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giovedì 22 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile. Il 22 aprile 1509 Enrico VIII succede al padre Enrico VII e sale sul trono di Inghilterra e Scozia. Enrico VIII Tudor nasce a Greenwich (Inghilterra) il 28 giugno 1491. I suoi genitori sono Enrico VII Tudor, re d'Inghilterra e la regina Elisabetta di York. In tenera età ottiene numerosi titoli e benefici: all'età di tre anni diventa Conestabile del Castello di Dover, Lord Guardiano dei Cinque Porti e l'anno seguente ottiene il titolo di duca di York. Enrico accumula, negli anni successivi altri titoli importanti, come quello di Conte Maresciallo e di Lord Luogotenente. Nel 1501 partecipa alla cerimonia di nozze del fratello Arturo, erede al trono d'Inghilterra, con Caterina d'Aragona. Poco tempo dopo però Arturo muore a causa di un'infezione ed Enrico, che ha solo undici anni, diventa l'erede al trono d'Inghilterra. Alla morte del figlio Arturo, il padre decide di far sposare Enrico con Caterina d'Aragona, rimasta vedova. Prima di far unire in matrimonio i due, il re Enrico VII vuole chiedere al papa Giulio II una dispensa in modo tale da dimostrare fino all'ultimo che il precedente matrimonio tra Caterina e il figlio defunto non è stato consumato. L'obiettivo del re è quindi quello di dimostrare che il matrimonio tra la vedova ed Enrico sarebbe stato legittimo. Giulio II consegna la bolla, consentendo così la celebrazione del matrimonio reale. Nel 1509 muore il padre e diventa re d'Inghilterra con il nome di Enrico VIII Tudor. Sempre nello stesso anno sposa Caterina d'Aragona, così come è stato stabilito negli anni precedenti in seguito a un accordo tra la Corona d'Inghilterra e la Corona di Spagna. Nei primi anni di regno governa, essendo affiancato dal vescovo di Winchester, Richard Fox, da William Warham e negli anni successivi dal cardinale Thomas Wolsey. L'influenza di quest'ultimo sul sovrano inglese è molto evidente, soprattutto nel momento in cui l'Inghilterra decide di entrare a far parte della Lega Santa promossa dal papa Giulio II per cercare di frenare la campagna espansionistica del re di Francia Luigi XII. Alla Lega partecipano anche Massimiliano I, l'imperatore del Sacro Romano Impero, e Ferdinando II, il re di Spagna. Dopo i tentati assedi delle città di Thérouanne e di Tournay, nel 1514 l'Inghilterra decide di porre fine alle ostilità e di condurre le trattative di pace con il re francese. Dopo la morte di Luigi XII di Francia, diventa re di Francia Francesco I, che dichiara guerra all'Imperatore d'Austria Carlo V, diventato per il regno francese una forte minaccia. Nel 1520 il sovrano francese, temendo la potenza dell'esercito imperiale, incontra il sovrano inglese; il suo obiettivo è quello di stringere un'alleanza strategica con l'Inghilterra. Questo piano però fallisce nel momento in cui Enrico VIII stringe un'intesa strategica con Carlo V. In occasione del conflitto tra Francesco I e l'Imperatore d'Austria appoggia quest'ultimo, cercando di sostenerlo con l'ausilio della marina regia inglese. Le sue preoccupazioni inoltre crescono, poiché la moglie non riesce a dargli un erede maschio per la successione al trono; infatti, Caterina dà alla luce due figli maschi e una bambina, Maria. I due figli maschi però muoiono subito dopo la nascita. Considerate le circostanze, nel 1527 valuta l'idea di chiedere al papa Clemente VII l'annullamento della dispensa papale emessa decenni prima sotto il pontificato di Giulio II. La decisione da prendere non è molto semplice, poiché da un lato Caterina non è riuscita a dargli un erede maschio, per cui Enrico VIII ritiene necessario annullare il suo matrimonio e dall'altro deve tener conto del fatto che la moglie è la zia dell'Imperatore d'Austria. La trattativa per l'annullamento della bolla papale è condotta dal cardinale inglese Thomas Wolsey e dall'arcivescovo di Salisbury Lorenzo Campeggio. In una situazione così delicata Clemente VII non riesce a trovare una soluzione. Thomas Wolsey cerca di convincere il papa a dichiarare nulla la bolla papale, ma senza ottenere alcun risultato a causa delle pressioni fatte dall'imperatore Carlo V, il quale è imparentato con Caterina. La situazione rimane quindi in una posizione di stallo e nel 1530 Wolsey cade in disgrazia, poiché non gode della fiducia del re. In questa circostanza il re interpella Thomas Cranmer, un professore universitario della Jesus College di Cambridge, che gli consiglia di chiedere il parere delle altre Università inglesi. Queste ultime sostengono che il matrimonio tra il re inglese e Caterina d'Aragona è da considerare impuro, poiché lei è stata la moglie del fratello e perché non genera figli maschi. Avendo ottenuto il sostegno delle Università inglesi, il sovrano decide di prendere in mano la situazione e l'anno dopo elabora "L'Atto di Supremazia" in cui viene resa nota la sua volontà, ovvero quella di diventare il Capo Supremo della Chiesa britannica. Nello stesso anno il Parlamento inglese vota a favore dell'entrata in vigore dell'Atto di supremazia e nel 1532 il re, essendo a capo della Chiesa inglese, decide di far pagare i tributi alla Corona inglese ottenendo così che questi non fossero dati alla Chiesa romana. In quello stesso anno Thomas Cranmer viene eletto arcivescovo di Canterbury e Tommaso Moro, che nel frattempo ha preso il posto di Wolsey, si rifiuta di annullare il precedente matrimonio reale, che avrebbe consentito a Enrico VIII di sposare la sua nuova compagna. Moro è costretto a lasciare l'Inghilterra e a partire per Roma. L'anno successivo il re sposa Anna Bolena e, grazie a un atto emanato mesi prima dichiarante l'autonomia della Chiesa inglese nelle decisioni nazionali, Cranmer garantisce lo scioglimento del precedente matrimonio e riconosce ufficialmente il matrimonio tra il sovrano e Anna Bolena. Nel luglio 1534 papa Clemente VII scomunica il sovrano inglese, la sua nuova moglie e l'arcivescovo di Canterbury, interdicendo anche l'Inghiterra. Il papa muore nello stesso anno e gli succede papa Paolo III. Sotto il suo pontificato i rapporti con l'Inghilterra peggiorano sempre di più. Nello stesso anno il Parlamento inglese si pronuncia a favore dell'"Atto di successione" con cui viene spostata la discendenza dinastica dalla precedente moglie del re ad Anna Bolena. Il distacco tra la Chiesa romana e la Chiesa inglese è sempre più forte e due anni dopo il lord gran ciambellano, Thomas Cromwell, grazie all'appoggio del re riesce a far approvare una legge che espropria alla Chiesa cattolica di Roma i monasteri minori posseduti in Gran Bretagna. Anche la nuova sovrana inglese non riesce a dare figli maschi al re, che inizia a frequentare la nobile inglese Jane Seymour. Anna, che nel frattempo frequenta un musico di corte, è condannata a morte con l'accusa di stregoneria e cospirazione ai danni del sovrano nello stesso anno. Il giorno dopo la decapitazione di Anna, sposa Jane Seymour che gli da l'agognato erede maschio, Edoardo, che però muore all'età di sedici anni. Su consiglio di Cromwell, nel 1540, sposa la principessa tedesca Anna di Clèves. Dopo un breve e burrascoso matrimonio lascia la donna, per sposare nello stesso anno Caterina Howard. Presto quest'ultima viene condannata a morte per adulterio e nel 1543 il sovrano si unisce in matrimonio con Caterina Parr. Negli ultimi anni del suo regno unisce il Galles alla Corona inglese e conquista l'Irlanda. Con un atto parlamentare, il re diventa anche il Capo Supremo della Chiesa irlandese. Inoltre centralizza il sistema governativo e quello parlamentare, concedendo numerosi privilegi alle due Camere e aumentando i poteri del Parlamento. Grazie all'intermediazione della sua ultima moglie, nel 1544 Enrico VIII ha modo di riconciliarsi con le figlie Elizabeth e Mary, che con una legge sono nuovamente inserite nella linea dinastica per la successione. Enrico VIII Tudor muore il 28 gennaio 1547 a Londra a causa di una ferita molto grave riportata dopo un incidente.

mercoledì 21 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Secondo la tradizione, il 21 aprile 753 a.C. è la data nella quale fu fondata Roma.
La nascita di Roma si confonde tra storia, mito e leggenda.
Circa mille anni a.C. alcune navi, che da tempo veleggiavano sui mari in cerca di un approdo, giunsero in vista di una terra sconosciuta. Quegli uomini erano i soli riusciti a fuggire dal terribile incendio con cui, dopo una lunga guerra, era stata distrutta la loro città. Apparivano tristi e stanchi, per anni avevano dovuto vagare sui mari alla vana ricerca di un po' di riposo e di un po' di pace...
Ed ecco ora davanti a loro stendersi una terra dall'aspetto sereno e accogliente. Giunsero in un luogo dove c'era un maestoso fiume che irrompeva in mare mescolando le sue tumultuose acque gialle con le onde azzurre. Così quando il capo diede l'ordine, fu con vero entusiasmo che essi si accinsero a sbarcare.
Gli uomini che finalmente poterono toccare terra erano i Troiani, ed erano sbarcati nel Lazio, sulle rive del fiume Tevere guidati dal valorosissimo guerriero Enea. Egli, mentre Troia crollava sotto il furioso assalto dei Greci, era riuscito a trarre in salvo il proprio padre, Anchise, e il proprio figlioletto. Ma il padre era morto durante il lungo viaggio; gli restava solo il figlioletto Ascanio, detto anche Iulo (Julo).
La vita e le imprese di Enea sono mirabilmente narrate nel poema Eneide, scritto da Virgilio.
La riva sinistra del fiume Tevere, nei primi anni del I millennio a.C., era una pianura acquitrinosa e malarica che portava al mar Tirreno; all'interno della pianura si innalzavano dei colli con pendici molto scoscese. Qui si erano stabiliti inizialmente gli Italici (di origine indoeuropea) che poi si erano differenziati fra loro formando vari gruppi, tra i quali quello dei Latini. Questi, amalgamandosi gradualmente con le genti indigene, avevano costruito i loro villaggi sulle alture poste fra la riva sinistra del Tevere e i Colli Albani, sia per sfuggire dalla malaria delle paludi, sia per difendersi meglio dalle razzie delle tribù vicine dei Sabini, Equi, Volsci ed Ernici.
Gli usi, i costumi e i valori dei Latini erano molto simili alle popolazioni nordiche da cui discendevano: forza bruta, guerra di rapina, duelli mortali per il comando, culto della virilità, patriarcato assoluto. Adoravano alcune divinità naturali, alle quali innalzavano altari e sacrificavano animali, ma soprattutto veneravano Zeus, la massima divinitaà degli Arii, dei primi Achei e dei Dori, che chiamavano Juppiter. Il re degli Dei era padrone dei cieli, signoreggiava i fenomeni atmosferici come la pioggia e il fulmine, vigilava sulle vicende umane e manifestava la sua ira per mezzo del tuono. Zeus, però, non si occupava di politica o di guerre, preferendo lasciare queste incombenze ad altre divinità minori, i cosiddetti Dei militari.
Alle feste e ai riti sacri partecipavano gli abitanti di più villaggi, che nel tempo si riunirono dando vita a leghe religiose. Fra queste leghe particolare importanza assunse quella posta sotto la direzione di Albalonga, un villaggio situato presso l'attuale Castelgandolfo. Albalonga divenne infatti il centro di una federazione, istituita inizialmente a scopi religiosi, a cui si aggiunsero in seguito anche scopi difensivi, per cui ebbe presto in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Nel frattempo sul colle Palatino, dove si sarebbe poi sviluppata la città di Roma, c'era solo un agglomerato di misere capanne di legno e fango, con tetti di paglia.
Ma torniamo ad Enea ed ai Troiani. Come si è appena detto, quando questi sbarcarono nel Lazio, questo era popolato da varie popolazioni: gli Etruschi, i Volsci, i Sabini, gli Equi, i Rutuli e gli Ausoni, la cui più importante popolazione, stanziata in un gruppo di città organizzate nel territorio pianeggiante lungo le rive del Tevere, era quella dei Latini. I Troiani vennero subito in contatto con questo popolo e con il loro re, il saggio Latino. Egli li accolse con benevolenza, diede loro ospitalità e, qualche tempo dopo offrì in sposa ad Enea la propria figlia Lavinia già promessa a Turno, re dei Rutuli che scatenò una guerra per vendicare l'offesa ricevuta. Fu una guerra feroce, che si concluse con un lungo duello fra Enea e Turno, finchè quest'ultimo rimase ucciso. Seguì un lungo periodo di pace, durante il quale Enea fondò una città, Lavinium (presso l'attuale Pratica di Mare), in onore della sposa.
Ascanio, il figlio di Enea, diventato grande, fondò a sua volta la citta' di Albalonga (collocata tra l'attuale Albano e Castelgandolfo), sulla quale regnarono lui e poi i suoi discendenti per molto tempo.
Come si è accennato in precedenza, Albalonga (il cui nome deriva da Alba=Bianca Longa=Lunga) diventerà ben presto il centro di una federazione nata prima per scopi religiosi e poi per scopi difensivi, acquistando in seno ai Latini un notevole peso militare e politico.
Molti anni dopo la morte di Ascanio, divenne re di Albalonga il buon Numitore. Egli, però, aveva un fratello invidioso e cattivo di nome Amulio, che avrebbe voluto regnare anch'egli. Per raggiungere il suo scopo, questi fece imprigionare Numitore, gli uccise tutti i figli tranne Rea Silvia rinchiudendola nel Tempio di Vesta e costringendola a farsi sacerdotessa (vestale) e a fare quindi voto di castità.
Amulio poteva, ormai, considerarsi sicuro e tranquillo e sarebbe stato il solo re; fino a quando, però, il dio Marte s'invaghisce di Rea Silvia e la rende madre di due gemelli, Romolo e Remo. Amulio, adirato, fece uccidere Rea Silvia a bastonate e, per non avere legittimi concorrenti al trono, ordinò che i due gemelli venissero immediatamente uccisi, ma il servo incaricato di eseguire l'assassinio non ne trovò il coraggio e li abbandonò in una cesta di vimini alla corrente del fiume Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse.
La cesta nella quale i gemelli sono stati adagiati si arena sulla riva, presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio, dove i due vengono trovati e allevati da una lupa. Li trova poi il pastore Faustolo che insieme alla moglie Acca Larenzia li cresce come suoi figli.
Una volta divenuti adulti e conosciuta la propria origine Romolo e Remo fanno ritorno ad Alba Longa, uccidono Amulio, e rimettono sul trono il nonno Numitore. Romolo e Remo ottengono quindi il permesso di andare a fondare una nuova città, nel luogo dove sono cresciuti.
Romolo vuole chiamarla Roma ed edificarla sul Palatino, mentre Remo la vuole battezzare Remora e fondarla sull'Aventino.
E' lo stesso Tito Livio (storico romano nato a Patavium nel 59 a.C. e ivi morto nel 17, autore di una monumentale storia di Roma, gli Ab Urbe Condita libri CXLII, dalla sua fondazione fino al regno di Augusto) che riferisce le due piu' accreditate versioni dei fatti:
    "Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l'uno e l'altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra."
    "E' più nota invece la versione secondo la quale decisero di osservare il volo degli uccelli: avrebbe dato il nome alla città chi ne avesse visti in maggior numero. La fortuna favorì Romolo, il quale prese un aratro e, sul Colle Palatino, tracciò un solco per segnare la cinta della città, che da lui fu detta Roma. Era il giorno 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo.
    La nascita della nuova città segnò, purtroppo, la fine della vita di Remo. Era stato stabilito che nessuno, per nessuna ragione, poteva passare al di là del solco senza il permesso del capo. Ma Remo, invidioso, oppure per burla, lo oltrepassò con un salto e, ridendo, esclamò: - Guarda com'e' facile! - Romolo, pieno d'ira, si scagliò contro Remo e, impugnata la spada, lo uccise, esclamando: Così, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura e chiunque avesse offeso il nome di Roma. Romolo, rimasto solo, governò la città in modo saggio, poi un giorno, durante un temporale, egli scomparve, rapito in cielo dal dio Marte."
La città è quindi stata fondata sul colle Palatino, e Romolo divenne il primo Re di Roma.
Le versioni storiche vogliono invece leggere la nascita di Roma in altro modo. Secondo quest'ultima la leggenda di Romolo e Remo sulla fondazione di Roma fu ideata quando Roma era già potente e sentiva l'esigenza di un fondatore semidivino che riscattasse le sue umili origini. Per questo dunque fu attribuita un'origine divina ai padri della città: Enea era figlio di Venere e suo figlio Ascanio, detto anche Iulo, diede il nome alla gente Iulia, alla quale appartennero Cesare e Augusto.
In effetti non ci fu un vero atto di fondazione, perchè Roma si sviluppò sul Palatino come aggregato di capanne di pastori-agricoltori, con boschi, orti, recinti per il bestiame, campi coltivati in comune. Il primo nucleo urbano si formò probabilmente fin dal II millennio nel luogo dove in seguito sarebbe sorto il Foro Boario, cioè l'area destinata al commercio del bestiame.
Questo primo nucleo con il tempo si ingrandì grazie alla sua posizione strategica: dominava l'ansa del Tevere nel punto in cui l'Isola Tiberina rendeva agevole il guado del fiume alle correnti commerciali tra il nord e il sud dell'Italia, collegando Etruschi e Campani. Sempre in quella zona transumavano le greggi delle pianure tirreniche verso i pascoli estivi dell'interno e vi passava la pista del sale (la futura via Salaria) che dalle spiagge di Ostia veniva portato alle popolazioni appenniniche. Presto, quindi, vi fiorì un ricco mercato di prodotti agricoli, di bestiame e di sale che attirò sempre più le popolazioni dell'Italia centrale.
Durante l'VIII e il VII secolo a.C. il villaggio del Palatino si fuse, anche per difendersi soprattutto dagli Etruschi che spadroneggiavano al di là del Tevere, con i villaggi vicini; l'Esquilino, il Celio, il Viminale, il Quirinale, il Capitolino, mentre l'Aventino dovrà attendere il IV secolo per essere incluso entro la cerchia delle mura. Tutti questi villaggi si riunirono in una lega religiosa il cui ricordo rimase nella festa del settimonzio, un rito celebrato ancora in età storica con sacrifici alle divinità sulle alture dei colli meridionali (da saeptimontes = monti chiusi da staccionate o da argini di terriccio).
Successivamente questi villaggi si riunirono anche militarmente, soprattutto dopo che sul Quirinale si erano insediati i Sabini scesi dall'entroterra appenninico per garantirsi il guado del Tevere e la possibilità di accesso alle saline.
Attraverso questo processo di amalgama si formò Roma, che diventò pian piano una vera e propria città, munita di un valido sistema difensivo, sotto il comando di un re, affiancato dagli esponenti delle più importanti famiglie. La fisionomia della città allora si trasformò: vennero tracciate strade, costruite case e quartieri, innalzati templi ed edifici pubblici, ampliate le mura.
Si sviluppò, sempre in questo periodo, l'artigianato, si incrementarono i commerci, furono accolti gli stimoli della più progredita civilta' etrusca.
Per quanto concerne la data della fondazione di Roma anche su questa regna il mistero.
Secondo il letterato romano Marco Terenzio Varrone (Rieti, 116 a.C. – 27 a.C.), sulla base di calcoli effettuati dal suo amico astrologo Lucio Taruzio (anche conosciuto come Lucio Tarunzio Firmano, nato a Fermo nel I secolo a.C.), Romolo avrebbe fondato Roma il 21 aprile 753 a.C. (Natale di Roma).
Da questa data deriva la cronologia romana definita con la locuzione latina Ab Urbe Condita, ossia dalla fondazione della città. Sembra che Bonifacio IV, vissuto intorno al 600 d.C., fosse il primo a riconoscere un collegamento tra questo tipo di datazione e l'Anno Domini, cioè A.D. 1 = AUC 754.
La correttezza del calcolo di Lucio Taruzio tuttavia non è mai stata provata in modo scientifico. Ed è sempre a Taruzio che si deve una presunzione di data di nascita di Romolo, che, secondo i suoi calcoli, doveva essere nato il 23 settembre dell'anno successivo alla seconda olimpiade, nel 771 a.C. in coincidenza con una eclissi di sole; datazione che fu ritenuta comica dal suo contemporaneo Marco Tullio Cicerone (Arpinum, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.).

martedì 20 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1964 viene messo in vendita il primo barattolo di Nutella.
La Nutella vera e propria, come la conosciamo tutti noi oggi, nasce ufficialmente nel 1964, ma le sue origini risalgono al periodo postbellico, siamo esattamente nel 1945, nel retrobottega della pasticceria Ferrero, ad Alba in Piemonte. In quel periodo giravano pochi soldi e soprattutto la gente non poteva permettersi di spendere per comprare i dolci. Già da tempo Mastro Pietro Ferrero stava tentando di creare un nuovo prodotto, a base di cioccolato, che fosse però poco costoso ma comunque buono. Fu in una sera come tante che Mastro Ferrero ebbe l’idea illuminata di amalgamare l’impasto già noto del cioccolato gianduia con il burro di cocco, ciò che ne venne fuori fu una specie di marmellata semisolida. Una volta raffreddato in uno stampo rettangolare, l’impasto si trasformò in una sorta di grosso panetto solido da tagliare a fette. Era nata la Nutella! Il suo primo nome tuttavia fu “Giandujot”, ispirato ad un classico della pasticceria piemontese. Il nuovo prodotto riscosse immediatamente un successo inaspettato e Pietro Ferrero ebbe un’altra geniale intuizione: distribuire il suo prodotto non solo in panetti da tagliare, ma anche in porzioni più ridotte da vendere singolarmente, nacque il cremino.
Alcuni sostengono che nella torrida estate del 1949 i panetti di “Giandujot” si scioglievano come neve al sole così i negozianti decisero di mettere la crema in barattoli e di rivenderla come crema da spalmare. Altri invece sostengono che il cioccolato si sciolse nei magazzini di Alba e il prodotto fu immediatamente travasato in dei barattoli. Il nuovo prodotto veniva venduto in bicchieri e barattoli di vetro con il nome di Supercrema, si trattava di uno dei prodotti a base di cioccolato più economici reperibili sul mercato.
La svolta definitiva arriva però nel 1964 con il figlio di Pietro Ferrero, Michele, il quale decide di perfezionare la formula rendendola ancora più morbida e attribuendole un nuovo nome: Nutella. La scelta di questo nome non fu casuale .... Nutella deriva da “danut” , che in inglese significa nocciola, accompagnato dal vezzeggiativo ...”ella” proprio a suggerirne l’uso quasi ludico. Anche la grafica si dimostra vincente: una grande “N” in nero e tutto il resto della scritta in rosso. Da quel momento in poi il successo della Nutella non ha mai conosciuto momenti di difficoltà. Da più di cinquant’anni piace ai bambini ma anche agli adulti di tutte le età! Sui di Lei sono stati scritti libri e Le sono state dedicate scene di film importanti. Si tratta di un vero e proprio mito dal fascino, dal gusto, ma soprattutto dal successo intramontabile.
E così Nutella è destinata a diventare un fenomeno planetario. All’interno del mitico Carosello, nel 1967 arriva il primo spot pubblicitario e l’Italia della tivù in bianco e nero si innamora della Nutella. Nell’arco di un paio di minuti viene proposta una lettura sceneggiata dei racconti dell’opera del libro “Cuore” di De Amicis, appassionanti e commoventi che lasciano un po’ di amaro in bocca ai piccoli telespettatori. Poi arriva un cucchiaio di Nutella e tutto passa. Per non parlare degli spot a cartoni animati che tiravano in ballo Jo Condor, un uccellaccio dispettoso che faceva di tutto per rovinare la vita al Gigante Amico, depositario della bontà della Nutella ("gigante, pensaci tu" era il jingle finale). Negli anni settanta, i bambini di tutte le nazioni sono protagonisti della prospera campagna pubblicitaria “La crema da spalmare che ha più radici nel mondo” e nei primi anni ottanta, il regista Nanni Moretti la cita addirittura in una celebre scena del suo film “Bianca” (1984), come antidoto alla depressione e alla solitudine.
Oggi che la celebrità del prodotto è indiscussa, la pubblicità punta direttamente sulla sua “necessità”. Di fatto, il nuovo slogan è diventato “Che mondo sarebbe senza Nutella”, tirando in gioco la trasversalità del prodotto ( destinato a persone di ogni età e stato sociale). Ha ragione chi dice che la Nutella è “una specie di Madeleine proustiana”, “una passione divorante, incontrollabile” o addirittura “uno stato di percezione superiore”. Un irriverente versione dell’ Inno di Mameli, composta dal comico Riccardo Cassini, fa pensare che forse con pane e Nutella, avremmo accelerato i tempi per fare gli italiani e Massimo D’Azeglio ce ne avrebbe dato atto: “Nutella d’Italia / l’Italia s’è desta / sul pane al principio / spalmata ci resta”.


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