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giovedì 22 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 168 a.C. si svolse la Battaglia di Pidna tra Romani e Macedoni, che sancì la vittoria finale dei Romani nella terza guerra macedone.
Perseo, figlio di Filippo V di Macedonia, divenuto re dopo la morte violenta del fratello Demetrio, ad opera del padre, si era montato un po' la testa, come si suol dire, e i romani erano stufi delle scorrerie di sue navi pirate e iniziative diplomatiche presso le tribù dell'Illiria, dell'Eubea e della Lega Achea, volte ad ottenere favori ed alleanze militari in previsione di una guerra contro Roma.
Il Senato romano inviò quindi in Macedonia il Console Lucio Emilio Paolo (figlio del Console Lucio Emilio Paolo ucciso nella battaglia di Canne) ed il Pretore Anicio Gallo, al comando di oltre 35.000 uomini e 1.500 cavalieri, per integrare e rinnovare l'esercito macedone.
Anicio non perse tempo e liberò l'Adriatico dalla flottiglia (80 vascelli) di Genzio (l'ultimo re degli Illiri) che infastidivano e depredavano i convogli romani e pergameni.
Perseo intanto si era acquartierato presso il fiume Elpeo (l'odierno Mavrolungo) creando una linea difensiva ben protetta e fortificata.
Emilio, con un'abile e astuta mossa, inviò un contingente di 8.000 Italici, 200 Cretesi e 1.200 cavalieri, nella regione montagnosa a ridosso dell'accampamento di Perseo, per tentare di aggirare l'esercito macedone. Nel contempo fece "finta" di imbarcarsi con la sua flotta ancorata ad Eracleo, in modo da "depistare" le sue vere intenzioni. Perseo subodorò l'inganno e inviò un contingente di 5.000 uomini a difesa dei passi montani.
Il "drappello" romano, agli ordini di Publio Scipione Nasica, genero di Scipione l'Africano, con un po' di fortuna e abilità riuscì a sbaragliare la maggior parte dei soldati macedoni, sorpresi negli accampamenti montani. Quando Perseo lo venne a sapere ordinò la ritirata generale verso il nord, attestandosi nei pressi di Pidna, dietro il corso del fiume Leuco, più piccolo dell'Elpeo e quindi considerato di fatto un ostacolo modesto.
Questo fu l'errore determinante della sua infelice e ingenua strategia.
Nel frattempo Emilio si ricongiunse con Nasica, all'inseguimento di Perseo. Gli ufficiali romani e i soldati erano entusiasti per il buon andamento delle cose e avrebbero voluto concludere subito la faccenda. Il morale dell'esercito era alle stelle ma Emilio non era certo un uomo da farsi guidare dalle emozioni e dall'improvvisazione. Sapeva di avere di fronte un esercito agguerrito e la piana di Pidna era la più adatta per l'azione della terribile falange macedone.
Anche Perseo era un po' preoccupato. Non avendo accettato di difendere l'Elpeo e combattere in posizione favorevole, era costretto ora alla battaglia campale: evento molto pericoloso perché se avesse sbaragliato Emilio, non avrebbe vinto la guerra, mentre se fosse stato sbaragliato lui, avrebbe perso ogni cosa.
In queste condizioni psicologiche i due eserciti si fronteggiavano armi alla mano.
Dopo essersi studiati per qualche giorno, all'alba del 22 giugno del 168 a.C. i due eserciti si schierarono a battaglia, l'uno di fronte all'altro, avendo alle spalle i rispettivi accampamenti e di fronte il corso del fiume Leuco. Ma né Perseo, né Emilio si decidevano a dare l'ordine dell'attacco. Ognuno dei due aspettava che attaccasse l'altro.
Perseo aveva i suoi motivi. Pensava che se avesse scatenato le ali rischiava, in caso di sconfitta della sua cavalleria, di venir preso di fianco, cioè nel punto debole della falange. Aveva attentamente studiato la tattica romana e l'andamento delle recenti battaglie combattute dai Romani in Oriente e ne aveva dedotto la necessità di tenere gli schieramenti il più compatti possibile. Bisognava assolutamente ricevere l'urto romano frontalmente. Allora il blocco d'acciaio della sua falange avrebbe potuto dimostrare tutta la sua efficacia. Rotto l'attacco romano, solo allora sarebbe stato possibile e utile contrattaccare.
Ma bisognava anche indurre Emilio a combattere, laddove era chiaro che il generale romano non ne aveva molta voglia.
Allora sul mezzogiorno Perseo si indusse ad uno stratagemma, anche se un po' rischioso. Fece mostra di voler ricondurre l'esercito negli accampamenti e a tale scopo fece fare alle sue schiere varie evoluzioni che ne scompaginavano lo schieramento. Se i Romani avessero abboccato all'amo di questa apparentemente ottima occasione, egli non sarebbe stato così impreparato come voleva far credere.
Emilio, fermo nel proposito di non attaccare per primo, e non troppo convinto dalla sin troppo palese ingenuità dei movimenti di Perseo, restò impassibile.
Allora gli ufficiali e i legionari, cui pesava tra l'altro la terribile tensione delle molte ore di attesa, chiesero a gran voce al Console di combattere. Anche ai più diretti collaboratori di Emilio pareva che si stesse perdendo un'ottima occasione, che si dovesse subito sfruttare l'errore di Perseo. Altri, amareggiati, non parlavano di errore: dicevano che Perseo si era messo a fare evoluzioni sotto il naso dei Romani per scherno e disprezzo, per mostrare ai suoi soldati sino a che punto i Romani fossero intimoriti e vigliacchi.
Il fermento era notevole ed Emilio, per placarlo senza demoralizzare i suoi uomini, ricorse ad un'abile bugia: fece riferire che il suo comportamento era motivato dal cattivo responso dei sacrifici religiosi che il Console aveva compiuto sul far del giorno. Gli Dei romani, insomma, non erano quella mattina di luna buona e non era il caso di provocarli.
Gli uomini si calmarono un po'. Ad ogni buon conto Emilio non ritirò l'esercito negli accampamenti, come invece avevano finito per fare i Macedoni, vista l'inutilità delle loro manovre. Emilio, uomo prudentissimo quanto esperto, non aveva digerito lo scherzetto che aveva tentato di fargli Perseo e non intendeva correre rischi di alcun genere: meglio che i soldati stessero pronti materialmente e spiritualmente.
Passarono così le ore calde. Ormai la gran tensione era caduta e nessuno più pensava che per quel giorno si sarebbe combattuto, anche se i Romani bivaccavano fuori dall'accampamento.
A metà pomeriggio alcuni Italici ottennero il permesso di andare ad attinger acqua dal fiume. Si trattava di un migliaio di uomini circa: Liguri, Marrucini, Peligni e un certo numero di cavalieri sanniti.
Giunti sulla riva del Leuco, gli Italici indugiarono a rinfrescarsi. Dall'altra parte del fiume, a poca distanza, stava una folta schiera di Traci, recatisi anch'essi al fiume ad attinger acqua. Tra le due opposte schiere ci fu uno scambio di frizzi e di provocazioni verbali. Ma l'atmosfera era molto più scherzosa che minacciosa.
A un certo punto, però, un cavallo dei Romani prese chissà perché la fuga lungo il fiume, rincorso dal suo proprietario e da alcuni suoi compagni. Il cavallo non si riusciva a prendere e tutti ridevano e motteggiavano. I Traci se la spassavano un mondo a vedere i Romani correr dietro a un cavallo senza riuscire a fermarlo e dalle loro bocche uscivano le più salaci osservazioni. Poi alcuni di loro, più vicini alla direzione che il cavallo aveva preso, ebbero l'improvvisa idea di catturarlo e a tale scopo attraversarono il Leuco (l'acqua era bassa: arrivava a metà coscia). Iniziò così una strana gara fra Traci ed Italici a chi raggiungesse per primo l'animale. Ma allora lo scherzo subito degenerò; non appena i primi Traci e Romani si trovarono a contatto si accapigliarono, immediatamente soccorsi dai compagni più vicini.
La cosa si faceva seria. Gli ufficiali Italici presso il Leuco organizzarono gli uomini, mentre i Traci si affrettavano a passare il fiume affinché i loro compagni, in minoranza, non venissero travolti. Lo scherzo si trasformò presto in uno scontro durissimo, nel quale gli Italici ebbero la peggio e cominciarono a retrocedere verso l'accampamento, incalzati dai Traci.
Perseo vide in quella scaramuccia l'occasione buona per indurre Emilio a combattere. Dimenticandosi di tutte le sue sagge regole di prudenza, della sua determinazione di lasciar attaccare i Romani per primi, forse incoraggiato dall'atteggiamento sino ad allora timoroso del Console romano, forse esasperato perché il nemico non aveva abboccato al suo trucco del mattino, forse ispirato dal suo cattivo genio, Perseo decise, su due piedi, di far uscire l'esercito e di lanciarlo sulla scia dei Traci.
Allora Emilio raccolse i frutti della sua esperienza e della sua accortezza. Il suo comportamento, in apparenza contraddittorio (non si decideva ad attaccare nemmeno quando i nemici gliene offrivano la migliore delle occasioni, ma lasciava poi l'esercito in campo, sotto il sole, mentre i Macedoni erano rientrati negli accampamenti, non si capiva bene a fare che), si rivelava ora prezioso e determinante. Infatti Perseo, per quanto si fosse sempre tenuto pronto, non potè far uscire i suoi uomini tutti insieme; le varie schiere si scaglionarono inevitabilmente. Emilio, con tutti gli uomini già pronti ad intervenire, potè rendersi conto rapidamente della situazione, scorgerne subito i lati per lui positivi e passare fulmineamente all'azione, senza soluzione di continuità.
Perseo aveva fatto uscire le milizie mercenarie e i 3.000 soldati della guardia del re. Costoro andarono di rincalzo ai Traci, costituendo in pratica l'ala sinistra dello schieramento. Subito dopo usciva la falange, in due ondate successive (prima il corpo dei Calcaspidi, poi quello dei Leucaspidi, secondo l'ordinamento tradizionale) che si dirigevano di gran carriera verso il fiume e cominciavano a guadarlo. Per ultime dovevano uscire le milizie alleate (che dovevano schierarsi sulla destra della falange e proteggerne il fianco) e infine la cavalleria che costituiva l'ala destra dell'esercito e che Perseo avrebbe comandato di persona.
Emilio, vista la rotta degli Italici, aveva lanciato in loro soccorso la fanteria leggera ausiliaria e alcune torme di cavalleria. Il centurione Salvio, con un gesto di grande eroismo, aveva afferrato a un certo punto l'insegna del corpo e si era scagliato in mezzo ai nemici; subito molti compagni, arrestando la fuga, gli erano andati dietro affinché l'insegna non cadesse in mano al nemico: questo episodio aveva rianimato l'ala destra romana che cominciò a fare più ferma resistenza ai Traci e ai soldati della guardia reale.
Ma intanto Emilio aveva colto al volo il nocciolo della situazione: le due schiere della falange erano fra loro distanziate e ancor più l'ordine compatto dei ranghi si sarebbe rotto nel passaggio del Leuco. Bisognava assolutamente coglierle in quel momento delicato, prima che potessero riunirsi e avanzare compatte e terribili verso l'accampamento romano. Esse erano inoltre isolate perché l'ala sinistra si era spinta troppo avanti nell'inseguimento degli Italici e l'ala destra, costituita dalle fanterie leggere uscite per ultime, era ancor più distanziata. La cavalleria, poi, non si faceva ancor vedere per nulla.
Allora il Console lanciò una Legione contro la prima schiera di falangiti che avevano appena guadato il Leuco e che stavano riordinandosi; mandò invece la seconda Legione al comando di Lucio Albino incontro alla seconda schiera, che stava per guadare il fiume, e rinforzò i legionari con parte della cavalleria e con gli elefanti. Tenne poi in serbo il resto della cavalleria e 2.000 veterani, in attesa degli eventi e di ciò che avrebbe fatto la cavalleria macedone non ancora apparsa.
L'attacco delle Legioni fu terribile. La falange non solo era spezzata in due, ma anche i suoi due tronconi, impacciati dal fiume, non erano schierati con la necessaria compattezza. Si vide poi subito che la tattica elastica dei manipoli romani era micidiale per lo schieramento rigido e lento dei falangiti, soprattutto quando essi non avevano alcuna protezione sui fianchi. La falange non poteva far fronte all'attacco contemporaneo da tre lati senza perdere il collegamento, e cioè quel suo caratteristico schieramento a testuggine, gli uomini a contatto di gomiti, le file addossate l'una all'altra, gli scudi abbassati a formare come un'unica corazza, le lance, di differente lunghezza a seconda della fila, imbracciate a costituire un'irta selva di punte, schieramento che rappresentava tutta la sua forza d'urto.
I due tronconi della falange si frantumarono come biscotti, al primo urto. Lo scontro si frazionò in tanti piccoli duelli di gruppetti separati, in un corpo a corpo nel quale i Romani eccellevano per l'ordine e il collegamento che i manipoli riuscivano a conservare e per l'armamento più leggero e più maneggevole, adatto a questo tipo di lotta. Dopo breve resistenza i falangiti di entrambe le schiere furono posti in fuga e ripassarono precipitosamente il fiume, il che li disordinò ulteriormente e rese micidiale e cruentissimo l'inseguimento romano. Anche le truppe leggere, che avrebbero dovuto proteggere sulla destra la falange e che arrivavano tardi allo scontro, vennero travolte nella fuga generale, soprattutto perché si trovarono di fronte i cavalieri e gli elefanti che, in previsione di tale circostanza, Emilio aveva appunto abbinato alla legione di Albino.
Intanto il Console, che aveva intuito subito la buona piega degli eventi, aveva senz'altro scatenato i suoi rincalzi sull'ala destra, contro i Traci e le guardie reali, e li aveva sbaragliati. Costoro, rimasti completamente isolati per la fuga delle falangi, si erano resi ben presto conto di non avere scampo.
Perseo aveva appena schierato la cavalleria, che già tutto il suo esercito era volto in fuga e la battaglia irrimediabilmente perduta. Allora girò i cavalli e fuggì anche lui.
II comportamento di Perseo, in questa decisiva e ultima battaglia, ha suscitato, già presso gli antichi, infinite discussioni. A parte la discutibile decisione di mandare allo sbaraglio tutto l'esercito dietro lo scontro casuale e fortunato dei Traci, resta poi da capire perché Perseo abbia atteso così a lungo a schierare la cavalleria, da non permetterle nemmeno di pigliar parte allo scontro. Diverse versioni, invero poco convincenti e attendibili, riferiscono che Perseo quel giorno era sofferente per un calcio del suo cavallo; oppure che egli si attardò non per il calcio, ma perché volle fare un sacrifico agli Dei, appena iniziatasi la battaglia. Se si considera che essa durò appena un'ora o poco più (tanto perfetto e travolgente era stato l'assalto delle due legioni e tempestiva la strategia del Console), si può capire come qualsiasi ritardo, anche lieve, nell'azione abbia potuto produrre conseguenze disastrose.
Ma, a parte le dicerie e le leggende, resta il fatto che Perseo tenne nell'accampamento la cavalleria e attese tanto a farla uscire che poi non ebbe modo di impiegarla. Perché si comportò in questo modo? Assolutamente inaccettabile è la versione, pure avanzata, che egli agì così per proteggersi e cioè per personale paura fisica: Perseo non era un genio come comandante, ma era senz'altro un combattente valoroso, come dimostrò in diverse occasioni.
Più probabile è che egli non si aspettasse assolutamente il crollo rapidissimo e improvviso della sua falange e che non avesse compreso a tempo la fredda e geometrica precisione del contrattacco di Emilio. Nel suo piano di battaglia la cavalleria avrebbe dovuto essere la carta vincente: dopo la resistenza vittoriosa dei falangiti, egli l'avrebbe lanciata contro il punto più debole dello schieramento romano travolgendolo e accerchiandolo. Questo doveva avere in mente; ma la rapidità tragica degli avvenimenti rese vani i suoi calcoli e improduttiva la sua attesa. Quando si decise a schierare la cavalleria, l'arretramento delle sue linee era divenuto rotta disperata, sicché se avesse ordinato la carica avrebbe mandato i suoi uomini al macello, proprio addosso ai falangiti che correvano disperatamente loro incontro con i cavalli, gli elefanti e i soldati romani alle calcagna.
Se lo scontro vero e proprio era durato un'ora, sino a notte poi i Romani inseguirono i Macedoni in fuga. La gran parte di essi corse verso il mare, che era vicino. All'ancora li attendeva la flotta romana. Molti, nondimeno, si gettarono in acqua, nella speranza che i marinai romani li salvassero prendendoli prigionieri. Con molta ferocia vennero invece massacrati e quelli che restarono sulla riva, raggiunti dalla cavalleria e dagli elefanti, vennero a loro volta fatti a pezzi. La battaglia si concludeva così con un'immane carneficina, nella quale i Romani sfogavano finalmente le amarezze dei primi tre anni di guerra e i dileggi che avevano dovuto tollerare dai Greci.
Il tanto esaltato esercito macedone non esisteva più.
Una curiosità: lo svolgimento della Battaglia di Pidna (vinta da Lucio Emilio) e della Battaglia di Canne (vinta da Annibale) fanno parte tuttora del "Manuale di Tattica/Strategia Militare" in dotazione all'Esercito degli Stati Uniti d'America.

mercoledì 21 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 2001 gli Stati Uniti emettono un francobollo commemorativo di Frida Khalo, mai prima d'allora ne era stato emesso uno in ricordo di una donna ispanica.
Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán (Messico) ed è la figlia di Wilhelm Kahlo, a cui è molto legata affettivamente, uomo semplice e simpatico, ebreo, amante della letteratura e della musica e pittore emigrato in Messico dall'Ungheria. Non è ricco e quindi esercita vari mestieri, tra cui il commesso in una libreria, con alterna fortuna, poi diventa un fotografo di talento e probabilmente ispira alla figlia Frida un certo modo di "inquadrare" l'immagine.
Appena giunge in Messico, Wilhelm Kahlo cambia il suo nome in Guillermo e dopo un primo matrimonio da cui resta vedovo si sposa nel 1898 con Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indios, nata a Oaxaca, antichissima città azteca. I due sposi hanno quattro figli e Frieda è la figlia più vivace e ribelle dei quattro.
Una volta adulta, cambierà il nome originario Frieda - nome assai usuale in Germania che discende dalla parola "Fried" e che significa "pace" - in Frida per contestare la politica nazista della Germania.
Frida Kahlo è senza ombra di dubbio la pittrice messicana più famosa ed acclamata di tutti i tempi, diventata famosa anche per la sua vita tanto sfortunata quanto travagliata. Sostiene di essere nata nel 1910, "figlia" della rivoluzione messicana e del Messico moderno. La sua attività artistica troverà grande rivalutazione dopo la sua morte, in particolare in Europa con l'allestimento di numerose mostre.
Alla nascita Frida è affetta da spina bifida, che i genitori e le persone intorno a lei scambiano per poliomielite, essendone affetta anche la sorella minore; fin dall'adolescenza manifesta talento artistico ed uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale. Da questo contesto nascerà il tema dell'autoritratto. Il primo che dipinge è per il suo amore adolescenziale, Alejandro. Nei suoi ritratti raffigura molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita, il maggiore dei quali è il grave incidente di cui rimane vittima nel 1925 mentre viaggia su un autobus e a causa del quale riporta la frattura del bacino.
I postumi di quell'incidente (un palo le avrebbe perforato il bacino e a causa delle ferite sarebbe stata sottoposta nel corso degli anni a trentadue interventi chirurgici) condizioneranno la sua salute per tutta la vita, ma non la sua tensione morale. Frida si dedica con passione alla pittura e nonostante il dolore fisico e psichico dei postumi dell'incidente, continua ad essere la ragazza ribelle, anticonformista e vivacissima che era stata prima.
Dimessa dall'ospedale viene costretta a mesi di riposo nel suo letto di casa con il busto ingessato. Questa circostanza forzata la spinge a leggere tanti libri, molti dei quali sul movimento comunista, ed a dipingere.
Il suo primo soggetto è il suo piede che riesce ad intravedere tra le lenzuola. Per sostenere questa passione i genitori le regalano un letto a baldacchino con uno specchio sul soffitto, in modo che possa vedersi, e dei colori; è qui che inizia la serie di autoritratti. Dopo che le viene rimosso il gesso, Frida Kahlo recupera la capacità di camminare, nonostante i forti dolori che sopporterà e che la accompagneranno per tutti gli anni a venire.
Porta i suoi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore murale dell'epoca, per avere una sua critica. Rivera è un uomo alto, grasso, imponente, che va in giro con dei vecchi pantaloni, una camicia scialba, un vecchio cappello, ha un temperamento geniale, allegro, irruento, famoso per essere un grande conquistatore di donne bellissime e un comunista appassionato. Questi rimane colpito molto positivamente dallo stile moderno della giovane artista tanto che la avvicina alla sua ala e la introduce nella scena politica e culturale messicana.
Frida diventa un'attivista del partito comunista partecipando a molteplici manifestazioni e nel frattempo si innamora dell'uomo che diventa la sua "guida" professionale e di vita; nel 1929 sposa Diego Rivera - per lui è il terzo matrimonio - pur sapendo dei continui tradimenti di cui sarebbe stata vittima. Lei, dal canto suo, lo ripagherà allo stesso modo, anche con esperienze bisessuali.
In quegli anni al marito Rivera sono ordinati alcuni lavori negli USA, come il muro all'interno del Rockefeller Center di New York, o gli affreschi per la fiera internazionale di Chicago. A seguito dello scalpore suscitato dall'affresco nel Rockefeller Center, in cui un operaio è raffigurato palesemente col volto di Lenin, gli vengono revocati i mandati di tali incarichi. Nello stesso periodo in cui la coppia soggiorna a New York, Frida rimane incinta: a gravidanza inoltrata avrà un aborto spontaneo a causa dell'insufficienza del suo fisico a sopportare una gestazione. Questo accaduto la sconvolge molto, tanto che decide di tornare in Messico con il marito.
I due decidono di vivere in due case separate collegate da un ponte, in modo da avere ognuno i propri spazi "artistici". Divorziano nel 1939 a causa del tradimento di Rivera con la sorella di Frida.
Non passa molto tempo e i due si riavvicinano; si risposano nel 1940 a San Francisco. Da lui assimila uno stile intenzionalmente "naïf" che porta Frida a dipingere piccoli autoritratti stimolati all'arte popolare e ai folclori precolombiani. Il suo obiettivo è di affermare in maniera inequivocabile la propria identità messicana ricorrendo a soggetti tratti dalle civiltà native.
L'afflizione maggiore dell'artista è quella di non aver avuto figli. Dell'appassionata (e all'epoca discussa) storia d'amore con Diego Rivera è testimone un diario personale di Frida Kahlo. Le cronache dicono che abbia avuto numerosi amanti, di ambo i sessi, con personaggi di spicco che non passano inosservati come il rivoluzionario russo Lev Trotsky ed il poeta André Breton. E' molto amica e probabilmente amante di Tina Modotti, militante comunista e fotografa nel Messico degli anni Venti.
La vita e le opere della pittrice messicana Frida Kahlo esercitano un grandissimo fascino artistico e un forte impatto emotivo. Per alcuni questa artista coraggiosa sarà ricordata nei tempi come la più grande pittrice del Novecento.
Tre importanti esposizioni le sono dedicate nel 1938 a New York, nel 1939 a Parigi e nel 1953 a Città del Messico. Pochi anni prima della sua morte le venne amputata la gamba destra, ormai in cancrena. Morì di polmonite bronchiale il 13 luglio 1954. Fu cremata e le sue ceneri sono conservate nella sua Casa Azul, oggi sede del Museo Frida Kahlo, meta di migliaia e migliaia di visitatori; è rimasta intatta, così come volle Diego Rivera che la lasciò al Messico.  Le ultime parole che scrisse nel diario furono: "Spero che l'uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più." Casa Azul è una casa meravigliosa, semplice e bellissima, con muri colorati, luce e sole, piena di vita e di forza interiore come fu la sua proprietaria.
Il titolo dell'album della band Britannica dei Coldplay del 2009 intitolato Viva la Vida or Death and All His Friends si ispira ad una celebre frase che la Kahlo scrisse su il suo ultimo quadro 8 giorni prima della sua morte. Il frontman della band Chris Martin commentò così la scelta del titolo: « Lei è sopravvissuta alla poliomielite, ad una spina dorsale rotta e un male cronico per decenni. Ha avuto un sacco di problemi e poi ha iniziato questo grande quadro a casa sua che diceva Viva La Vida. Mi è piaciuta questa audacia. »


martedì 20 giugno 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1963 viene istituita la cosiddetta "linea rossa", una linea telefonica che mettesse immediatamente e direttamente in comunicazione il Presidente degli Stati Uniti d'America con il Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, al fine di evitare un disastro planetario durante il periodo della Guerra Fredda.
Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe americane, inglesi, francesi e sovietiche hanno occupato il suolo tedesco, una parte del quale fu ceduto alla Polonia. Fra il 1947 e il 1949 USA, Gran Bretagna e Francia hanno unificato le rispettive zone, mentre nella sua zona l’URSS ha dato il via a misure economiche e politiche miranti alla costituzione di una repubblica tedesca comunista. Nel 1949 si assisteva così alla formazione di due distinte Germanie: ad ovest veniva costituita la Repubblica Federale Tedesca con capitale Bonn, mentre ad est si formava la Repubblica Democratica Tedesca con capitale Berlino. L’aspetto che la Germania andava assumendo rispecchiava una situazione più generale: attorno alle due grandi potenze vincitrici si erano formati due blocchi di stati. Ad Occidente, Francia e Gran Bretagna erano economicamente dipendenti dal colosso USA, che faceva sentire il suo peso su paesi come l’Italia, da esso liberati. Ad Oriente sorgevano regimi comunisti nei paesi liberati dall’Armata Rossa.
Usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Stati Uniti costituivano ormai le due maggiori potenze del mondo. Ma, a causa della diversità dei loro sistemi politici ed economici, non riuscivano a trovare un accordo. La tensione tra i due blocchi tuttavia non si è mai trasformata in un conflitto militare diretto, pur restando forte per circa mezzo secolo.
Il termine “guerra fredda” è stato introdotto nel 1947 dal consigliere presidenziale Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann, per descrivere il sorgere delle tensioni tra due alleati della seconda guerra mondiale. Il termine sintetizza in modo efficace la situazione che si stava delineando: in un pianeta dominato da due potenze, entrambe in lizza per il primato e per l’egemonia mondiale, e radicalmente contrapposte sul piano ideologico, il conflitto sembrava inevitabile. Il mondo dove due contendenti avevano armamenti tali che una guerra avrebbe avuto conseguenze intollerabili anche per il “vincitore”, il conflitto era impraticabile. Si determinò così una situazione di “guerra fredda”: guerra, perché la contrapposizione tra i contendenti sembrava un vero e proprio conflitto e perché all’interno dei paesi coinvolti si delineava una mobilitazione militare, economica e psicologica “di guerra”; Fredda, perché le armi, che continuavano ad essere prodotte e accumulate, non potevano essere usate. Con “guerra fredda” si indica quindi tutto l’assetto mondiale dall’immediato dopoguerra fino alla fine degli anni ottanta. Questo lungo periodo ha avuto 3 fasi:
.- la prima di “guerra fredda” vera e propria, durata dal 1947 ai primi anni sessanta;
- la seconda, detta la fase di “distensione”, negli anni sessanta e nei primi anni settanta;
- la terza, dopo il 1973, che rappresenta una nuova fase di tensione internazionale basata però su strumenti in parte nuovi.
Negli anni della guerra fredda USA ed URSS cercarono di estendere le proprie zone di influenza, sostenendo governi a loro favorevoli in diverse parti del mondo. La fase più critica e potenzialmente pericolosa resta quella compresa fra gli anni cinquanta e gli anni settanta. Dai primi anni ottanta si è messo in moto fra i due blocchi un graduale processo di distensione e disarmo. Convenzionalmente si indica la fine di questo periodo con la caduta del Muro di Berlino avvenuta il 9 novembre 1989. Con la successiva caduta dell'Unione Sovietica nel 1991 la situazione di guerra fredda è stata considerata superata, anche se negli ultimi anni ci sono stati episodi di contrapposizione tra gli Stati Uniti e la Russia: tra il 2006 e 2007, ad esempio, i rapporti tra i due paesi sono diventati più tesi a causa di questioni riguardanti lo Scudo spaziale e il trattato Nato contro la proliferazione di armi convenzionali in Europa.Oggi, con la nomina a presidente americano di Donald Trump e le tensioni nella gestione della situazione in Siria, nuovi attriti ricominciano a a minacciare il futuro del pianeta.

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