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venerdì 7 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 maggio.
Il 7 maggio 1664 Re Luigi XIV, il Re Sole, inaugura la Reggia di Versailles.
La reggia di Versailles è uno dei luoghi di Francia maggiormente visitati dai turisti. E' forse uno degli edifici storici più famosi della Francia, dell'Europa e anche del mondo. E' anche uno dei meglio preservati in un periodo in cui le opere d'arte e le testimonianze storiche vengono un po' trascurate e lasciate cadere nel dimenticatoio.
La reggia di Versailles non è solo un capolavoro di architettura e di ingegneria idraulica per i giochi d'acqua delle fontane dei suoi giardini, non è solo il simbolo della monarchia assolutista di Luigi XIV, il "Re Sole", ma è soprattutto un luogo crocevia della Storia; nelle sue stanze hanno vissuto re e regine, gli uomini piu potenti hanno stretto accordi fra i viali del suo maestoso giardino, nella reggia si sono svolti incontri destinati a modificare la Storia dell'Europa.
Molti storici sostengono che se non ci fosse stata Versailles forse non ci sarebbe stata la Rivoluzione Francese e, forse, Napoleone, che della rivoluzione era un prodotto, non sarebbe mai diventato imperatore.
La storia del Palazzo di Versailles possiamo affermare che inizia nel 1623 quando il re di Francia Luigi XIII vi fa costruire, su terreno acquistato dalla famiglia de Soisy, un castello usato prevalentemente per la caccia.
Quella zona, a sud ovest di Parigi, a quel tempo, era considerata piuttosto malsana per la presenza di paludi, ma l'esistenza di una vasta selvaggina aveva trasformato la regione nel luogo di caccia preferito dalla nobiltà parigina.
Nel 1632 il re acquista altri terreni e il vecchio castello venne subito abbattuto per permettere alla nuova costruzione di allargarsi. Di anno in anno la residenza reale venne ingrandita grazie anche all'acquisto di nuove terre. I lavori di ingrandimento erano diretti dall'architetto Philibert Le Roy.
Durante tutto il regno di Luigi XIII il palazzo divenne sempre più grande, ma rimase sempre nei limiti della nornalità di un palazzo reale. Il salto di qualità avvenne quando sul trono di Francia sarà Luigi XIV, detto il Re Sole.
Dal 1643, anno della morte di Luigi XIII, fino al 1651 il castello cadde in una specie di dimenticatoio.
Il giovane Luigi XIV stanco della vita in una città caotica e, in un certo senso, pericolosa come Parigi, cominciò a cercare una residenza adeguata alle sue necessità: lontana dal caos cittadino, ma tale da permettergli una vita sfarzosa.
Il ragazzo si innamorò presto del palazzo di Versailles che iniziò così una nuova giovinezza. Era il 1651 quando il palazzo entrò di prepotenza nei disegni reali.
Presto divenne il ritiro preferito del giovane re e, nel 1661, cominciarono quei lavori di ampliamento che fecero del palazzo di Versailles la più grande e sontuosa reggia d'Europa.
Le somme investite in questo ampliamento furono enormi, per quel periodo. Vennero chiamati i migliori architetti del tempo: Louis Le Vau, Charles Errand e Noel Coypel per l'edificio e Andrè La Notre per il giardino.
I problemi tecnici parevano insormontabili per poter seguire i progetti sfarzosi ideati dal re; in primo luogo per tutte le fontane e i giochi d'acqua del progetto erano insufficienti le paludi e così si arrivò a convogliare l'acqua necessaria dalla Senna.
Il giardino, che arrivava a coprire 25.000 ettari di terreno (!!!) era di una grandiosità senza uguali: canali, fontane, giochi d'acqua, innumerevoli piante, boschi e agrumeti. Per mantenerlo ci volle un piccolo esercito di 250 giardinieri.
Non era da meno l'edificio la cui maestosità e sfarzo non aveva confronti. L'opera senza dubbio più spettacolare è la "galleria degli specchi" lunga 75 metri e larga 10, conta 17 finestre e altrettanti specchi. Il soffitto della galleria venne decorato con dipinti raffiguranti le principali vittorie francesi durante i primi anni del regno del Re Sole.
Si calcola che fino al 1709, quando terminarono i lavori di ampliamento, furono impiegati circa 30 mila operai e 10 mila animali da trasporto. Al progetto lavorarono i migliori specialisti dell'epoca.
A partire dal 1665 a Versailles vennero organizzate le prime feste reali e dal 1682 la corte vi venne completamente trasferita in pianta stabile: la reggia di Versailles diveniva così il centro politico del regno.
La gloria del palazzo non durò a lungo; sopravvisse a Luigi XIV e al suo successore Luigi XV, ma durante il regno di Luigi XVI terminò in maniera drammatica di esercitare quel ruolo per il quale era stata creata.
Nel 1789 scoppiò la Rivoluzione Francese, la monarchia venne abbattuta e la reggia di Versailles, che era ritenuta uno dei simboli della monarchia e del potere assolutista del re, divenne oggetto dei saccheggi e della furia iconoclasta dei rivoltosi.
La reggia visse qualche decennio di oblio e neanche durante l'impero di Napoleone si pensò di riportarlo ai vecchi fasti.....forse per gli enormi costi. Solo nel 1837, sotto il regno di Luigi Filippo, la reggia venne restaurata per diventare Museo della Storia Francese.
Nel 1871 vi venne firmato il trattato di pace che pose fine alla guerra franco-prussiana.
Per l'ironia della sorta, qualche anno dopo, nel palazzo, che era stato il simbolo più evidente della monarchia francese, vi venne proclamata la Repubblica, la terza repubblica, per la precisione. Nel 1919, infine, il palazzo di Versailles ospitò la firma del trattato di pace che sancì la fine ufficiale del Primo Conflitto Mondiale.
Nel 1979 è stato dichiarato dall'UNESCO "patrimonio dell'umanità".
Oggi la reggia di Versailles è una delle mete preferite del turismo mondiale. La reggia con il parco rappresenta un capolavoro di architettura oltre ad essere il simbolo di un'epoca controversa nella storia della monarchia francese.
Il suo nome è associato alla figura del Re Sole e la sua costruzione se da un lato portò lustro e gloria alla figura di Luigi XIV, dall'altro contribuì al crollo della monarchia. I costi per mantenere questo palazzo e il suo parco erano così ingenti che in breve tempo le casse reali non erano più in grado di sostenerle. Quindi si ricorse all'aumento delle tasse e l'insofferenza popolare, verso questa lussuosa reggia e verso la monarchia, crebbe.
Senza la reggia di Versailles, probabilmente, la storia dell'Europa non sarebbe stata la stessa.


giovedì 6 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1527 avvenne il famoso "sacco di Roma" da parte dei Lanzichenecchi.
Il sacco di Roma del 1527 rappresenta uno delle pagine più nere del Rinascimento italiano. Formalmente esso fu solo un episodio delle varie guerre d’Italia (1494-1559) che contrapposero Francia e Spagna per il controllo della nostra penisola. Tuttavia la sua valenza simbolica fu enorme, tanto da risuscitare negli ambienti culturali europei le terribili immagini delle antiche invasioni barbariche. Persino Enrico VIII d’Inghilterra rimase sconvolto dall’evento, alleandosi subito con la Francia in funzione anti-imperiale. Ma come fu possibile una simile tragedia?
Contrariamente a quel che si crede, essa fu più il frutto del caso che di politiche ben precise. E dimostrò l’inettitudine dei governanti italiani dell’epoca, incapaci di contrastare validamente la presenza straniera sul loro territorio. Dopo la disastrosa sconfitta di Francesco I a Pavia, infatti, sembrò che le forze imperiali avessero conquistato definitivamente il controllo del nostro paese. Carlo V costrinse il rivale a firmare il Trattato di Madrid (gennaio 1526), in cui il monarca transalpino si impegnava a rinunciare ad ogni suo diritto sull’Italia e sulla Borgogna. Liberato dalla prigionia, però , Francesco I rinnegò le clausole del documento, cercando subito alleanze per rovesciare la sfavorevole situazione politico-militare. Grazie ai buoni uffici della madre, Luisa di Savoia, egli ottenne presto il tacito appoggio di Venezia e del Papato, preoccupati dalle continue ingerenze spagnole nei loro domini. Alla coalizione anti-imperiale si unì anche il duca milanese Francesco Maria Sforza e il suo astuto cancelliere Girolamo Morone, che seminarono zizzania tra i fedeli italiani di Carlo V.
Finalmente nel maggio 1526 si giunse ad un’alleanza vera e propria tra la Francia e i vari principati della penisola, inclusa Firenze: ciascuno dei coalizzanti avrebbe contribuito con uomini, armi e denaro alla cacciata degli spagnoli dall’Italia, ridando l’indipendenza politica al Ducato di Milano e al regno di Napoli. Conosciuta come Lega di Cognac, l’alleanza partì subito con il piede sbagliato perchè Francesco I continuò segretamente a trattare con Carlo V per il riscatto dei figli, tenuti in ostaggio a Madrid come pegno della sua fedeltà al precedente trattato di pace. Nel frattempo l’esercito dei confederati, guidato da Francesco Maria della Rovere, condusse la guerra in modo così fiacco e inconcludente da permettere agli spagnoli - inizialmente svantaggiati - di riorganizzarsi e respingere l’attacco nemico. In luglio una rivolta milanese contro le truppe imperiali fallì miseramente, costringendo lo Sforza ad una fuga precipitosa, mentre i soldati di papa Clemente VII subivano una dura batosta a Castellina per mano dei Senesi. Due mesi dopo il cardinale Pompeo Colonna tentò un colpo di stato contro il pontefice, che fu quindi costretto a concludere una tregua di quattro mesi con l’imperatore.
La controffensiva di Carlo V fu rapida e implacabile. Nell’autunno 1526 egli inviò in Italia settentrionale un contingente di quattordicimila Lanzichenecchi (dal tedesco Landsknecht, “servo della terra”) comandati dal generale Georg von Frundsberg, veterano delle campagne contro la Francia, con il compito di sconfiggere la coalizione nemica e occupare lo Stato Pontificio. I Lanzichenecchi erano le migliori truppe di fanteria al servizio dell’Impero; modellate sull’esercito mercenario svizzero, avevano già dato buona prova di sé nella repressione delle rivolte contadine in Germania. Sfortunatamente per Carlo, tuttavia, esse erano anche assolutamente incontrollabili a causa della loro costante fame di denaro e del loro fanatismo religioso. Quasi tutti i Lanzichenecchi erano infatti di fede luterana, e vedevano con profondo odio la signoria del Pontefice, vista come una Babilonia decadente e corrotta. Tale concezione avrebbe avuto effetti gravissimi durante la loro avanzata nel cuore dell’Italia.
Finchè Frundsberg mantenne la guida dell’armata tedesca, le cose andarono piuttosto bene. Partiti da Trento, i Lanzichenecchi raggiunsero il Po con relativa facilità, senza alcun contrasto efficace da parte dell’eccessivamente cauto Francesco Maria della Rovere. Improvvisamente però il Frundsberg dovette ritirarsi dalla campagna per una grave malattia; lo sostituì al comando il duca Carlo di Borbone, abile condottiero ma pessimo amministratore di uomini. Questo fatto rappresentò una svolta drammatica nella vicenda perchè diede il via al rapido disgregamento disciplinare dell’esercito imperiale, ormai trasformatosi in una vera e propria orda predatrice. Malamente stipendiati dall’imperatore, i Lanzichenecchi si diedero infatti al saccheggio sistematico delle regioni attraversate, lasciando dietro di loro una terribile scia di morte e distruzione.
Nonostante il caos organizzativo, l’armata del Borbone riuscì a raggiungere Roma ai primi di maggio del 1527. Il generale francese decise di attaccare subito la città per evitare di essere intrappolato a sua volta dall’esercito della Lega, ancora stazionato in Toscana. Tuttavia il prode Carlo rimase ucciso durante il primo assalto e tale evento scatenò definitivamente la furia primitiva dei suoi uomini, che espugnarono le mura cittadine e dilagarono nella zona tra il Gianicolo e il Vaticano. Solo la fortuna consentì a Clemente VII di rifugiarsi dentro Castel Sant’Angelo, mentre i mercenari tedeschi davano libero sfogo al loro odio per la Chiesa cattolica devastando numerosi monasteri ed edifici di culto. Moltissime donne vennero barbaramente stuprate e parecchi sacerdoti furono uccisi con metodi orrendi. Per ironia della sorte Pompeo Colonna approfittò dell’occasione per scatenare nuovamente i suoi seguaci contro i nobili fedeli al Papa, contribuendo alla distruzione generale della città.
Il 5 giugno, privo di viveri e senza alcuna speranza di aiuto, Clemente VII capitolò e si consegnò prigioniero all’imperatore. Quest’ultimo, dopo la figuraccia rimediata presso l’intera Europa cristiana, trattò con rispetto lo stanco pontefice, negoziando un lento ritiro delle proprie forze dallo Stato Pontificio. Gli ultimi Lanzichenecchi lasciarono Roma nel febbraio 1528, lasciando in eredità oltre alle rovine anche la peste. Alla fine dell’anno la città aveva perso oltre un 1/5 dei propri abitanti originari.
Allora ambasciatore pontificio presso l’esercito dei confederati, Francesco Guicciardini scrisse più tardi un vivido ritratto della catastrofe romana nella sua celebre Storia d’Italia: in essa egli diede aperto sfogo alla sua amarezza nei confronti dei principati italiani, incapaci di difendere l’urbe capitolina dalla “barbarie tedesca”. E in effetti gli alleati avevano fatto ben poco per proteggere il pontefice, rimpallandosi poi tra loro la responsabilità dell’accaduto. La Lega di Cognac si esaurì ingloriosamente qualche anno dopo, lasciando Carlo V padrone quasi assoluto dell’Italia.
Il sacco del 1527 rappresentò la fine dello splendido Rinascimento romano iniziato da papa Giulio II. Dopo la tragedia, infatti, la riorganizzazione artistica della città perse molta della sua forza originale; la stessa fabbrica di San Pietro rimase ferma per quasi un decennio, per poi riprendere lentamente sotto il piglio austero di Paolo III. Una grande epoca storica si era tristemente conclusa.

mercoledì 5 maggio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 maggio.
L'ode il Cinque Maggio fu scritta, di getto, in soli tre o quattro giorni, dal Manzoni commosso dalla conversione cristiana di Napoleone avvenuta prima della sua morte (la notizia della morte di Napoleone si diffuse il 16 luglio 1821 e fu pubblicata nella "Gazzetta di Milano"). Nonostante la censura austriaca, l'ode ebbe una larga diffusione europea grazie al Goethe che la fece pubblicare su una rivista tedesca "Ueber Kunst und Alterthum". La prima edizione avvenne nel 1823 a Torino presso il Marietti. L'ode scritta dal Manzoni, per alcune tematiche (tema del ricordo, evocazione della storia) ha delle analogie con il Coro di Ermengarda e con la Pentecoste e soprattutto ha in comune con essi, quello schema che parte da un inizio drammatico e si conclude con un moto di preghiera.
L'Ode può essere divisa in due parti, la prima che va dal prologo fino alla nona strofa, di tono epico, in cui emerge la figura storica di Napoleone, dall'ascesa alla caduta. La seconda dalla decima strofa in poi, di tono più contemplativo e lirico (si entra qui nell'animo dell'imperatore) il cui motivo conducente è la definitiva caduta di Napoleone come uomo e l'inizio del suo riscatto spirituale e religioso.
L'ode si apre con un forte inciso "Ei fu" in cui pare sia isolata la grandezza "dell'uom fatale", mentre con attonito stupore la terra accoglie la notizia della morte del potente personaggio che ha tenuto in pugno per tanti anni i destini d'Europa (è da notare il doppio significato della parola terra, vale a dire di metafora del mondo umano da una parte, e dall'altra, come campo di battaglia insanguinato dai soldati che per lunghi anni si sono combattuti).
Nella seconda e terza strofa il Manzoni dà le ragioni del motivo per cui tratta l'argomento e mette in risalto il fatto che egli abbia composto l'ode senza nessun'ombra di piaggeria o di reverenza verso l'imperatore. In questa parte sono importanti il termine "genio" di chiara reminiscenza pariniana, ma dai forti connotati manzoniani e dal diverso significato, e "forse", che conclude la quarta strofa, in cui emerge chiara la visione cristiana e provvidenziale del poeta.
Con la quinta strofa si ha l'esaltazione della potenza di Napoleone che si concluderà nel verso 54. Qui la strofa si anima e con rapidi tratti è descritta l'immagine di condottiero di Napoleone (è da notare l'alternarsi in tutta l'ode di toni descrittivi ed epici a toni più riflessivi) che si contrappone a quella del corpo immemore presente nella prima strofa. Rapidamente però il tono rallenta e diventa nuovamente contemplativo con la domanda "Fu vera gloria?", in cui Manzoni rispondendo vuol mettere in risalto, più che le grandezze terrene del condottiero, la statura morale dell'uomo: con la propria conversione, infatti, Napoleone ha dato un'ulteriore prova della grandezza di Dio che servendosi di lui ha stampato "la più vasta orma sulla terra". Le ultime tre strofe continuano con la descrizione del raggiungimento del disegno di gloria di Napoleone (settima e ottava strofa) e della sua grandezza umana (nona strofa). Particolare rilievo si deve dare ad alcuni termini in antitesi tra loro che rendono bene l'instabilità del potere e della gloria umana che caratterizzano l'ottava strofa: gloria-periglio; fuga-vittoria; reggia-esiglio; polvere-altar. Con "Ei si nomò" (v.49), cioè con l'enfatizzazione dell'uso antonomastico del pronome si conclude così la prima parte dell'ode.
Il motivo conduttore della seconda parte dell'ode é il verbo "giacque", che ha il significato della caduta definitiva di Napoleone e l'inizio del suo riscatto spirituale.
Scompare il pronome antonomastico e la figura dell'imperatore viene espressa attraverso una terza persona più comune, "E sparve, e dì nell'ozio", "E ripensò..." La strofa centrale di questa parte è la similitudine espressa nei versi 61-68.Questa è la parte fondamentale in cui avviene il ripudio delle vane glorie terrene e il sollevarsi verso l'eterno. Napoleone è come un naufrago che prima a lungo ha nuotato nel mare tempestoso della vita cercando terre remote, cioè cercando un significato della vita che le desse un senso. Ma questo suo sforzo è risultato vano, poiché solo Dio può rendere concreta la sete d'eternità è d'infinito presente nell'uomo e non le effimere glorie terrene. Anche l'ultima speranza di lasciare ai posteri la memoria di sé risulta vana. "Il cumulo di memorie" invece di lasciare la memoria eterna della propria epopea, diventano per Napoleone, un peso insopportabile, "la stanca man" che cade "sull'eterne pagine" assume il significato dell'estrema sconfitta umana. La figura di questa sconfitta è magistralmente descritta dall'immagine presente nel verso 75: "chinati i rai fulminei" (gli occhi, rai, una volta balenanti sono ora chini al suolo).
La strofa quattordicesima descrive le ultime immagini che scorrono nella mente di Napoleone prima di morire. Sono immagini nostalgiche di un passato di gloria e di battaglie, che non ritorneranno più. Questa strofa è caratterizzata dall'uso del polisindeto, cioè l'uso ripetitivo della e posta in capo al verso come il rintocco richiama costantemente gli asindeti epici (ei fu ... ei provò... ei fe' silenzio) e sembra costruire in tutta l'ode, una linea sintattica che si prolunga sino a e sparve, in cui si denota la caducità della vicenda umana di Napoleone, e si conclude con il verbo e l'avviò in cui avviene l'annullamento della volontà umana nella provvidenza divina.
Avviandoci verso la fine dell'ode c'imbattiamo nella penultima strofa in cui il poeta riprende la voce dell'oratore. Questa strofa dell'opera, dal tono biblico e profetico, è stata aspramente criticata per le sue reminiscenze di retorica ecclesiastica (ha quasi un tono da chiesa barocca).
"Sulla deserta coltrice/accanto a lui posò", è un'immagine piena di significato con cui si conclude l'ode. Il letto deserto in cui giace Napoleone, abbandonato dagli uomini, è visitato da Dio, che ha conosciuto anch'egli la morte e il dolore e perciò non abbandona mai l'uomo nei suoi attimi finali di vita. E' un'immagine che esprime una visione profondamente cristiana del destino dell'uomo.

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