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mercoledì 23 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 gennaio.
Il 23 gennaio 1994 la Mafia organizzò un attentato allo Stadio Olimpico, che fortunatamente non ebbe luogo per un difetto del detonatore.
 Volevano una strage. Quella definitiva, quella ultima dove affermarsi in un braccio di ferro con lo Stato che non accennava ad affondare definitivamente.  Anzi: reagiva, urlava, scovava, cercava ordine in un'entropia di decenni. Cosa Nostra era però sicura quel giorno: il 23 gennaio del 1994, l'autobomba presso lo stadio Olimpico, avrebbe fatto il suo dovere.
Quella domenica d'inverno si giocava Roma-Udinese e la mafia non voleva colpire tanto il tifoso ma i Carabinieri in servizio, tanti quel pomeriggio, farne una carneficina per colpire in senso letterale ma anche simbolico, chi si era impegnato e continuava ad impegnarsi per e con lo Stato.
L'attentato all'Olimpico non funzionò: il telecomando ebbe un problema e l'autobomba, che avrebbe dovuto azionarsi qualche minuto dopo la fine della partita, non esplose.
Ci sono voluti molti anni per ricostruire il mancato attentato allo stadio di Roma e il quadro finale, i pezzi mancanti della tragedia più che sfiorata, si sono ricomposti solo qualche anno fa nell'ambito del processo a Dell'Utri, accusato per concorso esterno in associazione mafiosa. Grazie alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza furono raccolti tutti i dettagli della pianificazione della strage. "L'attentato si doveva compiere a Roma – confessò Spatuzza in un'aula di Milano – perché con quello gli volevamo dare il colpo di grazia. La base logistica, diciamo, era Torvaianica. Stabilite le coordinate, quella domenica fu fatto tutto affinché l'attentato si portasse a compimento. Grazie a Dio il telecomando non funzionò, la cosa era mostruosa perché a quel punto divergeva dalla direttiva di fare una strage di almeno cento e passa Carabinieri". Solo che col dispositivo che tardava a funzionare cominciarono ad uscire anche molti tifosi che diluivano il passaggio e il numero degli uomini dell'Arma. A quel punto fu dato ordine a Spatuzza e soci di rinunciare all'esplosione. "La procedura utilizzata per l'attentato a Via D'Amelio – aggiunge Spatuzza – era stata riproposta anche per quello all'Olimpico. Il sabato rubammo un paio di targhe. Il furto fu datato 22 gennaio e quindi la domenica era il 24". Qui il pentito fa un errore "formale", perché il 24 gennaio del 1994 non era una domenica ma un lunedì. È evidente che Spatuzza si riferisse al giorno precedente. In aggiunta confessò inoltre che colpire il quotidiano, il rito dello stadio alla domenica non era la priorità di Cosa Nostra che voleva in realtà punire i Carabinieri: una gara di Serie A ne offriva una concentrazione notevole per una "pena esemplare".
In viale dei Gladiatori doveva esplodere una Lancia Thema con 120 chili di tritolo, quando però il funzionamento dell'autobomba è andato a vuoto, il veicolo fu fatto sparire e l'esplosivo ritrovato nascosto sotto terra, nel 1994 a Capena, località in provincia di Roma, dove un altro pentito Antonio Scarano, l'uomo di Cosa Nostra attivo nella Capitale e nel Centro Italia, aveva affittato casa.
Nel 2002 fu fatta una ricostruzione diversa dell'episodio, dal procuratore antimafia Piero Luigi Vigna: il giorno dell'attentato era stato individuato nel 31 ottobre del 1993, quando all'Olimpico si giocò Lazio-Udinese. Successivamente le dichiarazioni di Spatuzza hanno rettificato i dettagli dell'episodio come si evince da questa sentenza.
La strage dell'Olimpico rientrava in un elenco nero di tutta una serie di attentati mafiosi, organizzati tra l'aprile del 1993 e l'aprile del 1994, dove furono colpite le maggiori città italiane: da via dei Georgofili a Firenze fino a via Palestro a Milano; da San Giovanni in Laterano alla chiesa del Velabro a Roma. Col fenomeno del pentitismo, la mafia ha abbandonato lo strumento delle stragi per quello degli agguati, in un regolamento interno di conti.

martedì 22 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 gennaio.
Il 22 gennaio 1905 (o il 9 gennaio, secondo il calendario vigente allora in Russia) ebbe luogo la cosiddetta "domenica di sangue" a San Pietroburgo.
All'inizio del 1904 la situazione sociale ed economica della Russia era estremamente deteriorata. Ai problemi legati alle mai completate riforme in campo agricolo e ad una industrializzazione forzata dall'alto si aggiungevano quelli causati dalla tensione politica e sociale. Quest'ultima, infatti, finì in un moto rivoluzionario: il più ampio e sanguinoso cui l'Europa avesse mai assistito. A far precipitare gli eventi contribuì lo scoppio della guerra col Giappone che, provocando fra l'altro un brusco aumento dei prezzi, fece immediatamente salire la tensione sociale.    
In una domenica di gennaio del 1905, a Pietroburgo, un corteo di 150.000 persone che si dirigeva verso il Palazzo d'Inverno, residenza storica dello zar, per presentare al sovrano una petizione (vi si chiedevano maggiori libertà politiche e interventi atti ad alleviare il disagio delle classi popolari) fu accolto a fucilate dall'esercito: i morti furono più di cento e oltre duemila i feriti. La brutale repressione della domenica di sangue scatenò in tutto il paese un'ondata di agitazioni: a San Pietroburgo e a Mosca gli operai scesero in sciopero; nelle campagne vi furono sollevazioni di contadini; nell'esercito si ebbero ammutinamenti.
Di fronte alla crisi dei poteri, incapaci di riportare l'ordine, anche perché il grosso dell'esercito era impegnato in Estremo Oriente, sorsero spontaneamente in molti centri, i soviet (termine russo che significa "consigli"), cioè rappresentanze popolari elette sui luoghi di lavoro. Il più importante era quello di Pietroburgo, il quale assunse la guida del movimento rivoluzionario nella capitale e si trovò a esercitare un notevole potere di fatto in tutta la Russia.
In ottobre lo zar parve finalmente disposto a cedere e promise libertà politiche e istituzioni rappresentative; tuttavia, fra novembre e dicembre, dopo che era stata conclusa la pace con il Giappone e le truppe erano rientrate dal fronte, la corona e il governo passarono alla controffensiva facendo arrestare quasi tutti i membri del soviet di Pietroburgo e schiacciando con durezza le rivolte successivamente scoppiate nella capitale e a Mosca. Spaventati da ciò che stava accadendo e scettici nei confronti del governo nell'idea che riuscisse a riportare l'ordine malgrado le brutali forme di repressione messe in atto, i membri dell'alta borghesia e della nobiltà terriera fecero pressioni sul regime affinché facesse quel minimo di concessioni ritenute necessarie per riportare l'ordine. Nell'ottobre 1905, lo zar pubblicò quello che venne poi chiamato il Manifesto di ottobre con cui concedeva una costituzione e proclamava i basilari diritti civili per tutti i sudditi. Tra le altre cose il documento prevedeva l'elezione di una Duma ossia di un parlamento anche se con poteri limitati ed un sistema elettorale non del tutto equo. Il principale limite ai poteri della Duma risiedeva nel fatto che i ministri continuavano ad essere responsabili solamente di fronte allo Zar. Sulla fine del 1905 il governo, che nonostante tutto non aveva mai smesso di funzionare, riuscì, anche grazie ad una pesante opera di repressione, a riprendere il controllo del paese. Tuttavia le aspettative di un'evoluzione parlamentare del regime andarono comunque deluse. Eletta nel 1906, a suffragio universale ma con un sistema che privilegiava i proprietari terrieri, dotata di poteri troppo limitati, la prima Duma risultò un ostacolo sulla via della restaurazione e fu sciolta dopo poche settimane. Uguale sorte subì una seconda Duma eletta nel 1907 e rivelatasi ancor meno governabile della prima. (4 furono, in totale, le Dume istituite). A questo punto il governo modificò la legge elettorale in modo tale che il voto di un grande proprietario contava cinquecento volte quello di un operaio e poté finalmente disporre di un'assemblea più docile, composta in gran parte da aristocratici. Con questo colpo la Russa tornava a essere un regime sostanzialmente assolutista.
Ma la spinta rivoluzionaria era solo sopita, non cancellata. Durante la prima guerra mondiale, la dinastia zarista dei Romanov conobbe la sua definitiva capitolazione, in quelli che furono definiti "i dieci giorni che sconvolsero il mondo".

lunedì 21 gennaio 2019

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio 1793 re Luigi XVI viene ghigliottinato a Parigi in Piazza della Rivoluzione (oggi Place de la Concorde).
Luigi XVI nasce a Versailles il 23 agosto 1754 dal delfino di Francia, il principe Luigi e da Maria Giuseppina di Sassonia. Il nonno è il re Luigi XV che il piccolo Luigi nel 1774 sostituirà sul trono di Francia. L'infanzia trascorre serena attraverso i cerimoniali di corte e l'istruzione dovuta ad un bambino del suo rango che doveva studiare grammatica, storia, geografia, lingue e latino, oltre ai fondamenti di politica internazionale e di economia. Il padre muore nel 1765 quando Luigi ha undici anni e nove anni dopo muore anche il nonno.
Luigi ha vent'anni quando sposa Maria Antonietta d'Austria con la quale instaura un rapporto non facile, dovuto al suo disinteresse e alla sua apatia che ne mostrano subito la fiacchezza di carattere. Il suo compito, delicato e complesso, in un'epoca di crisi economica lo mette di fronte a difficili decisioni che spesso non riesce a prendere. Il regno ha bisogno di riforme ma Luigi XVI non riesce ad appoggiare, con la dovuta energia, i suoi governi ed in particolare i ministri delle finanze Turgot e Necker che avevano approntato riforme necessarie a contenere gli sprechi legati ai privilegi delle corte e dell'aristocrazia.
Malgrado sia lui a dare ordine di riaprire il Parlamento chiuso dal nonno nel 1771, la sua debolezza nella dialettica instaurata con i deputati mette l'istituzione monarchica in cattiva luce. La monarchia, che in seguito gli storici hanno in parte rivalutato, soprattutto nelle intenzioni mal realizzate del re, riaccende speranze quando Luigi decide di richiamare al governo il ministro Necker, nell'agosto del 1788 convocando anche gli Stati Generali, nella totale crisi economica e finanziaria dello Stato e con il compito di portare a termine la riforma monetaria. Ma la sua cronica indecisione gli fa fare degli errori, soprattutto nei confronti del Terzo stato che proclama il voto individuale. Questo errore è una delle cause della Rivoluzione.
L'11 luglio del 1789 Necker viene licenziato e questo provoca la presa della Bastiglia. Nelle settimane successive il re rifiuta di controfirmare la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e di dare avvio alla riforma del regime aristocratico con l'abolizione dei feudi. Questo fa aumentare il malcontento popolare che si sviluppa i primi di ottobre del 1789. A questo punto la monarchia rischia di scivolare verso la controrivoluzione, cosa che il re a differenza dei suoi fratelli, il Conte di Provenza e il Conte d'Artois, non vuole che accada. Tuttavia i tentativi dei liberali di far approvare riforme più libertarie non trovano appoggio nella corte e nello stesso monarca.
Il re incapace di prendere una posizione coraggiosa decide per la fuga, il 25 giugno del 1791, facendo sprofondare la monarchia nel ridicolo e nel dileggio. Costretto al giuramento alla Costituzione del 13 settembre 1791, riprende le sue funzioni che nel frattempo erano state sospese. Di fatto il re è agli arresti domiciliari.
Il suo ruolo è in bilico e decide di appoggiare la guerra contro l'Austria nella speranza che l'esercito rivoluzionario perda e avvenga una restaurazione della monarchia. Nel frattempo l'Assemblea legislativa approva una serie di misure eccezionali che il re non controfirma con la conseguenza di far precipitare gli eventi. Il 13 agosto del 1792 il re viene arrestato con l'accusa di cospirare con gli austriaci e il 21 settembre l'Assemblea nazionale dichiara la Francia una Repubblica.
Dopo due mesi, il 13 novembre, si apre il processo al monarca che si difende con maggior forza di quella che mette durante il suo regno, tuttavia viene condannato a morte con 387 voti a favore e 334 per la detenzione. Il 21 gennaio 1793 Re Luigi XVI di Francia viene ghigliottinato in piazza della Rivoluzione a Parigi.
 La moglie, Maria Antonietta, lo seguì sulla ghigliottina il 16 ottobre 1793. Per l'esecuzione fu seguito il medesimo cerimoniale utilizzato per il marito.
I resti dei sovrani, come quelli di altri decapitati, furono cosparsi di calce viva e tumulati in una fossa comune del vecchio Cimitero della Madeleine. Il fratello, Luigi XVIII, una volta diventato re, nel gennaio 1815 fece riesumare i resti di Luigi XVI seppellendoli poi nella Basilica di Saint-Denis, assieme a quelli della moglie Maria Antonietta. Il 21 gennaio 1815, giorno in cui cadeva il ventiduesimo anniversario dalla morte del re, avvenne una solenne processione sino all'abbazia di Saint-Denis, dove Luigi XVI e Maria Antonietta furono inumati, e dove venne eretto un sepolcro; su parte del cimitero della Madeleine Luigi XVIII fece costruire una cappella espiatoria, accanto alla Chiesa della Madeleine. In Francia si sviluppò in seguito un certo culto del "re martire" e della "regina martire".
A differenza di quanto avvenuto con i Romanov, riabilitati ufficialmente dalla Corte suprema russa e canonizzati dalla Chiesa ortodossa, Maria Antonietta e Luigi XVI non sono, però, mai stati simbolicamente "assolti" dall'accusa di tradimento da parte dei tribunali francesi moderni, sebbene le condanne furono implicitamente cancellate già con la restaurazione di Luigi XVIII, che punì con l'esilio (legge contro i regicidi del 1816) i membri della Convenzione ancora vivi tra quelli che votarono la decapitazione dei sovrani (tra essi Jacques-Louis David e Emmanuel Joseph Sieyès).

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