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martedì 26 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1887 il professor Zamenhof pubblica il libro "Il linguaggio universale del dott. Esperanto".
L'idea di una lingua internazionale pianificata - che non miri a sostituire le lingue etniche, ma a servire come seconda lingua ausiliaria per tutti - non era una novità. Ma fu Zamenhof a comprendere che una lingua siffatta dev'essere usata da una collettività, per evolvere. E fu per questo che limitò la sua proposta iniziale ad una grammatica minimale e ad un lessico modesto.
Oggi, l'esperanto è lingua pienamente matura, con una comunità di parlanti diffusa in tutto il mondo ed un corredo completo di mezzi espressivi.
Molte delle idee di Zamenhof hanno precorso quelle del fondatore della linguistica moderna, lo strutturalista Ferdinand de Saussure (il cui fratello René, anch'egli linguista di vaglia, era esperantista).
La finalità dell'esperanto non è quella di sostituire le lingue nazionali (al contrario, gli esperantisti sono tra i più convinti difensori del valore della diversità delle culture, e sostenitori della pari dignità di tutte le lingue: si veda, ad esempio, l'attività del Comitato “Allarme lingua” per la difesa della lingua e cultura italiana); l'esperanto si propone, invece, di fornire uno strumento agevole e non discriminatorio per la comprensione reciproca a livello internazionale.
Nato da un ideale di pace, collaborazione e intercomprensione tra gli uomini, l'esperanto si pone al di sopra di ogni differenza etnica, politica, religiosa, e - proprio perché lingua propria di nessuna nazione e insieme accessibile a tutti su una base di uguaglianza - tutela contro il predominio culturale ed economico dei più forti e contro i rischi di una visione monoculturale del mondo.
Ortografia, fonetica, grammatica e sintassi dell'esperanto (il quale nasce dalla comparazione tra un certo numero di lingue internazionalmente più diffuse) si basano su principi di semplicità e regolarità: ad ogni suono corrisponde una sola lettera e ad ogni lettera un solo suono; non esistono consonanti doppie; non esiste differenza tra vocali aperte e chiuse; l'accento cade sempre sulla penultima sillaba; le regole grammaticali sono appena 16 (sedici) senza eccezioni; vi è una grande libertà di composizione della frase, senza collocazioni obbligate delle varie parti del discorso.
Il lessico dell'esperanto, tratto anch'esso da una comparazione selettiva, è continuamente arricchito da un utilizzo sempre più diffuso, sia in Europa che in Paesi extraeuropei. Grazie ad un razionale e facilmente memorizzabile sistema di radici, prefissi e suffissi, ed in forza della generale possibilità di creare parole composte che “descrivano” un determinato concetto, si raggiunge, partendo da un numero abbastanza ridotto di radici, un tesoro lessicale capace di esprimere anche le più sottili sfumature di pensiero, in una forma comprensibile a popoli di diverse tradizioni culturali.
Opere originali in esperanto (sia letterarie che di saggistica) vengono edite continuamente in ogni parte del mondo.
Imponente è il lavoro di traduzione in esperanto di opere dei generi più disparati (per la letteratura italiana, un ampio esame è contenuto nello studio del Prof. Carlo Minnaja, curato nel 2005 per l'Università “Ca' Foscari” di Venezia, “Un secolo di traduzioni letterarie dall'italiano in esperanto, 1890-1990”).
In linea più generale, le traduzioni spaziano dalla Bibbia al Corano, dalla Divina Commedia ai Promessi Sposi, da Pinocchio ai Malavoglia, dai racconti di Guareschi al Don Chisciotte.
Le più importanti biblioteche di opere in lingua esperanto si trovano a Vienna (sezione della Biblioteca Nazionale), Rotterdam, Londra, Budapest, La Chaux-de-Fonds; in Italia, meritano una speciale menzione la Biblioteca Nazionale di esperanto (comprendente anche una sezione archivistica), annessa all'Archivio di Stato di Massa, la Biblioteca della Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) di Milano e la biblioteca per non vedenti “Regina Margherita” di Monza con testi in Braille.

lunedì 25 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio 1467 l'agro molinellese fu teatro di un importante fatto d'arme: la battaglia della Riccardina o della Molinella.
Quel giorno si scontrarono le truppe del famoso capitano Bartolomeo Colleoni, che curava gli interessi di Venezia, e quelle di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, alleato con i Medici, gli Sforza, il re di Napoli Ferdinando d'Aragona e Giovanni II Bentivoglio signore di Bologna.
I due eserciti vennero a contatto fra San Martino in Argine, frazione di Molinella e Mezzolara, sulla riva sinistra dell'Idice.
In questa battaglia, per la prima volta, si impiegarono le armi da fuoco come una moderna artiglieria da campagna.
Alla genialità del Colleoni si deve infatti l'invenzione di artiglierie mobili costituite da colubrine e da spingarde montate su affusto, molto più maneggevoli di quelle degli avversari che dovevano portarle su carri e scaricarle per l'impiego in battaglia.
Le cronache , come è ovvio che sia, sono piuttosto contrastanti nella cronaca della battaglia e nel suo esito.
Combattono dal lato del Colleoni 7000 cavalli e 6000 fanti e, dalla parte degli avversari, altrettanti cavalli e 3500 fanti, il Colleoni utilizza un gran numero di artiglierie, per lo più spingarde, lo scontro dura otto ore.
In un primo momento il Colleoni si trova a mal partito circondato dai nemici, ma grazie all'intervento della cavalleria di Ercole d'Este si evita la sconfitta.
La battaglia ha termine sul far della notte quando il Colleoni ed il Montefeltro si incontrano e decidono di terminare lo scontro.
Fra i feriti della battaglia il più illustre fu Ercole I d'Este, colpito ad un piede da una spingarda.
L'episodio viene ricordato dall'Ariosto nell' "Orlando Furioso" (canto III) con questi versi:
"Ercole or vieni ch'al suo vicin rinfaccia,
col piu' mezzo arso e con quei debol passi,
come a Budrio col petto e con la faccia
il campo volto in fuga gli fermassi"
Dopo la battaglia, il cui esito rimase incerto, il Colleoni si rifugiò a Molinella, dove si ammalò di malaria, malattia che presumibilmente lo condusse a morte otto anni dopo nel suo castello di Malpaga, in provincia di Bergamo.

domenica 24 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Il 24 luglio del 1911 fu scoperta in Perù la citta perduta di Machu Picchu.
Nel 1911 uno studioso dell'Università di Yale, Hiram Bingham si recò in Perù alla ricerca dell'ultima città degli Inca. Quando nel 1536 Gonzalo Pizarro portò a termine la conquista (e distruzione) dell'impero Inca, l'ultimo imperatore Manco Capac fuggì con la sua gente da Cuzco e fondò la città di Vilcabamba, la città dove secondo la leggenda furono accumulate le ultime ricchezze dell'impero Inca.
Il sogno di Hiram era di ritrovare Vilcabamba, e per farlo iniziò la sua ricerca dalla capitale Inca: Cuzco. Iniziò ad esplorare la campagna circostante. Dopo vari giorni, mentre seguiva la valle del fiume Urubamba, incontrò un contadino che si offrì di mostrargli delle antiche rovine sulla cima di una montagna che lui chiamava Machu Picchu (antico picco). Al termine di una faticosa salita, Bingham vide spuntare dalla vegetazione alcune rocce bianche. Esaminando il muro capì subito che si trattava di costruzioni antiche, tanto che scrisse "Cominciai a capire che quel muro, ed il tempio semicircolare confinante, posto sopra la grotta, erano degni di essere paragonati alle più belle opere di muratura del mondo. Tanto splendore mi mozzò il fiato. Cosa poteva mai essere quel luogo?".
Bingham era convinto di aver trovato Vilcabamba, e l'anno successivo organizzò una spedizione per ripulire la zona dalla vegetazione. Fu così che venne alla luce la cittadella di Machupicchu. Bingham morì nel 1956 ancora convinto di aver scoperto Vilcabamba, purtroppo alcuni documenti spagnoli rinvenuti successivamente posizionavano la leggendaria città in direzione opposta da Cuzco rispetto a Machupicchu.
La scoperta di Bingham fu tuttavia molto importante, se si osserva la cittadella dal vicino osservatorio di Intipunku ci si rende conto della colossale sinfonia di pietra che è la città, per urbanistica, ingegneria civile, architettura e realizzazione muraria, divisa in 12 quartieri con 216 edifici.
Quando Gonzalo Pizarro raggiunse l'impero Inca rimase sorpreso da questa civiltà. Gli Inca non conoscevano né la ruota né la scrittura, eppure il loro impero si estendeva per quasi 4000 km (quanto l'impero di Giulio Cesare). Non conoscevano i cavalli, eppure le comunicazioni tra i vari angoli dell'impero avvenivano regolarmente. Uomini a piedi portavano gli ordini sotto forma di corde legate (una sorta di codice binario senza computer). Eppure Pizarro con pochi conquistadores riuscì a piegare e distruggere l'impero del sole. In parte fu grazie all'inganno: Pizarro al primo incontro con gli Inca attaccò di sorpresa la delegazione indigena senza armi prendendo prigioniero l'imperatore; in parte grazie alle epidemie: gli spagnoli portarono difatti nel nuovo mondo una serie di malattie sconosciute nel Nuovo Mondo, per le quali gli indigeni non avevano anticorpi, che stroncarono e decimarono la popolazione Inca. La rapida scomparsa di questo popolo ha lasciato senza risposta molte domande sulla loro civiltà.
Machupicchu si erge a 2300 metri di altezza, la sua conformazione fa credere che fosse una città sacra, riservata al culto del sole; vi sorgono difatti vari templi, fra questi si trova la torre del sole, un edificio di rara bellezza, e come molti edifici antichi anche in questo caso troviamo corrispondenze astronomiche legate alla sua costruzione, una sua finestra consente al sole di entrare perfettamente all'interno dell'edificio nell'alba del giorno del solstizio d'inverno. Ad ovest si trova la pietra Intihuatana, il cui nome significa "palo a cui legare il sole": si tratta di un'unica pietra lavorata a forma di tronco di piramide sormontata da una pietra meridiana, lavorata in modo sinuoso e di grande bellezza.
A Machupicchu non vennero rinvenuti oggetti di oro o di argento (erano materiali usati comunemente per creare gioielli e oggetti di vario tipo), eppure Bingham trovò solo oggetti in ossidiana, pietra, bronzo e ceramica. A Cuzco nel tempio del sole vi erano riproduzioni in oro a grandezza naturale e persino riproduzioni di piante, perchè Bingham non trovò neppure una pagliuzza d'oro?
Lo studioso peruviano Victor Angles Vergas sostiene che la città venne abbandonata prima dell'arrivo dei conquistadores. Le guerre tra tribù rivali erano frequenti e sangunose, e spesso finivano con la distruzione di intere comunità. Fù forse questo il destino di Machupicchu. Bingham trovò uno scheletro di una donna morta per la sifilide, forse la popolazione fu decimata da un'epidemia. Purtoppo possiamo fare solo ipotesi sull'abbandono di Machupicchu.
Oggi la cittadella è la testimonianza dell'incredibile livello raggiunto dagli Inca nella lavorazione della pietra: le rocce sono lavorate con precisione incredibile, tanto che risulta impossibile inserire la lama di un temperino tra di esse; di analoga precisione risultano lavorati gli angoli, tanto che nelle mura si possono trovare alcune pietre con molte faccie incastrate perfettamente nella struttura (una di queste pietre avrebbe più di quaranta facce). Le mura sono tutte edificate a secco, senza cioè l'uso di malta. Le pietre irregolari conferiscono alla struttura degli edifici una stabilità notevole, sono infatti in grado di resistere anche ai frequenti terremoti che scuotono le Ande. Una simile lavorazione delle pietre richiedeva strumenti di precisione per la loro lavorazione, eppure non sono stati ritrovati utensili in grado di lavorare il granito con cui sono costruite le mura delle città Inca.
In molti hanno pensato che gli antichi sacerdoti Inca conoscesso il modo di modellare la pietra a loro piacere, ed oggi questa teoria trova forse fondamento. Nel diario di un esploratore si trova difatti la possibile soluzione a questo mistero. Durante una spedizione sulle Ande il cavallo di un esploratore si azzoppò e lui scese ed iniziò a camminare. Dopo poco si rese conto che i suoi speroni erano stati completamente consumati dall'erba. Quest'erba scoperta per caso ed ancora priva di un nome scentifico è forse la risposta all'incredibile maestria degli Inca? Sembra di si, è infatti in grado di sciogliere i metalli e le pietre, consente di modellarle per poi restituire la forma solida al materiale disciolto. Gli Inca la conoscono da sempre, il nome della pianta è Harak Kehama, si tratta di un'erba alta circa 25 cm di colore rosso. L'altopiano dove è stata ritrovata quest'erba si trova nell'alto Perù a poca distanza da Cuzco.
Si è forse risolto il mistero delle antiche costruzioni megalitiche? Può darsi, resta però un altro tassello mancante. Come facevano gli Inca a sollevare pesanti blocchi di pietra senza l'ausilio di animali? Alcune pietre pesano difatte diverse tonnellate, e combaciano ancora perfettamente dopo diversi secoli dalla loro edificazione, eppure gli Inca non avevano animali da tiro. Purtroppo ancora non c'è una risposta a questo interrogativo, il mondo antico è pieno di opere architettoniche colossali ed apparentemente inspiegabili...

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