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sabato 24 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 luglio.
Il 24 luglio del 1911 fu scoperta in Perù la citta perduta di Machu Picchu.
Nel 1911 uno studioso dell'Università di Yale, Hiram Bingham si recò in Perù alla ricerca dell'ultima città degli Inca. Quando nel 1536 Gonzalo Pizarro portò a termine la conquista (e distruzione) dell'impero Inca, l'ultimo imperatore Manco Capac fuggì con la sua gente da Cuzco e fondò la città di Vilcabamba, la città dove secondo la leggenda furono accumulate le ultime ricchezze dell'impero Inca.
Il sogno di Hiram era di ritrovare Vilcabamba, e per farlo iniziò la sua ricerca dalla capitale Inca: Cuzco. Iniziò ad esplorare la campagna circostante. Dopo vari giorni, mentre seguiva la valle del fiume Urubamba, incontrò un contadino che si offrì di mostrargli delle antiche rovine sulla cima di una montagna che lui chiamava Machu Picchu (antico picco). Al termine di una faticosa salita, Bingham vide spuntare dalla vegetazione alcune rocce bianche. Esaminando il muro capì subito che si trattava di costruzioni antiche, tanto che scrisse "Cominciai a capire che quel muro, ed il tempio semicircolare confinante, posto sopra la grotta, erano degni di essere paragonati alle più belle opere di muratura del mondo. Tanto splendore mi mozzò il fiato. Cosa poteva mai essere quel luogo?".
Bingham era convinto di aver trovato Vilcabamba, e l'anno successivo organizzò una spedizione per ripulire la zona dalla vegetazione. Fu così che venne alla luce la cittadella di Machupicchu. Bingham morì nel 1956 ancora convinto di aver scoperto Vilcabamba, purtroppo alcuni documenti spagnoli rinvenuti successivamente posizionavano la leggendaria città in direzione opposta da Cuzco rispetto a Machupicchu.
La scoperta di Bingham fu tuttavia molto importante, se si osserva la cittadella dal vicino osservatorio di Intipunku ci si rende conto della colossale sinfonia di pietra che è la città, per urbanistica, ingegneria civile, architettura e realizzazione muraria, divisa in 12 quartieri con 216 edifici.
Quando Gonzalo Pizarro raggiunse l'impero Inca rimase sorpreso da questa civiltà. Gli Inca non conoscevano né la ruota né la scrittura, eppure il loro impero si estendeva per quasi 4000 km (quanto l'impero di Giulio Cesare). Non conoscevano i cavalli, eppure le comunicazioni tra i vari angoli dell'impero avvenivano regolarmente. Uomini a piedi portavano gli ordini sotto forma di corde legate (una sorta di codice binario senza computer). Eppure Pizarro con pochi conquistadores riuscì a piegare e distruggere l'impero del sole. In parte fu grazie all'inganno: Pizarro al primo incontro con gli Inca attaccò di sorpresa la delegazione indigena senza armi prendendo prigioniero l'imperatore; in parte grazie alle epidemie: gli spagnoli portarono difatti nel nuovo mondo una serie di malattie sconosciute nel Nuovo Mondo, per le quali gli indigeni non avevano anticorpi, che stroncarono e decimarono la popolazione Inca. La rapida scomparsa di questo popolo ha lasciato senza risposta molte domande sulla loro civiltà.
Machupicchu si erge a 2300 metri di altezza, la sua conformazione fa credere che fosse una città sacra, riservata al culto del sole; vi sorgono difatti vari templi, fra questi si trova la torre del sole, un edificio di rara bellezza, e come molti edifici antichi anche in questo caso troviamo corrispondenze astronomiche legate alla sua costruzione, una sua finestra consente al sole di entrare perfettamente all'interno dell'edificio nell'alba del giorno del solstizio d'inverno. Ad ovest si trova la pietra Intihuatana, il cui nome significa "palo a cui legare il sole": si tratta di un'unica pietra lavorata a forma di tronco di piramide sormontata da una pietra meridiana, lavorata in modo sinuoso e di grande bellezza.
A Machupicchu non vennero rinvenuti oggetti di oro o di argento (erano materiali usati comunemente per creare gioielli e oggetti di vario tipo), eppure Bingham trovò solo oggetti in ossidiana, pietra, bronzo e ceramica. A Cuzco nel tempio del sole vi erano riproduzioni in oro a grandezza naturale e persino riproduzioni di piante, perchè Bingham non trovò neppure una pagliuzza d'oro?
Lo studioso peruviano Victor Angles Vergas sostiene che la città venne abbandonata prima dell'arrivo dei conquistadores. Le guerre tra tribù rivali erano frequenti e sangunose, e spesso finivano con la distruzione di intere comunità. Fù forse questo il destino di Machupicchu. Bingham trovò uno scheletro di una donna morta per la sifilide, forse la popolazione fu decimata da un'epidemia. Purtoppo possiamo fare solo ipotesi sull'abbandono di Machupicchu.
Oggi la cittadella è la testimonianza dell'incredibile livello raggiunto dagli Inca nella lavorazione della pietra: le rocce sono lavorate con precisione incredibile, tanto che risulta impossibile inserire la lama di un temperino tra di esse; di analoga precisione risultano lavorati gli angoli, tanto che nelle mura si possono trovare alcune pietre con molte faccie incastrate perfettamente nella struttura (una di queste pietre avrebbe più di quaranta facce). Le mura sono tutte edificate a secco, senza cioè l'uso di malta. Le pietre irregolari conferiscono alla struttura degli edifici una stabilità notevole, sono infatti in grado di resistere anche ai frequenti terremoti che scuotono le Ande. Una simile lavorazione delle pietre richiedeva strumenti di precisione per la loro lavorazione, eppure non sono stati ritrovati utensili in grado di lavorare il granito con cui sono costruite le mura delle città Inca.
In molti hanno pensato che gli antichi sacerdoti Inca conoscesso il modo di modellare la pietra a loro piacere, ed oggi questa teoria trova forse fondamento. Nel diario di un esploratore si trova difatti la possibile soluzione a questo mistero. Durante una spedizione sulle Ande il cavallo di un esploratore si azzoppò e lui scese ed iniziò a camminare. Dopo poco si rese conto che i suoi speroni erano stati completamente consumati dall'erba. Quest'erba scoperta per caso ed ancora priva di un nome scentifico è forse la risposta all'incredibile maestria degli Inca? Sembra di si, è infatti in grado di sciogliere i metalli e le pietre, consente di modellarle per poi restituire la forma solida al materiale disciolto. Gli Inca la conoscono da sempre, il nome della pianta è Harak Kehama, si tratta di un'erba alta circa 25 cm di colore rosso. L'altopiano dove è stata ritrovata quest'erba si trova nell'alto Perù a poca distanza da Cuzco.
Si è forse risolto il mistero delle antiche costruzioni megalitiche? Può darsi, resta però un altro tassello mancante. Come facevano gli Inca a sollevare pesanti blocchi di pietra senza l'ausilio di animali? Alcune pietre pesano difatte diverse tonnellate, e combaciano ancora perfettamente dopo diversi secoli dalla loro edificazione, eppure gli Inca non avevano animali da tiro. Purtroppo ancora non c'è una risposta a questo interrogativo, il mondo antico è pieno di opere architettoniche colossali ed apparentemente inspiegabili...

venerdì 23 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1984 Vanessa Williams è costretta a rinunciare al titolo di Miss America, prima donna afroamericana a conquistarlo, a seguito dello scandalo dovuto alla pubblicazione su Penthouse di alcune sue foto di nudo.
Ma questo "scandalo" le regalò una più vasta notorietà, tanto che decise di debuttare nel mondo discografico come cantante.
Nel 1988, pubblicò il suo album d'esordio intitolato The Right Stuff, trascinato dal singolo omonimo, che scalò le classifiche entrando nella top 10 di Billboard. L'album divenne disco d'oro e ricevette tre nomination ai Grammy Awards.
Nel 1991 la Williams pubblicò l'album The Comfort Zone, e bissò il successo del primo album, anche grazie ai brani Running Back To You e Save The Best For Last. L'album fu tre volte disco di platino.
Negli anni seguenti, i successivi dischi non raggiunsero il successo ottenuto da The Comfort Zone, ma nella sua carriera come cantante la Williams ha lavorato con artisti come Luther Vandross e Brian McKnight, con cui ha duettato in Love Is, ottenendo successi con brani come The Sweetest Days e Colors of the Wind per la colonna sonora di Pocahontas.
Come attrice la prima apparizione televisiva è stata in un episodio di Love Boat, successivamente è apparsa in Willy, il principe di Bel Air, T.J. Hooker, Star Trek: Deep Space Nine, Ally McBeal e Boomtown. Dal 2006 al 2010 è stata nel cast della serie tv prodotta da Salma Hayek, Ugly Betty, dove interpreta la perfida Wilhelmina Slater. Ha recitato la parte di Calipso nel film The Odissey nel 1997.
Per il cinema nel 1994 è apparsa nei titoli di coda del film Priscilla, la regina del deserto mentre canta la sua hit Save The Best For Last, poi ha preso parte ai film Harley Davidson & Marlboro Man con Mickey Rourke, L'eliminatore con Arnold Schwarzenegger del 1996. Nel 1998 recitò insieme al cantante/ballerino portoricano Chayanne nel film Dance with Me, mentre nel 2000 è stata accanto a Samuel L. Jackson nel cast di Shaft.
Nel 2002 lavora a Broadway nel musical di Stephen Sondheim Into the Woods, nel quale ricopre il ruolo della Strega, e ricevendo una nomination al Tony Award per la miglior attrice in un musical.
Nel 2009 ha recitato nel film Hannah Montana: The Movie, interpretando la manager di Hannah Montana.
Nel 2010 entra nel cast della settima stagione di Desperate Housewives.
Nel 2012 entra nel cast del nuovo progetto della ABC 666 Park Avenue, nel quale la Williams interpreta Olivia nel ruolo della moglie glaciale del proprietario di uno stabile in cui avvengono fenomeni sovrannaturali.
Nel 2015 Sam Haskell, uno dei responsabili del concorso Miss America, ha pubblicamento chiesto scusa alla Williams "per tutto ciò che è stato detto o fatto allora". La Williams ha ringraziato "Tutti quanti negli ultimi 32 anni sono venuti a dirmi 'Sei sempre la mia Miss America'".
Una vita intensa che la Williams, che è stata anche bersaglio di minacce di morte per questa vicenda, ha deciso di raccontare in un libro autobiografico di cui è autrice con sua madre Helen.
"Ci ho pensato a lungo prima di arrivare a scrivere il libro - ha detto la Williams - e nella mia caccia ai ricordi interpellavo sempre mia madre, chiedendole di aiutarmi a capire cosa mi stesse succedendo veramente nel momento di cui mi rammentavo". "Per il mio libro - spiega Vanessa - i suoi commenti e la condivisione con lei dei momenti del mio passato sono fondamentali". Vanessa nel libro confessa anche di essere stata molestata da bambina da un conoscente della sua famiglia. "Questa esperienza - racconta l'artista - mi ha indotta a essere ribelle da adolescente: ho fumato erba, ho condotto uno stile di vita promiscuo". Nei ricordi del libro anche le minacce subite per la sua partecipazione a Miss America.

giovedì 22 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 1991 viene arrestato Jeffrey Dahmer, ribattezzato "Il mostro di Milwaukee".
Uno dei più famosi serial killer americani, Jeffrey Dahmer , nato il 21 maggio 1960, fu ribattezzato "il mostro di Milwakee" per via delle terribili e inumane efferatezze commesse sui cadaveri delle vittime.
Il caso Dahmer si svelò in tutta la usa atrocità il 22 luglio del 1991, quando un uomo di nome Tracy Edwards si presentò alla polizia di Milwakee in evidente stato di choc dicendo di essere stato tenuto in ostaggio da un uomo sotto minaccia di un coltello. Quando la polizia, che venne guidata dal ragazzo, arrivò sul luogo indicato, la prima cosa che gli agenti avvertirono fu un fetore insopportabile, tale da levare il fiato, e che faceva chiaramente intendere che vi fosse qualcosa in decomposizione.
I poliziotti erano pronti a tutto, ma forse neanche nei loro peggiori incubi potevano pensare esistesse una cosa del genere. Celebre è poi diventato il coraggioso capitano della polizia Philip Arreola che, quando entrò nella casa di Dahmer, si trovò di fronte uno spettacolo agghiacciante: membra divelte tenute in casse di legno, tre teste conservate qua e là, tre in frigorifero e altre tre in cima all'armadio. Sconvolte da questo spettacolo, le forze dell'ordine procedettero ad una perquisizione dettagliata e minuziosa di ogni centimetro quadrato dell'antro banalmente arredato del mostro. Venne fuori di tutto, fra cui, oltre agli agghiaccianti "strumenti di lavoro" di Dahmer (secchi di metallo, seghe, coltelli da macellaio, trapani e quant'altro), ossa e teschi umani conservati con cura, casse di acido piene di resti umani, genitali mummificati conservati dentro un cappello mentre nell'armadio venne rinvenuta una mano di uomo.
Bisogna poi specificare che Dahmer, per smembrare i suoi cadaveri, usava solo strumenti manuali e non invece, come più volte si è erroneamente detto, seghe elettriche o altre diavolerie simili, dato che, per niente stupido, si premurava di non far insospettire i vicini di casa.
Una volta finita la conta delle vittime, si arrivò al probabile numero dei suoi omicidi: quindici. In seguito, però, l'imputato Damher ne confessò altri due, per i quali non è mai stato possibile trovare prove sufficienti per poterlo condannare.
Durante il processo, straziante per i parenti delle vittime, Dahmer ascoltava impassibile ogni accusa, spesso aggiungendone dettagli raccapriccianti. Pur essendoci quel buco di due vittime, bastarono comunque le altre quindici a spedirlo all'ergastolo. Scampò alla pena di morte perché in Wisconsin non è prevista. Ma Jeffrey Dahmer ha comunque trovato la morte in carcere, per mano di un ergastolano che gli ha sfondato il cranio nelle docce della prigione. Prima di essere recluso, numerosi detenuti avevano già manifestato la volontà di non volerlo con loro, dichiarazioni che di fatto rappresentavano una sotterranea minaccia di morte. Il 28 novembre 1994 Christopher Scarver, detenuto per omicidio della moglie, raccolse il testimone e finì Dahmer con la convinzione di eseguire una volontà divina.
Ma chi era in realtà questo essere mostruoso che rispondeva al nome di Jeffrey Dahmer? Una personalità squilibrata e stravolta, ovviamente, anche se non folle nel senso psichiatrico del termine (e infatti al processo non venne ritenuto tale ma capace di intendere e volere). Dahmer aveva numerosi disturbi sessuali: pur essendo un omosessuale, detestava questa categoria, soprattutto se si trattava di uomini di colore. Fortemente alcoolizzato e facilmente suggestionabile era ossessionato dal dominio e dal controllo, sia mentale che fisico. Adescava i suoi partner nei bar per omosessuali ed era spinto dall'ossessivo impulso di ricercare rapporti sadomaso che, nel caso degli omicidi, finivano con la morte per strangolamento della vittima (previa somministrazione di birra drogata all'insaputa dei partner).
Dahmer naturalmente era un necrofilo. Si dice che fin da piccolo fosse ossessionato dalla morte e che andasse in giro per le strade a cercare animali morti da sezionare. Avendo praticato il cannibalismo, conservava come detto i resti delle sue vittime, collezionando le loro ossa e mangiando parti delle carni dei suoi amanti assassinati.
Dopo la sua morte le autorità hanno voluto che il suo cervello fosse donato alla scienza, nella speranza (o illusione), che un giorno attraverso il suo studio divenga possibile capire l'origine degli orrendi crimini di cui si è macchiato.

mercoledì 21 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 1899 nasce a Oak Park, Illinois, Ernest Hemingway.
Ernest Hemingway è lo scrittore simbolo del Novecento letterario, colui il quale ha saputo rompere con una certa tradizione stilistica riuscendo ad influenzare successivamente generazioni intere di scrittori.
Appassionato di caccia e pesca, istruito in tal senso dal padre, proprietario di una fattoria nei boschi del Michigan, fin da piccolo impara a praticare diversi sport, fra i quali è inclusa la violenta e pericolosa boxe: un'attrazione per le emozioni forti che non abbandonerà mai Hemingway e che rappresenta il suo segno distintivo come uomo e come scrittore.
E' il 1917 quando comincia a maneggiare carta e penna, dopo essersi diplomato, lavorando come cronista al "Kansas City Star". L'anno dopo, non potendo, a causa di un difetto all'occhio sinistro, arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti appena scesi in guerra, diventa autista di autoambulanze della Croce Rossa e viene spedito in Italia sul fronte del Piave. Ferito gravemente dal fuoco di un mortaio l'8 luglio del 1918 a Fossalta di Piave, mentre sta salvando un soldato colpito a morte, viene ricoverato in ospedale a Milano, dove s'innamora dell'infermiera Agnes Von Kurowsky. Dopo essere stato decorato al valor militare, nel 1919 torna a casa.
Nonostante sia accolto come un eroe, la sua natura irrequieta e perennemente insoddisfatta non lo fa sentire comunque a posto. Si dedica alla stesura di alcuni racconti, del tutto ignorati da editori e dall'ambiente culturale. Scacciato di casa dalla madre che l'accusa d'essere uno scapestrato, si trasferisce a Chicago dove scrive articoli per il "Toronto Star" e "Star Weekly". Ad una festa conosce Elizabeth Hadley Richardson, di sei anni più grande di lui, alta e graziosa. I due s'innamorano e nel 1920 si sposano, contando sulla rendita annua di tremila dollari di lei e progettando di andare a vivere in Italia. Ma lo scrittore Sherwood Anderson, già allora famoso per "I racconti dell'Ohio", guardato come modello da Hemingway, lo spinge verso Parigi, capitale culturale di allora, dove la coppia addirittura si trasferisce. Naturalmente, lo straordinario ambiente culturale lo influenza enormemente, soprattutto a causa del contatto con le avanguardie, che lo spingono ad una riflessione sul linguaggio, indicandogli la via verso l'antiaccademismo.
Intanto, nel 1923 nasce il primo figlio, John Hadley Nicanor Hemingway, detto Bumby e l'editore McAlmon pubblica il suo primo libro, "Tre racconti e dieci poesie", seguito l'anno dopo da "Nel nostro tempo", elogiato dal critico Edmund Wilson e da un poeta fondamentale come Ezra Pound. Nel 1926 escono libri importanti come "Torrenti di primavera" e "Fiesta", tutti grandi successi di pubblico e di critica, mentre l'anno dopo esce, non senza prima aver divorziato, il volume di racconti "Uomini senza donne".
Il buon successo a cui vanno incontro i suoi libri lo galvanizza e nel 1928 eccolo di nuovo ai piedi dell'altare per impalmare la bella Pauline Pfeiffer, ex redattrice di moda di "Vogue". I due fanno poi ritorno in America, mettono su casa a Key West, Florida e danno alla luce Patrick, il secondo figlio di Ernest. Nello stesso periodo il turbolento scrittore porta a termine la stesura dell'ormai mitico "Addio alle armi". Purtroppo, un evento davvero tragico arriva a sconvolgere il tranquillo trend di casa Hemingway: il padre, fiaccato da un male incurabile, si uccide sparandosi alla testa.
Fortunatamente, "Addio alle armi", viene salutato con entusiasmo dalla critica e gratificato da un notevole successo commerciale. Intanto nasce la sua passione per la pesca d'altura nella Corrente del Golfo.
Nel 1930 ha un incidente automobilistico e si frattura il braccio destro in più punti. E' uno dei molti incidenti in cui incappa in questo periodo di viaggi e di avventure: mal di reni causato dalla pesca nelle gelide acque spagnole, uno strappo inguinale procuratosi mentre visita Palencia, un'infezione da antrace, un dito lacerato fino all'osso in un incidente con un sacco da pugilato, una ferita al bulbo oculare, graffi profondi a braccia, gambe e faccia prodotti da spine e rami mentre attraversa un bosco del Wyoming in sella a un cavallo imbizzarrito.
Queste esibizioni vitalistiche, il fisico muscoloso, il carattere da attaccabrighe, la predilezione per le grandi mangiate e le formidabili bevute lo rendono un personaggio unico dell'alta società internazionale. E' bello, duro, scontroso e, nonostante sia poco più che trentenne, è considerato un patriarca della letteratura, tanto che cominciano a chiamarlo "Papa".
Nel 1932 pubblica "Morte nel pomeriggio", un grosso volume tra saggio e romanzo dedicato al mondo della corrida. L'anno dopo è la volta dei racconti riuniti sotto il titolo "Chi vince non prende nulla".
Partecipa al suo primo safari in Africa, un altro terreno per saggiare la propria forza e il proprio coraggio. Nel viaggio di ritorno conosce sulla nave Marlene Dietrich, la chiama "la crucca" ma diventano amici e lo restano per tutta la vita.
Nel 1935 esce "Verdi colline d'Africa", romanzo senza trama, con personaggi reali e lo scrittore protagonista. Compra un'imbarcazione diesel di dodici metri e la battezza "Pilar", nome del santuario spagnolo ma anche nome in codice di Pauline.
Nel 1937 pubblica "Avere e non avere", il suo unico romanzo d'ambientazione americana, che racconta la storia di un uomo solitario e senza scrupoli che resta vittima di una società corrotta e dominata dal denaro.
Si reca in Spagna, da dove manda un reportage sulla Guerra civile. La sua ostilità verso Franco e la sua adesione al Fronte Popolare sono evidenti nella collaborazione alla riduzione cinematografica di "La terra di Spagna" insieme a John Dos Passos, Lillian Hellman e Archibald MacLeish.
L'anno successivo pubblica un volume che si apre con "La quinta colonna", una commedia a favore dei repubblicani spagnoli, e contiene vari racconti tra cui "Breve la vita felice di Francis Macomber" e "Le nevi del Chilimangiaro", ispirati al safari africano. Questi due testi entrano a far parte della raccolta "I quarantanove racconti", pubblicata nel 1938, che resta tra le opere più straordinarie dello scrittore. A Madrid incontra la giornalista e scrittrice Martha Gellhorn, che aveva conosciuto in patria, e divide con lei le difficoltà del lavoro dei corrispondenti di guerra.
E' il 1940 quando divorzia da Pauline e sposa Martha. La casa di Key West resta a Pauline e loro si stabiliscono a Finca Vigía (Fattoria della Guardia), Cuba. Alla fine dell'anno esce "Per chi suona la campana" sulla guerra civile spagnola ed è un successo travolgente. La storia di Robert Jordan, l' "inglès" che va ad aiutare i partigiani antifranchisti, e che s'innamora della bellissima Maria, conquista il pubblico e si aggiudica il titolo di Libro dell'anno. La giovane Maria e Pilar, la donna del capo partigiano, sono i due personaggi femminili più riusciti di tutta l'opera di Hemingway. Meno entusiasta si mostra la critica, a cominciare da Edmund Wilson e da Butler, rettore della Columbia University, che pone il veto alla scelta per il Premio Pulitzer.
La sua guerra privata. Nel 1941 marito e moglie vanno in Estremo Oriente come corrispondenti della guerra cino-giapponese. Quando gli Stati Uniti scendono in campo nella seconda Guerra mondiale, lo scrittore vuole partecipare a modo suo e ottiene che la "Pilar" diventi ufficialmente una nave-civetta in servizio di pattugliamento anti-sommergibili nazisti al largo delle coste cubane. Nel 1944 partecipa davvero alla guerra per iniziativa della bellicosa Martha, inviata speciale in Europa della rivista Collier's, che gli procura l'incarico della RAF, l'aeronautica militare inglese, di descrivere le sue gesta. A Londra subisce un incidente automobilistico che gli provoca una brutta ferita alla testa. Conosce un'attraente bionda del Minnesota, Mary Welsh, giornalista del "Daily Express", e comincia a corteggiarla, soprattutto in versi, circostanza davvero inaspettata.
Il 6 giugno è il D-day, il grande sbarco alleato in Normandia. Sbarca anche Hemingway e Martha prima di lui. A questo punto però "Papa" si getta in guerra con grande impegno, una sorta di guerra privata, per combattere la quale costituisce una sua sezione del servizio segreto e una unità partigiana con la quale partecipa alla liberazione di Parigi. Finisce nei guai per aver violato la condizione di non combattente, ma poi tutto si aggiusta e viene decorato con la 'Bronze Star'.
Nel 1945, dopo un periodo di rimproveri e di stilettate, divorzia da Martha e nel 1946 sposa Mary, quarta e ultima moglie. Due anni più tardi trascorre parecchio tempo in Italia, a Venezia, dove stringe un'amicizia dolce e paterna, appena sfiorata da un erotismo autunnale, con la diciannovenne Adriana Ivancich. La giovane e lui stesso sono i protagoniti del romanzo che sta scrivendo, "Di là dal fiume e tra gli alberi", che esce nel 1950, accolto tiepidamente.
Si rifà due anni dopo con "Il vecchio e il mare", un romanzo breve, che commuove la gente e convince la critica, raccontando la storia di un povero pescatore cubano che cattura un grosso marlin (pesce spada) e cerca di salvare la sua preda dall'assalto dei pescecani. Pubblicato in anteprima su un numero unico della rivista Life, vende cinque milioni di copie in 48 ore. Vince il Premio Pulitzer.
Due incidenti aerei. Nel 1953 Hemingway va di nuovo in Africa, questa volta con Mary. Ha un incidente aereo mentre si recano nel Congo. Ne esce con una spalla contusa, illesi Mary e il pilota, ma i tre rimangono isolati e si sparge nel mondo la notizia della morte dello scrittore. Fortunatamente si mettono in salvo quando trovano una barca: si tratta nientemeno che della barca affittata tempo prima al regista John Huston per le riprese del film "La regina d'Africa". Decidono di mettersi in viaggio per Entebbe su un piccolo aereo, ma durante il decollo il velivolo cade e s'incendia. Mary se la cava ma lo scrittore è ricoverato a Nairobi per trauma grave, perdita della vista all'occhio sinistro, perdita dell'udito all'orecchio sinistro, ustioni di primo grado alla faccia e alla testa, distorsione del braccio destro, della spalla e della gamba sinistra, una vertebra schiacciata, danni a fegato, milza e reni.
Nel 1954 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura, ma rinuncia ad andare a Stoccolma per riceverlo di persona, essendo assai provato dalle ferite riportate nei due incidenti aerei. In effetti ha un crollo fisico e nervoso, che lo affligge per diversi anni. Nel 1960 lavora a uno studio sulla corrida, parte del quale esce su Life.
Scrive "Festa mobile", un libro di ricordi degli anni parigini, che uscirà postumo (1964). Un altro libro postumo è "Isole nella corrente" (1970), dolente storia di Thomas Hudson, celebre pittore americano, che perde i tre figli, due in un incidente automobilistico e uno in guerra.
Non riesce a scrivere. Debole, invecchiato, malato si ricovera in una clinica del Minnesota. Nel 1961 compra una villa a Ketchum, Idaho, dove si traferisce non sentendosi più tranquillo a vivere a Cuba dopo la presa di potere di Fidel Castro, che peraltro apprezza.
Tragico epilogo. Profondamente depresso perché pensa che non riuscirà più a scrivere, la mattina di domenica 2 luglio si alza di buon'ora, prende il suo fucile a canna doppia, va nell'anticamera sul davanti della casa, appoggia la doppia canna alla fronte e si spara, uccidendosi come fecero Il padre Clarence, i fratelli Leicester ed Ursula e la nipote Margaux, tutti morti suicidi.


martedì 20 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 1944 Hitler scampò miracolosamente ad un attentato.
In un'Europa insanguinata da cinque anni di guerra il nazismo è vicino al collasso. A est l'Armata rossa avanza come un rullo compressore, disintegrando le difese tedesche e avvicinandosi ai confini del Reich. A ovest gli Alleati hanno conquistato la Francia mentre sul fronte italiano la Wehrmacht si ritira combattendo verso nord. La guerra è persa, è solo questione di tempo. Solo un uomo è ancora convinto della vittoria finale, Adolf Hitler, il "caporale boemo", come lo chiamano gli ufficiali aristocratici che si stanno organizzando per eliminarlo.
L'uomo chiave della congiura è il giovane tenente colonnello, conte Claus von Stauffenberg, 37 anni, eroe di guerra, pluridecorato, brillante ufficiale di Stato maggiore: un uomo colto, raffinato, amante della poesia e della musica, fervente cattolico, idealista, poliglotta, ostile alla mentalità conservatrice degli alti gradi dell'esercito. Ha combattuto in Polonia, in Francia, sul fronte russo, in Tunisia: ha perso l'occhio sinistro e la mano destra. L'opposizione a Hitler è nata alla vista delle atrocità commesse dai nazisti. Il disgusto è diventato ribellione, e la ribellione cospirazione. La coscienza ha il sopravvento sull'obbedienza. Nel settembre del '43 entra nel complotto che altri ufficiali stanno portando avanti da tempo, per una "questione di onore" ma senza fortuna. Alla moglie Nina, madre dei loro quattro figli, dice: "Sento di dover fare qualcosa per salvare la Germania". Non sopporta la vergogna di sentirsi tedesco. E' un uomo alto, eretto, l'occhio sinistro coperto da una benda nera, una figura piena di fascino e di fierezza. Assume la leadership della congiura, da uomo pronto ad arrivare al limite. E il limite è l'uccisione del Fuehrer.
Rastenburg, 20 luglio 1944. Quartier generale di Hitler, detto la "Tana del lupo". E' una giornata calda e serena d'estate, il giorno scelto per colpire il tiranno. La conferenza di Hitler, nella sala riunioni, inizia alle 12,30. Stauffenberg rompe la capsula del detonatore, entra nella sala, colloca la borsa con la bomba il più vicino possibile a Hitler, esce dalla stanza: il tutto con la massima calma. Ha commesso un errore, però: non è riuscito a innescare la seconda carica di esplosivo. Come non può immaginare che un colonnello sposti la borsa un po' più in là, accanto al massiccio zoccolo del tavolo di quercia, perché non intralci il Fuehrer, salvandogli così la vita. Alle 12,42 la stanza viene squassata da una spaventosa deflagrazione. Una fiammata e una nera nube di fumo si alzano dall'edificio. Stauffenberg riesce ad allontanarsi con la (falsa) certezza che il colpo sia riuscito e il Fuehrer eliminato. Non è così e l'Operazione Valchiria, il colpo di stato per neutralizzare i gerarchi nazisti, è destinato al fallimento. Mal condotto, poco tempestivo, incapace di isolare Berlino, "salta" quando la voce di Hitler sopravvissuto cancella ogni residua speranza.
Il complotto è soffocato in un bagno di sangue. Stauffenberg e alcuni congiurati sono fucilati la sera stessa, alla luce dei fari dei camion. Altri sono catturati. La vendetta di Hitler è feroce. Molti uomini che incarnano il meglio della Germania sono condannati a morte e impiccati a ganci di macellaio. "Dobbiamo essere crudeli - aveva detto Hitler anni prima - Dobbiamo compiere efferatezze senza rimorsi di coscienza". "Chi agirà - aveva confessato Stauffenberg prima di quel 20 luglio fatale - entrerà nella storia tedesca col marchio del traditore. Se invece rinuncerà ad agire, sarà un traditore davanti alla propria coscienza". Ora, la strada dove Stauffenberg quella sera gridò "Viva la Sacra Germania" mentre il plotone d'esecuzione faceva fuoco, si chiama Stauffenbergstrasse. Un monumento ricorda un uomo coraggioso che morì per una Germania diversa.

lunedì 19 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Il 19 luglio 1870 la Francia dichiara guerra alla Prussia: è l'inizio della guerra franco-prussiana.
Le tensioni tra Francia e Prussia erano continuate dopo la vittoria di quest’ultima nella guerra austro-prussiana, e la conseguente annessione di gran parte del Nord della Germania. La guerra rivoluzionò l’equilibrio europeo che era stato raggiunto dopo la fine delle guerre napoleoniche.
La posizione francese era messa in pericolo dall’emergere di uno stato germanico guidato dalla Prussia. Inoltre, Napoleone III non godeva di buona fama in patria. Sovvertitore della Seconda Repubblica Francese, una volta stabilito il secondo impero bonapartista, si trovò davanti a forti pressioni da parte dei leader repubblicani per le riforme democratiche, oltre che alla costante minaccia rivoluzionaria.
Nonostante il fermento rivoluzionario fosse meno pressante che in Francia, la Prussia acquisì milioni di nuovi cittadini potenzialmente pericolosi.
Gli altri Stati tedeschi mantenevano un atteggiamento campanilistico nei confronti della Prussia e dell’unificazione della Germania. La riforma legislativa, inoltre, era aggravata dal coesistere di 3 parlamenti.
In seguito all’unificazione d’Italia ed alla creazione della Confederazione Nord-Germanica, il nazionalismo era imperante, a maggior ragione dopo la nomina a cancelliere tedesco di Otto Von Bismarck, determinato a realizzare il sogno di una Germania unita, se necessario anche con “sangue e ferro”.
Bismarck vide nella guerra con la Francia l’occasione ideale per guadagnarsi l’appoggio dei nazionalisti, ed unire in questo modo tutte le fazioni in una sola nazione, a capo del re prussiano.
Napoleone III e Bismarck iniziarono a cercare un pretesto qualunque per iniziare la guerra, che si presentò nel 1870.
Il trono spagnolo era rimasto vacante dalla rivoluzione del settembre 1868. Gli spagnoli offrirono il trono al principe tedesco Leopoldo Hohenzollern-Sigmaringen, cugino del re Guglielmo I di Prussia.
Il conflitto ebbe iniziò per la possibile ascesa del candidato tedesco al trono spagnolo, a cui la Francia si opponeva da tempo.
La guerra franco prussiana segnò l’apice della tensione tra le due potenze, in seguito al crescente dominio della Prussia in Germania, al tempo una confederazione di territori semi-indipendenti.
La Francia lanciò un ultimatum al re di Prussia, che lo rifiutò. Il Cancelliere Otto Von Bismarck pubblicò quindi il celebre dispaccio Ems, un resoconto propagandistico delle trattative tra la Francia ed il re di Prussia. Fu così che la Francia dichiarò guerra alla Prussia.
Entro soli 6 mesi, l’esercito prussiano sconfisse quello francese in una serie di battaglie combattute nel Nord della Francia, arrivando ad assediare Parigi.
L’imperatore Napoleone III venne catturato in battaglia, provocando una rivoluzione non violenta in Francia, che divenne l’unica grande potenza repubblicana dell’Europa.
Nelle ultime fasi della guerra franco prussiana , gli Stati tedeschi proclamarono la propria unificazione, fondando l’Impero Germanico.
La sconfitta francese, oltre a causare il dissolvimento dell'intero esercito imperiale, provocò uno sconvolgimento politico radicale nel paese. Il crollo dell'Impero di Napoleone III avviò la fase della terza Repubblica.

domenica 18 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1995 durante una tappa del Tour de France, muore il ciclista italiano Fabio Casartelli.
Fabio Casartelli, a una lunga serie di vittorie nelle categorie giovanili, fece seguire un'altrettanto ricca carriera nei Dilettanti che, nel 1992, gli valse la convocazione per la prova su strada dei Giochi della XXV Olimpiade di Barcellona: Casartelli si aggiudicò la medaglia d'oro, primo italiano a riuscire nell'impresa dal 1968. Nel 1993 ottenne il primo contratto da professionista con la Ceramiche Ariostea di Giancarlo Ferretti, con la quale vinse una tappa alla Settimana Ciclistica Bergamasca e la classifica finale del Gran Premio Lotteria al "Giro d'Italia". Nel 1994 passò alla ZG Mobili e l'anno successivo alla statunitense Motorola, dove aveva tra i compagni di squadra Lance Armstrong. Il 18 luglio 1995, durante la quindicesima tappa del Tour de France (Saint-Girons-Cauterets), cadde lungo la discesa del Colle di Portet-d'Aspet, battendo violentemente la testa contro un paracarro: morì durante il trasporto in elicottero all'ospedale di Tarbes, senza aver mai ripreso conoscenza. Lasciò la moglie romagnola Annalisa, ex ciclista, sposata nell'autunno del 1993, e il figlio Marco, nato il 13 maggio 1995, con i quali viveva ad Albese con Cassano, sulle colline tra Erba e Como. Il giorno successivo, dopo un minuto di silenzio, partì la sedicesima tappa della corsa, che venne neutralizzata: in un mesto trasferimento, il gruppo rimase compatto e a bassa andatura; al traguardo, davanti al resto del gruppo, passarono affiancati tutti i ciclisti della Motorola, squadra di Casartelli. Primo, soltanto per la cronaca, concluse Andrea Peron. Due giorni dopo, all'arrivo della diciottesima tappa, tagliando per primo il traguardo, Lance Armstrong alzò le dita al cielo dedicando la vittoria di tappa allo sfortunato compagno di squadra. Nel 1997 venne eretta una stele nel luogo della tragedia, di fronte alla quale i corridori del Tour de France si fermano in raccoglimento in un minuto di silenzio in memoria di Casartelli, ogni qual volta il percorso del Tour passa per il Colle di Portet-d'Aspet. Al momento della caduta, Fabio non indossava nessun tipo di casco di protezione. La sua morte provocò una forte commozione nel mondo del Ciclismo professionistico ed iniziò una discussione sull'introduzione di norme che rendessero obbligatorio l'utilizzo del casco, il che avvenne però soltanto nel 2003 dopo la morte di un altro corridore: Andrei Kivilev.

sabato 17 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Il 17 luglio 1505 Martin Luther entra in convento a Erfurt. E' l'inizio di un cambiamento epocale della Cristianità.
Martin Lutero (Martin Luther), il grande riformatore tedesco, nacque il 10 novembre 1483 ad Eisleben, una cittadina nella Turingia, regione centro-orientale della Germania. Suo padre, Hans Luther, originariamente un contadino, fece fortuna come imprenditore nelle miniere di rame, mentre la madre, Margarethe Ziegler era una massaia.
Nel 1484, proprio poco dopo la nascita del piccolo Martin (primogenito di sette fratelli), i genitori si trasferirono nel vicino paese di Mansfeld, in seguito alla nomina del padre a magistrato - grazie alla rilevante fortuna acquisita - di quella cittadina. A Mansfeld Lutero frequentò la scuola di latino mentre nel 1497 si recò a Magdeburgo per intraprendere gli studi presso la scuola dei Fratelli della Vita Comune, fondati dal mistico Geert de Groote. Tuttavia Lutero vi rimase solo per un anno, andando a vivere successivamente da alcuni parenti ad Eisenach, dove risedette fino al 1501.
In quell'anno il padre lo inviò ad iscriversi all'università della città imperiale di Erfurt dove il giovane studiò arti liberali, conseguendo il baccalaureato nel 1502 e il titolo di magister artium nel febbraio 1505. E fu proprio il 1505 un anno cruciale per Lutero: secondo i suoi biografi, il 2 luglio, ritornando ad Erfurt dopo una visita ai genitori, vicino al villaggio di Stotternheim incappò in un violento temporale durante il quale fu quasi ucciso da un fulmine. Si racconta che nella tormenta Lutero, terrorizzato, fece voto a Sant'Anna che se fosse sopravvissuto avrebbe preso i voti.
Il temporale passò e lo studioso mantenne la promessa due settimane più tardi.
Naturalmente, l'episodio del temporale affrettò probabilmente un'evoluzione già in corso da tempo e non fu, come si vuol troppo semplicisticamente credere, un'illuminazione improvvisa.
Ad ogni modo entrò, contro la volontà paterna, nel convento agostiniano-eremitano di Erfurt, dove pronunciò i voti nel 1506, e dove venne ordinato sacerdote il 3 Aprile 1507. La regola dell'Ordine prescriveva una sistematica lettura della Bibbia. In breve Lutero acquistò una conoscenza straordinaria della Sacra Scrittura.
In convento, inoltre, sotto la guida del frate superiore Johann Staupitz, si dedicò allo studio degli scritti di Aristotele, Sant'Agostino, Pietro Lombardo e del filosofo scolastico Gabriel Biel, commentatore del pensiero nominalista di Guglielmo di Ockham, il cui orientamento teologico era dominante presso gli agostiniani.
Nel 1508, dietro raccomandazione di Staupitz, gli venne assegnata una cattedra di filosofia morale ed etica aristotelica all'università di Wittenberg, appena fondata nel 1502 dal principe elettore Federico III di Sassonia, detto il Saggio.
Nelle sue riflessioni stava prendendo corpo la convinzione che le nostre opere non possono essere altro che peccaminose, perché la natura umana è solo peccato. Il corollario, sul piano delle fede, è che la salvezza è concessa da Dio per la sola fede e la sola grazia.
Da Wittenberg il futuro riformatore si recò nel 1510 a Roma, assieme al suo maestro Johann Nathin, per portare una lettera di protesta in merito ad una diatriba interna all'ordine agostiniano. Lutero ne approfittò per visitare la città, facendo il giro dei luoghi santi, per guadagnare, come era consuetudine, indulgenze.
La prassi delle indulgenze, nata durante le crociate, prevedeva inizialmente che chi non poteva rispondere fisicamente all'appello dei Papi per la liberazione dei luoghi santi, si concedeva la possibilità di una partecipazione mediante un contributo in denaro accompagnato da pratiche spirituali. In seguito il principio andò estendendosi ad altre opere buone. Le indulgenze si trasformarono poi in un grosso affare bancario. La concessione dell'indulgenza ai vivi e ai defunti era dilatata al massimo ed era liberata in gran parte degli obblighi spirituali riducendosi al puro versamento del denaro.
Il 31 ottobre 1517 Lutero scrisse una lettera ad Alberto di Hohenzollern Brandeburgo, arcivescovo di Magdeburgo e di Magonza, e al vescovo di Brandeburgo, Schultz, chiedendo di ritirare la "Instructio" che disciplinava la concessione delle indulgenze e di dare doverose disposizioni. La lettera era accompagnata dalle famose 95 tesi, in cui si trattava il problema dell'indulgenza.
Solo in seguito, alla mancata risposta da parte dei vescovi egli si decise di far conoscere le sue tesi dentro e fuori Wittenberg. Le 95 tesi non respingono del tutto la dottrina delle indulgenze, ma ne limitano molto l'efficacia, soprattutto sottraendola al solo atto formale dell'offerta.
Le 95 tesi, tuttavia, non sembrarono ancora un aperto invito alla ribellione (vi affiora infatti l'immagine di un Papa non informato a sufficienza degli abusi).
Nell'ottobre del 1518, però, Lutero invitava il Papa a convocare un Concilio, riconoscendo ancora implicitamente un'autorità della Chiesa superiore al Papa. Si trattava in ogni caso del famoso appello al Concilio contro il Papa, già severamente condannato da Pio II con la bolla "Execrabilis" del 1459.
L'anno seguente, il 1519, Lutero negava pure l'autorità dei Concili. La Sola Scrittura, in pratica solo la Bibbia, e non il Magistero della Chiesa, dovevano considerarsi fonte di verità, tutte considerazioni poi approfondite in alcuni celebri scritti.
Con il presentare sulla base del principio "Sola fede, sola grazia, sola Scrittura", intendendo cioè il rapporto tra Dio e l'uomo come diretto e personale, Lutero eliminava la Chiesa quale mediatrice mediante i Sacramenti. Essi, infatti, erano ridotti al solo Battesimo e alla sola Eucarestia, sia quale detentrice del magistero. Affermazioni che non potevano non provocare un enorme scandalo, che infatti diede origine alla scissione da Santa Romana Chiesa e diede il via a quell'enorme rivoluzione culturale che va sotto il nome di Protestantesimo.
I capisaldi della dottrina luterana possono essere così sintetizzati:
Salvezza per sola fede: la salvezza non si ottiene a causa delle buone azioni; si ottiene solamente avendo fede in Dio, che può salvare chiunque Egli voglia.
Sufficienza delle 'Sacre Scritture': per comprendere le 'Sacre Scritture' non occorre la mediazione di concili o di papi; ciò che è necessario e sufficiente è la grazia divina e una conoscenza completa ed esatta di esse.
Libero esame delle 'Sacre Scritture': chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle 'Scritture'.
Sacerdozio universale: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato: tra l'uomo e Dio c'è un contatto diretto.
predestinazione del bene e del male
negazione dell'infallibilità papale
l'uomo compie azioni pie poiché è giustificato dalla grazia di Dio: non è giustificato a causa delle sue azioni pie.
i sacramenti sono ridotti al battesimo e all'eucarestia, gli unici, secondo Lutero, ad essere menzionati nella Sacra Scrittura. Essi tuttavia sono validi solo se c'è l' intenzione soggettiva del fedele, quindi perdono il loro valore oggettivo. Inoltre Lutero ritiene che nell'eucarestia vi sia la consustanziazione non la transustanziazione.
Dopo aver sconvolto con la sua Riforma l'Europa e l'equilibrio fra gli Stati, Lutero muore a Eisleben, sua città natale, il 18 febbraio 1546.

venerdì 16 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1999 precipita in mare un piper con a bordo John Fitzerald Kennedy Jr, figlio dell'ex presidente degli Stati Uniti.
La morte di John John Kennedy Junior è avvolta dal mistero. Nella notte del 16 luglio del 1999 un piccolo aereo, un Piper 32 Saratoga 2HP, monoelica e a sei posti si desintegra. Nessuno ha potuto accertare se il Piper si è fatto a pezzi per l’impatto con il mare o, addirittura prima di precipitare in acqua. A bordo dei veivolo John John di 39 anni figlio amatissimo di John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America, morto assassinato a Dallas nel 1963, la moglie di John, Carolyn Bessett di 33 anni e Lauren di 34 anni, sorella di Carolyn. Tutti morti.
Il Piper era diretto a Martha’s Vineyard , nel Massachusettes, dove i tre dovevano partecipare alle nozze di una cugina di John Jhon, Rory Elizabhet, la figlia più giovane di Bob Kennedy. L’aereo era stato acquistato usato dal giovane Kennedy che aveva il brevetto di pilota da soli 4 mesi. Cosa sia accaduto in quei pochi minuti di volo resta un mistero anche perchè il Saratoga non prevede la presenza a bordo della “scatola nera” che avrebbe potuto ricostruire esattamente cosa effettivamente sia successo. Il mare ha inghiottito tutto cancellando ogni possibile traccia di un attentato.
Un complotto, quindi, ai danni del giovane Kennedy? John Fitgerald Kennedy, meglio conosciuto col soprannome John John, era nato a Washington il 25 novembre del 1960. Si era laureato in legge e presto era diventato una delle figure di punta della vita americana. Era stato anche eletto da People come l’”uomo più sexy dell’anno“. Abile editore nel 1995 aveva fondato la rivista “George”. Nel 1996 aveva sposato Carolyn Besset. Presto la rivista era diventata una delle più apprezzate d’America. Il mensile parlava di politica in un modo inconsueto e a volte anche irriverente.
Un complotto, dicevamo, una tesi possibile suffragata dal fatto, come dichiarato da fonti molto attendibili e molte vicine al giovane Kennedy, che John aveva deciso di presentarsi alle vicine elezioni come Presidente degli USA. E la sua vittoria appariva certa. Avrebbe molto probabilmente battuto tutti gli avversari: Al Gore, George Bush Junior ed Elizabeth Dole.
Ma John era ossessionato dalla morte di suo padre e dello zio Robert. Una sua amica giornalista. Lauren Lawrence, all’indomani del disastro aereo, ha affermato : <.... era ossessionato dall’idea che qualcuno lo volesse assassinare>.. Gli investigatori hanno dato colpa della disgrazia alle pessime condizioni del tempo e l’inesperienza del pilota. Ma è una tesi che non convince. Secondo alcune “voci di corridoio” la morte di John era stata studiata a tavolino. Secondo questa ipotesi a bordo del Piper era stato sistemato un ordigno a tempo che avrebbe fatto esplodere l’areo nel momento in cui attraversava l’Oceano. Se questo fosse vero chi è stato ad organizzare il tutto e perchè?
E c’è ancora un’altra ipotesi altrettando inquietante. Secondo i rapporti dell’inchiesta svolta dal Cooperative Institute of Marine and Atmopheric Studies degli USA, a far precipitare il Piper è stata una nube tossica. Il veivolo ha incontrato sulla sua rotta una nube di inquinanti provocata dalle fabbriche del Midwest che funzionano ancora a carbone. La nube tossica era formata da microscopiche goccioline di acido solforico non rivelabili dai radar meteorogici. La caratteristica delle goccioline è che sono completamente oscuranti.
Il pilota, quindi, attravversando la nube, ha perso ogni visibilità essendo anche sera. La nube, sempre secondo l’inchiesta dell’Istituto, stagnava tra i 2 mila e 500 metri dal mare. Nel momento in cui John ha iniziato la manovra per l’atterraggio ne è stato immerso, perdendo ogni riferimento e molto probabilmente, preso dal panico, ha perso il controllo dei veivolo e si è schiantato sulle onde. L’impatto è stato fatale. Il suo corpo e stato trovato dopo 4 giorni ancora prigioniero della carlinga, mentre i cadaveri delle due donne, sbalzate fuori dall’abitacolo, sono stati ritrovati dopo alcuni giorni.
Cosa è veramente successo quella notte? Forse non si saprà mai. E’ la Maledizione che insegue la famiglia Kennedy?

giovedì 15 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1997 viene ucciso davanti alla sua casa di Miami lo stilista Gianni Versace.
Secondo la ricostruzione della polizia del luogo Versace fu ucciso da un noto gigolò di nome Andrew Cunanan, che a sua volta si suicidò dopo aver commesso il fatto.
Sul caso Versace si è scritto e parlato tanto, ma sin dal primo momento sono stati molti i dubbi che si sono sollevati sulla veridicità della vicenda, e se per la Polizia di Miami il colpevole era il gigolò Cunanan, dello stesso avviso non erano tutti coloro che all'epoca seguirono con attenzione le indagini.
Enrico Chico Forti, italiano di origini trentine, produttore televisivo e cineoperatore d'assalto, all'epoca dell'omicidio Versace si diede un gran da fare per cercare la verità e coraggiosamente andò a ficcare il naso in luoghi del tutto proibiti riuscendo addirittura ad acquistare la casa galleggiante dove fu trovato cadavere Cunanan (casa misteriosamente affondata poco dopo).
Chico Forti, dopo aver passato mesi ad indagare, raccolse tutta la documentazione di cui era in possesso e finalmente riuscì a realizzare un importante cortometraggio dal titolo "Il sorriso della Medusa", uno speciale documentario che venne trasmesso in Italia sul Canale televisivo nazionale Raitre.
Con quel documentario Chico Forti riuscì a demolire la tesi ufficiale della Polizia di Miami, «Quello che ho dimostrato è che il Gigolò Andrew Cunanan è stato portato già morto sulla house boat. La storia del suo suicidio è solamente una farsa» dichiarò Forti.
Accuse forti che non solo misero in discussione l'intero operato del reparto di Polizia di Miami, ma anche la sua credibilità e autorevolezza, un documentario che da lì in poi aprì nuovi scenari e polemiche, basti pensare alle importanti dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni da noti esponenti della criminalità italiana, come è il caso del super pentito della 'Ndrangheta Giuseppe Di Bella, che ha dichiarato agli inquirenti italiani che Versace non sarebbe stato assassinato da Cunanan, ma da un sicario assoldato dagli alti vertici della malavita, poiché la Versace aveva contratto molti debiti nei confronti della 'Ndrangheta a cui non era più in grado di far fronte.
Oggi la 'Ndrangheta è una delle organizzazioni criminali più potenti del mondo, negli Usa è riuscita a spodestare Cosa Nostra e si è alleata con messicani e colombiani nella monopolizzazione dell'import di cocaina per l'Europa. Per il governo di Washington rappresenta una "crescente minaccia", al pari dei terroristi musulmani, è globale e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda", spiegano i vertici dell'Fbi, citando l'ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia.
Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, da New York a Miami la 'Ndrangheta si è ormai allargata a macchia d'olio ed oggi in Florida è una delle poche organizzazioni criminali capace di infiltrarsi ovunque e fornire capitali in una economia fortemente in crisi. Ecco perchè le dichiarazioni rilasciate dai Boss di 'Ndrangheta non sono mai da sottovalutare, oltre a Giuseppe di Bella un altro importante esponente della criminalità calabrese di nome Coco Trovato, ha riferito alla Magistratura italiana che la 'Ndrangheta riforniva periodicamente di droga la Famiglia Versace ed ultimamente anche "Paolo Martino" un altro importante criminale della 'Ndrangheta arrestato dalla Polizia di Milano, durante l'interrogatorio con i PM milanesi, ha parlato dei suoi rapporti con il Gotha della Moda, e riferendosi a Santo Versace (fratello di Gianni) ha dichiarato "Mi ha visto crescere".
In tutto questo il quadro di informazioni che ne emerge è abbastanza fangoso, interessi economici, debiti e prestiti, il flusso di droga, intrecci e malaffare che vedono sempre e solo come protagonista la "Masoin Versace".
Un anno più tardi lo stesso Forti, autore del documentario, è stato arrestato e condannato in via definitiva all'ergastolo a Miami per l'uccisione dell'uomo da cui aveva comprato il barcone del suicidio di Cunanan.
 Insomma, sembrerebbe che il caso Versace sia stato chiuso un po' troppo in fretta, e forse non sapremo mai la verità.

mercoledì 14 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1789 il popolo inferocito assalta a Parigi la Bastiglia.
La Presa della Bastiglia è uno degli eventi cruciali della Rivoluzione Francese, e per gli storici rappresenta l’inizio del movimento popolare francese che scardina il vecchio regime monarchico. L’antico edificio della Bastiglia, la prigione di Stato nella quale in quel momento vi erano solo sette detenuti, considerato un simbolo del potere, viene attaccato ed espugnato dai parigini in rivolta.
La Francia versava ormai da tempo in una situazione critica che investiva sia il settore economico che quello sociale: il popolo era ormai stanco degli sprechi e dei soprusi da parte del regime monarchico. Per cercare una soluzione alla crisi che diventava sempre più grave il 5 maggio 1789 erano stati convocati a Versailles gli Stati Generali, ma senza alcun esito.
Gli animi dei Francesi erano esasperati, mentre la monarchia cominciava a dare segni di cedimento. A Luglio il Ministro delle Finanze Jacques Necker fu destituito perché si era avvicinato in più occasioni alle ideologie popolari, e così avvenne con altri ministri per diversi motivi. L’episodio della Presa della Bastiglia non ebbe grandi ripercussioni, lo stesso re Luigi XVI sottovalutò le conseguenze e la portata dell’evento. Ma era chiaro a tutti che il popolo intendeva proseguire la lotta senza alcuna esitazione.
Nonostante il governatore della prigione, Bernard-Renè Jordan de Launay, avesse tentato di raggiungere un accordo con gli insorti, questi riuscirono ad entrare nella fortezza e ne seguì anche un violento scontro, nel quale persero la vita alcune persone, compreso lo stesso de Launay. I prigionieri (pare che fossero sette), furono rilasciati, mentre le guardie ricevettero atroci torture.
Successivamente all’episodio della Bastiglia i moti si protrassero fino all’agosto del 1789, un periodo molto turbolento, che proprio per questo fu chiamato “Grande Paura”. Gli scontri violenti avvenivano soprattutto nelle campagne.
Dopo il 14 luglio la Bastiglia fu lentamente smantellata e oggi, nel posto in cui sorgeva, vi è una delle piazze più famose di Parigi, “Place de la Bastille”. La prigione della Bastiglia, inaugurata da Carlo V il 22 aprile 1370, inizialmente venne utilizzata come location per feste e sontuosi ricevimenti. Poi, a partire dal XVII secolo diventò una prigione di Stato che vide rinchiusi al suo interno personaggi famosi come il marchese de Sade e Voltaire.
Il 14 luglio di ogni anno il popolo francese ricorda l’episodio della Presa della Bastiglia con una festa nazionale. L’ondata rivoluzionaria partita dalla Francia aveva coinvolto anche altri Paesi europei, tanto che la Rivoluzione francese è ancora oggi considerata l’emblema della libertà e dell’indipendenza popolare.


martedì 13 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
La mattina del 13 Luglio 1914 Simone Pianetti, proprietario di un mulino elettrico che macinava farina e quindi per questo additato come portatore con la sua farina di malattie e maledizioni (la farina del Diavolo), dopo una lunghissima premeditazione uccise a fucilate 7 abitanti di Camerata Cornello e San Giovanni Bianco, che vedeva come la causa dei propri fallimenti.
Sotto i suoi colpi morirono: il parroco di Camerata Cornello Don Camillo Filippi , il medico condotto Dott. Domenico Morali, il segretario comunale e sua figlia, il messo comunale e una contadina. Il Sindaco si salvò per puro miracolo.  Dopo la strage, il Pianetti si diede alla macchia sulle montagne dell'Alta Val Brembana (Monte Cancervo), trovò la complicità di pastori e carbonai che lo sfamavano con polenta e formaggio, facendolo  dormire nelle loro baite, perchè lo vedevano non come un assassino qualunque ma bensì come un imperterrito "giustiziere" . Le autorità dello Stato per non fare del Pianetti, catturandolo, un eroe dell'anarchia, ne favorirono la fuga, mentre in tutti i  paesi si moltiplicarono le scritte sui muri "W PIANETTI" . Si raccontò che il Pianetti fosse emigrato in Sudamerica e fosse poi tornato in patria per morire di vecchiaia.
Che Simone Pianetti, alto, biondo e impenitente donnaiolo, fosse di temperamento a dir poco sanguigno lo si era notato in gioventù quando, in preda all'ira, pare avesse addirittura sparato un colpo di fucile all'indirizzo del padre, fortunatamente senza colpirlo. E fu probabilmente con sollievo che il padre stesso gli consegnò le ottomilalire della sua parte di eredità allorchè il giovane decise di tentare l'avventura in America, come era consuetudine dei giovani dei nostri paesi ad inizio secolo. Ma per fortuna in America bisognava avere voglia di sgobbare o senso degli affari, e non era precisamente il caso del nostro che anzi, stando alle testimonianze di altri emigrati della Pianca (Frazione di San Giovanni Bianco) perpetrò in quelle regioni molti fatti poco onorifici. Tant'è che il padre dovette ben presto provvedere a spedirgli i soldi necessari per il viaggio di ritorno a Camerata Cornello. Qui sposò una brava donna di nome Carlotta e divenne padre di nove figli. Ad un certo punto però decise di avviare una trattoria con sala da ballo ed ecco che cominciano le traversie che lo porteranno a divenire tristemente famoso. Siamo in un epoca in cui il ballo era ancora considerato divertimento tra i più sconvenienti e ben presto il Pianetti si ritrovò perseguitato dal Parroco e dalle autorità, con l'accusa di favorire fatti contrari al buon costume e di mettere a repentaglio le virtù delle ragazze che frequentavano il suo locale. A complicargli le cose stavano poi anche le sue idee politiche. Si dichiarava seguace del liberale Bortolo Belotti, che conosceva di persona, ma le sue tendenze erano chiaramente di orientamento anarchico.  E sopratutto anticlericale. Finì insomma che un'ordinanza del sindaco gli revocò la licenza dell'esercizio, al che il Pianetti decise di trasfersi a San Giovanni Bianco dove cercò di rifarsi come mugnaio. Ma non cambiò il suo carattere iroso ed arrogante, che lo rese inviso un pò a tutti, e così anche il mulino elettrico si rivelò in breve tempo impresa fallimentare. Le bollette della corrente e le cartelle delle tasse finirono per rovinarlo e il nostro si ritrovò completamente a terra, pieno di debiti e con moglie e sette figli da mantenere. Ed è qui che cominciarono a covare in lui il complesso di persecuzione, il rancore e l'istinto della vendetta, destinati ben presto ad esplodere.
Il Pianetti, che aveva allora l'età di 56 anni, compila una lista di ben quaranta nomi di suoi presunti nemici e la mattina presto di Lunedì 13 Luglio 1914 esce di casa con in spalla un fucile a tre canne. Fu visto alla Roncaglia e poi a San Gallo, ma non trovò evidentemente le vittime designate e, tornato in paese, si avviò lungo il sentiero di Oneta. Aspettò fino alle 10.00 che il Dott. Domenico Morali tornasse dal roccolo dove era solito recarsi ogni mattina per dare il becchime agli uccelli da richiamo ed esplose contro di lui due fucilate da breve distanza. Morte istantanea. Da Oneta al Cornello in cerca del Sindaco Cristoforo Manzoni che, forse avvertito, aveva però pensato bene di nascondersi ben armato nel suo roccolo poco distante. Il Pianetti proseguì allora per Camerata, entrò nel palazzo comunale e a bruciapelo sparò sul segretario Abramo Giudici uccidendolo sul colpo. Ai colpi di fucile, scese precipitosamente dal piano superiore la figlia Valeria di 27 anni. Orribilmente sfigurata al volto. Quarta vittima, a poche decine di metri, il calzolaio Giovanni Ghilardi, ucciso mentre stava per consumare il pranzo di mezzogiorno. La scampò per miracolo la moglie, dopo aver implorato il Pianetti in ginocchio. Ma la strage continua. In balia ormai di un'incontrollabile pulsione omicida, il nostro va alla ricerca di altre vittime e le trova sul sagrato dove stanno tranquillamente chiacchierando il Prevosto Don Camillo Filippi, il cursore e sacrista Giovanni Giupponi e un tal Gusmaroli. "Oh, il signor Pianetti, che miracolo da 'ste parti ?" chiese il prevosto. "Lu la sa el perchè" risponde il Pianetti. E immediatamente un colpo al petto stronca il povero prevosto che stramazza a terra in un lago di sangue. Il Gusmaroli sviene (e fu certamente la sua fortuna) mentre il Giupponi cerca di fuggire ma, fatti pochi passi, viene mortalmente colpito alla schiena... non è ancora finita. Il Pianetti sale alla Pianca, raggiunge Cantalto e va alla ricerca di una certa Caterina Milesi, detta Nella. Entra in casa e dopo averla rimproverata di aver parlato dei fatti suoi al giudice conciliatore spara l'ennesimo colpo mortale. Alla scena assiste terrorizzato il nipotino di 9 anni della donna. Sono le 3 del pomeriggio. Nella è la settima vittima. La tragedia è consumata.   
Nella sua folle logica omicida il Pianetti ha fatto giustizia colpendo obiettivi ben precisi. Il Dott. Morali perchè non gli aveva curato bene un figlio. Il Segretario perchè aveva scritto le ordinanze di chiusura della Trattoria e lo aveva boicottato in occasione delle elezioni comunali in cui si era candidato. La giovane Valeria perchè gli avrebbe spedito cartoline offensive e l'avrebbe dileggiato. E il Ghilardi perchè era anche lui suo nemico politico. Il prevosto poi perchè gli aveva fatto guerra per la balera e il Giupponi perchè tempo addietro si era opposto ad una richiesta di derivazione dell'acqua di una fontana. La Nella infine perchè gli negava un debito di 30 lire ed aveva sparlato di lui. Da Cantalto il Pianetti raggiunse le baite di Cantiglio dove mangiò qualcosa con tre ignari mandriani e poi sparì oltre la montagna. Nel frattempo era naturalmente scattato l'allarme e a San Giovanni, dove le campane suonarono ininterrottamente a morto e tutti si erano rintanati in casa chiudendo i portoni a doppia mandata, arrivarono flotte di giornalisti e di curiosi, sessanta carabinieri e decine di guardie di pubblica sicurezza. Seguiti dopo un paio di giorni perfino da una compagnia del 78° Fanteria. Mercoledì 15 Luglio, di mattina presto, fu celebrato a San Giovanni Bianco il funerale della povera Nella, con il feretro seguito da dieci preti e quindici persone. I preti raddoppiarono e il popolo si moltiplicò poche ore più tardi quando fu la volta del Dott. Morali (evidentemente non lo si ritenne onorevole celebrare lo stesso funerale per una contadina ed un medico). E il giorno seguente fu la volta delle esequie delle cinque vittime di Camerata. Anche qui trattandosi di gente per bene, con ben cento preti grande partecipazione popolare e con l'accompagnamento musicale del coro di San Pellegrino Terme. Raggiunto il cimitero, l'orazione funebre fu tenuta con commosse parole dall'On. Belotti. Nel frattempo si svolgevano perlustrazioni e battute palmo a palmo ma senza esito. Stando alle testimonianze di alcuni mandriani il Pianetti si era rifugiato nel foièr, una zona selvaggia e quasi inaccessibile piena di strapiombi e dirupi che si estende per alcune decine di chilometri quadrati al di là del Monte Venturosa sopra Olmo al Brembo e Cassiglio. Nello stesso posto da un anno si nascondeva un altro ricercato per omocidio e nessuno era stato in grado di scovarlo. Una mattina comunque i carabinieri arrivarono assai vicino al Pianetti ma questi, dopo aver sparato un colpo di fucile riuscì ad allontanarsi. Sul suo capo fu messa anche una taglia di 5.000 lire, ma invano. E' certo che nel corso della sua latitanza il Pianetti fu aiutato a sopravvivere da diversi mandriani, ma nessuno di essi osò denunciarlo sia per paura, sia fors'anche per istintiva avversione verso gli uomini in divisa. In risposta alle accuse circa una presunta protezione del Pianetti da parte della popolazione i sindaci dei comuni dell'Alta Valle firmarono poi un documento in cui, respingendo come offensive le accuse, ribaltarono le responsabilità sulla pubblica sicurezza rilevando come "ruberie e delitti da parte dei numerosi delinquenti che da anni si sono annidiati sulle nostre montagna, per amara ironia, si accentuarono proprio nel periodo in cui vi furono qui in servizio straordinario numerosi agenti di p. s.". Per diverse settimane comunque San Giovanni Bianco visse in un vero e proprio stato d'assedio. Con il Pianetti ancora in circolazione, pochi osarono avventurarsi in giro da soli e si rese anche necessario garantire la custodia a vista di una ventina di persone che facevano parte del suo elenco di nemici. La strage del Pianetti divenne tra l'altro motivo di polemica sulla stampa tra cattolici e anticlericali, con questi ultimi che accusavano preti ed autorità locali di oscurantismo e di oppressione della povera gente, con il risultato di provocare cieche ribellioni come quella dell'autore degli omocidi.  Passarono settimane, mesi e a poco a poco le ricerche si allentarono. Di Simone Pianetti non si ebbe più notizia. Qualcuno parlò di un suo ultimo incontro con il figlio Nino in una baita sul Monte Pegherolo, sopra Piazzatorre. Chi disse che era precipitato in qualche dirupo. Chi disse che era fuggito a Milano o forse in America. Ma nessuno l'ha mai saputo con certezza.

lunedì 12 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 luglio.
Il 12 luglio 1916 morì Cesare Battisti, patriota.
Giuseppe Cesare Battisti nasce il giorno 4 febbraio 1875 a Trento, periodo storico in cui la città fa parte dell'Impero austro-ungarico. I suoi genitori sono Cesare Battisti, commerciante, e Maria Teresa Fogolari, nobildonna. Dopo aver frequentato il ginnasio a Trento, si trasferisce a Graz: qui si lega al gruppo dei marxisti tedeschi, e con loro fonda un giornale che viene subito censurato. Dopo il breve periodo di studi a Graz, si sposta a Firenze dove inizia a frequentare l'università.
Consegue una laurea in Lettere nel 1898; successivamente consegue una seconda laurea in Geografia. Segue le orme dello zio materno, don Luigi Fogolari - il quale fu condannato a morte per cospirazione dall'Austria e solo successivamente graziato - e abbraccia presto gli ideali patriottici dell'irredentismo.
Abbandonati gli ambienti accademici dedica le sue attività agli studi geografici e naturalistici, pubblicando alcune apprezzate "Guide" di Trento e di altri centri della regione, insieme all'importante volume "Il Trentino".
Parallelamente Cesare Battisti si occupa di problemi sociali e politici: alla testa del movimento socialista trentino, si batte per migliorare le condizioni di vita degli operai, per l'Università italiana di Trieste e per l'autonomia del Trentino.
Nel 1900 fonda il giornale socialista "Il Popolo" e quindi il settimanale illustrato "Vita Trentina", che dirige per molti anni. Il desiderio di lottare per la causa trentina lo porta a scendere attivamente in politica, si candida e nel 1911 viene eletto deputato al Parlamento di Vienna (Reichsrat). Tre anni più tardi, nel 1914, entra anche nella Dieta (riunione del popolo) di Innsbruck.
Il 17 agosto 1914, appena due settimane dopo lo scoppio della guerra austro-serba, Cesare Battisti abbandona il territorio austriaco e fugge in Italia, dove diventa da subito un propagandista attivo per l'intervento italiano contro l'Impero austro-ungarico: tiene comizi nelle maggiori città italiane e pubblica articoli interventisti su giornali e riviste. Tra le città in cui soggiorna c'è Treviglio (dove risiede in via Sangalli al numero 15).
Il 24 maggio 1915, l'Italia entra in guerra: Battisti si arruola volontario con il Battaglione Alpini Edolo, 50ª Compagnia. Combatte al Montozzo sotto la guida di ufficiali come Gennaro Sora e Attilio Calvi. Per il suo sprezzo del pericolo in azioni arrischiate riceve, nell'agosto del 1915, un encomio solenne. Viene poi trasferito presso un reparto sciatori al Passo del Tonale e successivamente, promosso ufficiale, al Battaglione Vicenza del 6º Reggimento Alpini, operante sul Monte Baldo nel 1915 e sul Pasubio nel 1916.
Nel maggio 1916 si trova a Malga Campobrun per preparare la controffensiva italiana. Il 10 luglio il Battaglione Vicenza (formato dalle Compagnie 59ª, 60ª, 61ª e da una Compagnia di marcia comandata dal tenente Cesare Battisti, di cui è subalterno anche il sottotenente Fabio Filzi) riceve l'ordine di occupare il Monte Corno (1765 m) sulla destra del Leno in Vallarsa, occupato dalle forze austro-ungariche. Durante le operazioni molti Alpini cadono sotto i colpi austriaci, mentre molti altri vengono fatti prigionieri. Tra questi ultimi si trovavano anche il sottotenente Fabio Filzi e il tenente Cesare Battisti stesso che, dopo essere stati riconosciuti, vengono incarcerati a Trento.
La mattina dell'11 luglio Cesare Battisti viene trasportato attraverso la città a bordo di un carretto, in catene e circondato da soldati. Durante il percorso, numerosi gruppi di cittadini e milizie, aizzati anche da poliziotti austriaci, fanno di lui bersaglio di insulti, sputi e frasi infamanti.
La mattina seguente, il 12 luglio 1916, viene condotto al Castello del Buon Consiglio insieme a Fabio Filzi. Durante il processo non rinnega nulla del suo operato, ribadendo altresì la sua piena fede all'Italia. Respinge l'accusa di tradimento a lui rivolta e si considera a tutti gli effetti un soldato catturato in azione di guerra.
Alla pronuncia della sentenza di morte mediante capestro per tradimento, per rispetto alla divisa militare che indossa, Cesare Battisti prende la parola e chiede di essere fucilato anziché impiccato. Il giudice gli nega questa richiesta e procede invece ad acquistare alcuni miseri indumenti da fargli indossare al momento dell'impiccagione.
L'esecuzione avviene nella fossa dei Martiri, nel cortile interno del Castello del Buonconsiglio. Secondo le cronache il cappio legato intorno alla gola di Battisti, si spezza: tuttavia invece di concedergli la grazia come sarebbe stata usanza, il boia Lang (venuto da Vienna, chiamato ancora prima che il processo iniziasse) ripete la sentenza con una nuova corda. Le ultime parole di Battisti sarebbero state: "Viva Trento italiana! Viva l'Italia!"
Alla vedova Ernesta Bittanti (1871 - 1957) viene liquidato l'importo di 10.000 lire dalla RAS, compagnia di assicurazione di Trieste, all'epoca austroungarica. Lascia tre figli Luigi (1901 - 1946), Livia (1907 - 1978) e Camillo (nato nel 1910).
Cesare Battisti è ricordato nella canzone popolare "La canzone del Piave", citato assieme a Nazario Sauro e Guglielmo Oberdan.
All'eroe nazionale italiano sono dedicati monumenti, piazze, parcheggi e vie in tutta Italia. A Trento è stato eretto un grande mausoleo sul Doss Trento, che sovrasta simbolicamente la città. La montagna su cui venne catturato viene adesso chiamata Monte Corno Battisti.

domenica 11 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
L'11 luglio 1979 l'avvocato Giorgio Ambrosoli viene ammazzato davanti a casa sua da un sicario assoldato da Michele Sindona.
Ambrosoli, nato negli anni trenta in una famiglia della borghesia milanese e cresciuto negli ambienti conservatori della Milano del dopoguerra, intrisa della volontà di ricominciare e di ricostruire, che sarà anche il terreno fertile negli anni del boom per le speculazioni edilizie e gli illeciti finanziari, diventa avvocato, come sognava fin da bambino. Il lavoro in banca del padre non ha mai destato il suo interesse. È amara l'ironia del destino: nell'esercizio della sua professione, dovrà trascorrere ben cinque anni nel ventre di una banca, per ricostruire l'ordito delle fosche trame intessute nell'alveo della finanza internazionale dallo spregiudicato banchiere Michele Sindona. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Inizia per lui un faticoso percorso controcorrente nelle torbide e limacciose acque dei poteri sommersi e corrotti che proteggevano Sindona: la mafia, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, la finanza vaticana dello IOR, la Democrazia cristiana di Andreotti, l'ala più reazionaria dei circoli americani, i servizi segreti.
Come un mosaicista, ricompone uno ad uno i tasselli delle intricate e sofisticate operazioni di riciclaggio di denaro sporco, gli illeciti canali per l'esportazione dei capitali all'estero; si addentra nello scottante magma illegale dei depositi fiduciari, delle innumerevoli società finanziarie tra loro oscuramente interconnesse come scatole cinesi.
Si oppone pervicacemente alle mediazioni, ai tentativi di salvataggio della banca mandata in rovina da Sindona, promossi da uomini di governo in sintonia con i poteri criminali, la mafia e la loggia massonica P2, registi dell'offensiva sempre più pressante contro l'avvocato: si oppone perché acconsentire a quelle manovre avrebbe significato violare la legge, far pagare il peso finanziario ai cittadini, che l'avvocato aveva il dovere di tutelare. Egli, come risulta dalle annotazioni nel suo diario, è sempre più esterrefatto nello scoprire le diffuse illegalità, connivenze, penetrate in profondità nei gangli vitali del paese, i tradimenti che hanno per protagonisti uomini di alto rango dello Stato, ministri, banchieri: persone che avrebbero dovuto essere dalla parte della legge, dalla sua parte, e invece si rivelavano nemici, alleati tra loro per vanificare la legge.
Si ritrova sempre più isolato, un giorno si confida con un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?”  Un giornalista gli domanda: “Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?” Egli ribatte: “È molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l'amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo”.
Ambrosoli è consapevole dell'impari lotta che sta conducendo: la sua vita è appesa a un filo. La lettera che scrive alla moglie Annalori nel 1975 (ma che poi tiene nascosta, la trova lei per caso, riordinando le sue carte), è un testamento, quasi un addio, ed è altresì la nobile traccia della sua dirittura morale e del coraggio nello svolgere il compito affidatogli con rettitudine, nonostante le minacce ricevute e le pressioni sempre più stringenti cui è sottoposto:
“Anna carissima, [...] È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese [...]. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici  [...] A quarant'anni di colpo ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito [...]. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [...]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Giorgio”.
Anche suo figlio, il più piccolo, Umberto, anzi Betò, come ama chiamarlo, purtroppo capisce, a soli sette anni, il pericolo che incombe sul padre, quando dietro la porta della camera da letto dei genitori sente, a loro insaputa, una registrazione delle terribili minacce di morte, che riceveva, e che una notte fa ascoltare a sua moglie. Cerca di rassicurarlo affettuosamente, dicendogli che si trattava delle telefonate di un pazzo, ma il bambino ha sentito una frase che poteva essere riferita solo a lui, al suo lavoro, allora gli si rivolge come ad un adulto: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto [...].”
La sera dell'11 luglio 1979 Ambrosoli invita alcuni amici a casa sua per assistere a un incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Alla fine della serata spegne la tv, accompagna a casa gli amici, torna verso casa sua. Sta chiudendo la serratura della portiera della sua auto. Qualcuno si accosta. E chiede: "Avvocato Ambrosoli?". "Sì". Scende un secondo uomo dall'auto: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Spara quattro colpi, per Ambrosoli saranno le ultime ore di vita. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale sulla sua inchiesta il giorno seguente.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ebbe la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e l'italo-americano Robert Venetucci furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.


sabato 10 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 luglio.
Il 10 luglio 1976 il magistrato Vittorio Occorsio viene ucciso mentre si recava al lavoro.
Vittorio Occorsio fu ucciso la mattina del 10 luglio 1976 sotto la sua abitazione romana da una raffica di mitra esplosa da una o più persone a bordo di una moto. I terroristi fuggirono portando via la borsa del magistrato. Sul posto lasciarono però alcuni volantini, con i quali il movimento politico di estrema destra Ordine nuovo rivendicava l'omicidio. Nei volantini, Ordine nuovo sosteneva di aver condannato a morte il magistrato perché colpevole di aver «servito la dittatura democratica perseguitando i militanti» del movimento.
Dopo anni di indagine, il magistrato aveva ottenuto - facendo applicare per la prima volta la "legge Scelba" del 1952 sul divieto di riorganizzazione del partito fascista - lo scioglimento di Ordine nuovo e la condanna di alcuni dei suoi principali esponenti. Il movimento Ordine nuovo era stato fondato nel 1956 per contrastare la linea, considerata troppo moderata, del Movimento sociale italiano. A tale movimento, separati processi avrebbero attribuito responsabilità anche per altri gravissimi fatti di sangue commessi in quegli anni.
Malgrado le minacce subite, in un successivo processo - sorto a seguito della rilevata sopravvivenza del movimento e dell'adesione di nuovi militanti - Occorsio aveva ottenuto la condanna degli imputati, apparendo così, agli organizzatori e ai partecipi del gruppo criminoso, un uomo il cui coraggio e il cui impegno potevano essere fermati solo con la violenza. Gli autori materiali dell'omicidio di Occorsio sono stati individuati e condannati. Uno di essi, Pierluigi Concutelli, si renderà autore, in carcere, di altri gravi omicidi, strangolando detenuti (appartenenti anch'essi a gruppi eversivi di estrema destra) che temeva potessero rendere dichiarazioni accusatorie su gravi fatti criminosi: il detenuto Ermanno Buzzi - condannato all'ergastolo in primo grado per la strage di piazza della Loggia a Brescia -, ucciso nell'istituto penitenziario di Novara il 13 aprile 1981; il detenuto Carmine Palladino - da tempo esponente di spicco della organizzazione Avanguardia nazionale -, ucciso, sempre a Novara, il 10 agosto 1982.
Concutelli sta ancora scontando l'ergastolo, da qualche tempo in semilibertà, tanto che la sera del 18 febbraio del 2008 ha potuto partecipare alla trasmissione televisiva de La 7 Niente di personale. Nell'aprile 2011 - dopo due anni di arresti domiciliari che ha scontato a casa del fratello, a Portogruaro - gli è stata riconosciuta la sospensione della pena per gravi condizioni di salute; nel 2009, infatti, è stato colpito da una grave ischemia cerebrale che gli ha impedito da allora di parlare e di alimentarsi autonomamente.
Nel 2008, insieme al giornalista della Rai Giuseppe Ardica, ha pubblicato il volume Io, l'uomo nero.

venerdì 9 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1357, alla presenza di Re Carlo IV del Sacro Romano Impero, viene posata a Praga la prima pietra del Ponte Carlo.
La prima pietra fu posta da Carlo IV alle 5:31 del mattino del 9/7/1357. Questa data e ora non furono scelte a caso: se scriviamo i numeri nel modo seguente: 1 3 5 7 (anno) 9 (giorno) 7 (mese) 5 3 1 (ora), otteniamo una scala crescente e decrescente il cui culmine è il numero 9: ....... 9 ......7.. 7 ....5 ..... 5 ..3 ......... 3 1 ............. 1 Di circostanze magiche analoghe riguardanti il ponte Carlo ce ne sono altre e atttualmente si possono conoscere in un film che viene trasmesso nella torre del ponte della Città Vecchia.
 Il Ponte Carlo é un ponte in pietra in stile gotico che collega la Cittá Vecchia a Malá Strana. Durante i primi secoli d'esistenza veniva infatti chiamato Ponte di Pietra (Kamenný most). La sua costruzione fu commissionata dal re di Boemia e Sacro Romano Imperatore Carlo IV ed ebbe inizio nel 1357. Incaricato della costruzione del ponte fu l'architetto Petr Parléř tra le cui opere si annoverano anche la Cattedrale di San Vito ed il Castello di Praga. Si dice che dei tuorli d'uovo furono aggiunti alla calcina per rafforzare la struttura del ponte.
Il ponte è formato da blocchi di pietra arenaria, è lungo 515,76 m e largo 9,5 m (era uno dei ponti più possenti dell’epoca), poggia su 16 arcate le cui dimensioni variano da 16,62 a 23,38 metri. Venne danneggiato più volte dalle inondazioni, come nel 1432 (distrutti 5 pilastri), nel 1784 e, soprattutto, nel 1890, quando il legname portato dal corso superiore della Moldava distrusse 2 pilastri e 3 volte. Nel 1723, sul ponte venne installata l’illuminazione con lanterne ad olio. La scalinata che conduce all’isola di Kampa venne edificata nel 1844 al posto di una vecchia scalinata risalente al 1785. Nel 1833, i marciapiedi usurati ai lati del ponte furono sostituiti da marciapiedi in lastre di ferro munite di incavi antiscivolo.
Il Ponte Carlo é uno dei molti monumenti che furono edificati durante il regno di Carlo IV ma non fu il primo ponte a collegare le due sponde praghesi della Moldava. In un epoca piú remota un'altro ponte si ergeva sul fiume - il Ponte di Giuditta, che fu il primo ponte in pietra ad essere costruito sopra il fiume. Venne realizzato nel 1172 ma venne spazzato via da una piena del fiume nel 1342.
A differenza del suo predecessore, il Ponte Carlo é sopravvissuto a molte alluvioni, la piú recente delle quali nell'agosto del 2002 quando il paese dovette affrontare la peggiore alluvione degli ultimi 500 anni. Forse I tuorli d'uovo non sono stati una cosí brutta idea...
Dal 1883, il ponte iniziò ad essere attraversato da un tram trainato da cavalli, che nel 1905 fu sostituito dal tram elettrico. Per fare in modo che i cavi del tram non rovinassero l’aspetto artistico del ponte, František Křižík ideò una soluzione che consisteva nel far passare i cavi attraverso la pavimentazione del ponte. Questi veicoli, però, facevano tremare tutto il ponte a causa del loro peso; così, nel 1908, vennero sostituiti dagli autobus. Neanche questi, però, furono la soluzione giusta; così, l’anno dopo, il servizio venne nuovamente sospeso e ripristinato solo nel 1932 grazie all’utilizzo di autobus su pneumatici. Il trasporto pubblico rimase in servizio fino alla seconda guerra mondiale, mentre il trasporto automobilistico cessò nel 1965.
Ci sono delle torri alle due estremitá del ponte. È possibile salire sia sulla Staroměstská věž sul lato della Cittá Vecchia che la Malostranská věž sul lato di Malá Strana. Dalla sommitá si potra godere di una vista del ponte dall'alto.
Nel XVII secolo si inizió a collocare delle statue barocche su entrambe i lati del Ponte Carlo.
Ora molte di queste statue sono delle copie e quelle originali si possono vedere al Lapidarium (Museo di Praga). La statua piú nota é probabilmente quella di San Giovanni Nepomuceno, un martire ceco che fu giustiziato durante il regno di Venceslao IV venendo gettato nella Moldava dal ponte. La lapide sulla statua é stato lucidata fino a brillare dall'incalcolabile numero di persone che l'hanno toccata nel corso dei secoli. Si suppone che toccare la statua porti fortuna e assicuri il proprio ritorno a Praga.
Il Ponte Carlo è molto amato anche dagli artisti locali, musicisti e venditori di souvenir che collocano le loro bancarelle su entrambe i lati del ponte tutto l'anno. Un buon momento per visitare il ponte é il tramonto, momento in cui potrete godere di una vista mozzafiato dell'intero Castello di Praga illuminato nel cielo della sera. Il ponte é ora zona pedonale ed é quasi costantemente affollato di gente.

giovedì 8 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 luglio.
L'8 luglio 1889 si disputò l'ultimo incontro di pugilato dei pesi massimi secondo le vecchie regole del "London prize ring rules", cioè a mani nudi, tra John Sullivan e John KIlrian, durato ben 75 round.
Ai tempi ancora non esisteva una federazione ufficiale che organizzasse gli incontri e assegnasse titoli così come avviene oggi. Un incontro veniva giudicato valido per l'assegnazione del titolo quando il campione sfidava un pugile che si era guadagnato il rispetto e la considerazione degli addetti ai lavori.
Tra il 1883 e il 1884 Sullivan attraversò in treno gli Stati Uniti da costa a costa combattendo in tutte le grandi città: combatté 195 incontri in 238 giorni in 136 città differenti. Sfidava qualsiasi avversario con le nuove regole del marchese del Queensbury e ad ogni vittoria incassava 250 dollari. Era possibile scommettere praticamente su tutto ciò che riguardava il match: vincitore, durata in tempo, round finale, e via dicendo.
Chi lo sfidava e riusciva a resistere più di 4 round alla violenza dei suoi colpi otteneva in premio una somma di denaro che andava da 50 a 1000 dollari. Da alcuni documenti risulta che solo uno sfidante sia riuscito nell'impresa, che la somma vinta gli abbia consentito di cambiare vita.
Fuori dal ring Sullivan non badava a spese: pare che dilapidasse una cospicua parte delle sue vincite nei locali delle città che visitava: erano diffusi molti racconti sulle sue leggendarie imprese di bevitore; egli amava inoltre concludere le sue serate accompagnandosi a delle prostitute.
Continuava a combattere esclusivamente per fini economici. Il 14 maggio 1883 incontrò un inglese, tal Charile Mitchell, a New York. L'incontro si rivelò difficile: Sullivan cadde al tappeto al primo round, e sarebbe andato incontro ad una sicura sconfitta - o peggio - se la polizia non fosse intervenuta a fermare il match.
I due decisero di sfidarsi di nuovo il 10 marzo 1888, a Chantilly in Francia. L'incontro fu fermato alla 39esima ripresa dalla polizia, poiché gli incontri di boxe in Francia erano proibiti. Sullivan venne arrestato e condotto in carcere, e solo grazie all'intervento del barone Rothschild venne liberato e poté tornare in America.
Nel frattempo la sua salute cominciò a manifestare i primi segni di cedimento a causa dell'abuso di alcolici e per i colpi incassati in 10 anni di incontri. Spesso veniva colpito da attacchi di epilessia. Riuscì comunque a rimettersi in forma per combattere di nuovo, tanto da sentirsi pronto a giocarsi il titolo di campione del mondo ottenuto nel 1882.
Contro Jem Smith, nel 1887, per la precisione il 19 dicembre, si misurò un'altro peso massimo americano, Jake Kilrain. Dopo 106 cruenti rounds, durante i quali il pugile americano aveva fatto segnare una sua certa prevalenza (tra l'altro al 17° rounds aveva mandato al tappeto il pugile inglese), il combattimento venne sospeso per oscurità e venne dato un salomonico pareggio fra i due pugili. E' dopo questo incontro che John Sullivan si autonominò campione del mondo. La cosa divenne più intrigata ancora quando l'anno seguente, proprio in riferimento a questo match, Richard K. Fox, giornalista del "The Police Gazette", "aveva assegnato una cintura a Jake Kilrain, definendolo campione del mondo".
John Sullivan, Jake Kilrain e Jem Smith, tre pugili che in qualche modo si dichiaravano o venivano proclamati campioni del mondo. Anche Smith, dato che gli inglesi continuavano a considerarlo il più forte in circolazione. La dichiarazione di Fox fece si che si arrivasse alla sfida tra Sullivan e Kilrain, dopo che in precedenza Sullivan aveva rifiutato di incontrarlo. Ma l'incontro per potersi svolgere dovette attendere parecchi mesi. "Sullivan, per mesi e mesi dopo il pareggio con Mitchell, aveva bevuto ancora più del solito. La sua pur ferrea costituzione fu spesso sul punto di crollare, sotto la sferza delle continue orge alcoliche, ed alla fine crollò. Sullivan fu confinato in un letto dall'agosto al novembre 1888, e le voci sul collasso cominciarono a circolare con sempre maggiore insistenza. (...) Quando John fu ristabilito, accettò il combattimento con Kilrain, da tempo suo sfidante, e cominciò ad allenarsi sotto la supervisione di William Muldoon. Sullivan era, praticamente, un ammalato quando Muldoon ne assunse la direzione, ma il dotato trainer, un disciplinatore di ferro, portò Sullivan alla condizione di poter combattere dopo sei mesi di strenuo lavoro".
L'incontro si disputò nei pressi di New Orleans, il 7 luglio del 1889, in uno spiazzo tra i boschi, il ring era piazzato a terra. "Benchè Sullivan fosse il campione, e venisse considerato, anche dopo la recente malattia, il miglior pugile di tutti i tempi, le scommesse erano date alla pari. Si vedeva circolare molto denaro. John Fitzpatrick, ex-sindaco di New Orleans, era l'arbitro. (...) Era mezzogiorno esatto, e il sole era splendente quando suonò il gong e i due cominciarono la lotta per il titolo di campione. Dopo un vivace inizio, Sullivan sparò un sinistro al mento, mancandolo. Kilrain parò, infatti, nettamente e colpì, poi, alle spalle Sullivan. (...) Rialzatosi da terra, Sullivan torno al suo angolo. Disse a Kilrain: "Così, tu vuoi fare la lotta? Bene, Jake, ti darò molto più di quanto ti serva". Da quel momento, Sullivan forzò il combattimento, ma dopo più di quaranta rounds la battaglia restava aperta per il grande senso agonistico di Jake. Dopo il quarantacinquesimo round, il titolo era definitivamente nelle mani di Sullivan. Solo la sua abilità di giocoliere, permetteva a Kilrain di continuare. Quando Jake fu troppo stanco per restare all'impiedi, dopo settantacinque rounds, due ore e sedici minuti dall'inizio, i suoi secondi gettarono nel ring la spugna. L'incontro Sullivan-Kilrain fu l'ultimo campionato dei massimi combattuto in ossequio al London Rule. Gli uomini della mano nuda avevano ormai fatto il loro tempo".
Quel giorno, possiamo dire, John Sullivan divenne unanimamente campione del mondo dei pesi massimi, in quanto gli stessi inglesi sembrarono, accettare, quel giorno, la sua superiorità.

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