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lunedì 23 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 luglio.
Il 23 luglio 1929 inizia in Italia un processo di "italianizzazione" anche del vocabolario, che porterà poi alla legge del 23 dicembre 1940 in cui furono definitivamente vietati i termini stranieri in qualsiasi forma, scritta od orale.
Mussolini dunque cercò la via dell'autarchia anche nel vocabolario vietando le parole straniere e avviando una campagna contro il Lei.
Per avere un’idea di quanto zelo il regime fascista abbia impegnato in meschine crociate come quella in favore del “voi”, basta rivedere le caricature e i disegni della Mostra anti-Lei organizzata nel 1939 dal gerarca fascista Achille Starace, con la convinzione che l’ironia, tutta d’intonazione funerea, fosse il mezzo più idoneo per denunciare atteggiamenti e forme tipici della mentalità borghese. E l'uso del "lei", in forma allocutiva era stato messo al bando perché considerato straniero, femmineo, sgrammaticato, nato in tempi di schiavitù. Il pittore e romanziere Alberto Savino arrivò ad affermare addirittura che il “lei” era un mezzo linguistico usato da chi aveva qualcosa da nascondere. “Sia pace all'anima del lei”, esclamò la giovane Elsa Morante.
In un clima di delirio nazionalistico la rivista di attualità femminile, Lei, fu costretta a cambiare il nome in Annabella, anche se, in questo caso, il riferimento era diretto alla donna. Mentre c’era chi, come Totò, incurante di eventuali e temute rappresaglie, costruì una gag su Galileo Galilei trasformato in Galileo Galivoi, o chi, come Benedetto Croce, con amore del paradosso, passò per polemica al “lei” dopo esser rimasto sempre fedele al tipico “voi” napoletano.
La guerra dei pronomi rientrava nell’esperimento, durato vent’anni, tentato dal regime fascista per disciplinare l’intero repertorio linguistico italiano, al fine di recuperare “la purezza dell’idioma patrio”, come disse Mussolini in un discorso del 1931. E' una storia poco conosciuta la campagna linguistica condotta dal fascismo contro gli esotismi, ritenuti lesivi dell’identità e del prestigio nazionali, avviata con l’introduzione di una tassa sulle insegne straniere l’11 febbraio 1923 e perseguita con accanimento attraverso una capillare propaganda intimidatoria che coinvolse la scuola, la radio e la stampa. Il quotidiano La Tribuna, nel 1932, bandì un concorso per sostituire 50 parole straniere, fra il 1932 e il 1933; il famoso scrittore Paolo Monelli tenne una rubrica sulla Gazzetta del Popolo chiamata Una parola al giorno, dove sceglieva una parola straniera e dimostrava che esisteva quasi sempre una parola italiana da proporre in sostituzione (che poi raccolse in un libro, Barbaro dominio).
Nel 1940, in un clima di crescente xenofobia e di caccia ai forestierismi, l’Accademia dei Lincei (allora Accademia d’Italia) nominò una commissione col compito di esaminare i singoli termini stranieri, e di proporne l’accettazione, l’adattamento o la sostituzione. Fra i linguisti maggiormente accreditati, Bruno Migliorini, introdusse nella lingua italiana alcune parole destinate a restarci per sempre, come “regista” al posto di “régisseur” e “autista” per “chauffeur”. Per “film” venne adottata la parola “pellicola”, per apache “teppista”, per claxon “tromba o sirena”, “primato” per record, “slancio” per “swing” e negli alberghi i “menu” divennero “liste”.
Ma in molti casi furono scovate soluzioni davvero stravaganti. Il colore bordeaux divenne “color barolo”, il tessuto principe di Galles fu semplicemente “il tessuto principe”, e termini come insalata russa e chiave inglese, in quanto evocatori di nazioni nemiche, diventarono “insalata tricolore” e “chiavemorsa”. Nel cinema anche allo scopo di censurare ed adattare i film stranieri, si proibì il doppiaggio all'estero. Per doppiare i film americani, francesi, tedeschi, furono chiamati attori di teatro.
Il fascismo si spinse oltre, modificando persino nella grafia (a parità di pronuncia) alcune parole: alcool: àlcole; bidet: bidè; bleu: blu; casinò: casino; cognac: cògnac; mansarde: soffitta; marron: colore marrone; marron glacé: marrone candito; seltz: selz; wafer: vafer; walzer: valzer.
La squadra di calcio dell'Internazionale (attuale Inter) fu "comandata" di chiamarsi "Ambrosiana", fino all'eccesso di italianizzare anche i cognomi, tra i quali spiccava la diva, costretta a ribattezzarsi Vanda Orisi, anziché Wanda Osiris.
Un tentativo che alla fine si rivelò goffo e autoritario, anziché credibile ed autorevole in quanto si scontrava con la realtà di un paese caratterizzato da bilinguismo e plurilinguismo, considerando le molte comunità alloglotte, dove l’uso del codice dialettale era adottato da ampi strati della popolazione negli scambi comunicativi quotidiani. Un esperimento che non ha portato ad alcun risultato pratico; la questione dell’alfabetizzazione degli italiani non è stata risolta, le parole straniere non solo sono rimaste ma addirittura dopo la fine della guerra, con la fortissima influenza della lingua inglese, c’è stato un eccesso di gusto nell’usare anche parole inutili, come 'trend' in luogo di 'tendenza'. Ma con quel precedente è stato inevitabile.

domenica 22 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 luglio.
Il 22 luglio 1930 nasce Ferruccio Amendola.
Nato a Torino ma romano d'adozione, Ferruccio Amendola è stato il doppiatore più famoso e celebrato del cinema italiano. Ha prestato la sua inconfondibile voce a mostri sacri di Hollywood quali Robert De Niro, Al Pacino, Dustin Hoffman e Sylvester Stallone, nonché a Bill Cosby nella serie tv "I Robinson", Maurizio Arena e Tomas Milian.
Figlio d'arte e con una nonna essa stessa insegnante di dizione, Ferruccio Amendola ha iniziato a frequentare le sale di doppiaggio a soli cinque anni, quando ha dato la sua voce al bambino di "Roma città aperta". Era proprio la nonna che dietro le quinte gli insegnava le battute.
La sua è stata una vena artistica ereditata dalla famiglia; non esisteva ancora la tradizione del doppiaggio e i genitori erano figure di spettacolo più "tradizionali": suo padre era il regista cinematografico Pietro, mentre i nonni avevano alle spalle lunghi anni di esperienze teatrali.
Crescendo Ferruccio Amendola ha conservato l'amore per l'arte e si è dedicato al teatro, dove è apparso accanto a Walter Chiari, e soprattutto al cinema, non soltanto come doppiatore. Ha partecipato a un gran numero di pellicole a basso costo, in particolare i cosiddetti "musicarelli", dove compariva al fianco del cantante di turno, in genere nei panni dell'amico del cuore.
Nel 1959 Amendola ha interpretato il suo ruolo più importante, quello del soldato De Concini ne "La grande guerra" di Mario Monicelli. Fra gli altri film interpretati vale la pena ricordare "La banda del buco", "Marinai in coperta", "Viaggio di nozze all'italiana" e "Chissà perché...capitano tutte a me". Nonostante la sua lunga carriera cinematografica (a prescindere dalla sua esperienza con Roberto Rossellini in tenera età, ebbe il primo ruolo di rilievo nel 1943, a soli tredici anni, con "Gian Burrasca"), Ferruccio Amendola è diventato un volto noto per il grande pubblico soprattutto grazie alla fiction tv. Dopo "Storie d'amore e d'amicizia" di Franco Rossi, è stato il portinaio di "Quei trentasei gradini", il barbiere di "Little Roma" e il dottor Aiace di "Pronto Soccorso".
Anche se l'uomo all'apparenza poteva sembrare chiuso e scorbutico, Amendola non ha mai gestito la popolarità in modo egoistico. Si è invece speso sovente per girare campagne pubblicitarie a scopo benefico come quella del 1996 per Greenpeace e, negli ultimi mesi di vita, a favore della Giornata dei diritti dell'infanzia.
Naturalmente Ferruccio Amendola è rimasto nei cuori di tutti per il timbro inconfondibile della sua voce, prestata praticamente a tutti i grandi di Hollywood degli ultimi decenni. Lo ritroviamo in "Kramer contro Kramer", "Un uomo da marciapiede", "Il piccolo grande uomo" e "Tootsie", come voce di Dustin Hoffman, senza contare la serie di "Rocky" e quella di "Rambo" con Sylvester Stallone o il Robert De Niro di "Taxi Driver", "Toro scatenato",  "Il cacciatore", "c'era una volta in America". Anche un grande Al Pacino ai suoi esordi ha avuto l'onore di avere un doppiaggio di Amendola, quando girò "Serpico" (in seguito Al Pacino verrà doppiato da Giancarlo Giannini). E a ben pensarci: cosa sarebbero questi attori senza la voce del grande Ferruccio? Certamente sarebbero comunque dei miti, ma per noi sarebbero altrettanto molto diversi. Forse meno umani, meno "caldi", meno sfaccettati. Tutte caratteristiche che potevano trasparire, come in un diamante iridescente, solo dalla voce di Amendola.
L'indimenticabile doppiatore era sposato con Rita Savagnone, anche lei doppiatrice, da cui ha avuto tre figli: Claudio Amendola, attore come i genitori e altrettanto famoso, Federico e Silvia. Insieme l'hanno pianto il 3 settembre 2001 quando si è spento a Roma dopo una lunga malattia. Riposa a Roma nel cimitero del Verano.

sabato 21 luglio 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 luglio.
Il 21 luglio 1798 Napoleone comanda il suo esercito nella Battaglia delle Piramidi.
La spedizione napoleonica in terra d'Africa del 1798 aveva lo scopo di conquistare l'Egitto, scacciare gli inglesi dall'Oriente, costruire un canale attraverso l'istmo di Suez e migliorare le condizioni della popolazione locale.
Una singolare caratteristica della spedizione era costituita dal gran numero di civili aggregati. Su di un totale di cinquecento, non meno di centosettanta erano famosi letterati, scienziati ed esperti nei vari campi.
Con trecento navi la spedizione, che raggiungeva un totale di 38 mila uomini, partì il 19 maggio 1798 ed approdò sul suolo africano il 1° luglio. La divisione del generale Desaix, appena sbarcata, venne subito inviata verso gli importanti punti strategici di Damanhur e Rahmaniya, questo vicinissimo al Nilo, a circa 70 chilometri da Alessandria. Il 5 luglio il generale Bon seguì le orme di Desaix.
Il 9 luglio Napoleone Bonaparte concentrò a Damanhur quattro divisioni che in tutto ammontavano a circa 18 mila uomini.
Nel frattempo i mamelucchi stavano preparandosi per affrontare l'invasore. Il pascià Abu Bakr, nominale capo di Stato turco, convocò al Cairo un'assemblea di notabili, ma Murad e Ibrahim erano le vere potenze del Paese e venne seguito il loro consiglio. Per difendere il Cairo essi proposero di dividere le loro forze: Murad, con 4000 mamelucchi a cavallo e una milizia di 12 mila "fellahin" doveva avanzare lungo il Nilo per intercettare i francesi, mentre Ibrahim doveva riunire il resto delle forze, forse 100 mila uomini, a Bulaq, vicino al Cairo.
Il primo scontro tra le due forze ebbe luogo il 10 luglio quando la divisione di Desaix ingaggiò una schermaglia vittoriosa con un distaccamento della cavalleria mamelucca.
Intanto Napoleone preparava i piani per affrontare Murad bey. Avendo saputo che i mamelucchi si trovavano a soli 13 chilometri di distanza verso sud, l'11 luglio ordinò di avanzare verso l'accampamento musulmano. Il giorno 13, a Shubra Khit, ebbe luogo uno scontro che fu in realtà poco più di una scaramuccia. Il 20 luglio le truppe napoleoniche raggiunsero Umm-Dinar, 30 chilometri a nord del Cairo. Le relazioni degli esploratori rivelarono la presenza di Murad nelle vicinanze, presso il villaggio di Embabeh.
Alle 2 del mattino del 21 luglio 1798 l'armata francese iniziò la marcia sul villaggio di Embabeh: dodici ore dopo avvistò il suo obiettivo. Dopo un'ora di riposo i soldati assunsero la posizione di battaglia. A circa 2 chilometri a sud stavano le file serrate dei 6.000 mamelucchi e 15.000 "fellahin" dell'esercito di Murad, la cavalleria sulla sinistra e la fanteria sulla destra, quest'ultima disposta intorno alle mura ed alle case di Embabeh, vicino al Nilo. Oltre il fiume stavano le schiere di Ibrahim, relegate al ruolo di spettatrici finché una tempesta di sabbia cancellò la sua visione. Venticinque chilometri più in là spiccavano i maestosi profili delle piramidi.
Prima dell'inevitabile assalto della cavalleria mamelucca, Napoleone esortò le sue truppe con la famosa frase: "Ricordatevi che da quelle piramidi quaranta secoli vi guardano": Poi fece schierare le sue divisioni su una linea diagonale di quadrati e le lanciò in avanti. In totale i francesi ammontavano a 25.000 uomini e godevano probabilmente di un considerevole vantaggio numerico sui loro avversari.
Sulla destra francese, verso il deserto, si trovava il quadrato del generale Desaix, appoggiato da vicino sulla retroguardia sinistra dal generale Reynier. I generali Vial e Bon si trovavano sulle rive del Nilo, di fronte ad Embabeh e nella riserva centrale stava la divisione del generale Dugua, mentre Bonaparte e il suo stato maggiore si riparavano entro questo quadrato.
Alle 3 e 30 del pomeriggio, i mamelucchi, gridando selvaggiamente caricarono la destra francese e quasi colsero di sorpresa Desaix e Reynier. Ma i quadrati delle divisioni francesi si richiusero appena in tempo con i cavalieri nemici che piombarono sulla retroguardia. Qui capitarono sotto il tiro di un obice situato all'interno del quadrato di Dugua e poco dopo la nube di cavalieri oscillò e tornò indietro verso il villaggio che si trovava sul lato di Desaix. La piccola guarnigione si arrampicò sui tetti delle case e tenne a bada l'orda dei mamelucchi fino a quando Desaix fu in grado di inviare rinforzi dal suo quadrato.
Come Napoleone aveva sperato, il formidabile esercito di cavalieri del nemico era stato così distratto dalla riva del fiume dove nel frattempo Vial e Bon stavano preparando un attacco contro le fortificazioni di Embabeh. Inaspettatamente le truppe francesi si trovarono sotto il pesante tiro di grossi cannoni egiziani nascosti nel villaggio, ma per loro fortuna questi erano montati su affusti fissi e non potevano essere girati. La divisione di Bon riacquistò subito il suo slancio e si dispose su diverse colonne di assalto appoggiate da tre piccoli quadrati comandati dal generale Rampon.
Dopo pochi minuti le truppe di Bon irruppero nel villaggio e poiché la guarnigione, composta da 2.000 mamelucchi, cercava di allontanarsi verso il Nilo, il generale Marmont inviò subito avanti una brigata ad impadronirsi di un passaggio alle spalle del paese. Trovandosi tagliata la ritirata, i mamelucchi si diressero disperati verso il Nilo cercando di attraversarlo per raggiungere l'esercito di Ibrahim che assisteva alla battaglia. Almeno 1.000 di essi annegarono ed altri 600 vennero uccisi dai colpi delle armi dei soldati francesi. Alle 4 e30 del pomeriggio la battaglia era terminata e Murad bey ed i suoi 3.000 cavalieri superstiti fuggivano verso Ghizeh ed il Medio Egitto.
Napoleone Bonaparte aveva finalmente ottenuto una vittoria decisiva. Con una perdita totale di 29 morti e di circa 260 feriti, il suo esercito aveva messo fuori combattimento 2.000 mamelucchi e parecchie altre migliaia di "fellahin".
Durante la notte che seguì la battaglia, Ibrahim bey abbandonò il Cairo e si ritirò verso est, bruciando le imbarcazioni nel porto.
Il 24 luglio 1798 Napoleone Bonaparte entrava nella capitale d'Egitto.

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