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domenica 20 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri guidati dal generale Cadorna aprivano con l'artiglieria una breccia di circa 30 metri nelle mura di Roma, all'altezza di Porta Pia.
Il processo di unificazione dell’Italia si innesca, inesorabile, nel 1848, quando sommosse spontanee si verificano un po’ dovunque, dalla Lombardia alla Liguria, al Veneto fino alla Sicilia, passando per la Toscana, dando vita a governi locali.
Sollecitato dai liberali piemontesi, Carlo Alberto di Savoia, che aveva simpatizzato per le idee illuministiche, dichiara guerra all’Austria con l’intento di liberare le aree del nord Italia dalla sua oppressione. Nasce la prima guerra d’indipendenza, ma gli accadimenti che ci interessa porre in rilievo in questo frangente sono quelli che attengono allo Stato Pontificio.
Pio IX, infatti, che in un primo momento si mostra favorevole ai moti rivoluzionari inviando un proprio esercito a sostegno di Carlo Alberto, poco dopo si rende conto che la guerra contro l’Austria, potenza cattolica, potrebbe determinare uno scisma nella chiesa. Il 29 aprile 1848, dunque, abbandona l’alleanza. Il popolo romano, che aveva accolto con grande entusiasmo la partecipazione al conflitto, ora è preda di un furore cieco che porta all’assassinio del ministro pontificio Pellegrino Rossi e minaccia lo stesso Papa.
Pio IX lascia Roma e si rifugia a Gaeta, mentre nella città viene proclamata la Repubblica Romana che adotta il tricolore “per ispirare nell’animo delle truppe l’amore all’Italia”, e alla cui guida è posto un triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Ma per la neonata Repubblica i problemi iniziano immediatamente: con un esercito composto da 14.700 uomini, compresi gli “irregolari” di Garibaldi, deve far fronte a quelli, in arrivo, delle potenze amiche del Papa: Francia, Regno di Napoli, impero asburgico e Spagna. Anche se a difesa della repubblica giungono a Roma forze costituite da patrioti provenienti da tutt’Italia, i rapporti di forza rimangono notevolmente sproporzionati.
Iniziato il conflitto, la difesa della città assume in molti casi un carattere epico. Garibaldi ottiene molti successi sui nemici, pur con forze risicate, a Porta Angelica, Porta Cavalleggeri, Castel Guido, Tivoli, Velletri, Palestrina. Così scrive alla sua Anita: “Noi combattiamo sul Gianicolo e questo popolo è degno della passata grandezza. Qui si vive, si muore, si sopportano le amputazioni al grido di ‘Viva la Repubblica’. Un’ora della nostra vita in Roma vale un secolo di vita!” Ma ogni resistenza è vana. Fra le tantissime vittime vi sono Enrico Dandolo, Luciano Manara, Emilio Morosini, Goffredo Mameli morto in seguito all’amputazione di una gamba.
Pio IX, che aveva lasciato Roma il 24 novembre 1848, vi fa ritorno il 12 aprile 1850. La caduta della Repubblica non fa che congelare per circa un ventennio, per quel che riguarda la città di Roma, il processo di unificazione nazionale. Negli anni che seguono lo Stato Pontificio è scosso da ripetute sommosse un po’ dovunque, fino al 1859, quando la Romagna viene annessa al regno di Sardegna. Questo evento determina la rottura dei rapporti diplomatici fra lo Stato Pontificio e il regno di Sardegna, e segna l’apertura della cosiddetta “questione romana”.
Il 14 giugno 1859 a Perugia esplodono moti popolari che le truppe papaline reprimono nel sangue saccheggiando la città. Nel marzo 1860 anche la Toscana autodetermina la propria annessione al regno sardo.
Il 18 settembre Vittorio Emanuele II, succeduto nel 1849 a Carlo Alberto, nella battaglia di Castelfidardo sconfigge l’esercito pontificio conquistando l’Umbria e le Marche e annettendole al regno di Sardegna. I territori del Papa sono ormai ridotti al solo Lazio. Con la spedizione dei Mille, Garibaldi annette il sud dell’Italia determinando un quadro politico che vede lo stivale ormai praticamente unificato, ad eccezione del Veneto e di quel che resta dello Stato Pontificio.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele prende il titolo di Re d’Italia e la soluzione della “questione romana” assume ormai carattere improrogabile. Anche nel mondo ecclesiastico è nata da tempo una considerevole fronda liberale che si rivela in tutta la sua consistenza con l’”Indirizzo” del sacerdote Carlo Passaglia la cui petizione – con la quale si chiede al Papa di rinunciare al potere temporale – raccoglie le firme di circa 10.000 sacerdoti liberali.
Per tutta risposta Pio IX intraprende l’unica via di cui dispone: chiama a raccolta tutto il mondo della Chiesa cattolica con un Giubileo straordinario seguito dal ventesimo Concilio ecumenico della storia per ribadire e rinsaldare i concetti di inviolabilità del potere spirituale e temporale della Chiesa di Roma e per condannare quanto sta avvenendo. Ma il Pontefice sa che può fare la voce grossa perché protetto dalla Francia, non potendo prevedere la caduta di Napoleone III che, sconfitto a Sedan, è fatto prigioniero dai prussiani.
Vittorio Emanuele II si preoccupa subito di informare tutte le potenze straniere delle sue intenzioni di occupare Roma garantendo al Papa la sua indipendenza. Subito dopo scrive al Papa, al quale si rivolge “con affetto di figlio, con fede di cattolico, con lealtà di re, con animo d’italiano”, informandolo che sta inviando a Roma proprie truppe per evitare disordini di piazza ed assicurare la sicurezza del Pontefice. Dalla Santa Sede giunge una risposta nella quale si stigmatizza l’arbitrarietà delle decisioni del sovrano e la conseguente impossibilità a condividerne i principi ispiratori. Pio IX, del resto, già nel dicembre 1864 aveva esternato tutta la sua rigorosa intransigenza verso le istanze liberali – ma non solo – con la pubblicazione del “Sillabo”, un elenco dei principali “errori del secolo”. E’ l’11 settembre 1870 quando al generale Raffaele Cadorna, di stanza in Umbria con 50.000 uomini, giunge perentorio l’ordine di entrare nello Stato Pontificio e quindi in Roma, dove le forze avverse contano appena 13.000 soldati al comando del generale Hermann Kanzler.
Il 19 settembre Roma viene circondata e la mattina del 20 settembre 1870 inizia l’assalto. Edmondo De Amicis, che partecipa alle operazioni, così descrive quelle ore:
“Via via che ci avviciniamo (a piedi s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville affollate di gente che guarda verso le mura. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarci contro Porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le brecce. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a Porta Pia, e che i cannoni dei pontifici appostati là erano stati smontati. Quando la Porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto… I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentiva più rumore di colpi; le colonne a mano a mano entravano… Entrammo in città… È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando… Giungiamo in piazza del Quirinale (allora residenza del Papa). Arrivano di corsa i nostri reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo… Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffé di piazza Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo; tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo piglia a braccetto e lo conduce con sè. Molti si lamentano che non ce n’è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li tirano di qua e di là, affollandoli di preghiere e d’istanze. I soldati prendono in collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le signore domandano in regalo le penne.”
Va detto che la difesa della città Eterna è volutamente blanda, per ordine del Papa: alle 14,00, a villa Albani, i due generali firmano la resa di Roma. Ed è così che la più antica diplomazia del mondo cede il passo, inerme e sgomenta, all’impeto travolgente della storia. Pio IX si rifugia in Vaticano dichiarandosi prigioniero politico ed impedendo, in tal modo, che la “questione romana”, sebbene risolta sul piano pratico, venga definita anche su quello formale.
La sua risoluzione si avrà soltanto con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi, nel 1929, che daranno vita alla città del Vaticano e con i quali si perfezionerà, tra l’altro, il grande progetto di Cavour, racchiuso nel motto “Libera Chiesa in libero Stato”. Pio IX continuerà a dirsi “prigioniero dello Stato italiano” per il resto della sua vita, respingendo la “Legge delle Guarentigie” che regola i diritti e i doveri dell’autorità papale.
Intanto a Roma nasce la “Giunta provvisoria di governo di Roma e sua provincia”, riconosciuta dal Cadorna. Il referendum del 2 ottobre 1870 sancisce l’annessione al regno d’Italia della città che, subito dopo, ne viene proclamata capitale. La breccia di porta Pia rimarrà a simboleggiare una svolta storica della massima importanza, una pietra miliare che segna l’inizio della storia di Roma come capitale d’Italia e, soprattutto, la fine, dopo circa duemila anni, dello Stato Pontificio.
Nel punto esatto in cui fu aperta la breccia, una cinquantina di metri ad ovest della porta, è stata innalzata una scultura commemorativa in marmo e bronzo; di fronte alla porta, al centro del piazzale di Porta Pia, si trova il Monumento al Bersagliere, opera di Publio Morbiducci, collocato nel 1932 su richiesta di Mussolini.

sabato 19 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre
il 19 settembre del 1991 fu ritrovato un corpo umano sulle alpi Venoste, ai piedi del ghiacciaio di Similaun, quasi perfettamente conservato: la mummia di Similaun appunto.
La mummia fu ritrovata dai coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon di Norimberga durante un'escursione, compiuta tra il 19 settembre ed il 22 settembre 1991 presso il confine italo-austriaco, sullo Hauslabjoch. L'attribuzione del nome Uomo del Similaun deriva dal toponimo registrato più vicino al luogo di ritrovamento, appunto il Similaun.
Inizialmente si pensò che si potesse trattare di un alpinista scomparso in età recente, tanto che venne attivata la gendarmeria austriaca. Durante il recupero, avviato senza particolari accorgimenti conservativi, furono danneggiate parti del corpo (tessuti esterni, femore sinistro seriamente danneggiato).
Il corpo fu inizialmente portato in Austria (Innsbruck) dove fu esaminato da esperti ed attribuito ad un antico abitante di queste zone, soprannominato in seguito da un giornalista Ötzi - o, con altra grafia, Oetzi - dal luogo del ritrovamento (Ötztal/Valle Ötz, nel Tirolo del nord). In seguito alla determinazione che il luogo di ritrovamento si trovava in territorio italiano, in base ad un accordo con la Provincia autonoma di Bolzano ed il governo austriaco la mummia è stata trasferita in Italia. Attualmente, la mummia del Similaun è conservata a Bolzano, al Museo Archeologico dell'Alto Adige, in un'apposita struttura che la mantiene nelle ottimali condizioni di conservazione pur permettendone l'osservazione. Il corpo viene conservato in una stanza con circa il 99,6% di umidità e -6°C. Ogni due mesi un medico specializzato spruzza sulla mummia dell'acqua distillata, che congelandosi forma una patina protettiva e restituisce lo 0,4/0,5% di umidità mancante. La mummia è visibile solamente tramite una finestra di circa 30 x 40 cm. Solo nell'estate del 2010 si è definitivamente concluso il processo per il ritrovamento della mummia. Infatti solo dopo una causa durata quasi 20 anni, il presidente Luis Durnwalder ha simbolicamente consegnato ai coniugi Simon una cifra di 175 mila euro tramite il legale Georg Rudolph.
La datazione al radiocarbonio gli attribuisce un'età compresa tra il 3300 e il 3200 a.C., che lo pone nell'Età del Rame, momento di transizione tra il Neolitico e l'Età del Bronzo.
Assieme al corpo furono ritrovati anche resti degli indumenti e oggetti personali di grande interesse archeologico, come un arco in legno di tasso, una faretra con due frecce pronte ed altre in lavorazione, un coltello di selce, un "correttore" per lavorare la selce, un'ascia in rame, una perla in marmo, esche ed acciarino ed uno zaino per contenere questi oggetti.
Come spesso capita per tutti i ritrovamenti archeologici di una certa eccezionalità, anche attorno ad Ötzi sono state formulate una grande quantità di teorie, spesso prive di vero fondamento scientifico, su chi fosse, come fosse morto, cosa facesse nel luogo del ritrovamento.
Le analisi hanno evidenziato la presenza di una punta di freccia in selce all'interno della spalla sinistra (penetrata a fondo in direzione del cuore) ed alcune ferite ed abrasioni (tra cui un taglio in particolare sul palmo della mano destra) che portano ad ipotizzare una morte violenta piuttosto che per cause naturali, come era stato ipotizzato in un primo momento. La postura innaturale del corpo parrebbe risalire ad un tentativo di estrarre una freccia dal ventre; ulteriori elementi fanno pensare ad un gruppo - di cui faceva parte - scampato ad un agguato, con probabilmente un compagno che avrebbe trasportato il corpo a spalla fino al luogo della morte.
Il 21 agosto 2008 è stato reso noto che Hollemeyer ed altri suoi colleghi dell'Università del Saarland hanno condotto un'analisi su alcuni pezzi dei vestiti e delle scarpe della mummia utilizzando uno spettrometro di massa, che permette di determinare la composizione chimica dei campioni, che a parere dei ricercatori può dare risultati più affidabili del test del DNA nell'analisi di pelli lavorate. I ricercatori hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche su Rapid Communications in Mass Spectrometry ed hanno osservato che i peptidi delle proteine presenti nei peli antichi sono del tutto simili a quelli di varie specie di animali allevati ancora oggi, fatto che induce a pensare che Ötzi sia stato un pastore che a volte portava la mandria al pascolo durante gli spostamenti stagionali.
Secondo altri studiosi il fatto che la mummia sia stata castrata in vita, unito alla presenza di sperma nella cavità anale, suggerisce la figura di uno sciamano o di un religioso. La castrazione stessa, tuttavia, è materia di polemica: è stata avanzata l'ipotesi che questa sia il risultato delle cattive tecniche di recupero.
Secondo lo studio del DNA contenuto nei suoi mitocondri, Ötzi appartiene a un sottogruppo che, in base alle conoscenze attuali, non ha lasciato eredi. I mitocondri, contenuti in ogni cellula ed ereditati dalla madre, contengono, assieme al nucleo, materiale genetico.
L'antropologo Franco Rollo ritiene che probabilmente Ötzi possa rappresentare il capolinea di un gruppo di esseri umani vissuti in passato e che si sono estinti, tra le varie ragioni, per esiguità.


venerdì 18 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Alle 11 e 45 circa del 18 settembre 1970, il corpo di James Marshall Hendrix giunge esanime al pronto soccorso dell'ospedale St. Mary Abbot's di Kensington, Londra. Lì, dopo essere stato identificato dal road manager inglese Gerry Stickells, viene analizzato dal Dottor Seifert, medico legale, che ne dichiara ufficialmente la morte. Sono le 12 e 45. L'analisi successiva, condotta dal coroner di West London, Dottor Gavin Thurston, conferma il primo referto: il chitarrista americano è morto per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito. Il tutto a causa di un'intossicazione da barbiturici.
A 50 anni di distanza, nonostante accurate indagini e diverse ricerche sull'argomento (emblematico, al proposito, il libro Hendrix, The Final Days di Tony Brown) rimangono ancora alcuni punti da chiarire sulle ultime ore di Jimi e sulle circostanze che lo hanno portato alla morte.
Confuse e contraddittorie, ad esempio, sono le testimonianze di Monika Dannemann, ex pattinatrice dell'allora Germania Est e personaggio chiave dell'intera vicenda. Monika, in quei giorni, era la fidanzatina di Hendrix: lo aveva convinto (sostiene lei) a tenere la sua camera presso l'elegante Cumberland Hotel di Kensington ma a trasferirsi nel suo appartamento presso il Samarkand Hotel di Notting Hill. Nel giardino del quale, il pomeriggio del 17 settembre, la Dannemann scatta le ultime foto di Jimi che, sorridente, imbraccia una Stratocaster nera. "Si tratta di una trentina di istantanee" ricorda Monika "Jimi le voleva utilizzare per la copertina del nuovo album".
Più o meno alle 15, i due escono. Passano in banca a prelevare dei soldi, poi si dirigono al Kensington Market prima e al Chelsea Antique Market poi: Jimi ordina un paio di scarpe, compra un giacchino di pelle, delle camicie e qualche pantalone. Sembra che, a Kensington, Hendrix incontri Kathy Etchingham, sua storica girlfriend. E che la inviti, per le 20, al Cumberland.
"Gli ho detto che non potevo" ricorda la Etchingham "e me ne sto pentendo ancora adesso".
Sempre nel corso di quel pomeriggio, Jimi telefona al suo manager, il controverso Mike Jeffery. Non lo trova.
Poi, mentre con Monika è a Chelsea, su King's Road incontra un'altra sua ex fidanzata, Devon Wilson, che lo invita a una festa. Quindi Hendrix e la Dannemann guidano verso il Cumberland Hotel. Bloccati dal traffico, nella zona del Marble Arch, vengono affiancati da una Mustang bianca. Al volante c'è Phillip Harvey, figlio di un importante Lord del Parlamento inglese. Harvey, e le due amiche che sono con lui, invitano Jimi e Monika a prendere un tè. Jimi accetta, ma dice che prima deve passare dal Cumberland a ritirare dei messaggi.
Quindi, con Monika, si reca a casa di Harvey. Sono, più o meno, le 17 e 30. I cinque ragazzi si accomodano nel salotto, fumano hashish, ascoltano musica e bevono il tè. "Jimi" ricorda Phillip Harvey "quel giorno era di buon umore, disponibile e carino. Ci ha raccontato diversi progetti che aveva in mente. Ha anche suonicchiato una chitarra acustica".
Nel corso della conversazione, bevono anche due bottiglie di vino rosso. Verso le 20, una delle due ragazze prepara da mangiare un po' di riso e un'insalata che Jimi apprezza. Intorno alle 22, Monika comincia a dare segni di nervosismo e fa pure una scenata di gelosia. Così, Hendrix decide che è ora di salutare. Alle 10 e 40 i due lasciano la casa al numero 4 di Clarkes Mews.
Da qui in poi, ci sono parecchie versioni dei fatti. Di sicuro (anche se l'ora esatta non è chiara) Jimi si reca al party di Peter Cameron dove c'erano Devon Wilson e Angie Burdon, moglie di Eric, leader di The Animals e grande amico di Hendrix. Lì, prende una certa quantità di amfetamine (Durophet meglio conosciuto con il nome di Black Bomber) le cui tracce vengono poi riscontrate nell'esame tossicologico effettuato sul cadavere. Poi torna da Monika che, nel tempo, rilascia testimonianze contraddittorie. In tutte sostiene che Jimi ha preso dei tranquillanti per dormire. E che il medicinale tedesco in questione (il Vesparax) era molto forte. In genere la posologia era mezza pasticca: ma pare che Jimi se ne sia ingollate nove! E che la miscela di alcol, amfetamine e barbiturici abbia prodotto lo stato comatoso dal quale non s'è più risvegliato. Secondo Monika, lei e Jimi hanno chiacchierato amabilmente sino alle 7 del mattino prima di addormentarsi in due letti diversi. Verso le 10 e 30 (ma altre volte ha detto fossero le 11) lei lo trova svenuto in una pozza di vomito. Presa dal panico, telefona a Eric Burdon che le intima di chiamare un'ambulanza.
Qualcuno dice che anche i paramedici accorsi sul posto, vedendo un nero in stato comatoso, non abbiano fatto tutto quello che avrebbe potuto e dovuto.
Distrutta dai sensi di colpa e travolta dalla pesante eredità spirituale, Monika Dannemann ha vissuto sino al 1996 dipingendo quadri con soggetto Hendrix nel ritiro della sua casa, nella campagna inglese di Seaford. Nel suo libro The Inner Life Of Jimi Hendrix e nelle innumerevoli interviste rilasciate, ha sempre accusato Kathy Etchingham, che la riteneva colpevole della morte di Hendrix, di essere una calunniatrice.
Dopo aver dilapidato un sacco di soldi in avvocati, ha perso anche l'ultima causa, nella primavera del 1996.
Pochi giorni dopo, il 5 aprile, si è suicidata con il gas di scarico della sua auto.
Nella sua tomba finiscono anche gli ultimi misteri della morte di Jimi Hendrix.
Il disco che Hendrix aveva in preparazione venne pubblicato solo parzialmente nel 1971 con il titolo di Cry of Love e raggiunse la terza posizione della classifica Billboard: le registrazioni resteranno in circolazione in tale forma provvisoria fino al 1997, quando tutte le tracce vennero ordinatamente ed interamente ripubblicate con il titolo originario di First Rays of New Rising Sun.
Oggi i locali dell'hotel dove Hendrix è morto sono appartamenti privati; la sua salma riposa in un mausoleo fatto costruire dal padre nel Greenwood Memorial Park di Renton, Washington, a sud di Seattle.


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