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mercoledì 26 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1974 nasce in Grecia il governo di Konstantinos Karamanlis, ponendo definitivamente fine ai sette anni della cosiddetta "dittatura dei colonnelli".
Nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, alle 2.30, un reggimento di paracadutisti con a capo il maggiore Gheorghios Konstantopoulos occupò il ministero della Difesa. Quasi contemporaneamente, nell’oscurità della notte, una lunga colonna di mezzi corazzati alla luce delle fotoelettriche, guidata dal comandante di brigata Stylianos Pattakos, si assicurò il controllo della radio e dei centri di comunicazione, del Parlamento e del Palazzo reale. Le unità della polizia militare, sulla base di liste già predisposte dal loro comandante Ioannis Ladas, arrestarono nello spazio di cinque ore più di diecimila persone, poi trasferite in “centri di raccolta”. Tra loro anche il primo ministro Panagiotis Kannellopoulos. Quattro carri armati bloccarono l’accesso di via Xenokratus, dove abitava insieme alla moglie. Immediatamente un commando con il mitra spianato irruppe nel suo appartamento trascinandolo in strada ancora in pigiama.
Gheorghios Papandreu, l’anziano leader dell’Unione di centro, all’epoca il maggior partito greco, fu invece prelevato nella sua casa a Kastri, appena fuori la capitale. Suo figlio Andreas, in un’altra abitazione, tentò la fuga salendo sul tetto. Un soldato, minacciando con una pistola alla tempia il figlio quattordicenne, lo costrinse ad arrendersi. Sfuggirono alla cattura solo quelli che si spostavano di continuo, come Mikis Theodorakis, il capo della Gioventù Lambrakis. Atene dormiva ancora, anche se quella fu una notte diversa dalle altre, piena di colpi alla porta, di ordini concitati e grida soffocate.
La popolazione al mattino si accorse che i telefoni non funzionavano e che i militari occupavano il Paese. Solo alle 6 il colonnello Gheorghios Papadopoulos dichiarò di aver preso il potere per difendere la “democrazia” e la “libertà”. Non c’era stata alcuna resistenza. La Grecia era finita in mano ai colonnelli.
Il golpe venne attuato applicando il piano Prometeo, predisposto, come in tutti i paesi aderenti alla Nato, per fronteggiare l’eventualità di una “sollevazione comunista”. Non giunse così inaspettatamente. Sorprese che ad attuarlo fossero stati i colonnelli e non i generali fedeli alla corona. Era infatti cosa nota ad Atene che il re stesse progettando un proprio colpo militare, per evitare che nelle elezioni, fissate per il 28 maggio, trionfasse nuovamente l’Unione di centro, fondata nel 1961 da Gheorghios Papandreu, capace in pochi anni di raccogliere e rappresentare le forze sparse dell’opposizione non comunista. La Grecia aveva visto modificarsi radicalmente i propri equilibri politici. La svolta fu l’assassinio del parlamentare di sinistra Grigoris Lambrakis, picchiato con spranghe di ferro da alcuni fascisti protetti dalla gendarmeria locale, la sera del 22 maggio 1963 a Salonicco, dopo una manifestazione promossa dalla Lega per la pace e il disarmo nucleare. Al suo funerale ad Atene parteciparono almeno 500 mila persone al grido di “Lambrakis Zei!”, “Lambrakis Vive!”. La vicenda ispirò il famoso romanzo di Vassilis Vassilikos, non a caso intitolato “Z”, dallo slogan e dai segni tracciati di nascosto sui muri indicanti la lettera iniziale della parola greca “vive”, successivamente trasportato sullo schermo da Costa Gavras nel 1969.
Le reazioni popolari non solo isolarono ma costrinsero alle dimissioni il governo di Konstantinos Karamanlis. Nelle elezioni del novembre 1963 l’Unione di centro vinse superando la destra. L’Eda, la sinistra democratica unificata, costituitasi nell’agosto del 1951 dopo la messa fuori legge nel 1949 del Partito comunista greco, e da esso sostenuta, con i suoi 28 seggi si affermò come la terza grande forza del Paese. Quasi una rivoluzione. L’ex primo ministro lasciò la Grecia ritirandosi in esilio volontario a Parigi. Gheorghios Papandreu, per evitare ogni condizionamento, chiese subito nuove elezioni, puntando alla maggioranza assoluta. Le ottenne e nel febbraio del 1964 sbaragliò definitivamente l’Ere, il partito conservatore, conquistando il 53% dei voti. Re Paolo morì di lì a poco. Sembrava l’inizio di un nuova epoca.
La Grecia aveva conosciuto una sanguinosa guerra civile seguita all’occupazione nazista. Gli accordi fra Unione Sovietica, Gran Bretagna e Stati Uniti, avevano assegnato il Paese alla sfera d’influenza inglese. In questo quadro Winston Churchill riuscì a concordare, nell’ottobre 1944, l’ingresso delle truppe britanniche ad Atene contestualmente alla ritirata tedesca, escludendo dalla capitale i partigiani dell’Elas (Esercito nazionale popolare di liberazione), forte di almeno 45 mila uomini, in preponderanza comunisti, installandovi un governo di coalizione. Quando il 3 dicembre del 1944, ad Atene, le sinistre proclamarono lo sciopero generale per opporsi alla politica del governo e alle interferenze degli inglesi, la polizia sparò sui manifestanti facendo 28 morti. Ai successivi funerali gruppi di ex collaborazionisti tirarono a loro volta al bersaglio dall’alto delle case sulla folla. I morti questa volta furono più di cento. Cominciò così la guerra civile. La sconfitta delle sinistre in armi si consumò nell’estate del 1949. Già dal febbraio del 1948, lo stesso Stalin aveva dichiarato che l’insurrezione greca “doveva rientrare”. La successiva rottura fra Tito e l’Unione Sovietica segnò la fine delle speranze. Anche le frontiere meridionali della Jugoslavia vennero chiuse.
I morti ufficialmente riconosciuti furono 40 mila, anche se in realtà se ne contarono molti di più. Tra gli otto e i diecimila i combattenti comunisti che fuggirono dalla Grecia in Bulgaria, Albania o verso l’Unione Sovietica. Nel frattempo era intervenuta una modifica sostanziale: all’Inghilterra, in fase calante come grande potenza mondiale, era subentrata l’America di Henry Truman. Solo tra il 1947 e il 1948 il governo di Washington sostenne Atene con quasi 200 milioni di dollari in aiuti militari. Successivamente, tra il 1949 e il 1952, gli Stati Uniti riversarono nelle casse della Grecia la cifra record di un miliardo e trenta milioni di dollari, di cui 323 milioni per la difesa. Erano ormai diventati loro i nuovi padroni.
Governata dalla destra e sottomessa agli Stati Uniti andò a formarsi in quegli anni in Grecia non una vera classe imprenditoriale ma una borghesia speculativa e parassitaria. Mano libera venne data a grandi armatori e affaristi grecoamericani. Il capitale straniero divenne uno dei pilastri del sistema economico. Fortissimo fu il tasso di emigrazione. Si stabilizzò nel 1960 attorno alle centomila unità annue, un’enormità per un paese di otto milioni di abitanti. Parallelamente continuò ad essere assoluto il controllo di esercito, magistratura, gendarmeria e burocrazia. Quasi senza soluzione di continuità si perpetuò lo stato di polizia imposto con la fine della guerra civile. Le norme d’emergenza furono mantenute fino al 1963. I non residenti per poter entrare in altre regioni erano costretti a richiedere speciali autorizzazioni concesse solo dall’esercito. Ad esse dovevano sottostare perfino i parlamentari o i candidati della sinistra durante le tornate elettorali. Nelle campagne spadroneggiavano le squadre dei paramilitari (Tea), il cui scopo era di terrorizzare gli avversari politici.
I dati delle elezioni, in compenso, furono regolarmente manipolati. A quel tempo, si diceva, anche gli alberi votavano per il governo. In questo contesto la Grecia aderì alla Nato e si modellarono gli apparati militari. Il Kyp, il servizio segreto greco, fu direttamente creato e finanziato dalla Cia. Gli uomini scelti dovevano essere di gradimento statunitense. Le stesse apparecchiature erano americane. Praticamente una filiale. La Cia sovrintese anche alla costituzione della Gladio greca. Gli accordi furono siglati negli anni Cinquanta. Una forza di circa 3.500 uomini, reclutata anche fra gli ex collaborazionisti dei nazisti, fu addestrata in centri allestiti vicino al monte Olimpo. Più di ottocento, poi si seppe, i nascondigli segreti di armi ed esplosivi sparsi per il Paese. Tutto ciò stava alle spalle di Gheorghios Papandreu quando assunse il governo.
Nel breve tempo della sua esistenza il governo di Papandreu riuscì a riformare la scuola, rendendola accessibile alle classi povere, e varò una legge in favore di una reale autonomia e rappresentatività dei sindacati. Incrementò gli investimenti e facilitò il ricorso al credito per gli agricoltori.
Ma quando diede il via a un’inchiesta sul Kyp, svelandone trame e complotti, si aprì un conflitto politico e istituzionale. Con il pretesto della scoperta, montata ad arte, di una contro-cospirazione di sinistra all’interno dell’esercito, si arrivò alla crisi del governo. Il re Costantino, nel luglio 1965, rifiutò che ad assumere l’incarico di ministro della difesa fosse lo stesso Papandreu. Si giunse in questo modo, dopo un lungo scontro e il vano tentativo da parte della destra di stabilizzare nuovi governi, alla decisione di fissare le elezioni per il 28 maggio del 1967.
Al vertice dell’esercito operava da sempre una sorta di società segreta: l’Idea, ovvero la Sacra lega degli ufficiali greci. Nel suo seno, fondata da Gheorghios Papadopoulos, si era nel frattempo costituita, sotto i buoni auspici della Cia, un’altra organizzazione ancora più segreta: l’Eena, l’Unione dei giovani ufficiali greci. Papadopoulos durante la guerra aveva fatto parte dei Battaglioni di sicurezza che avevano combattuto a fianco dei nazisti, raggiungendo il grado di capitano rastrellando i partigiani nel Peloponneso. Passato, come molti altri, alle dipendenze degli inglesi, riuscì a distinguersi anche nella repressione contro le sinistre. Successivamente reclutato dal Kyp fu mandato ad addestrarsi negli Stati Uniti. Divenne nei fatti l’agente numero uno della Cia. Con lui nell’Eena: Ioannis Ladas, Dimitrios Ioannidis, Nikolaos Makarezos e Stylianos Pattakos.
Questo gruppo di ufficiali decise di entrare in azione per conto proprio il 21 aprile del 1967. Quando i capi dell’esercito si ritrovarono ad Atene per una riunione compresero che era giunto il momento. Trasmisero alle unità dislocate nel Paese l’ordine di eseguire il piano Prometeo, facendo loro credere che fosse emanato dal capo di stato maggiore. Tutti gli ufficiali lo eseguirono senza protestare. L’interruzione delle comunicazioni telefoniche facilitò la riuscita delle operazioni. Tutto il piano sarebbe comunque andato all’aria se il re si fosse opposto. Ma Costantino, dopo qualche tentennamento, fu convinto dalla Cia ad avallare il golpe. Opporvisi avrebbe significato rischiare la sollevazione. Gli inglesi, dal canto loro, si limitarono solo a consigliare al sovrano di inserire alcune persone di fiducia nella nuova giunta alla guida del Paese.
Fu in realtà la Cia ad orchestrare il tutto. Gli americani, a conoscenza dell’influenza britannica sui generali ed il re, oltre che del progetto di un loro colpo di Stato, previsto per il 13 maggio, decisero di bruciare tutti sul tempo. Per farlo si servirono del colonnello Papadopoulos e dell’Eena. Gli Stati Uniti si garantirono in questo modo un sostegno decisivo nel Mediterraneo orientale. La soluzione “dittatura militare” non fu certo in quel periodo un’eccezione. In soli quattro anni la Cia aveva operato per sbocchi analoghi in diverse parti del mondo: in Turchia (1960), nel Vietnam (1963), in Brasile (1964), e a Santo Domingo (1965).
Per la prima volta dal dopoguerra un paese europeo passava da un regime parlamentare ad una dittatura. Giocoforza a questa esperienza guardarono tutte le forze dell’estrema destra, in particolare i neofascisti italiani. Pino Rauti, il fondatore di Ordine nuovo, si recò in Grecia appena un mese dopo, tornandovi a più riprese. Visite non certo di piacere. In alcune testimonianze di fonte locale si parlò anche di addestramenti ad Atene all’uso di esplosivi e sulle tecniche della guerriglia urbana a neofascisti italiani. Particolarmente significativo fu in questo ambito un viaggio di ben 49 esponenti di Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Europa civiltà e Nuova caravella, l’organizzazione universitaria del Msi, compiuto tra il 18 e il 25 aprile del 1968, nel primo anniversario del golpe. Tra loro, oltre a Pino Rauti, Adriano Tilgher, Mario Merlino e Giulio Maceratini. Furono ricevuti da Stylianos Pattakos, con tanto di foto a celebrare l’evento. Di molti di loro si sentirà ancora parlare negli anni successivi. La “strategia della tensione” che di lì a pochi anni si svilupperà in Italia, fu sperimentata con successo in Grecia, tra la primavera del 1964 e il 1967.
Si iniziò con una strage di manifestanti, nel novembre 1964, in occasione di una celebrazione organizzata unitariamente dai reduci della resistenza greca al ponte di Gorgopotamos. Cinque i morti e più di un centinaio i feriti. La destra accusò gli stessi partecipanti di aver portato al raduno l’ordigno che poi esplose. Si passò poi agli attentati alle caserme, al confine con la Turchia, per creare agitazione nelle forze armate. Ma la provocazione più grossa fu imbastita ad Atene, il 20 agosto 1965, quando nella stessa notte scoppiarono a breve distanza diversi ordigni e gruppi organizzati attaccarono poliziotti isolati. Si accusarono subito gli anarchici e gli studenti di sinistra. Si scoprì in seguito che ad operare furono agenti di polizia spalleggiati dal movimento neofascista “4 agosto”, costituito nel 1964 da Costantino Plevris, teorico della tattica della provocazione, strettamente collegato al Kyp e agli ufficiali dell’Eena. La Grecia aveva fatto scuola.
Il regime crollò nell’estate del 1974. Papadopoulos aveva già dovuto passare la mano da qualche mese, dopo la rivolta, nel novembre del 1973, degli studenti universitari al Politecnico di Atene, a cui si erano uniti migliaia di lavoratori, repressa con i carri armati. Negli scontri rimasero uccise 24 persone. Il generale Dimitros Ioannidis rimosse Papadopoulos ritenendolo troppo debole e accondiscendente. Ioannidis tentò anche di rovesciare l’arcivescovo Makarios, presidente di Cipro, attraverso un colpo di Stato condotto dall’organizzazione filo-ellenica Eoka-B.
La reazione della Turchia che invase la parte nord dell’isola portò la Grecia sull’orlo della guerra. Fu la fine. I membri della giunta militare tolsero il loro appoggio a Ioannidis e nominarono presidente il generale Phaedon Ghizikis. Constatata la bancarotta richiamarono in patria il vecchio Kostantinos Karamanlis con l’obiettivo di formare un governo di unità nazionale e portare il Paese alle elezioni. Nel novembre del 1974 si tornò a votare. Il regime dei colonnelli era caduto. Tra le sue tante vittime, una anche in Italia, il giovane studente greco Kostas Georgakis, che il 19 settembre del 1970, alle 3 di notte, si immolò, per protestare contro la dittatura, dandosi fuoco nella sua Fiat 500, in piazza Matteotti a Genova. Doveroso ricordarlo.

martedì 25 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio 1897 Jack London parte per andare in Klondike insieme ai cercatori d'oro. Da questa esperienza troverà l'ispirazione per i suoi romanzi di successo.
John Griffith Chaney, conosciuto con lo pseudonimo di Jack London, scrittore statunitense nato a San Francisco il 12 gennaio 1876, è una delle più singolari e romanzesche figure della letteratura americana. Figlio illegittimo, allevato da una madre spiritista, da una nutrice nera e da un padre adottivo che passava da un fallimento commerciale all'altro, si fece precocemente adulto sui moli di Oakland e sulle acque della baia di San Francisco insieme a compagnie poco raccomandabili.
Se la strada fu la culla della sua adolescenza, Jack London era uso frequentare ladri e contrabbandieri, costretto ai mestieri più disparati e non sempre legali. Nella sua giovinezza passò da un lavoro all'altro senza troppe difficoltà: cacciatore di foche, corrispondente di guerra, avventuriero, venne coinvolto egli stesso nelle famose spedizioni in Canada alla ricerca del mitico oro del Klondìke. Jack London ha comunque sempre coltivato e custodito dentro di sè il "morbo" della letteratura, essendo costituzionalmente un gran divoratore di libri di ogni genere.
Cimentatosi ben presto anche con la scrittura London riuscì a essere per circa un quinquennio scrittore tra i più famosi, prolifici, e meglio retribuiti che si ricordino, pubblicando in tutto qualcosa come quarantanove volumi. Il suo spirito era però perennemente insoddisfatto e ne sono testimonianza i continui problemi di alcool e gli eccessi che hanno contrassegnato la sua vita.
Una stupenda trasfigurazione di quello che Jack London era, sia sul piano sociale che interiore, la fece lui stesso nell'indimenticabile "Martin Eden", storia di un giovane marinaio dall'animo ipersensibile che si scopre scrittore e una volta raggiunta la fama si autodistrugge, anche a causa delle netta percezione di essere comunque un "diverso" rispetto alla società fine e colta rappresentata dalla benestante ed educata borghesia.
Jack London scrisse romanzi di vario genere, da quelli avventurosi come "Il richiamo della foresta" (pubblicato nel 1903) a "Zanna Bianca" (1906), a quelli appunto autobiografici, fra cui si ricordano fra l'altro "In strada" (1901), il già citato "Martin Eden" (1909) e "John Barleycorn" (1913); si è cimentato anche con la fantapolitica ("Il tallone di ferro") e ha scritto numerosi racconti, tra cui spiccano "Il silenzio bianco", e "Farsi un fuoco" (1910).
Più volte si è dedicato al reportage (come quello, del 1904, sulla guerra russo-giapponese) e alla saggistica e trattatistica politica ("Il popolo dell'abisso", celebre inchiesta, condotta di prima mano, sulla povertà nell'East End di Londra).
Il suo stile narrativo rientra a pieno titolo nella corrente del realismo americano che, ispirandosi al naturalismo di Zola e alle teorie scientifiche di Darwin, privilegiando i temi della lotta per la sopravvivenza e del passaggio dalla civiltà allo stato primitivo.
Gli scritti di Jack London hanno avuto, e continuano ad avere, una diffusione enorme, specie tra il pubblico popolare d'Europa e dell'Unione Sovietica. Non altrettanta fortuna ha però avuto questo irruento ed istintivo scrittore presso i critici, specie quelli accademici; soltanto in anni recenti si è assistito, sia in Francia sia in Italia, a una larga rivalutazione, soprattutto a opera di critici militanti della sinistra, grazie alle tematiche affrontate nei suoi romanzi, spesso orientate alla descrizione di ambienti rozzi e degradati tipici delle classi subalterne, con storie incentrate su avventurieri e diseredati, impegnati in lotte spietate e selvagge per la sopravvivenza, in ambienti esotici o insoliti: i mari del Sud, i ghiacciai dell'Alaska, i bassifondi delle grandi metropoli.
Al di là di queste rivalutazioni postume, di cui in fondo London per sua fortuna non ha mai avuto bisogno, è sempre stato riconosciuto a questo scrittore anti-accademico un talento narrativo "naturale", meglio espresso nella dimensione ridotta dei racconti. La sua narrativa è caratterizzata infatti da un grande ritmo, da intrecci avvincenti e originalità nella scelta dei paesaggi. Il suo stile è asciutto, giornalistico.
Quella che viene ora rivalutata è però la sua capacità di cogliere con immediatezza contrasti e contraddizioni non solo personali, ma collettivi e sociali, in particolare taluni conflitti caratteristici del movimento operaio e socialista americano di fine secolo.
Sulla morte di Jack London non vi è una chiara e precisa cronaca: una delle ipotesi più accreditate è che, distrutto dal vizio dell'alcool, sia morto suicida il 22 novembre 1916 a Glen Ellen, in California.

lunedì 24 luglio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 luglio.
Il 24 luglio 1956 Jerry Lewis e Dean Martin annunciano la fine del loro sodalizio, durato 10 anni.
Correva l’anno 1945 quando, mentre passeggiava per Manhattan con un collega, a Jerry Lewis fu presentato Dean Martin. Jerry si innamorò letteralmente: si può essere così belli? pensò osservando lo sconosciuto avvolto in un cappotto di cammello. Dino era arrivato con una scrittura da quattro settimane all’Havana Madrid, all’incrocio tra Broadway e la Cinquantesima; Jerry era lì da un paio di mesi e il suo compito era di presentare lo spettacolo.
Ci sono giorni in cui dal caos si solleva una nota così intonata da commuovere, ecco uno di quei giorni! Jerry capì che c’era un’alchimia, poi ognuno però andò per la sua strada. Qualche mese più tardi ad Atlantic City, al Club 500, quando un attore si ammalò, parlando con il proprietario, Jerry fece il nome di Dean (lo racconta lui stesso in un’intervista di Peter Bogdanovich contenuta nel volume “Chi c’è in quel film?”. Fandango Libri). “Non mi serve un altro cantante” fece lui, ma Jerry, che tremava di aspirazioni, rispose “Non è un altro cantante. Io e lui insieme facciamo un sacco di scenette”. Il proprietario lo fece venire e Dean cantò le sue canzoni e uscì di scena. Il tizio del club andò da Lewis: “Dove sarebbero le scenette comiche? Se non le vedo nel secondo spettacolo vi ritrovate gli scarponi di cemento”. I due filarono in scena e ci rimasero per quasi tre ore. La prima sera, il pubblico era composto da quattro persone. La terza sera: mille e una fila lunga fuori dal locale. Lewis cominciò a scrivere e spiegò a Dean che la comicità sarebbe saltata fuori dall’attrito tra lui, bello e autoritario, e il suo fratellino fastidioso e pasticcione. Perché era questo che faceva Jerry, interpretava un bambino di dieci anni. Che fiuto. Dean era favoloso e impermeabile, Jerry si contorceva e scatenava il putiferio portando ventate di pura anarchia.
Come afferma Alan King in un’intervista: “Sono stato nello show business per 55 anni, e fino a oggi non ho visto niente che facesse più ridere di Martin e Lewis. Loro non facevano solo ridere: loro scatenavano il pandemonio. La gente si sdraiava sui tavoli”.
La follia contagiò il mondo intero e in radio si espresse nello show della NBC “The Colgate Comedy Hour”. Hollywood non poteva certo rimanere indifferente alla potenza sprigionata da quella assurda coppia e la Paramount la spuntò sugli altri Studios. L’affare fruttò sedici lungometraggi: titoli come “La mia amica Irma”, “Attenti ai marinai”, “Morti di paura”, “Il nipote picchiatello”, “Artisti e modelle” e “Hollywood o morte!”. La DC Comics pubblicò addirittura una serie a fumetti, “The Adventures of Dean Martin and Jerry Lewis”.
Il 24 luglio del 1956, a dieci anni esatti dall'inizio dell’unione artistica, Lewis e Martin annunciarono la loro separazione nel corso di uno show al Copacabana di New York. Era la fine, Martin era strizzato in un ruolo di spalla che gli andava sempre più corto, Lewis voleva la regia. Simbolica e tremendamente sconcertante fu, nel 1954, la pubblicazione sulla copertina di Look Magazine di una foto in cui il volto di Martin appariva tagliato.
L’amore si era consumato e ognuno tornò a imboccare la propria strada di alterni successi. La comicità però era cambiata per sempre toccando verità che riguardavano tutti.

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