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venerdì 31 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio 1981 Stefania Rotolo muore di un tumore uterino, a soli 30 anni.
Stefania Rotolo nacque a Roma il 23 febbraio 1951. Far parte dell'affascinante mondo dello spettacolo fu sin dall'infanzia il suo più grande sogno. Stefania crebbe con il desiderio mai celato di emulare le gesta della madre, la ballerina austriaca Martha Matoussek, che in gioventù aveva danzato all'Opera di Vienna e che di seguito si era trasferita in Italia per unirsi all'allora celebre corpo di ballo delle "Bluebelles" che si esibivano con il famosissimo comico-presentatore Erminio Macario. A Roma Martha aveva conosciuto il futuro papà di Stefania, si era sposata ed aveva interrotto l'attività artistica per dedicarsi interamente alla famiglia. Tuttavia non dimenticò la sua passione ed incoraggiò la figlia a seguire le sue orme.
Stefania dimostrò prestissimo di possedere del talento: ad appena 19 mesi di vita ebbe un primissimo esordio artistico in un numero del noto illusionista Bustelli che in un'esibizione al Teatro Valle di Roma prevedeva la sua nascita da un enorme cappello a cilindro.
L'anno successivo Stefania Rotolo, vera bimba prodigio, iniziò a "lavorare" al Teatro Eliseo dove per ben tre stagioni consecutive sostenne la parte del figlio di Madame Butterfly nella celebre opera pucciniana.
Era ancora una bambina ma già sapeva ciò che voleva. Incominciò a prendere lezioni di danza dal famoso ballerino austriaco Harry Feist: il ballo divenne la sua grande passione ed in questo fu incoraggiata non solo dalla madre ma anche da Lisa Lisette, una sua zia con precedenti esperienze come soubrette.
A soli 13 anni Stefania era tra le "Collettine" del coro di Rita Pavone. Continuò a studiare danza: nonostante la giovanissima età era evidente che questa aspirante ballerina possedeva interessanti doti artistiche ed una grinta non indifferente.
Stefania era proprio innamorata del ballo e per assecondare questa sua incontenibile ardente inclinazione spesso finiva per trascurare gli impegni scolastici (si era iscritta al liceo artistico). Durante l'adolescenza cominciò a frequentare il celeberrimo "Piper", il dancing romano di via Tagliamento gestito dal noto talent-scout Alberico Crocetta che era stato inaugurato proprio in quel periodo. I pomeriggi del "Piper" erano incredibilmente affollati di giovanissimi che con entusiasmo si lasciavano andare in balli travolgenti che in quegli anni rappresentavano un'autentica novità, molto trasgressiva. Questo era il luogo ideale per Stefania. Finalmente poteva scatenarsi come aveva sempre sognato e conoscere coetanei con la sua stessa passione. Fu qui infatti che conobbe molti personaggi come lei destinati ad un avvenire nel mondo dello spettacolo: Patty Pravo, Loredana Bertè, Franco Miseria, Mita Medici e soprattutto Renato Zero che divenne un suo grandissimo amico.
Il "Piper" rappresentò un vero e proprio trampolino di lancio. Qui infatti il coreografo Franco Estill la notò e la scritturò per una tournée in Messico. Stefania aveva solo 18 anni e fu felicissima di quest'opportunità: era infatti il suo primo contratto come ballerina che oltretutto le avrebbe consentito di viaggiare e di conoscere il mondo. Preparò le valige e senza pensarci troppo partì per questa nuova ed emozionante avventura. Con lei c'era un altrettanto giovanissima Loredana Bertè ancora ben lungi dal divenire una cantante affermata.
Il balletto di Franco Estill ebbe un notevole successo in Messico e si esibì a più riprese nei più noti locali di Mexico City e di Acapulco. In una di queste serate messicane Stefania incontrò il suo primo amore, un sassofonista brasiliano che come lei aveva la musica nel sangue. Al termine della tournée si trasferì con lui a Rio de Janeiro. In Brasile Stefania continuò a lavorare come ballerina e per perfezionare il suo stile frequentò la "Escola de Samba" di Joao Gilberto.
La sua storia con il musicista entrò presto in crisi: qualche mese insieme, poi il sassofonista ricominciò a condurre la vita disordinata di sempre. L'amore era evidentemente finito. Stefania, in attesa di una bambina, decise di fare rientro in Italia: sua figlia Federica nacque infatti a Roma nel 1972.
Nel 1974 Stefania Rotolo riprese l'attività partecipando come "attrazione" al Cantagiro condotto in quell'occasione da Renato Rascel e Johnny Dorelli. Successivamente lavorò in teatro esibendosi come ballerina nello spettacolo "Felicibumta" di Garinei e Giovannini con Gino Bramieri.
Il suo debutto televisivo vero e proprio avvenne invece nel 1975 quando cantò in coppia con il cantante francese Charles Aznavour dimostrando al grande pubblico di essere anche una brava cantante. Nello stesso anno Stefania ebbe anche un'esperienza come attrice recitando la parte di Mirabelle nel film "La mafia mi fa un baffo" diretto da Riccardo Garrone. Il film non ebbe un grandissimo successo ma ci regalò una piacevole interpretazione di Stefania che dimostrò di trovarsi a suo agio anche negli inediti panni di commediante.
Nel frattempo Stefania si era legata sentimentalmente al giornalista Marcello Mancini che lavorava in RAI come autore di testi televisivi e radiofonici. Fu proprio Mancini a credere fermamente nelle potenzialità di Stefania: nel 1977, coadiuvato dal giovane coreografo Franco Miseria e dal regista Lucio Testa, le affidò la conduzione di un nuovo programma televisivo destinato ai giovani: PICCOLO SLAM. Al suo fianco venne chiamato Sammy Barbot, un giovane e talentuoso ballerino originario della Martinica che si destreggiava bene anche come cantante e come Disc Jockey. Il programma ebbe un successo enorme ed inaspettato.
Stefania Rotolo in poche settimane era diventata un personaggio: la sua energia incontenibile aveva fatto breccia nel cuore dei giovanissimi e l'aveva proiettata di diritto nell'Olimpo delle stars televisive.
I successi di Stefania Rotolo proseguirono anche dopo PICCOLO SLAM. Sul finire del 1978 partecipò come ospite fisso alla trasmissione NON STOP diretta dall'anticonformista Enzo Trapani  nel quale furono lanciati moltissimi comici quali il trio La smorfia (Troisi, De Caro, Arena), i gatti di vicolo miracoli (Smaila, Calà, Oppini e Salerno), Marco Messeri, Carlo Verdone, Enrico Beruschi, Zuzzurro e Gaspare. In questo programma Stefania si esibiva in balletti mozzafiato e cantava la sigla del programma: "Spaccotutto". Grazie alla canzone "GO!!!", sigla di PICCOLO SLAM,   Stefania si aggiudicò anche il Telegatto 1978 come miglior sigla televisiva.
La sua fama aumentò ulteriormente grazie allo spettacolo itinerante URAGANO SLAM nel quale questa vulcanica showgirl si esibiva ballando e cantando nelle piazze e nei locali di mezza Italia richiamando sempre un nutrito pubblico di curiosi e di ammiratori e riscuotendo consensi sempre crescenti da parte della critica. Ormai tutti la chiamavano "Ragazza Uragano".
Stefania Rotolo arrivò all'apice della sua carriera verso la fine del 1979 quando condusse come primadonna lo spettacolo TILT, un programma che andava in onda il giovedì in prima serata sulla Rete Uno della RAI che ebbe un grandissimo successo. Questo originalissimo show fu giudicato la migliore trasmissione dell'anno. Visto il successo la RAI pensò bene di realizzare una puntata speciale denominata "Chroma-Key folies" contenente i più bei balletti di Stefania. Lo special rappresentò l'Italia al Festival Internazionale di Montreux, la più importante rassegna mondiale di programmi televisivi che si svolse nel maggio del 1980 nella elegante località a due passi da Ginevra. Stefania aveva fatto davvero "Tilt". La sua popolarità era veramente grande. Riceveva continuamente nuove proposte, anche dall'estero. In particolare l'americana "Columbia Pictures" durante un suo soggiorno negli States le propose di presentare il travolgente TILT anche in America.
Purtroppo poco dopo la fine di TILT Stefania cominciò a sentirsi poco bene: erano i primi sintomi di una grave malattia. Dovette subire un delicato intervento chirurgico e la convalescenza la tenne lontana dalle scene per alcuni mesi. Il suo carattere molto determinato le fu molto utile per riuscire a riprendersi.
Tornò a cantare per il suo pubblico. Si esibì in televisione e soprattutto nelle discoteche che tanto amava. Memorabile fu, nel 1980, una sua esibizione sul palco di "Bussoladomani" a Viareggio dove interpretò il celebre pezzo "Cocktail d'amore" in coppia con il grandissimo amico Renato Zero.
Nel 1981 la sua malattia si aggravò. Stefania resisteva strenuamente e continuava a lottare e a sperare. Chi le faceva visita in ospedale incontrava una ragazza disponibile, serena e addirittura scherzosa, come era sempre stata.
Per un certo periodo parve stare meglio, tanto che la RAI le propose di tornare a lavorare nel musical "Peter Pan" in cui avrebbe avuto come partner il grande Vittorio Gassman. Questa nuova proposta la rese felice: interpretare "Peter Pan" era infatti da sempre un suo sogno.
La malattia era però all'ultimo stadio e non le lasciò scampo. Mentre era ricoverata a Villa Verde, succursale della clinica ginecologica dell'ospedale romano San Filippo Neri, fu colta da una grave crisi. Stefania Rotolo cessò di vivere la mattina di venerdì 31 luglio 1981 lasciando sgomenti i suoi moltissimi ammiratori, di tutte le età, così affezionati al suo sorriso e alla sua gioia di vivere...
E' sepolta nel cimitero di Prima Porta.


giovedì 30 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1966 nello stadio di Wembley l'Inghilterra vinceva il suo primo, e finora unico, campionato mondiale di calcio contro la Germania Ovest.
Franz Beckenbauer e Uwe Seeler si trovarono di fronte il capitano del West Ham Bobby Moore e il centrocampista del Manchester United Bobby Charlton. Proprio quest'ultimo aveva portato gli inglesi in finale siglando un' importantissima doppietta nella semifinale contro il Portogallo. Questi quattro campioni in campo si neutralizzarono reciprocamente e fu un centravanti poco conosciuto, rimasto sulla panchina inglese nelle tre partite del girone di qualificazione sino all'infortunio del titolare Jimmy Greaves, ad entrare nella leggenda del calcio mondiale.
Entrambe le formazioni crearono un discreto numero di occasioni nelle fasi iniziali, ma né Gordon Banks, nella porta alla destra della tribuna reale, né Hans Tillkowski, ebbero grossi problemi.
Gli inglesi sugli spalti di Wembley, pieno in ogni ordine di posto, eccitati dalla decisa partenza dell'Inghilterra e dalla possibilità di vincere per la prima volta il titolo mondiale, rimasero però ammutoliti al 12'; Siegfried Held dalla sinistra calciò un'invitante palla a spiovere nell'area inglese, che respinta malamente di testa da un difensore inglese finì sui piedi di Helmut Haller (l'Haller del Bologna) che non si fece pregare troppo ed insaccò con un tiro da circa dieci metri nell'angolo basso alla destra di Banks.
L'Inghilterra non accusò il colpo e reagì con decisione buttandosi prepotentemente all'attacco, la difesa tedesca riuscì a mantenere il vantaggio solo per sei minuti. Al 18' infatti Overath sgambettò Moore a circa trenta metri dalla porta, il capitano inglese aggiustò la palla, calciò in fretta la punizione individuando il compagno di club Hurst smarcato nell'area, quest'ultimo colpì perfettamente di testa portando l'Inghilterra al pareggio.
Dopo il botta e risposta entrambe le squadre si limitarono a costruire a centrocampo e giocare il pallone in attacco, ma le difese si dimostrarono all'altezza dell'evento, chiudendo attentamente tutti gli spazi. I tentativi dalla lunga distanza divennero la sola possibilità, con Bobby Charlton e Peters per l'Inghilterra e Seeler e Halle per la Germania Ovest, tutti vicini al gol, ma senza mai trovare il varco giusto. Il primo tempo si concluse 1 a 1. Mentre la banda musicale usciva dal campo dopo aver suonato nell'intervallo i giocatori fecero il loro ritorno in campo. Il secondo tempo fu l'inverso del primo: le azioni ed i gol avvenuti nel primo quarto d'ora dal fischio d'avvio stavolta si verificarono nel quarto d'ora finale. Dopo aver dominato il gioco nella parte finale del primo tempo, la Germania Ovest mise di nuovo sotto  l'Inghilterra nella seconda metà della partita, Seeler e il terzino Karl-Heinz Schnellinger spingevano molto e l'inglese Bobby Charlton era impegnatissimo ad evitare che il giovane Franz Beckenbauer aggiungesse il suo indubbio talento all'attacco tedesco. Nonostante ciò B.Charlton sfiorò la rete a metà della ripresa.
Entrambe le difese erano stanche, e negli spazi che si aprivano l'Inghilterra sfruttò l'occasione: il tiro di Alan Ball fu deviato in corner da Tillkowski e, sul successivo tiro dalla bandierina, Hurst raccolse la palla al limite dell'area, ondeggiò tra due difensori al limite dell'area e tirò in porta. La palla, deviata, finì in direzione di Peters ( altro hammer) che al volo la scaraventò in rete. Wembley esplose in un boato assordante, era il 78' e gli inglesi vedevano il traguardo finale...
A pochi minuti dalla fine il pubblico, contro ogni scaramanzia, iniziò a cantare  "Rule Britannia" in segno di vittoria, ma all'89' la Germania Ovest ottenne un calcio di punizione da circa trenta metri per fallo di Ray Wilson su Held, contestato vivacemente dal piccolo ma duro Nobby Stiles. La palla calciata da Emmerich in area divenne una sorta di palla matta, rimase in area, sfuggì a Banks ( in tenuta gialla) ed il centrocampista numero 6 Wolfgang Weber, a pochi metri dalla porta gelò Wembley. 2 a 2! Clamoroso! L'Inghilterra sotto shock mise il pallone arancione al centro per ricominciare ma l'arbitro fece appena riprendere il gioco e dopo qualche secondo dal goal dei tedeschi dichiarò la fine dei tempi regolamentari: la mai doma Germania Ovest aveva raddrizzato il match at the last kick of the ball e la finale della Coppa del Mondo 1966, per la prima volta nella storia, veniva decisa ai supplementari...
I giocatori inglesi, ancora scossi dal goal subito allo scadere, giocarono il primo extra time un pò sottotono, mentre i tedeschi a causa della stanchezza e dei crampi di diversi elementi si limitarono a controllare il match. Tentò Alan Ball con un tiro forte ma centrale alzato in corner dal portiere tedesco e poi ancora Bobby Charlton con un tiro rasoterra appena fuori area che colpì il palo sinistro di Tillkowski, comunque sulla traiettoria. Poi avvenne l'episodio degli episodi, entrato di diritto nella storia del calcio e fonte di discussione ancora oggi. Alan Ball, maglia numero 7, intorno al 101' trovò campo aperto sulla fascia destra. Il suo cross basso in area tedesca raggiunse il mobile Hurst, che staccatosi dalla marcatura controllò la sfera e ricadendo indietro calciò la palla in porta. Il pallone si stampò contro la parte inferiore della traversa e ricadde giù. Dentro la linea o fuori? Il tempo sembrò fermarsi e tutti tirarono su le braccia: gli inglesi, Hurst per primo, per chiedere il goal, i tedeschi per dire che non era entrata. Molti giocatori in campo circondarono il signor Dienst mentre questi si consultava con il guardalinee sovietico, tal, Tofik Bakhramov...Pochi istanti surreali, poi il significativo ed inequivocabile gesto del baffuto guardalinee che con il sì fatto con la testa fece correre i giocatori con la maglia rossa esultanti verso la linea di metà campo, mentre quelli in bianco circondarono l'arbitro protestando: il gol era stato convalidato! 3 a 2 per i padroni di casa. Le immagini post partita non chiariranno mai se la palla fosse davvero entrata o no. Ad una attenta analisi sembrerebbe di no ma ogni inglese, anche chi non era ancora nato in quel periodo, giurerà che il pallone, quel giorno, superò la linea di porta……
Il secondo tempo supplementare vide i tedeschi tentare un'altra rimonta, che però stavolta non avvenne e negli ultimissimi secondi di gioco, l'Inghilterra, dopo aver fermato un disperato attacco tedesco volò in contropiede, il leggendario cronista Kenneth Wolstenholme osservò che "Alcune persone che sono in campo pensano che sia tutto finito..." Hurst, ancora lui, raccolse il pallone sulla sinistra e puntò verso la porta avversaria, poi sparò un tiro fortissimo nell'angolo alto....Era il 120' e il 4 a 2 non ammetteva più repliche. L'Inghilterra era campione del mondo e Geoff, che venne poi nominato baronetto, ammise in seguito che quell'ultimo tiro fu un tentativo di rinviare la palla il più lontano possibile per far passare tempo utile alla causa. Il suo istinto di attaccante ebbe però il sopravvento e il giocatore del West Ham divenne, partito come riserva, il primo giocatore a segnare una tripletta in una finale della Coppa del Mondo.
Insieme ai suoi stremati ma felici compagni Bobby Moore salì quei mitici 39 gradini e dopo essersi asciugato le mani sudate ricevette da una composta regina Elisabetta II, per l'occasione in giallo, la preziosa coppa Rimet...

mercoledì 29 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1900 a Monza, l'anarchico Gaetano Bresci uccideva Re Umberto I di Savoia, di fatto chiudendo per sempre l'800 italiano.
All’epoca la ginnastica era lo sport più popolare per la penisola. A Monza il 29 luglio 1900, con inizio alle ore 20,30, si teneva una manifestazione ginnica pan italiana organizzata dalla società locale “Forti e liberi”, cui avrebbe presenziato il re. Egli sarebbe arrivato alle 21,30, avrebbe premiato i vincitori alle 22, e se ne sarebbe andato alle 22,30. E ciò puntualmente avvenne.
Il 27 luglio Bresci lascia Milano e si sposta a Monza, dove alloggia da un’affittacamere, avendo cercato dapprima un’altra stanza per un amico che mai verrà. E’ certo che a Monza ispezionò a lungo il percorso che doveva fare il re per giungere al campo della manifestazione ginnica, un’area a prato a lato di via Matteo da Campione. A tutti parve chiaro che l’intenzione era quella di colpirlo durante il tragitto, cosa che non gli riuscì.
La mattina del 29 luglio Bresci s’alza per le 7,30, perde circa un’ora per lavarsi e farsi le unghie, s’abbiglia elegantemente, compie vari spostamenti per la città, sosta varie volte in una “caffetteria”, dove consuma cinque gelati suscitando un certo stupore della proprietaria. Si dimostra nervoso. Nella “caffetteria” avrà anche un compagno di gelato con cui poi pranzò. All’epoca dei fatti, rimase del tutto sconosciuto. Arrigo Petacco, che ha compiuto apposite indagini, è certo trattarsi d’un occasionale incontro, una persona che si dileguò nell’ombra, e a ragione, visti tutti gli arresti, e di cui seppe la storia dalla figlia.
Infine è sera. Il re, causa i vari attentati, in pubblico indossava una corazza. Ma la sera era torrida oltre il caldo usuale della stagione, tanto che il re aveva previsto temporale. Per il caldo non aveva indossato la corazza. Non sappiamo se gli avrebbe salvato la vita. Bresci, sapendo di questa protezione, aveva limato le cartucce in punta a forma di croce, per dar loro una migliore penetrazione. Pochi minuti dopo l’ingresso del re in carrozza, Bresci entra nel campo ginnico, e si colloca a una decina di metri dal re, nella terza fila degli spettatori. La premiazione avvenne alle 22, vinse la squadra locale. Come il re se n’andò con la sua berlina a due cavalli, Bresci gli sparò tre colpi di pistola, anche se qualcuno suppose quattro in quanto mancavano quattro cartucce alla pistola. Il re morì alcuni minuti dopo, si dice varcando il cancello di Villa Reale. Particolare curioso, quasi grottesco, l’erede al trono Vittorio Emanuele era in viaggio di piacere con la consorte Elena sullo yacht “Yela”, il nome montenegrino della moglie Elena. Quella sera aveva appena iniziato il viaggio di ritorno e, così, mancando i collegamenti radio, solo dopo tre giorni ebbe la notizia, assieme a quella d’essere da tre giorni re! Il primo provvedimento che compì fu singolare quanto indice della sua mentalità misogina, quello di far scacciare dalla camera mortuaria la duchessa Litta, con l’ordine di non farsi più vedere a corte. Farà anche spegnere l’illuminazione del vialetto galante, e murare il cancello con cui s’accedeva alla dimora della duchessa. Ma diserterà Villa Reale di Monza.
Bresci fu rapidamente disarmato, anche se non è molto chiaro, tra le varie versioni, chi effettivamente lo disarmò. Infatti, particolare questo ameno, molte persone rivendicarono a sé la gloria d’averlo disarmato, e la bega proseguì anche al processo, interrotta dal giudice. E’ certo che verrà arrestato mentre cercava di dileguarsi passando per un turista, avendo per di più al collo la solita macchina fotografica, mentre si dichiarava del tutto estraneo. Verrà malmenato pesantemente dai ginnasti. Sorprendentemente, dopo il breve interrogatorio, domanderà di dormire. E dormirà profondamente sino alla mattina dopo.
Quella notte su Monza scoppiò un furioso temporale che isolò la città. Inoltre fu circondata dall’esercito, o per impedire che complici fuggissero, o per non far circolare la notizia troppo presto. Essa, seppur per canali ristretti, passò, e buona parte dei giornali, magari con qualche ritardo, il giorno dopo uscivano col regicidio. Interessanti, accanto alle scontate manifestazioni contro le sinistre, in particolare contro sedi socialiste, associazioni operaie, circoli anarchici, ci furono quelle più sotterranee di giubilo, persino pranzi e bicchierate, che costarono centinaia d’arresti, carcere e confino, anche se probabilmente non tutte erano reali.
Agli interrogatori Bresci si mostrò puntiglioso, volendo fare puntualizzazioni, correggere errori di verbalizzazione, compresi gli ortografici. Era nel suo carattere. Il tribunale gli diede come avvocato d’ufficio il decano degli avvocati milanesi, Luigi Martelli, liberale filo monarchico. Bresci nominò, sorprendentemente, Filippo Turati!  Turati non volle accettare sia per non esporre il partito, sia perché erano anche dieci anni che non professava più e, per di più, era oberato d’impegni d’ogni tipo. Ma probabilmente al rifiuto contribuì l’impressione del tutto negativa che gli fece Bresci, di cui non comprese la matrice politica del gesto. Siccome era stato l’avvocato di tutta una serie d’attentatori e ribelli, nel partito socialista vi fu una lacerazione con forti polemiche. Comunque ebbe un colloquio con Bresci in cui gli propose come avvocato Saverio Merlino, che avrebbe incontrato a Roma. Saverio Merlino era un anarchico di spicco della generazione precedente quella di Bresci, anche se in quei mesi si stava spostando su posizioni socialiste. Suo malgrado, faceva parte in quegli anni del gruppo che polizia e giornali conservatori chiamavano dei tre M, a cui si attribuivano cospirazioni internazionali. Gli altri due erano Malatesta e Charles Malato, un anarchico francese d’impronta ancora insurrezionalista, il cui padre era italiano. Merlino era sia attivista che teorico, ma anche critico del socialismo. Avvocato, tra un confino e un carcere, una lunga fuga all’estero e l’altra, riusciva persino a professare, inutile dirlo, specie e soprattutto a favore d’anarchici e socialisti sotto processo. Razionali e precise, valide ancora oggi, sono le sue tesi a smantellare le teorie marxiste, oggi diremmo marxiane, secondo cui il marxismo era diventato un dogma e non un sistema empirico da assoggettare a verifiche.
Bresci accettò. Però la raccomandata di Turati, in cui gli comunicava il consenso di Merlino, fu trattenuta due giorni dalla direzione del carcere di S. Vittore, dove Bresci era incarcerato. Cosicché la lettera di nomina a Merlino giunse solo due giorni prima del processo, nel pomeriggio, e l’avvocato non ebbe il tempo nemmeno per il colloquio preliminare con l’assistito. Anzi, partito la sera della vigilia del processo, in luogo di dormire sul treno studiò la causa. Riuscì a raggiungere il tribunale milanese poco prima dell’inizio del processo, esausto, pedinato da uno stuolo di poliziotti in borghese. C’era un’altra irregolarità, formale e ben più grave.  L’ordinanza che fissava il processo venne emessa dopo la citazione dei giurati, e la scelta della giuria doveva essere fatta dopo. L’avvocato Merlino, in apertura d’udienza, protestò, domandò un nuovo sorteggio dei giurati, ma inutilmente. La corte, riunitasi, respinse l’istanza. Come respinse la richiesta di rinvio per la presentazione di testi americani: era un processo che s’aveva da fare subito e a modo della corte.
Il processo fu celebrato il 29 agosto 1900. L’udienza fu aperta alle ore 9, ma Bresci fu svegliato alle tre del mattino e, di questo, protestò persino in aula, varie volte, dichiarandosi incapace di difendersi per la perdita del sonno. Il dibattimento e l’escussione dei testi iniziò alle ore 10,30. Alle 12,30 una pausa d’un’ora. Alle 18,30 era tutto finito.
Il clamore per il processo fu enorme, e la piazza antistante il tribunale sgombrata della folla, con cordoni militari un po’ d’ovunque. I posti per gli avvocati e giornalisti in aula erano 400, e tra i giornalisti vi era tutta la stampa che contava, estera compresa. Lo spazio per il pubblico era di 200 posti, numerati. S’entrava con una speciale tessera. Però metà del pubblico era dato da funzionari della polizia e da poliziotti in borghese. E questo pubblico artificiale, rumoreggerà in continuazione durante l’arringa di Merlino.
Il processo è senza storia. Il procuratore generale sosterrà, a parole e senza prove, la tesi del complotto. In tutto una requisitoria sconcertante per pochezza e approssimazione, oltre tutto assai breve. L’avvocato Merlino, prendendo spunto da incaute frasi del procuratore che accusava l’anarchia, l’anarchismo e gli anarchici di terrorismo e attentati, tali da giustificare il gesto di Bresci, gli fece una documentata, quanto inventata su due piedi (ma per lui era un pezzo da copione) storia degli attentatori nella storia, in cui gli anarchici, poverini, venivano buoni ultimi. Ricordò perfino le infuocate parole di Brofferio nel parlamento subalpino per elogiare il repubblicano Orsini quando attentò a Napoleone III. Era polemica vecchia tra anarchici e repubblicani. Questi gettarono più bombe su regnanti e governanti di tutti gli altri messi assieme, ma, appena giunti al potere, riversarono sugli anarchici l’onta d’attentatori.
La linea difensiva di Merlino era da un lato di condannare il gesto di Bresci, però spostando il movente sulle cause sociali, sopratutto italiane, che spingevano alcuni anarchici a gesti del genere. Così mise sotto accusa tutta la classe dirigente e tutta la pratica politica della vittima. Va da se che fu interrotto in continuazione dal presidente, ma anche dal pubblico ministero, tanto che alla fine, detto buona parte quanto aveva da dire, troncò il suo flusso di pensiero e, rivolto ai giurati, facendo un razionale e eloquente distinguo tra vendetta e giustizia, domandò le attenuanti. Oltre non poteva fare.
L’avvocato d’ufficio aveva preparato una tesi di pazzia, per cui si trovò, dopo l’arringa di Merlino, spiazzato. Comunque la sostenne, assai imbarazzato, smentito clamorosamente da Bresci che rivendicò sia la salute mentale, sia la natura politica del regicidio.
I giurati giudicarono colpevole Bresci senza attenuanti, e ciò comportava l’ergastolo. La corte inflisse anche sette anni di segregazione cellulare, veramente molti. Fatto curioso, il presidente, nel leggere la sentenza, recitò la frase iniziale di rito non in nome del nuovo regnante, ma in nome di Umberto I re d’Italia!
Bresci resterà vari mesi ancora a S. Vittore, in quanto è probabile non si sapesse dove inviarlo per le eccezionali misure di sicurezza che un detenuto del genere causava. Alla fine viene inviato a Portolongone, il 5 novembre, e la cella è quella di Passanante, dove impazzì. Era tre metri sotto il livello del mare. Occorre però dire che difficilmente da una segregazione cellulare lunga i detenuti uscivano vivi, e, se scampavano, era perché, impazziti, passavano al manicomio criminale. Però le leggi in materia carceraria erano cambiate, quella cella era illegale, per cui tra gli ergastolani, che già simpatizzavano per Bresci, iniziarono esplicite disapprovazioni, quasi sedizioni, tanto ch’era tutto un inneggiare a Bresci. Nel frattempo era stata approntata una cella fortezza nell’ergastolo di Santo Stefano di Ventotene. Essa era stata copiata dal modello della cella per Dreyfus all’Isola del Diavolo. Era una al piano rialzato scosto dal corpo dell’ergastolo dove erano i detenuti, più larga delle cellulari di norma, che erano due metri quadrati, essendo tre per tre metri. Aveva una finestrella in alto con una sbarra trasversale. Ai lati della cella erano due altre celle, da cui, con uno spioncino, i sorveglianti potevano, e dovevano, sorvegliare a vista Bresci giorno e notte. Attorno un corridoio, una specie di camminamento. Era, insomma, una piccola torre fortificata. Inoltre per accedere a essa occorreva passare due cancelli. Si dice che per la sorveglianza di Bresci occorressero un centinaio in più di persone, tanto che fu spostato sull’isola un battaglione dell’esercito.
Mercoledì 22 maggio 1901 Bresci mangiò il pasto delle undici come al solito, però s’era fatto portare l’extra d’un bicchiere di vino e del formaggio. Il vino lo bevve, ma lasciò il formaggio per la cena assieme a del pane. Poi fece i suoi soliti e regolari esercizi ginnici, una specie di palleggio contro il muro con il tovagliolo appallottolato. Poi si mise sulla sedia, a leggere o a dormire. La guardia che lo sorvegliava dichiarò che, per un bisogno corporale impellente, alle due e cinquanta esatte del pomeriggio abbandonò lo spioncino e vi ritornò due o tre minuti dopo. Bresci era morto, impiccato con il tovagliolo alla sbarra della finestra. Come testimone della scena, fu chiamato un ergastolano semi analfabeta e seminfermo di mente.
Il giorno 24 il cadavere fu esaminato da tre medici, o professori secondo le fonti, Granturco, Corrado e De Crecchio. Non trovarono lesioni da percosse o altro, e risposero positivamente al quesito se la morte fosse per impiccagione in quanto i sintomi e le lesioni erano da soffocamento. Particolar sconcertante, Arrigo Petacco dice che «Sollevò invece stupore il fatto che la salma presentasse evidenti segni di un’incipiente putrefazione, cosa che venne giudicata del tutto anormale essendo il Bresci morto da sole quarantotto ore». Due giorni dopo fu sepolto, secondo Petacco, nel cimitero del penitenziario, si dice assieme alle lettere a lui giunte. Tutti i documenti importanti sulla morte, specie quelli del ministro dell’interno Giolitti, mancano negli archivi.
Il particolare del tovagliolo può non essere secondario. Infatti con un tovagliolo non ci si può avvolgere il collo, fare il noto scorsoio, e poi legare l’altro capo all’inferriata. Pertanto la stessa direzione ammise implicitamente l’omicidio. Se è così, Bresci fu suicidato, anche se in molti ritengano che si trattò d’un asciugamano, taciuto dalla direzione carceraria in quanto vietato ai segregati.


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