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mercoledì 14 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 aprile.
Il 14 aprile 2004 Fabrizio Quattrocchi, un paramilitare in Irak assunto da una compagnia di guardie del corpo, viene ucciso con due colpi di pistola dai rapitori che avevano catturato lui e altri tre suoi colleghi. Aveva 36 anni. I terroristi arabi lo avevano rapito alcuni giorni prima insieme ai suoi colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio perché, così facendo, volevano costringere i soldati italiani a lasciare l’Irak. Questi ultimi tre furono liberati dalle truppe americane l’8 giugno 2004, dopo 58 giorni di prigionia.
La morte di Quattrocchi suscitò una forte emozione in tutto il mondo. Ripreso in video da un tale Abu Yussuf, che tra l’altro parlava italiano, le immagini ci mostrano il giovane genovese con blue jeans e maglietta, le mani legate dietro la schiena, la testa coperta da uno straccio, inginocchiato davanti ad un fosso. Poco prima di essere ucciso, Quattrocchi si rivolge al suo assassino e gli dice, distintamente e con voce ferma: “Adesso ti faccio vedere come muore un italiano”. Furono le sue ultime parole. Subito dopo due colpi di pistola lo colpirono alla testa e al torace ponendo fine alla sua esistenza. I resti di Fabrizio Quattrocchi, dilaniati e mutilati, furono restituiti all’Italia solo il 21 maggio 2004. I funerali avvennero, in forma solenne, il 29 maggio nella cattedrale genovese di San Lorenzo.
Su proposta dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, il 13 marzo 2006 a Fabrizio Quattrocchi venne conferita la medaglia d’oro al valor civile alla memoria. Consegnandola ai famigliari, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ne lesse la motivazione: “Vittima di un brutale atto terroristico rivolto contro l’Italia, con eccezionale coraggio ed esemplare amor di Patria, affrontava la barbara esecuzione, tenendo alto il prestigio e l’onore del suo Paese, 14 aprile 2004 – Irak”.
Con la sua morte venna svelata la realtà del conflitto iracheno,  cioè la realtà di una guerra cruenta e selvaggia dove le truppe regolari dei vari Paesi impegnati nel teatro delle operazioni non potrebbero agire come fanno, se non fossero affiancate da privati armati specializzati in quel lavoro di protezione delle persone che i normali militari non sono in grado di eseguire semplicemente perché non sono addestrati a farlo.
“Noi non cacciavamo nessuno – scrive in un diario una di queste guardie del corpo – eravamo le prede, dovevamo contare solo sulla prevenzione: non farci precedere e analizzare, in questo modo saremmo riusciti a rimanere vivi e a proteggere con successo i nostri Vip”. E aggiunge: “Non importa chi stai proteggendo, se un generale, un manager, un giudice o il presidente degli Usa, stai proteggendo una vita completamente nelle tue mani. La responsabilità di questa professione, da molti criticata ingiustamente, supera qualsiasi nobile sentimento; è una virtù, anzi un dono che pochi hanno. Molti professionisti sono dei grandi combattenti, dei killer nati, ma non hanno il dono di essere guardiani della vita altrui”.
Nella primavera del 2004 il gruppo di italiani diretti in Irak si incontrò all’aeroporto romano di Fiumicino, pronto ad imbarcarsi su un volo della Air Jordanian alla volta di Amman, in Giordania. Spinelli, Umberto Copertino e altri due appartenevano alla BGE 2000, una società di sicurezza francese con sede a Nizza. Erano tutti professionisti provenienti da varie forze armate italiane, erano stati istruiti dai reparti speciali dell’esercito israeliano e avevano partecipato a corsi con ex operatori dei corpi scelti americani della STTU di Los Angeles. Fu in quell’occasione che Spinelli e i suoi amici videro per la prima volta Salvatore Stefio, direttore della Praesidium Corporation, e cioè colui che li aveva assunti per quell’operazione. A offrire l’opportunità fu un ufficiale della Marina Militare Italiana che, a bordo di una motovedetta ormeggiata nel porto di Bari, disse loro che si trattava di un lavoro pulito e legale, in quanto consisteva nel proteggere uomini d’affari di una multinazionale americana.
Arrivati ad Amman, furono accolti “da un uomo sulla trentina con un forte accento genovese, alto circa 190 centimetri. Vestiva con un classico abbigliamento di chi opera in Paesi desertici, Desert boot dell’Alabama, pantaloni color sabbia della 511, una camicia scura e una kefiah verde e nera al collo, la stessa usata dagli uomini della Coalizione in Afghanistan”. Questo personaggio, che si presenta col nome di Kriss  pare che fosse piuttosto arrogante ma anche molto amico di Fabrizio Quattrocchi. E fu proprio Fabrizio che la comitiva incontrò all’Hotel Babylon di Baghdad, dove il genovese (ex caporalmaggiore degli alpini ed esperto di arti marziali) lavorava come guardia del corpo degli ospiti dell’ottavo piano. Ma in quell’occasione Stefio ricevette una telefonata dall’ufficiale della Marina Militare Italiana: l’operazione era saltata e tutti se ne potevano tornare a casa. Era successo che la Bearing Point, la compagnia americana che aveva richiesto i servizi del gruppo italiano, si era spaventata per l’eccesso di rischio in terra irakena e aveva sciolto il contratto. In pratica, erano tutti disoccupati, tranne Quattrocchi il cui mandato scadeva un mese dopo. Per lui, dunque, la disoccupazione era solo posticipata di trenta giorni. Che fare, quindi? Fu così che a Stefio venne la brillante idea di inviare i suoi ex dipendenti al CPA di Baghdad, e cioè lo stato maggiore delle forze di occupazione americane, per chiedere lavoro. La proposta era meno peregrina di quel che sembra, in quanto in Irak operava già da un pezzo la Compagnia delle Indie, cioè una società che forniva guardie private armate e che lavorava per il Dipartimento della Difesa americano sin dal 1948. La Compagnia delle Indie, da non confondersi con l’omonima società britannica di ottocentesca memoria, recentemente aveva condotto “operazioni particolari in Afghanistan, Bosnia Erzegovina e in altre aree di conflitto”.
Non tutti i componenti del gruppo erano d’accordo. Alcuni volevano tornare in Giordania e da lì prendere il primo volo per Roma. Per farla breve, l’indomani mattina Spinelli, Quattrocchi e Kriss si recarono al Gardenia Hotel, quartier generale della Compagnia delle Indie, dove vennero subito assunti con la paga mensile di diecimila dollari a testa. Spinelli e Kriss avrebbero preso servizio subito, Quattrocchi alla fine del suo mandato. Anche perché, prima di dedicarsi alla nuova occupazione, voleva accompagnare gli altri suoi amici, quelli che volevano tornare in Italia, in Giordania.
Ma il destino aveva ben altro in serbo per lui. Infatti fu proprio durante quel trasferimento da Baghdad ad Amman che Quattrocchi, Cupertino, Agliana e Stefio vennero rapiti dai terroristi islamici. E Fabrizio venne scelto come vittima sacrificale.
Fabrizio Quattrocchi, insomma, non era, al contrario di molti suoi colleghi, un uomo in cerca di emozioni forti, che sfogava nelle armi e nella violenza una mal interpretata voglia di vivere e di protagonismo. Lui voleva soltanto fare quel mestiere per mettersi qualche soldo da parte e poi tornarsene a casa dalla fidanzata.
D’altra parte il rischio di quell’attività paramilitare era veramente elevato. Soprattutto in caso di imboscata, mentre ci si trasferiva in auto da un posto all’altro. La sorte dell’equipaggio in quelle circostanze era questa: tutti morti, altrimenti sarebbero stati mutilati terribilmente, è difficile uscire intero quando una bomba di artiglieria esplode a un metro di distanza. Le schegge, lanciate dall’esplosione a mille metri al secondo, distruggono qualsiasi blindatura, squarciano i giubbotti antiproiettile e penetrano nelle membra. Le carni vengono lacerate e bruciate dalle schegge incandescenti, destabilizzate dalla velocità prodotta dall’onda d’urto. Le parti ossee del corpo vengono tagliate senza nessuna difficoltà e le ferite, molto irregolari, non lasciano scampo. E’ l’incubo peggiore, in Irak e in tutte le guerre, accade così rapidamente che non si ha il tempo di capire; se si è colpiti dall’esplosione l’unica cosa che si può sperare è di morire sul colpo e non tra dolori lancinanti in un letto d’ospedale.
Questo è quello che rischiano i contractors, oltre alla truppe regolari, in uno scenario di guerra. C’è da domandarsi, però, perché il ruolo di questi uomini non sia mai stato ben chiarito nel nostro Paese. La Radio Televisione della Svizzera Italiana (RTSI) il 14 maggio del 2004, durante il programma “Falò” ha mandato in onda un ampio servizio sulle guardie di sicurezza private operanti in Irak. L’inchiesta era nata da un’idea della Televisione Svizzera Francese. Nel reportage, durato quasi 40 minuti, gli ultimi otto minuti sono dedicati alla Praesidium Corporation, la compagnia di sicurezza per cui lavorava Quattrocchi. Nel video si vede appunto il giovane genovese, armato di fucile automatico e pistola, mentre sorveglia la zona dove si sta svolgendo l’intervista. In altre inquadrature si vedono Quattrocchi e altri due mentre si allenano sparando col fucile in un’area desertica. Il servizio diceva chiaramente che la Praesidium non addestrava forze armate irakene, né era impegnata in combattimenti al fianco delle truppe americane. Veniva invece spiegato che la missione di Quattrocchi e colleghi consisteva nel proteggere persone e infrastrutture. Perché questo servizio televisivo non è mai stato trasmesso in Italia?

martedì 13 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 aprile.
Il 13 aprile è il giorno convenzionale del capodanno thailandese, chiamato Songkran. I festeggiamenti durano normalmente fino al 15.
Il Songkran è  principalmente una festa religiosa che segna l'inizio dell'anno buddistha, e per i tradizionalisti rimane tale, mentre ha assunto per molti altri un senso molto più moderno e festaiolo.
Infatti la tradizione vuole che che si facciano offerte al tempio bagnando le immagini di Buddha con schizzi di acqua e pulendo a fondo le loro dimore.
Per augurare buona fortuna in modo molto più festaiolo invece si getta acqua sui passanti, una vera e propria guerra di gavettoni e secchiate d'acqua che però non può dare fastidio più di tanto considerando le temperature del periodo.
In effetti è anche conosciuto come Festival dell'acqua (Water Festival) proprio perchè la gente crede che l'acqua lavi via la sfortuna.
Curiosi sono i modi per gettare l'acqua, da secchi e canne per l'acqua, ai mitra d'acqua e fino agli elefanti.
Il Songkran segna l'ingresso nel segno dell'Ariete ed il suo nome completo è Songkran Maggiore (Maha Songkran).
Questa festività non è solamente propria della Thailandia, ma viene osservata anche in Myanmar (Birmania), Laos e Cambogia.
Narra la tradizione di un giovane molto intelligente con una capacità di apprendimento incredibile e con la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli. Il Dio Kabil Maha Phrom era invidioso di questo, e decise di scendere sulla terra per sfidare il giovane con tre indovinelli da risolvere in sette giorni. La posta in palio era la testa del perdente.
Il giovane vista la difficoltà degli indovinelli decise di scappare per uccidersi piuttosto che sottostare alla sconfitta. Proprio durante la fuga, fermatosi un attimo per riposare ai piedi di un albero, sentì casualmente un'aquila consolare i suoi piccoli affamati, dicendo loro che presto avrebbero potuto sfamarsi con il corpo del giovane. L'aquila raccontò ai suoi piccoli della scommessa, degli indovinelli e soprattutto diede loro anche le risposte.
A quel punto il giovane accettò la sfida vincendola e il Dio fu costretto a privarsi della testa, però molto pericolosa, in quanto se avesse toccato terra sarebbe esploso tutto e se fosse finita in mare avrebbe prosciugato tutta l'acqua a seguito di un immenso calore.
Venne allora riposta in una caverna nel Paradiso delle divinità e ogni anno una delle sette figlie del Dio, a turno, porta in processione la testa del padre seguita da molte divinità, ovviamente durante il Songkran.
Il giorno della vigilia si tengono le pulizie delle case, mentre il giorno 13 i credenti aprono i festeggiamenti alla mattina con la processione al tempio (Wat) del villaggio per portare le offerte ai monaci, disposti in piedi attorno ad un lungo tavolo e con le ciotole allineate pronte a ricevere frutta, dolci e riso.
Il pomeriggio è dedicato alla cerimonia di purificazione dell'immagine del Buddha, dopo la quale si può dare inizio alla festa del versamento dell'acqua. I più giovani omaggiano, versando rispettosamente nel palmo delle mani degli anziani e dei loro cari acqua profumata. Di seguito li aiutano poi ad asciugarsi e indossare abiti freschi e puliti con cui celebrare il nuovo anno in maniera degna.
Nei tre giorni della festa i fedeli, con candele, bastoncini di incenso e bottigliette di acqua profumata, si recano al tempio, accendono una candela e tre bastoncini di incenso posizionandoli assieme ad una coroncina di fiori nei recipienti di fronte all'altare del Buddha. Inginocchiatisi di fronte all'immagine sacra poi nel classico gesto di preghiera che vuole i palmi delle mani uno contro l'altro e toccando ripetutamente la fronte a terra, terminano il rito versando una piccola quantità di acqua nelle mani della statua del Buddha.

lunedì 12 aprile 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 aprile.
Il 12 aprile 1961 Yuri Gagarin giungeva là, dove nessun uomo era mai giunto prima.
Il 12 aprile 1961, alle 9:07 ora di Mosca, dalla base spaziale di Bajkonur in Kazakistan decollava la Vostok 1, prima navicella spaziale con equipaggio umano. I 108 minuti che seguirono la videro compiere un'orbita completa intorno alla Terra per poi atterrare con successo, inaugurando trionfalmente l'era delle missioni celesti. All'interno della capsula, guidato da Terra, c'era l'uomo che in seguito sarebbe stato ribattezzato il "Cristoforo Colombo dei cieli": il pilota sovietico appena 27enne Jurij Gagarin.
Furono 3461 i candidati piloti selezionati per la missione Vostok. Di questi, solo 20 affrontarono un anno di duro addestramento psicofisico basato su prove di resistenza alle vibrazioni e alle alte temperature, permanenza in camera di isolamento e risposta alle accelerazioni improvvise. Il 25 gennaio 1961 ne furono selezionati 6: Gagarin era tra questi.
La mattina del lancio Gagarin e German Titov, il cosmonauta di riserva, furono svegliati alle 5:30. Jurij eseguì i consueti esercizi, si lavò e fece colazione con
un menù "spaziale": carne trita, marmellata di more e caffè. Poi i due cosmonauti indossarono una sottotuta blu, calda e leggera, e sopra una tuta protettiva arancione dotata di un sistema di pressurizzazione, ventilazione e alimentazione. In testa un paio di cuffie e un casco bianco con la scritta CCCP (URSS).
Secondo lo storico spaziale Asif Azam Siddiqi, l'ingegnere sovietico Sergej Pavlovic Korolëv, supervisore della missione Vostok 1, era talmente agitato la mattina del 12 aprile 1961 che dovette prendere una pillola per il cuore. Gagarin invece sembrava calmo, e a mezz'ora dal lancio il suo polso registrava 64 battiti cardiaci al minuto.
Durante il tragitto verso la rampa di lancio, Gagarin si fermò a far pipì sulla
ruota posteriore dell'autobus che lo trasportava. Da allora questo è diventato un rito obbligato e propiziatorio per tutti gli astronauti del Soyuz. Altre tradizioni perpetuate in memoria di Gagarin sono: tagliarsi i capelli due giorni prima del lancio, non assistere al trasporto e al posizionamento dei razzi e della navicella, bere un bicchiere di Champagne la mattina della partenza e firmare la porta della camera dell'hotel prima di uscire per raggiungere la rampa.
Del peso totale di 4,7 tonnellate e alta 4,4 metri, la Vostok 1 ("Oriente 1" in russo) era costituita da due parti: un modulo abitabile di forma sferica, che
ospitava l'astronauta, e un modulo di servizio provvisto della strumentazione di
bordo, dei retrorazzi necessari a frenare e far ricadere la sonda a Terra e di 16 serbatoi contenenti ossigeno e azoto. La capsula abitata era dotata di tre oblò, un visore ottico da orientare a mano, una telecamera, la strumentazione per rilevare pressione, temperatura e parametri orbitali, un portellone e un sedile eiettabile lungo più o meno quanto l'abitacolo di una Fiat 500 (all'epoca il cosmonauta non atterrava insieme alla navicella, ma veniva espulso all'esterno e paracadutato a Terra in fase di rientro).
La Vostok 1 compì un'orbita completa intorno alla Terra per atterrare, dopo 108 minuti, a Smielkova (Russia occidentale).
Inizialmente la capsula fu diretta verso la Siberia; quindi sorvolò l'oceano Pacifico e, già quando si trovava sopra l'Africa, si accesero i retrorazzi per frenare la navicella e consentirne il rientro. L'altitudine massima raggiunta fu di 302 chilometri e la minima di 175. La Vostok viaggiava a una velocità di 27400 chilometri orari.
Quella del 12 aprile 1961 era probabilmente la prima data utile per battere sul
tempo - in piena Guerra Fredda - l'Agenzia Spaziale Statunitense nella corsa alla conquista dello spazio. Alan Shepard, il primo americano nello spazio, avrebbe tentato l'impresa il 5 maggio dello stesso anno. Quello di Shepard a bordo della capsula Freedom 7, però, fu un volo balistico che non raggiunse l'orbita terrestre (la missione non lo prevedeva) e durò poco più di 15 minuti.
Per permettere a Gagarin di scegliere la frequenza migliore con cui comunicare, quattro stazioni radio terrestri trasmisero musica intervallata ogni 30 secondi da un messaggio di chiamata in codice morse, per tutta la durata della missione.
In piena Guerra Fredda, per gli Americani era prioritario avere la prova che i Sovietici avrebbero effettivamente mandato il primo uomo nello spazio, come da tempo si vociferava, e che non si trattasse di pura propaganda. Per questo già prima del lancio, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana progettò e fece realizzare speciali stazioni in grado di intercettare le comunicazioni dei Russi. Una di queste, posizionata a Shemya, nell'arcipelago delle Aleutine (Alaska), riuscì a captare le comunicazioni tra il cosmonauta e la base terrestre demodulando la trasmissione video e permettendo pertanto di vedere le immagini di Gagarin all'interno della Vostok (cosa già avvenuta nei due lanci precedenti della navicella che avevano però ciascuno, come passeggeri, un cane e un manichino). Così a soli 58 minuti dal lancio, i vertici militari statunitensi ebbero la conferma che l'Unione Sovietica stava facendo sul serio.
A bordo della Vostok 1 c'erano viveri e acqua sufficienti per dieci giorni: in caso di avaria dei retrorazzi, infatti, la capsula avrebbe impiegato questo lasso di tempo a ricadere sulla Terra, per effetto della forza d'attrito presente sulla traiettoria di arrivo studiata. L'eventualità di un rientro "naturale" sulla Terra non venne mai trascurata in fase di progettazione e fu tenuta come possibilità di emergenza.
Quella secondo cui Gagarin avrebbe desiderato vedere la Luna durante il suo viaggio è probabilmente soltanto una leggenda. La fase lunare di quel 12 aprile 1961 (Luna quasi nuova) e la distanza angolare dal Sole (20 gradi) rendevano impossibile vedere il nostro satellite, e pare improbabile che l'astronauta non fosse a conoscenza di queste condizioni.
«La Terra è blu… che meraviglia. È bellissima» le parole che Gagarin pronunciò sbirciando fuori dall'oblò.
Poiché agli albori dell'era spaziale non si conoscevano i dettagli sugli effetti della permanenza del corpo umano in assenza di gravità, i medici sostenevano che durante la missione il cosmonauta avrebbe sofferto di disorientamento, e che fosse pertanto consigliabile fargli fare la parte del passeggero.
Ma gli astronauti erano di diverso avviso e fu raggiunto un compromesso: mentre i controlli di volo erano affidati a un autopilota, i comandi manuali potevano essere sbloccati in caso di necessità attraverso una combinazione numerica di tre cifre custodita in una busta sigillata. Nel caso di Gagarin, non fu necessario aprirla perché la capsula rientrò nell'atmosfera guidata da Terra.
Alle 10:25 il modulo di servizio con la strumentazione e i motori per il rientro sulla Terra accese i retrorazzi per 42 secondi, ma poi fallì il distacco dalla capsula in cui si trovava il pilota.
L'inconveniente modificò l'assetto della navicella che iniziò a roteare su se stessa fino a quando il calore dovuto all'entrata in atmosfera non sciolse i lacci che legavano i due moduli. A 7 mila metri di quota la capsula espulse il sedile con a bordo Gagarin: oltre al primo paracadute, però, si aprì anche quello di emergenza, e per qualche momento il cosmonauta, che nel frattempo si era separato dal sedile, temette che i lacci dei suoi due salvavita si potessero aggrovigliare.
Alle 10.55 del 12 aprile 1961, dopo 108 minuti dal lancio, Gagarin toccò il
suolo di una fattoria collettiva nella provincia di Saratov, Russia occidentale. Le prime persone che incontrò una volta atterrato furono la terrorizzata contadina Anna Taktatova e sua figlia, accompagnate da un vitellino.
Quella a bordo del Vostok fu l'unica missione di Gagarin nello spazio. Nella prima fase successiva all'impresa è probabile che i vertici sovietici non volessero offuscare la sua immagine con un nuovo, rischioso incarico. In seguito il cosmonauta fu inserito tra le riserve del Soyuz 1 (la cui missione fallì tragicamente nell'aprile del 1967 con la morte del colonnello Vladimir Komarov, prima vittima ufficiale nella storia del volo spaziale) ma morì prima di avere una nuova opportunità.
Il 27 marzo 1968 Gagarin decollò dalla base sovietica di Chkalovskij a bordo di un aereo supersonico, un MiG-15 UTI: con lui c'era l'esperto istruttore e collaudatore Vladimir Sergeyevich Seryogin. Alle 10:31 si interruppero le comunicazioni con la torre di controllo. I relitti del velivolo, insieme a quel che resta dei corpi dei piloti, erano avvolti da una fitta nube di fumo. Le cause dell'incidente non sono del tutto note, ma c'è chi dice di aver sentito due forti esplosioni. Le ceneri di Gagarin si trovano all'interno delle mura del Cremlino, nella Piazza Rossa a Mosca.

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