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venerdì 22 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1879 ebbe luogo la battaglia di Isandlwana, il più grande momento di gloria dell’esercito zulù nella guerra combattuta nel 1879 contro gli inglesi.
All’inizio del XIX secolo lo Zululand, ovvero la terra degli zulù era diventato un regno forte ed aggressivo sotto la guida del re Shaka kaSenzangakhona. Tuttavia si trovò ben presto stretto nella rapida espansione delle comunità europee: a sud gli inglesi del Natal e ad ovest i boeri (di origini olandesi) della Repubblica del Transvaal. In particolar modo le aspirazioni di due nazioni, quella inglese (i primi inglesi presero il controllo del Capo, odierno Sudafrica nel 1806, ai tempi delle guerre napoleoniche, per evidenti ragioni strategiche)  e quella zulù portarono prima ad una situazione di rivalità ed inevitabilmente ad uno scontro diretto.
In particolare la situazione iniziò a degenerare con la nomina di Sir Henry Bartle Frere ad Alto Commissario per il Sudafrica. Frere identificò nello Zululand la causa dell’instabilità che stava attraversando la popolazione di colore di tutto il Sudafrica. Ben presto inscenò una campagna propagandistica dove il re zulù Chetswayo veniva descrito come “despota irresponsabile, sanguinario e traditore” e finalizzata all’innesco di un conflitto. Gli inglesi arrivarono a pretendere che gli zulù abbandonassero il proprio apparato militare, intimando un ultimatum secondo cui se gli zulù non avessero ottemperato entra 30 giorni sarebbe stata dichiarata loro guerra. Naturalmente la condizione era inaccettabile e scoppiò di conseguenza la guerra.
Il comandante in capo inglese in Sudafrica era il Tenente Generale Frederic Thesiger, barone di Chelmsford. Tipico soldato vittoriano, aveva già avuto esperienza di guerra in territorio africano partecipando alla guerra di Abissinia. La strategia di lord Chelmsford fu condizionata dalla necessità di difendere il Natal ed il Transvaal da una possibile invasione zulu ed allo stesso tempo affrontare l’esercito zulù con una forza sufficiente per distruggerlo. Le sue forze erano disposte su cinque punti lungo i confini. Di qui la formazione inglese in 5 colonne che nel gennaio 1879 si mise in marcia contro il nemico.
Da parte loro gli zulù non volevano il conflitto. Ma quando le avanguardie inglesi entrarono nel territorio zulù ed attaccarono i primi villaggi, re Chetshwayo capì che era il momento di radunare il suo esercito e di marciare a sua volta contro il nemico. Egli, correttamente, identificò la colonna centrale come la più forte delle truppe d’invasione; pertanto utilizzò la strategia di rallentare la marcia delle colonne inglesi laterali, mediante l’intervento dei guerrieri che vivevano nelle regioni attraversate dalle stesse ed impegnando il grosso dell’esercito zulù contro la colonna centrale. Nel complesso tale esercito disponeva di 20000 guerrieri. La colonne centrale inglese, la n° 3, comandante dal colonnello Glyn invece era composta da 4709 uomini; il grosso delle forze era costituito dal 24° reggimento di fanteria.  
Ad Isandlwana le forze inglesi ammontavano a 1780 uomini, al comando del Ten.Col. Durnford e del Ten.Col. Pulleine. In particolare:
-         5 compagnie del 1° battaglione del 24° reggimento (comandate dagli ufficiali Younghusband, Mostyn, Cawaye, Wardell e Portoeus);
-         1 compagnia del 2° battaglione, comandata dal Ten. Pope;
-         2 cannoni della batteria N della 5° brigata della Royal Artillery;
-         2 compagnie del contingente indigeno del Natal;
-         Volontari a cavallo della polizia del Natal;
-         1 batteria razzi.
Le forze zulu erano raggruppate in tre contingenti: centro, corno destro e corno sinistro. Questa terminologia deriva dal nome che essi stessi avevano dato alla loro tipica formazione: “le corna della bestia”. In sintesi, l’esercito era formato da un grosso blocco centrale e da due blocchi laterali. Mentre il primo costituiva forza d’urto gli altri due cercavano di effettuare una manovra avvolgente che mirava ad un completo accerchiamento del nemico: in pratica due ali.
Il centro era costituito dai reggimenti uNoKhenke, Khandempemwu e Mbonambi, per circa 6500 uomini. Il corno sinistro era costituito dai reggimenti iNgobamakhosi e uVe, per 6000 uomini ed infine il corno destro era forte di 3500 uomini, inquadrati nei reggimenti uDududu, iMube e isAngq.
Gli inglesi avevano posto l’accampamento a ridosso del monte Isandlwana.
La mattina del 21 gennaio 1879 il comandante Lonsdale lasciò il campo con 16 compagnie del 3° reggimento contingente indigeno, seguito dal maggiore Dartnell con un gruppo di volontari del Natal e della polizia a cavallo. Intercettato un contingente nemico di 1000 zulù, chiesero rinforzi.
Il comandante dell’esercito inglese, Ten.Gen. Chelmsford, che fu sorpreso per la vicinanza del nemico, alle 4,00 del 22 gennaio lasciò il campo con 6 compagnie del 2/24°, 4 cannoni, un distaccamento di cavalleria e pionieri. Il comando del campo fu lasciato al Ten.Col. Henry Pulleine; le forze regolari inglesi erano costituite da 5 compagnie del 1° battaglione del 24° rgt. ed 1 compagnia del 2° btg.
Alle 8,00 una vedetta a cavallo fece irruzione nel campo riportando la notizia che un forte contingente zulù si stava avvicinando. Poco dopo fece ingresso nel campo il contingente guidato dal Ten.Col. Durnford, arrivato per effetto degli ordini di Lord Chelmsford. Tuttavia Durnford non ebbe ordini precisi e, pensando che doveva assecondare le truppe del comandante in capo inglese, verso le 11,30 lasciò l’accampamento per ricongiungersi con Chelmsford. Tuttavia a poco più di sei km dall’accampamento una pattuglia a cavallo al comando del Ten. Raw scoprì l’esercito zulù, che erroneamente ritenevano si trovasse a Mangimi, più a nord. Gli uomini di Raw tornarono al galoppo al campo per dare l’allarme. Nel frattempo giunse a Pulleine l’ordine di Chelmsford di levare il campo; lo stesso spedì una risposta in cui diceva di essere nell’impossibilità di spostare il campo “per il momento”.
Durnford si ritirò verso l’accampamento, sparando di tanto in tanto una salva di fucileria.
Gli zulù rapidamente si schierarono in formazione di guerra, con i reggimenti divisi nelle tre formazioni viste sopra.
Il corno destro effettuò un rapido movimento, diretto ad aggirare il monte Isandlwana, incuranti del fuoco proveniente dalla compagnia del Ten. Cavaye. Il ten. Mostyn schierò la sua compagnia tra quella di Cavaye e quella di Dyson. Pulleine si rese conto solo allora di essere sotto l’attacco di tutto l’esercito zulù ed ordinò all’artiglieria di schierarsi davanti l’accampamento. L’artiglieria aprì il fuoco contro gli zulu che si stavano riversando contro dall’altipiano. In appoggio all’artiglieria, la compagnia del Ten. Porteous si schierò sulla sinistra e quella del ten. Wardell sulla destra.
Poi Pulleine mandò la compagnia del cap. Younghusband a coprire la ritirata delle compagnie di Mostyn e Cavaye. La fanteria, infine, formò una linea più o meno continua che partiva da Younghusband fino alla compagnia del Ten.Pope all’estrema destra. Il contingente indigeno si schierò con una compagnia davanti l’accampamento, mentre un’altra compagnia a destra del Ten. Pope.  Pulleine cercò di far ritirare le truppe su posizioni difensive con alle spalle la montagna.
Nel frattempo gli uomini di Durnford cercarono di fermare il corno sinistro.  Le munizioni cominciavano a scarseggiare; accorgendosi del calo del fuoco gli iNgobamakhosi e gli uVe iniziarono a spingersi sulla sinistra per aggirare Durnford. Quest’ultimo ordinò agli uomini di ritirarsi all’accampamento. Il contingente indigeno, vedendo tale scena, si diede alla fuga.
La situazione era diventata drammatica per gli inglesi. I Khandempemvu esercitarono la massima pressione contro il centro dello schieramento nemico. Gli inglesi si riunirono in quadrati, ma gli zulù, soverchianti per numero, riuscirono a spezzare questi ultimi.
Non era più possibile una difesa coordinata: gli uomini resistevano spalla contro spalla, sparavano fino all’ultimo colpo e poi duellavano alla baionetta.
Durnford fu colpito a morte, mentre tentava di fermare il corno sinistro. Anche Pulleine morì in qualche parte del campo. Le corna zulù si ricongiunsero e per gli inglesi non ci fu scampo.
I fuggitivi speravano di raggiungere Rorke’s drift, ma il corno destro già sbarrava la strada. Memorabile l’episodio del Ten.Melville: prese la bandiera di reggimento e tentò una fuga; fu raggiunto e colpito a morte.
Il campo di battaglia era cosparso di cadaveri. I corpi dei soldati inglesi furono denudati e sbudellati in ossequio ai riti zulù. I buoi ed i cavalli erano stati uccisi, i magazzini saccheggiati, tende e carri incendiati.
Gli inglesi persero 1329 uomini, gli zulù circa 3000.
La sconfitta inglese impressionò il mondo: era impensabile che un esercito armato di lance ed altre semplici armi potesse sconfiggere un esercito dotato di armi da fuoco.
La sconfitta venne ritenuta la peggiore mai riportata dall'esercito britannico sotto il regno della regina Vittoria e il governo del primo ministro Benjamin Disraeli, che pure non aveva voluto la guerra, si trovò costretto a prendere provvedimenti per riscattare l'onore nazionale, visto che negoziare la pace in queste condizioni sarebbe stato politicamente inaccettabile; i rinforzi prima negati a Chelmsford vennero spediti in Sudafrica in gran numero, in preparazione di una nuova campagna punitiva.


giovedì 21 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio 1982, dopo una rapina a mano armata in una banca alla periferia di Siena, sette affiliati all'organizzazione terroristica "Prima Linea" salirono su un autobus della linea Siena-Montalcino. Sulla SS 2 Cassia, in località Fede, il maresciallo capo Augusto Barna, comandante della Stazione Carabinieri di Murlo, i carabinieri ausiliari Euro Tarsilli e Giuseppe Savastano, entrambi della Stazione Carabinieri di Monteroni d'Arbia, durante un normale servizio perlustrativo, informati via radio della rapina, fermarono l'autocorriera di linea diretta a Montalcino. Mentre il maresciallo Barna procedeva al controllo dei passeggeri, insospettito dall'atteggiamento e dalle risposte fornite da due passeggeri, un terzo passeggero seguiva il maresciallo e, appena uscito dal pullman, esplose nei confronti dei tre militari numerosi colpi d'arma da fuoco. I due carabinieri furono feriti mortalmente, mentre il maresciallo Barna, seppure ferito in più parti del corpo, rispose al fuoco dei malviventi uccidendone uno (Lucio Di Giacomo) e ferendone un altro. Il gruppo criminale, costituito da altre 5 persone, si allontanò in direzione di Buonconvento a bordo di una autovettura abbandonata sulla strada dal proprietario datosi alla fuga per il terrore. Nel corso delle battute organizzate furono tratti in arresto e condannati gli altri 5 componenti, tutti risultati appartenenti al gruppo terroristico resosi responsabile di altri gravi delitti.
Siena, sgomenta e senza parole, si ferma per i funerali di Savastano e Tarsilli, i carabinieri uccisi con tanta ferocia. I feretri attraversano la città trasportati con mezzi militari e sfilano tra le due ali di folla davanti ai negozi chiusi per lutto. I due giovani riceveranno la medaglia d'oro al valor militare per il "generoso slancio al servizio della comunità". Chissà se ci pensavano, a una medaglia, mentre scattavano le loro foto in divisa che ci sono rimaste: Pino in alta uniforme, la bandoliera bianca, il cappello con il pennacchio in mano, lo sguardo serio e convinto; Euro, poco più che un bambino, con la cravatta un po' slacciata, la frangia sulla fronte, un sorriso impertinente. Savastano e Tarsilli: ora i loro nomi si pronunciano sempre insieme. Eppure avrebbero solo voluto salutarsi e tornare a casa. E magari persino dimenticarsi.


mercoledì 20 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Il 20 gennaio 1752 ha luogo la cerimonia della posa della prima pietra della reggia di Caserta.
 Nel 1750 Carlo di Borbone (1716-1788) decise di erigere la reggia quale centro ideale del nuovo regno di Napoli, ormai autonomo e svincolato dall’egida spagnola. La scelta del luogo dove sarebbe sorta la nuova capitale amministrativa del Regno cadde sulla pianura di Terra di Lavoro, nel sito dominato dal cinquecentesco palazzo degli Acquaviva. Il progetto per l’imponente costruzione, destinata a rivaleggiare con le altre residenze reali europee, fu affidato, dopo alterne vicende, all’architetto Luigi Vanvitelli (1700-1773), figlio del più importante pittore di vedute, Gaspar Van Wittel, già attivo a Roma sotto Benedetto XIV nel restauro della cupola di S.Pietro.
La costruzione della Reggia ebbe inizio con la posa della prima pietra il 20 gennaio del 1752 e procedette alacremente sino al 1759, anno in cui Carlo di Borbone, morto il Re di Spagna, lasciò il regno di Napoli per raggiungere Madrid. Dopo la partenza di Carlo i lavori di costruzione del Palazzo nuovo, come veniva denominata all'epoca la Reggia, subirono un notevole rallentamento, cosicchè alla morte di Luigi Vanvitelli, nel 1773, essi erano ancora lungi dall'essere completati. Carlo Vanvitelli, figlio di Luigi e successivamente altri architetti, che si erano formati alla scuola del Vanvitelli, portarono a compimento nel secolo successivo questa grandiosa residenza reale.
La Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari. Un imponente portico (cannocchiale ottico”) costituisce l'ideale collegamento con il parco e la cascata, posta scenograficamente al culmine della fuga prospettica così creata.
Lo scalone d’onore, invenzione dell’arte scenografica settecentesca, collega il vestibolo inferiore e quello superiore, dal quale si accede agli appartamenti reali. Le sale destinate alla famiglia reale vennero realizzate in più riprese e durante un intero secolo, secondo uno stile che rispecchia la cosiddetta “unità d’interni” caratteristica della concezione architettonica e decorativa settecentesca ed in parte secondo il gusto ottocentesco per l’arredo composito e l’oggettistica minuta.
Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello scalone d'onore, si apre la Cappella Palatina. Progettata dal Vanvitelli fin nelle decorazioni, è di certo l'ambiente che più di ogni altro mostra una chiara analogia con il modello di Versailles. Il teatro di Corte, ubicato nel lato occidentale della Reggia, è un mirabile esempio di architettura teatrale settecentesca.
Il teatro di corte, splendido esempio di architettura teatrale settecentesca, è ubicato nel lato occidentale della Reggia. La sua ideazione risale ad una fase successiva a quella della progettazione del Palazzo; il piccolo teatro venne infatti progettato dal Vanvitelli solo dopo il 1756, alcuni anni dopo l'inizio dei lavori della Reggia. Diversamente da quanto ideato inizialmente dal Vanvitelli, il teatro fu collocato all'interno del Palazzo ad uso esclusivo della corte e dotato di un ingresso riservato che consentiva al re di accedere direttamente al palco reale. Conclusi i lavori nel 1768, il Teatro di Corte fu inaugurato nel gennaio del 1769 dalla giovane coppia reale, Ferdinando e Maria Carolina, alla presenza di tutta l'aristocrazia napoletana.
Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello Scalone d’onore si apre la Cappella Palatina, inaugurata alla presenza di Ferdinando IV nel Natale del 1784. Essa è simile planimetricamente alla Cappella della Reggia di Versailles, ma collocata, diversamente da quest’ultima, al piano nobile. Consta di una grande sala a galleria fiancheggiata da due file di colonne che si elevano su un alto basamento sostenuto da pilastri, disegnando due passaggi laterali, attraverso i quali si accede alla Sagrestia della Cappella. La volta a botte è impreziosita da un cassettonato ligneo, mentre il pavimento è realizzato in pregiati marmi policromi. Sopra l'ingresso, di fronte all'abside è la Tribuna reale con semicolonne in marmo giallo di Castronuovo e specchiature in marmo di Mondragone, ad essa si accede mediante una scala circolare posta subito dopo l’entrata sulla destra. La Cappella  ha subito gravi danni a seguito dei bombardamenti del novembre 1943; sono andate  irrimediabilmente perdute opere di inestimabile valore, arredi sacri e dipinti come La Nascita della Vergine di S. Conca o la Presentazione della Vergine al Tempio di R. Mengs. L’unica tela superstite, fra quelle commissionate per la Cappella, è quella dell’altare maggiore, “l’Immacolata Concezione“ di G.Bonito. Nella zona absidale l’altare in stucco è il modello di quello originario, mai portato a termine, in marmi pregiati. Analogamente non fu completato il tabernacolo previsto in pregiate pietre dure (ametiste, lapislazzuli, corniole, agate e diaspri), al cui posto ve ne è uno in legno policromo.
Il Parco Reale, parte integrante del progetto presentato dall’architetto Luigi Vanvitelli ai sovrani, si ispira ai giardini delle grandi residenze europee del tempo, fondendo la tradizione italiana del giardino rinascimentale con le soluzioni introdotte da André Le Nôtre a Versailles. I lavori, con la delimitazione dell'area e la messa a dimora delle prime piante, iniziarono nel 1753, contemporaneamente a quelli per la costruzione dell'Acquedotto Carolino, le cui acque, dalle falde del Monte Taburno avrebbero alimentato le fontane dei giardini reali.
Il giardino formale, così come oggi si vede, è solo in parte la realizzazione di quello che Luigi Vanvitelli aveva ideato: alla sua morte, infatti, nel 1773, l'acquedotto era stato terminato ma nessuna fontana era stata ancora realizzata. I lavori furono completati dal figlio Carlo (1740-1821), il quale, pur semplificando il progetto paterno, ne fu fedele realizzatore, conservando il ritmo compositivo dell'alternarsi di fontane, bacini d'acqua, prati e cascatelle.
Per chi esce dal palazzo i giardini si presentano divisi in due parti : la prima è costituita da vasti parterre, separati da un viale centrale che conduce fino alla fontana Margherita , fiancheggiata da boschetti di lecci e carpini, disposti simmetricamente a formare una scena “ teatrale” verde semicircolare.
A sinistra del palazzo, nel cosiddetto "Bosco vecchio", il cui nome ricorda l’esistenza di un precedente giardino rinascimentale, sorge la Castelluccia, una costruzione che simula un castello in miniatura, presso il quale il giovane Ferdinando IV si esercitava in finte battaglie terrestri. Nella Peschiera grande, un lago artificiale di forma ellittica con un isolotto al centro, venivano, invece, combattute le battaglie navali con una flottiglia costruita proprio per questo scopo.
La seconda parte del parco, realizzata interamente da Carlo Vanvitelli, inizia dalla fontana Margherita, dalla quale si dispiega la celebre via d'acqua, sulla quale da sud verso nord si incontrano la fontana dei "Delfini", così chiamata perché l'acqua fuoriesce dalle bocche di tre grossi mostri marini scolpiti in pietra e la fontana di "Eolo", costituita da un'ampia esedra nella quale si aprono numerose caverne che simulano la dimora dei venti, rappresentati da statue di "zefiri". L'asse principale è strutturato su sette vasche digradanti che formano altrettante cascate concluse dalla fontana di Cerere che rappresenta la fecondità della Sicilia, con le statue della dea e i due fiumi dell'isola. L'ultima fontana è quella in cui è rappresentata la vicenda di Venere e Adone.
Infine, nel bacino, denominato Bagno di Diana, sottostante la cascata del monte Briano, due importanti gruppi marmorei raffigurano Atteone nel momento in cui, tramutato in cervo, sta per essere sbranato dai suoi stessi cani, e Diana, attorniata dalle ninfe, mentre esce dall’acqua. Una grotta artificiale, costruita con grossi blocchi di tufo, il cosidetto Torrione, si erge sulla sommità della cascata, da cui si può godere la vista di un paesaggio davvero unico.

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