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venerdì 22 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1946 entrò in vigore in Italia il Decreto presidenziale di amnistia e indulto legato al periodo dell’occupazione nazifascista.
La legge venne proposta dall’allora Ministro di Grazia e Giustizia del Governo De Gasperi, Palmiro Togliatti segretario del PCI.
L'amnistia Togliatti comprendeva il condono della pena per reati comuni e politici, dal collaborazionismo coi tedeschi fino al concorso in omicidio, commessi in Italia dopo l’8 settembre 1943.
Scopo del decreto legge era sia di giungere quanto prima ad una pacificazione nazionale sia di evitare che l’epurazione rallentasse ulteriormente la ripresa delle attività fondamentali alla ricostruzione materiale del paese: attività burocratiche, istituzionali, culturali, sanitarie ed economiche. Ovviamente la legge non mancò di suscitare tensioni soprattutto nel nord Italia, dove avevano combattuto molte formazioni partigiane e dove la popolazione aveva subito l’occupazione e le violenze naziste.
Le polemiche vennero soprattutto dall’associazionismo partigiano e dai perseguitati politici antifascisti, che non accettarono la scarcerazione dei loro nemici e aguzzini quando permanevano nelle carceri partigiani arrestati per azioni compiute sotto l’occupazione nazifascista.
La prima e maggiore reazione si ebbe nella provincia di Asti, dal 9 luglio al 28 agosto 1946, dove ex partigiani ‘tornarono in montagna’ e si arroccarono nel paese di Santa Libera, frazione di Santo Stefano Belbo (CN), protestando contro l’amnistia e avanzando richieste – che il governo promise di accogliere, giungendo così al volontario scioglimento del presidio -.
In poco tempo si erano radunati a Santa Libera, provenendo anche dalle regioni vicine, circa 400 partigiani.
Altre reazioni eclatanti si ebbero ad Aosta e a Casale Monferrato, ma non mancarono anche in Emilia Romagna e in Toscana.
Il 23 agosto ad Aosta circa 300 ex combattenti ed ex internati, insieme alla popolazione civile, assaltarono il carcere locale per liberare degli ex partigiani.
A Casale Monferrato invece la popolazione dichiarò lo sciopero generale, in protesta per la revisione della sentenza di condanna a morte di alcuni repubblichini. Intervennero polizia, carabinieri ed esercito. La situazione si calmò solo grazie all’intercessione del Segretario della CGIL, Giuseppe Di Vittorio.
L'amnistia Togliatti tuttavia fece il suo corso e fu anzi seguita da ulteriori indulti che ampliarono la casistica dei crimini condonabili. Nel 1948 poi il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, Giulio Andreotti, approvò un decreto con cui si estinguevano i giudizi ancora pendenti dopo l'amnistia del 1946.
Ancora nel ’53 e nel ’66 venne approvata un’amnistia per tutti i reati commessi entro il 18 giugno 1948, quindi comprendente anche quegli episodi di ‘regolamento di conti’ che caratterizzarono alcune zone italiane nel primo dopoguerra.
Legato a questi provvedimenti ed eventi è il mito della ‘Resistenza tradita’, nato dalle aspettative deluse di quanti speravano con la fine della guerra in un sostanziale cambio delle condizioni sociali della povera gente e in una rivalsa dopo un ventennio di dittatura.

giovedì 21 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno la religione cattolica celebra San Lazzaro.
Il nome Lazzaro ha all’origine l’ebraico Eleazaro e significa “colui che è assistito da Dio”. Il Lazzaro di cui parliamo è il personaggio della parabola, raccontata da Gesù, del ricco epulone e del povero mendicante lebbroso.
Questa parabola riportata solo nel Vangelo di san Luca (16, 19-31) è l’unica in cui un personaggio di fantasia abbia un nome: Lazzaro; ma come è avvenuto per vari personaggi minori, che compaiono nei racconti evangelici e che in seguito nella tradizione cristiana, hanno ricevuto un culto, un ricordo perenne, un titolo di santo, anche per Lazzaro pur essendo un personaggio protagonista di un racconto di fantasia, da non confondere con Lazzaro di Betania che fu resuscitato da Gesù, nel corso del tempo si è instaurata una devozione, come se fosse stato un personaggio realmente esistito.
È chiaro che la parabola di Gesù, contiene in sé un insegnamento universale e molto sentito, specie in quei tempi; essa è raccontata per mostrare ai farisei ed a tutti gli avari, dove portano le ricchezze usate per soddisfare il proprio egoismo.
“Vi era un uomo ricco che vestiva di porpora e di bisso e ogni giorno faceva splendidi banchetti. Un mendicante di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco e nessuno gliene dava; perfino i cani venivano a leccargli le piaghe. Ora avvenne che il povero Lazzaro morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo.
Morì anche il ricco epulone e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo abbi pietà di me e manda Lazzaro ad intingere nell’acqua la punta del suo dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura”.
Ma Abramo rispose: “Figlio ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato, mentre tu sei tormentato e per di più fra noi e voi è stato fissato per sempre un grande abisso, di modo che quelli che volessero di qui passare e venire a voi non possono, né da lì si può attraversare fino a noi”.
Allora egli soggiunse: “Ti prego dunque, o padre, di mandarlo a casa del padre mio, perché ho cinque fratelli; li ammonisca perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”.
Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè ed i Profeti, ascoltino loro”, ma egli insisté: “No, padre Abramo, se però qualcuno dei morti andrà da loro, si ravvederanno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè ed i Profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti”.
La celebre parabola, riportata solo da Luca del ricco epulone e del misero Lazzaro, è un’antitesi che da sociale diventa anche religiosa, esaltando la povertà come modello di protezione divina. In essa si considera riguardo la figura di Lazzaro, che egli nel suo umiliante e penoso stato di mendicante ed ammalato, ha pazienza, anche davanti allo sprezzante trattamento che riceve dal ricco gaudente, pensando al Paradiso (seno di Abramo), che Gesù ha promesso ai poveri di spirito.
Perciò il Signore, che vede l’animo, lo fa trasportare appena morto, in trionfo dagli angeli, nella beatitudine eterna. Ora questo rivela come egli sopportava il suo stato, con rassegnazione unita alla speranza del Paradiso, fiducioso in Dio, Padre di tutti, che premia i buoni, anche se poveri e mendicanti.
S. Giovanni Crisostomo, parlando di Lazzaro esclama: “Chiunque voi siate, o ricchi o poveri, l’avete visto disprezzato nel vestibolo dell’epulone, miratelo ora radiante nel seno di Abramo; l’avete visto quando giaceva attorniato da cani che gli leccavano le piaghe, contemplatelo ora circondato da angeli; l’avete visto nella fame, contemplatelo nell’abbondanza di ogni bene, l’avete visto nella lotta, osservatelo vincitore incoronato, avete visto i suoi travagli, miratene il premio”.
La parabola ci dà lo spunto per tante altre riflessioni, che non possiamo qui, per motivo di spazio, approfondire: la sepoltura splendida del ricco, similitudine del seno di Abramo con il Paradiso cristiano, l’esistenza del tormento infernale, l’impossibilità di passare dai morti ai vivi, dalle anime elette alle anime in tormento, private perciò della visione e della beatitudine di Dio, l’incitamento a seguire gli insegnamenti, provenienti da persone incaricate da Dio, di trasmettere le Sue volontà e leggi, senza aspettare prove straordinarie per credere.
La figura di Lazzaro e la scena del banchetto ha sempre ispirato la fantasia degli artisti, che in tutti i secoli lo hanno raffigurato, contribuendo così ad innalzarlo ad un simbolo della povertà e della sofferenza, premiata da Dio, quando accettate con rassegnazione e speranza nella Sua Divina Misericordia.
Per questo Lazzaro venne considerato come un santo, anche se la sua figura era in realtà fantasiosa ma simbolica; il moderno ‘Martirologio Romano’ non ne fa più menzione.
Egli è stato considerato il patrono dei lebbrosi, quando la lebbra era una malattia molto più diffusa di oggi in tante parti del mondo; dal suo nome scaturì la denominazione del ‘lazzaretto’, sorta di ricovero e cura per i lebbrosi o malati infettivi da tenere in isolamento, infatti il primo di questi ‘lazzaretti’ sorse a Venezia nell’isola di S. Lazzaro.
Il nome è oggi poco usato e comunque chi lo porta, si riferisce certamente ad altro s. Lazzaro; in Spagna poi ha finito per assumere un significato peggiorativo come: ‘pezzente’, da cui derivò a Napoli il termine ‘lazzarone’ introdotto al tempo dell’occupazione spagnola e di Masaniello, sempre indicante uno straccione, popolano, mascalzone, pezzente.

mercoledì 20 giugno 2018

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 235 a.C. nasce a Roma Publio Cornelio Scipione, detto l'africano.
Salvò Roma da Cartagine, portando la guerra prima in Spagna e poi in Africa, e dimostrando di aver digerito perfettamente la lezione militare impartita da Annibale all’esercito romano. Ma non fu soltanto l’uomo che difese con successo la nostra antica civiltà dalla più grave insidia alla sua indipendenza: fu anche un politico accorto e magnanimo, che aveva in testa un disegno di reale pacificazione fra i popoli sotto la supremazia romana. Molti storici oggi concordano nel ritenere che – in questo – fu più preveggente di Giulio Cesare e degli imperatori romani, che badarono a colonizzare il mondo più che a governarlo. Roma lo ricambiò con la devozione del popolo e le invidie dei potenti, che lo misero sotto processo, e lo costrinsero a morire in esilio, a Literno. Reagì, con una frase rimasta scolpita nella storia: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
Ci sarà pure una ragione se, nella prima strofa dell’Inno degli Italiani, Goffredo Mameli vedeva come simbolo del risveglio nazionale l’elmo di Scipio. Un percorso a ritroso di duemila anni per trovare il campione assoluto dell’indipendenza nazionale. «Per il fatto che egli fu l’uomo più illustre fra quasi tutti quelli che vissero prima di lui», scrisse di Scipione lo storico greco Polibio, suo contemporaneo, «tutti cercano di sapere chi egli fu e da quali particolari doti naturali egli mosse per compiere tali e tante imprese». Per lui fu coniato un detto che pochi altri uomini illustri hanno meritato nel corso della storia: «Tanto nomini nullum par elogium» (per un tale nome nessun elogio è pari alla grandezza).
Scipione, ha scritto uno storico moderno, Basil Liddel Hart, «parve riunire nella sua formazione gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità». I romani erano convinti che fosse di discendenza divina, e lui incoraggiava questa interpretazione. Gustav Faber, storico e biografo di Annibale, racconta che «quando Scipione presentava alle truppe un piano di guerra – e questo di solito avveniva solo poco prima della sua attuazione – non parlava del duro lavoro concettuale che l’aveva preceduto, bensì di ispirazione divina, ma è impossibile stabilire con certezza se vi credesse veramente oppure se utilizzasse l’accenno al trascendente come strumento di persuasione». Persino John Milton, nel Paradiso Perduto (Libro IX, 642-645), dedicò quattro versi alla “divinità” dell’Eroe: «Si tenne che l’Ammonio Giove / Ed il Capitolino un dì s’ascose, / Per Olimpiade l’un, l’altro per lei / Che in Scipio partorì di Roma il vanto». Le leggende antiche dicevano che Giove Ammonio si trasformò in serpente per unirsi ad Olimpia, madre di Alessandro il Grande; Giove Capitolino, sotto forma di serpente, concepì anche Scipione l’Africano, vanto di Roma. E Dante Alighieri, nel Paradiso (Canto XXVII, 61-62), evoca «l’alta provedenza che con Scipio / difese a Roma la gloria del mondo» .
Tito Livio (Storia di Roma) sostiene che «Scipione fu ammirevole non solo per reali doti, ma anche tratto fin dalla giovinezza a ostentarle con arte singolare, presentando la maggior parte delle sue azioni alla gente come ispirate da visioni notturne o suggerite da avvertimenti divini, o fosse egli stesso posseduto da superstizione, o volesse che i suoi comandi e i suoi consigli, quasi emanati dal responso di un oracolo, avessero immediata esecuzione». L’abate francese Seran de La Tour, autore nel XVIII secolo di una biografia su Scipione, scrisse nella dedica a Luigi XV: «Un re deve solo prendere a modello l’uomo più illustre della storia romana, Scipione Africano. Il Cielo stesso pare aver formato questo particolare eroe per indicare ai reggenti di questo mondo l’arte di governare con giustizia».
La discendenza divina era, in quell’epoca, un attributo dell’eroismo. Chi salvava la patria era ritenuto figlio degli dei. Scipione scese in campo quando a Roma si ripeteva «Annibale è alle porte». E la salvò.
Publio Cornelio Scipione nacque a Roma nel 235 avanti Cristo. La sua non era una famiglia qualunque: la gens Cornelia vantava una grande influenza. Suo padre era il console Publio. Del suo aspetto fisico sappiamo poco. A prender per buono il busto in bronzo del Museo Archeologico di Napoli aveva lineamenti severi, fronte nobile, testa quasi completamente calva, sguardo fermo e risoluto, naso aquilino, labbra sottili. Osserva Faber: «È un volto romano dai tratti marcati, tanto diversi dai lineamenti dei busti greci; è il volto di un uomo staccato, razionale, capace di un asciutto umorismo, eppure in fondo gioviale. Al confronto, il ritratto di Annibale rivela una morbidezza ellenica, ha qualcosa di tragico, pare cedere ai sogni e alle emozioni».
Scipione era un uomo di grande cultura, padrone della lingua greca quanto di quella latina. «Parve riunire nella sua formazione», scrive Liddel Hart, «gli aspetti migliori del mondo greco e del mondo romano, così che lo spirito severo e ristretto dei primi secoli della repubblica si raffinò in lui senza peraltro perdere la sua virilità».
Della sua vita privata si sa ben poco, anche perché Scipione non ebbe molto tempo da dedicarle, occupato come fu sui campi di battaglia. Era sposato a Emilia, la figlia di Paolo Emilio, il console caduto nella battaglia di Canne. Fu un matrimonio sereno. Si disse che «trattava la moglie meglio dei suoi schiavi»: e il fatto che un comportamento del genere fosse degno di nota dimostra quanto, a quei tempi, fosse dura la condizione femminile.
A soli 17 anni il giovane Scipione si distinse per coraggio nella battaglia del Ticino, la prima che vide i romani (al comando del padre di Scipione) scontrarsi sul suolo italiano con i cartaginesi. «Usciva in campo per la prima volta», racconta Polibio, «dopo aver ricevuto dal padre, per sicurezza, una squadra di sedici cavalieri. Allorché vide nella battaglia il padre, con due o tre cavalieri, circondato dai nemici e gravemente ferito, esortò i suoi a portargli soccorso e poiché questi esitarono, dato il numero dei nemici, si lanciò arditamente nella lotta e, con l’aiuto dei compagni, che incitati dal suo esempio lo avevano seguito, mise in fuga gli avversari, salvando così il padre Publio che fu il primo a salutare, in presenza di tutti, il figlio come suo salvatore». Il console decise di decorarlo, ma il giovane «rifiutò dicendo che “quell’atto si ricompensava da sé”».
L’anno successivo Scipione era uno dei tribuni militari al comando di una legione. È controverso se abbia partecipato alla battaglia di Canne che segnò la più pesante sconfitta romana della Seconda guerra punica. Nel 213, quando aveva soltanto 22 anni, fu protagonista di un episodio che testimonia la popolarità di cui già godeva fra i romani. Si candidò alla carica di Edile curiale, soprattutto per agevolare la vittoria del fratello maggiore Lucio (che aveva minori probabilità di farcela): i tribuni della plebe si opposero alla sua candidatura, sostenendo che non aveva l’età per aspirare alla carica. Lui ribatté: «Se tutti i Quiriti mi vogliono Edile, ho l’età che basta». Fu eletto.
Nell’anno 210 avanti Cristo, mentre Roma era minacciata dalle truppe di Annibale, il giovane condottiero fu spedito in Spagna per contrastare i rifornimenti del nemico. Dopo la fine della Prima guerra punica (241 a.C.) Amilcare Barca – padre di Annibale e Asdrubale – era riuscito a conquistare una posizione di forza sullo scacchiere mediterraneo: da questa favorevole condizione egli pensava che i figli potessero dare la spallata decisiva al rivale di sempre. La Spagna era la base per il rifornimento delle truppe cartaginesi, e la Spagna era stata la base di partenza della spedizione che – attraverso le Alpi – aveva portato Annibale in Italia.
Sorprendendo i cartaginesi, al comando di Magone e Asdrubale, Scipione attaccò Cartagena, marciando a tappe forzate con le sue legioni verso la fortezza, mentre la flotta romana la raggiungeva via mare. Una volta sotto le mura, venne eretto un bastione di difesa dalla parte di terra, mentre le navi, dal mare, cominciarono a bombardare la città con proiettili. L’attacco alle fortificazioni e alle mura fu condotto dallo stesso Scipione, mentre alcuni soldati lo proteggevano con gli scudi: questo per infondere coraggio ai suoi soldati. Cartagena cadde, ma Scipione impedì un massacro vero e proprio. La vittoria doveva servire, politicamente e diplomaticamente. Scipione salvò diecimila cittadini maschi dall’uccisione e permise loro di tornare al lavoro, alcuni prigionieri furono trasformati in marinai per le proprie navi, con promessa di libertà finale dopo la sconfitta di Cartagine.
Con la conquista di Cartagena, Scipione dimostrò tutte le caratteristiche del grande stratega: conoscenza del fattore tempo, astuzia, sicurezza e sorpresa. Infine, magnanimità dopo aver vinto. Molti capi iberici passarono dalla parte di Roma. Asdrubale Barca, sentendosi isolato, cercò la prova di forza nella battaglia di Becula (cittadina sulle rive nord del fiume Baetis, più o meno dove sorge oggi Guadalquivir), rimediando una sonora sconfitta, che lo spinse alla fuga.
Acclamato re dagli alleati spagnoli, Scipione rifiutò con discrezione, ben sapendo come questo titolo fosse inviso a Roma. Due anni più tardi, i cartaginesi cercarono per l’ultima volta di scalzare Scipione dalla Spagna, nella battaglia di Ilipa. Asdrubale si mosse con un esercito di settemila fanti, quattromila cavalieri, trentadue elefanti e cercò lo scontro nei pressi di quella che oggi è la città di Siviglia. Per diverso tempo gli eserciti avversari si studiarono a debita distanza: ogni giorno Scipione pose, ben visibili al centro dello schieramento, i propri legionari, e ai lati gli alleati spagnoli. Al momento dello scontro, deciso da Scipione, lo schieramento fu ribaltato: al centro gli spagnoli, sulle ali i romani. Questo disorientò il nemico: i romani distrussero i fianchi dei cartaginesi, mentre le ore passavano e le truppe al centro divenivano esauste per fame e stanchezza. L’esito fu una fuga sparpagliata verso il proprio accampamento. Asdrubale e Magone, i capi avversari, fuggirono nella notte abbandonando le truppe superstiti, e imbarcandosi per Cadice. «La storia militare», scrive Liddel Hart, «non offre in tema di conduzione tattica un esempio più classico di quello offerto dalla battaglia di Ilipa. Raramente una vittoria così schiacciante è stata ottenuta da forze numericamente inferiori». Scipione aveva concentrato le truppe migliori nei punti più deboli del nemico (le ali), mentre il centro restava immobilizzato.
Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione faticò (più di quanto si sarebbe aspettato) a convincere il Senato sull’opportunità di portare la guerra in Africa. Combatteva contro i poteri forti, contro le invidie di quanti giudicavano pericolosa la sua popolarità. Alla fine la spuntò, ma gli concessero solo settemila uomini e il governo della Sicilia da dove sarebbe potuto salpare per l’Africa. Scipione profuse ogni energia per l’allestimento di trenta navi da guerra e nella preparazione di un esercito piccolo ma compatto. Oltre alla forza tradizionale di Roma, la fanteria legionaria, Scipione comprese l’importanza di preparare una cavalleria efficace, da affiancare a quella di un alleato di cui sapeva di non poter fare a meno: Massinissa.
Sconfisse di nuovo Asdrubale ai Campi Magni. Presi dal panico, i cartaginesi richiamarono in Africa Annibale, unico possibile salvatore della Patria. Ma, nello scontro finale, a Zama, Scipione dimostrò di aver imparato le lezioni di strategia che lui aveva in precedenza impartito ai romani. Rientrato a Roma da trionfatore, Scipione rifiutò quel che il popolo gli offriva: il titolo di console a vita o di dittatore perpetuo. Si oppose anche all’ipotesi che fossero erette statue in suo onore davanti al Campidoglio o nei Templi Sacri.
Negli ultimi anni della sua vita fu costretto addirittura a difendersi da accuse infamanti. Si ritirò in esilio, a Literno, dove morì. Valerio Massimo gli attribuì una frase divenuta proverbiale: «Ingrata patria, non avrai le mie ossa».
«Quando Scipione comparve alla ribalta della storia», ha scritto Basil Liddel Hart, «il potere di Roma non si estendeva nemmeno sulla totalità dell’Italia peninsulare e della Sicilia, e questa esigua fascia territoriale era gravemente minacciata dall’invasione, o per meglio dire dalla consolidata presenza, di Annibale. Alla morte di Scipione, Roma era l’incontrastata padrona del mondo mediterraneo, senza alcun possibile rivale che si profilasse all’orizzonte. In tale periodo si assiste alla massima spinta espansionistica della storia romana, dovuta direttamente all’azione di Scipione, o resa da lui possibile. Ma se sotto il profilo territoriale egli appare come il fondatore dell’impero romano, da un punto di vista politico la sua meta non era l’assorbimento delle altre razze mediterranee, bensì il loro controllo. Il suo scopo non fu di edificare un impero dispotico e centralizzato, ma una confederazione sotto il controllo di uno Stato-guida, in cui Roma avesse l’egemonia politica e commerciale e il supremo potere decisionale». Lo storico inglese non ha dubbi: se Roma avesse seguito la “dottrina Scipione” (e non quella di Cesare, che puntava al dominio assoluto, e che recava in sé il germe del successivo declino), l’impero romano avrebbe potuto anticipare il carattere del moderno Commonwealth britannico, «con la creazione di una cintura di Stati cuscinetto prosperi e semi-indipendenti». Detto da un inglese è un elogio smisurato, al quale Liddel Hart aggiunge una valutazione: se Roma avesse seguito la via tracciata da Scipione, «le invasioni barbariche avrebbero potuto essere scongiurate, il corso della storia sarebbe stato diverso, e il progresso della civiltà avrebbe forse evitato mille anni di coma e quasi altrettanti di convalescenza».
Se è valida questa teoria (e il rapido tramonto degli imperi fondati sul dominio, come quello napoleonico o – più recentemente – quello sovietico, sembrerebbe avallarla), Scipione meriterebbe un posto nella storia – e nella coscienza italiana – molto superiore a quello che gli viene riconosciuto. L’“elmo di Scipio” non è soltanto il simbolo del riscatto romano di fronte allo straniero invasore: è il progetto – come si direbbe oggi – di un “nuovo equilibrio internazionale”, fondato sulla «supremazia politica» finalizzata «al buon governo».
Scipione fu un grande soldato, come dimostrò in Spagna e a Zama. Ma fu anche un grande politico, come dimostrò con le condizioni di pace dettate a Cartagine, che documentano la sua totale mancanza di spirito vendicativo, la capacità di consolidare la sicurezza militare di Roma senza ricorrere a una durezza eccessiva nei confronti dei vinti, e lo scrupolo con cui evitò l’annessione degli Stati civilizzati. «Questo atteggiamento», sottolinea ancora Liddel Hart, «scongiurò l’insorgere nei vinti, di sentimenti di frustrazione e di velleità di rivincita, e preparò la strada alla trasformazione dei nemici in veri alleati, efficaci puntelli della potenza romana».
In latino, Scipio significa “bastone di sostegno”. Ed è un nome appropriato al personaggio. Scipione si preoccupava della grandezza di Roma, e badava al futuro. Qualcuno scrisse: «Zama consegnò il mondo a Roma, Farsalo lo consegnò a Cesare». E forse anche per questa ragione Scipione è meno popolare di Cesare, perché l’ambizione personale paga sempre di più, in termini di popolarità. Scipione evitava le luci del palcoscenico, che Cesare (come Napoleone, come Carlo Magno) amava moltissimo.
Scipione seppe persino guardare al di là della gloria di Roma, valutando piuttosto la grandezza dei servigi che Roma avrebbe potuto prestare all’umanità.
Molto diverso sarebbe stato l’atteggiamento dei Romani mezzo secolo più tardi quando – raccogliendo l’anatema più volte lanciato da Catone il Censore («Cartago delenda est», Cartagine deve essere distrutta) – al termine della Terza guerra punica rasero al suolo la città. Un’identica richiesta era stata formulata a Scipione immediatamente dopo la battaglia di Zama. «L’uomo generoso e avveduto», scrive Teodoro Mommsen nella sua Storia di Roma, «si sarà chiesto quale vantaggio poteva apportare alla patria la distruzione di Cartagine, di questa antichissima sede del commercio e dell’agricoltura, una delle colonne della civiltà di quel tempo, dopo che ne era stata ridotta al nulla la potenza politica. Non era ancora venuto il tempo in cui gli uomini distinti di Roma si prestavano all’ufficio di carnefici della civiltà dei vicini, e sconsideratamente credevano di lavare con una vana lacrima l’onta eterna della Nazione».
È singolare il fatto che sia Annibale che Scipione furono contestati per la pace che concluse la guerra (giudicata troppo onerosa dai governanti di Cartagine, e troppo generosa da quelli di Roma). Grandi condottieri, si rivelarono anche uomini di straordinario buonsenso. L’ingratitudine di Roma (della Roma ufficiale, dei senatori, degli intriganti del Palazzo, degli invidiosi) contribuisce, in qualche modo, a elevare ulteriormente la statura dell’uomo, del condottiero, del politico. Che dalle sue imprese ricavò soltanto quel soprannome – Africano – che gli fu concesso a furor di popolo, e non con un decreto. «Fu certamente il primo onorato con il nome del popolo da lui vinto», scrisse Tito Livio. E questo gli fu certamente di conforto negli anni dell’esilio.

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