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martedì 14 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Il 14 agosto 1880 viene completata la costruzione del Duomo di Colonia.
La Cattedrale di Colonia è uno dei massimi esempi di purezza, armonia e perfezione dell’arte gotica, ma anche il cuore vivo e pulsante di una metropoli, che tramite essa innalza al cielo la sua invocazione.
Questo grandioso tempio in stile francese, che si ispira alle grandi chiese di Amiens e di Beauvais, fu iniziato nel 1248: fu allora che l’arcivescovo Konrad von Hochstaden posò la prima pietra. L’idea di innalzare una cattedrale a Colonia aveva preso corpo più di ottant’anni prima, quando l’arcivescovo Reinald di Dassel aveva sottratto a Milano le presunte reliquie dei Re Magi, lì portate dall’imperatore Costantino e da sua madre sant’Elena dopo averle recuperate in Oriente.
Giunti a Colonia, i resti mortali di Melchiorre, Gaspare e Baldassarre erano stati collocati nel Duomo carolingio di San Pietro; ma i sapienti Re che per primi avevano onorato Gesù Bambino meritavano una dimora più consona: una maestosa cattedrale. Dal 1248 i lavori proseguirono fino al 1560 - il Petrarca, in visita a Colonia, scrisse: «Ho visto in mezzo alla città un tempio bellissimo, sebbene incompleto, che non immeritatamente chiamano sommo» - dopodiché subirono una lunghissima interruzione fino all’Ottocento, sia a causa della mancanza di mezzi finanziari, sia per la posizione «infelice» di Colonia, avamposto del Cattolicesimo nella protestante Germania.
Per più di tre secoli l’imponente struttura con la sua torre meridionale monca dominò la città; e bisognò aspettare il Romanticismo tedesco e il suo interesse per tutto ciò che parlasse di Medio Evo perché qualcuno si prendesse di nuovo a cuore il destino della cattedrale incompiuta. Inaugurati i lavori da Federico Guglielmo IV, nel 1880 la chiesa fu terminata. Intitolata ai santi Pietro e Maria, la cattedrale si innalza nel medesimo luogo un tempo occupato dal Duomo di San Pietro, a sua volta costruito nei pressi di un luogo di culto pagano dedicato a Mercurio.
Nel corso della Seconda guerra mondiale subì ingenti danni a causa dei ripetuti bombardamenti: basta pensare che nel solo 29 giugno del 1943 furono sganciate sulla città 1.614 tonnellate di bombe, e il 2 marzo 1945 tremila tonnellate. Fra l’altro un ordigno penetrato nel transetto distrusse l’organo; ma nonostante tutto e a differenza di altre importanti chiese della Germania, rimase in piedi. La sua facciata aerea evoca alla mente le parole che Johann Wolfgang Goethe scrisse dopo aver visitato una cattedrale gotica:
«Quando mi (ci) diressi per la prima volta, avevo la testa piena di nozioni sul buon gusto… Sotto la voce gotico, come in un articolo del vocabolario, accumulavo tutte le nozioni sinonime e erronee che mi erano state inculcate: imprecisione, disordine, affettazione, eterogeneità, rattoppo, sovraccarico… Camminando tremavo in anticipo all’idea di vedere un mostro informe, confuso, arruffato. Quanto fu inattesa la sensazione che mi assalì quando scoprii l’edificio! Il mio animo era penetrato da una fortissima impressione, che potevo certamente gustare e assaporare, ma non definire o spiegare, poiché essa proveniva da mille dettagli che si armonizzavano».
È proprio questo l’effetto a cui aspiravano i costruttori di cattedrali, depositari di un sapere che affondava le sue radici nella storia, di segreti tramandati di generazione in generazione: il messaggio scritto su pietre e marmi è un invito a percorrere un cammino di iniziazione, che porta ai misteri della natura e di Dio, e a quel mistero ancor più fitto che è l’uomo. Lo scopo della Cattedrale di Colonia non era di appagare il senso estetico, bensì di risvegliare l’uomo totale, universale. Ecco allora che la Cattedrale si trasforma in un simbolo, in un ritratto interiore, in una rivelazione dove ogni forma è vivificata dallo spirito. Essa è la città di Dio, la Gerusalemme celeste dove tutti i Giusti troveranno posto. Sono concetti difficili da comprendere appieno, ma che è facile percepire non appena si mette piede nella Cattedrale di Colonia. La più bella chiesa tedesca parla direttamente al cuore, ma lo fa sotto forma di simboli, con parole che non designano, ma alludono.
Mentre quasi tutte le costruzioni di oggi sono di facile decifrazione, in una cattedrale gotica ogni particolare è carico di significati pregnanti. Tutto risponde a un progetto preciso, ideato dal maestro d’opera affinché la pietra si tramutasse in poesia, e la Scrittura diventasse Architettura. Questo è appunto il Duomo di Colonia. Se osservare dal basso le sue torri, che toccano i 157 metri di altezza, procura un senso di vertigine, l’interno lascia a bocca aperta: cinque splendide navate, con quella centrale che supera i 40 metri di altezza e nella quale ogni colonna, ogni venatura del marmo, si protende verso il cielo. Proprio come i 1.350 metri quadrati di vetrate colorate che incombono sul coro, con le loro storie dell’Antico Testamento che sembrano scritte nel cielo e i cui colori rispondono a precisi significati: il bianco è simbolo di purezza e di verità, il blu di castità, il rosso di amore e il nero di errore e dannazione. O come gli splendidi, trecenteschi stalli del coro - i più grandi della Germania - e le pregevoli statue che rappresentano Gesù, Maria e i dodici Apostoli.
Persino l’Ara dei Re Magi, dietro l’altare principale, sembra rivendicare con le sue dimensioni l’ambizione della cattedrale di colpire il visitatore ispirandogli sentimenti di grandezza: in legno e argento, pesante trecento chili, alta più di un metro e mezzo e lunga più di due metri, è il più grande sarcofago d’Europa. Impossibile stabilire se le ossa in essa ritrovate appartengano veramente ai tre Santi Re; quello che è certo, invece, è che contiene le reliquie dei patroni della città: san Felice, san Nabor e san Gregorio da Spoleto.
509 gradini conducono alla piattaforma panoramica della torre meridionale: un «volo» su Colonia, che non finisce di stupire per l’audacia di chi eresse simili meraviglie.
Più in alto ancora, dalla cella campanaria vegliano su Colonia 8 campane, fra le quali spicca «Peter der Grosse» (il Grande Pietro), che con i suoi 24.000 kg è la più grande campana a battaglio del mondo.
 

lunedì 13 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1624 Re Luigi XIII nomina il Cardinale Richelieu primo ministro di Francia.
Il padre François du Plessis, signore di Richelieu, discendente da una famiglia nobile ma decaduta, è un valoroso ufficiale dell'esercito francese che, dopo aver servito fedelmente Enrico III, prima, ed Enrico IV, subito dopo, viene investito di importanti funzioni di alta magistratura (Gran prevòt). Padre di cinque figli, avuti dalla moglie Susanna de La Porte, morendo prematuramente lascia alla vedova l'onere di crescere i ragazzi, tutti in tenera età. Non avrà quindi modo di assistere alla grande riabilitazione di cui il nome della sua famiglia potrà godere grazie al suo terzogenito, Armand-Jean, che da bambino povero ed orfano di padre (ha soltanto cinque anni quando perde il genitore), saprà trasformarsi in una figura di così grande spessore da incutere rispetto e soggezione nelle diplomazie di mezza Europa.
Armand-Jean, nato a Parigi il 9 settembre 1585, grazie ai meriti paterni può studiare nel collegio di Navarra e, subito dopo, intraprendere la vita militare, ma un fatto nuovo interviene a mutarne le prospettive di vita e di carriera: suo fratello Alphonse, che ha preso i voti per divenire vescovo di Lucon - in funzione di un antico privilegio della famiglia - si ammala gravemente al punto da non poter più occuparsi di nulla. Per non perdere quel beneficio Armand deve precipitosamente spogliarsi della divisa e, con qualche forzatura ad opera del Papa e del sovrano, va a sostituire il fratello vestendo gli abiti religiosi.
Ad appena 21 anni, dunque, viene ordinato vescovo e, nonostante la giovane età, riesce a distinguersi per il rigore che impone subito al clero della sua diocesi. Si impegna inoltre nel dare nuovo impulso alle missioni ed avvia una proficua campagna di conversione degli ugonotti, com'erano detti i protestanti calvinisti francesi.
Otto anni dopo, nel 1614, con la nomina a delegato agli Stati generali riesce a farsi apprezzare per le doti diplomatiche intervenendo a stemperare i tesissimi rapporti fra nobiltà e clero ed entrando così nelle grazie di Maria de' Medici, vedova di Enrico IV e reggente per conto del figlio Luigi XIII, e del suo braccio destro Concini. Grazie ad essi nel 1616 Richelieu è nominato segretario di Stato per la guerra e gli affari esteri. Ma la regina madre ed il suo fiduciario sono molto invisi alla nobiltà ed allo stesso Luigi XIII che, impossessatosi del potere nel 1617, fa assassinare l'uomo ed allontanare la donna da Parigi.
Richelieu la segue a Blois e le rimane vicino riuscendo, nel 1620, a farla riconciliare con il re, suo figlio. Rientrati a Parigi, Maria lo segnala caldamente al sovrano il quale gli fa ottenere, nel 1622, la nomina di cardinale e, due anni dopo, lo chiama a far parte del suo consiglio come primo ministro: da questo momento il suo prestigio sarà un crescendo continuo, fino a divenire arbitro della politica francese.
Deciso a restituire alla Francia un ruolo egemone in Europa attraverso il ridimensionamento degli Asburgo, comprende che è necessario innanzitutto consolidare il potere interno, eliminando quindi ogni resistenza all'assolutismo monarchico. E nel 1628 riesce ad avere ragione sugli ugonotti con la vittoria di La Rochelle, loro capitale, ed a neutralizzare le cospirazioni di Gastone d'Orleans, fratello del re, e di sua moglie Anna d'Austria; in questa opera di repressione il Cardinale Richelieu non esita a far decapitare alcuni nobili ribelli e costringe la stessa regina madre, ormai in aperto dissenso con le politiche del cardinale, a fuggire dalla Francia.
Sbaragliati i nemici interni, nel 1629 si pone personalmente a capo dell'esercito ed interviene nella guerra di successione di Mantova e del Monferrato, ponendo sul trono ducale un francese, Nevers, e dando in tal modo un primo smacco al Sacro Romano impero, oltre che alla Spagna. Nel 1635 entra nella "guerra dei Trent'anni" trasformandola da conflitto religioso fra cattolici e protestanti in guerra per l'egemonia europea tra l'impero asburgico e la Francia. Tredici anni dopo, nel 1648, le ostilità cesseranno con la Pace di Vestfalia: l'impero degli Asburgo ne uscirà demolito, trasformato in vari Stati indipendenti, ed il successo pieno dei piani di Richelieu, deceduto già da alcuni anni, sarà palesemente sancito.
Il genio, ma anche il fermo cinismo di Richelieu nel perseguire le supreme ragioni dell'assolutismo, lo rendono negli ultimi anni fra gli uomini più temuti ed odiati tanto in Francia quanto all'estero.
Il Cardinale Richelieu mupre all'età di 57 anni a Parigi, il 4 dicembre 1642.
Oggi riposa in una tomba monumentale scolpita da Francois Girardon nella Cappella della Sorbona, a Parigi.
Fondatore dell'Accademia di Francia, mecenate, lungimirante statista, poco prima del suo decesso, si raccomanda al re perché scelga come suo successore il cardinale Mazarino, al quale ha già impartito tutta una serie di direttive grazie alle quali il nuovo re Luigi XIV potrà regnare su una Francia rinnovata, militarmente ed economicamente salda, e con un ruolo politico internazionale di tutto prestigio guadagnandosi l'appellativo di "Re Sole".

domenica 12 agosto 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 1730 Vittorio Amedeo II di Savoia sposa segretamente in seconde nozze Anna Canalis di Cumiana.
Anna Carlotta Teresa nacque il 23 aprile 1680, a Torino, nel palazzo sito in via Bogino angolo via Principe Amedeo, da Francesco Maurizio Canalis di Cumiana e da Monica Francesca San Martino d'Agliè di San Germano. I padrini furono Carlo Ludovico d'Agliè e Anna Cumiana (probabilmente la nonna paterna). Fu educata dalle monache della Visitazione di Torino, come era d’uso, poi nel tredicesimo anno di età fece ritorno in famiglia, dividendo il suo tempo fra Torino e Cumiana; forse fu in occasione della battaglia di Marsaglia che Vittorio Amedeo II visitando di quando in quando il palazzo dei Cumiana la conobbe giovinetta. Nel 1695 Giovanna Battista di Savoia Nemours la nominò damigella d'onore a Corte e da questo momento in poi gli storici non sono più concordi sulla sua biografia, salvo che sull’indubbia avvenenza.
Gaudenzio Claretta, Domenico Carutti, P. Balan e altri sostengono che Anna Carlotta, sedicenne, bruna, ben fatta, vivace e leggiadra (oggi diremmo civetta) fece invaghire di sé, con sottili arti femminili, il Duca (compito certo non troppo arduo conoscendone la fama di donnaiolo); Resa madre dall’augusto amante fu data in sposa, in fretta e furia, a Francesco Ignazio Novarina conte di San Sebastiano.
Altri documenti smentiscono invece questa ipotesi: Anna Carlotta si maritò effettivamente col Novarina, ma sette anni più tardi, precisamente il 21 aprile 1703; probabilmente vero, invece, che Vittorio Amedeo ne fosse innamorato e avesse cercato di sedurla, e Anna, giovane, inesperta e forse lusingata gli concedesse le sue grazie, non immaginando in che vespaio si sarebbe cacciata. Documenti che avvalorino questa ipotesi non ne esistono, ma l'ipotesi è verosimile.
Anna Carlotta rimase damigella di Madama Reale fino al 21 aprile 1703, data delle legittime nozze con Francesco Ignazio Novarina, Primo Scudiero di Madama Reale. Dai Registri matrimoniali della Cattedrale di Torino risulta l’atto con il nome dei testimoni: Giovanni Battista Tana Marchese di Entraque, Marchese Tommaso Pallavicino (suocero di Lodovico Canalis fratello di Anna) e Antonio Maurizio Turinetti Conte di Pertengo. Risulta anche il carattere d’urgenza dello sposalizio (dispensa dalle pubblicazioni prematrimoniali dell’Arcivescovo Vibò). Non risulta invece che il Novarina riconoscesse come suo il piccolo Paolo Federico (futuro e misconosciuto eroe dell’Assietta), che infatti nacque solo nel 1710 e non fu il primogenito. A questo riguardo si narra in famiglia che un suo discendente Alberto Miglioretti di San Sebastiano, a un signore che gli chiedeva se si sentisse fiero di essere discendente da un grande monarca, rispose: "In famiglia preferiamo essere conti legittimi che Reali bastardi", e lo sfidò a duello.
Liquidata con ciò la possibilità di avere sangue Reale nelle vene, resta curioso il fatto che una damigella bella, di famiglia ricca e illustre, fosse andata sposa a un parvenu (il titolo comitale di San Sebastiano risale al 1665), brutto e di vent’anni più vecchio di lei.
Altra stranezza è che, pur sposa nel 1703, Anna ebbe la prima figlia Paola nel 1708, poi Paolo Federico (l’eroe della battaglia dell’Assietta) il 25 gennaio 1710, Carlo nel 1711, Giacinta nel 1712, Clara nel 1714, Pietro nel 1715, Luigi nel 1718 e Biagio nel 1722.
Nei ventun anni di matrimonio con il conte Novarina non risultano fatti salienti sul suo conto, anzi la si descrive madre e sposa felice, accorta padrona di casa, e di costumi irreprensibili. Francesco Ignazio muore il 25 settembre 1724 lasciando la vedova e i sette figli ancora in tenera età. Nel 1724 fu dame d’antour della Nuora di Vittorio Amedeo, Polissena d’Assia Rheinfels. Forse si riaccese l’antica fiamma o forse non si era mai spenta, considerato che Anna C., da maritata, spesso abitava il suo palazzo di via Santa Chiara a Torino partecipando volentieri alla vita di Corte come si addiceva a una dama del suo rango. Era, oltre che elegante naturalmente, ancora bellissima, come fa fede il ritratto della Clementina che la ritrae già quarantacinquenne. Il Barone Carutti scrive: “...era presso al decimo lustro, bruna, ben fatta, occhio nero e vivace, bellezza ribelle agli anni, pericolosa all’età prima e alla matura”.
Anche Edmondo De Amicis rimase colpito ammirandone un ritratto conservato al monastero della Visitazione di Pinerolo: “bella...bella cioè non so. Seducente senza dubbio. Una testina, un visetto pieno di grazia, di grilli, di vezzi, di sorrisi sfuggevoli, di sottintesi arguti...”. Per Carlo Denina era donna bella, spiritosa e amabile; giudizio avvalorato da Cesare Balbo. Il Conte Blondel si dilunga sul suo conto e giudica il matrimonio col Sovrano “un comique mariage”. Forse gli era giunta notizia di una fatto curioso: a Parigi il 29 settembre 1739, avvenne la prima rappresentazione de “La Reine d’un jour”, òpera comique musicata da Charles Adam su libretto di Eugène Scrube, la cui protagonista era la nostra Marchesa.
Il Re Vittorio Amedeo, rimasto vedovo nel 1728, la sposò in segreto (con dispensa papale di Benedetto XIII perché un Cavaliere di San Maurizio e Lazzaro potesse sposare una vedova) il 12 agosto 1730, nella cappella del Palazzo Reale di Torino; i testimoni furono Lanfranchi e il cameriere Barbier. Abdicò il 3 settembre 1730 in favore di Carlo Emanuele nel castello di Rivoli. Quindi si stabilì con Anna Carlotta a Chambéry e il 18 gennaio 1731 la investì del titolo e del territorio del Marchesato di Spigno.
Passato il primo anno, durante il quale la vita coniugale felice pose in secondo piano la politica, Vittorio si pentì dell’abdicazione e il 25 agosto 1731 partì alla riconquista del Regno. Dopo svariate vicende, la sera del 28 settembre 1731 Carlo Emanuele, mal consigliato dal Marchese d’Ormea, firmò l’ordine di arresto per suo padre, tratto dal letto con la forza da dodici ufficiali comandati dal Conte di Perosa, che in più trascinarono via la Marchesa seminuda sopraggiunta in aiuto al Re.
Domenico Carutti ci lascia una descrizione suggestiva della penosa vicenda. Vittorio Amedeo fu condotto nel Castello di Rivoli dove rimase prigioniero per tredici mesi, spirò poi nel Castello di Moncalieri il 31 ottobre 1732. La Marchesa fu tradotta nella prigione del castello di Ceva in compagnia di donne di malavita e solo l'11 dicembre 1731, dopo le accorate suppliche del Re, le fu permesso di raggiungerlo a Rivoli. Alla morte di Vittorio Amedeo le fu imposto di ritirarsi in convento ed ella scelse il monastero della Visitazione di Pinerolo, ove condusse una vita ritiratissima per trentasei anni, senza tuttavia vestire l’abito di monaca. Una sorella e una nipote monache nel medesimo monastero le furono compagne negli ultimi anni. Morì a 89 anni l’11 aprile 1769 e, per suo espresso volere, fu sepolta nella cripta del monastero senza alcuna lapide.
Il più acerrimo nemico della Marchesa fu di sicuro il Marchese Ferrero d’Ormea che la accusò brutalmente di spingere l’ex Sovrano alla riconquista del Regno per soddisfare le sue ambizioni di regina. Carlo Botta si unisce a molti altri che la accusarono di influenzare negativamente le decisioni del marito. Che i devoti a Carlo Emanuele si accanissero contro di lei è comprensibile, tenendo conto di quanto ella fosse invisa al Sovrano, sempre geloso di suo Padre.
Diverso l’intento di monsignor Carlo Arborio di Gattinara, arcivescovo di Torino che durante il Consiglio di Stato convocato a Torino il 28 settembre 1731 si espresse in tono acceso contro:
“la cattiva furia che stava a fianco del Re Vittorio, istigandolo da donna ambiziosa che purché una corona sul suo capo investa, nulla del decoro, nulla della quiete pubblica, nulla dei destini del Regno, si cura” e conclude:
“conservi Carlo il seggio che in coscienza il può e il debbe”.
Carlo Emanuele aveva convocato il Consiglio di Stato il 28 settembre 1831, onde valutare la possibilità di una Revoca dell’abdicazione paterna; furono solo l’abilità adulatoria del d’Ormea e dei Consiglieri e l’invettiva dell’Arcivescovo contro Anna Carlotta che lo indussero ad ordinare infine l'arresto del Re Vittorio. I motivi del Marchese e dei Consiglieri li abbiamo già esaminati; quelli dell’Arcivescovo sono da ricercare nella vicenda del Concordato del 1727 stipulato fra Vittorio Amedeo e Benedetto XIII. Il nuovo papa Clemente XII reputava il concordato ignominioso e ingiusto nei confronti della Santa Sede, ma, da quel fine politico che era, capì subito che Vittorio Amedeo sarebbe stato irremovibile. Secondo l’abate Magnani, che svelò i documenti relativi dell’Archivio segreto Vaticano, ci fu una precisa volontà della Santa Sede di appoggiare Carlo Emanuele, confidando erroneamente nella sua immaturità e arrendevolezza. Si spiega così la ferocia dell’invettiva dell’Arcivescovo Gattinara dei confronti della Spigno.

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