Cerca nel web

venerdì 1 gennaio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Il primo gennaio 1980 50.000 soldati, 2.000 carri armati T-55 e 200 aerei sovietici varcarono la frontiera ed entrarono in Afghanistan. Gran parte del mondo protestò contro l'invasione, in particolare gli Stati Uniti; dopo aver annunciato un embargo, lo misero in atto tagliando tutte le forniture di grano e di tecnologie e nel 1980 boicottarono anche le XXII Olimpiadi che si tennero a Mosca.
Nonostante lo sforzo militare ingente pianificato l'Esercito Sovietico non riuscì mai ad avere il pieno controllo del Paese ed i mujaheddin riuscirono ad imporre la propria superiorità strategica soprattutto nelle aree non cittadine.
Col passaggio in U.S.A. dall'amministrazione democratica Carter, a quella repubblicana di Ronald Reagan, si alzò il livello dello scontro e i Mujaheddin vennero propagandati come «combattenti per la libertà». Tra questi vi era anche Osama bin Laden, uno dei principali organizzatori e finanziatori dei Mujaheddin (solo per quelli di origine araba, non quelli di origine afghana), anche se ad oggi il Dipartimento di Stato U.S.A. nega di aver avuto mai contatti con Bin Laden, a differenza dell'ex Ministro degli Esteri britannico Robin Cook che è invece convinto del contrario, anche se non porta nessuna prova di questo coinvolgimento. Nell'articolo, inoltre, Cook è convinto che siano i Sauditi a finanziarlo.
Il suo Maktab al-Khadamat (MAK, Ufficio d'Ordine) incanalava verso l'Afghanistan denaro, armi e combattenti musulmani da tutto il mondo, con l'assistenza e il supporto dei governi americano, pakistano e saudita. Nel 1988 bin Laden abbandonò il MAK insieme ad alcuni dei suoi membri più militanti per formare Al-Qaida, con lo scopo di espandere la lotta di resistenza anti-sovietica e trasformarla in un movimento fondamentalista islamico mondiale. Tra i comandanti della resistenza islamica si fece notare il moderato e filo-occidentale Ahmad Shah Massoud, che in seguito divenne Ministro della Difesa dello Stato Islamico Afghano (1992) creato dopo il ritiro delle truppe sovietiche e che dopo l'avvento dei Talebani combatté anche contro di loro.
Il 20 novembre 1986 viene destituito Karmal a favore di Haji Mohammed Chamkani, che resterà in carica fino al 30 settembre 1987, quando Presidente del Consiglio Rivoluzionario diventerà Mohammad Najibullah, carica che dal novembre 1987 diventerà quella di Presidente della Repubblica.
Con l'arrivo al Cremlino nel 1985 di Michail Gorbačëv si andò affermando una politica estera sovietica più distensiva, e già dall'ottobre 1986 iniziò in sordina un ritiro unilaterale delle truppe sovietiche che si concluse il 15 febbraio 1989. La guerra finì (dopo 1 milione e mezzo di afgani morti, 3 milioni di disabili e mutilati, 5 milioni di profughi e milioni di mine) con gli accordi di Ginevra del 14 aprile 1988 che avviarono il ritiro dell'Esercito Sovietico.
L'Unione Sovietica ritirò le sue truppe il 2 febbraio 1989 (anche se ne diede comunicazione ufficiale solo il successivo 15 febbraio), ma finché esistette (1991) continuò ad aiutare lo Stato afghano. Il rimpatrio perfezionato nel febbraio 1989 (in quel momento circa 30.000 mujaheddin circondavano Kabul) interessò 110.000 uomini, 500 carri armati, 4.000 veicoli blindati BMP e BTR, 2.000 pezzi d'artiglieria e 16.000 camion. Per l'Unione Sovietica, che ebbe ufficialmente 13.833 morti e 53.754 feriti, questo conflitto dall'esito infelice fu causa di malcontento fra la popolazione interna come la Guerra del Vietnam per gli Stati Uniti. Pesanti anche le perdite di materiale militare: nel decennio di conflitto andarono ufficialmente distrutti 118 aerei, 333 elicotteri, 147 carri armati, 1.314 veicoli blindati per il trasporto truppe, 433 pezzi d'artiglieria, 11.369 camion di vario tipo.

domenica 16 febbraio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1907 muore a Bologna Giosuè Carducci.
Giosue Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in Toscana. Il padre è un medico dal carattere impetuoso, costretto a cambiare più volte residenza soprattutto a causa delle sue idee politiche liberali., la mamma è una donna di grande equilibrio e dignità.
L'infanzia di Carducci si svolge principalmente in Maremma, nella campagna di Bolgheri. Da subito, Giosue manifesta una spiccata propensione per gli studi, in questo incoraggiato dal padre. Nel 1855 si laurea in Lettere e Filosofia alla Normale di Pisa. Nel 1857 lo colpisce il primo significativo lutto familiare: il fratello Dante, che conduceva una vita oziosa, si suicida; nel 1858 gli muore il padre; nel 1859 sposa Elvira Menicucci, conosciuta quando Giosue era ancora quattordicenne.
Nel 1860, in seguito alla rinuncia di Giovanni Prati, ottiene la cattedra di Italiano all'Università di Bologna. Insegna con impegno e brillantezza.
Nel 1870 lo colpiscono altri due lutti: muore l'amata madre e il figlioletto Dante, di tre anni, cui il poeta dedica la lirica Pianto antico.
Nel 1871 imbastisce una tempestosa relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, non nascondendo l'infatuazione nemmeno ai familiari. Il 1876 lo vede deputato di fresca nomina.
In seguito conoscerà l'amicizia di Annie Vivanti, una giovane poetessa, che gli rallegrerà e vivacizzerà la vita.
Gabriele D’Annunzio, studente di liceo, gli scrive una lettera nella quale riconosce una scintilla nuova nella poetica del Maestro:
«Illustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne mille volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili… Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova… anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne…»
Nel 1885 una paralisi gli colpisce l'emisoma destro. Soffre anche di vertigini e di esaurimento nervoso. Soggiorna per diverse estati, a scopo terapeutico, in numerose località alpine. Eletto senatore nel 1890, si impegna per migliorare l'istruzione del popolo. Nel 1898 viene colpito da un secondo attacco di paralisi. Lascia a malincuore l'insegnamento. Nel 1906 ottiene il premio Nobel per la letteratura. Muore il 16 febbraio 1907 in seguito alla complicanza broncopolmonare di un'influenza, curato dall'allora famosissimo clinico Augusto Murri e circondato dall'affetto dei familiari.
Con Carducci si ebbe una reazione al tardo romanticismo (Prati, Aleardi) avversato anche dagli Scapigliati.
In particolare la sua reazione vide il ritorno ai classici e la ricerca di una lingua che avesse dignità letteraria.
Il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza ed eroismo, è senza dubbio la maggior fonte d'ispirazione del poeta, ma accanto a questo tema, non meno importante è quello del paesaggio.
Un altro grande tema dell'arte carducciano è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta vate la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c'è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa.
La costruzione della poesia del Carducci fu di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata. Carducci sentì vivamente il clima di fermo impegno morale del Risorgimento e volle, in un momento di crisi di valori, far rinascere quella forza interiore che aveva animato le generazioni del primo Ottocento. La ricostruzione storica per i romantici era pretesto di esortazione all'azione, mentre per lui è solo ripensamento nostalgico di un tempo eroico che ormai non c'è più (per esempio esalta la civiltà romana in "Dinanzi alle terme di Caracalla" o gli ideali del libero Comune medievale in "Comune rustico". In "Nell'annuale della fondazione di Roma" mostra il suo spirito retorico, come nel verso "cantici di gloria di gloria correran per l'infinito azzurro"). Carducci manifesta anche la concezione della nemesi storica, secondo cui le colpe dei tiranni sono scontate dai discendenti anche più lontani ("Per la morte di Napoleone Eugenio; "Miramar"). Nelle "Rime Nuove" egli contempla la natura che gli appare ora irta e selvaggia ("Traversando la Maremma toscana"), ora dolcemente malinconica poiché è testimone di un tempo felice oramai trascorso ("Nostalgia"), ora luminosa e piena di forza e serenità ("Santa Maria degli Angeli").

sabato 15 febbraio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 febbraio.
Il 15 febbraio 1936 si concluse, nei pressi di Amba Aradam, un villaggio etiope a 100 km da Addis Abeba, una cruenta battaglia tra le truppe italiane comandate da Pietro Badoglio, e quelle locali guidate dal Ras Mulugeta.
Alle 8.00 del mattino del 10 febbraio, Badoglio lanciò il primo attacco della Battaglia di Amba Aradam. L'esercito era composto da soldati regolari e da volontari delle camice nere, mentre gli ascari formavano la riserva. Il I e III corpo italiani si spostarono sulla piana di Calamino e quando calò la notte entrambi i corpi si accamparono lungo le rive del fiume Gabat.
Badoglio aveva avuto una formazione come generale d'artiglieria e come tale era fortemente intenzionato a promuovere l'utilizzo di questa arma. Il suo quartiere generale fungeva poi anche da posto di osservazione della battaglia e da luogo di partenza degli aerei mandati in ricognizione sul fronte ogni cinque minuti. Questi aerei identificarono le posizioni delle forze etiopi per gli artiglieri italiani.
Gli aerei italiani, inoltre, mapparono l'area attorno all'Amba Aradam e scoprirono le varie debolezze delle difese di Ras Mulugeta. Fotografie aeree mostrarono che l'attacco dal piano di Antalo a sud dell'Ambaradam sarebbe stato il migliore. Badoglio, pertanto, decise di accerchiare l'Amba Aradam e di attaccare Mulugeta dal retro così da forzare le sue truppe a spostarsi verso il piano di Antalo dove sarebbero state distrutte dai restanti corpi d'armata italiani.
L'11 febbraio la 4^ divisione camice nere e la 5^ divisione alpina Pusteria del III corpo avanzarono da Gabat presso la parte ovest dell'Amba Aradam. Nello stesso tempo, il I corpo si mosse a est del monte. Troppo tardi il Ras Mulugeta realizzò il piano degli italiani per accerchiare le sue posizioni.
Al mezzogiorno del 12 febbraio, gran parte delle forze etiopi scese dal fianco occidentale dell'Amba Aradam e attaccò la divisione camice nere le quali vennero in gran parte distrutte, ma così non fu per la divisione alpina Pusteria che continuò l'avanzata verso Antalo. I continui bombardamenti d'aria e d'artiglieria da parte degli italiani, provarono duramente le posizioni dei nemici.
Alla sera del 14 febbraio, gli italiani avevano raggiunto le posizioni desiderate e si raggrupparono con l'artiglieria per l'assalto finale.
Dalla mattina del 15 febbraio, sotto la copertura dell'oscurità e di una densa nebbia, gli italiani completarono l'accerchiamento della montagna. Quando giunse la luce del giorno e le dense nubi si diradarono, gli etiopi decisero di attaccare nuovamente ma senza successo. Al calar della sera la battaglia poteva dirsi conclusa.
La vittoria italiana diede il via alla campagna che portò poi alla conquista di Addis Abeba, e fu celebrata da Mussolini dando a diverse vie di città italiane il nome "via dell'Amba Aradam", tra cui la più famosa è certamente a Roma, grazie alla sede dell'Inps sita al civico 5.
Da questa battaglia cruenta e confusa inoltre è nato il termine, divenuto popolare in Italia negli anni precedenti la seconda guerra mondiale, AMBARADAN, atto ad indicare un insieme disordinato e confuso di elementi.

Cerca nel blog

Archivio blog