Buongiorno, oggi è il 10 ottobre.
Probabilmente il 10 ottobre 732 nei pressi di Tours, in Francia, fu combattuta la battaglia di Poitiers tra l'esercito musulmano che avanzava dalla spagna e i franchi di Carlo Martello.
L'esercito cristiano attese il nemico in mezzo alla confluenza di due fiumi, il Clain e il Vienne, schierandosi in un'unica formazione, robusta e profonda, formata da una prima linea nella quale si era disposta la fanteria pesante intervallata da piccoli reparti di cavalleria. Altri cavalieri si erano posizionati sui lati esterni della seconda linea, lasciando il vuoto nella parte centrale per evitare improvvisi aggiramenti. Inoltre alla sinistra dello schieramento, molto arretrato e nascosto in un bosco, vi era Oddone I d'Aquitania (Eude) insieme alla sua cavalleria.
Gli arabi invece si schierarono nel seguente modo: l'ala sinistra era formata da cavalleria leggera e si «appoggiava» al fiume Clain; la parte centrale, composta interamente da fanti ed arcieri, si era posizionata sull'antica via romana, mentre l'ala destra del fronte musulmano era schierata su una bassa collina. Dietro ad ognuna delle due ali vi erano due schieramenti di dromedari da trasporto: gli arabi infatti sapevano che l'odore pungente di questi animali poteva far imbizzarrire i cavalli dei franchi smobilitandone le schiere. La formazione iniziale era quella tipica a forma di mezzaluna, con le cavallerie un po' avanzate rispetto alle fanterie e disposte a tenaglia allo scopo di stringere il nemico sulle ali ed accerchiarlo.
Dopo che gli eserciti si furono fronteggiati, addirittura per una settimana, cominciò la vera e propria mischia, dall'alba al tramonto: gli arabi si lanciarono all'attacco per primi facendo partire le cavallerie dei berberi che investirono i fanti cristiani con una vera e propria pioggia di giavellotti, concentrando ripetuti assalti nelle zone del fronte avversario dove credevano possibile l'apertura di un varco. La linea di condotta di Carlo Martello fu quella di non cadere nella tattica musulmana dell'al-qarr wa al-farr: cioè dell'attacco seguito da una programmata ritirata, mirante ad illudere l'avversario dell'imminenza di una facile vittoria e di un ancor più facile bottino. Ordinò dunque che i suoi guerrieri attendessero l'attacco senza altra replica che non fosse quella del momentaneo corpo a corpo, impartendo severe disposizioni affinché i suoi uomini non cadessero nella tentazione dell'inseguimento del nemico in apparente fuga.
Il suo «muro di ghiaccio» resse splendidamente, forte anche della scarsa velocità delle sue cavalcature europee che s'accompagnava però a una loro maggior solidità, a fronte dell'agilità della cavalcature arabo-berbere, ma d'una loro scarsa resistenza e d'una minor mole. Quando gran parte della cavalleria dei saraceni era ormai persa contro gli scudi, ma soprattutto contro le picche dei fanti cristiani, Carlo Martello diede un segnale che fece sbucare, dal bosco in cui era nascosta, la cavalleria di Ottone che caricò il fianco destro dei musulmani travolgendolo e mettendolo in fuga. Nel frattempo cominciava l'avanzata compatta della fanteria che, abbandonate le posizioni di partenza, travolse tutto ciò che le si poneva di fronte. I fanti musulmani, privi di corazzatura, non potevano reggere il corpo a corpo con i robusti guerrieri del nord, pesantemente armati. Dallo scontro si passò quindi alla carneficina, che durò fino al tramonto quando anche ʿAbd al-Rahmān venne ucciso da un colpo d'ascia, infertogli forse dallo stesso Carlo Martello. Quando si sparse questa notizia gli arabi sopravvissuti scapparono rapidamente, lasciando sul terreno feriti e tende, ma soprattutto il bottino conquistato durante tutte le razzie in Aquitania.
La storiografia araba non dà una descrizione dell'andamento della battaglia molto diverso da questo, infatti descrive come ad un certo punto i cavalieri berberi erano riusciti a far breccia nelle file dei franchi, ma alcuni di questi si erano diretti all'accampamento arabo per impossessarsi del bottino islamico. A questo punto, molti musulmani, accortisi di quello che stava accadendo, si sarebbero diretti verso l'accampamento stesso per proteggere il bottino, ma sfaldando, così, lo schieramento e facendo il gioco dei cristiani.
Fu la rotta per i musulmani, che caddero in gran numero, tanto da far definire ai cronisti musulmani il teatro di quella battaglia come «il lastricato dei màrtiri» (balāt al-shuhadāʾ).
La battaglia viene ricordata soprattutto come evento cardine che impedì l'islamizzazione dell'Europa, e contemporaneamente diede il via al futuro impero della dinastia di Carlo Martello, portato a compimento da suo nipote Carlo Magno.
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sabato 10 ottobre 2026
giovedì 19 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 197 d.C. nei pressi di Lugdunum (l'odierna Lione), si svolse una delle più cruente battaglie della storia romana.
Alla morte di Commodo e dei suoi successori Pertinace e Didio Giuliano, tra il 192 e il 193, ci sono tre generali romani in lizza per il trono supremo: Clodio Albino, con le truppe della Britannia, Pescennio Nigro con quelle della Siria e Settimio Severo che si trova in Pannonia. Quest'ultimo giunge per primo a Roma e, con l'appoggio dei Pretoriani, ne diventa imperatore. Ma anche gli altri due generali vogliono tale nomina, minacciando l'impero (provato dalle follie di Commodo, dalle minacce barbariche e dalla peste appena conclusasi) di una terribile guerra civile.
Alleatosi temporaneamente con Clodio Albino, al quale riconosce il titolo di imperatore di Britannia, Gallia e Iberia, Settimio Severo sbaraglia le truppe di Pescennio Nigro, costringendo quest'ultimo a rifugiarsi tra i Parthi, dove sarà raggiunto e ucciso. E' il 195.
Appena un anno dopo, forte dell'appoggio di una frangia di 29 Senatori guidati da Sulpiciano, Clodio Albino sfida il potere di Settimio Severo, raccogliendo una grande armata contro l'avversario: 150.000 soldati! Già i Senatori della fazione britanna battevano monete con l'effige di Albino, ritenendo sicuro l'esito della guerra.
In risposta all'armata nemica che si raccoglie in Gallia, Settimio Severo si dirige a nord, per raccogliere un esercito particolare da contrapporre alle legioni britanno-iberico-galliche. Attraversa la Rezia e il Norico e la Germania Inferiore, e con una incredibile opera di accerchiamento sbuca da nord-ovest rispetto alla posizione nemica, con circa 120.000 uomini.
Alcune avanguardie di Settimio Severo comandate da Virio Lupo si scontrano con la cavalleria di Albino, composta principalmente dagli ausiliari sarmati della VI Legio Victrix, ma vengono annientate, e lo stesso comandante ucciso.
Il sacrificio di Virio Lupo permette a Settimio Severo di bloccare tutte le vie di comunicazione dei nemici, spingengoli in una sacca nella valle della Saone, tra Lugdunum e Trivurtium.
La battaglia inizia il 19 febbraio del 197: con una mossa a sorpresa, uno dei generali di Severo (scelto dallo stesso imperatore perché veterano della VI Legio Victrix trasferito in Pannonia) riesce ad attirare la temibile cavalleria sarmata in un'imboscata, distruggendola completamente, anche se a costo di gravi perdite. Di questo ignoto generale si perdono le tracce, e i resti della cavalleria imperiale vengono affidati a Lete, che tiene i suoi reparti lontano dalla mischia per per riorganizzare i superstiti.
La perdita della cavalleria ausiliare e l'accerchiamento demoralizzano i legionari di Albino, che comunque non si arrendono.
Severo guida personalmente l'attacco della sua armata, insieme ai generali Mario Massimo, Claudio Candido e Flavio Plauziano.
Lo scontro si protrae tutto il giorno con esito incerto: persino Severo viene disarcionato nell'impeto della mischia.
In seguito a questo incidente, l'ala sinistra dell'armata di Severo perde terreno di fronte all'impeto nemico, rinvigorito. Sembra tutto perduto, ma Lete, il comandante della cavalleria imperiale, sceglie proprio questo momento per entrare in lizza con i suoi cavalieri, sbaragliando i fianchi e i retri delle legioni avversarie.
Sentendosi perduto, Clodio Albino si suicida con la propria spada. Severo lo decapita e manda la sua testa, infissa alla punta di una lancia, al Senato, come monito circa la futura sorte di Sulpiciano e dei Senatori che avevano appoggiato Albino.
Ci sono alcune osservazioni da fare sulla battaglia:
1) Le legioni di Gallia (che sono quelle delle Germania), Britannia e Spagna sono al comando di Albino ed erano otto in totale (4 in Germania,3 in britannia,1 in spagna); Severo era appoggiato da quelle del Danubio (12-13 legioni) aveva le tre partiche, e le legioni orientali (una decina) ; ma quelle orientali avrebbero impiegato mesi per muoversi quindi sono da escludere, delle tre partiche (sempre fossero già state formate) solo una era in Italia e quindi a portata di mano; per la velocità con cui si è mosso Severo è probabile che avesse prelevato le legioni I partica che era in Italia, II e III italiche nel norico (magari tenendo buoni Marcomanni e Quadi con il denaro) e forse qualche altra legione dell'alto Danubio (oppure delle loro vessillazioni) e ausiliari lungo tutto il Danubio con la cavalleria che poteva sicuramente provenire da più lontano.
2) Anche ammettendo che Albino avesse preso tutte le legioni di Gallia, Britannia e Spagna (cosa strana perché avrebbe sguarnito tutte le frontiere) ne avrebbe raccolte 8 quindi 40000-45000 uomini considerando un numero pari di ausiliari o di poco superiori sarebbe arrivato a 90000-95000 uomini, quindi per arrivare a 150000 avrebbe dovuto far entrare 60000 barbari come mercenari. Nessuno crede che fosse pazzo fino a questo punto, anche perché avrebbe senz'altro avuto problemi logistici non indifferenti a far affluire i rifornimenti sufficienti durante lo spostamento.
Anche Severo, pur avendo a diposizione le legioni danubiane, le partiche e quelle orientali e quindi abbastanza truppe da arrivare a 120000 uomini, avrebbe dovuto sguarnire settori vitali. Inoltre la velocità con cui si è mosso fa pensare che l'esercito fosse più piccolo e quindi più manovrabile.
3) Innanzitutto c'è da ricordare che, durante il principato di Marco Aurelio e di Commodo, Roma ha dovuto subire una triplice minaccia: la guerra civile (i vari usurpatori quali Avidio Cassio, Flavio Materniano o Tigidio Perenne), le guerre barbariche (che giunsero a minacciare Roma stessa con la conquista di Aquileia) e quelle partiche (perenne spina sul fianco!), ed infine la peste, che solo nell'Urbe uccise 300,000 persone su un milione.
Le Legioni che sopravvissero a questi flagelli erano decimate, demoralizzate e disorganizzate. Marco Aurelio corse ai ripari arruolando tra i cittadini romani anche schiavi e gladiatori (le Legio Italiche), e un sempre più crescente numero di ausiliari.
Questo dà un quadro più preciso delle forze che giunsero allo scontro di Lugdunum nel 197.
Cassiodoro descrive la fazione di Settimio Severo e quella di Clodio Albino composte da circa 150.000 uomini ciascuna. La cosa è altamente improbabile, anche se soltanto in Britannia, contando legionari, ausiliari e numerii, si arriva già ad un terzo della cifra. Non ci sono però prove evidenti di un totale abbandono delle guarnigione britanniche da parte dei legionari di Clodio Albino.
Le tre Legioni in Britannia sono composte da circa 5.000 fanti e 120 cavalieri, per un totale di 15.000 fanti e 360 cavalieri. A questi aggiungiamo circa 37.550 ausiliari (presenti sotto Marco Aurelio), anche se possiamo aumentare tale cifra a 42.000 sotto Claudio Albino.
La marcia di Settimio Severo raccoglie all'incirca 6 Legioni, per un totale di 30.000 fanti e 720 cavalieri. Per quanto riguarda gli ausiliari, nell'impero sono presenti 150,000 effettivi, e certamente buona parte di loro non partecipa alle due spedizioni in Gallia (vuoi per motivi logistici o per salvaguardare parti delle frontiere).
Per quanto riguarda i Numeri, la loro cifra è sconosciuta, tranne che per i 5.000 sarmati stanziati in Britannia ai tempi di Marco Aurelio.
Quindi, anche se Settimio Severio e Clodio Albino fossero riusciti a radunare sotto le loro insegne il maggior numero di truppe possibili dalle due frontiere interessate (Gallia occidentale, Britannia, Iberia e Germania Superiore Albino; Retia, Pannonia, Norico, Germania Inferiore e Gallia orientale Severo), preoccupandosi di lasciare una guarnigione in grado di affrontare la minaccia barbarica, non sarebbero stati in grado di radunare 150.000 uomini ciascuno, dobbiamo quindi ridimensionare di molto le cifre.
Probabilmente avremo da una parte e dall'altra, legionari, ausiliari e numerii compresi, circa la metà della cifra (120.000-140.000 uomini impegnati in combattimento).
Il 19 febbraio 197 d.C. nei pressi di Lugdunum (l'odierna Lione), si svolse una delle più cruente battaglie della storia romana.
Alla morte di Commodo e dei suoi successori Pertinace e Didio Giuliano, tra il 192 e il 193, ci sono tre generali romani in lizza per il trono supremo: Clodio Albino, con le truppe della Britannia, Pescennio Nigro con quelle della Siria e Settimio Severo che si trova in Pannonia. Quest'ultimo giunge per primo a Roma e, con l'appoggio dei Pretoriani, ne diventa imperatore. Ma anche gli altri due generali vogliono tale nomina, minacciando l'impero (provato dalle follie di Commodo, dalle minacce barbariche e dalla peste appena conclusasi) di una terribile guerra civile.
Alleatosi temporaneamente con Clodio Albino, al quale riconosce il titolo di imperatore di Britannia, Gallia e Iberia, Settimio Severo sbaraglia le truppe di Pescennio Nigro, costringendo quest'ultimo a rifugiarsi tra i Parthi, dove sarà raggiunto e ucciso. E' il 195.
Appena un anno dopo, forte dell'appoggio di una frangia di 29 Senatori guidati da Sulpiciano, Clodio Albino sfida il potere di Settimio Severo, raccogliendo una grande armata contro l'avversario: 150.000 soldati! Già i Senatori della fazione britanna battevano monete con l'effige di Albino, ritenendo sicuro l'esito della guerra.
In risposta all'armata nemica che si raccoglie in Gallia, Settimio Severo si dirige a nord, per raccogliere un esercito particolare da contrapporre alle legioni britanno-iberico-galliche. Attraversa la Rezia e il Norico e la Germania Inferiore, e con una incredibile opera di accerchiamento sbuca da nord-ovest rispetto alla posizione nemica, con circa 120.000 uomini.
Alcune avanguardie di Settimio Severo comandate da Virio Lupo si scontrano con la cavalleria di Albino, composta principalmente dagli ausiliari sarmati della VI Legio Victrix, ma vengono annientate, e lo stesso comandante ucciso.
Il sacrificio di Virio Lupo permette a Settimio Severo di bloccare tutte le vie di comunicazione dei nemici, spingengoli in una sacca nella valle della Saone, tra Lugdunum e Trivurtium.
La battaglia inizia il 19 febbraio del 197: con una mossa a sorpresa, uno dei generali di Severo (scelto dallo stesso imperatore perché veterano della VI Legio Victrix trasferito in Pannonia) riesce ad attirare la temibile cavalleria sarmata in un'imboscata, distruggendola completamente, anche se a costo di gravi perdite. Di questo ignoto generale si perdono le tracce, e i resti della cavalleria imperiale vengono affidati a Lete, che tiene i suoi reparti lontano dalla mischia per per riorganizzare i superstiti.
La perdita della cavalleria ausiliare e l'accerchiamento demoralizzano i legionari di Albino, che comunque non si arrendono.
Severo guida personalmente l'attacco della sua armata, insieme ai generali Mario Massimo, Claudio Candido e Flavio Plauziano.
Lo scontro si protrae tutto il giorno con esito incerto: persino Severo viene disarcionato nell'impeto della mischia.
In seguito a questo incidente, l'ala sinistra dell'armata di Severo perde terreno di fronte all'impeto nemico, rinvigorito. Sembra tutto perduto, ma Lete, il comandante della cavalleria imperiale, sceglie proprio questo momento per entrare in lizza con i suoi cavalieri, sbaragliando i fianchi e i retri delle legioni avversarie.
Sentendosi perduto, Clodio Albino si suicida con la propria spada. Severo lo decapita e manda la sua testa, infissa alla punta di una lancia, al Senato, come monito circa la futura sorte di Sulpiciano e dei Senatori che avevano appoggiato Albino.
Ci sono alcune osservazioni da fare sulla battaglia:
1) Le legioni di Gallia (che sono quelle delle Germania), Britannia e Spagna sono al comando di Albino ed erano otto in totale (4 in Germania,3 in britannia,1 in spagna); Severo era appoggiato da quelle del Danubio (12-13 legioni) aveva le tre partiche, e le legioni orientali (una decina) ; ma quelle orientali avrebbero impiegato mesi per muoversi quindi sono da escludere, delle tre partiche (sempre fossero già state formate) solo una era in Italia e quindi a portata di mano; per la velocità con cui si è mosso Severo è probabile che avesse prelevato le legioni I partica che era in Italia, II e III italiche nel norico (magari tenendo buoni Marcomanni e Quadi con il denaro) e forse qualche altra legione dell'alto Danubio (oppure delle loro vessillazioni) e ausiliari lungo tutto il Danubio con la cavalleria che poteva sicuramente provenire da più lontano.
2) Anche ammettendo che Albino avesse preso tutte le legioni di Gallia, Britannia e Spagna (cosa strana perché avrebbe sguarnito tutte le frontiere) ne avrebbe raccolte 8 quindi 40000-45000 uomini considerando un numero pari di ausiliari o di poco superiori sarebbe arrivato a 90000-95000 uomini, quindi per arrivare a 150000 avrebbe dovuto far entrare 60000 barbari come mercenari. Nessuno crede che fosse pazzo fino a questo punto, anche perché avrebbe senz'altro avuto problemi logistici non indifferenti a far affluire i rifornimenti sufficienti durante lo spostamento.
Anche Severo, pur avendo a diposizione le legioni danubiane, le partiche e quelle orientali e quindi abbastanza truppe da arrivare a 120000 uomini, avrebbe dovuto sguarnire settori vitali. Inoltre la velocità con cui si è mosso fa pensare che l'esercito fosse più piccolo e quindi più manovrabile.
3) Innanzitutto c'è da ricordare che, durante il principato di Marco Aurelio e di Commodo, Roma ha dovuto subire una triplice minaccia: la guerra civile (i vari usurpatori quali Avidio Cassio, Flavio Materniano o Tigidio Perenne), le guerre barbariche (che giunsero a minacciare Roma stessa con la conquista di Aquileia) e quelle partiche (perenne spina sul fianco!), ed infine la peste, che solo nell'Urbe uccise 300,000 persone su un milione.
Le Legioni che sopravvissero a questi flagelli erano decimate, demoralizzate e disorganizzate. Marco Aurelio corse ai ripari arruolando tra i cittadini romani anche schiavi e gladiatori (le Legio Italiche), e un sempre più crescente numero di ausiliari.
Questo dà un quadro più preciso delle forze che giunsero allo scontro di Lugdunum nel 197.
Cassiodoro descrive la fazione di Settimio Severo e quella di Clodio Albino composte da circa 150.000 uomini ciascuna. La cosa è altamente improbabile, anche se soltanto in Britannia, contando legionari, ausiliari e numerii, si arriva già ad un terzo della cifra. Non ci sono però prove evidenti di un totale abbandono delle guarnigione britanniche da parte dei legionari di Clodio Albino.
Le tre Legioni in Britannia sono composte da circa 5.000 fanti e 120 cavalieri, per un totale di 15.000 fanti e 360 cavalieri. A questi aggiungiamo circa 37.550 ausiliari (presenti sotto Marco Aurelio), anche se possiamo aumentare tale cifra a 42.000 sotto Claudio Albino.
La marcia di Settimio Severo raccoglie all'incirca 6 Legioni, per un totale di 30.000 fanti e 720 cavalieri. Per quanto riguarda gli ausiliari, nell'impero sono presenti 150,000 effettivi, e certamente buona parte di loro non partecipa alle due spedizioni in Gallia (vuoi per motivi logistici o per salvaguardare parti delle frontiere).
Per quanto riguarda i Numeri, la loro cifra è sconosciuta, tranne che per i 5.000 sarmati stanziati in Britannia ai tempi di Marco Aurelio.
Quindi, anche se Settimio Severio e Clodio Albino fossero riusciti a radunare sotto le loro insegne il maggior numero di truppe possibili dalle due frontiere interessate (Gallia occidentale, Britannia, Iberia e Germania Superiore Albino; Retia, Pannonia, Norico, Germania Inferiore e Gallia orientale Severo), preoccupandosi di lasciare una guarnigione in grado di affrontare la minaccia barbarica, non sarebbero stati in grado di radunare 150.000 uomini ciascuno, dobbiamo quindi ridimensionare di molto le cifre.
Probabilmente avremo da una parte e dall'altra, legionari, ausiliari e numerii compresi, circa la metà della cifra (120.000-140.000 uomini impegnati in combattimento).
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domenica 3 novembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre 1867 le truppe franco-pontificie sconfiggono i garibaldini nella Battaglia di Mentana.
La battaglia di Mentana si è svolta domenica 3 novembre 1867 dalle ore 12,30 al tramonto.
Mentana (Provincia di Roma e Diocesi Sabina-Poggio Mirteto) situata al 23 km della via Nomentana, nel 1867 aveva 700 abitanti e oggi oltre 20.000.
Le forze in campo erano da una parte i franco-pontifici e dall’altra i volontari italiani detti garibaldini. I comandanti erano rispettivamente i generali De Failly per i francesi, Kanzler per i pontifici e Giuseppe Garibaldi per i suoi garibaldini.
Dai rapporti delle parti combattenti, dagli scritti dei memorialisti e dalle ricostruzioni degli storici si assiste ad una stima di cifre in cui dalla prima parte si era in 4.913 uomini (2000 francesi, 1500 zuavi, 540 legionari romani, 520 carabinieri, 196 dragoni, 117 artiglieri, 80 genio zappatori, 50 gendarmi) e dall’altra in 4.752 volontari (tra cui veterani e finanzieri).
Il bollettino elenca tra i garibaldini: 150 morti, 220 feriti e 1057 prigionieri; tra i pontifici 30 morti (24 zuavi, 5 carabinieri, 1 artigliere) e 103 feriti; tra i francesi 2 morti e 38 feriti.
Perché questa battaglia?
La sua causa va ricercata nella definizione della « questione romana » ovvero nella definizione di Roma capitale e nel tentativo di Giuseppe Garibaldi di imprimere la svolta a motivo del ritiro del contingente francese presente nello Stato della Chiesa entro il dicembre 1866 a seguito di quanto previsto dalla "Convenzione di Settembre del 1864" stipulata tra la Francia e il Regno d’Italia.
Che cosa significa « questione romana » ?
Dopo il Congresso di Vienna nel 1815 con la politica della "restaurazione" ovvero il ritorno dei sovrani nei loro stati, l’Italia divisa in nove stati, fu attraversata dalle idee rivoluzionarie francesi che si manifestarono in moti insurrezionali e nella richiesta di statuti. Da qui inizia il cammino del movimento risorgimentale per l’unità d’Italia.
La « questione romana » rappresentò la meta di quella idea e il conflitto tra il movimento nazionale e la Santa Sede sulla legittimità del potere temporale del papato che si originò nel 756 con la fondazione del Patrimonio di San Pietro chiamato dal 1815 Stato della Chiesa.
Il tentativo di intervenire sull’argomento ebbe vari contributi per la sua definizione sia dal punto di vista diplomatico che politico mentre quello di Garibaldi fu di tipo militare con i tentativi dell’Aspromonte nel 1862 e di Mentana nel 1867.
La « breccia di Porta Pia » del 20 settembre 1870 e il plebiscito del 2 ottobre sanzionò la conquista della capitale ma non chiuse la questione che si trascinò fino a quel 11 febbraio 1929 con la conciliazione dei "Patti Lateranensi" e la creazione dello Stato della Città del Vaticano.
Quale fu l’esito e il significato della battaglia?
L’esito della battaglia fu quello della vittoria dei franco-pontifici.
Il suo fu un effetto moltiplicatore e soprattutto quello di attrarre attenzione su un problema aperto come quello dell’unità d’Italia nonostante la vittoria franco-pontificia. Se vogliamo fu una vittoria con un effetto di breve durata perché consentì lo svolgimento parziale del Concilio Vaticano I interrotto per il precipitare degli eventi che culmineranno con la « breccia di Porta Pia ».
Mentana non era un obiettivo militare ma bensì politico che accelerò la pressione sull’argomento, tanto che si dice che Mentana segnò i prodromi di Roma capitale.
Si può parlare di strategia della battaglia?
La battaglia di Mentana offre riflessioni sulle forze in campo …e sulle loro strategie.
Secondo i piani di Garibaldi l’invasione dello Stato della Chiesa, doveva procedere in tre direzioni tendenti ad accerchiare Roma: la prima o ala centrale affidata a Menotti Garibaldi (da Terni a Monterotondo), la seconda o ala destra guidata da Nicola Acerbi (da Orvieto verso Viterbo) e la terza o ala sinistra da Giovanni Nicotera (Nicotera e Salomone da Pontecorvo e Aquila verso Velletri). A Stefano Canzio spettava di organizzare una spedizione marittima da sbarcare sulle coste romane nei pressi di Montalto.
Quando si è passati il confine i volontari, disposti in battaglioni-colonne, si sono sparsi in vari centri per sfruttare la tipologia territoriale (mimetizzazione, barricate, guerriglia) ma l’assenza della logistica e dell’addestramento come della disciplina e dell’armamento adeguato si sfaldarono davanti all’altro schieramento.
I franco-pontifici che mossero inizialmente in due tronconi (salaria – nomentana) si riunirono al momento opportuno facendo valere la loro forza superiore in numero di uomini e mezzi per prendere tra due fuochi i garibaldini. Nei franco-pontifici prevaleva la sinergia, la disciplina, il movimento.
I volontari garibaldini combattevano al grido di "Viva Garibaldi", "Viva la libertà", "Roma o morte" a cui rispondevano i franco-pontifici con "Viva il Papa", "Viva l’Imperatore", "Vittoria o morte".
Non fu sufficiente la presenza del carisma di Giuseppe Garibaldi a questi volontari, indubbiamente diversi da quelli della prima ora, che "malarmati, malcalzati, malvestiti" sperimentarono l’effetto delle armi nemiche.
L’armamento dei garibaldini era antiquato, in molti casi erano i fucili requisiti alla Guardia Nazionale, più da rottamare che da mostrare, in altri casi erano armi bianche o adattate. L’armamento dei franco-pontifici era notevole: dal devastante Stutzen alla precisione del Remington, dalla lunga gittata del Miniè al nuovo modello a ripetizione dello Chassepot con dodici colpi al minuto.
Oltre a questo non va trascurata l’alimentazione (scarsa e precaria per i garibaldini) e l’organizzazione che sul campo produceva anche una percezione di forza maggiore e di motivazione psicologica perché creava collegamento e rifornimento a favore dei franco-pontifici.
Lo scontro tra le parti è stato anche alla baionetta e lo scenario della battaglia con il sangue, il piombo, la polvere, il dolore ha spento l’odore della campagna sabina che in quel tempo era dedita alla vendemmia e si preparava alla raccolta delle olive.
Altri elementi negativi hanno tuttavia pesato sui garibaldini: dalle voci politiche che invitavano a dissociarsi da Garibaldi; alle colonne di Acerbi, di Nicotera e di Paggi non presenti a fianco dell’eroe; dal ritardo della partenza di Menotti verso Tivoli; alla defezione dei volontari stessi.
Il dove della battaglia è stato casuale o mirato?
Con l’invasione dei garibaldini nel territorio dello Stato della Chiesa ci sono stati movimenti di truppe con attacchi e scontri in progressione verso Roma: Bagnoregio, 5 ottobre; Montelibretti, 13 ottobre; Nerola 18 ottobre; Farnese, 19 ottobre; Villa Glori 23 ottobre; Monterotondo, 26 ottobre; Mentana il 3 novembre.
In quella situazione Garibaldi constatata la mancata insurrezione del popolo romano, la dispersione dei suoi e la minaccia del contingente francese a Civitavecchia prese la decisione di ripiegare verso Tivoli per sicurezza. Nel procedere verso Tivoli e l’avvicinarsi dei franco-pontifici avvenne l’incontro-scontro a Mentana decisivo per la campagna che era stata intrapresa.
In questo senso le associazioni garibaldine si adoperarono per l’inserimento e il riconoscimento della campagna nel contesto della liberazione di Roma e dell’unità d’Italia per cui la battaglia di Mentana con legge del 1899 fu definita come « Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma ».
Come è stata raccontata la battaglia?
Oltre ai citati rapporti dei comandanti ci sono i proclami-ordine del giorno di Garibaldi i giornali del tempo ed anche i racconti orali e scritti dei testimoni diretti.
Appartengono all’ottocento i memorialisti: Adiamoli, Bonetti, Del Vecchio,Gregorovius, Garibaldi, Guerzoni, Fabrizi, Morandi, Pozzi, Pennesi, Pearson,Vitali per i garibaldini e De Becdelievre, De Poli, Kanzler, Russell-Killough, Wibaux per i pontifici.
Nel secolo successivo ci sono ricostruzioni sotto vari profili (storico, militare, letterario, politico, culturale) di Barbarich, Cantagalli, Clozier, Coccia, Cicconetti, De Barral, De Cesare, Dalla Torre, Giovanetti, Guidotti, Giovagnoli, Guenel, Innocenti, Luzio, Loewson, Maggio, Massimiani, Olmi, Raggi, Rosati, Silvi, Severino, Tosi, Valentini.
Dallo stile patriottico ed enfatico dell’ottocento si passa a quello articolato e diversificato del novecento a seconda della visuale politico-culturale.
E la memoria?
Quando parliamo di memoria dobbiamo ricordare entrambi gli schieramenti perché la visuale sia completa e non parziale, nel senso che entrambi hanno combattuto per la libertà ma in prospettive diverse.
I volontari italiani detti garibaldini si definivano patrioti e per essi significava onorare, amare e servire l’Italia che volevano in nazione una, indipendente, libera. Ad essi si chiedeva: coraggio, impeto generoso, dovere, disinteresse personale, sacrificio, solidarietà, non privilegi, contegno degno della missione affidata, onestà, umanità.
Li formava il pensiero cavourriano (liberismo), mazziniano (repubblicano) e garibaldino (democratico). Questi volontari venivano invece definiti "bande o nuovi barbari" dai pontifici.
I volontari del beato Pio IX detti zuavi pontifici erano un gruppo di elite di ben ventisette nazioni: Austria (Tirolo), Brasile, Belgio (Fiamminghi e Valloni), Cile, Cina, Canada, Ecuador, Etiopia (Abissinia), Francia, Germania (Prussia, Bavaria, Wuttenberg, Baden, Sassonia), Grecia, Gran Bretagna, Italia, India, Irlanda,Malta, Marocco, Principato di Monaco,Olanda, Portogallo, Polonia, Perù, Russia, Svizzera, Spagna, Usa, Turchia (Ottomani).
Si definivano servitori o difensori del Papa perché per essi Roma non apparteneva soltanto all’Italia ma all’universo cattolico per cui ritenevano che senza territorio libero e indipendente la libertà del Papa spariva. Inoltre spinti da fede religiosa erano convinti di difendere , col potere temporale del Papa, la religione. Ad essi si chiedeva: purezza, fervore, sacrifico, vigilanza, meditazione, zelo, pazienza, generosità, volontà di Dio. Li formava lo studio, la preghiera e il servizio.
Gli zuavi pontifici venivano definiti dai volontari italiani come "avventurieri e mercenari".
La memoria di entrambi è celebrata da rispettive associazioni e da attestati.
Per i zuavi è stato eretto il monumento funebre al Verano di Roma, i defunti sono sepolti nelle chiese di Santo Spirito in Sassia e alla chiesa dell’Immacolata Concezione. Sono insigniti di diploma e medaglia "Fidei et Virtuti" detta "Croce di Mentana" coniata nel 1867. Si celebra messa.
Per i garibaldini è stato: eretto il monumento-ossario a Mentana nel decennale della battaglia dichiarato monumento e sacrario militare nazionale, fondato il museo nel 1905, celebrato con emissione di francobolli; intitolazione edifici, vie e premi; diplomi e medaglie celebrative. Si ricorda l’evento con raduno.
Cosa rimane oggi?
Oggi rimane la memoria documentale (libri, lettere, stampe..), artistica (disegni, foto, pitture, sculture…), celebrativa (anniversari..), storica-militare (raduni, museo, monumento, onoranze ai caduti, araldica,..), culturale-educativa (istruzione scolastica, progetto formativo e didattico, disciplina di storia del risorgimento, associazionismo, eventi..). Il monumento è anche un bene ambientale e del paesaggio di Mentana per cui va tutelato anche nell’ambito della protezione civile.
Rimane il patrimonio ideale e di pensiero che qui a Mentana in modo particolare Garibaldi ha lasciato come suo testamento: pace universale, federazione europea, abolizione della pena di morte, libero pensiero, antischiavismo, emancipazione femminile, suffragio universale, laicità, riformismo, sviluppo. E’ quello che in altre parole chiamiamo "diritti umani" che vanno tutelati e promossi.
Rimane la testimonianza del volontariato che è insieme capitale umano e sociale. Esso non è un ambito accessorio della nostra convivenza ma ne è la linfa vitale e costituisce un elemento distintivo della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere sociale.
Dove cresce il volontariato cresce il capitale sociale, la correttezza e la ricchezza delle relazioni interpersonali oltre al rispetto delle regole condivise. Esso deve essere uno stile di vita.
Rimane il messaggio e la testimonianza di quanti sono caduti in guerra e in missione di pace perché entrambi sono patrimonio indissolubile dell’intera collettività nazionale che deve sempre consolidarsi per mantenersi unità.
Rimane nel trinomio araldico di Mentana "Dio, Patria, Umanità" il segno e il simbolo della cultura dell’Unità d’Italia che accanto a questa immagine deve raccogliersi nella sua identità per impedire il degrado morale e valoriale perché attraverso questi segni e simboli le istituzioni e le generazioni sono interpellate e possono relazionarsi.
Rimane il monito di Foscolo "A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti" se esse sono conservate con decoro ed ordine, quale richiamo alla libertà e alla vigilanza.
I giorni di Mentana hanno costruito la cittadinanza nazionale che oggi va completata con quella dell’Unione Europea, senza sostituirla ma integrarla con il metodo comunitario, basato su un dialogo permanente fra gli interessi nazionali e l’interesse comune che nel rispetto delle diversità nazionali sviluppa una identità propria all’Unione.
Il 3 novembre 1867 le truppe franco-pontificie sconfiggono i garibaldini nella Battaglia di Mentana.
La battaglia di Mentana si è svolta domenica 3 novembre 1867 dalle ore 12,30 al tramonto.
Mentana (Provincia di Roma e Diocesi Sabina-Poggio Mirteto) situata al 23 km della via Nomentana, nel 1867 aveva 700 abitanti e oggi oltre 20.000.
Le forze in campo erano da una parte i franco-pontifici e dall’altra i volontari italiani detti garibaldini. I comandanti erano rispettivamente i generali De Failly per i francesi, Kanzler per i pontifici e Giuseppe Garibaldi per i suoi garibaldini.
Dai rapporti delle parti combattenti, dagli scritti dei memorialisti e dalle ricostruzioni degli storici si assiste ad una stima di cifre in cui dalla prima parte si era in 4.913 uomini (2000 francesi, 1500 zuavi, 540 legionari romani, 520 carabinieri, 196 dragoni, 117 artiglieri, 80 genio zappatori, 50 gendarmi) e dall’altra in 4.752 volontari (tra cui veterani e finanzieri).
Il bollettino elenca tra i garibaldini: 150 morti, 220 feriti e 1057 prigionieri; tra i pontifici 30 morti (24 zuavi, 5 carabinieri, 1 artigliere) e 103 feriti; tra i francesi 2 morti e 38 feriti.
Perché questa battaglia?
La sua causa va ricercata nella definizione della « questione romana » ovvero nella definizione di Roma capitale e nel tentativo di Giuseppe Garibaldi di imprimere la svolta a motivo del ritiro del contingente francese presente nello Stato della Chiesa entro il dicembre 1866 a seguito di quanto previsto dalla "Convenzione di Settembre del 1864" stipulata tra la Francia e il Regno d’Italia.
Che cosa significa « questione romana » ?
Dopo il Congresso di Vienna nel 1815 con la politica della "restaurazione" ovvero il ritorno dei sovrani nei loro stati, l’Italia divisa in nove stati, fu attraversata dalle idee rivoluzionarie francesi che si manifestarono in moti insurrezionali e nella richiesta di statuti. Da qui inizia il cammino del movimento risorgimentale per l’unità d’Italia.
La « questione romana » rappresentò la meta di quella idea e il conflitto tra il movimento nazionale e la Santa Sede sulla legittimità del potere temporale del papato che si originò nel 756 con la fondazione del Patrimonio di San Pietro chiamato dal 1815 Stato della Chiesa.
Il tentativo di intervenire sull’argomento ebbe vari contributi per la sua definizione sia dal punto di vista diplomatico che politico mentre quello di Garibaldi fu di tipo militare con i tentativi dell’Aspromonte nel 1862 e di Mentana nel 1867.
La « breccia di Porta Pia » del 20 settembre 1870 e il plebiscito del 2 ottobre sanzionò la conquista della capitale ma non chiuse la questione che si trascinò fino a quel 11 febbraio 1929 con la conciliazione dei "Patti Lateranensi" e la creazione dello Stato della Città del Vaticano.
Quale fu l’esito e il significato della battaglia?
L’esito della battaglia fu quello della vittoria dei franco-pontifici.
Il suo fu un effetto moltiplicatore e soprattutto quello di attrarre attenzione su un problema aperto come quello dell’unità d’Italia nonostante la vittoria franco-pontificia. Se vogliamo fu una vittoria con un effetto di breve durata perché consentì lo svolgimento parziale del Concilio Vaticano I interrotto per il precipitare degli eventi che culmineranno con la « breccia di Porta Pia ».
Mentana non era un obiettivo militare ma bensì politico che accelerò la pressione sull’argomento, tanto che si dice che Mentana segnò i prodromi di Roma capitale.
Si può parlare di strategia della battaglia?
La battaglia di Mentana offre riflessioni sulle forze in campo …e sulle loro strategie.
Secondo i piani di Garibaldi l’invasione dello Stato della Chiesa, doveva procedere in tre direzioni tendenti ad accerchiare Roma: la prima o ala centrale affidata a Menotti Garibaldi (da Terni a Monterotondo), la seconda o ala destra guidata da Nicola Acerbi (da Orvieto verso Viterbo) e la terza o ala sinistra da Giovanni Nicotera (Nicotera e Salomone da Pontecorvo e Aquila verso Velletri). A Stefano Canzio spettava di organizzare una spedizione marittima da sbarcare sulle coste romane nei pressi di Montalto.
Quando si è passati il confine i volontari, disposti in battaglioni-colonne, si sono sparsi in vari centri per sfruttare la tipologia territoriale (mimetizzazione, barricate, guerriglia) ma l’assenza della logistica e dell’addestramento come della disciplina e dell’armamento adeguato si sfaldarono davanti all’altro schieramento.
I franco-pontifici che mossero inizialmente in due tronconi (salaria – nomentana) si riunirono al momento opportuno facendo valere la loro forza superiore in numero di uomini e mezzi per prendere tra due fuochi i garibaldini. Nei franco-pontifici prevaleva la sinergia, la disciplina, il movimento.
I volontari garibaldini combattevano al grido di "Viva Garibaldi", "Viva la libertà", "Roma o morte" a cui rispondevano i franco-pontifici con "Viva il Papa", "Viva l’Imperatore", "Vittoria o morte".
Non fu sufficiente la presenza del carisma di Giuseppe Garibaldi a questi volontari, indubbiamente diversi da quelli della prima ora, che "malarmati, malcalzati, malvestiti" sperimentarono l’effetto delle armi nemiche.
L’armamento dei garibaldini era antiquato, in molti casi erano i fucili requisiti alla Guardia Nazionale, più da rottamare che da mostrare, in altri casi erano armi bianche o adattate. L’armamento dei franco-pontifici era notevole: dal devastante Stutzen alla precisione del Remington, dalla lunga gittata del Miniè al nuovo modello a ripetizione dello Chassepot con dodici colpi al minuto.
Oltre a questo non va trascurata l’alimentazione (scarsa e precaria per i garibaldini) e l’organizzazione che sul campo produceva anche una percezione di forza maggiore e di motivazione psicologica perché creava collegamento e rifornimento a favore dei franco-pontifici.
Lo scontro tra le parti è stato anche alla baionetta e lo scenario della battaglia con il sangue, il piombo, la polvere, il dolore ha spento l’odore della campagna sabina che in quel tempo era dedita alla vendemmia e si preparava alla raccolta delle olive.
Altri elementi negativi hanno tuttavia pesato sui garibaldini: dalle voci politiche che invitavano a dissociarsi da Garibaldi; alle colonne di Acerbi, di Nicotera e di Paggi non presenti a fianco dell’eroe; dal ritardo della partenza di Menotti verso Tivoli; alla defezione dei volontari stessi.
Il dove della battaglia è stato casuale o mirato?
Con l’invasione dei garibaldini nel territorio dello Stato della Chiesa ci sono stati movimenti di truppe con attacchi e scontri in progressione verso Roma: Bagnoregio, 5 ottobre; Montelibretti, 13 ottobre; Nerola 18 ottobre; Farnese, 19 ottobre; Villa Glori 23 ottobre; Monterotondo, 26 ottobre; Mentana il 3 novembre.
In quella situazione Garibaldi constatata la mancata insurrezione del popolo romano, la dispersione dei suoi e la minaccia del contingente francese a Civitavecchia prese la decisione di ripiegare verso Tivoli per sicurezza. Nel procedere verso Tivoli e l’avvicinarsi dei franco-pontifici avvenne l’incontro-scontro a Mentana decisivo per la campagna che era stata intrapresa.
In questo senso le associazioni garibaldine si adoperarono per l’inserimento e il riconoscimento della campagna nel contesto della liberazione di Roma e dell’unità d’Italia per cui la battaglia di Mentana con legge del 1899 fu definita come « Campagna dell’Agro romano per la liberazione di Roma ».
Come è stata raccontata la battaglia?
Oltre ai citati rapporti dei comandanti ci sono i proclami-ordine del giorno di Garibaldi i giornali del tempo ed anche i racconti orali e scritti dei testimoni diretti.
Appartengono all’ottocento i memorialisti: Adiamoli, Bonetti, Del Vecchio,Gregorovius, Garibaldi, Guerzoni, Fabrizi, Morandi, Pozzi, Pennesi, Pearson,Vitali per i garibaldini e De Becdelievre, De Poli, Kanzler, Russell-Killough, Wibaux per i pontifici.
Nel secolo successivo ci sono ricostruzioni sotto vari profili (storico, militare, letterario, politico, culturale) di Barbarich, Cantagalli, Clozier, Coccia, Cicconetti, De Barral, De Cesare, Dalla Torre, Giovanetti, Guidotti, Giovagnoli, Guenel, Innocenti, Luzio, Loewson, Maggio, Massimiani, Olmi, Raggi, Rosati, Silvi, Severino, Tosi, Valentini.
Dallo stile patriottico ed enfatico dell’ottocento si passa a quello articolato e diversificato del novecento a seconda della visuale politico-culturale.
E la memoria?
Quando parliamo di memoria dobbiamo ricordare entrambi gli schieramenti perché la visuale sia completa e non parziale, nel senso che entrambi hanno combattuto per la libertà ma in prospettive diverse.
I volontari italiani detti garibaldini si definivano patrioti e per essi significava onorare, amare e servire l’Italia che volevano in nazione una, indipendente, libera. Ad essi si chiedeva: coraggio, impeto generoso, dovere, disinteresse personale, sacrificio, solidarietà, non privilegi, contegno degno della missione affidata, onestà, umanità.
Li formava il pensiero cavourriano (liberismo), mazziniano (repubblicano) e garibaldino (democratico). Questi volontari venivano invece definiti "bande o nuovi barbari" dai pontifici.
I volontari del beato Pio IX detti zuavi pontifici erano un gruppo di elite di ben ventisette nazioni: Austria (Tirolo), Brasile, Belgio (Fiamminghi e Valloni), Cile, Cina, Canada, Ecuador, Etiopia (Abissinia), Francia, Germania (Prussia, Bavaria, Wuttenberg, Baden, Sassonia), Grecia, Gran Bretagna, Italia, India, Irlanda,Malta, Marocco, Principato di Monaco,Olanda, Portogallo, Polonia, Perù, Russia, Svizzera, Spagna, Usa, Turchia (Ottomani).
Si definivano servitori o difensori del Papa perché per essi Roma non apparteneva soltanto all’Italia ma all’universo cattolico per cui ritenevano che senza territorio libero e indipendente la libertà del Papa spariva. Inoltre spinti da fede religiosa erano convinti di difendere , col potere temporale del Papa, la religione. Ad essi si chiedeva: purezza, fervore, sacrifico, vigilanza, meditazione, zelo, pazienza, generosità, volontà di Dio. Li formava lo studio, la preghiera e il servizio.
Gli zuavi pontifici venivano definiti dai volontari italiani come "avventurieri e mercenari".
La memoria di entrambi è celebrata da rispettive associazioni e da attestati.
Per i zuavi è stato eretto il monumento funebre al Verano di Roma, i defunti sono sepolti nelle chiese di Santo Spirito in Sassia e alla chiesa dell’Immacolata Concezione. Sono insigniti di diploma e medaglia "Fidei et Virtuti" detta "Croce di Mentana" coniata nel 1867. Si celebra messa.
Per i garibaldini è stato: eretto il monumento-ossario a Mentana nel decennale della battaglia dichiarato monumento e sacrario militare nazionale, fondato il museo nel 1905, celebrato con emissione di francobolli; intitolazione edifici, vie e premi; diplomi e medaglie celebrative. Si ricorda l’evento con raduno.
Cosa rimane oggi?
Oggi rimane la memoria documentale (libri, lettere, stampe..), artistica (disegni, foto, pitture, sculture…), celebrativa (anniversari..), storica-militare (raduni, museo, monumento, onoranze ai caduti, araldica,..), culturale-educativa (istruzione scolastica, progetto formativo e didattico, disciplina di storia del risorgimento, associazionismo, eventi..). Il monumento è anche un bene ambientale e del paesaggio di Mentana per cui va tutelato anche nell’ambito della protezione civile.
Rimane il patrimonio ideale e di pensiero che qui a Mentana in modo particolare Garibaldi ha lasciato come suo testamento: pace universale, federazione europea, abolizione della pena di morte, libero pensiero, antischiavismo, emancipazione femminile, suffragio universale, laicità, riformismo, sviluppo. E’ quello che in altre parole chiamiamo "diritti umani" che vanno tutelati e promossi.
Rimane la testimonianza del volontariato che è insieme capitale umano e sociale. Esso non è un ambito accessorio della nostra convivenza ma ne è la linfa vitale e costituisce un elemento distintivo della qualità della nostra democrazia e del nostro vivere sociale.
Dove cresce il volontariato cresce il capitale sociale, la correttezza e la ricchezza delle relazioni interpersonali oltre al rispetto delle regole condivise. Esso deve essere uno stile di vita.
Rimane il messaggio e la testimonianza di quanti sono caduti in guerra e in missione di pace perché entrambi sono patrimonio indissolubile dell’intera collettività nazionale che deve sempre consolidarsi per mantenersi unità.
Rimane nel trinomio araldico di Mentana "Dio, Patria, Umanità" il segno e il simbolo della cultura dell’Unità d’Italia che accanto a questa immagine deve raccogliersi nella sua identità per impedire il degrado morale e valoriale perché attraverso questi segni e simboli le istituzioni e le generazioni sono interpellate e possono relazionarsi.
Rimane il monito di Foscolo "A egregie cose il forte animo accendono le urne dei forti" se esse sono conservate con decoro ed ordine, quale richiamo alla libertà e alla vigilanza.
I giorni di Mentana hanno costruito la cittadinanza nazionale che oggi va completata con quella dell’Unione Europea, senza sostituirla ma integrarla con il metodo comunitario, basato su un dialogo permanente fra gli interessi nazionali e l’interesse comune che nel rispetto delle diversità nazionali sviluppa una identità propria all’Unione.
domenica 17 marzo 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 marzo.
Il 17 marzo 45 a.C. Giulio Cesare vince la sua ultima battaglia, nei pressi di Munda.
Nel 46 a.C., mentre Rola festeggiava la vittoria di Cesare in terra d'Africa, a Tapso, i seguaci di Pompeo, sconfitti, si erano raccolti nella Spagna meridionale e avevano organizzato un esercito. Questo fu possibile perché il governatore cesariano Quinto Cassio Longino amministrava il territorio con tirannia, provocando così l'indignazione dei comuni spagnoli.
In questo modo i figli di Pompeo, Gneo e Sesto, che erano fuggiti dal nord-Africa con Labieno e Attio Varo, trovarono in Spagna un campo d'azione ben preparato. In breve tempo i Pompeiani riuscirono a mettere insieme una forza di ben tredici legioni, reclutate prevalentemente fra la popolazione locale. Un esercito potente, tanto da indurre i due legati inviati da Cesare a rifiutare lo scontro, avendo a loro disposizione truppe più deboli.
All'inizio di novembre del 46 a.C., Cesare decise di recarsi in Spagna con due legioni. In diciassette giorni, con una marcia di 90 chilometri al giorno, raggiunse Saguntum, a nord di Valencia, e dieci giorni dopo era nell'accampamento di Obulco, a est della città di Cordova occupata dai nemici.
Cesare aveva a disposizione un valoroso esercito composto da quattro legioni di veterani, quattro legioni di nuova formazione e ottomila cavalieri. Gli avversari, però, con truppe di poco inferiori, occupavano, a sud e a sud-ovest di Cordova, le città più importanti; un vantaggio che rese enormemente più difficile la campagna invernale di Cesare.
La città di Ulia, a sud di Cordova, fedele a Cesare, era da mesi assediata da Gneo Pompeo e prossima alla capitolazione. La situazione poté essere sbloccata con un abile manovra. Cesare si diresse contro Cordova e costrinse gli assediati ad abbandonare Ulia e ad accorrere in aiuto della capitale. L'iniziativa, tuttavia, non provocò una svolta decisiva, anche perché i Pompeiani si sottrassero costantemente allo scontro aperto.
Nella metà di gennaio del 45 a.C., Cesare pose l'assedio alla città di Ategua, utilizzata dal nemico come deposito di scorte. Gneo Pompeo giunse con il suo esercito nelle vicinanze, senza però tentare nessun attacco per alleggerire la pressione sulla città. Il 19 febbraio, dopo diverse settimane d'assedio, abbandonata al suo destino dalle stesse legioni pompeiane, la città di Ategua capitolò.
Dopo questo fatto i comuni spagnoli cominciarono a diffidare della disponibilità a combattere dei loro protettori pompeiani. Questi si spostarono verso sud e immediatamente Cesare si mise alle loro spalle. A Gneo Pompeo e Labieno non lasciò il tempo di rafforzare le loro truppe. I Pompeiani, per evitare lo sfaldamento della loro forza, si videro costretti ad affrontare una battaglia decisiva.
Il mattino del 17 marzo 45 a.C., presso Munda, l'odierna Montilla, i due eserciti si scontrarono in battaglia.
Contro le ottanta coorti e gli ottomila cavalieri di cesare, i Pompeiani opponevano una forza di combattimento numericamente superiore, ed occupavano anche una posizione favorevole, sui pendii di una catena di colline, in attesa dell'attacco dei Cesariani dalla pianura.
Si trattò di una delle più dure battaglie affrontate da Cesare. I Pompeiani assaltarono venendo giù dai pendii e riuscirono ad aprirsi un varco nella falange nemica. Cesare, vedendo lo sbandamento delle sue formazioni, si lanciò di persona nel combattimento in prima linea.
Il suo esempio ebbe l'effetto di fermare le barcollanti legioni. Decisivo fu però l'attacco di uno squadrone di cavalleria al fianco destro e alle spalle dei Pompeiani. Per mettersi sulla difensiva, Labieno fece arretrare in tutta fretta cinque coorti, e questo fu scambiato dai combattenti pompeiani per l'inizio della ritirata.
Nella confusione, Cesare approfittò per l'attacco decisivo e di colpo le sorti della battaglia si rovesciarono. Alla sera la vittoria di Cesare era assicurata, suggellando l'ultima terribile sconfitta dei Pompeiani. Questi ultimi lasciarono sul terreno trentamila morti, fra cui anche Tito Labieno e Attio Varo. Gneo Pompeo venne bloccato durante la fuga e ucciso in combattimento.
Cesare rimase nelle province spagnole fino al giugno del 45 a.C.
Il 17 marzo 45 a.C. Giulio Cesare vince la sua ultima battaglia, nei pressi di Munda.
Nel 46 a.C., mentre Rola festeggiava la vittoria di Cesare in terra d'Africa, a Tapso, i seguaci di Pompeo, sconfitti, si erano raccolti nella Spagna meridionale e avevano organizzato un esercito. Questo fu possibile perché il governatore cesariano Quinto Cassio Longino amministrava il territorio con tirannia, provocando così l'indignazione dei comuni spagnoli.
In questo modo i figli di Pompeo, Gneo e Sesto, che erano fuggiti dal nord-Africa con Labieno e Attio Varo, trovarono in Spagna un campo d'azione ben preparato. In breve tempo i Pompeiani riuscirono a mettere insieme una forza di ben tredici legioni, reclutate prevalentemente fra la popolazione locale. Un esercito potente, tanto da indurre i due legati inviati da Cesare a rifiutare lo scontro, avendo a loro disposizione truppe più deboli.
All'inizio di novembre del 46 a.C., Cesare decise di recarsi in Spagna con due legioni. In diciassette giorni, con una marcia di 90 chilometri al giorno, raggiunse Saguntum, a nord di Valencia, e dieci giorni dopo era nell'accampamento di Obulco, a est della città di Cordova occupata dai nemici.
Cesare aveva a disposizione un valoroso esercito composto da quattro legioni di veterani, quattro legioni di nuova formazione e ottomila cavalieri. Gli avversari, però, con truppe di poco inferiori, occupavano, a sud e a sud-ovest di Cordova, le città più importanti; un vantaggio che rese enormemente più difficile la campagna invernale di Cesare.
La città di Ulia, a sud di Cordova, fedele a Cesare, era da mesi assediata da Gneo Pompeo e prossima alla capitolazione. La situazione poté essere sbloccata con un abile manovra. Cesare si diresse contro Cordova e costrinse gli assediati ad abbandonare Ulia e ad accorrere in aiuto della capitale. L'iniziativa, tuttavia, non provocò una svolta decisiva, anche perché i Pompeiani si sottrassero costantemente allo scontro aperto.
Nella metà di gennaio del 45 a.C., Cesare pose l'assedio alla città di Ategua, utilizzata dal nemico come deposito di scorte. Gneo Pompeo giunse con il suo esercito nelle vicinanze, senza però tentare nessun attacco per alleggerire la pressione sulla città. Il 19 febbraio, dopo diverse settimane d'assedio, abbandonata al suo destino dalle stesse legioni pompeiane, la città di Ategua capitolò.
Dopo questo fatto i comuni spagnoli cominciarono a diffidare della disponibilità a combattere dei loro protettori pompeiani. Questi si spostarono verso sud e immediatamente Cesare si mise alle loro spalle. A Gneo Pompeo e Labieno non lasciò il tempo di rafforzare le loro truppe. I Pompeiani, per evitare lo sfaldamento della loro forza, si videro costretti ad affrontare una battaglia decisiva.
Il mattino del 17 marzo 45 a.C., presso Munda, l'odierna Montilla, i due eserciti si scontrarono in battaglia.
Contro le ottanta coorti e gli ottomila cavalieri di cesare, i Pompeiani opponevano una forza di combattimento numericamente superiore, ed occupavano anche una posizione favorevole, sui pendii di una catena di colline, in attesa dell'attacco dei Cesariani dalla pianura.
Si trattò di una delle più dure battaglie affrontate da Cesare. I Pompeiani assaltarono venendo giù dai pendii e riuscirono ad aprirsi un varco nella falange nemica. Cesare, vedendo lo sbandamento delle sue formazioni, si lanciò di persona nel combattimento in prima linea.
Il suo esempio ebbe l'effetto di fermare le barcollanti legioni. Decisivo fu però l'attacco di uno squadrone di cavalleria al fianco destro e alle spalle dei Pompeiani. Per mettersi sulla difensiva, Labieno fece arretrare in tutta fretta cinque coorti, e questo fu scambiato dai combattenti pompeiani per l'inizio della ritirata.
Nella confusione, Cesare approfittò per l'attacco decisivo e di colpo le sorti della battaglia si rovesciarono. Alla sera la vittoria di Cesare era assicurata, suggellando l'ultima terribile sconfitta dei Pompeiani. Questi ultimi lasciarono sul terreno trentamila morti, fra cui anche Tito Labieno e Attio Varo. Gneo Pompeo venne bloccato durante la fuga e ucciso in combattimento.
Cesare rimase nelle province spagnole fino al giugno del 45 a.C.
domenica 12 novembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 novembre.
Il 12 novembre 1942 inizia nel Pacifico la battaglia navale di Guadalcanal, che segnerà l'inversione di tendenza nella guerra nippo americana.
In sei mesi di guerra i giapponesi erano passati di vittoria in vittoria, allargando incessantemente il raggio d'azione delle loro forze terrestri e navali. Nel Pacifico centrale avevano conquistalo l'isola di Wake, avamposto americano sulla rotta per Tokio. Nel Pacifico meridionale avevano spazzato il nemico dalle Marshall, dalle Caroline, dalle Marianne ed avevano iniziato l'offensiva contro le Salomone e le Gilbert. Nei mari della Sonda erano cadute, in una rapidissima campagna, le Filippine, le Indie Olandesi, il Borneo, le Molucche, Timor e, in parte la Nuova Guinea. Sul continente poi, oltre all'Indocina, al Siam, alla Malesia e a buona parte della Birmania, i nipponici controllavano vaste zone della Cina e spingevano sempre più indietro le demoralizzatissime armate del generalissimo Ciang Kai Scek. La situazione strategica giapponese era quindi formidabile anche se l'immensità del fronte richiedeva l'impiego di forze ingentissime. Comunque, a sei mesi dal colpo di Pearl Harbour, il piano del comando nipponico il quale presupponeva la creazione di una fascia di sicurezza tale da garantire l'invulnerabilità del territorio giapponese e il libero sfruttamento delle risorse del paesi occupati poteva dirsi compiuto oltre ogni più rosea speranza. Occorreva adesso attuare il secondo tempo dell'offensiva: portare cioè le basi d'attacco del Tenno a distanza ravvicinata dai gangli vitali del nemico, in modo da realizzare le premesse della azione finale che avrebbe dovuto portare alla vittoria. Nel quadro di questa seconda offensiva vanno esaminate le operazioni contro le isole Aleutine, le isole Midway, la Nuova Guinea e l'isola di Guadalcanal.
Nell'agosto del 1942, con l'occupazione di Guadalcanal, nelle Salomone, e con la conquista di alcune isole dell'arcipelago delle Aleutine, i giapponesi raggiunsero il culmine della loro potenza nel Pacifico. Ma, proprio in quel momento, quando sembrava che più nulla potesse opporsi alla loro espansione, cominciò la crisi nipponica. Il primo segno della ripresa offensiva americana si ebbe nella battaglia di Midway, quando i nipponici, nel giro di poche ore, persero tutte e quattro le portaerei impiegate nell'azione e furono costretti a rinunciare al tentativo di sbarco nella isola. Fino ad allora, è importante rilevarlo, le loro perdite erano state pressoché insignificanti: tre cacciatorpediniere silurati da sommergibili e due affondati dalle batterie di Wake, oltre alla portaerei « Soho » affondata nella battaglia del Mar dei Coralli. Mai, quindi, nella storia, successi tanto importanti, su un così vasto fronte, erano stati ottenuti ad un prezzo così basso. Ma, con la battaglia di Midway la situazione cambiò radicalmente. Cambiò, soprattutto, il rapporto delle forze in campo, poiché mentre i giapponesi cominciavano a risentire delle perdite sempre più elevate di aerei e dei piloti sperimentatissimi, che costituivano il nerbo della sua aviazione navale, gli americani si andavano risollevando dal colpo a sorpresa di Pearl Harbour e le loro squadre venivano raggiunte sia dalle navi sottratte allo scacchiere atlantico, sia da quelle uscite dai cantieri. Della battaglia di Midway è il caso di rilevare che, nell'azione, l'elemento sfruttato dagli americani fu la sorpresa tattica e strategica. I nipponici, infatti, credevano di poter operare a colpo sicuro, in assenza del grosso della flotta avversaria, da loro ritenuta all'ancora a Pearl Harbour. Invece l'amm. Nimitz, decifrati alcuni messaggi radio nipponici, poté predisporre tutte le misure difensive e lanciare gli apparecchi delle sue portaerei al momento opportuno, cogliendo in crisi il nemico che aveva già inviato i suoi bombardieri a martellare le basi terrestri di Midway. La fortuna fece il resto e, una volta privi di protezione aerea, per la perdita delle loro basi galleggianti, i nipponici non ebbero altra scelta che la ritirata verso le basi metropolitane. Molto più complessa, nel suo sviluppo, nelle sue premesse strategiche e nelle sue conseguenze nel quadro generale del conflitto nel Pacifico, la lotta per la conquista di Guadalcanal. Quest'isola, come Midway, aveva un'evidentissima importanza per ambedue le parti contendenti. In mano ai giapponesi (che al momento dell'attacco americano stavano completando la costruzione di una importante base aerea) sarebbe stata la piattaforma di lancio per una serie di pericolose incursioni verso le basi australiane e per nuove operazioni offensive verso le isole Ebridi e la Nuova Caledonia. Cioè verso il dominio totale e incontrastato del Mar dei Coralli. In mano agli americani, invece, avrebbe alleggerito il duro servizio delle portaerei, costrette ad operare lontanissime dalle loro basi di armamento, e sarebbe servita a neutralizzare la grande base nipponica di Itabaul. Ben si comprende, quindi, l'accanimento con cui fu combattuta la battaglia di Guadalcanal che, iniziatasi il 7 agosto 1942 con lo sbarco di una divisione di Marines, continuò fino al febbraio del 1943 senza tregua né in mare né a terra né in cielo. Migliaia e migliaia di uomini furono condotti a combattere e a morire su quell'isola inospitale. Centinaia di navi operarono nelle sue acque, trovandovi spesso la loro liquida tomba. Migliaia e migliaia di aerei volteggiarono nel cielo di Guadalcanal, di Tulagi, di Savo, di Santa Cruz bombardando, mitragliando, silurando. Sul mare le battaglie più importanti furono quelle di Savo e delle Salomone Orientali. La prima si concluse con una strepitosa vittoria nipponica. Infatti gli incrociatori giapponesi che, nella notte dell'8 agosto, entrarono nello stretto di Savo, ebbero la fortuna di non essere avvistati e poterono distruggere tutta la squadra di incrociatori che era rimasta in rada per proteggere il convoglio di sbarco. Solo un errore di valutazione del comandante giapponese salvò il convoglio da una fine drammatica che avrebbe avuto incalcolabili conseguenze e forse avrebbe determinato l'abbandono di Guadalcanal da parte degli americani. La battaglia delle Salomone Orientali, invece, combattuta ancora una volta dalle sole portaerei, fu un insuccesso giapponese. I nipponici vi persero una delle poche portaerei disponibili in quel settore. Ma, oltre a queste azioni di massa, vanno segnalati anche altri attacchi fortunati, come quelli dei sommergibili nipponici che affondarono, fra l'agosto e le metà di settembre, la portaerei « Wasp », danneggiando gravemente la portaerei « Saratoga » e silurando la nave da battaglia « North Carolina ». Questi successi portarono gli americani sull'orlo dell'abisso. Vi fu infatti un momento in cui, in tutto il Pacifico meridionale, essi potevano disporre solo di due navi efficienti: una portaerei e una Corazzata. Ma la grande occasione non fu sfruttata dai nipponici o per insufficienza di informazioni o, come molti pensano, per lo stato di esaurimento in cui si trovavano dopo un ciclo operativo tanto lungo. Certo è che, dopo il colpo fortunato di Savo, la situazione andò sempre più aggravandosi per i giapponesi ai quali, dopo qualche mese sfuggì per sempre l'iniziativa delle operazioni. Infatti anche le operazioni offensive nella Nuova Guinea, iniziate quasi contemporaneamente all'azione contro Guadalcanal, nei primi mesi del 1943 volsero decisamente a favore delle forze angloamericane. Cominciò invece la marcia ascendente americana verso il lontano trionfo di Tokio. La via fu lunga, dura e sanguinosa. Lo dimostrano le dodicimila croci che, nell'isola selvaggia e impervia di Guadalcanal ne segnano la prima pietra miliare.
Il 12 novembre 1942 inizia nel Pacifico la battaglia navale di Guadalcanal, che segnerà l'inversione di tendenza nella guerra nippo americana.
In sei mesi di guerra i giapponesi erano passati di vittoria in vittoria, allargando incessantemente il raggio d'azione delle loro forze terrestri e navali. Nel Pacifico centrale avevano conquistalo l'isola di Wake, avamposto americano sulla rotta per Tokio. Nel Pacifico meridionale avevano spazzato il nemico dalle Marshall, dalle Caroline, dalle Marianne ed avevano iniziato l'offensiva contro le Salomone e le Gilbert. Nei mari della Sonda erano cadute, in una rapidissima campagna, le Filippine, le Indie Olandesi, il Borneo, le Molucche, Timor e, in parte la Nuova Guinea. Sul continente poi, oltre all'Indocina, al Siam, alla Malesia e a buona parte della Birmania, i nipponici controllavano vaste zone della Cina e spingevano sempre più indietro le demoralizzatissime armate del generalissimo Ciang Kai Scek. La situazione strategica giapponese era quindi formidabile anche se l'immensità del fronte richiedeva l'impiego di forze ingentissime. Comunque, a sei mesi dal colpo di Pearl Harbour, il piano del comando nipponico il quale presupponeva la creazione di una fascia di sicurezza tale da garantire l'invulnerabilità del territorio giapponese e il libero sfruttamento delle risorse del paesi occupati poteva dirsi compiuto oltre ogni più rosea speranza. Occorreva adesso attuare il secondo tempo dell'offensiva: portare cioè le basi d'attacco del Tenno a distanza ravvicinata dai gangli vitali del nemico, in modo da realizzare le premesse della azione finale che avrebbe dovuto portare alla vittoria. Nel quadro di questa seconda offensiva vanno esaminate le operazioni contro le isole Aleutine, le isole Midway, la Nuova Guinea e l'isola di Guadalcanal.
Nell'agosto del 1942, con l'occupazione di Guadalcanal, nelle Salomone, e con la conquista di alcune isole dell'arcipelago delle Aleutine, i giapponesi raggiunsero il culmine della loro potenza nel Pacifico. Ma, proprio in quel momento, quando sembrava che più nulla potesse opporsi alla loro espansione, cominciò la crisi nipponica. Il primo segno della ripresa offensiva americana si ebbe nella battaglia di Midway, quando i nipponici, nel giro di poche ore, persero tutte e quattro le portaerei impiegate nell'azione e furono costretti a rinunciare al tentativo di sbarco nella isola. Fino ad allora, è importante rilevarlo, le loro perdite erano state pressoché insignificanti: tre cacciatorpediniere silurati da sommergibili e due affondati dalle batterie di Wake, oltre alla portaerei « Soho » affondata nella battaglia del Mar dei Coralli. Mai, quindi, nella storia, successi tanto importanti, su un così vasto fronte, erano stati ottenuti ad un prezzo così basso. Ma, con la battaglia di Midway la situazione cambiò radicalmente. Cambiò, soprattutto, il rapporto delle forze in campo, poiché mentre i giapponesi cominciavano a risentire delle perdite sempre più elevate di aerei e dei piloti sperimentatissimi, che costituivano il nerbo della sua aviazione navale, gli americani si andavano risollevando dal colpo a sorpresa di Pearl Harbour e le loro squadre venivano raggiunte sia dalle navi sottratte allo scacchiere atlantico, sia da quelle uscite dai cantieri. Della battaglia di Midway è il caso di rilevare che, nell'azione, l'elemento sfruttato dagli americani fu la sorpresa tattica e strategica. I nipponici, infatti, credevano di poter operare a colpo sicuro, in assenza del grosso della flotta avversaria, da loro ritenuta all'ancora a Pearl Harbour. Invece l'amm. Nimitz, decifrati alcuni messaggi radio nipponici, poté predisporre tutte le misure difensive e lanciare gli apparecchi delle sue portaerei al momento opportuno, cogliendo in crisi il nemico che aveva già inviato i suoi bombardieri a martellare le basi terrestri di Midway. La fortuna fece il resto e, una volta privi di protezione aerea, per la perdita delle loro basi galleggianti, i nipponici non ebbero altra scelta che la ritirata verso le basi metropolitane. Molto più complessa, nel suo sviluppo, nelle sue premesse strategiche e nelle sue conseguenze nel quadro generale del conflitto nel Pacifico, la lotta per la conquista di Guadalcanal. Quest'isola, come Midway, aveva un'evidentissima importanza per ambedue le parti contendenti. In mano ai giapponesi (che al momento dell'attacco americano stavano completando la costruzione di una importante base aerea) sarebbe stata la piattaforma di lancio per una serie di pericolose incursioni verso le basi australiane e per nuove operazioni offensive verso le isole Ebridi e la Nuova Caledonia. Cioè verso il dominio totale e incontrastato del Mar dei Coralli. In mano agli americani, invece, avrebbe alleggerito il duro servizio delle portaerei, costrette ad operare lontanissime dalle loro basi di armamento, e sarebbe servita a neutralizzare la grande base nipponica di Itabaul. Ben si comprende, quindi, l'accanimento con cui fu combattuta la battaglia di Guadalcanal che, iniziatasi il 7 agosto 1942 con lo sbarco di una divisione di Marines, continuò fino al febbraio del 1943 senza tregua né in mare né a terra né in cielo. Migliaia e migliaia di uomini furono condotti a combattere e a morire su quell'isola inospitale. Centinaia di navi operarono nelle sue acque, trovandovi spesso la loro liquida tomba. Migliaia e migliaia di aerei volteggiarono nel cielo di Guadalcanal, di Tulagi, di Savo, di Santa Cruz bombardando, mitragliando, silurando. Sul mare le battaglie più importanti furono quelle di Savo e delle Salomone Orientali. La prima si concluse con una strepitosa vittoria nipponica. Infatti gli incrociatori giapponesi che, nella notte dell'8 agosto, entrarono nello stretto di Savo, ebbero la fortuna di non essere avvistati e poterono distruggere tutta la squadra di incrociatori che era rimasta in rada per proteggere il convoglio di sbarco. Solo un errore di valutazione del comandante giapponese salvò il convoglio da una fine drammatica che avrebbe avuto incalcolabili conseguenze e forse avrebbe determinato l'abbandono di Guadalcanal da parte degli americani. La battaglia delle Salomone Orientali, invece, combattuta ancora una volta dalle sole portaerei, fu un insuccesso giapponese. I nipponici vi persero una delle poche portaerei disponibili in quel settore. Ma, oltre a queste azioni di massa, vanno segnalati anche altri attacchi fortunati, come quelli dei sommergibili nipponici che affondarono, fra l'agosto e le metà di settembre, la portaerei « Wasp », danneggiando gravemente la portaerei « Saratoga » e silurando la nave da battaglia « North Carolina ». Questi successi portarono gli americani sull'orlo dell'abisso. Vi fu infatti un momento in cui, in tutto il Pacifico meridionale, essi potevano disporre solo di due navi efficienti: una portaerei e una Corazzata. Ma la grande occasione non fu sfruttata dai nipponici o per insufficienza di informazioni o, come molti pensano, per lo stato di esaurimento in cui si trovavano dopo un ciclo operativo tanto lungo. Certo è che, dopo il colpo fortunato di Savo, la situazione andò sempre più aggravandosi per i giapponesi ai quali, dopo qualche mese sfuggì per sempre l'iniziativa delle operazioni. Infatti anche le operazioni offensive nella Nuova Guinea, iniziate quasi contemporaneamente all'azione contro Guadalcanal, nei primi mesi del 1943 volsero decisamente a favore delle forze angloamericane. Cominciò invece la marcia ascendente americana verso il lontano trionfo di Tokio. La via fu lunga, dura e sanguinosa. Lo dimostrano le dodicimila croci che, nell'isola selvaggia e impervia di Guadalcanal ne segnano la prima pietra miliare.
sabato 14 ottobre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1806 Napoleone a Jena sbaragliò l'esercito prussiano.
Nel 1806 l'esercito francese di stanza in Germania, dal Reno al Danubio, poteva contare su centosessantamila uomini, con il quartier generale situato a Monaco. Essi formavano sei corpi d'armata ed erano comandati, finché non fosse tornato Napoleone, dal generale Louis-Alexandre Berthier, uno dei migliori ufficiali dell'esercito francese.
Il 9 ottobre 1806 la Prussia, inconsapevole dell'arretratezza del suo esercito, dichiarava guerra alla Francia, potente e vittoriosa. Alla Prussia si affiancavano, come alleati, la Russia e l'Inghilterra: nasceva la Quarta Coalizione.
A questo punto la Grande Armèe francese è già sul piede di guerra, e il concentramento è fissato a Magonza. Napoleone parte, alla volta di quella città, il 24 settembre, accompagnato dall'imperatrice Giuseppina e dal principe Talleyrand. Va a prendere il comando dell'esercito.
I suoi primi ordini sono i seguenti: il corpo d'armata di Augerau raggiungerà Francoforte il 2 ottobre; quello di Bernadotte muoverà su Norimberga; quello di Ney si radunerà ad Ansbach; quello di Davout sarà a Bamberga il 3 ottobre; quello di Lefebvre a Kjonigshofen, l'artiglieria e i rifornimenti a Wurzburg. Il maresciallo Soult si troverà ad Amberg il 4 ottobre.
Inizia così la campagna napoleonica in terra di Germania. La battaglia che tolse di scena la Prussia si combatté il 14 ottobre 1806, a Jena e ad Auerstadt contemporaneamente .
Jena era una bella città della Turingia orientale, e a venti chilometri di distanza si trovava il villaggio di Auerstadt.
La battaglia di Jena inizia alle 7 del mattino, quando i prussiani del generale Hohenlohe muovono dalla città verso Weimar, temendo un accerchiamento. Verso le nove, quando finalmente la fitta nebbia comincia a levarsi, Hohenlohe si accorge di essere attaccato non soltanto da Soult alla sua sinistra, ma anche da Ney e da Lannes al centro, e da Augerau sulla destra.
Il comandante prussiano, vistosi in trappola, comincia a mandare messaggeri al generale Ruchel, invitandolo ad affrettarsi con le forze di riserva e a raggiungerlo sul campo di battaglia.
Purtroppo Ruchel tardò e quando le sue avanguardie comparvero al limite della pianura, poco dopo l'una, Hohenlohe aveva già impartito l'ordine di ritirata e le sue truppe ripiegavano in disordine. E qui avvenne il peggio. Gli uomini di Ruchel, destinati a portare aiuto ai colleghi in combattimento, vennero coinvolti nella loro fuga. Una catastrofe.
Le sorti della battaglia furono decise dall'intelligente impiego della cavalleria di Murat e dalla Guardia quando, nel primo pomeriggio, vennero lanciate a dare l'ultimo colpo al nemico.
I prussiani lasciarono sul campo quindicimila tra morti e feriti, e altrettanti furono i prigionieri. Gli ufficiali e i soldati prussiani superstiti si diedero alla fuga in direzione di Weimar inseguiti dalla cavalleria francese che ne fece una strage.
Alle 3 del pomeriggio a Jena si era già finito di combattere e l'armata di Hohenlohe, oltre a quella di Ruchel, caduto in battaglia, non esisteva più. I francesi avevano perduto solamente, tra morti e feriti, cinquemila uomini.
Napoleone verso sera tornò nel suo accampamento e solo là seppe che cosa era accaduto ad Auerstadt, e si rese conto di non aver sconfitto il grosso dell'esercito nemico, ma solo il fianco delle forze prussiane, mentre era toccato al maresciallo Davout, al comando soltanto di ventiseimila soldati, sconfiggere il grosso dell'esercito prussiano di re Federico Guglielmo III ad Auerstadt.
Davout, nonostante l'inferiorità numerica, attaccò per primo e subito, sotto i colpi dei francesi, cadde il comandante in capo prussiano Brunswick. Guglielmo avrebbe potuto prendere in mano il comando dell'esercito o sostituire il generale defunto, ma, titubante com'era, non fece né l'una né l'altra delle due cose, rendendo così esitante la manovra del suo esercito.
Alle 10 del mattino, sempre del 14 ottobre 1806, i generali prussiani Schmettau e Wartensleben contrattaccano. Il primo viene subito travolto dal fuoco francese, rimanendo morto sul terreno, mentre Wartensleben, dopo un successo iniziale, viene affrontato personalmente da Davout e costretto a ritirarsi.
Quando queste due divisioni furono sopraffatte e la destra prussiana completamente distrutta, Davout poteva considerare vinta la battaglia di Auerstadt, lo stesso giorno della vittoria di Napoleone a Jena.
Il re prussiano Federico Guglielmo, ancora convinto di trovarsi di fronte Napoleone, ordina la ritirata. Le tre divisioni del maresciallo francese intrappolarono quanto restava dell'esercito prussiano e lo eliminarono.
Alle 12 e 30, dell'armata reale prussiana non c'era più che un gruppo di fuggiaschi.
Ecco come Francois-Renè de Chateaubriand ricostruisce l'inizio della campagna napoleonica del 1806 nel libro "Napoleone".
Nel corso dell'anno 1806, scoppia la Quarta Coalizione. Napoleone parte da Saint-Cloud, arriva a Magonza, a Salisburgo si impadronisce dei magazzini del nemico. A Saalfeld è ucciso il principe Ferdinando di Prussia. Il 14 ottobre, sulla duplice battaglia di Auerstadt e di Jena, la Prussia scompare...Il bollettino prussiano dice tutto in una sola riga: "L'esercito del re è stato sconfitto. Il re e i suoi fratelli sono vivi".
Il duca di Brunswick sopravvisse di poco alle sue ferite; nel 1792, il suo proclama aveva fatto sollevare la Francia; egli mi aveva salutato lungo la strada quando, povero soldato, andavo a raggiungere i fratelli di Luigi XVI...Erfurt capitola, Lipsia è conquistata da Davout; sono forzati i passaggi dell'Elba; Spandau cede; a Potsdam, Bonaparte fa prigioniera la spada di Federico. Il 27 ottobre 1806, il grande re di Prussia, ode, nella polvere intorno ai suoi palazzi vuoti, risuonare le armi in un modo che gli rivela la presenza di granatieri stranieri: Napoleone è arrivato"
Il 14 ottobre 1806 Napoleone a Jena sbaragliò l'esercito prussiano.
Nel 1806 l'esercito francese di stanza in Germania, dal Reno al Danubio, poteva contare su centosessantamila uomini, con il quartier generale situato a Monaco. Essi formavano sei corpi d'armata ed erano comandati, finché non fosse tornato Napoleone, dal generale Louis-Alexandre Berthier, uno dei migliori ufficiali dell'esercito francese.
Il 9 ottobre 1806 la Prussia, inconsapevole dell'arretratezza del suo esercito, dichiarava guerra alla Francia, potente e vittoriosa. Alla Prussia si affiancavano, come alleati, la Russia e l'Inghilterra: nasceva la Quarta Coalizione.
A questo punto la Grande Armèe francese è già sul piede di guerra, e il concentramento è fissato a Magonza. Napoleone parte, alla volta di quella città, il 24 settembre, accompagnato dall'imperatrice Giuseppina e dal principe Talleyrand. Va a prendere il comando dell'esercito.
I suoi primi ordini sono i seguenti: il corpo d'armata di Augerau raggiungerà Francoforte il 2 ottobre; quello di Bernadotte muoverà su Norimberga; quello di Ney si radunerà ad Ansbach; quello di Davout sarà a Bamberga il 3 ottobre; quello di Lefebvre a Kjonigshofen, l'artiglieria e i rifornimenti a Wurzburg. Il maresciallo Soult si troverà ad Amberg il 4 ottobre.
Inizia così la campagna napoleonica in terra di Germania. La battaglia che tolse di scena la Prussia si combatté il 14 ottobre 1806, a Jena e ad Auerstadt contemporaneamente .
Jena era una bella città della Turingia orientale, e a venti chilometri di distanza si trovava il villaggio di Auerstadt.
La battaglia di Jena inizia alle 7 del mattino, quando i prussiani del generale Hohenlohe muovono dalla città verso Weimar, temendo un accerchiamento. Verso le nove, quando finalmente la fitta nebbia comincia a levarsi, Hohenlohe si accorge di essere attaccato non soltanto da Soult alla sua sinistra, ma anche da Ney e da Lannes al centro, e da Augerau sulla destra.
Il comandante prussiano, vistosi in trappola, comincia a mandare messaggeri al generale Ruchel, invitandolo ad affrettarsi con le forze di riserva e a raggiungerlo sul campo di battaglia.
Purtroppo Ruchel tardò e quando le sue avanguardie comparvero al limite della pianura, poco dopo l'una, Hohenlohe aveva già impartito l'ordine di ritirata e le sue truppe ripiegavano in disordine. E qui avvenne il peggio. Gli uomini di Ruchel, destinati a portare aiuto ai colleghi in combattimento, vennero coinvolti nella loro fuga. Una catastrofe.
Le sorti della battaglia furono decise dall'intelligente impiego della cavalleria di Murat e dalla Guardia quando, nel primo pomeriggio, vennero lanciate a dare l'ultimo colpo al nemico.
I prussiani lasciarono sul campo quindicimila tra morti e feriti, e altrettanti furono i prigionieri. Gli ufficiali e i soldati prussiani superstiti si diedero alla fuga in direzione di Weimar inseguiti dalla cavalleria francese che ne fece una strage.
Alle 3 del pomeriggio a Jena si era già finito di combattere e l'armata di Hohenlohe, oltre a quella di Ruchel, caduto in battaglia, non esisteva più. I francesi avevano perduto solamente, tra morti e feriti, cinquemila uomini.
Napoleone verso sera tornò nel suo accampamento e solo là seppe che cosa era accaduto ad Auerstadt, e si rese conto di non aver sconfitto il grosso dell'esercito nemico, ma solo il fianco delle forze prussiane, mentre era toccato al maresciallo Davout, al comando soltanto di ventiseimila soldati, sconfiggere il grosso dell'esercito prussiano di re Federico Guglielmo III ad Auerstadt.
Davout, nonostante l'inferiorità numerica, attaccò per primo e subito, sotto i colpi dei francesi, cadde il comandante in capo prussiano Brunswick. Guglielmo avrebbe potuto prendere in mano il comando dell'esercito o sostituire il generale defunto, ma, titubante com'era, non fece né l'una né l'altra delle due cose, rendendo così esitante la manovra del suo esercito.
Alle 10 del mattino, sempre del 14 ottobre 1806, i generali prussiani Schmettau e Wartensleben contrattaccano. Il primo viene subito travolto dal fuoco francese, rimanendo morto sul terreno, mentre Wartensleben, dopo un successo iniziale, viene affrontato personalmente da Davout e costretto a ritirarsi.
Quando queste due divisioni furono sopraffatte e la destra prussiana completamente distrutta, Davout poteva considerare vinta la battaglia di Auerstadt, lo stesso giorno della vittoria di Napoleone a Jena.
Il re prussiano Federico Guglielmo, ancora convinto di trovarsi di fronte Napoleone, ordina la ritirata. Le tre divisioni del maresciallo francese intrappolarono quanto restava dell'esercito prussiano e lo eliminarono.
Alle 12 e 30, dell'armata reale prussiana non c'era più che un gruppo di fuggiaschi.
Ecco come Francois-Renè de Chateaubriand ricostruisce l'inizio della campagna napoleonica del 1806 nel libro "Napoleone".
Nel corso dell'anno 1806, scoppia la Quarta Coalizione. Napoleone parte da Saint-Cloud, arriva a Magonza, a Salisburgo si impadronisce dei magazzini del nemico. A Saalfeld è ucciso il principe Ferdinando di Prussia. Il 14 ottobre, sulla duplice battaglia di Auerstadt e di Jena, la Prussia scompare...Il bollettino prussiano dice tutto in una sola riga: "L'esercito del re è stato sconfitto. Il re e i suoi fratelli sono vivi".
Il duca di Brunswick sopravvisse di poco alle sue ferite; nel 1792, il suo proclama aveva fatto sollevare la Francia; egli mi aveva salutato lungo la strada quando, povero soldato, andavo a raggiungere i fratelli di Luigi XVI...Erfurt capitola, Lipsia è conquistata da Davout; sono forzati i passaggi dell'Elba; Spandau cede; a Potsdam, Bonaparte fa prigioniera la spada di Federico. Il 27 ottobre 1806, il grande re di Prussia, ode, nella polvere intorno ai suoi palazzi vuoti, risuonare le armi in un modo che gli rivela la presenza di granatieri stranieri: Napoleone è arrivato"
sabato 11 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 marzo.
L'11 marzo 1387 fu combattuta la battaglia di Castagnaro tra l'esercito degli Scaligeri, signori di Verona, e quello dei Carraresi, signori di Padova. Ebbe luogo presso Castagnaro, odierna cittadina in provincia di Verona. Fu una delle più grandi battaglie dell'epoca dei capitani di ventura ed è considerata la più grande vittoria di John Hawkwood, il condottiero inglese conosciuto in Italia come Giovanni Acuto, che era al comando delle truppe padovane.
L’oggetto del contendere era ancora una volta la supremazia e il controllo sull’unica via di comunicazione dell’epoca: il fiume Adige, e l’Abbazia della Vangadizza era di fatto il gestore della via fluviale in quanto da secoli esercitava “il diritto di catena” sulle imbarcazioni in transito. Gli Scaligeri puntavano ad imporsi con forze preponderanti ma l’Abate della Vangadizza chiese l’intervento dei Carraresi, in base al trattato in vigore.
Nelle campagne comprese tra i comuni di Giacciano con Baruchella, Castagnaro, Castelbaldo, Masi e Badia Polesine avvenne questa famosa battaglia dove si fronteggiarono ben 26.000 veronesi e 8.500 padovani. Nonostante lo squilibrio di forze in campo prevalsero i Carraresi, grazie alla strategia militare del capitano di ventura John Hawkwood (Giovanni Acuto) che con i suoi famosi arcieri inglesi sorprese gli Scaligeri e inflisse loro una pesante sconfitta.
La battaglia è passata alla storia per la strategia adottata da Giovanni Acuto, che finse la ritirata e attirò i veronesi su un terreno acquitrinoso, ritenuto più propizio. Fece smontare i cavalieri e li fece schierare compatti su un'area asciutta, ai lati dispose i balestrieri, gli arcieri inglesi e i cannoni. I veronesi avanzarono e persero tempo a riempire di sterpaglia un canale che li separava dai nemici. Quando ripresero la marcia, gli arcieri di Padova iniziarono il tiro incrociato mentre i soldati disposti al centro fermarono l'avanzata veronese. Dopo che le frecce ebbero ucciso molti uomini, Acuto si rese conto del panico che si stava diffondendo tra le file avversarie e ordinò l'attacco ai propri cavalieri appiedati, i quali si aprirono un varco e costrinsero i veronesi a disunirsi. Ormai padroni del campo, i padovani uccisero o catturarono la maggior parte dei soldati nemici.
La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della lunga egemonia degli Scaligeri, che dopo qualche mese sarebbero stati cacciati da Verona dalle truppe viscontee. Il signore di Verona Antonio della Scala trovò rifugio presso il suocero Guido III da Polenta, signore di Ravenna, mentre il resto della famiglia si sparse in Italia e in Germania. Il grande successo ottenuto si rivelò una vittoria di Pirro per i Carraresi, che concordarono la spartizione dei territori scaligeri con Gian Galeazzo Visconti. Quest'ultimo non mantenne le promesse e dopo la cacciata degli Scaligeri, oltre a conquistare Verona, tenne per sé anche Vicenza, che a quel tempo faceva parte della signoria veronese e che era stata promessa a Francesco I da Carrara.
Da qualche tempo viene organizzata ogni anno una rievocazione storica della battaglia.
L'11 marzo 1387 fu combattuta la battaglia di Castagnaro tra l'esercito degli Scaligeri, signori di Verona, e quello dei Carraresi, signori di Padova. Ebbe luogo presso Castagnaro, odierna cittadina in provincia di Verona. Fu una delle più grandi battaglie dell'epoca dei capitani di ventura ed è considerata la più grande vittoria di John Hawkwood, il condottiero inglese conosciuto in Italia come Giovanni Acuto, che era al comando delle truppe padovane.
L’oggetto del contendere era ancora una volta la supremazia e il controllo sull’unica via di comunicazione dell’epoca: il fiume Adige, e l’Abbazia della Vangadizza era di fatto il gestore della via fluviale in quanto da secoli esercitava “il diritto di catena” sulle imbarcazioni in transito. Gli Scaligeri puntavano ad imporsi con forze preponderanti ma l’Abate della Vangadizza chiese l’intervento dei Carraresi, in base al trattato in vigore.
Nelle campagne comprese tra i comuni di Giacciano con Baruchella, Castagnaro, Castelbaldo, Masi e Badia Polesine avvenne questa famosa battaglia dove si fronteggiarono ben 26.000 veronesi e 8.500 padovani. Nonostante lo squilibrio di forze in campo prevalsero i Carraresi, grazie alla strategia militare del capitano di ventura John Hawkwood (Giovanni Acuto) che con i suoi famosi arcieri inglesi sorprese gli Scaligeri e inflisse loro una pesante sconfitta.
La battaglia è passata alla storia per la strategia adottata da Giovanni Acuto, che finse la ritirata e attirò i veronesi su un terreno acquitrinoso, ritenuto più propizio. Fece smontare i cavalieri e li fece schierare compatti su un'area asciutta, ai lati dispose i balestrieri, gli arcieri inglesi e i cannoni. I veronesi avanzarono e persero tempo a riempire di sterpaglia un canale che li separava dai nemici. Quando ripresero la marcia, gli arcieri di Padova iniziarono il tiro incrociato mentre i soldati disposti al centro fermarono l'avanzata veronese. Dopo che le frecce ebbero ucciso molti uomini, Acuto si rese conto del panico che si stava diffondendo tra le file avversarie e ordinò l'attacco ai propri cavalieri appiedati, i quali si aprirono un varco e costrinsero i veronesi a disunirsi. Ormai padroni del campo, i padovani uccisero o catturarono la maggior parte dei soldati nemici.
La sconfitta di Castagnaro segnò la fine della lunga egemonia degli Scaligeri, che dopo qualche mese sarebbero stati cacciati da Verona dalle truppe viscontee. Il signore di Verona Antonio della Scala trovò rifugio presso il suocero Guido III da Polenta, signore di Ravenna, mentre il resto della famiglia si sparse in Italia e in Germania. Il grande successo ottenuto si rivelò una vittoria di Pirro per i Carraresi, che concordarono la spartizione dei territori scaligeri con Gian Galeazzo Visconti. Quest'ultimo non mantenne le promesse e dopo la cacciata degli Scaligeri, oltre a conquistare Verona, tenne per sé anche Vicenza, che a quel tempo faceva parte della signoria veronese e che era stata promessa a Francesco I da Carrara.
Da qualche tempo viene organizzata ogni anno una rievocazione storica della battaglia.
mercoledì 7 settembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 settembre.
Il 7 settembre 1812 venne combattuta la celebre e sanguinosa battaglia di Borodino, tra Napoleone e lo zar Alessandro I.
La battaglia di Borodino, conosciuta nella storiografia francese come battaglia della Moscova fu combattuta durante la campagna di Russia e fu una delle più grandi e sanguinose battaglie delle guerre napoleoniche; coinvolse oltre 250.000 soldati delle due parti, con la perdita, tra morti e feriti, di circa 80.000 uomini. Napoleone la definì "la più terribile delle mie battaglie".
Venne combattuta tra la Grande Armata di Napoleone e l'esercito russo guidato dal generale Michail Kutuzov vicino al villaggio di Borodino. L'imperatore, desideroso di combattere un grande scontro decisivo per concludere la campagna di Russia, adottò una tattica di attacco frontale che costò gravi perdite alle truppe francesi di fronte alle forze russe organizzate su posizioni difensive; dopo una lotta durata molte ore, i francesi, grazie soprattutto al fuoco devastante della loro artiglieria concentrata, riuscirono a conquistare le fortificazioni del nemico che tuttavia ripiegò con ordine su posizioni più arretrate. Nel momento culminante Napoleone aveva rifiutato di impiegare la Guardia imperiale. Il giorno seguente il maresciallo Kutuzov decise, a causa delle elevatissime perdite subite, di abbandonare il campo di battaglia e riprendere la ritirata verso Mosca. Napoleone poté quindi entrare con il suo esercito nella antica capitale russa, ma, non essendo riuscito a distruggere l'armata nemica né a scuoterne il morale e la volontà combattiva, non raggiunse un successo decisivo.
Nel tempo la battaglia di Borodino, che dal punto di vista militare fu una vittoria di Napoleone, è stata trasformata dalla letteratura e dalla storiografia russa, soprattutto a partire dall'interpretazione datane da Lev Tolstoj in "Guerra e pace", in un simbolo della vittoriosa "guerra patriottica" contro l'invasore e della tenacia e dell'incrollabile capacità di resistenza dell'esercito e della nazione russa.
Il 7 settembre 1812 venne combattuta la celebre e sanguinosa battaglia di Borodino, tra Napoleone e lo zar Alessandro I.
La battaglia di Borodino, conosciuta nella storiografia francese come battaglia della Moscova fu combattuta durante la campagna di Russia e fu una delle più grandi e sanguinose battaglie delle guerre napoleoniche; coinvolse oltre 250.000 soldati delle due parti, con la perdita, tra morti e feriti, di circa 80.000 uomini. Napoleone la definì "la più terribile delle mie battaglie".
Venne combattuta tra la Grande Armata di Napoleone e l'esercito russo guidato dal generale Michail Kutuzov vicino al villaggio di Borodino. L'imperatore, desideroso di combattere un grande scontro decisivo per concludere la campagna di Russia, adottò una tattica di attacco frontale che costò gravi perdite alle truppe francesi di fronte alle forze russe organizzate su posizioni difensive; dopo una lotta durata molte ore, i francesi, grazie soprattutto al fuoco devastante della loro artiglieria concentrata, riuscirono a conquistare le fortificazioni del nemico che tuttavia ripiegò con ordine su posizioni più arretrate. Nel momento culminante Napoleone aveva rifiutato di impiegare la Guardia imperiale. Il giorno seguente il maresciallo Kutuzov decise, a causa delle elevatissime perdite subite, di abbandonare il campo di battaglia e riprendere la ritirata verso Mosca. Napoleone poté quindi entrare con il suo esercito nella antica capitale russa, ma, non essendo riuscito a distruggere l'armata nemica né a scuoterne il morale e la volontà combattiva, non raggiunse un successo decisivo.
Nel tempo la battaglia di Borodino, che dal punto di vista militare fu una vittoria di Napoleone, è stata trasformata dalla letteratura e dalla storiografia russa, soprattutto a partire dall'interpretazione datane da Lev Tolstoj in "Guerra e pace", in un simbolo della vittoriosa "guerra patriottica" contro l'invasore e della tenacia e dell'incrollabile capacità di resistenza dell'esercito e della nazione russa.
lunedì 15 agosto 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 agosto.
Il 15 agosto 778 la retroguardia dell'esercito di Carlo Magno viene affrontata e sconfitta nella celebre battaglia di Roncisvalle.
La battaglia di Roncisvalle, sebbene ricordata come una delle più celebri battaglie condotte da Carlo Magno, re dei franchi, in realtà non andrebbe considerata come una vera e propria battaglia e si discute anche se possa essere considerata come un episodio della cosiddetta Reconquista spagnola, visto che questa fu portata avanti dalle popolazioni iberiche di religione cristiana, mentre Roncisvalle fece parte di quelle operazioni militari con cui Carlo Magno cercò di ampliare il suo impero.
Questo scontro fu infatti un episodio bellico anomalo, amplificato in Occidente dalle chansons des gestes composte dai trovatori, che eternarono così sia il mito di un grande sovrano che espressamente si richiamava ai valori della fede cristiana e che se ne proclamava come il migliore e il più autorevole difensore sia il mito dell'eroe leale e impavido (il paladino Orlando) e del traditore pronto a vanificarne gli sforzi (Gano di Maganza).
Il fatto si svolse in appendice al fallito tentativo dell'imperatore franco di proporsi come difensore dei cristiani spagnoli che vivevano sotto il giogo politico degli emiri musulmani omayyadi di al-Andalus.
Attraversati i Pirenei, Carlo conquistò Pamplona e Barcellona, e poi assediò Saragozza, ma ciò non portò dalla sua parte i cristiani locali (come egli aveva invece sperato), perché costoro si sentivano assai più garantiti per le loro liturgie e la loro qualità di vita dall'indifferente tolleranza dei musulmani spagnoli, temendone inoltre - sia pur in misura minore - le ritorsioni. Alla notizia di un'insurrezione dei sassoni, sottomessi da poco, Carlo si mise di nuovo in marcia per rientrare in patria, lasciando Orlando e la guardia reale con il bottino ottenuto durante la campagna militare, valicando col suo esercito le gole pirenaiche di Roncisvalle. Le locali popolazioni basche - in parte cristiane ma in gran parte ancora pagane - che all'arrivo dell'imperatore gli avevano fatto atto di omaggio, non si fecero però sfuggire il 15 agosto l'occasione per aggredire la sua retroguardia (che fu annientata) e depredarne gli averi e i carriagi. Nell'imboscata caddero il conte-palatino Anselmo, il siniscalco Eginardo (o Aggiardo) e il conte-palatino Rolando (Orlando), duca della Marca di Bretagna.
Col tempo questo scontro marginale fu trasfigurato e reso immortale dai poeti: i baschi furono trasformati in un'orda di 400.000 saraceni e la battaglia divenne uno dei più grandi e importanti scontri tra cristiani e musulmani. Nell'XI secolo la tradizione orale su questo scontro fu codificata nell'opera poetica, scritta da un anonimo troviere e conosciuta col nome di Chanson de Roland. La fama di Orlando e della battaglia di Roncisvalle era così stata resa immortale.
Il 15 agosto 778 la retroguardia dell'esercito di Carlo Magno viene affrontata e sconfitta nella celebre battaglia di Roncisvalle.
La battaglia di Roncisvalle, sebbene ricordata come una delle più celebri battaglie condotte da Carlo Magno, re dei franchi, in realtà non andrebbe considerata come una vera e propria battaglia e si discute anche se possa essere considerata come un episodio della cosiddetta Reconquista spagnola, visto che questa fu portata avanti dalle popolazioni iberiche di religione cristiana, mentre Roncisvalle fece parte di quelle operazioni militari con cui Carlo Magno cercò di ampliare il suo impero.
Questo scontro fu infatti un episodio bellico anomalo, amplificato in Occidente dalle chansons des gestes composte dai trovatori, che eternarono così sia il mito di un grande sovrano che espressamente si richiamava ai valori della fede cristiana e che se ne proclamava come il migliore e il più autorevole difensore sia il mito dell'eroe leale e impavido (il paladino Orlando) e del traditore pronto a vanificarne gli sforzi (Gano di Maganza).
Il fatto si svolse in appendice al fallito tentativo dell'imperatore franco di proporsi come difensore dei cristiani spagnoli che vivevano sotto il giogo politico degli emiri musulmani omayyadi di al-Andalus.
Attraversati i Pirenei, Carlo conquistò Pamplona e Barcellona, e poi assediò Saragozza, ma ciò non portò dalla sua parte i cristiani locali (come egli aveva invece sperato), perché costoro si sentivano assai più garantiti per le loro liturgie e la loro qualità di vita dall'indifferente tolleranza dei musulmani spagnoli, temendone inoltre - sia pur in misura minore - le ritorsioni. Alla notizia di un'insurrezione dei sassoni, sottomessi da poco, Carlo si mise di nuovo in marcia per rientrare in patria, lasciando Orlando e la guardia reale con il bottino ottenuto durante la campagna militare, valicando col suo esercito le gole pirenaiche di Roncisvalle. Le locali popolazioni basche - in parte cristiane ma in gran parte ancora pagane - che all'arrivo dell'imperatore gli avevano fatto atto di omaggio, non si fecero però sfuggire il 15 agosto l'occasione per aggredire la sua retroguardia (che fu annientata) e depredarne gli averi e i carriagi. Nell'imboscata caddero il conte-palatino Anselmo, il siniscalco Eginardo (o Aggiardo) e il conte-palatino Rolando (Orlando), duca della Marca di Bretagna.
Col tempo questo scontro marginale fu trasfigurato e reso immortale dai poeti: i baschi furono trasformati in un'orda di 400.000 saraceni e la battaglia divenne uno dei più grandi e importanti scontri tra cristiani e musulmani. Nell'XI secolo la tradizione orale su questo scontro fu codificata nell'opera poetica, scritta da un anonimo troviere e conosciuta col nome di Chanson de Roland. La fama di Orlando e della battaglia di Roncisvalle era così stata resa immortale.
martedì 5 luglio 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 luglio.
Il 5 luglio 1943 ha inizio a Kursk la più grande battaglia tra carri armati della storia.
Hitler era rimasto molto scosso dalla sconfitta di Stalingrado, ma le brillanti capacità strategiche del Feldmaresciallo Erich von Manstein avevano rimediato, in parte, agli effetti di quel disastro e alimentato nuovamente le speranze del Führer. Nel febbraio 1943, quando le armate tedesche che battevano in ritirata dal Caucaso parevano destinate ad una nuova disfatta con i russi che li incalzavano con attacchi martellanti sulla strada per Charkov, solo la guida accorta e la tradizionale disciplina e fermezza dei soldati tedeschi impedirono il virtuale annientamento del gruppo d'armate del sud.
In marzo Manstein, uno dei migliori comandanti tedeschi in fase operativa, passò al contrattacco. Riorganizzate le forze, che comprendevano parecchie formidabili divisioni corazzate delle Waffen SS, costrinse con una complessa manovra i russi ad abbandonare Charkov.
I sovietici si trovavano ora esposti in una posizione sfavorevole intorno a Charkov stessa, ma il disgelo primaverile, che aveva riempito di fango le strade e le campagne russe, impedì a Manstein di vibrare il colpo decisivo in direzione di Kursk. Peraltro, il suo successo era servito a rimarginare la ferita di Stalingrado.
Agli inizi di marzo, Hitler cominciò ad apprezzare sia gli effetti che la natura della campagna di Manstein: già tornava a pensare al fronte orientale come al teatro delle operazioni potenzialmente più redditizio.
L'Esercito tedesco era meglio equipaggiato e addestrato per una guerra di manovra rispetto all'Armata Rossa, e i vasti spazi del fronte orientale gli consentivano di esprimere pienamente le sue doti.
Non solo Hitler, ma anche un numero considerevole di generali tedeschi cominciavano a pensare che, se avessero rinunciato ai grandiosi progetti che avevano disperso le forze nelle fasi precedenti della campagna, potevano ancora infliggere gravi danni all'armata rossa superandola in strategia sul campo di battaglia. Tutti generalmente concordavano sulla necessità di sferrare un'offensiva contro la Russia, ma era sull'attuazione del piano che sussistevano divergenze. Il Capo di Stato Maggiore tedesco, Kurt Zeitzler, era favorevole a riprendere le operazioni che Manstein era stato costretto ad interrompere in primavera.
Si riteneva che i russi avessero ammassato un milione di uomini nel saliente di Kursk, di forma semicircolare, che si incuneava per 75 miglia ad ovest dentro le linee tedesche; la sua base misurava orizzontalmente più di 150 chilometri.
Una marcia attraverso i fianchi del saliente avrebbe consentito di accerchiare i difensori russi e di aprire una falla irreparabile al centro del loro schieramento. I sovietici però avevano previsto questa manovra e provvidero al consolidare le difese intorno a Kursk.
Questa attività convinse lo stesso Manstein che il piano non presentava più le necessarie garanzie, per cui si oppose alla sua realizzazione.
Indeciso anch'egli sull'opportunità di porlo in atto, Hitler convocò al suo Quartier Generale i capi militari che operavano al fronte perché gliene esponessero i pro ed i contro.
Lo Stato Maggiore, più vicino ad Hitler, del quale facevano parte uomini come Zeitzler e come Keitel, Capo del Comando Supremo, era a favore e così anche il Feldmaresciallo von Kluge, Comandante del Gruppo d'Armate del Centro, che. avrebbe ricevuto l'incarico di attaccare Kursk da nord.
Manstein era riluttante ad esprimere una troppo energica opposizione, probabilmente poiché prevedeva che Hitler, come al solito, avrebbe finito con lo sposare l'opinione dei generali più spregiudicati. Il solo vero dissenso venne da un soldato la cui opinione non era stata richiesta, il Generale di Corpo d'Armata Heinz Guderian, Generale Ispettore delle Truppe Corazzate.
Nel 1943 Guderian era contrario a qualsiasi operazione di ampia portata, in quanto convinto che la Germania avesse bisogno di tempo per consolidare le proprie forze corazzate, anziché rischiarle in battaglie dall'esito incerto. Era contrario anche a qualsiasi piano che non contemplasse l'elemento sorpresa. Hitler, dal canto suo, si rendeva conto che per sfuggire ai continui attacchi dell'Armata Rossa era necessario scatenare una grande offensiva.
La maggioranza dei pareri a favore del piano lo convinse a dare il suo assenso. Tuttavia, non prese questa decisione senza nutrire i più gravi dubbi.
Le forze tedesche erano uscite tanto sfibrate dai disastri di Russia e Nordafrica che l'offensiva di Kursk, nome in codice Operazione Cittadella, non potè aver inizio prima dell'estate avanzata. Guderian e il Ministro degli Armamenti Speer erano finalmente riusciti ad intensificare la produzione di carri armati e di altro materiale bellico, ma ci volle qualche tempo prima che le divisioni corazzate, dalle quali in ampia misura dipendevano le sorti della battaglia, potessero essere convenientemente equipaggiate. In compenso, ricevettero in dotazione un nuovo carro armato, il Panther, estremamente bello, che non aveva nulla da invidiare al sovietico T34, ma che, come tutte le macchine nuove di zecca, avrebbe lamentato, nei primi mesi di attività, gli inevitabili inconvenienti del rodaggio. Ancora incerto sul da farsi, Hitler rimandò l'Operazione Cittadella dal 13 giugno agli inizi di luglio, in modo che fosse approntato ancora un paio di battaglioni supplementari di Panther. Subito prima della battaglia rassicurò i suoi generali e soprattutto se stesso: la battaglia era necessaria, era impensabile una ritirata dai territori russi occupati.
I tedeschi avevano raccolto un imponente schieramento di forze.
La IX Armata del Generale Model, che constava di sette divisioni corazzate, due divisioni di granatieri corazzati e nove divisioni di fanteria, doveva sferrare l'attacco da nord. La IV Armata corazzata del Generale Hoth aveva il compito di aggredire Kursk da sud con dieci divisioni corazzate, una divisione di granatieri corazzati e sette di fanteria.
Si opponevano alle 36 divisioni complessive tedesche 11 armate russe (ciascuna equivalente, grosso modo, ad un corpo d'armata tedesco), accortamente disposte. I fianchi del saliente erano stati abbondantemente minati, e la maggior parte delle truppe russe era stata isolata dal vertice del saliente, pronta a scatenare il contrattacco. Su un totale di 20.000 pezzi d'artiglieria, i russi disponevano di non meno di 6.000 cannoni anticarro ; inoltre possedevano una moltitudine di carri armati T34, noti per la loro robustezza.
Avevano trasformato Kursk in una trappola mortale per i tedeschi, ma questi si mostravano più che mai fiduciosi sull'esito dello scontro. Senza dubbio i soldati tedeschi erano convinti che i nemici non fossero in grado di resistere alla veemenza del loro attacco.
Del resto, fra i reparti d'assalto corazzati abbondavano le mitiche Waffen SS, il fianco sud dello schieramento comprendeva, oltre alla super divisione di granatieri Grossdeutschland, le celebri armate corazzate delle SS, con le divisioni Leibstandarte, Totenkopf,e Das Reich. Le SS erano ben decise a mostrare al mondo che ogni resistenza era vana.
Il loro ardore non fu scoraggiato dal bombardamento d'artiglieria, durato quattro ore, con cui i russi li accolsero nell'imminenza della battaglia. L'avanzata tedesca però non procedeva con la consueta foga.
I preparativi sovietici erano stati troppo minuziosi: i panzer, che procedevano a fatica e con cautela, subivano ugualmente serie perdite. In un incidente fra i tanti, nient'altro che un esempio, il 7 luglio, la divisione Grossdeutschland si trovò la strada bloccata da un gran numero di carri armati sovietici: 500 mezzi corazzati si fronteggiarono in uno scontro protrattosi per parecchie ore fino al calar delle tenebre. Questo tipo di schermaglie comportava sprechi enormi, del tutto sproporzionati ai pochi metri guadagnati.
Quando i tedeschi riuscivano a conquistare facilmente una posizione, era quasi sempre per accorgersi che era stato loro teso un agguato: le bocche da fuoco sovietiche avevano da tempo nel mirino il punto a cui i panzer sarebbero fatalmente approdati, quindi cominciava l'intensissimo fuoco di sbarramento. La Luftwaffe fornì un eccellente sostegno alle unità corazzate, però non riuscì a proteggere i collegamenti su rotaia dai bombardamenti dell'aviazione russa, sicché i rifornimenti di munizioni cominciarono a scemare.
Dopo una settimana di combattimenti, i reparti d'assalto tedeschi avevano compiuto progressi trascurabili, mentre già affioravano i primi sintomi di stanchezza.
Per di più, l'Armata Rossa attaccava sia da nord che da sud del saliente, e le divisioni di fanteria tedesche dovevano difendere se stesse, prima di pensare a sostenere l'azione dei panzer.
Giungevano, inoltre, voci di più massicce offensive in vari punti lungo l'esteso fronte orientale: questo significava che le unità corazzate germaniche dovevano concludere le operazioni di Kursk il più rapidamente possibile, per accorrere a fronteggiare nuove, lontane minacce. Il 12 luglio, Hoth convocò i comandanti dei corpi d'armata del fianco sud esortandoli ad intraprendere l'azione risolutiva. Tutti i 600 carri armati ancora operativi furono impiegati in questo attacco frontale, ma le loro massicce colonne incontrarono l'opposizione della V Armata Corazzata sovietica, fresca e nel pieno degli effettivi.
La maggiore gittata delle artiglierie montate sui Tiger e Panther tedeschi fu vanificata dalla coltre di polvere che immediatamente si levò sull’arido campo di battaglia e dalla scarsità delle munizioni.
Nel corso della battaglia, i due contendenti persero ciascuno più di 300 carri armati, ma i russi potevano far fronte alle perdite con maggior facilità dei tedeschi.
Le sue truppe scelte erano uscite decimate da questa prima grande battaglia fra truppe corazzate: Adolf Hitler profondamente amareggiato, stentava a rendersene conto.
Il 10 luglio gli Alleati erano approdati in Sicilia, ma il Führer non voleva saperne di patteggiare la pace con i sovietici per meglio arginare la minaccia: la cieca, intransigente ideologia del 'Nuovo Ordine' gli imponeva di non cedere nessuno dei territori conquistati.
Non voleva lasciare in eredità ai posteri il compito di annientare l'Unione Sovietica: le sue truppe dovevano assolutamente continuare a combattere ad ogni costo.
In ossequio al volere di Hitler, l'Esercito tedesco protrasse la lotta nell'inferno di Kursk, benché la battaglia fosse ormai chiaramente perduta.
Il primo attacco estivo russo aveva dunque frantumato il fronte tedesco: l'Operazione Cittadella si era risolta in uno scacco completo. Nel settentrione, l'Armata Rossa aveva preso Orel, una postazione avanzata di indubbia importanza strategica, dalla quale i tedeschi avevano minacciato Mosca fin dal 1941.
La caduta di Orel fu, psicologicamente, un duro colpo: i russi si liberavano del timore di un'avanzata nazista verso Mosca e rimuovevano un baluardo che per i tedeschi aveva rivestito la stessa importanza di Tobruk per gli inglesi. La manovra a tenaglia su Kursk non aveva mai ridotto la base del saliente ad uno stretto corridoio, com'era stato nei piani, la sua ampiezza non era mai scesa sotto i 100 chilometri. I reparti d'assalto tedeschi erano stati respinti: a questo punto appariva evidente che era necessario rinunciare realisticamente a proseguire nell’attacco.
Questa fu una delle pochissime volte in cui, Hitler sembrò adattarsi di buon grado ad interrompere un'offensiva da lui ordinata: in realtà, il piano Kursk non l'aveva mai pienamente convinto.
D'altro canto, egli non sospettò neppure quanto questo errore gli fosse costato, non comprese che il verdetto era definitivo.
Le conseguenze di Kursk per le Forze Armate Tedesche furono aggravate dal fatto che avvenimenti che avevano luogo in altri punti dello scacchiere di guerra distolsero l'attenzione di Hitler dal fronte orientale.
Venti divisioni corazzate erano ormai ridotte allo stremo, tuttavia la battaglia ad est non sarebbe stata forse ancora persa se esse avessero potuto venir sollecitamente riequipaggiate e impiegate per arginare la controffensiva sovietica. Le preoccupazioni maggiori per Hitler venivano però ora dall'Italia, non solo per l'azione degli Alleati, ma soprattutto perché andava facendosi strada il sospetto che gli italiani si preparassero a tradire il Reich.
Nell'animo del Fuhrer l'ossessione della vendetta era sempre venuta prima della logica militare. La controffensiva e le operazioni sul fronte orientale dovevano dunque essere interrotte, secondo Hitler, fin quando non si fosse inferta agli italiani una lezione memorabile.
I tedeschi lasciarono cadere l'iniziativa ad est: non avrebbero mai più avuto la possibilità di riprenderla.
Con la grande offensiva dell’Operazione Cittadella avevano giocato l'ultima carta: troppi nuovi fronti si aprivano ad occidente. Nel dicembre 1943, le Armate Corazzate IX e IV, che erano state ricostituite, furono ricacciate fino al fiume Dnepr ed oltre. L'intero fronte orientale, da Nevel a nord a Kirovograd a sud, rifletteva il brusco capovolgimento che avevano avuto le sorti della guerra.
Il 5 luglio 1943 ha inizio a Kursk la più grande battaglia tra carri armati della storia.
Hitler era rimasto molto scosso dalla sconfitta di Stalingrado, ma le brillanti capacità strategiche del Feldmaresciallo Erich von Manstein avevano rimediato, in parte, agli effetti di quel disastro e alimentato nuovamente le speranze del Führer. Nel febbraio 1943, quando le armate tedesche che battevano in ritirata dal Caucaso parevano destinate ad una nuova disfatta con i russi che li incalzavano con attacchi martellanti sulla strada per Charkov, solo la guida accorta e la tradizionale disciplina e fermezza dei soldati tedeschi impedirono il virtuale annientamento del gruppo d'armate del sud.
In marzo Manstein, uno dei migliori comandanti tedeschi in fase operativa, passò al contrattacco. Riorganizzate le forze, che comprendevano parecchie formidabili divisioni corazzate delle Waffen SS, costrinse con una complessa manovra i russi ad abbandonare Charkov.
I sovietici si trovavano ora esposti in una posizione sfavorevole intorno a Charkov stessa, ma il disgelo primaverile, che aveva riempito di fango le strade e le campagne russe, impedì a Manstein di vibrare il colpo decisivo in direzione di Kursk. Peraltro, il suo successo era servito a rimarginare la ferita di Stalingrado.
Agli inizi di marzo, Hitler cominciò ad apprezzare sia gli effetti che la natura della campagna di Manstein: già tornava a pensare al fronte orientale come al teatro delle operazioni potenzialmente più redditizio.
L'Esercito tedesco era meglio equipaggiato e addestrato per una guerra di manovra rispetto all'Armata Rossa, e i vasti spazi del fronte orientale gli consentivano di esprimere pienamente le sue doti.
Non solo Hitler, ma anche un numero considerevole di generali tedeschi cominciavano a pensare che, se avessero rinunciato ai grandiosi progetti che avevano disperso le forze nelle fasi precedenti della campagna, potevano ancora infliggere gravi danni all'armata rossa superandola in strategia sul campo di battaglia. Tutti generalmente concordavano sulla necessità di sferrare un'offensiva contro la Russia, ma era sull'attuazione del piano che sussistevano divergenze. Il Capo di Stato Maggiore tedesco, Kurt Zeitzler, era favorevole a riprendere le operazioni che Manstein era stato costretto ad interrompere in primavera.
Si riteneva che i russi avessero ammassato un milione di uomini nel saliente di Kursk, di forma semicircolare, che si incuneava per 75 miglia ad ovest dentro le linee tedesche; la sua base misurava orizzontalmente più di 150 chilometri.
Una marcia attraverso i fianchi del saliente avrebbe consentito di accerchiare i difensori russi e di aprire una falla irreparabile al centro del loro schieramento. I sovietici però avevano previsto questa manovra e provvidero al consolidare le difese intorno a Kursk.
Questa attività convinse lo stesso Manstein che il piano non presentava più le necessarie garanzie, per cui si oppose alla sua realizzazione.
Indeciso anch'egli sull'opportunità di porlo in atto, Hitler convocò al suo Quartier Generale i capi militari che operavano al fronte perché gliene esponessero i pro ed i contro.
Lo Stato Maggiore, più vicino ad Hitler, del quale facevano parte uomini come Zeitzler e come Keitel, Capo del Comando Supremo, era a favore e così anche il Feldmaresciallo von Kluge, Comandante del Gruppo d'Armate del Centro, che. avrebbe ricevuto l'incarico di attaccare Kursk da nord.
Manstein era riluttante ad esprimere una troppo energica opposizione, probabilmente poiché prevedeva che Hitler, come al solito, avrebbe finito con lo sposare l'opinione dei generali più spregiudicati. Il solo vero dissenso venne da un soldato la cui opinione non era stata richiesta, il Generale di Corpo d'Armata Heinz Guderian, Generale Ispettore delle Truppe Corazzate.
Nel 1943 Guderian era contrario a qualsiasi operazione di ampia portata, in quanto convinto che la Germania avesse bisogno di tempo per consolidare le proprie forze corazzate, anziché rischiarle in battaglie dall'esito incerto. Era contrario anche a qualsiasi piano che non contemplasse l'elemento sorpresa. Hitler, dal canto suo, si rendeva conto che per sfuggire ai continui attacchi dell'Armata Rossa era necessario scatenare una grande offensiva.
La maggioranza dei pareri a favore del piano lo convinse a dare il suo assenso. Tuttavia, non prese questa decisione senza nutrire i più gravi dubbi.
Le forze tedesche erano uscite tanto sfibrate dai disastri di Russia e Nordafrica che l'offensiva di Kursk, nome in codice Operazione Cittadella, non potè aver inizio prima dell'estate avanzata. Guderian e il Ministro degli Armamenti Speer erano finalmente riusciti ad intensificare la produzione di carri armati e di altro materiale bellico, ma ci volle qualche tempo prima che le divisioni corazzate, dalle quali in ampia misura dipendevano le sorti della battaglia, potessero essere convenientemente equipaggiate. In compenso, ricevettero in dotazione un nuovo carro armato, il Panther, estremamente bello, che non aveva nulla da invidiare al sovietico T34, ma che, come tutte le macchine nuove di zecca, avrebbe lamentato, nei primi mesi di attività, gli inevitabili inconvenienti del rodaggio. Ancora incerto sul da farsi, Hitler rimandò l'Operazione Cittadella dal 13 giugno agli inizi di luglio, in modo che fosse approntato ancora un paio di battaglioni supplementari di Panther. Subito prima della battaglia rassicurò i suoi generali e soprattutto se stesso: la battaglia era necessaria, era impensabile una ritirata dai territori russi occupati.
I tedeschi avevano raccolto un imponente schieramento di forze.
La IX Armata del Generale Model, che constava di sette divisioni corazzate, due divisioni di granatieri corazzati e nove divisioni di fanteria, doveva sferrare l'attacco da nord. La IV Armata corazzata del Generale Hoth aveva il compito di aggredire Kursk da sud con dieci divisioni corazzate, una divisione di granatieri corazzati e sette di fanteria.
Si opponevano alle 36 divisioni complessive tedesche 11 armate russe (ciascuna equivalente, grosso modo, ad un corpo d'armata tedesco), accortamente disposte. I fianchi del saliente erano stati abbondantemente minati, e la maggior parte delle truppe russe era stata isolata dal vertice del saliente, pronta a scatenare il contrattacco. Su un totale di 20.000 pezzi d'artiglieria, i russi disponevano di non meno di 6.000 cannoni anticarro ; inoltre possedevano una moltitudine di carri armati T34, noti per la loro robustezza.
Avevano trasformato Kursk in una trappola mortale per i tedeschi, ma questi si mostravano più che mai fiduciosi sull'esito dello scontro. Senza dubbio i soldati tedeschi erano convinti che i nemici non fossero in grado di resistere alla veemenza del loro attacco.
Del resto, fra i reparti d'assalto corazzati abbondavano le mitiche Waffen SS, il fianco sud dello schieramento comprendeva, oltre alla super divisione di granatieri Grossdeutschland, le celebri armate corazzate delle SS, con le divisioni Leibstandarte, Totenkopf,e Das Reich. Le SS erano ben decise a mostrare al mondo che ogni resistenza era vana.
Il loro ardore non fu scoraggiato dal bombardamento d'artiglieria, durato quattro ore, con cui i russi li accolsero nell'imminenza della battaglia. L'avanzata tedesca però non procedeva con la consueta foga.
I preparativi sovietici erano stati troppo minuziosi: i panzer, che procedevano a fatica e con cautela, subivano ugualmente serie perdite. In un incidente fra i tanti, nient'altro che un esempio, il 7 luglio, la divisione Grossdeutschland si trovò la strada bloccata da un gran numero di carri armati sovietici: 500 mezzi corazzati si fronteggiarono in uno scontro protrattosi per parecchie ore fino al calar delle tenebre. Questo tipo di schermaglie comportava sprechi enormi, del tutto sproporzionati ai pochi metri guadagnati.
Quando i tedeschi riuscivano a conquistare facilmente una posizione, era quasi sempre per accorgersi che era stato loro teso un agguato: le bocche da fuoco sovietiche avevano da tempo nel mirino il punto a cui i panzer sarebbero fatalmente approdati, quindi cominciava l'intensissimo fuoco di sbarramento. La Luftwaffe fornì un eccellente sostegno alle unità corazzate, però non riuscì a proteggere i collegamenti su rotaia dai bombardamenti dell'aviazione russa, sicché i rifornimenti di munizioni cominciarono a scemare.
Dopo una settimana di combattimenti, i reparti d'assalto tedeschi avevano compiuto progressi trascurabili, mentre già affioravano i primi sintomi di stanchezza.
Per di più, l'Armata Rossa attaccava sia da nord che da sud del saliente, e le divisioni di fanteria tedesche dovevano difendere se stesse, prima di pensare a sostenere l'azione dei panzer.
Giungevano, inoltre, voci di più massicce offensive in vari punti lungo l'esteso fronte orientale: questo significava che le unità corazzate germaniche dovevano concludere le operazioni di Kursk il più rapidamente possibile, per accorrere a fronteggiare nuove, lontane minacce. Il 12 luglio, Hoth convocò i comandanti dei corpi d'armata del fianco sud esortandoli ad intraprendere l'azione risolutiva. Tutti i 600 carri armati ancora operativi furono impiegati in questo attacco frontale, ma le loro massicce colonne incontrarono l'opposizione della V Armata Corazzata sovietica, fresca e nel pieno degli effettivi.
La maggiore gittata delle artiglierie montate sui Tiger e Panther tedeschi fu vanificata dalla coltre di polvere che immediatamente si levò sull’arido campo di battaglia e dalla scarsità delle munizioni.
Nel corso della battaglia, i due contendenti persero ciascuno più di 300 carri armati, ma i russi potevano far fronte alle perdite con maggior facilità dei tedeschi.
Le sue truppe scelte erano uscite decimate da questa prima grande battaglia fra truppe corazzate: Adolf Hitler profondamente amareggiato, stentava a rendersene conto.
Il 10 luglio gli Alleati erano approdati in Sicilia, ma il Führer non voleva saperne di patteggiare la pace con i sovietici per meglio arginare la minaccia: la cieca, intransigente ideologia del 'Nuovo Ordine' gli imponeva di non cedere nessuno dei territori conquistati.
Non voleva lasciare in eredità ai posteri il compito di annientare l'Unione Sovietica: le sue truppe dovevano assolutamente continuare a combattere ad ogni costo.
In ossequio al volere di Hitler, l'Esercito tedesco protrasse la lotta nell'inferno di Kursk, benché la battaglia fosse ormai chiaramente perduta.
Il primo attacco estivo russo aveva dunque frantumato il fronte tedesco: l'Operazione Cittadella si era risolta in uno scacco completo. Nel settentrione, l'Armata Rossa aveva preso Orel, una postazione avanzata di indubbia importanza strategica, dalla quale i tedeschi avevano minacciato Mosca fin dal 1941.
La caduta di Orel fu, psicologicamente, un duro colpo: i russi si liberavano del timore di un'avanzata nazista verso Mosca e rimuovevano un baluardo che per i tedeschi aveva rivestito la stessa importanza di Tobruk per gli inglesi. La manovra a tenaglia su Kursk non aveva mai ridotto la base del saliente ad uno stretto corridoio, com'era stato nei piani, la sua ampiezza non era mai scesa sotto i 100 chilometri. I reparti d'assalto tedeschi erano stati respinti: a questo punto appariva evidente che era necessario rinunciare realisticamente a proseguire nell’attacco.
Questa fu una delle pochissime volte in cui, Hitler sembrò adattarsi di buon grado ad interrompere un'offensiva da lui ordinata: in realtà, il piano Kursk non l'aveva mai pienamente convinto.
D'altro canto, egli non sospettò neppure quanto questo errore gli fosse costato, non comprese che il verdetto era definitivo.
Le conseguenze di Kursk per le Forze Armate Tedesche furono aggravate dal fatto che avvenimenti che avevano luogo in altri punti dello scacchiere di guerra distolsero l'attenzione di Hitler dal fronte orientale.
Venti divisioni corazzate erano ormai ridotte allo stremo, tuttavia la battaglia ad est non sarebbe stata forse ancora persa se esse avessero potuto venir sollecitamente riequipaggiate e impiegate per arginare la controffensiva sovietica. Le preoccupazioni maggiori per Hitler venivano però ora dall'Italia, non solo per l'azione degli Alleati, ma soprattutto perché andava facendosi strada il sospetto che gli italiani si preparassero a tradire il Reich.
Nell'animo del Fuhrer l'ossessione della vendetta era sempre venuta prima della logica militare. La controffensiva e le operazioni sul fronte orientale dovevano dunque essere interrotte, secondo Hitler, fin quando non si fosse inferta agli italiani una lezione memorabile.
I tedeschi lasciarono cadere l'iniziativa ad est: non avrebbero mai più avuto la possibilità di riprenderla.
Con la grande offensiva dell’Operazione Cittadella avevano giocato l'ultima carta: troppi nuovi fronti si aprivano ad occidente. Nel dicembre 1943, le Armate Corazzate IX e IV, che erano state ricostituite, furono ricacciate fino al fiume Dnepr ed oltre. L'intero fronte orientale, da Nevel a nord a Kirovograd a sud, rifletteva il brusco capovolgimento che avevano avuto le sorti della guerra.
mercoledì 22 giugno 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 168 a.C. si svolse la Battaglia di Pidna tra Romani e Macedoni, che sancì la vittoria finale dei Romani nella terza guerra macedone.
Perseo, figlio di Filippo V di Macedonia, divenuto re dopo la morte violenta del fratello Demetrio, ad opera del padre, si era montato un po' la testa, come si suol dire, e i romani erano stufi delle scorrerie di sue navi pirate e iniziative diplomatiche presso le tribù dell'Illiria, dell'Eubea e della Lega Achea, volte ad ottenere favori ed alleanze militari in previsione di una guerra contro Roma.
Il Senato romano inviò quindi in Macedonia il Console Lucio Emilio Paolo (figlio del Console Lucio Emilio Paolo ucciso nella battaglia di Canne) ed il Pretore Anicio Gallo, al comando di oltre 35.000 uomini e 1.500 cavalieri, per integrare e rinnovare l'esercito macedone.
Anicio non perse tempo e liberò l'Adriatico dalla flottiglia (80 vascelli) di Genzio (l'ultimo re degli Illiri) che infastidivano e depredavano i convogli romani e pergameni.
Perseo intanto si era acquartierato presso il fiume Elpeo (l'odierno Mavrolungo) creando una linea difensiva ben protetta e fortificata.
Emilio, con un'abile e astuta mossa, inviò un contingente di 8.000 Italici, 200 Cretesi e 1.200 cavalieri, nella regione montagnosa a ridosso dell'accampamento di Perseo, per tentare di aggirare l'esercito macedone. Nel contempo fece "finta" di imbarcarsi con la sua flotta ancorata ad Eracleo, in modo da "depistare" le sue vere intenzioni. Perseo subodorò l'inganno e inviò un contingente di 5.000 uomini a difesa dei passi montani.
Il "drappello" romano, agli ordini di Publio Scipione Nasica, genero di Scipione l'Africano, con un po' di fortuna e abilità riuscì a sbaragliare la maggior parte dei soldati macedoni, sorpresi negli accampamenti montani. Quando Perseo lo venne a sapere ordinò la ritirata generale verso il nord, attestandosi nei pressi di Pidna, dietro il corso del fiume Leuco, più piccolo dell'Elpeo e quindi considerato di fatto un ostacolo modesto.
Questo fu l'errore determinante della sua infelice e ingenua strategia.
Nel frattempo Emilio si ricongiunse con Nasica, all'inseguimento di Perseo. Gli ufficiali romani e i soldati erano entusiasti per il buon andamento delle cose e avrebbero voluto concludere subito la faccenda. Il morale dell'esercito era alle stelle ma Emilio non era certo un uomo da farsi guidare dalle emozioni e dall'improvvisazione. Sapeva di avere di fronte un esercito agguerrito e la piana di Pidna era la più adatta per l'azione della terribile falange macedone.
Anche Perseo era un po' preoccupato. Non avendo accettato di difendere l'Elpeo e combattere in posizione favorevole, era costretto ora alla battaglia campale: evento molto pericoloso perché se avesse sbaragliato Emilio, non avrebbe vinto la guerra, mentre se fosse stato sbaragliato lui, avrebbe perso ogni cosa.
In queste condizioni psicologiche i due eserciti si fronteggiavano armi alla mano.
Dopo essersi studiati per qualche giorno, all'alba del 22 giugno del 168 a.C. i due eserciti si schierarono a battaglia, l'uno di fronte all'altro, avendo alle spalle i rispettivi accampamenti e di fronte il corso del fiume Leuco. Ma né Perseo, né Emilio si decidevano a dare l'ordine dell'attacco. Ognuno dei due aspettava che attaccasse l'altro.
Perseo aveva i suoi motivi. Pensava che se avesse scatenato le ali rischiava, in caso di sconfitta della sua cavalleria, di venir preso di fianco, cioè nel punto debole della falange. Aveva attentamente studiato la tattica romana e l'andamento delle recenti battaglie combattute dai Romani in Oriente e ne aveva dedotto la necessità di tenere gli schieramenti il più compatti possibile. Bisognava assolutamente ricevere l'urto romano frontalmente. Allora il blocco d'acciaio della sua falange avrebbe potuto dimostrare tutta la sua efficacia. Rotto l'attacco romano, solo allora sarebbe stato possibile e utile contrattaccare.
Ma bisognava anche indurre Emilio a combattere, laddove era chiaro che il generale romano non ne aveva molta voglia.
Allora sul mezzogiorno Perseo si indusse ad uno stratagemma, anche se un po' rischioso. Fece mostra di voler ricondurre l'esercito negli accampamenti e a tale scopo fece fare alle sue schiere varie evoluzioni che ne scompaginavano lo schieramento. Se i Romani avessero abboccato all'amo di questa apparentemente ottima occasione, egli non sarebbe stato così impreparato come voleva far credere.
Emilio, fermo nel proposito di non attaccare per primo, e non troppo convinto dalla sin troppo palese ingenuità dei movimenti di Perseo, restò impassibile.
Allora gli ufficiali e i legionari, cui pesava tra l'altro la terribile tensione delle molte ore di attesa, chiesero a gran voce al Console di combattere. Anche ai più diretti collaboratori di Emilio pareva che si stesse perdendo un'ottima occasione, che si dovesse subito sfruttare l'errore di Perseo. Altri, amareggiati, non parlavano di errore: dicevano che Perseo si era messo a fare evoluzioni sotto il naso dei Romani per scherno e disprezzo, per mostrare ai suoi soldati sino a che punto i Romani fossero intimoriti e vigliacchi.
Il fermento era notevole ed Emilio, per placarlo senza demoralizzare i suoi uomini, ricorse ad un'abile bugia: fece riferire che il suo comportamento era motivato dal cattivo responso dei sacrifici religiosi che il Console aveva compiuto sul far del giorno. Gli Dei romani, insomma, non erano quella mattina di luna buona e non era il caso di provocarli.
Gli uomini si calmarono un po'. Ad ogni buon conto Emilio non ritirò l'esercito negli accampamenti, come invece avevano finito per fare i Macedoni, vista l'inutilità delle loro manovre. Emilio, uomo prudentissimo quanto esperto, non aveva digerito lo scherzetto che aveva tentato di fargli Perseo e non intendeva correre rischi di alcun genere: meglio che i soldati stessero pronti materialmente e spiritualmente.
Passarono così le ore calde. Ormai la gran tensione era caduta e nessuno più pensava che per quel giorno si sarebbe combattuto, anche se i Romani bivaccavano fuori dall'accampamento.
A metà pomeriggio alcuni Italici ottennero il permesso di andare ad attinger acqua dal fiume. Si trattava di un migliaio di uomini circa: Liguri, Marrucini, Peligni e un certo numero di cavalieri sanniti.
Giunti sulla riva del Leuco, gli Italici indugiarono a rinfrescarsi. Dall'altra parte del fiume, a poca distanza, stava una folta schiera di Traci, recatisi anch'essi al fiume ad attinger acqua. Tra le due opposte schiere ci fu uno scambio di frizzi e di provocazioni verbali. Ma l'atmosfera era molto più scherzosa che minacciosa.
A un certo punto, però, un cavallo dei Romani prese chissà perché la fuga lungo il fiume, rincorso dal suo proprietario e da alcuni suoi compagni. Il cavallo non si riusciva a prendere e tutti ridevano e motteggiavano. I Traci se la spassavano un mondo a vedere i Romani correr dietro a un cavallo senza riuscire a fermarlo e dalle loro bocche uscivano le più salaci osservazioni. Poi alcuni di loro, più vicini alla direzione che il cavallo aveva preso, ebbero l'improvvisa idea di catturarlo e a tale scopo attraversarono il Leuco (l'acqua era bassa: arrivava a metà coscia). Iniziò così una strana gara fra Traci ed Italici a chi raggiungesse per primo l'animale. Ma allora lo scherzo subito degenerò; non appena i primi Traci e Romani si trovarono a contatto si accapigliarono, immediatamente soccorsi dai compagni più vicini.
La cosa si faceva seria. Gli ufficiali Italici presso il Leuco organizzarono gli uomini, mentre i Traci si affrettavano a passare il fiume affinché i loro compagni, in minoranza, non venissero travolti. Lo scherzo si trasformò presto in uno scontro durissimo, nel quale gli Italici ebbero la peggio e cominciarono a retrocedere verso l'accampamento, incalzati dai Traci.
Perseo vide in quella scaramuccia l'occasione buona per indurre Emilio a combattere. Dimenticandosi di tutte le sue sagge regole di prudenza, della sua determinazione di lasciar attaccare i Romani per primi, forse incoraggiato dall'atteggiamento sino ad allora timoroso del Console romano, forse esasperato perché il nemico non aveva abboccato al suo trucco del mattino, forse ispirato dal suo cattivo genio, Perseo decise, su due piedi, di far uscire l'esercito e di lanciarlo sulla scia dei Traci.
Allora Emilio raccolse i frutti della sua esperienza e della sua accortezza. Il suo comportamento, in apparenza contraddittorio (non si decideva ad attaccare nemmeno quando i nemici gliene offrivano la migliore delle occasioni, ma lasciava poi l'esercito in campo, sotto il sole, mentre i Macedoni erano rientrati negli accampamenti, non si capiva bene a fare che), si rivelava ora prezioso e determinante. Infatti Perseo, per quanto si fosse sempre tenuto pronto, non potè far uscire i suoi uomini tutti insieme; le varie schiere si scaglionarono inevitabilmente. Emilio, con tutti gli uomini già pronti ad intervenire, potè rendersi conto rapidamente della situazione, scorgerne subito i lati per lui positivi e passare fulmineamente all'azione, senza soluzione di continuità.
Perseo aveva fatto uscire le milizie mercenarie e i 3.000 soldati della guardia del re. Costoro andarono di rincalzo ai Traci, costituendo in pratica l'ala sinistra dello schieramento. Subito dopo usciva la falange, in due ondate successive (prima il corpo dei Calcaspidi, poi quello dei Leucaspidi, secondo l'ordinamento tradizionale) che si dirigevano di gran carriera verso il fiume e cominciavano a guadarlo. Per ultime dovevano uscire le milizie alleate (che dovevano schierarsi sulla destra della falange e proteggerne il fianco) e infine la cavalleria che costituiva l'ala destra dell'esercito e che Perseo avrebbe comandato di persona.
Emilio, vista la rotta degli Italici, aveva lanciato in loro soccorso la fanteria leggera ausiliaria e alcune torme di cavalleria. Il centurione Salvio, con un gesto di grande eroismo, aveva afferrato a un certo punto l'insegna del corpo e si era scagliato in mezzo ai nemici; subito molti compagni, arrestando la fuga, gli erano andati dietro affinché l'insegna non cadesse in mano al nemico: questo episodio aveva rianimato l'ala destra romana che cominciò a fare più ferma resistenza ai Traci e ai soldati della guardia reale.
Ma intanto Emilio aveva colto al volo il nocciolo della situazione: le due schiere della falange erano fra loro distanziate e ancor più l'ordine compatto dei ranghi si sarebbe rotto nel passaggio del Leuco. Bisognava assolutamente coglierle in quel momento delicato, prima che potessero riunirsi e avanzare compatte e terribili verso l'accampamento romano. Esse erano inoltre isolate perché l'ala sinistra si era spinta troppo avanti nell'inseguimento degli Italici e l'ala destra, costituita dalle fanterie leggere uscite per ultime, era ancor più distanziata. La cavalleria, poi, non si faceva ancor vedere per nulla.
Allora il Console lanciò una Legione contro la prima schiera di falangiti che avevano appena guadato il Leuco e che stavano riordinandosi; mandò invece la seconda Legione al comando di Lucio Albino incontro alla seconda schiera, che stava per guadare il fiume, e rinforzò i legionari con parte della cavalleria e con gli elefanti. Tenne poi in serbo il resto della cavalleria e 2.000 veterani, in attesa degli eventi e di ciò che avrebbe fatto la cavalleria macedone non ancora apparsa.
L'attacco delle Legioni fu terribile. La falange non solo era spezzata in due, ma anche i suoi due tronconi, impacciati dal fiume, non erano schierati con la necessaria compattezza. Si vide poi subito che la tattica elastica dei manipoli romani era micidiale per lo schieramento rigido e lento dei falangiti, soprattutto quando essi non avevano alcuna protezione sui fianchi. La falange non poteva far fronte all'attacco contemporaneo da tre lati senza perdere il collegamento, e cioè quel suo caratteristico schieramento a testuggine, gli uomini a contatto di gomiti, le file addossate l'una all'altra, gli scudi abbassati a formare come un'unica corazza, le lance, di differente lunghezza a seconda della fila, imbracciate a costituire un'irta selva di punte, schieramento che rappresentava tutta la sua forza d'urto.
I due tronconi della falange si frantumarono come biscotti, al primo urto. Lo scontro si frazionò in tanti piccoli duelli di gruppetti separati, in un corpo a corpo nel quale i Romani eccellevano per l'ordine e il collegamento che i manipoli riuscivano a conservare e per l'armamento più leggero e più maneggevole, adatto a questo tipo di lotta. Dopo breve resistenza i falangiti di entrambe le schiere furono posti in fuga e ripassarono precipitosamente il fiume, il che li disordinò ulteriormente e rese micidiale e cruentissimo l'inseguimento romano. Anche le truppe leggere, che avrebbero dovuto proteggere sulla destra la falange e che arrivavano tardi allo scontro, vennero travolte nella fuga generale, soprattutto perché si trovarono di fronte i cavalieri e gli elefanti che, in previsione di tale circostanza, Emilio aveva appunto abbinato alla legione di Albino.
Intanto il Console, che aveva intuito subito la buona piega degli eventi, aveva senz'altro scatenato i suoi rincalzi sull'ala destra, contro i Traci e le guardie reali, e li aveva sbaragliati. Costoro, rimasti completamente isolati per la fuga delle falangi, si erano resi ben presto conto di non avere scampo.
Perseo aveva appena schierato la cavalleria, che già tutto il suo esercito era volto in fuga e la battaglia irrimediabilmente perduta. Allora girò i cavalli e fuggì anche lui.
II comportamento di Perseo, in questa decisiva e ultima battaglia, ha suscitato, già presso gli antichi, infinite discussioni. A parte la discutibile decisione di mandare allo sbaraglio tutto l'esercito dietro lo scontro casuale e fortunato dei Traci, resta poi da capire perché Perseo abbia atteso così a lungo a schierare la cavalleria, da non permetterle nemmeno di pigliar parte allo scontro. Diverse versioni, invero poco convincenti e attendibili, riferiscono che Perseo quel giorno era sofferente per un calcio del suo cavallo; oppure che egli si attardò non per il calcio, ma perché volle fare un sacrifico agli Dei, appena iniziatasi la battaglia. Se si considera che essa durò appena un'ora o poco più (tanto perfetto e travolgente era stato l'assalto delle due legioni e tempestiva la strategia del Console), si può capire come qualsiasi ritardo, anche lieve, nell'azione abbia potuto produrre conseguenze disastrose.
Ma, a parte le dicerie e le leggende, resta il fatto che Perseo tenne nell'accampamento la cavalleria e attese tanto a farla uscire che poi non ebbe modo di impiegarla. Perché si comportò in questo modo? Assolutamente inaccettabile è la versione, pure avanzata, che egli agì così per proteggersi e cioè per personale paura fisica: Perseo non era un genio come comandante, ma era senz'altro un combattente valoroso, come dimostrò in diverse occasioni.
Più probabile è che egli non si aspettasse assolutamente il crollo rapidissimo e improvviso della sua falange e che non avesse compreso a tempo la fredda e geometrica precisione del contrattacco di Emilio. Nel suo piano di battaglia la cavalleria avrebbe dovuto essere la carta vincente: dopo la resistenza vittoriosa dei falangiti, egli l'avrebbe lanciata contro il punto più debole dello schieramento romano travolgendolo e accerchiandolo. Questo doveva avere in mente; ma la rapidità tragica degli avvenimenti rese vani i suoi calcoli e improduttiva la sua attesa. Quando si decise a schierare la cavalleria, l'arretramento delle sue linee era divenuto rotta disperata, sicché se avesse ordinato la carica avrebbe mandato i suoi uomini al macello, proprio addosso ai falangiti che correvano disperatamente loro incontro con i cavalli, gli elefanti e i soldati romani alle calcagna.
Se lo scontro vero e proprio era durato un'ora, sino a notte poi i Romani inseguirono i Macedoni in fuga. La gran parte di essi corse verso il mare, che era vicino. All'ancora li attendeva la flotta romana. Molti, nondimeno, si gettarono in acqua, nella speranza che i marinai romani li salvassero prendendoli prigionieri. Con molta ferocia vennero invece massacrati e quelli che restarono sulla riva, raggiunti dalla cavalleria e dagli elefanti, vennero a loro volta fatti a pezzi. La battaglia si concludeva così con un'immane carneficina, nella quale i Romani sfogavano finalmente le amarezze dei primi tre anni di guerra e i dileggi che avevano dovuto tollerare dai Greci.
Il tanto esaltato esercito macedone non esisteva più.
Una curiosità: lo svolgimento della Battaglia di Pidna (vinta da Lucio Emilio) e della Battaglia di Canne (vinta da Annibale) fanno parte tuttora del "Manuale di Tattica/Strategia Militare" in dotazione all'Esercito degli Stati Uniti d'America.
Il 22 giugno 168 a.C. si svolse la Battaglia di Pidna tra Romani e Macedoni, che sancì la vittoria finale dei Romani nella terza guerra macedone.
Perseo, figlio di Filippo V di Macedonia, divenuto re dopo la morte violenta del fratello Demetrio, ad opera del padre, si era montato un po' la testa, come si suol dire, e i romani erano stufi delle scorrerie di sue navi pirate e iniziative diplomatiche presso le tribù dell'Illiria, dell'Eubea e della Lega Achea, volte ad ottenere favori ed alleanze militari in previsione di una guerra contro Roma.
Il Senato romano inviò quindi in Macedonia il Console Lucio Emilio Paolo (figlio del Console Lucio Emilio Paolo ucciso nella battaglia di Canne) ed il Pretore Anicio Gallo, al comando di oltre 35.000 uomini e 1.500 cavalieri, per integrare e rinnovare l'esercito macedone.
Anicio non perse tempo e liberò l'Adriatico dalla flottiglia (80 vascelli) di Genzio (l'ultimo re degli Illiri) che infastidivano e depredavano i convogli romani e pergameni.
Perseo intanto si era acquartierato presso il fiume Elpeo (l'odierno Mavrolungo) creando una linea difensiva ben protetta e fortificata.
Emilio, con un'abile e astuta mossa, inviò un contingente di 8.000 Italici, 200 Cretesi e 1.200 cavalieri, nella regione montagnosa a ridosso dell'accampamento di Perseo, per tentare di aggirare l'esercito macedone. Nel contempo fece "finta" di imbarcarsi con la sua flotta ancorata ad Eracleo, in modo da "depistare" le sue vere intenzioni. Perseo subodorò l'inganno e inviò un contingente di 5.000 uomini a difesa dei passi montani.
Il "drappello" romano, agli ordini di Publio Scipione Nasica, genero di Scipione l'Africano, con un po' di fortuna e abilità riuscì a sbaragliare la maggior parte dei soldati macedoni, sorpresi negli accampamenti montani. Quando Perseo lo venne a sapere ordinò la ritirata generale verso il nord, attestandosi nei pressi di Pidna, dietro il corso del fiume Leuco, più piccolo dell'Elpeo e quindi considerato di fatto un ostacolo modesto.
Questo fu l'errore determinante della sua infelice e ingenua strategia.
Nel frattempo Emilio si ricongiunse con Nasica, all'inseguimento di Perseo. Gli ufficiali romani e i soldati erano entusiasti per il buon andamento delle cose e avrebbero voluto concludere subito la faccenda. Il morale dell'esercito era alle stelle ma Emilio non era certo un uomo da farsi guidare dalle emozioni e dall'improvvisazione. Sapeva di avere di fronte un esercito agguerrito e la piana di Pidna era la più adatta per l'azione della terribile falange macedone.
Anche Perseo era un po' preoccupato. Non avendo accettato di difendere l'Elpeo e combattere in posizione favorevole, era costretto ora alla battaglia campale: evento molto pericoloso perché se avesse sbaragliato Emilio, non avrebbe vinto la guerra, mentre se fosse stato sbaragliato lui, avrebbe perso ogni cosa.
In queste condizioni psicologiche i due eserciti si fronteggiavano armi alla mano.
Dopo essersi studiati per qualche giorno, all'alba del 22 giugno del 168 a.C. i due eserciti si schierarono a battaglia, l'uno di fronte all'altro, avendo alle spalle i rispettivi accampamenti e di fronte il corso del fiume Leuco. Ma né Perseo, né Emilio si decidevano a dare l'ordine dell'attacco. Ognuno dei due aspettava che attaccasse l'altro.
Perseo aveva i suoi motivi. Pensava che se avesse scatenato le ali rischiava, in caso di sconfitta della sua cavalleria, di venir preso di fianco, cioè nel punto debole della falange. Aveva attentamente studiato la tattica romana e l'andamento delle recenti battaglie combattute dai Romani in Oriente e ne aveva dedotto la necessità di tenere gli schieramenti il più compatti possibile. Bisognava assolutamente ricevere l'urto romano frontalmente. Allora il blocco d'acciaio della sua falange avrebbe potuto dimostrare tutta la sua efficacia. Rotto l'attacco romano, solo allora sarebbe stato possibile e utile contrattaccare.
Ma bisognava anche indurre Emilio a combattere, laddove era chiaro che il generale romano non ne aveva molta voglia.
Allora sul mezzogiorno Perseo si indusse ad uno stratagemma, anche se un po' rischioso. Fece mostra di voler ricondurre l'esercito negli accampamenti e a tale scopo fece fare alle sue schiere varie evoluzioni che ne scompaginavano lo schieramento. Se i Romani avessero abboccato all'amo di questa apparentemente ottima occasione, egli non sarebbe stato così impreparato come voleva far credere.
Emilio, fermo nel proposito di non attaccare per primo, e non troppo convinto dalla sin troppo palese ingenuità dei movimenti di Perseo, restò impassibile.
Allora gli ufficiali e i legionari, cui pesava tra l'altro la terribile tensione delle molte ore di attesa, chiesero a gran voce al Console di combattere. Anche ai più diretti collaboratori di Emilio pareva che si stesse perdendo un'ottima occasione, che si dovesse subito sfruttare l'errore di Perseo. Altri, amareggiati, non parlavano di errore: dicevano che Perseo si era messo a fare evoluzioni sotto il naso dei Romani per scherno e disprezzo, per mostrare ai suoi soldati sino a che punto i Romani fossero intimoriti e vigliacchi.
Il fermento era notevole ed Emilio, per placarlo senza demoralizzare i suoi uomini, ricorse ad un'abile bugia: fece riferire che il suo comportamento era motivato dal cattivo responso dei sacrifici religiosi che il Console aveva compiuto sul far del giorno. Gli Dei romani, insomma, non erano quella mattina di luna buona e non era il caso di provocarli.
Gli uomini si calmarono un po'. Ad ogni buon conto Emilio non ritirò l'esercito negli accampamenti, come invece avevano finito per fare i Macedoni, vista l'inutilità delle loro manovre. Emilio, uomo prudentissimo quanto esperto, non aveva digerito lo scherzetto che aveva tentato di fargli Perseo e non intendeva correre rischi di alcun genere: meglio che i soldati stessero pronti materialmente e spiritualmente.
Passarono così le ore calde. Ormai la gran tensione era caduta e nessuno più pensava che per quel giorno si sarebbe combattuto, anche se i Romani bivaccavano fuori dall'accampamento.
A metà pomeriggio alcuni Italici ottennero il permesso di andare ad attinger acqua dal fiume. Si trattava di un migliaio di uomini circa: Liguri, Marrucini, Peligni e un certo numero di cavalieri sanniti.
Giunti sulla riva del Leuco, gli Italici indugiarono a rinfrescarsi. Dall'altra parte del fiume, a poca distanza, stava una folta schiera di Traci, recatisi anch'essi al fiume ad attinger acqua. Tra le due opposte schiere ci fu uno scambio di frizzi e di provocazioni verbali. Ma l'atmosfera era molto più scherzosa che minacciosa.
A un certo punto, però, un cavallo dei Romani prese chissà perché la fuga lungo il fiume, rincorso dal suo proprietario e da alcuni suoi compagni. Il cavallo non si riusciva a prendere e tutti ridevano e motteggiavano. I Traci se la spassavano un mondo a vedere i Romani correr dietro a un cavallo senza riuscire a fermarlo e dalle loro bocche uscivano le più salaci osservazioni. Poi alcuni di loro, più vicini alla direzione che il cavallo aveva preso, ebbero l'improvvisa idea di catturarlo e a tale scopo attraversarono il Leuco (l'acqua era bassa: arrivava a metà coscia). Iniziò così una strana gara fra Traci ed Italici a chi raggiungesse per primo l'animale. Ma allora lo scherzo subito degenerò; non appena i primi Traci e Romani si trovarono a contatto si accapigliarono, immediatamente soccorsi dai compagni più vicini.
La cosa si faceva seria. Gli ufficiali Italici presso il Leuco organizzarono gli uomini, mentre i Traci si affrettavano a passare il fiume affinché i loro compagni, in minoranza, non venissero travolti. Lo scherzo si trasformò presto in uno scontro durissimo, nel quale gli Italici ebbero la peggio e cominciarono a retrocedere verso l'accampamento, incalzati dai Traci.
Perseo vide in quella scaramuccia l'occasione buona per indurre Emilio a combattere. Dimenticandosi di tutte le sue sagge regole di prudenza, della sua determinazione di lasciar attaccare i Romani per primi, forse incoraggiato dall'atteggiamento sino ad allora timoroso del Console romano, forse esasperato perché il nemico non aveva abboccato al suo trucco del mattino, forse ispirato dal suo cattivo genio, Perseo decise, su due piedi, di far uscire l'esercito e di lanciarlo sulla scia dei Traci.
Allora Emilio raccolse i frutti della sua esperienza e della sua accortezza. Il suo comportamento, in apparenza contraddittorio (non si decideva ad attaccare nemmeno quando i nemici gliene offrivano la migliore delle occasioni, ma lasciava poi l'esercito in campo, sotto il sole, mentre i Macedoni erano rientrati negli accampamenti, non si capiva bene a fare che), si rivelava ora prezioso e determinante. Infatti Perseo, per quanto si fosse sempre tenuto pronto, non potè far uscire i suoi uomini tutti insieme; le varie schiere si scaglionarono inevitabilmente. Emilio, con tutti gli uomini già pronti ad intervenire, potè rendersi conto rapidamente della situazione, scorgerne subito i lati per lui positivi e passare fulmineamente all'azione, senza soluzione di continuità.
Perseo aveva fatto uscire le milizie mercenarie e i 3.000 soldati della guardia del re. Costoro andarono di rincalzo ai Traci, costituendo in pratica l'ala sinistra dello schieramento. Subito dopo usciva la falange, in due ondate successive (prima il corpo dei Calcaspidi, poi quello dei Leucaspidi, secondo l'ordinamento tradizionale) che si dirigevano di gran carriera verso il fiume e cominciavano a guadarlo. Per ultime dovevano uscire le milizie alleate (che dovevano schierarsi sulla destra della falange e proteggerne il fianco) e infine la cavalleria che costituiva l'ala destra dell'esercito e che Perseo avrebbe comandato di persona.
Emilio, vista la rotta degli Italici, aveva lanciato in loro soccorso la fanteria leggera ausiliaria e alcune torme di cavalleria. Il centurione Salvio, con un gesto di grande eroismo, aveva afferrato a un certo punto l'insegna del corpo e si era scagliato in mezzo ai nemici; subito molti compagni, arrestando la fuga, gli erano andati dietro affinché l'insegna non cadesse in mano al nemico: questo episodio aveva rianimato l'ala destra romana che cominciò a fare più ferma resistenza ai Traci e ai soldati della guardia reale.
Ma intanto Emilio aveva colto al volo il nocciolo della situazione: le due schiere della falange erano fra loro distanziate e ancor più l'ordine compatto dei ranghi si sarebbe rotto nel passaggio del Leuco. Bisognava assolutamente coglierle in quel momento delicato, prima che potessero riunirsi e avanzare compatte e terribili verso l'accampamento romano. Esse erano inoltre isolate perché l'ala sinistra si era spinta troppo avanti nell'inseguimento degli Italici e l'ala destra, costituita dalle fanterie leggere uscite per ultime, era ancor più distanziata. La cavalleria, poi, non si faceva ancor vedere per nulla.
Allora il Console lanciò una Legione contro la prima schiera di falangiti che avevano appena guadato il Leuco e che stavano riordinandosi; mandò invece la seconda Legione al comando di Lucio Albino incontro alla seconda schiera, che stava per guadare il fiume, e rinforzò i legionari con parte della cavalleria e con gli elefanti. Tenne poi in serbo il resto della cavalleria e 2.000 veterani, in attesa degli eventi e di ciò che avrebbe fatto la cavalleria macedone non ancora apparsa.
L'attacco delle Legioni fu terribile. La falange non solo era spezzata in due, ma anche i suoi due tronconi, impacciati dal fiume, non erano schierati con la necessaria compattezza. Si vide poi subito che la tattica elastica dei manipoli romani era micidiale per lo schieramento rigido e lento dei falangiti, soprattutto quando essi non avevano alcuna protezione sui fianchi. La falange non poteva far fronte all'attacco contemporaneo da tre lati senza perdere il collegamento, e cioè quel suo caratteristico schieramento a testuggine, gli uomini a contatto di gomiti, le file addossate l'una all'altra, gli scudi abbassati a formare come un'unica corazza, le lance, di differente lunghezza a seconda della fila, imbracciate a costituire un'irta selva di punte, schieramento che rappresentava tutta la sua forza d'urto.
I due tronconi della falange si frantumarono come biscotti, al primo urto. Lo scontro si frazionò in tanti piccoli duelli di gruppetti separati, in un corpo a corpo nel quale i Romani eccellevano per l'ordine e il collegamento che i manipoli riuscivano a conservare e per l'armamento più leggero e più maneggevole, adatto a questo tipo di lotta. Dopo breve resistenza i falangiti di entrambe le schiere furono posti in fuga e ripassarono precipitosamente il fiume, il che li disordinò ulteriormente e rese micidiale e cruentissimo l'inseguimento romano. Anche le truppe leggere, che avrebbero dovuto proteggere sulla destra la falange e che arrivavano tardi allo scontro, vennero travolte nella fuga generale, soprattutto perché si trovarono di fronte i cavalieri e gli elefanti che, in previsione di tale circostanza, Emilio aveva appunto abbinato alla legione di Albino.
Intanto il Console, che aveva intuito subito la buona piega degli eventi, aveva senz'altro scatenato i suoi rincalzi sull'ala destra, contro i Traci e le guardie reali, e li aveva sbaragliati. Costoro, rimasti completamente isolati per la fuga delle falangi, si erano resi ben presto conto di non avere scampo.
Perseo aveva appena schierato la cavalleria, che già tutto il suo esercito era volto in fuga e la battaglia irrimediabilmente perduta. Allora girò i cavalli e fuggì anche lui.
II comportamento di Perseo, in questa decisiva e ultima battaglia, ha suscitato, già presso gli antichi, infinite discussioni. A parte la discutibile decisione di mandare allo sbaraglio tutto l'esercito dietro lo scontro casuale e fortunato dei Traci, resta poi da capire perché Perseo abbia atteso così a lungo a schierare la cavalleria, da non permetterle nemmeno di pigliar parte allo scontro. Diverse versioni, invero poco convincenti e attendibili, riferiscono che Perseo quel giorno era sofferente per un calcio del suo cavallo; oppure che egli si attardò non per il calcio, ma perché volle fare un sacrifico agli Dei, appena iniziatasi la battaglia. Se si considera che essa durò appena un'ora o poco più (tanto perfetto e travolgente era stato l'assalto delle due legioni e tempestiva la strategia del Console), si può capire come qualsiasi ritardo, anche lieve, nell'azione abbia potuto produrre conseguenze disastrose.
Ma, a parte le dicerie e le leggende, resta il fatto che Perseo tenne nell'accampamento la cavalleria e attese tanto a farla uscire che poi non ebbe modo di impiegarla. Perché si comportò in questo modo? Assolutamente inaccettabile è la versione, pure avanzata, che egli agì così per proteggersi e cioè per personale paura fisica: Perseo non era un genio come comandante, ma era senz'altro un combattente valoroso, come dimostrò in diverse occasioni.
Più probabile è che egli non si aspettasse assolutamente il crollo rapidissimo e improvviso della sua falange e che non avesse compreso a tempo la fredda e geometrica precisione del contrattacco di Emilio. Nel suo piano di battaglia la cavalleria avrebbe dovuto essere la carta vincente: dopo la resistenza vittoriosa dei falangiti, egli l'avrebbe lanciata contro il punto più debole dello schieramento romano travolgendolo e accerchiandolo. Questo doveva avere in mente; ma la rapidità tragica degli avvenimenti rese vani i suoi calcoli e improduttiva la sua attesa. Quando si decise a schierare la cavalleria, l'arretramento delle sue linee era divenuto rotta disperata, sicché se avesse ordinato la carica avrebbe mandato i suoi uomini al macello, proprio addosso ai falangiti che correvano disperatamente loro incontro con i cavalli, gli elefanti e i soldati romani alle calcagna.
Se lo scontro vero e proprio era durato un'ora, sino a notte poi i Romani inseguirono i Macedoni in fuga. La gran parte di essi corse verso il mare, che era vicino. All'ancora li attendeva la flotta romana. Molti, nondimeno, si gettarono in acqua, nella speranza che i marinai romani li salvassero prendendoli prigionieri. Con molta ferocia vennero invece massacrati e quelli che restarono sulla riva, raggiunti dalla cavalleria e dagli elefanti, vennero a loro volta fatti a pezzi. La battaglia si concludeva così con un'immane carneficina, nella quale i Romani sfogavano finalmente le amarezze dei primi tre anni di guerra e i dileggi che avevano dovuto tollerare dai Greci.
Il tanto esaltato esercito macedone non esisteva più.
Una curiosità: lo svolgimento della Battaglia di Pidna (vinta da Lucio Emilio) e della Battaglia di Canne (vinta da Annibale) fanno parte tuttora del "Manuale di Tattica/Strategia Militare" in dotazione all'Esercito degli Stati Uniti d'America.
sabato 11 giugno 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno 1289 si combatte in Toscana la battaglia di Campaldino.
La battaglia di Campaldino che si combatté in Casentino sabato 11 giugno 1289, giorno di san Barnaba, tra l’esercito guelfo di Firenze e le milizie aretine appoggiate dalla feudalità ghibellina della Toscana centro meridionale, è una delle pochissime battaglie di grosse dimensioni combattute in tutto il medioevo nell’Italia centrale. Proprio per la sua eccezionalità, il fatto d’armi di Campaldino risulta perciò prezioso per comprendere lo strumento e l’organizzazione militare di una grande città, quale Firenze, al culmine della fase comunale. Dopo la sconfitta subita ad opera dell’esercito ghibellino senese nella battaglia di Montaperti, Firenze fu governata dai ghibellini rientrati in città dopo la battaglia. Farinata degli Uberti, che aveva combattuto a fianco dei senesi a Montaperti, divenne la figura politica di spicco del partito ghibellino e opponendosi alla distruzione della città (ipotesi che era stata proposta dalle altre città ghibelline toscane) nell’inferno dantesco si meritò un vero e proprio monumento in versi. La vittoria ghibellina sembrò per un certo periodo far rifiorire le sorti degli Svevi in Italia ma con la sconfitta di Tagliacozzo, subita da Corradino di Svevia, fu la parte guelfa a riprendere il sopravvento. Questo accadde anche a Firenze dove, con la cacciata delle famiglie ghibelline, il partito guelfo riprese il potere. Le antiche famiglie nobili quali i Pazzi, i Guidi, i Gangalandi, i Fifanti e gli Abati, trovarono il loro naturale punto di riferimento in Arezzo, dove dopo molte oscillazioni il vescovo Guglielmino degli Ubertini si era definitivamente avvicinato alla parte ghibellina. Dopo varie devastazioni delle due parti nei territori nemici, fu deciso che la guerra tra le due città era inevitabile. Mobilitate le milizie sotto il comando nominale del cavaliere provenzale Amerigo di Narbona e del suo balio (tutore militare) Guglielmo di Durfort, che il re Carlo II d’Angiò aveva lasciato a Firenze da cui era passato il 2 maggio, l’oste Guelfa si radunò davanti alla pieve di Ripoli, appena a sud di Firenze, per marciare contro Arezzo. L’esercito fiorentino si mise in marcia e dopo la difficile scalata del passo della Consuma, il 10 giugno si accampò attorno al borgo di Poppi. Nel frattempo Guglielmino degli Ubertini con l’oste aretina e i fuoriusciti ghibellini di mezza Toscana, era uscito da Arezzo e aveva messo il campo fuori di Bibbiena a poche miglia dal nemico. La mattina dell’11 giugno 1289 gli eserciti avversari si schierarono l’uno di fronte all’altro nella piana di Campaldino, nei pressi del borgo di Certomondo. Lo schieramento delle due armate era abbastanza simile: al centro la cavalleria con i feditori (l’avanguardia) in posizione più avanzata, sui fianchi dei feditori due reparti di balestrieri e i palvesari, col grande scudo rettangolare da piantare a terra per difendere i tiratori, dietro la cavalleria e il grosso della fanteria.
I fiorentini avevano rinforzato i corni di fanteria che sostenevano i feditori (tra i quali impugnava lancia e scudo il giovane Dante Alighieri) quasi a voler convogliare la carica della cavalleria aretina, assai temuta, verso il centro dello schieramento. Entrambi gli eserciti avevano lasciato una riserva: i fiorentini, agli ordini di Corso Donati, sulla propria sinistra, gli aretini, comandati dal podestà Guido Novello dei conti Guidi, sulla propria destra. La battaglia iniziò con la carica dei feditori ghibellini, i quali da subito riuscirono a scompaginare e a travolgere l’avanguardia dei cavalieri guelfi e si lanciarono assieme al grosso della cavalleria ghibellina, cui cercò di tenere dietro la fanteria, contro il centro dello schieramento nemico. La cavalleria e la fanteria fiorentina riuscirono a far fronte, serrando dietro il muro di scudi, mentre il corno dei balestrieri e palvesari guelfi cercavano di stringere sui fianchi il nemico. A questo punto Corso Donati lanciò all’attacco i cavalieri delle sue riserve, i quali infilandosi tra le due schiere avversarie, si trovarono di fronte la fanteria aretina che non era riuscita a tenere il passo dei propri cavalli. Scompaginati dalla corsa i fanti ghibellini non poterono reggere all’urto e i cavalieri di Arezzo ancora impegnati dal grosso della milizia guelfa, si trovarono accerchiati. Un intervento della riserva ghibellina avrebbe forse ancora potuto cambiare la sorte della battaglia, ma Guido Novello, non intervenne, anzi fece ritirare i suoi uomini senza farli entrare in battaglia. Circondati, i cavalieri aretini e quanto rimaneva della fanteria, si misero presto in fuga, seguiti dai guelfi trionfanti. Nel corso della battaglia l’esercito ghibellino aveva perso almeno 4.000 uomini, mentre l’oste fiorentina non aveva subito più di 1.000 perdite; tra i caduti c’erano anche il vescovo di Arezzo Guglielmino degli Ubertini e il suo generale Buonconte da Montefeltro il cui corpo non fu mai ritrovato, ma Dante ci racconta un episodio bellissimo di questa vicenda nel V canto del Purgatorio, nel quale Buonconte racconterà come andarono i fatti in quel giorno, l’11 giugno del 1289 nella battaglia di Campaldino.
L'11 giugno 1289 si combatte in Toscana la battaglia di Campaldino.
La battaglia di Campaldino che si combatté in Casentino sabato 11 giugno 1289, giorno di san Barnaba, tra l’esercito guelfo di Firenze e le milizie aretine appoggiate dalla feudalità ghibellina della Toscana centro meridionale, è una delle pochissime battaglie di grosse dimensioni combattute in tutto il medioevo nell’Italia centrale. Proprio per la sua eccezionalità, il fatto d’armi di Campaldino risulta perciò prezioso per comprendere lo strumento e l’organizzazione militare di una grande città, quale Firenze, al culmine della fase comunale. Dopo la sconfitta subita ad opera dell’esercito ghibellino senese nella battaglia di Montaperti, Firenze fu governata dai ghibellini rientrati in città dopo la battaglia. Farinata degli Uberti, che aveva combattuto a fianco dei senesi a Montaperti, divenne la figura politica di spicco del partito ghibellino e opponendosi alla distruzione della città (ipotesi che era stata proposta dalle altre città ghibelline toscane) nell’inferno dantesco si meritò un vero e proprio monumento in versi. La vittoria ghibellina sembrò per un certo periodo far rifiorire le sorti degli Svevi in Italia ma con la sconfitta di Tagliacozzo, subita da Corradino di Svevia, fu la parte guelfa a riprendere il sopravvento. Questo accadde anche a Firenze dove, con la cacciata delle famiglie ghibelline, il partito guelfo riprese il potere. Le antiche famiglie nobili quali i Pazzi, i Guidi, i Gangalandi, i Fifanti e gli Abati, trovarono il loro naturale punto di riferimento in Arezzo, dove dopo molte oscillazioni il vescovo Guglielmino degli Ubertini si era definitivamente avvicinato alla parte ghibellina. Dopo varie devastazioni delle due parti nei territori nemici, fu deciso che la guerra tra le due città era inevitabile. Mobilitate le milizie sotto il comando nominale del cavaliere provenzale Amerigo di Narbona e del suo balio (tutore militare) Guglielmo di Durfort, che il re Carlo II d’Angiò aveva lasciato a Firenze da cui era passato il 2 maggio, l’oste Guelfa si radunò davanti alla pieve di Ripoli, appena a sud di Firenze, per marciare contro Arezzo. L’esercito fiorentino si mise in marcia e dopo la difficile scalata del passo della Consuma, il 10 giugno si accampò attorno al borgo di Poppi. Nel frattempo Guglielmino degli Ubertini con l’oste aretina e i fuoriusciti ghibellini di mezza Toscana, era uscito da Arezzo e aveva messo il campo fuori di Bibbiena a poche miglia dal nemico. La mattina dell’11 giugno 1289 gli eserciti avversari si schierarono l’uno di fronte all’altro nella piana di Campaldino, nei pressi del borgo di Certomondo. Lo schieramento delle due armate era abbastanza simile: al centro la cavalleria con i feditori (l’avanguardia) in posizione più avanzata, sui fianchi dei feditori due reparti di balestrieri e i palvesari, col grande scudo rettangolare da piantare a terra per difendere i tiratori, dietro la cavalleria e il grosso della fanteria.
I fiorentini avevano rinforzato i corni di fanteria che sostenevano i feditori (tra i quali impugnava lancia e scudo il giovane Dante Alighieri) quasi a voler convogliare la carica della cavalleria aretina, assai temuta, verso il centro dello schieramento. Entrambi gli eserciti avevano lasciato una riserva: i fiorentini, agli ordini di Corso Donati, sulla propria sinistra, gli aretini, comandati dal podestà Guido Novello dei conti Guidi, sulla propria destra. La battaglia iniziò con la carica dei feditori ghibellini, i quali da subito riuscirono a scompaginare e a travolgere l’avanguardia dei cavalieri guelfi e si lanciarono assieme al grosso della cavalleria ghibellina, cui cercò di tenere dietro la fanteria, contro il centro dello schieramento nemico. La cavalleria e la fanteria fiorentina riuscirono a far fronte, serrando dietro il muro di scudi, mentre il corno dei balestrieri e palvesari guelfi cercavano di stringere sui fianchi il nemico. A questo punto Corso Donati lanciò all’attacco i cavalieri delle sue riserve, i quali infilandosi tra le due schiere avversarie, si trovarono di fronte la fanteria aretina che non era riuscita a tenere il passo dei propri cavalli. Scompaginati dalla corsa i fanti ghibellini non poterono reggere all’urto e i cavalieri di Arezzo ancora impegnati dal grosso della milizia guelfa, si trovarono accerchiati. Un intervento della riserva ghibellina avrebbe forse ancora potuto cambiare la sorte della battaglia, ma Guido Novello, non intervenne, anzi fece ritirare i suoi uomini senza farli entrare in battaglia. Circondati, i cavalieri aretini e quanto rimaneva della fanteria, si misero presto in fuga, seguiti dai guelfi trionfanti. Nel corso della battaglia l’esercito ghibellino aveva perso almeno 4.000 uomini, mentre l’oste fiorentina non aveva subito più di 1.000 perdite; tra i caduti c’erano anche il vescovo di Arezzo Guglielmino degli Ubertini e il suo generale Buonconte da Montefeltro il cui corpo non fu mai ritrovato, ma Dante ci racconta un episodio bellissimo di questa vicenda nel V canto del Purgatorio, nel quale Buonconte racconterà come andarono i fatti in quel giorno, l’11 giugno del 1289 nella battaglia di Campaldino.
sabato 29 maggio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio del 1176 venne combattuta una delle più incredibili battaglie tra un esercito professionista ed uno decisamente più numeroso, ma meno equipaggiato: la battaglia di Legnano tra l’imperatore Federico Barbarossa ed i Comuni della Lega Lombarda. La sconfitta del primo fu clamorosa, ma la storia è vera o è soltanto una leggenda in funzione anti-tedesca?
Con la “costituzione delle regalie” emanata a Roncaglia nel 1158 l’imperatore si attribuì maggiori diritti fiscali ed amministrativi, una grande mazzata per i Comuni dell’impero che furono costretti a versare ogni anno una cifra davvero grande all’autorità centrale. Il peggio però doveva ancora arrivare con la distruzione di Milano del 1162 e con l’aumento della leva fiscale per portare più denaro nelle casse dell’impero che doveva servire per la conquista di Roma, il vero sogno di Federico Barbarossa. Nel 1167 però le truppe tedesche vennero falcidiate da un nemico invisibile, una misteriosa epidemia che costrinse l’imperatore a fare ritorno a nord.
Nel frattempo al nord un gruppo consistente di Comuni aveva stretto un patto per riconquistare l’autonomia perduta, la Lega Lombarda, nella scenografica e leggendaria abbazia di Pontida. L’intento di questo accordo era di ritornare alla situazione politico-tributaria prima di Federico, quella avuta con Enrico V e per questo ambizioso progetto avevano anche l’appoggio del pontefice Alessandro III, ufficializzato nel 1170 con la bolla Non est dubium. In onore del pontefice allora fu fondata la città di Alessandria che a Federico non piacque mai, ma nel tentativo di distruggerla conobbe una delle sue più brucianti disfatte.
Nel tentativo di resistere all’imperatore teutonico la lega aveva imposto la chiamata obbligatoria alla leva tranne che per gli ultrasessantenni ed aveva in questo modo riunito un esercito di 30.000 uomini, quasi tutti fanti o anche meno. Di contro nell’armata tedesca c’erano solo cavalieri super corazzati e professionisti di lignaggio nobile. Le forze della lega avevano comunque ottenuto un risultato significativo, la liberazione di Alessandria dagli assedianti. Si andava verso la battaglia decisiva e Federico Barbarossa non aveva abbastanza forze, quindi chiese ai nobili tedeschi un aiuto, che fu però rifiutato dal cugino Enrico il Leone (in seguito egli perse tutti i suoi territori per questo affronto verso il sovrano). L’imperatore cominciò le grandi manovre per il combattimento, da Pavia si spostò a Como transitando per Busto Arsizio ed accampandosi a Cairate. Anche la lega si mosse confluendo il suo esercito prima a Milano e poi a Legnano in una posizione strategica favorevole per bloccare alle truppe imperiali la via d’accesso a Milano.
Nel borgo di Legnano arrivò prima la cavalleria ed in seguito il “Carroccio” con parte della fanteria. Il Carroccio era un carro trainato dai buoi con il simbolo della lega e che rivestiva funzioni di punto di riferimento, in quanto visibile su tutto il campo di battaglia.
Tra Legnano e Borsano l’esercito della lega si trovò di fronte l’avanguardia tedesca costituita da 300 cavalieri, si venne subito alle armi; l’irruzione di Federico Barbarossa nel campo di battaglia spostò gli equilibri dalla parte degli imperiali, mandando in rotta l’esercito nemico, i cavalieri bresciani e milanesi fuggirono verso Milano lasciando i fanti privi di copertura alle cariche dei teutonici. Vista la debolezza del nemico i tedeschi ed i loro alleati comaschi pensarono di approfittare del momento e caricarono con tutto l’esercito. I tentativi di sfondamento da parte dei cavalieri germanici fu ostacolato dal muro di scudi e lance eretto dai Lombardi a difesa del Carroccio. La loro resistenza diede modo alla cavalleria in fuga di ritornare ed unirsi ai contingenti da poco usciti da Milano e di contrattaccare, piombando improvvisamente sul fianco degli imperiali scompaginandone i ranghi. Gli imperiali non resistettero e cadde il loro portastendardo che finì sotto gli zoccoli del cavallo, dopo che una lancia lo aveva trapassato. Il colpo definitivo al morale dei tedeschi fu però la caduta dello stesso Federico Barbarossa, che provocò, nel primo pomeriggio, la fuga in massa dell’esercito germanico.
Ancora oggi per i Legnanesi quel 29 maggio del 1176 è un giorno importante che viene celebrato ogni anno con il palio cittadino a testimoniare la vittoria sul Barbarossa. La commemorazione, la cui prima edizione nelle forme attuali risale al 1932, consta di una sfilata in costume d’epoca ed una gara ippica a pelo tra le otto contrade in cui è suddiviso il territorio: La Flora, Legnarello, San Bernardino, San Domenico, San Magno, San Martino, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo. Di solito la festa inizia la mattina con la celebrazione della Messa sul tradizionale Carroccio, simbolo della resistenza lombarda, per poi proseguire con l’investitura religiosa dei Capitani delle contrade. Abbiamo quindi la benedizione dei cavalli e dei fantini. Nel primo pomeriggio il corteo storico composto da oltre 1.200 figuranti Legnanesi in costume medievale, parte da piazza Carroccio e, dopo aver attraversato la città e reso omaggio alla statua di Alberto da Giussano, giunge al campo di gara dove ha luogo il Palio delle Contrade, al vincitore l’onore di conservare nella propria chiesa della contrada la Croce di Ariberto fino alla prossima manifestazione.
Alberto da Giussano è stato un eroe leggendario della lega, che con la sua “Compagnia della morte”, un manipolo di un migliaio di arditi, fece delle imprese memorabili nella battaglia. In realtà nella storia della battaglia di Legnano non vi è traccia di questo eroe, che sembra sia stato inserito successivamente nei romanzi storici, poichè nella battaglia mancava un vero capo carismatico per la Lega Lombarda, che doveva fare da contraltare al Barbarossa.
A partire dall’Ottocento, in Italia la battaglia di Legnano fu utilizzata per fini propagandistici dalle forze patriottiche. Si vedeva nell’affermazione dei Comuni un prototipo di Stato che si ribella ad un dominatore straniero, tuttavia le città della lega in verità non volevano vivere sole, ma desideravano essere libere all’interno dell’impero, che vedevano come un loro difensore.
Il 29 maggio del 1176 venne combattuta una delle più incredibili battaglie tra un esercito professionista ed uno decisamente più numeroso, ma meno equipaggiato: la battaglia di Legnano tra l’imperatore Federico Barbarossa ed i Comuni della Lega Lombarda. La sconfitta del primo fu clamorosa, ma la storia è vera o è soltanto una leggenda in funzione anti-tedesca?
Con la “costituzione delle regalie” emanata a Roncaglia nel 1158 l’imperatore si attribuì maggiori diritti fiscali ed amministrativi, una grande mazzata per i Comuni dell’impero che furono costretti a versare ogni anno una cifra davvero grande all’autorità centrale. Il peggio però doveva ancora arrivare con la distruzione di Milano del 1162 e con l’aumento della leva fiscale per portare più denaro nelle casse dell’impero che doveva servire per la conquista di Roma, il vero sogno di Federico Barbarossa. Nel 1167 però le truppe tedesche vennero falcidiate da un nemico invisibile, una misteriosa epidemia che costrinse l’imperatore a fare ritorno a nord.
Nel frattempo al nord un gruppo consistente di Comuni aveva stretto un patto per riconquistare l’autonomia perduta, la Lega Lombarda, nella scenografica e leggendaria abbazia di Pontida. L’intento di questo accordo era di ritornare alla situazione politico-tributaria prima di Federico, quella avuta con Enrico V e per questo ambizioso progetto avevano anche l’appoggio del pontefice Alessandro III, ufficializzato nel 1170 con la bolla Non est dubium. In onore del pontefice allora fu fondata la città di Alessandria che a Federico non piacque mai, ma nel tentativo di distruggerla conobbe una delle sue più brucianti disfatte.
Nel tentativo di resistere all’imperatore teutonico la lega aveva imposto la chiamata obbligatoria alla leva tranne che per gli ultrasessantenni ed aveva in questo modo riunito un esercito di 30.000 uomini, quasi tutti fanti o anche meno. Di contro nell’armata tedesca c’erano solo cavalieri super corazzati e professionisti di lignaggio nobile. Le forze della lega avevano comunque ottenuto un risultato significativo, la liberazione di Alessandria dagli assedianti. Si andava verso la battaglia decisiva e Federico Barbarossa non aveva abbastanza forze, quindi chiese ai nobili tedeschi un aiuto, che fu però rifiutato dal cugino Enrico il Leone (in seguito egli perse tutti i suoi territori per questo affronto verso il sovrano). L’imperatore cominciò le grandi manovre per il combattimento, da Pavia si spostò a Como transitando per Busto Arsizio ed accampandosi a Cairate. Anche la lega si mosse confluendo il suo esercito prima a Milano e poi a Legnano in una posizione strategica favorevole per bloccare alle truppe imperiali la via d’accesso a Milano.
Nel borgo di Legnano arrivò prima la cavalleria ed in seguito il “Carroccio” con parte della fanteria. Il Carroccio era un carro trainato dai buoi con il simbolo della lega e che rivestiva funzioni di punto di riferimento, in quanto visibile su tutto il campo di battaglia.
Tra Legnano e Borsano l’esercito della lega si trovò di fronte l’avanguardia tedesca costituita da 300 cavalieri, si venne subito alle armi; l’irruzione di Federico Barbarossa nel campo di battaglia spostò gli equilibri dalla parte degli imperiali, mandando in rotta l’esercito nemico, i cavalieri bresciani e milanesi fuggirono verso Milano lasciando i fanti privi di copertura alle cariche dei teutonici. Vista la debolezza del nemico i tedeschi ed i loro alleati comaschi pensarono di approfittare del momento e caricarono con tutto l’esercito. I tentativi di sfondamento da parte dei cavalieri germanici fu ostacolato dal muro di scudi e lance eretto dai Lombardi a difesa del Carroccio. La loro resistenza diede modo alla cavalleria in fuga di ritornare ed unirsi ai contingenti da poco usciti da Milano e di contrattaccare, piombando improvvisamente sul fianco degli imperiali scompaginandone i ranghi. Gli imperiali non resistettero e cadde il loro portastendardo che finì sotto gli zoccoli del cavallo, dopo che una lancia lo aveva trapassato. Il colpo definitivo al morale dei tedeschi fu però la caduta dello stesso Federico Barbarossa, che provocò, nel primo pomeriggio, la fuga in massa dell’esercito germanico.
Ancora oggi per i Legnanesi quel 29 maggio del 1176 è un giorno importante che viene celebrato ogni anno con il palio cittadino a testimoniare la vittoria sul Barbarossa. La commemorazione, la cui prima edizione nelle forme attuali risale al 1932, consta di una sfilata in costume d’epoca ed una gara ippica a pelo tra le otto contrade in cui è suddiviso il territorio: La Flora, Legnarello, San Bernardino, San Domenico, San Magno, San Martino, Sant’Ambrogio e Sant’Erasmo. Di solito la festa inizia la mattina con la celebrazione della Messa sul tradizionale Carroccio, simbolo della resistenza lombarda, per poi proseguire con l’investitura religiosa dei Capitani delle contrade. Abbiamo quindi la benedizione dei cavalli e dei fantini. Nel primo pomeriggio il corteo storico composto da oltre 1.200 figuranti Legnanesi in costume medievale, parte da piazza Carroccio e, dopo aver attraversato la città e reso omaggio alla statua di Alberto da Giussano, giunge al campo di gara dove ha luogo il Palio delle Contrade, al vincitore l’onore di conservare nella propria chiesa della contrada la Croce di Ariberto fino alla prossima manifestazione.
Alberto da Giussano è stato un eroe leggendario della lega, che con la sua “Compagnia della morte”, un manipolo di un migliaio di arditi, fece delle imprese memorabili nella battaglia. In realtà nella storia della battaglia di Legnano non vi è traccia di questo eroe, che sembra sia stato inserito successivamente nei romanzi storici, poichè nella battaglia mancava un vero capo carismatico per la Lega Lombarda, che doveva fare da contraltare al Barbarossa.
A partire dall’Ottocento, in Italia la battaglia di Legnano fu utilizzata per fini propagandistici dalle forze patriottiche. Si vedeva nell’affermazione dei Comuni un prototipo di Stato che si ribella ad un dominatore straniero, tuttavia le città della lega in verità non volevano vivere sole, ma desideravano essere libere all’interno dell’impero, che vedevano come un loro difensore.
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