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lunedì 25 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 ottobre.
Il 25 ottobre 1920 Terence Joseph MacSwiney muore in carcere alla Brixton Prison inglese dopo 74 giorni di sciopero della fame.
MacSwiney era il primo di 8 fratelli. Suo padre, John MacSwiney di Cork, aveva combattuto da volontario nel 1868 nelle truppe papaline contro Garibaldi, poi divenne maestro di scuola a Londra e infine aprì una fabbrica di tabacco a Cork. Fallita la sua impresa, emigrò in Australia nel 1885 lasciando i bambini alle cure della madre e della sorella più grande. La madre, Mary Wilkinson, era una cattolica inglese con un forte spirito nazionalistico irlandese.
Terence fu educato dai Fratelli Cristiani della North Monastery School a Cork, scuola che abbandonò quindicenne per aiutare in famiglia dopo la partenza del padre. Mentre lavorava da commesso, continuò gli studi privatamente raggiungendo il diploma e in seguito, sempre lavorando full time, laureandosi in Scienza Mentale e Morale alla Royal University di Cork nel 1907.
Nel 1901 fu uno dei fondatori della Associazione Letteraria Celtica e nel 1908 fondò la Associazione Drammatica di Cork con Daniel Corkery, insieme al quale scrisse numerosi pezzi teatrali, e in seguito anche poesie e libretti di storia irlandese.
Il suo primo dramma, l'ultimo guerriero di Coole, fu prodotto nel 1910. Il suo quinto, il Rivoluzionario (1915) ebbe un successo travolgente.
I suoi articoli sul giornale "Irish Freedom" (libertà irlandese) lo portarono all'attenzione della Fratellanza Repubblicana Irlandese. Fu tra i fondatori della Brigata Cork dei Volontari Irlandesi nel 1913, e presidente del ramo di Cork del Sinn Féin.
Fondò una rivista, Fianna Fail, nel 1914, subito soppresso dopo solo 11 uscite. Venne arrestato e deportato dall'Irlanda nei campi di confino di Shrewsbury e Bromyard fino al suo rilascio nel giugno 1917.
Durante questo confino conobbe e sposò Muriel Murphy, figlia del titolare delle famose distillerie di Cork. Nel novembre 1917 fu nuovamente arrestato a Cork perchè indossava un'uniforme dell'esercito repubblicano irlandese (IRA, Irish Republican Army) e, ispirato dall'esempio di Thomas Ashe, iniziò uno sciopero della fame di 3 giorni prima di venire nuovamente rilasciato.
Nelle elezioni generali del 1918, MacSwiney venne nuovamente eletto come rappresentante del Sinn Féin senza alcuna opposizione. A seguito dell'omicidio del suo amico Tomas Mac Curtain, sindaco di Cork, il 20 marzo 1920, venne eletto al suo posto. Il 12 agosto 1920 venne arrestato a Dublino per possesso di documenti e articoli sediziosi, nonchè di una chiave di cifratura. Venne giudicato in modo sommario da una corte marziale il 16 agosto e condannato a 2 anni di prigione nella prigione di Brixton.
In prigione cominciò immediatamente uno sciopero della fame come protesta per la sua condanna e per essere stato giudicato da una corte militare. Altri 11 prigionieri repubblicani iniziarono con lui lo sciopero della fame. Il 26 agosto il governo Britannico decise che "il rilascio del sindaco avrebbe conseguenze disastrose in Irlanda con possibili ammutinamenti sia dell'esercito che della polizia nel sud dell'Irlanda".
Lo sciopero della fame di MacSwiney attirò l'attenzione di tutto il mondo. Gli americani iniziarono un boicottaggio di merci inglesi, quattro nazioni in Sud America chiesero al Papa di intervenire. Vi furono proteste anche in Francia e in Germania; un parlamentare australiano, Hugh Manon, venne espulso dal parlamento per "comportamento antibritannico e sedizioso durante una seduta pubblica", dopo aver protestato per le azioni del governo di Sua Maestà.
Negli ultimi giorni dello sciopero furono fatti alcuni tentativi di cibare a forza MacSwiney. Il 20 ottobre 1920 cadde in coma e morì cinque giorni dopo, dopo 74 giorni di sciopero della fame. Il suo corpo venne portato nella Southwark Cathedral di Londra, dove 30.000 persone vennero a porgere il loro saluto. Temendo dimostrazioni di massa a Dublino, le autorità portarono la sua bara direttamente a Cork, dove il suo funerale il 31 ottobre attrasse grandi folle. Terence MacSwiney fu sepolto nella cappella Repubblicana del cimitero di San Finbarr a Cork. L'orazione funebre venne tenuta da Arthur Griffith.
Un'antologia dei suoi scritti, intitolata Princìpi di Libertà, fu pubblicata postuma nel 1921. La vita e le opere di MacSwiney ebbero un impatto particolare in India; Jawaharlal Nehru si ispirò a lui, e il Mahatma Gandhi lo inserì tra coloro che influenzarono il suo pensiero. L'antologia fu tradotta in numerosi idiomi indiani.
Il rivoluzionario indiano Bhagat Singh era un suo ammiratore e in prigione fece anche lui uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni di detenzione dei rivoluzionari indiani.
Il padre di Singh chiese al governo britannico la grazia per suo figlio, ma questi citando MacSwiney rispose che "sono sicuro che la mia morte avrà conseguenze peggiori che il mio rilascio per l'Impero Britannico" e disse al padre di ritirare la richiesta.
Il 23 marzo 1931 Bhagat Singh venne giustiziato insieme a due suoi complici per l'uccisione di un ufficiale britannico.
Anche altre grandi figure furono influenzate da MacSwiney, tra cui Ho Chi Minh che lavorava a Londra al tempo della morte dell'irlandese, ed ebbe a dire "una nazione che ha di questi abitanti non si arrenderà mai".


domenica 24 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre si festeggia la giornata mondiale dell'Onu, dovuta alla ratifica del suo statuto avvenuto il 24 ottobre 1945.
L’ONU è la più importante ed estesa organizzazione intergovernativa che conta 192 Stati membri su un totale di 201 complessivi. Le Nazioni Unite hanno come fine il conseguimento della cooperazione internazionale in materia di sviluppo economico, progresso socioculturale, diritti umani e sicurezza internazionale. Hanno come fine il mantenimento della pace mondiale anche attraverso efficaci misure di prevenzione e repressione delle minacce e violazioni ad essa rivolte. La sede centrale delle Nazioni Unite si trova a New York e l’attuale Segretario Generale è Ban Ki-Moon .
L’Organizzazione delle Nazioni Unite nasce grazie alla carta di San Francisco, il 25 Aprile del 1945 per cooperare per una vita migliore in tutto il mondo e per la pace, all’indomani della seconda guerra mondiale.
Nel 1941 si tenne a Londra un incontro tra i leader dei paesi colpiti dalle mire espansionistiche della Germania nazista e i rappresentanti britannici e dei paesi del Commonwealth. I partecipanti firmarono una Dichiarazione interalleata nella quale si impegnarono a “lavorare insieme, con gli altri popoli liberi, sia in tempo di guerra che di pace” . Questa, può essere considerata la prima tappa verso la costituzione delle Nazioni Unite.
Sempre nel 1941, Franklin Delano Roosevelt ed il Primo Ministro britannico, Winston Churchill firmarono la Carta Atlantica. Nel 1942 i rappresentanti di 26 nazioni in guerra contro l’Asse proclamarono la loro adesione a quanto stabilito nella Carta Atlantica (Dichiarazione delle Nazioni Unite); più tardi si aggregheranno altri 21 paesi. In questa occasione si ebbe il primo utilizzo ufficiale del termine “Nazioni Unite” suggerito da Roosevelt.
Il 30 ottobre 1943, nella Conferenza di Mosca, Regno Unito, Cina, Unione Sovietica e Stati Uniti firmarono la Declaration of the Four Nations on General Security nella quale si prevedeva la creazione di un’organizzazione internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza.
Prima di tale conferenza, nel 1944, i rappresentanti di Unione Sovietica, Regno Unito, Stati Uniti e Cina stilarono il primo progetto delle Nazioni Unite e si accordano sugli scopi, la struttura e il funzionamento dell’Onu. Poi, durante la Conferenza di Yalta tenutasi dal 4 all’11 febbraio 1945, si ribadì la volontà di istituire un’organizzazione internazionale per la salvaguardia della pace e della sicurezza e a questo scopo vennero stabilite le date della Conferenza di San Francisco (25 aprile 1945).
I rapppresentanti di 50 nazioni si riunirono per una conferenza dal titolo ufficiale Conferenza delle Nazioni Unite sull’Organizzazione Internazionale nella quale vennero elaborati i 111 articoli della Carta che fu adottata all’unanimità il 25 giugno 1945. Il giorno seguente la firmarono i 51 paesi firmatari. L’Onu è ufficialmente fondato il 24 ottobre 1945 dopo la ratifica dello Statuto da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Cina, Taiwan, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e gli Stati Uniti e dalla maggioranza degli altri 46 firmatari.
I Membri dell'ONU sono degli Stati Sovrani. Le Nazioni Unite non sono un governo mondiale e non legiferano. Esse, tuttavia, forniscono i mezzi per aiutare a risolvere i conflitti internazionali e formulano politiche appropriate su questioni di interesse comune. Alle Nazioni Unite tutti gli Stati Membri — grandi e piccoli, ricchi e poveri, con differenti visioni politiche e diversi sistemi sociali — fanno sentire la propria voce e votano in questo processo.
L'ONU ha sei organi principali. Cinque di questi — l’Assemblea Generale, il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio Economico e Sociale, il Consiglio di Amministrazione Fiduciaria e il Segretariato — si trovano presso il Quartier Generale di New York. Il sesto, la Corte Internazionale di Giustizia, ha sede all’Aia, in Olanda.
Tutti gli Stati Membri dell’ONU sono rappresentati nell’Assemblea Generale, una specie di parlamento delle nazioni che si riunisce regolarmente in sessioni speciali per esaminare i problemi mondiali più pressanti. Ogni Stato Membro dispone di un voto. Le decisioni sugli "argomenti importanti", quali raccomandazioni sulle questioni relative alla pace e alla sicurezza internazionali, l’ammissione di nuovi membri, il bilancio dell’organizzazione, vengono prese con una maggioranza di due terzi. Altri argomenti richiedono invece una maggioranza semplice. Negli ultimi anni è stato fatto uno sforzo particolare per giungere alle decisioni per consenso, piuttosto che mediante un voto formale. L’Assemblea non può costringere uno Stato ad agire in un determinato modo, ma le sue raccomandazioni costituiscono una importante indicazione di quella che è l’opinione mondiale e rappresentano l’autorità morale della comunità delle nazioni.
Lo Statuto delle Nazioni Unite affida al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Il Consiglio può essere convocato in qualunque momento, ogni qual volta la pace venga minacciata. Tutti gli Stati Membri sono tenuti a rispettare le decisioni del Consiglio secondo lo Statuto dell’ONU.
Il Consiglio di Sicurezza ha istituito circa 60 operazioni di pace. Qui, alcuni membri della forza presente a Cipro aiutano a caricare i rifornimenti umanitari per le vittime del devastante tsunami del 2004 nell’Asia del Sud.
Esso è composto da 15 membri. Cinque di essi — Cina, Francia, Federazione Russa, Gran Bretagna e Stati Uniti — sono membri permanenti. Gli altri 10 vengono eletti dall'Assemblea con un mandato biennale. Negli ultimi anni, peraltro, gli Stati Membri hanno discusso la possibilità di modificare la composizione del Consiglio così da riflettere meglio le mutate realtà politiche ed economiche.
Le decisioni del Consiglio richiedono una maggioranza di almeno nove voti. Ad eccezione delle votazioni relative alle questioni procedurali, nessuna decisione può essere presa nel caso in cui un voto negativo, o veto, venga espresso da un membro permanente.
Quando all'attenzione del Consiglio viene sottoposta una questione che minacci la pace internazionale, in prima battuta si cerca il modo per risolvere pacificamente la controversia. In questi casi il Consiglio può avviare una mediazione o illustrare delle ipotesi per giungere a un accordo. Nel caso di combattimenti il Consiglio cerca invece di ottenere un cessate il fuoco. Esso può inviare delle missioni per il mantenimento della pace per far rispettare la tregua e tenere separate le opposte fazioni.
Nel tentativo di dare maggiore forza alle proprie decisioni, il Consiglio di Sicurezza può imporre sanzioni economiche ed ordinare un embargo sugli armamenti. In rare occasioni, peraltro il Consiglio di Sicurezza ha autorizzato gli Stati Membri a impiegare "tutti i mezzi necessari", comprese azioni militari collettive, per garantire che le sue decisioni venissero rispettate.
Il Consiglio, infine, formula delle raccomandazioni all'Assemblea Generale in merito alla candidatura al ruolo di Segretario Generale e circa l'ammissione all'ONU di nuovi membri.
La Corte Internazionale di Giustizia — conosciuta anche come la Corte Mondiale — è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite. Composta da 15 giudici eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza, che votano in maniera separata e simultanea. La Corte delibera sulle controversie fra Stati, basandosi sulla partecipazione volontaria degli Stati interessati. Nel caso in cui uno Stato accetti di partecipare ad un procedimento, esso è tenuto a conformarsi alla decisione della Corte. La Corte fornisce inoltre pareri e consulenze alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate.
Il Segretariato svolge il lavoro di macchina e amministrativo delle Nazioni Unite, seguendo le direttive dell’Assemblea Generale, del Consiglio di Sicurezza e degli altri organi. È guidato dal Segretario Generale, che si occupa della guida amministrativa generale.
Il Segretariato consiste di dipartimenti e uffici con uno staff complessivo di circa 7.500 persone nel bilancio ordinario, proveniente da circa 170 Paesi. Le sedi operative comprendono il Quartier Generale di New York e gli uffici di Ginevra, Vienna, Nairobi e di altre località.
Il Fondo Monetario Internazionale, il Gruppo Banca Mondiale e altre tredici organizzazioni indipendenti conosciute come "agenzie specializzate" sono collegate all’ONU mediante accordi di collaborazione. Queste agenzie, tra cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile, sono organismi autonomi creati da accordi intergovernativi. Essi hanno delle responsabilità internazionali a largo raggio nel campo economico, sociale, culturale, educativo, sanitario e nei settori collegati. Alcuni di essi, come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e l’Unione Postale Universale, sono stati istituiti prima dell’ONU stessa.
Esiste inoltre una pluralità di uffici, programmi e fondi dell’ONU — come l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Rifugiati (UNHCR), il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) e il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) — che lavorano per migliorare le condizioni economiche e sociali delle persone di tutto il mondo. Questi organismi riferiscono all’Assemblea Generale o al Consiglio Economico e Sociale.
Tutte queste organizzazioni hanno propri organismi direttivi, bilanci e segretariati. Con le Nazioni Unite sono conosciuti come la famiglia ONU, o il sistema delle Nazioni Unite. Tutti assieme offrono assistenza tecnica e altre forme di aiuto pratico virtualmente in tutte le aree economiche e sociali.

sabato 23 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 ottobre.
Il 23 ottobre 1925 nasce a Cagliari il regista Nanny Loy, pseudonimo di Giovanni Loy.
Esordisce la prima volta con il film "Parola di ladro" (1957), in co-regia con Gianni Puccini, altro noto regista e sceneggiatore italiano con cui firma l'anno successivo il loro secondo lavoro, intitolato "Il marito" (1958). È tragedia comica di un ladro gentiluomo e dagli echi Hollywoodiani, il primo e, commedia con protagonista Alberto Sordi, il secondo. Poi Loy gira nel biennio successivo l'"Audace colpo dei soliti ignoti" (1960), prima di approdare al successo e ai primi riconoscimenti del partigiano "Un giorno da leoni" (1961) e di "Le quattro giornate di Napoli" (1962). Sono film ispirati alla guerra e alla drammatica rivolta di cui i napoletani furono protagonisti a seguito di questa, il 28 settembre del 1943, quando l'intera popolazione con l'apporto di militari fedeli al Regno del Sud, riuscirono a liberare la città campana dall'occupazione delle forze armate tedesche. È ammirevole come, nonostante il periodo di boom economico in cui le pellicole vengono lanciate, il regista si prodighi per riportare l'attenzione degli italiani sulle tematiche da poco superate su cui tanto c’è ancora da discutere. Qualche anno dopo, esattamente nel 1965, Loy, che si occupa da qualche tempo anche di televisione, raggiunge il massimo della popolarità con la serie "Specchio Segreto", che passa alla storia come il primo programma di candid - camera del nostro paese di cui Nanny Loy è autore e attore. Gira subito dopo "Il padre di famiglia" (1967), con Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Totò che, fatalità, ne gira la scena del funerale appena due giorni prima di spegnersi, e "Detenuto in attesa di morire" (1971), che per la prima volta, deputa ad un film il compito di denunciare senza mezzi termini tutta l'arretratezza del sistema giudiziario e carcerario italiano di quel periodo. È qui che il grandissimo Alberto Sordi interpreta il ruolo drammatico che gli vale l'Orso d'Oro al Festival di Berlino dell'anno successivo. Non ne viene smentito lo spirito analitico e indagatore nemmeno in "Sistemo l'America e torno", interessante ritratto dell'America razzista di quegli anni. Il 1976 è invece l'anno del più leggero di "Signore e signori, buonanotte" e degli episodi diretti in "Basta che non si sappia in giro" e "Quelle strane occasioni". Si concentrano dunque nel decennio successivo una serie di altri titoli che ne riconfermano lo stile teso a rappresentare la realtà non solo criticamente, ma anche con tenerezza e ironia, un po’ alla maniera dei maestri De Sica e Gassman. Si tratta dei primi tre "Cafè Express" (1980), "Testa o croce" (1982) e "Mi manda Picone" (1984) in cui un giovanissimo Pino Daniele firma accanto a Tullio De Piscopo le musiche e dei più rinomati "Amici miei atto III" (1985), "Scugnizzi" (1989) e "Pacco, doppio pacco e contropaccotto" (1993). Il terzo della serie di "Amici miei" è una catastrofe annunciata già nella sceneggiatura, la critica giudica netto lo scarto con gli altri due e il pubblico non gradisce. "Scugnizzi", invece, cui nel 2002 si ispirerà la versione musical "C'era una volta...Scugnizzi" di Enrico Vaime, rappresenterà una delle esperienza più significative del proprio percorso cinematografico e umano. Il film narra le vicende di alcuni dei giovani detenuti del riformatorio di Nisida, impegnati nella realizzazione di uno spettacolo teatrale. Nanni visita insieme a Leo Gullotta, che è l'attore sotto la cui guida, i ragazzini imparano a recitare, le carceri minorili di Napoli. Entrambi rimangono scioccati, la camorra e il disagio giovanile sono ovunque, ma è il regista che ne soffre più di tutti fino a risentirne dal punto di vista dello stato di salute. "Fu un esplosione dentro di noi", dichiarerà più volte Gullotta. L'ultima pellicola per il grande schermo è, come abbiamo detto "Pacco, doppio pacco e contropaccotto", strutturato ad episodi e ambientato nella Napoli di fine anni Novanta, con i suoi mal costumi, la filosofia dell'arrangiarsi e del tirare a campare. I complimenti per la capacità propria della sua regia di dipingere i tratti caratteristici dell'italiano medio non soltanto per far ridere ma anche per far pensare e far crescere culturalmente il suo pubblico, si sprecano. Il fine educativo del suo operato non è mai secondario, le lezioni che spesso impartisce al Centro Sperimentale ne sono la prova. La stessa idea di cinema come servizio da rendere al pubblico si trasferisce inevitabilmente nell'attività di autore televisivo. Nasce probabilmente con questo intento e con quello di diffondere la grandezza letteraria di Italo Calvino, la versione catodica in onda sulla Rai di "Marcovaldo" (1970), dall'omonimo romanzo dell'illustre scrittore. “Un candido eroe, con la faccia stralunata e triste" di Nanni Loy, che spiegherà la sua partecipazione alla trasmissione come attore, dichiarando: "Faccio l’attore per imparare a farlo, perché non lo so fare, perché recitare significa perfezionare o addirittura conquistare uno strumento in più nell'attività di regista; gli stessi Chaplin e Tatì sono nati come registi da attori, origini che si riconoscono". Un lunga carriera dunque, focalizzata sull'attenzione al prossimo soprattutto quando vittima delle angherie del vicino. Un uomo che il direttore della fotografia Cirillo che con lui lavorava su vari set, definirà come un "sincero, vero e autentico democratico" con un rispetto per il lavoro, la personalità e se stesso senza pari. Un artista e un grande uomo che vale la pena conoscere per imparare che senza la fatica, la dedizione e una visione quasi artigianale del fare, poco di buono si potrebbe creare nel mondo del cinema come nella vita.
Muore a 69 anni a Fregene il 21 agosto 1995, riposa al cimitero del Verano di Roma.

venerdì 22 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 ottobre.
Il 22 ottobre 1964 Jean Paul Sartre rifiuta, suscitando clamore in tutto il mondo, il premio Nobel per la letteratura che l'accademia di Svezia gli ha tributato.
Filosofo, narratore, drammaturgo e saggista, considerato il padre dell'esistenzialismo francese, Jean-Paul Sartre (Parigi 1905, Parigi 1980) ebbe un'infanzia segnata immediatamente, al secondo anno di vita, dalla morte del padre, un ufficiale di marina. Fu dapprima allevato dai nonni materni e, in seguito, con la madre, si trasferì a La Rochelle, dove frequentò il liceo locale. Fra il 1924 e il 1928 studiò all'École Normale Supérieure di Parigi. In questi anni Sartre conobbe Simone de Beauvoir, alla quale restò sentimentalmente legato tutta la vita. Nel 1931 cominciò a insegnare filosofia, prima al liceo di Le Havre, poi al Pasteur e successivamente al Condorcet di Parigi. Negli anni 1933-34 soggiornò a Berlino dove lesse per la prima volta le opere di E. Husserl, di M. Heidegger e di K. Jaspers. La nascita di Sartre come filosofo è narrata da lui stesso in Les Mots (1964; Le parole), opera autobiografica, illustrazione prima del suo mondo ideale. Sartre pubblicò la sua prima opera filosofica, L'imagination (L'immaginazione), nel 1936, con la quale diede l'avvio a una produzione copiosa che lo vide impegnato sulla scena del pensiero europeo. Ne L'imagination si delinea il suo credo filosofico, in un allargamento del pensiero fenomenologico di Husserl e nella presa di coscienza dell'esistenzialismo di marca tedesca. Con L'Être et le Néant (1943; L'Essere e il Nulla) Sartre perfezionerà la sua dialettica visione del mondo, per approdare successivamente, intorno al 1960, al confronto col marxismo della Critique de la raison dialéctique (Critica della ragione dialettica). Oltre che nel saggio filosofico il pensiero di Sartre si era già manifestato con La Nausée (1938; La Nausea), prima opera di Sartre romanziere, nella quale al romanzo meramente narrativo di situazione e di intreccio oppone il romanzo di idee, in cui il protagonista, alter ego dello scrittore, percorre un lungo e tortuoso cammino verso la coscienza del sé e del proprio essere nel mondo. Seguirono altre due opere di narrativa, Le Mur (1939; Il muro) e Les chemins de la liberté (1945-49; Le vie della libertà, inizialmente pensato in quattro volumi, ma di cui solo tre videro la luce), in cui Sartre, adottando la tecnica cinematografica della simultaneità, affrontò letterariamente il dramma generale della seconda guerra mondiale. Successivamente Sartre ampliò il suo orizzonte scrivendo altre opere per il teatro. Nascono così Les Mouches (1943; Le mosche), una trasposizione in chiave moderna dell'Orestea, a cui l'anno dopo seguì Huis clos (A porte chiuse). Intanto, sempre nel 1944, Sartre partecipò attivamente alla Resistenza e, lasciato definitivamente l'insegnamento, nel 1945 fondò, insieme a M. Merleau-Ponty e a S. De Beauvoir la rivista Les Temps Modernes, nella quale, accanto all'esperienza filosofica e letteraria, troverà ampio spazio l'impegno politico. In questo periodo strinse una forte amicizia con A. Camus, che finì, però, col frantumarsi nell'arco di una dura polemica apertasi nel 1952 e spentasi con la prematura morte di quest'ultimo. In seguito a numerosi viaggi in tutto il mondo, da giornalista, Sartre passò dai primi testi atemporali per il teatro a una precisa collocazione nel mondo dei suoi personaggi: con Morts sans sépolture (1946, Morti senza tomba) siamo in piena guerra civile spagnola; con La putaine respecteuse (1946; La sgualdrina timorata) negli USA, e nel difficile clima di integrazione razziale; e ancora con Les mains sales (1948; Le mani sporche) Sartre affronta il conflitto tra realismo e idealismo in politica; con Le diable et le bon Dieu (1951; Il diavolo e il buon Dio) il potere dell'uomo di foggiarsi il proprio destino; Les séquestrés d'Altona (1959; I sequestrati di Altona) tratta lo smarrimento in cui la tirannide può precipitare una coscienza. Alle opere teatrali si aggiunsero i saggi Baudelaire (1947), Saint-Genet, comédien et martyre (1952; Santo Genet, commediante e martire) e le parallele inchieste, puntualizzazioni, considerazioni condotte su Les Temps Modernes. Nel 1964 gli venne conferito il Nobel, ma Sartre lo rifiutò poiché, a suo avviso, «nessun uomo merita di essere consacrato da vivo». Aveva già rifiutato la Legione d'onore, nel 1945, e ancora una cattedra al Collegio di Francia. Questi onori, secondo lui, avrebbero alienato la sua libertà, facendo dello scrittore un'istituzione. Questi suoi gesti resteranno celebri poiché in grado di illuminare lo spirito e lo stato d'animo dell'intellettuale.
L'opera di Sartre è inevitabilmente segnata dalla contraddizione di chi, parlando sempre di engagement, nega alla letteratura qualsiasi capacità di autonomia. Ed è in questo senso che la sua opera di romanziere e drammaturgo è strettamente legata alla vastità e alla coerenza della sua visione del mondo, la cui unità appare garantita dall'inesauribile dibattito sulla libertà. La libertà, presupposto essenziale per la realizzazione dell'uomo, deve servire soltanto a “impegnarsi”. Per Sartre ogni scrittore è “compromesso con il proprio tempo”, che egli parli o taccia, giacché anche i silenzi di coloro che sono venuti alla ribalta per farsi ascoltare hanno un'eco e un significato. L'existentialisme est un humanisme (1946; L'esistenzialismo è un umanesimo) chiarì inequivocabilmente questi principi e il titolo stesso del saggio è una risposta a quella che deve essere la posizione dello scrittore nella società, la scelta dell'uomo di fronte all'esistenza: l'impegno politico. L'importanza e la grandezza di Sartre scrittore sono, in questo senso, legate alla terribile densità del mondo da lui elaborato intellettualmente, rappresentato e messo in scena: un mondo assurdo e ripugnante, un mondo "a porte chiuse", dominato dall'orrore per la condizione stessa dell'esistere. E tuttavia la possibilità di una via di uscita è accennata e consiste nel farsi carico, ancora una volta, del proprio agire e nella capacità di accogliere in sé una forte responsabilità etica e politica. Dei suoi saggi successivi si ricordano ancora Le peintre sans privilège (1962; Il pittore senza privilegi), Marxisme et existentialisme (1963; Marxismo e esistenzialismo, in collaborazione con R. Garaudy), Les communistes et la paix (1969; I comunisti e la pace) e L'idiot de la famille (1972; L'idiota di famiglia), dedicato a G. Flaubert e non privo di espressioni polemiche sull'autore. Sartre scrisse anche sceneggiature per il cinema: Les jeux sont faits (1947), L'Engrenage (1949; L'ingranaggio), adattato anche per il teatro, e lo stesso Les Mots. Successivamente Sartre venne sempre più accentuando l'impegno politico in campo marxista; in particolare lo svolgimento dei motivi “libertari” inerenti alla sua interpretazione del marxismo in termini fenomenologico-esistenziali lo portò a dure critiche nei confronti del marxismo istituzionalizzato e della sinistra ufficiale e a una concezione della rivoluzione identificata con una sorta di contestazione permanente. Colpito da cecità quasi totale, pubblicò saggi, articoli (su L'idiot international e La cause du peuple) e interviste: oltre a quelli raccolti in Situations VIII, IX (1972) e X (1976), altri formano la trama del libro-conversazione On a raison de se revolter (1974; Le ragioni della rivolta) composto con due militanti dell'estrema sinistra, Pierre Victor e Philippe Gavi, co-fondatori del giornale Libération del quale Sartre fu per qualche tempo direttore. Nel 1983 sono apparsi postumi i Cahiers pour une morale (Quaderni per una morale) e i Carnets de la drôle de guerre (Taccuini di guerra) scritti tra il 1939 e il 1940. Sempre nel 1983 è uscito l'epistolario privato di Sartre: Premières lettres de guerre à Simone de Beauvoir e Lettres au Castor et à quelques autres (trad. it. Lettere al castoro). Nel 1990 sono stati pubblicati testi autobiografici sotto il titolo Ecrits de jeunesse (Scritti giovanili). Il crollo dei regimi marxisti e la condanna dell'ateismo di Stato conseguente agli eventi succedutisi in Europa dal 1989 hanno giustificato alcuni suoi ripensamenti sul marxismo e ridimensionato alcune sue affermazioni sull'esistenzialismo ateo.
Morì nel 1980 al culmine del successo, quando ormai era diventato icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra. Si stima che al suo funerale presenziarono cinquantamila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.


giovedì 21 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 ottobre.
Il 21 ottobre 1959 apre a New York il Guggenheim Museum, sul progetto di Frank Lloyd Wright.
Il Guggenheim Museum di New York, è uno dei più importanti musei al mondo nel campo dell'arte moderna e contemporanea.
Il famoso edificio, che ospita il Salomon, progettato da Frank Lloyd Wright tra il 1957 e il 1959, appare esternamente come una spirale rovesciata in cemento bianco a quattro anelli che sale fino a una cupola di vetro a circa 30 metri d’altezza.
All’interno la spirale si apre su di un vasto spazio centrale e viene percorsa dal visitatore partendo dall’alto e scendendo per una rampa elicoidale lunga 432 metri che si snoda lungo un spazio espositivo composto da oltre 70 nicchie e molte piccole gallerie in cui sono in mostra le opere d’arte del museo.
La Grande Rotonda a piano terra del Museo è stato il sito di molte celebri mostre, mentre le sue gallerie più piccole lungo la rampa elicoidale, sono dedicate alla rinomata collezione del Guggenheim, che va dall'Impressionismo all'Arte Contemporanea  fino alle Avanguardie.
La costruzione ospita anche un Auditorium, una rotonda (dove al venerdì e al sabato, dalle 15.00 alle 20.00, si tengono le sessioni del World Beat Jazz), una Caffetteria e un Negozio di libri d’arte.
Inizialmente denominato Museo della Pittura Non-Oggettiva (Museum of Non-Objective Painting), il Guggenheim fu costruito per esporre le opere delle Avanguardie Artistiche che si andavano sempre più imponendo nel mondo dell'arte, come Vasilij Kandinskij e Piet Mondrian.
 Il museo fu trasferito nella sede attuale, quando, l'edificio progettato dall'Architetto Frank Lloyd Wright, fu completato.
Ultimo grande lavoro del celebre Architetto, molto discusso dai critici architettonici, è ancora mondialmente riconosciuto come uno dei capolavori dell'architettura contemporanea.
Dalla strada, l'edificio assomiglia a un nastro bianco che si avvolge attorno a un cilindro più largo in cima e più stretto alla base, in forte contrasto con i grattacieli di Manhattan che lo circondano.
L'interno del Solomon R. Guggenheim Museum, viene illuminata dalla luce naturale proveniente dalla cupola o da altre forme di luce indirette, sistemate lungo la rampa.
I muri, leggermente inclinati in fuori, dispongono i quadri esattamente come sui cavalletti dove sono stati creati dall'artista.
Le opere sono illuminate sia dalla luce naturale, che entra da un nastro continuo di lucernari a vetrata verticale che segue la parete curva e inclinata, sia da fonti di luce ad incandescenza.
Solo alcune delle opere esposte sono illuminate individualmente.
Il patrimonio artistico del Museo è costituito da opere d’arte provenienti da cinque grandi collezioni private: la Guggenheim Collection, la Tannhauser Collection (offerta dal mercante d’arte tedesco Justin K. Thannhauser), la collezione di dipinti espressionisti tedeschi di Karl Nierendorf, la raccolta di dipinti e di sculture dell’avanguardia storica di Katherine S. Dreier e la collezione di Minimal Art Americana degli anni Sessanta e Settanta del conte Giuseppe Panza di Biumo.
Alle collezioni di partenza si sono aggiungete le successive acquisizioni dei direttori e dei funzionari del museo, come le opere di Roy Lichtenstein e di Joseph Beuys.
Il Museo Guggenheim possiede 5.000 tra dipinti, sculture e lavori su carta del periodo compreso tra l’Impressionismo e i giorni nostri, illustrati da un ampio catalogo.
Un patrimonio tanto grande che può venire esposto solo parzialmente e a periodi alterni.
Nel Guggenheim, infatti, si organizzano annualmente almeno cinque o sei mostre straordinarie che, per la loro ampiezza e importanza, tendono a occupare, tutto o quasi, lo spazio espositivo disponibile.
 Il museo, inoltre, organizza esposizioni di sue opere in tutti i Musei del Mondo.
Tra i pezzi più significativi che appartengono al patrimonio del museo vanno ricordate senz’altro la più grande collezione al mondo delle opere di Kandinsky e le migliori opere dei pittori Henri Rousseau, Delaunay, Georges Braque, Pablo Picasso, Fernand Léger, Marc Chagall, Piet Mondrian, Oscar Kokoschka, Amedeo Modigliani,  Paul Klee, Pollock, Rauschenberg e di decine di altri artisti famosi.
Altre Esposizioni Complementari e Mostre di Opere dei Nuovi Artisti possono essere visitate presso il Guggenheim Museum SoHo, al n. 575 di Broadway, all’angolo con la Prince Street.
Questa “filiale” del museo di Fifth Avenue, inaugurata nel 1992, ha sede in un ex magazzino della fine dell’800, trasformato dall’architetto Arata Isozaki in un ampio spazio espositivo di circa 3.000 metri quadrati.
Nel 1996 il museo ha subìto alcuni lavori di ristrutturazione che lo hanno trasformato, anche grazie alla sponsorizzazione dell’ENEL italiana e della Deutsche Telekom, in uno spazio destinato all’esposizione di opere e apparecchiature ispirate alla più moderna tecnologia informatica e multimediale (CD-ROM e realtà virtuale).

mercoledì 20 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 ottobre.
Il 20 ottobre 2011, durante una lunga e logorante guerra civile, i ribelli libici uccidono il colonnello Gheddafi, sovrano indiscusso del paese da oltre 40 anni.
Muammar Gheddafi nasce il giorno 7 giugno 1942 a Sirte, città portuale libica, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata.
Gheddafi fu la guida ideologica del colpo di stato che il 1 settembre 1969 portò alla caduta della monarchia del re Idris. Di fatto nel paese che è andato a guidare negli anni, vigeva un regime del tutto assimilabile a una dittatura: infatti Gheddafi godeva di poteri assoluti e deteneva nel mondo il record come capo di Stato in carica da più tempo.
Negli anni della sua nascita l'Africa del nord è a suo malgrado teatro degli eventi bellici mondiali. Figlio di beduini analfabeti, il piccolo Muammar cresce ai bordi del deserto dove pascola ovini e cammelli, alla bisogna raccoglie quei pochi cereali che l'arida terra del deserto riesce a dare.
Come tutti i maschi delle stesse condizioni sociali ha però il diritto di essere iniziato alla dottrina dell'Islam, impara così a leggere e a scrivere con un unico libro di testo: il Corano.
Nella Libia del 1948 il recente passato bellico è ancora vivo. Il piccolo Gheddafi e due cuginetti sono investiti dallo scoppio accidentale di una granata inesplosa mentre giocano tra le dune. L'ordigno, probabilmente un lacerto dell'esercito italiano di stanza nella zona all'epoca del conflitto, uccide i due cugini e ferisce ad un braccio Muammar provocandogli una profonda cicatrice. Fedele alla dottrina impartita, nel 1956 raggiunta l'età di otto anni, si iscrive alla scuola coranica a Sirte e in un secondo momento a quella di Fezzen, che è in pieno deserto. Il piccolo studente fa la spola tra la tenda paterna e la città una volta alla settimana. Frequenta le scuole coraniche fino al 1961.
Si trasferisce a Bengasi, città del golfo della Sirte, dove si iscrive all'Accademia Militare. Provetto cadetto, nel 1968, frequenta un corso di specializzazione a Beaconsfield cittadina inglese a circa quarantacinque chilometri da Londra. Termina l'addestramento militare nel 1969: Gheddafi ha ventisette anni e il grado di capitano.
Durante tutto il periodo della sua formazione sia ideologica sia marziale è influenzato dal pensiero panarabo e dalle idee repubblicane dello statista egiziano Gamal Abd el-Nasser, che sconvolgono il mondo arabo. La Libia è difatti una monarchia corrotta, asservita agli occidentali. Il governo di re Idris I stenta a lasciarsi alle spalle il passato colonialista, fatto di servilismi e disfacimento.
Infervorato dalla realtà di questa situazione, Muammar Gheddafi il giorno martedì 26 agosto 1969, approfitta dell'assenza dei regnanti, impegnati in un viaggio all'estero, e guida, con l'appoggio di parte dell'esercito a lui solidale, un colpo di stato militare volto a ribaltare la situazione governativa. La manovra ha successo, e appena il lunedì della settimana successiva, il primo settembre, la Libia è una "Repubblica Araba Libera e Democratica". Il governo è retto da dodici militari devoti alla causa panaraba di stampo nasseriano, che formano il Consiglio del Comando della Rivoluzione. A capo del Consiglio c'è Muammar che ha il titolo di Colonnello. Gli stati Arabi riconoscono subito il nuovo Stato libico e anche l'URSS e le potenze occidentali, anche se in un primo momento restie, danno credito a quello che in pratica è un regime dittatoriale instaurato dal Colonnello Gheddafi.
Grazie alle risorse petrolifere del territorio, il nuovo governo crea dapprima le infrastrutture mancanti al paese: scuole e ospedali, vengono anche parificati gli stipendi dei dipendenti "statali" e aperte le partecipazioni aziendali per gli operai. Il neo-governo instaura la legge religiosa. La "Sharia" derivata dai concetti della Sunna e del Corano proibisce l'uso delle bevande alcoliche, che vengono quindi bandite in tutto il territorio, con la conseguente chiusura "forzata" dei locali notturni e delle sale da gioco. La politica nazionalista estirpa poi qualsiasi riferimento straniero dalla vita quotidiana delle persone a partire dalle insegne dei negozi che devono essere tutto in caratteri arabi. L'insegnamento di una lingua straniera è bandita nelle scuole.
Le comunità estere residenti nel paese, tra cui quella italiana che è numerosissima, sono progressivamente espulse; i beni sono confiscati in nome di una rivalsa contro "i popoli oppressori".
Tutti i contratti petroliferi con aziende estere sono stracciati e le aziende statalizzate, salvo poi rivedere alcune posizioni in particolar modo con il governo italiano. Anche le basi militari di USA e Inghilterra sono evacuate e riconvertite dal Governo del Colonnello.
Gheddafi espone i suoi principi politici e filosofici nel famoso "Libro verde" (il cui nome rimanda al "Libro Rosso" di Mao Tse-tung), pubblicato nel 1976. Il titolo prendeva spunto dal colore della bandiera libica, che infatti è completamente verde, e che richiama la religione musulmana, dato che verde era il colore preferito di Maometto ed il colore del suo mantello.
Durante gli anni '90 condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait (1990) e sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fece appello alla comunità internazionale, a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decise di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999).
Nei primi anni dopo il 2000, gli sviluppi della politica estera di Gheddafi portano ad un riavvicinamento agli Stati Uniti di George W. Bush e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico.
Nel febbraio 2011 la rivoluzione araba colpisce la Libia portando a sanguinosi scontri e ad oltre mille morti. Le violenze perpetrate dal raìs contro la popolazione rivoltosa libica impiegano l'utilizzo di forze mercenarie africane provenienti dal Niger e altri stati limitrofi. Nel mese di marzo una risoluzione ONU autorizza la comunità europea a intervenire con mezzi militari per garantire l'incolumità dei cittadini libici e di fatto evitare una guerra civile.
Tripoli cade il il 21 agosto: i fedeli al vecchio regime di Gheddafi organizzano la loro resistenza in varie aree del paese, principalmente a Sirte e Bani Walid. Dopo lunghi mesi di fuga e resistenza, il leader libico viene catturato durante la fuga da Sirte, sua città natale, caduta ad ottobre sotto gli ultimi assalti degli insorti e dopo un lungo assedio. Un doppio raid degli elicotteri della Nato, a supporto dei ribelli libici, avrebbe prima bloccato Gheddafi e poi ferito mortalmente in un secondo tempo. Muammar Gheddafi muore durante il trasporto in ambulanza il 20 ottobre 2011. Aveva 69 anni.
Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l’1,256 % di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2 % di Finmeccanica, l’1,5 % della Juventus, lo 0,58 % di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33 % di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat Spa e Fiat Industrial. Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell’isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650mila euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica.

martedì 19 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1812, Napoleone si ritira da Mosca, ponendo così fine alla campagna di Russia.
Napoleone Bonaparte aveva chiamato alle armi oltre 600.000 uomini, per metà Francesi e per l'altra metà di undici lingue diverse, per la sua guerra contro la Russia.
La "Seconda guerra polacca", come la chiamò Napoleone, o, come la definì lo zar Alessandro, "la guerra per la Madrepatria", non giungeva all'apice della potenza dell'imperatore, ché la sua parabola mostrava già segni di cedimento, ma certificava al Mondo la sua feroce volontà di garantire a se stesso e a quanto aveva costruito un futuro non effimero.
Quell'esercito enorme riuniva al confine con la Russia uomini provenienti da ogni parte d'Europa, dai territori dell'impero come da nazioni alleate più o meno entusiaste: nelle gambe di molti di loro v'era già il peso di un numero di chilometri maggiore di quanti ne avrebbero dovuti percorrere nei mesi a venire.
Ma le origini di quella guerra provenivano da ancora più lontano: come spesso è accaduto, affondavano le radici in una pace imperfetta, quella scritta nei paragrafi del trattato di Tilsit.
Dopo aver vinto i Prussiani nel 1806 a Jena e i Russi nel 1807 a Friedland, Napoleone incontrò i due sovrani sconfitti nella città prussiana di Tilsit, l'attuale Sovetsk in Russia, per avviare con loro colloqui di pace.
Nel rapporto con Alessandro I, però, Napoleone andò molto oltre il prevedibile. L'imperatore, infatti, non si limitò alle richieste del vincitore – tra le quali non poteva mancare l'obbligo di aderire all'assedio economico continentale contro l'Inghilterra – ma offrì allo zar la divisione dell'Europa intera in sfere di influenza. In un'anticipazione della politica dei blocchi, la Russia avrebbe avuto mano libera in Finlandia e nei Balcani, concretizzando due prospettive strategiche storicamente care alla Russia e in particolare ad Alessandro: l'espansione verso la penisola Scandinava e soprattutto la difesa delle popolazioni di religione ortodossa, con la concomitante cacciata degli Ottomani musulmani dall'Europa. Ma Napoleone vagheggiò allo zar scenari ancora più grandiosi: addirittura la comune conquista del Mondo intero, con una nuova spedizione francese in Egitto che avrebbe preparato la conquista russa della Persia e dell'India. Il carisma dell'uomo venuto dal nulla conquistò senza riserve il giovane zar, ma i prosaici motivi della politica lo riportarono ben presto alla ragione.
Il patto di "eterna" amicizia con la Francia era infatti duramente contestato in Russia soprattutto per l'adesione al blocco continentale che chiudeva le nazioni europee al commercio con la Gran Bretagna per strangolarne l'economia.
Una misura impopolare ovunque, che però i sudditi di sua Maestà Britannica pativano: forse non quanto Napoleone aveva sperato, ma più di quanto essi riuscissero a sopportare. Le risorse umane inglesi da sole poco potevano contro una potenza che esprimeva ormai una popolazione di 45 milioni di persone. Ne ottimizzarono comunque l'impiego con un sostegno diretto alle rivolte antifrancesi nella penisola iberica: una piccola ferita in un teatro privo di valore strategico, nell'opinione di Napoleone, ma che proprio per questa sottovalutazione era destinata, negli anni a seguire, a stillare copiosamente sangue francese.
Particolarmente penalizzata dal blocco continentale, però, fu da subito proprio la precaria economia russa, le cui fortune dipendevano in parte rilevante dal commercio di legname con la Gran Bretagna e dalle importazioni dei prodotti delle manifatturiere inglesi.
Le proteste dei mercanti russi e dei notabili antifrancesi non sarebbero da sole bastate a convincere lo zar Alessandro a rinnegare il trattato di Tilsit, anche considerata l'attitudine della nobiltà russa alle congiure di palazzo, ma servirono come fattore di attenzione sulle sue clausole e sugli sviluppi politici che le imprese napoleoniche generavano.
Alessandro I aveva una personalità estremamente complessa. Allevato dalla nonna, Caterina la Grande, che non aveva fama di avere un particolare istinto materno, divenne zar all'età di 22 anni, con la morte del padre Paolo I. I cospiratori che lo avevano appena assassinato, la notte del 23 marzo 1801, andarono a cercare il giovane nei suoi appartamenti e, trovatolo, gli comunicarono bruscamente la sua ascesa al trono: "È tempo di crescere, va e governa!". Ma la Russia non era certo un paese facile da governare. Esteso dall'Alaska fino all'Europa centrale, aveva una popolazione di circa 37 milioni di abitanti, un quarto di quelli dell'Europa intera, ma il suo peso politico era minimo, così come quello economico. Alessandro doveva modernizzare il suo regno in anni in cui questo significava fare una rivoluzione, mentre la sua profonda fede religiosa e la convinzione di regnare per volontà divina, lo spingevano al tradizionalismo più conservatore. Fu l'ambizione di Napoleone a risolvere per lui questa contraddizione.
A Tilsit, infatti, era stato creato il ducato di Varsavia, strappando province soprattutto alla Prussia e limitatamente anche alla stessa Russia. Per lo zar questa rinascita lungo il confine col fiume Niemen di una nazione polacca, al momento significava poco, confidando nella promessa di Napoleone a non elevarla a regno. E per una volta Napoleone era seriamente intenzionato a mantenere questa promessa, tradendo senza esitazioni le speranze dei Polacchi, suoi entusiastici sostenitori.
Nel 1809, però, la sincerità delle promesse dell'imperatore non fu più sufficiente per lo Zar: sconfitta nuovamente l'Austria, infatti, Napoleone conferì al Ducato di Varsavia i territori nord-orientali degli Asburgo. Per Napoleone era solo un modo per consolidare la propria posizione in funzione anti-prussiana e anti-austriaca, ma l'avvertimento ricevuto a San Pietroburgo fu diverso: era solo questione di tempo, ormai, e la risorta patria polacca, animata da un indomito spirito nazionalistico, avrebbe rivendicato quanto dell'originaria "Grande Polonia" era diventato Russia. Lo spirito di Tilsit non esisteva più, anche se non era ancora il momento di informarne Napoleone. Nel frattempo, un numero sempre più consistente di navi "neutrali" riprendeva le attività commerciali nei porti russi, rompendo il blocco continentale e minando l'autorità di Napoleone. Dobbiamo riconoscere allo zar Alessandro, se non altro per attitudine, solo la volontà di cercare un accomodamento pacifico su basi più favorevoli di quelle dettate dal vincitore allo sconfitto a Tilsit, dimostrandosi anche preparato militarmente.
Da parte sua l'imperatore aggravò ulteriormente, pur senza una precisa intenzione, le preoccupazioni russe. Dal marzo del 1810 la Francia aveva una nuova imperatrice e, dall'agosto dello stesso anno, la Svezia un nuovo re: Napoleone, dopo aver divorziato da Joséphine de Beauharnais, incapace di dargli un erede, aveva infatti sposato Maria Luisa, duchessa di Parma, figlia dell'imperatore austriaco Francesco II, mentre gli Svedesi, per risolvere una propria crisi dinastica, avevano chiamato al trono del proprio regno, con il riluttante assenso di Napoleone, il maresciallo di Francia Jean Bernadotte. Di fatto la Russia in questo modo risultava circondata a Occidente da un unico fronte di alleati della Francia, e spinta più a Est e più lontana dal secolare obiettivo strategico russo di entrare da grande potenza nel cuore della politica continentale e mediterranea. Aggiungiamo pure che Napoleone, decidendo di fidanzarsi con Maria Luisa, aveva interrotto senza troppi complimenti le trattative matrimoniali (che stavano andando per le lunghe) per sposare una sorella dello zar: quel genere di offesa che si dimentica facilmente per convenienza politica, e sempre per convenienza politica può decretare una frattura insanabile e, nella fattispecie, infiammare nell'opinione pubblica sentimenti anti-francesi.
Dal 1810, quindi, Francia e Russia iniziarono contemporaneamente estesi preparativi militari. Nelle intenzioni di entrambe le parti per il momento solo una misura precauzionale, ma anche l'occasione di ulteriori reciproci sospetti e di un'inarrestabile escalation che avrebbe inevitabilmente condotto alla guerra:
Nei primi mesi del 1812 centinaia di migliaia di uomini già erano sul Niemen, formalmente per difendere la Polonia da un attacco russo, e altrettanti ne stavano arrivando: una migrazione armata di massa come non si era mai vista. Nessuno si era sottratto alla sua richiesta di truppe, neppure nazioni non propriamente amiche come Austria e Prussia avevano osato negargliele e, nonostante la loro inaffidabilità, questi contingenti sarebbero stati funzionali al suo progetto. Anche lo zar, però, aveva messo a segno importanti colpi diplomatici: una pace con l'impero Ottomano aveva reso disponibili le imponenti guarnigioni del confine meridionale, mentre un altro trattato con la Svezia e Bernadotte aveva assicurato un benevolo stato di non belligeranza all'estremo Nord del paese, con grande sorpresa dell'imperatore che però in seguito ebbe a commentare il comportamento dell'ex maresciallo dicendo che poteva "rimproverargli ingratitudine, non tradimento".
Più che agli intrighi diplomatici, i pensieri di Napoleone erano tutti rivolti al suo vero avversario, la Russia, e all'organizzazione al minimo dettaglio dei preparativi per conquistarla. Un territorio nemico per la sua sconfinata vastità ma anche, paradossalmente, per essere talmente boscoso da non avere campi di battaglia sufficientemente ampi da ospitare grandi eserciti, per la scarsità delle sue risorse, che sicuramente il nemico avrebbe oltretutto provveduto ad azzerare, per i grandi fiumi che scorrevano trasversali alla direzione di marcia, per il clima torrido d'Estate e glaciale in Inverno, per l'assenza di una rete stradale degna di questo nome. La Russia si sarebbe opposta agli invasori con tali armi terribili e Napoleone si preoccupò prima di queste che dei cannoni dello zar. Con la sua maniacale puntigliosità l'imperatore studiò e controllò personalmente ogni dettaglio organizzativo: dal treno dei rifornimenti, ai depositi e al loro contenuto, dagli artigiani specializzati che dovevano accompagnare le armate, al bestiame che doveva nutrirle. Le armate dovevano essere indipendenti in tutto perché nulla avrebbero trovato in quei luoghi inospitali che il nemico avrebbe reso desolati. Persino la composizione degli zaini e la disposizione degli oggetti al loro interno fu accuratamente studiata per massimizzarne le capacità di trasporto.
Prima ancora che la campagna iniziasse, però, le difficoltà di gestire ordinatamente un esercito così grande (circa 450.000 solo quelli in diretto comando di Napoleone) emersero prepotentemente. Era stato ad esempio deciso che gli uomini, nella loro marcia di avvicinamento al Niemen, avrebbero dovuto approvvigionarsi localmente per non intaccare i rifornimenti riservati alla successiva invasione, ma non di rado le risorse messe a disposizione dalle autorità civili alleate erano troppo scarse, così che alle truppe, già esasperate dalla marcia, restava solo il saccheggio. Ma proprio nei numeri Napoleone confidava per vincere: innanzitutto perché mai i Russi avrebbero potuto immaginare di avere contro il doppio delle proprie forze, e in secondo luogo perché l'Imperatore contava di chiudere la guerra in 3 settimane, e in quel lasso di tempo le inevitabili perdite sarebbero state trascurabili.
Effettivamente i Russi furono colti di sorpresa dal numero degli avversari e questo sconvolse i loro piani, che prevedevano un arretramento delle due armate principali, la Prima al comando di Michael Barclay de Tolly e la Seconda agli ordini di Pyotr Bagration, fino al campo fortificato di Drissa, dove avrebbero trovato ad attenderli i rinforzi resi disponibili dalla mobilitazione generale, per colpire Napoleone tra incudine e martello.
Certamente l'idea di rimandare lo scontro e di localizzarlo lontano dalle frontiere era buona, ma Drissa ancora troppo vicina perché l'Armata francese risultasse sufficientemente indebolita dal naturale attrito della guerra. Al contrario, l'Imperatore era intenzionato ad approfittare della propria posizione centrale intromettendosi tra le due armate nemiche per distruggere quella che avesse incontrato per prima.
Lo zar, formalmente il comandante in capo, seguiva la situazione da San Pietroburgo, un po' troppo lontano per prendere decisioni: faceva le sue veci sul campo Barclay de Tolly, appartenente alla schiera di fuoriusciti tedeschi che riempivano i ranghi del suo esercito. Bagration, russo, mal tollerava il suo stato di subordinazione ad uno "straniero" e, pur accettandone disciplinatamente l'autorità, non ne condivideva le scelte strategiche: per Barclay Napoleone era troppo forte per essere affrontato, secondo Bagration si doveva assumere decisamente l'offensiva. Paradossalmente questo contrasto al vertice si rivelò prezioso per le sorti russe: cautela e orgoglio si fusero, e i Russi in costante ritirata non si persero mai d'animo, ma si rivelarono combattenti irriducibili in difesa e sempre pronti alla controffensiva.
Le trappole tese da Napoleone ai due eserciti nemici fallivano una dopo l'altra e fu impossibile impedirne il ricongiungimento presso Smolensk dove avvenne la prima battaglia degna di questo nome. L'occasione per distruggere l'esercito russo, tanto cercata da Napoleone, giungeva solo il 14 agosto dopo quasi due mesi dall'inizio dell'invasione, ma il risultato non fu quello che l'imperatore auspicava. A rovinare quello che molti considerano un capolavoro di Napoleone fu Gioacchino Murat, che schiantò la sua cavalleria contro i quadrati della fanteria russa, senza alcun risultato. Dopo un'accanita resistenza i Russi riuscirono a sganciarsi.
Il bilancio per Napoleone, a questo punto della guerra, era già assolutamente negativo. La cavalleria russa, in virtù anche delle milizie cosacche, era sempre riuscita efficacemente a costruire uno schermo impenetrabile alle unità esploranti francesi. I marescialli si muovevano così alla cieca, seguendo l'istinto di Napoleone e i suoi ordini. Ma quando questi mancavano o erano imprecisi, il timore di contravvenire le intenzioni del loro inflessibile padrone li paralizzava nell'inazione. Napoleone pretendeva un controllo totale, impossibile in quelle condizioni, e i suoi subordinati non fecero molto per pretendere la maggiore autonomia che sarebbe stata opportuna.
L'inseguimento dei Russi costringeva i soldati di Napoleone a marce estenuanti nell'insopportabile caldo dell'Estate russa e il loro percorso si disseminava di cadaveri: uomini e animali morti per la fatica, la dissenteria, la fame. Le loro colonne compatte sollevavano tempeste di polvere che soffocavano gli uomini, torturandoli per la sete, e quanto più esse marciavano veloci, tanto più si distanziavano dai loro rifornimenti, che rimanevano indietro, insabbiati nella steppa, condannando gli uomini già esausti al digiuno. Un semplice acquazzone estivo poteva peggiorare ancora di più le cose, trasformando il terreno in un insuperabile lago di fango, che letteralmente inghiottiva senza distinzione uomini, animale e cose. Molti preferiscono suicidarsi piuttosto che vivere in queste condizioni, altri disertano riunendosi in formazioni improvvisate che vivono di brigantaggio mentre cercano di tornare alle loro patrie lontane, e contadini e cosacchi danno loro la caccia come animali feroci.
In questo terribile scenario, non c'è da stupirsi che dopo la battaglia di Smolensk Napoleone prenda in considerazione l'ipotesi di attestarsi sulle posizioni raggiunte per l'Autunno e l'Inverno, dando modo al suo esercito di riposarsi e rifiatare. Le forze al suo comando sono appena un terzo di quelle con le quali era partito due mesi prima: potrà reintegrarle con le reclute, potrà donare ai Polacchi la sospirata indipendenza e ottenerne in cambio la mobilitazione generale e altri centomila uomini, potrà decidere in Primavera quale delle due capitali russe, San Pietroburgo o Mosca, dirigere il suo attacco. Ma era un'ipotesi impraticabile, perché mai il suo esercito avrebbe potuto sopravvivere a lungo nel cuore nel territorio russo: non rimaneva che ritornare indietro o avanzare altri 450 chilometri e prendere Mosca, augurandosi che questo fosse sufficiente a costringere lo zar alla resa.
Ma Alessandro si era ormai determinato a resistere e aveva assegnato il comando in capo all'esperto Mikahil Kutuzov, con il mandato, intriso di misticismo, di liberare il sacro suolo russo dall'invasore.
Mikahil Kutuzov assunse il comando in capo delle armate russe dopo la battaglia di Smolensk, ereditando dal suo predecessore Barclay de Tolly una situazione ancora critica, ma in miglioramento. Napoleone era come un giocatore in perdita al tavolo da gioco costretto ad aumentare la puntata per rifarsi, ma con sempre minori probabilità di vittoria. Il generale russo seppe approfittarne e, forte dell'indomito spirito combattivo delle sue truppe, dispose una linea di resistenza a Borodino attorno a fortificazioni improvvisate. Napoleone non ottenne la vittoria schiacciante di cui aveva bisogno, ma riuscì solo ad allontanare i Russi dalla posizione, aprendosi la strada verso Mosca. Abbandonata la città, Kutuzov schierò le sue truppe a Sud, impedendo così a Napoleone di incamminarsi verso territori non ancora devastati dalla strategia della terra bruciata: la ritirata francese sarebbe stata un incubo.
Provò a bloccare Napoleone a Borodino, il 7 settembre, sul fiume Moskova,offrendo a Napoleone quella "battaglia decisiva", che questi ostinatamente cercava, e pure senza riuscirvi provocò una nuova emorragia di uomini tra le fila francesi.
Una settimana dopo, Napoleone raggiunse Mosca con meno di centomila soldati, troppo pochi per fare paura ad Alessandro, figuriamoci a Kutuzov, le cui truppe finalmente superavano quelle avversarie. In una città semidistrutta da un incendio per cause non ancora chiarite, Napoleone attese invano la resa dello zar. Con colpevole ritardo, solo dopo più di un mese, il 19 ottobre, l'imperatore si decise ad abbandonare la città, intraprendendo la ritirata destinata a rimanere alla storia come una delle più grandi catastrofi militari di tutti i tempi. Kutuzov si era schierato a sud della città, per costringerli a riprendere lo stesso percorso dell'andata, dove tutto era devastazione e morte. Coraggiosamente le truppe italiane al seguito di Napoleone sfondarono il blocco a Maloyaroslavets, per trovarne, un altro, insormontabile, poco più a sud. Ai Francesi non restava che ritornare sui loro passi: dopo la strage compiuta dall'Estate russa, ci avrebbe pensato l'Inverno, con temperature capaci di scendere a -38 gradi, a completare l'opera, lasciando alle armate di Kutuzov solo il compito di infierire su un nemico vinto e in fuga.
Dal 26 al 29 novembre 1812 il fiume Beresina fu testimone del più drammatico episodio della ritirata delle truppe francesi: in pochi riuscirono a sfuggire alla trappola tesa dai Russi. Questi volevano distruggere completamente quanto restava dell'armata francese stringendola in una inesorabile tenaglia con attacchi combinati su entrambe le sponde del fiume.
I Genieri Olandesi di Napoleone, sfidando una temperatura di 20 gradi sotto zero, scesero nella Beresina costruendo 3 pontili lunghi 100 metri, per consentire il suo attraversamento.
Le stremate truppe francesi dovettero combattere e vincere due battaglie: contro i Russi che li inseguivano e contro quelli che dall'altra parte del fiume bloccavano la loro via di fuga.
Mentre infuriavano i combattimenti, i Cosacchi fecero strage dei molti soldati francesi che si erano persi e che cercavano disperatamente di ricongiungersi alla colonna principale.
20.000 civili al seguito dell'Armata francese morirono durante la battaglia della Beresina: di questi si calcola che almeno 10.000 fossero le vittime dei Cosacchi.
Nelle quattro giornate di combattimenti morirono circa 15.000 soldati francesi, ma la trappola russa era fallita e anch'essi avevano lasciato sul campo circa altrettanti uomini.
«Posso mantenere il dominio d'Europa solo dalle Tuileries»: con questa motivazione Bonaparte il 5 dicembre abbandonò in Russia quello che rimaneva della sua armata per raggiungere in segreto Parigi. Lo accompagnava solo una ristrettissima cerchia di collaboratori e una piccola scorta di cavalleria. Ben presto quasi l'intera Europa si sarebbe sollevata contro di lui.
L'ultima striminzita colonna di disperati a cui era stata ridotta la Grande Armata, ormai appena 10.000 uomini, attraversò il Niemen l'11 dicembre, assieme ad altri 25.000 che si erano salvati coi propri mezzi: Napoleone aveva scommesso tutto su una sola giocata e aveva perso.

lunedì 18 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 ottobre.
Il 18 ottobre 1968 Bob Beamon stabilisce il record mondiale del salto in lungo con l'incredibile misura di 8 metri e 90 centimetri.
Alle Olimpiadi di Città del Messico il 18 ottobre 1968 si svolge la finale del Salto in Lungo. Alla prima prova, Bob Beamon, atleta ventiduenne di New York che aveva rischiato di non qualificarsi per la finale dopo i primi due salti nulli delle qualificazioni, effettua la rincorsa perfetta, uno stacco impeccabile, il salto perfetto ed atterra a 8,90 (45 centimetri oltre il precedente record del mondo detenuto dallo statunitense Ralph Boston e dal sovietico Igor Ter-Ovanesyan). L'impianto di misurazione dello stadio arriva solo sino a 8,40 e per effettuare la misurazione i giudici sono costretti a ricorrere ad un metro di ferro. Trascorrono quasi una decina di minuti e poi appare sul tabellone l'incredibile misura; Beamon non è abituato a ragionare in termini di sistema metrico decimale e subito non capisce la portata dell'impresa, solo quando qualcuno gli dice che ha superato i 29 piedi resta come fulminato dal suo risultato.
Un'impresa sicuramente favorita dalle condizioni di rarefazione dell'aria della capitale messicana, condizioni che però favorivano allo stesso modo tutti gli atleti. Il salto di Bob Beamon rimase record del mondo per 23 anni sino agli 8.95 di Mike Powell ai Mondiali di Tokyo, è tuttora record olimpico e seconda migliore prestazione di sempre. La rivista Sports Illustrated ha inserito l'impresa messicana di Bob Beamon tra le cinque migliori momenti sportivi del XX secolo.
Rientrato dal Messico, ritornò all'università e riprese a giocare a basket. Pensò persino di passare al professionismo in quanto aveva effettive qualità per questo sport, ma per ragioni fisiche dovute all'altezza ed al peso non interessò a nessuno.
Si rese allora conto che saltando 8,90 m nel salto in lungo, aveva raggiunto una specie di Everest e fu preso dall'angoscia al pensiero del vuoto che lo circondava. Per superarla, si comprò sette televisori, trentadue paia di scarpe, un armadio per abiti, ed una Cadillac rosa, spendendo il denaro che aveva incominciato a piovergli addosso. Rimasto al verde, cominciò ad allenarsi seriamente in previsione dei Giochi olimpici del 1972. Ma qualcosa non funzionava più nei suoi salti: incapace di usare il suo piede destro, quello che gli aveva permesso di prendere il volo nel 1968, riusciva a battere solo con il piede sinistro. Avendo mancato la qualificazione olimpica ai trials, la squadra americana partì per Monaco senza di lui. Per alcuni anni continuò a gareggiare ma non riuscì più nemmeno a fare 8 metri (il suo miglior salto fu di 7,90).
Molto tempo dopo, fu rintracciato a New York dove si occupava di ragazzi disadattati. Nel 1979 fu rivisto a Città del Messico in occasione dei Giochi Universitari Mondiali mentre cercava di raggranellare un po' di denaro sui luoghi del suo favoloso trionfo, raccontandone i particolari alla stampa.

domenica 17 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 ottobre.
Il 17 ottobre 1849 muore a Parigi Fryderyk Chopin a soli 39 anni.
Fryderyk Franciszek Chopin, nato a Zelazowa Wola presso Varsavia il 10 marzo 1810, fu uno dei più grandi musicisti e compositori del suo secolo. La sua esistenza drammatica e infelice ebbe una notevole influenza sulla sua musica, melodiosa e romantica, costantemente pervasa da una profonda vena di malinconia. Figlio di un insegnante, rivelò prestissimo la vocazione per la musica e il padre, pur pretendendo che si formasse una cultura generale, lo incoraggiò, affidandolo a maestri di grande bravura: suoi insegnanti di pianoforte e di composizione furono infatti Adalbert Zywny e Joseph Elsner, figure importanti nel mondo musicale di Varsavia. Fu proprio Joseph Elsner, conquistato dal genio e dalla capacità creativa di Chopin, a guidarlo sulla via da seguire.
A quindici anni Chopin partecipò a due concerti al conservatorio della sua città; a diciassette pubblicò il «Rondò della Mazurka»; a diciotto e diciannove anni, nel corso di due viaggi a Berlino e a Vienna, ebbe proficui contatti con il mondo musicale delle due città e compose la «Grande fantasia», la «Krakowiak» e la «Polacca in fa minore». In questo periodo Chopin si innamorò di una sua coetanea, la cantante Costanzia Gladkowska: fu il primo episodio di una serie di vicende sentimentali, spesso infelici e contrastate, che segnarono la breve tormentata vita del musicista. Nel 1830 Chopin lasciò la Polonia per un giro di concerti e da allora non riuscì più a rientrare in patria. Infatti nello stesso anno scoppiò a Varsavia (la Polonia era sotto il dominio russo) un'insurrezione poi stroncata dalle truppe dello zar Nicola I e seguita da una pesante repressione che costrinse tanti patrioti polacchi a vivere in esilio.  Raggiunta Parigi nel 1831, ebbe un immediato e sfolgorante successo. Parigi era allora il centro dell'Europa culturale e Chopin, introdotto dal principe Radz'Nill, divenne ben presto l'uomo del giorno. I salotti aristocratici e intellettuali della città se lo contesero; Chopin strinse amicizia con personaggi del mondo dell'arte e della cultura, quali Balzac, Berlioz, Rossini e Liszt, che ebbe per lui un'amicizia che sconfinava con la venerazione più autentica. Risalgono a quegli anni fortunati alcune sue importanti composizioni: «Studi» (op. 10), «Scherzi », «Ballate», «Rondò», «Mazurke» (op. 24), «Notturni» (op. 27), <.Improvvisi», «Valzer» e «Polacche». Nel 1835 ebbe un ultimo incontro, in Germania, con i genitori. Considerato esule, Chopin non poteva, infatti, rientrare nella sua patria. Seguì, nello stesso anno, l'amore per la contessa Maria Wodzinska, una sua amica d'infanzia ritrovata dopo alcuni anni. Un altro amore, un'altra delusione: la richiesta di matrimonio di Chopin venne respinta dai genitori di Maria, a causa dello stato di salute del giovane genio: si erano già manifestati, infatti, i primi sintomi della tubercolosi che avrebbe portato Chopin alla tomba.Nel 1836 Chopin incontrò la donna più importante della sua vita, l'unica che seppe stargli vicino e comprenderlo: Geol Sand, scrittrice francese, dal temperamento bizzarro ed eccentrico. George Sand si comportò con Chopin a volte come una compagna, altre come una madre. Moralmente più volte, prese decisamente le redini della sua vita. Nel 1838 Chopin e George Sand si trasferirono nelle Isole Baleari, a Maiorca. Chopin, sempre in lotta con la sua salute sperava che il clima caldo e asciutto gli facesse bene. Ma non si trattò di un soggiorno fortunato: il convento abbandonato di Valdemosa, dove la strana coppia si era rifugiata, offri un ambiente triste e monotono e il clima non era dei migliori e Chopin dovette tornare a Parigi, ma quel soggiorno, nonostante le contrarietà, fu proficuo per la sua arte: compose infatti, i «Preludi». Per alcuni anni Chopin visse a Nohant, in un castello proprietà di George Sand. Fu un periodo di intensa creazione artistica, durante il quale compose altri «Notturni», «Ballate» e la «Berceuse». Ma ormai la vita di Chopin volgeva al termine. Dopo la rottura con la Sand, che in un romanzo, «Lucrezia Floriani », aveva descritto i suoi difficili rapporti con il compositore, anche le sue condizioni di salute peggiorarono rapidamente. Amareggiato da difficoltà economiche, assistito dalla sorella Luisa, Chopin si spense a Parigi il 17 ottobre 1849. Aveva trentanove anni. Le sue spoglie riposano in Francia, ma il suo cuore, per desiderio del compositore, venne portato a Varsavia, dove si trova, ancora oggi, nella chiesa di Santa Croce.

sabato 16 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1793 la regina di Francia, Maria Antonietta d'Austria, veniva ghigliottinata.
Maria Antonietta nacque nel 1755 all’apice della piramide sociale europea.
Nacque principessa ed arciduchessa, la quindicesima figlia di Maria Teresa, Imperatrice d’Austria, e la sua preferita. La casa reale degli Asburgo era la più antica casa regnante d’Europa, e la giovane principessa godette dell’ambiente rilassato del Palazzo di Schonbrünn e dell’indulgenza dei suoi tutori, dei genitori, di fratelli e sorelle.
Maria Teresa fu la famosa imperatrice austriaca che annoverava, tra le sue molte doti, l’abilità di sposare la sua numerosa prole in modo strategicamente conveniente per l’impero d’Austria. Che è proprio quanto accadde con Maria Antonietta. Per la sua graziosa figlia favorita, Maria Teresa combinò uno speciale matrimonio per cementare la nuova alleanza con la Francia che ella aveva concluso con Luigi XV. Pertanto, Maria Antonietta dovette lasciare l’Austria in cambio del più prestigioso trono in tutta Europa.
La vita di Maria Antonietta sembrava un sogno quando all’età di 15 anni sposò l’erede al trono di Francia, il Delfino. La Francia era allora la più potente nazione dell’Europa continentale, e il palazzo di Versailles il più opulento. La giovane principessa non avrebbe potuto sperare in un matrimonio più prestigioso, e la sua magnifica cerimonia matrimoniale nel 1770 non ebbe eguali in fatto di pompa reale.
Al confine, fu spogliata e rivestita con l’abbigliamento allora di moda alla corte francese. Quando fu presentata al re di Francia Luigi XV, questi la definì deliziosa e commentò con tutti sul suo grazioso aspetto ben proporzionato, di cui egli molto si compiaceva. Maria Antonietta divenne la Delfina, circondata da tutti gli agi della corte francese.
La sua vita d’incanto raggiunse l’apice quando il vecchio re morì e suo marito divenne Re Luigi XVI nel 1774. Maria Antonietta – non ancora ventenne – divenne Regina di Francia.
Tuttavia, questa figlia della fortuna conduceva una vita matrimoniale infelice. Luigi era scialbo, goffo e certamente non quello che lei avrebbe desiderato. La devozione di lui per la caccia, per gli orologi e per la sua fucina, e la sua abitudine di alzarsi e coricarsi presto erano in contrasto con l’amore di lei per l’arte, la moda, la danza e la vita notturna di Francia. Viene alla mente il contrasto tra Carlo e Diana. Mentre il Re Luigi XV, i fratelli di suo marito, Provence e Artois, e altri a corte notarono subito la sua grazia e bellezza, il suo timido marito fu lento nel sostenere i suoi diritti matrimoniali. Da lontano, Luigi XVI, come gli altri, ammirava molto il fascino e il carattere di Maria Antonietta, e divenne in seguito un marito devoto, ma fu di poco conforto per lei durante i suoi primi anni in Francia.
Sospinta dalle lettere di sua madre, Maria Antonietta continuava a inseguire Luigi. Tuttavia, anche quando ella riuscì a raggiungere con lui una certa intimità, Luigi fu incapace di avere soddisfacenti erezioni, il che non fece che aumentare la frustrazione della sua sposa. Antonietta e Luigi non riuscivano ad avere rapporti sessuali e il loro matrimonio non potè essere consumato per sette anni. Fu necessario l’intervento del fratello maggiore della regina, l’imperatore Giuseppe d’Austria, in un incontro a quattr’occhi con Luigi nel 1777, per convincerlo della necessità di un’operazione. Nel frattempo, la giovane regina soffriva in silenzio le maligne insinuazioni di non essere capace di dare un erede al trono.
Oltre a sentirsi frustrata per i rapporti con suo marito, Maria Antonietta era infastidita dai doveri legati alla sua posizione. I giorni della giovane principessa e, successivamente, regina venivano trascorsi in eterni rituali di corte dettati da una rigorosa etichetta che risalivano ai giorni di Luigi XIV.
La giovane regina si stancò presto di doversi continuamente esibire in pubblico secondo i requisiti della sua posizione. Le mancava l’ambiente più rilassato e la libertà di Vienna. Il suo dispiacere e il suo sarcasmo, diretti alle zie e ai membri più anziani dell’alta nobiltà furono notati e diventarono oggetto di commento.
Maria Antonietta tentò di sfuggire alle frustrazioni coniugali e alla noia della vita di corte. Con il passare del tempo, Maria Antonietta cominciò ad esercitare il suo potere di regina: trascorreva meno tempo a corte e si circondava di una dissoluta combriccola, guidata da Yolande de Polignac e Thérèse de Lamballe. Elargiva costosi doni e posizioni a questi amici e, nel farlo, ignorava i grandi casati della nobiltà francese.
Con i suoi giovani amici, Maria Antonietta si gettò in una vita di piacere e spensierata stravaganza. Ciò includeva balli in maschera a Parigi, gioco d’azzardo, spettacoli teatrali e passeggiate a tarda sera nel parco. Il suo circolo comprendeva il frivolo fratello più giovane del re, il Conte d’Artois, e piacenti giovani cortigiani come il Duca di Ligne, i Conti Dillon, Vaudreuil e Axel Fersen.
Le indiscrezioni della regina con il suo circolo di amici condusse a scandali come l’Affare della Collana di Diamanti, e a voci riguardanti i suoi rapporti con quel circolo ad inclusione di Axel Fersen.
La giovane regina, con la sua bionda bellezza e il suo stile, dettava moda in tutta la Francia e in Europa. La sua ritrattista Élisabeth Vigée-Lebrun elogiava il colore luminoso della sua carnagione, i suoi lunghi capelli biondi e la sua figura ben proporzionata e sviluppata. Tutti facevano commenti sul suo portamento. Il paggio Tilly disse che camminava meglio di qualsiasi altra donna e, se si offriva una poltrona ad una donna, a lei si doveva offrire un trono.
Alla regina piacevano stile e bellezza, ma la sua rinomanza nel campo della moda le costò cara. La regina spendeva in abbondanza per i propri vestiti ed ornamenti. Ogni anno eccedeva la somma destinata al suo abbigliamento, regolarmente pagata dal re. Gli eccessi dei suoi copricapo, delle piume e dei voluminosi vestiti furono oggetto di pubblico commento, di caricature e – di tanto in tanto – di ridicolo.
La regina spendeva altrettanto abbondantemente per i suoi già menzionati amici e per il proprio divertimento, compreso il suo ritiro al Petit Trianon. Questo era un piccolo palazzo vicino a Versailles, donato a Maria Antonietta da Luigi XVI. Là, la regina fece apportare grandi decorazioni d’interni e ordinò la costruzione di un teatro per i suoi spettacoli e del Tempio d’Amore nel parco.
Maria Antonietta fece inoltre costruire un tipico rustico viennese chiamato ‘hameau’ dove si divertiva a recitare la parte di una semplice mungitrice. Per maggior divertimento, furono prodotti vasi in porcellana di Sevres utilizzando come calchi gli abbondanti seni di Maria Antonietta (come si diceva fosse stato fatto per Elena di Troia). La fattoria fu provvista di pecore e capre profumate, ma la mungitura e altre incombenze venivano eseguite da servitori.
Mentre si avvicinava lo scoppio della Rivoluzione, l’invidia e l’odio nei confronti di Maria Antonietta erano generalmente diffusi. Molti a corte si erano sempre opposti all’alleanza con l’Austria, e si erano risentiti degli sforzi della regina di intercedere occasionalmente per cause austriache.
Il fratello del re, il Conte di Provenza, e suo cugino, il Duca d’Orleans, erano entrambi considerati più capaci di Luigi XVI. Entrambi erano gelosi del titolo regale di Luigi e del suo matrimonio con la bella Maria Antonietta.
Molti altri membri della nobiltà erano invidiosi nei confronti della regina e si sentirono insultati dal suo rifiuto dell’etichetta di corte, dalla sua preferenza per un piccolo circolo di amici e dalla preferenza a loro riservata. Pertanto, alcuni nobili insoddisfatti diventarono terreno fertile per la produzione d’infamie contro la regina. Costruirono e fecero circolare storielle scurrili sulla regina e sulla sua vita privata: alcune l’accusavano di prestarsi ad ogni sorta di atti sessuali con vari cortigiani e cortigiane (si metteva altresì in dubbio la paternità dei figli della coppia reale), e altre di inviare somme di denaro in Austria.
Intorno al 1784-85 abbondavano i racconti sulle stravaganze della regina, sulla sua dissolutezza e sui suoi vizi a sfondo sessuale. Fu a questo punto che l’Affare della Collana di Diamanti diventò un evento sensazionale che catturò l’attenzione dell’intera nazione.
L’affare mise insieme tre situazioni slegate tra loro, fondendole per mezzo della certezza ormai ampiamente diffusa della condotta immorale di Maria Antonietta. Per anni, una certa Madame de Lamotte – squattrinata discendente dell’antico nobile casato dei Valois – tramava per ottenere una posizione a corte. Nello stesso tempo, il Principe de Rohan – cardinale di Francia molto noto in società – soffriva per essere escluso da anni dal circolo personale di Maria Antonietta, e il gioielliere Boehmer era incapace di convincere Maria Antonietta ad acquistare una favolosa e costosissima collana di diamanti originariamente preparata per Madame du Barry, l’amante di Luigi XV.
La Lamotte, che era una donna attraente e prosperosa, catturò l’attenzione di entrambi gli uomini e riuscì a convincerli di essere l’amante (lesbica) di Maria Antonietta. La Lamotte persuase il Rohan del fatto che la regina voleva davvero la collana, il Rohan la ottenne dal Boehmer e la diede alla Lamotte dopo un incontro a tarda notte con una prostituta che aveva le sembianze di Maria Antonietta vicino al Tempio d’Amore, dove si diceva che la regina desse i suoi appuntamenti segreti.
Mentre la regina si preparava ad interpretare il suo ruolo nella commedia di Beaumarchais “Le Nozze di Figaro”, che era stata recentemente messa al bando, Boehmer l’avvicinò per ottenere il pagamento e solo allora si scoprì l’arcano. Quando vennero a conoscenza dei fatti che stavano alla base dell’affaire, entrambi il re e la regina si adirarono con il Rohan, perché questi aveva creduto che la regina arrivasse a ricorrere ad un intermediario per ottenere una collana.
Il risentimento dei sovrani si rivelò disastroso. Il cardinale, il più alto prelato di Francia, fu arrestato il giorno della Festa dell’Assunzione nel bel mezzo della corte. In seguito, la regina pretese di essere vendicata pubblicamente e pertanto il re ottenne un processo davanti al Parlamento di Parigi.
Il processo fu un evento sensazionale per mesi, e i panni sporchi della monarchia vennero lavati davanti a tutta la Francia. Il “cast” incluse membri dell’alta nobiltà, ciarlatani, una prostituta che assomigliava alla regina e, soprattutto, la favolosa collana di diamanti e la regina stessa, che tuttavia non fu mai chiamata a testimoniare. Alla fine, la nobiltà sfidò l’intera nazione nell’Affare della Collana di Diamanti con l’assoluzione del Principe de Rohan dall’accusa di avere insultato la regina. A tutti gli effetti, secondo la sentenza del Parlamento dei Nobili, la regina era degna di tale insulto a causa della sua reputazione. Il Rohan poteva ragionevolmente credere che Maria Antonietta volesse usarlo come intermediario e alla fine prestare favori sessuali, in cambio di una collana di diamanti.
Quando fu annunciato il verdetto di non colpevolezza in un affollato teatro dell’opera di Parigi, si levò un enorme strepito e tutti i presenti si voltarono in direzione del palco reale. Maria Antonietta – in preda allo shock – se ne andò immediatamente alla sua carrozza, tra i fischi della folla.
Il tribunale condannò la Lamotte (che non godeva di influenze altolocate) ad essere marchiata sui seni ed imprigionata. Suo marito, tuttavia, era riuscito ad evadere dalla prigione e lei stessa fuggì in Inghilterra. Da lì, si vendicò inventando e facendo circolare storie secondo le quali lei era veramente stata l’amante lesbica della regina, la regina era insaziabile nei suoi desideri e aveva ricevuto la collana, e l’affaire era stato messo insieme per il suo divertimento. Per quanto la sua storia avesse del fantastico, ne circolarono migliaia di copie e venne ampiamente creduta. Così tanto che se la Lamotte non fosse morta nel 1793, sarebbe probabilmente stata testimone per l’accusa nel processo contro Maria Antonietta.
Per ironia della sorte, proprio quando scoppiò lo scandalo della Collana di Diamanti e la popolarità della regina sprofondò nell’abisso, il passare degli anni e la maturità attenuarono il suo stile di vita. Luigi e Antonietta riuscirono ad avere figli ed ella partorì quattro volte. Dedicava ormai poco tempo alla vita notturna di Parigi e ne trascorreva di più con la famiglia ed i figli. Sebbene ancora graziosa ed attraente, una volta arrivata ai trent’anni, Maria Antonietta cominciò ad apparire più robusta e ad orientarsi verso colori più scuri. La sua modista Madame Bertin iniziò a proporre una moda meno sfarzosa, pur tuttavia mettendo in evidenza gli ampi seni della regina. Nonostante quest’ultima continuasse a flirtare con gli uomini della corte e a trascorrere molto tempo con Axel Fersen, Luigi era sempre più devoto alla sua bella moglie, che egli adorava.
La vita personale di Maria Antonietta cominciava a diventare stabile, mentre lo stato in cui versava la Francia non lo era affatto. Negli anni precedenti la Rivoluzione, i raccolti furono pessimi e i meno abbienti ne soffrirono. La regina mostrava il suo buon cuore e cercava di aiutare i poveri del suo paese: partecipava a recite a scopo di beneficenza (anche la sera in cui il verdetto del processo della Collana fu annunciato), e utilizzava il suo “hameau” per aiutare alcune famiglie bisognose. Tuttavia, le sue piccole azioni non vennero affatto notate da chi soffriva. Ciò che si ricordava era che la regina giocava a fare la mungitrice e la pastora nel suo ben curato “hameau” del Trianon, mentre i veri contadini morivano di fame. Veniva considerata insensibile, il che fece credere a molti che avesse risposto “Che mangino le brioches”, quando le fu detto che il popolo non aveva pane.
Inoltre, la Francia sprofondava in enormi debiti ereditati da Luigi XV che Luigi XVI era stato incapace di saldare. Il debito del paese si era ormai trasformato in una crisi e l’ultima goccia fu il costoso aiuto prestato dalla Francia alle colonie americane, dal 1778 al 1783, impegnate in una guerra contro la Gran Bretagna per ottenerne l’indipendenza. Per cercare di ridare vigore alla popolarità della regina ed aumentare il sostegno a favore della monarchia, furono dipinti ed esibiti ritratti che mostravano la regina circondata dall’affetto dei suoi figli. Tuttavia, l’ovvio esercizio di propaganda reale ebbe risultati negativi in quanto i detrattori notarono i pomposi abiti della regina e soprannominarono “Madame Deficit” la protagonista dei ritratti.
Luigi XVI aveva quanto mai bisogno dell’appoggio della nobiltà in questo momento di impopolarità, che continuava ad aumentare sull’onda dell’Affare della Collana. Egli tentò di effettuare riforme necessarie attraverso una serie di ministri, cercando consiglio ogni volta da parte della sua regina, e infine chiamò un’assemblea di notabili per cercare ancora una volta di effettuare quelle riforme che dovevano rimediare alla crisi finanziaria. Luigi non era un sovrano energico e l’influenza di sua moglie suscitava risentimenti, il che non fece che indebolire la posizione della monarchia.
Luigi e Maria Antonietta furono colpiti da una tragedia nel 1789. Il loro primo figlio ed erede, il Delfino, colpito da una malattia ereditaria agonizzante ed invalidante, morì nel mese di giugno. Senza contare vari aborti spontanei, questo fu il secondo lutto a colpire i sovrani, in quanto la figlia più giovane era morta nel 1786. Durante questo nuovo dolore, la coppia doveva affrontare la crisi che ora minacciava la loro autorità e che avrebbe portato ulteriori tragedie nel seno di questa famiglia.
Incapace di obbligare la nobiltà ad effettuare le necessarie riforme finanziarie, il disperato monarca richiamò gli Stati Generali nel maggio del 1789. Era la prima volta in 175 anni che quest’organo di consultazione veniva richiamato. Tuttavia, era un evento unico perché dava rappresentanza alla gente comune, che poteva ora votare in qualità di uno dei tre Stati. Luigi lo fece per cercare di ottenere l’appoggio della borghesia (il Terzo Stato) per forzare le necessarie riforme.
I lavori degli Stati Generali non iniziarono sotto un buon auspicio, poiché le apparizioni della regina furono prima accolte con il silenzio e poi con grida di “Viva il Duca d’Orleans”, il corteggiatore che lei aveva disdegnato e che era ora un acerrimo nemico. Questa atmosfera di ribellione era un segno di ciò che doveva seguire. La gente comune era scontenta del limitato ruolo del Terzo Stato che Luigi immaginava. Il genio era ormai fuori dalla lampada. Il Terzo Stato si autodichiarò Assemblea Nazionale e con il Giuramento della Pallacorda stabilì che non si sarebbe sciolto, fino a che la Francia non avesse una costituzione.
Luigi mancava della volontà di spegnere questa ribellione, ma fu ripetutamente spinto all’azione da Maria Antonietta. La regina desiderava ardentemente conservare la monarchia assoluta ed era risoluta nella sua opposizione a riforme che avrebbero dato maggiori poteri alla gente comune.
Tuttavia, il popolo non voleva la soppressione del Terzo Stato, in previsione dei successi che si sarebbero ottenuti. A luglio, la folla assediò l'Hotel des Invalides (la scuola militare) e ottenne rifornimento di armi da fuoco. La mossa seguente era quella di ottenere la polvere da sparo cosicché si sarebbe potuto difendere l’Assemblea in caso di bisogno. Si raggiunse questo scopo quando la folla attaccò un grande simbolo della monarchia assoluta, l’antica e famosa prigione-fortezza della Bastiglia, che sovrastava il centro di Parigi.
Luigi mancò di risolutezza e la folla riuscì a prendere la Bastiglia. Il governatore della fortezza, che tentò di resistere minacciando di far saltare la polvere da sparo, fu ucciso dalla folla e la sua testa venne portata per la città su di una picca. Il popolo aveva ormai armi e munizioni. L’illegalità era prevalsa e nessuna azione era stata intrapresa dal re a titolo di risposta. Luigi si recò a Parigi per riportare la calma, ma nulla si fece contro coloro che avevano attaccato la Bastiglia.
La presa della Bastiglia turbò molto un certo numero di nobili che conoscevano il grado di povertà del popolo e temevano vendette, se il potere reale si fosse dimostrato inadeguato a controllare gli impulsi della folla. Membri di spicco della corte, tra i quali amici intimi di Maria Antonietta lasciarono il paese. Tra luglio e agosto se ne andarono il Conte d’Artois e Madame de Polignac e, in ottobre, la sua amica e ritrattista Madame Vigée-Lebrun.
Il palazzo reale di Versailles si trovava ad appena 20 miglia dal calderone ribollente di Parigi. Anche Maria Antonietta temeva la folla di Parigi e consigliò al re di riparare altrove in modo che egli potesse spegnere la ribellione da lontano, ma Luigi non volle lasciare Versailles.
La regina riuscì a persuadere Luigi ad aumentare il numero delle truppe dalle province, che si sperava sarebbero state fedeli alla Corona. Le azioni di Maria Antonietta non passarono inosservate. Il suo portamento fiero e quella che veniva percepita come la sua arroganza la resero il primo obiettivo di denigrazione da parte dei rivoluzionari. Nonostante gli sforzi di Maria Antonietta, il re fu riluttante a confrontare l’Assemblea dopo che nuove truppe furono richiamate perché Luigi non voleva aprire il fuoco contro il suo popolo. Durante l’estate, in un periodo che venne chiamato “la Grande Paura”, i contadini si rivoltarono in tutto il paese per paura che il re venisse spinto dalla regina e dal suo “comitato austriaco” a soffocare la rivoluzione. In agosto, fu pubblicata la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo con la quale si rinunciava ai titoli nobiliari, e il popolo affermava la propria posizione reclamando pari diritti contro una riaffermazione della monarchia assoluta.
Il 1° ottobre 1789, fu tenuto a Versailles un grande banchetto in onore delle guardie reali nel quale il vessillo reale e quello austriaco vennero applauditi, si brindò al re e alla regina quando apparirono e la coccarda tricolore del popolo francese venne calpestata. Storie sul banchetto e su “orge” cominciarono a circolare nei bassifondi di Parigi, in cui incombeva nuovamente la mancanza di pane.
I parigini ne ebbero abbastanza ed il 4 ottobre si riunì una gran folla per chiedere pane al re. Il giorno seguente, una folla composta principalmente di donne parigine marciò sotto la pioggia fino a Versailles per porre termine alle orge e domandare pane. Molte impugnavano coltelli e giuravano di usarli per “tagliare il bel collo dell’Austriaca” che era la fonte di tutti i loro problemi. “Sarei contenta di infilare questa lama fino al gomito nel suo ventre.” Altre promettevano di tagliare vari “pezzi di Antonietta”.
Raggiunta Versailles, esse incontrarono l’Assemblea ed ebbero una breve udienza con il re. Ancora una volta, la regina aveva desiderato di fuggire mentre esse avanzavano, ma Luigi non volle né partire né aprire il fuoco contro le donne. Quella notte, la marmaglia (forse con l’aiuto di agenti del Duca d’Orleans) trovò un’entrata priva di guardie e si diresse fino agli appartamenti della regina, che stava dormendo. Mentre gli assalitori imprecavano e dicevano di voler “uccidere la puttana austriaca “, le due guardie della regina diedero la vita per salvarla. Madame Campan ed altre dame raccolsero in fretta biancheria e vestiti, e Maria Antonietta corse via dalla sua camera da letto letteralmente “mezza nuda” (secondo alcune versioni) riuscendo di poco ad eludere l’attacco. Il letto della regina fu fatto a brandelli.
La regina si era salvata, ma la folla non era soddisfatta. Più tardi si chiese che il re e la regina apparissero al balcone e poi che i sovrani seguissero i dimostranti a Parigi. E così, Luigi e Maria Antonietta lasciarono Versailles per essere installati nel polveroso palazzo disabitato delle Tuileries a Parigi. Maria Antonietta non avrebbe più rivisto il suo amato Petit Trianon. Da allora in poi, il re e la regina sarebbero rimasti sotto il controllo dei comuni cittadini di Parigi e sarebbero stati vulnerabili ad attacchi da parte loro. I sovrani sapevano bene che il trasferimento a Parigi non era stata una loro scelta, e che non avevano il potere di annullare il volere della folla.
Nel 1790 e 1791, la rivoluzione sembrava essersi stabilizzata. Tuttavia, si cominciavano a spargere i semi della futura discordia e di una più violenta rivoluzione. L’Assemblea, ormai imbaldanzita, concesse ampi diritti al popolo, a spese della nobiltà e del clero. Si conferì valore legale a molte delle riforme, nonostante il veto del re. Luigi era particolarmente contrario al voto civile che veniva ora richiesto al clero cattolico romano.
Molti nobili avevano lasciato la Francia e Maria Antonietta temeva per la sua salvezza ed autorità reale. Ella cospirò con quegli émigrés e cercò aiuto da parte di altri sovrani europei, tra cui l’imperatore d’Austria suo fratello. Dopo la morte del leader moderato Conte di Mirabeau nel 1791, ed ulteriori azioni da parte dell’Assemblea che violavano l’autorità del clero cattolico romano, Antonietta persuase il riluttante Luigi a lasciare la Francia.
L’amico e supposto amante della regina Axel Fersen organizzò di tasca propria la carrozza necessaria, i falsi documenti di identità e i piani di fuga. La coppia reale fuggì da Parigi con i figli, tutti travestiti da comuni viaggiatori. Il re e la regina avevano insistito sulla necessità di viaggiare con tutti i comforts, e pertanto la loro carrozza si muoveva lenta e pesante. Cambi di cavalli si resero necessari e ciò attirò l’attenzione.
Durante un cambio, un attento patriota notò una donna attraente ma familiare che dava ordini nonostante fosse vestita da cameriera. Gli sembrò di riconoscere la regina e, da una moneta d’oro datagli come mancia, riconobbe il re. Jacques Drouet, questo il nome del patriota, si precipitò verso la piccola cittadina di Varennes e, una volta raggiuntala, avvertì la popolazione affinché si fermassero il re e la regina al loro arrivo. Questi avevano viaggiato per 200 miglia ed erano quasi vicino al confine franco-austriaco dove leali truppe erano pronte a portarli in salvo. Ma l’operazione non si potè condurre a compimento. Il re e la regina subirono l’umiliazione di essere riportati a Parigi con la forza, su strade polverose, nel corso dei successivi quattro giorni. Da ogni parte giungevano francesi che volevano vedere i famosi prigionieri e, in qualche occasione, assaltarli. Alcuni membri dell’Assemblea arrivarono in seguito e presero posto con loro nella carrozza già strapiena.
Quando arrivarono a Parigi, essi furono accolti dal più assoluto silenzio. Tutti gli uomini tennero il loro cappello in testa e al re non venne offerto alcun saluto o altro segno di deferenza. Gli stanchi viaggiatori erano coperti di polvere e di sudore. Mentre Madame Campan preparava il bagno per Maria Antonietta, la regina si tolse il cappello e il velo ed entrambe notarono che i suoi capelli biondi erano diventati completamente bianchi per la paura e i tormenti del viaggio.
Dopo la disastrosa fuga di Varennes, Maria Antonietta lavorò in un primo tempo con il monarchico costituzionale Barnave per cercare di restaurare il prestigio reale. Tuttavia, l’odio per la regina era ormai salito a nuovi livelli.
Maria Antonietta cominciò di nuovo a cercare aiuto dall’estero per un intervento in Francia che restaurasse l’autorità reale. L’Austria e la Prussia minacciarono la Francia da parte della famiglia reale e la Francia dichiarò guerra a quelle potenze nell’aprile 1792, ancora una volta nonostante il veto del re. A giugno, il palazzo delle Tuileries fu invaso e saccheggiato dalla folla, al re e alla regina furono inflitti ridicolo ed umiliazione ma non venne fatto loro altro male. Nello stesso momento, si cercavano volontari al grido di “la patria in pericolo ” e i Francesi furono chiamati a respingere gli invasori.
Nel luglio 1792, quando l’esercito prussiano invase la Francia, il Duca di Brunswick minacciò il popolo di Parigi che se fosse stato fatto del male alla persona del re o della regina, gli invasori avrebbero cercato vendetta sulla Francia. La proclamazione fu resa pubblica e fece grande sensazione nel paese.
Il 10 agosto 1792, il palazzo delle Tuileries fu preso d’assalto dal popolaccio, e il re e la regina si rifugiarono presso l’Assemblea. La famiglia reale fu installata in una piccola tribuna per la stampa, nel caldo soffocante e sotto le occhiate e i commenti della folla. In quella gabbia, sentirono i resoconti sulla caduta delle Tuileries e sul massacro di 900 guardie svizzere che erano rimaste per difenderli. Videro i tesori delle Tuileries ammassati sui banchi degli oratori, tra i quali vi erano carte, gioielli, e oggetti preziosi appartenenti alla famiglia reale. Ascoltarono i dibattiti e le votazioni con le quali si sospese e si pose fine alla monarchia. Fu dichiarata la Repubblica e la famiglia reale fu imprigionata nella fortezza del Tempio.
Altri aristocratici furono imprigionati nello stesso periodo. Quando le fortune dell’esercito francese sul campo comiciarono a vacillare, si levarono grida che incitavano ad uccidere i traditori all’interno del paese. Centinaia di aristocratici furono massacrati nelle prigioni nel settembre 1792. La vittima più famosa fu Madame de Lamballe, amica intima di Maria Antonietta che era ritornata a Parigi per assisterla in tempo di pericolo. La Lamballe fu portata dinanzi ad un tribunale e quando rifiutò di giurare contro la regina, fu fatta a pezzi dalla folla. La sua testa, i seni e gli organi genitali tagliati e montati su picche furono portati in processione fin davanti alla finestra della regina al Tempio. Il regno del Terrore era cominciato.
La famiglia reale si trovava ora sotto stretta sorveglianza e, privata delle raffinatezze e dei servitori, era obbligata a vivere semplicemente, confinata nella fortezza del Tempio. Ma la loro pace non era destinata a durare.
Nel dicembre 1792, Re Luigi XVI fu portato davanti alla Convenzione Nazionale e processato per tradimento. Fu giudicato colpevole e, con voto segreto, condannato a morte. Nel gennaio 1793, Luigi XVI fu giustiziato dalla ghigliottina. Nei due anni che seguirono, migliaia di altri vennero processati davanti al Tribunale Rivoluzionario e allo stesso modo giustiziati dalla ghigliottina.
Dopo la morte del marito, il figlio di Maria Antonietta fu strappato con la forza alle cure materne nel luglio 1793. La povera donna implorò che fosse concesso a suo figlio di restare ma non riuscì a cambiare la volontà dei ministri. Il ragazzino fu affidato alle cure del ciabattino Simon e morì di stenti nel giro di due anni.
Nel settembre 1793, Maria Antonietta fu separata dalla figlia e dalla cognata. Ora chiamata “la vedova Capeto”, Maria Antonietta fu trasferita all’umida prigione delle Conciergerie, nella quale visse per mesi di solitario confino sotto la sorveglianza totale dei rivoluzionari, che ora controllavano ogni sua mossa. La prigione delle Conciergerie era l’anticamera della morte. In questa malsana prigione, ella perse molto peso e la sua vista cominciò a diminuire, ma non le restava molto da vivere.
Il 14 ottobre, la povera pallida donna fu svegliata in piena notte e portata al Tribunale Rivoluzionario. Il processo fu un orrore e la regina fu attaccata più come persona che come sovrana. Si obbligò perfino il suo bambino a testimoniare di abusi sessuali a cui lei lo avrebbe sottomesso. Davanti a quell’accusa, la regina – che aveva risposto coraggiosamente a tutto – disse: “Se non rispondo è perché non è possibile. Faccio appello a tutte le madri in questa sala.”
Nonostante la sua eloquenza, il verdetto non fu mai messo in discussione. Come il re, anche Maria Antonietta fu giudicata colpevole.
Quando andò incontro alla morte il 16 ottobre 1793, molti trasalirono … Maria Antonietta aveva soltanto 38 anni, ma la folla vide (come l’artista David si affrettò a disegnare) una vecchia in abiti contadini, grigia e spettinata, un contrasto impressionante con l’elegante e voluttuosa Regina del Trianon, la figlia della fortuna che era stata fino a solo 4 anni prima. I capelli di Maria Antonietta erano stati tagliati rozzamente e, con le mani legate dietro la schiena, fu trasportata su di una carretta tra i fischi e gli insulti della folla. Tuttavia, la povera donna rimase seduta in posizione eretta e cercò di conservare la sua dignità. Fino alla fine, Maria Antonietta mostrò un portamento e un coraggio da regina, nonostante le avversità.
Dopo l’ultima sofferenza, il corpo di Maria Antonietta fu spinto sulla tavola della ghigliottina, la sua testa venne sistemata nella morsa e a mezzogiorno in punto la lama fu lasciata cadere tra l’entusiasmo generale. Secondo le parole di un organo di stampa rivoluzionario, “Mai Père Duchesne aveva assistito a così tanta gioia come quando la testa di quella puttana fu separata dal suo collo di gru”. Sanson alzò la testa sanguinante in modo che tutti la vedessero. In seguito, la testa fu gettata sulla carretta tra le gambe del corpo senza vita. Il cadavere di Maria Antonietta fu lasciato sull’erba prima di essere gettato in una fossa comune. Così terminò la vita di colei che era stata un tempo la donna più illustre e affascinante d’Europa.

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