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lunedì 19 febbraio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1754 nasce ad Alfonsine Vincenzo Monti.
Vincenzo Monti nasce il 19 gennaio 1754 ad Alfonsine (Ravenna), in località Ortazzo, figlio di Adele e Fedele Maria. In età ancora giovanissima con la famiglia si trasferisce in un piccolo paese vicino a Fusignano, Maiano, dove il padre lavora. Cresciuto dal sacerdote della contrada, Vincenzo studia nel seminario di Faenza, dove per la prima volta si avvicina al mondo della poesia. Tornato a casa, diventa fattore dei poderi del padre. Su ordine genitoriale si iscrive all'Università di Ferrara per studiare medicina; nel frattempo, debutta come poeta pubblicando "La visione di Ezechiello" presso la Stamperia Camerale di Ferrara.
Intenzionato a trasferirsi a Roma, vi giunge nel maggio del 1778, andando a dimorare in piazza Navona presso il palazzo Doria Pamphili. Dopo aver presentato la "Prosopopea di Pericle", Vincenzo Monti recita "La bellezza dell'Universo" durante le nozze del nipote di Pio VI Luigi Braschi Onesti; nel 1782, invece, scrive "Il pellegrino apostolico", per celebrare un viaggio a Vienna del Pontefice. All'anno successivo risalgono i versi sciolti "Al principe Don Sigismondo Chigi" e i "Pensieri d'amore".
Nell'ode "Al signor di Montgolfier", Monti coniuga evidenti figurazioni neoclassiche con l'affermazione di un futuro ridente per l'umanità reso possibile dalla nuova filosofia: l'occasione della composizione è l'ascensione compiuta poco tempo prima con un pallone aerostatico. Nello stesso periodo scrive la "Feroniade", un piccolo poema rimasto incompiuto dedicato alla bonifica voluta dal Papa dell'agro romano (Feronia è il nome di una divinità guaritrice): si tratta di un esempio del classicismo montiano, evidente anche nella composizione dedicata "Alla marchesa Anna Malaspina della Bastia".
Mentre si dedica alla realizzazione di sonetti, Vincenzo Monti lavora anche alla "Bassvilliana": nell'opera si racconta di come Ugo Bassville, segretario dell'ambasciata francese a Napoli, chieda perdono a Luigi XVI per avere manifestato sentimenti cristiani prima di morire (il suo sangue ricadrà sulla sua patria). La "Bassvilliana" si rivela un poema romantico che, pur non essendo completato, mette in luce l'orrore suscitato dal Terrore del periodo rivoluzionario: per questo motivo il poemetto viene considerato un capolavoro della letteratura antifrancese reazionaria.
Contemporaneo a quest'opera è "Musogonia", poema mitologico dedicato alla nascita delle Muse; seguono, sul finire del secolo, "Caio Gracco", "Galeotto Manfredi" e "I Messeni", tre tragedie. Colpito da una crisi esistenziale tra il 1793 e il 1797, Vincenzo Monti vede spegnersi progressivamente anche la vena poetica: è, questo, un periodo di componimenti meno significativi, tra cui si nota la lettera scritta al generale Giovanni Acton in difesa di Francesco Piranesi, accusato di avere congiurato contro l'ex ministro svedese barone d'Armfelt.
Dopo aver lasciato Roma (dovendosi difendere dall'accusa di giacobinismo), l'autore ferrarese si reca a Firenze, per poi fare tappa a Bologna e Venezia prima di stabilirsi a Milano. È il 1797, ma già due anni dopo, con la caduta della Repubblica Cisalpina e l'arrivo delle truppe austriache a Milano, decide di rifugiarsi a Parigi, dove rimane per due anni. Qui scrive tra l'altro la "Mascheroniana", ispirata al matematico Mascheroni, ed entra in contatto con una borghesia ormai disposta ad accettare l'operato di Napoleone.
Tornato a Milano nel 1801, il poeta collabora alla realizzazione di un'"Antologia della letteratura italiana" curata da Pietro Giordani, scrive alcune opere in onore di Napoleone e insegna poesie ed eloquenza all'università di Pavia. Nel 1804 arriva la nomina a poeta del governo italiano, giunta direttamente da Napoleone (diventato nel frattempo imperatore) che lo elegge anche assessore consulente dell'Interno. E' così che Vincenzo Monti diventa il rappresentante più importante della cultura napoleonica ufficiale: negli anni seguenti la sua produzione sarà dedicata quasi completamente alla celebrazione dell'imperatore, pur non nascondendo una certa polemica con la cultura francese.
Il cosiddetto ciclo napoleonico comprende, tra l'altro, il "Prometeo", dove la figura del protagonista richiama quella dell'imperatore, latore di civiltà e pace. Al 1806 risale "Il bardo della Selva Nera", gradito all'imperatore (amante dei "Canti di Ossian") nel quale i meriti di Napoleone Bonaparte vengono decantati da un ufficiale dell'esercito.
Seguono "La spada di Federico II" e "La palingenesi politica", oltre a uno dei capolavori montiani: la traduzione dell'"Iliade". La traduzione del poema omerico (per altro effettuata a partire dalla versione latina di Clarke, visto che egli conosce il greco solo in maniera scolastica) viene ritenuta, ancora oggi, il suo vero capolavoro, l'opera più rappresentativa del neoclassicismo italiano. L'"Iliade" riceve una nuova veste poetica, pur non avvantaggiandosi del rigore filologico utilizzato da Foscolo, e un linguaggio che riprende la poetica di Winckelmann senza rinunciare ai principi di decoro classico.
Alla caduta di Napoleone, gli austriaci tornano a Milano, intenzionati a mantenere le figure più rappresentative dal punto di vista culturale per non disperdere l'importante eredità napoleonica. Monti, pur non riuscendo a identificarsi in un classicismo restaurato, rimane al centro della vita intellettuale milanese, come dimostrano le "Cantate per sua Maestà Imperiale Reale", "Il mistico omaggio", "Il ritorno di Astrea" e l'"Invito a Pallade". Opere che evidenziano da un lato la volontà di difendere i principi illuministici della lingua, e dall'altro lato la scarsità di contenuti del neoclassicismo dell'età postnapoleonica.
Negli anni Venti dell'Ottocento, quindi, il poeta si lascia andare a opere essenzialmente private: si dedica alla filologia, riprende la "Feroniade" e scrive versi d'occasione, dedicandosi anche a una "Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al vocabolario della Crusca".
Agli ultimi anni della sua vita risalgono il "Sermone sulla mitologia", i versi "Nel giorno onomastico della sua donna", il sonetto "Sopra se stesso" e "Le nozze di Cadmo", garbato idillio. Nel frattempo le sue condizioni di salute vanno peggiorando: Monti perde progressivamente l'uso dell'udito e della vista, e nell'aprile del 1826 rimane vittima di un attacco di emiplegia che paralizza completamente la parte sinistra del suo corpo. Un attacco simile si ripete l'anno successivo. Vincenzo Monti muore il 13 ottobre 1828, dopo aver chiesto i sacramenti. Il suo corpo viene sepolto a San Gregorio fuori Porta Orientale, anche se la sua tomba andrà dispersa.
La sua casa natale di Alfonsine, in Romagna, è attualmente adibita a museo.

domenica 18 febbraio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.
Il 18 febbraio 1248 Federico II di Svevia viene sconfitto nella battaglia di Parma.
Se le cose fossero andate diversamente, oggi Parma non esisterebbe più.
I suoi resti si troverebbero  sotto la prima periferia est di Vittoria, la città fondata durante il lungo assedio a cavallo tra il 1247 ed il 1248 dall’Imperatore Federico II di Svevia e che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto sostituire la città Ducale di cui  era stata decretata la totale distruzione.
 Il motivo della rabbia di Federico era il tradimento di Parma che, nel mese di giugno del 1247, era passata dai ghibellini, fedeli all’Imperatore, ai guelfi, sostenitori  del Papa.
Un tradimento che non poteva essere tollerato, neppure da un sovrano colto ed illuminato come Federico Hoenstaufen.
Parma poteva essere un esempio pericoloso e  l’impero non poteva permettersi ulteriori defezioni proprio quando la lotta contro l’influenza del Papa aveva raggiunto un punto decisivo.
 La città meritava una punizione dura ed esemplare, che servisse da monito  a tutti i riottosi Comuni italiani.
E fu così che l’Imperatore cinse Parma d’assedio ponendo il proprio campo  ad ovest della città, fuori le mura di barriera Santa Croce.
Agli occhi dell’Imperatore l’ipotesi di una sconfitta non era contemplata.
Cosa poteva fare una piccola città contro l’esercito più forte d’Italia ed i suoi numerosi alleati?
Federico non aveva fretta.
Non c’era bisogno di logorare eccessivamente le truppe perché il tempo era dalla sua parte.
Si trattava semplicemente di aspettare che la fame, la sete e le epidemie portassero i parmigiani allo stremo e la città sarebbe caduta da sola.
Tanto valeva, nel frattempo, mettersi comodi…
 Federico ordinò che, sulle fondamenta del proprio accampamento, venisse eretta Vittoria.
Fu così che, nei lunghi mesi dell’assedio,  sorse una vera e propria città in miniatura, dotata di una chiesa, opportunamente dedicata a San Vittore, e di una zecca ove veniva coniato il  "vittorino", embrione di quella che, nelle intenzioni del sovrano, avrebbe dovuto essere la futura capitale del Sacro Romano Impero.
Federico II vi installò la propria corte  compresi il suo Harem e la temibile guardia del corpo, composta esclusivamente da guerrieri musulmani a lui fanaticamente devoti.
Non solo. L’Imperatore trasferì a Vittoria anche la sua personale collezione di animali esotici ed il tesoro reale.
Sulla personalità di Federico si è detto e scritto tantissimo. Vero è che la sua è una delle figure più affascinanti ed anticonformiste del medioevo.
“Stupor Mundi”, così veniva chiamato già dai contemporanei e non senza motivo: animato da una sete di conoscenza senza pari, religiosamente agnostico  e tollerante riuscì, durante la sesta crociata, a farsi consegnare Gerusalemme direttamente dalle mani del Sultano, dopo mesi di negoziati ed un viaggio nella città Santa durante il quale ricevette un accoglienza calorosa.
Il talento eccezionale di Federico trovò espressione anche in campo legislativo con le Costituzioni di Melfi, un corpo di leggi d’impronta moderna, con le quali l’Imperatore tentò di ristabilire la pace sociale nel regno di Sicilia mitigando l’influenza dei feudatari.
Ma la passione più grande del sovrano era l’antica e nobile arte della Falconeria, la caccia con i rapaci. Federico II era un falconiere colto ed appassionato, autore di un volume dal titolo ars venandi cum avibus e, non appena poteva, indulgeva in lunghe battute.
Fu proprio la sua passione più grande  a perderlo o a salvargli la vita -a seconda dei punti di vista- la mattina del 18 febbraio del 1248.
Per i parmigiani la fine era questione di pochi giorni; l’assedio durava oramai da lunghi mesi, i viveri stavano terminando e non vi era alcuna speranza di ricevere aiuto dall’esterno.
Ogni mattina l’Imperatore faceva condurre un gruppo di prigionieri sotto le mura cittadine, più o meno all’altezza dell’attuale ponte Caprazucca, facendoli decapitare sotto lo sguardo impotente dei propri concittadini.
I parmigiani sapevano bene di non avere scelta: o l’inedia o la spada….
E’ probabile che quel giorno gli assediati si fossero accorti dell’assenza dell’Imperatore, che si era recato sul Taro, insieme con il suo seguito,  per una battuta di caccia con il falcone.
In ogni caso decisero di fare un’ultima, disperata,  sortita.
Il popolo intero, donne, vecchi e bambini compresi, si unì agli armati e l’esercito imperiale, preso alla sprovvista e senza il suo comandante, venne travolto e messo in fuga.
Vittoria fu data alle fiamme non prima che i parmigiani la sottoponessero ad un sacco minuzioso.
La corona imperiale fu ritrovata da un ciabattino, dal soprannome eloquente di cortopasso, che la rivendette al comune per duecento lire imperiali.
Federico si rese conto dell’accaduto vedendo colonne di fumo ergersi dal luogo ove sorgeva la sua città e dovette fuggire, dapprima nella fedele Borgo san Donnino e quindi a Cremona.
In molti, ancora oggi, sono convinti che Viale Vittoria debba il suo nome alla Grande Guerra.
La verità è però un’altra e giace sepolta sotto la periferia ovest di Parma.

sabato 17 febbraio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1653 nasce a Fusignano Arcangelo Corelli.
Fu compositore e violinista tra i più grandi del Barocco. Il suo nome è associato al "Concerto Grosso", forma musicale che egli portò alla perfezione.
La sua produzione si può racchiudere in sei raccolte, di cui curò egli stesso la pubblicazione. Le prime quattro appartengono alla categoria delle "Sonate a tre", ovvero due violini e un basso, e quest'ultimo era affidato ad altri due strumenti, ovvero un violone, o una viola da gamba, o un arciliuto, e un cembalo, nel caso di Sonate da Camera, un organo nel caso di Sonate da Chiesa.
La prima e la terza opera, rispettivamente del 1681 e del 1689, contengono ognuna dodici Sonate da Chiesa, cioè formate da movimenti "non di danza", bensì da tempi che recano solo l'indicazione generica di "Allegro", "Adagio", "Presto", "Lento", ecc. Per la realizzazione del basso viene prescritto l'organo, in luogo del cembalo.
La seconda e la quarta opera, rispettivamente del 1685 e del 1694, contengono ognuna dodici Sonate da Camera, i tempi recano le indicazioni dei nomi di danze in uso nelle vecchie "Suites" o "Partite", come "Preludio", "Allemanda", "Sarabanda", "Gavotta", "Giga", ecc. La sonata di Corelli ha generalmente cinque o sei tempi, di movimento alternato, monotematici, senza modulazioni.
La quinta opera, composta nel 1700, porta una grande novità, ovvero l'abbandono della disposizione "a tre", che risentiva del vecchio stile concertante, e la concentrazione della materia musicale nel duo di violino e cembalo, aprendo la strada alla concezione di quella che sarà un giorno la Sonata moderna per violino e pianoforte. Delle 12 Sonate, della quinta opera, le prime 6 sono Sonate da Chiesa, le successive 6 Sonate da Camera. L'ultima è la celebre Follia, ovvero variazioni sulla danza di Spagna, che portava questo nome, e che spicca meritatamente nella produzione di Corelli per un insolito calore appassionato e quasi romantico dell'espressione.
Nella sesta opera, pubblicata ad Amsterdam nel 1714, Corelli raccolse 12 Concerti Grossi, dando un esempio magistrale di questa forma non più cameristica, ma orchestrale, fondata sull'opposizione di un "concertino" di tre archi solisti e la massa degli altri archi, forma di cui lo si vuole anche inventore se, com'è da ritenere, molti dei Concerti Grossi, da lui raccolti e pubblicati all'estremo della vita, erano stati in realtà composti ed eseguiti già molti anni addietro. Particolarmente noto e poetico il Concerto n. 8 "Fatto per la Notte di Natale".
L'influenza stilistica di Corelli, riconosciuto ai suoi tempi come il più grande violinista ed autore di musica per il violino, fu vastissima, non solo per opera dei diretti discepoli e continuatori, come Geminiani, Locatelli e Gasparini, ma anche attraverso la studiosa ammirazione di artisti come Veracini, Tartini, Bach ed Haendel.
Corelli si spense a Roma, l'otto gennaio 1713.

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