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mercoledì 16 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1982 inizia una operazione della durata di 3 giorni, che verrà ricordata come il massacro di Sabra e Chatila.
Il 6 giugno dello stesso anno l'esercito israeliano invade il Libano con la cosiddetta “Operazione pace in Galilea”, dando inizio alla quinta guerra arabo-israeliana. Il Libano si trova da anni nel caos. Israele sostiene con armi e addestramenti l'Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa'd Haddad in funzione anti palestinese. In Libano si trovano infatti la formazione armata palestinese Settembre nero (1970), e la leadership dell'Olp. Nel Sud la Siria ha inoltre installato dei missili terra aria di fabbricazione sovietica. In poche settimane l'esercito israeliano occupa tutto il Libano meridionale. Il 13 giugno successivo, Beirut è pesantemente bombardata.
L'Onu invia una forza multinazionale per assicurare la fuga dell'Olp da Beirut. In agosto i miliziani dell'Olp vengono scortati fino in Tunisia, dove insediano il loro nuovo quartier generale. L’1 settembre l’evacuazione è di fatto terminata e le forze israeliane cominciano a cingere d’assedio i campi profughi palestinesi. Il 14 settembre il presidente del Libano Bashir Gemayel (eletto il 23 agosto) viene assassinato in un attentato organizzato dai servi segreti siriani. La situazione precipita. Il 16 settembre, poco prima del tramonto, le truppe israeliane dislocate attorno ai campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatilla lasciano entrare nei campi le unità falangiste. Non solo: nella notte sparano anche bengala per illuminare i campi e facilitare il lavoro dei carnefici.
Le milizie cristiane rimangono nei campi per due giorni, massacrando uomini, donne e bambini. Molti uomini vengono uccisi sul posto, altri vengono torturati. A molti viene incisa sul petto una croce. Il numero esatto delle vittime è sconosciuto. Il procuratore capo dell'esercito libanese parlò di 460 morti, i servizi segreti israeliani di circa 700-800 morti. David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982: “Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi”. Il 16 dicembre 1982 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro definendolo un “atto di genocidio”.
Nel 1983 una Commissione di giustizia israeliane presieduta dal magistrato Itzhak Kahan stabilisce che i diretti responsabili dei massacri sono Elie Hobeika e Fadi Frem. L’allora ministro israeliano della Difesa Ariel Sharon è ritenuto responsabile per non aver né prevenuto né fermato il massacro, pur essendo a conoscenza della situazione. Sono inoltre ritenuti responsabili anche il generale Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore, e il generale Amos Yaron, comandante delle forze israeliane a Beirut. È Il comandante falangista alla guida delle milizie che entrano a Sabra e Chatila. Dopo la fine della guerra civile nel 1990, è più volte deputato e ministro del governo libanese. Nel giugno 2001 la Corte di Cassazione belga apre il processo su Sabra e Chatila in base alla legge del 1993 che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l'umanità. Il 24 gennaio 2002 un’autobomba uccide Hobeika a Beirut. Il giorno prima aveva detto a due senatori belgi di essere pronto a fare nuove rivelazioni sui rapporti che aveva con i generali israeliani nei giorni del massacro. In seguito a pressioni politiche da parte di Israele e Usa, la Corte di Cassazione del Belgio archivia le posizioni di Sharon.
Le inchieste su Sabra e Chatila terminano qui.


martedì 15 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre del 2001, nella pista Eurospeeday del Lausitzring nello stato di Brandeburgo in Germania, il pilota bolognese Alex Zanardi rimaneva vittima di un gravissimo incidente, a pochi mesi di distanza, e nella stessa pista, dove un altro pilota italiano (Michele Alboreto) aveva perso la vita.
Alessando Zanardi cominciò a correre nei Kart a 14 anni, distinguendosi poi nelle formule minori come un pilota veloce e incisivo. Nel 1991 Eddie Jordan lo chiamò in Formula 1 per sostituire Michael Schumacher, passato alla Benetton di Briatore. Successivamente passò alla Lotus, ma nel 94 la scuderia chiuse lasciandolo a piedi. La vera consacrazione avvenne nella formula americana, dove per due anni consecutivi, 97 e 98, vinse il campionato CART. Nel 99 tornò in Formula 1 per la Williams, con la quale non riuscì a conquistare nemmeno un punto, e non gli fu rinnovato il contratto per il 2000. Nel 2001 il ritorno alla CART, fino a quel 15 settembre. A 13 giri dalla fine, mentre era al comando, Zanardi si fermò ai box per un rabbocco di benzina. Nel rientro in pista, forse a causa di una macchia di olio sull'asfalto, perse il controllo della vettura che in testacoda si mise di traverso sulla pista proprio mentre arrivava ad altissima velocità Alex Tagliani, italo-canadese. L'inaudita violenza dell'impatto spezzò la vettura in due, proprio all'altezza delle gambe di Zanardi.
Le gambe furono amputate sopra il ginocchio, il sinistro, e subito sotto, il destro. Zanardi rimase in coma e in pericolo di vita per due settimane, nelle quali fu amputato anche il ginocchio destro, ma poi si riprese.
Grazie alla forza di volontà, a una grandissima voglia di rieducazione, e alle protesi costruite appositamente per lui dal centro protesi di Budrio, famoso in tutto il mondo, Zanardi non solo tornò a camminare, ma anche a correre in automobile, vincendo alcune gare nel 2005 e 2006.
Zanardi ha scritto, in collaborazione col giornalista Gianluca Gasparini, un'autobiografia dal titolo "Però, Zanardi da Castelmaggiore", della quale una casa di produzione americana ha comprato i diritti per lo sfruttamento cinematografico.
Nel 2012 ha partecipato alle Paraolimpiadi di Londra nella disciplina del paraciclismo, vincendo due ori e un argento.
L'anno dopo si conferma ai massimi livelli mondiali vincendo la coppa del Mondo, e 3 medaglie d'oro ai campionati mondiali.
Oggi Zanardi, un esempio per coloro che sono rimasti vittime di gravi incidenti, l'esempio che si può non solo tornare a vivere, ma anche ad essere protagonisti dei propri giorni con allegria e tanta autoironia, lotta nuovamente tra la vita e la morte a seguito di un altro incidente avvenuto il 19 giugno 2020 durante una staffetta di beneficenza su handbike, della quale ha perso il controllo scontrandosi con un mezzo articolato che proveniva in senso opposto.


lunedì 14 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 settembre.
Il 14 settembre 1923 nasce a Cinisi Gaetano Badalamenti, detto "don Tano", uno dei più potenti capimafia della storia del 900.
Badalamenti gettò le basi del suo impero mafioso fornendo il materiale roccioso per la costruzione dell'Aeroporto di Punta Raisi di Palermo, caduto nella sfera di influenza della famiglia di Cinisi. La costruzione dell'aeroporto avvenne nelle vicinanze del territorio di Badalamenti, su indicazione dello stesso Don Tano, al fine di permettere un miglior controllo nell'esportazione della droga in America.
Nel 1963 assunse la leadership della Mafia di Cinisi dopo l'assassinio del boss Cesare Manzella durante la prima guerra di mafia.
Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe Impastato, dichiarò:
"Sembrava che Badalamenti fosse ben voluto dai carabinieri, in presenza dei quali era calmo, sicuro, e con i quali parlava volentieri. Sembrava quasi facesse loro un favore non facendo accadere nulla, rendendo sicura e calma la cittadina di Cinisi." [...] "Spesso si potevano vedere camminare insieme a Badalamenti e ai suoi guardiaspalle. Non si può avere fiducia nella istituzioni quando si vedono braccio a braccio con i mafiosi."
La repressione da parte delle forze dell'ordine scaturita in seguito alla strage di Ciaculli distrusse il commercio di eroina della mafia siciliana con gli Stati Uniti, dato che molti mafiosi furono arrestati e incarcerati, ed azzerò la cupola mafiosa, facendone sciogliere di fatto la commissione.
Il controllo del business degli stupefacenti cadde nelle mani di pochi latitanti: i cugini Greco (Salvatore "Ciaschiteddu" Greco e Michele Greco che insieme a Marco Pellegrino erano conosciuti come "gli ingegneri"), "Totò il lungo", Pietro Davì, e Gaetano Badalamenti.
Nel 1970, la Cupola mafiosa venne ricreata. Composta da 10 membri fu inizialmente governata dal triumvirato costituito da Gaetano Badalamenti, Stefano Bontade e i boss Corleonesi: tra questi ultimi inizialmente Luciano Liggio, poi Salvatore Riina.
Gaetano Badalamenti diventò uno dei maggiori trafficanti di eroina di Cosa Nostra. Dal 1975 al 1984 fu uno dei protagonisti di una operazione di narcotraffico del valore di 1,65 miliardi di dollari conosciuta come Pizza connection, così chiamata perchè importava eroina dal Medio Oriente e utilizzava come centro di spaccio il retro di molte pizzerie degli Stati Uniti medio-occidentali.
La Cupola mafiosa aveva la funzione di assumere decisioni importanti, sciogliere eventuali dispute e mantenere l'equilibrio tra le famiglie mafiose, ma Luciano Liggio e il suo luogotenente e successore Salvatore Riina, meditavano di decimare i clan di Palermo. Alla fine del 1978 Gaetano Badalamenti fu espulso dalla Cupola mafiosa su ordine di Riina e fu rimpiazzato da Michele Greco. Quella fu la fine di un periodo di relativa pace e un grande cambiamento dall'interno della mafia. Tano Badalamenti fu rimpiazzato anche come capo della famiglia mafiosa di Cinisi da suo cugino Antonio Badalamenti. Si spostò in Brasile soggiornando a San Paolo.
Quando l'FBI iniziò a completare le indagini sul traffico di droga nel 1984, Badalamenti scappò in Spagna, ma fu lo stesso raggiunto ed arrestato a Madrid assieme al figlio Vito.
Nel novembre del 1984, Badalamenti viene estradato negli Usa su precisa richiesta dell'Fbi.
Nel 1985 Gaetano Badalamenti e altri implicati nel caso furono accusati di traffico illegale di narcotici, associazione a delinquere di stampo mafioso e riciclaggio di denaro illecito. Nell'impianto accusatorio trovarono spazio anche le responsabilità di molti omicidi di Mafia avvenuti negli USA ed in Sicilia negli anni precedenti.
Il processo a Badalamenti e ai suoi alleati durò 17 mesi durante i quali lui e Catalano testimoniarono uno contro l'altro. Il 22 giugno 1987 Badalamenti fu condannato assieme a Catalano per riciclaggio di denaro illecito, ad una pena detentiva di 45 anni (riducibili a 30) e ad una ammenda di 125.000 dollari.
La corte di Cassazione Italiana nell'ottobre 2004 ha decretato che l'ex presidente del consiglio Giulio Andreotti ebbe contatti "amichevoli e talvolta anche diretti" con uomini importanti del clan di Cosa Nostra, Gaetano Badalamenti e Stefano Bontade, favoriti da Salvo Lima attraverso i cugini Salvo.
Secondo una ipotesi di alcuni magistrati e investigatori, Andreotti potrebbe aver commissionato l'uccisione del giornalista Mino Pecorelli, direttore del giornale Osservatorio Politico (OP). Pecorelli, che sembra utilizzasse il giornale per ricattare personalità importanti, accettò di fermare la pubblicazione del giornale, ma l'uccisione avvenne ugualmente il 20 marzo 1979. Sempre secondo l'ipotesi accusatoria, Andreotti aveva paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto infangare la sua onorabilità. Queste informazioni avrebbero riguardato finanziamenti illegali al partito della Democrazia Cristiana e segreti riguardo al rapimento e l'uccisione dell'ex presidente del consiglio Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse. Il pentito mafioso Tommaso Buscetta dichiarò che stando a quanto gli aveva raccontato Gaetano Badalamenti, a commissionare l'omicidio Pecorelli fossero stati i cugini Salvo probabilmente per conto di Giulio Andreotti.
Nel 1999 la corte di Perugia dopo attenta valutazione delle carte processuali ha prosciolto Giulio Andreotti, il suo stretto collaboratore Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori del gruppo di estrema destra NAR - Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera.
Il 17 novembre 2002 la Corte d'appello ribaltò le condanne di Badalamenti ed Andreotti. Furono entrambi condannati a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli.
Infine nel 2003, Giulio Andreotti è stato definitivamente assolto dall'accusa di associazione mafiosa e successivamente fu assolto assieme a Badalamenti anche dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio del giornalista.
Nel 2002 la corte italiana ha condannato Gaetano Badalamenti all'ergastolo come mandante dell'omicidio di Giuseppe Impastato avvenuto il 9 maggio 1978.
Gaetano Badalamenti, affetto da un tumore che aveva provocato gravi conseguenze renali e una epatite, morì per arresto cardiaco il 29 aprile 2004 all'età di 81 anni nel Centro medico federale di Devens nel Massachusetts.
Tre anni dopo la morte, si è chiuso il procedimento iniziato nel 1982 per la confisca dei beni del Boss, passati totalmente allo stato.
Il figlio di Gaetano Badalamenti, Leonardo è stato arrestato insieme a 16 persone il 22 maggio 2009 a San Paolo del Brasile nel corso dell'Operazione centopassi dei carabinieri del ROS per associazione mafiosa, corruzione e truffa. Sono stati sequestrati beni per un valore di 5 milioni di euro. Nelle loro attività criminali, sono arrivati a gestire titoli di credito ed hanno tentato truffe ai danni di alcune banche quali Lehman Brothers, della Banca di Hong Kong e Shanghai Bank. Nel giugno del 2009, Leonardo Badalamenti è stato scarcerato dal Tribunale del Riesame di Palermo. La Cassazione ha però annullato la scarcerazione nel febbraio del 2010, ordinando il nuovo arresto del figlio del boss, datosi però alla fuga e resosi latitante da tale data.
Il 5 agosto 2020, nonostante si credesse fosse latitante in Brasile, Leonardo Badalamenti è stato arrestato nei pressi di Palermo.


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