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martedì 16 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 ottobre.
Il 16 ottobre 1869 viene rinvenuto a Cardiff (USA), il cosiddetto "gigante di Cardiff", la sagoma di un gigante alto più di tre metri.
La scoperta, fece accorrere sul luogo migliaia di persone e di curiosi e riaprì il dibattito sull’esistenza nel passato di esseri giganti sul nostro pianeta. Dopo i primi dubbi si scoprì che si trattava solo di un falso ritrovamento ben organizzato.
Il denaro costituisce spesso lo scopo principale delle contraffazioni, ma l’interesse economico può coesistere con motivi molto più complessi. Il “Gigante di Cardiff“ sembra essere l’esempio più lampante in tal senso. Nell’ottobre del 1869 un certo Stub Newell ingaggiò alcuni uomini per scavare un pozzo nella sua fattoria a Cardiff, nello stato di New York. A circa 10 metri di profondità incontrarono un oggetto solido, perciò ampliarono il pozzo, facendo una scoperta sensazionale: la sagoma gigante di un uomo di tre metri, apparentemente pietrificato.
La voce del ritrovamento si diffuse rapidamente ed il giorno seguente giunse una folla di spettatori. Newell si mise subito all’opera, e in due giorni ottenne l’autorizzazione ad esibire il Gigante di Cardiff; eresse una tenda sopra lo scavo e fece pagare 50 centesimi d’entrata alle migliaia di visitatori. Un suo lontano cugino, George Hull, forniva cibo ed acqua per tutti. Gli uomini d’affari della vicina città di Syracuse intravidero la possibilità di lauti guadagni e fecero a Newell un’offerta che questi non poté rifiutare: acquistarono tre quarti del Gigante per l’ingente somma di 30.000 dollari. Il che si rivelò un solido investimento, poiché nelle due settimane successive i visitatori furono più di trentamila. Il gruppo decise però che la fattoria di Newell era troppo fuori mano e spostò la sua attrazione in una sala appositamente costruita a Syracuse. L’eccitazione suscitata dal Gigante di Cardiff fu tale che il famoso Phineas T. Barnum offrì 60.000 dollari per poterlo portare con sé in una tournée di tre mesi.
La bolla era destinata a scoppiare, ma iniziò con lo sgonfiarsi lentamente: i quotidiani locali riferirono che un carrozzone enorme con un carico pesante era stato visto dirigersi a Cardiff l’anno precedente. Tale accusa poté, naturalmente, essere respinta come un pettegolezzo di vicini invidiosi, ma più difficili da negare furono i commenti negativi degli scienziati che esaminarono il Gigante. Uno dei primi comparsi sulla scena fu il geologo J.F. Boynton dell’Università della Pennsylvania, che aveva visto il Gigante quando ancora si trovava nella fattoria di Newell. Fu molto franco nell’esprimere la sua condanna: “E’ del tutto assurdo considerarlo un uomo fossilizzato. Non presenta nessuno degli indizi che lo confermerebbero tale se venisse esaminato da un chimico, da un geologo o da un naturalista esperto“.
Il critico più severo fu un esperto di fossili, il professore Otheniel Marsh che definì il Gigante “eccezionale“; quando però uno dei proprietari gli chiese se poteva esprimere la sua opinione, rispose: “No, però potete dire questo: è una truffa eccezionale!“. La ferma opinione di Marsh che il Gigante fosse stato scolpito nel gesso suscitò scalpore ed i giornali di New York divennero più critici.
Ogni dubbio sulla natura del Gigante venne dissipato in dicembre, quando George Hull confessò che l’intera storia era una farsa. Nel 1866 Hull, ateo convinto, aveva avuto un violento alterco con un ministro metodista a proposito dell’interpretazione letterale della Bibbia. E aveva deciso di mettere alla prova la fede del pubblico nei giganti costruendo un Golia moderno. Ingaggiò così degli scultori di Chicago per crearne uno da un blocco enorme di pietra di gesso, poi ne forò la superficie con aghi da maglia e passò dell’acido sulla sua “pelle” per nascondere il segno degli utensili. Con Newell compiacente, Hull trasportò la statua finita a Cardiff e la seppellì nel novembre 1868.
Gli affaristi di Syracuse tentarono dapprima di far tacere Hull, ma quando testimoniarono gli scultori di Chicago, il gioco terminò. Nonostante ciò, essi mandarono il Gigante in giro per il paese; Barnum se ne fece fare una copia (un falso di un falso!) e la esibì a New York . Molte persone preferirono, tuttavia, credere che l’Uomo di Cardiff confermasse l’esistenza dei giganti biblici. Alla fine, il pubblico si stancò della statua, che oggi giace nel Museo dell’agricoltura di Cooperstown, nello stato di New York.

lunedì 15 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 ottobre.
Il 15 ottobre 1872 nasce il corpo degli Alpini.
Durante la riorganizzazione dell’esercito italiano iniziata a seguito del successo prussiano nella guerra contro la Francia, venne istituita la “riforma Ricotti” voluta dal generale e ministro della Guerra Cesare Ricotti-Magnani, che prevedeva una ristrutturazione delle forze armate condotta sul modello prussiano, basata sull’obbligo generale ad un servizio militare di breve durata, in modo tale da sottoporre all’addestramento militare tutti gli iscritti alle liste di leva fisicamente idonei, abolire la surrogazione e trasformare l’esercito italiano in un esercito-numerico, espressione delle potenzialità umane della nazione.
Nel fervore innovativo in seno alla gestione Ricotti venne affrontato anche il problema della difesa dei valichi alpini. Fino ad allora si era ritenuto che una reale difesa dei valichi fosse impossibile e che un eventuale invasore dovesse essere ostacolato dagli sbarramenti fortificati delle vallate, ma definitivamente fermato solo nella pianura Padana. Questa tattica avrebbe lasciato completamente sguarniti tutti i passi alpini dal Sempione allo Stelvio e tutto il Friuli, cioè la più diretta e potente linea d’invasione disponibile all’Impero austro-ungarico.
Nell’autunno 1871 il capitano di Stato Maggiore, ex insegnante di geografia, Giuseppe Domenico Perrucchetti, preparò uno studio dal titolo “Considerazioni su la difesa di alcuni valichi alpini e proposta di un ordinamento militare territoriale nella zona alpina” nel quale sosteneva il principio che la difesa delle Alpi dovesse essere affidata alla gente di montagna. Nato nel 1839 a Cassano d’Adda, dunque in pianura e non in montagna, Perrucchetti che non era un alpino e non lo diventò mai, fu un appassionato studioso attento alle operazioni militari condotte nei secoli precedenti nei territori alpini, e fin dall’inizio colse le contraddizioni che il sistema di reclutamento italiano comportava. A causa del complesso sistema di reclutamento concentrato nella pianura, all’atto della mobilitazione gli uomini avrebbero dovuto affluire dalle vallate alpine ai centri abitati per essere equipaggiati e inquadrati, quindi ritornare nelle vallate per sostenere l’urto di un nemico che nel frattempo avrebbe potuto organizzare e disporre al meglio le proprie forze. In questo modo si sarebbe venuta a creare una concentrazione caotica di uomini presso i distretti militari atti a rifornire il personale sceso a valle insieme a quello di stanza in pianura, il che avrebbe portato conseguenti e inevitabili ritardi. A ciò si sarebbe aggiunto – sempre secondo Perrucchetti – un altro grave limite: le esigenze di mobilitazione avrebbero portato alla creazione di battaglioni eterogenei composti da provinciali della pianura poco atti alla guerra di montagna e non pratici dei luoghi.
Nel 1872 Perrucchetti firmò un articolo per “Rivista militare”, nel quale trattava il problema della difesa dei valichi alpini e suggeriva alcune innovazioni per l’ordinamento militare nelle zone di frontiera. Nelle zone di confine sarebbero stati arruolati i montanari locali, similmente all’ordinamento territoriale alla prussiana, per il quale la zona alpina sarebbe stata divisa per vallate in tante unità difensive, costituenti ciascuna un piccolo distretto militare. In ciascuna unità difensiva le forze reclutate sarebbero state formate su un determinato numero di compagnie raggruppate attorno a un centro di amministrazione e di comando, in modo tale da avere tante unità difensive quanti erano i valichi alpini da proteggere. Secondo Perrucchetti i soldati destinati a queste unità dovevano essere abituati al clima rigido, alla fatica dello spostamento in montagna, alle insidie di un terreno accidentato e pericoloso e ai disagi delle intemperie; dal canto loro gli ufficiali dovevano essere conoscitori diretti e profondi del territorio, alpinisti ancor prima che militari. Infine, i rapporti con la popolazione civile dovevano essere stretti e spontanei, in modo tale da giovarsi della funzione di informatori e di guide che i montanari potevano svolgere a beneficio delle truppe. Il reclutamento locale, oltre a fornire uomini già abituati alla dura vita in montagna, era un forte elemento di coesione tra le truppe: riunendo nelle compagnie i giovani provenienti dalla stessa vallata, e stanziandoli nella loro terra d’origine si ottenevano grossi vantaggi senza esporsi a rischi.
Per i problemi di bilancio che affliggevano il ministero della Guerra, e quindi per paura che il voto del Parlamento fosse sfavorevole, Ricotti non presentò un progetto organico per la creazione di un nuovo corpo, ma lo inserì in una generale ristrutturazione dei distretti militari che da 54 dovevano diventare 62, unitamente alla creazione di un certo numero di compagnie alpine limitato a quindici. Il progetto fu appoggiato dal ministro della Guerra del governo di Quintino Sella, Ricotti-Magnani, che condivideva le necessità della difesa dei valichi alpini e preparò il decreto nel quale si istituiva praticamente di nascosto il nuovo corpo mascherato con compiti di fureria. Il decreto venne quindi firmato dal re Vittorio Emanuele II il 15 ottobre 1872, ironia della sorte in una città che nulla aveva a che vedere con le montagne dei confini settentrionali, cioè Napoli, nella relazione ministeriale che accompagnava il Regio Decreto n. 1056, si parlava dell’istituzione delle prime compagnie alpine. Subito dopo, in occasione della chiamata alle armi della classe 1852, iniziò la formazione delle prime quindici compagnie alpine, che si sarebbero costituite nel giro di un anno.
La rapidità con la quale il Ministero decise la costituzione ebbe come contropartita riflessi negativi nel numero e soprattutto nell’equipaggiamento. La divisa era la stessa della fanteria, con evidenti inconvenienti in rapporto alle esigenze di montagna; chepì di feltro, cappotto di panno indossato direttamente sulla camicia, ghette di tela e scarpe basse. L’armamento era costituito da un fucile di modello recente, il “Vetterli 1870″, in linea con i fucili impiegati dagli eserciti europei, ma dal peso e dalla lunghezza eccessivi per gli spostamenti su terreni impervi, mentre gli ufficiali erano invece dotati dell’obsoleta pistola a rotazione “Lefaucheaux”. Per il trasporto dei materiali ogni compagnia aveva a disposizione un solo mulo e una carretta da bagaglio, in modo tale da riempire gli zaini dei soldati non solo degli effetti personali, ma di tutto quello utile alla compagnia, dai generi alimentari, alle munizioni, alla stessa legna da ardere.
Ma le insufficienze organizzative non pregiudicarono l’affermazione del corpo, che crebbe ben presto, tanto che nel 1873 le compagnie furono portate a 24 e ripartite in sette battaglioni. Nel 1875, constatato che la zona assegnata a ciascuna compagnia era troppo vasta, i battaglioni furono aumentati a 10 per un totale di 36 compagnie con un capitano, quattro ufficiali subalterni e 250 uomini di truppa. Nel 1882 il ministro della Guerra Emilio Ferrero decise una ristrutturazione dei reparti, e con il Regio Decreto del 5 ottobre i dieci battaglioni e le trentasei compagnie furono sdoppiati e raggruppati nei primi sei reggimenti composti da tre battaglioni, che divennero sette nel 1887 e otto nel 1910.
All’evoluzione organica si accompagnava un progressivo adeguamento delle uniformi e dell’armamento. Nell’ottobre 1874 il cappotto a falde venne sostituito con una giubba grigio-azzurra, sulla quale veniva indossata una mantella alla bersagliera color turchino e le scarpe basse vennero sostituite con scarponi alti. Nell’estate 1883 l’uniforme venne caratterizzata dal colore distintivo rispetto agli altri corpi, il verde, colore che due anni più tardi venne esteso a tutte le mostreggiature e le rifiniture della divisa. L’elemento caratterizzante del corpo era però sin dal 1873 il cappello alla “calabrese” con la penna nera, ornato con fregio rappresentante un’aquila ad ali spiegate sormontata da una corona reale.
Per quanto riguarda l’armamento, il fucile Wetterli 1870 fu trasformato nel 1887 in un’arma a ripetizione ordinaria grazie al progetto del capitano d’artiglieria Giuseppe Vitali, il quale diede anche il nome alla nuova arma; “fucile mod. 70/87 Wetterli-Vitali”. Nonostante l’impegno del Vitali, la necessità di un munizionamento più leggero portò la Commissione delle armi portatili ad adottare il calibro 6,5 mm e nel settembre 1890 ad affidare alle fabbriche d’armi del Regno lo studio di un nuovo fucile. Tra i vari modelli presentati fu scelto quello della fabbrica d’armi di Torino, il “Carcano-Mannlincher mod. 1891″, più corto e maneggevole. Parallelamente al mod. 91 per la truppa, venne anche rinnovato l’armamento degli ufficiali alpini con la pistola mod. 89 a ripetizione ordinaria con tamburo girevole.
Giuseppe Perrucchetti nel 1888 diventa Colonnello e Capo di Stato Maggiore del Corpo d’Armata di Ancona. Nel 1895 viene promosso al grado Generale di Brigata e nel 1900 a quello di Tenente Generale. Nel 1904 Perrucchetti si congeda dall’esercito, successivamente diventa senatore nel 1912.
Muore nel 1916 nella sua residenza di Cuorgnè in Val d’Orco. A lui è intitolata la Punta Perrucchetti (4.020 metri), cima secondaria del massiccio del Bernina e massima altitudine della regione Lombardia.

domenica 14 ottobre 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.
Il 14 ottobre 1806 Napoleone a Jena sbaragliò l'esercito prussiano.
Nel 1806 l'esercito francese di stanza in Germania, dal Reno al Danubio, poteva contare su centosessantamila uomini, con il quartier generale situato a Monaco. Essi formavano sei corpi d'armata ed erano comandati, finché non fosse tornato Napoleone, dal generale Louis-Alexandre Berthier, uno dei migliori ufficiali dell'esercito francese.
Il 9 ottobre 1806 la Prussia, inconsapevole dell'arretratezza del suo esercito, dichiarava guerra alla Francia, potente e vittoriosa. Alla Prussia si affiancavano, come alleati, la Russia e l'Inghilterra: nasceva la Quarta Coalizione.
A questo punto la Grande Armèe francese è già sul piede di guerra, e il concentramento è fissato a Magonza. Napoleone parte, alla volta di quella città, il 24 settembre, accompagnato dall'imperatrice Giuseppina e dal principe Talleyrand. Va a prendere il comando dell'esercito.
I suoi primi ordini sono i seguenti: il corpo d'armata di Augerau raggiungerà Francoforte il 2 ottobre; quello di Bernadotte muoverà su Norimberga; quello di Ney si radunerà ad Ansbach; quello di Davout sarà a Bamberga il 3 ottobre; quello di Lefebvre a Kjonigshofen, l'artiglieria e i rifornimenti a Wurzburg. Il maresciallo Soult si troverà ad Amberg il 4 ottobre.
Inizia così la campagna napoleonica in terra di Germania. La battaglia che tolse di scena la Prussia si combatté il 14 ottobre 1806, a Jena e ad Auerstadt contemporaneamente .
Jena era una bella città della Turingia orientale, e a venti chilometri di distanza si trovava il villaggio di Auerstadt.
La battaglia di Jena inizia alle 7 del mattino, quando i prussiani del generale Hohenlohe muovono dalla città verso Weimar, temendo un accerchiamento. Verso le nove, quando finalmente la fitta nebbia comincia a levarsi, Hohenlohe si accorge di essere attaccato non soltanto da Soult alla sua sinistra, ma anche da Ney e da Lannes al centro, e da Augerau sulla destra.
Il comandante prussiano, vistosi in trappola, comincia a mandare messaggeri al generale Ruchel, invitandolo ad affrettarsi con le forze di riserva e a raggiungerlo sul campo di battaglia.
Purtroppo Ruchel tardò e quando le sue avanguardie comparvero al limite della pianura, poco dopo l'una, Hohenlohe aveva già impartito l'ordine di ritirata e le sue truppe ripiegavano in disordine. E qui avvenne il peggio. Gli uomini di Ruchel, destinati a portare aiuto ai colleghi in combattimento, vennero coinvolti nella loro fuga. Una catastrofe.
Le sorti della battaglia furono decise dall'intelligente impiego della cavalleria di Murat e dalla Guardia quando, nel primo pomeriggio, vennero lanciate a dare l'ultimo colpo al nemico.
I prussiani lasciarono sul campo quindicimila tra morti e feriti, e altrettanti furono i prigionieri. Gli ufficiali e i soldati prussiani superstiti si diedero alla fuga in direzione di Weimar inseguiti dalla cavalleria francese che ne fece una strage.
Alle 3 del pomeriggio a Jena si era già finito di combattere e l'armata di Hohenlohe, oltre a quella di Ruchel, caduto in battaglia, non esisteva più. I francesi avevano perduto solamente, tra morti e feriti, cinquemila uomini.
Napoleone verso sera tornò nel suo accampamento e solo là seppe che cosa era accaduto ad Auerstadt, e si rese conto di non aver sconfitto il grosso dell'esercito nemico, ma solo il fianco delle forze prussiane, mentre era toccato al maresciallo Davout, al comando soltanto di ventiseimila soldati, sconfiggere il grosso dell'esercito prussiano di re Federico Guglielmo III ad Auerstadt.
Davout, nonostante l'inferiorità numerica, attaccò per primo e subito, sotto i colpi dei francesi, cadde il comandante in capo prussiano Brunswick. Guglielmo avrebbe potuto prendere in mano il comando dell'esercito o sostituire il generale defunto, ma, titubante com'era, non fece né l'una né l'altra delle due cose, rendendo così esitante la manovra del suo esercito.
Alle 10 del mattino, sempre del 14 ottobre 1806, i generali prussiani Schmettau e Wartensleben contrattaccano. Il primo viene subito travolto dal fuoco francese, rimanendo morto sul terreno, mentre Wartensleben, dopo un successo iniziale, viene affrontato personalmente da Davout e costretto a ritirarsi.
Quando queste due divisioni furono sopraffatte e la destra prussiana completamente distrutta, Davout poteva considerare vinta la battaglia di Auerstadt, lo stesso giorno della vittoria di Napoleone a Jena.
Il re prussiano Federico Guglielmo, ancora convinto di trovarsi di fronte Napoleone, ordina la ritirata. Le tre divisioni del maresciallo francese intrappolarono quanto restava dell'esercito prussiano e lo eliminarono.
Alle 12 e 30, dell'armata reale prussiana non c'era più che un gruppo di fuggiaschi.
Ecco come Francois-Renè de Chateaubriand ricostruisce l'inizio della campagna napoleonica del 1806 nel libro "Napoleone".
Nel corso dell'anno 1806, scoppia la Quarta Coalizione. Napoleone parte da Saint-Cloud, arriva a Magonza, a Salisburgo si impadronisce dei magazzini del nemico. A Saalfeld è ucciso il principe Ferdinando di Prussia. Il 14 ottobre, sulla duplice battaglia di Auerstadt e di Jena, la Prussia scompare...Il bollettino prussiano dice tutto in una sola riga: "L'esercito del re è stato sconfitto. Il re e i suoi fratelli sono vivi".
Il duca di Brunswick sopravvisse di poco alle sue ferite; nel 1792, il suo proclama aveva fatto sollevare la Francia; egli mi aveva salutato lungo la strada quando, povero soldato, andavo a raggiungere i fratelli di Luigi XVI...Erfurt capitola, Lipsia è conquistata da Davout; sono forzati i passaggi dell'Elba; Spandau cede; a Potsdam, Bonaparte fa prigioniera la spada di Federico. Il 27 ottobre 1806, il grande re di Prussia, ode, nella polvere intorno ai suoi palazzi vuoti, risuonare le armi in un modo che gli rivela la presenza di granatieri stranieri: Napoleone è arrivato"

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