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mercoledì 8 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 luglio.
L'8 luglio 1947 Il quotidiano Roswell Daily Record riporta la notizia del ritrovamento di un oggetto non identificato nei pressi della cittadina di Roswell nelle vicinanze di un ranch nella zona di Socorro da parte del 509º Gruppo bombardieri consegnato alla base aerea Wright Petterson. Il 509º Gruppo bombardieri dichiarava di aver rinvenuto sul luogo dell'incidente un Ufo.
Il giorno dopo, il 9 luglio 1947 l'Aeronautica Militare statunitense descrisse l'oggetto come un "pallone sonda aerostatico" destinato all'uso meteorologico, affermò che non si trattava di un UFO di origine extraterrestre e questa all'epoca fu la versione ufficiale dell'accaduto e lo rimane tutt'ora, furono divulgate dal Generale Roger Ramey immagini dei resti del pallone sonda.
Questo incidente diede origine "al caso Ufo"più importante e ricco di testimonianze del momento insieme al caso Majestic-12
I militari e i testimoni che assistettero al ritrovamento non descrivono l'oggetto come un pallone sonda disintegrato al contatto con il suolo, ma danno spiegazioni differenti, indicano l'oggetto come un ufo di origine extraterrestre di forma discoidale, probabilmente vittima di un Ufo_crash (termine che indica lo schianto sul suolo terrestre di un Ufo).
Il governo statunitense ha sempre sostenuto la teoria del pallone sonda precipitato al suolo. Il caso scivolò nell'ombra e da notizia sconvolgente divenne una notizia di poca importanza.
Mac Brazel, il proprietario del terreno in cui si verificò l'incidente fu colui che avvisò i militari dell'accaduto e prelevò alcuni rottami che si trovavano sul posto.
Dopo l'incidente si diffusero voci del ritrovamento di corpi di extraterrestri che si trovavano al'interno dell'Ufo. Fu Glenn Dennis che lavorava presso le pompe funebri di Roswell ad affermare di aver visto di persona i corpi degli alieni in seguito all'incidente, fu chiamato sul posto perché secondo i militari poteva trattarsi di un aliante schiantatosi con due persone a bordo, entrambe morte che presentavano dimensioni non superiori ai 150 cm di altezza con testa ovale (degli alieni grigi?) e necessitavano di una bara particolare.
Nonostante tutto il caso Roswell non fu più un caso straordinario e non si sentì più nulla in merito né da mezzi di comunicazione come giornali o radio fino all'anno 1991 in cui un libro (uscito anche in Italia) “UFO-crash a Roswell” di Kevin Randle e Donald Schimtt, entrambi ufologi, analizzò nuovamente il caso Roswell. L'attenzione dell' opinione pubblica fu di nuovo attratta fino al 1995 dal "Caso Roswell" in cui teorie di corpi alieni umanoidi conservati e studiati nelle basi aeree militari dell'epoca ed il cover_up (termine che indica insabbiamento dei fatti da parte delle autorità) effettuato in America mantenevano alta l'attenzione sul caso.
Kenneth Arnold dichiarò di aver avvistato "nove oggetti simili ad ali volanti, muoversi a velocità elevata, velocità impossibile da raggiungere per i mezzi dell'epoca"; alianti come era stato comunicato in primis a Glenn Dennis riguardo al caso Roswell o qualcos'altro? Vi è un collegamento tra i due fatti?
Nel 1995 Ray Santilli, produttore britannico, affermò di possedere alcuni filmati dello schianto dell'ufo: due filmati delle autopsie degli alieni che si trovavano all'interno del mezzo; una sola è stata resa pubblica, la seconda non è mai stata trasmessa in televisione.
Fox TV trasmise il filmato dell'autopsia ed in seguito tutto il mondo vide i filmati ed in rete è possibile visionarli interamente.
La pellicola sottoposta a studi risale effettivamente all'anno 1947, nessuno è riuscito a riprodurre allo stesso modo il filmato ed i corpi sono reali (secondo l'analisi del video). E riguardo ai corpi? Il governo affermò che si trattava di due manichini che si trovavano in sperimentazione sul pallone sonda, scambiati per dei corpi reali dai testimoni. Il caso Roswell rimane un mistero legato al mondo degli Ufo_crash e del cover_up del governo statunitense.

martedì 7 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 luglio.
Il 7 luglio 1881 comincia la pubblicazione a puntate, sul "Giornale per i bambini", della versione definitiva di Pinocchio, scritto da Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi.
Successivamente,  le Avventure di Pinocchio venne pubblicato in forma completa e definitiva nel 1893, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Il lungo lavoro di composizione copre anni cruciali per l’Italia, che da poco aveva conquistato l’indipendenza e sentiva fortissimo il problema di creare dal nulla un’identità nazionale, con un sistema ideologico comune. Non a caso, in questo stesso periodo (1886) vide la luce un romanzo destinato a diventare il «manuale del perfetto cittadino» ad uso dei fanciulli: stiamo ovviamente parlando di Cuore, di Edmondo De Amicis. Anche il libro di Collodi può a buon diritto essere inserito in questo filone «nazional-pedagogico»: non bisogna però dimenticare che in Pinocchio confluì un ben più vasto patrimonio di esperienze e culture, dalla tradizione orale al teatro popolare, dalla fiaba al romanzo picaresco.
La storia è arcinota, segno inoppugnabile di una duratura popolarità, che ha fatto di quest’opera un classico della letteratura, e non solo per l’infanzia. Nelle vivaci peripezie del celebre burattino è possibile riconoscere il ripetersi di uno schema fisso, che richiama uno dei movimenti tipici del romanzo di formazione: messo alla prova, vuoi dal Gatto e la Volpe, vuoi dall’amico tentatore Lucignolo, Pinocchio cede, trasgredisce le regole e di conseguenza subisce una degradazione, il cui punto più basso sarà la trasformazione in asino, di apuleiana memoria; segue quindi il pentimento e la riabilitazione fisica e morale del personaggio, fino all’esito finale, che vede il burattino di legno trasformarsi definitivamente in un ragazzo in carne ed ossa. È un modello di racconto elementare, facile da mandare a memoria e ripetibile come una filastrocca, tanto semplice e lineare da permettere di spostare i diversi blocchi narrativi all’interno della favola senza che l’economia generale ne venga disturbata più di tanto, senza stravolgere o perdere il senso: l’importante, il "succo" della storia lo si afferra comunque, ed è che per diventare veri uomini, per abbandonare il nimbo dell’infanzia dove l’individuo è come un burattino in balìa degli eventi, occorre comportarsi bene, ossia rispettare le norme della morale comune. Osserva Paul Hazard: «Se si dovessero riassumere i precetti del libro, ecco ciò che si avrebbe: vi è una giustizia immanente che ricompensa il bene e punisce il male; e poiché il bene è vantaggioso, bisogna preferirlo». Una sorta di opportunismo morale, insomma, che ben rispecchia la temperie politica e sociale dell’Italia post-unitaria, preoccupata di fondare uno statuto etico e ideologico buono per tutti i cittadini, quei neo-italiani che ancora non avevano un’idea di patria o di società in cui potersi riconoscere.
Ma Pinocchio è uno di quei casi in cui la vitalità dell’opera supera di gran lunga il progetto narrativo che la sottende: nessuno ricorda il simpatico pupazzo di legno come «latore di valori morali» o come simbolo del bene che trionfa sul male. In realtà, se questa favola continua ad essere letta in tutto il mondo, dopo centotrenta anni, è per la simpatia senza riserve suscitata dal suo protagonista, così vicino, nelle sue debolezze e incoerenze, ai lettori piccoli e grandi: diciamo la verità, la trasformazione in ragazzino vero lascia un po’ l’amaro in bocca... Ci immaginiamo il suo futuro di figlio e scolaro modello, così grigio e monotono se paragonato alle mirabolanti peripezie della sua precedente vita burattinesca. Un cambiamento che diventa l’emblema malinconico del passaggio dalla magica libertà infantile ai doveri e alle responsabilità della vita adulta: il principio di realtà che prevale sul principio di piacere, potremmo dire con Freud.
L'accoglienza riservata all'opera non fu immediatamente cordiale: l'allora imperante perbenismo, rappresentato dalla moderata critica letteraria allora avvezza a testi più borghesi, ne sconsigliò, addirittura, la lettura ai ragazzi "di buona famiglia" (per i quali, taluno soggiunse, poteva trattarsi di una perniciosa potenziale fonte d'ispirazione).
Su tutt'altro versante, le istituzioni rabbrividirono nel vedere, per la prima volta, dei carabinieri coinvolti in un'opera di fantasia, e reagirono ricercando eventuali motivazioni per il sequestro del libro, scoprendo però che non ve ne era alcuna.
Come evidente, il libro incontrò invece un successo popolare di difficile paragone.
Il calcolo delle copie vendute di Pinocchio in Italia e nel resto del mondo è praticamente impossibile, anche perché i diritti d'autore sono scaduti nel 1940, e quindi a partire da quella data chiunque ha potuto riprodurre liberamente l'opera di Collodi. Una ricerca degli anni settanta condotta da Luigi Santucci annoverava 220 traduzioni in altrettante lingue. Ciò significa che, all'epoca, si trattava del libro più tradotto e venduto della storia della letteratura italiana. Una stima più recente fornita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi alla fine degli anni novanta, e basata su fonti UNESCO, parla di oltre 240 traduzioni.

lunedì 6 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 luglio.
Il 6 luglio 2003 le gemelle siamesi Ladan e Laleh Bijani, due corpi e due cervelli diversi, ma uniti per la calotta cranica si sottopongono a Singapore a un delicato intervento per separarle. Le ragazze hanno 29 anni, per tutta la vita hanno dovuto convivere con la necessità di scegliere un lavoro che piacesse ad entrambe, amicizie in comune, e tutto quel che ne consegue.
Le gemelle iraniane avevano voluto molto fortemente questo intervento, avevano consultato tanti chirurghi, nessuno era disponibile a operare. L’ultima volta nel 1996 un neurochirurgo tedesco, bravissimo, aveva detto no: troppi rischi. C’era in comune fra i due cervelli uniti lo scarico venoso principale. Loro, Ladan e Laleh (colte, laureate in Legge, una pronta a fare l’avvocato, l’altra con la passione del giornalismo) lo sapevano e hanno continuato a cercare. Che cosa? Qualcuno che quel rischio lo volesse correre, e l’hanno trovato a Singapore: un neurochirurgo dell’Australia Keith Goh che ha messo insieme un gruppo formidabile di neurochirurghi, chirurghi vascolari, chirurghi plastici, e un centinaio di altri tecnici ad aiutarli. Ha fatto venire Ben Carson, direttore della neurochirurgia pediatrica del Johns Hopkins di Baltimora. Goh e Carson non erano alla prima esperienza insieme, avevano separato nel 2001 due neonati del Nepal, anche loro uniti per la testa. L’intervento era riuscito, i due bambini ora stanno benino, hanno problemi, si capisce, ma vivono ciascuno la sua vita. Ladan e Laleh volevano vivere la loro vita e avevano detto esplicitamente, qualche settimana prima dell’intervento: “Non vogliamo pensare a chi di noi vivrà e a chi invece dovesse morire”. Sapevano anche perfettamente che una o entrambe avrebbe potuto svegliarsi con un danno permanente al cervello. Paralizzate, magari, ma libere finalmente ciascuno con la sua vita, con le sue idee, con la sua intelligenza, con il suo desiderio di affermarsi in campi diversi. E di questo probabilmente si deve solo prendere atto. Chi può dire se sia meglio una vita di sacrifici e di privazioni, ogni ora del giorno, tutti i giorni dell’anno, per sempre, o non piuttosto rischiare per riuscire a vivere una vita diversa? E i medici? Anche qui stiamo ai fatti. Sul cervello, sono in assoluto i più competenti al mondo, si sono preparati con uno scrupolo straordinario. L’intervento è stato lunghissimo, segno di grande attenzione ai minimi dettagli, erano in tanti e si davano il cambio. Per loro è stata sul piano tecnico una grande sfida. Lo sapevano benissimo le sorelle Bijani. Una sfida che con queste premesse era giusto correre, che qualche volta in passato è riuscita, che fra qualche anno riuscirà sempre. Interventi sulla vena principale del cervello, se hanno successo possono aprire frontiere straordinarie nella chirurgia dei tumori. La medicina va avanti anche così.
Goh ha voluto tenere sotto osservazione le gemelle per mesi per rendersi conto se la qualità della loro vita attuale fosse così bassa da consigliare comunque di affrontare i rischi di un intervento. ''Negli ultimi mesi le abbiamo tenute d'occhio quasi tutti i giorni - ha detto Goh - osservando le reazioni della gente intorno a loro, bambini e adulti. Penso che la qualita' della vita sia un argomento importante che meriti i rischi dell'operazione''.
Purtroppo non ce l'hanno fatta e sono morte, l'8 luglio 2003, dopo un intervento durato 53 ore all'ospedale "Raffles" di Singapore. L'operazione (la più sosfisticata nel suo genere finora affrontata al mondo) non ha avuto il successo sperato. Laden, la più debole delle due, è stata la prima a morire. Sua sorella Laleh, in condizioni disperate dopo l'intervento, è deceduta circa tre ore dopo. Durante l'intervento, lunghissimo e delicatissimo (si è trattato di separare i due cervelli procedendo millimetro per millimetro), le gemelle avevano perso una grande quantità di sangue. Disperazione e lacrime all'ospedale di Singapore da parte di parenti, amici e semplici cittadini commossi dalla storia delle due donne. Le autorità iraniane, che hanno preso a cuore la storia delle due sorelle, decidendo anche di finanziare per intero l'operazione, hanno espresso "un profondo dolore", come ha solennemente proclamato Abdollah Ramezanzadeh, portavoce dell'esecutivo.

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