Cerca nel web

sabato 31 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 ottobre.
Il 31 ottobre 1926, domenica, Bologna, era in festa grande: veniva inaugurato il Littoriale, il grande stadio olimpico ancora oggi integro e funzionante. Per quegli anni, in Italia, l’opera era colossale; per realizzarla Leandro Arpinati, all’epoca vicesegretario del partito fascista, presidente del Coni e presidente della Federcalcio, nonché indiscusso ras di Bologna, era andato più volte in visita nelle capitali europee e specie a Praga, dove era stato edificato il modello di stadio più recente; vi si era recato con il costruttore Costanzini. Le spese per l’edificazione del Littoriale erano state ingenti e avevano dato adito a critiche e anche a insinuazioni da parte dei nemici di Arpinati; tanto che Mussolini, più tardi, fece svolgere discrete indagini, dalle quali nulla risultò di men che chiaro e dalle quali uscì rafforzata l’immagine integra di Arpinati, sul piano della personale onestà. Benito Mussolini aveva fatto solenne ingresso nello stadio dalla porta della Torre olimpica, in sella a un cavallo bianco, osannato da una folla di centomila bolognesi. Nella stessa giornata aveva parlato all’Archiginnasio, alla Società per il progresso delle scienze e aveva inaugurato la casa del Fascio. Avrebbe dovuto essere dunque l’apoteosi di Arpinati, sia come ras di Bologna che come gerarca nazionale; ma giusto alla fine la giornata volse in tragedia.
La grande torpedo sulla quale il Duce veniva ricondotto alla stazione di Bologna era guidata da Arpinati in persona; a bordo, l’altro gerarca di Bologna, Dino Grandi e il sindaco Puppini. L’automobile, scoperta, imboccò via Indipendenza, venendo da via Rizzoli; procedeva tra due ali di folla contenute a stento da carabinieri e soldati. All’altezza dell’Arena del sole, subitaneamente, tra le sagome di due carabinieri, si sporse un braccio, un pugno armato di pistola. L’attentatore sparò sicuro, ben fermo, un solo colpo in direzione di Mussolini, che era seduto al fianco di Arpinati. Il proiettile sfiorò entrambi, bruciò un lembo della giacca e bucò la fascia dell’Ordine mauriziano che Mussolini portava sulla divisa. Qualche giorno dopo Mussolini invierà la sciarpa bucata ad Arpinati a personale ricordo e perché la conservasse nel Sacrario della rivoluzione a Bologna.
L’attentatore venne istantaneamente bloccato e fu linciato in pochi attimi dalla folla, che era inferocita per la frequenza degli attentati al Capo del governo. Negli ultimi anni, infatti, si erano intensificati: prima Zaniboni, poi la Gibson, poi l’anarchico Lucetti. Come tutti i dittatori, Mussolini era dotato di sfacciata fortuna: le palle lo sfioravano, al naso (Gibson), alla fascia (Zamboni) e non penetravano mai. In tutti questi casi Mussolini dimostrò un comportamento composto; sussurravano i maligni, anche perché gli attentati erano predisposti dalla polizia. Nel caso nostro, Mussolini affrettò Arpinati che proseguì la corsa dell’auto per alcune centinaia di metri.
L’attentatore linciato fu riconosciuto per il giovane Anteo Zamboni, uno studente di sedici anni, bolognese, ultimo di una vecchia famiglia di anarchici. E tuttavia sulla vicenda permasero sempre degli interrogativi e delle ombre pesanti.
Innanzitutto, perché tanta fretta nell’ammazzarlo? La folla intorno a lui era tutta di innocenti ammiratori del Duce o c’era qualche nerbo di scherani dei servizi segreti? Lo Zamboni era anarchico, è vero, figlio di un anarchico nato a Bologna, Màmmolo Zamboni, tipografo. Ma sugli omicidi degli anarchici, da Oswald a Pinelli, ci furono sempre delle ombre e tutti costoro vennero inopinatamente ammazzati prima di poter parlare.
Inoltre, le stesse testimonianze di Arpinati e di Mussolini furono contraddittorie. Arpinati parlò di un giovanotto vestito di marrone; Mussolini di un uomo in abito chiaro col cappello floscio. Forse videro doppio per l’agitazione del momento ma forse gli attentatori erano due.
E infine Bruno Gatta, in Mussolini, riporta una intervista rilasciata in quei giorni da Dino Grandi in cui il gerarca testimonia: "Intanto dall’automobile che seguiva quella presidenziale l’on. Balbo, l’on. Ricci e il Seniore Bonaccorsi si precipitano sull’aggressore che immediatamente scompare, stretto e afferrato da mille braccia in un tumulto e in un urlo terribile". L’intervista pecca di retorica, ma è importante perché Grandi indica come primi immediatamente intervenuti i tre capisquadristi, tutti in fama di mano pronta, specie l’Arconovaldo Bonaccorsi, seniore (poi generale) della Milizia.
Sia in certi ambienti fascisti, sia soprattutto nei superstiti catacombali ambienti antifascisti si cominciò a sussurrare che l’attentato fosse stato se non materialmente eseguito, ordito da fascisti dissidenti. Si sussurrò di Farinacci, di Balbo, del medesimo Arpinati. Mussolini a ogni buon conto ordinò accurate indagini che furono eseguite dal questore Luciani e dal commissario Di Stefano (ne riferisce Guido Leto in OVRA) che non sortirono alcun risultato. Le voci furono insistenti su Arpinati e se ne troverà traccia anche nella lettera-denuncia di Achille Starace a Mussolini, durante la fatale contesa fra Arpinati e Starace.
Altra tesi dietrologica rimase quella che il colpo fosse organizzato non dai fascisti dissidenti ma da quelli più ubbidienti e disponibili, se non dai servizi segreti. E questa tesi trova una giustificazione nel fatto che subito dopo l’attentato di Bologna, ultimo della serie che abbiamo ricordato, Mussolini emise le famigerate leggi speciali per la sicurezza dello Stato, le quali furono davvero la consacrazione formale della dittatura.
Comunque, a ben rifletterci e a lunga distanza dai fatti, il sospetto su Arpinati appare del tutto infondato. Nel 1926 Arpinati era ancora ardentemente mussoliniano, nonostante qualche scarto umorale da ex anarchico e nonostante qualche uscita esasperata dal suo amore per la verità e della sua incapacità a fingere. E d’altronde l’amore di Leandro per Benito era ancora sinceramente ricambiato dal Duce che di tutti diffidava ma di Arpinati no e che a lui permetteva di dire e fare cose che a nessun altro erano permesse.
In secondo luogo, sull’automobile Arpinati sedeva a fianco del Duce e gli sarebbe occorsa una buona dose di ottimismo per essere sicuro che lo sparatore avrebbe colpito Mussolini e non anche lui.
In terzo luogo, era il giorno del trionfo di Arpinati nella sua Bologna ed egli non aveva interesse a rovinarlo. E infatti Mussolini rimase tanto convinto della sua buona fede che non solo gli scrisse numerosi pubblici attestati ma poco dopo lo nominò podestà di Bologna e due anni dopo sottosegretario al ministero dell’Interno di cui egli stesso era titolare. Viene difficile pensare che Mussolini volesse affidare il ministero di Polizia al proprio attentatore. E tuttavia alcuni dei più vicini a Mussolini e specie le donne della famiglia, la moglie Rachele e la sorella Edvige, continuarono anche in seguito, secondo numerose testimonianze, a sospettare di Arpinati.
Nel delizioso Mussolini piccolo borghese, Paolo Monelli scrivendo dell’attentato Zamboni, adombra tre supposizioni. La prima, che gli attentatori fossero due: "Lo sparatore sarebbe stato il giovane in gabardine che per stornare i sospetti da sé si buttò come vendicatore e giustiziere sull’innocente giovinetto". La seconda, che il "grande amico e consigliere di Arpinati, il romantico Torquato Nanni", fosse implicato nella trama insieme ad Arpinati. La terza, che la disgrazia e il confino di Arpinati e Nanni, negli anni ’33 e ’34, fossero collegati con un ritorno di fiamma dei dubbi sul ruolo avuto dai due amici nell’affare Zamboni. Ma tutte e tre le supposizioni non sono minimamente sostenute da prove. Monelli, si rifà, ancora una volta, alla testimonianza del suo amico Michele Campana, che a sua volta aveva ricevuto le confidenze di Edvige Mussolini, la quale fu sempre nemica di Arpinati. Ma a parte l’insussistenza delle accuse, si deve aggiungere che Nanni era per natura e per cultura incapace di concepire un attentato violento, che ragionò sempre in termini politici e che addirittura rischiò di perdersi con il suo progetto utopistico della conciliazione tra fascismo e socialismo. Oltre a ciò, Nanni come vedremo, era stato intimo amico e ammiratore di Mussolini.
E’ vero invece che Arpinati e Mussolini litigarono, e duro, sulle conseguenze dell’attentato. Il padre di Zamboni, Màmmolo, era un vecchio compagno di Arpinati; egli confessò che il figlio aveva sparato con la sua pistola, che gli aveva sottratto nascostamente il giorno prima. La zia, o meglio la cognata del padre, Virginia Tabarroni, anch’essa nota antifascista, confessò che il ragazzo aveva ripetutamente parlato in casa dei suoi propositi tirannicidi. Alla fine, i due Zamboni pagarono per tutti: furono condannati a trent’anni, come mandanti dell’attentato. Fu assolto invece il fratello maggiore di Anteo, Ludovico Zamboni, anche lui sospettato. Arpinati, che aveva continuato a ritenere i due innocenti, quando diventò sottosegretario all’Interno riuscì a farsi confidare dall’onorevole Guido Cristini, presidente del Tribunale speciale, che Mussolini aveva particolarmente insistito perché i due fossero condannati all’ergastolo, per dare un esempio. Mussolini non gradì certo questa interferenza e del suo malumore fece le spese l’incauto Cristini, che fu deposto da presidente del Tribunale speciale e sostituito dal più duraturo Tringali-Casanova; ma Arpinati aveva ormai vinto e ottenne il decreto di grazia dal re. Anche questa piccola umanitaria vittoria gli sarà pochi anni dopo messa sul conto. Essa rimase rivelatrice dell’attitudine di Arpinati a difendere gli amici in difficoltà, anche se tale attitudine, come sempre in politica, non gli rese nulla e gli costò molto.
Ma al di là di ogni tentazione dietrologica o giallista, l’attentato Zamboni va interpretato per ciò che quasi certamente fu: il gesto spontaneo e romantico di un ragazzo, cresciuto ed educato in una famiglia libertaria, esaltato sia per natura propria sia per l’ambiente vissuto e che pagò uno scotto immediato e terribile.
Anteo Zamboni è ricordato a Bologna da una piccola via (Via Mura Anteo Zamboni) e una lapide in Piazza del Nettuno.

venerdì 30 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
La sera del 30 Ottobre del 1938, la sera prima di Halloween (e la data di sicuro non è casuale), la stazione radiofonica statunitense della CBS decide di mandare in onda uno show speciale per celebrare tale festività. Come di consuetudine, è previsto un radiodramma, affidato quell’anno al miglior attore emergente di cui la radio disponeva: Orson Welles.
Il programma prevede la trasposizione radiofonica di un romanzo di fantascienza di H.G. Wells (è curiosa in questo caso l’assonanza del cognome con quello di Welles), dal titolo La Guerra dei Mondi. Il romanzo descrive l’invasione della Terra da parte di extraterrestri provenienti da Marte sul finire del diciannovesimo secolo.
La storia viene riadattata ai tempi radiofonici principalmente da Howard Koch e alcuni suoi collaboratori della CBS. Il riadattamento tuttavia non piaceva del tutto a Welles, perplesso soprattutto dal ritmo del testo che ne era uscito. Con una geniale intuizione, lo stesso Welles decide, per ‘dare sapore’ a quel piatto sciapo, di impostare la trasmissione come se si trattasse di un normale programma musicale interrotto ad un certo momento da un falso notiziario radio che annunciava l’invasione degli alieni e i suoi drammatici sviluppi.
Nessuno degli addetti al radiodramma, compreso lo stesso Orson Welles, si sarebbe mai immaginato che quello che ai loro occhi appariva semplicemente come un normale lavoro di routine, si sarebbe trasformato in un evento i cui effetti furono tali da modificare in maniera incontrovertibile non solo il destino artistico del giovane attore, ma anche il destino degli studi sociologici circa gli effetti dei contenuti massmediatici.
La trasmissione comincia con lo speaker che presenta, “in diretta dalla Meridian Room dell’Hotel Park Plaza di New York”, l’inizio della programma musicale di Ramon Raquello e della sua orchestra. Si può facilmente interpretare lo sgomento del pubblico radiofonico quando, dopo pochi minuti dall’inizio della trasmissione, questa viene bruscamente interrotta con un comunicato dai toni altamente drammatici: “Signore e signori, vogliate scusare per l’interruzione del nostro programma di musica da ballo, ma ci è appena pervenuto uno speciale bollettino della Intercontinental Radio News. Alle otto meno venti, ora centrale, il professor Farrell dell’Osservatorio di Mount Jennings, Chicago, Illinois, ha rilevato diverse esplosioni di gas incandescente che si sono succedute a intervalli regolari sul pianeta Marte. Lo spettroscopio indica che si tratta di idrogeno e che si sta avvicinando verso la terra a enorme velocità. Il professor Pierson dell’Osservatorio di Princeton conferma questa osservazione dicendo che il fenomeno è simile alla fiammata blu dei jet sparata da un’arma”.
Ha inizio la beffa mediatica del secolo, il falso che ha messo in luce il rapporto fin troppo fideistico e acritico che il pubblico aveva instaurato con i mezzi di comunicazione di massa. Gli oltre sei milioni di ascoltatori non erano preparati né a sospettare del falso, né tantomeno a sospettare dell’enorme potenzialità di quello che dalla maggioranza di loro veniva ancora considerato semplicemente come un ‘mezzo di svago’. Probabilmente Welles era al corrente di queste potenzialità e dell’abbaglio al quale erano sottoposti i fruitori dei mezzi di comunicazione di massa.
E’ per questo che aveva deciso di inserire il suo falso nel bel mezzo di un programma d’intrattenimento, come a voler render più netto lo stacco tra uno stato d’animo disteso, qual è appunto quello derivante dall’ascolto di un programma musicale, e uno stato di panico crescente dovuto all’annuncio dell’avvenuta invasione aliena.
Dopo il primo avvertimento circa le fiammate provenienti da Marte, la programmazione musicale prosegue con un brano estremamente simbolico dal punto di vista linguistico: Star Dust (polvere di stelle).
Gli ascoltatori tornano così a rilassarsi con una delle canzoni di maggior successo dell’epoca, ignari del susseguirsi di eventi che di lì a poco li avrebbe destati dalle loro poltrone e scaraventati nelle strade in cerca di salvezza. Infatti, passano pochi minuti ed ecco una nuova interruzione: “Signore e signori, vorrei leggervi un telegramma indirizzato al professor Pierson dal dottor Gray, del Museo di Storia Naturale di New York. Il testo dice: Ore 21:15, ora standard delle regioni orientali. I sismografi hanno registrato una scossa di forte intensità verificatesi in un raggio di 20 miglia da Princeton. Per favore investigate. Firmato Loyd Gray, capo della Divisione Astronomica”. Vediamo in questo caso come la citazione di fonti apparentemente autorevoli, come il ‘Museo di Storia Naturale’ o il ‘Professor Gray, capo della Divisione Astronomica’, sia un espediente imprescindibile per chi vuole mettere a segno una beffa mediatica e intende donare ad essa ulteriore credibilità.
Gli eventi che seguono il secondo annuncio diventano sempre più drammatici e la costante alternanza di questi allarmi con la normale programmazione musicale non fa altro che creare ulteriore confusione nell’ormai già allarmato pubblico.
Man mano che passa il tempo, si diffondono, tramite le voci di abilissimi attori, notizie che riferiscono dell’avvenuto atterraggio extraterrestre, delle orribili fattezze degli alieni, delle loro sofisticatissime armi e dei gas tossici. L’escalation porta addirittura a descrivere ‘in diretta’ la morte di un cronista che stava riferendo dell’avvenuta distruzione della città di New York. E quest’ultima è la scintilla che scatena l’esplosione di panico tra la gente.
Migliaia di persone in preda al panico si riversano nelle strade e si lasciano andare a comportamenti di grave irrazionalità.
Si segnalano numerosi ingorghi nelle arterie principali di molte città degli Stati Uniti, mentre le linee di comunicazione si sovraccaricano fino al collasso. Alcuni si abbandonano a episodi di violenza, altri pregano di non essere coinvolti nell’attacco. A San Francisco, una donna si presenta alla polizia con i vestiti lacerati sostenendo di essere stata aggredita dagli alieni, mentre a New York ci vollero settimane per convincere alcuni di quelli che erano scappati a far ritorno nelle proprie abitazioni.
Ai giorni nostri, una simile reazione ci apparirebbe del tutto esagerata. A questo proposito, tuttavia, va ricordato che la radio fonda parte del suo fascino sulla disponibilità e la fantasia dell’ascoltatore che, soprattutto allora, non ne fruiva con la passiva attenzione che noi oggi dedichiamo al video.
La grande abilità di Orson Welles nel riprodurre in maniera impeccabile lo stile cronistico ha contribuito poi sopra ogni cosa a rendere credibile la messinscena. Emerge così l’importanza, quando si parla di falsi voluti e di beffe mediatiche, dell’utilizzo delle stesse modalità espressive del soggetto che si vuole imitare, in questo caso il giornalismo radiofonico.
Inoltre, come in ogni beffa che si rispetti, anche in questa erano presenti tracce della sua falsità. A parte gli elementi fantastici e surreali descritti, che con poca razionalità potevano essere riconosciuti come tali, viene infatti ripetuto per ben quattro volte durante la trasmissione che ciò che si stava ascoltando altro non era che un radiodramma, e che gli eventi descritti erano il frutto della fantasia dell’autore del libro, H.G Wells.
Entra qui in gioco un fattore di estrema importanza quando si parla di mass media, ovvero il grado di attenzione che il pubblico riserva ai mezzi di comunicazione di massa, la scarsa criticità nei confronti dei contenuti veicolati da essi. Si spiega la logica secondo la quale un messaggio mediatico viene interiorizzato secondo quelle che sono le predisposizioni del pubblico a ricevere tale messaggio.
Ciò vuol dire che se il pubblico americano ha preso per vero un episodio così impossibile ed ha in qualche modo involontariamente omesso gli indizi, anche espliciti, che ne svelavano l’assurdità, ciò è perché in qualche modo era ‘preparato’ ad affrontare una situazione del genere. Una situazione che preesisteva già da tempo nel loro immaginario collettivo, il frutto del periodo storico in cui è maturata.
Si era infatti già vissuta la Prima Guerra Mondiale e il clima politico internazionale era surriscaldato dall’imminenza di un altro conflitto, mentre le scoperte scientifiche sempre più avanzate facevano intravedere futuri scenari di conquista spaziale, dai quali la narrativa e il cinema attingevano in maniera sempre più frequente.
La gente era da una parte spaventata, dall’altra preparata a vivere un evento del genere. Poco importa poi se gli extraterrestri avevano i tentacoli e improbabili fattezze o che utilizzassero poteri straordinari; per gli americani quel giorno la realtà rappresentava l’invasione dei marziani, gli abitanti del ‘Pianeta Rosso’.
Ciò che ha reso di portata storica questo avvenimento è il fatto che è riuscito ad evidenziare, chiaramente e per la prima volta, l’enorme potere dei mezzi di comunicazione di massa; un potere in grado di canalizzare e manipolare l’opinione pubblica secondo i desideri di coloro che controllano e posseggono tali mezzi.
La Guerra dei Mondi nella sua versione radiofonica ha aperto una nuova pagina negli studi di sociologi, psicologi di massa ed esperti di comunicazione, tutti accomunati in quel giorno dalla sorpresa di assistere agli effetti che un falso poteva provocare alla grande massa dei fruitori mediali.

giovedì 29 ottobre 2020

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 29 ottobre.
Il 29 ottobre 1618 viene decapitato a Londra Sir Walter Raleigh.
Walter Raleigh nasce il 22 gennaio del 1552 a East Devon. In realtà sulla sua nascita si sa poco: l'"Oxford Dictionary of National Biography", per esempio, la fa risalire a due anni più tardi, il 1554. Cresciuto nella casa di Hayes Barton, vicino al villaggio di East Budleigh, è il più giovane dei cinque figli di Walter Raleigh (omonimo) e di Catherine Champernowne (Kat Ashley).
Cresciuto in una famiglia di orientamento religioso protestante, sviluppa nel corso dell'infanzia un forte odio nei confronti del cattolicesimo romano. Nel 1569 Walter Raleigh lascia la Gran Bretagna e parte per la Francia con l'intento di affiancare gli ugonotti in occasione delle guerre civili religiose francesi. Nel 1572 si iscrive all'Oriel College di Oxford, ma decide di lasciare gli studi l'anno successivo senza essersi laureato.
Poco si sa della sua vita tra il 1569 e il 1575, se non che il 3 ottobre del 1569 egli è testimone oculare della Battaglia di Moncontour, in Francia. Nel 1575, o al massimo nel 1576, ritorna in Inghilterra. Negli anni immediatamente successivi prende parte alla soppressione delle Desmond Rebellions e diventa uno dei principali proprietari terrieri di Munster.
Divenuto un signore in Irlanda, nel 1584 Walter Raleigh viene autorizzato dalla Regina Elisabetta I a esplorare, colonizzare e governare qualsiasi territorio remoto e barbaro non posseduto da governatori cristiani o abitati da popolazioni cristiane, in cambio di un quinto di tutto l'oro e l'argento che potrebbero essere scovati nelle miniere di tali territori.
A Raleigh vengono dati sette anni di tempo per stabilire un insediamento: al termine di questo lasso di tempo, perderà tutti i diritti su di esso. Egli, quindi, organizza una spedizione diretta all'isola di Roanoke, con sette navi e centocinquanta coloni.
Nel 1585 scopre la Virginia, decidendo di chiamarla così per onorare la regina vergine Elisabetta. Mentre nella Carolina del Nord fonda, sull'isola di Roanoke, la colonia omonima: si tratta del secondo insediamento britannico nel Nuovo Mondo dopo San Giovanni Terranova.
La fortuna di Raleigh, che trova il sostegno della regina, non dura - però - molto tempo: Elisabetta, infatti, muore il 23 marzo del 1603.
Pochi mesi più tardi, il 19 luglio, Walter Raleigh viene arrestato per il suo coinvolgimento nel grande complotto organizzato nei confronti del successore della regina, Giacomo I. Per questo viene imprigionato nella Torre di Londra.
Il 17 novembre inizia il processo nei suoi confronti, che si svolge nella Great Hall del Castello di Winchester. Raleigh si difende personalmente, dovendo contrastare le accuse del suo amico Henry Brooke, che egli chiama a testimoniare. Ritenuto comunque colpevole, Sir Walter Raleigh rimane incarcerato nella torre fino al 1616.
Nel corso della prigionia si dedica alla scrittura e completa il primo volume di The Historie of the World. Nella prima edizione, che viene pubblicata nel 1614, parla della storia antica della Grecia e di Roma.
Il mondo intero non è che una vasta prigione nella quale ogni giorno qualcuno viene estratto a sorte per essere giustiziato.
Divenuto nel frattempo padre di Carew, concepito e nato mentre è imprigionato, Raleigh nel 1617 viene perdonato dal re, che gli concede il permesso di condurre una seconda spedizione nel Venezuela, alla ricerca di El Dorado. Nel corso del viaggio, una parte degli uomini di Raleigh, guidati dal suo amico Lawrence Keymis, attacca l'avamposto spagnolo di Santo Tomè de Guayana sul fiume Orinoco, venendo meno - così - ai trattati di pace siglati con la Spagna e contravvenendo agli ordini dello stesso Raleigh.
Quest'ultimo è disposto a concedere il proprio perdono solo a patto che venga evitata qualsiasi ostilità nei confronti delle colonie e delle navi spagnole. Nel corso dei combattimenti, Walter - figlio di Raleigh - viene colpito e muore. Raleigh viene informato dell'avvenimento da Keymis, il quale implora perdono per quanto successo, ma non ricevendolo decide di suicidarsi.
Successivamente Raleigh torna in Inghilterra, e viene a sapere che l'ambasciatore spagnolo ha chiesto la sua condanna a morte: il re Giacomo non ha altra alternativa che accettare la richiesta. Raleigh, così, viene portato da Plymouth a Londra da Sir Lewis Stukeley, rifiutando numerose opportunità di fuggire.
Imprigionato al Palazzo di Westminster, viene decapitato il 29 ottobre del 1618 dopo la concessione della possibilità di vedere l'ascia che lo avrebbe ucciso. Le sue ultime parole sono: "Strike, man, strike" (Colpisci, uomo, colpisci). Secondo altre fonti le sue ultime parole, sarebbero state: "I have a long journey to take, and must bid the company farewell." (Ho un lungo viaggio da affrontare, e devo congedarmi dalla compagnia). Aveva 66 anni.

Cerca nel blog

Archivio blog