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martedì 23 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 aprile.
Tra il 23 e il 24 aprile 1915 ha inizio il genocidio armeno.
Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.
Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
Il decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
I paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. Molti altri paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, continuano a non usare il termine genocidio per timore di una crisi nei rapporti con la Turchia. Barack Obama si era espresso in favore del riconoscimento prima di diventare presidente degli Stati Uniti, ma quando è stato eletto, pur promuovendo la pacificazione tra Turchia e Armenia, ha evitato di usare il termine.

lunedì 22 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile.
Il 22 aprile 1724 nasce il filosofo Immanuel Kant.
In ogni manuale di filosofia la ricostruzione della biografia di Kant è sempre, sostanzialmente, destinata a coincidere con le date di pubblicazione delle sue opere. Ma c'è davvero solo questo nella sua biografia? Kant nasce il 22 aprile 1724 a Konigsberg, capoluogo della Prussia orientale e fiorente centro portuale e nella stessa città muore il 27 febbraio 1804 (alcune fonti fanno risalire la scomparsa all'11 febbraio 1804).
Immanuel Kant è il quarto di dieci fratelli, di cui sei morti in giovane età. La condizione economica della famiglia legata al lavoro del padre Johann Georg Kant, sellaio, e ad una piccola rendita portata in dote dalla madre, Anna Regina Reuter, permette solo al figlio più promettente, Immanuel, di continuare gli studi fino all'Università. Probabilmente per questo i rapporti tra Immanuel e i suoi fratelli si faranno sempre più sporadici nell'età adulta. Pare inoltre che Kant non gradisse le continue richieste di denaro da parte delle sorelle, invidiose della differente condizione economica raggiunta dal fratello filosofo.
Nell'educazione ricevuta dal giovane Kant sicuramente uno dei dati fondamentali sono le convinzioni religiose della famiglia, in particolare della madre, seguace del movimento pietista. Ne è una conseguenza l'iscrizione al "Collegium Fridericianum", frequentato dal 1732 al 1740 e diretto in quel periodo da uno degli esponenti più autorevoli del pietismo, Franz Albert Schulz.
Nel 1740 Kant, giovanissimo, prosegue gli studi iscrivendosi all'Università di Konigsberg, dove frequenta soprattutto i corsi di filosofia, matematica e fisica, sotto la guida di Martin Knutzen. Il rapporto con Knutzen è molto importante non solo perché questi mette a disposizione del giovane studioso la sua biblioteca, ma anche perché è proprio lui ad introdurlo allo studio dei due pensatori allora più influenti nel mondo accademico: Isaac Newton e il filosofo Christian Wolff. Probabilmente fu proprio durante la fase degli studi universitari che iniziò a maturare l'opposizione di Kant a qualunque tipo di dogmatismo.
Lasciando ai manuali il compito di addentrarsi nel pensiero del filosofo e nelle interpretazioni che ne sono state date (numerose quanti gli interpreti), per comprendere la biografia di Kant va però messa in evidenza la grandiosità dell'opera filosofica per la quale spese la sua vita: l'indagine delle reali possibilità conoscitive della ragione.
L'obbiettivo di Kant è porre le basi per arrivare ad una reale conoscenza di ciò che sta al di là del mondo sensibile, in altre parole di ciò che viene definito come "metafisica": "della quale" scriverà Kant "io ho il destino di essere innamorato". Nella metafisica il filosofo suppone di trovare il "bene vero e durevole del genere umano", il quale non deve e non può "essere indifferente alla natura umana". ["Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica" 1765].
L'immane compito filosofico che Kant si prefigge lo porta alla scelta di una vita ritirata, fatta di abitudini e di libri. Famoso è l'aneddoto della passeggiata di Kant: talmente regolare che si dice che gli abitanti di Konigsberg la usassero per controllare la precisione dei loro orologi. Solo un grande evento riesce a distrarre il filosofo dalla sua passeggiata: l'appassionante lettura dell'"Emile" di Jean Jacques Rousseau.
Dopo gli studi Kant si mantiene inizialmente facendo il precettore. Solo nel 1755 ottiene il primo incarico accademico, la libera docenza, che continuerà ad esercitare per i successivi 15 anni. Tra le materie insegnate, oltre la filosofia, si segnalano la matematica, la fisica e la geografia.
Nel 1770 Kant ottiene la cattedra di professore ordinario di logica e di metafisica all'università di Konigsberg. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, Kant ottiene questa cattedra solo al terzo tentativo, dopo che i precedenti si erano conclusi con l'offerta, seccamente rifiutata, di una cattedra di ripiego per l'insegnamento dell'arte poetica.
Kant mantiene il suo incarico fino alla morte, respingendo offerte anche molto più allettanti, come nel 1778 quando non accetta l'invito dell'università di Halle.
Per ottenere la cattedra Kant scrive la dissertazione "De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis" che conclude quella che nella vita e nelle opere del filosofo viene chiamata la fase precritica. In questo studio emerge il problema del rapporto tra le due forme della conoscenza sensibile, spazio e tempo, e la realtà. Kant prende il problema molto sul serio e riflette sulla questione per dieci anni, quando esce, tra le sue opere più famose, la "Critica della ragion pura" (1781).
Con quest'opera per non citare gli altri numerosi scritti a partire dal 1781, Kant compie in filosofia quella che lui stesso definisce come "rivoluzione copernicana".
Un primo mito da sfatare è sicuramente quello di Kant come uomo schivo e solitario. Sono noti infatti almeno due fidanzamenti del filosofo, che purtroppo non furono coronati dal matrimonio. Pare che Kant fosse sempre un po' indeciso sul momento adatto in cui formulare la fatidica proposta e quindi scalzato dal sopraggiungere di altri pretendenti più facoltosi.
Probabilmente da qui hanno origine alcune delle sarcastiche considerazioni del filosofo sulle donne. Se da una parte il filosofo poteva consolarsi delle delusioni, sostenendo che gli uomini "non sposati conservano un aspetto più giovanile di quelli sposati", dall'altra scriveva che "le donne colte usano i libri alla stregua dell'orologio che portano per mostrare che ne hanno uno, sebbene o sia fermo o non vada con il sole" ("Antropologia dal punto di vista pragmatico" 1798).
Oltre ai fidanzamenti sono documentate molte amicizie e molti estimatori di Kant non solo dal punto di vista filosofico. Pare, ad esempio, che il filosofo amasse pranzare in compagnia. E se nessuno dei suoi amici poteva pranzare con lui, non aveva remore ad invitare e offrire il pranzo a perfetti sconosciuti.
L'importante era che le amicizie non distogliessero eccessivamente il filosofo dai suoi studi. Tutte le frequentazioni che potevano scombinare il suo ritmo di studio venivano sistematicamente interrotte. Pare che, successivamente ad un gita in campagna che si era protratta troppo a lungo la sera, il filosofo avesse annotato nei suoi appunti "non lasciarsi mai coinvolgere da nessuno in nessuna gita".
Anche per quanto riguarda il rapporto con la religione, Kant non amava avere nessun vincolo alla sua libertà di pensiero. È nota la sua risposta alla censura subita nel 1794 dalla seconda edizione dell'opera "Religione entro i limiti della semplice ragione". Kant, dovendo accettare la censura di buon grado, non mancò però di chiosare: "se tutto ciò che viene detto deve essere vero, non è dato con questo anche il dovere di proclamarlo apertamente".
Ma la libertà di pensiero nei confronti della religione aveva anche un risvolto più quotidiano. Kant si chiese infatti nella seconda edizione della "Critica del giudizio" se "chi ha raccomandato, negli esercizi religiosi domestici, anche il canto di inni, abbia riflettuto che una devozione così rumorosa (e già per questo farisaica), comportasse un gran disturbo pubblico, imponendo anche al vicinato o di prender parte al canto o di rinunciare ad ogni occupazione intellettuale".
Immanuel Kant muore nella città natale di Konigsberg il 12 febbraio 1804. Sulla sua tomba sono incise le sue parole più famose, tratte dalla "Critica della ragion pratica": "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me".

domenica 21 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1521 Hernan Cortes sbarca a Veracruz.
Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano, passato alla storia unicamente con il nome e cognome di Hernán Cortés, nasce a Medellín, in Estremadura (Spagna), allora territorio della corona spagnola, nel 1485.
Condottiero spagnolo, è noto sui libri di storia per aver ridotto all'obbedienza le popolazioni indigene viventi durante il periodo della conquista del nuovo mondo, abbattendo con i suoi uomini il leggendario Impero Azteco, sottomettendolo al Regno di Spagna. Tra i suoi soprannomi, c'è quello tuttora famoso di "El Conquistador".
Sulle origini di quest'uomo d'arme non ci sono note certe. Alcuni lo vogliono nobile, altri proveniente da umili origini. Di sicuro, l'ambito nel quale cresce è impregnato di cattolicesimo istituzionale, per così dire, mentre deve aver abbracciato sin da subito la vita militare: sua unica, grande vocazione.
L'epopea di Cortés comincia intorno al 1504, al servizio del governatore Diego Velasquez Cuellar, il quale lo vuole prima a Santo Domingo e poi a Cuba, due territori all'epoca sotto la corona spagnola. Il futuro condottiero non è un tipo facile e, per ragioni tuttora inspiegate, finisce agli arresti quasi subito, per volere proprio del governatore. Questi però, fiutando il suo talento militare, a seguito delle due spedizioni messicane fallite dai capitani Cordoba e Grijalva, decide di inviare proprio Cortés in Messico, affidandogli la terza spedizione di conquista.
Di fronte ha un impero di milioni di uomini, quello Azteco, e quando parte, il condottiero ha con sé undici navi e 508 soldati.
Nel 1519, il militare nativo di Medellìn sbarca a Cozumel. Qui si unisce al naufrago Jerónimo de Aguilar e sulla costa del golfo messicano familiarizza con la tribù dei Totonachi, portandoli dalla sua parte nella guerra contro l'Impero azteco-méxica. Il naufrago spagnolo diventa un punto di riferimento per quello che di lì a poco verrà soprannominato El Conquistador: questi parla la lingua dei Maya e questa caratteristica fornisce a Cortés le giuste basi per dare sfoggio alle proprie abilità di comunicatore e soprattutto di manipolatore.
Immediatamente però, a causa dei suoi metodi poco ortodossi e della sua propensione ad agire per proprio conto, Velasquez lo richiama all'ordine, pentendosi della sua decisione di inviare Cortés in Messico. Tuttavia, il condottiero spagnolo si dichiara fedele alla sola autorità del Re di Spagna e incendia le proprie navi, fondando simbolicamente la città di Veracruz, sua base militare e organizzativa.
L'incendio delle navi è una mossa azzardata ma che rispecchia bene l'identità del personaggio: onde evitare qualsiasi ripensamento, pur agendo da ribelle, egli di fatto impone a tutto il suo seguito quale unica risoluzione quella della conquista dei territori messicani.
Da questo momento, nel pieno della sua autorità, si fa ricevere dall'imperatore Montezuma e comincia un'opera di insediamento nei suoi possedimenti quasi agevolata dallo stesso capo tribale, il quale interpreta l'arrivo del militare spagnolo e dei suoi uomini come una sorta di presagio divino, da intendere sotto ogni buon auspicio. Dopo alcuni mesi dalla conquista definitiva dei possedimenti aztechi, convinto da Cortés e dalle sue abilità di grande affabulatore, l'imperatore Montezuma si farà addirittura battezzare cristiano.
Nel giro di poco tempo Hernán Cortés porta dalla sua parte un buon numero di uomini e, forte di oltre 3.000 unità tra indios e spagnoli, si mette in marcia per Tenochtitlán, la capitale dei Méxica. Il 13 agosto del 1521, dopo due mesi e mezzo di assedio, la città messicana viene presa, e in meno di un anno gli spagnoli assumono il pieno dominio della capitale e dei dintorni.
Tenochtitlán è la città su cui sorge la nuova Città del Messico, di cui assume il governatorato lo stesso Cortés, nominandola capitale della "Nuova Spagna" e per volere dello stesso reale spagnolo, Carlo V.
Ad ogni modo, nonostante gli stenti della guerra e la popolazione ormai in ginocchio, dimezzata da stragi e malattie, e pur con pochi uomini al suo servizio, il condottiero decide di partire alla conquista dei restanti territori aztechi, spingendosi fino in Honduras. Quando decide di rimettersi in viaggio, Cortés è un uomo ricco ma che non gode di molta stima da parte dei nobili e della corona spagnola. Nel 1528 viene richiamato in Spagna e gli viene tolta la carica di governatore.
Tuttavia la stasi dura poco. Con il titolo di Marchese della Valle di Oaxaca, riparte verso l'America, nonostante non goda della stima del nuovo Viceré. Per questa ragione il condottiero volge il proprio sguardo verso altre terre e, nel 1535, scopre la California. È il canto del cigno, per così dire, del Conquistador. Il Re infatti, dopo qualche tempo, lo rivuole in Spagna, per spedirlo alla volta dell'Algeria. Ma qui non riesce ad imprimere una svolta all'esercito, che subisce una dura sconfitta.
Cortés, ormai stanco delle spedizioni, decide di ritirarsi a vita privata nella sua proprietà a Castilleja de la Cuesta, in Andalusia. Qui, il 2 dicembre del 1547, Hernán Cortés muore all'età di 62 anni. La sua salma, così come espresso nei suoi ultimi voleri, viene inviata a Città del Messico e tumulata nella chiesa di Gesù Nazareno.
Oggi il Golfo di California, il tratto di mare che separa la penisola della California dal Messico continentale, è conosciuto anche come Mare di Cortés

sabato 20 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1303 Bonifacio VIII istituisce lo "Studium Urbis", ossia l'odierna università La Sapienza.
Il passato della Sapienza comincia allora. Benedetto Caetani convince il suo predecessore Celestino V ad abdicare e diventa papa con il nome di Bonifacio VIII. Sostenitore della supremazia universale del papato, Bonifacio si scontra con Filippo IV di Francia e dopo aver redatto la bolla Unam Sanctam, dove ribadisce la supremazia del pontefice su tutte le podestà della terra, lo scomunica nel 1303. Nello stesso anno Bonifacio con la bolla In suprema praeminentia dignitatis fonda lo Studium Urbis, l’Università di Roma. L’Università viene collocata fuori dalle mura vaticane, ubicazione che, se non risolve i vincoli esistenti tra l’università e il clero, segna tuttavia l’inizio di un nuovo rapporto tra la città di Roma e gli studiosi che in essa giungevano da tutte le parti del mondo.
Lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e dal 1363 riceve dalla città di Roma un contributo stabile. La sede di Trastevere non è più sufficiente; così nel 1431 papa Eugenio IV, per dare all’Università una struttura più articolata, affianca al Rettore quattro amministratori e provvede all’acquisto di alcuni edifici nel rione Sant’Eustachio, tra piazza Navona e il Pantheon. In quell’area sorgerà duecento anni dopo lo storico palazzo della Sapienza, oggi sede dell'Archivio di Stato.
Nei primi anni del Cinquecento fu il figlio di Lorenzo De’ Medici, papa Leone X a dare un forte impulso all’Università romana, chiamando a Roma da tutta Europa studiosi famosi che le conferirono prestigio. È a Roma che per la prima volta in Europa vengono introdotte materie come i simplicia medicamenta, base della spagirica, un sistema di cure che a partire dall’energia presente nell’uomo cerca di ristabilirne l’equilibrio turbato dalla malattia. È in quegli anni che lavora nello Studium Urbis Bartolomeo Eustachio, uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Fu sempre papa Leone X a dare impulso agli insegnamenti storici, umanistici, archeologici e scientifici. Nel 1592 papa Clemente VIII chiama a Roma Andrea Cesalpino che l'anno dopo fornisce la prova della circolazione sanguigna e dimostra che esiste una corrente centripeta opposta rispetto a quella che, tramite l'aorta e i suoi rami, porta il sangue dal cuore alla periferia.
Nel 1660 lo Studium Urbis si trasferisce nella nuova sede, il palazzo in Corso Rinascimento che prende il nome di Sapienza dall’iscrizione posta sopra il portone principale: Initium Sapientiae timor Domini. Presso quella sede prestigiosa, che oggi ospita l’Archivio di Stato, nel 1670 viene fondata da Alessandro VII Chigi la biblioteca Alessandrina. Messi papali sono inviati nei paesi del vicino Oriente per procurare testi, volumi, alfabeti e grammatiche. A metà del Settecento un nuovo impulso viene dato all’Università da Benedetto XIV che regolamenta i percorsi di studio e i concorsi a cattedra, introduce nuovi insegnamenti come fisica sperimentale, chimica e matematiche sublimi, porta da tre a cinque i corsi di laurea: materie sacre, giurisprudenza, medicina e chirurgia, arti e filosofia e lingue. Benedetto ritiene ragionevole anche stanziare adeguate risorse per attrezzature e gabinetti scientifici mostrando l’utilità di accompagnare le riforme con le risorse necessarie per portarle avanti.
Quando lo spirito della Rivoluzione francese raggiunge Roma e, nel 1798, viene proclamata la prima Repubblica romana, si cerca di dare una nuova impostazione all’Università fondando l’Istituto nazionale per le scienze e per le arti e di rendere culturalmente più autonomi gli insegnamenti. Ma la speranza legata a Napoleone dura poco e lo spirito laico degli studenti deve aspettare la repubblica romana della primavera dei popoli. Nel 1849 un battaglione di studenti universitari si copre di gloria combattendo a difesa della Roma repubblicana di Mazzini, Saffi e Armellini, contro Napoleone III e le truppe francesi. Quando nel 1870 i bersaglieri completano l’unità d’Italia, sollevando i pontefici dall’ingrato e pur così difeso compito di esercitare il potere temporale, inizia un periodo di riforme significative per l’università romana. L’Italia in quegli anni è immersa nello spirito europeo e il ministro dell’Istruzione del nuovo Stato è Terenzio Mamiani, filosofo e intellettuale di altissimo livello. Con la sua azione e quella dei suoi successori la Sapienza ha modo di aprirsi in senso laico alle nuove correnti del pensiero moderno europeo.
Lo spirito patriottico che caratterizza la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento contiene in sé elementi diversi, tra i quali anche i germi del nazionalismo. Così, a ridosso della prima guerra mondiale, lo scontro tra interventisti e internazionalisti si ripropone nell’Università con manifestazioni anti tedesche, costringendo il rettore Alberto Tonelli, lui stesso convinto interventista, a sospendere le lezioni e a chiudere l’Ateneo. La guerra lascia un segno profondo nella vita dell’Università tanto che, terminato il conflitto, viene conferita la laurea per onore a tutti gli studenti caduti.
Gli anni del dopoguerra e lo scontro sociale che ne segue avviano il nostro paese verso la dittatura fascista. Il regime, che considera l’università e la scuola luoghi privilegiati per la propaganda, impone nel 1931 a tutti i docenti l’obbligo di un giuramento di fedeltà al duce pena la sospensione dall’insegnamento per chi avesse rifiutato. Su 1200 professori italiani solo dodici hanno il coraggio di opporsi rifiutando il giuramento. Fra questi quattro professori della Sapienza: Ernesto Buonaiuti, professore di storia del cristianesimo, Giorgio Levi della Vida, professore di studi orientali, Vito Volterra, professore di matematica e fisica, Gaetano De Sanctis, professore di storia antica. Tutti perdono il lavoro. Qualche altro docente preferisce chiedere il pensionamento anticipato piuttosto che sottomettersi all'obbligo del giuramento, come Antonio de Viti De Marco, professore di scienza delle finanze. Gli altri si piegano e il regime li ricompensa edificando una prestigiosa città universitaria: la nuova sede, progettata da Marcello Piacentini, viene inaugurata nel 1935 con cerimonie grandiose alla presenza della famiglia reale. Ma il clima in Italia diventa sempre più difficile per gli studiosi e inizia la migrazione dei cervelli. Enrico Fermi rimane a Roma fino al 1938. Quando riceve il premio Nobel, il fascismo ha appena promulgato le leggi razziali; Fermi, la cui moglie è di religione ebraica, dopo aver ritirato il premio a Stoccolma, emigra a New York. Lo segue un suo allievo, Emilio Segrè, che era salito in cattedra alla Sapienza dieci anni prima. L’anno dopo lascia Roma per gli Stati Uniti anche un giovane laureato in giurisprudenza della nostra università, Franco Modigliani, che riceverà nel 1985 il Nobel per l’economia.
Dopo la seconda guerra mondiale inizia una nuova ricostruzione: i docenti che avevano perso il posto per motivi politici o razziali vengono reintegrati nell’insegnamento e si ripristina l’elezione diretta del rettore e delle altre cariche accademiche.
Con gli anni Sessanta inizia una nuova fase. L’Italia vive il boom economico e si comincia a respirare un’aria nuova, il primo governo di centrosinistra apre una stagione di riforme, la Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II realizza una svolta più attenta al contributo della scienza al progresso dell’umanità, il partito comunista italiano dopo i fatti di Ungheria rompe con l’Unione Sovietica e accentua una sua elaborazione politica autonoma. Gli studenti aumentano in modo significativo, l’università invece rimane ancorata alle logiche tradizionali, il fermento studentesco si traduce in scontri violenti tra studenti di destra e di sinistra. Il 27 aprile del 1966 lo studente Paolo Rossi muore sulle scalinate di Lettere e filosofia durante una incursione di studenti di destra. Gli studenti e i professori per protesta occupano in modo non violento diverse facoltà. Per la prima volta nella storia il rettore Ugo Papi si trova costretto a dimettersi.
Poi il sessantotto, la contestazione, le occupazioni, Valle Giulia, il movimento studentesco e insieme le proteste e le attese di studenti e operai per un mondo più giusto. Nel 1969 sotto la spinta della protesta studentesca il Governo liberalizza l’accesso alle università.
Si apre una fase di grandi speranze e di grande partecipazione. In questi anni le scienze sociali, che in Italia erano state compresse dall’impostazione gentiliana, trovano finalmente uno sbocco accademico: nascono negli anni ’70  i corsi di laurea in psicologia e sociologia che diventeranno facoltà nel 1991.
Gli avvenimenti successivi fanno parte della storia recente: la burrascosa stagione del 1977, la rottura tra il movimento degli studenti e il sindacato, a cui segue una fase di disincanto e di scarsa partecipazione degli studenti che si riscuotono solo negli anni novanta con il movimento della Pantera. L’Italia vive i cosiddetti anni di piombo; l'università è colpita con gli assassini di due illustri docenti: Vittorio Bachelet nel 1980 e Ezio Tarantelli nel 1985.
La preoccupazione per la dimensione eccessiva della Sapienza porta a promuovere lo sviluppo di altre due importanti università statali: l’Università di Tor Vergata e Roma Tre che negli anni si affermano raggiungendo anch’esse dimensioni considerevoli.
È un rettore ingegnere a riportare la Sapienza a un ruolo centrale nello sviluppo delle politiche universitarie italiane: Antonio Ruberti. È a lui che si deve il recupero del nome Sapienza. Il suo impegno lo porta negli anni successivi a diventare il primo ministro dell’Università e della ricerca scientifica nel nostro Paese.
Dopo una lieve flessione nelle iscrizioni la Sapienza ha ripreso a crescere e rimane il più grande ateneo d’Europa, con circa 112.000 studenti e 8.000 dipendenti tra professori, impiegati e tecnici. Le riforme che hanno riguardato il sistema universitario alla fine degli anni Novanta hanno portato a una forte espansione dell’offerta formativa e delle strutture della Sapienza. A partire dal 2009 è iniziato un processo di riordino che ha portato all’adozione nel 2010 del nuovo Statuto, ispirato a criteri di razionalizzazione e a principi meritocratici. Le facoltà, oggi 11, hanno assunto un ruolo di coordinamento e di supervisione, mentre i dipartimenti, ridotti a 63, si occupano di didattica e ricerca.
Il futuro della Sapienza comincia oggi dal suo passato e dal contributo di tutte le componenti della comunità universitaria.

venerdì 19 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 aprile.
Il 19 aprile 1927 l'attrice Mae West venne condannata a 10 giorni di prigione e a una multa di 500 dollari, per l'accusa di "oscenità e corruzione della morale della gioventù" nell'aver diretto e interpretato la commedia "Sex". La commedia fu la prima scritta dalla promettente starlet di 34 anni, che presto divenne una tra le persone più pagate in America, in gran parte per merito della notorietà ricevuta per le  proteste su "Sex" e per le sue tre successive commedie: Drag (poi rinominata "L'uomo del piacere" per Broadway), una commedia sull'omosessualità; Diamond Lil, che introdusse il suo personaggio più caratteristico, poi ripreso in tutta la carriera successiva; e The Constant Sinner, commedia che fu fatta chiudere dal procuratore distrettuale dopo due sole serate. L'uomo del piacere fu recitata per una sola serata, prima che anch'essa venisse chiusa e l'intero cast arrestato per oscenità; tuttavia grazie a un giudice clemente furono tutti rilasciati.
In Sex, Mae West interpretava una prostituta di nome Margie La Monte intenta a migliorare la propria vita con la ricerca di un riccone da sposare. Prima che lo show venisse bloccato nel febbraio del 27, più di 325000 persone fecero la coda per assistervi dal suo debutto nel 26 (37 rappresentazioni).
Mae West cenò varie volte col direttore del carcere di Welfare Island e sua moglie, durante la permanenza nel penitenziario. Venne rilasciata per buona condotta, una cosa che non mancò di riferire ai giornalisti in seguito: "la prima volta che nella mia vita ebbi qualcosa grazie a una buona condotta"...
Nonostante le pessime critiche le sue commedie continuarono a vendere bene, in parte grazie alla controversia riguardante i soggetti. Presto Mae si guadagnò l'attenzione dei produttori di Hollywood. A 38 anni la maggior parte delle attrici di allora cominciavano la parabola discendente; la West invece a quell'età iniziò la sua carriera cinematografica quando la Paramount Pictures le offrì un contratto di 5000 dollari a settimana (circa 80000 di oggi). Le permise inoltre di riscrivere le proprie battute nei film, come nel primo, "Night after night", in cui chiarì il tono del suo personaggio fin dalla prima battuta, in cui una ragazza le dice "Mio Dio, che splendidi diamanti" alla quale West risponde "Dio non ha nulla a che fare con loro, mia cara". Nell'arco di tre anni divenne la seconda persona più pagata in America, alle spalle del solo William Randolph Hearst.
Mae West morì nel 1980 ad 87 anni, dopo aver subito due infarti. Recitava ancora pochi anni prima di morire, nella sua ultima grande produzione, il musical Sextette del 1978.

giovedì 18 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 aprile.
Il 18 aprile 1775 Paul Revere compie la sua storica cavalcata notturna.
A partire dal 1775 le tensioni tra le colonie americane e il governo di Londra erano ormai al punto di rottura, soprattutto in Massachusetts, dove i leader del movimento rivoluzionario avevano formato un governo ombra e addestravano milizie in vista dello scontro con le truppe britanniche che presidiavano Boston, e che vedevano ormai inevitabile. Nell’Aprile di quell’anno il generale Thomas Gage, che agiva come governatore del Massachusetts, ricevette istruzioni da Londra di sequestrare tutte le armi da fuoco e la polvere da sparo che si sapeva i rivoltosi tenevano nelle campagne circostanti Boston.
Il 18 Aprile egli ordinò al tenente colonnello Francis Smith e al maggiore John Pitcairn di porsi al comando di 650-900 soldati e marciare contro Concord e Lexington, dove si credeva numerosi depositi di armi fossero nascosti. Consapevole che i movimenti delle sue truppe erano tenuti sotto sorveglianza, Gage tentò di mantenere segrete le sue intenzioni non dicendo nulla del piano ai suoi ufficiali fino all’ultimo momento. Ma qualcosa filtrò poiché a partire dal 16 gli americani compresero che Gage stava preparandosi a qualcosa di importante e avvisarono il dottor Joseph Warren, il leader provvisorio del Congresso Provinciale del Massachusetts. Costui ottenne presto conferma che i soldati si sarebbero mossi per arrestare Samuel Adams e John Hancock, i leader del Congresso ricercati dalle autorità di Boston ed operanti in clandestinità in una località alla periferia della città portuale. Proprio il 16 Warren inviò a Concord Paul Revere, l’orafo che aveva realizzato la famosa incisione del Massacro di Boston del 1770 ed attivo da anni per la causa rivoluzionaria, a spargere la voce di stare all’allerta più del solito poiché gli Inglesi stavano per passare all’azione.
Fu nel pomeriggio di Martedì 18 Aprile che il tredicenne Sam Ballard udì un discorso fra due ufficiali inglesi su un imminente raid a Lexington e Concord che convalidava l’intenzione di arrestare Adams e Hancock, mentre altre voci confermarono a Revere che le truppe britanniche stavano approntando le imbarcazioni per attraversare il fiume Charles. Alle 10 di quella notte Warren decise di inviare Revere e William Dawes, un calzolaio, a Lexington dove Adams e Hancock alloggiavano, affidando a Revere un messaggio scritto di suo pugno per i cospiratori. Allo stesso tempo i due dovevano avvisare la popolazione e i ribelli di prendere le armi e contrastare gli inglesi laddove possibile. Revere stava per lanciarsi in una corsa a cavallo di 20 miglia che avrebbe innescato gli eventi che portarono al primo scontro aperto fra coloni e truppe inglesi sul suolo americano e sarebbe stata immortalata nella poesia di Longfellow nel 1860.
I due presero percorsi separati in caso uno di loro venisse arrestato. Dawes andò via terra attraverso la penisola di Boston, mentre Revere inizialmente attraversò in barca il fiume presso Charlestown, dove per poco non venne catturato, prima di proseguire a cavallo. Nel frattempo i patrioti di Charlestown aspettavano un segnale da Boston che li informasse del movimento del nemico. Quando due lanterne apparvero appese al campanile della Old North Church, il punto più alto della città, segno che gli inglesi avevano attraversato il fiume a Cambridge, i coloni armati iniziarono a partire nella notte alla volta di Lexington e Concord. Lungo la strada, Revere e Dawes destarono centinaia di coloni, ma nessuno di loro urlò a squarciagola nella notte “Arrivano gli Inglesi!”, come è stato loro più volte attribuito. Il successo della loro missione dipendeva dalla segretezza e le campagne pullulavano di pattuglie inglesi. Inoltre molti coloni si consideravano leali sudditi della corona e avrebbero potuto a loro volta dare l’allarme o tentare di bloccarli. Si trattò piuttosto di un messaggio che venne comunicato nelle case abitate da simpatizzanti alla causa rivoluzionaria, a cui fu semplicemente detto “Arrivano i soldati!”, invitandoli a spargere la voce e ad armarsi. In questo modo in breve tempo vi furono diversi corrieri che andarono di villaggio in villaggio e nelle fattorie circostanti.
Revere arrivò per primo a Lexington poco dopo la mezzanotte di Mercoledì 19 e trovò Adams e Hancock nell’abitazione di Jonas Clack dove consegnò loro il messaggio di Warren. Hancock e Adams fuggirono in direzione di Woburn, mentre Revere veniva raggiunto in Lexington dopo mezz’ora da Dawes, con cui ripartì alla volta di Concord. Lungo la strada incontrarono Samuel Prescott, un giovane patriota che stava tornando a casa a cavallo dopo aver fatto visita ad un’amica e che si unì a loro. Di lì a poco i tre cavalieri s’imbatterono in una pattuglia di soldati che sorvegliava la strada per Concord.
Prescott riuscì a fuggire e raggiunse la cittadina dove diede l’allarme. Dawes inizialmente si sottrasse alla cattura ma fu arrestato poco dopo, mentre Revere fu subito fermato ed interrogato sotto la minaccia delle armi. Gli chiesero se fosse a conoscenza dei piani dei ribelli e dove si trovassero i depositi di munizioni. Revere gli rispose semplicemente dicendogli che a Concord vi erano 500 miliziani a altri 1.500 stavano arrivando. I soldati si avviarono quindi col prigioniero verso Concord dicendogli che se avesse tentato la fuga gli avrebbero sparato senza esitazione.
A circa mezzo miglio dall’abitato sentirono un suono di fucileria che andava crescendo. Credendo a ciò che Revere aveva dichiarato e temendo per la loro vita, lo liberarono, dopo avergli preso il cavallo e datogliene uno stanco.
Revere incontrò poi Adams e Hancock sulla via di Woburn, e venne rimandato alla taverna di Buckman a Lexington dove Hancock aveva dimenticato alcuni documenti riguardanti il Congresso. In quel frangente egli poté ancora sentire i colpi che venivano sparati a Concord.
Nel frattempo verso le 5 del mattino del 19 Aprile, 700 soldati Inglesi comandati da Pitcairn arrivarono a Lexington per trovare un contingente di 77 miliziani guidati da John Parker ad aspettarli. Pitcairn ordinò alla milizia di deporre le armi e tornarsene a casa, e tale era ancora l’autorità della corona che diversi coloni stavano per ubbidire, quando improvviso partì uno sparo, quel primo colpo di fucile “udito in tutto il mondo” il cui responsabile rimase sconosciuto. Gli inglesi aprirono allora il fuoco sul gruppo di miliziani che risposero e presto una nuvola di fumo ricopri la zona circostante. Quando il fuoco cessò, e la milizia si ritirò nei boschi, sul terreno erano rimasti 8 morti e una dozzina di feriti, tutti coloni. I soldati ripresero la marcia per Concord dove sarebbero stati messi in rotta. In questo modo ebbe inizio la prima battaglia della Rivoluzione Americana.
Una statua equestre dedicata a Paul Revere fu posta nel 1940 lungo Hanover Street nei pressi della Old North Church da cui partì il segnale che avvisò i coloni. Essa ricorda gli eventi della notte fra il 18 e 19 Aprile 1775 che insieme allo scontro di Lexington segnarono l’inizio della guerra per l’indipendenza.

mercoledì 17 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 aprile.
Il 17 aprile 1944 Berceto, in Toscana, fu teatro di una tragica strage nazifascista.
Gli abitanti della piccola frazione di Berceto, nell’aprile 1944, aspettavano come tanti Italiani la fine della guerra, che ormai andava avanti da quasi quattro anni: dopo lo sbarco alleato in Sicilia, anche la penisola era teatro di scontri e battaglie furiose tra gli Anglo-Americani in risalita e le forze tedesche della Wermacht, con le truppe della Repubblica Sociale Italiana, che tentavano una strenua resistenza. Sfondata la Linea Gustav, l’avanzata degli Alleati raggiunse il 6 giugno 1944 (lo stesso giorno dello sbarco in Normandia) la città di Roma e, nell’agosto seguente, Firenze. A questo punto, le truppe alleate vennero bloccate dalla nuova linea difensiva, la Gotica, che correva dalla Versilia, si snodava lungo la Valle della Garfagnana, per raggiungere il settore adriatico tra Rimini e Forlì. Anche le forze partigiane, nelle retrovie, cominciarono ad intensificare gli attacchi e gli agguati agli avamposti tedeschi e italiani più isolati, spesso causando, come unico risultato, feroci rappresaglie che colpivano la popolazione civile. Come se non bastasse, dal cielo piovevano tonnellate e tonnellate di bombe sganciate dai bombardieri inglesi e americani. Un triste destino colpì anche Berceto, piccolo agglomerato del Comune di Rufina, alle porte di Firenze.
Il 16 aprile 1944, un gruppo di quattro partigiani scese verso le abitazioni cercando un riparo per la notte, trovandolo presso alcune case di contadini: per evitare eventuali rappresaglie, visti i movimenti delle truppe tedesche nelle vallate circostanti, i quattro rassicurarono le famiglie che li ospitavano che sarebbero ripartiti l’indomani mattina, alle prime luci dell’alba. Venne il giorno dopo e i partigiani indugiarono a partire, fino a mattina inoltrata: improvvisamente, un reparto tedesco fece irruzione nell’abitazione, catturando subito due dei partigiani presenti, mentre i rimanenti fuggirono; fu poi appurato che i due che riuscirono ad allontanarsi erano due informatori delle autorità tedesche. A questo punto, dopo aver fucilato i due ricercati, le truppe tedesche si rivalsero su quei civili che avevano dato ospitalità e riparo ai due partigiani: nella rappresaglia che ne seguì, vennero uccise nove persone (cinque donne, due bambine di pochi anni e due anziani): Alessandro e Isola Ebicci, di 78 anni e 49 anni; Fabio e Iolanda Soldeti, di 81 anni e 19 anni; Giulia Vangelisti, di 46 anni, e le sue quattro figlie, Bruna (23 anni), Angelina (22 anni), Anna Maria (3 anni) e Iole (9 anni), unitamente ai due partigiani, Gugliemo Tesi e Mauro Chiti. Come segno di riconoscenza per il tributo di sangue offerto dalla piccola Berceto, è stata conferita la Medaglia di Bronzo al Merito Civile alla frazione: “Nel corso del secondo conflitto mondiale, la popolazione della cittadina toscana, animata da fiera ostilità nei confronti del regime fascista, per aver favorito la lotta partigiana, venne fatta oggetto di una feroce rappresaglia. La Frazione di Berceto fu teatro di una atroce strage, nella quale furono uccisi undici civili, fra cui donne, bambini ed anziani. Nobile esempio di sacrificio ed amor patrio. Berceto, Frazione di Rufina, Firenze, 17 aprile 1944”.

martedì 16 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 aprile.
Il 16 aprile 1971 i Rolling Stones pubblicano "Brown Sugar", una hit che conquisterà le vette delle classifiche musicali di tutto l'Occidente.
I Rolling Stones sono uno dei gruppi rock più famosi del pianeta e uno dei più importanti dell’intera storia del rock. Di origine britannica, sono formati da Mick Jagger (voce, armonica, chitarra), Keith Richards (chitarra, voce), Ronnie Wood (chitarra, cori), Charlie Watts (batteria, percussioni).
Insieme sono diventati una leggenda del rock mondiale, punto di riferimento per tutti gli artisti in questo campo e soprattutto idoli per diverse generazioni di giovani e non solo. La loro musica può definirsi il perfetto mix di rock e blues, evolvendosi proprio dai ritmi del rock and roll degli anni ’50.
I Rolling Stones (spesso indicati solo come Stones) sono diventati famosi oltre che per la loro musica anche per la loro trasgressione: furono tra i primi a fare riferimento nelle loro canzoni alla droga, al sesso, all’alcool e molto spesso passarono dal testo alla realtà, trasgredendo anche nella vita e diventando icone degli eccessi. Furono infatti chiamati “brutti, sporchi e cattivi” proprio per la loro vita borderline, in contrapposizione ai Beatles, l’altro gruppo inglese entrato nella storia della musica, ma universalmente riconosciuto come quello dei bravi ragazzi.
In realtà tra i due gruppi non c’erano grosse rivalità ma rapporti di stima e di amicizia. I Rolling Stones però premevano molto su questa contrapposizione, proprio per proporsi come una band fuori dal coro e dagli schemi.
Le “pietre rotolanti” erano originariamente cinque ragazzi inglesi appassionati di rhythm & blues, che adoravano suonare la chitarra e soprattutto la buona musica. I cinque erano molto diversi per estrazione sociale e infanzia; alcuni di loro nacquero da genitori insegnanti (Lewis Brian Jones), altri invece da famiglie operaie (Keith Richards), altri ancora di estrazione sociale più elevata (Charles Watts era figlio di un pilota della RAF).
I ragazzi si conobbero sui banchi di scuola e la musica ebbe sempre un posto importante nelle loro vite: iniziarono a suonare prima da soli e poi nei gruppi parrocchiali, intraprendendo la strada della musica.
L’unione ufficiale e la nascita dei Rolling Stones avvenne il 12 luglio 1962 quando negli studi della BBC il musicista Alexis Corner chiese al gruppo di sostituirli nella registrazione televisiva: suonarono così insieme Brian Jones, Mick Jagger, Keith Richards, Mick Taylor e Ian Stewart.
L’esordio ufficiale avvenne nel tempio del rock di Londra, il Marquee e il successo fu presto enorme.
Nel gennaio del 1963 Charlie Watts entrò ufficialmente nel gruppo sostituendo Tony Chapman alla batteria.
Gli anni dell’esordio (1962-1963) li vide associarsi all’etichetta Decca Records e contrapporsi ai Beatles come immagine e target. Famoso fu lo slogan pubblicitario: “Lascereste andare vostra figlia con un Rolling Stone?”.
Nel 1965 per la prima volta ottennero un enorme successo con il brano “Satisfaction”. Proprio in questo periodo Jones e Richard introdussero la tecnica della tessitura di chitarra (guitar weaving): i due chitarristi suonano la parte ritmica e solistica nello stesso momento. Richard dichiarò che ascoltando alcuni lavori di gruppo gli venne in mente questa tecnica per far assomigliare il suono di due chitarre a quello di quattro o cinque.
Nel 1966 uscì il primo disco composto da canzoni esclusivamente scritte da loro “Aftermath”. Seguì un periodo di concerti e un successo mondiale, dal quale però i componenti del gruppo uscirono piuttosto stanchi, anche a causa dell’eccessivo uso di alcool e droga.
Nel 1969 Brian Jones morì in circostanze misteriose: venne sostituito nel gruppo da Mick Taylor. Brian sarà però sempre rimpianto per l’immagine che diede al gruppo.
Il periodo di Taylor fu però comunque importante per il riavvicinamento al blues e alla freschezza di nuovi arrangiamenti ma sarà sostituito nel 1974.
Gli anni Settanta trascorsero tra successi in vetta alla classifica, come gli album Black and blue, Love you live e Some girls.
Nel 1974 Mick Taylor decise di abbandonare il gruppo, provocando grandi difficoltà agli Stones. Venne chiamato Ry Cooder che accompagnò la band nel tour di quell’anno; alla fine anche Ry Cooder non seppe gestire la convivenza con la sregolata formazione inglese, così per sostituirlo venne ingaggiato nel 1975 Ron Wood (amico di vecchia data che lavorò in passato con Rod Stewart nel Jeff Beck Group e nei Faces).
Keith Richards e Mick Jagger iniziarono poi ad avere delle divergenze: il primo voleva tornare al rock and roll, il secondo invece avvicinarsi al pop.
Si sentì così nell’aria lo scioglimento e la crisi, sancita con la pubblicazione nel 1988 da parte di Keith Richards del suo primo album da solista (Talk is cheap).
Negli anni 90’ i Rolling Stones tornarono a calcare le scene e a produrre un album ogni tre anni, seguito da tour mondiali.
Così dal 2000 in poi proseguirono i mega concertoni che la band tenne in tutto il mondo senza mai perdere spettatori e pubblico. In Italia i Rolling Stones vennero più volte; una delle più recenti esibizioni fu quella del 22 giugno 2014 a Roma, al Circo Massimo, davanti ad un pubblico di 71.000 spettatori.
Il mito dei Rolling Stones continua attraverso le generazioni, incarnando l’ideale di musica rock, aggressiva, potente e forte. Il loro simbolo (la lingua con la bocca spalancata) è diventato una delle icone più famose del mondo a dimostrazione che nonostante tutti i cambiamenti, i periodi di crisi e lo scioglimento, i brutti-sporchi e cattivi della musica mondiale non hanno mai mollato.



lunedì 15 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 2010 l'eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull provoca il caos per l'aviazione europea.
Fu un evento di portata storica, che dimostrò come le attività umane siano vulnerabili e fragili anche nel XXI secolo di fronte ai fenomeni naturali.
L’immissione nell’atmosfera di enormi quantità di cenere, dovute al parziale scioglimento del ghiacciaio Eyjafjallajökull che ricopriva l’area del cratere, obbligò le autorità alla sospensione dei voli per intere settimane in tutto il continente europeo per il rischio di danneggiamento ai velivoli. Vennero cancellati decine di migliaia di voli, e milioni di passeggeri restarono a terra.
Il periodo peggiore fu fra il 14 ed il 23 aprile 2010, ma ci furono nuovi blocchi fino a maggio. Un anno dopo, nel 2011, ci fu un nuovo blocco, stavolta più ridotto.
L’attività vulcanica dell’Eyjafjöll,  uno stratovulcano situato nel sud dell’Islanda ed il cui nome è stato spesso confuso con quello del ghiacciaio che lo ricopre, iniziò a fine 2009 dopo circa due secoli di inattività, incrementando fino all’eruzione del 20 marzo 2010 classificata di grado 1 nell’indice di esplosività vulcanica (VEI). Da allora e fino al 14 aprile 2010, l’attività fu di tipo effusivo.
Il 14 aprile iniziò una seconda fase eruttiva, di tipo esplosivo (anche se non particolarmente violenta). Fu a questo punto che il ghiacciaio che ricopriva l’area craterica venne a contatto con il magma incandescente fuoriuscito dal cratere: questa interazione generò una enorme colonna di cenere che durò per settimane. Il pennacchio raggiunse e superò gli 8 km di altezza ed iniziò a muoversi verso est spinto dai venti occidentali. In poche ore i venti trasportarono la nube di cenere su mezza Europa. La cenere vulcanica è formata da particelle di materiale prevalentemente siliceo di diametro inferiore ai 2 mm. Sono perciò estremamente sottili ed allo stesso tempo abrasive. Proprio questo costrinse le autorità alla chiusura degli spazi aerei, perché le minuscole particelle silicee possono portare alla rottura dei motori dei velivoli, ed anche all’abrasione dei finestrini, determinando un serio rischio di incidente.
Già il 14 aprile iniziava il caos negli aeroporti: il Regno Unito chiudeva l’intero spazio aereo costringendo a terra oltre 400mila persone, seguito da Danimarca, Norvegia e Svezia. Anche la Francia chiudeva gli aeroporti di Parigi ed altre 23 città, seguito in serata dalla Polonia. Anche la Spagna sopprimeva ben 500 voli.
L’Italia risentiva subito della cancellazione dei voli per il Nord Europa. Ma quello era solo l’inizio di dieci giorni di passione. Solo due giorni dopo, il 16 aprile, la situazione iniziava a diventare emergenziale, almeno a vederla dal punto di vista della società moderna, caratterizzata da spostamenti rapidi sia commerciali che turistici. Ammontava già a milioni il numero di passeggeri a terra (molti dei quali accampati nelle sale d’aspetto degli aeroporti), ben 34.000 erano i voli cancellati, mentre i treni e i bus e in generale tutti gli spostamenti via terra venivano presi d’assalto.
Il 16 aprile  l’ENAC, l’ente nazionale dell’aviazione civile italiano, bloccava la circolazione aerea sui cieli del Nord Italia. La situazione di blocco andò avanti fino al 23 aprile, quando a macchia di leopardo iniziarono a riprendere i voli. Tuttavia anche nelle settimane seguenti, fino al maggio 2010, ci furono nuovi blocchi dovuti alle nuove dispersioni di cenere sull’Europa.
La paralisi del traffico aereo, oltre a mettere a nudo le fragilità di uno dei pilastri della società moderna, la velocità nei collegamenti, ebbe importanti ripercussioni anche su eventi geopolitici, sportivi, artistici, oltre che effetti sulla vita di migliaia di persone (mancati appuntamenti, lavori perduti, eccetera).
Molti leader mondiali fra cui Obama e Sarkozy non riuscirono a raggiungere Cracovia in Polonia, dove il 18 aprile si svolgevano i funerali di Stato del presidente della Repubblica Kaczynski, morto in un controverso incidente aereo.
La cancelliera tedesca Merkel invece, che volava da Washington a Berlino, fu costretta ad atterrare in Italia ed a tornare in Germania in macchina. Ci furono poi effetti su partite di calcio, concerti, eventi fieristici. La squadra del Barcellona, impegnata nella partita di andata delle semifinali di Champions League contro l'Inter, fu costretta ad arrivare a Milano in pullman. Meno spettatori, calciatori e rock band costrette a lunghi viaggi via terra. Treni e bus vennero presi d’assalto mentre i social network mostrarono in questo caso la loro utilità nel mettere in contatto passeggeri rimasti a terra, per condividere ad esempio il viaggio in automobile. Anche da lì prese forza il fenomeno del car-sharing diventato poi sempre più importante negli anni a venire.
Il blocco del traffico aereo fece ragionare anche sul risparmio di combustibile e sulle minori emissioni di gas serra da parte degli aerei rimasti a terra. Il blocco dell’industria aerea europea fece risparmiare, secondo alcune stime circa 350.000 tonnellate al giorno di CO2 (anche se non bisogna scordare l’apporto di gas serra da parte del vulcano). Ne guadagnò anche l’inquinamento acustico. In quei giorni di primavera 2010 i cieli erano insolitamente privi di aerei in volo, e nelle aree prossime agli aeroporti regnava un insolito silenzio. L’evento fece ragionare anche sulla tangibilità delle distanze: montagne ed oceani tornavano ad essere l’ostacolo geografico di sempre, superabile solamente con lunghe ore di viaggio e con molta pazienza, e le migliaia di chilometri tornavano ad essere una distanza non banale, anche psicologicamente.

domenica 14 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 2012 il calciatore del Livorno Piermario Morosini muore in campo durante la partita Pescara Livorno.
Per la giustizia, la morte di Piermario Morosini ha dei colpevoli. In primo grado, inflitte tre condanne per omicidio colposo per il decesso in campo del giocatore del Livorno: un anno di reclusione per il medico del 118 di Pescara, Vito Molfese, e otto mesi per il medico sociale della squadra toscana, Manlio Porcellini, e il medico del Pescara, Ernesto Sabatini.
È la sentenza pronunciata da Laura D'Arcangelo, giudice del tribunale monocratico di Pescara.
Morosini morì il 14 aprile del 2012. Il giocatore del Livorno si accasciò a terra al 29' del primo tempo, sul terreno di gioco dello Stadio ‘Adriatico’ di Pescara, mentre era in corso l'incontro di serie B tra la squadra abruzzese e gli amaranto. Morosini non aveva ancora compiuto 26 anni. Secondo l’autopsia, il calciatore è deceduto per una cardiomiopatia aritmogena. Fulcro dell'inchiesta della magistratura, le carenze nelle procedure di soccorso, in particolare il mancato uso del defibrillatore, nonostante ce ne fossero due nello Stadio ‘Adriatico’ e un terzo a bordo di un'ambulanza. Il pm Gennaro Varone aveva chiesto una condanna a due anni per Molfese e l'assoluzione, perché il fatto non costituisce reato, per Porcellini e Sabatini. Al momento della lettura della sentenza il medico del Livorno, Porcellini, era l'unico imputato presente in aula. I tre imputati sono stati anche condannati, insieme alla Asl di Pescara e alla Pescara Calcio, al pagamento di una provvisionale di 150mila euro. L'avvocato di parte civile, per conto della sorella del calciatore, aveva chiesto un risarcimento danni complessivo di 330mila euro.
La notizia della morte del giocatore ebbe risalto in tutto il mondo: in Spagna, per esempio, all'inizio di Real Madrid-Sporting Gijón, è stato osservato un minuto di silenzio al Santiago Bernabéu, mentre il Barcellona è sceso in campo con il lutto al braccio.
Il Vicenza e il Livorno hanno ritirato le maglie numero 25 a poche ore dalla scomparsa. Il Vicenza inoltre ha deciso di intitolare a lui il Centro tecnico di Isola Vicentina. In suo onore è stato istituito un memorial dal titolo La speranza... in un ricordo e gli sono state intitolate la Gradinata dello Stadio Armando Picchi di Livorno e la Curva Sud dello Stadio Atleti Azzurri d'Italia di Bergamo. Un anno esatto dopo la sua morte gli è stato intitolato il settore ospiti (curva sud) dello Stadio Adriatico di Pescara.

sabato 13 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile 1863, ancora fiaccato dalla ferita dell'Aspromonte, Giuseppe Garibaldi riceve numerose visite nella sua casa bianca di Caprera.
Giuseppe Garibaldi giunse per la prima volta a Caprera il 25 settembre 1849. Arrestato dopo la fuga da Roma si era deciso di mandarlo esule a Tunisi, ma il Bey non volle accoglierlo e la nave che lo trasportava, comandata dal maddalenino Francesco Millelire, ebbe ordine di sbarcarlo a La Maddalena in attesa di determinazioni. Gli era compagno il fido "Leggero", il maddalenino Giovanni Battista Culiolo, che lo aveva seguito in tutte le sue peregrinazioni e che aveva avuto la sorte di assisterlo nel momento di maggior sconforto: la morte di Anita nella pineta di Ravenna.
Ad accogliere gli esuli c'era a Cala Gavetta tutta la popolazione; Leggero rimetteva piede sul suolo natio dopo tanti anni e tutti volevano conoscere l'uomo di cui era giunta nell'isola l'eco di tante gesta. Numerosi altri maddalenini gli erano stati vicini: Giacomo Fiorentino era stato il primo caduto della prima battaglia di Garibaldi in difesa della Repubblica di Rio Grande do Sul e Antonio Susini, eroe della battaglia del Salto, era stato da lui lasciato al comando della Legione Italiana di Montevideo.
Durante quel primo soggiorno Garibaldi volle conoscere i parenti dei suoi fidi ed in particolare i Susini ai quali rimarrà poi legato da indissolubili vincoli di amicizia. Si recò a trovarli nella casa di Barabò, nella frazione Moneta, Dove i Susini si apprestavano alla vendemmia. Partecipò con loro al lavoro dei campi, alle soste gioiose, ai pranzi alle partite di caccia e di pesca. Proprio in quei giorni fu protagonista di un ardimentoso intervento ancora oggi ricordato da una lapide posta sulla facciata della casetta di Barabò. Durante una battuta di pesca salvò da sicura morte tre uomini e un bambino rovesciatisi con la barca. Uno di questi, tale Tarentini, era forse il padre dell'unico maddalenino che partecipò all'impresa dei mille.
A La Maddalena, dopo tante peripezie, Garibaldi conobbe finalmente una pausa di tranquillità in mezzo a gente nella quale poteva identificarsi: gente ardimentosa, fiera, ma semplice e schietta. Il suo primo soggiorno durò appena un mese, ma forse fu determinante per tutta la sua vita futura. Prima di lasciare l'isola e partire verso l'esilio di Tangeri, indirizzò al sindaco Nicolò Susini una lettera, oggi riprodotta nell'atrio del palazzo comunale, nella quale esprime gratitudine all'intera popolazione per l'accoglienza ricevuta.
Al ritorno dalla sua seconda avventura americana, deciso a mettere su casa e a dedicarsi alla famiglia, Garibaldi inizia il cabotaggio nel Mediterraneo. I frequenti viaggi lo riportano in Sardegna e a La Maddalena. Innamoratosi della terra sarda decise di acquistarvi un terreno e stabilirvisi definitivamente. Le sue attenzioni caddero dapprima sulla penisola di Capo Testa che contrattò con i fratelli Pes, detti "frati Pilosi", successivamente gli fu proposto l'acquisto dell'isola di Coluccia, nei pressi di Porto Pozzo, ma furono i Susini a dissuaderlo consigliandogli di stabilirsi nell'isola di Santo Stefano. Garibaldi, infine, prescelse Caprera e con l'aiuto dei suoi amici riuscì a comprare alcuni appezzamenti di terreno dapprima da tale Ferracciolo e poi dagli inglesi Collins.
Nel 1856, dopo aver riattato a Caprera la vecchia casa di un pastore ormai ridotta a pochi ruderi, aiutato nei lavori dal figlio Menotti, si reca a Londra col duplice scopo di acquistare un imbarcazione e convincere la fidanzata inglese Emma Roberts a venire a vivere con lui nell'isola. Ma Emma per l'opposizione dei figli, non poté seguirlo e Garibaldi fece ritorno col suo sospirato "cutter" che in ricordo del fallito fidanzamento volle battezzarlo con il nome di "Emma". Ritornato a Caprera iniziò i suoi commerci tra Nizza, Genova e la Sardegna trasportando anche materiali per la costruzione della sua casa. Trasportò per prima cosa una casa di legno smontata che installò accanto alla prima casetta e così, nell'estate del 1856 poté essere raggiunto dai figli accompagnati da Battistina Ravello che egli aveva assunto per accudirli. Ma il destino doveva ancor più legarlo alla sua isola. Il 7 gennaio 1857, al ritorno da un viaggio da Genova, l'"Emma", carica di calce, pozzolana, ferro e legnami, naufragò nei pressi di Caprera; fu una svolta decisiva nella sua vita, da quel momento egli decise di abbandonare il mare e di dedicarsi definitivamente all'agricoltura.
Ben presto creò a Caprera, una piccola comunità di pastori, mezzadri, fattori e amici; la casa venne ingrandita e vennero via via aggiunte tutte le strutture necessarie: il forno, il mulino a vento, il magazzino per gli attrezzi, la stalla e la dispensa. Circondato dall'affetto dei maddalenini e dei pastori galluresi presso i quali si recava sovente, Garibaldi, da avventuriero qual era stato, divenne finalmente uomo, padre di famiglia, patriarca di una comunità che il pensatore rivoluzionario russo Bakunin che si recò a visitarlo nel 1864, definì "una vera repubblica democratica e sociale".
E a Caprera maturò il suo sogno di unità d'Italia con Roma Capitale. Gli avvenimenti successivi appartengono alla grande storia, ma pochi sanno che dopo lo storico incontro di Teano, dopo aver consegnato a Vittorio Emanuele un regno di nove milioni di abitanti, Garibaldi fece ritorno a Caprera con un sacco di sementi, tre cavalli e una balla di stoccafisso. Lo seguivano alcuni amici fedeli e per pagarsi le spese di viaggio gli fu necessario prendere a prestito 3.000 lire.
A Caprera, però, Garibaldi non fu solo agricoltore, come la storia ci ha ormai abituato a pensare. Colui che aveva posto le basi dell'Unità d'Italia, divenne "il vate di Caprera" e Caprera fu meta di migliaia di persone, di misteriosi emissari, di influenti personaggi. Andavano a trovarlo rappresentanti di tutti i movimenti indipendentisti o rivoluzionari europei, dai russi ai greci, agli ungheresi, ai polacchi agli spagnoli e per tutti egli aveva parole di esortazione, consigli, preziose direttive. Nel settembre del 1861, si reca a trovarlo il Ministro degli Stati Uniti per conoscere la sua decisione all'offerta fattagli dal presidente Lincoln di porsi al comando delle truppe confederate.
Il resto, come abbiamo detto, appartiene alla grande storia. Nel suo anelito verso Roma Garibaldi fu inseguito e ferito da armi italiane, più volte arrestato conobbe l'ingiuria del carcere. Quella che è invece è poco nota è la sua vita a Caprera, specie negli ultimi anni, quando le conseguenze della ferita di Aspromonte, l'artrite e la malaria contratta in Sudamerica ne minavano il corpo, ma non l'indomato spirito. Schivo di onori e di ricompense, visse gli ultimi anni della sua vita in assoluta povertà. Gli fu compagna devota e fedele Francesca Armosino, una popolana piemontese che gli aveva dato tre figli e che egli riuscì a sposare due anni prima della morte dopo avere ottenuto l'annullamento del matrimonio con la contessina Raimondi.
Il "Leone di Caprera" si spense alle 6 del pomeriggio del 2 giugno 1882 e nella Casa Bianca di Caprera l'orologio fu fermato ed i fogli di un grande calendario non furono più staccati: segnano ancora oggi l'ora e il giorno della morte dell'eroe. Il suo corpo, come egli aveva desiderato, non fu cremato: non potevano essere bruciate e disperse le spoglie dell'eroe. E di quelle spoglie i maddalenini si proclamarono subito gelosi custodi mutando lo stemma comunale in quello attuale che raffigura il "Leone di Caprera", che simboleggia Garibaldi, irto su uno scoglio che rappresenta l'isola a lui tanto cara. Da quello scoglio le spoglie dell'eroe, come dice il motto latino che contorna lo stemma araldico del comune di La Maddalena, vigilano e proteggono le coste d'Italia.

venerdì 12 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1175 termina l'assedio di Alessandria da parte delle truppe dell'imperatore Federico Barbarossa, che ne esce sconfitto.
Alessandria, città di medie dimensioni adagiata sulla pianura padana, alla confluenza del Bormida e del Tanaro, porta d’ingresso del Monferrato, offre una leggenda molto suggestiva.
Alessandria nacque nella seconda metà del secolo XII, con il nome di Civitas Nova, su un nucleo urbano già esistente costituito dall’antico borgo di Rovereto con l’aiuto dei feudi vicini di Marengo, Borgoglio, Gamondio, Solero, Villa del Foro, Oviglio e Quargnento, che intendevano ribellarsi degli Aleramici, allora signori del Monferrato.
In questo le popolazioni furono supportate dai comuni della Lega Lombarda, in contrasto con il marchesato del Monferrato, principale alleato del Barbarossa.
La città, fondata ufficialmente nel 1168, in quell’anno assunse il nome attuale in onore di Papa Alessandro III, ampio sostenitore in quel periodo delle azioni della Lega Lombarda contro il Sacro Romano Impero che aveva scomunicato Federico Barbarossa.
Il 29 ottobre 1174 Alessandria subì un attacco delle forze imperiali: cominciò così un lungo assedio che terminò il 12 aprile 1175, con la resa degli uomini del Barbarossa, attaccati e colti impreparati dagli alessandrini.
E’ proprio durante l’assedio, che inizia la nostra storia.
Cinta da mura di pietra, e fatte di paglia i tetti delle sue case, Alessandria era sotto l’assedio duro delle truppe di Federico Imperatore, solo venti chicchi di grano a testa erano rimasti agli abitanti mentre fuori dalle mura l’esercito dell’Imperatore aveva cibo a volontà. Il Barbarossa ogni giorno saliva al colle di San Salvatore per guardare di lontano la lenta morte della città assediata.
Sulle mura, ogni sera faceva la sua comparsa un suonatore, e la musica in lontananza lasciava strani effetti anche sugli assedianti che alle note di quella dolce melodia sentivano salire la malinconia della lontananza dalle loro case.
Viveva nel borgo un contadino, Galgliaudo Aulari, e la sua mucca e, se non fosse stato perché era la sola che possedeva, era persino la sua preferita, ma era così magra e denutrita da far spavento; da quando la città era sotto assedio non poteva più farla pascolare nella campagna e il buon Gagliaudo si tormentava nel vederla così.
Dall’alto delle mura Gagliaudo guardava i cavalli dell’esercito di Barbarossa pascolare liberi poi, guardando la sua mucca sentiva una gran pena in cuore a vederla ridotta pelle e ossa a morir di fame e parlando sottovoce disse tra sé e sé… “Bisogna pur trovare una soluzione…”
Mentre Gagliaudo era intento nei suoi pensieri a cercare soluzioni per poter far pascolare la sua mucca, si teneva il Consiglio dei Sapienti di Alessandria. ” Alessandria è condannata” brontola un consigliere, “ci resta un solo sacco di grano”, dice l’abate Leone, “domani ci dovremo arrendere all’imperatore “ ma, mentre si sta prendendo questa grave decisione bussa alla porta Gagliaudo con il cappello in mano e la mucca al fianco.
“Che vuoi Gagliaudo, vieni qui a far pascolare la tua mucca?”  “non sono qui per chiedere”, disse Gagliaudo, “ma per fare una proposta che se accetterete farà libera Alessandria”. Un mormorio si diffuse presto tra i presenti, Gagliaudo non era certo stimato come un pensatore ma, visto che non c’erano altre soluzioni all’orizzonte, decisero di starlo ad ascoltare. Così, quello che tutti consideravano uno sciocco contadino al contrario propose un trucco furbo e un po’ birbante per ingannare il Barbarossa . Dopo una lunga discussione e visto che comunque tutto era ormai perduto il Consiglio decise di tentare.
Ecco che Gagliaudo uscito con la sua mucca ed il sacco di grano versò gran parte del grano dentro la greppia e lo diede da mangiare alla mucca trattenendone per sé un paio di chili; uomini donne e bambini affamati guardavano mangiare l’animale furiosi nel vedere un tale affronto e le guardie riuscirono a stento ad impedire una vera ribellione; Gagliaudo invece uomo di rispetto andò a mangiare di nascosto dagli altri che certo non avrebbero potuto comprendere il suo intento.
Quando l’animale fu sazio di frumento la spinse a una delle porte e spaventatala con un gran urlo la fece scappare per poi mettersi a correrle dietro gridandole: “Torna che non hai ancora finito la tua biada!”
Mucca e contadino finirono ben presto tra le spade dei soldati del Barbarossa ed in fine al cospetto di lui che con stupore chiese da dove provenivano. “Da Alessandria, Imperatore!”. “E come mai questa vacca non è magra e stecchita? Cos’ ha mangiato?” “Grano”, disse Gagliaudo e nel dire la gran frottola levò il mantello per far vedere la sua pancia ben piena e tonda dal grano che aveva anche lui mangiato.
“Bugiardo!” disse l’imperatore, “chi mente a me merita la morte!”
“No sire, giuro! Il grano è la sua biada, ne abbiamo tanto che persino cani e porci lo mangiano ma questa disgraziata è scappata perché stanca del grano voleva fieno e l’erba fresca del prato”.
Barbarossa fu colto da mille ire ed esplose dicendo: “Bene ora la tagliamo in due e vediamo se dici il vero, chiamate un macellaio”.
Ma Gagliaudo che aveva a cuore la vita della sua mucca disse all’imperatore: “Sire anche la vita di una vacca è sacra al cuore del nostro Creatore perché sia tolta senza un buon motivo, tu puoi sapere la verità anche senza ucciderla, ciò che entra da una parte esce dall’altra se avrai la pazienza di aspettare un poco”.
L’imperatore trovata la proposta convincente convenne d’aspettare che uscisse la sostanza; ed ecco che nell’accampamento si trovarono tutti in attesa dell’evento e, dopo aver atteso il giusto tempo, si sciolse il mistero!!
“allora è vero”, disse il Barbarossa, “nella città c’è cibo in quantità se viene dato da mangiare agli animali!”
Ecco che scoppiò una gran protesta tra le truppe ormai stanche e Federico Barbarossa convinto che la città avrebbe resistito ancora per troppo lungo tempo, decise di togliere l’assedio.
Ancora oggi, Gagliaudo è stato immortalato in due sculture, una all’angolo del Duomo che da su Via Parma, ed un’altra, sempre in Piazza Duomo, con un’iscrizione di Umberto Eco che recita così:
“A Gagliaudo Aulari, che ci ha insegnato come si possa risolvere un conflitto senza uccidere alcun essere umano. Se il mondo lo ha dimenticato, ricordiamolo noi.”

giovedì 11 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 1961 debutta a New York Bob Dylan.
Bob Dylan, al secolo Robert Zimmermann, nasce il 24 maggio del 1941 a Duluth, Minnesota (USA). A sei anni si trasferisce a Hibbing, al confine con il Canada, dove inizia a studiare pianoforte e a fare pratica su una chitarra acquistata per corrispondenza. Già a dieci anni scappa di casa, dalla sua cittadina mineraria di confine col Canada per andare a Chicago.
A 15 anni suona in un complessino, i Golden Chords, e nel 1957 al liceo conosce Echo Hellstrom, la Girl From The North Country di qualche anno dopo. Con Echo, Bob divide i primi amori per la musica: Hank Williams, Bill Haley e la sua Rock Around The Clock, un poco di hillbilly e country & western. Frequenta l'università a Minneapolis, nel 1959, e contemporaneamente inizia a suonare nei locali di Dinkytown, il sobborgo intellettuale della città, frequentato da studenti, beat, militanti della New Left e appassionati di folk. Al Ten O'Clock Scholar, un locale poco distante dall'università, si esibisce per la prima volta come Bob Dylan, eseguendo "traditionals", brani di Pete Seeger e pezzi resi popolari da Belafonte o dal Kingston Trio.
A questo proposito, bisogna sfatare la leggenda che vuole il nome "Dylan" mutuato dal celebre poeta gallese Dylan Thomas. In realtà, nella sua stessa biografia ufficiale, il cantante ha dichiarato che, pur ammirando l'illustre poeta, il suo nome d'arte non ha nulla a che vedere con esso.
"Avevo subito bisogno di un nome e ho scelto Dylan. Mi è venuto in mente così senza pensarci su troppo... Dylan Thomas non c'entrava affatto, è stata la prima cosa che mi è venuta in mente. Ovviamente sapevo chi fosse Dylan Thomas ma non ho affatto scelto deliberatamente di riprendere il suo nome. Ho fatto più io per Dylan Thomas di quanto lui abbia mai fatto per me."
Nello stesso tempo, però, Dylan non ha mai chiarito da dove avrebbe tratto questo nome e perché. Ad ogni modo, Bob Dylan è diventato il suo nome anche legalmente a partire dall'agosto del 1962.
Preso dalla musica, gira per l'America solo e senza un soldo. E' di fatto un menestrello ambulante, in questo emulo di un suo grande idolo e modello, Woody Guthrie. Nel 1959 trova il suo primo impiego fisso in un locale di strip-tease. Qui è costretto ad esibirsi fra uno spettacolo e l'altro per intrattenere il pubblico, che però non mostra di apprezzare un gran che la sua arte. Anzi, spesso lo fischia e lo prende a male parole. I suoi testi, d'altronde, non possono certo cogliere gli stati d'animo di rozzi cowboy o duri camionisti. Nell'autunno del '60 si realizza un suo sogno. Woody Guthrie si ammala e Bob decide che questa può essere l'occasione propizia per conoscere finalmente il suo mito. Molto coraggiosamente, si fa annunciare nell'ospedale del New Jersey dove trova un Guthrie malato, poverissimo e abbandonato. Si conoscono, si piacciono e ha così inizio un'intensa e vera amicizia. Sulla spinta degli incoraggiamenti del maestro, inizia a girare i locali del Greenwich Village.
Il suo stile, tuttavia, si distingue nettamente dal maestro. E' meno "puro", decisamente più contaminato con le nuove sonorità che cominciavano ad affacciarsi nel panorama musicale americano. Inevitabili, seguono le critiche da parte dei più accaniti sostenitori del folk tradizionale, che lo accusano appunto di contaminare il folk con il ritmo del rock'n'roll. La parte più aperta e meni tradizionalista del pubblico, invece, saluta in lui l'inventore di un nuovo genere, il cosiddetto "folk-rock". Una parte non indifferente di questo nuovo stile è rappresentato d'altronde da strumentazioni tipiche del ruspante rock, come ad esempio la chitarra e l'armonica amplificate.
In particolare, poi, i suoi testi colpiscono in profondità i cuori dei giovani ascoltatori perché si sintonizzano sulle tematiche care alla generazione che si preparava a fare il '68. Poco amore, poco romanticismo consolatorio ma molta mestizia, amarezza e attenzione ai problemi sociali più scottanti. Viene ingaggiato per aprire un concerto del bluesman John Lee Hooker al Gerde's Folk City e la sua performance viene entusiasticamente recensita sulle pagine del New York Times.
In breve cresce l'attenzione nei suoi confronti (partecipa ad alcuni festival folk assieme ai grandi del genere come Cisco Houston, Ramblin' Jack Elliott, Dave Van Ronk, Tom Paxton, Pete Seeger e altri) ottenendo anche un provino con il boss della Columbia John Hammond che si tramuta subito in un contratto discografico.
Registrato alla fine del 1961 e pubblicato il 19 marzo 1962, l'album d'esordio Bob Dylan è una raccolta di brani tradizionali (tra cui la celebre House Of The Rising Sun, ripresa in seguito dal gruppo The Animals e In My Time Of Dyin, bersaglio di una rivisitazione anche da parte dei Led Zeppelin nell'album del 1975 Physical Graffiti) per voce, chitarra e armonica. Due sole le canzoni originali scritte da Dylan: Talkin' New York e l'omaggio al maestro Guthrie Song To Woody.
A partire dal 1962 comincia a scrivere una gran quantità di brani di protesta, canzoni destinate a lasciare il segno nella comunità folk e a diventare dei veri e propri inni dei militanti per i diritti civili: ne fanno parte Masters Of War, Don't Think Twice It's All Right, A Hard Rain's A-Gonna Fall e, soprattutto, Blowin' In The Wind.
Dopo più di trent'anni, diventato ormai un mito, un'icona popolare senza eguali (si parla addirittura di una sua candidatura al Premio Nobel per la letteratura), nel 1992 la sua casa discografica, la Columbia, decide di organizzare un concerto in suo onore al Madison Square Garden di New York City: l'evento è trasmesso in mondovisione e diventa sia un video che un doppio CD intitolato Bob Dylan - The 30th Anniversary Concert Celebration (1993). Sul palco, tutti nomi leggendari del rock americano e non; da Lou Reed a Stevie Wonder da Eric Clapton a George Harrison ad altri ancora.
Nel giugno 1997 è improvvisamente ricoverato in ospedale per una rara infezione cardiaca. Dopo le apprensioni iniziali (dovute anche allo stillicidio di notizie attendibili riguardanti le sue reali condizioni di salute), nel giro di poche settimane vengono annunciati per settembre la ripresa dell'attività concertistica e, finalmente, la pubblicazione (più volte rimandata) di un nuovo album di canzoni originali in studio. Poco dopo, quasi completamente riabilitato, prende parte ad uno storico concerto per Giovanni Paolo II in cui si esibisce di fronte al pontefice. Nessuno avrebbe mai detto di poter vedere una scena simile. Il menestrello però, alla fine della sua esibizione, si toglie la chitarra, si dirige verso il pontefice, e togliendosi il cappello, gli prende le mani ed effettua un breve inchino. Un gesto davvero inatteso da parte di chi, per dirla con le parole di Allen Ginsberg (riportate da Fernanda Pivano, la grande americanista amica dei Beats): "[Dylan]...rappresenta la nuova generazione, quello è il nuovo poeta; [Ginsberg] mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo formidabile di diffusione disponesse adesso il messaggio grazie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non censurabili, attraverso i juke-box e la radio, milioni di persone avrebbero ascoltato la protesta che l'establishment aveva soffocato fino allora col pretesto della "moralità" e della censura".
Nell'aprile del 2008 i prestigiosi premi Pulitzer per il giornalismo e le arti hanno insignito Bob Dylan, quale cantautore più influente dell'ultimo mezzo secolo, di un riconoscimento alla carriera.
Nel 2016 riceve il Premio Nobel per la Letteratura, per aver "creato una nuova poetica espressiva all'interno della grande tradizione canora americana".

mercoledì 10 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 10 aprile.
Il 10 aprile 1896 Spyridon Louis vince la medaglia d'oro nella prima maratona delle Olimpiadi moderne.
Nato il 12 gennaio 1872 a Maroussi, un piccolo villaggio nei dintorni di Atene (Grecia), Spiridon Louis è l'atleta che la storia dello sport mondiale ricorda per essere stato il vincitore della maratona della prima Olimpiade dell'era moderna. Ultimo di cinque figli di una modesta famiglia contadina, non si hanno notizie certe sulla sua professione: secondo alcuni Spiridon è un pastore, da altre fonti viene invece descritto come portatore d'acqua.
In base a ciò che riporta il podista lombardo Carlo Airoldi, giunto nel 1896 ad Atene per partecipare ai Giochi olimpici ma non ammesso in quanto considerato atleta professionista, Spiridon è un soldato dell'esercito greco che, dopo aver abbandonato le armi, aiuta suo padre nel caricare acqua minerale acquistata ad Atene.
Per svolgere tale lavoro, Louis Spiridon è solito percorrere una media di circa trenta chilometri al giorno, quindi pur non essendo un atleta di professione, di certo non gli manca l'allenamento.
Il 25 marzo 1896 arriva diciassettesimo alla gara di qualificazione per la maratona delle Olimpiadi, ma solo i primi sedici atleti vengono ammessi. Il sindaco di Atene, che è colonnello e conosce bene Spiridon per le sue ottime doti di militare, convince la giuria a farlo partecipare alla competizione olimpica. Il 10 aprile 1896 l'atleta greco Spiridon Louis entra nella storia dell'atletica e in quella dello sport vincendo la maratona della I Olimpiade dell'era moderna.
La gara viene disputata dalla piana di Maratona, lo storico luogo in cui avvenne la battaglia tra Ateniesi e Persiani fino al centro della città: in tutto sono circa quaranta chilometri, e Spiridon li percorre 2 h 58' 25''. Nella storica gara il favorito è il connazionale Harilaos Vassilakos, che però arriva secondo. La maratona ha una valenza storica per i Greci, in quanto rievoca la corsa di Filippide dalla città di Maratona fino ad Atene per portare l'annuncio della vittoria sulla Persia. Essere arrivato primo alla Olimpiade rende Louis Spiridon famoso e popolare in tutta la Grecia.
E' da ricordare come la distanza della maratona moderna di 42,195 Km venne ufficializzata solo nel 1921.
Gli abitanti del piccolo villaggio natio, Maroussi, fanno a gara per offrire a Spiridon Louis pranzi gratis ogni giorno e caffè per tutta la vita in trattoria, doni in natura, ecc. L'atleta accetta soltanto in regalo un carretto ed un cavallo per proseguire la sua attività di caricatore di acqua, che lo aiuta a fare meno fatica. Anche successivamente Spiridon conduce una vita alquanto modesta, e dopo la morte della moglie, nel 1927, cade in miseria per una serie di sfortunate circostanze.
Nel 1926 viene accusato di falsificazione di documenti militari e viene rinchiuso in prigione, dove vi resta per un anno. I giornali infangano la reputazione dell'atleta, che invece viene dichiarato innocente. Il Ministero dell'Interno gli fa così ottenere una pensione per i servizi resi alla nazione.
Nel 1936 Spiridon Louis viene invitato come tedoforo della fiamma olimpica a Berlino, e qui offre una corona di lauro di Olimpia ad Hitler. Questa è l'ultima volta che Spiridon compare pubblicamente: quattro anni dopo, il 26 marzo 1940, muore nella sua città natale all'età di 68 anni.
In suo onore è stato costruito lo Stadio Olimpico a Maroussi. Nel 2012 il trofeo da Spiridon conquistato nella Maratona olimpionica è stato messo all'asta dal nipote, che si trovava in difficoltà economiche a causa della profonda crisi che ha colpito pesantemente la Grecia.
La medaglia, ed altri cimeli, è stata acquistata dal Marathon Run Museum di Maratona, ed è ora esposta a ricordare lo storico evento.

martedì 9 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 aprile.
Il 9 aprile 1241 a Liegnitz (Polonia) fu combattuta una battaglia decisiva per impedire l'invasione dell'Europa da parte dei mongoli.
Sulla battaglia di Liegnitz vi sono opinioni contrastanti: i polacchi, ad esempio, ancora la festeggiano come la sconfitta con la quale hanno salvato l'Europa dalla minaccia mongola, e anche i tedeschi, molto coinvolti nella battaglia, condividono questa opinione. Studiosi moderni, al contrario, ritengono che fu solo il caso -- ovvero l'improvvisa morte del Gran Khan e la successiva disputa dinastica tra i suoi figli -- a salvare l'Europa dalla conquista mongola.
Se fu una vittoria di Pirro per i mongoli, che li convinse a rinunciare alla conquista dell'Europa o solo un episodio in una campagna che aveva per i mongoli altri obiettivi nessuno può dirlo.
Vero è che i mongoli non conquistarono mai l'Europa, e quindi è ozioso chiedersi se ci sarebbero mai riusciti, ma è altrettanto vero che altri europei (gli ungheresi) furono sconfitti dalla parte principale dell'armata mongola, due giorni dopo Liegnitz, a Mohi, centinaia di chilometri a sud est, e che quindi l'enfasi particolare assunta storicamente da Liegnitz non si comprende se non si aggiunge che fu la puntata più occidentale compiuta da un'armata mongola.
La manovra di Subodai, il comandante in capo mongolo, era molto complessa: indirizzata alla conquista dell'Ungheria, era articolata su tre colonne: una centrale comandata da Batu costituiva la punta più importante, le rimanenti erano forze ridotte che avevano il compito di isolare l'avversario principale.
Gli avversari a Liegnitz erano più o meno pari numericamente: l'armata mongola guidata da Kadan era costituita da due tumen -- due unità nominalmente da 10.000 uomini ciascuna -- mentre i polacco-germanici erano attorno ai 25.000 uomini.
Enrico II il pio duca di Slesia aveva da poco unificato la Slesia con la Grande e la Piccola Polonia e di fronte alla minaccia Mongola aveva riunito un esercito eterogeneo costituito da minatori bavaresi, reclute polacche e volontari moravi, cavalieri slesiani e tedeschi e anche appartenenti ai tre ordini militari maggiori: Ospitalieri, Templari e forse Teutonici.
Un'altra armata europea di entità doppia di quella di Enrico, guidata da Wenceslao di Boemia, suo stretto parente, era ad appena due giorni di distanza da Liegnitz: ma Enrico non lo sapeva, mentre gli esploratori mongoli avevano informato il loro comandante di quella pericolosa presenza, convincendolo dell'opportunità di accelerare i tempi dello scontro.
Il duca schierò probabilmente le sue truppe a rombo: sulle ali i contingenti di reclute polacchi e di minatori bavaresi, entrambi costituiti in massima parte da fanterie; al centro il contingente di Opole con alleati moravi, e dietro questi posizionò la propria riserva con i cavalieri migliori. I mongoli si schierarono con due ali molto allargate verso l'esterno e un centro con un'avanguardia sostenuta da una riserva.
Il combattimento volse subito al peggio per gli europei: l'avanguardia mongola costrinse infatti immediatamente alla fuga il centro polacco, inseguendolo quel tanto che bastava per costringere la riserva guidata dallo stesso duca ad intervenire prematuramente.
A questo punto l'avanguardia mongola finse di fuggire in rotta e attirò gli europei oltre la distanza di sicurezza dai propri supporti. Avanzando impetuosamente i cavalieri subirono un nutrito lancio di frecce da parte delle unità mongole sui fianchi e giunsero esauste e decimate allo scontro con la riserva mongola.
Forse sui fianchi i mongoli stesero persino una cortina fumogena per occultare agli occhi del resto dell'esercito polacco il massacro che stava avvenendo poco distante.
I cavalieri proseguirono una disperata resistenza appiedati, infliggendo in questo modo ai mongoli più perdite di quante si attendessero, ma vennero sterminati fino all'ultimo uomo. Nel frattempo le unità sui fianchi poterono occuparsi delle formazioni europee rimaste arretrate ed inerti: forse un'esplosione di panico (diffuso, si narra, ad arte da un russo al servizio dei mongoli) facilitò l'attacco mongolo che si trasformò in uno spietato inseguimento.
Il duca Enrico cercò di fuggire, ma fu raggiunto e ucciso: la sua testa portata in cima ad una picca davanti a Liegnitz.
Con le orecchie destre dei morti i mongoli riempirono 9 sacchi.
In quello scacchiere, i mongoli non si spinsero oltre, deviando verso la Moravia per ricongiungersi con Batu. L'obiettivo principale dell'avanzata verso occidente rimaneva infatti l'Ungheria, e alla volta di quest'ultima aveva nel frattempo mosso l'armata principale, radunatasi sulla Vistola all'altezza di Halicz. Nella sua marcia verso Pest, Batu aveva diviso la sua armata in quattro tronconi, due ali estreme a nord e a sud, e altre due sezioni centrali, rispettivamente attraverso la Galizia, la Moldavia e la Transilvania. Riunitisi nei pressi della capitale, i tartari furono avvicinati dall'armata di soccorso allestita da Bela, ma si sottrassero allo scontro attuando un ripiegamento verso oriente. Nove giorni dopo, e, secondo la tradizione, due giorni dopo la battaglia di Liegnitz, presso il villaggio di Mohi gli ungheresi si fecero sorprendere nel sonno da una manovra a tenaglia, e fu un'ecatombe, dalla quale a stento si salvò lo stesso sovrano. Pest, naturalmente, fece una brutta fine, e il resto dell'anno gli ungheresi lo passarono a sfamare le armate mongole, prima che queste riprendessero l'avanzata verso occidente, con Vienna quale successivo obiettivo.
Durante la pausa che si presero i mongoli, Bela non riuscì, nonostante i suoi sforzi, a indurre la Cristianità a mettere in atto una crociata per fronteggiare il pericolo rappresentato dagli invasori. Il papa era allora troppo impegnato nelle sue contese con l'impero per prendersi la briga di indire una crociata in uno scacchiere che non fosse quello italico, dove egli vedeva il vero nemico della fede nell'imperatore Federico II. All'appello risposero solo i teutonici, che però preferirono scegliersi un nemico teoricamente più malleabile - e più compatibile con i loro interessi nell'area baltica -, i russi di Novgorod; finì che anche loro rimediarono una memorabile sconfitta, nella battaglia del lago Peipus per mano del principe Nevskij.
Dopo essere stato raggiunto da Kaidu, Batu attese solo che l'inverno gelasse il Danubio per poter riprendere la campagna; il khan giunse a distruggere Zagabria e fin quasi sulle rive dell'Adriatico, nei pressi di Spalato, nel tentativo di raggiungere il re ungherese in fuga, mentre la sua ala destra si spingeva in direzione di Vienna. Ma nel febbraio 1242 giunse la notizia della morte del gran khan Ögödei - avvenuta nel dicembre precedente -, che apriva la questione della successione. Batu era tenuto a partecipare al Kuriltai, e non ebbe altra scelta che tornare indietro abbandonando qualunque velleità sull'Europa.
Le sue ambizioni, tuttavia, furono frustrate dall'elezione di Guyuk, al quale Batu non rese mai omaggio, preferendo tornare ad amministrare come dominio autonomo i territori occidentali, che ormai comprendevano i principati russi, la cui capitale pose a Sarai sul Volga. Nasceva lo stato mongolo - o tartaro, come veniva chiamato dagli europei - indipendente dell'Orda d'Oro, come fu definito per via della tenda dorata di Batu; oltre ai territori russi, esso inglobava una vasta area corrispondente all'attuale Kazakistan, trasformandosi progressivamente in uno stato turco e islamico. Tenne bene ancora per un secolo, per poi subire il ritorno dei moscoviti e, soprattutto, l'aggressione di Tamerlano; in progresso di tempo, finì per dividersi in varie Orde, spesso in guerra tra loro, e perse il controllo sui territori russi, che finirono col rendersi indipendenti. Agli albori dell'età moderna Ivan IV il Terribile diede il colpo definitivo alla Grande Orda, e ai tartari rimase la sola Crimea, dalla quale i mongoli si presero una piccola rivincita riconquistando temporaneamente la capitale moscovita nel 1571, il khanato di Crimea sopravvisse fino alle soglie del XVIII secolo, per essere infine inglobato nell'impero ottomano.

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