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mercoledì 21 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 agosto.
Il 21 agosto la religione cattolica celebra Santa Ciriaca.
E' commemorata il 21 agosto nel Martirologio Romano, inseritavi dal Baronio sull'autorità di una favolosa passio che si conservava nella Biblioteca Vallicelliana. Secondo questo testo, Ciriaca era una nobile romana la quale, rimasta vedova dopo undici anni di matrimonio, mise se stessa e i suoi beni a disposizione dei cristiani che, durante la persecuzione, si riunivano nella sua casa, sita sul Celio, per celebrarvi i divini misteri. Conobbe anche san Lorenzo che la guarì da un mal di capo; dopo la morte del santo, al tempo della persecuzione di Decio, fu arrestata e sottoposta a terribili tormenti durante i quali morì, il 23 agosto. Il suo corpo fu sepolto nell«agro Verano», non lungi da quello di san Lorenzo, in un suo podere.
Già nella complessa passio Polychronii si accennava ai rapporti tra Ciriaca e Lorenzo, ma senza riferimento al martirio della vedova, mentre gli Itinerari del sec. VII indicano la tomba di Ciriaca accanto a quella del famoso martire, e nella biografia di Adriano I ella è detta «beata». Secondo un'iscrizione conservata in San Martino ai Monti, il papa Sergio II (844-47) aveva trasportato il suo corpo in quella chiesa donde, più tardi, sarebbe stato ancora trasferito in quella di Santa Maria in Campitelli. Col nome di Ciriaca è anche indicato, in antichi documenti topografici, il cimitero della via Tiburtina in cui fu seppellito san Lorenzo, ma quel nome dovette essergli attribuito più tardi, poiché nella Depositio Martyrum esso è riferito semplicemente con la denominazione topografica «in Tiburtina». L'origine dell'attribuzione, con molta probabilità, deve ricercarsi in una notizia del Liber Pontificalis, in cui, alla Vita di Silvestro, si legge che Costantino donò alla chiesa di San Lorenzo al Verano «possessio cuiusdam Cyriacae religiosae foeminae quod fiscus occupaverat tempore persecutionis, Veranum fundum». Il «fondo Verano» fu facilmente identificato con «l'agro Verano» e, per conseguenza, col cimitero omonimo. Così Ciriaca entrò nell'agiografia di Lorenzo essendo, naturalmente, anch'essa elevata alla dignità di martire.

martedì 20 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 agosto.
Il 20 agosto 1940, a Città del Messico, Lev Trotsky viene ferito mortalmente.
Lev Davidovic Bronstejn, conosciuto come Lev Trotsky, nasce il 7 novembre del 1879 a Janovka, nell'attuale Ucraina, nella provincia di Kherson, da una famiglia di contadini ebrei piuttosto benestanti. Frequentando l'università di Odessa, ha la possibilità di avvicinarsi agli ambienti rivoluzionari: nel 1898, a diciannove anni, viene arrestato mentre è impegnato nell'Unione Operaia della Russia Meridionale. Due anni dopo viene condannato all'esilio in Siberia per quattro anni, ma riesce a scappare nel 1902: è in questo periodo che prende il nome di Trotsky (derivante da un ex carceriere di Odessa).
Trasferitosi a Londra per raggiungere il redattore capo del giornale "Iskra" Vladimir Lenin, prende parte al secondo congresso del Partito Operaio Socialista Democratico Russo (conosciuto anche come Partito Social Democratico Russo dei Lavoratori) nell'estate del 1903. Nella faida interna sorta nel partito, si schiera contro Lenin e a favore dei Menscevichi. Tornato in Russia due anni più tardi, viene coinvolto nello sciopero generale dell'ottobre del 1905: appoggia la rivolta armata e presiede il Soviet di San Pietroburgo. Viene, per questo motivo, arrestato e condannato all'esilio a vita. Nel 1907 ritorna a Londra, e partecipa al quinto congresso partitico, per poi spostarsi a Vienna.
Qualche anno più tardi viene inviato nei Balcani da un quotidiano radical-democratico per raccontare la guerra del 1912-1913, antipasto della Prima Guerra Mondiale. Proprio con l'avvicinarsi della guerra abbandona quei territori pericolosi per stabilirsi dapprima in Svizzera e poi in Francia. Espulso anche dalla Francia, si trasferisce a New York, prima di ritornare in Russia in occasione della Rivoluzione di febbraio e della rimozione dello Zar. Nel 1917, quindi, Lev Trotsky si unisce ai Bolscevichi, venendo coinvolto nel tentativo di rovesciare il governo di Aleksandr Kerensky. I Bolscevichi riescono a prendere il potere, e Lev viene nominato Commissario del popolo per gli Affari Esteri: uno dei suoi obiettivi più importanti è quello di trattare la pace con i tedeschi.
Ritiratosi dai colloqui nel febbraio del 1918 sperando in una ribellione dei militari della Germania, vede la propria speranza delusa: i tedeschi, di conseguenza, invadono la Russia, obbligando i sovietici alla firma del Trattato di Brest-Litovsk. Trotsky, diventato nel frattempo Commissario del Popolo della Guerra, fonda quindi l'Armata Rossa, e al suo comando sconfigge l'Armata Bianca nella Guerra Civile Russa. Egli, tuttavia, è costretto a dimettersi dalle proprie cariche nel gennaio del 1925, dopo la salita al potere di Stalin (successiva alla morte di Lenin), artefice della lotta al Trotskismo (nel frattempo auto-proclamatosi Opposizione di sinistra).
Lev, intanto, si pone in contrasto con il pensiero stalinista, e in particolare con il suo obiettivo di creare il socialismo in un solo Paese, come dimostra la sua teoria della Rivoluzione Permanente. Ciò che Trotsky contesta ai suoi avversari è il regime autoritario, ma anche la nascita di una nuova borghesia. L'Opposizione trotskista, insomma, reclama una politica di industrializzazione, la promozione di rivoluzioni proletarie anche in altre parti del mondo (in Germania e in Cina) e un piano di collettivizzazione volontaria da attuarsi nelle campagne. Il gruppo di Trotsky nel 1926 si allea con le frazioni Zinovev e Kamenev, dando origine alla cosiddetta Opposizione Unificata.
In seguito a un periodo di forti scontri tra il governo e i gruppi oppositori, questi ultimi nel 1927 decidono di celebrare in autonomia il decimo anniversario della Rivoluzione di Ottobre: evidente, da parte di Lev Trotsky, è l'intento di mostrarsi resistente al nascente regime staliniano. A Leningrado, a Mosca e nelle principali piazze sovietiche migliaia di persone sventolano le bandiere e i vessilli dell'Opposizione Unificata: il 12 novembre del 1927 Lev viene espulso dal Partito Comunista Sovietico. Due anni più tardi, mentre la persecuzione sistematica degli attivisti dell'Opposizione ha ormai preso piede, Trotsky è costretto all'esilio ad Alma Ata, nell'attuale Kazakistan.
Da lì inizia un lungo giro per l'Europa e non solo: dapprima in Turchia, poi in Francia e infine in Norvegia. Dalla Scandinavia Trotsky si sposta in Messico, invitato direttamente dall'artista Diego Rivera, con il quale vive per un certo periodo (prima di intrattenere una relazione con Frida Kahlo, moglie del pittore). Nell'inverno del 1933 conosce Simone Weil, che gli offre ospitalità a Parigi: qui egli organizza una riunione clandestina che raduna numerosi esponenti di partito transalpini. Dopo aver scritto, nel 1936, l'opera "La rivoluzione tradita", in cui vengono elencati e denunciati i delitti compiuti dalla burocrazia staliniana, nel 1938 l'esiliato sovietico fonda la Quarta Internazionale, un'organizzazione internazionale marxista che si propone di sfidare la Terza Internazionale stalinista.
Nel frattempo litiga con Rivera e va a vivere da solo: il 24 maggio del 1940 è vittima di un blitz compiuto da sicari stalinisti, a capo dei quali c'è il pittore Siqueiros, dal quale riesce tuttavia a scappare. Nulla può, invece, tre mesi più tardi: è il 20 agosto del 1940 quando Lev Trotsky in un sobborgo di Città del Messico, Coyoacan, viene aggredito da un agente stalinista, Ramòn Mercader, che lo uccide sfondandogli la testa con una piccozza.

lunedì 19 agosto 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 agosto.
Il 19 agosto 480 a.C. si combatte la battaglia delle Termopili.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migliori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. Quindi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Ingiustamente i Tebani sono passati alla storia per essere stati trattenuti come ostaggi: non è  realistico che Leonida tenesse presso di sé tanti possibili disertori, ma è più probabile che fossero fuoriusciti Tebani, oppositori del partito della madrepatria che invece era schierato ormai apertamente per Serse.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondati li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
Qual è il significato militare della battaglia delle Termopili? Alto, perché aveva confermato nei greci il risultato della battaglia di Maratona, ovvero li aveva convinti della propria superiorità morale e materiale sui Persiani, a condizione di individuare la chiave tattica migliore per esplicarla.
Il risultato politico fu forse ancora maggiore, perché dopo le Termopili i margini di trattativa tra i Greci e i Persiani si erano annullati: la coalizione greca non poteva più contemplare la resa ma era ormai costretta a resistere, perché la pazienza e la benevolenza del re dei re si era ormai esaurita.
I Greci erano costretti ad essere compatti e seppero trarne vantaggio.

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