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lunedì 29 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 2009, poco prima di mezzanotte, in stazione a Viareggio transita un treno merci, che si muove da nord verso sud, da La Spezia in direzione di Pisa, col suo convoglio di quattordici vagoni cisterna carichi di gas. "Non è che andasse proprio piano, almeno a 90 all'ora" racconta qualcuno. "Il treno sferragliava sui binari, ho visto delle scintille" è la testimonianza di un altro. Più tardi le Ferrovie dello Stato spiegheranno che ha ceduto il carrello del carro cisterna. Poche decine di metri ed è la catastrofe.
In quel punto la linea ferrata è costeggiata dai palazzi, in parallelo corre via Ponchielli. Il merci 50325 Trecate-Gricignano deraglia. Il primo carro cisterna trascina fuori dai binari altri quattro dei quattordici vagoni che non sono proprietà delle Fs ma appartengono a una società straniera, la Gatx, con sede a Vienna. Solo uno si spezza. Purtroppo basta a causare l'immane disastro. Le esplosioni e le fiammate investono i palazzi e la strada. Una palazzina, dove vivono 18 persone, si sbriciola. Una più piccola, monofamiliare, prende fuoco. Alla fine, crollate o gravemente danneggiate, le case coinvolte saranno cinque. Come un proiettile, un grosso pezzo di metallo investe un uomo - che risulterà essere un quarantenne extracomunitario - e lo scaraventa ad una decina di metri uccidendolo. Per lo spostamento d'aria un'altra persona vola contro un cassonetto e avrà le gambe maciullate. Una ragazza, avvolta dalle fiamme, corre in strada, grida, cerca di strapparsi i vestiti.
Una scena apocalittica. Scene così ce ne sono tante. Le fiamme avvolgono un gazebo dove stanno cenando alcune persone. Scattano i soccorsi. I primi arrivano dalla vicinissima sede della Croce Verde che è stata gravemente danneggiata dall'esplosione: quasi tutte le ambulanze sono distrutte, un volontario è ferito ma non in gravi condizioni, altri hanno riportato contusioni.
Per timore che possano esplodere anche gli altri vagoni rimasti integri, vengono evacuati altri tre palazzi. "La cabina è stata invasa dal gas, siamo riusciti a scappare - raccontano i due macchinisti dl treno, feriti in modo non grave - Siamo vivi per miracolo".
 I soccorsi sono stati tempestivi. Centocinquanta persone della Protezione Civile hanno lavorato tutta la notte. All'alba, in una luce irreale, con il fumo che si è diradato e i focolai quasi del tutto spenti, lo scenario ricorda un attentato a Baghdad. Si scava, si cercano le persone che dovrebbero esserci e di cui non si hanno notizie. Secondo il sindaco di Viareggio sono una trentina. Poi, però, Bertolaso (il capo della Protezione Civile) precisa che non dovrebbero essere più di tre o quattro: "Gli altri erano scappati".
L'intervento dei soccorritori si concentra adesso sulla ricerca di persone che potrebbero essere rimaste sotto le macerie e, in particolare, sul travaso del Gpl. Ci sono tre squadre specializzate al lavoro. Dovranno svuotare e mettere in sicurezza otto cisterne alcune delle quali non hanno subito danni. Altre sono cadute su un fianco e andranno trattate con la massima prudenza: "Non è un'operazione semplice e comporta qualche rischio - ha spiegato a Sky l'ingegner Antonio Gambardella, comandante nazionale dei Vigili del Fuoco - Agiremo in contemporanea". Ci vorrà qualche giorno per mettere in sicurezza la stazione di Viareggio.
Un ulteriore disastro è stato evitato grazie all'accortezza del capostazione che ha fermato due treni passeggeri in arrivo nella stazione di Viareggio nei minuti immediatamente successivi all'incidente. "Se quei treni fossero arrivati in stazione sarebbe stata una vera ecatombe - ha detto il consigliere regionale Marco Montemagni -. A bordo c'erano centinaia di passeggeri. Il comportamento del capostazione conferma che Ferrovie dello Stato deve desistere dalla sfrenata corsa verso l'automazione. Il fattore umano resta decisivo".
In totale si contano 31 morti (33 contando due deceduti per infarto) e 25 feriti. I funerali di Stato ai quali hanno partecipato almeno 30.000 persone si sono tenuti il 7 luglio allo Stadio Torquato Bresciani per 15 defunti, altri 7 hanno ricevuto le esequie con rito musulmano in Marocco. Due altri morti, avvenuti indirettamente per infarto, non sono stati messi nella lista ufficiale.
A 3 anni dalla strage, la procura di Lucca ha chiuso le indagini. Lo rende noto, con un comunicato, il procuratore Aldo Cicala, spiegando che gli indagati sono 32 - più nove enti - e che i reati contestati sono disastro ferroviario colposo, incendio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. Inizialmente, gli indagati erano 38, più 8 enti. Fra i destinatari dell'avviso chiusura indagini c'è l'Ad delle Ferrovie Mauro Moretti.
Se all'indomani dell'incidente le Ferrovie sospesero i contratti con la Gatx e con la Cima, con la quale lavoravano dal 1945, poco hanno fatto per sanzionare o sospendere dall'incarico gli imputati al loro interno. Che hanno fatto carriera, complici i governi.
Mauro Moretti, all'epoca della strage a.d. del Gruppo F.S., è stato accusato di “inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline” e di “omissioni progettuali, tecniche, valutative, propositive e dispositive”. Dopo il disastro ha ricevuto il cavalierato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La politica ha rinnovato il suo mandato sia quand'era indagato (governo Berlusconi) che quando è diventato imputato (esecutivo di Enrico Letta). Sotto Matteo Renzi è stato promosso amministratore delegato di Finmeccanica. Al suo posto in Ferrovie è andato un altro imputato nella strage: Michele Mario Elia, già capo di Rfi. Immediate le proteste dei familiari, che il 29 maggio 2014 hanno fermato un treno sul binario 4, quello dell'incidente, manifestando la loro indignazione.
Anche Vincenzo Soprano, a.d. di Trenitalia, è rimasto al suo posto. Giulio Margarita dalla direzione tecnica di Rfi è passato all'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, mentre Emilio Maestrini, responsabile della Direzione ingegneria, sicurezza e qualità di sistema di Trenitalia, venti giorni dopo il disastro ferroviario fu sostituito con Donato Carillo, stretto collaboratore di Moretti, anche se questi ha negato un rapporto tra l'incidente e il trasferimento.
Il 31 gennaio 2017 il tribunale collegiale di Lucca (presidente Gerardo Boragine, a latere Nidia Genovese e Valeria Marino) ha emesso la sentenza di primo grado condannando a 7 anni e 6 mesi di carcere Michele Mario Elia, a 7 anni di carcere Mauro Moretti e a 7 anni e 6 mesi Vincenzo Soprano, ex amministratore delegato di Trenitalia e di FS Logistica. Tutti e 33 gli imputati sono accusati, a vario titolo, di disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali. La sentenza ha in parte ribaltato le richieste di condanna dei Pm, il cui impianto accusatorio attribuiva le principali responsabilità ai vertici delle ferrovie, per cui era stato chiesto fino al massimo della pena per i reati contestati (16 anni). La corte lucchese ha ritenuto di comminare le pene più elevate ai responsabili di Gatx Rail e a quelli dell'officina Jungenthal responsabili dei problemi di meccanica alla base dell'incidente di Viareggio.

lunedì 12 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.
Il 12 Gennaio 1997 è avvenuto il primo incidente grave occorso in Italia ad un treno ad alta velocità, il Pendolino ETR 460 n.29, in servizio sulla tratta Milano-Roma come treno 9415: Partito alle ore 12:55 dalla stazione di Milano Centrale con 167 passeggeri a bordo, alle ore 13:10 il treno veniva costretto ad una sosta tecnica per il bloccaggio di una porta guasta ma riprendeva presto la sua corsa. Alle ore 13:26 nell'imboccare la curva di ingresso della stazione di Piacenza, a circa 400 metri dall'asse del fabbricato viaggiatori, la carrozza di testa si ribaltava su un fianco, colpendo poi alcuni pali di sostegno della catenaria e spezzandosi in due; di quelle successive 6 furono trascinate nel deragliamento e solo le ultime due rimasero sul binario. Il bilancio fu molto pesante: morirono i due macchinisti in servizio, due agenti della Polfer, una hostess e tre passeggeri. A bordo del treno si trovava anche il senatore Francesco Cossiga, l'ex-presidente della Repubblica, che uscì illeso dall'incidente.
Le prime notizie diffuse dalla stampa parlarono di eccessiva velocità del treno e giunsero ad attribuire ai macchinisti uno stato di ubriachezza. Tale tesi non ebbe seguito al processo in carenza di elementi probatori.
Alcune associazioni sindacali di categoria ipotizzarono la frattura dell'albero di trasmissione anteriore della motrice di testa, che sarebbe caduto sul binario, impuntandosi e sollevando quindi il veicolo. Il pezzo in questione sul treno incidentato era già stato soggetto a riparazioni ed era in corso presso lo stabilimento di Savigliano una verifica sull'intera flotta di ETR 480. Tuttavia tale causa è stata successivamente esclusa: FIAT Ferroviaria aveva da poco effettuato modifiche agli alberi di trasmissione delle motrici. Inoltre per non rischiare che eventuali rotture di uno degli alberi causassero deragliamenti (fenomeno noto anche come "salto con l'asta"), si decise di ingabbiare gli alberi stessi in una griglia di contenimento in acciaio. Ciò rende impossibile l'impuntamento di tale parte meccanica nel terreno in caso di rottura, per cui l'incidente non può essere attribuito a tale guasto.
La tragedia è stata attribuita all'eccessiva velocità (il rilievo tachigrafico sulla carrozza di testa mostrava oltre 160 km/h in un tratto a limite 105 km/h) del treno in quel punto, l'unico di tutta la linea Bologna-Milano ad avere una forte limitazione di velocità a causa della curva ivi esistente.
L'8 febbraio 2000 furono rinviati a giudizio 25 tra dirigenti e funzionari delle Ferrovie dello Stato per omicidio colposo plurimo: il PM riteneva che la modifica all'impianto automatico di frenata deciso dalla dirigenza fosse una concausa insieme all'errore dei macchinisti. Questo sistema portava automaticamente i convogli che si approssimavano alla stazione di Piacenza a ridurre la velocità a 115 km/h; la modifica decisa dalla dirigenza corresse il meccanismo affinché la velocità venisse ridotta a 180 Km/h. Il 6 marzo 2001 il tribunale di Piacenza assolse gli imputati dalle accuse di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e disastro ferroviario colposo, per non aver commesso il fatto.
L'unica causa dell'incidente fu ritenuta essere l'errore umano dei due macchinisti (entrambi deceduti nel deragliamento).
Oggi i convogli ad alta velocità transitano sulla nuova linea che corre parallela all'autostrada, sulla quale non vi sono curve a raggio stretto e i treni, fatta eccezione per un piccolo tratto nei pressi di Modena nel quale la velocità massima è stabilita a 240 km/h, viaggiano a circa 300 km/h coprendo la distanza Bologna - Milano in 1 ora e 5 minuti. Durante i test di collaudo della linea, svolti il primo marzo 2008, un ETR 500 è transitato sulla linea nel territorio di Fontanellato alla velocità di 355 km/h, raggiungendo l'allora record di velocità ferroviaria italiana.
L'attuale record di velocità ferroviaria italiano è stato stabilito nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2015 durante i test di collaudo della linea ad alta velocità Torino - Milano, durante i quali un ETR 500 è transitato alla velocità di 385,5 Km/h.

martedì 5 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 1960 il diretto Sondrio-Milano deraglia nei pressi di Arcore, provocando 17 morti e 120 feriti.
Gli abitanti della zona alle ore 8 sono trasaliti per aver avvertito come delle scosse di terremoto all’ex passaggio a livello di via Libertà ove era in costruzione il sottopassaggio stradale in conseguenza del quale era stato eretto un provvisorio ponte di ferro.
Poi l’orribile scena per l’avvenuto deragliamento del diretto Sondrio-Milano che trasportava operai e studenti. Il locomotore era volato oltre il ponte rimanendo però sempre sulla rete dei binari, in un pauroso groviglio di spezzoni di ferro e di fili della corrente. Il vagone di testa, di prima classe, aveva a sua volta compiuto un’impennata andando infine a schiantarsi, copovolto, contro un capannone del lanificio “B.B.B.” di Angelo Borghi. Altre tre carrozze erano pure deragliate finendo nella scia della prima, fermandosi però nell’area della ferrovia. Due ancora, tra cui un postale, erano precipitate giù dal ponte adagiandosi sulla scarpata. Infine le quattro ultime carrozze del convoglio si erano fermate sui binari all’inizio del fatale ponte. Sul posto ristagnava la nebbia alla quale si volle far risalire le cause del disastro. Il corpo del parroco di Dervio fu trapassato da una rotaia, diverse persone vennero proiettate dai finestrini del treno.
Secondo le prime ricostruzioni, infatti, il convoglio aveva imboccato il ponte a forte velocità (oltre gli 80 km/h), nonostante, proprio per i lavori di costruzione del sottopasso stradale, la velocità dei convogli ferroviari dovesse essere ridotta fino a 10 km/h. Da qui l’inevitabile deragliamento e il crollo del provvisorio ponte di ferro, costruito dagli operai per permettere ai treni di circolare nonostante il cantiere. Il macchinista, secondo anche le prime testimonianze dei sopravvissuti, a causa della fitta nebbia, non avrebbe capito di trovarsi in prossimità del ponte provvisorio.
I funerali delle prime quindici vittime del disastro (le altre due moriranno alcuni giorni dopo il disastro) si tennero nel duomo di Monza: a presiedere la mesta cerimonia funebre l’allora arcivescovo di Milano, il cardinal Giovan Battista Montini, futuro Paolo VI. Cinquant’anni fa i feretri furono vegliati da migliaia di persone, una città intera. Oggi, invece, nessuno più sa, o vuole, ricordare quei morti.

giovedì 22 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1865, nella stazione di Parigi - Montparnasse nel XV Arrondissement, l'espresso numero 56 proveniente da Granville entra in stazione coi suoi 131 passeggeri. Il macchinista, Guillame Pellerin, ha un'esperienza ventennale, maturata tutta nelle ferrovie francesi all'interno delle quali non ricevette mai un richiamo. Eppure, per cause che nessuno riuscì mai a chiarire, quel treno entrò in stazione ad una velocità altissima, inadeguata, senza decelerare all'altezza dei primi segni di frenata posti fuori la Gare parigina. Pare che il macchinista fu costretto da non meglio specificati inconvenienti a partire da Granville con dieci minuti circa di ritardo, e questo causò in lui una forte voglia di evitare qualunque ritardo, spingendo il suo treno oltre i limiti di velocità, ritardando fino all'ultimo l'inizio delle manovre di arresto. Quando si accorse di cosa stava per accadere, il capotreno azionò il freno di emergenza, che però si rivelò guasto: il convoglio, allora, penetrò come una lama nella stazione, non si fermò nella sede opportuna, saltò sui marciapiedi e le strutture in cemento, per poi letteralmente bucare la struttura esterna della stazione, cadendo con la locomotiva sulla sottostante fermata dei tram e lasciando tutti i vagoni all'interno della struttura della stazione stessa. la locomotiva sfiorò anche un'edicola posta vicino alla fermata, all'interno della quale si registrò l'unica vittima della vicenda, la signora che vendeva i giornali la quale fu colpita non dal treno ma da pezzi di cemento caduti dalla facciata dell'edificio sfondato. Per il resto, si registrarono feriti ma nessun altro morì a causa dell'incidente. Ci volle quasi una settimana solo per togliere la locomotiva dalla posizione che aveva assunto dopo l'urto.
Il funerale della donna fu pagato dalla compagnia ferroviaria ed ai suoi due figli fu corrisposta una rendita. Il macchinista fu condannato a due mesi di prigione e 50 franchi d'ammenda mentre il capotreno a soli 25 franchi d'ammenda.


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