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domenica 20 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1946 apre a Parigi il locale "Lido".
D'origine italiana, i fratelli Jean e Joseph Clerico, ripresero nel 1946 "La plage de Paris": un locale situato sugli Champs-Élysées, molto frequentato durante il periodo della Belle époque e la cui decorazione si ispirava a Venezia e alla sua celebre spiaggia del Lido.
I fratelli Clerico trasformarono completamente il locale per farne un cabaret, unico al mondo, la cui inaugurazione avvenne il 20 giugno del 1946 con uno spettacolo intitolato "sans rimes ni raison".
Con la collaborazione di Pierre-Louis Guérine e poi di Renée Fraday e Miss Bluebell (Margaret Kelly), il Lido inventò la formula "cena-spettacolo" che sarà copiata in tutto il mondo.
Tra i tanti personaggi famosi che vi si sono esibiti ricordiamo Stanlio e Olio, le Sorelle Kessler e Shirley MacLaine. Nel 1977, il cabaret, vittima del suo successo, dovette ingrandirsi.
Il prestigioso locale parigino si stabilì, sempre sugli Champs-Élysées, nell'edificio Normandie su una superficie di più di 6 000 m² di superficie.
Una sala panoramica che accoglie circa 1150 posti, é stata realizzata dagli architetti italiani Giorgio Vecchia e Franco Bartoccini.
Il Lido presenta oggi un'immensa sala di 2000 m2 dalla visibilità perfetta e una decorazione sontuosa che sa trasmettere una sensazione di grandiosità ed eleganza.
Uno spettacolo al Lido significa 42 Bluebell Girls e 16 Lido Boys che si muovono sul palcoscenico e nelle quinte, 24 vestiariste che facilitano i 20/30 cambi di costume alcuni dei quali si effettuano in meno di un minuto...
Significa anche 12 sarte che si occupano dei 600 costumi e 30 tecnici che si affaccendano ogni giorno, senza dimenticare la regia che dalla sua cabina sorveglia sia la sala che il palcoscenico per intervenire in qualsiasi momento.

sabato 19 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1996 una terribile alluviole devasta la Versilia e la Garfagnana, provocando 14 morti.
Aveva fatto molto caldo in quell'inizio di giugno 1996, e ancora la sera del 18 giugno 1996 nulla faceva solo lontanamente pensare a quello che sarebbe accaduto il giorno seguente sulle Alpi Apuane. Fu anzi per molti una sorpresa svegliarsi con il brontolio dei tuoni in lontananza in una mattina calda e umida, il 19 giugno.
L'area interessata all'alluvione fu quella del bacino idrografico del fiume Versilia, sul versante occidentale delle Alpi Apuane. La parte montana di tale bacino è costituita dai sottobacini dei torrenti Serra e Vezza, interamente in provincia di Lucca. Presso Seravezza i due torrenti confluiscono in un unico corso d'acqua che prende il nome di fiume Versilia. Esso sfocia in mare presso la località Cinquale, situata tra Forte dei Marmi e Montignoso, in provincia di Massa Carrara. Tra Querceta ed il mare, a valle di Seravezza, il Versilia riceve anche piccoli affluenti dalla provincia di Massa Carrara (Montignoso, Bonazzera e Rio di Strettoia).
La superficie totale del bacino del Versilia e dei sottobacini dei relativi affluenti è di circa 98 chilometri quadrati. L'evento ha interessato anche la parte contigua del bacino del fiume Camaiore, posto a sud e rientrante nel comprensorio del bacino del Serchio. Interessata dall''evento, sul versante orientale delle Alpi Apuane, in Garfagnana, anche l'alta valle del torrente Turrite di Gallicano, affluente di destra del fiume Serchio.
La pioggia intensa ha cominciato a battere sulla zona alle ore 5.00 antimeridiane di mercoledì 19 giugno. Il bollettino meteorologico diffuso il mattino del 18 giugno dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare e valido fino alle ore 7,00 del giorno 19 prevedeva, per la costa Tirrenica, condizioni di cielo generalmente sereno o poco nuvoloso, con possibili addensamenti pomeridiani nelle zone interne. Parimenti il bollettino diffuso il mattino del 19 e valido fino alle ore 7,00 del giorno 20, prevedeva, sempre per la medesima area, cielo poco nuvoloso, indicando la possibilità di precipitazioni temporalesche sulle regioni nord-orientali, con particolare riguardo al settore alpino o prealpino.
L'evento in questione, che ha interessato una superficie estremamente ridotta, è stato causato da una brusca accelerazione dell'attività termoconvettiva, e la sua ridottissima estensione superficiale non ne ha consentito la previsione. Non si è trattato, infatti, di una perturbazione ordinaria, visibile con gli strumenti di controllo satellitare e quindi prevedibile nella sua evoluzione. Il dato fornito dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare, peraltro, è stato confrontato, presso il Dipartimento della Protezione Civile, con le informazioni provenienti dai servizi meteorologici delle Regioni che ne sono dotate. Queste informazioni, va ribadito, non riguardano solo il fattore meteorologico in senso stretto ma, essendo il più delle volte finalizzate alle esigenze dei servizi relativi all'agricoltura, si concentrano sull'elaborazione di una previsione della precipitazione a terra.
Sono disponibili diversi metodi di elaborazione di questi dati, e la consultazione di tutte le fonti conosciute consente alla protezione civile di disporre e confrontare tra loro diverse ipotesi e diverse informazioni per poter poi elaborare una valutazione quanto più approfondita possibile. Questa innovazione è stata introdotta a seguito della disastrosa alluvione del novembre 1994, al fine di poter disporre, per le esigenze della protezione civile, del maggior numero possibile di informazioni provenienti da tutte le fonti scientificamente valide. Questo meccanismo, va evidenziato, ha consentito, nel corso dell'anno appena trascorso, una puntuale previsione dei fenomeni più rilevanti, con la conseguente emanazione di dettagliati avvisi ai quali ha fatto seguito l'attivazione tempestiva del meccanismo preventivo e di quello dei soccorsi.
Il giorno 18 il Servizio Meteorologico della Regione Toscana prevedeva, fino al mattino del 19, cielo poco nuvoloso con possibilità di piogge occasionali di debole intensità. Il Servizio Meteorologico della Regione Emilia Romagna, espressamente incentrato sulla previsione della precipitazione a terra che elabora in apposite cartine, prevedeva nell'area, analogamente, piogge estremamente ridotte nell'arco delle 6 ore (da 5 a 10 millimetri). Il giorno 18, quindi, non sono stati riscontrati elementi che potessero far prevedere il verificarsi dell'evento. L'esame delle immagini trasmesse dal satellite Meteosat, peraltro, confermano che l'addensamento eccezionale e concentrato sul bacino del Versilia è avvenuto repentinamente a partire dalle ore 3 della mattina del 19, degenerando successivamente con una velocità non comune.
Non si è trattato, dunque, di un difetto di questo o quel sistema di previsione, poiché la particolarmente repentina concentrazione delle nubi su un'estensione territoriale estremamente ridotta lo hanno reso - nei fatti ed allo stato attuale delle conoscenze scientifiche in materia - non prevedibile. Non da un solo servizio, ma da tutti quelli consultati dalla protezione civile, il 18 giugno (come tutti i giorni dell'anno). La consultazione va ribadito, riguarda i servizi regionali qualificati in materia.
La non previsione dell'evento non aveva suggerito alcun tipo di allerta preventivo, ma la macchina dei soccorsi si mise ugualmente in moto con buona tempestività.
Già intorno alle 8 erano state segnalate le prime frane nei comuni di Stazzema (in particolare intorno a Pomezzana) e Camaiore, con relativi interventi dei Vigili del Fuoco, ma la situazione globale era sotto controllo, malgrado il notevole innalzamento del livello della Fossa dell'Abate, che divide Viareggio da Lido di Camaiore, indicasse anche a chi era sulla costa l'intensità delle precipitazioni cadute nell'interno.
Alle 11.25 la Prefettura di Massa Carrara informò che era in corso una riunione operativa presso il Comune di Montignoso, con Vigili del Fuoco, Polizia e Genio Civile, per elaborare misure atte a fronteggiare le eventuali situazioni di rischio nella zona della foce, connesse con l'arrivo dell'onda di piena del fiume Versilia. Alle 11.30 la Prefettura di Lucca confermava la situazione di massima allerta. Erano segnalati allagamenti nel comune di Camaiore e frane che avevano isolato alcune frazioni del comune di Stazzema. Già si parlava di dispersi, a causa del crollo di alcuni edifici, travolti dalle acque o coinvolti in cedimenti del terreno.
Alle 11.30 il fiume Versilia non risultava ancora interessato dall'onda di piena (il dato dell'idrometro di Ponte di Tavole alle ore 11.00 segnalava un modestissimo innalzamento). In zona aveva piovuto poco, il cumulato del telepluviometro di Ponte di Tavole fu di soli 21 millimetri nelle 13 ore dell'evento. La riunione di Montignoso si chiuse comunque con la decisione di effettuare un monitoraggio accurato del fiume, con particolare attenzione ai ponti per evitare la loro ostruzione.
Tra le 11 e le 12 si registrò un arresto delle precipitazioni, ma la pioggia riprese intensa dopo le 12. Alle 12.30 l'idrometro di Ponte di Tavole segnalava 2,74 metri (il livello normale è tra 50 e 90 centimetri), quello di Seravezza 2,09 metri (livello normale tra 30 e 40 centimetri).
Alle 13.00 la Prefettura di Massa Carrara informò di piccole tracimazioni del fiume in zone non abitate (a parte una costruzione) e comunicò di aver disposto l'evacuazione solo delle abitazioni ad un piano prossime al fiume. La Prefettura comunicò pure che il dato dell'idrometro di Seravezza era in calo.
Alle 13.50 l'Ufficio Idrografico e Mareografico di Pisa informò che i livelli erano in calo sia a monte che a valle e che se non ricominciava a piovere non avrebbero dovuto verificarsi gravi rischi. Ma le bombe d'acqua, tronchi e sassi si erano accumulate (anche se la macchina dei soccorsi non lo sapeva) nei bacini effimeri creati dalla frane nei canali Deglio, Versiglia e Capriola e a quell'ora erano già "esplose" su Cardoso.
Diversi abitanti che lavoravano a valle ma avevano loro cari a Cardoso ebbero notizie intorno alle 13 dell'eccezionale precipitazione in atto e dei boati che venivano dalla montagna, dove si susseguivano le frane. Alcuni decisero di abbandonare le loro attività per risalire verso il paese ma non vi riuscirono, perdendo poi anche il contatto con le loro famiglie, vuoi per le linee telefoniche "saltate", vuoi, purtroppo, perché le loro case nel frattempo erano state raggiunte dall'onda di piena. La tragica realtà di Cardoso apparve in tutta la sua gravità solo molte ore dopo che la tragedia era avvenuta.
Alle ore 14 il sottosegretario alla Protezione Civile, professor Franco Barberi, dopo essere stato informato del dato eccezionale del telepluviometro di Pomezzana (440 millimetri dalle 4 del mattino alle 12.15 con una punta di 157 millimetri in un'ora), allertò il Prefetto di Lucca e contattò il Segretario Generale dell'Autorità di Bacino del Serchio, disponendo che eseguissero insieme un sorvolo in elicottero sul bacino. Nonostante le condizioni meteorologiche sfavorevoli il sorvolo venne effettuato con un elicottero dei Carabinieri e si ebbe il primo riscontro della gravità degli eventi in Versilia.
Da diverse ore erano già all'opera squadre dei Vigili del Fuoco, confluite anche da altre province, della Polizia e dei Carabinieri.
Alle 15.30 Barberi informò la I Commissione del Senato che era in corso una grave emergenza nella provincia di Lucca. Alle 15.39 il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri informò che le frazioni montane di Stazzema erano isolate e raggiungibili solo con mezzi speciali. Appresa la notizia venne disposto l'allertamento dello Stato Maggiore della Difesa per eventuali concorsi su richiesta delle prefetture di Lucca e Massa Carrara.
Alle 16.01 venne segnalata dai Carabinieri e dalle Ferrovie dello Stato l'interruzione della statale 1 Aurelia e della linea ferroviaria Pisa-Genova, per l'esondazione del fiume Versilia. Quando a Viareggio giunse notizia di questi eventi, la prima reazione, vista la quasi assenza di precipitazioni presso la costa, fu di generale incredulità. Quel nero costantemente presente verso i monti faceva capire che in alta Versilia pioveva, ma nessuno poteva immaginare l'entità delle precipitazioni in atto.
Alle 16.35 la Prefettura di Lucca informò che nella frazione Fornovolasco, comune di Vergemoli, era esondata la Turrite, causando gravissimi danni nell'abitato e la morte di una persona.
Nel frattempo, verso le 15, il Dipartimento della Protezione Civile aveva disposto l'invio in elicottero nelle zone colpite di un nucleo di tecnici specializzati nella gestione delle emergenze per assolvere le funzioni di ufficiali di collegamento con le aree danneggiate, chiedendo al Presidente del Comitato Nazionale per il Volontariato di disporre l'immediato invio in zona di gruppi specializzati. Venne convocato, presso il Dipartimento della Protezione Civile, il comitato operativo della Protezione Civile che da quel momento operò in seduta permanente. Erano presenti in esso rappresentanti del Ministero dell'interno, dei Vigili del Fuoco, delle Forze Armate, del servizio Idrografico e Mareografico Nazionale, di Enel, Anas e Telecom.
Il Comitato, presieduto da Barberi, si tenne, quella sera e poi per tutti i giorni dell'emergenza, in continuo contatto anche con la Prefettura di Lucca, dove era attivo il Centro Coordinamento Soccorsi provinciale, e con il Comune di Seravezza, dove fu costituito, in località Marzocchino, un Centro Operativo Misto (COM) sotto la responsabilità del Sindaco di Seravezza, Lorenzo Alessandrini. Un secondo COM, per la Garfagnana, operò a Gallicano.
La mattina del giorno 20 risultavano isolate le seguenti località: Fornovolasco, Cardoso, Pruno, Volegno, Pomezzana, Ponte Stazzemese, Levigliani, Gallena, Palagnana, Mulina di Stazzema, Ruosina, Cerreta S. Antonio. L'onda di piena fuoriuscita dalla rottura dell'argine aveva allagato, con gravi danni, molte aree nei comuni di Pietrasanta e Forte dei Marmi. Venivano segnalate le prime persone disperse. La tragedia era ormai compiuta, anche se non era ancora chiara nella sua entità.
Alla fine, 14 persone perirono nell'alluvione.


venerdì 18 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1836 il Generale Alessandro La Marmora istituisce il corpo dei Bersaglieri.
Quando, nel 1786, il trentaduenne capitano Celestino Ferrero, marchese della Marmora, sposa la sedicenne marchesa Raffaella Argentero di Bersezio, di certo non immagina che da tale unione nasceranno ben 16 figli; e ancor meno immagina che ben quattro di essi conseguiranno il grado di generale delle forze armate e che scolpiranno indelebilmente il nome della famiglia nella storia patria: Carlo Emanuele, nato nel 1788, che sarà aiutante di campo di Carlo Alberto; Alberto, nato nel 1789, che sarà comandante della Sardegna e poi senatore; Alfonso, nato nel 1804, che sarà governatore di Napoli e di Milano, oltre che capo del Governo ed Alessandro, nato nel 1799, che ha rappresentato una combinazione ottimale tra passione scientifica ed arte militare, con i risultati che vedremo.
Egli trova che, dopo l’esperienza napoleonica, l’esercito piemontese sia infiacchito, più dedito alla cura dell’esteriorità che alla preparazione militare, mentre avverte l’esigenza di una fanteria leggera composta da reparti addestrati in modo da muoversi con agilità e in ordine sparso lungo i montuosi ed ostici confini del regno; occorrono, insomma, soldati allenati a muoversi sempre e solo al passo di corsa.
Mentre studia il modo migliore per ottenere reparti leggeri e veloci, avvezzi dunque a celeri spostamenti e composti da tiratori scelti, pensa anche ad un fucile che risponda a requisiti di maneggevolezza, leggerezza, versatilità e precisione, mettendo a punto egli stesso, in officine improvvisate, pezzi e prototipi.
Finalmente, nel 1835, il capitano La Marmora predispone e presenta al re Carlo Alberto il frutto dei suoi studi, sotto forma di «Proposizione per la formazione di una compagnia di Bersaglieri e modello di uno schioppo per suo uso». Confortato dal parere del ministero preposto, il quale ha prodotto una relazione nella quale evidenzia l’opportunità della istituzione di un corpo di bersaglieri con il compito di “compiere guerra minuta, avanguardia o esplorazione, fiancheggiamento, infestare le comunicazioni e i convogli nemici, andare per siti montuosi alla scoperta di facili piste anche sul confine”, il 18 giugno 1836 il re istituisce formalmente il Corpo dei Bersaglieri, ponendone al comando il maggiore dei granatieri Alessandro La Marmora che, qualche anno dopo, promuoverà a luogotenente colonnello in un crescendo che lo porterà fino al grado di generale.
Il nuovo Corpo, che inizialmente si compone di uno stato maggiore e due compagnie, nel 1839 è costituito da un intero battaglione. Negli anni 1848-49 i battaglioni diventano prima due, poi cinque e poi otto. Nel 1850 sono nove, nel 1852 dodici, poi 16, fino alla sua massima formazione, cioè 27 battaglioni negli anni 1859-60.
Il primo impiego in combattimento avviene l’8 aprile del 1848, a Goito, e già in questa occasione il comandante La Marmora dà dimostrazione dell’audacia dei suoi bersaglieri che riescono ad aver ragione del nemico. Lo stesso La Marmora rimane seriamente ferito ad una mandibola, ma il sacrificio è poca cosa rispetto alla grande soddisfazione ricevuta dai suoi uomini: da quel momento i bersaglieri diverranno parte caratterizzante dell’esercito piemontese e, successivamente, di quello italiano.
La guerra di Crimea offre nuovamente ai bersaglieri occasione di porsi in evidenza: la partecipazione del Piemonte alle ostilità, al fianco di Francia e Regno Unito, contro la Russia, vede l’impiego di un Corpo di Spedizione al comando del generale Alfonso La Marmora il quale, a sua volta, offre il comando della 2^ Divisione, comprendente 5 battaglioni di bersaglieri, al fratello Alessandro il quale si imbarca con i suoi uomini il 5 maggio 1855.
Qualche mese dopo scoppia fra le truppe un’epidemia di colera: se a fine conflitto le perdite sul campo ammonteranno a 26 soldati e 13 ufficiali, quelle causate dalla malattia saranno di 1288 soldati e 54 ufficiali tra i quali, purtroppo, si annovera anche il generale Alessandro La Marmora che si spegne nella notte fra il 6 ed il 7 giugno 1855. Ma il Corpo da lui creato è ormai in grado di camminare con le proprie gambe ed anche in questo caso, infatti, sa distinguersi dando un prezioso contributo per il conseguimento della vittoria nella battaglia della Cernaia, il successivo 16 agosto.
Toccante rimane il ricordo del giovane tenente dei bersaglieri Carlo Prevignano il quale, colpito a morte, trova la forza di urlare ai suoi compagni parole di esortazione ed incoraggiamento a non mollare. Seguiranno poi le battaglie della seconda guerra di indipendenza italiana, da quella di Palestro e del Vinzaglio del 30 e 31 maggio 1859, di Magenta del 4 giugno fino a quella conclusiva di S. Martino, il 24 giugno 1859.
Dopo mezzo secolo i bersaglieri sono nuovamente impiegati nel conflitto in Libia, nel 1911-12 e, subito dopo, nel primo conflitto mondiale (Monfalcone, Bainsizza, Iamiano, Piave, Vittorio Veneto), nell’ambito del quale hanno scritto pagine indelebili di eroismo e di gloria. Nella seconda guerra mondiale vengono impiegati ben 12 reggimenti di bersaglieri che combattono su tutti i fronti. Prendono parte, infine, alla guerra di liberazione con il 29°, 32° e 51° battaglione.
Sempre ed ovunque si sono distinti per audacia e valore, anche se “i bersaglieri di La Marmora”, come vennero detti alla nascita del corpo, rimangono il simbolo dell’epopea risorgimentale. Però ancora oggi, con tutte le riserve che le coscienze hanno maturato nei confronti delle armi e della guerra, quando in una parata si approssimano quei soldati che avanzano correndo con le piume dei loro cappelli al vento, con alla testa una dozzina di trombettieri che, nonostante la corsa, riescono a dare fiato ai loro strumenti, è difficile non farsi cogliere da un brivido di commozione. “Vanno rapidi e leggeri quando sfilano in drappello, quando il vento sul cappello fa le piume svolazzar” (dalla canzone “Flik Flok”).
Oggi i bersaglieri sono nella fanteria meccanizzata e vengono impiegati in supporto alle unità corazzate.

giovedì 17 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1982 il banchiere Roberto Calvi viene trovato a Londra impiccato al ponte dei Frati Neri con le tasche zeppe di sassi e 15mila dollari addosso. Quasi quarant'anni e una serie di sentenze tutte senza colpevoli e con un’unica reale verità giudiziaria: Calvi fu ucciso. Due le cose centrali che la verità giudiziaria non mette in discussione: che Calvi fu assassinato e che «Cosa Nostra impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio». Ior, passaggi oscuri di denaro, lotte di potere. A decenni di distanza la vicenda del «banchiere di Dio», Roberto Calvi, rivela assonanze con il presente e allo stesso tempo restituisce una vicenda ben più tragica e complessa. È del 17 novembre 2011 la decisione della Cassazione di non riaprire il processo per omicidio a carico del mediatore d’affare Flavio Carboni (finito poi nell’inchiesta P3), del cassiere della mafia Pippo Calò e di Ernesto Diotallevi, ritenuto vicino alla banda della Magliana. Quindi, a meno che non emergano nuovi, cogenti elementi di prova, la vicenda processuale è chiusa. Il mistero, però, resta. Intatto. Da Sindona a Licio Gelli a Marcinkus, la storia di Calvi si intreccia con quella di altri personaggi-chiave che hanno popolato gli intrighi italiani. Quando arriva al Banco Ambrosiano non ha ancora 30 anni. Rapidamente scala posizioni, fino ad arrivare a ricoprire ruoli di vertice agli inizi degli anni ’70. Nel 1975 diventa presidente di quello che è l’istituto della finanza «bianca» in stretta relazione con lo Ior, la «banca» vaticana allora guidata dall’arcivescovo Paul Marcinkus. Lo stesso anno conosce Licio Gelli ed entra nella P2. Una mossa che si rivelerà esiziale: pochi anni dopo, sarà proprio l’emergere dello scandalo legato alla loggia massonica e a suoi addentellati con il mondo della politica e dell’economia a travolgere l’Ambrosiano, rimasto senza «protezione»: un crack da circa mille miliardi di lire. Scricchiolii legati a irregolarità e problemi di bilancio cominciarono a manifestarsi già alla fine degli anni ’70. Ma è nel 1980 che l’istituto di credito deve affrontare una vera e propria crisi, tamponata con i finanziamenti arrivati da Bnl e Eni: per ottenerli, Calvi versò tangenti al Psi. L’anno dopo scoppia il caso P2 e il banchiere, il 21 maggio, finisce in manette. I suoi tentativi di trovare una sponda in Vaticano e allo Ior finiscono nel vuoto. Messo in libertà provvisoria in attesa del processo, cerca aiuti ed entra in contatto con il finanziere Flavio Carboni, considerato in rapporti con Pippo Calò. E proprio Carboni è un personaggio chiave della sua fuga e dei suoi ultimi giorni di vita: il 9 giugno 1982 Calvi lascia Milano e a Roma incontra Carboni. Poi si sposta a Venezia, a Trieste, passa in Jugoslavia e da qui in Austria, incontra nuovamente Carboni al confine con la Svizzera e parte per Londra. È il 15 giugno 1982. Tre giorni dopo viene trovato impiccato sotto il Blackfriars Brigde. In un primo momento si prova a far passare la tesi del suicidio, sia a Londra, sia a Milano, nella prima indagine avviata. Ma ben presto si capisce che le cose non quadrano: spuntano nuovi elementi e il caso viene riaperto a Roma, questa volta per omicidio volontario e premeditato. Nel 1997 viene emessa un’ordinanza di custodia cautelare per Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di essere i mandanti dell’omicidio. Il processo inizia il 5 ottobre 2005 e oltre a Calò e Carboni, vede imputati con l’accusa di omicidio Ernesto Diotallevi, l’ex contrabbandiere Silvano Vittor, che avrebbe aiutato Calvi a espatriare, e Manuela Kleinszig, ex compagna di Carboni. Perchè Calvi fu ucciso? Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Luca Tescaroli, Maria Monteleone e Francesco Verusio, «per punirlo di essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle organizzazioni criminali» Cosa Nostra e Camorra, recitava il capo di imputazione. Ma il verdetto della sentenza, il 6 giugno 2007, decretò l’assoluzione di tutti gli imputati, stabilendo però che quello di Calvi fu un omicidio. Un’impostazione che, di fatto, si mantenne anche nella sentenza di appello, pronunciata il 7 maggio 2010. Il 22 dicembre successivo Tescaroli presentò ricorso in Cassazione. Il pm è sempre stato convinto del ruolo di Carboni nella vicenda: «La soppressione del banchiere avrebbe assicurato a Carboni l’impunità per i delitti di bancarotta del Banco Ambrosiano e di riciclaggio in cui è risultato coinvolto», scrive nel ricorso. Ma il 17 novembre 2011 la Suprema Corte ha detto no a una riapertura del processo. Sostanzialmente perchè, come emerge della motivazioni, nei confronti degli imputati emerge un quadro indiziario e difettano prove certe.

mercoledì 16 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1961 Rudolf Nureyev chiede asilo politico alla Francia.
Rudolf Hametovic Nureyev, indimenticabile ballerino, è il personaggio che ha rivoluzionato il ruolo maschile nella danza. Nato il 17 marzo 1938 su un treno in una regione del lago di Baikal, durante un viaggio che la madre aveva intrapreso per raggiungere il marito a Vladivostock (che si era ivi trasferito per ragioni di lavoro), comincia a prendere lezioni di danza all'età di undici anni da un'anziana insegnante, la signora Udeltsova, che aveva fatto parte nientemeno dei leggendari "Ballets Russes" di Diaghilev (gli stessi che avevano collaborato con personalità artistiche del calibro di Stravinskij, Ravel, Matisse, ecc.).
Nel 1955 entra a far parte della prestigiosa scuola di ballo del Teatro Kirov di Leningrado e tre anni dopo è ammesso in compagnia. Durante una tournée in Europa, come molti artisti suoi compatrioti, chiese asilo politico alla Francia, per sfuggire all'oppressivo regime sovietico, alle sue imposizioni e gerarchie.
Correva l'anno 1961 e nella storia quella è una data che vuol dire solo una cosa, guerra fredda. La contrapposizione, basata sul precario equilibrio nucleare, fra le due superpotenze allora vigenti, l'Unione Sovietica appunto e gli Stati Uniti d'America.
In quel clima già rovente, quando gli anticomunisti non perdono occasione per denunciare le infami condizioni di vita instaurate nel paese del socialismo reale, si scatena un vero caso internazionale. Il suo nome finisce su tutti i giornali, non sempre per i nobili motivi legati alla danza, ma per quelli più terreni della politica e questo lo porta, volente o nolente, ad essere conosciuto da un più vasto pubblico, non necessariamente interessato all'arte e al ballo.
Comincia così la sua carriera in Occidente con la compagnia del Marchese di Cuevas, con il Balletto Reale Danese di Erik Bruhn e poi con il Royal Ballet di Londra dove fra l'altro instaura un celebre sodalizio con Margot Fonteyn, con la quale forma la mitica coppia destinata ad incantare il pubblico di tutti i teatri del mondo.
Nel corso della sua vita, Nureyev ha interpretato decine di ruoli, sia classici che moderni, sempre con enormi potenzialità tecniche e di immedesimazione. Ciò significa che, al pari dei cantanti lirici che per essere tali a tutti gli effetti non devono limitarsi a saper cantare, il ballerino era anche un grande attore, capace di coinvolgere il pubblico e trascinarlo nel vortice delle storie raccontate in musica dai grandi compositori.
Infine, non bisogna dimenticare che crearono per lui tutti i massimi geni della coreografia, fra i quali vanno annoverati Ashton, Roland Petit, Mac Millian, Bejart e Taylor.
Malato da tempo di Aids, il grande ballerino si è spento presso un ospedale parigino il 6 gennaio 1993 dopo l'ultima tormentata relazione con il cantante rock Freddie Mercury.
Il suo corpo, per decisione del ballerino stesso, riposa presso il cimitero russo ortodosso di Nostra Signora dell'Assunzione a Sainte-Geneviève-des-Bois, Francia.

martedì 15 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1978 Giovanni Leone, presidente della Repubblica Italiana, si dimette.
Giovanni Leone nasce nel 1908. Il padre è uno dei fondatori del partito popolare. Come il padre segue la carriera forense diventando un penalista di fama, docente universitario e autore di un famoso manuale in cui si sono formate generazioni di avvocati. Nel 1944 entra nelle fila della DC. E' un convinto sostenitore delle ragioni repubblicane nel referendum istituzionale e nel 1946 a soli 36 anni viene eletto all'assemblea costituente. Viene eletto presidente della camera nel 1955; viene incaricato di presiedere due governi "balneari" nell'estate del 1963 e del 1968.
Nel 1971 vi sono le elezioni del presidente della repubblica. La candidatura di Fanfani tramonta a causa delle divisioni interne al partito cattolico e della propensione socialista a chiedere un candidato "progressista" dello scudocrociato. La DC si riunisce per decidere chi candidare tra Moro e Leone. Secondo le Memorie di Leone, alla fine in seno al partito prevale lui per tre voti. Il 29 dicembre 1971 Giovanni Leone giura come sesto presidente della Repubblica, eletto la vigilia di notale al 23° scrutinio con i voti decisivi del MSI. I primi anni al Quirinale sono un successo, anche Oriana Fallaci scrive un articolo in cui manifesta il suo apprezzamento per Leone.
Ma l'idillio è destinato ad interrompersi. Nel febbraio 1976 una commissione parlamentare americana indaga sulla Lockeeed, un colosso dell'aviazione che pagava tangenti per vendere i suoi aerei. Nella vicenda risultano coinvolti anche politici italiani. A partire dal 1969 la società americana Lockeed si è assicurata la vendita di aerei militari Hercules C-130 grazie alla corruzione di uomini di governo italiani. I giornali di casa nostra riprendendo la notizia fanno riferimento anche ai mediatori italiani dell'affare Lockheed, i fratelli Ovidio e Antonio Lefebvre. Quest'ultimo è un amico di vecchia data del presidente della Repubblica Leone. Dalle carte dell'azienda americana spuntano riferimenti al presunto destinatario delle tangenti il cui nome in codice sarebbe Antelope Cobbler (per alcuni sarebbe in realtà Antelope Gobbler "mangiatore di antilopi" cioè Leone; o un misterioso uomo politico che in viaggio in America si sarebbe soffermato in una vetrina ad ammirare scarpe di antilope, riferimento a un viaggio fatto da Leone in cui avrebbe comprato delle scarpe per la moglie Vittoria).
Il 21 aprile 1976 la commissione parlamentare inquirente italiana ( secondo la nostra Costituzione il presidente della Repubblica e i ministri per i reati compiuti nell'esercizio delle loro funzioni vengono sottoposti a uno speciale procedimento che prevede la messa in stato di accusa operata dal Parlamento e il giudizio affidato alla Corte Costituzionale) riceve dalla Lockeed le chiavi per decrittare i nomi in codice. Antelope Cobbler è un primo ministro italiano . Tra il 1968 e il 1970 i presidenti del Consiglio sono stati tre: nel 1968 Aldo Moro e Giovanni Leone; nel 1969 e nel 1970 Mariano Rumor; è proprio durante il ministero Rumor che si svolge la vendita degli Hercules; nonostante le cose sembrino farsi più chiare la stampa continua a ritenere coinvolto Leone sulla base dell'amicizia con Antonio Lefebvre.
L'11 febbraio 1977 la commissione inquirente assolve l'ex presidente del Consiglio Mariano Rumor; Antelope Cobbler è lui ma non ha ricevuto alcuna tangente. Sono invece rinviati a giudizio del parlamento il Dc Luigi Gui e il socialista Mario Tanassi, entrambi ministri della Difesa nei governi Rumor.
I radicali chiedono un supplemento d'inchiesta e denunciano Leone, assieme a Rumor, Tanassi e Gui per associazione a delinquere.
Il 14 aprile 1977 la commissione inquirente archivia la denuncia dei radicali contro Leone per "manifesta infondatezza". Il parlamento rinvia intanto Gui e Tanassi al giudizio della Corte Costituzionale.
Nonostante Leone sia uscito completamente scagionato da questa vicenda gli attacchi mediatici contro di lui non si placano.
Nel marzo del 1978 esce "Giovanni Leone. La carriera di un presidente". Si tratta di un Libro-pamphlet durissimo contro Leone che diventa subito un best seller: 700000 copie vendute. Il libro, scritto da Camilla Cederna, dipinge un ritratto inquietante di un presidente corrotto che arriva a vendere persino le grazie da concedere a camorristi. Le accuse del libro si riveleranno prive di ogni fondamento e infatti quando i familiari di Leone faranno causa alla Cederna per diffamazione, la giornalista viene condannata a un risarcimento miliardario.
Il 12 maggio 1978 il settimanale l'Espresso pubblica un capitolo del libro della Cederna dedicato ai figli del presidente giudicati troppo disinvolti negli affari e negli amori. Inizia da quel momento una compagna dell'Espresso senza tregua contro Leone.
Si arriva al 21 maggio 1978: L'espresso pubblica un articolo sullo scandalo Lockheed. Nonostante l'innocenza comprovata, la campagna contro il presidente della Repubblica recupera le vecchie accuse di corruzione.
L' 11 giugno 1978: arriva l'ultima accusa. L'espresso scrive un articolo in cui si contestano a Leone l'abusivismo edilizio e la frode fiscale. Accuse anche queste accertate come inconsistenti. Nessuna contestazione fiscale venne mai mossa a Leone riguardo alla villa da lui posseduta fuori Roma.
Il fatidico 14 giugno Leone ha un colloquio prima con il presidente del Consiglio Andreotti , e quindi con il segretario della DC Zaccagnini. Nelle sue memorie Leone definirà ostile l'atteggiamento di Zaccagnini e che alla base di quell'atteggiamento vi era oltre "alla sottile malcelata ostilità politica di sempre anche il risentimento per il forte contrasto nella conduzione del caso Moro".
Il giorno seguente la direzione del PCI si riunisce a Botteghe oscure per discutere la posizione da assumere nei confronti del capo dello Stato: si decide per chiedere le dimissioni di Leone. Alla Camera dei deputati (13,30) Pajetta chiede ufficialmente a nome del PCI le dimissioni del presidente della Repubblica. Alle 14,30 Zaccagnini e Andreotti si recano al Quirinale per comunicargli che nella DC si riteneva la situazione non più sostenibile. Leone sentendosi abbandonato anche dal suo partito di lì a poche ore annuncerà le sue dimissioni.
L'1 marzo 1979 la Corte Costituzionale condanna Tanassi per corruzione nell'affare Lockeed. Leone però si è già dimesso da nove mesi da Presidente della Repubblica.
La parabola discendente di Leone è strettamente connessa ali tragici avvenimenti legati al sequestro di Moro: il 29 aprile 1978 Moro scrive una lettera a Giovanni Leone nella quale gli chiede di farsi promotore di "equa ed umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici". Fanfani e Craxi sono convinti che uno scambio di prigionieri sia possibile. Leone è pronto a firmare la richiesta di grazia a favore di una brigatista. Dice: "ho l'anima pronta e la penna a disposizione per qualsiasi grazia purché mi sia proposta". Si esamina la possibilità di destinare l'atto di clemenza a Paola Besuschio, brigatista in carcere per varie rapine ma che non si è mai macchiata di omicidi.
Durante quelle frenetiche giornate giunge una telefonata della moglie di Moro a Leone: questi alla presenza di Cossiga è pronto a telefonare a Zaccagnini. Ma Cossiga lo blocca invitandogli a pensare che un simile atto avrebbe comportato un'interferenza all'attività del governo. Leone fa comunque un tentativo estremo per rinvitare Zaccagnini a convocare il Consiglio Nazionale. L'obiettivo è quello di instaurare una trattativa tra DC e BR così da dare quel riconoscimento politico che le stesse BR cercano.
Il 9 maggio 1978 alle ore 12 si riunisce la direzione nazionale della DC; ma mentre Fanfani sta per prendere la parola (per chiedere la convocazione del Consiglio nazionale e annunciare la disponibilità di Leone a concedere la grazia alla brigatista Besuschio) arriva una telefonata che annuncia il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani.
Appena 45 giorni dopo la morte di Moro vi saranno le dimissioni di Leone. Esse si inseriscono anche nel clima politico seguente all'omicidio di Moro che mette in crisi il compromesso storico tra DC e PCI. Possono essere viste come un estremo tentativo di salvare l'alleanza tra comunisti e democristiani, destinata poi a fallire.
Un'altra spiegazione la dà lo stesso Leone in un'intervista al Corriere della Sera del 1995. Dietro la campagna di stampa ci sarebbero stati i servizi segreti deviati in collegamento con la P2 il riferimento è agli articoli scritti da Mino Pecorelli, direttore di OP ( e citato dalla Cederna nel suo libro) e al tempo dei fatti iscritto alla P2. Questi sospetti trovano conferma in un incontro avvenuto nel 1976 tra il segretario socialista Craxi e il capo della P2 Gelli che gli dice che con una campagna stampa sarebbe possibile cambiare il presidente della Repubblica. Questo incontro verrà confermato dallo stesso Craxi in un'audizione alla commissione d'inchiesta sulla P2. Nella relazione di minoranza della commissione parlamentare si scrive: "Le motivazioni di questa ostilità (di Gelli verso Leone) sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal presidente Leone nei confronti del "Venerabile" della P2 che aveva cercato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione a presidente avvenuta nel 1971". "Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore di OP, iscritto alla P2, e molto legato a Gelli, almeno nel periodo a cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del presidente Leone. Campagna che ebbe notevoli ripercussioni politiche, anche perchè fu sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza del suo libro di accusa contro il presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica".
La campagna diffamatoria di OP si basava sulle avventure galanti dei figli di Leone e sulla presunta infedeltà (del tutto falsa) della moglie Vittoria.
Solo vent'anni dopo, nel 1998 , i radicali, tra i principali accusatori di Leone, chiederanno pubblicamente scusa a Leone riconoscendo che questi era totalmente estraneo a qualunque fatto criminoso. Giovanni Leone muore nel 2001 a 93 anni.

lunedì 14 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1934 Hitler e Mussolini si incontrano per la prima volta.
Fu Venezia lo scenario in cui ebbe luogo, dal 14 al 16 giugno del 34, il primo incontro tra Mussolini e Hitler. Per quest'ultimo fu la prima occasione di effettuare un viaggio all'estero in veste di capo di Stato.
Per espressa volontà di Mussolini furono ostentati sfarzo e lusso e la visita, più volte rimandata dal duce che continuava a considerare il cancelliere un sobillatore, si concluse con un successo personale e politico del capo del Governo italiano.
Davanti ai due argomenti cardine dell'incontro (la questione austriaca e il problema del riarmo della Germania) Mussolini e Hitler rimasero sostanzialmente sulle proprie posizioni.
Oltre a ricostruire la visita di Stato, primo contatto della società italiana con il nazismo e il suo capo, è interessante porre l'attenzione sul ruolo di Venezia in occasione di questo evento.
La visita fu uno spettacolo in cui Mussolini ricoprì il ruolo di primo attore e mise in ombra il suo ospite. La scenografia, e non le questioni strettamente politiche, fu l'interesse principale di Mussolini e, infatti, l'ospite tedesco ne rimase fortemente colpito. La scelta di Venezia, come le tappe dell'incontro, non fu casuale: nella villa Pisani di Stra, dove era stato Napoleone, vi soggiornava ora il "nuovo" imperatore Mussolini che decise di tenere lì il primo dei due colloqui con il cancelliere.
La città lagunare fu un perfetto palcoscenico per mostrare agli occhi di un visitatore esterno la grandezza dell'Italia. Il regime, per mezzo di Venezia, dava di sé un'immagine cosmopolita e poteva presentarsi come una grande potenza culturale. Venezia coniugava in sé il passato e il futuro: accanto all'arte e alla tradizione rinascimentale e barocca si stagliavano l'industria e la modernizzazione, impersonata da figure imprenditoriali e politiche come Volpi, Gaggia, Cini, Giuriati e rappresentata dal nascente Porto Marghera, dalla Mostra del Cinema, dalla Biennale dell'Arte, dal ponte translagunare automobilistico e piazzale Roma, dal ponte all'Accademia e degli Scalzi.
La città era quindi perfetta espressione della politica del regime e ottimo strumento di propaganda delle sue realizzazioni; al contempo era specchio di quel regime che voleva coniugare in ogni campo la tradizione con la modernità, il vecchio con il nuovo.

domenica 13 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1948 la squadra dei New York Yankees ritira la maglia numero 3 di Babe Ruth.
Babe Ruth (il cui vero nome è George Herman) nasce il 6 febbraio 1895 a Baltimora, al 216 di Emory Street, in un casa del Maryland presa in affitto dal nonno materno, un immigrato dalla Germania (alcune fonti inesatte riportano come data di nascita il 7 febbraio 1894: lo stesso Ruth, fino ai quarant'anni di età, crederà di essere nato in quel giorno).
Il piccolo George è un bambino particolarmente vivace: salta spesso la scuola, e non di rado si lascia andare a qualche furtarello. A soli sette anni, già completamente sfuggito all'autorità dei genitori, mastica tabacco e beve alcol. Viene quindi spedito alla St. Mary's Industrial School for Boys, un istituto gestito da frati: qui incontra Padre Matthias, la figura che più diventerà influente per la sua vita. È lui, infatti, a insegnargli a giocare a baseball, a difendere e a lanciare. George, in virtù di una notevole caparbietà, viene nominato ricevitore della squadra della scuola, mostrando doti importanti. Ma, quando un giorno padre Matthias lo spedisce sul monte di lancio per punizione (aveva deriso il suo lanciatore), capisce che il suo destino è un altro.
Il ragazzo viene segnalato a Jack Dunn, manager e proprietario dei Baltimore Orioles, team di una lega minore. Il diciannovenne Ruth viene ingaggiato nel 1914, e spedito allo spring training, vale a dire l'allenamento di primavera che anticipa l'inizio della stagione agonistica. Guadagnatosi ben presto il posto in squadra, ma anche il soprannome di "Bambino di Dunn" ("Dunn's Babe"), sia per il suo talento prematuro che per i suoi comportamenti talvolta infantili, esordisce ufficialmente il 22 aprile di quell'anno, contro i Buffalo Bisons in International League. Gli Orioles si rivelano la squadra migliore della lega nella prima parte di stagione, a dispetto di una condizione finanziaria non eccellente e della concorrenza di un'altra squadra della città in Federal League. E così, Ruth viene ceduto, insieme ad altri compagni, per far quadrare i conti, e finisce ai Boston Red Sox di Joseph Lannin per una cifra compresa tra i venti e i trentacinquemila dollari.
Per quanto bravo, nella sua nuova squadra George deve fare i conti con una concorrenza agguerrita, soprattutto tra i mancini. Utilizzato molto raramente, viene spedito ai Providence Grays per giocare nell'International League, nel Rhode Island. Qui, aiuta la sua squadra a vincere il titolo, e si fa desiderare dai Red Sox, che lo richiamano a fine stagione. Tornato nella Major League, Ruth si fidanza con una cameriera, Helen Woodford, conosciuta a Boston, e la sposa nell'ottobre del 1914.
Nella stagione successiva parte come lanciatore titolare: il suo bilancio in squadra è di diciotto vittorie e otto sconfitte, condite da quattro fuoricampo. Uscito, in occasione delle World Series (vinte per 4 a 1), dalla rotazione dei lanciatori, e rientratovi nella stagione successiva, Ruth si rivela il lanciatore migliore dell'American League, con una media di punti guadagnati sul lanciatore di 1.75. Il bilancio parla di ventitre partite vinte e dodici perse, con un totale di nove shut-out. Il risultato? Un'altra vittoria nelle World Series, con una completa di quattordici inning contro i Brooklyn Robins.
Il 1917 è altrettanto positivo a livello personale, ma l'accesso alla post-season viene negato dagli strepitosi Chicago White Sox, protagonisti di cento partite vinte. Si capisce, in quei mesi, che il vero talento di Ruth non è tanto (o non solo) quello del lanciatore, ma quello del battitore. Nonostante i suggerimenti opposti dei suoi compagni di squadra, che credono che il suo spostarsi verso l'esterno potrebbe accorciare la sua carriera, nel 1919 Babe è ormai un esterno completo, e in 130 partite si posiziona sul monte di lancio solo diciassette volte.
È quello l'anno in cui stabilisce il record di ventinove fuoricampo in una stagione sola. Il suo mito, insomma, comincia a diffondersi, e sempre più gente accorre negli stadi solo per vederlo giocare. Le sue prestazioni, per altro, non risentono del peggiorare della sua forma fisica: Ruth, a soli ventiquattro anni, appare piuttosto pesante e con gambe possenti. Gambe che comunque gli permettono di correre sulle basi con una discreta velocità.
I Red Sox in quegli anni attraversano una situazione economica complicata: la società nel 1919 rischia di fallire, complici gli investimenti sbagliati del proprietario Harry Frazee in ambito teatrale. Per questo motivo, Ruth il 3 gennaio del 1920 viene venduto ai New York Yankees, all'epoca una squadra di seconda divisione, per una cifra di 125mila dollari (oltre a un prestito di altri 300mila dollari).
Nella Grande Mela, il giocatore si dimostra molto volenteroso e si allena con particolare dedizione. Dopo aver soffiato il posto a George Halas (che, lasciato il baseball per questo motivo, fonderà la NFL di football e i Chicago Bears), diventa lo spauracchio dei lanciatori avversari, con statistiche d'attacco eccezionali. Con cinquantaquattro fuoricampo cancella il record precedente, e mette a segno 150 basi ball. La musica non cambia la stagione successiva, con 171 punti battuti a casa e un nuovo record di fuoricampo, il terzo consecutivo, a quota cinquantanove. Gli Yankees, grazie a lui, giungono alle World Series, dove vengono sconfitti dai Giants.
Invitato, nel 1921, dalla Columbia University a eseguire alcuni test fisici, Babe Ruth mette in mostra risultati eccezionali, con una capacità di muovere la mazza a 34 metri al secondo di velocità. Diventato nel 1922 capitano in campo, viene espulso pochi giorni dopo la nomina a causa di una contestazione all'arbitro, e per protesta sale sugli spalti litigando con uno spettatore. In quello stesso anno, verrà sospeso altre volte: segno di una crisi professionale accentuata dalla lontananza dalla moglie Helen (restia ad affrontare lo stile di vita del marito) e dalla figlia adottiva Dorothy (in realtà sua figlia biologica, nata da un rapporto avuto dal campione con un'amica). E così, Ruth si dedica sempre di più ad alcol (illegale al tempo), cibo e donne, mentre in campo il rendimento è altalenante. Helen muore nel 1929 a causa di un incendio, quando è praticamente separata da suo marito, ma non divorziata (entrambi sono cattolici). Babe al tempo frequenta una cugina di Johnny Mize, Claire Merrit Hodgson, che sposerà poco dopo essere diventato vedovo.
Nel frattempo, le sue performances sportive calano progressivamente, sia perché viene scelto come titolare con minore frequenza, sia a causa di una vita sociale esuberante.
Il suo ultimo fuoricampo va in scena a Pittsburgh, in Pennsylvania, al Forbes Field il 25 maggio del 1935: pochi giorni dopo, il giocatore annuncia il proprio ritiro.
Babe Ruth muore il 16 agosto 1948 a New York all'età di 53 anni. E' sepolto ad Hawthorne.

sabato 12 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1963 al Rivoli Theatre di New York ha luogo la prima mondiale del film "Cleopatra", con Liz Taylor e Richard Burton.
Kolossal storico girato a Cinecittà con mezzi enormi e un notevole dispiegamento di energie  organizzative, Cleopatra è il film più costoso della storia del cinema oltre che quello che ha mandato in rovina la 20th Century Fox, decretando ufficialmente la fine dello Studio System. Il budget di partenza del film doveva essere di 2 milioni di dollari, cifra abbastanza usuale per il periodo, ma finì  per costare la cifra record di 30 milioni di dollari. Basti pensare che Elizabeth Taylor, che alla MGM dove era sotto contratto veniva pagata 5000 dollari per ogni settimana di lavorazione, per Cleopatra ricevette invece 125000 dollari per sedici settimane, 50000 dollari per ciascuna settimana extra, 3000 alla settimana per le spese, più il 10 per cento sull’incasso lordo del film. Con ben 194.800 dollari per i costumi di Elizabeth Taylor, Cleopatra detiene il record per la maggior somma di denaro spesa per un singolo attore. Tra i 65 costumi della diva c'era anche un vestito fatto a mano con oro da 24 carati. Per pareggiare i conti  Cleopatra avrebbe dovuto incassare più di 75 milioni di dollari e quindi sfidare la popolarità di Via col vento, ma non vi si avvicinò neppure.
Questi costi astronomici, ai quali bisogna aggiungere poi la malattia che, durante la lavorazione, colpì la Taylor (l’attrice subì una tracheotomia) e il conseguente ritardo nelle riprese del film, portarono la 20th Century Fox alla rovina.
Dei kolossal Cleopatra ha quindi tutte le caratteristiche: non solo le scenografie imponenti, si pensi alla sequenza dell’entrata a Roma di Cleopatra e la monumentale battaglia di Azio, i due momenti più spettacolari del film, ma anche le grandi masse e il gran numero di attori, le azioni di ampio respiro, una lunghezza insolita del racconto, una serie di acmi di speciale complessità e intensità drammatica, i caratteri ben rilevati, e psicologicamente però poco approfonditi, le nette contrapposizioni fra bene e male, l’esasperazione massima dello splendore figurativo e lo sfruttamento di tutte le risorse della colonna sonora e la “propensione” al fallimento.
In tutto questo l’apporto del regista Joseph L. Mankiewicz, subentrato a Rouben Mamoulian dopo qualche settimana di ripresa, e degli sceneggiatori è per forza di cose minimo.
Tuttavia il regista ha tentato di imprimere al progetto qualche impronta di stile personale: ha interpretato, ad esempio, la prima parte, quella con Cesare, come un grande dramma sociale e la seconda, quella del rapporto tra Antonio e Cleopatra, come una tragedia della passione, del conflitto tra amore e dovere.
I cinque Oscar “tecnici” vinti - fotografia, effetti speciali, scenografia, arredamento, costumi - non hanno salvato il film dall’insuccesso.

venerdì 11 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno 1910 nasce a Saint-André-de-Cubzac Jacques Cousteau.
Scienziato, oceanografo, inventore, regista ed esploratore instancabile degli abissi marini, Cousteau è un uomo che si è sempre distinto per la grande libertà interiore, avendo sempre vissuto la sua vita assecondando i suoi desideri e le sue aspirazioni, a dispetto di tutto e delle eventuali difficoltà.
Jacques Yves Cousteau nacque l'11 giugno 1910 a Saint-Andre-de-Cubzac, nei pressi di Bordeaux. Figlio di un avvocato che viaggiava spesso per lavoro, prese fin da piccolo l'abitudine di girare per il mondo. Nel 1930 entrò nell'Accademia navale, con il preciso scopo di far parte dell'aviazione di marina. Fu un brutto incidente d'auto, all'età di 26 anni, che condizionò completamente la sua vita. Per riabilitare le braccia, infatti, fu spinto dai medici al nuoto. L'utilizzo di un paio di occhialetti di protezione gli permise di scoprire le meraviglie di quello che lui stesso battezzerà "il mondo del silenzio". Durante la guerra Cousteau partecipò alla resistenza coinvolto nello spionaggio. Ciò gli valse la Legione d'Onore attribuitagli dal generale De Gaulle.
Fu proprio durante gli anni della guerra, esattamente nel 1942, che mise a punto con l'ingegner Emile Gagnan il primo erogatore per immersione subacquea. Una invenzione che avrebbe rivoluzionato il modo di scendere sott'acqua e che è rimasta ancora oggi sostanzialmente immutata. Allo stesso tempo Cousteau continuava a coltivare la sua passione per il cinema e metteva a punto una delle prime cineprese sottomarine. Alla fine degli anni '40 ci fu la svolta della sua vita: il miliardario inglese Guiness gli mise a disposizione un dragamine varato pochi anni prima. Cousteau lo battezzerà Calypso.
La prima grande spedizione avvenne proprio nel Mediterraneo, per gli scavi archeologici sul Grand Conglue, un antico relitto al largo di Marsiglia. Poi fu la volta del mitico viaggio attraverso l'inesplorato Mar Rosso e l'Oceano Indiano che porterà alla realizzazione del primo grande film: "Il mondo del silenzio", con la regia di Louis Malle. Un film premiato con Oscar e Palma d'Oro. Il libro vendette oltre 5 milioni di copie in 20 lingue differenti. Il "Mondo senza Sole" fu il suo secondo grande successo, mentre si susseguivano le spedizioni e Cousteau rivolgeva sempre di più la sua attenzione al mondo della scienza e della tecnologia dell'esplorazione subacquea. Ciò sfociò con gli esperimenti di Precontinente, dall'inizio degli anni '60, alla realizzazione delle prime immersioni in "saturazione", che consentivano all'uomo di vivere per lunghi periodi di tempo esposti ad alte pressioni. Questo concetto è la pietra miliare nel campo dell'immersione subacquea professionale, soprattutto nel campo della estrazione petrolifera in mare.
In una dichiarazione ha affermato: "Eravamo giovani quando ci siamo dedicati alla scoperta, all'esplorazione. Quando quello che ci interessava era scendere più nel profondo e vivere sul fondo del mare, recuperare i resti di una grande galera romana, affrontare gli squali, terrificanti e misteriosi mostri marini. E la gioventù è grintosa, entusiasta, totale, egocentrica, estremista, spericolata. Eravamo giovani e pensavamo a noi stessi, alla realizzazione dei nostri sogni."
"Poi siamo diventati adulti. Dunque più altruisti, più riflessivi. Allora l'interesse maggiore è diventato quello di raccontare le nostre esperienze, di coinvolgere gli altri nella nostra avventura. Lo scopo della vita è divenuto quello di infiammare gli animi, di accendere gli entusiasmi. Ci siamo resi conto che un uomo da solo non è nulla, se non si rapporta a quelli che lo circondano. Attraverso le immagini, attraverso i racconti, le esperienze vissute cambiavano forma, acquistavano spessore. Solo attraverso la divulgazione, la crescita dei singoli poteva diventare la crescita dell'intera umanità. Solo così il patrimonio di ognuno poteva entrare a far parte della cultura di tutti".
"Oggi abbiamo percorso il mondo in lungo e largo, ne abbiamo svelato e raccontato i segreti. Ora bisogna impegnarsi per conservare tutto questo. Ora si deve far sì che le immagini dei film, le storie dei libri non rimangano fini a se stesse. Bisogna lottare perché tutti abbiano diritto ad una vita felice in un pianeta ancora integro."
A fronte di queste dichiarazioni di intenti si sono succedute tantissime produzioni, che sarebbero lunghissime da enumerare. Una tappa molto importante per il Comandante fu l'onorificenza di membro dell'Académie Francaise, ottenuta nel 1989.
Cousteau è morto il 25 giugno 1997 ed è sepolto nella cappella di famiglia al cimitero di Saint-André-de-Cubzac.


giovedì 10 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1944 viene messo in atto il cosiddetto "massacro di Oradour", allorchè la terza compagnia del primo battaglione tedesco "Der Fuhrer" mette a ferro e fuoco Oradour Sur Glane in Francia uccidendo 642 civili innocenti.
Siamo ai primi di giugno del 1944. Il 6 gli Alleati sono sbarcati sulle coste della Normandia dando inizio all’invasione dell’Europa.
Dopo i primi tentennamenti dell’alto comando tedesco, convinto che quella in Normandia fosse solo una diversione in attesa del reale attacco a Calais, arrivano gli ordini di trasferimento di alcune grandi unità della Wehrmacht e delle Waffen SS. L’imperativo è: portarsi verso la zona di invasione e ributtare a mare le truppe anglo-americane. Ma in contemporanea a ciò, il movimento di Resistenza francese riceve l’ordine da Londra di avviare una serie di attacchi contro le truppe tedesche, tesi a rallentarne l’afflusso al fronte.
Il 7 giugno l’FTP (una delle sigle dei partigiani francesi) attaccò e prese il controllo del presidio tedesco di Tulle (nel dipartimento di Corrèze) infliggendo 122 perdite ai militari.
Dopo l’attacco, ma questo è tutto ancora da verificare, pare che circa 40 soldati tedeschi presi prigionieri furono fucilati dai partigiani. Tale fatto, come era prevedibile, provocò la violenta reazione delle Waffen SS.
Il giorno dopo la “Das Reich” iniziò il suo lungo viaggio verso il fronte di Normandia e alcuni suoi reparti giunsero a Tulle il giorno seguente: impiccarono subito agli alberi della città 99 dei suoi cittadini e ne deportarono 200 in Germania.
Durante questa azione però, l’SS Sturmbannführer Helmut Kampfer, comandante della 3. Kompanie, I battaglione del Reggimento “Der Fuhrer”, cadde vittima di un’imboscata dei partigiani, che lo presero prima prigioniero, dopodichè lo uccisero.
Il 10 giugno la 3. Kompanie del I Battaglione del Reggimento “Der Fuhrer” circondò il villaggio di Oradour, 22 km a nord-est di Limoges e ordinò a tutti gli abitanti di radunarsi in un parco dei divertimenti pubblico, vicino al centro del villaggio, apparentemente per controllare i documenti degli abitanti. Tutte le donne e i bambini vennero rinchiusi nella chiesa, mentre il villaggio veniva saccheggiato. Nel frattempo gli uomini vennero portati in sei granai, dove dei nidi di mitragliatrici erano già stati predisposti. Secondo il resoconto di un sopravvissuto, i soldati iniziarono a sparare agli uomini, mirando alle gambe, in modo che morissero più lentamente. Una volta che le vittime non furono più in grado di muoversi le SS coprirono i loro corpi con delle frasche e diedero fuoco ai granai. Solo cinque persone si salvarono.
Donne e bambini furono radunati invece nella chiesa, alla quale diedero poi fuoco.
Immediatamente dopo stessa sorte toccò all’intero villaggio. Nel massacro perirono 642 persone; alcune delle vittime non erano nemmeno di Oradour, ma bambini sfollati da Parigi e tutti i passeggeri di un treno che sostava nelle vicinanze. Nessuno di loro, in ogni caso, faceva parte della Resistenza francese.
Tra l’altro, le SS scelsero l’Oradour sbagliato: di fatto, il comandante della Compagnia di cui stavano vendicando a modo loro la morte ( l’SS Sturmbannführer Kämpfe) era stato ucciso a Oradour sur Vayres, a circa 25km di distanza.
Nel suo cammino verso il fronte, la divisione SS “Das Reich” fu spesso ostacolata da piccoli nuclei della Resistenza e questo accrebbe di certo la loro rabbia, tanto più che per arrivare in Normandia impiegò ben 17 giorni a causa delle distruzioni dei ponti operati dai partigiani e degli attacchi aerei ad opera dell’aviazione Alleata.
Dopo la guerra, il Generale Charles de Gaulle decise che il villaggio non sarebbe mai più stato ricostruito. Invece, sarebbe rimasto come memoriale della sofferenza francese sotto l'occupazione Nazista. Nel 1999, il presidente Jacques Chirac dedicò un centro visitatori a Oradour-sur-Glane e ribattezzò il luogo come Villaggio Martire. Una via al paese è dedicata nella città di Reggio Emilia.
Nei fatti del massacro di Oradour emerge una figura che di certo “stona” con l’idea classica della SS assassina.
Nella strage era fortemente implicato l’SS Sturmbannfuhrer  Adolf Otto Diekmann, comandante del I Battaglione da cui la 3 Kompanie proveniva.
Saputo dell’accaduto e dei 642 morti civili di Oradour,  il comandante del Reggimento “Der Fuhrer”, l’ SS Obersturmbannführer Sylvester Stadler, fece rapporto al comandante della divisione, l’SS Brigadeführer  Heinz Lammerding, chiedendo che Diekmann fosse avviato alla Corte Marziale per non aver atteso l’esito delle ricerche di Kampfer prima di mettere in atto la repressione.
La cosa prese effettivamente il suo percorso, ma Diekmann cadde in combattimento meno di due settimane dopo, per cui il caso fu archiviato dalle SS.
Sulla Rivista "Focus" del maggio 2005 viene citata una teoria, secondo la quale il paese fu devastato in realtà perchè i tedeschi pensavano che qui vi si trovasse nientemeno che il Santo Graal, la coppa del Re dei Re, che secondo teorie esoteriche avrebbe assicurato l'invulnerabilità a chi la detenesse.
Sulla vicenda di Oradour pesano ancora oggi alcuni aspetti che non tornano: due giorni prima, come già scritto, le SS della stessa divisione riprendono possesso della città di Tulle, scacciando via i partigiani che se ne erano impossessati provocando 122 morti tra i militari nazisti.
A Tulle furono però eseguite 99 condanne a morte tra la popolazione francese (più i 200 deportati), quindi una proporzione di meno di un francese per ogni soldato tedesco ucciso. A Oradour, si massacrano 642 civili per un solo militare tedesco (sia pure un ufficiale) che, tra l'altro, era dato ancora come disperso...perchè?
Dagli atti dei processi e degli interrogatori del dopoguerra, salta fuori anche un fantomatico deposito di armi e munizioni scoperto dalle SS all'interno del paese...fu questo a scatenare la rabbia dei soldati della "Das Reich"?
Altre fonti riportano il rinvenimento, durante la perquisizione del paese, dei resti di alcuni soldati tedeschi uccisi dai partigiani nei giorni precedenti, ma anche questa vicenda non ha mai avuto una prova certa.
Certo è che l'efferatezza nel compimento della strage di Oradour presenta tratti difficilmente giustificabili con la sola morte di un singolo ufficiale tedesco, anche mettendo in conto lo stress degli uomini della "Das Reich", continuamente punzecchiati da piccoli attacchi di partigiani nel loro viaggio di trasferimento verso il fronte di Normandia (dove arriveranno solo 17 giorni dopo).
Agli inizi del 1954 parte a Bordeaux l'iter di incriminazione per i fatti di Oradour. In totale vengono messi sotto accusa 22 uomini del Reggimento "Der Fuhrer" sopravvissuti al conflitto, più 46 in contumacia. Nessuno dei presenti in aula era all'epoca dei fatti ufficiale, anzi, il grado più elevato ricoperto nel 1944 era quello di Sergente (SS Hauptscharfuhrer).
Di questi 22 uomini, ben 14 provenivano dall'Alsazia, una regione di confine tra Francia e Germania spesso origine di dispute territoriali e che, nel 1940, era tornata sotto l'ala del Reich.
I 14 alsaziani furono criticati per aver preso parte al massacro; essendo comunque ex-francesi, avrebbero dovuto rifiutarsi di sparare, ma gli avvocati della difesa eressero la tesi del "Non si poteva fare altro, se non avessi sparato avrebbero sparato a me".
Di fatto, 13 di questi 14 ex SS erano in libertà ancor prima dell'inizio del processo. Uno di loro era divenuto nel frattempo un Ispettore di Polizia e un altro aveva conseguito la "Croix de Guerre" durante la guerra di Indocina nelle file dell'esercito francese.
Il processo si svolse in un clima di malumore all'interno della Francia e, alla fine, solo due degli imputati vennero condannati a morte; le altre condanne variavano dai 2 ai 18 anni di prigione.
Tale verdetto provocò malumori e proteste sia in Alsazia che nel resto della Francia: i primi pensavano che le condanne fossero state troppo dure; gli altri che fossero troppo indulgenti.
Infine, tutti gli imputati furono messi in libertà nel 1958, cinque anni dopo il processo.


mercoledì 9 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 1588 fu posata la prima pietra del nuovo (e definitivo) Ponte di Rialto a Venezia.
Situato nel cuore della città, fu costruito per attraversare il Canal Grande, l'arteria più importante di Venezia, in quello che era, ed è, il quartiere dei commerci.
E' da sempre il simbolo della mercatura e degli affari della zona più antica e attiva della città, rallegrata dalle banchine affollate e dai pittoreschi mercati che, oggi come allora, fiancheggiano il Canale.
Il primo Ponte di Rialto fu costruito attorno al 1181 per opera di Nicolò Barattieri. Pare che allora fosse un semplice ponte di barche e che si chiamasse ponte del Quartarolo, o ponte della Moneta, a memoria del pedaggio che si doveva pagare quando si usava il traghetto preesistente. Nel 1255, sotto il dogato di Ranieri Zen, fu rifatto in legno e fissato su palafitte.
Fu eretto più volte, successivamente alla sua semidistruzione operata nel 1310 da Baiamonte Tiepolo durante la sommossa seguita alla congiura, ed un'altra volta ancora dopo il crollo del 1444 quando un gran numero di spettatori, stipato sul ponte per ammirare il corteo di barche che trasportava, secondo alcuni cronisti, la marchesa di Ferrara, figlia di Alfonso I, re di Napoli e di Sicilia, ma secondo alcuni storici l'imperatore Ferderico III, lo fece crollare causando la morte di oltre venti persone.
Venne ricostruito sempre in legno ma più largo, con delle botteghe ai lati e con la parte centrale mobile per far passare gli alberi delle imbarcazioni. Fu allora che il ponte venne chiamato "di Rialto", come ancor oggi lo conosciamo.
Il dipinto di Vittore Carpaccio La guarigione dell'ossesso, oggi conservato alle Gallerie dell'Accademia, mostra com'era quest'ultimo ponte levatoio in legno.
Restaurato ai primi del 1500 ad opera dell'architetto Giorgio Spavento, crollò in parte nel 1523 e, di nuovo, venne ripristinato.
Nel frattempo, il Senato cominciava a discutere se rifarlo in legno o se renderlo più solido e sicuro con l'impiego della pietra e, a tal proposito, iniziò a visionare vari progetti.
Il progetto di Antonio da Ponte fu preferito a quelli di architetti famosi come Michelangelo, Sansovino e Palladio.
Costruito fra il 1588 e il 1591, il ponte è stato fino al 1854, quando fu eretto quello dell'Accademia, l'unico modo per attraversare il Canal Grande a piedi.
La struttura in pietra si rivelò talmente solida che nuovi restauri si resero necessari solo quasi centocinquant'anni dopo, nel 1738.
Il ponte è ad un'unica arcata, la cui corda misura ben oltre ventotto metri e porta due file di negozi che son collegate tra loro, al centro, da due archi di modo che l'intera lunghezza del ponte sia tripartita.
Da secoli il Ponte di Rialto è una parte molto indaffarata della città. In ogni momento della giornata si vedono folle di persone attraversarlo, frugare tra i souvenir o prendersi un pò di riposo per osservare dalle sue balaustre l'incessante attività del Canal Grande.

martedì 8 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 giugno.
L'8 giugno 452 Attila e le sue orde di Unni invadono l'Italia.
Attila nacque nel Caucaso intorno all'anno 406. Orfano di padre fin da bambino, secondo il costume unno imparò ad andare a cavallo prima ancora di camminare. All'età di soli cinque anni già aveva appreso l'arte del combattimento con arco e frecce.
All'inizio del V secolo Roma conclude un trattato di pace con il re Rua, zio di Attila, in base al quale l'Urbe doveva pagare un tributo annuale di 160 chili d'oro; inoltre entrambi gli schieramenti avrebbero trattenuto ostaggi di alto rango come garanzia. Tra gli ostaggi c'è anche Attila, mandato a vivere a Ravenna, nell'Impero Romano d'Occidente. Qui il futuro re degli Unni impara il latino e diviene testimone oculare del declino e della corruzione dell'Impero Romano. Durante il suo soggiorno Attila inizia a disprezzare i costumi decadenti dei Romani, maturando nel contempo un forte odio che lo farà diventare il più pericoloso nemico di Roma.
Attila ha vent'anni quando torna tra la sua gente. Partecipa a numerose invasioni scatenate dallo zio Rua. Alla morte di Rua, nell'anno 434, Bleda, fratello ventisettenne di Attila, diventa re: Bleda fin da subito si costruisce una reputazione di spietato capo militare.
Grazie ad un vantaggioso accordo con i Romani, Bleda e Attila lasciano i territori di Costantinopoli che erano inizialmente nelle loro mire. Gli Unni non hanno scontri con i Romani durante i cinque anni successivi; mirano all'invasione della Persia. Una sconfitta subita in Armenia costringe a rinunciare alla conquista dei territori persiani. Nel 440 tornano sui confini dell'impero romano. Aggrediscono i mercanti sulla sponda settentrionale del Danubio, minacciando così una nuova guerra. Passano il fiume e devastano le città dell'Illiria. L'esercito degli Unni, dopo aver saccheggiato Margus e Viminacium occupa Sigindunum (l'attuale Belgrado) e Sirmium (l'attuale Sremska Mitrovica), per poi sospendere le operazioni militari. Segue un periodo di calma fino al 442, anno in cui Teodosio richiama le truppe dal nord Africa ed ordina che venga coniata una nuova moneta, con lo scopo di finanziare l'azione offensiva contro gli Unni.
In risposta, Attila e Bleda nel 443 riprendono la campagna d'invasione. Compiono razzie lungo il Danubio sottomettendo i campi militari con l'uso di arieti e torri d'assedio, equipaggiamenti militari di nuova concezione. Gli Unni poi affrontano e sconfiggono l'esercito romano alle porte di Costantinopoli e soltanto la mancanza di mezzi di combattimento in grado di far breccia nelle mura massicce della città li costringe a fermarsi. Teodosio ammette la sconfitta. Soddisfatte per un po' le pretese, gli Unni fanno ritorno nel loro impero. Intorno al 445 Bleda muore ed Attila diviene l'unico re; divenuto indiscusso capo e condottiero degli Unni, rivolge nuovamente le sue mire espansionistiche verso l'Impero Romano d'Oriente.
Ovunque portasse il suo esercito, le conseguenze erano devastanti: Attila faceva massacrare ostaggi e prigionieri; anche durante le ritirate veniva perpetrata ogni tipo di tortura o violenza: le leggende che ne seguivano non facevano che accrescere la popolarità e l'ego di Attila.
I metodi erano selvaggi e brutali, il terrore veniva portato ovunque, e le città rase al suolo. La sua fama di crudeltà era così grande che bastava pronunciare il nome di Attila per terrorizzare le popolazioni delle città verso cui si dirigeva con le sue truppe, sopprimendo qualsiasi loro resistenza e inducendole ad aprirgli le porte senza colpo ferire.
Dopo aver attraversato le terre germaniche e francesi, Attila torna in Italia nel 452: l'esercito, composto soprattutto da truppe germaniche, avanza su Trieste ma viene fermato ad Aquileia, città fortificata di grande importanza strategica: il suo possesso permetteva di controllare gran parte dell'Italia settentrionale. Attila cinse la città d'assedio per ben tre mesi, tuttavia inutilmente. Una leggenda racconta che proprio mentre era sul punto di ritirarsi, da una torre delle mura si sarebbe levata in volo una cicogna bianca, abbandonando la città con il piccolo sul dorso. Re Attila, superstizioso, a quella vista avrebbe ordinato al suo esercito di rimanere: poco dopo, la parte delle mura dove si trovava la torre lasciata dalla cicogna, sarebbe crollata.
Attila si impossessa così della città, che rade al suolo senza lasciare più nessuna traccia della sua esistenza. Si dirige poi verso Padova, che saccheggia completamente. Prima del suo arrivo molti abitanti della città cercano rifugio nelle paludi, dove fonderanno la città di Venezia. Nessun'altra città tenta la resistenza e Attila può avanzare fino a Milano senza difficoltà.
Attila conquista Milano e si stabilisce per qualche tempo nel palazzo reale. Famoso è rimasto il modo singolare con cui affermò la propria superiorità su Roma: nel palazzo reale c'èra un dipinto in cui erano raffigurati i Cesari seduti in trono e ai loro piedi i principi sciti. Attila, colpito dal dipinto, lo fece modificare: i Cesari vennero raffigurati nell'atto di vuotare supplici borse d'oro davanti al trono dello stesso Attila.
Scacciato da Ravenna l'imperatore Valentiniano III, lascia l'Italia e fa ritorno al suo palazzo attraversando il Danubio. Pianifica un nuovo attacco a Costantinopoli, ma muore nei primi mesi del 453 (proabilmente il 16 marzo). I guerrieri Unni di Attila, dopo aver scoperto la sua morte, tagliano le loro chiome e si sfregiano con le proprie spade in segno di lutto. Re Attila viene seppellito in un triplo sarcofago d'oro, argento e ferro con il bottino delle sue conquiste; il corteo funebre viene ucciso per mantenere segreto il suo luogo di sepoltura. Secondo alcune leggende ungheresi il sarcofago si troverebbe tra il Danubio e il Tibisco, in Ungheria.
L'ultimo e più potente sovrano degli Unni, governò un vastissimo impero che si estendeva dall'Europa Centrale al Mar Caspio, e dal Danubio al Baltico, unificando - per la prima ed unica volta nella storia - la maggior parte dei popoli barbarici dell'Eurasia settentrionale, dai Germani agli Slavi, ai così detti Ugro-Finni.
Sebbene il suo regno sia durato solo otto anni, in questo periodo ispirò un tale terrore che ancora oggi il suo nome è simbolo di morte e distruzione. Soprannominato flagellum Dei ("flagello di Dio") per la sua ferocia, si diceva che dove fosse passato non sarebbe più cresciuta l'erba. Ancora oggi è considerato tra i personaggi più malvagi della storia.
Nonostante il suo impero si sia disgregato alla sua morte, è diventato una figura leggendaria nella storia europea, che lo ricorda in modo diverso a seconda della zona: guerriero feroce, avido e crudele nell'area al tempo sotto Roma; condottiero impavido e coraggioso nei paesi che facevano parte del suo impero. In alcuni racconti viene celebrato come un grande e nobile re ed è il personaggio principale di tre saghe islandesi-norvegesi (Etzel, nella Saga Nibelunga; Atli, nella Saga Volsunga; e infine nell'Edda poetica).

lunedì 7 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 giugno.
Il 7 giugno 1914 i primi moti ad Ancona inaugurano quella che fu chiamata "la settimana rossa", che in breve investì tutto il paese.
La miccia fu innescata dai disordini tra lavoratori anconetani (principalmente portuari e ferrovieri appartenenti a sindacati di indirizzo socialista ed anarchico) e forze dell'ordine, schierate per difendere la parata militare celebrativa dello Statuto Albertino.
Ancona è all'epoca una città che ha già avuto numerose esperienze di rivolte e sollevamenti popolari: dai moti del pane del 1898 agli scioperi del 1913. In quel periodo inoltre si assisteva alla creazione di un fronte comune di diversi movimenti e sindacati, uniti dall'antimilitarismo. L'opposizione alle politiche di guerra non era una lotta puramente ideologica. La missione in Libia impegnava moltissimi lavoratori, che venivano chiamati alle armi e, dopo aver abbandonato tutto, subivano una formazione militare che significava semplicemente disciplinamento e repressione, in un momento in cui una profonda crisi economica attraversa il paese, costringendo la popolazione ad emigrare. Emblematiche sono le vicende di Augusto Masetti, che spara al proprio tenente al momento di partire per la Libia, e Antonio Moroni, militante socialista inviato in una compagnia di disciplina a causa della sua attività politica.
Il 7 giugno 1914 si celebra con una parata per le vie del centro l'anniversario dello Statuto Albertino; come in tutte le città d'Italia, è prevista una manifestazione contraria ai festeggiamenti, alla corona e all'esercito, per richiedere l'abolizione delle compagnie di disciplina, la liberazione di Masetti e Moroni. Lo scopo è quello di impedire la sfilata militare. Visto il divieto di manifestare, l'appuntamento per l'azione è fissato a Villa Rossa (sede del partito Repubblicano, di indirizzo mazziniano). Dopo un comizio che infiamma il pubblico, i manifestanti escono da Villa Rossa e subito incontrano lo spiegamento delle forze dell'ordine, che impedivano l'ingresso alle vie del centro. Al tentativo di forzare il blocco, i carabinieri rispondono aprendo il fuoco e uccidendo Nello Budini di 24 anni, Attilio Giambrignani di 22 e Antonio Casaccia di 17.
Inizia quindi uno sciopero selvaggio ad oltranza, continuano gli scontri con le forze dell'ordine. Vengono assaltate le armerie, i lavoratori portuali e ferroviari bloccano porto e stazione, rallentando l'arrivo di ulteriori militari chiamati come rinforzo, i palazzi pubblici vengono presi dai manifestanti: gli scontri si trasformano in battaglia.
Ha inizio quella che passerà alla storia come la settimana rossa di Ancona.
Nei giorni successivi lo sciopero si espande a macchia d'olio in tutta Italia, si hanno violentissimi scontri nella Romagna, a Milano, Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Palermo e Roma.
Intere zone della penisola sfuggono al controllo dello stato, i comitati rivoluzionari cercano di riorganizzare la vita nelle città in loro possesso. L'impronta fortemente antimonarchica e antimilitarista delle rivolte sembrano mettere il paese sull'orlo della guerra civile. L'intervento dell'esercito arriva, però, con una forza dirompente: il 10 i militari riescono a sbarcare ad Ancona. Importante ricordare anche il ruolo che ebbe CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) che, dopo aver inizialmente appoggiato lo sciopero, lo revocò e invitò i lavoratori a riportare l'ordine.
Il 14 giugno, dopo ben 16 morti tra i rivoltosi, la situazione torna definitivamente sotto il controllo dell'esercito. La settimana rossa resterà però un'esperienza rivoluzionaria importante, che fungerà da base per il biennio rosso e storicamente utile per avere uno spaccato di una Italia infuocata dal conflitto sociale, prossima alla prima Guerra Mondiale.

domenica 6 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 giugno.
Il 6 giugno 1861 muore nella sua casa a Torino il Conte di Cavour.
Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, Conte di Cellarengo e di Isolabella nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d'un dipartimento dell'impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour da giovane è ufficiale dell'esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.
Rientrato in Piemonte nel 1835 si occupa soprattutto di agricoltura e si interessa di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour diviene uno degli uomini più ricchi del Piemonte.
La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano "Il Risorgimento" segna l'avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti.
Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l'abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d'asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo) Cavour viene chiamato a far parte del gabinetto D'Azeglio come ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente viene nominato ministro delle Finanze. Con tale carica assume ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.
Prima della nomina Cavour aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L'ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari.
In politica interna mira innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale è la libertà a costituire la premessa di ogni iniziativa. Convinto che i progressi economici siano estremamente importanti per la vita politica di un paese, Cavour si dedica ad un radicale rinnovamento dell'economia piemontese.
L'agricoltura viene valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie, dovute a mancanza d'acqua per l'irrigazione, e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli; l'industria viene rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile; fonda un commercio basato sul libero scambio interno ed estero: agevolato da una serie di trattati con Francia, Belgio e Olanda (1851-1858) subisce un forte aumento.
Inoltre Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l'istituzione di una "Banca Nazionale" per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.
Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un'audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall'isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all'allontanamento dell'Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell'Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all'attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno: Il 21 luglio 1858 incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un'alleanza contro l'Austria.
Il trattato ufficiale stabiliva che:
la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l'Austria lo avesse aggredito; in caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell'Italia settentrionale con l'annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell'Emilia; uno nell'Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l'Umbria; un terzo nell'Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell'aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.
Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.
La II guerra d'indipendenza permette l'acquisizione della Lombardia, ma l'estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l'armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo.
Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale poté ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L'abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto "Italia e Vittorio Emanuele" portano così alla proclamazione del Regno d'Italia, il giorno 17 marzo 1861.
Camillo Benso conte di Cavour muore nella sua città natale il 6 giugno 1861.
La tomba di Cavour si trova a Santena e consiste in un semplice loculo posto nella cripta sotto la cappella di famiglia della chiesa dei SS. Pietro e Paolo; l'accesso avviene tuttavia dall'esterno della chiesa (piazza Visconti Venosta, su cui si affaccia anche la facciata secondaria della Villa Cavour). Lo statista è sepolto per sua espressa volontà accanto all'amato nipote Augusto Benso di Cavour, figlio di suo fratello Gustavo e morto a 20 anni nella battaglia di Goito. La cripta è stata dichiarata monumento nazionale nel 1911.

sabato 5 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 giugno.
Il 5 giugno 1968 Sirhan Sirhan spara a Robert Kennedy, candidato democratico alle presidenziali, durante un comizio. Il fratello di John Kennedy morirà poco dopo.
All'Ambassador Hotel di Los Angeles è passata da poco la mezzanotte del 5 Giugno, quando Robert Kennedy conclude il suo discorso di ringraziamento alla platea che lo festeggia per la vittoria nelle primarie, che gli vale anche la  candidatura alle presidenziali. A quel punto il programma prevede che il Senatore lasci il palco alla sua sinistra, per raggiungere la sala stampa dove lo attendono i giornalisti. Ma una sua guardia del corpo, Bill Barry, annuncia che il percorso è completamente bloccato dalla folla, e invita tutti ad uscire invece dal lato opposto. Dopo un corridoio ci sono due porte metalliche "a molla", che danno alle cucine dell'albergo. Kennedy è preceduto dal maitre dell'hotel, Karl Uecker, che lo tiene per il polso e gli apre la strada fra la gente che gli viene incontro. Sul lato destro di Kennedy cammina Thane Eugene Ceasar, la nuova guardia del corpo che ha sostituito all'ultimo momento quella abituale del Senatore. L'altra guardia del corpo di Kennedy, Bill Barry appunto, è rimasto inspiegabilmente indietro.
Mentre procedono, Kennedy risponde alle domande di un giornalista, che sta trasmettendo via radio, senza saperlo, gli ultimi istanti della sua vita. Una volta nelle cucine, Kennedy si ferma a stringere la mano a camerieri e cuochi che lo festeggiano. L'ultimo a farlo è un bus-boy di 18 anni, John Romero, che resterà immortalato con lo sguardo fisso nel vuoto, accanto al Senatore morente.
In quel momento Uecker "sente qualcosa insinuarsi fra lui e il tavolo metallico che ha davanti". E' il braccio di Shiran, che punta verso Kennedy una calibro 22 ed inizia a sparare. Kennedy lo vede, e alza le mani davanti a sè, in un gesto instintivo di protezione. Uecker ed altri si avventano sul polso di Shiran, e cominciano a sbatterlo furiosamente contro il bordo del tavolo metallico. Ma Shiran non molla la presa, e ne nasce una colluttazione che sembra non finire mai, con le urla di chi ha paura, le urla di Shiran, e quelle di chi grida agli altri cosa fare per immobilizzarlo.
Quando Shiran viene finalmente disarmato, Kennedy si ritrova a terra con tre pallottole in corpo. Una quarta gli ha forato la giacca, sotto l'ascella destra, senza ferirlo. Il Senatore fa ancora in tempo a chiedere "is everybody allright?" (stanno tutti bene?), e poi crolla in una pozza di sangue. Viene operato d'urgenza al vicino Good Samaritan Hospital, mentre l'intera nazione attende, col fiato in sospeso, davanti ai televisori. Ma l'incubo di Dallas si ripete: Kennedy non supera la crisi, e muore, alle 1.44 del mattino, senza aver più ripreso conoscenza.
Dalla registrazione dell'intervista in corso, si sente con chiarezza solo il primo colpo, e forse il secondo sovrapposto (subito dopo la parola "camouflage"), poi le urla dei presenti coprono tutto ciò che accade. Nel parapiglia risulteranno ferite 5 altre persone: Ira Goldstein, che ha ricevuto due colpi (uno gli ha attraversato il pantalone, senza ferirlo, l'altro l'ha colpito alla natica), Paul Schrade (che si trovava immediatamente dietro a Kennedy, e ha ricevuto una pallottola in testa), William Weisel, Richard Lubic ed Elizabeth Evans, anche lei colpita alla testa ma, come gli altri quattro, miracolosamente sopravvissuta.
Shiran viene arrestato, giudicato e condannato in tempi molto brevi. Basti dire che il referto autoptico, rallentato  a sua volta da strani problemi burocratici, arrivò in tribunale quando già Shiran, pur non ricordando assolutamente nulla dell'attentato, aveva ammesso la propria colpevolezza, nella speranza di ricevere una pena più mite.
Sembrò a tutti un caso chiuso.
Ma se si prova a fare il conteggio dei proiettili, scopriamo che dovremmo averne quattro per Kennedy, due per Goldstein, e uno ciascuno per gli altri quattro feriti, il che porta ad un totale di dieci proiettili, quando la pistola di Shiran - ammesso e non concesso che li abbia sparati tutti - poteva contenerne soltanto otto.
In realtà furono poi sette i proiettili estratti dal corpo delle varie vittime, due risultarono conficcati nello stipite della porta alle spalle di Kennedy, e due fori furono trovati nel pannello del soffitto proprio sopra di lui, portando il minimo a undici proiettili sparati.
Decisamente troppi per il solo Shiran.
Di fronte alla necessità di scovare un secondo sparatore - e quindi di ammettere anche una "cospirazione" - inizia a questo punto, nella versione ufficiale della polizia, un balletto di proiettili di fronte al quale il famoso "magic bullet" di Dallas è una certezza statistica inconfutabile.
Qui infatti l'unico modo per fare tutti quei danni con otto proiettili è che a) il proiettile che ha forato la giacca di Kennedy sotto l'ascella, abbia poi compiuto una deviazione di 80 gradi verso l'alto, per colpire la testa di Shrade che era subito dietro di lui (non a caso Paul Schrade, che non è mai stato indennizzato, è stato fra i più instancabili nel chiedere una riapertura del caso). Che b) il proiettile che ha colpito il pantalone di Ira Goldman dal davanti sia poi rimbalzato su una piastrella dietro di lui, per rientrargli nella natica in direzione opposta, ma soprattutto che c) un colpo imprecisato abbia subito anch'esso una deviazione verso l'alto di 90 gradi, per forare il pannello del soffitto sopra Kennedy, rimbalzare su "qualcosa" di non meglio indentificato nell'interstizio, tornare indietro praticando un secondo foro accanto al primo, e ferire infine Kennedy dall'alto. Insomma, una specie di cartone animato, in cui le pallottole instancabili rimbalzano dappertutto, mentre nessuno riesce a impedire a Shiran di sparare nemmeno uno degli otto colpi che aveva in canna.
Ci si domanderà a questo punto come sia stato possibile condannare il solo Shiran, di fronte ad una contraddizione matematica così lampante.
La risposta è che tutte queste informazioni non arrivarono mai alla giuria. Non dimentichiamo che nel sistema americano il giudice ha enormi poteri nel condurre il processo a suo piacimento, e questo ovviamente torna molto comodo nell'ipotesi di una cospirazione. Inoltre, l'avvocato d'ufficio di Shiran, che fu scelto dallo stesso giudice, mostrò una scarsissima predilezione per il semplice calcolo aritmetico, preferendo concentrare tutti i suoi sforzi per far apparire Shiran come uno psicopatico. Ciò appariva ai giurati come un nobile tentativo per alleviarne i termini di una condanna ormai sicura, ma in realtà sviava radicalmente il processo da quello che avrebbe dovuto essere il suo corso naturale. Vi fu poi un grosso "intoppo procedurale", come già detto, per cui la giuria non potè nemmeno vedere l'autopsia sul corpo di Kennedy, che avrebbe smentito in pieno - come vedremo in seguito - la versione ufficiale dei fatti.
A questa procedura chiaramente deformata, si aggiunga il fatto che tutti gli elementi rimossi dal luogo del delitto (lo stipite della porta, i pannelli del soffitto, e la pistola stessa di Shiran) o "andarono perduti" dopo il processo, oppure "furono buttati via" dalla polizia di Los Angeles, perchè "occupavano spazio inutilmente". Che nessuno si sognasse mai, in altre parole, di riaprire un caso chiuso così abilmente sotto gli occhi di tutti.
(Sorte simile era toccata agli appunti di 7 ore di interrogatorio a Lee Harvey Oswald, che furono "buttati via" dalla polizia di Dallas, subito dopo la sua morte, perchè "tanto era chiaro che era stato lui." Strano paese, dove ti registrano su nastro persino la deposizione per una multa non pagata, ma poi se ammazzano il presidente buttano via tutto quello che ha detto l'assassino).
"Pochi sono disposti a sfidare la disapprovazione dei compagni, la critica dei colleghi, e la rabbia della società, in nome della semplice verità." - RFK
Ma il problema più grosso, per la versione ufficiale, si chiama Thomas Noguchi. Noguchi non è stato semplicemente un coroner (il medico legale, responsabile dell'autopsia), ma colui che ha trasformato alla radice il concetto stesso di indagine post-mortem, nella storia della criminologia americana. Soprannominato "Coroner of the Stars", per aver operato da sempre su Los Angeles, Noguchi partecipò già all'autopsia di Marylin Monroe (in cui suggerì la soluzione all'enigma del finto suicidio), condusse quelle di Robert Kennedy, di Sharon Tate (la moglie di Polansky uccisa dai seguaci di Manson), di John Belushi e di tanti altri personaggi dello spettacolo, e fu inoltre colui che dimostrò, per conto della famiglia Calvi, l'impossibilità del suicidio del "banchiere di Dio", trovato impiccato sotto un ponte di Londra.
La differenza fra Noguchi e gli altri coroners sta nell'approccio globale con cui affronta i casi a lui affidati. Noguchi non esamina semplicemente il cadavere sul tavolo della morgue, ma vuole arrivare a "ricollocarlo" (idealmente, s'intende) nella precisa dinamica dell'azione. E' quindi in realtà un investigatore a sè stante, che tende ad integrare le osservazioni sul cadavere con i rilevamenti sul luogo del delitto. (Ad esempio: muovendo nelle varie posizioni il braccio destro di Kennedy, Noguchi notò che solo ad una certa angolazione il foro di entrata di un proiettile sotto l'ascella risultava perfettamente rotondo. Grazie a questo dedusse che quel colpo poteva essere giunto solo quando il Senatore aveva già alzato il braccio davanti a sè, arrivando a stabilire con precisione in che punto della sequenza fosse partito quel colpo).
Purtroppo il suo metodo, invece di venire apprezzato per l'evidente contributo che può dare alle indagni, è stato spesso osteggiato dalla polizia di Los Angeles, che ha sempre visto in Noguchi un personaggio troppo ingombrante e difficile da controllare. E avevano tutt'altro che torto.
A differenza di Dallas, dove l'FBI tolse di forza la giurisdizione del caso alla polizia locale (storico l'episodio in cui lo sceriffo di Dallas si mette di traverso nel corridoio dell'ospedale, cercando di bloccare gli uomini di Kennedy che se lo stanno portando via nella bara) la polizia di Los Angeles seppe prendere in mano il caso e portarlo fino alla conclusione senza alcun intervento federale. Questo ha reso molto più facile controllare, ad esempio, certe testimonianze scomode, come quelle di chi inizialmente aveva sentito la famosa "ragazza in polka-dot" dire "abbiamo ucciso Kennedy", ma poi al processo, stranamente, non si ricordava più di nulla. Ma soprattutto, non dovendo spiegazioni a nessuno, hanno potuto concedersi tutte le "distrazioni" già citate, alle quali si possono aggiungere episodi come l'incenerimento "accidentale" di 2400 fotografie, "convinti che fossero solo dei duplicati". La misura della sfacciataggine è qui anche la misura dell'impunità in cui sapevano di muoversi gli alti livelli del dipartimento di polizia.
Tutto questo ha da sempre tagliato le gambe in partenza ad un'eventuale riapertura del processo: oggi di quegli elementi esistono solo alcune fotografie.
Nove anni dopo però l'FBI fu costretta ad entrare in gioco, quando il giudice indipendente Thomas Kranz fu incaricato dal procuratore della Contea di Los Angeles di una revisione del caso, in seguito alle montanti proteste da parte di un numero crescente di voci pubbliche, a cui stava a cuore la verità. Il rapporto fu il solito atto di equilibrismo verbale - molto simile a quello della commissione HSCA nel caso JFK - che tendeva a ristabilire almeno una parte di verità, per accontentare le voci più esigenti, senza per questo smentire pubblicamente le stesse autorità che avevano agito inizialmente per coprirla del tutto.
Nel 1977 Kranz consegnò ai suoi superiori un rapporto completo sull'assassinio di Robert Kennedy nel quale riportava, fra le altre cose, i risultati dell'autopsia di Noguchi. Leggendoli, diventa più facile capire perchè quest'ultima faticò così tanto ad arrivare in tempo utile al processo.
Ecco cosa dice, in sintesi, il passaggio sopra citato (che compare a pagina 7 del I Volume): il colpo mortale ha penetrato il cranio dietro all'orecchio destro, frantumandosi poi al suo interno. Bruciature di polvere da sparo sull'orecchio indicano che il colpo è stato sparato da circa 3-4 cm. di distanza. (Tutti i presenti hanno testimoniato che Shiran non si è mai avvicinato a meno di un metro da Kennedy).
Altri due colpi sono penetrati accanto alla scapola e sotto l'ascella destra (il primo si è piantato nelle vertebre cervicali di Kennedy, il secondo è fuoriuscito all'altezza della spalla).
Anche i colpi penetrati nella giacca di Kennedy risultarono sparati da distanza ravvicinata.
Il paradosso è impossibile da ignorare. Shiran spara da davanti, in orizzontale, e Kennedy viene colpito da dietro, tre volte, in verticale dal basso verso l'alto (da cui i buchi nel soffitto).
Che Shiran sia stato il classico "patsy" della situazione è evidente almeno quanto il fatto che non possa aver fatto tutti quei disastri da solo. A conferma di ciò, notiamo la "solita" fantasia sfrenata della polizia (sempre dal rapporto Kranz, sotto), che per rafforzare la colpevolezza di Shiran non ha trovato di meglio che scoprire, nel cruscotto della sua macchina, un biglietto da visita e una ricevuta, datata pochi giorni prima, per l'acquisto di munizioni per una calibro .22. Per un totale di 200 proiettili, più altri proiettili sparsi un pò dappertutto, e scatole vuote sempre per proiettili rigorosamente di quel  calibro. A questo si aggiunga la testimonianza di una persona che avrebbe udito Shiran dire a voce alta, mentre li acquistava, "mi raccomando, mi dia dei proiettili di quelli che non fanno mai cilecca, è importante che questi non facciano assolutamente cilecca".
Come dire, quando il troppo storpia. Anche Oswald si era dimenticato di buttare via la ricevuta con cui avrebbe acquistato il fucile di Dallas, così come fece Timothy Mc Veigh con la ricevuta per i composti chimici che avrebbe usato per fabbricarsi la bomba di Oklahoma City.  (Noi invece siamo più sofisticati, e abbiamo gli anarchici che prendono il taxi per fare cento metri, con la bomba già innescata nella borsa, pur di farsi riconoscere dal taxista subito dopo la strage).
Vi è però una cosa che non si è ancora riuscito a capire di Shiran, e cioè la misura esatta del suo coinvolgimento nell'attentato, poichè di fatto tutti lo videro sparare a Kennedy col chiaro intento di ucciderlo.
Negli anni si sono venute accavallando le tesi più fantasiose, arrivando anche ad ipotizzare una specie di "Manchurian Candidate" programmato per uccidere e poi dimenticare tutto. Ma anche se non a quei livelli, qualcosa del genere deve essere successo, poichè lo stesso Shiran sostiene, a tutt'oggi, di non ricordare assolutamente nulla di quei momenti. Conserva un buco di memoria totale, che va dall'ingresso nell'albergo, fino al "risveglio" nella macchina della polizia.
Egli stesso si dice convinto di essere stato vittima di una macchinazione in cui, dopo averlo condizionato mentalmente, l'avrebbero drogato perchè arrivasse a commettere l'omicidio in uno stato di tale confusione mentale da non registrare nemmeno gli eventi di cui era protagonista. In effetti Shiran fu visto bere, poco prima dell'omicidio, un vistosissimo intruglio alcolico, per quanto tutti sappiano che fosse astemio sin dalla nascita.
Shiran inoltre non aveva un solo precedente penale, non aveva motivi particolari per uccidere Kennedy (anzi, disse che intendeva votare per lui alle presidenziali), ed è sempre stato un detenuto modello, nei quasi 40 anni trascorsi in prigione. (Inizialmente Shiran fu condannato a morte, ma nel 1978 la sentenza fu commutata in ergastolo, quando la California abolì la pena capitale).
Su sua richiesta, Shiran si è anche sottoposto ad una seduta ipnotica, per cercare di ritrovare nella memoria qualche fotogramma di quegli istanti fatali. Ma mentre alla domanda "parlami di Bob Kennedy", Shiran reagiva scrivendo ripetutamente "Bob Kennedy deve morire", alla domanda "chi ha ucciso Bob Kennedy" dall'incoscio di Shiran è emerso un disarmante "Non lo so, non lo so, non lo so".
Shiran è stato descritto da tutti i testimoni come un invasato che sparava a Kennedy urlando meccanicamente "Robert Kennedy must die!" "Robert Kennedy must die!"
Il fratello e l'attuale avvocato di Shiran, Lawrence Teeter, non hanno ancora perso tutte le speranze per far riaprire il processo, anche se non si rischia molto a scommettere che questo non avverrà mai.
Molto meno rumore ha fatto invece la storia di Thane Cesar, l'uomo verso il quale puntano il dito tutti gli indizi emersi finora. Presto scomparso nel nulla, fu lo stesso capo della polizia di Los Angeles a suggerire a Kennedy questa guardia del corpo privata, dopo che una delle sue aveva improvvisamente dato forfait per la serata all'Ambassador. Thane Cesar risultò poi essere un fervente sostenitore di George Wallace, il governatore del Texas a sua volta candidato presidenziale di quell'anno per l'estrema destra. Un dichiarato sostenitore del Ku-Klux-Klan, Wallace, che combatteva praticamente ogni riforma propugnata da Kennedy, sarebbe finito a sua volta su una sedia rotelle, nel 1972, in seguito ad un attentato. (L'elezione del 1968 fu poi vinta da Nixon, contro Wallace appunto, e contro Hubert Humphrey, il candidato democratico che Kennedy aveva appena sconfitto nelle primarie, e che era rientrato in lizza dopo l'assassinio).
Notiamo inoltre come la società di detectives che aveva fornito le prestazioni di Cesar a Kennedy, la Ace Security, fosse di proprietà della Lockeed Corporation, un ambiente tutt'altro che "liberal" dal punto di vista ideologico. Stupisce infatti che nell'entourage di Kennedy non abbiano pensato di rivolgersi a organizzazioni più "amiche", nell'affrontare il delicato problema della sostituzione. Ma non va dimenticato che fu proprio Bill Barry, la prima guardia del corpo di Kennedy, a suggerire all'ultimo momento la deviazione attraverso le cucine dell'Ambassador (dove si trovava Shiran in attesa), e che lui stesso poi "non riuscì" ad essere accanto all'uomo che doveva proteggere, nel momento del bisogno.
Thane invece marciava immediatamente alla destra di Kennedy, e lo tirò a terra "per proteggerlo" - come da manuale - immediatamente dopo i primi spari. E' quindi l'unico ad aver potuto sparare a Kennedy da dietro, a bruciapelo e verso l'alto, e fu anche l'unico a farsi ritrovare con una pistola in mano, alla fine della sparatoria. Non disse però se la pistola avesse sparato o meno, e nessuno si preoccupò mai di chiederglielo. E nonostante questa fosse una calibro .22 - esattamente come quella di Shiran - non fu mai esaminata al processo, e scomparve poi nel nulla, insieme agli altri mille elementi "scomodi" sequestrati dalla polizia di Los Angeles. Stessa fine fece la pistola di Shiran, a causa di una "confusione fra due buste", in cui fu gettata naturalmente quella sbagliata.
C'è infatti chi ha suggerito che la pistola di Shiran fosse caricata a salve (nel qual caso basterebbe un rapido esame per scoprirlo), per evitare di ferire Thane Cesar mentre svolgeva il suo lavoro, coperto dalle urla e dai suoi colpi a vuoto. Questo sarebbe possibile, nonostante gli 11 colpi (che a sua volta non può aver sparato Thane da solo), se si considerano due testimonianze colte sul momento, ma poi significativamente ignorate dal giudice al processo: una certa Lisa Urso disse di aver notato, subito dopo la sparatoria, un uomo biondo, vestito di grigio, che riponeva la pistola in una fondina, mentre un altro testimone disse di aver visto un uomo coi capelli scuri, vestito di scuro, sparare due colpi e allontanarsi in fretta dalla cucina. (Con Thane, e forse altri, che sparavano a Kennedy da dietro, diventa anche pù facile spiegare il colpo ricevuto nella natica da Ira Goldsten, che invece prima obbligava a suggerire un improbabile "rimbalzo su una piastrella alle sue spalle").
Qualunque sia stata la dinamica effettiva dell'omicidio, è chiaro che ruota tutta intorno a Thane Cesar, ed alla sua posizione privilegiata al fianco di Kennedy.
Troppo idealista forse, per poter accettare i compromessi necessari a guidare una nazione come l'America, e forse troppo delicato caratterialmente, per poter reggere il peso di un ruolo così impegnativo, non sapremo mai se Robert Kennedy avrebbe saputo portare a termine con successo un'eventuale sua presidenza. Difficile immaginare in lui la fermezza - o perlomeno la grandiosa capacità di bluff - che il fratello John aveva messo in mostra in occasione della crisi dei missili nel 1962, oppure quando promise, all'inizio della gara spaziale con i Russi, di "piazzare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio".
Sta di fatto che la morte di Bob Kennedy aprì la strada ad un periodo di predominio della destra repubblicana - guerrafondaia, razzista e restauratrice - che iniziò con Nixon e si protrasse, fatto salvo per la parentesi Carter 1976-80, attraverso lo stesso Nixon, rieletto nel '72, Jerry Ford che ne completò il mandato (in seguito a Watergate), Ronald Reagan, che stravinse sia nel 1980 che nel 1984, e George H. Bush, che vinse nell'88, pur perdendo contro Clinton, nel 1992.
In seguito alla morte di Bob Kennedy ci sarebbero stati quindi ben 20 anni su 24 di dominio repubblicano alla Casa Bianca.
Se poi si considera l'intero periodo post-bellico, le presidenze Kennedy-Johnson, Carter e Clinton appaiono in realtà come piccole "macchie" democratiche in un arco compatto di predominio repubblicano, che iniziò con Eisenhower, passò per il periodo sopra descritto, e riprese infine, dopo gli 8 anni di Clinton, con le due vittorie consecutive del presidente George W. Bush (2000 e 2004).
Solo 24 anni su 60 di Casa Bianca, da Eisenhower fino ad Obama, sono sfuggiti al controllo dei grandi gruppi di potere rappresentati dal partito repubblicano.
In questo senso il 1968 fu un anno cruciale per la storia americana, con la drammatica escalation in Vietnam (a cui Kennedy avrebbe immediatamente posto fine), e l'esplosione contemporanea dei movimenti giovanili e di quelli per i diritti civili, che lo stesso Kennedy e Martin Luther King rischiavano di unificare in una miscela inarrestabile di rinnovamento, se il giovane Senatore avesse conquistato la presidenza (non è escluso che intendesse scegliere proprio King come vicepresidente). Un'ipotesi evidentemente inaccettabile, per chi decise prima di far uccidere Martin Luther King, nell'Aprile di quell'anno, e poi determinò che in ogni caso Robert Kennedy non dovesse arrivare vivo alle elezioni del Novembre 1968.
Chiunque sia stato costui, di certo non fu Shiran Bishara Shiran.

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