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sabato 25 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 1954 Gamal Abdul Nasser diviene primo ministro dell'Egitto.
Gamal Abd el-Nasser nasce il 15 gennaio del 1918 ad Alessandria d'Egitto, da una famiglia di umili origini (il padre è un funzionario delle poste) proveniente da Beni Morr. Dopo aver studiato ad Asyut per due anni e a Khatatba per otto, durante gli studi secondari superiori inizia una prima attività politica, diventando presidente del Comitato dei liceali. Nel frattempo la vita l'ha già messo a dura prova: a otto anni perde la madre, e viene quindi inviato dallo zio materno Khalil al Cairo; poco dopo, però, torna dal padre, che nel frattempo si era risposato.
In qualità di guida del Comitato dei liceali, Nasser entra a far parte del movimento nazionalista che intende conquistare l'indipendenza dal Regno Unito. Il giovane Gamal viene ferito, a soli diciassette anni, nel corso di una manifestazione: un gendarme britannico esplode un colpo d'arma da fuoco che lo colpisce a una gamba. Entrato a far parte dell'Accademia Militare Egiziana nel 1937, Nasser, che nel frattempo si è laureato, viene presto nominato sottotenente, e come ufficiale dell'esercito prende parte alla Guerra arabo-israeliana che va in scena nel 1948: il conflitto nasce dalla volontà del popolo palestinese di ottenere una propria patria indipendente. Nasser si accorge immediatamente che il Paese e in particolare l'esercito risultano totalmente e clamorosamente impreparati, e tale constatazione non fa altro che aumentare i suoi sentimenti repubblicani.
Diventando sempre più leader dei dibattiti che hanno luogo nell'esercito, partecipa alla costituzione degli al-Dubbat al-Ahrar, i Liberi Ufficiali: un'organizzazione segreta che si trasformerà in breve tempo nel modello di riferimento della maggior parte dei movimenti clandestini del mondo arabo filo-repubblicani dopo la Seconda Guerra Mondiale. La monarchia egiziana viene abbattuta nella notte tra il 22 luglio e il 23 luglio del 1952, da un colpo di Stato. Mentre Re Faruq viene detronizzato e obbligato a fuggire in esilio, viene costituito un governo provvisorio, a capo del quale viene chiamato Muhammad Nagib, generale di origine nubiana che il 18 giugno del 1953 diviene ufficialmente il primo Presidente della Repubblica.
La presidenza di Nagib, tuttavia, dura poco, e già l'anno successivo egli è costretto a subire la pressione di Gamal Abd el-Nasser: diventato ormai colonnello e uomo forte del regime, il 19 ottobre firma un accordo con il Regno Unito relativo allo sgombero delle forze militari britanniche entro venti mesi (anche se la presenza di tecnici in prossimità del Canale di Suez viene confermata). La sottoscrizione di tale patto suscita la reazione veemente dei Fratelli Musulmani, organizzazione islamica cui il governo risponde in maniera energica tentando di indurre i suoi uomini a ribellarsi al proprio capo, cioè Hasan al-Hudaybi.
Dopo un attentato compiuto ai danni di Nasser, per il quale vengono ritenuti responsabili proprio i Fratelli Musulmani, l'organizzazione viene sciolta, e al-Hudaybi viene arrestato insieme ad altri dirigenti. Poco dopo, viene destituito Nagib, destinato agli arresti domiciliari. Al-Hudaybi, dapprima condannato a morte, riesce a veder commutata la propria pena nel carcere a vita.
Nasser viene ufficialmente eletto Presidente della Repubblica il 23 giugno del 1956, a poche settimane dall'adozione di una Costituzione di ispirazione socialista a carattere repubblicano. Uno dei suoi primi provvedimenti è quello di nazionalizzare la Compagnia del Canale di Suez, fino a quel momento di proprietà dei britannici e dei francesi. Tale decisione da un lato fa sì che l'Egitto possa conquistare l'indipendenza in maniera assoluta, e dall'altro fornisce a Regno Unito e Francia il destro per allestire una strategia militare contro lo Stato africano: all'operazione si unisce anche Israele, intervenuto dopo la minaccia di Nasser che è intenzionato a impedire il transito del Canale di Suez allo Stato ebraico.
Il conflitto si conclude con la conquista del Sinai e con il bombardamento del Cairo da parte delle truppe franco-britanniche, che il 5 novembre occupano la città di Port Said. La guerra viene interrotta unicamente grazie all'intervento degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica (qualcuno ipotizza addirittura che i sovietici abbiano minacciato un intervento nucleare nei confronti di Parigi e Londra), mentre il cessate il fuoco da parte dell'ONU comporta l'arrivo di truppe di pace nelle zone di guerra.
Nel mese di gennaio del 1958, per consolidare la propria sicurezza la Siria pretende di dare immediatamente inizio a un progetto di unificazione con l'Egitto. Nasce così la Repubblica Araba Unita, cui si aggiungono i territori dello Yemen che si sono ribellati, sotto la guida del colonnello Sallal, agli imam Yahya e Muhammad al-Badr. Tre anni dopo, tuttavia, la Siria manifesta l'intenzione di ripristinare la propria indipendenza: Nasser accoglie la richiesta senza opporsi.
Le sorti del nasserismo rimangono profondamente segnate dalla guerra del 1967. Una coalizione militare composta dall'Egitto e dalla Giordania fa sì che vengano impediti i passaggi marittimi in direzione di Israele, e favorisce il ritiro delle truppe dell'ONU. L'esercito egiziano, a dispetto delle minacce di Tel Aviv (la chiusura degli Stretti di Tiran alla navigazione avrebbe dato il la a un casus belli) il 5 giugno del 1967 non è in grado di respingere l'attacco subito nelle proprie basi dalle forze armate di Israele, che distruggono trecento aerei militari in un solo attacco, guidate dal generale Moshe Dayan, Capo di Stato Maggiore.
Israele, quindi, ingloba la parte rimanente della Palestina (cioè il territorio della Cisgiordania appartenente alla Giordania), la penisola del Sinai egiziana e le alture del Golan in Siria: insomma, raggiunge i propri obiettivi strategici e tattici velocemente grazie a una fruttuosa azione di accerchiamento, che permette a Tel Aviv di ottenere anche la Striscia di Gaza, territorio palestinese sotto il controllo dell'Egitto dal 1948. A dispetto della sconfitta militare di proporzioni enormi, Nasser non perde il sostegno della popolazione egiziana. Nel 1967 viene destituito, tuttavia, Abd al-Hakim Amer, amico di Nasser, ritenuto il primo colpevole della disastrosa condotta miliare dell'Egitto; poco dopo, si suiciderà.
Nel frattempo Nasser inizia a prendere sempre di più le distanze dagli Stati Uniti, a dispetto di una simpatia iniziale nei confronti di Washington dovuta all'intervento di Eisenhower nei confronti della sortita militare francese e britannica nel territorio del Canale. Il Cairo, in particolare, si rifiuta di prendere parte a uno schieramento incentrato sul Patto di Baghdad, di natura anti-sovietica, composto, oltre che dagli stessi Stati Uniti, dall'Iran, dalla Gran Bretagna, dalla Turchia e dall'Iraq.
La reazione americana è immediata, e gli Usa si oppongono fermamente al finanziamento che il Fondo Monetario Internazionale dovrebbe fornire a Nasser per costruire l'Alta Diga di Aswan: una struttura progettata fin dal 1952, da realizzare sul Nilo, che dovrebbe assicurare l'indipendenza energetica a uno Stato decisamente carente di idrocarburi, e al tempo stesso favorire la possibilità di bonificare i territori situati a ovest del fiume, dalle zone a sud di Aswan fino alla depressione di al-Qattara: in totale, centinaia di migliaia di chilometri quadrati.
La controreazione egiziana non si fa attendere: il Cairo chiama in causa l'Unione Sovietica che, naturalmente, fiutando l'opportunità strategica e politica, offre il finanziamento all'Egitto. La situazione, quindi, viene parzialmente riportata alla normalità da Nasser per mezzo delle armi fornite dall'Unione Sovietica: nel luglio del 1969 prende il via una cosiddetta guerra d'attrito con Tel Aviv, che se non altro riesce a mantenere forte lo spirito nazionalistico e patriottico degli egiziani.
L'esperienza politica di Nasser, tuttavia, sembra ormai al tramonto, segnata in maniera innegabile dalla catastrofe - sia politica che militare - andata in scena nel 1967. Il regime, inoltre, dimostra di sopportare con difficoltà sempre maggiori il dibattito interno, pur vivace nei primi tempi, come dimostra la repressione attuata nei confronti dei Fratelli Musulmani.
Gran Maestro dell'Ordine del Nilo, Gran Maestro dell'Ordine al Merito e Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica, Gamal Abd el-Nasser muore il 28 settembre del 1970 a causa di un attacco di cuore che lo sorprende mentre si trova nella sua residenza presidenziale: il suo funerale vede la partecipazione di milioni di egiziani commossi, mentre il suo posto viene preso da Anwar al-Sadat, già vice-presidente della Repubblica, che con Nasser era stato membro dei Liberi Ufficiali. Nel corso della sua carriera politica, Nasser è stato insignito anche delle cariche di Eroe dell'Unione Sovietica, Ordine dei Compagni di O.R. Tambo in Oro e Ordine di Lenin.

venerdì 24 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1922 fu rappresentata per la prima volta al Teatro Manzoni di Milano la tragedia in tre atti Enrico IV di Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), drammaturgo, scrittore e poeta italiano, che nel 1934 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.
L’opera appartiene a quella che viene definita la Terza Fase del teatro pirandelliano, il “teatro nel teatro”, dopo il “teatro siciliano” ed il “teatro umoristico/grottesco”, e prima del “teatro dei miti”.
Enrico IV fu scritto per Ruggero Ruggeri (Fano, 14 novembre 1871 – Milano, 20 luglio 1953), uno degli attori più noti del periodo, che faceva parte della “Compagnia del Teatro D’arte”, fondata a Roma dallo stesso Pirandello il 6 ottobre 1924.
La tragedia inizia con il racconto dell’antefatto. Un nobile del primo ‘900, di cui non viene mai fatto il nome, partecipa ad una festa in maschera travestito da Enrico IV. Egli ha scelto di vestire i panni di quel sovrano per poter stare vicino alla donna amata, Matilde di Spina, mascherata da Matilde di Canossa.
All’evento partecipa anche il barone Belcredi, suo rivale in amore, che disarciona da cavallo Enrico IV, il quale cade battendo violentemente la testa. A seguito del trauma subìto, Enrico IV si convince di essere davvero il personaggio storico di cui portava le vesti.
Credendolo pazzo, tutti lo assecondano ed il nipote di Nolli cerca di alleviare le sue sofferenze per dodici anni ricostruendo l’ambientazione in cui aveva vissuto il vero sovrano. Trascorso questo tempo, Enrico guarisce e si accorge che era stato Belcredi a farlo cadere intenzionalmente per toglierlo di mezzo e poter sposare la donna contesa da entrambi. Infatti, dopo l’incidente, Matilde era scappata con Belcredi, si erano sposati ed avevano avuto una figlia. Enrico decide di continuare a fingersi pazzo per riuscire a sopportare in qualche modo il dolore che gli procura la presa di coscienza della realtà.
Dopo venti anni dall’incidente, si ritorna al presente, come all’inizio. Matilde con Belcredi, la loro figlia, Frida, e uno psichiatra fanno visita ad Enrico. Lo psichiatra è molto incuriosito dal suo caso, e , per farlo guarire, consiglia di ricostruire l’ambientazione di venti anni prima e di ripetere la caduta da cavallo.
Durante la messa in scena, Enrico si trova davanti la figlia della donna che ama da sempre e per la quale è costretto a fingersi pazzo. La giovane Frida è identica alla madre, quando aveva la sua età, ed Enrico non può fare a meno di abbracciarla. Belcredi non tollera che Enrico si avvicini alla figlia, ma, quando tenta di opporsi, Enrico sguaina la spada e lo ferisce a morte. Per sfuggire alla realtà di dolore, che per di più lo costringerebbe anche ad un processo e alla prigione, Enrico si rassegna a vivere per sempre fingendosi pazzo.
Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere [...] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. [...] La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l’ho vissuta! (Enrico IV, atto terzo)
Questa tragedia mette in evidenza il relativismo psicologico in cui credeva Pirandello. Tutti gli uomini nascono liberi, ma il Caso interviene impedendo loro di esprimere le proprie volontà, imprigionati come sono dalle convenzioni di società precostituite, in cui ciascuno ha un ruolo prefissato.
L’io non riesce a venire fuori, e così non c’è comunicazione tra esseri umani, perché ciascuno è costretto ad indossare una maschera, dietro la quale si nascondono infiniti io. Un concetto che viene espresso nel romanzo Uno, nessuno, centomila: l’individuo è uno, perché ogni persona crede di essere unica e avere caratteristiche peculiari; centomila, perché ciascuno ha, dietro la maschera che indossa, tante personalità quante sono le persone che lo giudicano; nessuno, perché nel suo continuo cambiare personalità non può dare mai spazio al suo vero io.
Da qui deriva inevitabilmente l’incomunicabilità tra individui, perché ciascuno ha un proprio modo di vedere, e non esiste un criterio oggettivo ed universale su cui basare uno scambio di opinioni. Questo crea solitudine ed emarginazione dalla società, ma anche da se stessi, in quanto l’io è sempre frammentato, nonostante gli sforzi per trovare un senso all’esistenza e all’identificazione di un ruolo che vada oltre la maschera.
Pirandello pone tre tipi di reazioni degli individui a questo relativismo: una reazione passiva, in cui si accetta la maschera e l’infelicità che ne consegue, senza opporre resistenza, come nel caso de Il fu Mattia Pascal; oppure una reazione ironico-umoristica, come ne La patente, in cui si accetta la maschera con un atteggiamento ironico e aggressivo, cercando almeno di trarne vantaggio.
Oppure c’è una reazione drammatica, come nel caso di Enrico IV: l’uomo si rende conto che l’immagine che ha sempre avuto di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui, e cerca di comprendere questo lato sconosciuto del suo io.
Vuole togliersi la maschera che gli hanno imposto, ma non riesce a strapparsela di dosso, ed egli sarà sempre come gli altri lo vogliono, anche se continuerà a lottare per impedirlo, arrivando fino alle tragiche conseguenze delle pazzia, del dramma e del suicidio.
L’unico modo per vivere e trovare il proprio io è accettare il fatto di non avere un’identità, ma tanti frammenti, essere consapevoli di essere completamente alieni da se stessi. Eppure, la società non accetta questo relativismo, e chi lo fa è ritenuto pazzo.
Dell’Enrico IV sono state fatte due trasposizioni cinematografiche, una del 1943, per la regia di Giorgio Pàstina, e uno del 1984, per la regia di Marco Bellocchio.

giovedì 23 febbraio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
Il 23 febbraio 1836 inizia a San Antonio (TX) la battaglia di Alamo.
La storia di Alamo inizia nella mattinata del 23 febbraio 1836 quando l’esercito messicano arrivò nei pressi di San Antonio. Il primo ad avvistare i soldati di Santa Anna fu lo scout John Smith, chiamato “El Colorado” a causa dei capelli rossi.
Fu a lui che il colonnello Travis affidò il primo messaggio dell’assedio, indirizzato allo stato maggiore dell’esercito texano comandato da Sam Houston: “Il nemico è arrivato in gran forze. Vogliamo uomini e provviste. Inviateceli. Abbiamo 150 uomini e siamo determinati a difendere Alamo fino all’ultimo. Forniteci assistenza”.
Mentre Smith partiva al galoppo, Travis cominciò a dare i primi ordini per preparare la resistenza tra le mura di Alamo. Prima di tutto fece evacuare una cinquantina di soldati messicani feriti, fatti prigionieri in un precedente scontro. In questo modo permise che si ricongiungessero con il grosso delle truppe di Santa Anna senza pesare sulle forze americane. Poi mandò Seguin, lo stesso che un anno dopo provvederà alla sepoltura dei resti, a San Antonio per racimolare quante più provviste possibili potesse. Mentre gli americani giravano per le strade, le donne locali piangevano: “Poveri ragazzi – dicevano – sarete tutti ammazzati”. Furono invece una quarantina i cittadini che preferirono nascondersi dentro Alamo per evitare di affrontare l’esercito messicano. Fecero appena in tempo, perchè nel pomeriggio gli uomini di Santa Anna avevano già occupato l’area di San Fernando, la più vicina alla missione, facendo sventolare una bandiera rossa, segno di non voler dare tregua al nemico, sul pennone del campanile.
Quando la vide, Travis ordinò per tutta risposta che venisse sparata una cannonata verso la postazione nemica. I messicani replicarono con altre quattro cannonate e quello fu di fatto il primo scambio di colpi tra i due avversari.
A quanto pare fu anche l’occasione per il primo litigio tra Travis e Bowie. Il primo voleva aspettare la prima mossa dei messicani, mentre il secondo intendeva agire subito andando a trattare direttamente con Santa Anna. Essendo egli stesso il genero di un notabile messicano, Bowie pensava che sarebbe stato ascoltato. Senza consultare Travis, Bowie mandò il volontario Green B. Jameson con una missiva diretta personalmente al generale. Ma il risultato fu deludente: di fronte a un Travis infuriato perchè i suoi ordini non erano stati rispettati, Jameson tornò con una nota firmata da Josè Batres, il vice di Santa Anna, nella quale si diceva che “se volevano salvare le loro vite, dovevano mettersi immediatamente a disposizione del Governo Supremo”. In pratica, dovevano arrendersi senza condizioni. Rendendosi conto che la situazione era comunque disperata, lo stesso Travis inviò ai messicani un secondo messaggio, questa volta affidato ad uno dei suoi uomini più fidati, Albert Martin, da consegnare al colonnello Juan Almonte, uno degli alti ufficiali dello staff di Santa Anna, conosciuto e rispettato come gentiluomo in tutto il Texas. Ma Almonte si limitò a ripetere le condizioni imposte dal suo generale, per cui anche questo tentativo andò a vuoto.
A quel punto a Travis non restò che radunare gli uomini per esporre loro la situazione e tutti furono d’accordo per non cedere. Ancora una volta Travis affidò la sua replica ai cannoni e per risposta i messicani presero a bombardare sistematicamente la missione producendo non pochi danni. E mentre le granate colpivano la vecchia chiesa costruita nel 1758 dalla Flying Company of San Josè y Santiago del Alamo de Parras, il colonnello inviò un altro messaggio al raggruppamento texano di stanza a Goliad: “Noi porteremo avanti questa resistenza così come il nostro onore pretende, e anche quello del Paese”, scrisse Travis al collega Fannin. Ma l’attesa per una risposta si rivelò vana.
Fu allora che Travis decise di piazzare i suoi cannoni nelle posizioni strategiche, in particolare sul tetto rinforzato della chiesa dove ne fece sistemare tre da diciotto libbre l’uno.
C’era anche un altro problema. All’interno del forte si trovavano ormai anche una quarantina tra malati e feriti che Travis fece sistemare al secondo piano del convento. Tra questi era finito anche James Bowie, colpito da una forte febbre tifoidea che lo debilitava a causa di continui accessi di vomito e diarrea con ingenti perdite ematiche. Per quanto curato dal dottor Amos Pollard e assistito dalla cognata Juana Alsbury, Bowie non si riprenderà più e quindi non parteciperà neanche allo scontro finale. Il 24 febbraio i messicani piazzarono una nuova batteria a circa 300 metri da Alamo e ripresero il bombardamento.
Agli americani non restava che nascondersi tra le mura della missione e aspettare. Travis ne approfittò per scrivere un nuovo appello che indirizzò al “Popolo del Texas e a tutti gli Americani nel Mondo”: “Sono assediato da un migliaio o più di messicani agli ordini di Santa Anna – Ho sostenuto un continuo bombardamento per 24 ore e non ho perso un uomo. – Il nemico ci ha chiesto una resa senza condizioni, altrimenti la guarnigione sarà passata a fil di spada, se il forte verrà preso – Ho risposto con un colpo di cannone, e la nostra bandiera sventola ancora orgogliosamente sulle mura. Io non mi arrenderò né mi ritirerò. Allora mi rivolgo a voi nel nome della Libertà, del patriottismo e di tutto ciò che è di più caro al carattere americano, affinchè veniate in nostro soccorso con la massima celerità – Il nemico sta ricevendo rinforzi quotidianamente e non c’è dubbio che arriverà a tre o quattro mila unità nel giro di quattro o cinque giorni. Se questa mia richiesta non verrà accolta, sono determinato ad andare avanti da solo il più a lungo possibile e a morire come un soldato che non dimentica mai ciò che è dovuto al proprio onore e a quello del suo Paese. Vittoria o Morte”.
La lettera, indirizzata al quartier generale texano situato a Gonzales, venne affidata ad Albert Martin che con una buona dose di fortuna riuscì a passare oltre le linee nemiche, perdendosi nell’oscurità. Dalle mura quella notte Travis lo vide allontanarsi e, mentre la sua mente si perdeva in mille cupi pensieri, si sorprese ad ascoltare le note di un mesto “Deguello” che gli giungevano dal campo messicano.
L’indomani il bombardamento riprese fin dal primo mattino. Circa duecento messicani del battaglione Permanente Matamoros arrivarono a un centinaio di metri dal forte, ma gli americani risposero con un fuoco talmente fitto che alla fine gli uomini di Santa Anna furono costretti a ritirarsi, lasciando una decina di morti sul campo. Durante l’azione fu particolarmente notato l’onorevole David Crockett, come Travis chiamava l’ex parlamentare, che correva da un punto all’altro per incitare gli uomini e far loro coraggio.
Travis, quando si rese conto che i messicani stavano tastando il terreno in vista dell’assalto decisivo, riprese la penna e si rivolse direttamente a Sam Houston: “Devo resistere fino alle estreme conseguenze. Se essi ci sconfiggeranno, noi saremo sacrificati sull’altare del nostro Paese, e speriamo che i posteri e il nostro Paese renderanno giustizia alla nostra memoria. Aiutami, Paese mio! Vittoria o morte”.
In effetti viene il sospetto che Travis scrivesse in modo così enfatico sapendo che i suoi appelli sarebbero stati pubblicati, ma c’è da dire che egli cercava comunque di far sapere che la situazione a Alamo era davvero drammatica. Il problema si poneva sul come far giungere il messaggio a destinazione, visto che ormai i messicani controllavano l’intera area. E, soprattutto, chi mandare? Tra l’altro ci voleva qualcuno che parlasse bene lo spagnolo e fu così che gli uomini della guarnigione votarono Juan Seguìn. Travis non era d’accordo, ma alla fine capitolò. Seguìn, travestito da campesino, salutò per l’ultima volta i suoi commilitoni e quella stessa notte si infiltrò tra le linee nemiche. Quell’operazione, per quanto rischiosa, finì per salvargli la vita.
Mentre i messicani poco per volta accerchiavano Alamo, a San Felipe il governatore Smith faceva pubblicare il primo appello di Travis e esortava i texani a “volare” in difesa di Alamo: “La campagna è cominciata – scrisse Smith – I texani non devono lasciare che i loro fratelli vengano massacrati da un esercito di mercenari”.
Anche se le file texane si stavano ingrossando di volontari, nel forte l’attesa si faceva sempre più drammatica. Bowie era ormai allo stremo quando il 29 febbraio un gruppo di volontari che era arrivato con lui andò a trovarlo per comunicargli che Santa Anna aveva offerto un’amnistia ai difensori di Alamo che si fossero arresi. “Chi di voi vuole andarsene, è libero di farlo”, disse Bowie con un fil di voce. E quelli non se lo fecero dire due volte: lo ringraziarono e uscirono dal forte, salvi.
La notte del primo marzo un violento temporale si abbattè sulla zona. Alle tre, sotto una pioggia battente, una sentinella si sentì chiamare e, con sua grande sorpresa, vide John Smith, El Colorado, bussare alla porta del forte con trentadue uomini: alla fine i rinforzi, se così si potevano definire, erano arrivati. Il giorno dopo a Brazoria, diverse decine di chilometri più in là, l’ultimo appello di Travis, “Vittoria o Morte”, veniva pubblicato sul giornale “Texan Republican”. Ma la spedizione di soccorso era ben distante dall’essere organizzata. A Washington, dove doveva partecipare a una convention, Sam Houston continuava a dire che quella di Alamo era “una maledetta menzogna, e che anche tutti quei rapporti di Travis e Fannin erano menzogne, visto che là non vi erano forze messicane e che tutta quella messinscena era soltanto uno stratagemma elettorale studiato da Travis e Fannin per sostenere la loro popolarità”.
Houston arrivò a insinuare che i rapporti ricevuti fossero addirittura fatti ad arte dai messicani, per cui, con la mente offuscata dai litri di whisky che si beveva tutti i giorni (fu visto diverse volte ubriaco in pubblico), di fatto non fece mai nulla per salvare la guarnigione di Alamo.
Il 3 Marzo gli americani assediati videro un uomo a cavallo correre nella prateria sfidando il fuoco dei fucili messicani. Era James Butler Bonham che portava due messaggi, uno dei quali di Willie Williamson, uno dei capi della rivolta, scritto alcuni giorni prima a San Felipe. Nella prima missiva Williamson annunciava l’arrivo di 660 volontari. Nella seconda, forse scritta da Houston in persona, si diceva invece che le forze presenti a San Felipe non potevano essere trasferite. In pratica, Alamo veniva abbandonato a se stesso.
Per Travis era l’ennesimo colpo. Già furente per l’abbandono dei volontari texani che egli non esitava a definire traditori, quella notizia gli fece capire che ormai non c’era davvero più nulla da fare. Allora scrisse alcune lettere che affidò nuovamente a El Colorado, lettere il cui contenuto non fu mai reso pubblico e nelle quali probabilmente scrisse il suo testamento politico. Una era indirizzata a Jesse Grimes, un delegato della convenzione di Washington, un’altra a David Ayers di Montville. A entrambi affidò le sue ultime volontà e, soprattutto, l’educazione del figlio Charles, 5 anni, avuto dal suo matrimonio con Rosanna Cato. L’ultima missiva, di cui non si conobbe mai il contenuto, era per l’amata Rebecca, la donna che aveva intenzione di sposare se solo fosse riuscito a sopravvivere all’avventura di Alamo. Arriveranno tutte a destino compiuto, quando le ossa di Travis erano già state incenerite.
Il 4 marzo i messicani ripresero a bombardare la missione. Il 5 gli americani contarono 334 palle di cannone contro le loro mura. E quella notte un Travis ormai disperato giocò la sua ultima carta inviando un ultimo messaggero, il giovane James Allen, nel disperato tentativo di convincere lo stato maggiore americano a mandare rinforzi. Un rapido censimento delle armi permise di stabilire che nella missione i 180 americani rimasti avevano in tutto 816 tra pistole e fucili, con polvere e piombo sufficienti per circa 15 mila colpi, 25 granate da cannone e duecento baionette: un po’ poco per fronteggiare un esercito di quattromila uomini armati di tutto punto e dotati di artiglieria pesante. L’attacco decisivo cominciò intorno alle 3 del mattino del 6 marzo. Gli assediati, stanchi e provati dalla continua tensione, dormivano quasi tutti. Nessuno, nemmeno le sentinelle, si accorse che oltre un migliaio di soldati messicani del battaglione Toluca aveva completamente circondato la missione e pian piano si avvicinava alle mura. Nessuno, nonostante il chiarore della luna, vide le scale che venivano appoggiate e subito salite dai commandos nemici. Nessuno si rese conto che la missione era stata invasa fino a quando il primo “Viva Santa Anna” non squarciò il silenzio della notte. Erano circa le 5,30. Travis fu svegliato di soprassalto dall’ufficiale J.J. Baugh che irruppe nella sua camera urlando: “I messicani stanno arrivando!”. Ancora stordito da quelle poche ore di sonno, Travis arrivò sugli spalti appena in tempo per vedere una marea di uniformi bianche che si lanciava all’assalto dei suoi uomini. Quando girò lo sguardo una pallottola di circa due centimetri di diametro lo prese in piena fronte uccidendolo sul colpo. Il suo corpo, successivamente trafitto anche da molti colpi di baionetta, cadde vicino ad un cannone e lì restò fino alla fine della battaglia. Uno ad uno gli americani vennero uccisi tutti: l’ordine era di non fare prigionieri.
Quando i messicani entrarono dentro il convento, in una stanza trovarono James Bowie ormai agonizzante alla sua terza settimana di febbre tifoidea. Scambiandolo per uno che si voleva nascondere sotto le coperte, lo presero a fucilate sul posto facendogli letteralmente saltare la testa. Sempre più numerosi, cominciarono poi a spingere ciò che restava del gruppo dei difensori fino all’ingresso della missione. Gli americani furono costretti a uscire spinti verso l’esterno. Fuori li aspettava la cavalleria messicana comandata da Ramirez y Sesma che in due cariche successive pose fine a colpi di lancia anche a quella eroica e disperata sacca di resistenza.
I messicani si fermarono soltanto quando, abbattendo una porta, si trovarono di fronte a tre donne e due bambini. Fu una di queste, Susanna Dickenson, che in seguito testimonierà di aver visto i corpi di Davy Crockett e dei suoi compagni del Tennessee giacere nella polvere davanti al sagrato della chiesa.
Ma gli americani avevano venduta cara la pelle. A fronte dei 1600 uomini impiegati nell’attacco, i messicani morti furono circa duecento e quattrocento i feriti, tra i quali anche un generale e 28 ufficiali. Settanta di questi feriti morirono in seguito alle lesioni riportate nella battaglia.
Avvalendosi della testimonianza di Joe, lo schiavo negro di Travis cui venne risparmiata la vita proprio a causa del suo stato, Santa Anna volle vedere personalmente i corpi di Travis, Bowie e Crockett prima di inviare il suo rapporto finale a Città del Messico. “Il quadro presentato dalla battaglia è straordinario – scrisse Santa Anna – tra i corpi sono stati trovati il primo e il secondo capo del nemico – Bowie e Travis – colonnelli come essi stessi si facevano chiamare – nonchè Crockett con lo stesso titolo degli altri due”.
La notizia del massacro di Alamo giunse a Washington solo l’11 marzo e fece un’impressione enorme. Per Sam Houston, che non aveva mai creduto alle lettere di Travis, fu un colpo tremendo. E per quanto si portò dietro per tutta la vita il rimorso di quelle vite sacrificate, cercò di salvare la faccia sostenendo pubblicamente che “la caduta di Alamo è stata il risultato di una disobbedienza da parte di Travis e Bowie”.
Ma all’opinione pubblica americana non potevano bastare le sue illazioni e Houston lo sapeva bene. Fu così che l’esercito texano si ricompattò e il 21 aprile cercò vendetta affrontando in campo aperto le truppe messicane di Santa Anna a San Jacinto. Prima della battaglia gli ufficiali si rivolsero ai volontari con tre sole parole:”Remember the Alamo”. Ed è urlando “Alamo! Alamo! Alamo!” che gli americani, inferiori di numero (800 contro 1.300), in soli venti minuti di battaglia sgominarono l’esercito messicano facendo prigioniero lo stesso generale Santa Anna. La rivoluzione era finita e il Texas diventava indipendente. Nel settembre di quello stesso anno Sam Houston veniva eletto presidente della Repubblica del Texas e Alamo entrava nella storia e nella leggenda.
Il primo film dedicato alla battaglia fu, nel 1911, The Immortal Alamo di William F. Haddock, un film prodotto in Texas da Georges Méliès.
Nel 1915 Christy Cabanne, con la supervisione di David W. Griffith, girò Martyrs of the Alamo, un film muto di 71 minuti, che vide tra gli interpreti anche Douglas Fairbanks.
Nel 1953 Glenn Ford interpretò Il traditore di Forte Alamo (The Man from the Alamo), un western con un immaginario superstite allo scontro. Questa versione, neppure troppo romanzata, mostrava l'eroismo dell'americano medio nella costruzione degli Stati Uniti.
Nel 1955 Sterling Hayden interpretò la parte di Jim Bowie nel film Alamo diretto da Frank Lloyd. Questa versione non spiegava le ragioni della Resistenza contro il Messico ed anche i fatti vennero in parte stravolti, come la causa della morte di Bowie, non dovuta ad infortunio in battaglia, ma a tubercolosi. Veniva peraltro taciuto lo schiavismo dello stesso Bowie.
Nel 1956 Byron Haskin ne La storia del generale Houston descrisse la figura dell'avvocato Houston, poi divenuto generale e infine primo presidente del Texas resosi indipendente.
John Wayne nel 1960 diresse, produsse e interpretò, nella parte di Davy Crocket, La battaglia di Alamo, un lungo e costoso film per propagandare, in modo spettacolare, i valori eroici che avevano portato alla costruzione degli Stati Uniti. Anche in questa versione le ragioni della ribellione venivano taciute.
Alamo - Gli ultimi eroi (2004) è un film che descrive in modo dettagliato la guerra, fino alla resa di Santa Anna. Anche in questa versione le ragioni della ribellione non vengono spiegate.

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