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mercoledì 29 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1900 a Monza, l'anarchico Gaetano Bresci uccideva Re Umberto I di Savoia, di fatto chiudendo per sempre l'800 italiano.
All’epoca la ginnastica era lo sport più popolare per la penisola. A Monza il 29 luglio 1900, con inizio alle ore 20,30, si teneva una manifestazione ginnica pan italiana organizzata dalla società locale “Forti e liberi”, cui avrebbe presenziato il re. Egli sarebbe arrivato alle 21,30, avrebbe premiato i vincitori alle 22, e se ne sarebbe andato alle 22,30. E ciò puntualmente avvenne.
Il 27 luglio Bresci lascia Milano e si sposta a Monza, dove alloggia da un’affittacamere, avendo cercato dapprima un’altra stanza per un amico che mai verrà. E’ certo che a Monza ispezionò a lungo il percorso che doveva fare il re per giungere al campo della manifestazione ginnica, un’area a prato a lato di via Matteo da Campione. A tutti parve chiaro che l’intenzione era quella di colpirlo durante il tragitto, cosa che non gli riuscì.
La mattina del 29 luglio Bresci s’alza per le 7,30, perde circa un’ora per lavarsi e farsi le unghie, s’abbiglia elegantemente, compie vari spostamenti per la città, sosta varie volte in una “caffetteria”, dove consuma cinque gelati suscitando un certo stupore della proprietaria. Si dimostra nervoso. Nella “caffetteria” avrà anche un compagno di gelato con cui poi pranzò. All’epoca dei fatti, rimase del tutto sconosciuto. Arrigo Petacco, che ha compiuto apposite indagini, è certo trattarsi d’un occasionale incontro, una persona che si dileguò nell’ombra, e a ragione, visti tutti gli arresti, e di cui seppe la storia dalla figlia.
Infine è sera. Il re, causa i vari attentati, in pubblico indossava una corazza. Ma la sera era torrida oltre il caldo usuale della stagione, tanto che il re aveva previsto temporale. Per il caldo non aveva indossato la corazza. Non sappiamo se gli avrebbe salvato la vita. Bresci, sapendo di questa protezione, aveva limato le cartucce in punta a forma di croce, per dar loro una migliore penetrazione. Pochi minuti dopo l’ingresso del re in carrozza, Bresci entra nel campo ginnico, e si colloca a una decina di metri dal re, nella terza fila degli spettatori. La premiazione avvenne alle 22, vinse la squadra locale. Come il re se n’andò con la sua berlina a due cavalli, Bresci gli sparò tre colpi di pistola, anche se qualcuno suppose quattro in quanto mancavano quattro cartucce alla pistola. Il re morì alcuni minuti dopo, si dice varcando il cancello di Villa Reale. Particolare curioso, quasi grottesco, l’erede al trono Vittorio Emanuele era in viaggio di piacere con la consorte Elena sullo yacht “Yela”, il nome montenegrino della moglie Elena. Quella sera aveva appena iniziato il viaggio di ritorno e, così, mancando i collegamenti radio, solo dopo tre giorni ebbe la notizia, assieme a quella d’essere da tre giorni re! Il primo provvedimento che compì fu singolare quanto indice della sua mentalità misogina, quello di far scacciare dalla camera mortuaria la duchessa Litta, con l’ordine di non farsi più vedere a corte. Farà anche spegnere l’illuminazione del vialetto galante, e murare il cancello con cui s’accedeva alla dimora della duchessa. Ma diserterà Villa Reale di Monza.
Bresci fu rapidamente disarmato, anche se non è molto chiaro, tra le varie versioni, chi effettivamente lo disarmò. Infatti, particolare questo ameno, molte persone rivendicarono a sé la gloria d’averlo disarmato, e la bega proseguì anche al processo, interrotta dal giudice. E’ certo che verrà arrestato mentre cercava di dileguarsi passando per un turista, avendo per di più al collo la solita macchina fotografica, mentre si dichiarava del tutto estraneo. Verrà malmenato pesantemente dai ginnasti. Sorprendentemente, dopo il breve interrogatorio, domanderà di dormire. E dormirà profondamente sino alla mattina dopo.
Quella notte su Monza scoppiò un furioso temporale che isolò la città. Inoltre fu circondata dall’esercito, o per impedire che complici fuggissero, o per non far circolare la notizia troppo presto. Essa, seppur per canali ristretti, passò, e buona parte dei giornali, magari con qualche ritardo, il giorno dopo uscivano col regicidio. Interessanti, accanto alle scontate manifestazioni contro le sinistre, in particolare contro sedi socialiste, associazioni operaie, circoli anarchici, ci furono quelle più sotterranee di giubilo, persino pranzi e bicchierate, che costarono centinaia d’arresti, carcere e confino, anche se probabilmente non tutte erano reali.
Agli interrogatori Bresci si mostrò puntiglioso, volendo fare puntualizzazioni, correggere errori di verbalizzazione, compresi gli ortografici. Era nel suo carattere. Il tribunale gli diede come avvocato d’ufficio il decano degli avvocati milanesi, Luigi Martelli, liberale filo monarchico. Bresci nominò, sorprendentemente, Filippo Turati!  Turati non volle accettare sia per non esporre il partito, sia perché erano anche dieci anni che non professava più e, per di più, era oberato d’impegni d’ogni tipo. Ma probabilmente al rifiuto contribuì l’impressione del tutto negativa che gli fece Bresci, di cui non comprese la matrice politica del gesto. Siccome era stato l’avvocato di tutta una serie d’attentatori e ribelli, nel partito socialista vi fu una lacerazione con forti polemiche. Comunque ebbe un colloquio con Bresci in cui gli propose come avvocato Saverio Merlino, che avrebbe incontrato a Roma. Saverio Merlino era un anarchico di spicco della generazione precedente quella di Bresci, anche se in quei mesi si stava spostando su posizioni socialiste. Suo malgrado, faceva parte in quegli anni del gruppo che polizia e giornali conservatori chiamavano dei tre M, a cui si attribuivano cospirazioni internazionali. Gli altri due erano Malatesta e Charles Malato, un anarchico francese d’impronta ancora insurrezionalista, il cui padre era italiano. Merlino era sia attivista che teorico, ma anche critico del socialismo. Avvocato, tra un confino e un carcere, una lunga fuga all’estero e l’altra, riusciva persino a professare, inutile dirlo, specie e soprattutto a favore d’anarchici e socialisti sotto processo. Razionali e precise, valide ancora oggi, sono le sue tesi a smantellare le teorie marxiste, oggi diremmo marxiane, secondo cui il marxismo era diventato un dogma e non un sistema empirico da assoggettare a verifiche.
Bresci accettò. Però la raccomandata di Turati, in cui gli comunicava il consenso di Merlino, fu trattenuta due giorni dalla direzione del carcere di S. Vittore, dove Bresci era incarcerato. Cosicché la lettera di nomina a Merlino giunse solo due giorni prima del processo, nel pomeriggio, e l’avvocato non ebbe il tempo nemmeno per il colloquio preliminare con l’assistito. Anzi, partito la sera della vigilia del processo, in luogo di dormire sul treno studiò la causa. Riuscì a raggiungere il tribunale milanese poco prima dell’inizio del processo, esausto, pedinato da uno stuolo di poliziotti in borghese. C’era un’altra irregolarità, formale e ben più grave.  L’ordinanza che fissava il processo venne emessa dopo la citazione dei giurati, e la scelta della giuria doveva essere fatta dopo. L’avvocato Merlino, in apertura d’udienza, protestò, domandò un nuovo sorteggio dei giurati, ma inutilmente. La corte, riunitasi, respinse l’istanza. Come respinse la richiesta di rinvio per la presentazione di testi americani: era un processo che s’aveva da fare subito e a modo della corte.
Il processo fu celebrato il 29 agosto 1900. L’udienza fu aperta alle ore 9, ma Bresci fu svegliato alle tre del mattino e, di questo, protestò persino in aula, varie volte, dichiarandosi incapace di difendersi per la perdita del sonno. Il dibattimento e l’escussione dei testi iniziò alle ore 10,30. Alle 12,30 una pausa d’un’ora. Alle 18,30 era tutto finito.
Il clamore per il processo fu enorme, e la piazza antistante il tribunale sgombrata della folla, con cordoni militari un po’ d’ovunque. I posti per gli avvocati e giornalisti in aula erano 400, e tra i giornalisti vi era tutta la stampa che contava, estera compresa. Lo spazio per il pubblico era di 200 posti, numerati. S’entrava con una speciale tessera. Però metà del pubblico era dato da funzionari della polizia e da poliziotti in borghese. E questo pubblico artificiale, rumoreggerà in continuazione durante l’arringa di Merlino.
Il processo è senza storia. Il procuratore generale sosterrà, a parole e senza prove, la tesi del complotto. In tutto una requisitoria sconcertante per pochezza e approssimazione, oltre tutto assai breve. L’avvocato Merlino, prendendo spunto da incaute frasi del procuratore che accusava l’anarchia, l’anarchismo e gli anarchici di terrorismo e attentati, tali da giustificare il gesto di Bresci, gli fece una documentata, quanto inventata su due piedi (ma per lui era un pezzo da copione) storia degli attentatori nella storia, in cui gli anarchici, poverini, venivano buoni ultimi. Ricordò perfino le infuocate parole di Brofferio nel parlamento subalpino per elogiare il repubblicano Orsini quando attentò a Napoleone III. Era polemica vecchia tra anarchici e repubblicani. Questi gettarono più bombe su regnanti e governanti di tutti gli altri messi assieme, ma, appena giunti al potere, riversarono sugli anarchici l’onta d’attentatori.
La linea difensiva di Merlino era da un lato di condannare il gesto di Bresci, però spostando il movente sulle cause sociali, sopratutto italiane, che spingevano alcuni anarchici a gesti del genere. Così mise sotto accusa tutta la classe dirigente e tutta la pratica politica della vittima. Va da se che fu interrotto in continuazione dal presidente, ma anche dal pubblico ministero, tanto che alla fine, detto buona parte quanto aveva da dire, troncò il suo flusso di pensiero e, rivolto ai giurati, facendo un razionale e eloquente distinguo tra vendetta e giustizia, domandò le attenuanti. Oltre non poteva fare.
L’avvocato d’ufficio aveva preparato una tesi di pazzia, per cui si trovò, dopo l’arringa di Merlino, spiazzato. Comunque la sostenne, assai imbarazzato, smentito clamorosamente da Bresci che rivendicò sia la salute mentale, sia la natura politica del regicidio.
I giurati giudicarono colpevole Bresci senza attenuanti, e ciò comportava l’ergastolo. La corte inflisse anche sette anni di segregazione cellulare, veramente molti. Fatto curioso, il presidente, nel leggere la sentenza, recitò la frase iniziale di rito non in nome del nuovo regnante, ma in nome di Umberto I re d’Italia!
Bresci resterà vari mesi ancora a S. Vittore, in quanto è probabile non si sapesse dove inviarlo per le eccezionali misure di sicurezza che un detenuto del genere causava. Alla fine viene inviato a Portolongone, il 5 novembre, e la cella è quella di Passanante, dove impazzì. Era tre metri sotto il livello del mare. Occorre però dire che difficilmente da una segregazione cellulare lunga i detenuti uscivano vivi, e, se scampavano, era perché, impazziti, passavano al manicomio criminale. Però le leggi in materia carceraria erano cambiate, quella cella era illegale, per cui tra gli ergastolani, che già simpatizzavano per Bresci, iniziarono esplicite disapprovazioni, quasi sedizioni, tanto ch’era tutto un inneggiare a Bresci. Nel frattempo era stata approntata una cella fortezza nell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Essa era stata copiata dal modello della cella per Dreyfus all’Isola del Diavolo. Era una al piano rialzato scosto dal corpo dell’ergastolo dove erano i detenuti, più larga delle cellulari di norma, che erano due metri quadrati, essendo tre per tre metri. Aveva una finestrella in alto con una sbarra trasversale. Ai lati della cella erano due altre celle, da cui, con uno spioncino, i sorveglianti potevano, e dovevano, sorvegliare a vista Bresci giorno e notte. Attorno un corridoio, una specie di camminamento. Era, insomma, una piccola torre fortificata. Inoltre per accedere a essa occorreva passare due cancelli. Si dice che per la sorveglianza di Bresci occorressero un centinaio in più di persone, tanto che fu spostato sull’isola un battaglione dell’esercito.
Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente.
Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolar sconcertante, Arrigo Petacco dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore». Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi.
Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il noto scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicidato, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.


martedì 21 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 2001, nell'ambito del G8 di Genova, avvenne un assalto da parte delle forze dell'ordine alla Scuola Diaz, sede del coordinamento dei comitati di protesta anti G8.
Il giorno prima, durante una dei tanti scontri di giornata tra manifestanti e polizia, era morto Carlo Giuliani, colpito da un'arma da fuoco sparata da un carabiniere. Gli animi di tutti erano perciò già particolarmente esasperati.
La scuola Diaz e l'adiacente scuola Pascoli, nel quartiere di Albaro, in origine erano state concesse dal comune di Genova al Genoa Social Forum come sede del loro media center e, in seguito alla pioggia insistente che aveva costretto a evacuare alcuni campeggi, anche come dormitorio. Secondo le testimonianze dei manifestanti la zona era divenuta un punto di ritrovo di molti manifestanti, soprattutto tra chi non conosceva la città, venendo frequentata durante le tre giornate anche da coloro che non erano autorizzati a dormire nell'edificio e, sempre secondo quanto riferito dai manifestanti e dal personale delle associazioni che avevano sede nella Pascoli, non vi erano particolari situazioni di tensione nei due edifici.
Intorno alle ore 21.00, circa due ore prima della perquisizione e mezz'ora prima della supposta aggressione alle forze dell'ordine, alcuni cittadini segnalarono la presenza in zona (via Trento, piazza Merani e via Cesare Battisti) di alcuni manifestanti intenti a posizionare dei cassonetti dell'immondizia in mezzo alla strada ed intenti a liberarsi di caschi e alcuni bastoni. Una volante della polizia mandata a verificare rilevò la presenza di un centinaio di persone davanti alla scuola Diaz, senza però essere in grado di verificare se fossero i soggetti segnalati dalle telefonate o se stessero realmente spostando i cassonetti in mezzo alla strada.
Successivamente la segnalazione di un attacco a una pattuglia di poliziotti portò alla decisione da parte delle forze dell'ordine di effettuare una perquisizione presso la scuola Diaz e, ufficialmente per errore, alla vicina scuola Pascoli dove stavano dormendo 93 persone tra ragazzi e giornalisti in gran parte stranieri, la maggior parte dei quali accreditati; il verbale della polizia parlò di una "perquisizione" poiché si sospettava la presenza di simpatizzanti del Black block ma, a distanza di anni, resta tuttora senza motivazione ufficiale l'uso della tenuta antisommossa per effettuare una perquisizione.
Tutti gli occupanti furono arrestati e la maggior parte picchiata, sebbene non avessero opposto alcuna resistenza; i giornalisti accorsi alla scuola Diaz videro decine di persone portate fuori in barella, uno dei quali rimase in coma per due giorni, ma la portavoce della Questura dichiarò in conferenza stampa che 63 di essi avevano pregresse ferite e contusioni e mostrò il materiale sequestrato senza dare risposte agli interrogativi posti dai giornalisti. Le immagini delle riprese mostrarono muri, pavimenti e termosifoni macchiati di sangue, a nessuno degli arrestati venne comunicato di essere in arresto e dell'eventuale reato contestato, tanto che molti di loro scoprirono solo in ospedale, a volte attraverso i giornali, di essere stati arrestati per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione ed al saccheggio, resistenza aggravata e porto d'armi.
Dei 63 feriti tre ebbero la prognosi riservata: la ventottenne studentessa tedesca di archeologia Melanie Jonasch, la quale subì un trauma cranico cerebrale con frattura della rocca petrosa sinistra, ematomi cranici vari, contusioni multiple al dorso, spalla ed arto superiore destro, frattura della mastoide sinistra, ematomi alla schiena ed alle natiche; il tedesco Karl Wolfgang Baro, trauma cranico con emorragia venosa, ed il giornalista inglese Mark Covell, mano sinistra e 8 costole fratturate, perforazione del polmone, trauma emitorace, spalla ed omero, oltre alla perdita di 16 denti, ed il cui pestaggio, avvenuto a metà strada tra le due scuole, venne ripreso in un video.
La versione ufficiale del reparto mobile di Genova fu che l'assalto sarebbe stato motivato da una sassaiola proveniente dalla scuola verso una pattuglia delle forze dell'ordine che transitava in strada alle ore 21.30 circa, anche se in alcune relazioni l'orario fu indicato nelle 22.30; il vicequestore Massimiliano Di Bernardini, in servizio alla Mobile di Roma ed in quei giorni aggregato a Genova, riferì in un primo tempo di essere transitato "a passo d'uomo", a causa di alcune vetture presenti nella strada molto stretta, davanti alla scuola con quattro vetture e che il cortile della scuola ed i marciapiedi "erano occupati da un nutrito gruppo, circa 200 persone, molti dei quali indossavano capi di abbigliamento di color nero, simile a quello tipicamente usato dai gruppi definiti Black bloc" e che questi avevano fatto bersaglio i mezzi con "un folto lancio di oggetti e pietre contro il contingente, cercando di assalire le autovetture", ma che queste riuscirono ad allontanarsi, nonostante la folla li inseguisse, "azionando anche i segnali di emergenza".
Le forze dell'ordine tuttavia non furono in grado di fornire indicazioni precise sui mezzi coinvolti, né su chi li guidava e le testimonianze sulla presenza di centinaia di simpatizzanti dei black bloc non venne confermata da altre fonti; successivamente Di Bernardini ammise di non aver assistito direttamente al lancio di oggetti e di avere "visto volare una bottiglia di birra sopra una delle quattro auto della polizia e una persona che si aggrappava allo specchio retrovisore", ma di aver riportato quanto riferitogli da altri. Successivamente tre agenti sostennero che un grosso sasso aveva sfondato un vetro blindato del loro furgone, un singolo mezzo, rispetto ai quattro dichiarati in un primo tempo, e che il mezzo venne poi portato in un'officina della polizia per le riparazioni; tale episodio tuttavia non risultò dai verbali dei superiori, stilati dopo l'irruzione, che invece riportano di una fitta sassaiola, né fu possibile identificare il mezzo che sarebbe stato coinvolto.
Testimonianze successive di altri agenti, rese durante le indagini, sostennero al contrario, il lancio di un bullone, evento a cui i superiori non avrebbero assistito, e di una bottiglia di birra, lanciata in direzione di quattro auto della polizia, a una delle quali si era aggrappato un manifestante. Alcuni giornalisti ed operatori presenti all'esterno della Pascoli racconteranno invece di aver visto solo una volante della polizia in coda insieme ad altre auto dietro un autobus che sostava in mezzo alla strada per far salire i manifestanti diretti alla stazione ferroviaria, la quale, giunta all'altezza delle due scuole, accelerò di colpo "sgommando", ed in quel momento venne lanciata una bottiglia che si infranse a terra a diversi metri di distanza dall'auto ormai lontana; versione confermata in parte da altri testimoni all'interno dell'edificio, i quali affermarono di aver sentito il rumore di una forte accelerata, seguito pochi istanti dopo da alcune urla e dal tonfo di un vetro infranto. Tali versioni, contrastanti in date ed in tempi diversi, hanno posto fortemente in dubbio l'effettivo verificarsi del fatto addotto a motivo dell'irruzione.
L'ora di arrivo delle forze dell'ordine di fronte all'edificio, diversa a seconda delle ricostruzioni effettuate da alcune delle difese degli appartenenti alle stesse rispetto ad altre testimonianze, è stata dibattuta durante i primi due gradi del processo; la Corte di Appello di Genova, concordando con le conclusioni del Tribunale di primo grado, ricostruì nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, tramite il confronto dei filmati che mostrarono l'uso di cellulari con i tabulati delle telefonate e gli orari di arrivo degli agenti:
    « Sulla base di tale elaborato il Tribunale ha ritenuto che l'arrivo delle forze di Polizia in Piazza Merani sia avvenuto alle ore 23.57.00 (orario desumibile anche dalla trasmissione in diretta di radio GAP, perché è in quel momento che il programma in corso viene bruscamente interrotto per dare notizia dell'arrivo della Polizia in assetto antisommossa), che l'ingresso dei reparti di Polizia operanti all'interno del cortile della scuola sia avvenuto alle 23.59.17 (visibile lo sfondamento del cancello del cortile mediante il mezzo del Reparto Mobile di Roma nel rep. 175), e che l'apertura del portone centrale in legno sia avvenuta alle ore 00.00.15 (visibile dai rep. filmati n. 175 e n. 239), meno di un minuto dopo l'ingresso nel cortile. »
All'operazione di polizia hanno preso parte un numero tutt'oggi imprecisato di agenti: la Corte di Appello di Genova, pur richiamando questo fatto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, basandosi sulle informazioni fornite durante il processo da Vincenzo Canterini, li stima in circa "346 Poliziotti, oltre a 149 Carabinieri incaricati della cinturazione degli edifici".
Un ulteriore lancio di sassi e altri oggetti verso le forze dell'ordine, una volta che queste si erano radunate fuori dall'edificio, definito "fittissimo lancio" nel verbale di arresto dei manifestanti e addotto a ulteriore motivo dell'irruzione nella scuola al fine di assicurare alla giustizia i presunti manifestanti violenti) è stato escluso nel corso del processo dall'analisi dei filmati disponibili da parte del RIS. L'agente che, dal verbale, risultava aver assistito al lancio di un maglio spaccapietre dalle finestre della scuola, sentito al processo si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre un altro dei firmatari dello stesso verbale riferirà di aver visto in realtà solo "due pietre di piccole dimensioni" cadute "nel cortile della scuola". La Corte d'appello, nella ricostruzione dei fatti contenuta nelle motivazioni della sentenza, ricostruisce così gli avvenimenti:
    « In ogni caso le emergenze probatorie raccolte escludono che si sia trattato di condotta particolarmente significativa e pericolosa, e che abbia avuto le caratteristiche con le quali è stata descritta negli atti sopra menzionati. Basta rilevare che gran parte della scena dallo sfondamento del cancello, al successivo ingresso nel cortile fino all’apertura del portone è stata ripresa nel filmato in atti, e che lo stesso, pure oggetto di attenta consulenza da parte dei RIS di Parma, non consente di apprezzare la caduta e tanto meno il lancio di oggetti (per cui se caduta vi è stata si deve essere trattato di oggetti di dimensioni insignificanti), come del resto confermato dal fatto che a terra nulla di tal genere è stato poi ritrovato, e che gran parte degli operatori staziona nel cortile senza assumere alcun atteggiamento di difesa o riparo da oggetti provenienti dall’alto (tra questi lo stesso Canterini che non indossa il casco, comportamento che per la sua esperienza di comandante non può essere dettato da leggerezza). Solo nella fase immediatamente precedente l’ingresso nella scuola, dopo l’apertura del primo portone, alcuni operatori portano lo scudo sulla testa, ma la condotta è ambigua, perché nello stesso frangente si vedono altri operatori nelle vicinanze che non assumono alcun atteggiamento protettivo; inoltre è stata fornita una spiegazione di tale condotta [...] ravvisata in una specifica tecnica operativa di approccio agli edifici, che contempla tale manovra in via cautelativa sempre, anche in assenza di effettivo pericolo. »
L'arresto in massa senza mandato di cattura venne giustificato in base alla contestazione dell'unico reato della legislazione italiana, esclusa la flagranza, che lo prevede, ovvero il reato di detenzione di armi in ambiente chiuso; dopo la perquisizione le forze dell'ordine mostrarono ai giornalisti gli oggetti rinvenuti, tra cui coltellini multiuso, sbarre metalliche e attrezzi che si rivelarono provenire dal cantiere per la ristrutturazione della scuola, alcune barre di metallo appartenenti ai rinforzi degli zaini (e, come evidenzieranno i giudici del processo d'appello, appositamente estratte da questi per essere mostrate come prove della presenza di possibili armi) e 2 bombe molotov. Lo molotov si scopriranno essere state sequestrate il giorno stesso in tutt'altro luogo e portate all'interno dell'edificio dalle stesse forze dell'ordine per creare false prove: un video dell'emittente locale Primocanale, visionato ad un anno dei fatti, mostrò infatti il sacchetto con le molotov in mano ai funzionari di polizia al di fuori della scuola e la scoperta di questo video porterà alla confessione di un agente, il quale ammise di aver ricevuto l'ordine di portarle davanti alla scuola.
Nella stessa operazione venne perquisita, per errore, stando alle testimonianze dei funzionari durante i processi, anche l'adiacente scuola Pascoli, che ospitava l'infermeria, il media center ed il servizio legale del Genoa Social Forum, che lamentò la sparizione di alcuni dischi fissi dei computer e di supporti di memoria contenenti materiale sui cortei e sugli scontri, oltre alle testimonianze di molti manifestanti circa i fatti dei giorni precedenti, sia su supporto informatico che cartaceo. Alcuni dei computer che erano stati dati in comodato al Genoa Social Forum dal Comune e dalla Provincia ed alcuni computer portatili dei giornalisti e dei legali presenti vennero distrutti durante la perquisizione; poche ore prima dell'assalto, in un comunicato stampa diffuso dal Genoa Legal Forum, si annunciò che il giorno successivo sarebbe stata sporta denuncia contro le forze dell'ordine per quanto avvenuto in quei giorni, avvalendosi di questo materiale; la Federazione nazionale della stampa si costituì parte civile al processo contro questa irruzione.
Durante le indagini vennero rese note le difficoltà a risalire ai firmatari dei verbali di arresto e perquisizione, contenenti 15 firme il primo e 9 il secondo (quesi ultimi firmatari anche del primo). Alla fine del processo di secondo grado una firma del verbale di arresto risultava ancora non identificata; a tal proposito la corte di appello, nelle motivazioni della sentenza, afferma:
    « La peculiarità dei verbali di perquisizione e sequestro, e di arresto oggetto del presente giudizio consiste innanzi tutto nella mancata indicazione nominativa dei verbalizzanti, posto che gli atti esordiscono con la frase “noi sottoscritti Ufficiali ed Agenti di Polizia Giudiziaria effettivi a…” seguita dalla indicazione dei rispettivi corpi di appartenenza, ma senza specificazione delle generalità. Gli inquirenti hanno dovuto così investigare in base alle firme di sottoscrizione, spesso mere sigle, con il risultato che uno dei firmatari del verbale di arresto è rimasto ignoto (circostanza significativa secondo l’accusa pubblica della mancata collaborazione nelle indagini da parte della Polizia, pur delegata dalla Procura a investigare sui tragici fatti). »
Tutti gli arrestati della scuola Diaz e della scuola Pascoli vennero in seguito rilasciati, alcuni la sera stessa, altri nei giorni successivi, e con il tempo caddero tutte le accuse ai manifestanti; per quanto riguarda l'accoltellamento di un agente, fatto che venne contestato dalle perizie del RIS, secondo le quali i tagli sarebbero stati procurati appositamente, ma ritenuto invece veritiero dal consulente tecnico del tribunale. L'agente, come rimarcato sia dal procuratore generale sia dai giudici nel processo di secondo grado, cambiò versione sull'avvenimento diverse volte, al pari di un collega che inizialmente aveva sostenuto la sua tesi, e nei 7 anni di indagini non si trovò nessun altro agente che ammise di aver assistito direttamente alla scena. L'agente nel processo di primo grado venne comunque assolto, seppur con forma dubitativa, ritenendo veritiera l'ultima delle sue versioni, mentre nel processo di secondo grado la ricostruzione venne ritenuta falsa. Gli arrestati stranieri vennero espulsi dall'Italia dopo il rilascio. La corte di cassazione ha condannato i poliziotti responsabili dei pestaggi della scuola Diaz, ma grazie all'indulto non sconteranno alcun giorno di carcere, per loro vi è solo la sospensione dal servizio. I loro capi sono stati interdetti dai pubblici uffici per cinque anni.

venerdì 20 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin furono uccisi mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d'armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l'esercito ed altre istituzioni italiane. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.
La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell'azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati alle vittime, poiché l'autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell'Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali. La commissione non ha però approfondito la possibilità che l'omicidio possa essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche personalità dell'economia italiana.
Sulla "scena del delitto" erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
Lo stesso singolo proiettile, proveniente secondo la perizia balistica da un fucile a lungo raggio di fabbricazione russa, avrebbe colpito entrambe le vittime mancando però la loro scorta, uscita indenne dalla sparatoria. Questa ricostruzione dell'agguato si sposa difficilmente con la tesi di un eventuale rapimento, degenerato in tragedia.
Ad ulteriore conferma dei dubbi che avvolgono il caso, appare anomalo nell'eventualità di una rapina o di un rapimento che le vittime non siano state derubate dei loro soldi. I genitori di Ilaria Alpi lamentano inoltre la mancanza di alcuni effetti personali nell'inventario restituito, e in particolare una parte consistente dei suoi taccuini di appunti.
I corpi sono riportati in Italia a bordo della nave ammiraglia Garibaldi assieme al materiale girato, gli appunti della giornalista, ma nessuna delle possibili fonti d'indizio sembra fornire elementi decisivi per far luce sul caso. Le indagini condotte dalla polizia somala si sono immediatamente arenate su vaghe ipotesi investigative, e nessun particolare degno di significato pare far luce sulla dinamica del duplice omicidio, salvo le ultime indiscrezioni emerse a quattordici anni di distanza e riportate da “Chi l'ha visto?”.
La missione UNOSOM II si conclude definitivamente nel 1995, lasciando la martoriata Somalia in balia dei clan; in due anni cadono nei territori della ex colonia 13 militari italiani, ma dopo il ritorno in patria l'operato del contingente di pace è investito dalle polemiche: secondo immagini terribili, pubblicate già nel giugno 1993 dal settimanale “Epoca” e poi riprese da “Panorama” nel 1997, i nostri soldati avrebbero inflitto violenze e torture a dei prigionieri somali.
Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che ha fornito importanti rivelazioni su questo scandalo, è intervenuto anche sul caso Alpi, riportando una confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto durante i difficili giorni a Mogadiscio: “Non ho paura dei somali, ma degli italiani”.
Il 12 gennaio 1998 viene arrestato il somalo Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per deporre sulla vicenda delle torture e riconosciuto dall'autista che accompagnava Alpi e Hrovatin sul pick up Toyota dove hanno trovato la morte. Assolto nel 1999, Hassan viene condannato nel 2000 all'ergastolo dalla Corte d'Assise e d'Appello di Roma, ma nel 2001 la Corte di Cassazione stempera la condanna dalle aggravanti della premeditazione, tuttavia nel 2015 il suo processo viene rivisto, portando l'anno successivo alla sua assoluzione, dopo aver scontato 17 dei 26 anni di carcere a cui era stato condannato
La Commissione parlamentare d'Inchiesta sul caso, insediata a dieci anni dall'omicidio nel gennaio del 2004 e presieduta dall'avvocato Carlo Taormina, conclude i propri lavori dopo due anni presentando, il 23 febbraio 2006, due relazioni dal contenuto contrastante.
Sostanzialmente, mentre la Presidenza della Commissione ritiene l'agguato un fallito rapimento, una tragica fatalità dovuta all'accidentale incontro delle vittime con una banda di criminali locali, la conclusione di minoranza, di segno opposto, lascia spazio alla triste eventualità dell'agguato premeditato contro dei testimoni scomodi.
Il procedere delle indagini è altrettanto controverso, dato l'insolito zelo con cui sono disposte perquisizioni ed intercettazioni, in particolare verso numerosi professionisti della stampa come Maurizio Torrealta (collega di Alpi), e mentre giungono da più parti rimostranze circa la costituzionalità dei provvedimenti, i titolari della Commissione lamentano depistaggi e interferenze, rifiutando nel settembre 2005 alla Procura di Roma l'autorizzazione a partecipare alla perizia sull'autovettura dove Alpi e Hrovatin sono stati colpiti. La Corte Costituzionale ha sanzionato, il 15 febbraio 2008, tale disposizione.
Il GIP Emanuele Cersosimo riapre l'inchiesta il 3 dicembre 2007, nella convinzione che esista un legame tra il duplice omicidio e le tangenti, i loschi affari orbitanti attorno alla cooperazione internazionale in un paese governato dai signori della guerra, e rifiuta, dopo un esame delle prove finora raccolte anche nell'ambito della Commissione parlamentare, la domanda di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma.
Pertanto, accogliendo le richieste dei familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, vengono concessi ai Pubblici Ministeri ulteriori sei mesi per proseguire le indagini.
L'ordinanza del giudice apre all'ipotesi, definita come “più probabile ricostruzione”, dell'omicidio su commissione in seguito alle indagini condotte da Alpi su presunti traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche l'Italia.
Nel gennaio 2011 la Commissione parlamentare annuncia la riapertura delle indagini sul caso.

lunedì 16 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Giovedì 16 marzo 1978, alle 9.02 del mattino, in via Fani all'incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rossi rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccide i cinque componenti della scorta: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.
Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater la disposizione del commando era la seguente: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c'è Mario Moretti. A controllare l'incrocio c'è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora , collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull'Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch'essi collocati sul lato sinistro della vettura. Su Via Stresa c'è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l'Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell'agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il” cancelletto superiore” c'è un'altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadra dunque con il racconto di Morucci.
ll primo ottobre del 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositano una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c'è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dalla parte del passeggero.
Si scoprirà in seguito che del gruppo di fuoco fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un'altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della "compagna Marzia" nella strage di via Fani hanno parlato successivamente Valerio Morucci e Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128.
Altre zone d'ombra permangono sulla dinamica dei fatti quel giorno a Via Fani. Quello stesso giorno si trovò a passare in motorino l'ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi contro di lui. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando.
Il 15 ottobre del 1993 un pentito della 'Ndrangheta Saverio Morabito ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c'era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull'argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l'ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani. Vi era la testimonianza dell'Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione: " che venne avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani.
Quelle foto furono scattate immediatamente dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti, fatto sta che questo rullino fotografico è scomparso. Forse su quel rullino potrebbe essere impressa l'immagine di questo infiltrato. Queste fotografie sono diventate uno dei tanti misteri del caso Moro.
Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo l’eccidio, ma partono subito con il piede sbagliato. Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana a mezzo telegramma l’ordine di attuare il piano Zero, elaborato per la provincia di Sassari, ma del tutto sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta. Questo nonostante che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.
Estese a tutta Italia le ricerche si concentrano soprattutto su Roma. Dal 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Qualcuno dirà che si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questo brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.
Robert Katz, scrittore e giornalista: “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.
Ma il ruolo della P2 nel sequestro Moro non è mai stato chiarito né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.
Secondo Sergio Flamigni gli interessi stranieri intorno alla sorte di Moro convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre gia nel 1964 quando Moro apre ai socialisti e Moro sostiene un superamento del centrismo. Gli americani contestano, ma poi si adeguano. Ma quando Moro vuole passare a un’altra fase di alleanza con i comunisti si apre un altro problema. E da quel momento lo vogliono ucciso, prima politicamente, tentando di attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ "antelope Cobbler" (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler.
Corrado Guerzoni uno dei più stretti collaboratori di Moro, che lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti ha detto che il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Circostanza che Kissinger ha sempre smentito anche nell’intervista che Kissinger ha concesso a Minoli nel 1983.
Nel Comunicato Numero 1 delle BR, si legge: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga” (all’epoca Ministro dell’Interno).
Nel comunicato n. 6 del 15 aprile 1978 i brigatisti annunciano che l'interrogatorio è terminato e annunciano la sentenza di condanna a morte. Nel comunicato n. 7 affermano che: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti", i nomi dei quali verranno specificati nel successivo comunicato, il n. 8 del 24 aprile: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio molti dei quali detenuti a Torino, dove è in corso il processo ai capi storici delle prime Brigate. Nell'ultimo comunicato annunciano la conclusione della "battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato" e la promessa che: "Le risultanze dell'interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini". Ma questa diffusione benchè promessa non avverrà mai.
I partiti reagiscono dividendosi in sostenitori della cosiddetta “linea della fermezza” e fautori della trattativa con i brigatisti. Per la “fermezza” si schierano la maggior parte dei partiti: la DC, il PCI, il PLI, il PSDI e il PRI di Ugo La Malfa, il quale arriva a proporre il ripristino della pena capitale per i rapitori.
Per la trattativa, i socialisti di Bettino Craxi, i radicali di Marco Pannella, la sinistra non comunista, una componente del cattolicesimo dissidente e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Oltre all’ONU, ad Amnesty International, ad esponenti politici ed organizzazioni umanitarie da tutto il mondo, si mobilita per la liberazione di Moro anche Papa Paolo VI – suo amico personale di vecchia data - che attraverso la Radio Vaticana diffonde un appello “agli uomini delle Brigate Rosse”, in cui, tuttavia, il Sommo Pontefice chiede che l’ostaggio venga liberato “senza condizioni”, così avallando – secondo un’interpretazione ormai condivisa – la linea della fermezza. Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, dice di non voler seguire il funerale di Moro, ma neanche quello della Repubblica.
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, infatti, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che pagò con la vita la sua dedizione allo Stato e che non trovò conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.
Dopo 54 difficilissimi giorni, segnati da ulteriori attentati delle BR, ma anche dalle strazianti lettere di Moro dalla cosiddetta “prigione del popolo” brigatista, il 9 maggio 1978 la telefonata del brigatista Valerio Morucci annuncia la morte di Moro.
Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC.
All’omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Poi, nel 1979, il PCI dichiara di considerare chiusa l'esperienza dell’unità nazionale.
Aldo Moro fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana ove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni.
Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato, a cui parteciparono le personalità politiche e trasmesso in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di Stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista in forma privata.
Per quanto riguarda i processi ai terroristi dei quali è stata accertata la partecipazione al rapimento e all'uccisione della scorta e di Aldo Moro, queste sono le conclusioni:
Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006, è tornata definitivamente in libertà nel 2011. E' deceduta a Roma il 4 marzo 2024 all'età di 75 anni. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1 ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è stata messa in libertà condizionale dal 2002. E' deceduta a Roma il 6 novembre 2025 a seguito di una lunga malattia. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, infine scarcerato definitivamente nel 2010.  Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è stata rilasciata nel 1994 per la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è stato messo in libertà condizionale dal 1997. E' deceduto a Bari il 28 luglio 2025. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà; attualmente risiede nel carcere di Verziano in un appartamento dove deve restare ogni sera dalle 22 alle 7 del giorno successivo. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.
In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 Marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati e Seghetti sono ancora in carcere.

sabato 14 marzo 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 marzo.
Il 14 marzo 1972 a Segrate muore Giangiacomo Feltrinelli, fondatore dell'omonima casa editrice e rivoluzionario comunista.
Le ipotesi sulle cause della morte sono diverse; fatto certo è che il suo corpo fu rinvenuto, dilaniato da un'esplosione mentre, alcuni sostengono, stava preparando un'azione di sabotaggio, ai piedi di un traliccio dell'alta tensione a Segrate, nelle vicinanze di Milano. Altri sostengono che sia stata opera della CIA in accordo con i servizi italiani. La tesi dell'omicidio fu sostenuta, a caldo, da un manifesto, firmato, fra gli altri, da Camilla Cederna ed Eugenio Scalfari, che iniziava con le parole "Giangiacomo Feltrinelli è stato assassinato", ma fu smentita dall'inchiesta condotta dal pubblico ministero Guido Viola. Nel 1979, al processo contro gli ex membri dei Gap (Gruppi d'Azione Partigiana, una delle prime organizzazioni armate della sinistra da lui fondate, e confluita poi nelle Brigate Rosse), gli imputati (fra cui Renato Curcio ed Augusto Viel) emisero un comunicato che dichiarava: "Osvaldo non è una vittima ma un rivoluzionario caduto combattendo" e confermava la tesi dell'incidente durante l'esecuzione dell'attentato. Feltrinelli (nome di battaglia Osvaldo), era giunto a Segrate, con due compagni, C.F. e Gunter (pseudonimo), su un furgone attrezzato come un camper sul quale dormiva e si spostava quando era in Italia. Secondo una testimonianza di primissima mano, su quel furgone ci sarebbero dovuti essere trecento milioni di Lire che l'editore avrebbe poi donato personalmente al giornale Il manifesto una volta giunto a Roma, dove avrebbe dovuto dirigersi dopo l'attentato. Quei soldi non furono mai trovati.
Sulla sua morte le Brigate Rosse fecero una loro inchiesta, trovata nel loro covo di Robbiano di Mediglia, (MI). Personaggio chiave per capire la vicenda - perché vi partecipò, per sua stessa ammissione mentre veniva interrogato dalle Br, che registrarono su nastro, - è un certo Gunter, nome di battaglia di un membro dei Gap di Feltrinelli di cui però non si è mai saputo il vero nome. Il personaggio era un esperto di armi ed esplosivi (sembra che avesse preparato lui stesso la bomba che poi uccise Feltrinelli) e chiese di entrare nelle Brigate Rosse dopo la morte dell'editore. Secondo una recente pubblicazione, Gunter sarebbe scomparso nel 1985.
Da quanto dichiarato dal capo storico delle BR Alberto Franceschini, il timer trovato sulla bomba che uccise Feltrinelli, era un orologio Lucerne. Soltanto in un altro attentato venne usato un orologio di quel tipo, cioè in quello all'ambasciata americana di Atene il 2 settembre '70 ad opera della giovane milanese Maria Elena Angeloni e di uno studente di nazionalità greco-cipriota. Quella bomba, come nel caso di Feltrinelli, funzionò male, tanto che a rimanere uccisi furono gli stessi attentatori. I due erano partiti da Milano, così come l'esplosivo. Quell'attentato, era stato organizzato da Corrado Simioni, deus ex machina del Superclan e membro della struttura Hyperion di Parigi, a cui si sospetta facessero riferimento organizzazioni terroristiche come OLP, IRA, ETA e ovviamente, ma solo dopo una certa fase, le Br.
Secondo Alfredo Mantica, senatore di AN nella Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, Feltrinelli collaborò direttamente alla progettazione dell'attentato, ad Amburgo, in Germania, contro il console boliviano ed ex capo della polizia dello stesso Paese, Roberto Quintanilla. Sempre secondo Mantica, Feltrinelli fornì anche l'arma utilizzata da Monika Ertl, esecutrice materiale dell'omicidio e giovane militante dell'ELN. Nella rivendicazione, Quintanilla venne indicato come responsabile della cattura e dell'uccisione di Ernesto "Che" Guevara.
L'uccisione di Quintanilla avvenne il 1 Aprile 1971 e la pistola utilizzata era regolarmente registrata a nome di Feltrinelli (Jurgen Schreiber, La ragazza che vendicò Che Guevara Storia di Monika Ertl, 2011 trad da "Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte del Monika Ertl", 2009).
Quintanilla, aveva avuto parte anche nell'arresto, in Bolivia, di Giangiacomo Feltrinelli quando, nel 1967, egli s'era recato nel Paese sudamericano per richiedere e sostenere la liberazione di Regis Debray; inoltre lo stesso console aveva partecipato, nel 1969 a La Paz, alla cattura, alla tortura e alla barbara uccisione di Inti Peredo, nuovo comandante dell'ELN. Questi, uno dei pochi superstiti della disfatta di Vallegrande del 1967, stava riorganizzando la guerriglia.
In anni recenti il settimanale Sette del Corriere della Sera, ha riportato alla luce un documento poco noto che oggi grazie agli atti scannerizzati dal tribunale di Milano sul tragico evento del ’72 è consultabile.
Si tratta della relazione di consulenza medico-legale” redatta da due luminari dell’epoca, il professor Gilberto Marrubini e il professor Antonio Fornari (lo stesso che poi dimostrò che il suicidio di Roberto Calvi sotto il ponte londinese era invece un omicidio).
Il documento mai pubblicato prima di allora contesta l’impostazione dei periti d’ufficio e parla di successione cronologica delle ferite del cadavere di Giangiacomo Feltrinelli. I due periti rilevano tra l’altro tracce di legacci sui polsi di Feltrinelli. Tra le lesioni non riferibili all’esplosione ce n’è una in sede di encefalo corrispondente al lobo temporale destro. Insomma una cavità orbitale “conciata” come da pugno o percossa. Un’altra ferita inquietante è l’area fratturativa di tipo percolare riscontrata in corrispondenza della rocca petrosa destra, sulla testa. Una lesione riferibile solo a un trauma contusivo di tipo meccanico.
L’articolo ricorda poi che le indagini furono eseguite da un capitano dei carabinieri fatto giungere dal Veneto, Pietro Rossi, risultato poi di collegamento col servizio segreto Sid e legato alla struttura andreottiana dell’Anello.
Il magistrato incaricato Antonio Bevere fu poi estromesso dal procuratore capo Enrico De Peppo, uomo di destra. Bevere era considerato di sinistra. A capo dei carabinieri c’era il generale Palumbo della divisione Pastrengo, affiliato alla P2 come si scoprì poi dagli elenchi di Villa Wanda a Castiglion Fibocchi.
Fa impressione questo depistaggio che è stato organizzato intorno alla morte di Feltrinelli, presentata all’epoca come la conclusione tragica di un’attività da dinamitardo e terrorista.
I giornalisti che allora tentarono come Camilla Cederna di scavare in questo “omicidio” furono processati per diffusione di notizie false e tendenziose.

sabato 5 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 aprile.

Il 5 aprile 2004 viene diffusa la notizia per cui la testa conservata nella tomba del vate Petrarca non sia la sua, ma di una donna vissuta un secolo prima.

Il mistero della tomba di Petrarca: l’esame al radiocarbonio 14 ha provato che nel sepolcro di Arquà, dove fu sepolto il letterato aretino, sono presenti le ossa di due persone, un uomo e una donna.

Il 18 novembre 2003, in occasione dell’imminente settimo centenario della nascita di Francesco Petrarca (1304-1374), la famosa tomba in marmo rosso di Verona, che si trova sul sagrato della Chiesa di Santa Maria Assunta ad Arquà (Padova), è stata aperta per verificare lo stato di conservazione delle ossa e per tentare, così, di ricostruire la fisionomia del poeta utilizzando la tecnologia informatica della ricostruzione tridimensionale. L’esame del dna, effettuato su un frammento di cranio e un frammento di costola, ha rivelato che i campioni appartengono a due individui differenti. Il corpo è sicuramente di un uomo: alto, grasso e con un segno traumatico sul costato (Petrarca corrisponde perfettamente alla descrizione dei tratti, e in vita fu effettivamente vittima di un calcio di un cavallo alle costole). Il cranio, però, appartiene a una donna e l’esame al radiocarbonio 14 ha stabilito che si tratta di una persona vissuta tra il 1134 e il 1280.

Degli esami specifici si sono occupati l’anatomopatologo Vito Terribile dell’Università di Padova, Davide Caramelli, direttore del Dipartimento di Biologia e Genetica dell’Università di Firenze, e una squadra di genetisti dell’Università di Tucson in Arizona. Per scongiurare errori gli esami sono stati ripetuti più volte. La risposta è stata sempre la stessa. In fondo non c’è da stupirsi del fatto che non poche tombe dei secoli lontani si trovino manomesse o, addirittura, prive di feretro. Anche per Dante vi sono state delle incongruenze. Quando il “padre della lingua italiana” morì, il 13 settembre 1321, il corpo fu tumulato in un sarcofago di marmo a Ravenna, adiacente alla Basilica di San Francesco. Le spoglie mortali furono, come è noto, più volte rivendicate dai fiorentini, che intendevano portarle a Firenze. Nel corso del Cinquecento, poi, papa Leone X de’ Medici ottenne il permesso per la restituzione della salma del Sommo Poeta. Quando l’arca funeraria fu aperta venne trovata vuota: i frati avevano trafugato i resti per proteggerli dai fiorentini. In seguito, dal 1677 al 1865, le ossa di Dante furono inserite in una cassetta di legno e, dopo varie peripezie, nuovamente deposte nel luogo dell’originaria sepoltura, dove era stato costruito un tempietto in stile neoclassico, progettato nel 1780 dall’architetto di Ravenna Camillo Moriguia.

Che fine ha fatto il teschio di Petrarca? Il poeta ha letteralmente “perso la testa”, e non per Laura questa volta. Una delle strade percorribili e plausibili è quella del furto delle reliquie di persone famose (e non solo in odor di santità). Nei secoli addietro, soprattutto nel Medioevo cristiano, non era raro il commercio delle reliquie e tanto meno quello degli oggetti, indumenti, feticci e ossa appartenuti a persone importanti: papi, regnanti, sovrani, scrittori, pittori, artisti ecc. Il personaggio protagonista del romanzo Baudolino (Bompiani) di Umberto Eco racconta, per esempio, che agli inizi del Duecento in Italia si potevano contare tre teste di Giovanni Battista collocate in tre diverse chiese italiane. Ed anche se è soltanto un romanzo, la dice lunga su quello che la storia delle reliquie racconta (Eco è un medievista).

Qualcuno, quindi, che aveva facile accesso al sagrato della Chiesa di Santa Maria Assunta, avrebbe potuto, nel corso dei secoli, penetrare indisturbato in un ossario o gabinetto medico, aver prelevato un teschio femminile (è facilmente riconoscibile) e averlo inserito all’interno dell’arca, prelevando quello originale (in fondo pare che anche un braccio del poeta sia stato trafugato intorno al 1630). Ricordiamo che per tutta l’Età medievale e moderna era piuttosto in voga tenere in casa un teschio, soprattutto per certe famiglie appartenenti a un livello socioculturale elevato. Porre sul caminetto, o in bella vista in una teca, un cimelio del genere equivaleva ad avere in casa un Leonardo, un Michelangelo, un Caravaggio o un Picasso originali (durante il Seicento, poi, il gusto per il macabro si fece piuttosto forte). Rammentiamo ai lettori che anche un falso cranio di Mozart fu conservato per decenni in un armadio del Mozarteum e che stessa sorte ebbe la finta testa del poeta romantico Schiller (agli sgoccioli dell’Età moderna).

Insomma il poeta “ha perso letteralmente la testa” e questa volta senza metafore, orpelli retorici e ornamenti semantici. La testa di Petrarca non è più al suo posto. Che fine ha fatto?

domenica 15 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 dicembre.
Il 15 dicembre 1969 muore l'anarchico Giuseppe Pinelli, precipitando dalla finestra al quarto piano dell'ufficio del  Commissario Calabresi, che lo stava interrogando in merito alla strage di Piazza Fontana.
Giuseppe "Pino" Pinelli nasce a Milano il 21 ottobre del 1928, nel popolare quartiere di Porta Ticinese. Finite le elementari inizia a lavorare prima come garzone, poi come magazziniere. Nel 1944-1945 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate partigiane Bruzzi-Malatesta, collaborando anche con un gruppo di partigiani anarchici. Affascinato dal pensiero libertario, dopo la fine della guerra Pinelli partecipa alla crescita del movimento anarchico a Milano. Nel frattempo, nel 1954 "Pino" vince un concorso ed entra nelle ferrovie come manovratore. L'anno successivo si sposa con Licia Rognini, incontrata ad un corso di esperanto.
Nel 1963 si unisce ai giovani anarchici della gioventù Libertaria e due anni dopo è tra i fondatori del circolo "Sacco e Vanzetti" in viale Murillo. Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma il 1° maggio Pinelli inaugura un nuovo luogo di ritrovo anarchico in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal Ponte della Ghisolfa.
Il nuovo circolo dà il via ai primi comitati di base unitari, i famosi CUB, che segnano, al di fuori delle organizzazioni sindacali ufficiali, la prima ondata di sindacalismo diretto. "Pino" è quindi tra i promotori della riformazione della sezione dell'Unione Sindacale Italiana (USI), organizzazione di ispirazione sindacalista-rivoluzionaria e libertaria.
Pinelli si attiva per fondare un'ulteriore sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Insieme ad altri "compagni" inaugura così il circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese.
Quando, a seguito degli attentati del 25 aprile 1969 alla Stazione centrale e la Fiera di Milano, alcuni anarchici sono arrestati, Pinelli s'impegna per raccogliere cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere.
L'evento che cambierà la vita a Pinelli, anzi che metterà fine alla vita di "Pino", è la strage di piazza Fontana: il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura, alle 16,37, scoppia una bomba che causa la morte di sedici persone e il ferimento di altre ottantotto. Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe.
A seguito di questa strage, quella stessa notte, Pinelli, assieme ad altre ottantaquattro persone, è "prelevato" dal Circolo di via Scaldasole e "invitato" a seguire i poliziotti in Questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, Pinelli "vola" dalla finestra di una stanza dell'ufficio politico, al quarto piano della Questura.
Sin da subito, una parte dell'opinione pubblica avanza il sospetto che Pinelli sia stato assassinato, defenestrato dagli agenti della polizia. Tuttavia, l'inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio, ha escluso l'ipotesi dell'omicidio, giudicandola assolutamente inconsistente.
La morte di Pinelli è una storia complicata, non a caso si parlerà di "Pino" come la diciassettesima vittima della strage di piazza Fontana. Molte sono le incongruenze che subito fanno pensare all'omicidio.
Ufficialmente, secondo le versioni date dalla Questura, Pinelli si sarebbe suicidato. Riferì il questore Marcello Guida nella conferenza stampa subito dopo la morte dell'anarchico: «Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto». Il gesto fu dovuto dal fatto che il suo alibi si era rivelato non vero (questa versione poi fu ritrattata quando l'alibi di Pinelli si rivelò invece credibile).
Già è strano che la finestra fosse aperta, trattandosi di dicembre e di notte, come è inspiegabile che nessuno dei presenti (cinque o sei persone) non siano riuscite a bloccare l'anarchico, viste anche le dimensioni ridotte dell'ufficio. Ma l'evento più curioso è il tragitto della caduta di Pinelli.
Il primo "estraneo" che vide il corpo di Pinelli nel cortile della Questura fu Aldo Palumbo, cronista de "l'Unità". Palumbo si trovava in Questura quella notte e, mentre camminava sul piazzale, sentì un tonfo e poi altri due: era Pinelli che cadeva dalla finestra, sbattendo dapprima sul primo cornicione del muro, poi su quello sottostante ed infine sul suolo del cortile, per metà sul duro selciato e per metà su una aiuola. Il giornalista-testimone, a gennaio, trovò la sua abitazione messa a soqquadro e non si trattò di ladri, perché non fu rubato niente: ignoti cercavano qualcosa, qualcosa collegato a Pinelli, oppure si trattò di un avvertimento?
La dinamica della caduta di Pinelli, stando alle versioni ufficiali, è quanto meno inspiegabile: è avvenuta quasi in verticale (quindi senza lo spostamento verso l'esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato); inoltre, pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi, anche istintivi, di proteggersi dalla caduta. Insomma, sembra proprio che Pinelli fosse privo di conoscenza durante il "volo". A supportare questa tesi, la presenza sul collo di una ecchimosi di cm 6x3, molto simile a quella prodotta da un colpo di karatè, e sicuramente precedente alla caduta. Le prove svolte con un manichino escluderanno pienamente la tesi del suicidio.
Anche l'ora contribuisce a gettare inquietanti interrogativi. Secondo qualche giornalista il fatto si verificò fra le 0,01 e le 0,04, altri affermano che l'orario è alle 0,03. La polizia affermò dapprima che l'anarchico cadde passata la mezzanotte, ma poi cambiò versione. Stabilire l'ora esatta è importante, perché dalla Questura partì una telefonata alla Croce Bianca di Milano alle 0,01: quindi, secondo qualche versione, prima che Pinelli cascasse dalla finestra.
Proviamo a fantasticare. Pinelli accusò un malore (per i metodi dell'interrogatorio, per le troppe sigarette a stomaco vuoto, per l'eventuale colpo di karatè). La prima reazione fu quella di richiedere l'intervento d'urgenza di un'ambulanza e che, l'aggravarsi o l'irrimediabilità del malore avesse provocato una situazione di panico e determinato quindi la messinscena del suicidio per precipitazione. Se così non fosse, allora gli orologi dovevano essere tutti non coincidenti e quindi non è possibile stabilire l'ora esatta del "volo" di Pinelli dalla finestra.
Gli agenti presenti all'interrogatorio forniranno nel tempo più versioni. L'ultima, fornita dopo che gli organi di stampa avevano messo in risalto la dinamica della caduta del ferroviere, sostenne che qualcuno era riuscito ad afferrare Pinelli, ma di non essere riuscito a trattenerlo, motivando così la caduta in verticale senza spostamento dovuto all'eventuale slancio. Nel tentativo di trattenere Pinelli, per impedirne la caduta, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere. Tuttavia, molti testimoni hanno affermato che quando Pinelli fu raccolto sul selciato indossava entrambe le scarpe.
Interessante è la testimonianza di Pasquale Valitutti, un anarchico fermato assieme a Pinelli, che quella notte si trovava in una stanza vicina. Riferisce Valitutti: «saranno state le 11 e mezzo, grosso modo, in quella stanza succede qualcosa che io ho sempre descritto nel modo più oggettivo, più serio, scrupoloso, dei rumori, un trambusto, come una rissa, come se si rovesciassero dei mobili, delle sedie, delle voci concitate. [.] Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa venti minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse, non sapevo proprio, neanche lontanamente avevo immaginato che cos'era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono "si è buttato"; allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo, bruttissimo... e che nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno».
La testimonianza dell'anarchico, apre un altro argomento di discussione: la presenza o meno del commissario Luigi Calabresi in quella stanza quella notte.
Ricordiamo che Calabresi fu ucciso il 17 maggio 1972 con due colpi sparati alla nuca. Dell'omicidio sono stati accusati (e condannati) quattro militanti di Lotta Continua, movimento extraparlamentare di orientamento comunista-rivoluzionario.
Proprio Lotta Continua si distinse per una campagna di stampa, attraverso il proprio giornale, contro Luigi Calabresi, identificandolo come maggior responsabile della morte di Pinelli. I militanti di questa formazione politica, a proposito del commissario Calabresi scrivevano sul giornale il 6 giugno 1970: «Questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, ormai, ed è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito [...]. Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, più modestamente, di questi nemici del popolo vogliamo la morte [...]». Il 15 aprile del 1970, Luigi Calabresi querelò per "diffamazione continuata e aggravata" Pio Baldelli, direttore responsabile del quotidiano "Lotta Continua", che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario responsabilità precise circa la morte dell'anarchico.
L'inchiesta della magistratura, condotta dal giudice Gerardo D'Ambrosio, accertò l'assenza del commissario Calabresi nel momento della caduta di Pinelli. Scrisse il giudice nella sentenza: «L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli».
Sul corpo di Pinelli furono fatte delle autopsie, le quali appurarono che quella ecchimosi di cm 6x3 in realtà non era una lesione bulbare, ma "un'area grossolanamente ovolare" che si era prodotta come conseguenza del contatto del cadavere con il marmo dell'obitorio.
Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì una prima inchiesta che si concluse con una archiviazione il 3 maggio 1970: il procuratore Gaizzi archiviò il decesso di Giuseppe Pinelli come "morte accidentale".
A seguito di una nuova inchiesta, avviata dopo la denuncia fatta il 24 giugno del 1971 dalla vedova Pinelli, si pervenne alla stessa conclusione. Nell'ottobre del 1975, il giudice D'Ambrosio concluse, infatti, che la morte di Pinelli non era dovuta a suicidio o omicidio, ma a un "malore attivo", provocato dallo stress degli interrogatori, dalle troppe sigarette fumate a stomaco vuoto e dal freddo che proveniva dalla finestra aperta, che avrebbe provocato nell'anarchico un'alterazione del "centro di equilibrio", causando la caduta dalla finestra.
La magistratura non accolse la richiesta della vedova Pinelli di essere risarcita dal ministero degli Interni per la morte del marito e per le spese processuali.
Giuseppe Pinelli, dunque, sentendosi male, invece di accasciarsi sul pavimento come ogni altro essere mortale, con un balzo inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse. Di colpo tutte le più elementari leggi della medicina legale e della fisica decadono per far spazio alla tesi del "malore attivo", così attivo da permettere all'anarchico di volare "a piombo" giù da una finestra.
La storia di Pinelli, seppur conclusa per la magistratura, resta un punto interrogativo che inquieta e che puntualmente ricompare ogni anno nelle celebrazioni degli anniversari della strage di piazza Fontana.
In ambienti anarchici a tutt'oggi la figura di Pinelli è presa a simbolo dell'opposizione al potere costituito e in particolare al potere poliziesco.
A maggio del 2009 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel "Giorno della Memoria", ha voluto far incontrare la vedova dell'anarchico Pinelli, Licia Rognini, e quella del commissario Calabresi, Gemma Capra, le quali si sono strette le mani in segno di riappacificazione.
Il Presidente Napolitano ha voluto così accomunare «nel rispetto e nell'omaggio i familiari di tutte le vittime di una stagione di odio e di violenza», ricordando la «figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine».
La più alta carica dello Stato ha poi ha precisato: «Qui non si vuole rimettere in questione un processo, qui si compie un gesto politico e istituzionale, si rompe il silenzio su una ferita, non separabile da quella dei diciassette che persero la vita a Piazza Fontana, e su un nome, di cui va riaffermata e onorata la linearità, sottraendola alla rimozione e all'oblio».
Della storia dell'anarchico Giuseppe "Pino" Pinelli restano, oltre alle parole della magistratura, anche quelle della vedova. Parole pesanti, che come un macigno appesantiscono ancora più le vicende della cosiddetta "strategia della tensione": «Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo. Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l'opinione pubblica ha cominciato a capire». 
Licia Rognini, vedova Pinelli, è deceduta l'11 novembre 2024 all'età di 96 anni. 

lunedì 2 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 settembre.
Il 2 settembre 1980 a Beirut scompaiono nel nulla due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo.
Sono passati 44 anni dalla loro scomparsa a Beirut, in Libano. Era il 2 settembre 1980. “Loro” sono due giornalisti italiani: Maria Grazia De Palo, meglio conosciuta come Graziella, e Italo Toni. Scomparsi, nel nulla. E ancora oggi non si ha alcuna notizia ufficiale.
L’ultima informazione certa sui due inviati è quella diffusa dalle istituzioni: Italo e Graziella sarebbero prigionieri, ma vivi, dei falangisti cristiani libanesi. Una versione dei fatti che fu sostenuta dall’allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, di fronte ai familiari dei due colleghi scomparsi in Libano.
Questa vicenda aspetta ancora verità e giustizia. E il segreto di Stato, almeno in parte, continua a essere un ostacolo per chi chiede chiarezza. I familiari di Toni e De Palo, infatti, nonostante le continue richieste di desecretazione di quelle carte, hanno ottenuto davvero poco in questi anni. Il segreto di Stato era stato confermato dal governo Craxi nel 1984 e poi rimosso parzialmente nel 2009 dall’esecutivo guidato da Berlusconi.
Il segreto riguarda le carte che riportano le relazioni speciali fra il servizio segreto militare italiano Sismi e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Un rapporto regolato da un protocollo segreto, indicato come “Lodo Moro”. Un patto che, per quello che ne è trapelato, dal 1970 avrebbe permesso all’Olp di fare in Italia attività paramilitari sotto copertura offrendo al nostro Paese, in cambio, la rinuncia a eseguire attentati terroristici.
Non è da escludere che i due giornalisti scomparsi fossero a conoscenza di questo patto segreto ed eliminati proprio per questo motivo: le prime tracce di questo “Lodo Moro” emersero a novembre del 1979, dopo il sequestro dei tre lanciamissili SA7 Strele trasportati su un’auto, nei pressi di Ortona (Chieti), da Daniele Pifano e dal palestinese del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) Abu Anzeh Saleh. E ancora: altre tracce apparvero nell’inchiesta giudiziaria che riguardava l’abbattimento dell’aereo dei servizi segreti italiani Argo 16.
Italo Toni, classe 1930, è un esperto di Medio Oriente e ha collaborato con diverse testate italiane e internazionali. È stato autore di uno scoop, scoprendo l’esistenza di campi di addestramento della guerriglia palestinese.
Graziella De Palo, classe 1956, indagava su traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l’Astrolabio.
I due si trovavano da 10 giorni in Libano per documentare e raccontare la guerra civile e, in particolare, per indagare sui traffici d’armi e su questioni internazionali che implicavano anche l’attività dei servizi segreti italiani.
Italo e Graziella erano stati ospitati dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, una formazione di estrazione marxista alla cui guida c’era George Habbash: è lui che aveva promesso loro di portarli a sud, sulle colline, proprio dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l’esercito israeliano. Per i due giornalisti era dunque l’occasione di unirsi a un gruppo di guerriglieri in Libano, dove avvenivano i traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu.
Un terrorista pentito, Patrizio Peci, ha parlato dei traffici illegali di armi rivelando che le armi che passavano per il Medio Oriente arrivavano alle Brigate Rosse italiane. È lui che aveva fatto mettere a verbale questa dichiarazione:
«Vi fu da parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina una fornitura di armi, esplosivi, plastico, bombe ananas, mitragliatrici pesanti e mitragliatrici tipo Sterling che per tre quarti era destinata alle Br e per un quarto alle eventuali operazioni dell’Olp sul territorio italiano».
Quando l’Ucigos, l’Ufficio operazioni speciali del ministero dell’Interno, giunse a Beirut per indagare sul traffico d’armi a favore delle Br, l’Olp era già informata dei fatti. Sarebbe stato Stefano Giovannone, rappresentante dal 1972 dei servizi segreti militari in Medio Oriente, a rivelare ai palestinesi che stava avvenendo questo cambiamento a Roma.
Giannone, interrogato, negò di aver rivelato queste informazioni e sostenne di aver fatto solo il suo dovere, «eseguire gli ordini». Stefano Giannone morì nel 1985. E con lui, a quanto pare, anche la possibilità di avere giustizia per i due cronisti.
Giannone è colui che era stato coinvolto nella scomparsa di Graziella e Italo. È l’ufficiale dei servizi segreti, tra l’altro inquisito per aver favorito il traffico d’armi con l’Olp di Yasser Arafat, di cui era ottimo amico, ed è anche colui che fece richiesta del segreto di Stato, e lo ottenne, per i documenti riservati dei servizi segreti. L’allora presidente del Consiglio Spadolini approvò la richiesta, poi confermata anche da Craxi e Berlusconi.
I due giornalisti, come detto, si trovavano in Libano per raccontare la guerra civile e i traffici d’armi. La guerra civile libanese scoppiò il 13 aprile del 1975, quando un gruppo di persone che stava assistendo alla consacrazione di una chiesa nel quartiere di Ain Remmaneh venne massacrato a colpi di mitra da combattenti palestinesi. Quattro persone morirono e sette rimasero ferite.
A questa azione seguì una violenta risposta: un autobus carico di feddayn armati, che stava tornando da una parata, venne colpito durante il passaggio nel quartiere, provocando la morte di 27 persone, crivellate dai colpi.
Iniziò così la guerra civile in Libano. Da una parte i cristiani, sostenuti da Israele; dall’altra i musulmani, appoggiati inizialmente dalla Siria e poi dall’Iran, dopo la rivoluzione di Khomeini del 1979. Si fronteggiarono da una parte i cristiani maroniti e dall’altra la coalizione di palestinesi alleati ai libanesi musulmani, che insieme facevano parte del Partito socialista progressista.
E il traffico d’armi proliferava, con soldi derivati dal commercio di armi che venivano riciclati in istituti di credito, aziende e banche con sede a Beirut. La città con cui avevano a che fare anche persone legate alla P2 e al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
È in questo contesto che i due cronisti italiani si inserirono, scoprendo che era proprio in Libano che avvenivano questi traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu. E fu proprio per questo che decisero di unirsi a un gruppo di guerriglieri, per poter raccontare questi traffici.
Dopo aver confermato le stanze d’albergo e aver avvisato l’ambasciata italiana, i due inviati partirono con alcuni membri del Fplp il 2 settembre 1980. E da allora non se ne sa più nulla: i due giornalisti italiani scomparvero nel nulla. A distanza di 39 anni i loro parenti non hanno la certezza della loro morte e, nel caso, non sanno chi e come sia stato ad ucciderli.
Le indagini sulla loro scomparsa portano a collegamenti con la P2 e i servizi segreti, ma il segreto di Stato copre tutto. Segreto che, come detto, viene opposto al magistrato inquirente dal colonnello Stefano Giannone, che in quel periodo era un uomo del Sismi a Beirut. Ed era proprio su Giannone che Graziella stava indagando.
Nel suo primo articolo pubblicato su L’Astrolabio il 14 giugno 1978, si comprende una precisa conoscenza della situazione italiana relativa al traffico d’armi verso i Paesi di quello che veniva allora chiamato “Terzo mondo”, dove erano invischiati i Servizi segreti italiani. Graziella dava conto dell’operazione di “ricambio” a tutti i livelli del Sismi avvenuta a metà maggio 1978, dopo le dimissioni del ministro degli Interni Cossiga in seguito all’uccisione di Aldo Moro.
Nel suo articolo Graziella denunciava il coinvolgimento dell’ufficio Rei (Rapporti economici e industriali) del Sismi. Ufficio che ha l’ultima parola sulla vendita di armi italiane all’estero. E ancora scrive a proposito della sparatoria alla scorta di Moro in via Fani a Roma che «fu compiuta con armi italiane (mitra Beretta e munizioni Fiocchi) destinate all’Egitto e rientrate per vie tortuose in patria».
Anche la giornalista Graziella De Palo quindi indagava sul traffico d’armi negli stessi anni in cui l’ex giudice Carlo Palermo, con la sua inchiesta di Trento, fu il primo a fare luce su questi traffici di armi tra Italia e Medio Oriente. È lui – oggi avvocato – a ricercare la verità sul caso di Graziella De Palo e Italo Toni, oltre che sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’inviata del Tg3 e il suo operatore morti in un agguato in Somalia il 20 marzo 1994.
Anche loro, come Graziella e Italo, stavano indagando su un traffico d’armi e di rifiuti tossici quando vennero assassinati in Somalia. Nel 2016 i familiari di Graziella si sono rivolti a lui per avere delle risposte sulla sua sorte. Nel 2019 la procura di Roma ha riaperto l'inchiesta.

lunedì 3 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 1927 il grande ciclista Ottavio Bottecchia viene ritrovato agonizzante sulla strada.
Quel giorno di giugno del 1927 un agricoltore, certo Lorenzo di Santolo, vede dalla finestra di casa il corpo agonizzante di un corridore. Siamo vicino a Peonis, al crocevia del Cornino. Quell'uomo è ormai morente. Perde sangue dalla testa, dal naso e da un occhio. Il contadino si carica il corpo sulle spalle e lo porta al paese. Non sa che sta trascinando il grande Botescià, Ottavio Bottecchia, da Borgo Minelle di San Martino Colle Umberto. Dopo qualche giorno Botescià muore all'Ospedale di Gemona per "frattura della volta e della base cranica". Lo avevano messo al mondo un mugnaio e una contadina, ottavo e ultimo di una bella nidiata che, nel 1894, voleva dire un paio di braccia per i lavori nei campi e nel mulino. Sua prima occupazione è il calzolaio. Ma dura poco. Scopre la bicicletta seguendo il fratello Giovanni; durante la prima guerra mondiale si distingue e si merita la medaglia di bronzo al valor militare. Motivazione: ha catturato da solo un ufficiale austriaco. Nel 1921, da isolato, vince quattro delle cinque corse disputate. Lo nota Ganna che lo ingaggia e lo iscrive al Giro del '23, per i colori della Maino. Si classificherà quinto a quasi un'ora dal vincitore, certo Girardengo Costante.
Si sistema in Francia nel '23 e si allena nei pressi di Clermond Ferrand: il Puy de Dome costituisce il suo allenamento quotidiano. Nel '23 corre anche il Tour e si fa notare per le continue battaglie con un campione già affermato, Henry Pellissier. Del giovane Bottecchia di quell'anno alcuni record straordinari: primo a portare la maglia gialla dall'inizio alla fine della Grand Boucle; Vince la prima e l'ultima tappa; primo a transitare sul Col d'Aubisque che fu inserito proprio in quell'anno da Henry Desgrange fra gli arrivi in salita. Nel '25 è ancora primo e entra nella leggenda con quei tre chilometri dell'Izoard superati a piedi: per la gente di Francia non è più solo un contadino, ma ormai per tutti lui è l'eroe Botescià.
Con le vittorie arrivano anche il "lusso" e la celebrità. Va ad abitare a Pordenone e, come Creso, tutto quello che tocca diventa oro. Grandi auto, villa padronale e grande magnanimità con tutti. Ci chiediamo. La sua tragica fine fu solo un incidente in allenamento? La tipologia delle fratture subite dal campione commisurate con la geografia de luogo fanno propendere per una risposta negativa. E poi, quando avvenne il fatto Bottecchia era solo, e tutti sapevano che lui amava allenarsi in compagnia. Perché il suo amico Piccin, gregario fidato, quella mattina gli aveva detto che non poteva accompagnarlo? Allora fu un agguato? Chi avrebbe voluto una morte così "teatrale" di un campione che pareva non avere nemici? Il racconto del fatto di sangue riempì le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi. Tutti volevano dire la loro e, come spesso succede in questi casi, le opinioni divennero mito e leggenda. Erano quelli gli anni di Lindberg e della prima trasvolata atlantica. Gli anni in cui Guglielmo Marconi stabilì il primo collegamento radio fra Londra e l'Australia. Gli anni in cui si consumò il delitto del deputato Matteotti, inviso al regime di Mussolini per la sua continua ricerca della verità. Il caso Bottecchia si tinge ancor più di giallo se si pensa che una decina di giorni prima un'auto pirata aveva travolto e ucciso il fratello di Ottavio, quel Giovanni che aveva contribuito col suo esempio a creare il campione Bottecchia. Giuseppina, la cognata di Ottavio si ritrovò improvvisamente sola a dover crescere i tre figli, ma Botescià il generoso, le promise il suo aiuto e, si racconta, le disse che conosceva il nome di colui che aveva spezzato la vita del fratello. Il mistero si infittisce ancora di più. Le opinioni si accavallano, i pareri si sprecano, fatto sta che la fine di questo grande del ciclismo rimane un enigma. Dopo la seconda guerra mondiale è nata una ricchissima bibliografia sulla fine di Bottecchia. Molti hanno voluto regalarci la loro interpretazione dei fatti. Giulio Crosti, Rosalina Salemi, Giorgio Garatti, Rino Negri, Duilio Chiaradia, Guido Giardini e molti altri ne hanno parlato. Fra le ipotesi più accreditate quella di Crosti parla della volontà di far arenare le indagini da parte della pubblica autorità. Sembra che un capomanipolo abbia "convinto" il Comando dei Carabinieri di Gemona, già certo di una azione chiaramente delittuosa, che si trattava invece solo di un incidente, "doveva" trattarsi solo di un incidente. Lo Spitaleri invece ipotizza che Bottecchia fosse finito come Matteotti, ucciso da emissari del regime. C'è chi parla anche di questione di corna, e di un marito che aggredisce con un bastone il malcapitato ciclista. Addirittura qualcuno azzarda un accostamento col racket delle scommesse. In questa agorà di pareri rimangono in piedi anche quelli che ribattono sui frequenti malori dei quali soffriva Bottecchia e che non poche volte lo avevano messo in ginocchio. Resta però il fatto che le fratture erano eccessivamente gravi nell'ipotesi di un incidente. A fare forse un po' di luce su questo caso da Perry Mason ecco uscire il Bollettino Parrocchiale di Peonis del novembre del 1973. Sul periodico si riapre in un certo senso il caso in quanto si racconta che il vecchio prete del paese, morente, confida al nuovo parroco che la verità sta tutta nel convinto antifascismo di Ottavio Bottecchia, e prima di morire il religioso vuole che si sappia la verità. Ma dove sono finiti gli atti ufficiali dei Carabinieri? Quando lo trovarono il suo corpo era devastato, ma la sua bicicletta, poi scomparsa nel nulla, non aveva nemmeno un graffio. Semplice combinazione? Fatalità? Forse la verità se ne è andata con lui, in quel lontano 3 giugno del 1927, al crocevia del Cornino.

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