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venerdì 7 ottobre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 ottobre.
Il 7 ottobre 2006 viene assassinata nell'ascensore di casa propria Anna Stepanovna Politkovskaja, la giornalista russa che ha raccontato la Cecenia così come la vedeva e la viveva.
Critica all`ennesima potenza verso il Cremlino di Putin e il presidente ceceno. Le pagine di `Cecenia: il disonore russo` sono pagine di giornalismo vero, puro, non schierato, tranne che a favore dei diritti umani. Anna ci ha raccontato due guerre cecene da un angolo di visuale puramente popolare. I personaggi dei suoi episodi di guerra sono uomini piccoli, ma grandi eroi, donne cecene sfruttate e violentate, bambini e territori violentati da anfibi e coltelli e feci di un popolo che combatteva e col quale Anna Politkovskaja si mischia, gli da voce, attraverso articoli taglienti come lame sulla `Novaya Gazeta` che hanno portato persone in galera e fatto traballare poltrone molto pesanti. In una delle sue ultime dichiarazioni affermava queste parole: `Sono una reietta. Questo è il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all`estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa, né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d`incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un`indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all`aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. E' una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci`.
Ci sono persone che rischiano la vita tutti i giorni, ed altre invece che hanno la consapevolezza di aver oltrepassato in modo considerevole quel limite, e che ogni giorno vissuto sembra strappato alla morte, ben oltre il rischio, è una non-vita, il prezzo che si paga per amor della verità  e della libertà  di stampa. Il nome di Anna dovrebbe restare vivo nella mente di molte persone. L`omicidio di Anna, per mano di un killer a contratto, ha tutta l`aria di un omicidio politico con l`intenzione di impedire a quella donna di raccontare, informare, poter formare una coscienza nazionale e consapevole dei comportamenti dell`esercito e del governo russo. Assomiglia tanto all`incarcerazione di Antonio Gramsci negli anni venti seguita dalle parole di Mussolini `bisogna impedire a quel cervello di funzionare per vent`anni`, in Russia qualcuno ha fatto peggio.
Le indagini sull'assassinio furono lacunose. Si conclusero dopo pochi mesi senza l'individuazione dei mandanti. Vennero incriminati due criminali comuni ceceni insieme a un funzionario dell'FSB. Il processo di primo grado si concluse il 19 febbraio 2009 con l'assoluzione dei tre imputati: dopo 12 ore di camera di consiglio, i 12 giurati di un tribunale moscovita hanno emesso sentenza di assoluzione, per insufficienza di prove, nei confronti degli imputati del delitto.
Il 25 giugno 2009 però la Corte Suprema russa ha annullato la sentenza, accogliendo il ricorso presentato dalla procura. In particolare, la Corte suprema federale ha annullato la sentenza di assoluzione per Sergej Chadžikurbanov, ex dirigente della polizia moscovita, accusato di essere l'organizzatore logistico del delitto, nonché per i due fratelli Džabrail e Ibragim Machmudov definiti come i presunti "pedinatori" della vittima e per il tenente-colonnello Pavel Rjaguzov, uomo dei servizi russi (FSB) al quale erano contestati reati minori, insieme allo stesso Chadžikurbanov, per avere fornito l'indirizzo della Politkovskaja al gruppo ceceno.
La stampa riportò anche il nome di un terzo fratello (Rustan Makhmudov) qualificandolo come ricercato all'estero per essere il presunto killer. Il vicedirettore della Novaja Gazeta, Sergej Sokolov, ha parlato anche di nuovi sospettati.
Su ricorso della madre, della sorella e dei figli della giornalista, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha depositato il 17 luglio 2018 una sentenza di condanna di Mosca, per non aver condotto un’inchiesta efficace per determinare chi abbia commissionato l’omicidio.

venerdì 3 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 settembre.
Il 3 settembre 2004 si concluse nel peggiore dei modi il sequestro di Beslan iniziato il primo settembre nella scuola Numero 1 di Beslan, nell'Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso nella federazione russa, dove un gruppo di 32 ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò l'edificio scolastico sequestrando circa 1200 persone fra adulti e bambini.
Tre giorni di tragedia conclusi con un massacro: 332 persone uccise fra cui 186 bambini. E un'eredità pesante: tra gli 800 scampati ci sono tanti orfani, tanti mutilati, ragazzini segnati per sempre dal fuoco e dalla crudeltà.
Era il giorno di riapertura delle scuole in Russia, quella mattina riuniti nel cortile c'erano famiglie, bambini, insegnanti, 1.200 persone in tutto. Che di lì a poco sarebbero state assalite da un commando di 32 uomini armati. Estremisti islamici, separatisti ceceni, si disse. Di certo belve feroci che per due giorni tennero in ostaggio adulti e bambini nella palestra, una stanza di 25 metri per 10.  Senza acqua nè cibo, vittime di violenze di ogni genere e ogni tanto di arbitrarie uccisioni. Che cosa volessero ottenere i sequestratori non si è mai capito, dato che l'indipendenza della Cecenia pare un obiettivo un tantino ambizioso e poco realistico, anche per il sequestro di un'intera scuola. Com'è finita la vicenda è storia: un'esplosione, anzi due, l'intervento delle forze di sicurezza russe, una strage senza nè capo nè coda.
La scuola non è stata ricostruita: le rovine sono il monumento ai morti e la meta ogni anno di un pellegrinaggio di parenti e paesani che portano in ricordo fiori, giocattoli, candele. Ma anche bottiglie d'acqua e cibo. Per le anime, che forse soffrono ancora per le privazioni di quei giorni, chissà. I racconti dei sopravvissuti descrivono l'inferno. Chi era scampato alle privazioni e alle esecuzioni arbitrarie morì nel rogo finale. Chi ne uscì vivo spesso ne porta segni indelebili.
La ricostruzione dell'accaduto dice  che il 3 settembre i terroristi permisero infine a quattro medici di entrare nella scuola, almeno per portare via i cadaveri. Ma quando i dottori si avvicinarono, aprirono il fuoco. Seguirono due esplosioni che demolirono un muro e permisero ai più intraprendenti tra gli ostaggi di uscire. Solo per trovarsi in mezzo al fuoco incrociato delle forze speciali e dei sequestratori.
Ma restano degli interrogativi sull'accaduto. Tanti, troppi secondo i parenti delle vittime che da allora chiedono, inutilmente, delle risposte. L’associazione «Voce di Beslan» ha inviato una lettera all'allora presidente russo Dmitry Medvedev insistendo per un incontro, tornando a chiedere un’indagine indipendente sulla vicenda, nella quale potrebbero essere coinvolti anche i servizi segreti.
Quella cioè che non è mai stata concessa da Mosca. Finora c'è stata solo un’indagine parlamentare, che ha messo in luce le responsabilità dei militari russi, che durante l’irruzione nella scuola ignorarono ogni criterio di sicurezza degli ostaggi. Un rapporto finito nel silenzio, lo stesso del presidente Medvedev, che ha evitato qualsiasi riferimento a Beslan nel discorso per l’apertura dell’anno accademico.
«Nessuno di noi è un eroe da solo» ha scritto il poeta Evgenij Evtushenko. «Ma dinanzi alla nuda verità siamo nudi tutti. Io sto insieme ai bambini bruciati. Sono anch’io uno di loro, uno della scuola di Beslan».

venerdì 23 ottobre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 ottobre.
La sera del 23 ottobre 2002 un gruppo di 42 terroristi ceceni, molti dei quali donne, irruppero nel teatro Dubrovka di Mosca prendendo in ostaggio i circa 850 spettatori e lavoratori presenti, avanzando la richiesta che le truppe russe abbandonassero immediatamente il territorio ceceno, in cui era in corso una guerra per l'indipendenza.
I terroristi erano armati di pistole e fucili, inoltre molti di loro indossavano cinture e corpetti imbottiti di esplosivo.
Le trattative andarono avanti per alcuni giorni, durante i quali furono liberati molti ostaggi, principalmente bambini, persone malate e buona parte dei cittadini non russi presenti a teatro.
La mattina del 26 ottobre le forze speciali russe decisero di intervenire. Attraverso i condotti di areazione immisero nel teatro massicce dose di Fentanyl, un potente anestetico, e irruppero nel teatro. I combattimenti che ne seguirono portarono alla morte dei terroristi e di almeno 130 ostaggi.
I corpi dei morti e di coloro che avevano perso i sensi a causa del Fentanyl vennero ammassati indistintamente nel piazzale del teatro alla pioggia e alla neve, e solo in un secondo momento furono trasportati negli obitori e negli ospedali, poichè non veniva consentito alle ambulanze di entrare nella zona recintata.
Il presidente russo Vladimir Putin, durante un'apparizione televisiva del 26 ottobre, difese il blitz affermando che "il governo aveva fatto l'impossibile, salvando centinaia, centinaia di persone". Chiese perdono per non essere riusciti a salvare più ostaggi e dichiarò il lunedì successivo giorno di lutto nazionale per commemorare le persone morte.
L'uso massiccio del Fentanyl provocò poi negli anni successivi la morte di diversi ostaggi o l'insorgere di gravi malattie, anche se ciò non è dimostrabile.
L'inchiesta russa che seguì all'evento fu archiviata nel 2007 senza alcun colpevole; la corte europea per i diritti dell'uomo ha preso in considerazione la vicenda nel 2007, rimarcando che l'uso della forza era lecito in ragione del rischio immediato, rimproverando tuttavia l'insufficiente predisposizione di ambulanze e antidoti, necessari per l'immediato soccorso delle vittime.

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