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mercoledì 26 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 aprile.
Il 26 aprile 2002 un giovane diciannovenne tedesco, Robert Steinhäuser, entra nella sua vecchia scuola e uccide 17 persone, poi si toglie la vita.
Morti dappertutto: nei corridoi, nei gabinetti, nelle aule. E sangue ovunque, sui pavimenti, sui muri. Questo hanno visto le teste di cuoio delle forze speciali quando hanno fatto irruzione nel liceo "Gutenberg" frequentato da 700 studenti a Erfurt, in Germania: un bagno di sangue con diciotto morti. Il terrore è entrato nella scuola alle 11, portato da un ragazzo di 19 anni che aveva tentato già due volte di superare la maturità, senza riuscirci. Nei mesi precedenti lo avevano anche espulso e lui quel giorno alle 11, mentre era in corso il compito di matematica, ha fatto irruzione nella scuola, mascherato come un ninja e armato di una, forse due pistole.
Ha sparato con freddezza e precisione, tanto che dei 18 morti ben 14 sono professori (9 uomini e 5 donne), l'oggetto privilegiato del suo odio. Ha sparato con folle efficienza, al punto che a lungo la polizia ha pensato che gli assalitori fossero due. Infine, ha sparato con una rabbia cieca ma lucida, che ha rivolto anche contro se stesso, togliendosi la vita quando ha visto avvicinarsi gli agenti pronti a fare irruzione. Ma aveva seminato un tale sgomento che gli agenti hanno aspettato a entrare, temendo che dentro ci fosse il secondo, fantomatico sparatore.
Sul terreno sono rimasti dunque 14 insegnanti, due studentesse innocenti, lo studente killer e un poliziotto della prima squadra intervenuta quando è stato detto l'allarme: "Presto, correte, c'è un pazzo che sta ammazzando tutti". Erfurt, una città di quasi 200 mila abitanti in Turingia, la vecchia Germania Est, non aveva mai vissuto un simile orrore. Ora, di questo ragazzo tutti dicono che era una persona perbene, che da lui non ce lo si sarebbe mai aspettato.
"Era molto aperto, ciò che ha fatto non combacia con l'immagine che ho di lui", racconta Isabelle Hartburg, ex studentessa del Gutenberg e oggi giornalista: "Era intelligente e interessato alla politica. Amava molto la vita, usciva sempre il pomeriggio e andava con gli amici in discoteca". La sua spiegazione è che lo studente non tollerasse il non poter fare la maturità insieme agli altri: "I suoi amici fanno la maturità e lui no, forse è uscito di testa per questo", ha detto. Secondo Isabelle, il ragazzo non aveva rapporti con le armi o con droghe: "Voleva sempre dare nell'occhio e per questo si è urtato con i professori". Con i compagni andava d'accordo ma non gli bastava: "Un giorno - ha raccontato la Hartburg - ha detto che voleva che tutti lo conoscessero".
La strage è cominciata in aula, quando al ginnasio liceo Gutenberg, frequentato da ragazzi fra i 10 e i 19 anni, è iniziato l'esame di matematica. Un testimone ha riferito che uno studente, seduto al suo banco, ha aperto il foglio con le domande del test e ha detto: "Non farò questo compito". Poi ha estratto l'arma e ha cominciato a sparare, implacabile e preciso. "C'era sangue ovunque", ha detto poi un bambino di 10 anni.
I poliziotti sono arrivati ma uno è stato freddato subito. Lo studente si è barricato in un'aula con 28 compagni, mentre venivano diffusi dettagli, molti dei quali probabilmente falsi, dettati dalla confusione e forse dall'incapacità di accettare che un simile massacro fosse stato compiuto da una persona sola: "Sono in due, hanno diverse pistole e un fucile, sono mascherati, uno è stato ucciso".
Almeno una cosa è vera. Mentre a una finestra veniva appeso un cartello con la scritta "Aiuto" e gli agenti delle forze speciali si preparavano a fare irruzione nella scuola, circondata da centinaia di poliziotti, il ragazzo decideva di non aspettare la polizia e si uccideva. E così gli agenti entrati con il cuore in gola per affrontare il mostro, in mezzo al sangue e al silenzio trovavano solo morti.
La Germania nelle ore successive è rimasta sotto choc. Nei pressi dell'istituto è stata montata una tenda per accogliere i genitori venuti a chiedere notizie dei loro figli. Molti ragazzi sono stati infatti portati traumatizzati negli ospedali cittadini.
La vicenda di Erfurt ricorda quella della high school americana di Columbine (20 aprile 1999) quando alcuni studenti vestiti con lunghi spolverini neri entrarono nel liceo e fecero una strage ucidendo una quindicina di persone. E, nel giugno del 2001, a Ikeda, vicino a Osaka in Giappone, un uomo con problemi psichici aveva accoltellato 23 bambini di una scuola elementare uccidendone otto.


martedì 25 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Il 25 aprile 1926 va in scena alla Scala di Milano la prima assoluta della Turandot, l'ultima opera di Giacomo Puccini.
L'idea di ispirarsi per il soggetto ad una delle fiabe teatrali più celebri di Carlo Gozzi, drammaturgo veneziano del Settecento contemporaneo e rivale di Carlo Goldoni, nacque da un incontro a Milano durante l'inverno del 1920 fra Puccini e i librettisti Adami e Simoni.
Puccini mise subito al lavoro i suoi collaboratori e già nell'agosto del 1920 erano state apportate le principali modifiche rispetto allo schema originale. Adami e Simoni, il primo versificatore e il secondo ideatore della trama, scrissero il libretto e lo dovettero adattare molte volte rispettando le richieste del compositore.
Le difficoltà principali furono quelle causate soprattutto dal carattere favoloso dei personaggi gozziani, privi di quel pathos che Puccini tanto ricercava. Le maschere nella versione originale della fiaba vennero trasformate dagli autori nel terzetto dei ministri Ping, Pang e Pong che rappresentano la gran parte del materiale musicale cinese nell'opera. La protagonista Turandot diventa invece un ostacolo nella costruzione dell'opera a causa della forte mutevolezza del personaggio. Infine lo spessore eroico del Principe Calaf e l'introduzione della figura di Liù, con il suo sacrificio d'amore, sono elementi innovativi e tipici dello stile pucciniano.
All'inizio del 1921 Puccini aveva già iniziato la composizione musicale con l'aiuto di un carillon cinese appartenente alla collezione d'arte dell'amico Fassani e grazie all'ispirazione ad alcuni brani di musica folk forniti dalla Ricordi.
Tuttavia la strumentazione dei primi due atti venne conclusa solo nel febbraio del 1924. Il terzo atto invece rimaneva incompiuto, poiché l'autore non riusciva a vederne il logico sbocco drammatico, specialmente per il gran duo finale fra Calaf e Turandot, già rivisto ben quattro volte.
Da questo momento in poi Puccini continuò a lavorare freneticamente sull'opera, interrompendosi solo per soggiorni all'estero o per correggere altre partiture.
All'inizio del 1924, mentre il lavoro sulla partitura procedeva tra alti e bassi, il compositore ebbe i primi sintomi della malattia che l'avrebbe portato alla morte in quello stesso anno. Cercò di sottoporsi ad alcune cure, ma senza risultati visibili. Cominciò allora a deperire, ma nonostante ciò prese accordi sulla data della prima di Turandot, sebbene l'opera non fosse ancora ultimata.
Gli fu diagnosticato un papilloma, che in realtà era un cancro alla gola senza alcuna possibilità di guarigione. L'unico modo per prolungare un po' la vita del malato era di sottoporlo ad un intervento chirurgico immediato e alla cura del radio presso "L'Institut de la Couronne" di Bruxelles. Il 24 novembre fu sottoposto con successo all'intervento. Quattro giorni dopo però il cuore del compositore cedette improvvisamente, portandolo alla morte, che avvenne il 29 novembre 1924.
Alla sua partenza per Bruxelles, Puccini aveva portato con sé le trentasei pagine di abbozzo di partitura delle due ultime scene di Turandot ossia il duetto d'amore e il finale del terzo atto, nella speranza di terminarli, ma non vi riuscì.
Chi conosceva meglio di tutti la partitura dell'opera era Arturo Toscanini e fu proprio lui ad incaricarsi di presentare l'opera rimasta incompiuta. Era un problema grave sia dal punto di vista pratico e sia della responsabilità artistica. Puccini aveva infatti lasciato una partitura completa solo fino al suicidio di Liù e al corteo funebre che segue. La scelta di chi avrebbe dovuto completare l'opera non fu semplice. Toscanini propose alla famiglia Puccini e alla casa Ricordi di affidare l'incarico a Franco Alfano il quale completò la partitura dell'ultimo episodio dove la principessa Turandot è scossa e trasformata dall'amore sulla base dei fogli lasciati da Puccini.
La prima dell'opera fu quindi rappresentata alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 sotto la direzione di Toscanini. Giunti al terzo atto, terminata l'aria di Liù "Tu che di gel sei cinta" il maestro depone la bacchetta e rivolgendosi al pubblico interruppe l'esecuzione commosso: "Qui il maestro è morto" e abbandona quindi l'esecuzione là nel punto in cui il suo compositore si era fermato.

lunedì 24 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 aprile.
Il 24 aprile 1792 viene composta "La marsigliese", l'inno di Francia.
E’ uno degli inni nazionali più conosciuti nel mondo, la Marsigliese. Rouget de Lisle, l’ideatore, era un soldato dell’Armata del Reno e compose questa marcia militare per accompagnare l’entrata dell’esercito nella città di Parigi. La Marsigliese è una marcia militare di chiara matrice rivoluzionaria, inizialmente era intitolata “Canto di guerra dell’Armata del Reno”, ed era composta da sette strofe inframmezzate dal coro.
Nell’aprile del 1792, in piena Rivoluzione francese, l’armata di cui faceva parte Rouget de Lisle si trovava a Strasburgo, mentre la Francia aveva dichiarato guerra sia alla Prussia che all’Austria.
Il canto verrà poi adottato dalla Francia come Inno nazionale. Pare che sia stato proprio il Sindaco di Strasburgo, il barone di Dietrich, a chiedere a Rouget de Lisle di comporre un marcia militare. Le personalità dell’esercito, dopo aver ascoltato il motivo la prima volta, ne rimasero affascinati, e così decisero di far distribuire copie della marcia a tutti i soldati e ai rivoluzionari.
Di sicuro neppure Rouget de Lisle si aspettava che questo motivo sarebbe diventato così famoso da assurgere a vero e proprio inno nazionale francese. Nel Museo di Belle Arti di Strasburgo vi è un dipinto dell’artista Isidore Pils, nel quale viene immortalata la scena di Rouget de Lisle che canta la marcia in casa del Barone, ignaro del fatto che di lì a poco sarebbe diventato un inno nazionale.
Il 14 Luglio 1795 la Marsigliese viene ufficialmente dichiarata Inno nazionale di Francia: il 10 Agosto dello stesso anno i soldati entrano a Parigi intonando l’inno, tra la folla entusiasta.
Nel 1815, con la Restaurazione imposta da Luigi XVIII l’inno viene messo al bando, e così succede anche nel 1830, ad opera di Napoleone III. La matrice rivoluzionaria dell’inno è considerata un pericolo per la Francia, ed in quel periodo storico c’era un particolare fermento contro gli imperi e il potere assolutistico. Nel 1879 si sancisce in maniera definitiva che la Marsigliese è l’inno nazionale francese, e lo è tuttora.
Qual è il contenuto della Marsigliese?
Emerge subito, leggendo il testo dell’inno, che non vi è un incitamento a combattere e sacrificare la propria vita (come in genere si trova in altri inni nazionali, vedi quello italiano), ma piuttosto un invito a combattere ed essere vincitori. La Marsigliese ha subìto ritocchi nel tempo rispetto all’originale, ed è stata elaborata anche una versione orchestrale.
Durante il Secondo Impero, per esempio, la Marsigliese, ritenuta inappropriata, viene sostituita da un altro inno nazionale composto dalla madre di Napoleone III, “Partant pour la Syrie”. Alcuni studiosi ritengono invece che il vero compositore del brano in questione è stato Louis Brouet.
L’origine della musica è ancora in discussione, si denota una certa somiglianza con un’opera specifica di Wolfgang Amadeus Mozart, ma non si è arrivati ad una esatta conclusione, e si tratta soltanto di ipotesi.



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