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venerdì 16 novembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 novembre.
Il 16 novembre 1992 nel Suffolk, in Inghilterra, viene rinvenuto il "tesoro di Hoxne".
Il tesoro di Hoxne (pronunziato ‘Hoxon’) consiste di oltre 15.000 monete in oro e argento, gioielli in oro e numerosi piccoli oggetti per la tavola in argento, fra cui pepaiole, mestoli e cucchiai.
Sono stati rinvenuti inoltre tracce di una grande cassa di legno e cofanetti più piccoli con minuscoli lucchetti d’argento, in cui il tesoro era stato attentamente celato. È stato scoperto da Eric Lawes, che segnalò immediatamente il ritrovamento e non rimosse tutti gli oggetti dalla terra. Grazie a tale condotta responsabile l’Unità archeologica del Suffolk poté condurre uno scavo controllato del deposito, il che ha reso ancora più importante il tesoro di Hoxne per la ricerca futura.
Gli oggetti in argento sono tutti piuttosto piccoli: il grosso di questo gruppo consiste di circa 100 cucchiai e mestoli. Quest’ampia collezione di argenteria avrebbe quasi sicuramente incluso recipienti più grandi in argento, come quelli del tesoro di Mildenhall, ma non si sa dove siano finiti. Un manico d’argento nella forma di una tigre femmina, apparentemente staccato volutamente da un alto vaso, indica l’esistenza di almeno uno di tali recipienti da tavola più grandi. L’insolito insieme di gioielli comprende una catenella per il corpo, un esiguo gruppo di collane, tre anelli da dita e 19 braccialetti.
Dall’ultima data di emissione delle monete trovate si è potuto stabilire che il tesoro fu sotterrato dopo il 407/408 d.C. Questo era il periodo in cui il dominio romano in Britannia si andava sgretolando e il tesoro di Hoxne potrebbe essere legato a tale situazione. L’attento sotterramento del tesoro indica in tutta probabilità che il proprietario intendeva tornare per recuperarlo, ma che non vi riuscì per ragioni che non conosciamo.
Il tesoro è composto per lo più di monete d'oro e d'argento e da gioielleria, per un totale di 3,5 kg d'oro e 23,75 kg d'argento. Fu collocato in una cassa di legno, realizzata in tutto o in gran parte in rovere, e misurante 60×45×30 cm circa. All'interno della cassa, alcuni oggetti furono disposti in scatole più piccole, realizzate in legno di tasso e ciliegio, mentre altri oggetti furono avvolti in panni di lana o deposti nella paglia. La cassa e le scatole interne si dissolsero quasi completamente dopo la deposizione nel terreno, ma frammenti della cassa e i suoi elementi in metallo furono recuperati durante lo scavo.
I principali oggetti ritrovati sono:
    569 solidi (monete d'oro)
    14.272 monete in argento, tra cui 60 miliarenses e 14.212 siliquae
    24 nummi (monete in bronzo)
    29 pezzi di gioielleria in oro
    98 cucchiai e mestoli in argento
    una tigre in argento, manico di un contenitore perduto
    4 coppe in argento e un piccolo piatto
    1 bricco in argento
    1 vasetto in argento
    4 pepaiole, tra cui la pepaiola "Imperatrice"
    oggetti da toletta come stuzzicadenti
    2 lucchetti in argento, provenienti da contenitori in legno o cuoio scomparsi
    tracce di materiali organici, come una piccola pyxis in avorio.
Le monete sono gli unici artefatti del tesoro di Hoxne per i quali è possibile determinare la data e il luogo di produzione. Tutte le monete auree e molte di quelle in argento recano i nomi e i ritratti degli imperatori romani sotto i quali furono coniate; molte recano ancora i segni di zecca originali, con i quali è possibile determinare il luogo di produzione e verificare il sistema di coniazione romano, in cui zecche provinciali coniavano monete secondo un modello comune. In totale, 14 zecche romane coniarono le monete del tesoro di Hoxne: Treviri, Arelate e Lione (in Gallia), Ravenna, Milano, Aquileia e Roma (in Italia), Siscia (moderna Croazia), Sirmio (moderna Serbia), Tessalonica (in Grecia), Costantinopoli, Cizico, Nicomedia, Antiochia (moderna Turchia).
Le monete furono coniate sotto tre dinastie romane: le prime sotto gli ultimi rappresentanti della dinastia costantiniana, seguite da quelle coniate sotto gli imperatori valentiniani, per finire con le monete coniate sotto la dinastia teodosiana.
 Il sistema di gestione collegiale del potere, noto come Consortium imperii, faceva sì che ciascun imperatore coniasse monete anche a nome dei propri colleghi nelle zecche sotto la propria giurisdizione; il fatto che gli imperatori d'Oriente e quelli d'Occidente avessero regni che si sovrappongono tra loro permette di datare le introduzioni dei nuovi tipi di monete anche all'interno del regno di ciascun imperatore. Così le monete più recenti del tesoretto, quello dell'imperatore d'Occidente Onorio (393–423) e del suo avversario Costantino III (407–411) possono essere datate ai primi anni dei loro regni, in quanto corrispondono alle monete coniate sotto l'imperatore d'Oriente Arcadio, che morì nel 408. In questo modo le monete forniscono un terminus post quem per la deposizione del tesoretto, che non fu nascosto prima del 408.
Le siliquae presenti nel tesoro furono coniate per lo più nelle zecche occidentali della Gallia e dell'Italia. Non è noto se ciò sia dovuto al fatto che monete provenienti più da oriente raggiungessero raramente la Gran Bretagna attraverso le vie commerciali, o perché le zecche orientali coniavano raramente le siliquae. La produzione di monete sembra inoltre seguire la residenza della corte imperiale; ad esempio, la frequenza di monete di Treviri è molto accentuata dopo il 367, forse come conseguenza dello spostamento della corte dell'imperatore Graziano in quella città.
Il tesoro è attualmente conservato presso il British Museum.

giovedì 15 novembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1848 Pellegrino Rossi, primo ministro del papa Pio IX, viene assassinato sulle scale della Cancelleria, poco tempo prima della fuga del Papa verso Gaeta. Un delitto ancora avvolto nel mistero.
Chi decretò la sua condanna a morte e soprattutto quali responsabilità particolari aveva? Pellegrino Rossi non fu ministro della Giustizia, ma, nella sostanza, primo ministro del Papa: e soprattutto non fu reazionario. Chi vuole maggiori informazioni sulla sua persona e sulle circostanze del suo assassinio nel palazzo della Cancelleria, il 25 novembre 1848, potrà leggere un libro di Giulio Andreotti apparso presso Rizzoli nel 1974 («Ore 13: il ministro deve morire»). Consigliato anche agli studiosi di Andreotti. Scopriranno che il vecchio uomo politico democristiano, molto noto anche per le sue frequentazioni vaticane, non sembrava avere grande considerazione né per il talento politico né addirittura per le doti intellettuali di Pio IX. Nella storia italiana dell' Ottocento Pellegrino Rossi è un outsider, un personaggio molto interessante e difficilmente classificabile. Nacque a Carrara nel 1787, fece i suoi studi a Bologna e fu partigiano di Gioacchino Murat quando questi, dopo la caduta di Napoleone, cercò di riconquistare il trono di Napoli. Costretto a lasciare l' Italia dopo il fallimento dell'impresa, trovò asilo a Ginevra dove divenne cittadino svizzero, fece una brillante carriera accademica, fu eletto al Consiglio rappresentativo del cantone e venne incaricato di progettare una nuova Costituzione federale.
Propose un «Patto» che avrebbe modificato i rapporti di forza fra cantoni e governo centrale. Ma i cantoni reagirono polemicamente e Rossi preferì andarsene a Parigi dove divenne professore di economia politica al Collège de France e di diritto costituzionale alla Sorbona. Le sue idee piacquero al maggiore statista liberale della Francia di allora, François Guizot, e Rossi, in poco più di dieci anni, ebbe la cittadinanza francese, fu incaricato di una missione speciale presso il Vaticano, divenne conte, pari di Francia e finalmente, dal 1845, ambasciatore del suo nuovo Paese presso la Santa Sede.
Era a Roma dunque quando il Conclave elesse un nuovo Papa nella persona di Pio IX. Ed era a Roma quando la rivoluzione francese del marzo 1848 detronizzò Luigi Filippo, costrinse Guizot a fuggire in Inghilterra e instaurò la repubblica. Rossi perdette il posto, naturalmente, ma rimase a Roma, dove sapeva di poter contare sulla simpatia di un Papa a cui aveva dato molti buoni consigli nel periodo in cui Pio IX sembrò essere la guida morale di un grande Risorgimento nazionale. Fu così che nell'estate del 1848, dopo avere concesso ai suoi sudditi una Costituzione, Papa Mastai dette a Pellegrino Rossi la cittadinanza dei suoi Stati e lo chiamò a dirigere il governo. Non credo esista un altro uomo politico, nella storia dell' Ottocento, che abbia avuto tre cittadinanze e importanti incarichi politici in tre diversi Paesi.
Divenuto il Primo ministro di Pio IX, si buttò nel lavoro con grande entusiasmo. Voleva abolire i privilegi feudali, sopprimere le esenzioni fiscali, separare il potere secolare da quello ecclesiastico. E credette di potere realizzare questi obiettivi grazie al sostegno del Papa. Ma le sue riforme erano intollerabilmente liberali per la Curia, pericolosamente egualitarie per i conservatori, insufficientemente democratiche per i patrioti: troppi nemici per un uomo che Pio IX, a giudicare dal libro di Andreotti, stava gradualmente abbandonando. L' epilogo della breve carriera romana di Pellegrino Rossi cadde nel giorno in cui avrebbe dovuto pronunciare un importante discorso nel palazzo della Cancelleria di fronte ai membri, da poco eletti, del nuovo parlamento. Molti, fra cui lo stesso Papa, lo avevano esortato nelle ore precedenti a essere prudente. Erano suggerimenti amichevoli, ma anche forme di intimidazione. Rossi non volle dare retta a nessuno e mantenne l'impegno. Ma quando uscì dalla carrozza nel cortile della Cancelleria e una folla di dimostranti si strinse intorno alla sua persona, un uomo lo toccò alla gamba con un bastone. Era un segnale. Non appena Rossi si voltò di scatto, il pugnale di un assassino gli troncò la vena giugulare.
Vi fu un processo, parecchi anni dopo. I giudici esaminarono un certo numero di imputati, ritennero di avere individuato i membri del complotto e il materiale esecutore dell' assassinio. Ma non seppero o non vollero scoprire chi, dietro le quinte, avesse desiderato e progettato la morte di Pellegrino Rossi. Sembra del resto che Pio IX, quando gli fu data la notizia della morte, abbia detto: «Doveva finire così perché si era reso inviso a tutti».

mercoledì 14 novembre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 novembre.
Il 14 novembre 1934 l'Italia campione del mondo accetta la sfida "amichevole" con l'Inghilterra, in quella che poi divenne nota come la "battaglia di Highbury".
Si tratta probabilmente della sconfitta più celebre della nostra rappresentativa, per come essa maturò e per la fama dei nostri avversari. Gli Inglesi erano gli inventori del football, e per questo godevano al tempo di un prestigio senza pari. Si permisero addirittura di non partecipare ai primi tre campionati del mondo (’30, ’34 e ’38): li consideravano inutili, i migliori erano loro a prescindere. Tuttavia si toglievano lo sfizio di organizzare a casa loro un incontro amichevole con la squadra vincitrice del torneo: toccò nel ’30 all’Uruguay e nel ’34 all’Italia (al suo primo titolo mondiale).
La partita di Highbury passò alla storia perché la Nazionale italiana – in dieci uomini dal secondo minuto e sotto di tre gol dopo meno di un quarto d’ora – sfiorò il pareggio nella ripresa, dando eccellente prova del suo valore su un campo a dir poco ostile.
La cronaca della partita fu scritta, anni dopo il match, da Gianni Brera. Qualcuno nel leggerla si domandò se fosse più memorabile la partita o il racconto che ne fece il celebre giornalista sportivo.
"Come già nel 1930 con l’Uruguay, l’Inghilterra si è degnata di invitare l’Italia a una conferma del proprio valore. La data proposta per l’incontro è il 14 novembre: o prendere o lasciare. In novembre il cielo inglese è un innaffiatoio. Se ci fate caso, tutti i confronti importanti per gli inglesi hanno luogo in novembre: sull’erba fradicia, il loro gioco mazzolato e veloce non ha quasi avversari.
Poiché il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudarci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi. L’incontro avverrà dunque ad Highbury, sul campo dell’Arsenal. Pozzo ha ricevuto ordine da Roma di combinare ad ogni costo e dopo vane insistenze ha accettato la data e il luogo. Sua intenzione sarebbe stata di giocare in primavera: ma gli inglesi non ne hanno voluto sapere.
L’incontro di Highbury viene ricordato da tutti gli italiani in termini di retorica delirante. Nelle sue memorie, Pozzo ne ha quasi pudore ma il fatto è che la squadra gli si è ulteriormente invecchiata dopo il mondiale. Lo sforzo l’ha molto logorata: due benestanti quali Combi e Schiavio hanno chiuso la carriera; lo stesso Monti ha superato i 33: è duro assai riprendere, dopo certe fatiche. Pozzo sostituisce Combi con Ceresoli, che è in forma spettacolosa, e Schiavio con Meazza; il posto di interno destro viene preso da Serantoni, molto grato al Peppin, suo maestro e donno nell’Ambrosiana.
Gli inglesi sanno di Monti che è un pericolo pubblico, e forse badano di sistemarlo prima che possa fare danno anche a loro, orgogliosi professionisti della pedata. Non sono contemplate sostituzioni e, del resto, nessuno si accorge che Monti si è fratturato un dito del piede e ha dovuto abbandonare il campo. Gli inglesi si avventano con la terrific stàmina di sempre. Sopraffatta sul ritmo, la nostra difesa viene infilata tre volte nel giro di soli 12′. Si profila una Waterloo mortificante. E per fortuna Ceresoli para un calcio di rigore!
Gli azzurri sono straniti e insieme furenti. Ferraris IV prende il posto di Monti, Serantoni retrocede in mediana. Volano calcioni sesquipedali. Nell’area di Ceresoli avvengono scene di gladiatoria e persino cinica violenza. Gli inglesi incominciano ad accorgersi di aver esagerato nell’umiliarci. I dieci leoni di Highbury contengono il passivo in tre reti nel primo tempo: e nel secondo vincerebbero addirittura  se Orsi non fosse annichilito dalla fifa. Peppin Meazza si trova due palloni utili e li infila: uno di piede al volo; uno di testa, su punizione di Ferraris IV. Sbagliano gol fatti Guaita e Ferrari. Latita come sempre – quando fa caldo – il violinista Orsi.
Nonché lodare gli azzurri campioni del mondo, la stampa inglese ha l’aria di deplorare che undici campioni come i loro non abbiamo insistito nell’umiliare quei dieci poveracci di wops (italiani). Ma da noi è ben diversa musica, come si può capire. Il calcio ha preso il sopravvento sul ciclismo, del quale non riusciamo a vincere il campionato mondiale dall’anno 1932. Di quanto dice la critica straniera non ci si cura più di tanto: in effetti, qualcuno che è stato ad Highbury nel 1934 mi racconterà di aver visto tutto fuorché calcio da parte italiana: calcioni, spintoni, cravatte, sputi in faccia (da parte di Serantoni; ma la nebbia fluttuante ha impedito al mio interlocutore di controllare i gesti di Allemandi e Ferraris IV).
Racconto queste cose per non entrare nel novero dei piaggiatori: ammetto però di essermi esaltato a mia volta nell’ascoltare Carosio. Leggendo i giornali ho poi cercato di capire come fosse andata realmente: ahimè, le cronache erano improntate come sempre all’enfasi, non all’esame tecnico della partita."

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