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lunedì 8 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto 2000 viene recuperato dai fondali il sottomarino confederato Hunley, perduto nel 1864 durante la guerra civile americana.
Il piccolo sottomarino Hunley fu costruito da privati a Mobile, in Alabama, nel 1863, basandosi sui progetti forniti da Horace Lawson Hunley, James R. McClintock e Baxter Watson. La sua costruzione fu a spese di Mr. Hunley e supervisionata dagli ufficiali sudisti W.A. Alexander e G.E. Dixon. Dopo le prove nella baia di Mobile, fu trasportato a Charleston, nella Carolina del Sud, nell’agosto del 1863 per operare in difesa di quel porto. Il 29 agosto, mentre era attraccato ad un piroscafo, il sottomarino fu accidentalmente rovesciato su un lato e affondò, facendo annegare cinque membri della sua ciurma. Dopo il recupero marittimo, ebbe un nuovo equipaggio e poté iniziare una serie di test. Comunque, durante alcune prove di immersione, il 15 ottobre del 1863, l’Hunley non riuscì a tornare in superficie. Horace Lawson Hunley, che aveva diretto le operazioni, e il resto dei suoi uomini affogarono.
L’Hunley fu di nuovo recuperato e riparato. Con una terza ciurma, e il perentorio ordine di operare solamente in superficie, il sottomarino incominciò un’altra serie di tentativi per attaccare le navi della Marina Nordista impegnate nel blocco navale al largo di Charleston. Il 17 febbraio 1864, questi sforzi ebbero successo. Il sottomarino H.L. Hunley si accostò alla corvetta nordista Housatonic e fece esplodere contro un siluro. La nave federale affondò rapidamente, diventando la prima nave da guerra ad essere abbattuta per l’attacco di un sottomarino.
Comunque, il sottomarino H.L. Hunley , non fece mai ritorno da questa missione, e si ritenne affondato con tutto il suo equipaggio. Il suo destino è rimasto un mistero per oltre 131 anni, fino al maggio del 1995, quando Clive Cussler localizzò il relitto dopo una lunga ed estenuante ricerca. L’ 8 agosto 2000, in seguito ad un approfondito lavoro preliminare, l’Hunley fu riportato in superficie e condotto all’ex-Base Navale di Charleston per agevolarne la conservazione. Adesso, dopo un’attenta opera di salvaguardia è possibile visitarlo.
In seguito al ritrovamento e al recupero del natante, a Charleston, in South Carolina, si è assistito a quello che molti hanno subito definito “l’ultimo funerale della Guerra Civile”.
In quell’occasione, infatti, sono stati resi gli onori agli otto eroici e sfortunati membri dell’equipaggio del sommergibile sudista H.L. Hunley affondato misteriosamente dopo aver portato a termine la sua missione di guerra nella notte del 17 Febbraio del 1864.
Erano il comandante, tenente George Dixon, ed i marinai Arnold Becker, J.F. Carlsen, Frank Collins, Augustus Miller, Joseph Ridgeway C. Simkins e James A. Wicks che s’erano inabissati a bordo di un vascello capace di navigare sott’acqua, simile a quello concepito dalla fervida immaginazione del visionario Jules Verne, dopo aver affondato la nave della Marina Unionista U.S.S. Housatonic, la prima nave da guerra ad avere la peggio con la nuova, emergente ed insidiosa arma sottomarina che continua a preoccupare anche ai nostri giorni.
L’Hunley aveva avuto appena il tempo di segnalare con orgoglio il proprio successo alla postazione confederata di Sullivan’s Island ed era sparito improvvisamente e per sempre con i suoi uomini nella sua fredda bara liquida. Sebbene l’acqua nel punto dell’inabissamento non fosse profonda il sommergibile era destinato a rimanere nascosto a chi lo cercava con gran fervore ed interesse a causa della spessa coltre di sabbia e detriti depositatasi su di esso. Ma l’oceano che l'aveva tolto, si è finalmente deciso a restituire ai ricercatori il sommergibile confederato ed i resti del suo equipaggio.
Col ritornare a galla della struttura metallica corrosa dall’acqua e dal tempo, studiando approfonditamente i reperti recuperati, si sono potute accertare le circostanze favorevoli che portarono l’Hunley a compiere la sua missione, mentre rimane ancora il mistero di come tecnicamente si sia potuto verificare il suo affondamento. E’ risultato evidente che gli uomini nascosti all’interno del suo ventre, come i fieri guerrieri greci all’interno del cavallo di Troia, al momento dell’incidente fatale erano intenti nell’esecuzione della loro missione ed inconsapevoli della loro fine.
Essi, pero’, sapevano pure che un evento del genere era possibile dopo gli altri due affondamenti precedenti subiti dallo stesso sommergibile e che avevano pure causato la morte di un’altra dozzina d’uomini tra i quali lo stesso inventore Horace L. Hunley.
In ogni caso, in quel momento la loro attenzione era sicuramente polarizzata sul non fallire la missione: distruggere una nave dell’Unione che, a causa del suo blocco sui porti del sud, stava strangolando forse per sempre l’orgoglioso disegno dei Confederati d’ottenere l’indipendenza, separandosi per sempre dagli odiati stati del nord.
Cominciavano a scarseggiare cibo, armi e munizioni e, a patto che non si riuscisse a spezzare il blocco, la Confederazione era destinata ad essere presa per fame come chiunque nella storia fosse stato sottoposto alla crudeltà di un lungo ed implacabile assedio.
Dopo l’affondamento dell’U.S.S. Housatonic il sacrificio degli otto della Hunley, nonostante non riuscisse a capovolgere le sorti della guerra che ormai volgeva al peggio per il sud, fece scorrere tra i nordisti un brivido di paura perché non era affatto noto di quanti altri sommergibili, come quello che aveva inferto loro il grave colpo, il sud potesse disporre.
Adesso ci e’ rimasto d’attendere solo il responso che giungerà dalla scienza e dalla tecnica che sta vagliando con pazienza e minuzia quasi ossessiva ogni piccolo reperto restituitoci dal mare: la moneta d'oro portafortuna del Comandante Dixon, gli effetti personali dei marinai, che riusciamo quasi a visualizzare come Giona nel ventre della loro balena, al lume di candela. Fu forse questa l’ultima cosa che essi videro: la luce che cominciò ad affievolirsi fino a spegnersi del tutto e che col passare delle generazioni e del tempo diventò poi il bagliore accecante dei missili lanciati da altri Hunley, in altre battaglie, d’altre guerre.
Conflitti che hanno riempito ancora di croci e di lapidi bianche altri giardini di pietra, come a quello di Charleston in South Carolina dove, assieme ai caduti dell’H.L. Hunley, dovrebbero piangersi i caduti del Viet Nam e dell’Iraq e tutti i caduti, diventati ormai troppi per poterne ricordare il nome, di un’inutile, tragica, interminabile guerra.


domenica 7 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 agosto.
Il 7 agosto 1921 nasce a Roma Nando Martellini.
Laureato in Scienze politiche, è ancora molto giovane quando nel 1944 inizia a lavorare per la EIAR, azienda radiofonica e televisiva di Stato, che avrebbe poi cambiato nome in Rai. Martellini, che conosce cinque lingue, dapprima svolge mansioni di redattore di politica estera; in seguito per la grande preparazione che dimostra si occupa di cronaca, con ruoli sempre più importanti.
E' lui il telecronista della trasmissione dei funerali di Luigi Einaudi e di Papa Giovanni XXIII.
A partire dal 1946 e per molti anni sarà radiocronista sportivo, ruolo per il quale sarà più spesso ricordato. E' anche la prima voce - dal 1960 al 1967 - della celebre trasmissione radiofonica "Tutto il calcio minuto per minuto"; sarà sostituito da Enrico Ameri a partire dalla stagione 1967-1968.
Passato in televisione, commenta la vittoria dell'Italia ai Campionati Europei di Calcio del 1968. Ai campionati del mondo di calcio messicani del 1970 c'è il collega più anziano Niccolò Carosio, richiamato in servizio per volere del grande pubblico che a lui era affezionato. Carosio però, dopo la terza partita della nazionale, durante la quale commette una clamorosa gaffe su un guardalinee etiope, viene costretto a rinunciare.
A sostituirlo viene chiamato Nando Martellini.
Così Nando Martellini ha modo di assistere e commentare quella partita Italia-Germania 4-3, definita poi "la partita del secolo"; purtroppo sarà anche la voce triste del paese intero, alla successiva sfortunata finale Italia-Brasile, persa per 4-1.
Per molti anni la sua voce commenta con perizia, garbo e profonda umanità le partite di calcio più importanti, così come le principali manifestazioni ciclistiche dal Giro d'Italia al Tour de France.
I campionati mondiali da lui commentati sono stati ben quattro, senza contare alcuni incontri dell'edizione di Italia 1990, a cui il pensionato Martellini ha partecipato occasionalmente in qualità di "commentatore illustre aggiunto".
Nella storia della comunicazione via etere è rimasto il suo triplice grido, emozionato e commosso: "Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!" al termine della partita Italia-Germania dell'11 luglio 1982 (3-1).
Martellini avrebbe dovuto commentare anche il mondiale successivo, quello di Messico 1986, ma a causa di un malore provocato dall'altitudine del posto, fu costretto a cedere il microfono al più giovane collega Bruno Pizzul.
Dopo la pensione (1986), ha lavorato per qualche tempo sulle reti Fininvest, commentando alcune partite della nuova Coppa Campioni, la Champions League, prima di passare a lavorare come opinionista su diversi network radiofonici.
Scomparso il 5 maggio 2004, a lui è stato intitolato lo stadio romano delle Terme di Caracalla.
La figlia Simonetta Martellini, ha seguito con passione e competenza le orme del padre, arrivando a commentare per Radio Rai le partite di pallavolo.

sabato 6 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 agosto.
Il 6 agosto 1881 nasce a Lochfield Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina.
Bronchite, polmonite, broncopolmonite: a sentire queste parole non si può fare a meno di provare una certa inquietudine. La tosse spesso è un sintomo di queste malattie, fino a non molti anni fa considerate pericolose. Ma la polmonite che per secoli è stata considerata gravissima, oggi è poco più importante di un mal di gola. Merito di un biologo inglese, Sir Alexander Fleming, che nel 1928 scoprì, per caso, che una muffa (chiamata "penicillium", cioè "muffa a forma di pennello") impediva la riproduzione di alcuni batteri; da quella muffa sarebbe stata estratta la penicillina, il primo antibiotico usato in medicina: una sostanza assolutamente "naturale".
In realtà dovettero passare undici anni prima che i ricercatori Florey e Chain riuscissero a dare valore alla scoperta di Alexander Fleming e iniziassero a produrre la penicillina su scala industriale; ma bastarono pochissimi anni perché il nuovo farmaco, usato dai soldati alleati durante la II guerra mondiale, alla fine del conflitto si diffondesse in tutto il mondo. Da allora decine di altri antibiotici sono stati sintetizzati e le malattie batteriche dei bronchi e dei polmoni sono diventate curabili facilmente e rapidamente.
Medico, scienziato e filantropo lo scopritore di questa fondamentale "arma" per combattere le infezioni nacque il 6 agosto 1881 a Lochfield, vicino Darvel (Scozia), una cittadina nell'Ayrshire, regione rurale della Scozia. Discendente da una famiglia di agricoltori, Alexander Fleming fu il terzo di quattro figli. I suoi genitori lavoravano in una fattoria di ottocento acri che distava un miglio dalla casa più vicina. Durante l'infanzia Fleming passò molto del suo tempo libero divertendosi a correre e giocare tra i ruscelli, le valli e le brughiere, tipici del paesaggio scozzese, sviluppando un sempre crescente interesse per i fenomeni naturali.
Suo padre morì quando egli aveva sette anni, lasciando la madre a occuparsi della fattoria con il figliastro più vecchio. Frequentare gli studi divenne particolarmente duro per lui, soprattutto a causa della grande distanza a cui si trovavano le scuole. Il futuro scienziato fece immensi sacrifici per arrivare alla laurea. Per un breve periodo dopo il diploma superiore, spinto dalla necessità, lavorò come impiegato in una compagnia di navigazione dell'epoca, con il serio rischio di dover interrompere la carriera scolastica. Malgrado la stanchezza proprio quel lavoro gli fornì le risorse necessarie per iscriversi all'Università.
Come studente di medicina Fleming dimostrò immediatamente di possedere eccezionali capacità, superando con estrema facilità tutti gli esami e guadagnando numerosi premi: nel 1906 ottenne il College Diploma e nel 1908 il London University Degree con medaglia d'oro. In virtù della brillante carriera universitaria, fu immediatamente scelto come allievo interno da Sir Almroth Wright, microbiologo, professore di patologia ed uno dei maggiori esperti di immunologia del tempo: iniziò così la brillante attività di Alexander Fleming che da semplice studente lo portò a diventare uno degli assistenti personali di Wright ed a lavorare al suo fianco in laboratorio.
Intanto nel 1915 Fleming sposò Sarah Marion McElroy, figlia di un allevatore irlandese, la quale lavorava in una casa di cura privata: il matrimonio durò fino alla morte di lei, nel 1949.
Sotto la guida del suo maestro comprese l'importanza di sviluppare nel corpo umano un'immunità per guarirlo da un'infezione, ed impostò le sue ricerche in questa direzione. Tra tutte le scoperte fatte in quel periodo, Fleming rimase particolarmente colpito dal lavoro del medico e chimico tedesco P. Ehrlich, che aveva sviluppato il "Salvarsan", un composto a base di arsenico utilizzato per la cura della sifilide: una "pallottola magica" in grado di uccidere l'organismo infettante senza danneggiare il soggetto infettato. Diventò così uno dei pochi medici ad avere la possibilità di somministrare questo potente farmaco, facendo inoltre esperienza con le nuove e difficili tecniche di iniezione endovenosa.
Il punto di svolta si ebbe quando Alexander Fleming nel suo laboratorio di St. Martin, a Londra, verificando lo stato di una coltura di batteri, vi trovò una copertura di muffa. Questo evento non aveva nulla di straordinario, poiché erano normali situazioni del genere; la cosa eccezionale fu invece il fatto che questa muffa aveva annientato tutti i batteri circostanti. La scoperta, come si è detto, fu casuale; se si fosse trattato di un altro tipo di germi, o di un altro tipo di muffa, o più semplicemente di uno scienziato più distratto, probabilmente tutto sarebbe passato inosservato.
La scoperta non suscitò all'epoca grande entusiasmo anche perché la penicillina non curava molte altre malattie, tra cui la più banale influenza, non immunizzava e soprattutto non eliminava definitivamente i batteri, ma li "stordiva", in attesa che il sistema immunitario si organizzasse per combatterli e distruggerli. Inoltre, essendo eliminata piuttosto velocemente, erano necessarie diverse somministrazioni giornaliere per ottenere l'effetto desiderato.
Nel 1941 però successe qualcosa che dimostrò l'efficacia reale di questo ritrovato. In un ospedale di Oxford, durante la guerra era ricoverato un poliziotto che stava per morire di setticemia a causa di una piccola ferita infetta al lato della bocca. Rivelatesi inutili le somministrazioni di sulfamidici, al poliziotto venne iniettata una dose di penicillina di 200 mg. Accanto al suo letto non c'era Fleming, ma i suoi due collaboratori Chain e Florey; un netto miglioramento cominciò a vedersi. Purtroppo le scorte di penicillina si esaurirono ed il poliziotto morì, ma l'efficacia del farmaco contro le infezioni fu definitivamente dimostrato. In Gran Bretagna e negli USA cominciò una massiccia produzione del preparato.
Nel 1944 Alexander Fleming fu insignito del titolo di Sir e l'anno dopo divise il premio Nobel con i suoi collaboratori Chain e Florey. Fleming morì il giorno 11 marzo 1955 e fu sepolto nella Cattedrale di St. Paul, insieme ad altri inglesi illustri.

venerdì 5 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 e 6 agosto 1284 la flotta navale di Pisa fu sconfitta da quella genovese nella famosa battaglia della Meloria, sancendo di fatto la fine della Repubblica Marinara di Pisa.
Nel 13esimo secolo la Repubblica di Genova aveva conquistato molti insediamenti in Crimea, dove aveva stabilito la colonia di Caffa. L'alleanza con l'impero bizantino restaurato aveva aumentato la ricchezza e la potenza di Genova, e contemporaneamente diminuito il commercio veneziano e pisano. L'Impero bizantino aveva concesso la maggioranza dei diritti di libero scambio a Genova. Pisa nel 1282 tentò di ottenere il controllo del commercio e approvvigionamento della Corsica, ma nello stesso anno il giudice di Cinarca, Sinucello della Rocca, si ribellò contro Genova chiedendo il sostegno pisano.
Nel mese di agosto 1282 una parte della flotta genovese istituì un blocco del commercio pisano presso il fiume Arno. Nel 1283, sia Genova che Pisa si prepararono alla guerra. Pisa raccolse soldati provenienti dalla Toscana e capitani nominati tra le sue nobili famiglie. Genova costruì 120 galee, sessanta delle quali appartenevano alla Repubblica, mentre le altre sessanta furono affittate a privati. Più di 15.000 mercenari vennero assunti come rematori e soldati da parte dei genovesi.
Nei primi mesi del 1284 la flotta genovese aveva provato a conquistare Porto Torres e Sassari in Sardegna. Una parte della flotta mercantile genovese sconfisse una forza pisana, nel viaggio verso l'impero bizantino. La flotta genovese aveva bloccato il porto di Pisa, e attaccò le navi pisane in viaggio nel mare Mediterraneo. Una forza genovese di trenta navi guidata da Benedetto Zaccaria si recò a Porto Torres, per sostenere le forze genovesi che stavano assediando Sassari.
I Genovesi, desiderosi di attirare il loro nemico in battaglia, e al fine di rendere l'azione decisiva, avevano organizzato la loro flotta in due linee di passo. Il primo era composto, secondo Agostino Giustiniani, da cinquantotto galee e otto Panfili, una classe di galee sottili di origine orientale, che prendevano il nome dalla provincia di Panfilia. Oberto Doria, l'ammiraglio genovese, era dislocato al centro della prima linea. A destra vi erano le galee della famiglia Spinola, quattro tra quelle delle otto "compagne" (antico raggruppamento dei quartieri di Genova), in cui la città era stata divisa: Castello, Piazza lunga, Macagnana e San Lorenzo. A sinistra vi erano le galee dei Doria e di altre quattro compagne, Porta, Soziglia, Porta Nuova e Il Borgo.
La seconda linea di venti galee, sotto il comando di Benedetto Zaccaria, era posta così in ritardo rispetto alle prime che i pisani non potevano vedere se era composta da navi da guerra o da piccole imbarcazioni di supporto. Ma erano abbastanza vicine per colpire e decidere la battaglia.
I Pisani, comandati dal Podestà Morosini e dai suoi luogotenenti Ugolino della Gherardesca (il Conte Ugolino dell'Inferno dantesco) e Andreotto Saraceno, si mossero in un unico schieramento. Si narra che, mentre l'Arcivescovo benediceva la flotta, la croce d'argento gli cadde di mano; ma che l'auspicio venne ignorato dall'irriverenza dei Pisani, convinti che con il vento a favore potessero fare a meno dell'aiuto divino.
Dopo una prima esitazione i Pisani decisero di attaccare la flotta genovese e si lanciarono sulla prima linea. Entrambe le flotte erano in formazione a falcata ovvero a mezzo arco. Lo scontro era dunque frontale. I famosi balestrieri genovesi, al riparo dietro le loro pavesate, tiravano contro i legni pisani, mentre questi tentavano, secondo le tattiche dell'epoca, di speronare le navi con il rostro per poi abbordarle. Qualora l'abbordaggio non avesse luogo, gli equipaggi si colpivano con ogni sorta di munizioni scagliate da macchine belliche o dalle nude mani, come sassi, pece bollente e addirittura calce in polvere.
Le sorti della battaglia furono decise dopo ore dai trenta legni dello Zaccaria, che piombarono sul fianco pisano, colto completamente impreparato dalla manovra, ed ignaro della stessa esistenza di quelle galee: fu uno sfacelo di legno, corpi e sangue. Dell'intera flotta pisana, solo venti galee, quelle comandate dal Conte Ugolino, si salvarono. L'accusa di vigliaccheria, se non di tradimento, non impedirà al conte di conquistare la signoria de facto e di restare al vertice del governo della città fino alla sua deposizione (1288) e alla celebre morte per inedia (1289).
Un'altra ragione della sconfitta pisana deve essere individuata nell'ormai obsoleto armamento navale e individuale; le navi pisane, più vecchie e più pesanti, imbarcavano anche truppe armate con armature complete, nonostante la calura agostana, e durante la lunghissima battaglia i genovesi, muniti di armature ridotte e più leggere ne furono chiaramente avvantaggiati.
La gloria della Repubblica Pisana s'inabissò in quel giorno nelle acque della Meloria perdendo tra colate a fondo o cadute in mano nemica oltre 49 galere.
Tra i cinque e i seimila furono i morti, e quasi undicimila furono i prigionieri (alcune fonti citano fino a venticinquemila perdite tra morti e prigionieri) tra cui proprio il podestà Morosini, che fu portato con gli altri a Genova nel quartiere che da allora si sarebbe chiamato "Campopisano". Tra i prigionieri anche l'illustre Rustichello che aiutò Marco Polo a scrivere il suo Milione, nelle prigioni genovesi. Solo un migliaio di prigionieri pisani tornò a casa dopo tredici anni di prigionia. Gli altri morirono tutti e sono sepolti sotto il quartiere genovese che tristemente porta ancora il loro nome. La deportazione forzata di tante migliaia di prigionieri, depauperò spaventosamente la repubblica pisana non solo della sua popolazione maschile, ma anche di gran parte del proprio esercito, lasciandola così indebolita e spopolata da causarne la progressiva decadenza. In tale occasione, proprio in riferimento all'ingente numero di prigionieri pisani a Genova, nacque il detto " se vuoi veder Pisa vai a Genova".
Pisa firmò la pace con Genova nel 1288, ma non la rispettò: fatto che costrinse Genova ad un'ultima dimostrazione di forza.
Nel 1290, Corrado Doria, salpò con alcune galee verso Porto Pisano, trovando il suo accesso sbarrato da una grossa catena tirata tra le torri Magnale e Formice. Fu il fabbro Noceto Ciarli (il cognome è spesso riportato anche come Chiarli) ad avere l'idea di accendere un fuoco sotto di essa per renderla incandescente in modo da spezzarla con il peso delle navi. Il porto fu raso al suolo e sulle sue rovine fu sparso il sale, come accadde per Cartagine ai tempi di Scipione, la campagna circostante devastata e saccheggiata.
Con questo evento, e con la definitiva presa della Sardegna pisana da parte Aragonese nel 1324, il potere sul mare di Pisa si spense definitivamente. Nel 1406 la città fu infine assoggettata da Firenze per la prima volta, ma solo dopo un lungo assedio che si concluse con la vendita della città da parte del pavido Capitano del Popolo Giovanni Gambacorta.
La grande catena del porto di Pisa fu portata a Genova, spezzata in varie parti che furono appese come monito a Porta Soprana e in varie chiese e palazzi della città (chiese di Santa Maria delle Vigne, San Salvatore di Sarzano, Santa Maria Maddalena, Sant'Ambrogio, San Donato, San Giovanni in Borgo di Prè, San Torpete, Santa Maria di Castello, San Martino in Val Polcevera, Santa Croce di Riviera di Levante; ponte di Sant'Andrea, Porta di Vacca, Palazzo del Banco di San Giorgio, Piazza Ponticello); furono restituite a Pisa solo dopo l'Unità d'Italia e sono attualmente conservati nel Camposanto Monumentale di Pisa. Uno degli anelli è ancora presente a Moneglia, borgo ligure, che partecipò con sue imbarcazioni alla battaglia.

giovedì 4 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 agosto.
Il 4 agosto 1978, durante il meeting di Brescia, Sara Simeoni ottiene il record del mondo di salto in alto femminile, saltando l'asticella ferma a 2 metri e 01 centimetri.
Sara Simeoni, classe 1953, è tra le più grandi atlete nella storia dello Sport Italiano. Si potrebbero usare tanti aggettivi, giustamente iperbolici, per descrivere una donna davvero speciale. Ma la descrizione la lasciamo ai numeri di una carriera eccezionale.
Le cifre di questa analisi si traducono in titoli e record, centimetri e medaglie. Sono 30 i centimetri che vanno dal primo Record Italiano di 1,71 nel 1970 a Padova (a 17 anni e quindi ancora Juniores), all’ultimo di 2,01 nel 1978 a Praga.
67 presenze in Nazionale, Sara Simeoni è stata soprattutto una formidabile agonista.
Nel 1972 partecipa alla sua prima Olimpiade; a Monaco arriva sesta e qui si migliora per due volte: 1,82 e 1,85. Ricordiamo che in questa finale la vincitrice è addirittura una sedicenne: la tedesca occidentale Ulrike Meyfarth che vinse, eguagliando l’allora Record Mondiale (1,92) dell’austriaca Gusenbauer, a poche ore dal terribile attacco terroristico del 5 settembre che insanguinò le Olimpiadi bavaresi.
Due anni dopo a Roma si svolgono i Campionati Europei; a vincere è una nuova grandissima fuoriclasse: la tedesca orientale Rosemarie Witschas (non ancora Ackermann) che batte il Record Mondiale con 1,95 in una gara dove il pubblico dell’Olimpico si dimostra molto indisciplinato. La Simeoni è terza ancora con un nuovo Record Italiano (1,89) vincendo così la sua prima importante medaglia internazionale.
Olimpiadi di Montreal 1976. Arriva la prima medaglia olimpica (argento) per Sara e sempre con il Record Italiano (1,91) a soli due centimetri dall’oro della Ackermann.
Nel 1977 la Ackermann entra nella leggenda. Nel giro di un mese e mezzo porta il proprio Record Mondiale da 1,96 a 2,00 metri! Un’altra storica barriera nell’Atletica è caduta.
Ma il bello (per Sara) viene nel 1978. La Simeoni si migliora il 18 giugno a Formia (1,95), poi ancora a Kouvola l’11 luglio (1,97) e il 4 agosto, a Brescia, va prima a 1,98 e poi ….. la Storia ! 2,01 Record Mondiale!!!
Ventisette giorni dopo si disputa la finale dei Campionati Europei di Praga.
Una gara che ha fatto la storia del Salto in Alto femminile. Un lunghissimo e memorabile duello fra due irripetibili Campionesse. Il grande equilibrio sembra spezzarsi quando Sara supera 1,97 alla seconda prova. Invece la situazione si capovolge all’1,99. Qui l’italiana valica l’asticella alla prima prova, mentre per Rosemarie ne sono necessarie due. Alla misura successiva la Simeoni, al secondo tentativo, si ripete nuovamente e supera 2,01! Ed è proprio l’avversaria che va subito a congratularsi con lei. La Ackermann è sfortunata nel suo ultimo tentativo con l’asticella che vibra a lungo e poi cade. Due atlete straordinarie.
Ma in questa serata avviene anche il definitivo sorpasso fra i due stili. La Ackermann rimane nella storia come insuperata primatista mondiale dello stile “ventrale”. La Simeoni come migliore interprete dello stile “Fosbury”. Dieci anni prima, alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, lo statunitense Dick Fosbury sorprese tutti vincendo l’oro saltando “a gambero”.
E alla terza partecipazione olimpica – Mosca 1980 – arriva finalmente la medaglia d’oro. E’ una gara dominata dall’atleta veneta che vince con 1,97.
Nel 1982 ad Atene, durante i Campionati Europei, riappare la Meyfarth. Ed è un ritorno clamoroso. Toglie alla Simeoni il Record Mondiale (2,02) nella gara dove, comunque, Sara si aggiudica il bronzo con la stessa misura (1,97) della sovietica Bykova a cui va l’argento.  L’ultimo splendido risultato la Simeoni lo ottiene nella sua quarta Olimpiade: Los Angeles 1984. Sara ritorna a volare (2,00) vincendo l’argento, ancora alle spalle della Meyfarth (2,02). Questo è l’ultimo acuto di una atleta e di una donna meravigliosa dotata di una classe cristallina, riconosciuta ed apprezzata da tutti, anche lontana dalle pedane.
Sedici anni di carriera vissuti sempre ad un livello altissimo.
Due Primati Mondiali (ed Europei), 23 Record Italiani all’aperto e 21 Indoor.
Non dobbiamo dimenticare anche i quattro Campionati Europei Indoor vinti negli anni 1977-1978-1980-1981.
Due Universiadi (1977-1981) e due Giochi del Mediterraneo (1975-1979).
In Italia: 14 titoli nell’Alto e 1 nel Pentathlon. Ancora 10 titoli Indoor.
L’ultimo dato statistico è quello che fa più impressione e che da la misura della grandezza della nostra Campionessa: ha disputato 307 gare vincendone 235 con la percentuale del 76,6%.

mercoledì 3 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 agosto.
Il 3 agosto 1895 nacque a Ames, nell'Iowa, Neva Morris, morta nello stesso paese nel 2010 alla veneranda età di 114 anni.
All'epoca della morte seconda persona vivente più longeva, decana degli Stati Uniti dal trapasso di Mary Josephine Ray è stata la persona più longeva di tutti i tempi dell'Iowa. Quest'ultimo titolo lo strappò ad Olivia Patricia Thomas, morta nel novembre del 2009 e poco più anziana di lei, che a sua volta l'aveva di recente tolto ad Emma Verona Johnston che lo deteneva da svariati anni. Curiosamente sia la Thomas che la Johnston condividono solo i natali dell'Iowa: la prima morì a New York e la seconda nell'Ohio. Solo Neva non si è mai trasferita.
Nata ad Ames, Iowa dove ha vissuto tutta la sua vita, da Schuyler e Carebie Freed come la più giovane di quattro figli, Neva Freed sposò Edward Leonard Morris nel 1914. La coppia ebbe quattro figli: Leslee, Mary Jane, Walter e Betty Lee. Hanno vissuto con i genitori di Edward, Gertrude Rutherford e Walter Leonard Morris, in una fattoria che comprende 224 ettari di terreno. Ha lavorato nell'allevamento di polli, maiali e bovini da latte.
Il suo figliastro di 96 anni, Tom Wickersham, che vive nella casa di riposo della stessa Neva ha dichiarato: ha lavorato duramente tutta la vita e mangiato piatti abbondanti e salutari preparati con carne, latticini e verdura prodotti in azienda. Walter Morris, 88 anni, il figlio minore di Neva ed unico ancora in vita, crede che il suo segreto sia la sua passione per le auto veloci, come testimoniato dai suoi 80 anni di guida liberi da incidenti. La Morris ha infatti interrotto la guida quando aveva 95 anni di età. Solo a 99 si è trasferita in un istituto. Il marito, Edward morì nel 1960.
È morta alle quattro del pomeriggio del 6 aprile 2010 tranquillamente nel letto, accudita dal figliastro novantenne. Era la seconda persona vivente più longeva dopo la giapponese Kama Chinen. Le sopravvivono un figlio, otto nipoti, nove figli di nipoti e svariati nipoti di nipoti.

martedì 2 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il due agosto.
Il due agosto 1873, alle 4 del mattino, Andrew Smith Hallidie testa il primo tram a cremagliera di San Francisco a Clay Street; nasceva il cosiddetto "cable car", il caratteristico tram a cremagliera di San Francisco.
La sua idea di un sistema ferroviario a vapore guidato da un cavo nacque nel 1869, vedendo frustare dei cavalli mentre faticavano a tirare un carro sul ciottolato bagnato di Jackson Street. I cavalli scivolarono e furono trascinati dal carro in discesa morendo.        
Il padre di Hallidie era un inventore che aveva brevettato uno speciale di tipo di cavo arrotolato in Gran Bretagna. Emigrato in USA nel 1852 durante la corsa all'oro, aveva realizzato un sistema che sfruttava il cavo per tirare i carrelli fuori dalle miniere e per costruire ponti sospesi.
Nel maggio 1873 Hallidie formò una ditta, la Clay Street Hill Railroad, che iniziò la costruzione di una linea cablata su Clay Street. Il contratto per operare nelle strade cittadine stabiliva che il primo agosto la linea doveva essere operativa. Fu aperta il giorno due. Sebbene in ritardo di un giorno, i collaudi della linea riscossero grande approvazione. La Clay Street Hill Railroad iniziò il pubblico servizio il primo settembre dello stesso anno, con un enorme successo.
Per quattro anni la CSHR fu l'unica compagnia a fornire trasporto con il cable car. In seguito una azienda che prima effettuava il trasporto coi cavalli, la Sutter Street Railroad, sviluppò la propria versione di cable car su licenza di Hallidie e iniziò il servizio nel 1877, seguita dalla California Street Cable Railroad nel 1878, dalla Geary Street, Park & Ocean Railroad nel 1880, dalla Presidio & Ferrier Railroad nel 1882, e da altre ancora.
Dal 1890 vi era un totale di 53 miglia di ferrovie a cavo su e giù per le strade di San Francisco.
Il 18 aprile 1906 il grande incendio e terremoto devastò la città.
A quel tempo le vetture elettriche, perfezionate nel 1888 da Frank Sprague, erano già il veicolo preferito per il trasporto cittadino. Richiedevano la metà di danaro per costruirle e manutenerle, potevano raggiungere aree più vaste ed erano più veloci. Le cable car erano ancora in grado di salire le colline ripide più facilmente, per cui alcune di queste linee vennero ricostruite. Tuttavia, col miglioramento delle vetture elettriche, anche le ultime cable car divennero obsolete.
Nel 1947, sulla base dei minori costi operativi degli autobus, il sindaco Lapham dichiarò che "la città dovrebbe sbarazzarsi dei cable car al più presto.".
Perciò Friedel Klussmann fondò il Comitato Cittadino per il Salvataggio delle Cable Car. Il comitato iniziò una campagna informativa mostrando che il valore per San Francisco delle cable car era ampiamente superiore al loro costo operativo. I giornali colsero al balzo la notizia e supportarono la loro iniziativa con ardore. Life magazine mise i tram in copertina, le celebrità si facevano immortalare a bordo di esse. I commercianti si resero conto che i turisti non venivano a San Francisco per salire sui bus.
Il referendum conservativo dei tram fu una vittoria totale, costringendo la città a mantenere in funzione il sistema di cable car di Powell Street.
Nel 1997, il capolinea di Victorian Park della linea Powell-Hyde fu battezzato con una grande cerimonia "Freidel Klussmann Memorial Turnaround", in onore della donna che aveva salvato le cable car.
Dal 1974 al 1201 di Mason Street è aperto il Cable Car Museum, gestito dagli "amici del Cable Car" come struttura gratuita non profit.
Sito nella sala macchine storica della Washinton Mason cable car company, nel museo è possibile visitare i grandi motori e le ruote che tirano le funi. Nel piano sotterraneo è possibile visitare il canalone sotto la strada dove scorrono i cavi che consentivano ai tram di muoversi per la città.
Sono poi in mostra vari meccanismi come funi, rotaie, freni ed altro, nonchè una grande collezione di fotografie storiche.
Il museo inoltre ospita tre vagoni antichi del 1870, inclusa l'unica cable car superstite della prima compagnia, la Clay Street Hill Railroad.


lunedì 1 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo agosto.
Il primo agosto 1965 il presidente americano Lindon Johnson autorizza l'uso di truppe di terra nella guerra del Vietnam.
 Le origini del conflitto tra Usa e Vietnam, hanno inizio molti anni prima del ’64.
Ci troviamo intorno al 1945. Un certo Ho Chin Minh, capo del partito comunista vietnamita, decide di nominare un governo provvisorio. Tale mossa, intimorì non poco alcuni paesi occidentali (Francia e Usa in particolare), come segno di un’ulteriore espansione del comunismo in Asia. Sarebbe spontaneo domandarsi cosa importava alla Francia e agli Usa di tutto ciò. In quel periodo, i francesi tentavano di riconquistare la loro vecchia colonia indocinese ed il governo instaurato in Vietnam (regione appartenente all’Indocina) che avrebbe favorito l’inizio di un’indipendenza, non sarebbe stato di grosso aiuto. Nel 1946, iniziarono gli scontri tra la Francia, supportata finanziariamente e logisticamente dagli Stati Uniti e il Fronte nazionale di liberazione (Fnl) vietnamita, aiutato dai Viet-minh, esercito del nord del Vietnam.
Gli scontri terminarono nel 1954. Fondamentale fu la battaglia di Dien-Bien-Phu, dove le truppe vietnamite, guidate dal generale Giap, inflissero una pesantissima sconfitta alle truppe francesi.
Lo stesso anno ci fu la Conferenza di Ginevra, in cui vennero stabiliti diversi accordi. L’Indocina, fu divisa in tre stati indipendenti: Laos, Cambogia e Vietnam. Quest’ultima, venne separata in due: Vietnam del nord, con capitale Hanoi, in cui viene riconosciuta una repubblica democratica sotto la guida di Ho Chin Minh, ed il Vietnam del sud, con capitale Saigon, guidata da Ngo Dinh Diem, ma sotto il controllo statunitense. Negli stessi accordi venne stabilito che entro la metà del 1956, si tenessero delle libere elezioni per la completa riunificazione del paese. Tutto ciò non avvenne mai. Il presidente americano D. Eisenhower, intravedeva il sud del Vietnam come un ulteriore campo di battaglia per la guerra fredda. Le future elezioni vietnamite, avrebbero visto una sicura vittoria del partito comunista e quindi la perdita del controllo nel sud del paese. Il clima politico in Vietnam si surriscaldò, così gli Stati Uniti decisero di far sorgere una dittatura militare filo americana, finanziandola economicamente e militarmente, con l’obiettivo di neutralizzare la guerriglia dei vietcong (vietnamiti rossi), filo comunisti sudvietnamiti, garantiti dal sostegno dell’Unione Sovietica e della Repubblica Popolare Cinese, nonché del Vietnam del nord.
Nel 1962, l’allora presidente americano J.F. Kennedy, aumentò l’impegno militare nel Vietnam, ma senza risultati. L’anno dopo, infatti, il primo novembre, l’esercito vietnamita allestì un violento colpo di stato. Ngo Dinh Diem venne ucciso e una giunta militare filo comunista ne prese il posto.
Dopo appena tre settimane, Kennedy viene assassinato e L.B. Johnson lo sostituisce, confermando l’appoggio militare ed economico al Vietnam del sud.
Nel 1964 gli Usa iniziano i bombardamenti aerei sul Vietnam del nord, dando il via alla guerra.
Gli attacchi aumentavano sempre di più con gli anni, così come il contingente (nel ’67 in Vietnam erano presenti mezzo milione di soldati americani e dopo il ’68 circa 700000), i bombardamenti, soprattutto nelle maggiori città, e in particolare i morti… ma i risultati erano terrificanti. La più grande potenza mondiale non riusciva a domare le forze guerrigliere.
Migliaia e migliaia di ragazzi americani nati tra gli anni 40 e 50, ricevettero la chiamata alle armi, cui si aggiunsero i volontari (la maggior parte di loro erano studenti universitari) e 1/3 delle forze militari statunitensi vennero mandate in Vietnam… tra di loro c’erano ragazzi di appena 18 anni e molti di loro non fecero più ritorno a casa.
In occasione del capodanno tra il ’68 e il ’69, le forze nordvietnamite lanciarono un feroce attacco, infiltrandosi nelle campagne e nelle città, tra cui anche la capitale Saigon. I morti da parte americana aumentavano sempre di più e nel 1969 i più accesi movimenti pacifisti, pressavano il proprio paese per l’immediato ritiro delle forze armate dal Vietnam. Lo stesso anno, l’allora presidente R. Nixon avviò le prime trattative di pace a Parigi.
Molte furono le battaglie in quel periodo: la battaglia di La Drang nel 1965, quella di Long Tan nel 1966, la prima battaglia di Saigon nel ’68. Senza contare le campagne di bombardamento: l’operazione Rolling Thunder tra il ’65 e il ’67 e la Linebacker... ma la più significativa e inutile probabilmente fu la battaglia di Hamburger Hill nel ‘69.
Nel 10 maggio 1969, le truppe americane individuano nella “Collina 937”, nella valle di Ashau, una fondamentale importanza strategica. Per dieci giorni ci furono interminabili scontri tra l’esercito degli Usa e quello nord vietnamita, questi ultimi posizionati sulla vetta della collina. Gli americani, nonostante la conquista della vetta, subirono enormi perdite, dovute anche dallo scarso aiuto ricevuto dal comando superiore, per il rifornimento d’adeguati mezzi di rinforzo. La “Collina 937” venne poi ribattezzata col nome di Hamburger Hill, per la grande quantità di cadaveri sparsi per la collina. Il 20 maggio fu conquistata e subito dopo, un nuovo ordine comunicò lo sgombero della zona per la scarsa importanza.
Tra il 1970 e il 1972, Nixon decise di aumentare in modo consistente la presenza delle forze aeree a differenza di quelle terrestri. Gli scontri si allargarono fino ai confini con la Cambogia e Laos, ma senza successo. Nel 1972 l’esercito nativo conquista diverse zone militarmente importanti e i ripetuti errori strategici inducono gli americani a continui fallimenti. Nel 1973 Nixon è costretto alla firma, la pace di Parigi è fatta, ma la guerra non è ancora finita.
Per altri due anni l’esercito americano mantenne la sua occupazione a Saigon. Ancora due anni di scontri sanguinosi, fin quando le forze nord vietnamite e quelle vietcong conquistarono la città (ribattezzata poi Ho Chi-Min).
Nel 1975 tutte le truppe americane vennero ritirate dal Vietnam, segnando così la prima sconfitta militare per gli Stati Uniti d’America. Nixon aveva l’obbligo di pagare 4 milioni di dollari al Vietnam per i danni provocati, pagamento che non avvenne mai, così i vietnamiti si tennero tutti i prigionieri americani.
Le conseguenze in Vietnam furono disastrose. L’economia fu duramente colpita dal conflitto e ancora oggi stenta a riprendersi. Alla fine della guerra, il paese conta più di sette milioni tra morti e feriti.
La guerra del Vietnam ebbe importanti ripercussioni a lungo termine anche sulla società statunitense, sulla sua politica estera, e sugli equilibri geopolitici mondiali. In primo luogo, la guerra fu la prima significativa sconfitta militare degli Stati Uniti. Le cause della sconfitta vanno ricercate fondamentalmente:
    nella capacità di resistere alla formidabile pressione militare statunitense da parte della dirigenza e della popolazione del Vietnam del Nord;
    nella combattività e solidità dei Viet Cong e dei soldati regolari nordvietnamiti, in grado di infliggere continue e crescenti perdite al nemico;
    nel fallimento dei piani di pacificazione e sviluppo economico nel Vietnam del Sud (conseguenza anche dell'inefficienza e della corruzione della dirigenza politica filo-statunitense);
    nell'abile uso, da parte della dirigenza nordvietnamita, del nazionalismo per sostenere il morale e continuare una guerra che poteva apparire senza fine e persa in partenza contro una grande potenza straniera;
    nelle ripercussioni interne alla società americana provocate dal falso ottimismo di generali e politici, dalle ingenti perdite e dalle incerte prospettive della lotta.
    negli errori di strategia e di tattica dei comandi militari, in parte conseguenza anche di esigenze di politica internazionale.
Naturalmente l'esito del conflitto intaccò la reputazione degli Stati Uniti come prima superpotenza mondiale. Le massicce perdite americane, la mancanza di una vittoria decisiva e un'efficace propaganda disfattista da parte di contestatori politicizzati crearono un grande disgusto dell'opinione pubblica nei confronti dell'interventismo armato per contenere l'espansionismo sovietico-comunista.
Politicamente, l'insufficiente pianificazione della guerra, la confusione delle direttive e della catena di comando e, soprattutto, "l'assegno in bianco" fornito con facilità dal potere legislativo al potere esecutivo presidenziale, portarono il Congresso a rivedere il modo in cui gli Stati Uniti possono dichiarare guerra. A causa degli sviluppi della guerra del Vietnam, il Congresso promulgò la Risoluzione sui poteri di guerra (7 novembre 1973), che ridusse la capacità del Presidente di impegnare truppe in azione senza aver prima ottenuto l'approvazione del Congresso stesso.
Dal punto di vista sociale, la guerra mutò sensibilmente il pensiero di molti giovani statunitensi, dimostranti e soldati bilateralmente, mutando le loro opinioni riguardo la politica estera adottata dal governo e la moralità del conflitto. Infine, la guerra del Vietnam dimostrò come l'opinione pubblica potesse influenzare la politica del governo, attraverso la mobilitazione e la protesta; un esempio di ciò fu l'abolizione della leva obbligatoria a partire dal 1973.
La guerra e le sue conseguenze portarono a una massiccia emigrazione dal Vietnam verso gli Stati Uniti. Questa comprendeva sia i figli di soldati americani e giovani donne sudvietnamite, sia i rifugiati vietnamiti, che scapparono subito dopo la presa del potere da parte dei comunisti. Durante l'anno successivo, più di un milione di queste persone arrivò negli Stati Uniti.
Nel 1982 iniziò la costruzione del Memoriale dei Veterani del Vietnam (conosciuto anche come "Il Muro"), situato al Mall di Washington DC adiacente al Lincoln Memorial. Si tratta di una lastra di pietra nera lucida parzialmente interrata su un pendio su cui sono incisi i nomi di tutti i caduti della guerra; semplice e austera, simboleggia la tragedia del Vietnam.
Aver prestato servizio nella guerra, anche se inizialmente impopolare, divenne presto fonte di rispetto, anche se il conflitto in sé rimane oggetto di una ampia variabilità di opinioni. Molti politici statunitensi sfruttarono gli anni di servizio nelle loro campagne elettorali, come fece John McCain, ex prigioniero di guerra del Vietnam, nella sua corsa al Senato, mentre la nozione che i presidenti Bill Clinton e George W. Bush avessero evitato il servizio militare in Vietnam giocò a sfavore degli stessi durante le rispettive campagne elettorali.
Dopo essere entrato in carica, Bill Clinton annunciò il desiderio di normalizzare le relazioni con il Vietnam. La sua amministrazione tolse le sanzioni economiche alla nazione nel 1994, e nel maggio 1995 i due stati rinnovarono le relazioni diplomatiche, con gli Stati Uniti che aprirono un'ambasciata sul suolo vietnamita per la prima volta dal 1975.

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