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mercoledì 17 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 17 settembre.

Il 17 settembre 1776 viene fondato il Presidio di San Francisco.

Nel 1776, i coloni spagnoli furono i primi a insediarsi in quest'area che, dopo un breve periodo di controllo messicano, fu trasformata in presidio militare dagli Stati Uniti, che la utilizzarono fino al 1994, diventando così la più longeva base militare nella storia del paese. 

Oggi Presidio Military Reservation è parte del patrimonio storico statunitense e copre una superficie di quasi 590 ettari, che includono un campo da golf professionale, un cimitero, percorsi escursionistici e il centro Letterman Digital Arts, una delle sedi dell'azienda del regista George Lucas. Qui potrete passeggiare tra pini sempreverdi e fortificazioni monolitiche sullo sfondo delle torri rosse del Golden Gate o procedere verso Baker Beach per ammirare lo straordinario panorama. Il Presidio vanta 40 chilometri di percorsi escursionistici che si snodano attraverso l'incontaminata costa californiana, proprio alle porte di San Francisco.

Al suo interno, una delle mete più popolari è Crissy Field, ritrovo di ciclisti, pattinatori e corridori. Le distese sabbiose di questa palude bonificata, all'ombra del Golden Gate, sono lo sfondo ideale per un picnic e rappresentano l'unica spiaggia sulla terraferma della baia di San Francisco.

Non dimenticate di visitare le tante attrazioni del parco, come il Gulf of the Farallones National Marine Sanctuary, il Walt Disney Family Museum, il Battery Chamberlain e il Crissy Fields Center, che offrono una serie di pannelli informativi e attività interattive per la gioia dei più piccoli.

Il passato militare del Presidio è ben visibile a Moraga e nel San Francisco National Cemetery, dove riposano più di 30.000 veterani americani con le loro famiglie. L'eccezionale diversità del parco rimane però la sua più grande attrazione. Al mattino è particolarmente piacevole passeggiare tra i boschi di eucalipto e cipressi o lungo la scogliera. Nel pomeriggio, invece, potrete fare un giro in barca nel Pacifico o ammirare la Yoda Fountain nel Letterman Digital Arts Center.

Situato nella parte più settentrionale della penisola di San Francisco, il Presidio si trova proprio ai piedi del Golden Gate, sul lato sud. Il parco è ben servito da autobus municipali (Muni) e Golden Gate Transit, treni BART (Bay Area Rapid Transit) e navette PresidiGo e, dall'apertura del Presidio Transit Center, è diventato ancora più accessibile. Il modo migliore per esplorare il parco è in bicicletta, che potrete noleggiare sul posto. In alternativa, potrete servirvi delle navette gratuite PresidiGo per raggiungerne le varie attrazioni. Se viaggiate in auto, potrete parcheggiare a pagamento entro i confini del Presidio.

mercoledì 18 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 giugno.

Il 18 giugno 1812 gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Gran Bretagna.

La guerra tra Stati Uniti e Gran Bretagna combattuta dal 18 giugno 1812 al 17 febbraio 1815 è particolare, con una gestione mal condotta, una durata di tre anni contro un solo anno di previsione, la battaglia più famosa viene combattuta dopo la firma del trattato di pace; eppure questo conflitto gioca un ruolo cruciale nello stabilire l’identità dell’America, ispira l’inno nazionale e stabilisce la prima zona smilitarizzata del mondo.


All’inizio del XIX secolo l’America è un’associazione libera di Stati sparpagliati, che confinano a Ovest con una vasta zona selvaggia e a Est con l’estensione dell’Oceano; queste comunità isolate di rudi pionieri che si spingono avanti combattendo la natura e gli indiani, sono circondate da un ampio territorio inesplorato e ostile, ma anche fertile e che si presta a essere densamente popolato. Nell’arco dei 35 anni che seguiranno il Conflitto Anglo-Statunitense, le regioni che si estendono per 3.000 miglia tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Pacifico e tra i Grandi Laghi del Nord fino al Golfo del Messico cadranno sotto il controllo di Washington.

La guerra scoppia per i conflitti che, al di là dell’Atlantico, insanguinano il continente europeo: per affamare gli Inglesi e toglier loro ogni rifornimento, Napoleone Bonaparte impone il famoso «blocco continentale». Questo produce in America lo scontro tra i federalisti, anglofili per interessi commerciali, e i repubblicani, simpatizzanti per la Francia rivoluzionaria e bonapartista. Gli Stati Uniti mantengono un atteggiamento pacifista e doppiogiochista, vendendo a entrambe le parti in lotta i propri prodotti; così, la Corona Inglese prende ad arrogarsi il diritto di perquisire le navi mercantili statunitensi quando attraversavano le rotte commerciali, impedendo di fatto agli Americani il libero commercio con i Francesi e, cosa ancor più grave, procede all’arruolamento forzato dei marinai per combattere la «sua» guerra. Oltretutto, gli Inglesi supportano le tribù indiane che resistono all’espansionismo americano, incitandole agli attacchi al confine.

Il 1° giugno del 1812, il Presidente Americano James Madison (un uomo esile, 163 centimetri per 50 chilogrammi di peso, un intelletto fine, che ha architettato la Costituzione, ma che al dominio della scienza politica non accoppia pari abilità pratica), capendo che il conflitto è inevitabile, chiede al Congresso di dichiarare guerra, per porre fine alla continua violazione dei diritti dell’America sulla navigazione. Spingono alla guerra i repubblicani che rappresentano i nuovi Stati dell’Ovest (nel 1796 e nel 1803 sono diventati Stati il Tennessee e l’Ohio; nel 1812 la Louisiana; negli anni successivi, sotto la spinta colonizzatrice e a danno degli Indiani, entreranno a far parte della Confederazione Americana l’Indiana, il Mississippi, l’Illinois, l’Alabama): sono desiderosi di metter le mani sull’Alto Canada, e magari sul Canada tutto intero. Il 18 giugno il Congresso risponde affermativamente alla richiesta del Presidente, sia pure con una maggioranza esigua, e comunque senza un’alleanza «ufficiale» con Napoleone.

Sulla carta, gli Stati Uniti hanno una superiorità schiacciante sugli avversari: possono contare, tra esercito regolare, ranger, milizia e nativi americani alleati, su quasi 600.000 uomini, contro gli Inglesi che, tra esercito regolare, milizia e tribù indiane alleate, non arrivano a 60.000 combattenti – un rapporto di circa 10 contro 1. Ma la stragrande maggioranza delle truppe americane è formata da uomini della milizia, ovvero civili del tutto impreparati per una guerra, male armati e peggio addestrati; in realtà gli Stati Uniti non hanno neppure un vero esercito (ne mettono in campo uno di soli 5.000 uomini: quello del ben più piccolo Regno di Sardegna è superiore sotto ogni punto di vista, contando 60 divisioni contro 15 americane, ed essendo ben addestrato); sulla scena internazionale, i combattenti americani sono considerati dei sempliciotti disorganizzati e poco realisti. Non hanno neppure una conoscenza adeguata di quelle lande canadesi che sono così ansiosi di conquistare. Al contrario, l’esercito britannico dispone di soldati professionisti ben addestrati, equipaggiati con armi all’avanguardia e comandati da ufficiali capaci e con molta esperienza, oltretutto la potenza della flotta britannica non teme rivali (11 vascelli, 34 fregate e 52 navi da guerra del Regno Unito contro 8 fregate e 14 navi da guerra degli Stati Uniti).

Il conflitto, l’ultimo combattuto sul suolo canadese, si articola su tre teatri distinti: sul mare, navi da guerra e corsari dei due schieramenti attaccano le unità mercantili dell’avversario, mentre gli Inglesi impongono un blocco navale e conducono ripetute incursioni anfibie lungo la costa orientale degli Stati Uniti; al confine con il Canada, entrambi gli schieramenti si impegnano in una serie di battaglie terrestri e navali; in terzo luogo, gli Inglesi conducono una campagna anfibia lungo la costa meridionale degli Stati Uniti. È una guerra «sporca», non priva di crudeltà, come quando nei pressi di Frenchtown (22 gennaio 1813) gli Inglesi, vittoriosi sul campo di battaglia, lasciano i prigionieri americani alla completa mercé delle milizie indiane, le quali danno sfogo ai loro istinti più violenti, torturando e uccidendo gli Statunitensi sopravvissuti.

Qualche settimana dopo la dichiarazione di guerra, i comandanti americani attaccano l’ultima roccaforte britannica nel Nord America, il Canada, ma quella che molti avevano preannunciato come una semplice marcia, si trasforma in una delle più grandi disfatte della storia militare americana.

Il Generale Statunitense Hull è ripetutamente respinto. Le forze britanniche dislocate in Canada marciano verso Sud occupando tutto ciò che incontrano sulla loro strada; a Detroit oltre 4.000 uomini si arrendono senza neanche combattere. Anche le truppe americane guidate dal Generale Van Rensealler si rifiutano di attraversare il Niagara e di combattere. Sono dei chiari campanelli d’allarme.

Dal 1812 la guerra si trascina nel 1813, la campagna per la conquista del Canada è un fiasco totale; gli Americani subiscono una sconfitta dopo l’altra. Il 27 aprile le truppe americane attaccano York (l’odierna Toronto), la capitale del Canada Settentrionale, e danno fuoco al Parlamento; gli Inglesi non perdonano questo atto e preparano la risposta decidendo l’invasione degli stessi Stati Uniti.

Dal suo esordio, la guerra del 1812 è di secondaria importanza per gli Inglesi, che ormai da nove anni sono impegnati nelle guerre bonapartiste, ma all’inizio del 1814 la sconfitta dei Francesi consente di spostare migliaia di soldati esperti sul fronte dell’Atlantico. Al comando di questa offensiva c’è un uomo per cui le distruzione dell’America è una vendetta personale: il Vice Ammiraglio Sir Alexander Cochrane; il suo risentimento nasce dalla morte di un parente, caduto durante la guerra per l’indipendenza americana. «Distruggere tutto ciò che porta colori americani! Voglio che il nemico subisca una sconfitta totale!» sono i suoi ordini.

Secondo il Segretario alla Guerra Americano, John Armstrong, gli Inglesi colpiranno Baltimora, grande centro commerciale, ma il Presidente Madison risponde al panico crescente nella capitale blindando Washington e creando il decimo distretto militare, una zona che circonda la città; comandante di questa cintura difensiva è William Winder, un uomo privo di esperienza nel campo militare e ostacolato da Armstrong che si rifiuta di trasferire a Washington la milizia dislocata sul confine canadese, a meno che non vi sia una vera emergenza; la città è presidiata solo da pochi e inesperti cittadini armati di moschetto.

Il 19 agosto, 5.000 soldati britannici sbarcano a Benedict nel Maryland, a meno di 40 chilometri dalla capitale. Il Presidente Madison emana due ordini, concentrare le truppe il più rapidamente possibile e portare in salvo fuori dalla città tutti i documenti. Raggiunge la campagna per incitare le truppe, mentre Winder cerca di avvistare le schiere britanniche per poter stabilire dove concentrare le forze, a ogni nuova segnalazione sposta le truppe esauste con delle contro-marce.

Sulle sponde del fiume Potomac, a soli 10 chilometri da Washington, si decide il destino della capitale. Il 24 agosto, i soldati di Winder, inesperti e male equipaggiati, affrontano le veterane truppe del Generale Robert Ross, che le travolgono: in appena un’ora, tutta la resistenza americana viene cancellata, la strada per Washington è sgombra.

Madison capisce che la città è perduta e cerca un posto sicuro dove rifugiarsi, la fiorente capitale si trasforma in una città fantasma, i governanti lasciano la città, le truppe americane sconfitte che si riversano a Washington non hanno idea di dove sia il Presidente. Una donna, prima che le giubbe rosse riducano tutto in cenere, cerca di salvare quanto più possibile delle memorie della Nazione: è la First Lady, Dolly Madison, che raggiunge il tesoro nazionale e si assicura personalmente che i documenti più preziosi siano messi al sicuro, poco prima che gli Inglesi entrino a Washington.

In risposta alla distruzione della sede del Parlamento Canadese, i Britannici danno fuoco agli uffici governativi di Washington: alla residenza presidenziale, in sala da pranzo trovano apparecchiato, prendono del vino per fare un sarcastico brindisi al Presidente, saccheggiano le stanze e arraffano tutto ciò che c’è di valore, comprese le lettere d’amore del Presidente Madison alla moglie, poi lanciano torce dalle finestre e il palazzo viene inghiottito dalle fiamme. Il giorno successivo incendiano la Biblioteca del Congresso e i cantieri navali, nel pomeriggio si scatena sulla capitale uno degli uragani più potenti della storia, i lampi squarciano le nuvole e venti fortissimi spazzano la città. All’improvviso si forma una tromba d’aria che vortica nel centro della capitale, per due ore la tempesta sconvolge Washington e spegne le fiamme che l’avevano trasformata in un inferno. Poi gli Inglesi si ritirano: non hanno le forze per conquistare e presidiare gli Stati Uniti, né ne hanno la volontà o l’intenzione.

Il Presidente e la First Lady fanno rientro a Washington il 27 agosto, dopo che gli Inglesi se ne sono andati, e trovano la città ridotta a un deserto carbonizzato e fumante, il palazzo presidenziale è un guscio bruciato senza tetto: dopo la ritinteggiatura, prenderà il nome, attuale, di Casa Bianca.

Intanto, Baltimora si prepara alla difesa: vengono radunate quante più forze possibili ed è chiesto alla popolazione il sacrificio supremo, marinai e mercanti affondano le proprie navi nel tratto di mare tra Fort McHenry e la terraferma per formare una barriera artificiale che impedisca alle navi inglesi di penetrare nel canale che conduce alla città, sono costruite due gradinate per potervi posizionare 60 pezzi di artiglieria. Alle cucitrici di Baltimora è ordinato di fabbricare una grande bandiera per il presidio e una più piccola da usare come stendardo di battaglia: la più grande misura 9 metri per 12 e prende a sventolare su Fort McHenry.

L’11 settembre un colpo di avvertimento interrompe la quiete di una domenica pomeriggio, le vedette localizzano la flotta britannica. Il Generale Rober Ross, quando viene a sapere che gran parte delle truppe nemiche provengono dalla milizia, dichiara: «Non mi importa se pioverà milizia! Ma dovrà pentirsene presto!» Dinanzi a lui c’è il Generale Americano John Striker, un capo determinato, che dà subito l’ordine di attaccare il nemico. Ross accorre in prima linea al rumore dei primi spari e un anonimo cecchino americano lo colpisce al fianco; il comandante britannico cade da cavallo, ferito a morte, e prima di spirare passa il comando al Colonnello Arthur Brooke.

La notizia della morte di Ross si sparge rapidamente tra i ranghi: per i soldati britannici era più di leader, era un eroe cavalleresco, coraggioso, forte, astuto e carismatico. Invece Arthur Brooke è un leader capace ma cauto: pensa di scardinare le difese americane con un violento fuoco di artiglieria e all’alba del 13 settembre le navi da guerra britanniche sparano gigantesche palle di piombo da 90 chilogrammi contro Fort McHenry. Cala la notte e, nel cielo sopra il forte, i razzi producono una luce abbagliante, mentre i boati dei colpi assordanti dell’artiglieria scuotono tutta Baltimora; nel buio che precede l’alba del 14 settembre Brooke, compresa l’inutilità di continuare il combattimento, ordina la ritirata e leva l’assedio. Una dopo l’altra, le navi da guerra britanniche salpano l’ancora e spariscono nella calma foschia del mattino; dopo una tempesta di fuoco senza precedenti, il vessillo a stelle e strisce sventola ancora sul forte, Baltimora è salva. Durante questo assedio, viene composto l’inno nazionale statunitense.

Gli Indiani Creek sono sconfitti in Alabama e i loro alleati Cherokee nella battaglia di Horseshoe Bend dalle truppe statunitensi; la loro disfatta apre nuovi vasti territori agli insediamenti dei pionieri americani.

Nel frattempo, al di la dell’Oceano un altro avvenimento influisce sul corso della guerra: i rappresentanti americani e britannici si riuniscono in Belgio e iniziano gli accordi di pace. Il 24 dicembre 1814 viene firmato il Trattato di Gand, che sancisce un sostanziale ritorno allo «status quo ante bellum».

Ignaro della cosa, Sir Alexander Cochrane pianifica un assalto a New Orleans, porta d’ingresso al territorio nordamericano: una vittoria permetterebbe agli Inglesi di collegarsi al Canada e controllare gli Stati Uniti da Nord, Sud e Ovest. A ostacolarlo è Andrew Jackson, un quarantesettenne del Tennesse, la cui determinazione e il fiero e indomabile temperamento gli valgono il leggendario soprannome di «Vecchia Quercia».

Jackson arriva a New Orleans il 1° dicembre 1814, giura di rispedire i nemici in mare o di morire provandoci, e inizia immediatamente a organizzare le difese della città: sotto il suo comando si riunisce gente di ogni etnia e di ogni classe sociale, cosicché Jackson riesce a reclutare un esercito grazie solo al potere magnetico del suo carisma.

I suoi 4.000 uomini senza alcuna esperienza e senza addestramento hanno di fronte 10.000 soldati professionisti britannici, comandanti dal Generale Sir Edward Pakenham, un uomo che gode di grande fama grazie alle sue imprese.

I primi scontri sono favorevoli agli Inglesi, che avanzano faticosamente fra acque melmose e nebbie. Il 1° gennaio 1815 la nebbia si dirada e gli Inglesi aprono il fuoco, l’esplosione dei razzi e dei colpi di mortaio si sente fino a grande distanza; dopo alcune ore tutti i pezzi tacciono, hanno esaurito le munizioni o sono stati messi fuori uso dall’artiglieria americana. Il Generale Pekenham è convinto di poter sopraffare Jackson con un attacco diretto alla città, grazie alla propria superiorità numerica e alla debolezza di alcuni punti della difesa nemica: decide per un attacco ben coordinato, circa 1.000 uomini attraverseranno il fiume Mississippi dal lato orientale, attaccheranno le batterie americane e punteranno il fuoco sugli uomini di Jackson, un altro reggimento ha il compito di ingannare gli Americani attaccandoli sulla sinistra, mentre il grosso dell’esercito attaccherà frontalmente.

Alle prime luci dell’alba dell’8 gennaio, gli Inglesi avanzano, ma il fango sulle rive del Mississippi rallenta la forza dell’attacco e alcune imbarcazioni a causa della corrente vengono spinte fuori rotta, quando raggiungono l’altra sponda ormai è troppo tardi, i razzi sparati nel cielo rendono visibile la loro avanzata, i battaglioni che hanno il compito di montare le scale per scavalcare le difese americane non ne hanno a sufficienza. Non appena la colonna britannica è a tiro, gli Americani le sparano contro tutto ciò che hanno e centinaia di Inglesi cadono in pochi minuti, il battaglione con in dotazione le scale si ferma per rispondere al fuoco, il resto dell’armata cerca di arrampicarsi sui pendii di fronte alle difese americane, ma senza le scale non riesce a superare i bastioni e diventa un facile bersaglio; gli ufficiali vanno in prima linea per dare coraggio agli uomini, ma vengono subito individuati e uccisi. Sulla destra le truppe britanniche riescono a conquistare i bastioni, il combattimento si trasforma in una lotta corpo a corpo, ma senza rinforzi gli Inglesi sono infine costretti a ripiegare. Il cencioso esercito di Jackson – divenuto eroe nazionale – in poche ore ha sbaragliato il miglior esercito del mondo: più di 2.000 sono le perdite britanniche, mentre gli Americani contano solo 13 caduti e alcune dozzine di feriti.

Intanto giunge la notizia che la guerra è finita: i termini del Trattato di Gand (ratificato dal Congresso Americano il 17 febbraio) ristabiliscono i confini territoriali e i diritti marittimi a come erano prima del conflitto, del resto la causa principale della guerra – l’arruolamento forzato – era già cessata con la fine delle guerre napoleoniche; le parti in causa sono obbligate a rilasciare i prigionieri (ma gli Inglesi non lo faranno, pagando agli Stati Uniti circa 250.000 sterline come risarcimento). Nel 1818 Gran Bretagna e Stati Uniti si accordano nel riconoscere il 49° parallelo quale linea di confine fra Stati Uniti e Canada e stabiliscono di occupare congiuntamente il territorio Nord-Occidentale dell’Oregon; la linea di confine fra Canada e Stati Uniti è del tutto smilitarizzata: è la prima linea di confine smilitarizzata al mondo e lo è ancora ai nostri giorni. Il conflitto non lascia strascichi di animosità tra i due Paesi anglosassoni.

Questa guerra, senza un chiaro vincitore, costa agli Stati Uniti circa 20.000 caduti (tra deceduti in battaglia e morti per malattia), 4.505 feriti, 278 prigionieri e 1.408 navi catturate o distrutte; la Gran Bretagna lamenta 4.481 caduti (anche qui si sommano le perdite in battaglia e i morti per malattia), 3.679 feriti, circa 1.150 navi catturate. Essa non è stata però del tutto inutile, perché ha stabilito la direzione e l’identità dell’America, rendendola del tutto indipendente dalla madrepatria britannica: si è consolidato il senso di unità nazionale e il patriottismo, e si è creato il «mito» di una giovane Nazione, forgiata dal fuoco, unita nella volontà, che annulla le disuguaglianze e vince; gli Stati Uniti restano, in questo primo scorcio del XIX secolo, l’unica Nazione Repubblicana nel mondo.

mercoledì 5 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.

Il 5 febbraio 1949 viene pubblicato in Usa il Rapporto Hoffman nel quale si critica aspramente l'uso che ha fatto l'Italia delle risorse stanziate col "Piano Marshall".

Dopo la Grande Guerra le potenze vincitrici, in particolare la Francia che aveva subito l’aggressione della Germania, furono molto esigenti nell’ansia di essere pienamente risarcite per i danni subiti. La Germania, nel tentativo di stare dietro a questi obblighi, attraversò un periodo tormentatissimo il cui esito fu nel 1933 l’ascesa del nazismo e nel 1939 l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1945, terminata la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti non vollero commettere lo stesso errore commesso dalla Francia alla fine della Grande Guerra, e fecero l’opposto; il Piano Marshall è stato così un piano di aiuto alle potenze che avevano perso la guerra e a quelle limitrofe: “Fu geniale – sottolinea Paolo Mieli, giornalista e storico – perché anziché vendicarsi della Germania e probabilmente costringerla di nuovo in una situazione potenzialmente esplosiva gli Usa crearono nell’Europa il principale interlocutore di mercato e politico”, proprio nel momento in cui l’Unione Sovietica ascendeva come altra grande potenza mondiale. “Fu una delle idee più innovatrici del secolo”.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era infatti un continente distrutto e stremato dai sei anni di conflitto, oltre ad essere diviso. Se la parte occidentale fu liberata dall’alleanza anglo-americana, la parte orientale era stata liberata e occupata dall’Unione Sovietica.

Si scontrarono dunque la visione liberal-democratica abbinata al libero mercato e quella del socialismo reale. In questo contesto gli Stati Uniti d’America, usciti dal conflitto in buone condizioni economiche non avendo avuto la guerra “in casa” e, anzi, avendo potuto esaltare la propria industria bellica, lanciarono un grande programma di ricostruzione europea. Ad annunciarlo fu il Segretario di Stato americano George Catlett Marshall in un discorso ad Harvard nel giugno del 1947.

Gli Usa, intervenendo con il loro supporto in Europa, crearono una forte integrazione tra le economie delle due sponde dell’Atlantico. La proposta americana era in origine estesa anche ai Paesi europei dell’est, un intento che non era visto per nulla di buon occhio dal leader sovietico Stalin. L’URSS non aveva certo le risorse per pareggiare lo sforzo americano ed ebbe paura che il Piano Marshall fosse uno strumento in grado di far arretrare la sua influenza nel Vecchio Continente. L’Unione Sovietica impose così ai suoi “stati satellite” il rifiuto degli aiuti statunitensi (che fu così sostanzialmente osteggiato anche dai partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso il PCI italiano).

“Se dunque da una parte – sottolinea Antonio Carioti, giornalista – il Piano Marshall fu lo strumento per la ripresa economica dell’Europa occidentale e la premessa per il miracolo economico dei suoi principali Paesi, dall’altro approfondì il solco tra i due blocchi destinati a durare mezzo secolo”.

“Oggi alcuni storici sostengono che in qualche modo il Piano Marshall generò una dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti – afferma Mieli – facendo dell’Europa una sorta di continente di serie B rispetto all’America. Non è vero; il Piano Marshall aiutò l’Europa a rimettersi in piedi e se il Vecchio Continente nel secondo dopoguerra ha avuto un ruolo subalterno nei confronti degli Usa questo è solo perché gli Stati Uniti ebbero un ruolo di gigante in opposizione all’Unione Sovietica, ruolo che la stessa Europa non era in grado di recitare. Allo stesso tempo, non si possono attribuire al Piano Marshall le colpe delle degenerazioni europee della seconda metà del Novecento: il Piano non era cioè pensato come strumento della Guerra Fredda”.

Tuttavia il rapporto Hoffman avanzò critiche durissime circa l’utilizzo dei fondi del Piano Marshall da parte dell’Italia. In effetti, una parte cospicua delle risorse (circa 15 miliardi di lire in 7 anni) venne stanziata, col celebre “Piano INA-Casa”, promosso da Amintore Fanfani, per la costruzione di case popolari per i lavoratori. L’indirizzo sociale delle risorse non fu gradito agli Stati Uniti, che avrebbero preferito una destinazione tesa all’aumento del potere d’acquisto della popolazione, per favorire l’importazione di prodotti industriali americani. 

lunedì 3 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 febbraio.

Il 3 febbraio 1998 Karla Faye Tucker viene giustiziata in Texas, prima donna a subire la condanna da oltre 14 anni.

Karla Faye Tucker nacque in una famiglia problematica (il padre, non biologico, era uno scaricatore di porto che se ne andò di casa, la madre una prostituta tossicodipendente e groupie di una rock band); a otto anni fumava sigarette, a 12 faceva uso di droghe pesanti, come eroina, e si prostituiva seguendo l'esempio della madre, per vivere e procurarsi la droga. A 16 anni si sposò con un meccanico, divorziando poco dopo.

Nel 1983, sotto l'effetto delle droghe, con il fidanzato dell'epoca Daniel Garrett e alcuni complici, Karla Tucker uccise per rapina o più probabilmente per vendetta il suo ex compagno Jerry Lean Dean, colpevole di averle rubato delle fotografie e di aver picchiato una sua amica, l'ex moglie di Dean, Shawn; entrambi colpirono a colpi di piccone e martello (impugnato da Garrett) Dean e Deborah Thornton che si trovava nel letto di lui: quest'ultima venne uccisa da Karla utilizzando una piccozza, in quanto testimone scomoda del primo omicidio e perché amante di Dean stesso, da cui si era rifugiata dopo essere fuggita dal marito, Richard Thornton, obeso, malato e violento, con cui aveva quattro figli.

Karla venne quindi condannata a morte l'anno successivo, con la testimonianza determinante del fratello di Garrett, con cui lei e i complici si erano vantati del delitto. Anche Garrett fu condannato a morte, ma morì in carcere di epatite prima dell'esecuzione, nel 1993. Gli altri ebbero pene minori, dall'ergastolo in giù.

Durante la carcerazione la Tucker si disintossicò per la prima volta nella sua vita e non assunse mai più droghe, si avvicinò alla lettura della Bibbia e divenne parte dei cristiani rinati evangelici, che sostenne la sua grazia, nella maggioranza dei suoi esponenti; sposò in seconde nozze il cappellano evangelico del carcere, il reverendo Dana Lane Brown e si dedicò ai programmi di recupero di detenuti tossicodipendenti. Quando decise di chiedere la grazia non richiese la libertà vigilata, ma accettò l'ergastolo senza condizionale, chiedendo di poter lavorare come volontaria e assistente spirituale accanto a un pastore o ministro di culto evangelico per gli altri detenuti e detenute.

L'ultima donna messa a morte in Texas era stata giustiziata nel 1863 durante la guerra civile, mentre in tutto il Paese nel 1984; prima ancora non c'erano state esecuzioni di donne dal tempo di Ethel Greenglass e di suo marito Julius Rosenberg, accusati di spionaggio nel 1953; inoltre il Texas, nonostante o forse proprio per il maschilismo diffuso, considerava il crimine violento tipicamente maschile e si opponeva alla criminalizzazione eccessiva delle donne. Per ciò, per la sua vita difficile e per la celebre e pubblicizzata sui giornali conversione al cristianesimo, ci fu un grande e inusuale movimento internazionale e nazionale che chiedeva la grazia e la commutazione della pena in ergastolo; esso comprendeva anche alcuni rappresentanti politici e diplomatici di alcuni governi stranieri, tra essi il Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro (in gioventù come procuratore aveva chiesto la pena capitale per alcuni fascisti, ma in seguito ne era divenuto uno strenuo oppositore, per le sue convinzioni cattoliche e giuridiche), che chiese ufficialmente un provvedimento di clemenza, oltre al papa Giovanni Paolo II, sempre attivo sul fronte abolizionista, assieme a numerosi esponenti di varie religioni come il telepredicatore battista-evangelico della destra cristiana Pat Robertson e varie associazioni abolizioniste, anche se in misura minore - per quanto riguarda l'estero - rispetto a quanto avvenuto per Joseph O'Dell, ignorato in patria ma sostenuto in Europa (probabilmente per il fatto che si era dichiarato strenuamente innocente) o per altri condannati celebri difesi dall'opinione pubblica.

La Commissione per la Grazia e la Libertà Condizionale del Texas (affermando che se graziata sarebbe potuta uscire nel 2003, secondo la legge texana) e l'allora governatore dello Stato George W. Bush - appartenente anch'egli ai cristiani rinati, ma che si oppose alla sospensione per tenere fede al suo programma elettorale e rispondere alla accuse secondo le quali solo gli uomini di colore subiscono solitamente la pena di morte - rifiutarono la commutazione della pena e la Tucker venne giustiziata tramite iniezione letale nella prigione di Huntsville, alle ore 18:45 del 3 febbraio 1998. All'esecuzione erano presenti il padre, la sorella e il marito di Karla, oltre al fratello di Deborah Thornton che, a differenza del marito della vittima (anch'egli presente con i parenti e forte sostenitore del provvedimento), aveva chiesto anch'egli la grazia, ritenendo il caso della Tucker come un "buon esempio di funzionamento del sistema" e "ravvedimento". La madre di Karla non volle assistere perché troppo turbata.

Karla Faye Tucker è sepolta al Forest Park Lawndale Cemetery di Houston.

Il caso Tucker avvenne nello stesso periodo in cui la magistratura italiana indagava sulla strage colposa del Cermis a opera di piloti statunitensi e nello stesso periodo in cui veniva trattata (da tempo senza alcun successo) l'estradizione di Silvia Baraldini, detenuta negli USA per reati collegati alla politica, in particolare per aver favorito l'evasione di Assata Shakur: questi fatti, soprattutto quelli del Cermis, uniti alla forte emozione per l'esecuzione, portarono il presidente italiano Scalfaro a lanciare un duro attacco verbale agli Stati Uniti, in cui accusò gli americani di «giocare con la vita umana»; in particolare Scalfaro si rivolse contro il governatore e futuro Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, con cui avrà sempre un rapporto difficile.

Il capitano di polizia penitenziaria della "Squadra dell'Edificio della Morte", cioè degli addetti alle esecuzioni del carcere di Huntsville, Fred Allen, fino ad allora favorevole alla massima sanzione, dopo la storia e la conoscenza di Karla Tucker divenne un oppositore della pena capitale; ebbe inoltre un crollo nervoso e fu costretto prima a lasciare quel lavoro e poi al pensionamento anticipato.

Suor Helen Prejean, la religiosa cattolica nota principalmente come attivista anti-pena di morte, criticò anch'essa duramente George Bush in diretta sullo show di Larry King l'anno seguente, nello stesso show in cui il governatore era apparso precedentemente per rispondere al conduttore che l'aveva sollecitato su un appello televisivo della stessa Karla Tucker (andato in onda nello stesso programma TV in una puntata dell'anno prima); in quell'occasione Bush aveva respinto ogni appello, e in un'intervista scritta del 1999 a Talk Magazine avrebbe deriso la Tucker imitando persino la sua voce, venendo sommerso dalle critiche per quella che fu percepita come una mancanza di rispetto, cosa a cui cercò poi di rimediare con riferimenti religiosi e dicendo di pregare per lei (suscitando la rabbia degli abolizionisti).

Dopo la sua esecuzione, ce ne saranno altre di donne detenute nel braccio della morte texano (Frances Elaine Newton, Betty Lou Beets), ma anche, sull'onda del caso Tucker, delle commutazioni in ergastolo (Pamela Lynn Perillo, 2000).Inoltre, tra i detenuti uomini (ma costituendo un'eccezione sia maschile sia femminile alla politica texana), ci fu l'unica commutazione a poche ore dall'esecuzione avvenuta dal 1976 in poi, quando la Commissione per la Grazia e la Libertà Vigilata consigliò al governatore Rick Perry la commutazione in ergastolo con la condizionale per Kenneth Foster, jr.

giovedì 30 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 30 gennaio.

Il 30 gennaio 1847 la città californiana Yerba Buena cambia nome e diventa San Francisco.

La Baia di San Francisco fu abitata, per migliaia di anni, da tribù indiane. Quando gli spagnoli arrivarono in California, questa era già abitata dai Mojave e da altre tribù che parlavano la lingua yuma.

Il 28 settembre 1542, lo spagnolo Juan Rodríguez Cabrillo fu il primo europeo a mettere piede in California. Nel 1577 anche l’inglese Drake arrivò in questa terra, a cui diede il nome di “Nova Albio”, ma i primi ad istallarvisi furono i gesuiti spagnoli con le loro famose missioni.

Nel 1767, il re Carlo III di Spagna ordinò l’espulsione dei gesuiti dai suoi domini, visto che le missioni erano diventate già quattordici. Nel 1769, nella baia di San Francisco arrivò una spedizione diretta da Gaspar de Portolà e dal frate Junípero Serra, un francescano che si dedicò a percorrere la California con l’intenzione di espellere la Compagnia di Gesù e rimpiazzarla con l’ordine dei francescani.

Nel 1776, l’esploratore portoghese Juan Bautista de Anza costruì la prigione di San Francisco e fondò una missione in onore di San Francesco d’Assisi, attualmente conosciuta con il nome di Mission Dolores: nacque così la città di San Francisco de Asís.

Nel 1792, George Vancouver fondò la piccola base di Yerba Buena vicino alla missione spagnola. Qui si installarono inglesi, russi e altri coloni europei.

Tormentata da numerosi problemi, la Spagna lasciò un po’ in disparte la California, favorendo l’arrivo dei russi che, nel 1812, fondarono Fort Ross proprio accanto a San Francisco.

Nel 1822 il Messico dichiarò l’indipendenza dalla Spagna e ottenne questo territorio. Dopo l’annessione al Messico, la missione di San Francesco di Assisi fu abbandonata.

Il commodoro John Drake Sloat, nel 1846, proclamò l’indipendenza della California dal Messico e la dichiarò territorio statunitense. Un anno dopo, il 30 gennaio 1847, gli americani cambiarono il nome di Yerba Buena per quello di “San Francisco”.

Nel 1848 fu scoperto dell’oro tra le montagne di Coloma: fu così che ebbe inizio la “febbre dell’oro di California”. Per un periodo, la California fu chiamata “New Helvetia” a causa dell’avventuriero svizzero John Sutter che comprò delle colonie russe stabilitesi in California.

La corsa all’oro fu molto positiva per San Francisco, poiché le permise di entrare in un periodo di rapida evoluzione e diventare una delle città più grandi della costa occidentale.

Nel 1869, le ferrovie arrivarono in California insieme all’influenza inglese. I “nuovi americani” dettarono norme discriminatorie contro le grandi comunità giapponesi, cinesi e ispaniche.

Il 18 aprile 1906 ebbe luogo il famoso terremoto che rase al suolo quasi tutta la città, soprattutto il centro storico. La ricostruzione fu realizzata velocemente: dopo soli 9 anni, nel 1915, San Francisco fu scelta come sede della Esposizione Internazionale Panama-Pacifico.

Un anno prima, nel 1914, il Canale di Panama era stato aperto portando a San Francisco un grandissimo sviluppo economico.

I ponti più emblematici della città risalgono agli anni ’30: quello che unisce San Francisco e Oakland è del 1936, mentre il celeberrimo Golden Gate del 1937.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, San Francisco accolse i cantieri navali necessari a coprire la richiesta di navi da battaglia e si trasformò nel principale porto d’imbarco per la guerra del Pacifico.

Alla fine della guerra, la città ospitò l’ultima delle conferenze che avrebbero dato luogo alla nascita all’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e allo scioglimento della Società delle Nazioni.

Negli anni ’90, San Francisco divenne la sede di numerose aziende di nuove tecnologie che approfittarono della vicinanza di Silicon Valley.

Al giorno d’oggi, San Francisco è il centro tecnologico, economico e culturale della California, facendo testa a Los Angeles. È stata sempre associata a movimenti alternativi ed è considerata una delle città più aperte degli Stati Uniti.

mercoledì 15 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.

Il 15 gennaio 1943 viene completata l'edificazione del Pentagono.

Presso la spettacolare struttura del Pentagono si trova la sede del quartier generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America; l’edificio sorge nella contea di Arlington, sulla riva opposta del fiume Potomac, appena fuori dalla Capitale statunitense.

I lavori per la realizzazione del Pentagono iniziarono l’11 settembre 1941, sotto la direzione dell’architetto statunitense George Bergstrom. La scelta della posizione fu imposta dalle esigenze organizzative e militari che richiedevano un’area non troppo lontana ai luoghi dirigenziali del governo e alla Casa Bianca ma, che allo stesso tempo, per ovvie ragioni di sicurezza, non fosse pericolosamente vicina ad essi.

Le opere furono portate al termine con molta velocità, anche perché, arrivati ormai inevitabilmente vicini allo scoppio della seconda guerra mondiale, era necessario avere un efficiente quartier generale delle forze armate statunitensi.

L’edificio fu concepito per essere un luogo sicuro ed inespugnabile, che potesse assicurare un rifugio sicuro per il presidente e per tutte le figure fondamentali dello stato, in caso di attacco o invasione da parte di forze armate ostili.

Il Pentagono fu inaugurato il 15 gennaio del 1943 e da allora la sua importanza nel panorama politico statunitense è in continua ascesa.

L’11 settembre del 2001, l’edificio fu colpito da un attacco terroristico che costò la vita a 125 persone che in quel momento si trovavano all’interno della struttura.

Fortunatamente, il volo di linea n. 77 della American Airlines si schiantò contro il lato ovest del Pentagono, un’area che in quel periodo era interessata da lavori di ristrutturazione che miravano ad aumentare la sicurezza del palazzo e questo ridusse notevolmente il numero delle vittime. Subito dopo l’attacco terroristico furono avviate le opere di sistemazione della struttura che furono portate a termine in meno di un anno.

La struttura del Pentagono fu pensata per essere un grande fortino che richiamava le idee di architettura bellica francese di fine Ottocento. Si tratta di un edificio in cemento armato unico composto da cinque pentagoni concentrici separati da pozzi di luce e collegati tra loro da corridoi.

La sua caratteristica forma a cinque lati è davvero imponente e occupa una superficie di 600.000 metri quadrati sviluppati in 5 piani. Attorno a questa colossale struttura, il più grande complesso di uffici del mondo, ogni giorno gravitano circa 40.000 persone, fra militari, addetti alla sicurezza e personale diplomatico.

Il Pentagono vanta più di 17 chilometri di corridoi ma, grazie al modo in cui è stata concepita la struttura, per passare da un punto dell’edificio al suo opposto bastano circa 7 minuti.

I numeri che raccontano questa imponente architettura sono davvero impressionanti: 19 scale mobili e 131 scale; 284 bagni ed è stato stimato che con i fili elettrici che si trovano al suo interno sarebbe possibile fare il giro del mondo quattro volte e mezza!

Per visitare le aree aperte al pubblico, che ogni anno vedono interessati oltre 105000 visitatori, è necessario effettuare una prenotazione attraverso il sito del Pentagono, con almeno 14 giorni di anticipo ma, data la richiesta, vi consigliamo di prenotare con largo anticipo per evitare di non trovare posto.

Il programma del Pentagono Tours vi porterà alla scoperta delle missioni intraprese dalle cinque forze armate degli Stati Uniti. La visita dura circa un’ora e lungo il percorso è possibile vedere foto storiche che raccontano momenti significativi della storia militare americana. Il tour guidato comprende la visita alla 9/11 Memorial Chapel.

sabato 11 gennaio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'11 gennaio.

L'11 gennaio 1908 viene creato il Grand Canyon National Park.

La storia di come si è formato il Grand Canyon è tanto affascinante quanto misteriosa, tant’è che ancora gli studiosi non si sono messi d’accordo su molti aspetti: soprattutto la profondità e l’ampiezza della gola costituiscono a oggi ancora dei veri e propri misteri a cui si è cercato di dare spiegazione in vari modi.

Ciò che è certo è che si tratta di una storia lunga, originata da un processo iniziato lontano nel tempo, circa 2 miliardi di anni fa.

In origine, dove adesso si trova l’area desertica dell’Arizona, si ergevano montagne alte 9600 metri, che formavano una catena montuosa paragonabile all’odierno Himalaya. Nei successivi 500 milioni di anni, glaciazioni e disgeli formarono spaccature sui fianchi delle montagne e numerose inondazioni (almeno 8) coprirono più volte l’intera area.

Visitando il Grand Canyon, uno degli aspetti che saltano più facilmente all’occhio sono gli strati rocciosi delle pareti verticali, ognuno caratterizzato da una sfumatura di colore differente.

Ogni strato corrisponde a inondazioni di epoca diversa, che nei vari periodi hanno depositato tipologie differenti di roccia. Sul posto si notano facilmente almeno 3 strati: uno di arenaria, uno di scisto scuro e un altro di calcare chiaro, che corrispondono rispettivamente a precedenti depositi di sabbia, fango e resti calcificati di organismi marini. Il colore dominante rimane comunque il rosso, che deriva dal ferro ossidato presente in tutte le rocce.

Sulle rocce sono individuabili anche segni di una forte attività vulcanica, che ha contribuito non poco alla formazione del canyon. In tutto il parco si contano un centinaio di montagne coniche su cui si rintracciano con facilità colate di roccia scura calcificate che scendono dai bordi. Si tratta di fenomeni vecchi di circa 725000 anni e sono facilmente osservabili ad esempio da Toroweap Point. L’ultima eruzione che ha portato la lava sul fondo del canyon risale a 100000 anni fa e alcuni geologi credono che i vulcani siano ancora attivi e potenzialmente pericolosi.

Quando l’acqua si ritirò definitivamente dall’area portò allo scoperto una pianura immensa e sterminata che, a causa delle collisioni delle placche, si elevò fino a diventare un altopiano. A questo punto l’area era completamente emersa, ma ancora del Grand Canyon non c’era traccia.

Se l’inizio di tutto il processo affonda in un passato remoto le origini del Grand Canyon sono a quanto pare relativamente più recenti: il famoso strapiombo dell’Arizona nasce “solamente” 5 milioni e mezzo di anni fa, scavato dall’azione del fiume Colorado che, trasportando rocce e detriti, ha inciso e modificato profondamente la conformazione naturale dell’altopiano.

Questo dato è stato dedotto datando alcuni detriti dell’area con strumenti sofisticati; questo implicherebbe che il canyon sia stato scavato a un ritmo di 200 metri ogni milione di anni (3 centimetri ogni secolo!). Vi sembra ci abbia messo tanto? In realtà, per i ritmi geologici si tratta di una velocità notevole!

Ecco che allora si sono poste una serie di domande che hanno messo gli studiosi a dura prova:

Come ha potuto il fiume Colorado scavare il canyon così velocemente?

Come può la gola essere così profonda e lunga?

Perché il fiume Colorado compie proprio questo percorso? E come ha fatto a scavarlo?

Ovviamente le teorie si moltiplicano, tra cui quella della Teoria della Tracimazione, elaborata nel 2000 dal geologo John Douglas.

Secondo lo studioso, il Colorado River, proseguendo il suo corso dalle Montagne Rocciose, aveva riempito un bacino conosciuto come Bidahoci Lake, trasformandolo in un immenso lago (ormai prosciugato) da cui straripò il fiume, fino a scavare nella roccia il primo solco di quello che sarebbe diventato il Grand Canyon.

La velocità di escavazione e la profondità della gola sarebbero da attribuire alla pendenza del letto del fiume, testimoniata dalle numerose rapide, mentre l’ampiezza del varco è da imputare alle numerose frane di crollo provocate dall’indebolimento degli strati rocciosi meno resistenti (scisto) a contatto con gli agenti atmosferici (una volta indebolite le rocce cedono alla forza di gravità e franano).

L’aspetto più affascinante è che la storia non è ancora finita: il Grand Canyon è infatti in perenne trasformazione. A chi lo visita con occhio curioso questa meraviglia della natura è in grado di svelare 2 miliardi di anni di storia geologica della terra.

giovedì 7 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 novembre.
Il 7 novembre 1916 viene eletta alla Camera dei Rappresentanti Jeannette Rankin, prima donna in assoluto a presenziare in una delle Camere Legislative Statunitensi.
Laureata all'Università del Montana nel 1902, lavorò per vari anni come assistente sociale a Seattle ed iniziò a fare politica sostenendo le suffragette: la sua battaglia fu decisiva al fine di dare il diritto di voto alle donne nel Montana.
Il 7 novembre del 1916 fu eletta con il Partito Repubblicano alla Camera dei Rappresentanti e nuovamente nel 1941. Fu la prima donna ad essere eletta membro in uno dei due rami del Parlamento.
Fervente pacifista, fu l'unico membro del Congresso a votare contro la dichiarazione di guerra al Giappone, dopo l'attacco di Pearl Harbor. In precedenza si era anche opposta alla partecipazione degli USA alla Prima guerra mondiale e, sul finire della sua vita, quando ormai non aveva più cariche istituzionali, si oppose anche alla guerra del Vietnam.
La scelta di non appoggiare l'entrata in guerra degli Stati Uniti contro le potenze dell'Asse la rese molto impopolare tra l'elettorato repubblicano: per questo Jeannette Rankin dal 1943 in poi non si candidò più ed al termine della Seconda guerra mondiale si recò in India dove divenne una sostenitrice della nonviolenza di Mahatma Gandhi.
Ammiratrice di Martin Luther King, fu amica di sua moglie Coretta Scott King e della cantante folk Judy Collins.
La Rankin morì il 18 maggio 1973, all'età di 92 anni, a Carmel, in California. Nelle sue volontà testamentari lasciò tutti i suoi averi, inclusa la dimora di Watskinsville, in Georgia, "per aiutare le donne adulte che hanno perso il lavoro". La sua residenza in Montana, conosciuta come il Ranch Rankin, fu aggiunta nel 1976 al Registro dei Luoghi Storici. La Fondazione Jeannette Rankin (ora nota come Fondo per la scolarizzazione delle donne Jeannette Rankin) è una organizzazione no profit che ogni anno premia con una borsa di studio donne di basso reddito over 35  in tutti gli Stati Uniti. Esordì con una borsa di studio da 500 dollari nel 1978 per una singola donna, da allora ha elargito oltre 1,8 milioni di dollari a più di 700 donne.
Una statua della Rankin, con l'iscrizione "non posso votare per la guerra", venne posta nella Sala delle Statue al Campidoglio degli Stati Uniti nel 1985. Durante la sua inaugurazione lo storico Joan Hoff-Wilson la definì "una delle più controverse donne senza uguali del Montana e della storia politica americana".
Nel 1993 la Rankin fu iscritta nella National Women's Hall of Fame.

mercoledì 18 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Il 18 settembre 1873 ebbe inizio il cosiddetto "Panico del 1873".
Il panico del 1873, noto anche come la Depressione del 1873, è stato un grande evento economico che ha colpito gli Stati Uniti e molti altri paesi in Europa, come la Germania, la Gran Bretagna e anche l’Austria. Questa crisi è durata per circa 6 anni (1873 – 1879). Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo evento, primo dei quali la bancarotta dell'azienda "Jay Cooke and Company" .
Prima di andare sulle cause e il suo impatto in dettaglio, vediamo una sintesi in modo da avere un’idea di quello che è accaduto in realtà. Gli Stati Uniti si erano appena ripresi dalla guerra civile e il paese era ormai impegnato nella costruzione di grandi ferrovie. Negli anni tra il 1866 al 1873, erano stati posate circa 35.000 miglia di binari in tutto il continente. La situazione economica in USA era forte e nessuno si aspettava una crisi come questa. Queste  ferrovie furono costruite con denaro preso in prestito da diverse banche e industrie e tutti credevano che avrebbero realmente prosperato, visto che  questo era considerato come il settore non agricolo più importante finanziariamente. Ma i problemi sono sorti quando il mercato azionario di Vienna andò in crisi e una delle principali banche degli Stati Uniti, la Jay Cooke and Company di New York, fallì. I primi paesi ad essere colpiti da questa crisi sono stati l’Austria e gli Stati Uniti. L’attività delle ferrovie negli Stati Uniti, che era in piena espansione, ebbe un arresto, e metà delle attività di trasporto degli Stati Uniti venne colpita. Le persone erano senza lavoro, le aziende hanno iniziato a chiudere, l’istruzione ne soffrì e  il passaggio del governo dalle mani dei repubblicani a quelle dei democratici, sogno di riforma sociale degli afro-americani, divenne un'utopia.
Ci sono diversi fattori che hanno portato a questo disastro. Alcuni di questi fattori sono già stati discussi in precedenza in breve. Vediamo ora ciascuno di loro in dettaglio.
Nel mese di settembre 1873, la Jay Cooke & Company, che era un componente importante dell'establishment bancario in America, si trovò con milioni di dollari in titoli Northern Pacific Railway col valore azzerato a causa del suo fallimento, e questo a sua volta ha portato a una serie di questioni economiche. Il New York Stock Exchange (NYSE, la Borsa di New York) rimase chiusa per quasi 10 giorni. Diverse fabbriche chiusero a loro volta e la disoccupazione divenne un grosso problema. Infine il 18 settembre, la Jay Cooke stessa venne dichiarata fallita.
Un’altra causa è stata la legge sulla coniatura. L’impero tedesco, nel 1871, decise di cessare il conio dei Talleri, monete d’argento. Questo a sua volta ha portato ad una diminuzione della domanda di monete d’argento e a una conseguente pressione sul  valore di questo elemento prezioso. Una grande quantità di argento veniva estratta in USA e un calo della domanda di argento ovviamente influenzò la situazione economica. Da ciò venne introdotta  la legge sulla coniatura e questo atto ha cambiato la politica del paese verso l’argento.
Prima di introdurre questa legge, l’America coniava sia monete d'oro che d'argento, ma l’approvazione della legge ha fatto sì che l’America potesse solo coniare monete d’oro. Di conseguenza, il prezzo dell'argento scese a spirale verso il basso influenzando gli interessi dei minatori occidentali. Essi etichettarono la legge come Il crimine del 73. Venne ridotta l’offerta di moneta, che a sua volta colpì i contadini e tutti coloro che erano in debito, e alcuni investitori iniziarono a fuggire dalle obbligazioni a lungo termine.
Oltre agli Stati Uniti, ci furono altri paesi europei profondamente colpiti dalla crisi. Prima che la società Jay Cooke fallisse, nel mese di giugno 1873, il mercato azionario di Vienna si bloccò e questo portò ad una serie di ricadute nei mercati di Germania, Gran Bretagna e nel resto d’Europa. Negli Stati Uniti, oltre alla Jay Cooke, diverse altre banche e fabbriche cominciarono a chiudere. I salari si ridussero, i lavoratori vennero licenziati dai loro posti di lavoro, molte persone divennero disoccupate, un gran numero di compagnie ferroviarie andarono in bancarotta e si ebbe persino un calo del mercato  immobiliare. I sindacati delle ferrovie americane entrarono in sciopero nel 1877 (il grande sciopero delle Ferrovie) e i treni si fermarono ovunque.
La crisi economica portò la gente a rivoltarsi contro il governo repubblicano, che a quel tempo era guidato dal presidente Ulysses S. Grant. Si rivolsero ai democratici per chiedere aiuto. I neri del Sud furono quelli che hanno sofferto di più. I nordisti, preoccupati della propria condizione economica, ebbero meno a cuore i diritti degli afro americani. Le organizzazioni soppresse come il Ku Klux Klan, ripresero le loro campagne di terrore contro gli  afro-americani. A causa della crisi, i bianchi del Sud stavano già riprendendo il controllo.
La crisi ha prevalso per circa 6 anni, fino al 1879. Poi, con grande difficoltà il popolo d’America e quello europeo vennero fuori da questa depressione.

martedì 17 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 settembre.
Il 17 settembre 1920 viene fondata la National Football League, o NFL.
Il football americano, la versione del rugby a stelle e strisce, nasce nel New Jersey, ufficialmente, il 6 novembre 1869, nella città di New Brunswick, quando ha luogo il primo match ufficiale di football. Le squadre sono due rappresentative universitarie: Rutgers e Princeton, e ad applaudirli, secondo le cronache dell’epoca, ci sono appena cento spettatori, unici testimoni oculari di un evento sportivo che assumerà una rilevanza storica.
Si tratta, in pratica, del primo di una serie di tre incontri tra le due squadre universitarie, che però non fu mai portato a termine. La prima partita venne vinta da Rutgers per 6-4, la seconda venne vinta da Princeton la quale poi, per il rifiuto degli avversari di disputare la cosiddetta “bella”, ossia la terza gara, si aggiudicò anche la vittoria della serie e, dunque, del minitorneo.
Ciò che gli americani ereditarono dalla London Football Association, sfruttandone alcune regole e facendo da sé per molte altre, fu solo un lontano parente del football americano moderno. Vero è che, dopo quelle due partite, questa nuova disciplina sportiva, seppur in modo disorganico, si diffuse ampiamente, sempre esclusivamente nei college statunitensi, soprattutto del circondario di Boston. Le prime vere riunioni tra allenatori, giocatori e dirigenti avvennero intorno al 1873, con il fine di studiare un testo unico che avesse un regolamento dettagliato e preciso.
Con tutta probabilità, sebbene il rugby o, quanto meno, una versione ancora primitiva di questo sport si praticasse già a livello dilettantistico in molti college americani, sin dagli anni ’20 e ’30 dell’Ottocento, va a Princeton il merito di aver posto le basi del futuro football americano. Fu un gruppo di studenti di questa università infatti, a far diffondere di campus in campus un gioco semplice ed efficace, consistente nel fare avanzare la palla oltre gli avversari, tanto con le mani che con i piedi, con tanto di corpo a corpo, in uno scontro di forza basato essenzialmente sul gioco di squadra. Le regole, in breve, erano sostanzialmente queste.
La palla, il primo esemplare moderno, per così dire, realizzato sulla forma di un grosso uovo, compare e si diffonde grazie agli studenti di Harvard e al lancio di quella che diventerà una vera e propria tradizione: ogni primo lunedì di ogni anno accademico, le matricole e i veterani dell’università si scontrano in una partita quasi all’ultimo sangue, tanto che l’evento è diventato una sorta di macabro appuntamento fisso, fino da farsi conoscere anche fuori dai confini accademici con l’irriguardosa espressione del “Lunedì di sangue”. Anche a Boston, questa pratica cominciò a diffondersi, prendendo piede a partire dal 1860.
Finita la Guerra Civile americana, dal 1865 in poi, molti college hanno preso ad organizzare partite interne di football, favorendone la diffusione. Princeton, ancora una volta, ha aperto la strada, fissando le prime, basilari, regole di gioco.
La prima storica partita, come detto tra Princeton e Rutgers, si tenne in un campo di gioco nettamente differente, per dimensioni, da quelli sanciti successivamente dai regolamenti federali, e fissati sulle 100 yards di lunghezza e 53,5 di larghezza. Il match si giocò su un campo lungo 120 yards e largo 75, dunque ben più grande. D’altronde, i giocatori in campo all’inizio erano 50, ben 25 contro 25. Ogni segnatura dava un punto di punteggio e ogni volta che si faceva meta, bisognava invertire il campo. Si vinceva al meglio dei 10 punti (chiamati “game”) e, cosa che dimostra ancor di più quanto fosse rudimentale all’inizio il football, la stessa palla poteva essere colpita con piedi, mani o testa.
I giocatori poi, non conoscevano falli e placcaggi regolari o meno: tutto, nella pratica, era possibile. Si trattava, in un certo senso, di una sorta di sintesi primitiva del rugby e del calcio europei, in una versione tutta americana, privilegiando soprattutto l’aspetto aggressivo, fisico, corporale.
Per quasi dieci anni questa riduzione, per così dire, continuò ad essere praticata, finché gli americani, e i loro college, non scelsero definitivamente di accostarsi al rugby, di fatto facendo fuori il calcio. Anche le regole, da quel momento, divennero più chiare e meglio assimilate a quelle dell’altro antico sport nato in Inghilterra, anch’esso praticato con la cosiddetta palla ovale.
Il 1873 è un altro anno cardine nella storia di questo sport tanto amato dagli americani, il quale verso la fine del XX secolo diventerà il primo sport degli States, quello più seguito e spettacolarizzato tramite i mezzi di informazione, in grado di mobilitare stelle dello spettacolo e di incollare davanti gli schermi televisivi, per una finale, milioni e milioni di persone in tutto il mondo.
Ad ogni modo, accade che quell’anno i rappresentanti di Columbia, Rutgers, Princeton e Yale decidano di incontrarsi a New York City, con il fine di mettere definitivamente nero su bianco una serie di regole ben codificate, oltre che per stabilire un vero e proprio campionato intercollegiale di football. Queste quattro squadre pertanto, hanno finito per istituire un’associazione, la “Intercollegiate Football”, fissando a 15 giocatori, come nel rugby europeo, il numero massimo di elementi ammessi per team durante una partita.
A dare una svolta importantissima, facendo in modo che il football americano si distaccasse definitivamente dal rugby europeo, fu Walter Camp, un allenatore di stanza a Yale, il quale dal 1880 introdusse la regola dello schieramento, detto “scrimmage”, fondamentale per iniziare ogni azione di gioco. Tre anni dopo, il distacco fu completo, con la riduzione del numero di 11 giocatori per ogni squadra.
Intanto, già dall’anno prima, molte squadre di molti stati americani avevano dato vita alle prime società professionistiche di football, data la popolarità che il nuovo sport andava acquisendo tra la gente. In questo stesso periodo, si ebbe anche il primo, vero campione di football: Jim Thorpe, il quale era noto al grande pubblico sportivo anche per essere stato un pluricampione olimpico di atletica e un grande giocatore di baseball.
Sarà proprio lui, il 17 settembre 1920, a fondare la moderna National Football League (N.F.L.), fissando le ultime regole di gioco (come la possibilità di lanciare la palla in avanti, una delle regole maggiormente vietate nel rugby e che segnano la grande differenza tra questi due sport), con il fine di ridurre gli aspetti violenti di questa nuova disciplina sportiva, la quale solo nel 1905 portò alla morte di ben 18 atleti e al ferimento di altri 150, con tanto di denuncia da parte del Congresso del Governo americano, il quale chiamò in causa direttamente il Presidente Roosevelt.
A partire dal 1903 infine, si ebbero i primi veri stadi, con la costruzione dell’impianto di Harvard, ancora oggi tra i più grandi d’America e uno dei primi ad essere eretto per poter ospitare migliaia di tifosi. La capienza di molti altri stadi, sulla scia di Harvard, da quel momento cominciò ad aggirarsi stabilmente sui cento mila posti.

domenica 1 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo settembre.
Il primo settembre 1752 la Campana della Libertà arriva a Filadelfia.
Nel silenzio trasparente del Liberty Bell Center di Philadelphia, la Campana della Libertà racconta muta la storia degli Stati Uniti: bronzo sfregiato e inciso di parole profonde, è ancora oggi il simbolo della Rivoluzione Americana.
Eppure questo oggetto che gli Yankees tanto amano, fu forgiato nel 1751 nel quartiere di Whitechapel: in quella Londra che rappresentava il potere arrogante e monarchico contro cui i coloni del Nuovo Mondo combatterono per diventare padroni del loro destino.
La Campana della Libertà era stata realizzata lì per celebrare il cinquantenario della Carta dei Privilegi redatta da William Penn, il fondatore dello Stato della Pennsylvania dove era diretta.
Dopo aver attraversato l’Atlantico, la Liberty Bell arrivò a destinazione crepata: così i fabbri Pass e Stow dovettero lavorare parecchio per riparare i suoi 946 chilogrammi. E alla fine apposero la loro firma.
Lì, proprio sotto la calotta della Campana della Libertà dove sono incise le parole del capitolo XXV, verso X, del Levitico: “E proclamerete la libertà in tutte le terre e a tutti gli abitanti”. Poi fu innalzata nella torre dell’Independence Hall.
Da quel momento in poi i rintocchi della Liberty Bell hanno contraddistinto i momenti più importanti del passato degli Stati Uniti. Nel 1774 avevano aperto il Primo Congresso Continentale delle 13 colonie, riunite contro le restrizioni commerciali del governo inglese (Intolerable Acts).
Un anno dopo la Campana della Libertà aveva annunciato la conclusione della vittoriosa battaglia dei rivoluzionari a Lexington e Concord. Nel 1837, infine, era diventata simbolo del movimento abolizionista contro la schiavitù.
Poi, l’ultimo scampanellio: era il 22 febbraio del 1846, il giorno del compleanno di George Washington. La crepa riparata si era riaperta, allargandosi ogni anno di più. Così, nel timore di una ulteriore e insanabile rottura non ha più suonato.
Oggi, la Campana della Libertà è protetta da una teca trasparente e sorvegliata a ogni minuto nel Liberty Bell Center di Philadelphia, il museo dedicatole aperto dalle 9 alle 17.

martedì 23 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1967, a Detroit, ha inizio la "rivolta della dodicesima strada".
Il 23 luglio 1967, alle 3, 37 di mattina, iniziava a Detroit, nel Michigan, una delle più violente rivolte popolari della storia degli Stati Uniti d’America. Ancora oggi è ricordata come “la rivolta della XII strada”, perché iniziò in un bar di quella via, oggi, ribattezzata Rosa Parks boulevard. La sommossa, violentissima, causò 43 morti, 1200 feriti, di cui alcuni gravi, circa 7200 arresti e 2000 edifici distrutti. Incalcolabili i danni. Gli scontri durarono dal 23 al 26 luglio 1967, e furono utilizzati anche carri armati, oltre a paracadutisti e Guardia nazionale. Le cose andarono così: nelle prime ore del mattino vi fu un’irruzione della polizia in un bar, The blind pig, che era privo di licenza, ma era chiaro che la tensione era altissima in quel quartiere, Near West Side, e che il raid fu solo l’evento scatenante. Inizialmente fu uno scontro tra i clienti del bar e gli agenti, ma poi si trasformò in poche ore in una autentica sommossa, per stroncare la quale il governatore George Romney e il presidente Lyndon Johnson fecero ricorso alla Guardia nazionale e poi all’esercito. Nel circolo la polizia trovò un centinaio di afroamericani che stavano festeggiando il ritorno di due di loro dalla guerra del Vietnam, e decisero di arrestarli tutti. Un giovane, Walter Scott, in seguito raccontò di aver scagliato una bottiglia contro la polizia scatenando il tutto.
Dopo che la polizia fu messa in fuga, la gente, alla quale si era unita anche una folla di curiosi, iniziò a saccheggiare i negozi vicini, distruggendo tutto quello che potevano. La rivolta della 12ma strada passa come rivolta afroamericana, ma in realtà anche moltissimi bianchi parteciparono ai disordini. La folla iniziò a gettare gli arredamenti degli edifici per strada e nel primo pomeriggio scoppiò il primo incendio, seguito da molti altri in varie parti della città. Furono uditi numerosissimi colpi di arma da fuoco, anche perché molti negozi di armi furono depredati. La rivolta, dopo un’iniziale esitazione della stampa per evitare emulazioni altrove (che ci furono comunque), ebbe ben presto una copertura mediatica notevole, tanto che il Detroit free press vinse in seguito il Premio Pulitzer proprio  per tale copertura.
Solo dal lunedì si capì la portata della rivolta, seconda solo a quella di Los Angeles del 1992, e reparti dell’esercito iniziarono ad affluire in città mentre si compivano gli arresti, l’80 per cento dei quali in effetti riguardò afroamericani. Non c’era spazio nelle prigioni, così si dovette ricorrere a celle improvvisate. Martedì arrivarono cinquemila parà delle forze speciali, mentre i pompieri tentavano di spegnere gli incendi. In seguito i rivoltosi denunciarono molti abusi e maltrattamenti di prigionieri da parte della polizia. Come accennato, furono utilizzati tank e mitragliatrici, ma mentre la Guardia nazionale, inesperta e violenta, non si dimostrò all’altezza della situazione, uccidendo ben 11 persone, i veterani del Vietnam non uccisero nessuno e riuscirono a riportare l’ordine in 48 ore. Il 28 le truppe iniziarono a ritirarsi e il 29 il ritiro era completato. Emarginazione, povertà, rifiuto dell’integrazione furono tra le cause scatenanti della rivolta, ma va anche detto che la 12ma strada era abitata dagli afroamericani più estremisti. Dei 43 morti, 33 erano neri e 10 bianchi. Ai fatti della XII strada sono stati dedicati articoli, documentari, ballate, film, e recentemente un docufilm su quei giorni, Detroit, diretto da Kathryn Bigelow.

giovedì 23 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 maggio.
Il 23 maggio 1934, in un'imboscata ad opera dei Texas Rangers, vengono uccisi Bonnie & Clyde.
A tutti è capitato almeno una volta nella vita di sentire i nomi Bonnie e Clyde, magari in una canzone o forse in uno dei numerosi film che sono stati dedicati a questa coppia.
Bonnie Elizabeth Parker nacque a Rowena (Texas) il 1 ottobre del 1910. Seconda di tre figli e orfana di padre a soli quattro anni si trasferì a Dallas con la madre; nonostante provenisse da una famiglia poverissima riuscì ugualmente a realizzarsi negli studi, vinse un concorso letterario e iniziò a scrivere i discorsi per i politici della città.
Lavorando come cameriera a 16 anni incontra e sposa Roy Thornton. Il matrimonio durerà solo tre anni, ma nonostante tutto lei non chiederà mai il divorzio. Roy morirà in prigione nel 1937 cercando d’evadere dal carcere dove stava scontando una condanna per furto.
Clyde Chestnut Barrow nacque a Telico nel 1909 da una famiglia poverissima di contadini. La sua carriera di ladro iniziò presto: il primo arresto risale al 1926 per un furto d’auto. Clyde sopravviveva compiendo furti in negozi e banche. Si dice che Clyde incontrò Bonnie nel bar dove lavorava quest’ultima, la loro folle storia di fughe iniziò in seguito a una rapina in cui Clyde uccise il propietario del negozio.
In due anni di fuga Bonnie e Clyde si erano lasciati alle spalle la morte di ben 9 poliziotti e numerosi civili. Rubavano automobili e cambiavano di continuo le targhe per non essere rintracciati dalla polizia.
Nel 1933 si unirono alla coppia anche il fratello di Clyde, Buck, la moglie Blanche e Henry Methvin. Sempre nel 1933 Buck perse la vita durante una sparatoria, Henry rimase colpito dalla morte del suo amico, tanto che decise di collaborare con la polizia per la cattura dei suoi amici in cambio di far cadere le accuse a suo carico.
Nel 1934 i poliziotti decisero di usare come esca il furgone del padre di Henry abbandonandolo lungo una strada, in modo che Clyde riconoscendo il furgone si fermasse per vedere cosa stesse succedendo. Fu proprio cosi che Bonnie e Clyde a bordo della loro auto passando da quella strada riconobbero il furgone e rallentarono; i poliziotti nascosti, al loro passaggio iniziarono a sparare su i due scariche e scariche di proiettili fino ad ucciderli. Furono uccisi da 50 proiettili ciascuno, Clyde stringeva in mano il suo fucile e Bonnie fu ritrovata con la testa china su una rivista che aveva comprato poco prima. Dentro la macchina vennero ritrovate tantissime targhe, armi e più di 3.000 proiettili. Furono seppelliti entrambi nel cimitero di Dallas, il desiderio di Bonnie era quello di essere seppellita accanto al suo Clyde, desiderio che non fu mai rispettato per volere della madre di Bonnie.
Clyde aveva 25 anni quando morì e Bonnie 23.

domenica 31 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 marzo.
Il 31 marzo 1917 gli Stati Uniti, a fronte di un pagamento di 25 milioni di dollari, acquistano le Isole Vergini Americane dalla Danimarca.
La Danimarca ne prese il possesso il 25 marzo del 1718, quando il Governatore delle Indie Occidentali Danesi e della Guinea Company – colonia di St.Thomas – Eric Bradel, accompagnato da cinque soldati, venti agricoltori e sedici schiavi, approdò a Coral Bay, sull'isola di St. John, a nome della Corona Danese. Gli Inglesi, benché si considerassero in quel momento i legittimi proprietari dell’isola, non intrapresero alcuna azione di protesta o di ritorsione contro questa iniziativa del governo danese.
La spedizione del governatore fu solo la sanzione ufficiale di un processo che era già iniziato da tempo: attirati dalla prospettiva degli ottimi introiti ottenibili con la coltivazione della canna da zucchero, privati Danesi si erano stabiliti sull’isola sin dal 1694. Ma la storia di St. John era iniziata già molti secoli prima
Geograficamente le Vergini sono un punto di demarcazione tra le Grandi Antille ad ovest e le piccole Antille ad est e a sud. Le oltre 100 isole, isolotti, atolli e rocce che costituiscono l’arcipelago delle Vergini si dividono in tre gruppi: le Vergini Spagnole – direttamente ad est del territorio USA di Puerto Rico a cui appartengono -, le Isole Vergini Americane – ad est di quelle spagnole – ed infine le Isole Vergini Britanniche che si trovano a nord ed a nord-est delle Vergini USA.
Molto tempo prima dell’arrivo dei Danesi, prima ancora dello sbarco di Colombo che aveva scoperto e dato il nome alle isole, popolazioni provenienti dal Sud America erano sbarcate a St. John tra il 2000 e il 1000 A.C. insediandosi sull’isola stabilmente. Si trattava degli Ortoroid, il primo gruppo etnico di cui oggi si abbiano tracce storiche. Non si sa bene quale sia stato il loro destino, ma, ad un certo punto, la loro cultura si estinse senza che ancora oggi se ne conosca il motivo.
A loro succedettero i Cedrosan Saladoid che dall’America Latina raggiunsero le Vergini intorno al 200 A.C.. Conoscevano la tecnica di lavorazione della ceramica e praticavano l’agricoltura. Crearono dunque degli insediamenti agrari durevoli nel tempo, che diedero loro la possibilità di spingersi oltre la pura economia di sussistenza, come dimostrerebbe la ricercatezza degli artefatti rinvenuti, ricchi di figure ornamentali rappresentanti soggetti legati alla religione, alla casa ed a storie personali.
Tra il 600 e il 1200 D.C. giunse sull’isola una nuova popolazione: gli Osionoid, che cominciarono a sviluppare una cultura ed uno stile dì vita apertamente Caraibico.
Il loro declino ebbe inizio con lo sbarco di Colombo alle Vergini e le successive conquiste coloniali delle potenze Europee. In pochi anni gli indigeni scomparvero quasi del tutto. Si sa tuttavia poco delle diverse dominazioni succedutesi a St. John tra l’arrivo di Colombo e la conquista danese
La prima dominazione europea – quella spagnola – ebbe la sola intenzione di raccogliere le risorse naturali dell’isola e di procurarsi schiavi per le miniere di altre regioni del Nuovo Mondo, senza alcun interesse iniziale per lo sfruttamento agricolo. Non ebbe, perciò, rilevanti ripercussioni permanenti sull’impianto abitativo dell’isola.
Tra il 1508 ed il 1520, quando le risorse di Hispaniola cominciarono a scarseggiare, gli Spagnoli si avventurarono alla conquista di altre isole: Puerto Rico, Cuba e la Giamaica. Fu proprio allora che cominciarono attivamente ad intaccare le risorse umane e naturali delle isole più piccole, come quelle dell’Arcipelago delle Vergini. Sappiamo che verso il 1520 le Isole del nord, le Leewards, con eccezione di St.Kitts e Nevis, così come le isole Windwards, St. Lucia, Tobago e Barbados, furono completamente spopolate. A simile destino andarono incontro le isole lungo la costa Venezuelana, con l’eccezione di quelle dove si era sviluppata un’importante attività di raccolta di perle grazie allo sfruttamento di schiavi nativi. Con la conquista del Messico da parte di Cortez e la circumnavigazione di Capo Horn da parte di Magellano, la Spagna spostò progressivamente la sua attenzione verso aree geografiche più produttive. Nei Caraibi venne mantenuto forte il controllo sulle grandi isole, approdi strategici fondamentali per il rifornimento delle navi Spagnole che nel 17simo secolo solcavano le acque tra il continente Americano ed i maggiori porti iberici. Sulle isole più piccole la presa della corona spagnola si fece invece più lenta, aprendo in questo modo progressivamente la strada ad altre potenze Europee
Inglesi, Francesi, Olandesi, Portoghesi, Spagnoli espatriati, nonché BLACK CARIB, discendenti di razza mista dei sopravvissuti nativi, si alternarono nel controllo a titolo più o meno personale delle piccole isole caraibiche sfruttandone le risorse commerciali ed agricole. Gli Olandesi conquistarono facilmente Aruba nel 1596; seguirono gli Inglesi ed i Francesi che occuparono St. Christopher nel 1620. A metà del 17esimo secolo, quasi tutte le isole orientali dei Caraibi lasciate vacanti dagli Spagnoli furono occupate da altre nazioni Europee.
Le Vergini passarono sotto il labile controllo di molte potenze finché nel 1665 arrivarono i Danesi, guidati da un gruppo di Copenaghen – per lo più mercanti olandesi – che si apprestava alla colonizzazione di St. Thomas per conto della Corona e della bandiera Danese. Eric Nielsen Smit era il comandante della spedizione. All’arrivo dei Danesi l’isola di St. Thomas era scarsamente popolata, nonostante alcune presenze di altri Olandesi e Caribe. La storia di St. John non fu molto diversa. Frequentata sporadicamente per più di 150 anni dagli Spagnoli per l’approvvigionamento d’acqua e per la cattura di Amerindi da rendere in schiavitù, per la pesca, il sale, la selvaggina, le piante medicinali e la legna, sulle sue coste approdarono anche, a turno, Francesi, Olandesi ed Inglesi per esplorarne il territorio e farne una base d’appoggio per spedizioni sulle altre isole vicine: una “no-mens-land”, utilizzata da tutti ma mai occupata stabilmente da nessuno.
Così fu fino all’arrivo della bandiera Danese a Coral Bay nel 1718, con la creazione della proprietà terriera ESTATE CAROLINA. Da quel momento l’espansione delle attività commerciali fu rapida e nel 1733 St John poteva già contare 109 piantagioni di canna da zucchero e di cotone. Ancora oggi, gli antichi nomi delle piantagioni di St. John, quali  Carolina, Enighed ed Adrian, sono usati per identificare le diverse zone dell’isola.
Con lo sviluppo delle coltivazioni crebbe anche il fabbisogno della manodopera e la richiesta di schiavi, che furono forzatamente importati dall’Africa. L’emancipazione degli schiavi – nel 1848 – avvenne in concomitanza con il declino dell’economia delle piantagioni e la conseguente decadenza dello splendido sfarzo coloniale dell’isola. La popolazione diminuì sensibilmente mentre, nel giro di pochi anni, la produzione di rum divenne l’industria primaria dell’isola.
Gli Stati Uniti acquistarono le Vergini nel 1917, ed a partire dagli anni ‘30 l’industria del turismo cominciò ad acquisire un’importanza fondamentale per l’economia delle isole. Nel 1956 il magnate e miliardario Rockfeller, già proprietario di una grande parte della superficie di St. John, chiese al Governo Federale di trasformare l’isola in Parco Nazionale.
Oggi il turismo è l'attività economica principale. Le isole normalmente ospitano 2 milioni di visitatori l'anno, la maggior parte dei quali proveniente dalle navi da crociera.
Il settore manifatturiero consiste principalmente nella distillazione artigianale del rum. L'agricoltura è poco sviluppata e la maggior parte del cibo viene importato. Gli affari internazionali e i servizi finanziari sono una piccola ma crescente parte dell'economia. Gran parte dell'energia è generata grazie al petrolio importato dell'estero, cosa che rende il costo dell'energia quattro o cinque volte più alto che nel resto degli Stati Uniti. L'energia viene utilizzata anche per la desalinizzazione dell'acqua.

lunedì 4 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 marzo.
Il 4 marzo 1668 William Penn riceve dal re d'Inghilterra la concessione su un'area americana che diventerà poi la Pennsylvania.
Il fondatore della Pennsylvania, William Penn (junior) nacque il 14 ottobre 1644 a Londra, figlio di Margaret Jasper e del famoso ammiraglio Sir William Penn (senior) (1621-1670), conquistatore di Giamaica nel 1655, e altamente stimato come Commissario della Flotta sia dal re Carlo II (1649-1685) che dal figlio, il duca di York e futuro re Giacomo II (1685-1688).
Penn frequentò l'università di Oxford, al Christ Church College, dove fu convertito al quaccherismo da John Owen, un discepolo di George Fox. Tuttavia questa conversione aumentò una sua aggressività e insofferenza verso le istituzioni anglicane a tal punto che fu espulso dall'università.
Saputo dell'accaduto, l'ammiraglio Penn punì il figlio ribelle con una solenne battuta e buttandolo fuori casa, ma in seguito lo perdonò inviandolo nel 1666 in Irlanda ad amministrare i terreni e le proprietà di famiglia. Tuttavia, al suo rientro in Inghilterra, Penn trovò la maniera di litigare nuovamente con il padre a causa della sua usanza quacchera di non levare il cappello davanti a nessuno, neppure davanti al re d'Inghilterra!
Nel 1668 fu rinchiuso nella famigerata Torre di Londra per aver pubblicato un lavoro, nel quale egli attaccava la dottrina della Trinità e la giustificazione per fede. In carcere scrisse i suoi libri più famosi No Cross, No Crown (nessuna croce, nessuna corona) e Innocency with her open face (innocenza con la sua faccia manifesta).
Due anni dopo il padre morì, lasciandolo erede di una tenuta e di crediti verso la Corona per £16.000. Eppure William continuò la sua missione e visitò, suo malgrado, ancora la Torre di Londra nel 1671, quando fu arrestato per predicazione non autorizzata. Durante il relativo processo, da buon quacchero, si rifiutò di giurare, e fu perciò rinchiuso nella prigione di Newgate per sei mesi.
Nel 1672, al ritorno di un viaggio in Germania e Olanda assieme a George Fox, si sposò con Gulielma Maria Springett e dal 1675 aumentò il suo interesse verso le nuove colonie americane. Aiutò, infatti, i nuovi coloni quaccheri a tracciare le concessioni e gli accordi necessari per stabilirsi nel territorio del New Jersey occidentale.
Nel 1681 egli rilevò, con alcuni soci, un vasto territorio equivalente all'attuale New Jersey orientale da un quacchero che aveva fatto bancarotta e nello stesso anno, egli convertì i suoi crediti con il re d'Inghilterra nella concessione di un territorio a nord del Maryland, che egli dapprima battezzò Sylvania, cambiando poi il nome, dietro sollecitazione del re Carlo II in persona, in Pennsylvania in onore del padre.
Nel 1682, a bordo della nave Welcome, egli si trasferì nel suo territorio americano, di cui fu nominato governatore, e fondò la città di Philadelphia, in altre parole Città dell'Amore fraterno, massima rappresentazione di quella tolleranza religiosa che Penn desiderava applicare nei confronti di qualsiasi religione. Anche nei confronti degli indiani locali, i Delaware, fu molto corretto, acquistando il territorio da loro in un accordo siglato il 30 novembre 1862 sotto un grande olmo a Shackamaxon.
La sua colonia fu terra di libertà sia per i quaccheri sia per altre sette non-conformiste perseguitate ed anche in patria egli s'impegnò per la libertà religiosa, riuscendo a far liberare più di 1.200 quaccheri, grazie all'antica amicizia del padre con il re Giacomo II, quando questi era ancora il Duca di York. Nel 1687 Penn ringraziò pubblicamente, il re, in nome dei quaccheri, per la dichiarazione di indulgenza, emanata in quell'anno.
Fu quindi abbastanza scontato che, a causa dei rapporti amichevoli con l'ex re, con la salita al potere di Guglielmo III d'Orange (1689-1702) nel 1689, William fosse accusato diverse volte di tradimento e cospirazione, ma fu sempre assolto: tuttavia nel 1692 gli fu revocato il titolo di governatore della Pennsylvania. Una sua imprudenza, visto l'accanimento sopra descritto contro la sua persona, fu la partecipazione ai funerali di George Fox nel 1691, quando evitò, per un pelo, di essere arrestato.
Alla morte della prima moglie nel 1694, egli si risposò con Hannah Callowill e nel 1699 si recò nuovamente in Pennsylvania, che trovò in eccellenti condizioni economiche e dove emanò la Charter of Privileges (la carta dei privilegi) nel 1701.
Non altrettanto floride furono però le sue proprietà in Inghilterra: infatti tornato nel 1701, si trovò letteralmente in bancarotta a causa della disonestà del suo amministratore, un tale Ford e dovette patire la galera nel 1707/8 per debiti.
Fu liberato per intercessione di amici potenti, ma visse gli ultimi anni in miseria, preoccupato sia per le notizie d'oltreoceano, non sempre positive, sulla sua colonia che per i continui problemi creati dal figlio maggiore.
Tutte queste preoccupazioni gli provocarono nel 1712 un ictus, nella cui condizione di forte menomazione rimase fino alla morte avvenuta il 30 luglio 1718 a Ruscombe, nella contea del Berkshire.

sabato 20 gennaio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 2017 Donald Trump si insedia come 45esimo Presidente degli Stati Uniti d'America.
Donald John Trump Senior nasce a New York il 14 giugno del 1946. Famoso imprenditore americano, impegnato in diversi settori, soprattutto quello immobiliare, è considerato uno degli uomini più ricchi del mondo; è noto per i suoi enormi investimenti e per aver fatto del suo cognome una vera e propria etichetta mediatica, utilizzata come marchio per le sue attività e acquisizioni.
La famiglia in cui nasce e cresce il piccolo Donald è di origini tedesche, soprattutto per via patrilineare. I suoi nonni paterni infatti, Frederick Trump ed Elisabeth Christ, diventano cittadini degli Stati Uniti nel 1892, dopo essere emigrati nel 1885.
Fred Christ Trump, il padre di Donald, nasce americano, a Woodhaven, nello stato di New York, l'11 ottobre del 1905. Ed è proprio a lui che Donald deve il suo senso per gli affari e, soprattutto, l'interesse per il settore immobiliare. Fred è un facoltoso costruttore di New York, il quale ha fatto fortuna investendo e proponendo immobili in affitto e vendita, per quella rampante middle class americana che negli anni '50 e '60 ha costruito gran parte della propria ricchezza, costituendo lo strato sociale ed economico prevalente negli Usa.
Ad ogni modo, iscritto alla "Kew-Forest School", nel Queens, il giovane Donald Trump non ha un carattere facile e si mette in cattiva luce a scuola a causa di una sua disciplina non proprio impeccabile. A 13 anni allora, il ragazzo viene iscritto dai genitori ad un'accademia militare: la "New York Military Academy ". L'idea si rivela azzeccata: il futuro Mr Trump si distingue per il proprio valore, conquistando diversi riconoscimenti, come quello di capitano della squadra di baseball, esattamente nel 1964.
Dopo il passaggio dalla "Fordham University" alla "Wharton School" dell'Università della Pennsylvania, Donald Trump si laurea nel 1968, specializzandosi in Economia e Finanza. Il passo seguente è quello presso la Trump Organization, ossia l'azienda paterna, dove comincia ad occuparsi degli affitti di Brooklyn, del Queens e di Staten Island.
Già in questi anni si rivelano le sue enormi capacità di investitore. Lavorando dal college infatti, il giovane e rampante Donald Trump intraprende un progetto di rilancio del complesso residenziale Swifton Village, nell'Ohio, a Cincinnati. Dal 34% di occupazione media degli alloggi, la struttura passa al 100% in un solo anno e quando la Trump Organization vende Swifton Village ricava circa 6 milioni di dollari.
Nel 1971 Donald Trump si sposta a Manhattan e comincia ad interessarsi di grandi costruzioni, nelle quali sia facile riconoscere il nome - o il marchio - di chi le ha realizzate. La prima "grande opera", come si direbbe in Italia, è quella dell'antiquato "Penn Central", in zona West Side, dove Trump realizza il nuovissimo Grand Hyatt, ben altra cosa rispetto al Commodore Hotel. Il successo dell'opera è sotto gli occhi di tutti e alcuni anni dopo, l'imprenditore cerca di sfruttarlo per un'imperiosa opera di ripristino voluta dalla città di New York, ossia di porre il Wollman Rink al Central Park. Nel frattempo Trump dà vita a diverse altre costruzioni e in città il suo nome comincia a circolare, soprattutto sulla carta stampata.
Il progetto del Wollman, iniziato nel 1980, con una previsione di due anni e mezzo di lavori, nel 1986 ristagna, nonostante i 12 milioni di dollari già spesi. Donald Trump si propone di completare l'opera senza alcun costo per il Comune, facendo valere le proprie ragioni soprattutto attraverso i media, che spingono affinché sia lui ad occuparsene. Ottenuto l'appalto, realizza il lavoro in soli sei mesi e con solo 750.000 dei 3 milioni di dollari stanziati.
Forte del successo ottenuto, nel 1988 diventa il proprietario dello storico Hotel Plaza di New York, che mantiene fino al 1998. La sua Trump Organization diventa a tutti gli effetti una importante immobiliare del lusso.
In questi anni '80 però il costruttore investe anche sui casinò e in altre strutture alberghiere, esponendo il proprio nome e le sue garanzie economiche ben oltre il dovuto. Così, nel 1989, a causa della recessione, Trump inizia a trovarsi in una serie di difficoltà finanziarie che si porta dietro per tutto il resto della sua carriera imprenditoriale, considerata da alcuni sempre sul punto di crollare e da altri, al contrario, ben salda e di là dal capitolare.
Ad ogni modo, in questo periodo è il suo terzo casinò, il celebre Taj Mahal, a dargli dei guai. Attraverso i cosiddetti "bond spazzatura", con un tasso di interesse di 1 miliardo di dollari, Trump finanzia questo mirabolante progetto. Ma nel 1991 l'impresa è sull'orlo del fallimento e il magnate del lusso deve cedere il 50% della proprietà del casinò agli obbligazionisti, in cambio di una riduzione dei tassi e di un prolungamento per il rimborso. Si salva dal fallimento, ma deve continuare con l'opera di ridimensionamento delle sue imprese, come quella del Trump Plaza Hotel, che spartisce al 49% con Citibank, e quella del Trump Shuttle, che invece perde definitivamente.
Nonostante queste vicissitudini poco favorevoli, l'imprenditore porta in borsa la sua "Trump Hotels & Casino Resorts". Wall Street spinge le sue azioni sopra i 35 dollari ma, solo tre anni dopo, crollano, a causa di un debito gravante sulla società di 3 miliardi di dollari. Solo nel 2004, la società azionistica annuncia la sua ristrutturazione del debito, con una riduzione della quota azionaria dal 56% al 27%.
"L'esperienza mi ha insegnato alcune cose. Una è quella di ascoltare la propria pancia, non importa come suoni bene sulla carta. La seconda è che si sta generalmente meglio attaccati a ciò che si conosce. E la terza è che a volte i migliori investimenti sono quelli che non si fanno."
Nel frattempo però, l'imprenditore newyorchese investe nei paesi arabi e diventa comproprietario del complesso "Palm Trump International Hotel and Tower", il quale sorge, monumentale, sulla centrale delle tre Isole delle Palme di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, si apre definitivamente ad altri campi, come quello dell'energia, e dal 2006 diventa il più importante testimonial della multinazionale delle telecomunicazioni e dell'energia ACN Inc. Investe anche nel wrestling e in televisione, portando sugli schermi un reality show prodotto interamente da lui dal titolo "The Apprentice".
Negli anni 2000 e 2010 si interessa sempre più alla politica e nel corso di una nota trasmissione televisiva, il "Larry King Live", nel settembre 2008 Donald Trump ufficializza il suo appoggio al Senatore Repubblicano John McCain, in lizza per le presidenziali (poi battuto da Barack Obama).
Nonostante molti facciano il suo nome come futuro candidato repubblicano in vista delle nomination del 2012, il 16 maggio del 2011 Donald Trump smentisce la sua candidatura.
Dal 22 gennaio del 2005 inoltre contrae il suo terzo matrimonio, con Melania Knauss, da cui ha avuto il suo quinto figlio nel 2006, Barron William Trump. In precedenza, il costruttore è stato sposato con Ivana Marie Zelickovà Trump, dal 7 aprile 1977 all'8 giugno 1992 (con cui ha avuto tre figli; Donald John, Ivanka Marie ed Eric), e con Marla Maples, sposata dal 1993 al 1999 (e da cui ha avuto Tiffany Trump nel 1993).
Il 16 giugno 2015 Donald Trump annuncia formalmente la propria candidatura alle elezioni presidenziali del 2016. Passando attraverso varie battaglie politiche (anche interne al suo partito), critiche, discorsi pubblici, un anno più tardi, nel mese di luglio diviene ufficialmente il candidato repubblicano alla Presidenza, per succedere ad Obama. A sfidarlo è Hillary Clinton.
Dopo una campagna elettorale segnata da toni molto aspri, smentendo gran parte delle previsioni, il 9 novembre 2016 Donald Trump è diventato presidente eletto ottenendo il voto della maggioranza, e precisamente di 304, dei 538 grandi elettori che compongono il Collegio elettorale  (numero inferiore a quelli ottenuti dal predecessore democratico Barack Obama nelle due precedenti elezioni, ma superiore a quelli del repubblicano George W. Bush nel 2000 e nel 2004). Hillary Clinton è stata invece la più votata a livello popolare, con quasi tre milioni di preferenze in più dell'avversario. Per la quinta volta nella storia degli Stati Uniti e per la seconda volta dal 2000 il candidato più votato non ha coinciso con il vincitore delle elezioni.
Quando i cittadini, concedendogli il loro voto, lo hanno eletto presidente in novembre, Trump ha stabilito cinque primati, concretizzati il 20 gennaio 2017 all'inizio del mandato:
    primo presidente a non aver mai ricoperto in precedenza una carica politica, amministrativa o un elevato grado militare;
    primo presidente sostenuto dalla maggioranza di membri eletti, in Congresso e Senato, del suo stesso partito all'inizio del suo mandato presidenziale;
    primo presidente che rifiuta lo stipendio statale all'inizio del suo mandato presidenziale;
    presidente più vecchio, avendo superato i settant'anni di età al momento dell'elezione (primato passato poi al suo successore Biden);
    presidente più ricco per patrimonio finanziario personale.

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