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lunedì 8 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 marzo.
L'8 marzo 1908 è la data in cui tradizione vuole che abbia tratto origine la festa della donna, a commemorazione di un'incendio che avrebbe ucciso oltre 100 operaie a New York.
In realtà è un falso storico, e l'incendio in questione avvenne il 25 marzo 1911, sempre a New York, in una fabbrica di camicie chiamata Triangle.
Quell'incendio causò l’orrenda morte di 146 persone e fino all’11 settembre 2001 è stato l’evento più sanguinoso avvenuto sul suolo della Grande Mela. In quella tragedia causata dalla completa mancanza di norme di sicurezza, dalla totale sottovalutazione delle condizioni critiche nelle quali si lavorava nei primi anni del Novecento, morirono esclusivamente immigrati. Immigrati italiani, russi, polacchi e gli operai che persero la vita erano al 90 per cento donne.
L’inverno stava lasciando il posto alla primavera: probabilmente in quel pomeriggio molte delle operaie presenti nel turno di lavoro pensavano anche a questo; oppure erano angosciate dai sacrifici per costruirsi una dignità, la nuova vita messa su negli Stati Uniti, la speranza di un futuro sicuro e agiato; forse alcune erano tormentate ancora dalla miseria da cui erano fuggite, lasciata alle spalle di interminabili viaggi oceanici. L’indifferenza e l’odio dei bianchi anglosassoni al loro arrivo nel porto di New York dopo il ghetto di Ellis Island dinanzi alle loro facce disperate, una ferita che tutti certamente portavano dentro. Ma nonostante questo, avevano accettato di lavorare in quel palazzone fatiscente per costruire e partecipare al sogno americano. Bastarono poco meno di due ore di fiamme e poco più di un fumo acre e denso, per spezzare quel sogno.
Al di là della forte commozione che allora suscitò, dovettero trascorrere ancora anni perché negli Stati Uniti e nel mondo si prendessero in seria considerazione le problematiche relative alle condizioni dei lavoratori. L’evento, per quanto tragico fu  dimenticato, tanto che soltanto pochi anni fa, grazie alle ostinate ricerche di uno studioso di genealogia Micheal Hirsh, si è giunti a compilare l’elenco completo e definitivo delle vittime del rogo. Gli ultimi nomi mancanti rispondono a Faiga Resnik, ucraina, Maria Giuseppa Lauletti, Josephine Cammarata e Concetta Prestifilippo, tutte giovanissime e tutte provenienti dalla Sicilia.
Queste come le altre, lavoravano anche 14 ore al giorno, all’interno di stanzoni poco illuminati, umidi, spesso chiuse a chiave dalle guardie affinché non scappassero via dalla linea di produzione o rubassero il materiale, immerse in quintali di tessuti infiammabili e tossici. La paga era 6, 7 dollari alla settimana; il prodotto, le celebri camicette “Shirtwais” allora tanto di moda presso la borghesia americana, garantivano alla proprietà enormi introiti. Una proprietà che più volte si era rifiutata di firmare accordi che garantissero le minime condizioni di dignità ai lavoratori e alle lavoratrici. Quando in quel pomeriggio di cento anni fa l’incendio divampò improvviso e violentissimo, molte delle vittime tentarono di salvarsi lanciandosi dalle finestre come estrema e tragica via d’uscita. I proprietari attesero la fine dell’incendio all’ultimo piano dello stabile che non fu aggredito dalle fiamme.
Immigrazione, sfruttamento del lavoro, diritti, nostri connazionali che abbandonano la patria in cerca di un futuro migliore; sono tanti gli aspetti che incredibilmente, a distanza di un secolo, vanno a cozzare con la cronaca di questi giorni e dovrebbero aprire ampi passaggi di meditazione. Dovrebbero.
I movimenti di emancipazione e uguaglianza femminili passarono anche attraverso tragedie come questa. La stessa festa dell’8 marzo prende spunto dal quel tragico pomeriggio. E’ dei nostri giorni il riaffacciarsi delle rivendicazioni delle donne, l’esigenza di una soggettività nuova e sempre al passo con i tempi, al di fuori degli schemi nei quali le stesse lotte femministe degli anni settanta racchiusero in recinti ideologici quelle tematiche. I diritti dei lavoratori, sempre urgenti e mai acquisiti del tutto, da ripensare nelle dinamiche contraddittorie della globalizzazione. E ancora i nomi di quelle sventurate sono echi dell’Italia che fu, un paese di emigranti. Dalla Sicilia partirono Maria Giuseppa Lauletti, Josephine Cammarata e Concetta Prestifilippo. A Lampedusa (Sicilia, Italia) oggi sbarcano centinaia di disperati in fuga dalle follie dittatoriali e dalla miseria di interi continenti. Spesso donne, che in prima persona con estremo e ammirevole coraggio hanno combattuto per la libertà e la dignità dei loro popoli. La nostra memoria storica sta diventando una miccia sempre più corta.
Le celebrazioni dei nostri primi 150 anni “da italiani”, trasformatesi per mediocri interessi partitici, in una corsa ad ostacoli, probabilmente avrebbero dovuto anche ricordare, pensandoli come “esempi” di dignità, quelle donne e quegli uomini, italiani che a milioni dissero addio alle loro terre di miseria e che in silenzio, con la tenacia del lavoro, hanno contribuito alle ricchezze delle nazioni della terra. Molti di loro, come le donne della fabbrica Triangle non ce la fecero.


domenica 7 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 marzo.
Il 7 marzo 1994 la Corte Suprema degli Stati Uniti emise un verdetto nel caso Campbell vs. Acuff-Rose Music  che di fatto aprì le porte al cosiddetto "uso corretto" di materiale protetto da copyright. La clausola (in originale "fair use") stabilisce la lecita citazione non autorizzata o l'incorporazione di materiale protetto da copyright nell'opera di un altro autore, sotto alcune condizioni.
Tutto ebbe inizio dalla parodia della canzone "Pretty Woman" da parte dei 2 Live crew.
Uno dei fattori critici che la Corte analizzò fu il fatto se la versione dei 2 Live Crew danneggiasse o meno il mercato della versione originale di Roy Orbison. La Corte pensò che la platea di acquirenti delle due versioni fosse sostanzialmente diverso.
Nel 1964, Roy Orbison e William Dees scrissero una ballata rock intitolata "Oh, Pretty Woman", più o meno nello stesso periodo in cui gli Chiffons cantavano "He's So Fine". Nel luglio del 1989 il gruppo rap 2 Live Crew pubblicò un album "As Clean As They Wanna Be", contenente canzoni prive di oscenità e blasfemie normalmente presenti in un loro album. Una di queste canzoni "pulite" è appunto "Pretty Woman". In essa i 2 Live Crew fondamentalmente presero il caratteristico giro di basso della canzone originale di Orbison, e cambiarono le parole nel gergo consueto del gruppo. Sul nuovo album sono menzionati Orbison e Dees come autori della canzone originale. Sebbene la musica sia certamente identificabile come la canzone originale di Orbison, il brano non è tuttavia identico. In più, in pieno stile Crew, la musica contiene rumori di scretch, giri di assolo con chiavi diverse, e un diverso uso delle percussioni.
Poco dopo che la versione dei 2 Live Crew fu uscita, nelle sale andò in proiezione il film "Pretty Woman" (senza alcun legame tra le due cose). La colonna sonora conteneva la versione originale della canzone di Roy Orbison, ma con il titolo della versione dei 2 Live Crew. Perciò i produttori del film dovettero ottenere la licenza della canzone di Orbison, ma dato che i titoli non possono essere oggetto di copyright, i produttori non poterono essere citati in causa per aver usato "Pretty Woman" come titolo del film, né da Orbison, né dai 2 Live Crew.
E' curioso che la stessa locandina del film divenne fonte di una controversia. Forse non tutti sanno che nella locandina il viso appartiene alla star Julia Roberts, ma il corpo è di una ignota controfigura. Con la proliferazione dell'uso di Photoshop e di altri manipolatori di immagini, le fotografie non possono più essere considerate come un oggetto univoco, frutto di un solo lavoro. In questo caso, avere la liberatoria da Julia Roberts e Richard Gere potrebbe non essere sufficiente, in quanto occorrerebbe anche la liberatoria della controfigura il cui corpo è riprodotto.
Nel caso della canzone "Pretty Woman", la Corte Suprema passò sopra alle precedenti decisioni sull'uso corretto, che in pratica avevano sempre sentenziato che qualsasi uso commerciale era da considerarsi come una infrazione al copyright.
"In verità nella letteratura, nella scienza e nelle arti ci possono ormai essere pochi (se mai ce ne sono) cose che possano essere considerate strettamente nuove e originali. Qualsiasi opera prende a prestito, e necessariamente deve farlo, ciò che è ben conosciuto e già usato in passato".


sabato 6 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 marzo.
Il 6 marzo 1475 nasce Michelangelo Buonarroti.
Nato a Caprese, un piccolo paese della Toscana, vicino ad Arezzo, Michelangelo Buonarroti ancora in fasce viene portato dalla famiglia a Firenze. Figlio di Ludovico Buonarroti Simoni e di Francesca di Neri, viene avviato dal padre agli studi umanistici sotto la guida di Francesco da Urbino, anche se ben presto dimostra tale inclinazione al disegno che, in contrasto con i progetti paterni, passa alla scuola del già celebrato maestro fiorentino Ghirlandaio. Il maestro rimane stupefatto vedendo i disegni eseguiti dal tredicenne Michelangelo.
In possesso di una fortissima personalità e di una volontà ferrea fin da giovane, Michelangelo doveva per la verità rimanere, per contratto, almeno tre anni a bottega dal Ghirlandaio, ma nel giro di un anno abbandona la comoda sistemazione, anche a causa della grande passione per la scultura che egli nutriva, per trasferirsi nel Giardino di San Marco, una libera scuola di scultura e di copia dell'antico che Lorenzo de' Medici aveva appunto istituito nei giardini di San Marco (dove fra l'altro i Medici avevano già raccolto una notevole collezione di statuaria classica), ponendovi a capo lo scultore Bertoldo, discepolo di Donatello.
Notato da Lorenzo il Magnifico, Michelangelo viene da lui accolto nel suo palazzo dove, a contatto con i grandi pensatori umanisti (tra i quali Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Poliziano), ha modo di arricchire la propria cultura. Alla corte dei Medici egli esegue le sue prime sculture, la "Battaglia dei Centauri" e la "Madonna della Scala". Nel 1494, impaurito dalle voci di una prossima caduta dei Medici (nel novembre di quell'anno Carlo VIII era entrato a Firenze), Michelangelo fugge a Bologna ove, ammirati i rilievi di Jacopo della Quercia, scolpisce un bassorilievo per il Duomo di San Petronio.
Dopo un breve viaggio a Venezia, torna a Bologna e resta per circa un anno ospite di Gianfrancesco Aldrovandi, dedicandosi a studi letterari e al componimento scultoreo dell'arca di San Domenico.
Torna a Firenze nel 1495 e - nello stesso periodo in cui il Savonarola tuona contro il lusso e l'arte paganeggiante - crea il Bacco Ubriaco (Bargello). Si dirige quindi a Roma ove scolpisce la famosa "Pietà" Vaticana.
Fra il 1501 ed il 1505 è di nuovo a Firenze, subisce qualche suggestione leonardesca e produce una serie di capolavori: il "Tondo Doni" (Uffizi), il "Tondo Pitti" (Museo del Bargello), il perduto cartone per l'affresco della "Battaglia di Cascina" e l'ormai famosissimo David di marmo, collocato all'ingresso di Palazzo Vecchio come simbolo della Seconda Repubblica ma anche come apice dell'ideale rinascimentale dell'uomo libero e artefice del proprio destino.
Nel marzo del 1505 papa Giulio II chiama l'artista a Roma per commissionargli il monumento sepolcrale, dando così l'avvio ad una vicenda di contrasti con il pontefice e i suoi eredi, che si concluderà solamente nel 1545 con la realizzazione di un progetto assai ridotto rispetto al grandioso piano iniziale: il mancato compimento di quest'opera fu assai doloroso per Michelangelo, che ne parlò come di una "tragedia della sepoltura".
Intanto i continui impegni costringono l'artista a continui spostamenti tra Firenze, Roma, Carrara e Pietrasanta, dove si prende cura personalmente della cava dei marmi per le sue sculture.
Nel maggio del 1508, dopo una clamorosa rottura e riappacificazione con papa Giulio II, firma il contratto per la decorazione del soffitto della Cappella Sistina, alla quale attende ininterrottamente dall'estate di quell'anno fino al 1512. Cinquecento metri quadri decorati da un solo uomo in quattro anni di accanito lavoro e che rappresentano la piena espressione degli ideali artistici del Rinascimento affidati a un'interpretazione neoplatonica della Genesi.
Giulio II muore nel 1513 e si ripropone il problema del monumento funebre: di questo secondo incarico ci restano il Mosè e i due Schiavi conservati al Louvre, anche se di fatto la tomba completa sarà ultimata solo nel 1545, con una versione finale, in gran parte affidata agli aiuti.
Michelangelo comunque lavora anche ai progetti per la facciata di San Lorenzo, e a quelli per le tombe Medicee, al Cristo per Santa Maria sopra Minerva. Nell'autunno del 1524 il nuovo papa dei Medici, Clemente VII, fa iniziare all'artista i lavori per la biblioteca Laurenziana e proseguire quelli per la tomba che, principiate nel 1521, saranno portati a termine solo nel 1534, anno in cui Michelangelo si stabilisce definitivamente a Roma.
Verso il settembre dello stesso 1534 sono le prime trattative per il Giudizio Finale, che doveva coprire la parte dell'altare della Cappella Sistina; quest'opera che doveva suscitare tanto successo e tanto clamore, verrà terminata dall'artista nel 1541.
Gli avvenimenti personali di questo periodo hanno una eco anche sull'arte di Michelangelo, soprattutto l'amicizia con Tommaso de' Cavalieri, al quale dedica poesie e disegni, e l'amore per la poetessa Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, che lo avvicina ai problemi della riforma e alle idee circolanti nell'ambiente dei Valdesi.
Tra il 1542 e il 1550 l'artista attende agli affreschi per la cappella Paolina, sempre in Vaticano, si dedica alle imprese architettoniche, come il compimento di Palazzo Farnese, la sistemazione del Campidoglio, e soprattutto i lavori per San Pietro, alla cui fabbrica viene preposto da Paolo III nel 1547, e porta a termine diverse sculture, dalla pietà del duomo di Firenze, alla quale lavora nel 1555, alla estrema incompiuta Pietà di Rondinini.
Michelangelo già dai contemporanei fu acclamato come il maggiore artista di tutti i tempi, e influì grandemente su tutta l'arte del secolo. Ammirato senza riserve da alcuni, odiato da altri, onorato dai papi, imperatori, principi e poeti, Michelangelo Buonarroti muore il 18 febbraio 1564.

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