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lunedì 23 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 settembre.
Il 23 settembre 1215 nasce Kublai Khan.
Kublai Khan (1215 -1294) era il nipote di quel Gengis Khan che unificò la Cina e pose fine al dominio della dinastia Song meridionale. Divenne il fondatore della dinastia Yuan in Cina con il titolo di Setsen Khan (il Saggio Khan) dell’impero mongolo, il cui territorio si estendeva dall’Asia fino all’Europa orientale. Quando Mongke divenne il Gengis Khan dell’impero mongolo, decise di continuare l’espansione del suo impero. Delegò a Kublai, suo fratello minore, il compito di conquistare e governare la Cina.
A differenza di molti capi mongoli, che sapevano solo come combattere a cavallo, Kublai era affascinato dalla cultura cinese e conosceva la necessità di avere un gruppo di fidati consiglieri confuciani per governare il Paese. Reclutò e strinse amicizia con molti studiosi cinesi, e usò il servizio civile cinese per governare le pianure centrali della Cina.
Il regno di Kublai ebbe vasta popolarità in Cina. Tuttavia i conservatori del popolo mongolo non furono felici della sua inclinazione verso la cultura cinese. Suo fratello Mongke disse che Kublai aveva conquistato i cuori del popolo Han e che nascondesse delle ricchezze.
Un giorno a Kublai venne detto che suo fratello aveva inviato un investigatore sulle pianure centrali per indagare su alcuni funzionari che lavoravano per lui. Centinaia di accuse vennero formalizzate, alcune avrebbero portato alla pena di morte. Kublai Khan fu sia sorpreso che sconvolto dall’azione di suo fratello, ed era preoccupato che i funzionari sotto inchiesta potessero divenire vittime politiche: erano coloro che più stimava. Sapeva che Khan, che da sempre si fidava di lui, doveva essere stato sviato dai suoi rivali politici, che avevano tramato contro di lui.
Uno dei suoi consiglieri cinesi Han suggerì, «Khan è vostro fratello maggiore e anche l’Imperatore. Egli ha potere su di voi, dato che voi siete suo fratello minore e anche un suo subordinato. Vi prego di non avere rancore. Se posso darvi un suggerimento, prendete in considerazione l’idea di portare la vostra famiglia a vivere insieme con la famiglia di Khan nella capitale mongola, in questo modo la vostra fedeltà sarà chiaramente indicata a Gengis Khan, e non sospetterà più voi».
Kublai accolse il consiglio e immediatamente inviò moglie e figli nuovamente nella capitale. Più tardi tornò anch’egli nella capitale per incontrare suo fratello personalmente. Come risultato il fratello riacquistò fiducia in lui e i due ripresero a collaborare come al solito.
Kublai governò a lungo il nord della Cina, dove si vede l’evidente differenza di cultura tra la vita nomade e la vita agricola cinese. La vita mongola è descritta piena di lotte, tiro con l’arco, cavallo, agnello arrosto e latte. La vita cinese vede invece preziose sete, poesie e dipinti, prelibatezze, tasse e mercenari.
Per migliorare la rapida espansione in Cina, comprese molto bene l’importanza di mostrare indulgenza verso i popoli conquistati. Ordinò quindi al suo esercito di non massacrare le popolazioni delle città conquistate. Questo veniva visto da molti aristocratici mongoli come un’azione di sfida contro il vecchio mondo nomade mongolo dove il massacro degli altri Paesi o culture era una normalità; tuttavia ciò venne ampiamente accolto dalle popolazioni conquistate in Cina. Il 5 maggio 1260 d.C., Kublai Khan divenne il successore di Mongke, morto nel 1259 d.C. Nel 1271 fondò la sua dinastia Da Yuan (ovvero dinastia di grande origine). Sconfisse Song meridionale del Sud e unificò tutta la Cina nel 1279 d.C., trasformando i regni periferici intorno alla Cina in regni subordinati.
L’impero Yuan era un Paese aperto ai viaggiatori del mondo. Marco Polo arrivò in Cina in quel periodo, e Kublai Khan gli diede messaggi importanti e lo mandò a visitare molti luoghi in tutto il suo impero. Rispetto ai Paesi europei e dell’Asia occidentale in cui era stato, Marco Polo rimase impressionato dalla vastità e dalla prosperità della Cina. Descrisse Kublai Khan come «il più potente del mondo senza precedenti in quanto a persone, terreni e beni».
Per un breve periodo e sotto il dominio di Kublai Khan, la dinastia Yuan godette di unità, prosperità economica e stabilità sociale. Tuttavia il suo corso venne turbato dalle faide familiari o dalle guerre civili contro i principi mongoli rivali delle steppe, dato che molte famiglie aristocratiche in Mongolia erano restie all’idea di Kublai Khan avesse adottato la cultura cinese Han.
Inoltre, il suo esercito inviato alla conquista del Giappone venne distrutto da una tempesta. Divenuto anziano, soffrì di una malattia molto dolorosa. Le morti della sua amata moglie e di suo figlio aggravarono la sua malattia. Nel 1294 d.C, Kublai Khan, il sovrano onnipotente, scomparve all’età di 80 anni.

domenica 22 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 settembre.
Il 22 settembre 1965 le Nazioni Unite impongono il cessate il fuoco a India e Pakistan nella guerra del Kashmir.
Perché India e Pakistan si odiano? Se si vuole trovare un momento preciso, il conflitto iniziò alla mezzanotte del 14 agosto 1947. Erano anni in cui, alla fine della Seconda guerra mondiale, l’esausto Impero britannico dovette decidere rapidamente cosa fare del suo vasto impero indiano, la cui popolazione era diventata sempre più irrequieta, politicamente attiva e difficile da controllare. Il Partito del Congresso indiano, guidato dal Mahatma Gandhi, chiedeva la creazione di un grande stato federale che comprendesse tutta l’India, mentre il leader della Lega Musulmana, Muhammad Ali Jinnah, chiedeva che al 30 per cento dei musulmani indiani venisse concessa la creazione di un loro stato indipendente, così da non rischiare di finire oppressi dalla maggioranza indù.
L’ultimo viceré dell’India, Lord Mountbatten, accettò quest’ultima soluzione e divise il subcontinente in tre parti. La gran parte del territorio meridionale, centrale e settentrionale divenne quella che oggi conosciamo come India, mentre le estremità nordoccidentali e nordorientali, separate tra loro da duemila chilometri di India, divennero il Pakistan (la seconda ottenne l’indipendenza negli anni Settanta e divenne il Bangladesh). Quella che passò alla storia come la “Partizione” divenne effettiva alla mezzanotte tra il 14 e il 15 agosto del 1947, il giorno in cui entrambi i paesi festeggiano l’indipendenza (il Pakistan festeggia il 14, l’India il 15).
La Partizione fu un momento traumatico per molti indiani. L’India era, ed è tuttora, un mosaico complesso di culture, lingue e religioni differenti. È impossibile separare le une dalle altre disegnando un confine su una mappa. Così, il giorno dopo l’entrata in vigore degli accordi, 15 milioni di persone si misero in marcia verso il paese che rispecchiava di più le loro credenze e origini, oppure furono costretti a farlo con la violenza. Si calcola che un milione di persone morì in quei giorni. India e Pakistan, sin dal primo giorno della loro esistenza, ospitarono uccisioni e violenze. Guerriglie e guerre vere e proprie, scaramucce e attentati tra le forze dei due paesi sarebbero continuate per tutti i 70 anni successivi.
Il primo di questi conflitti iniziò a pochi mesi dalla Partizione, dopo che gli scontri spontanei tra le diverse comunità si trasformarono in una vera guerra quando gli eserciti delle due nazioni si incontrarono nella valle del Kashmir, una zona montuosa che entrambi i paesi rivendicano come propria. Nel 1965 e nel 1971, India e Pakistan si sono scontrati nuovamente in due conflitti aperti, il secondo dei quali portò all’indipendenza del Bangladesh dal resto del Pakistan. Nel corso degli anni Novanta ci fu un nuovo periodo di tensione, ma questa volta senza un vero conflitto di eserciti. Il Pakistan incoraggiò una serie di movimenti di guerriglia in Kashmir, che insieme alla brutale repressione dell’esercito indiano costò più di 40 mila morti. Nel 1999 un nuovo incidente portò a un breve scontro tra i due eserciti, che si concluse con un cessate il fuoco, quello del 2003, che fino ad oggi è stato rispettato. Il Pakistan, però, continua ad aiutare gruppi sovversivi nel territorio indiano e accusa l’India di fare lo stesso. Dagli anni Novanta, quando entrambe le nazioni si sono dotate di armi nucleari e dei missili necessari a trasportarle sui loro bersagli, un eventuale conflitto tra i due paesi potrebbe potenzialmente coinvolgere tutto il mondo.
Il punto focale del conflitto tra India e Pakistan è la valle del Kashmir, un’area lunga 135 chilometri e larga in media una trentina che si trova nel nordest dell’India, a più di 1.500 metri d’altezza. La storia della valle è sempre stata piuttosto travagliata. Nel 1846 gli inglesi sconfissero l’Impero dei Sikh, che dominava l’area, e annetterono gran parte dei suoi territori. La valle del Kashmir e i territori circostanti, un’area particolarmente ricca e fertile, furono invece venduti a una ricca famiglia di nobili indiani, i Dogra. Così nacque lo stato principesco del Jammu e Kashmir, uno dei 500 domini semi-indipendenti attraverso i quali la corona britannica amministrava i territori indiani non direttamente sottoposti al suo dominio.
A differenza di molti altri di questi domini, in cui i signori feudali erano musulmani e la popolazione a loro sottoposta di religione indù, il Kashmir aveva una situazione speculare: era un’area a maggioranza musulmana con un sovrano induista. Quando nel 1947 arrivò il momento di dividere il paese, sia l’India sia il Pakistan rivendicarono il piccolo stato principesco come proprio sulla base di ragioni religiose e culturali. I pakistani per sostenere le loro pretese inviarono sul posto un esercito di volontari; il signore locale rinunciò all’idea di diventare una nazione autonoma, che aveva considerato per breve tempo, e chiese aiuto all’esercito indiano contro l’arrivo dei pakistani. Il conflitto fu breve e alla fine il Pakistan riuscì a ottenere il controllo soltanto di una piccola fetta della regione mentre gran parte della valle e dei suoi abitanti musulmani rimasero sotto il controllo indiano.
Da allora il Pakistan ha continuato a inviare nella regione volontari e a sostenere gruppi indipendentisti, costringendo l’India a mantenere nella regione una consistente guarnigione. Sono stati i sette milioni di abitanti della valle a pagare il prezzo più alto di questo perenne stato di allerta. Le forze militari indiane hanno compiuto nel corso degli anni migliaia di arresti, perquisizioni e operazioni militari. L’Economist cita un abitante della regione che descrive in termini molto cupi il rapporto degli abitanti con le forze indiane: «Ci trattano come i servitori nella cucina di un bramino, che bisogna picchiare un paio di volte al giorno per tenere in riga». Dalla metà degli anni Ottanta a oggi, guerriglia pakistana e repressione indiana hanno causato più di 40 mila morti.
Eppure, molti abitanti musulmani del Kashmir oramai preferiscono vivere in una democrazia come l’India che passare al Pakistan, un paese molto più instabile che è stato spesso sottoposto a dittature militari. È un dettaglio, questo, che rivela un elemento essenziale di questa storia: e cioè che la questione del Kashmir si è trasformata in una scusa con cui i nazionalisti su entrambi i lati del confine giustificano uno stato di ostilità permanente che serve ai loro fini politici.
La questione del Kashmir è il più visibile dei problemi che hanno tenuto India e Pakistan così divisi e così a lungo, ma non è il solo. La Partizione lasciò all’India i territori più ricchi e fertili, mentre il Pakistan si trovò diviso in due, con quello che poi divenne il Bangladesh separato dal resto della nazione da duemila chilometri che appartenevano all’India. Fin da subito, quindi, il Pakistan cercò alleati forti sullo scenario mondiale. Li trovò negli Stati Uniti, a cui il paese interessava come anello della catena di stati che stavano costruendo per “contenere” l’Unione Sovietica.
Fin dagli anni Cinquanta il Pakistan ricevette armi e finanziamenti dagli Stati Uniti, che aiutarono i generali pakistani a sentirsi sicuri, contribuendo così a formare l’atteggiamento aggressivo adottato nei confronti dell’India. L’esercito pakistano, una forza da sempre molto importante per il paese, merita una parentesi: l’Economist racconta di un modo di dire indiano sulla Partizione, «A noi toccarono i burocrati, a loro i generali». Nel corso dei secoli il Raj, il governo britannico dell’India, reclutò numerosi soldati indiani e li scelse soprattutto tra le cosiddette “razze marziali”, i gruppi etnici ritenuti più adatti alla guerra. Molti di loro erano musulmani o comunque provenivano dalla zona nordoccidentale dell’India. Quindi, quando quella parte del territorio fu assegnata al Pakistan, il paese si ritrovò con una quota sproporzionata dell’originale esercito del Raj. Il primo bilancio del nuovo stato era per tre quarti costituito dalla spesa militare.
Quel livello di spesa non era sostenibile, e seppure negli anni sia diminuito rimane ancora oggi elevato per gli standard di un paese in via di sviluppo come il Pakistan. Per giustificare questo livello di spesa, i militari avevano bisogno di uno scopo. La rivalità con l’India, e la questione del Kashmir in particolare, è diventata la giustificazione che ha permesso ai generali pakistani non solo di mantenere un alto livello di spesa militare, ma di intervenire più volte nella vita del paese, imponendo e rimuovendo governi e, a volte, assumendo direttamente la guida della nazione.
Nel corso degli ultimi anni qualcosa di simile è avvenuto anche in India. Nel 2015 le elezioni sono state vinte a sorpresa dal BJP, un partito nazionalista indiano, guidato dall’attuale primo ministro Narendra Modi. Anche se il BJP non ha una politica esplicitamente ostile al Pakistan, tra i suoi sostenitori ci sono molte organizzazioni di estremisti nazionalisti, ostili ai musulmani che ancora vivono in India e sempre pronti a sospettare intromissioni dei servizi segreti pakistani in qualsiasi evento che accade nel loro paese.
Una caratteristica essenziale degli scontri militari tra India e Pakistan è che, grazie a maggiori risorse e a una popolazione più numerosa, la prima è sempre riuscita a vincere tutti gli scontri militari che ha intrapreso con il suo vicino. Per questo, il Pakistan ha spesso fatto ricorso a mezzi alternativi per controbattere il suo avversario: dalla guerriglia al terrorismo, passando per l’acquisizione di un arsenale nucleare. Negli ultimi 30 anni, l’India è riuscita a battere il Pakistan anche sul piano economico e questo, per il futuro, potrebbe avere conseguenze destabilizzanti.
L’Economist ricorda che per la prima metà della loro settantennale rivalità, è stato il Pakistan a crescere più rapidamente, in parte perché aveva meno industrie e infrastrutture con cui partire, in parte perché l’India è stata a lungo ingessata da una politica autarchica e dirigista, mentre il Pakistan era più aperto agli scambi internazionali. Nell’ultimo trentennio però questo trend si è invertito ed è stata l’India a superare sistematicamente il Pakistan in termini di risultati economici.
A partire dagli anni Ottanta, una serie di governi indiani ha reso l’economia del paese più flessibile, eliminando arcaiche barriere allo sviluppo economico – e a volte arrivando ad esagerare nel senso opposto. All’inizio degli anni Novanta, l’India produceva due milioni di motociclette all’anno. Oggi ne produce più di venti. Il traffico aereo su rotte domestiche è raddoppiato in dieci anni. Il numero di passeggeri è aumentato del 23 per cento soltanto nel 2016, spingendo le compagnie indiane a ordinare un totale di mille nuovi aerei. Le esportazioni di software e alta tecnologia sono quadruplicate in un decennio, mentre nel  febbraio 2017 l’agenzia spaziale indiana ha inviato nello spazio 104 satelliti con il lancio di un unico missile, un record mondiale.
Per fronteggiare questa competizione, il Pakistan ha poca scelta se non quella di cercare forti alleati, come fece con gli Stati Uniti negli anni subito successivi alla Partizione. In questo momento il suo alleato più importante, almeno in campo economico, è la Cina. I due paesi in realtà hanno una lunga storia di amicizia, per il semplice motivo che la Cina è da sempre rivale dell’India, con cui condivide un importante e conteso confine. Ultimamente questa amicizia ha reso il Pakistan il destinatario del più grande piano di investimenti esteri mai progettato dalla Cina. Si tratta del progetto a volte soprannominato la “Nuova via della seta”, che dovrebbe servire a portare le merci cinesi dai confini occidentali del paese attraverso tutta l’Asia.
In pratica, il piano prevede un investimento in Pakistan da 60 miliardi di dollari, concentrato soprattutto in infrastrutture come centrali elettriche, strade, tunnel, porti e aeroporti. Alcuni pakistani, però, sono preoccupati dalle dimensioni e dalle conseguenze di questo piano. Il loro timore è che il paese finisca con il cedere una quantità di sovranità eccessiva agli importanti investitori cinesi. Tra le società che si occuperanno dell’investimento ce ne sono alcune famose per gestire intere città, comprese intere divisioni di paramilitari, nella provincia cinese dello Xinjang, dove una minoranza di musulmani, gli uiguri, subisce continue discriminazioni.
Nella valutazione dell’investimento cinese, la preoccupazione religiosa non è secondaria per molti pakistani. Il piano di investimenti parla di resort e casinò da costruire sulla costa del paese, oggi in gran parte poco sfruttata. I conservatori pakistani, molti dei quali osservanti di versioni più o meno radicali dell’Islam, vedono questi investimenti come una strada verso la decadenza morale. Negli ultimi mesi, il governo pakistano si è affrettato a precisare che non ci saranno casinò e che non ha intenzione di concedere il suo territorio sovrano alle società cinesi.
A 70 anni dall’inizio della loro rivalità, una riconciliazione non è impossibile. I due paesi hanno ancora molto in comune e in passato hanno dimostrato la capacità di raggiungere accordi che hanno portato reciproci benefici, come quelli, particolarmente complessi, che prevedono lo sfruttamento congiunto delle acque del fiume Indo, che si trova al confine tra i due paesi. Ma la definitiva risoluzione dei loro conflitti non sarà un processo breve.
Tutti gli eventi accaduti negli ultimi anni fanno pensare che le cose continueranno a peggiorare, prima di migliorare. Il grande investimento cinese in Pakistan darà probabilmente al paese la sicurezza necessaria a mantenere la sua postura aggressiva nei confronti dell’India. I militari pakistani continuano ad esercitare un’influenza determinante sulla vita del paese e probabilmente continueranno a utilizzare la carta dell’ostilità indiana per mantenerla. In India, l’ascesa dei partiti nazionalisti al governo centrale e in molti di quelli federali alimenterà una retorica aggressiva identica e speculare. Una soluzione sarà possibile solo quando entrambi saranno riusciti a risolvere i loro problemi interni,cioè quando il Pakistan avrà ridotto il potere del suo esercito e quando l’India riuscirà a mettere ordine nella sua politica interna e ad arginare l’influenza dei partiti populisti e nazionalisti.

sabato 21 settembre 2019

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 settembre.
Il 21 settembre 1860 ha luogo la battaglia di Baliqiao nell'ambito della seconda guerra dell'oppio.
Quando, nel 1839, cominciò la prima guerra dell’oppio tra il vacillante Impero Qing e l’Impero britannico, in pochi si resero conto del vero significato di questa guerra. Il conflitto non scoppiò solamente per il rifiuto dell’Impero cinese di importare questa droga, né per sole ragioni commerciali; esso fu un conflitto tra due mondi differenti: una guerra tra un impero mercantilistico ed espansionista in rapida crescita, ed un impero isolato e recluso nel passato, in costante ed irreversibile declino.
L’Impero britannico, che aveva fatto del commercio d’oltreoceano la sua strategia per la supremazia mondiale, dopo essere riuscito a costringere la Cina ad aprirsi alle importazioni, voleva coinvolgere il Celeste Impero in uno dei giri d’affari più pericolosi (ma redditizi) della storia: il commercio dell’oppio. Al contrario dei britannici, i cinesi erano ancora retti da un Imperatore legittimato dal “mandato celeste”, ed al commercio si erano opposti principalmente per ragioni etiche e tradizionali, ma erano stati costretti a cedere di fronte alla forze britannica. Ma, nei tardi anni ‛30, i cinesi sembravano decisi a cacciare lo straniero e i prodotti velenosi che avevano contaminato i loro mercati. Sul piatto della bilancia, quindi, per Londra si presentava uno dei mercati più grandi dell’Asia, mentre per la Cina, che si stava accorgendo sempre di più degli effetti nefasti dell’oppio, l’opposizione al commercio assumeva sempre più i connotati di una lotta contro lo straniero e le sue merci dannose. Come scrisse l’allora giornalista Karl Marx, «mentre i semi-barbari stavano dalla parte del principio di moralità, i civilizzati opponevano il principio del pecunio» (Karl Marx, Storia del commercio dell’oppio, 20 settembre 1858).
Nel 1839, il conflitto scoppiò: l’Imperatore rifiutò di importare l’oppio e lo bandì dal paese, e diede a Lin Zexu l’incarico di “sistemare” le trattative con gli inglese nel porto di Humen. Nel frattempo, cercò però la mediazione, scrivendo addirittura alla Regina Vittoria e spiegandole che le leggi cinesi non potevano tollerare la presenza e la vendita di una tale sostanza nell’Impero. Non riuscendo però a smuovere la situazione per vie diplomatiche, Lin Zexu, governatore del Guangzhou, bruciò pubblicamente 1,15 milioni di chili di oppio confiscato a mercanti britannici ed americani che erano invischiati nel traffico illegale. Preso questo evento come casus belli, tra la fine del 1839 e l’inizio del 1840, l’Impero britannico iniziò una guerra d’aggressione contro la Cina, col pretesto di proteggere i propri diritti commerciali. Non fu difficile per il moderno esercito inglese sconfiggere le truppe cinesi; l’Impero sofferse numerose sconfitte lungo la costa e il saccheggio di varie città. La guerra, il cui esito fin dall’inizio pareva scontato, si concluse il 29 agosto 1842 con la firma del Trattato di Nanchino, che avrebbe avuto enormi conseguenze anche nei secoli a venire.
L’Imperatore Qing, non curandosi del fatto che la popolazione civile e reparti dell’esercito erano ancora determinati a lottare, concluse un’affrettata pace che ridusse il paese in uno stato semi-coloniale. Il Trattato impose la cessione del porto di Hong Kong ai britannici (porto che sarebbe ritornato alla Cina solo nel 1997), l’apertura di cinque porti al commercio dell’oppio (Canton, Xiamen, Fuzhou, Ningbo, Shanghai) e imponenti tributi di guerra da versare ai britannici.
Con la firma del Trattato di Nanchino, la Cina entrò nel periodo detto “secolo delle umiliazioni”: il paese, scosso anche dai tumulti interni (sopra tutti la ribellione dei Taiping iniziata nel 1850), subì diverse aggressioni che non riuscì a fronteggiare. A causa della sua arretratezza, non poté evitare di perderle tutte, concedendo sempre più ampie fette del proprio territorio e sempre più grossi privilegi ai commercianti stranieri. Il simbolo estremo di questo periodo di umiliazione nazionale è rappresentato dai “trattati ineguali”: trattati, commerciali o territoriali, letteralmente imposti alla Cina da altri paesi, a volte nemmeno scaturiti da guerre vere e proprie. Il primo di questi trattati fu, nel 1844, quello di Whampoa, che garantiva enormi privilegi alla Francia, e poi il trattato di Wangxia con gli Stati Uniti, altrettanto sbilanciato nei confronti degli statunitensi. Proprio questi due trattati diedero il via alla Seconda Guerra dell’oppio (1856-1860): l’Impero britannico, che voleva ora ulteriori concessioni (quali erano state imposte alla Cina da Francia e USA), chiese ai cinesi di rinegoziare il Trattato di Nanchino. Ora la Cina avrebbe dovuto aprire tutti i porti al commercio degli oppiacei, ridurre ulteriormente tasse e dazi sulle importazioni britanniche. Il casus belli per questa nuova guerra, fu l’arresto, da parte delle autorità cinesi, della nave Arrow, accusata di pirateria e battente bandiera britannica: Londra minacciò il bombardamento di Canton, se l’equipaggio non fosse stato rilasciato, ma, nonostante il rilascio, la città fu attaccata. Ai britannici si unirono i francesi, poi gli USA e la Russia, nella speranza di ottenere le migliori concessioni possibili. I russi si accontentarono del Trattato di Ainu (1858), che imponeva alla Cina la cessione di gran parte della Manciuria, ma la guerra con le altre tre potenze terminò solo nel 1860, con la conquista e il saccheggio di Pechino da parte degli anglo-francesi. L’Impero dei Qing era ora costretto a cedere Kowloon, una penisola a sud di Hong Kong, ai britannici, oltre a nuove garanzie commerciali, firmando l’ineguale Convenzione di Tianjin.
Ma il “secolo delle umiliazioni” non era destinato a chiudersi con il trattato ineguale del 1860: il Celeste Impero sarebbe stato costretto a cedere le Isole Daoyu al Giappone, col Trattato ineguale di Shimonoseki (1895), a cedere il Jiazhou alla Germania (1898), a cedere ulteriori parti della Cina alla Russia (Mongolia Interna e Liaodong), e varie altre concessioni ad altre potenze, fino a crollare, nel XX secolo, di fronte al militarismo giapponese.

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