Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
La sera del 23 febbraio 1958 presso l'Avana a Cuba, Il pentacampione di Formula 1 Juan Manuel Fangio fu rapito dai rivoluzionari del movimento 26 luglio il giorno prima del Gran Premio di Cuba.
Il sequesto avvenne in un corridoio dell’hotel Lincoln all’Avana quando un militante del Movimento 26 di Luglio interruppe le chiacchiere del campione con i suoi meccanici. Il rivoluzionario gli disse di seguirlo sino alla strada dove li aspettava un’automobile.
Fangio era stato invitato a partecipare alla gara, che faceva parte delle manifestazioni sportive programmate dal governo cubano per migliorare l’immagine del dittatore Fulgencio Batista che in quei giorni stava affrontando la peggior crisi di tutti i suoi anni di potere.
Il giovane alto che entrò nell’Hotel Lincoln alla ricerca del campione mondiale era molto nervoso, ma non ebbe dubbi nel compiere gli ordini ricevuti.
“Io mi aspettavo che il custode sparasse per tirarmi sul pavimento come nei film d’azione” disse anni dopo Juan Manuel Fangio “ma nessuno sparò!”
Marcello Giambertone, il manager di Fangio, ricordò il coraggio che l’asso del volante dimostrò quando lo sequestrarono.
“Entrò un uomo con la giacca di cuoio e io credo che il meno nervoso di tutti fosse proprio Juan Manuel. Lui ha sempre dimostrato di avere dei nervi d’acciaio e sorrise anche quando gli posero la canna della rivoltella sulla schiena”.
Con quella pistola puntata, senza violenza, ma con fermezza, il campione venne condotto sino all’angolo dove lo fecero entrare in un’automobile. una Plymouth nera.
Fangio si accucciò sul pavimento dell’auto. In quel momento cominciò a convincersi che si trattava davvero di un sequestro poichè all’inizio aveva pensato che fosse la contropartita di uno scherzo fatto a Giambertone.
Dopo un’ora di percorso per la città e un passaggio in un posto di controllo di routine della polizia, dopo aver cambiato due volte automobile, il corridore argentino venne portato alla fine nel luogo dove sarebbe rimasto sino alla fine della gara automobilistica. Non gli bendarono mai gli occhi durante i trasferimenti e così vide anche il numero della casa. In quel luogo c’era molta gente che festeggiava il successo dell’operazione; alcuni chiedevano l’autografo a Fangio che, senza nulla temere, ebbe il coraggio di commentare che non aveva ancora cenato.
Di quella notte Fangio ricorderà anni dopo le mille domande e le scuse che gli presentarono. La padrona di casa si scusò anche perchè non aveva niente “di fine” e la cena fu a base di uova a patate fritte.
Il giorno dopo, domenica mattina, Faustino Pérez gli portò i giornali. Conversarono e Fangio gli chiese di avvisare la sua famiglia. Pérez se ne incaricò personalmente e immediatamente. La gara era programmata dalla televisione ma Fangio non la volle vedere perchè soffriva nell’udire i rumori dei motori standone lontano.
Il campione avrebbe provato amicizia e gratitudine per i suoi rapitori perchè credeva nel destino, per cui quello che accadde nel 1958 sul Malecón, il circuito costiero dell’Avana, lo avrebbe fatto pensare alla sua buona sorte.
La Maserati 450 - S con il quale lui doveva correre era di proprietà di un nordamericano e aveva già corso in Venezuela. Anche se sabato 23 febbraio Fangio aveva marcato il tempo migliore di classificazione, l’automobile aveva alcuni problemi.
Fangio non era ancora stato liberato quando lo informarono che la gara era stata interrotta per un incidente: nel quinto giro due auto erano uscite di strada ed erano morte sei persone e quaranta ferite.
Poche ore dopo il sequestro la notizia occupava i titoli dei principali giornali e delle riviste d’America e d’Europa.
La rivista cubana Bohemia segnalava che a Parigi, Londra, New York, Roma, Città del Messico e Buenos Aires “Hanno dato importanti spazi nelle prime pagine con enormi titoli!”
Le agenzie di stampa speculavano sul sensazionale sequestro del più noto corridore del mondo di Formula Uno.
L’Avana era comunque notizia: il regime politico che imperava, le motivazioni del Movimento 26 Luglio e lo stato di tensione nel quale vivevano i cubani la ponevano sotto la lente di ingrandimento di tutte le altre capitali del mondo.
Mentre il corridore argentino a 46 anni era il pilota che aveva vinto più titoli in Formula Uno ed era seguito da milioni di spettatori, la dittatura cubana doveva ricorrere sempre più alla repressione di fronte all’impossibilità di gestire pacificamente la situazione.
Il Secondo Gran Premio di Cuba era stato organizzato con il proposito di dimostrare che nell’Isola “non stava succedendo niente”, perchè tutta l’attenzione si fissasse sul circuito del Malecón, ma il regime di Batista non aveva considerato la possibilità che l’enorme apparato pubblicitario montato si poteva rivoltare contro.
Le agenzie d’informazione cominciarono a ricevere la sorprendente notizia: “Parla il Movimento 26 Luglio. Abbiamo sequestrato Fangio... la sua persona non corre pericoli... non si allarmino... continueremo a dare informazioni!”
Dopo la gara, a obiettivo compiuto, i membri del gruppo rivoluzionario dovettero affrontare un nuovo problema: come liberare Fangio senza fargli correre rischi.
Il timore proveniva dalla possibilità che gli uomini di Batista ammazzassero il corridore per incolpare e togliere prestigio a Fidel Castro.
Pensavano di lasciarlo in una chiesa, ma il campione domandò che telefonassero all’ambasciatore argentino.
Una donna e due giovani lo portarono dal diplomatico, lasciando una lettera nella quale si leggeva che i rivoluzionari non avevano problemi di sorta verso l’Argentina e che il loro obiettivo era solamente la caduta del regime dittatoriale di Batista. Chiedevano scusa di nuovo.
A 27 ore dal sequestro Fangio, sano e salvo, si trovava con le autorità dell’argentina accreditate all’Avana. Una volta libero sottolineò, parlando con i giornalisti che i sequestratori lo avevano trattato molto bene.
“Sono stato in tre posti diversi e non mi hanno mai bendato gli occhi e in tutte queste case ho avuto a mia disposizione ogni comodità, come in un albergo!” I giornalisti sorrisero quando l’argentino specificò che aveva chiacchierato “magnificamente” con i suoi rapitori.
Il M 26 – 7 aveva raggiunto il suo obiettivo e Fangio vide incrementarsi la sua popolarità. Dall’Avana andò a Miami per riposare alcuni giorni e lì il sindaco gli consegnò le chiavi della città e poi fu invitato a partecipare al programma televisivo più popolare dell’epoca a New York.
Partecipò per dieci minuti al programma di Ed Sullivan assieme a Jack Dempsey, commentando con ironia che aveva vinto cinque campionati del mondo e aveva corso e vinto a Sebring, ma che fu il sequestro a Cuba che lo rese popolare negli Stati Uniti.
Faustino Pérez era stato il capo dell’operazione nel ’58. Era giunto a Cuba con il Granma, lo yacht che trasportava i rivoluzionari esiliati in Messico, per combattere la guerra per la liberazione definitiva dell’Isola. Pérez fu il capo della resistenza cittadina e con la rivoluzione al potere operò in molti settori.
“Quando trionferà la Rivoluzione lei sarà nostro invitato d’onore” aveva detto a Fangio Arnold Rodríguez, uno dei guerriglieri che aveva partecipato al sequestro. Un anno e mezzo dopo Fangio ricevette l’invito, ma il suo ritorno a Cuba avvenne solamente vent’anni dopo.
Fu nel 1981 che ritornò a Cuba come presidente della Mercedes Benz per effettuare la vendita di camion al governo cubano. Lo ricevette l’amico Faustino Pérez e lo ricevette anche Fidel Castro che di nuovo gli chiese scusa per l’azione del 1958.
Attualmente nella hall dell’hotel Lincoln, che si trova in Centro Habana, si può vedere una targa che dice: “Nella notte del 24 – 02 -1958 in questo luogo venne sequestrato da un commando del Movimento 26 Luglio, diretto da Oscar Lucero, il campione del mondo di automobilismo, per ben cinque volte, Juan Manuel Fangio. Fu un duro colpo propagandistico contro la tirannia di Batista e un importante stimolo per le forze della Rivoluzione.”
Poco tempo fa a Monza è stata inaugurata una statua dedicata a Juan Manuel Fangio che in questa città italiana, nota per il suo circuito, vinse nel 1954 una delle prove che gli fecero vincere il secondo titolo di campione del mondo. Uno di quei cinque titoli che nessuno riuscì a vincere sino a quando lui morì di polmonite nel 1995, a 84 anni.
Michael Schumacher e Lewis Hamilton sono i soli ad aver vinto più titoli mondiali (sette entrambi), ma come disse lo stesso campione tedesco, non potranno mai esistere due Juan Manuel Fangio...
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Sequestri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sequestri. Mostra tutti i post
lunedì 23 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Etichette:
almanacco quotidiano,
Avana,
Batista,
Castro,
Cuba,
Faustino Perez,
Fidel Castro,
Fulgencio Batista,
Juan Manuel Fangio,
Mario Battacchi,
Movimento 26 luglio,
Sequestri,
UnMario
venerdì 23 ottobre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 ottobre.
La sera del 23 ottobre 2002 un gruppo di 42 terroristi ceceni, molti dei quali donne, irruppero nel teatro Dubrovka di Mosca prendendo in ostaggio i circa 850 spettatori e lavoratori presenti, avanzando la richiesta che le truppe russe abbandonassero immediatamente il territorio ceceno, in cui era in corso una guerra per l'indipendenza.
I terroristi erano armati di pistole e fucili, inoltre molti di loro indossavano cinture e corpetti imbottiti di esplosivo.
Le trattative andarono avanti per alcuni giorni, durante i quali furono liberati molti ostaggi, principalmente bambini, persone malate e buona parte dei cittadini non russi presenti a teatro.
La mattina del 26 ottobre le forze speciali russe decisero di intervenire. Attraverso i condotti di areazione immisero nel teatro massicce dose di Fentanyl, un potente anestetico, e irruppero nel teatro. I combattimenti che ne seguirono portarono alla morte dei terroristi e di almeno 130 ostaggi.
I corpi dei morti e di coloro che avevano perso i sensi a causa del Fentanyl vennero ammassati indistintamente nel piazzale del teatro alla pioggia e alla neve, e solo in un secondo momento furono trasportati negli obitori e negli ospedali, poichè non veniva consentito alle ambulanze di entrare nella zona recintata.
Il presidente russo Vladimir Putin, durante un'apparizione televisiva del 26 ottobre, difese il blitz affermando che "il governo aveva fatto l'impossibile, salvando centinaia, centinaia di persone". Chiese perdono per non essere riusciti a salvare più ostaggi e dichiarò il lunedì successivo giorno di lutto nazionale per commemorare le persone morte.
L'uso massiccio del Fentanyl provocò poi negli anni successivi la morte di diversi ostaggi o l'insorgere di gravi malattie, anche se ciò non è dimostrabile.
L'inchiesta russa che seguì all'evento fu archiviata nel 2007 senza alcun colpevole; la corte europea per i diritti dell'uomo ha preso in considerazione la vicenda nel 2007, rimarcando che l'uso della forza era lecito in ragione del rischio immediato, rimproverando tuttavia l'insufficiente predisposizione di ambulanze e antidoti, necessari per l'immediato soccorso delle vittime.
La sera del 23 ottobre 2002 un gruppo di 42 terroristi ceceni, molti dei quali donne, irruppero nel teatro Dubrovka di Mosca prendendo in ostaggio i circa 850 spettatori e lavoratori presenti, avanzando la richiesta che le truppe russe abbandonassero immediatamente il territorio ceceno, in cui era in corso una guerra per l'indipendenza.
I terroristi erano armati di pistole e fucili, inoltre molti di loro indossavano cinture e corpetti imbottiti di esplosivo.
Le trattative andarono avanti per alcuni giorni, durante i quali furono liberati molti ostaggi, principalmente bambini, persone malate e buona parte dei cittadini non russi presenti a teatro.
La mattina del 26 ottobre le forze speciali russe decisero di intervenire. Attraverso i condotti di areazione immisero nel teatro massicce dose di Fentanyl, un potente anestetico, e irruppero nel teatro. I combattimenti che ne seguirono portarono alla morte dei terroristi e di almeno 130 ostaggi.
I corpi dei morti e di coloro che avevano perso i sensi a causa del Fentanyl vennero ammassati indistintamente nel piazzale del teatro alla pioggia e alla neve, e solo in un secondo momento furono trasportati negli obitori e negli ospedali, poichè non veniva consentito alle ambulanze di entrare nella zona recintata.
Il presidente russo Vladimir Putin, durante un'apparizione televisiva del 26 ottobre, difese il blitz affermando che "il governo aveva fatto l'impossibile, salvando centinaia, centinaia di persone". Chiese perdono per non essere riusciti a salvare più ostaggi e dichiarò il lunedì successivo giorno di lutto nazionale per commemorare le persone morte.
L'uso massiccio del Fentanyl provocò poi negli anni successivi la morte di diversi ostaggi o l'insorgere di gravi malattie, anche se ciò non è dimostrabile.
L'inchiesta russa che seguì all'evento fu archiviata nel 2007 senza alcun colpevole; la corte europea per i diritti dell'uomo ha preso in considerazione la vicenda nel 2007, rimarcando che l'uso della forza era lecito in ragione del rischio immediato, rimproverando tuttavia l'insufficiente predisposizione di ambulanze e antidoti, necessari per l'immediato soccorso delle vittime.
mercoledì 7 ottobre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, la Achille Lauro venne dirottata da un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP). A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all'intercessione dell'Egitto, dell'OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell'invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell'immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l'episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L'11 ottobre alcuni caccia statunitensi intercettarono l'aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l'altro mediatore dell'OLP) oltre a degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la Naval Air Station di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L'allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all'intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all'aeroporto si schierarono a difesa dell'aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l'Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all'aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell'OLP.
Alla ripartenza dell'aereo con destinazione Ciampino si unirono al velivolo egiziano un velivolo del SISMI che era nel frattempo giunto con l'ammiraglio Fulvio Martini e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l'autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il velivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l'autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un'eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l'altro mediatore dell'OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all'ergastolo in contumacia.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.
Il 30 novembre 1994, mentre era in navigazione al largo della Somalia, scoppiò un incendio a bordo dell'Achille Lauro, che tre giorni più tardi, il 2 dicembre 1994 ne causò l'affondamento. L'inchiesta appurò le cause accidentali.
Il 7 ottobre 1985, mentre compiva una crociera nel Mediterraneo, al largo delle coste egiziane, la Achille Lauro venne dirottata da un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP). A bordo erano presenti 201 passeggeri e 344 uomini di equipaggio.
Dopo frenetiche trattative diplomatiche si giunse in un primo momento ad una felice conclusione della vicenda, grazie all'intercessione dell'Egitto, dell'OLP di Arafat (che in quel periodo aveva trasferito il quartier generale dal Libano a Tunisi a causa dell'invasione israeliana del Libano) e dello stesso Abu Abbas (uno dei due negoziatori, proposti da Arafat, insieme a Hani El Hassan, un consigliere dello stesso Arafat), che convinse i terroristi alla resa in cambio della promessa dell'immunità.
Due giorni dopo si scoprì tuttavia che a bordo era stato ucciso un cittadino americano, Leon Klinghoffer, ebreo e paralitico: l'episodio provocò la reazione degli Stati Uniti. L'11 ottobre alcuni caccia statunitensi intercettarono l'aereo egiziano (un Boeing 737), che, secondo gli accordi raggiunti (salvacondotto per i dirottatori e la possibilità di essere trasportati in un altro paese arabo), conduceva in Tunisia i membri del commando di dirottatori, lo stesso Abu Abbas, Hani El Hassan (l'altro mediatore dell'OLP) oltre a degli agenti dei servizi e diplomatici egiziani, costringendolo a dirigersi verso la Naval Air Station di Sigonella, in Italia, dove fu autorizzato ad atterrare poco dopo la mezzanotte.
L'allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi si oppose tuttavia all'intervento americano, chiedendo il rispetto del diritto internazionale e sia i VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) che i carabinieri di stanza all'aeroporto si schierarono a difesa dell'aereo contro la Delta Force statunitense che nel frattempo era giunta su due C-141. A questa situazione si aggiunse un altro gruppo di carabinieri, fatti giungere da Catania dal comandante generale dei carabinieri (il generale Riccardo Bisogniero). Si trattò della più grave crisi diplomatica del dopoguerra tra l'Italia e gli Stati Uniti, che si risolse cinque ore dopo con la rinuncia degli USA ad un attacco all'aereo sul suolo italiano.
I quattro membri del commando terrorista vennero presi in consegna dalla polizia e rinchiusi nel carcere di Siracusa e furono in seguito condannati, scontando la pena in Italia. Per il resto della giornata vi furono numerose trattavive diplomatiche tra i rappresentanti del governo italiano, di quello egiziano e dell'OLP.
Alla ripartenza dell'aereo con destinazione Ciampino si unirono al velivolo egiziano un velivolo del SISMI che era nel frattempo giunto con l'ammiraglio Fulvio Martini e a una piccola scorta di due F-104S decollati dalla base di Gioia del Colle e altri due decollati da Grazzanise, voluta dallo stesso Martini. Nel frattempo un F-14 statunitense decollò dalla base di Sigonella senza chiedere l'autorizzazione e senza comunicare il piano di volo e cercò di rompere la formazione del Boeing e dei velivoli italiani, sostenendo di voler prendere in consegna il velivolo con Abbas a bordo, venendo però respinto dagli F-104 di scorta.
Una volta giunti a Ciampino, intorno alle 23:00, un secondo aereo statunitense, fingendo un guasto, ottenne l'autorizzazione per un atterraggio di emergenza e si posizionò sulla pista davanti al velivolo egiziano, impedendone un'eventuale ripartenza. Su ordine di Martini al caccia venne allora dato un ultimatum di cinque minuti per liberare la pista, in caso contrario sarebbe stato spinto fuori pista da un Bulldozer; dopo tre minuti il caccia statunitense ridecollò, liberando la pista.
Gli Stati Uniti richiesero nuovamente la consegna di Abu Abbas, in base agli accordi di estradizione esistenti tra Italia e USA, senza tuttavia portare prove del reale coinvolgimento del negoziatore nel dirottamento. I legali del Ministero di Grazia e Giustizia e gli esperti in diritto internazionale consultati dal governo ritennero comunque non valide le richieste statunitensi.
Il Boeing egiziano venne quindi trasferito a Fiumicino, dove Abu Abbas e l'altro mediatore dell'OLP vennero fatti salire su un diverso velivolo, un volo di linea di nazionalità Jugoslava la cui partenza era stata appositamente ritardata. Solo il giorno successivo, grazie alle informazioni raccolte dai servizi segreti israeliani (che tuttavia non erano state consegnate al SISMI durante la crisi, pur essendo già disponibili), si ottennero alcuni stralci di intercettazioni che potevano legare Abu Abbas al dirottamento. La CIA consegnò solo alcuni giorni dopo (il 16 ottobre) i testi completi delle intercettazioni, effettuate da mezzi statunitensi, che provavano con certezza le responsabilità di Abu Abbas, il quale venne processato e condannato all'ergastolo in contumacia.
Il ministro della difesa Giovanni Spadolini ed altri due ministri repubblicani presentarono le dimissioni in segno di protesta contro Craxi, provocando la caduta del governo.
Il 30 novembre 1994, mentre era in navigazione al largo della Somalia, scoppiò un incendio a bordo dell'Achille Lauro, che tre giorni più tardi, il 2 dicembre 1994 ne causò l'affondamento. L'inchiesta appurò le cause accidentali.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(213)
-
▼
luglio
(32)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- Destinazione Zagabria: note per la Pace in memoria...
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
luglio
(32)


