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martedì 30 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 maggio.
Il 30 maggio 1994 l'ex giocatore Agostino Di Bartolomei si suicida sparandosi al petto.
Agostino Di Bartolomei, nasce a Roma l'8 aprile del 1955.
Cresce calcisticamente vicino al suo quartiere Tor Marancia. Dall'oratorio 'San Filippo Neri' alla Garbatella all'OMI, realtà del calcio romano, sino alle giovanili della Roma dove Agostino diventa subito leader indiscusso e capitano.
Con i giovani vince il titolo ed il passo in prima squadra avviene nella stagione 72/73. L'esordio avviene il 22 aprile, pochi giorni dopo il suo diciassettesimo compleanno, contro l'Inter a Milano (0-0). Il suo primo tecnico sarà Scopigno che calcisticamente lo adora. Nella stagione 73/74, alla prima giornata contro il Bologna (2-1), arriva il primo gol con la maglia giallorossa ed è subito un gol vittoria.
23 presenze nelle prime tre stagioni con i grandi per Agostino, poi un anno a Vicenza per maturare definitivamente. Al ritorno "Diba" diventa un punto fermo dei giallorossi. Dal 1976/77 al 1983/84 salta pochissime gare e a fine anni 70 diventa il capitano della Roma.
Il campionato 77/78 è per lui il più prolifico: 10 reti. L'anno dello scudetto invece realizza 7 reti.
Centrocampista dalla classe indiscussa, visione di gioco sopraffina, lanci da architetto ed una potenza nel tiro micidiale. L'unico difetto calcistico di Agostino era la scarsa velocità ma l'allenatore Nils Liedholm seppe benissimo sopperire a questa carenza. Gli studiò una posizione in campo adeguata sistemandolo davanti alla difesa dove, con la sua grinta e il suo carattere, guidava tutta la squadra. Era un capitano vero Di Bartolomei, lo vedevi tirare con la potenza di chi ha carattere, lo vedevi arrabbiarsi con gli avversari, lì al centro del terreno di gioco.
Quando capitavano punizioni nei pressi della porta, la Curva cominciava ad intonare il suo nome: "OOOOO Agostino! Ago, Ago, Ago, Agostino gò...". L'anno dopo la Coppa dei Campioni, Agostino seguì Liedholm al Milan con un pò di rancore nei confronti della sua amata Roma che non fece troppo per trattenerlo. Ci segnò anche un gol, ed esultò in una maniera che la diceva lunga. Questo lo portò anche a litigare sul campo con alcuni suoi ex compagni di squadra. Agostino amava la Roma ma purtoppo non ebbe mai modo di riappacificarcisi, non gli fu data mai un incarico ufficiale, non venne più contattato. Probabilmente poca riconoscenza verso il capitano dello scudetto. A soli 39 anni, il 30 maggio 1994, a 10 anni esatti di distanza dalla finale di Coppa dei Campioni persa contro il Liverpool, Agostino si suicida sparandosi un colpo al cuore. L'ambiente giallorosso forse solo allora si rende conto di aver abbandonato il suo capitano, un capitano con la C maiuscola.
I motivi del suicidio (si parlò di alcuni investimenti andati male e di un prestito che gli era stato appena rifiutato) divennero abbastanza chiari quando fu trovato un biglietto in cui il calciatore spiegava il suo gesto, da ricollegarsi probabilmente alle porte chiuse che il calcio serrava di fronte a lui: «mi sento chiuso in un buco», scrisse.
La canzone La Leva calcistica del '68 di Francesco De Gregori non è dedicata a Bruno Conti, come alcuni sostengono erroneamente, ma ad Agostino Di Bartolomei.

lunedì 29 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 maggio.
Il 29 maggio 1848 ebbe luogo la battaglia di Curtatone e Montanara.
La battaglia a Curtatone e Montanara deve inquadrarsi negli avvenimenti generali dell’assedio di Peschiera e la successiva battaglia di Goito. Riveste massima importanza, poiché il sacrificio dei volontari toscani permise la vittoria importantissima delle truppe Sabaude a Goito il giorno seguente, che apriva le più ampie possibilità sull’economia della guerra.
Nel pomeriggio del 27 maggio 1848, Radetzky uscì da Verona e per Isola della Scala giunse la sera del 28 presso Mantova dove si accampò a San Giorgio. La sua idea era di effettuare un’ampia manovra verso sud – sud ovest per aggirare le posizioni “italiane” (sabaude e volontarie) e di piombare sulla chiave di volta del settore: Goito. Battere i Piemontesi a Goito, voleva dire liberare Peschiera dall’assedio e tagliare la ritirata al resto dell’Esercito Sardo in Veneto. In questo panorama, i volontari toscani ricoprivano una posizione strategica, perché schierati su una linea difensiva posta a metà strada tra Goito ed il lago di Mantova, appunto i borghi di Curtatone e Montanara. Comandati dal Generale Laugier, che il 26 maggio aveva sostituito il duo Arco-Ferrari, e avevano valorosamente combattuto gli Austriaci il 4, il 10 e il 13 maggio, avevano il loro quartiere generale alle Grazie. Laugier ricevette il giorno 28 dal Generale Bava due avvisi: nel primo gli si diceva di stare in guardia, e con il secondo lo si invitava ad impedire al nemico il passaggio del Mincio se fossero venuto in contatto. Se ciò era impossibile, avrebbe dovuto ritirarsi su Gazzoldo e di là a proseguire per Volta.
Il mattino presto del 29 maggio, Laurgier ricevette un terzo avviso, con l’istruzione di arretrare subito lo schieramento della sua divisione, per mettersi in grado, nel caso non avesse potuto fermare il nemico, di giungere subito a Volta, dove avrebbe incontrato il grosso del Corpo d’Armata dello stesso Bava.
Quest'ultimo avviso però giunse al Laurgier contemporaneamente al contatto con le avanguardie nemiche. Iniziato lo scontro quindi, Laurgier non fu più in grado di eseguire le ultime istruzioni, perché a sua volta aveva impartito i suoi ordini durante la notte e per avvisare tutti i comandi di battaglione e compagnie ci sarebbero volute ore. Intorno alle ore 08.00 quindi, quando gli austriaci fecero capolino, lo schieramento del Laurgier era si pronto a scontrarsi con il nemico a più fermo, ma sapeva anche bene che non avrebbe avuto nessun aiuto dalle retrovie, perché queste si aspettavano il suo ordinato ripiegamento.
A tal proposito è bene ricordare, che al tempo non esistevano comunicazioni dirette ed in tempo reale fra i reparti, e che gli ordini emanati per mezzo di staffette e dispacci, giungevano con  giornate intere di ritardo sulla condizione che li avevano generati. Ciò poteva chiaramente amplificare gli eventuali errori di valutazione commessi. I comandanti tutti, ma soprattutto coloro che avevano la responsabilità strategica dei movimenti di insieme, traevano le loro informazioni da esploratori a cavallo, che con tempi variabili aggiornavano una situazione che poteva cambiare sensibilmente di ora in ora, e sulla base di queste informazione venivano stimati movimenti e possibilità tattiche, che perdevano di efficacia tanto più quanto lento era il ciclo: raccolta informazioni – elaborazione di un piano – ordini e disposizioni alle truppe sul campo per l’esecuzione.
Il Generale Laurgier poteva contare verso Goito il 1° battaglione del 1° reggimento napoletano; a Sacca, Rivolta e Castellucchio due compagnie di Lucchesi e un battaglione di volontari fiorentini; a Curtatone, sotto il comando del Colonnello Campione, duemilacinquecento uomini, fra cui un battaglione di volontari napoletani; a Montanara, comandati dal Colonnello Giovannetti, altri duemilacinquecento soldati fra cui il secondo battaglione del 1° Reggimento napoletano. Di fronte in quella mattina del 29 maggio 1848 si trovano circa sedicimila fanti austriaci, duemila cavalli ed otto batterie di artiglieria da campagna, che muovevano su tre colonne, la prima comandata da Felice Schwartzenberg, la seconda da Carlo Schwartzenberg, la terza dal Principe Liechtenstein. Le prime due puntarono su Curtatone e Montanara, mentre l'ultima, prendendo la via di Buscoldo, tentava un ulteriore manovra aggirante su Montanara per impadronirsi del passo dell'Osone alle spalle del Laurgier.
La battaglia cominciò con l'assalto di Curtatone. Due volte la brigata Benedek assalì e due volte fu respinta, mentre i due soli pezzi (cannoni) del Capitano Niccolini tenevano testa alle numerose artiglierie nemiche. In questa opera si distinse il cannoniere Gasperi, che, quasi nudo dopo che i suoi vestiti erano stati quasi interamente bruciati da un razzo incendiario, “rimaneva impassibile, accanto al suo pezzo fra il fulminare dei cannoni austriaci”.
Al terzo assalto della brigata Benedek, spalleggiata dalla brigata Wolgemuhl, la resistenza venne meno, e i superstiti cominciarono il ripiegamento verso Goito, manovra peraltro eseguita con un discreto ordine. Fra gli altri, a Curtatone, si distinse in particolar modo il battaglione degli studenti delle Università di Pisa e di Siena; il Prof. Leopoldo Pilla, famoso geologo, venuto a combattere con i suoi discepoli per l'indipendenza d'Italia, cadde ucciso in questa mirabile resistenza. Fu ferito e fatto prigioniero Giuseppe Manganelli, così come fu ferito anche il Colonnello Campia.
Anche a Montanara i volontari toscani di Giovanetti respinsero due audaci assalti del nemico e con loro gareggiarono in valore i fanti del 2° battaglione del 1° reggimento napoletano. Alla fine però, dopo sei ore di accanitissimo e sanguinoso combattimento, ormai decimati furono costretti a ripiegare su Gazzoldo.
Nella battaglia di Curtatone e Montanara, i poco considerati - fino ad allora - volontari toscani si coprirono di gloria resistendo a forze nemiche doppie e oltre, mandando a vuoto di fatto il disegno strategico del Feldmaresciallo Radetzky che intendeva chiudere fra il Mincio e l'Adige l'esercito piemontese. La Divisione “italiana” del Generale Laurgier ebbe centosessantasei morti, cinquecentodieci feriti e millecentottantasei prigionieri su circa 6000 uomini combattenti. Da parte loro gli austriaci pagarono caro l’azzardo, con circa 1000 uomini fuori combattimento nonostante l’evidente supremazia numerica.
Lo stesso giorno 29, mentre infuriava la battaglia a Curtatone e Montanara, seimila Austriaci scendevano da Rivoli accompagnando un convoglio che doveva rinforzare e rifornire di viveri la fortezza assediata di Peschiera. Anche in questo caso il nemico non riuscì a portare a termine il suo incarico, in quanto a Colmasino, gli “italiani” volontari che difendevano quella posizione resistettero fin quando gli austriaci dovettero ritirarsi oltre Cavaglione, per il sopraggiungere delle forze del Generale Bes, giunto a loro soccorso.
In conseguenza di questa rotta dei soccorsi, la già debole guarnigione austriaca di Peschiera, mancante di viveri dal giorno 26, si arrese l’indomani 30 maggio. Il presidio contava millesettecento uomini; furono trovate centocinquanta bocche da fuoco e una gran quantità di polvere e di proiettili.
Il Radetzky, avuta ragione degli “italiani” a Curtatone e Montanara, avrebbe dovuto marciare su Goito, ma l'improvvisa resistenza trovata lo consigliò di rimandare il giorno dopo il proseguimento dell'azione, il che permise a Carlo Alberto di concentrare su Goito ventiduemila uomini e di vincere ancora il nemico.  

domenica 28 maggio 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 maggio.
Il 28 maggio 1937 viene inaugurato il Golden Gate Bridge a San Francisco.
L’idea di un ponte che unisse le due sponde del Golden Gate, circolava già da tempo a San Francisco, e grazie alla tenacia di un ingegnere di origine tedesca, Joseph Strauss, era stato costituito un comitato promotore per l’opera, ed erano già stati prodotti alcuni disegni e studi, per la realizzazione del più grande ponte sospeso del mondo, il Golden Gate Bridge appunto. Solo che il ponte costava parecchio, intorno a 30 milioni di dollari, e l’America era in piena recessione; il 1929 era stato l’anno della Grande Depressione. Le possibilità di trovare i soldi, i dollari necessari per l’opera erano veramente poche.
E qui la Storia si diverte a mischiare le carte, perché se l’idea, il progetto del ponte più fotografato del mondo (secondo molti il più bello del mondo), si deve ad un tedesco (americano figlio di immigrati tedeschi), il design ad un americano formatosi a Parigi in Francia, il suo finanziamento (i soldi) si deve ad un italiano (americano figlio di immigrati italiani), Amadeo Pietro Giannini, il fondatore della Bank of Italy, co-fondatore della Bank of America, secondo alcuni l’inventore della banca moderna.
Gennaio 1870, la capitale del Regno d’Italia era Firenze, ma i patrioti pensavano a Roma, dove ancora regnava il Papa Re. All’unità d’Italia non pensavano di certo i genitori di Amadeo, contadini di Favale di Malvaro, vicino Genova, che per campare decisero di prendere la nave per l’America. Forse la mamma era già incinta quanto salì sulla nave, preparandosi a lasciare il paese dei suoi genitori; e a quel tempo, partire per l’America, era partire per sempre.
Amadeo nasce in America, a San Jose in California, nel maggio di quell’anno, tre mesi prima della Breccia di Porta Pia. Per lui e per la sua famiglia la vita in America non è facile, come non lo è per tutti gli immigrati italiani. Non è facile, ma può diventare ancora peggiore se tuo padre muore, per una lite per un dollaro, lasciandoti a 7 anni, solo con la mamma. Lasciare la scuola a 14 anni, e iniziare a lavorare è la scelta più normale per il figlio di una italiana.
Amadeo lavora duro con il patrigno (la madre si era risposata), e poi si sposa con Florinda Cuneo, anche lei di origini italiane, che però dispone di un notevole patrimonio finanziario. E così, con i soldi della vendita della sua compagnia (Amadeo era riuscito a diventare un padroncino con il suo lavoro), e con quelli di Florinda, Amadeo entra nel consiglio di amministrazione di una banca di San Francisco, per poi scoprire che quella banca proprio non gli piace.
Il fatto è che le banche occupavano edifici importanti, erano arredate con marmi e costosissimi mobili in legno, e avevano tra i propri clienti i ricchi e benestanti signori di San Francisco, non certo gli umili agricoltori ed operai che Amadeo aveva conosciuto lavorando, men che meno se immigrati italiani. Allora Amadeo decide di fare qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, che fino ad allora nessuno aveva ancora fatto; decide di fondare una banca per i più poveri, che prestasse denaro ai contadini e agli operai, ai figli degli immigrati italiani. Era il 1904 quando apre la Bank of Italy.
Ma Amadeo non si ferma qui, lui ha un’idea in testa, su cosa debba essere una banca, cosa debba fare, e lo dimostra due anni dopo, quando il Grande Terremoto del 1906 distrugge San Francisco. Con la città a terra, con i grandi proprietari preoccupati per il futuro, e per la loro sicurezza, Amadeo, che con coraggio era riuscito a salvare i depositi della sua banca, va al molo, prende due botti, ci mette sopra un tavolaccio, e riapre la sua banca, prestando denaro a tutti quanti, tutti quelli che volevano ricostruire la loro casa, la loro impresa, San Francisco.
E siamo nei primi anni ‘30, quando Strauss e il suo comitato cercano i soldi per il loro ponte, quando in America si soffre la fame per la Grande Depressione, quando la Bank of Italy non c’è più, perché diventata Bank of America. E allora, perché non provare a chiedere i soldi a Mr. Giannini, che tante volte ha dimostrato di avere il coraggio, dove gli altri non l’avevano? E nel 1932 la banca presieduta da Giannini decide di comprare da sola tutte le obbligazioni emesse per la costruzione del ponte; perché crede nel progetto, perché vuole aiutare la comunità dove è cresciuto, dove vive. 27 milioni di dollari dell’epoca.
Strauss ce l'ha fatta, ha trovato i soldi per il suo ponte, il più grande e bel ponte del mondo, è contentissimo, e non vede l’ora che i lavori inizino. I lavori iniziano il 5 gennaio del 1933 e terminano nell’aprile del 1937. il 28 maggio il ponte fu aperto con un’inaugurazione, e dei festeggiamenti che durarono una settimana.
Anche Amadeo aveva di che essere soddisfatto; il progetto era andato in porto, il ponte era stato aperto, e i pedaggi iniziavano ad produrre il denaro necessario a rimborsare il prestito e gli interessi delle obbligazioni, che la sua banca aveva comprato. Amadeo morì nel 1949, avendo creato, da figlio di poveri immigrati italiani, il modello di banca che oggi rimpiangiamo; la banca che fa la banca, raccoglie i risparmi e investe nell’economia di chi lavora. Nel 1971 l’ultima di quelle obbligazioni fu rimborsata.
Per commemorare la straordinaria figura dell'Ing. Joseph Strauss, una sua statua è stata posta vicino al ponte nel 1955, per ricordare a tutti quanto fu importante il suo lavoro nella costruzione del Golden Gate Bridge.
L'ampiezza della parte centrale del Golden Gate è stata la più lunga tra i ponti sospesi fino al 1964, quando il Ponte di Verrazzano (Verrazzano Narrows Bridge) fu eretto per unire Staten Island con Brooklyn, due quartieri di New York City. Al momento della sua costruzione il Golden Gate possedeva inoltre le torri di sospensione più alte del mondo e detenne questo record fino in tempi recenti. Nel 1957, il Michigan's Mackinac Bridge superò in lunghezza tra gli ancoraggi il ponte di San Francisco, divenendo il ponte sospeso con la maggiore lunghezza totale. Attualmente il ponte sospeso più lungo del mondo si trova in Giappone ed è il Ponte di Akashi-Kaikyo.

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