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domenica 21 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 2018, per motivi di salute, Sergio Marchionne viene sostituito alla guida della Fiat Chrysler Automobiles dal britannico Michael Manley.
Sergio Marchionne nasce a Chieti il 17 giugno 1952, figlio di un maresciallo dei carabinieri emigrato da giovane in Canada. Ha conseguito tre lauree: in Legge alla Osgoode Hall Law School of York University, un Master in Business Administration (MBA) presso la University of Windsor e una laurea in filosofia conseguita presso l'Università di Toronto.
Lasciato il mondo forense, svolge la prima parte della sua attività professionale nel Nord America come dirigente. Dal 1983 al 1985 lavora per Deloitte Touche come commercialista esperto nell'area fiscale; successivamente dal 1985 al 1988 ricopre il ruolo di controllore di gruppo e poi direttore dello sviluppo aziendale presso il Lawson Mardon Group di Toronto. Dal 1989 al 1990 è nominato vice presidente esecutivo della Glenex Industries. Dal 1990 al 1992 ricopre il ruolo di responsabile dell'area finanza della Acklands e, contemporaneamente, la carica di responsabile per lo sviluppo legale e aziendale presso il Lawson Group, acquisito nel frattempo da Alusuisse Lonza (Algroup). Qui ricopre ruoli di crescente responsabilità, presso la sede centrale di Zurigo, fino a diventarne l'amministratore delegato.
Sergio Marchionne guida in seguito il Lonza Group, separatosi da Algroup, fino al 2002, anno in cui viene nominato amministratore delegato del Gruppo SGS di Ginevra, leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione; il gruppo è forte di 46 mila dipendenti in tutto il mondo. Grazie all'ottima gestione del gruppo svizzero, risanato nel giro di due anni, il nome di Sergio Marchionne acquisisce lustro negli ambienti economici e finanziari internazionali.
A partire dal 2003, su designazione di Umberto Agnelli, Marchionne entra a far parte del Consiglio di Amministrazione del Lingotto Fiat. In seguito alla morte di Umberto Agnelli e alle dimissioni dell'amministratore delegato Giuseppe Morchio, che aveva lasciato l'azienda dopo il rifiuto della famiglia Agnelli di affidargli anche la carica di presidente, Sergio Marchionne viene nominato (1 giugno 2004) Amministratore delegato del Gruppo Fiat. Dopo alcuni contrasti con il dirigente tedesco Herbert Demel, nel 2005 assume anche la guida di Fiat Auto in prima persona.
Il 2 giugno del 2006 viene nominato Cavaliere dell'Ordine al merito del Lavoro dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Marchionne ha ricevuto una laurea honoris causa in Economia Aziendale dall'Università degli studi di Cassino nel 2007, e una laurea magistrale ad Honorem in Ingegneria Gestionale dal Politecnico di Torino nel 2008.
Di doppia nazionalità italiana e canadese, nel 2006 è stato inoltre nominato Presidente della European Automobile Manufacturers Association (ACEA). Insieme a Luca Cordero di Montezemolo, è considerato l'artefice dell'avvenuto risanamento della divisione Fiat.
Durante la sua amministrazione, Fiat deve affrontare progetti che erano stati scartati in precedenza: Fiat 500, Lancia Fulvia Coupé, Fiat Croma e vengono prodotti in soli due anni molti nuovi modelli. In pieno periodo di crisi internazionale globale, nel mese di aprile del 2009 Marchionne effettua lunghe e travagliate trattative legate all'acquisizione della statunitense Chrysler con i sindacati ed il governo americani. Al termine delle trattativa viene raggiunto un accordo che prevede l'acquisizione da parte del Lingotto del 20% delle azioni Chrysler, in cambio del know how e delle tecnologie torinesi, facendo nascere così il sesto gruppo automobilistico del mondo. Tale è l'importanza dell'accordo che è lo stesso Presidente degli Stati Uniti Barack Obama a darne annuncio.
Nei giorni immediatamente successivi all'accordo con la casa automobilistica d'oltreoceano, l'AD di Fiat Group inizia trattative con i sindacati ed il governo tedeschi per una fusione tra la casa automobilistica piemontese e la tedesca Opel (facente parte del gruppo statunitense General Motors): l'obiettivo è quello di dare vita a un colosso del settore automobilistico capace di produrre 6 milioni di vetture all'anno.
Nel settembre 2014 sostituisce Luca di Montezemolo alla presidenza della Ferrari. Il 21 luglio 2018, a causa dell'aggravarsi delle sue condizioni di salute, il consiglio di amministrazione di FCA, convocato d'urgenza, decide di sostituirlo con Michael Manley, in precedenza responsabile del marchio Jeep.
Ricoverato da circa un mese muore all'età di 66 anni presso un ospedale di Zurigo, in Svizzera, a causa di un tumore alla parte apicale del polmone (anche se le notizie ufficiali su questo dettaglio sono vaghe). Sergio Marchionne lascia la moglie Manuela Battezzato e i due figli Alessio Giacomo e Jonathan Tyler.

sabato 20 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 luglio.
Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, viene ucciso Carlo Giuliani.
Diciotto anni fa, durante una manifestazione contro il G8 in piazza Alimonda, a Genova, il carabiniere Mario Placanica uccise il manifestante 23enne Carlo Giuliani con un colpo sparato dalla sua pistola d’ordinanza. Le scene dell’uccisione di Giuliani furono mostrate da tutte le televisioni del mondo e diventarono per molti un simbolo delle proteste contro il G8 e della violenza della polizia, pochi giorni prima dei tragici fatti della scuola Diaz. I giudici stabilirono poi che Placanica aveva sparato per legittima difesa e il carabiniere fu prosciolto dall’accusa di omicidio colposo. Furono però contestate alcune lacune dell’inchiesta e la mancanza di chiarezza su quello che avvenne esattamente quel giorno a Genova; ci furono anche molte discussioni sulle presunte responsabilità di chi creò la situazione che portò alla morte di Giuliani. Oggi i processi e le commissioni di inchiesta parlamentare sono tutti chiusi ed è difficile che nel prossimo futuro si potranno chiarire ulteriormente altri aspetti di questa vicenda.
Venerdì 20 luglio 2001 iniziò a Genova la riunione dei capi di governo del G8, organizzata dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Era un incontro particolarmente atteso da parte del movimento “no-global”, un gruppo molto vasto ed eterogeneo composto soprattutto da ambientalisti, anarchici ed esponenti della sinistra radicale. Il movimento si era rafforzato due anni prima durante il G8 di Seattle, quando migliaia di manifestanti si erano scontrati con la polizia (quel movimento prese il nome di “popolo di Seattle”). Tra il 19 e il 22 luglio erano attesi a Genova decine di migliaia di manifestanti da tutto il mondo e governo e forze di sicurezza italiane decisero di prendere imponenti misure di sicurezza. Prima dell’inizio della manifestazione, il clima era molto teso: c’era il timore di attacchi terroristici e la paura che le manifestazioni diventassero violente. Pochi giorni prima, la questura di Genova aveva diffuso tra le forze dell’ordine un’informativa che parlava di possibili azioni dei manifestanti contro la polizia, come ad esempio l’uso di “catapulte” e il lancio di frutta con all’interno lamette da barba o palloncini pieni di sangue infetto.
La mattina del 20 luglio ci furono i primi cortei della giornata, che cominciarono senza violenze. Poi la situazione cambiò in fretta: iniziarono a verificarsi degli incidenti e gli scontri tra manifestanti e polizia si fecero molto duri. Le immagini riprese in quei momenti, e in generale nei giorni del G8, furono trasmesse da molte televisioni in giro per il mondo, anche perché mostravano episodi di reazioni molto dure della polizia contro i manifestanti. Furono trasmesse scene che mostravano persone sanguinanti allontanarsi dagli scontri e che si curavano le ferite in strada con mezzi di fortuna. Parte dei manifestanti affrontò duramente la polizia, con il lancio di sassi e pietre, e in alcuni casi bottiglie incendiarie. Gruppi ancora più piccoli e organizzati, quelli che i giornali definirono i “black bloc” compirono atti di vandalismo, attaccando banche e supermercati.
Dalle ricostruzioni di quei giorni emerse che le forze di sicurezza si trovarono in grande difficoltà nel gestire la situazione, sia causa della disorganizzazione che della conformazione della città di Genova, intersecata da strade spesso strette e ripide. Poliziotti e carabinieri furono anche accusati di aver lasciato liberi i vandali e di aver attaccato i grossi cortei più pacifici. Nel corso di uno di questi scontri, un gruppo di carabinieri si ritrovò in piazza Alimonda da dove, non è chiaro perché, si mosse attraverso una via laterale verso il fianco di uno dei cortei più grandi, il cui percorso era stato autorizzato dalle autorità.
Dietro ai carabinieri avanzavano anche due fuoristrada non blindati: una mossa sbagliata, come è stato poi confermato dagli stessi carabinieri, perché i due mezzi rischiavano di restare isolati dal resto del reparto e, a causa della mancanza di blindatura, i loro occupanti sarebbero stati in pericolo se fossero stati circondati. Dai filmati di quei minuti non sembra che il reparto fosse direttamente minacciato e infatti non compì una vera e propria carica. I carabinieri si mossero lentamente contro il fianco dei manifestanti, subendo – e poi rispondendo – a un lancio di sassi. Furono costretti prima a indietreggiare e poi scappare per interrompere il contatto: il comandante del reparto disse che i suoi uomini “persero lucidità” e “arretrarono in maniera impetuosa”.
Nella confusione di quegli attimi, il reparto in fuga si lasciò dietro i due fuoristrada che finirono per intralciarsi a vicenda restando bloccati nel mezzo della piazza. Uno dei due mezzi fu circondato da decine di manifestanti che iniziarono ad attaccare il veicolo con sassi e assi di legno, sfondando i finestrini e cercando di lanciare oggetti contro gli occupanti. Placanica si trovava all’interno del mezzo e raccontò che in quel momento fu preso dal panico. Estrasse la sua pistola d’ordinanza e minacciò i manifestanti che lo circondavano. Disse di aver ripetuto il grido più volte: quando si accorso che i manifestanti non si allontanavano, sparò due colpi. Il primo colpì alla testa Carlo Giuliani, che in quel momento si trovava a pochi metri dal fuoristrada e teneva sopra la testa un estintore. Giuliani cadde a terra e pochi istanti dopo l’autista riuscì a liberare il mezzo, che passò sopra il corpo di Giuliani per due volte, una prima in retromarcia, una seconda in direzione anteriore. Pochi minuti dopo, carabinieri e polizia occuparono nuovamente la piazza. Quando l’ambulanza arrivò sul posto, Giuliani era già morto.
Fino a questo punto il resoconto dei fatti sembra chiaro: un’operazione mal pianificata mise alcuni carabinieri in una situazione estremamente complicata e nel panico uno di loro aprì il fuoco causando la morte di Giuliani. È una ricostruzione su cui le parti sembrano essere quasi tutte d’accordo, anche se alcuni membri del movimento no-global sostengono che quella di piazza Alimonda sia stata una “trappola”, cioè un’operazione pianificata dalla polizia. A quasi 20 anni di distanza, rimangono però alcuni dettagli poco chiari, tra cui due particolarmente importanti: gli agenti sul posto tentarono un goffo depistaggio delle indagini? E come venne ferito esattamente Carlo Giuliani?
L’autopsia rivelò una profonda ferita sulla fronte di Giuliani. Secondo la ricostruzione del sito Piazzacarlogiuliani.org, che raccoglie alcune delle molte inchieste indipendenti che sono state realizzate sugli eventi di Piazza Alimonda, quella ferita venne prodotta da un carabiniere che cercò di creare artificialmente una prova che Giuliani era stato ucciso da un sasso lanciato dai manifestanti. Secondo il sito, subito dopo la ripresa del controllo della piazza da parte delle forze dell’ordine, un carabiniere avrebbe sollevato il passamontagna di Giuliani e con un sasso lo avrebbe colpito sulla fronte, causando una grossa ferita irregolare. Dalle fotografie di quei momenti, sembra in effetti che un sasso che si trovava a una certa distanza da Giuliani fosse stato spostato vicino alla sua testa. Inoltre non c’erano tracce di danni sul passamontagna di Giuliani in corrispondenza della ferita, come se prima di essere inflitta qualcuno avesse scoperto la fronte del ragazzo. I medici, però, non hanno escluso che la ferita potesse essere stata causata dalla caduta di Giuliani oppure dall’auto che lo aveva investito. In un’intervista del 2006, Placanica disse che alcuni dei suoi colleghi avevano colpito Giuliani sulla fronte con un sasso (ma al momento in cui sarebbe avvenuto il fatto Placanica non si trovava sul posto).
Diversi degli agenti presenti, che quindi avevano probabilmente sentito gli spari, hanno ipotizzato fin da subito che la morte di Giuliani fosse stata causata proprio da un sasso lanciato dagli stessi manifestanti. Dopo pochi minuti dagli spari, non appena la polizia era tornata a occupare la piazza, un agente iniziò a gridare contro un manifestante, accusandolo di aver lanciato un sasso che aveva ucciso Giuliani. In una telefonata registrata con uno dei suoi comandanti e usata durante il processo sulla morte di Giuliani, uno dei carabinieri sul posto disse che Giuliani era stato investito, che forse era stato colpito da un sasso o forse da un proiettile. Il generale con cui il carabiniere era al telefono si stupì molto per queste contraddizione e gli chiese come potesse avere dei dubbi sulle cause della morte di Giuliani: «Ma non lo hai mai visto un morto ammazzato?». Alle 18, nella prima conferenza stampa tenuta dopo la morte di Giuliani, la polizia parlò di un manifestante spagnolo probabilmente ucciso da un sasso, ma pochi minuti dopo le agenzie cominciarono a diffondere le prime dichiarazioni dei medici che parlavano invece di uno sparo. L’unico fotografò che riuscì ad avvicinarsi al corpo di Giuliani in quei primi istanti venne picchiato e le sue due macchine fotografiche furono distrutte dagli agenti presenti.
L’altro principale punto di contrasto sulle versioni è in quale direzione sparò Placanica. Secondo i PM, Placanica non stava prendendo la mira esplicitamente su Giuliani, anche perché, da una serie di esami autoptici e balistici, sembra che nel cranio di Giuliani sia entrato un oggetto più piccolo di un’ogiva di proiettile, come se il proiettile sparato si fosse frantumato su un ostacolo prima di colpire Giuliani (il frammento di proiettile ha attraversato il cranio di giuliani ed è uscito dall’altra parte, e non è stato mai recuperato). I magistrati hanno lasciato aperte due ipotesi: la prima, che Placanica abbia cercato di sparare in aria; la seconda, che abbia sparato senza prendere di mira nessuno in particolare, accettando il rischio di colpire qualcuno. In entrambe le circostanze Giuliani sarebbe stato colpito per una coincidenza incredibilmente sfortunata: il proiettile sparato dal carabiniere avrebbe colpito un sasso che si trovava in aria (e che si può vedere esplodere nel filmato di quei momenti) e un suo frammento avrebbe colpito poi Giuliani.
Secondo gli esperti di parte della famiglia, invece, il sasso che si vede nel filmato sarebbe esploso dopo aver colpito lo spigolo della camionetta, mentre il colpo sparato da Placanica sarebbe stato esplicitamente mirato contro Giuliani. Per spiegare come mai nel cranio non siano state trovate tracce del passaggio di un’ogiva intera, il sito Piazzagiuliani.org ha formulato una teoria secondo cui Placanica aveva in dotazione una pistola con proiettili di gomma non autorizzati all’utilizzo in Italia. I magistrati hanno ritenuto che, in ogni caso, Placanica si trovava in una situazione di pericolo, chiuso all’interno di un auto bloccata e circondata di manifestanti ostili. Indipendente dalla direzione nella quale ha esploso i colpi, dicono i magistrati, Placanica ha agito per legittima difesa. Nel 2003 il GIP accolse la loro richieste di archiviazione. Nessun ufficiale è stato indagato o processato per la conduzione dell’azione in piazza Alimonda o per il presunto depistaggio delle indagini. Nel 2011 la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha assolto completamente il governo da tutte le accuse di aver contribuito indirettamente alla morte di Giuliani.

venerdì 19 luglio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Il 19 luglio 1620 ebbe inizio il cosiddetto "Sacro Macello della Valtellina".
La tradizione cristiano-cattolica in Italia è un dato di fatto difficile da smentire. Per la particolarità della presenza dello stato Vaticano sul territorio nazionale e la nascita stessa del potere temporale della Chiesa a Roma ancora in epoca romana, è difficile pensare a questa nazione separatamente da questa fede, che di fatto contraddistingue ancora oggi molte scelte e di costume e politiche.
 Tuttavia, all’indomani della riforma protestante, alcune eco della dottrina luterana si hanno anche in Italia, sebbene la maggior parte non abbia modo di radicarsi o creare vere e proprie comunità di fedeli a causa della forte repressione messa in atto dalla macchina della Controriforma e dal proprio braccio armato, la Santa Inquisizione.
 Curiosamente per altro, proprio tra i movimenti pauperistici - quelli più vicini a un ritorno al Vangelo, proprio in linea con il pensiero luterano - si reclutano i principali componenti dell’Inquisizione, e sicuramente la causa è che proprio all’interno di questi movimenti si erano individuati dei predicatori tacciati di eresia, presto fuggiti verso la Svizzera.
 E proprio sul confine con la Svizzera - ove le dottrine di Calvino, Lutero e Zwingli erano ormai praticate dalla maggioranza della popolazione - si scatena all’inizio del 1600 una vera e propria guerra di religione.
 All’epoca la Valtellina, crocevia di commerci tra l’Italia e l’Europa continentale, è territorio della Confederazione Elvetica, facendo parte nello specifico del Canton Grigioni. Questa valle - strategica dal punto di vista geografico - era stata fino al 1512 parte del Ducato di Milano, dominato dagli Sforza, e come conseguenza la popolazione valtellinese si sentiva legata al destino della città padana assai più che a quello dei più vicini svizzeri, visti invece come e veri e propri dominatori stranieri.
 A ciò si aggiunga che nel 1504 si ha un avvenimento che segna inesorabilmente il destino di questo territorio: a Tirano appare la Madonna, per la quale viene edificato un magnifico santuario barocco. Questo evento porta con sé inevitabilmente un rafforzamento della fede cattolica tra la popolazione, proprio pochi anni prima di passare forzatamente sotto il dominio degli svizzeri riformati, e per questo ancora più mal sopportati.
 Nonostante la tolleranza in materia religiosa mostrata dagli Svizzeri, si radicalizzano posizioni di fanatismo religioso cattolico, fomentate anche da predicatori inviati dal Ducato di Milano sia per contrastare la Riforma sia nella speranza di un sollevamento popolare e di una riconquista dello strategico territorio, corridoio verso l’Austria asburgica.
 Con il diffondersi della Controriforma, la Basilica della Madonna di Tirano inizia ad essere vista come l’ultimo baluardo del cattolicesimo tra gli infedeli, visione questa assai sponsorizzata dall’arcivescovo meneghino Carlo Borromeo, che ne diviene un fedele devoto facendo importanti visite pastorali nella cittadina valtellinese.
 Al proselitismo di Borromeo si aggiunge a partire dal 1587 lo zelo del nuovo arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, che contrasta con forza il dilagare nella valle della fede protestante, anche infrangendo la legge.
 La convivenza tra protestanti e cattolici diviene sempre più difficile e sfocia in una vera e propria escalation di violenza. Nel 1569 il pastore della chiesa riformata di Morbegno, l’ex frate minorita Francesco Cellario, viene rapito da alcuni frati domenicani e portato in catene a Roma, dove verrà impiccato e poi bruciato a Ponte Sant’Angelo il 25 maggio dello stesso anno, a seguito di un lungo interrogatorio volto a farlo abiurare.
 Il clima in Valtellina si fa dunque sempre più teso, i cattolici sempre meno disposti a una pacifica tolleranza dei dominatori protestanti e sempre più sprezzanti delle leggi che tentano di mantenere il delicato equilibrio tra le due comunità. Il pastore protestante Scipione Calandrini, tra i maggiori promotori di una politica basata sul reciproco rispetto e tolleranza tra le confessioni, è vittima di un tentato omicidio a cui fa seguito il tentativo, sempre per mano cattolica, di rapirlo per consegnarlo alla Santa Inquisizione, progetto che comunque non va a buon fine.
 In tutta risposta, le autorità grigionesi, ritenendo il Rusca responsabile del tentato omicidio, il 24 luglio 1618 fanno arrestare l’arciprete di Sondrio perché venga processato a Thusis. Il processo inizia il 1° settembre dello stesso anno ma non si conclude poiché l’arciprete muore a seguito delle torture subite il 4 settembre, senza aver confessato nulla. E questo avvenimento è l’inizio di una vera e propria guerra di religione.
 Nel 1619 viene convocato un sinodo protestante a Tirano e nel contempo se ne tiene uno cattolico a Como. Le provocazioni tra le due comunità vanno intensificandosi, fino alla fatale notte tra il 18 e il 19 luglio del 1620 quando un vero e proprio kommando di fanatici cattolici, guidato da Giacomo Robustelli, si abbatte sui protestanti per vendicare la morte del Rusca.
 In successione e con lucida crudeltà vengono uccisi quasi tutti i protestanti della comunità tiranese; viene poi messa a ferro e fuoco Teglio, dove si mette in atto una vera e propria strage all’interno della Chiesa evangelica stessa dove i protestanti avevano cercato rifugio, senza avere pietà per donne e bambini, arsi vivi nel campanile. Ultima tappa Sondrio, da cui solo un esimio gruppo di 70 persone armate riesce a fuggire e trovare rifugio in Engadina. Si calcola che in questo spaventoso pogrom, chiamato dallo storico Cesare Cantù Sacro Macello della Valtellina, siano state trucidate circa 600 persone.
 Un capitolo sanguinoso per la storia di una piccola comunità montana che diviene protagonista della grande storia europea, seppure nel peggiore dei modi: il Sacro Macello valtellinese infatti, assieme alla rivolta anti-asburgica della Boemia, è tra le cause della Guerra dei Trent’anni (1618 – 1648).
 Alla fine del primo periodo della guerra, nel 1639, la Valtellina sarebbe tornata in mano ai Grigioni, dominazione a cui sarebbe rimasta soggiogata fino all’annessione nel 1797 alla Repubblica cisalpina. Il ritorno alla Svizzera avvenne a condizione che nella regione venisse accettata la sola fede cattolica.
 La valle si contraddistingue per tutto il secolo successivo per la forte presenza di fenomeni di stregoneria, prontamente repressi dalla lunga mano della Controriforma, perfettamente in linea con quanto succede negli altri territori di confine tra cattolicesimo e protestantesimo in tutta Europa.

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