani. I bersaglieri del LI battaglione, posti a sinistra del dispositivo d'attacco furono presi d'infilata dal fuoco tedesco che proveniva dai fianchi di Monte Maggiore. I fanti del 67° reggimento che avevano risalito la cresta del Monte Lungo protetti dalla nebbia, al sollevarsi di questa si trovarono allo scoperto di fronte alle mitragliatrici e furono costretti a ripiegare con forti perdite.
La seconda battaglia, con migliore preparazione e coordinamento da parte alleata, avverrà la settimana seguente, il 16 dicembre e sarà questa volta un successo. I fanti e i bersaglieri italiani, preceduti da 45 minuti di fuoco preparatorio della nostra artiglieria, ripartirono all'assalto del monte, questa volta con le spalle coperte dal 142° reggimento statunitense che aveva occupato il Monte Maggiore. I tedeschi, minacciati di fronte e di fianco, furono costretti al ripiegamento: alle ore 12,30 la vetta era definitivamente in mano italiana.
L’anello escursionistico qui descritto conduce sui luoghi delle battaglie del dicembre 1943 e consente di farsi un’idea completa delle postazioni tedesche, della linea Bernhardt e dell’ambiente naturale dell’alto casertano. L’itinerario ha una durata indicativa di un’ora e quaranta minuti. Può naturalmente essere abbreviato, se si sale in auto al piazzale della Madonnina e ci si limita alla passeggiata di cresta. Può anche essere proseguito a piacere, percorrendo integralmente la linea di cresta fino ad affacciarsi sulla stazione di Rocca d’Evandro. Il terreno sassoso, la fitta macchia e le numerose recinzioni rendono il percorso disagevole in più punti. Il rimboschimento ha coperto molte opere di guerra.
Il punto di partenza dell’itinerario è il Museo storico militare di Monte Lungo, al km 154,6 della Via Casilina. Parcheggiata l’auto nell’ampio piazzale, si visitano il piccolo ma interessante Museo e il Sacrario militare che custodisce i corpi dei caduti italiani. Appena oltre il Sacrario s’imbocca la strada asfaltata (indicazioni: SP 316 – Sacrario di Montelungo) che sale a mezza costa tra gli ulivi e il costone roccioso e in 1,1 km (25 minuti a piedi) conduce sul piazzale della Madonnina. La statua è collocata su una colonna in direzione del Sacrario. La lapide dedicata al “Monte Lungo, Golgota del fante” ricorda i soldati italiani caduti. Un’opportuna pietra d’orientamento aiuta a individuare i principali riferimenti della “linea d’inverno” del 1943. L’ampio panorama circolare comprende, partendo da nord, il monte Sambucaro e San Pietro Infine, la catena di monte Cavallo e monte Cesima, il monte Rotondo in primo piano al di là della Casilina, la piana di Mignano con l’autostrada del Sole, la ferrovia e la nuova direttissima, la Defensa e il monte Maggiore.
Dal belvedere si torna indietro per pochi metri fino alla prima curva. Si lascia l’asfalto e si segue la linea di cresta del Monte Lungo, costeggiando il bordo superiore della pineta. Si scende a una selletta e si risale ripidamente una rampa rocciosa, cardine della difesa tedesca. In quest’area si riconoscono ancora nitidamente i trinceramenti, le buche dei mitraglieri, le postazioni a dominio della cresta e dei fianchi del monte, i ricoveri in buca sulla vetta. Le postazioni sono ancora perfettamente agibili. Si scende ora su terreno sassoso e scomodo per la fitta macchia ad una selletta dove si trova una strada forestale e un’invitante panchina (30 minuti dalla Madonnina).
Si segue ora verso nord la strada forestale in leggera discesa, all’ombra nell’odorosa pineta. Si trascura un primo bivio sulla sinistra e un secondo bivio sulla destra e si continua (segnale stradale di divieto di accesso per le auto su un albero) fino al termine della strada, su uno spiazzo (20 minuti dalla panchina), oltre il quale la strada si trasforma in sentiero. Siamo su un eccellente balcone panoramico in direzione della “linea d’inverno” e dei luoghi della battaglia di Montelungo. Di fronte è il Monte Sambucaro (o Sammucro, secondo le cartine militari dell’epoca). Si riconoscono il nuovo e il vecchio abitato di San Pietro, la strada per Venafro e il Molise, la vecchia strada per il Passo dell’Annunziata Lunga. In basso sotto di noi la Casilina esce dalla stretta di Monte Lungo, costeggia i colli Porchio e Trocchio e si allunga nella valle del Liri verso Cassino e la linea Gustav. Si torna indietro sulla sterrata, con vista ora sul sacrario militare. Si riconoscono tra gli alberi le postazioni dell’artiglieria tedesca. Al bivio si continua a sinistra in discesa (da destra scende la strada che abbiamo percorso all’andata). Si costeggia la condotta forzata che alimenta la centrale Enel di Monte Lungo e si raggiunge la Via Casilina, cinquecento metri a valle del parcheggio del Museo (25 minuti).
Il Sacrario di Montelungo è il cimitero italiano della guerra di liberazione 1943-45. É un luogo di mestizia, ma è anche un luogo di memoria. Dietro ognuna di quelle piccole lapidi tutte uguali c’è la storia di una giovane vita. Vogliamo liberare la memoria di almeno uno di quei giovani ventenni, cui in fondo siamo debitori di un pizzico della nostra libertà. I reparti italiani che assaltarono il Monte Lungo erano prevalentemente composti da giovani allievi ufficiali di complemento, freschi di addestramento militare e privi di qualsiasi esperienza di combattimento, arruolatisi volontari nei reparti destinati alla prima linea. Giuseppe Cèderle, sottotenente di complemento del 67° Reggimento di fanteria della Divisione Legnano, era un loro istruttore. Nasce a Montebello Vicentino il 16 agosto 1918, quinto di sette figli. Studi brillanti: abilitazione magistrale e licenza classica a pieni voti. Si iscrive all’Università Cattolica, Facoltà di lettere e filosofia. La sua adolescenza matura nei gruppi dell’Azione Cattolica. Diventa ben presto educatore di un gruppo di ragazzi e successivamente responsabile dei gruppi della Giac, la Gioventù Italiana di Azione Cattolica. A febbraio del 1940 è in grigioverde, chiamato a prestare il servizio militare. Diventa istruttore degli allievi ufficiali: l’addestramento militare si combina la testimonianza di una vita di fede e la condivisione di esperienze comunitarie di formazione con i giovani del suo reparto. Il giorno di Capodanno del 1943 scrive nel suo diario il programma per il nuovo anno: “Questa deve essere un’annata decisiva nella mia ascesi spirituale, e deve essere anche un lungo e sicuro passo nella via del sapere. Studiare indefessamente, attentamente, intelligentemente; leggere riviste e giornali; vedere cinematografi, interrogare colleghi e superiori, e soprattutto interrogare libri, forti, leggerli lentamente, riconnettendo, riassumendo. Costruire il mio carattere morale; e per questo smussare la mia rozzezza e vincere, domare, sorpassare il mio egoismo; formarmi ad una dirittura ed a una lealtà di pensiero e di parola tali da farmi specchio di dignitosità ed equilibrio; rendermi cordiale, aperto”. L’armistizio dell’8 settembre lo trova in Puglia, a Manduria, con i suoi allievi. Qui gli capita di ascoltare anche una conferenza del giovane prof. Aldo Moro. L’amore per la patria si scontra con la vergogna bruciante per i tradimenti istituzionali. Il senso dell’onore (“perché l’Italia potesse ritrovare tutta la sua grandezza spirituale e potesse ancora essere maestra al mondo di libertà e di civiltà”) fa rapidamente maturare la scelta di impegnarsi volontario nei reparti del nuovo esercito italiano. C’è anche la volontà di mostrare le qualità morali degli italiani ad alleati nuovi, largamente prevenuti e diffidenti dell’opportunismo degli italiani, scettici nei confronti delle loro qualità militari. Parte con i suoi compagni il 2 dicembre 1943: “io sono sull’autocarro con i miei allievi, e sventola alta, bella, scintillante la nostra bandiera, la bandiera del mio plotone, quella rubata da me ai fascisti di Mesagne”. Il seguito della sua storia s’intreccia con la battaglia di Monte Lungo. Cèderle ha meritato la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Con questa motivazione: “Benché appartenente a reparto non impegnabile, otteneva di essere inquadrato in prima linea al comando di un plotone che conduceva all’assalto contro i tedeschi sistemati in caverne in terreno difficilissimo, sotto micidiale tiro di mitragliatrici e bombe a mano. Con un braccio fracassato, incitava i suoi uomini a contenere il contrattacco nemico gridando: “Ho dato un braccio alla Patria, non importa, avanti per l’onore dell’Italia!”. Colpito a morte trovava ancora la forza di trarre di sotto la giubba una bandiera tricolore che scagliava in un supremo gesto di sfida contro il nemico, additandola ai suoi soldati perché la portassero avanti”. E’ caduto l’8 dicembre 1943 sulla quota 343 di Monte Lungo. Chi vuole rendergli omaggio o semplicemente ricordarlo trova le sue spoglie nel sacrario militare sulla parete. È al numero 49.
martedì 9 dicembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 dicembre.
Il 9 dicembre 1945 il Generale Patton ha un incidente stradale che in seguito gli risulterà fatale.
George Patton, il cui nome completo è George Smith Patton, nacque a San Gabriel (California, USA) l'11 novembre 1885 e morì a Heidelberg (Germania) il 21 dicembre 1945. E' stato un generale statunitense, esperto nell'impiego dei mezzi corazzati, durante la seconda guerra mondiale.
Nasce a San Gabriel, un piccolo sobborgo nei pressi di Los Angeles, l'11 novembre 1885, da una ricca famiglia di tradizione militare della Virginia. Il nonno, George S. Patton Senior, fu colonnello dell'esercito confederato durante la Guerra di Secessione e morì nel 1864 durante la Terza battaglia di Winchester. Il suo pro-zio, Waller T. Patton, fu invece un tenente colonnello che morì durante la Carica di Pickett nel corso della battaglia di Gettysburg del 1863.
Spinto dall'esempio dei propri familiari, il giovane George, a soli 14 anni, entra a far parte dell'accademia militare di West Point, dalla quale uscirà come ufficiale di cavalleria.
Nel 1912 prende parte alla V Olimpiade di Stoccolma, durante la quale partecipa alla gara di pentathlon moderno, inserita per la prima volta nel programma olimpico. Il suo percorso agonistico si conclude con un ventesimo posto nella prova di tiro, un settimo posto nel nuoto, un quarto posto nella scherma , un sesto posto nell'equitazione ed infine un terzo posto nella corsa. Nella classifica finale arriva quinto dietro a quattro atleti svedesi.
Durante la campagna del Messico (1916-1917) contro Pancho Villa, il giovane Patton ha la possibilità di combattere al fianco del generale John Joseph Pershing insieme al quale, durante un conflitto a fuoco, riesce ad uccidere, dopo aver montato una mitragliatrice sopra una macchina, Julio Cardenas, il braccio destro di Villa.
Grazie a questa trovata, il giovanissimo George Patton conquista l'ammirazione di tutti per la sua strabiliante abilità nell'utilizzare in guerra le unità meccanizzate e viene promosso al grado di capitano.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, dopo il coinvolgimento degli Stati Uniti, George Patton viene inviato in Europa, ancora una volta al fianco del generale Pershing. Durante questo conflitto impara tutto ciò che c'è da sapere sull'utilizzo dei carri armati.
Nel 1939, un anno prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, viene promosso tenente colonnello, mentre l'anno seguente diventa Maggiore Generale.
Nel 1941, dopo aver conseguito alcune ulteriori specializzazioni nell'uso dei mezzi corazzati, viene messo a capo della seconda Divisione corazzata, con la quale, nel 1942, prende parte all'operazione Torch, dirigendo lo sbarco in Marocco della cosiddetta Western Task Force.
In Marocco rimane per qualche tempo per preparare il primo Corpo d'armata corazzato al futuro sbarco in Sicilia ma, in seguito al disastro della battaglia del passo di Kasserine, viene incaricato dal generale Dwight Eisenhower di prendere il comando delle forze americane in Tunisia.
Qui George Patton si dimostra estremamente risolutivo e riesce ad organizzare tutte le forze per sollevare il morale delle sue truppe, profondamente demoralizzate per via delle continue sconfitte subite. Il suo gruppo d'armata passa all'offensiva il 17 marzo 1943, ma tutti gli attacchi, nonostante la superiorità numerica degli americani, vengono continuamente respinti dai tedeschi. Il 24 marzo, il generale Patton riesce a respingere un contrattacco di panzer ad El Guettar, ma una serie di attacchi a Fondouk e a El Guettar il 27 e il 28 marzo terminano con pesanti perdite per la compagnia americana, mentre i difensori italo-tedeschi riescono a mantenere le loro posizioni.
Considerato uno dei più energici comandanti americani, George Patton viene messo al comando della settima Armata impegnata nello sbarco in Sicilia, avvenuto il 10 luglio 1943. Campagna, questa, durante la quale avviene uno dei massacri più atroci per via dell'uccisione di 73 soldati italiani, catturati durante la battaglia per la conquista dell'aeroporto di "Santo Pietro" a Biscari (oggi Acate). Fatto che, terminata la guerra, costa al comandante Patton un processo, che si conclude con la piena assoluzione, anche se su questo episodio, a distanza di anni, permangono ancora non pochi misteri.
Terminata la Campagna in Sicilia, George Patton viene immediatamente richiamato in Gran Bretagna, dove viene messo a capo della terza Armata, che da alcune settimane, precisamente il 6 giugno 1944, era sbarcata in Normandia. Durante questo periodo, il comandante americano si distingue particolarmente nelle operazioni di conquista di alcune importanti città francesi come Nantes, Orléans, Avranches, Nancy e Metz.
Riesce, in maniera esemplare, a respingere la controffensiva tedesca delle Ardenne (16 dicembre 1944) contrattaccando e riuscendo a mettere in fuga l'esercito tedesco. Dopo aver contribuito alla liberazione della Francia dagli eserciti nazisti, ed essersi preparato a liberare anche Praga, dove però era già giunto l'esercito sovietico, fa ritorno da eroe, anche se con molti scheletri nell'armadio, negli Stati Uniti.
Il 9 dicembre 1945 rimane coinvolto in un incidente stradale. Ad un incrocio l'auto a bordo della quale viaggiava si scontra con un autocarro. Nessuna delle persone a bordo rimane ferita. Nessuna tranne Patton che, seduto sul sedile posteriore, viene sbalzato in avanti sbattendo violentemente la testa sul sedile anteriore e fratturandosi l'osso del collo.
Nonostante i gravi traumi subiti, riesce a sopravvivere fino al 21 dicembre 1945 quando, in seguito ad un edema polmonare e ad una congestione cardiaca, si spegne improvvisamente ad Heidelberg, in Germania, dopo aver apparentemente recuperato le forze. La sua morte a distanza di tempo, ha dato origine ad ipotesi di un complotto per eliminarlo, a garanzia del patto di Jalta.
sabato 25 ottobre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 ottobre.
Il 25 ottobre 1955 Sadako Sasaki, una bambina sopravvissuta alla bomba di Hiroshima, muore per una grave leucemia dovuta all'esposizione alle radiazioni.
La piccola Sadako si trovava a casa, a circa 1,7 chilometri di distanza dal luogo dell’esplosione. Lo spostamento violento d’aria la scaraventò fuori dalla finestra. Sua madre corse a cercarla, e la trovò poco lontano dalla sua abitazione, nei pressi del Ponte Misasa: la bimba era apparentemente illesa. La nonna materna si precipitò fuori di casa e non fu più vista. Sadako e la madre furono esposte alla pioggia nera. Crescendo divenne forte e atletica, ma nel 1954, all’età di undici anni, mentre si stava allenando per un’importante gara di corsa, fu colta da vertigini e cadde a terra. Le sue gambe si arrossarono e si gonfiarono nel gennaio del 1955. Le fu diagnosticata una grave forma di leucemia, conseguenza delle radiazioni della bomba atomica. La ragazzina venne quindi ricoverata alla croce rossa di Hiroshima.
La sua migliore amica, Chizuko Hamamoto, le parlò di un’antica leggenda secondo cui, chi fosse riuscito a creare mille gru – uccello simbolo di lunga vita – con la tecnica dell’origami avrebbe potuto esprimere un desiderio. Chizuko stessa realizzò per lei la prima, Sadako continuò nella speranza di poter tornare presto a correre. Comunque, il suo desiderio non era limitato a questo; Sadako stava dedicando al suo lavoro il massimo impegno, poiché credeva che così avrebbe posto fine a tutte le sofferenze, avrebbe curato tutte le vittime del mondo ed avrebbe portato loro la pace.
Poco dopo aver intrapreso il suo progetto, Sadako conobbe un bambino nelle sue stesse condizioni, a cui era rimasto poco da vivere. Ella cercò di convincerlo a fare la stessa cosa, ma la sua risposta fu: so che morirò stanotte. Durante i quattordici mesi trascorsi in ospedale, Sadako realizzò gru con qualsiasi carta a sua disposizione, comprese le confezioni dei suoi farmaci e la carta da imballaggio dei regali degli altri pazienti. Morì la mattina del 25 ottobre 1955. Le ultime parole che conosciamo della ragazzina sono “è buono” riferito al piatto di riso che le avevano fatto mangiare. Una versione della sua storia, vuole che Sadako fosse riuscita a completare 1000 gru, prima di morire; secondo un’altra, riferitaci da Eleanor Coerr nel suo romanzo Sadako and the Thousand Paper Cranes, Sadako sarebbe riuscita a completarne solo 644, mentre le restanti 356 sarebbero state aggiunte dai suoi amici. Infine, tutte le gru sarebbero state sepolte con lei.
Dopo la sua morte, i suoi amici e compagni di scuola pubblicarono una raccolta di lettere al fine di raccogliere fondi per costruire un monumento in memoria sua e degli altri bambini morti in seguito alla bomba atomica di Hiroshima. Nel 1958, fu collocata al Parco del Memoriale della Pace una statua raffigurante Sadako mentre tende una gru d’oro verso il cielo. Ai piedi della statua, una targa reca incisa la frase: “Questo è il tuo pianto. La nostra preghiera. Pace nel mondo”. È possibile, per i visitatori, come ricordo di Sadako e come simbolo di pace, lasciare una gru di carta in una grande urna, unitamente ad un messaggio. Le è stata dedicata anche un’altra statua, situata al Parco della Pace di Seattle.
martedì 21 ottobre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 ottobre.
Il 21 ottobre 1944 ha luogo il primo attacco kamikaze di aerei giapponesi contro navi statunitensi.
I primi attacchi suicidi di piloti giapponesi vengono effettuati con un certo successo nelle Filippine dall’ottobre 1944. La parola kamikaze significa in giapponese “vento divino” ed è riferita a un leggendario tifone che si dice abbia salvato il Giappone da una flotta di invasione mongola inviata da Kublai Khan nel 1281.
Il ricorso a questa arma estrema era il risultato dello stato dell’aviazione nipponica negli ultimi 12 mesi di guerra. L’arma aerea del Sol Levante pativa una doppia inferiorità rispetto alla controparte americana: gli F4U Corsair e i Grumman F6F Hellcat surclassavano sotto il profilo tecnologico gli aerei nipponici e soprattutto la generazione di piloti esperti e coraggiosi era stata praticamente spazzata via nel corso delle operazioni belliche.
Contro questa schiacciante superiorità americana i piloti nipponici male addestrati e che utilizzavano tattiche convenzionali andavano incontro a perdite pesantissime. Pianificando la propria morte come una certezza invece che come un’altissima probabilità i kamikaze erano tendenzialmente in grado di infliggere danni più pesanti alla marina americana, vulnerabile soprattutto sotto il profilo psicologico a questo genere di attacchi.
L’immagine di piloti giapponesi che partono entusiasti per andare a schiantarsi sui ponti delle navi americane è però sostanzialmente fasulla. Tra i primi piloti suicidi, nell’autunno del 1944, ci furono parecchi veri piloti volontari. Successivamente però le scorte di piloti fanatici si ridussero e molte reclute vengono convinte ad accettare questo incarico “senza ritorno” al prezzo di pressioni morali insostenibili quando non di vera e propria coercizione.
Kasuga Takeo che prestava servizio nella mensa ufficiale di Tsuchiura, una base di kamikaze, fu testimone dell’isteria e della profonda malinconia che dominavano le ultime ore di vita dei piloti. Gli aviatori si spostavano da una base all’altra con una piccola borsa di effetti personali tra le cui cose spiccava la biancheria contrassegnata con la dicitura “Effetti personali del defunto tenente comandante….” indicando la promozione postuma che spettava ad ogni pilota caduto in combattimento.
Per la marina americana combattere contro i kamikaze fu una delle esperienze più sanguinose e dolorose della guerra. Tra l’11 maggio e la fine di giugno 1945 gli aviatori giapponesi eseguirono 1700 sortite verso Okinawa. Giorno dopo giorno i marinai americani si mettevano ai pezzi per effettuare un fitto fuoco di sbarramento anti aereo che i piloti nipponici cercavano di evitare per schiantarsi sul ponte delle navi nemiche. Qualcuno però riusciva sempre a passare e si immolava sul ponte di volo di una portaerei o sulle sovrastrutture di un incrociatore con effetti devastanti quando la benzina si incendiava o le munizioni esplodevano. Il 12 aprile 1945 quasi tutti e 185 kamikaze furono abbattuti a fronte di 2 navi americane affondate ed altre 14 danneggiate, compreso 2 corazzate.
Il 16 fu colpita la portaerei Intrepid. Il 4 maggio i piloti kamikaze affondarono cinque navi statunitensi e ne danneggiarono altre 11. Tra l’11 e il 14 maggio furono colpite tre navi ammiraglie tra cui le portaerei Bunker Hill ed Enterprise. Dal 6 aprile al 22 giugno, in tutto il teatro di operazioni, ci furono 10 attacchi suicidi al giorno che riguardarono 1465 aerei più 4800 sortite convenzionali. I kamikaze affondarono 27 navi e ne danneggiarono 164 mentre gli attacchi convenzionali ne affondarono una soltanto, danneggiandone 63.
La percentuale di successo delle missioni suicide fu di circa il 20%, dieci volte superiore agli esiti degli attacchi convenzionali. Alla fine della seconda guerra mondiale il servizio aeronautico della marina giapponese aveva sacrificato 2.526 piloti kamikaze, mentre quello dell’esercito ne aveva sacrificati 1.387. Secondo fonti americane, approssimativamente 2.800 attaccanti kamikaze affondarono 34 navi della marina, ne danneggiarono altre 368, uccisero 4.900 marinai e ne ferirono oltre 4.800. Nonostante l’allarme dei radar, l’intercettazione in volo ed un massiccio fuoco antiaereo il 14% degli attacchi Kamikaze giungeva fino all’impatto contro una nave; circa l’8,5% delle navi colpite dagli attacchi kamikaze affondò.
I dati giapponesi sono un po’ più importanti. Resta il fatto che il sacrificio di quasi 4.000 giovani piloti giapponesi non ebbe alcun impatto strategico sull’esito della guerra e non risparmiò né i bombardamenti strategici ed indiscriminati sulle città nipponiche né tantomeno quelli atomici su Hiroshima e Nagasaki.
lunedì 29 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 settembre.
Il 29 settembre 1941 ha luogo il massacro di Babij Jar.
Gli ucraini hanno pagato un prezzo di sangue altissimo negli anni, infernali, in cui furono stretti nella morsa russo-tedesca. I morti furono 11 milioni su una popolazione di 40 milioni. Prima Stalin con le sue Purghe, poi Hitler, finita la guerra fu di nuovo il turno di Stalin di calare una coltre asfittica sul Confine. Ucraina significa questo: confine. Un nome un destino.
Appena fuori Kiev si trova Babij Jar, una grande fossa naturale di morbida terra sabbiosa, di un bianco candido che risplende in un meraviglioso gioco di colori con il cielo blu. Qui l’uomo ha scritto una delle pagine peggiori della sua storia.
29 settembre 1941 – i tedeschi iniziano il loro lavoro di sterminio degli ebrei. Metodico e organizzato. Hanno pianificato tutto, due giorni sono sufficienti per eliminare 33.771 esseri umani, uomini, donne bambini, ebrei. E’ prevista anche la pausa pranzo per i soldati impegnati nella carneficina. Un’ora. Tanto basta per mangiare qualcosa, fumare una sigaretta, liberare la vescica, e riprendere a falciare vite.
Per evitare che si diffondesse il panico le persone in attesa della morte era convinte di essere in attesa di un treno che li avrebbe portati chissà dove, ma vivi. Tenuti a debita distanza perché non vedessero né sentissero chiaramente il crepitio delle armi, venivano fatti passare, pochi per volta, da un baffuto ucraino lieto di aiutare i nuovi padroni.
Costretti a spogliarsi, dovevano passare in mezzo a due file di sadici aguzzini che li bastonavano senza pietà. Giunti sul limite della grande fossa bianca, arrivava il comando secco dell’ufficiale nazista, un colpo di pistola alla nuca e il corpo cadeva giù. Due ucraini muniti di pala gettavano un sottile strato di terra sui cadaveri. Un tedesco nella fossa camminava per sincerarsi che nessuno fosse in grado di muoversi e fuggire, per i moribondi non si sprecavano munizioni, un altro strato di cadaveri e terra li avrebbe sepolti vivi.
La sera del 30 settembre, puntuali come da programma, i telegrafi batterono l’informazione attesa a Berlino prima di andare a cena. Kiev judenfrei. Il massacro di Babij Jar è una macchia che l’uomo non potrà mai cancellare.
sabato 27 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 settembre.
Il 27 settembre 1943 hanno inizio le quattro giornate di Napoli.
Ogni anno Napoli celebra in maniera potente e carica di ricordi, racconti, suggestioni, l'anniversario di quelle che sono passate alla storia come le Quattro Giornate di Napoli. Dal 27 al 30 settembre del 1943 i cittadini di Partenope insorsero e, con coraggio e determinazione, da soli cacciarono via le truppe naziste. Quando, il primo ottobre, gli Alleati fecero il loro ingresso in città, la trovarono sì devastata, ma già liberata: Napoli divenne così la prima città in tutta l'Europa occupata a cacciare via i soldati del Terzo Reich. L'intera città, inoltre, è stata insignita della medaglia d'oro al valore militare.
Quando i napoletani decidono di insorgere contro gli occupanti nazisti, il popolo è stremato da anni di guerra, da privazioni, dalla fame e dalla carestia: tra il 1940 e il 1943, inoltre, Napoli è oggetto di pesanti bombardamenti da parte degli Alleati. La scintilla che accende la rivolta, appunto, il 27 settembre del '43: nel corso di una retata tedesca vengono catturati migliaia di napoletani; centinaia di uomini, così, si armano e danno vita all'insurrezione. Uno dei primi scontri tra i napoletani e i tedeschi avvenne al Vomero, quartiere collinare della città, dove gli insorti arrestarono una vettura nazista, uccidendo il maresciallo alla guida. Sempre al Vomero, i napoletani assaltarono l'armeria di Castel Sant'Elmo e, al termine della prima giornata di scontri, anche gli arsenali delle caserme di via Foria e via Carbonara.
Fondamentale alla causa il contributo di Enzo Stimolo, tenente del Regio Esercito Italiano, considerato forse la vera e propria guida dell'insurrezione. Nei giorni successivi il popolo in rivolta – il numero dei cittadini armati cresceva sempre più – impedirono l'esecuzione di alcuni prigionieri sia al Bosco di Capodimonte che allo Stadio del Littorio (l'attuale Stadio Collana), mentre gli scontri proseguivano in tutta la città – causando ingenti vittime da una parte e dall'altra – che, nonostante l'insurrezione, i tedeschi continuavano a bombardare a colpi di cannone.
Il 29 settembre, forse, quella che può essere definita la svolta: il tenente Stimolo si recò presso il quartier generale tedesco in corso Vittorio Emanuele per trattare con il colonnello Walter Scholl. In cambio della liberazione dei cittadini prigionieri nello Stadio Collana, Stimolo concedeva a Scholl e alle truppe naziste di lasciare Napoli senza pericolo di ritorsioni, imboscate o rappresaglie. Il 30 settembre, nonostante avessero iniziato lo sgombero della città, i tedeschi continuarono a bombardare Napoli, colpendo soprattutto Materdei e Port'Alba, mentre nelle altre zone della città continuavano i combattimenti. In ritirata, i tedeschi non si fermarono con uccisioni, stragi e incendi. Quando, nella mattinata del primo ottobre, i primi carri Alleati provenienti da Nocera Inferiore entrarono in città, trovarono i cittadini stremati, le case rase al suolo, ma nemmeno l'ombra delle truppe della Wehrmacht: Napoli divenne così la prima città Europea a liberarsi dall'occupazione nazista.
giovedì 18 settembre 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 1931 ebbe luogo l'incidente di Mukden, pretesto per l'occupazione giapponese della Manciuria.
La seconda guerra mondiale in Asia iniziò non a Pearl Harbor, ma dieci anni e tre mesi prima, in Manciuria, a Mukden (oggi Shenyang), nella notte del 18 settembre 1931. Evento decisivo nella storia del 20° secolo, oggi dimenticato. Eppure impressionò il contemporaneo Hergé, che ne fece il centro dell’intrigo dell’albo di Tintin "Il Loto Blu".
Il piccolo corpo d’armata giapponese, l’armata del Kwantung, deve il suo nome al territorio del Kwantung, o Guandong in cinese moderno, Kanto in giapponese, nella penisola di Lioadong, dove si trova Dalian e un nome noto nei primi anni del 20° secolo: Port Arthur, la base navale russa conquistata dai giapponesi dopo un assedio estenuante nella guerra russo-giapponese (1904-1905). E’ la lontananza dell’arcipelago motivo per cui l’armata del Kwantung, nonostante il piccolo stato maggiore, divenne vivaio di cospiratori e sostenitori del fascismo giapponese.
Il problema che affrontò il Giappone dopo la vittoria sulla Russia nel 1905 fu che la sua presenza nel continente rimase fragile. In virtù del trattato di Portsmouth, il Giappone recuperò solo i diritti acquisiti dalla Russia in Manciuria. Una volta che tali diritti decaddero, nel 1923, il Giappone doveva abbandonare ciò per cui aveva combattuto e vinto al prezzo di 130.000 morti. Posando da protettori della Cina, bloccando ogni tentativo di smembramento coloniale del Regno di Mezzo come fecero gli europei in Africa, gli Stati Uniti furono gli intermediari che a Portsmouth chiesero ed ottennero che il Giappone rinunciasse alle ambizioni in Manciuria. I semi della Guerra del Pacifico vennero gettati. Le tensioni non smisero di crescere tra Giappone e Stati Uniti. La sfida era in Cina. La conclusione del lento cumularsi di risentimenti, sospetti, incomprensioni e rivalità esplose a Pearl Harbour nel dicembre 1941. Ma nel tardo 19° secolo, conquistare il nord della Cina era considerato prioritario dagli strateghi giapponesi. Vedendo nelle province del nord-est della Cina il baluardo necessario per controllate la Corea, il cui possesso bloccava lo stretto di Tsushima e metteva l’arcipelago al riparo dalle invasioni. Nel 1895 questo fu il motivo della prima guerra cino-giapponese. Il Giappone poi conquistò la penisola del Lioadong. Col Trattato di Shimonoseki la Cina cedette territori al Giappone. Ma l’intervento vigoroso della Russia, sostenuta da Germania e Francia, costrinse l’esercito imperiale ad evacuare Port Arthur. Nel 1898, in cambio del sostegno di Mosca, Pechino cedette alla flotta russa la base navale di Port Arthur. Il Giappone ritenne l’alleanza russo-cinese volta a indebolirlo e privarlo dello status di grande potenza per, infine, ridurlo in schiavitù. Come si vide, gli eventi accelerarono di molto. Con ciascuna di tale manovre, come nel gioco del Go, l’Occidente cessò di essere il modello di modernità e divenne l’usurpatore delle vittorie del Giappone. Il timore di vedere l’arcipelago schiacciato arrivò a suscitare una mentalità da assedio. Il primo nemico fu la Russia, da cui la guerra russo-giapponese. E dal 1905 gli Stati Uniti. L’idea di conquistare la Manciuria divenne urgente presso certi ambienti per allentare la pressione. Nel 1915, approfittando degli europei impantanati nella guerra in Europa e dello status di alleato di Francia e Gran Bretagna, il governo conservatore tentò la fortuna con le famose “Ventuno domande” che posero la Cina sotto il protettorato giapponese di fatto. Anche in questo caso gli Stati Uniti s’interposero. Il tentativo di mettere sotto protettorato la Cina fallì. Ma il Giappone non rimase a mani vuote: il contratto di affitto del Kwantung fu esteso fino al 1997. Parziale vittoria per il Giappone? O disastrosa sconfitta come sostennero le fazioni più radicali.
Nei primi anni ’20 l’armata del Kwantung era una piccola forza. Se la flotta giapponese aveva il diritto di ancorare le navi a Port Arthur, i trattati internazionali limitavano la presenza dei soldati giapponesi a 10.000 uomini. D’altra parte, gli stessi trattati internazionali proibivano le armi offensive: artiglieria pesante, aviazione, blindati… La missione era pattugliare un corridoio di 1 km lungo la ferrovia, la cui concessione fu strappata alla Russia nel 1905, da Port Arthur, a Dalian dopo 40 chilometri per unirsi ad Harbin al ramo manciuriano della Transiberiana. L’armata del Kwantung era quindi una forza di polizia per vigilare sulla sicurezza della rete ferroviaria minacciata dalle bande di saccheggiatori, che sciamavano nell’immensa Manciuria attaccando i convogli. La Manciuria era quindi una sorta di “Wild West” asiatico popolato da nomadi, pastori, banditi, trafficanti di oppio mongoli, manciù e cinesi. Le sue forze erano composte da una divisione di fanteria sostituita ogni quattro anni. Gli ufficiali godevano di condizioni di vita lussuose a Dalian e Port Arthur, in cui aveva sede il quartier generale dell’armata del Kwantung, edificio che esiste ancora. I bilanci erano arrotondati con confortevoli diarie, le più alte dell’esercito imperiale. E soprattutto gli ufficiali avevano una libertà di manovra sconosciuta nelle caserme dell’arcipelago, dove la gerarchia era greve. Nel Kwantung militari e amministratori erano liberi di agire a piacimento. Il cambio del personale permanente ebbe effetti perversi, creando nell’esercito imperiale lo “spirito della Manciuria” che si fuse con la convinzione che la Manciuria andasse conquistata con la forza, bypassando l’accordo di Tokyo.
Due eventi accelerarono la rottura dell’armata del Kwangtung con le autorità del governo civile. Il primo fu la rapida democratizzazione vissuta dal Giappone alla morte dell’imperatore Meiji nel 1912, denominata “democrazia Taisho” dal nome del figlio di Meiji, e padre del futuro imperatore Hirohito. Il riconoscimento dei sindacati, la legalizzazione del Partito Socialista, l’estensione del diritto di voto universale agli uomini, al fine di concedere il diritto di voto alle donne… il Giappone seguiva l’ondata di liberalizzazione nel mondo che usciva dalla Prima Guerra Mondiale. Ma i liberali erano anche i sostenitori del disarmo. Il Giappone era uno dei cinque fondatori della Società delle Nazioni, precursore delle Nazioni Unite, creata dopo la prima guerra mondiale. E per i liberali, la sicurezza del Giappone non passava più attraverso la costituzione di un forte esercito, ossessione di Meiji, ma con la firma di accordi con le maggiori potenze. Già indignato dall’occidentalizzazione dei costumi (in cui vide la rinuncia allo spirito guerriero dei samurai), l’esercito imperiale veniva colpito al cuore con la riduzione degli effettivi. Per motivi di bilancio (la difesa copriva il 30% del bilancio dello Stato) e politico, si avviò l’allineamento politico con Paesi importanti come Stati Uniti, Francia e Regno Unito che smobilitavano. Ad aggravare il senso di tradimento dell’élite giapponese: la resa dei beni giapponesi in Manciuria fu presa in considerazione a Tokyo per rilassare le relazioni con la Cina, che non riconobbe né il trattato di Portsmouth, né l’accordo Giappone-USA sulle “Ventuno domande”. L’altro evento decisivo fu la scomparsa degli uomini di Meiji a capo delle Forze armate. Obbedienti e spesso giunti ai vertici grazie più alla lealtà che alla competenza, conobbero la guerra civile e le battaglie per la restaurazione Meiji nel 1860-70; ora morivano uno dopo l’altro. L’ultimo a scomparire fu il maresciallo Aritomo Yamagata, il padre dell’esercito Meiji, nel 1922. Questo passaggio di generazioni mutò la presa dei clan vincitori della restaurazione Meiji, i clan di Satsuma e Choshu, e fece avanzare i giovani dei clan sconfitti originari delle provincia a nord di Tokyo, Tohoku. Assai meno rispettosi dell’ordine stabilito, se non addirittura in rivolta verso di esso, da cui si sentivano esclusi poiché il mondo economico gli era precluso, entrarono nell’esercito come cadetti all’età di dodici anni, sul modello dell’esercito di Bismark (riferimento nella costruzione dell’esercito imperiale giapponese). Per Ishiwara e Itagaki, e probabilmente per gli altri ufficiali giapponesi, tale tuffo brutale nell’universo rigidamente disciplinato delle scuole militari segnò la fine dell’infanzia, rimanendo un trauma che non riuscirono a superare completamente, come mostrano i testi che lasciarono. Soprannominati “giovani ufficiali”, perché al massimo erano colonnelli, ebbero dal 1920 responsabilità gerarchiche sempre più importanti. Un primo tentativo di conquistare con le armi la Manciuria si ebbe nel 1928, quando una bomba fu posta sotto il treno di Chang Tso-lin (Zhang Zuolin), il signore della guerra della Manciuria ancora “cliente” del Giappone. Il cervello dell’attentato fu il colonnello Daisaku Komoto. Komoto sperava che per vendicare il padre ucciso dall’esplosione, il figlio di Chang Tso-lin, Chang Hsue-liang (Zhang Xueliang) lanciasse le sue truppe all’assalto del Kwantung, fornendo il pretesto per invasione della Manciuria. Ma quest’ultimo, consapevole della trappola tesa e dell’impreparazione dell’esercito cinese, si limitò alle denunce verbali. Komoto fu sollevato dell’incarico senza essere processato per tale atto di terrorismo. Per paura della reazione ostile dell’esercito imperiale, fu costretto a lasciare l’esercito in sordina.
Una nuova cospirazione fu avviata, più forte. Il cervello del nuovo complotto era il colonnello Tetsuzan Nagata, che raccolse intorno a sé nomi che resteranno nella storia, perché saranno tutti processati e giustiziati dagli Alleati dopo il 1945, Hideki Tojo, Tomoyuki Yamashita che s’illustrerà conquistando Malesia e Singapore nei primi mesi del 1942, Kenji Doihara, uomo dei servizi segreti giapponesi, Seishiro Itagaki e Kanji Ishiwara il cui ruolo fu cruciale per il successo dell’invasione. Tali incontri furono clandestini. Nell’organizzazione politica istituita da Meiji era infatti vietato agli ufficiali incontrarsi per discutere di questioni politiche o militari. Solo i consulenti diretti dell’imperatore avevano tale privilegio. Ma alla fine degli anni ’20, le regole imposte da Meiji furono spazzate via dalla rivolta degli ufficiali, infuriati dal mutare della società giapponese e dalla politica del disarmo. Ishiwara e Itagaki furono inviati da Nagata a sostituire Komoto a Port Arthur. Questo tandem provocò la guerra. Ishiwara fu responsabile della pianificazione dell’invasione. La funzione di Itagaki, teoricamente superiore di Ishiwara, era “politica”: avere contatti nell’esercito imperiale affinché il complotto fosse supportato e si preparasse l’amministrazione della Manciuria, una volta conquistata. Si sa dagli scritti di Ishiwara quali fossero le motivazioni di questi due ufficiali. Avviare la guerra in Manciuria non solo puntava a conquistare lo spazio considerato vitale per la difesa del Giappone, ma anche a fermare il programma del disarmo del Giappone, rovesciare il governo per sostituirlo con uno militare (o almeno influenzato dai militari), e militarizzare la società giapponese per l’obiettivo finale: affrontare con le armi gli Stati Uniti. Quindi fu una vera rivoluzione quella preparata dalla congiura, una rivoluzione paragonabile alla Restaurazione Meiji secondo i suoi fautori.
L’operazione scattò nella notte del 18 e 19 settembre 1931, quando una piccola bomba fu collocata dai soldati del Kwantung sotto la ferrovia, appena fuori Mukden. Nelle ore seguenti Mukden fu occupata assieme alle stazioni principali fino al confine settentrionale della concessione ferroviaria giapponese. Rinforzi di stanza in Corea, cinquemila uomini comandati da ufficiali guadagnati alle idee degli ammutinati, violarono l’ordine di non intervenire entrando in Manciuria. L’8 ottobre Ishiwara suscitò un’altra provocazione. Diresse il bombardamento aereo di Jinzhou. L’obiettivo questa volta era la linea ferroviaria gestita dagli inglesi; voleva estendere il conflitto per paralizzare il governo che cedeva alle richieste della SdN di por fine alle ostilità. La provocazione ebbe successo, incapace di trattenere l’armata del Kwantung (temendo che sanzionando i cospiratori avrebbe causato un colpo di Stato militare in Giappone), il governo giapponese non poté che osservare la situazione in Manciuria sfuggirgli completamente. Mentre continuavano gli scontri, una massiccia campagna di disinformazione fu attuata. Tutti i media supportarono l’armata del Kwantung. Ci vorrà la sconfitta del 1945 affinché il pubblico giapponese sapesse che il Giappone non fu vittima di un’aggressione cinese a Mukden, ma che fu una provocazione ordita con freddezza da ufficiali giapponesi. Inebriato dalle vittorie, Ishiwara volle di slancio attaccare i sovietici sempre presenti a nord della Manciuria. Le sue truppe risalirono in treno fino a Tsitsihar. E presso questa città vi fu l’unica battaglia della campagna, nota alla storia come “Incidente Manciuriano”, Manchu Jiken. Ai primi di novembre 1931, a 30 gradi sottozero, le forze giapponesi schiacciarono quelle del generale cinese Ma Chan-shan (Ma Zhanshan), perdendo circa quattrocento uomini, due terzi per il freddo (più di cinquecento feriti per congelamento). I giapponesi presero Tsitsihar (Qiqihar) ma questa volta il più attento Itagaki trattenne l’impetuoso Ishiwara. Quando gli interessi ferroviari (il ramo manciuriano della Transiberiana) furono rispettati, i sovietici osservarono da spettatori i combattimenti. Il 31 dicembre 1931, l’armata del Kwantung entrò a Jinshou. Con 15.000 uomini strapparono a 250.000 soldati cinesi (male addestrati e mal curati, è vero) un territorio grande quattro volte la Francia. Incapace di farli rientrare in caserma, il governo del Giappone fu rovesciato e l’esercito imperiale impose alla guida dello Stato personalità ad esso fedeli. Internazionalmente il Giappone fu isolato. I trattati sul disarmo abrogati e la militarizzazione avviata. Fu aperta la via all’alleanza con Germania nazista e Italia fascista. Nel settembre 1931 il Giappone avviò una guerra lunga quattordici anni, fino all’apocalisse finale di Hiroshima e Nagasaki, nell’agosto 1945.
mercoledì 10 settembre 2025
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Buongiorno, oggi è il 10 settembre.
Il 10 settembre 1943 le truppe tedesche iniziano l'occupazione di Roma durante la seconda guerra mondiale. A causa dell'assenza di un piano organico per la difesa della città e di una conduzione coordinata della resistenza militare all'occupazione tedesca, nonché della contemporanea fuga di Vittorio Emanuele III assieme alla corte, al capo del governo e ai vertici militari, la città fu velocemente conquistata dalle truppe della Germania nazista, cui si opposero vanamente e in modo disorganizzato le truppe del Regio Esercito e i civili, privi com'erano di ordini coerenti e di collegamenti, lasciando sul campo circa 1.000 caduti. Da più parti si incolparono del rapido crollo delle forze italiane i vertici militari e politici, accusati di aver volontariamente omesso di disporre quanto necessario perché la città fosse adeguatamente difesa.
Dai capisaldi della Laurentina la battaglia, sin dalle prime ore del mattino, si sposta verso la citta. I superstiti delle divisioni Granatieri e Ariete, sganciatisi dalla Magliana e dalla Montagnola, si ritirano sull’Ostiense convergendo a Porta San Paolo. L’aiuto della popolazione, ai granatieri che combattono fino all’ultima cartuccia, è continuo e coraggioso; se ne rendono conto anche i tedeschi, che una volta occupata Roma, il 25 settembre, torneranno in forze nella borgata e dopo un rastrellamento deporteranno tutti i nuclei familiari in un campo di prigionia a Valleranello. Fra trucidati a sangue freddo e uccisi in combattimento accanto ai soldati muoiono, in due giorni, 24 civili del Laurentino, uomini e donne.
Davanti alla piramide Cestia inizia, intorno alle 8 del mattino, l’ultimo combattimento per la difesa di Roma che si propagherà per le strade e le piazze della stessa città, alla stazione Termini e a piazza Vittorio, a San Giovanni e al piazzale Appio, lungo via Santa Croce in Gerusalemme e su via Labicana.
Da una finestra di via Zabaglia, a Testaccio, l’operaio Michele Rebecca, 44 anni, armato di un vecchio fucile, continua a sparare per ore. I tedeschi mandano su tre uomini a snidarlo, lui ne fulmina due prima di cadere sotto i colpi del terzo. Nello stesso rione l’operaio diciottenne Murizio Ceccati, ferito, cade svenuto tra i compagni e i soldati che gli stanno accanto. Riavutosi si accorge di aver perduto il fucile e si trascina allora con le ultime forze accanto al corpo di un caduto, poco distante, strappa dalle mani rigide l’arma e nuovamente riprende a sparare contro i nazisti: «Li ammazzo tutti!» lo sente gridare un sergente carrista, poi una lunga raffica di mitragliatrice lo uccide. Un fruttivendolo, Gaetano Ricciotti, che ha un banco ai mercati generali, capita nella zona della battaglia rientrando a casa, abita all’inizio dell’Ostiense. Un soldato gli mette in mano un fucile, lui si trasforma in un tiratore scelto, abbatte venti tedeschi poi finisce le munizioni e deve scappare.
A San Paolo un ragazzo di 14 anni aiuta a lungo i serventi di una batteria a caricare il pezzo. Ferito al braccio destro, lo devono trascinare a forza via dalla linea del fuoco, i soldati non sanno neppure come si chiama. II diciottenne Salvatore Lo Rizzo, sul piazzale San Giovanni, sale su un’autoblinda e spara contro i tedeschi che salgono dalla via Appia fino a quando la cannonata di un Tigre non spazza via lui e il veicolo.
Colpito al cranio da una scheggia, all’angolo di viale Giotto con porta San Paolo, muore Raffaele Persichetti, professore di storia dell’arte al liceo «Visconti», sottotenente di complemento dei granatieri di Sardegna. Era arrivato di corsa al primo tuonar di cannone, con l’abito buono e una pistola, prendendo il suo posto fra i ragazzi del I battaglione. II professore «garibaldino» lo chiamavano i suoi alunni. Sarà una delle prime medaglie d’oro della Resistenza.
In piazza dei Cinquecento si combatte ancora per tutta la mattina, coi tedeschi asserragliati al Continentale. Intanto gli scontri si sono frazionati anche all’interno della città. In piazza dell’Esedra viene improvvisato una specie di ospedaletto da campo. A via delle Terme di Diocleziano è fermo un autocarro dell’esercito con una mitragliatrice piazzata sul tetto e manovrata da un civile, fa fuoco contro via del Viminale dove sono arrivate pattuglie di panzergranadieren; ma l’arma si inceppa, l’uomo si guarda disperatamente intorno. Ed ecco che sale sul tetto un giovane sergente dei granatieri, ripara la mitragliatrice e si mette lui a sparare. A metà di via Nazionale arriva un’autoblinda, col mitragliere morto chino sull’arma. L’autista si fa aiutare da alcuni civili a deporlo sul marciapiede, poi chiede «c’è qualcuno che viene al suo posto?». «Vengo io» dice un signore sulla quarantina. Sale su e comincia a sparare, cento metri avanti, verso la stazione, una raffica di colpi lo uccide.
Anche Carla Capponi, medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, ex parlamentare, ricorda bene il suo 10 settembre:
«Io ancora non avevo contatti con nessuno. La mattina del 10 settembre siccome vedevo gruppi che traversavano piazza Venezia e andavano verso la via del Mare perché da quella parte sparavano, mi accodai a un gruppo di persone e arrivai a Porta San Paolo. Lì mi sono presa, dopo la rotta, un carrista ferito, me lo sono portato a casa sulle spalle, lo colpirono proprio mentre ripiegavano, si chiamava Carta, era un sardo piccolissimo. Era stato colpito il suo cingolato e il pilota era morto dentro, cominciava a bruciare e lui cercava di uscir fuori ma era come svenuto, si era fracassato il ginocchio. Io sono corsa, l’ho tirato fuori, volevo vedere l’altro ma c’era già tutto fuoco dentro, non si poteva… e poi sparavano…
Era la mattina del 10 settembre, a Porta San Paolo, un inferno. Era una giornata che stavo lì, dal 9, ero tutta sporca, mi ricordo chiaramente alcune suore che stavano sul viale che porta dalla basilica di San Paolo, sull’Ostiense, al di qua del ponte, al di là e sotto il ponte avevano sistemato dei feriti. Poi invece dovettero trascinarli via subito perché arrivavano i carri armati tedeschi e quelli ammazzavano tutti. Allora queste poverette, mi ricordo, si presero le gonne, se le legarono così, sopra la vita, e con quelle zampette con le calze nere, che si vedevano, correvano tirandosi dietro i feriti, mi fecero una grande tenerezza anche se io non avevo nessuna simpatia per le monache…
Sono morte 43 donne nella battaglia di Porta San Paolo, lo sai? Io ho fatto mettere una lapide. I morti sono stati tanti, oltre 400 civili, si combatteva anche a via Cavour, a via Nazionale se tu passi e vedi a villa Aldobrandini, l’angolo dove c’é il giornalaio ci sono ancora i colpi che hanno sparato perché lì c’era il carro armato di un giovane capitano che è stato ammazzato proprio in quel punto …».
Alle 14 arrivano nelle edicole – quelle aperte, nei quartieri dove non si combatte, soprattutto in Prati, ai Parioli, al quartiere Italia – il Messaggero e il Giornale d’Italia. Hanno ambedue in prima pagina un riquadrato in neretto che dice: «Circolano da ieri le più fantastiche voci sulla situazione militare in specie di Roma. Il momento critico e lo stato di tensione della cittadinanza agevolano la diffusione delle notizie allarmistiche e tendenziose la cui origine e i cui scopi sono facilmente identificabili. II pubblico ha già potuto constatare come gran parte di queste voci siano state via via smentite dai fatti. S’invita pertanto la popolazione a non prestare facile orecchio alle insinuazioni di elementi irresponsabili o sobillatori. Ricordiamo che in qualsiasi caso di effettivo pericolo il Comando di Corpo d’Armata ne darebbe tempestivo avviso».
Nell’interno della stazione Termini si svolge l’ultimo combattimento della battaglia di Roma, intorno a un treno di 22 vetture dello stato maggiore dell’esercito, che era stato trasferito lì dopo che Roatta e i suoi collaboratori avevano lasciato il comando di Monterotondo per insediarsi nel palazzo di via XX Settembre. Dei 214 militari addetti al convoglio ne sono rimasti tredici, compreso il comandante, maggiore Carlo Benedetti; ma ad essi si uniscono ferrovieri e cittadini riparatisi nella stazione dalle strade vicine. È un combattimento lungo e feroce, i tedeschi sparano contro il treno con un cannoncino da 20 mm e intorno alle 21 gli italiani devono cessare la resistenza. I corpi degli italiani restano allineati: sotto la pensilina del terzo binario sei militari e quarantuno civili. Di questi ultimi, otto rimarranno senza nome .
Nella tarda serata i tedeschi schiacciano le ultime resistenze e hanno il controllo totale della città. Il generale Calvi di Bergolo, genero del re, viene nominato governatore militare, il CLN entra in clandestinità. II saccheggio di Roma comincia alle 22,30 quando pattuglie tedesche armate e guidate da ufficiali si presentano alla porta di numerosi villini sull’Aventino e li perquisiscono entrandovi a forza. Portano via oro, denaro, gioielli. Sfugge qualche villa, ma all’alba – fra i tedeschi si è sparsa la voce – tornano altri gruppi di soldati e completano la razzia. Vengono depredate anche le case di due notissimi giornalisti fascisti, Buoninsegni e Di Tullio, che la mattina dopo vanno a protestare a un comando germanico: li cacciano via in malo modo.
sabato 23 agosto 2025
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Buongiorno, oggi è il 23 agosto.
Il 23 agosto 1939 Germania Nazista e Unione Sovietica firmano il Patto Molotov-Ribbentrop.
Il trattato di non aggressione firmato il 23 agosto 1939 tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica è passato alla storia come uno dei più sconcertanti avvenimenti del Novecento. In effetti, il Patto portò a compimento la rottura dell’ordine internazionale definito a Versailles, rottura imposta dal “crescendo” dell’iniziativa italo-tedesca (Anschluss, Monaco e smembramento della Cecoslovacchia, rinascita della “grande Ungheria”) e passivamente subita dalle grandi potenze.
Il Patto concesse a Stalin l’occasione di ricostituire almeno in parte la dimensione territoriale dell’impero zarista. Non è un caso se oggi, nella Russia “putiniana” in cui si celebra la Realpolitik di Stalin, il Patto venga pienamente giustificato sul piano geopolitico, come mossa difensiva, antipolacca e anti-baltica, mentre gli si nega il carattere di invasione preordinata e spartitoria.
A sconcertare, all’epoca, fu soprattutto la lunga “luna di miele” tra Stalin e Hitler, durata fino all’invasione del giugno ’41, costellata di molti episodi poi oscurati dalla propaganda antifascista: la parata militare comune russo-tedesca a Brest-Litovsk (settembre ’39); gli auguri di Hitler per il compleanno di Stalin (dicembre ’39: Stalin rispose riferendosi all’«amicizia russo-tedesca sigillata nel sangue»); la scomparsa dai cinematografi russi del kolossal di grande successo Aleksandr Nevskij di S. Ejzenštejn, uscito alla fine del 1938 ma poi divenuto troppo antitedesco; le conferenze di lavoro tra Gestapo e NKVD (la polizia segreta sovietica) dell’inverno ’39-40, per coordinare la repressione in Polonia; le ripetute congratulazioni di Molotov in occasione delle vittoriose invasioni naziste in Europa; gli scambi di cortesie tra le rispettive marine militari operanti al largo della Finlandia; la firma (gennaio 1941) di un altro protocollo segreto sulla Lituania, con compensazioni sovietiche in oro, l’offerta (tardiva) a Stalin di aderire all’asse Roma-Berlino-Tokyo, e la sua colpevole incredulità di fronte alle notizie che preannunciarono l’invasione tedesca. Nel frattempo, centinaia di comunisti tedeschi e austriaci rifugiati in Unione Sovietica, tra cui molti dirigenti e quadri importanti, vennero consegnati in “omaggio” alla Gestapo: almeno ottocento, di cui oltre cinquecento con un’unica spedizione ferroviaria, nel febbraio 1940. Finirono tutti nei lager.
sabato 28 giugno 2025
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Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 1919 venne firmato il trattato di Versailles.
Quella che doveva essere una conferenza volta a ristabilire una pace duratura si tramutò, invece, nella causa embrionale della seconda, immane, tragedia.
I delegati delle potenze vincitrici si ritrovarono a Versailles nel gennaio 1919, per ristabilire i nuovi assetti di un’Europa straziata da una guerra devastante, che aveva travolto assetti consolidati da secoli, con il crollo di ben 4 grandi imperi.
Già nel gennaio 1918 il presidente americano Wilson aveva enunciato i suoi 14 punti, volti a definire una pace giusta e duratura e a creare un organismo garante dell’integrità territoriale, che avrebbe dovuto vigilare su eventuali tentativi sovversivi e di destabilizzazione; in realtà, fin dalle prime battute, la conferenza di Versailles, anziché mirare a creare una situazione di armonia, si caratterizzò per il suo intento punitivo nei confronti delle nazioni vinte, che, senza essere neppure invitate, furono costrette a subire condizioni umilianti delle potenze alleate, animate da un profondo desiderio di vendetta.
La stessa associazione voluta dal presidente statunitense, la società delle nazioni, nacque, in pratica, già morta, priva di effettivi poteri e svuotata dall’assenza, tra i suoi membri, non solo di delegati dei paesi sconfitti, ma anche di quelli americani, dopo la politica d’ "isolamento" decisa dal congresso.
Se l’impero Austro-Ungarico cessò di esistere politicamente, la Germania, ove nel frattempo era stata proclamata la repubblica, si ritrovò, praticamente, in ginocchio:
considerata la causa di tutte le sciagure e la principale responsabile dei lutti provocati da 4 anni di guerra, fu privata di tutte le colonie e dell’Alsazia e della Lorena, tornate alla Francia, che si arrogò pure il diritto di sfruttare le miniere della Saar.
La fragile repubblica di Weimar fu inoltre condannata a pagare debiti di guerra astronomici, a smilitarizzare la zona del Reno, a cedere la flotta di guerra all’Inghilterra (ma le navi tedesche, confinate a Scapa Flow, preferirono l’auto-affondamento) a limitare l’esercito a soli 100.00 effettivi, a rinunciare ad artiglieria, sommergibili ed aviazione; la stessa Prussia orientale, la regione dalla quale partì il processo di unificazione del paese, venne separata dalla madrepatria, attraverso il cosiddetto "corridoio" di Danzica, creato al fine di concedere uno sbocco sul mare alla neonata Polonia e proprio il corridoio di Danzica sarebbe tragicamente divenuto noto come la causa scatenante del secondo conflitto mondiale.
La Germania post-bellica appariva come un paese sull’orlo del baratro, disastrato dalla fame, dalla miseria, dalla disoccupazione, con l’inflazione che raggiunse livelli talmente spaventosi da ridurre il marco a mera carta straccia; i tumulti di piazza, i disordini erano all’ordine del giorno e lo stesso governo appariva troppo debole per poter arginare la protesta e le insurrezioni che rendevano, sempre più concreto, lo spettro di una rivoluzione filo-bolscevica.
In una nazione distrutta ed umiliata, si fece dunque sempre più strada il partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi di Adolf Hitler, che, nel giro di pochi anni riuscì a conquistare il favore delle folle, assolutamente conquistate dai suoi appassionati discorsi, imperniati, proprio, sulla necessità di riportare la Germania ai fasti e alla grandezza di un tempo e di cancellare le umiliazioni inferte ad un popolo, destinato, necessariamente, a prendersi la rivincita sulle nazioni vincitrici.
Si può dunque dire che gli errori dei trattato di pace di Versailles furono fatali per gli equilibri europei e per i sogni di una pace stabile e certa: a causa del desiderio di vendetta delle potenze alleate, sotto la cenere della "grande guerra", covò il sentimento di rivalsa degli sconfitti, che sarebbe sfociato, nel settembre 1939, nel secondo drammatico incubo, capace di travolgere i fragili equilibri creati e responsabile, tragicamente, della morte di ben 50 milioni di persone.
giovedì 5 giugno 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 giugno.
Il 5 giugno 1945 viene fucilato a Roma il criminale fascista Pietro Koch.
Pietro Koch nasce a Benevento il 18 agosto 1918.
Nella primavera del 1943 fu chiamato alle armi nel 2º reggimento Granatieri, ma dopo lo sbandamento nazionale si spostò a Firenze e si iscrisse al Partito Fascista Repubblicano ed entrò nel “Reparto Speciale di Sicurezza” di Mario Carità.
Si mise subito in evidenza con la cattura del colonnello Marino, già aiutante del generale di corpo d’armata Mario Caracciolo di Feroleto, l’ex comandante della V Armata che aveva tentato la difesa di Firenze. Caracciolo, uno dei pochi generali che si erano opposti ai tedeschi, si era rifugiato a Roma presso il convento vaticano di San Sebastiano, sotto tutela di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo. Il capitano delle SS di via Tasso, autorizzò Koch a violare il territorio Vaticano, così la sua banda, attraverso uno stratagemma e l’appoggio esterno delle SS, riuscì ad arrestare il generale.
Le SS, dopo averlo schedato lo lasciarono a Koch che lo trasferì a Firenze presso la sede della cosiddetta Banda Carità.
Il risultato di questa azione gli permise di avere le autorizzazioni dal capo della Polizia della RSI di Salò, Tullio Tamburini, per costituirsi un suo reparto speciale. Una volta costituita la squadra speciale, che prese la denominazione ufficiale di “Reparto Speciale di Polizia Repubblicana”, si aggregarono anche diversi elementi della Banda Carità fino ad arrivare a circa una settantina di unità tra i quali anche dei sacerdoti. La formazione ottenne alcuni rapidi e clamorosi successi con irruzioni e perquisizioni nelle sedi della Chiesa. La sede del reparto si attestò nella palazzina di via Principe Amedeo 2, presso la pensione Oltremare, a Roma.
Tra gennaio e maggio 1944 la banda decimò le file degli antifascisti di Roma, tra i quali ben 23 esponenti del Partito d’Azione, che subì la pressione maggiore, di cui 21 furono fucilati alle Fosse Ardeatine
Quando, nel giugno del 1944, Roma fu liberata dagli Alleati Koch si unì al convoglio di Eugen Dollmann diretto a nord mentre la sua banda fuggì a Milano. Il Reparto Speciale, inquadrato nelle SS italiane, si insediò presso Villa Fossati (tra le vie Paolo Uccello e Masaccio), che in città sarà nominata come “Villa Triste”, attrezzandola con filo spinato, riflettori e sirene. Alcuni locali furono adibiti a stanze di tortura. Quasi tutti i componenti di Roma raggiunsero Milano, solamente alcuni furono arrestati e condannati a morte durante la loro fuga, come il questore Pietro Caruso. A Milano si inserirono anche nuovi elementi, come l’attore Osvaldo Valenti (l’uomo di collegamento fra Koch e il principe Borghese della Xª MAS), il conte-industriale Guido Stampa e altre donne (Lina Zini e Camilla Giorgiatti). (Dalla deposizione testimoniale di Luchino Visconti agli atti del processo Koch)
Koch, attraverso numerosi arresti e interrogatori brutali, ottenne in breve tempo il nome di Franco Calamandrei, Luigi Pintor, Lisa Giua Foa e nel 1944 la banda arrestò anche Luchino Visconti. Tutti loro sono stati ferocemente torturati, tranne Lisa Giua perché incinta. I metodi di tortura e le tecniche d’interrogatorio della banda divennero tristemente famosi e, vista la generalità di testimonianze concordi, quasi codificati:« Quando venni arrestato il Koch diede ordine che venissi fucilato nella notte. Per otto giorni, rinchiuso nel cosiddetto “buco” della pensione Jaccarino, attesi che la sentenza, continuamente confermata dall’aguzzino, fosse eseguita. Una sera Caruso venne in visita alla pensione e Koch, per divertirsi un poco, gli mostrò due patrioti che avevano appena finito di subire la tortura. Successivamente venni trasferito a quello che nel gergo della Jaccarino veniva definito “l’ammasso”: uno stanzone fetido, con un po’ di paglia in terra. ».
(Dalla deposizione testimoniale di Luchino Visconti agli atti del processo Koch)
L'interrogatorio avveniva nella stanza di rappresentanza di Koch alla presenza di numerosi poliziotti; se un arrestato non parlava, cioè non rivelava chi fosse e quale fosse la propria attività politica, le percosse erano immediate con: lo schiaffo scientifico, la capriola (lancio della vittima contro il muro), la corsa (un percorso da denudato dalla doccia alle celle tra due file di poliziotti che colpivano). Perché la violenza mantenesse vigore e forza gli agenti si davano il cambio; le percosse avvenivano con fruste di cuoio, con nervi di bue, con i caricatori (carichi delle cartucce); l’isolamento avveniva nel cosiddetto buco, cioè in locali angusti e soffocanti; la sospensione dei torturati: venivano legati con corde e issati in modo che il corpo non toccasse terra e lasciati così per ore; la doccia bollente: le vittime venivano denudate e spinte con manici di scopa sotto un getto d’acqua bollente; qualche testimonianza ha riferito anche dell’uso del manico di scopa come variante per violenze e abusi sessuali; la messinscena dell’esecuzione per terrorizzare le vittime: una vera esecuzione fermata all’ultimo momento.
Tra gli indagati fascisti del Reparto speciale ci furono sia fascisti intransigenti come Roberto Farinacci, che fascisti moderati come il direttore de La Stampa Concetto Pettinato. Furono svolte dagli uomini di Koch anche indagini interne nei confronti dei membri della "Muti" che esercitavano una certa rivalità nei confronti della squadra speciale. Il gruppo dirigente fascista si sentì minacciato dall'autonomia di Koch e riuscì così ad avere l'avallo di Mussolini per smantellare la banda con un'azione di forza, condotta il 25 settembre 1944 proprio da parte della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti, al comando del Questore Alberto Bettini. Secondo alcune fonti il reparto era implicato anche in un traffico di cocaina. Villa Fossati fu circondata, circa cinquanta componenti della banda vennero arrestati e fu sequestrato tutto il bottino accumulato nei mesi di attività. Il 17 dicembre 1944 Koch fu arrestato e rinchiuso al carcere di San Vittore a Milano. Successivamente, nonostante le proteste di Kappler, il Reparto fu smantellato.
Con l’aiuto dei tedeschi, Koch riuscì ad evadere il 25 aprile 1945 e da Milano si spostò a Firenze, allo scopo di ricongiungersi con Tamara Cerri, che, dopo l’arresto a Villa Fossati, era stata liberata e aveva raggiunto la sua famiglia a Firenze, per essere nuovamente catturata dagli alleati. Avuta notizia dell’arresto, il 1º giugno si presentò alla questura del capoluogo toscano dichiarando: “Se avete arrestato Tamara Cerri perché vi dica dov’è Koch, potete liberarla. Koch sono io, arrestatemi”. Subito tradotto a Roma, fu processato dopo una rapida istruttoria di due giorni, con procedura d’urgenza.
Il processo si aprì il 4 giugno nell’aula magna della Sapienza, l’interrogatorio dell’imputato e le deposizioni dei testimoni dell’accusa (l’ex-questore Morazzini e il commissario di polizia Marittoli) e a discarico (Luchino Visconti, la cui deposizione finì invece per prodursi in un ulteriore capo d’accusa) occuparono due ore; la requisitoria del PM e l’arringa difensiva di Federico Comandini, nominato avvocato d’ufficio quale Presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma, presero circa mezz’ora. Alle 11:55 l’imputato fu condotto in camera di sicurezza e alle 12:17 rientrò in aula, dando la corte lettura del dispositivo della sentenza. Condannato alla pena capitale, fu giustiziato presso il Forte Bravetta alle ore 14:21 del 5 giugno 1945.
La sua esecuzione fu filmata da Luchino Visconti.
martedì 13 maggio 2025
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Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1940 Winston Churchill tenne il suo primo discorso come capo del governo alla Camera dei Comuni.
Il primo discorso tenuto come primo ministro alla Camera dei Comuni da parte di Winston Churchill è un invito agli inglesi a difendere la propria patria. Viene pronunciato nei giorni difficili della Seconda Guerra Mondiale, nei giorni bui dopo la sconfitta britannica a Dunkerque, quando la furia bellica dei nazisti imperversava in Europa.
Segnaliamo due passaggi che sono passati alla storia:
“Dico al Parlamento come ho detto ai ministri di questo governo, che non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi la più terribile delle ordalie. Abbiamo davanti a noi molti, molti mesi di lotta e sofferenza.”
“Voi chiedete: qual è il nostro obiettivo? Posso rispondere con una parola. E’ la vittoria. Vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado qualunque terrore, vittoria per quanto lunga e dura possa essere la strada, perché senza vittoria non c’è sopravvivenza.”
Alcuni storici sostengono che l’espressione “sangue, fatica, lacrime e sudore” sia ispirata a Garibaldi, del quale Churchill era uno studioso: gli rese omaggio nel suo più ispirato discorso al parlamento e alla nazione, «rubando» le parole che Garibaldi aveva pronunciato nel 1849 davanti al Parlamento della Repubblica romana, quando ai suoi «pochi» 4700 uomini – che avrebbero dovuto fronteggiare gli 86 mila delle forze combinate francesi, spagnole, napoletane, toscane e austriache – disse: «Non ho null’altro da offrirvi se non sangue, fatica, lacrime e sudore».
venerdì 9 maggio 2025
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Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1941 la Royal Navy riesce a catturare un sommergile tedesco e al suo interno viene trovato un modello della macchina Enigma. Ciò consentirà agli Alleati di decodificare i messaggi in codice inviati dalle forze tedesche, e ciò probabilmente contribuirà in modo schiacciante alla vittoria finale nella seconda guerra mondiale.
Nel maggio 1929 morì l’ingegnere tedesco Arthur Scherbius, inventore della macchina Enigma.
Il suo brevetto, del 1918, che riprende l’invenzione del disco cifrante di Leon Battista Alberti del 1465, farà nascere una serie di modelli simili a quello iniziale, venduti perlopiù a banche ed aziende, fino a quello portatile, che verrà adottato dall’esercito nel 1924 e che avrà un grande successo durante tutta la seconda guerra mondiale rappresentando la prima vera versione di una macchina elettromeccanica di tipo cifrante in Europa.
Questa invenzione non solo rappresenta di per sé una grande conquista intellettuale, ma stimola gli Alleati a mettere in campo una grande organizzazione in Inghilterra, a Bletchley Park, con il reclutamento delle migliori menti matematiche dell’epoca, fra cui Alan Turing. Dalla sua altrettanto famosa “bomba”, ovvero un congegno inventato per automatizzare la ricerca delle possibili combinazioni della macchina Enigma a partire dai messaggi cifrati ricevuti, prende vita, grazie ad un ingegnere inglese dell’ufficio postale, Tommy Flowers, quello che per molti storici è considerato il primo vero calcolatore della storia informatica, realizzato a valvole termoioniche, noto come il “Colossus”.
Ripercorrendo i momenti salienti di questa avventura, all’ombra della Seconda Guerra Mondiale, cercheremo di mettere in luce tutti gli aspetti che la macchina Enigma ha anticipato e che ancora ritroviamo come elementi alla base della moderna sicurezza informatica.
La macchina Enigma aveva l’aspetto di una macchina per scrivere: possedeva una tastiera inferiore e una parte nella quale delle lampadine si accendevano ogniqualvolta veniva premuto un tasto sulla prima tastiera: la sequenza delle lettere che si illuminavano dava il messaggio cifrato (oppure quello in chiaro, se si batteva il testo cifrato, usando la stessa configurazione del mittente).
Nello schema seguente è riassunta la composizione fondamentale della macchina Enigma:
– abbiamo innanzitutto i rotori, cioè i dischi riportanti le 26 lettere dell’alfabeto, con fili incrociati all’interno, cosi che le lettere su una faccia risultino scambiate sull’altra. La loro posizione reciproca era segreta e costituiva una vera e propria chiave di cifratura. L’elenco delle chiavi di decriptazione ovvero le posizioni di partenza dei rotori, che doveva cambiare ogni giorno, era contenuto in volumi distribuiti mensilmente a tutte le unità coinvolte;
– la batteria di 4.5v;
– il pannello delle lampadine;
– il plugboard, ovvero il pannello a spine multiple al quale venivano collegati cavi che permettevano di incrociare alcune lettere (fino ad un massimo di 13), aumentando quindi il numero di combinazioni da analizzare da parte di un eventuale crittanalista nemico.
Nella versione originale della macchina Enigma ci sono nell’ordine da destra a sinistra: un rotore di ingresso E con ventisei contatti elettrici corrispondenti alle 26 lettere dell’alfabeto ordinate in un ordine prefissato, tre rotori N, M, L forniti di 26 contatti elettrici su ogni faccia che in modo segreto connettono ogni contatto sulla faccia destra con un contatto sulla faccia sinistra; all’estrema sinistra, un riflettore R con 26 contatti elettrici solo sulla faccia destra, accoppiati a due a due secondo un altro schema segreto. Quando l’operatore preme un tasto, un segnale elettrico parte dal rotore E e passa successivamente per i rotori N, M, L fino al riflettore e quindi ritorna indietro passando di nuovo per i tre rotori fino a illuminare una lettera che è il carattere cifrato da trasmettere.
Ad ogni nuovo carattere il rotore N ruota di una posizione; ad ogni giro completo di N, il rotore M ruota a sua volta di una posizione, e infine ad ogni giro di M, ruota di una posizione il rotore L; il funzionamento è quindi simile a quello dei moderni contachilometri ma l’inizio del giro di ogni rotore è segreto. Si tratta quindi di un codice a sostituzione polialfabetica.
Ad esempio la lettera A viene codificata nella D, e un’altra lettera A successiva, grazie al movimento dei rotori, verrà codificata in una lettera differente. Il rotore ultimo, il riflettore, è quello che permetterà di usare la macchina Enigma sia per cifrare un messaggio sia per decifrarlo. Infatti, utilizzando la macchina Enigma con lo stesso “setting” di quella usata per cifrare, la lettera D verrà decodificata nella lettera A di partenza, così tutto il messaggio potrà essere decriptato.
Dal punto di vista matematico tutto questo equivale a un sistema di permutazioni; ogni rotore effettua una permutazione delle 26 lettere, e così pure il riflettore e il dispositivo di ingresso.
Le disposizioni operative per le unità dotate della macchina Enigma prescrivevano che ogni giorno, per motivi di sicurezza, venisse modificato l’assetto della macchina, disponendo collegamenti differenti per gli spinotti del pannello, posizionamenti reciproci diversi per i tre rotori, assetto iniziale diverso, cioè la lettera da cui partire per la prima codifica, di ciascuno di essi. Come detto in precedenza, le informazioni relative erano contenute in un cifrario distribuito mensilmente ad ogni unità militare dotata di macchina Enigma.
I primi ad intuire i principi di funzionamento della macchina Enigma furono 3 matematici polacchi, che applicando la teoria delle permutazioni, riuscirono a decifrare i messaggi.
Tra il 1938 e il 1939 i Tedeschi cambiarono però le regole di cifratura e aumentarono il numero di rotori da 3 a 5 così che il metodo dei matematici polacchi perse buona parte della sua efficacia. In quel periodo la decrittazione dei messaggi Enigma da parte dell’ufficio cifra polacco fu occasionale. Il lavoro dei matematici polacchi fu quindi ripreso durante la seconda guerra mondiale dall’ufficio cifra inglese che perfezionò e migliorò i metodi di decrittazione di Enigma.
Essi riuscirono a sfruttare tecniche di spionaggio tradizionale, grazie infatti a un emissario tedesco fu possibile avere le foto dei manuali originali, e altri fattori che via via scoprirono spesso a prezzo di vite umane. Insieme a qualche “piccolo” errore di progettazione (una lettera non poteva mai essere codificata su sé stessa), alla pigrizia degli operatori tedeschi che spesso partivano con i rotori sempre nella stessa posizione (es, QQQ), corrispondenti ad iniziali di fidanzate o altre parole di uso comune dei soldati, cioè i cosiddetti cillies, e alla capacità di trovare i famosi cribs ovvero parole comuni a tutti i messaggi ricevuti (per fare un esempio, molti messaggi finivano spesso con il ben noto saluto “Heil Hitler!”), i crittanalisti riuscirono nell’impresa di decifrare gran parte dei messaggi quasi in tempo reale. Fu grazie alla vittoria della collaborazione delle menti di Bletchley Park che la Guerra dei Codici fu vinta dagli Alleati e ridusse sia la durata del conflitto mondiale che il numero totale delle vittime.
I rotori potevano essere estratti ed inseriti nella macchina secondo un ben preciso ordinamento. Con 3 rotori abbiamo 3*2 possibilità di muoverli nei 3 diversi alloggiamenti, ma con 5 rotori ne avremo ben 5*4*3=60, di fatto aggiungendo un primo ostacolo alla interpretazione corretta dei messaggi.
Il plugboard che poteva fornire fino a 13 scambi di lettere grazie a 13 cavi, contribuiva per un totale di 26!/(26-p)!*p!*2^p combinazioni dove p corrisponde al numero di cavi effettivamente usato. Con 6 cavi si totalizzavano già 100 miliardi di combinazioni possibili.
Il numero totale di combinazioni date dai 3 rotori era 26*26*26=17576, dato che ciascuno di essi aveva appunto 26 lettere che si incrociavano con altrettante sui rotori successivi.
La posizione di partenza dei rotori introduceva altre combinazioni possibili, ad esempio dati 3 rotori solo i primi 2 avevano effetto uno sull’altro, cioè il primo sul secondo ed il secondo sul terzo, quindi si devono calcolare 26*26 ulteriori combinazioni (626).
Le possibili combinazioni interne del rotore finale (riflettore) potevano aggiungere infine ulteriori possibilità di codifica diversa, fino ad arrivare a 8000 miliardi di combinazioni possibili.
Moltiplicando tutti i numeri tra di loro ne nascono 3*10^114 combinazioni, più o meno equivalenti a 2^77.
Se si considera la versione di Enigma con 5 rotori, quella usata nella Marina, il numero di combinazioni aumenta vertiginosamente ed una decodifica manuale sarebbe stata inconcepibile. Fu quindi necessario tutto il genio di Alan Turing per concepire prima e costruire dopo una macchina elettromeccanica in grado di riprodurre un numero elevatissimo di combinazioni alla ricerca di quella giusta per poter decifrare il messaggio segreto ricevuto.
Come i moderni algoritmi di crittografia, il segreto principale risiedeva nella chiave usata (ovvero la configurazione completa della macchina) che ogni operatore doveva in teoria cambiare alla mezzanotte di ogni giorno seguendo il manuale mensile di configurazione. Anche se gli alleati riuscirono a procurarsi esemplari di macchine Enigma, la decifrazione dei messaggi richiedeva la conoscenza della chiave usata per quel giorno. Ma proprio la fiducia totale riposta nella certezza di inviolabilità del codice Enigma, grazie al numero enorme di combinazioni possibili, si rivelerà il tallone d’Achille dell’Intelligence tedesca.
Riassumiamo dunque le principali caratteristiche della macchina Enigma, in termini moderni:
L’algoritmo di cifratura era uguale all’algoritmo di decifratura e l’algoritmo alla base del DES (Data Encryption Standard) del 1976, il primo degno di nota nella storia informatica aveva ad esempio questa stessa caratteristica.
La cifratura usata era una sostituzione polialfabetica come quella inventata nel 1465 da Leon battista Alberti. Si basava su sostituzione e permutazione delle lettere, come suggerito dai principi di “confusione” e “diffusione” definiti in un articolo di C.Shannon (matematico ed ingegnere statunitense, considerato il padre della teoria dell’informazione) nel 1949.
La matematica ci fornisce un calcolo della equivalente lunghezza della chiave dei moderni algoritmi di cifratura simmetrica, vale a dire di circa 77 bit; l’algoritmo DES ne usa una da 56 bit, mentre il nuovo standard AES (Advanced Encryption Standard), oggi universalmente utilizzato in vari ambiti, parte da 128.
La tastiera della macchina Enigma presentava la sequenza QWERTZU in prima fila, molto simile all’attuale sequenza QWERTY delle comuni tastiere di computer.
Era una macchina portatile con alimentazione di 4.5v, un peso di circa 9kg.
Presentava un manuale di configurazione abbastanza semplice.
Poteva essere programmata in vari modelli, uno per la Marina, uno per l’esercito, uno per l’aviazione, tutti differenti ma conservando la compatibilità tra di loro.
Era facile da riparare.
Aveva anche l’opzione per stampare i messaggi in modo “remoto”, tramite una piccola stampante che poteva imprimere i messaggi su un piccolo nastro di carta. Ciò rendeva inutile la presenza di un secondo operatore che leggesse le lampadine e ne scrivesse le lettere. La stampante si collocava sulla parte alta della macchina Enigma ed era connessa al pannello di lampadine; per installarla il coperchio e tutte le lampadine dovevano essere rimosse.
La macchina Enigma ha anticipato, come si può notare, in tanti aspetti, le caratteristiche sia dei computer di oggi che della parte di codice, potremmo dire sia lato hardware che software, riferiti ovviamente alla crittografia.
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