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mercoledì 19 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1938 l'Italia vince il suo secondo mondiale di calcio.
Campione del mondo, campione del mondo. L’urlo strozzato in gola è del radiocronista Niccolò Carosio che annuncia appunto via radio in onde medie a tutta l’Italia la conquista della seconda Coppa del mondo. Dopo il trionfo di quattro anni prima in casa, la nazionale di Vittorio Pozzo si aggiudica la Coppa Rimet anche nel 1938 in Francia.
È una formazione di fuoriclasse come Silvio Piola, Giuseppe Meazza e Gino Colaussi modellata alla perfezione dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, fine stratega ma anche abile psicologico. Uno studioso del calcio ma anche dello spogliatoio.
Quella del 1938 è l’ultima edizione della Coppa del mondo prima dell’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale. Ed è una rassegna in tono minore, un po’ per i venti di guerra che già soffiano e anche per la defezione di squadre importanti. Argentina e Uruguay infatti non prendono parte alla manifestazione a causa dalla mancata concessione dell’organizzazione a un paese sudamericano, la Spagna si lecca ancora le ferite della guerra civile e la grande Austria deve piegarsi all’annessione da parte della Germania nazista.
Sono 16 le squadre in tabellone con l’esordio di Cuba, Norvegia, Polonia e Indie Orientali, la prima formazione asiatica in lizza a un mondiale. È un’Italia forte, reduce dal successo di quattro anni prima e dall’alloro olimpico del 1936 a Berlino. Ed è anche una squadra mal sopportata a causa di quel saluto romano-fascista che nella Francia liberale viene tollerato a fatica.
Sul campo però gli azzurri, che sfoggiano una divisa celeste con lo stemma di Casa Savoia, impartiscono lezioni a tutti e per assurdo la partita più problematica si rivela quella d’esordio con la Norvegia, battuta 2-1 solo ai supplementari con reti di Pietro Ferraris e Piola.
Nei quarti ci pensano Piola (doppietta) e Colaussi a battere i padroni di casa della Francia davanti a 60mila persone. La semifinale di Marsiglia con il Brasile è la vera finale: la Selecao annovera tra le sue fila il bomber Leonidas che però viene ingabbiato dalla retroguardia azzurra e là davanti ci pensano Colaussi e Meazza a sancire il successo. I brasiliani erano così convinti di accedere alla finale che avevano già comprato i biglietti aerei per la capitale ma si rifiutano per la rabbia di cederli agli azzurri che così raggiungono Parigi in treno.
La finalissima allo stadio de Colombes (quello del film Fuga per la vittoria), davanti a 60mila spettatori è contro quell’Ungheria che è la madre di quella che sarà poi la grande Ungheria di Ferenc Puskas degli anni cinquanta.
E in effetti sul campo non c’è storia e il calcio danubiano si rivela troppo acerbo per impensierire il vaccinato undici azzurro che finisce per imporsi 4-2 con le doppiette dei soliti due: Colaussi e Piola.
Il rientro in patria con la Coppa Rimet è il miglior spot per il regime fascista che vuole conquistare il mondo anche politicamente: ma quello però resterà a lungo l’ultimo trionfo azzurro. Per il tris bisognerà attendere addirittura il 1982.

martedì 18 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1940 Winston Churchill pronuncia il famoso "discorso dell'ora migliore".
L’oratoria commovente di Churchill è forse la sua più grande eredità. I suoi discorsi di guerra hanno dato al leone britannico il suo ruggito durante i giorni più bui della seconda guerra mondiale. Ci sono ancora competizioni che li onorano, tra cui la Sir Winston Churchill Public Speaking Competition che si tiene ogni anno a Blenheim Palace. Molti storici e biografi continuano a cimentarsi con l’approccio di Churchill al parlare e all’uso del linguaggio. Pare perfino che, all’età di 23 anni, Churchill abbia scritto un saggio “The Scaffolding of Rhetoric”, che fa luce sulla sua visione della stesura del discorso, ma che purtroppo non venne mai pubblicato.
Churchill credeva, senza sorprese, nel potere romantico dei discorsi. Sosteneva che un discorso dovrebbe essere portato al culmine attraverso una “rapida successione di onde sonore e immagini vivide”. Questa tecnica è ovvia in molti dei suoi discorsi di guerra. Churchill riteneva che un forte oratorio potesse essere sviluppato. Probabilmente questo era dovuto al fatto che Churchill non si considerava un oratore naturale, ma piuttosto uno che lavorava sodo per affinare la sua arte. Così fece, e fece pure bene. I suoi discorsi così potenti hanno avuto un forte impatto sugli affari mondiali quando sono stati pronunciati.
Quello dell’”Ora migliore”, uno dei più potenti e toccanti di Churchill, è il primo discorso da lui tenuto come primo ministro nella House of Commons del Parlamento di Londra il 18 giugno del 1940. La Francia aveva appena capitolato e Churchill doveva spiegare la terribile situazione, pur rimanendo positivo e disposto a confrontarsi con i nazisti:
«Combatteremo in Francia, combatteremo sui mari e gli oceani; combatteremo con crescente fiducia e crescente forza nell’aria. Difenderemo la nostra isola qualunque possa esserne il costo. Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco,
nei campi nelle strade e nelle montagne.
Non ci arrenderemo mai, e persino se – ciò che io non credo neanche per un momento – questa isola od una larga parte di essa fossero asservite ed affamate, in quel caso il nostro Impero, oltre i mari, armato e vigilato dalla Flotta britannica, condurrà avanti la lotta sinché, quando Dio voglia, il Nuovo Mondo, con tutte le sue risorse e la sua potenza, non venga avanti alla liberazione ed al salvataggio del Vecchio Mondo».

lunedì 17 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1953 scoppiano moti operai nella Germania dell’Est.
Avvennero tra il giugno e luglio del 1953 quando uno sciopero dei manovali edili si trasformò in una rivolta contro il governo della DDR. I tumulti a Berlino, il 17 giugno, vennero repressi con la forza dal Gruppo di forze sovietiche in Germania.
Nel maggio 1953 il Politburo del Partito di Unità Socialista di Germania (SED) innalzò le quote di lavoro dell’industria tedesca orientale del 10 percento. Il 16 giugno, una sessantina di operai edili di Berlino Est iniziarono a scioperare quando i loro superiori annunciarono un taglio di stipendio in caso di mancato raggiungimento delle quote. La loro dimostrazione il giorno seguente fu la scintilla che causò lo scoppio delle proteste in tutta la Germania Est. Lo sciopero portò al blocco del lavoro e a proteste in praticamente tutti i centri industriali e le grandi città del Paese.
Le domande iniziali dei dimostranti, come il ripristino delle precedenti (e inferiori) quote di lavoro, si tramutarono in richieste politiche. I lavoratori chiesero le dimissioni del governo della Germania Est. Il governo, per contro, si rivolse all’Unione Sovietica, che schiacciò la rivolta con la forza militare. Ci furono complessivamente quasi 5000 arresti. Ancora oggi non è chiaro quante persone morirono durante le sollevazioni e per le condanne a morte che seguirono. Il numero ufficiale delle vittime è 51. Dopo l’analisi dei documenti resi accessibili a partire dal 1990, il numero di vittime sembrerebbe essere di almeno 125.
Malgrado l’intervento delle truppe sovietiche, l’ondata di scioperi e proteste non venne riportata facilmente sotto controllo. In più di 500 città e villaggi ci furono dimostrazioni anche dopo il 17 giugno, e il momento più alto delle proteste si ebbe a metà luglio.
In memoria dei moti nella Germania Est, la Germania Ovest dichiarò il 17 giugno come festa nazionale (fino al 1990, quando venne sostituito dal 3 ottobre, data della formale riunificazione), e la Charlottenburger Chaussee che attraversava Berlino Ovest venne ribattezzata Straße des 17. Juni.

domenica 16 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1313 nasce Giovanni Boccaccio.
Giovanni Boccaccio nasce nel 1313 a Certaldo, ma la sua località di nascita non è certa: secondo alcune fonti nasce a Firenze, secondo altre (meno attendibili) addirittura a Parigi. Il padre, Boccaccino da Chelino, è un ricco e potente mercante appartenente alla cerchia dei Bardi di Firenze, la madre invece è una donna di bassa estrazione sociale. Giovanni nasce fuori dal matrimonio. Sei anni dopo la sua nascita il padre si sposa ufficialmente con Margherita da Mardoli.
Sin da piccolo mostra una forte inclinazione per gli studi letterari che coltiva da autodidatta. Si concentra molto soprattutto sulla letteratura latina, imparando a padroneggiare perfettamente la lingua. Comincia anche a coltivare la sua venerazione per Dante Alighieri, al cui studio viene iniziato da Giovanni Mazzuoli da Strada.
Il padre non è però contento delle sue inclinazioni letterarie, e lo invia a Napoli perché impari il mestiere di mercante presso la Banca Bardi. Lo scarso successo di Giovanni nell'apprendimento di questo mestiere, induce il padre a tentare con il diritto canonico. Giovanni ha diciotto anni e, per quanto decida di seguire le indicazioni paterne, non riesce neanche in questo secondo tentativo. L'unica nota positiva del soggiorno napoletano è la frequentazione della corte, alla quale accede grazie alle credenziali paterne. Boccaccino infatti è consigliere e ciambellano del re Roberto. I cortigiani che osserva e tra i quali vive finiscono per diventare ai suoi occhi le incarnazioni degli ideali cortesi.
Il padre non riesce, dunque, a fargli dimenticare la passione letteraria. Anzi, nel periodo napoletano scrive: il "Filostrato" (1336-1338), poemetto composto in ottave con protagonista il giovane Troilo perdutamente innamorato di Criselda; il romanzo in prosa il "Filocolo" (1336-39) e il poemetto epico "Teseida delle nozze d'Emilia" (1339-1340).
Nel 1340 torna improvvisamente a Firenze richiamato dal padre a seguito del dissesto finanziario di alcune banche di cui è investitore. Il padre muore durante la peste del 1348, e Giovanni è libero per la prima volta di dedicarsi ai suoi studi con l'ausilio di una serie di maestri come Paolo da Perugia e Andalò del Negro.
Il cambiamento da Napoli a Firenze si rivela però difficile, e, come scrive nella "Elegia di Madonna Fiammetta", egli non ritrova l'ambiente lieto e pacifico di Napoli in una Firenze che definisce triste e noiosa. Diventa così fondamentale la figura di Fiammetta che dominerà i suoi scritti per lungo tempo, incarnazione poetica di una favolistica figlia del re Roberto d'Angiò.
La peste nera del 1348 è lo spunto principale del suo "Il Decameron" (1348-1351). I protagonisti sono un gruppo di dieci giovani che durante la peste si rifugiano presso la chiesa di Santa Maria Novella, dove, per fare in modo che il tempo trascorra più lietamente, si raccontano dieci novelle al giorno.
Fino al 1559 il testo viene proibito, ma con l'introduzione della stampa comincia ad essere uno dei testi più popolari e diffusi. Nel periodo 1347-1348 è ospite a Forlì di Francesco Ordelaffi il Grande. Presso la corte di Ordelaffi viene in contatto con due poeti, Nereo Morandi e Francesco Miletto de Rossi, con i quali rimarrà a lungo in contatto.
Svolge in questo periodo molti incarichi pubblici e di rappresentanza per la sua città. Il compito che lo emoziona di più è la consegna di dieci fiorini d'oro alla figlia di Dante Alighieri, diventata nel frattempo Suor Beatrice. Tra il 1354 e il 1365 si reca come ambasciatore anche ad Avignone presso i pontefici Innocenzo VI e Urbano V. Riesce nel frattempo a colmare persino una lacuna che si porta dietro sin dalla gioventù: impara finalmente il greco.
Nel 1359 conosce il monaco calabrese Leonzio Pilato che vive presso la sua abitazione dal 1360 al 1362 con il compito di tradurre l'Iliade e l'Odissea; la traduzione gli viene commissionata da Francesco Petrarca. Boccaccio conosce personalmente il Petrarca grazie ad un incontro fortuito in campagna mentre questi è in viaggio diretto a Roma per il Giubileo del 1350. Per impedire che il monaco vada via dopo la fine del suo lavoro, Boccaccio lo stipendia e lo tiene in casa nonostante il loro rapporto sia spesso burrascoso.
In questo periodo vive nella nativa Certaldo, dove scrive opere in latino come la "Genealogia Deorum Gentilium" e l'opera in volgare il "Corbaccio". Questo lasso di tempo è reso più complicato dalle difficoltà economiche dovute ai problemi delle Banche Bardi. Tenta di risolvere le difficoltà appoggiandosi alla corte napoletana degli Angiò, ottenendo però scarsi risultati.
Si divide così tra gli incarichi pubblici a Firenze e il commento della "Divina commedia" di Dante Alighieri, che non riesce a portare a termine a causa di alcuni problemi di salute. Nel 1370 scrive anche un codice autografo del suo "Decameron".
La sua salute intanto peggiora notevolmente: Giovanni Boccaccio muore nella sua Certaldo il 21 dicembre del 1375. La sua ultima volontà è quella che sulla sua tomba sia incisa la frase "Studium fuit alma poesis" (La sua passione fu la nobile poesia).

sabato 15 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1920 ebbe luogo il linciaggio di Duluth.
L’ “hate speech”, il “discorso d’odio”, specialmente nelle sue declinazioni razziste e xenofobe si caratterizza per l’invenzione di notizie false che hanno lo scopo di canalizzare la violenza verso determinati gruppi.
Purtroppo spesso alla violenza verbale segue quella fisica, ed è per questo che è importante contrastare culturalmente determinati fenomeni. Per non incorrere in drammatici eventi come quelli che si verificarono a Duluth nel giugno 1920.
Questa cittadina del Minnesota aveva visto negli anni precedenti l’avvicendarsi di importanti flussi migratori provenienti dagli stati del Sud. La maggior parte dei migranti erano persone di colore che le imprese locali utilizzavano come manodopera a basso costo da mettere in concorrenza con i lavoratori bianchi e sindacalizzati. Fenomeno che in quel periodo interessò tutto il Midwest degli Stati Uniti provocando, nel 1919, un ondata di xenofobia e violenza razziale nota come “Red Summer”.
Duluth invece ebbe il suo triste momento di notorietà l’anno seguente, quando dopo l’arrivo del circo Robinson, due giovani locali, Irene Tusken e Jimmie Sullivan, denunciarono di essere stati aggrediti da alcuni facchini di colore, che secondo la loro ricostruzione, avevano anche abusato della ragazza.
La mattina del 15 giugno, il giorno dopo la presunta aggressione, John Murphy, capo della polizia di Duluth fece irruzione nel circo e fermò ben 150 lavoratori, tutti neri.
Sei uomini Elias Clayton, Nate Green, Elmer Jackson, Loney Williams, John Thomas e Isaac McGhie vennero identificati dai due ragazzi e arrestati.
Nel frattempo iniziarono a circolare voci sempre più insistenti e perfino opuscoli che parlavano non solo dello stupro, mai provato, ma addirittura della morte della ragazza dopo le violenze.
Non servì a nulla che il medico di Irene Tusken, dopo averla visitata riferisse che non c’erano tracce di stupro sul suo corpo. Ormai la folla inferocita pretendeva di “fare giustizia”.
Centinaia di persone si concentrarono davanti alla stazione di polizia e senza che lo sceriffo e i suoi opponessero resistenza, prelevarono Elias Clayton, Elmer Jackson e Isaac McGhie e dopo un processo farsa li condannarono a morte. Vennero picchiati selvaggiamente e impiccati ad un lampione.
Gli omicidi poi fecero a gara per mettersi in posa nella fotografia che li immortalò sorridere accanto ai corpi martoriati e ormai senza vita.
Il giorno seguente fu mandata la Guardia Nazionale per mettere in sicurezza gli altri sospettati.
Uno di loro fu presto rilasciato, il secondo fu scagionato, mentre il terzo venne condannato in un processo oggi ritenuto privo delle minime garanzie costituzionali.
Nessuno invece fu condannato per il linciaggio di Isaac McGhie, Elmer Jackson e Elias Clayton, che vennero, dopo la morte, completamente riabilitati dall’infamante accusa che gli era stata mossa.

venerdì 14 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1822 Charles Babbage propone la sua macchina differenziale.
La macchina differenziale, a cui Babbage lavorò tra il 1821 e il 1832, avrebbe dovuto essere composta da decine di migliaia di pezzi ed avere dimensioni considerevoli. Proprio a causa della complicata progettazione, la macchina non venne portata a termine, per le difficoltà tecniche di realizzare le varie componenti con la necessaria precisione. La macchina differenziale deriva il proprio nome dal principio su cui è concepita, ovvero il metodo delle differenze finite, in base al quale le moltiplicazioni e le divisioni vengono scisse in una serie di addizioni. Rispetto alle macchine da calcolo di Pascal e Leibniz, la macchina di Babbage prevedeva la possibilità di eseguire non soltanto operazioni aritmetiche, ma anche equazioni più articolate, stampandone i risultati. I lavori su questa macchina vennero interrotti nel 1832, ma, qualche anno più tardi, tra il 1847 e il 1849, Babbage realizzò un secondo progetto semplificato. Nel 1991, lo Science Museum di Londra presentò una macchina differenziale effettivamente in grado di funzionare, realizzata basandosi sul secondo progetto della macchina. Lo studio della macchina differenziale spinse Babbage a cimentarsi successivamente in un apparecchio ancora più complesso ed innovativo: la macchina analitica, ideata a partire dal 1834. Tale macchina viene generalmente considerata l'antenata dei moderni computer: era infatti dotata di accumulatori meccanici per la memorizzazione di dati, era programmabile e stampava i risultati su schede perforate. Anche per questa macchina, tuttavia, l'impossibilità di produrre pezzi sufficientemente precisi per il funzionamento ne impedì una realizzazione pratica. Charles Babbage accolse con entusiasmo la Great Exhibition di Londra del 1851, scrive: "L'Esposizione è finalizzata allo sviluppo del libero scambio di materie prime e manufatti fra tutte le nazioni della Terra [...] è nell'interesse di tutti che ogni Nazione possa avanzare in conoscenza e abilità industriale". All'Esposizione Universale di Londra del 1862 espone parti della sua macchina analitica, anche di quella incompiuta.

giovedì 13 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1998 vengono condannati a titolo definitivo alcuni dei massimi esponenti politici della prima repubblica, nell'ambito del processo Enimont.
Il 13 febbraio 1993 veniva inviato un avviso di garanzia nei confronti di Gabriele Cagliari, ex Presidente dell’Eni. Le accuse? Falso in bilancio, false comunicazioni sociali e peculato nell’ambito del processo ENIMONT .
Malgrado il maldestro (e malriuscito) tentativo del Governo Amato di ‘bloccare’ Mani Pulite attraverso il ‘colpo di spugna’ del decreto Conso, poi non firmato dal presidente della Repubblica Scalfaro, di lì a poche settimane tutto lo scandalo di Tangentopoli si sarebbe ‘mediaticamente’ concentrato proprio nell’affaire Enimont e sul processo ‘Cusani’, ad esso collegato. Facciamo un passo indietro per capire di cosa si tratta.
Alla fine degli anni 80 i due poli chimici nazionali, l‘Eni nel settore pubblico e la Montedison nel settore privato, decisero di accordarsi per far nascere un ‘polo unico’ della chimica, venne quindi creata la società Enimont, per il 40% a partecipazione ENI, quindi pubblica, per un altro 40% a partecipazione Montedison, quindi privata e per il restante 20% ai singoli azionisti nel mercato finanziario. All’epoca dell’accordo Gabriele Cagliari era Presidente dell’Eni e Raul Gardini era a capo di Montedison.
Il matrimonio tra i due colossi della chimica durò poco. Nel 1990 Gardini cercò di ‘scalare’ Enimont, tentando di acquistare il 20% delle azioni sul mercato. Tale decisione fu la causa della rottura dei rapporti con l’Eni. Gardini decise così di vendere il 40% di proprietà Montedison all’Eni, scelta che privò il colosso privato di quasi tutto il settore chimico che deteneva prima dell’accordo.
Da questa scelta di Gardini nacquero gran parte delle accuse dei magistrati, poi culminate nel Processo Enimont e nel più importante, almeno dal punto di vista mediatico, Processo Cusani.
Gardini, tramite il suo collaboratore di fiducia Sergio Cusani,  avrebbe pagato tangenti ( 150 miliardi di lire) ai partiti politici dell’epoca in modo da risparmiare sulle tasse sulla vendita delle attività chimiche della Montedison.
Il processo sull’affaire Enimont vede ‘stralciata’ la posizione di Sergio Cusani, per il quale viene celebrato un processo apposito, ovvero il cosiddetto ‘Processo Cusani‘:
La posizione di Cusani viene dunque stralciata dalla complessa vicenda Enimont (è stata infatti accettata la richiesta di un processo in tempi rapidi da parte dell’avvocato difensore), ponendo l’imputato come l’unico protagonista in attesa di giudizio, mentre gli altri soggetti coinvolti nella vicenda (dai manager del Gruppo Ferruzzi ai politici) entrano in aula solo in veste di testimoni, per di più imputati di reato connesso.
Telegiornali, trasmissioni politiche, quotidiani e tutti i mezzi di informazione iniziarono quindi a concentrare le loro attenzioni sul cosiddetto “ padre dei processi di Tangentopoli per la madre di tutte le tangenti”, come fu ribattezzato il Processo Cusani dall’allora Pm accusatore, Antonio Di Pietro.
I principali attori dell’affaire Enimont non videro mai le aule di tribunale. Gabriele Cagliari, arrestato a marzo, dopo quattro mesi di carcerazione preventiva, si suicidò in carcere. Era il 20 luglio 1993.
Dopo tre giorni Raul Gardini si uccise sparandosi un colpo di pistola alla testa. Su ambedue i suicidi rimasero  forti dubbi.
Il dibattimento comunque si aprì il 28 ottobre 1993, sotto accusa era l’intera classe politica della prima Repubblica. Cusani quindi diventava il ‘simbolo’ di Mani Pulite, l’agnello sacrificale dal punto di vista mediatico (e non solo).
il dibattimento durò sei mesi esatti per un totale di 51 udienze, 400 ore di dibattimento, 117 testimoni (la maggior parte indagati di reato connesso) tra cui due ex presidenti del Consiglio, Craxi e Forlani, e 7 ministri nella Prima Repubblica. Furono compilate 20.000 pagine di documenti e 7.000 pagine di verbali.
I principali politici accusati nel Processo ‘principale’, ovvero quello legato ad Enimont, sfilarono come ‘testimoni’ o comunque come ‘accusati di reato connesso’ proprio nel Processo a Cusani, mandati in ‘pasto’ alle Telecamere di tutto il mondo.
Tra gli imputati figuravano noti esponenti politici, come Renato Altissimo (segretario del PLI ed ex ministro della sanità), Bettino Craxi (segretario del PSI e presidente del Consiglio dal 1983 al 1987), Gianni De Michelis (ministro degli esteri dal 1989 al 1992), Arnaldo Forlani (segretario della DC e presidente del Consiglio tra il 1980 e il 1981), Giorgio La Malfa, Claudio Martelli (vice segretario del PSI e ministro della Giustizia tra il 1991 e il 1993), Carlo Vizzini (segretario del PSDI). Personaggi dell’opposizione come Bossi e Patelli della Lega Nord e Primo Greganti del PDS erano ugualmente imputati.
Il processo fu trasmesso in diretta dalla Rai, registrando ascolti record: celebri furono gli accesi scontri verbali fra Di Pietro e l’avvocato di Cusani, Giuliano Spazzali, durante i quali il magistrato impiegava il suo colorito linguaggio popolare (il cosiddetto “dipietrese“), che ne aumentarono la popolarità e l’affetto del popolo e sarebbero diventate una delle sue caratteristiche più famose.
Cusani non era una figura di primo piano, ma nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, rispondendo ad una domanda, disse semplicemente «Non ricordo». Nelle fotocolor e nelle riprese video fatte dai giornalisti, Forlani appariva molto nervoso, e sembrava non rendersi conto della goccia di saliva che si accumulava sulle sue labbra; questa immagine assurse a simbolo dell’assenza di self control di chi era per la prima volta chiamato a rendere conto delle proprie azioni e produsse anche icasticamente un moto di disgusto popolare per il sistema di corruzione. Bettino Craxi invece ammise che il suo partito aveva ricevuto i fondi illegali, anche se negò che ammontassero a 93 milioni di dollari. La sua difesa fu ancora una volta che «lo facevano tutti» ma la sua deposizione, al contrario delle precedenti, non venne interrotta dal pubblico ministero d’udienza, Antonio Di Pietro, il quale reagì alle critiche per questa sua inusuale condotta processuale dichiarando alla stampa che per la prima volta vi era stata una piena confessione.
Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nelle chiamate in correità: sulla base di queste, nel successivo processo ENIMONT Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali, mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel processo emerse anche che una valigia con del denaro era pervenuta a Via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone. In proposito il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro disse: «La responsabilità penale è personale, non posso portare in giudizio una persona che si chiami Partito di nome e Comunista di cognome». Alcuni detrattori di Di Pietro ritengono tuttavia che il PM non abbia fatto il possibile per individuare i componenti del PCI responsabili di corruzione: ipotesi che Di Pietro liquida come «un’autentica falsità».
Il processo si concluse con la condanna di Cusani  a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Ne scontò in cella quattro. Nel corso del processo di primo grado aveva restituito 35 miliardi di lire. Il 30 marzo 2001 aveva finito di scontare la sua pena.
Per quanto concerne il Processo Enimont, dove erano imputati politici e faccendieri della Prima Repubblica, la sentenza definitiva arrivò nel 1998.
Il 13 giugno arrivarono le altre condanne definitive;
Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi.
Severino Citaristi: 3 anni.
Giuseppe Garofano: 3 anni.
Carlo Sama: 3 anni.
Luigi Bisignani: 2 anni e 6 mesi.
Romano Venturi: 1 anno e 8 mesi.
Alberto Grotti: 1 anno e 4 mesi.
Renato Altissimo: 8 mesi.
Umberto Bossi: 8 mesi.
Alessandro Patelli: 8 mesi.
Giorgio La Malfa: 6 mesi e 20 giorni.
Egidio Sterpa: 6 mesi.
Il 10 luglio venne confermata la condanna di 1 anno e 8 mesi per Paolo Cirino Pomicino, mentre per Bettino Craxi e Claudio Martelli venne deciso che si doveva rifare il processo d’appello; Craxi venne condannato a 3 anni in 2º grado il 1º ottobre 1999 ma la Cassazione non si pronunciò perché pochi mesi dopo, il 19 gennaio 2000 morì in Tunisia. Per quanto riguarda la posizione di Martelli, il 21 marzo 2000 la Cassazione lo condannò definitivamente ad 8 mesi, confermando la sentenza d’appello.

mercoledì 12 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1942 Anna Frank riceve un diario come regalo per il suo tredicesimo compleanno.
Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno (Germania) il 12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, proveniva da una famiglia molto agiata ed ebbe un'educazione di prim'ordine. Purtroppo gran parte del patrimonio familiare andò perduto, a causa dell'inflazione, durante la prima guerra mondiale, in cui combatté valorosamente. In seguito alle leggi razziali emanate da Hitler, nel 1933 la famiglia Frank si trasferì ad Amsterdam. Qui, il padre di Anna trovò lavoro come dirigente in un'importante azienda grazie al cognato. Anna è una ragazza vivace, arguta ed estroversa.
La situazione comincia a precipitare già a partire dal maggio del 1940. I nazisti invadono l'Olanda e, per gli ebrei, iniziarono tempi assai amari. Fra le tante vessazioni, sono costretti a cucire sugli abiti la stella giudaica, oltre ad essere privati di tutti i mezzi e beni propri. Anna e la sorella vengono iscritte al Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni, continuano a condurre una vita sociale intensa, grazie soprattutto allo sforzo dei genitori, impegnati a non far pesare questo stato di cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di essere spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e, sempre più insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei nazisti, delle "camere a gas".
Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, con l'ordine di presentarsi per un lavoro ad "est". Non c'era più tempo da perdere: l'intera famiglia si trasferisce nel "rifugio" trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri rifugiati. Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell'alloggio segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno per via dell'oscuramento alle finestre, l'unico pezzetto di cielo poteva essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tenevano ammucchiati i viveri "a lunga scadenza", come fagioli secchi e patate.
Il diario di Anna è una cronaca preziosissima di quei tragici due anni: una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri degli abitanti, le piccole manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, sopra di tutto, il costante terrore di essere scoperti: "...mi sono terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene..." (1 ottobre 1942). Del resto le notizie che arrivavano dall'esterno erano spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei Frank e dei Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di concentramento, da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla BBC ne davano conferma.
Ma come trascorrevano le giornate di questi poveri reclusi? Sempre grazie al diario abbiamo una descrizione minuziosa di come si svolgeva un giornata-tipo. La mattina era uno dei momenti più difficili: dalle 8.30 alle 12.30, bisognava stare fermi e zitti per non far trapelare il minimo rumore al personale estraneo dell'ufficio sottostante, non camminare, bisbigliare solo per stretta necessità, non usare la toilette, ecc. Durante queste ore, con l'aiuto del padre di Anna, uomo colto e preparato, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle materie scolastiche. Anna detestava la matematica, la geometria, e l'algebra, mentre adorava la storia e le materie letterarie. Inoltre, seguiva un corso di stenografia per corrispondenza. Aveva poi i suoi interessi personali: la mitologia greca e romana, la storia dell'arte, studiava meticolosamente tutti gli alberi genealogici delle famiglie reali europee e nutriva una passione per il cinema, fino al punto di tappezzare le pareti della sua cameretta di foto delle star.
Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la polizia nazista, con l'aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano ogni sorta di razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o una donna dalla spesa e trovavano la casa deserta, ed i familiari scomparsi, i bambini tornavano a casa da scuola e non trovavano più i genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al mondo senza nemmeno sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o loro parenti, erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i Frank per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L'Olanda versava in uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere era diventato un'impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera. Inoltre i rifugiati, essendo "civilmente scomparsi" non avevano nemmeno diritto ai tagliandi annonari per ricevere i viveri razionati. Si arrangiavano dunque attraverso le conoscenze prebelliche e la distribuzione clandestina. Anna racconta che la dieta dei reclusi era basata su ortaggi (anche marci), fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi pezzetti di carne, e, soprattutto, patate. Pelare le patate occupava gran parte dei pomeriggi dei rifugiati.
Al primo agosto risale l'ultima pagina del diario di Anna, poi più nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che sembrava come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista olandese, fa irruzione nell'ufficio e nell'alloggio segreto, grazie ad una soffiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori vengono arrestati. Si salvarono solo Elli Vossen, perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini viennesi, il marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep Gies che si occupò di salvare il salvabile: nel disordine dell'irruzione nell'alloggio segreto tutto era gettato per terra, fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò.
L'8 agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork, nella regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento da cui, il 3 settembre 1944, partì l'ultimo convoglio di deportati per il campo di sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano in tutto 1019 persone. Solo 200 chilometri li separavano, in linea d'area, dalle truppe alleate, che avevano occupato Bruxelles. Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso giorno, furono mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in un reparto apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole. Rimase con loro fino al 28 ottobre, quando le due sorelle furono trasferite a Bergen Belsen (Hannover, Germania).
Edith rimase ad Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il 6 gennaio 1945. Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di salvezza sia per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita insieme a loro. Nel mese di febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne sopravvissute si ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna, nelle allucinazioni provocate dalla febbre, aveva gettato via tutti i vestiti e si teneva stretta addosso solo una coperta delirando di alcune bestioline che le camminavano addosso, poi mormorava in maniera desolata: "...non ho più la mamma né il papà, non ho più niente...". Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni giorno di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai rigida, Anna resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi liberarono il campo di prigionia.
L'unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda, direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte della moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due figlie: aveva perso tutta la sua famiglia.
Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il nome di "Het Achterhuis", cioè il Retrocasa. Ancora oggi è possibile visitare l'alloggio segreto in Prinsengracht 263, che la Fondazione Anna Frank mantiene intatto, come allora.

martedì 11 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno 1903 il re di Serbia Alessandro I e sua moglie Draga vengono uccisi da un gruppo di cospiratori.
La Serbia, elevatasi a Regno nel 1882, era lo stato più importante e meglio organizzato della penisola balcanica. Sorto in corrispondenza alle guerre di indipendenza tenutesi contro il Grande Malato d’Europa, ovvero l’Impero Ottomano, impero che, durante le rivolte slave dei primi due decenni dell´Ottocento, si vide costretto a cedere grandi autonomie ai principati slavi di Serbia prima e al Montenegro poi.
La Serbia visse in qualità di principato autonomo nei territori della Sublime Porta per 73 anni, quando, successivamente alla Guerra Russo-Ottomana del 1878, venne riconosciuta ufficialmente dalle Potenze europee durante il Congresso di Berlino. Tale scelta venne fatta anche per ridimensionare le pretese russe, sempre in cerca di uno sbocco nei Balcani, ed una delle maggiori potenze europee che spinse per l’indipendenza del Principato di Serbia fu l´Impero Austro-Ungarico che, nella persona di Gyula Andrássy, costrinse gli altri stati a riconoscere l´indipendenza del nuovo stato balcanico.
Successivamente, nel 1882, il principe Milan IV Obrenović si proclamò Re di Serbia, dando poi inizio ad una politica austricante. La prima mossa del sovrano, sostenuta dalle forze liberali e conservatrici filo-austriache, furono la serie di accordi commerciali con Vienna e la costruzione di una ferrovia che collegasse Belgrado con la capitale asburgica. Nell’opposizione alla monarchia di Obrenovic si sviluppò, invece, una corrente filo-russa, nella persona di Nikola Pašić, leader del partito radicale serbo, che professava una Belgrado vicina all’Impero dello Zar.
Con il passare del tempo – e dei tributi richiesti dal nuovo stato -il regno di Milan cadde in disgrazia. Il malcontento popolare vedeva oramai l’apparentamento austro-serbo come una vessazione. Come se non fossero sufficienti le già disperate situazioni socio-economiche, si aggiunse a queste la pesante sconfitta serba contro i principati di Rumelia e Bulgaria nella guerra del 1885-86. Al termine del conflitto solo l’intervento diretto di Vienna negli affari Serbi riuscì a salvare la situazione, mostrando ancor di più quanto la Serbia fosse dipendente dagli Asburgo.
La svolta alla durissima fase venne data dalla concessione di una nuova carta costituzionale, nel 1888. Più liberale nella forma, si occupava anche di regolamentare la successione al trono, permettendo al Re Milan di assicurare la corona ai suoi discendenti e, nel contempo, di aprire una nuova era per la Serbia: l´abdicazione in favore dell’allora tredicenne Alessandro che venne posto sotto l’autorità di un Consiglio di Reggenza, presieduto dal fedele liberale Jovan Ristić.
Con l’allontanamento di colui che aveva fortemente sostenuto l’apparentamento con Vienna, fu più facile, per i detrattori dell’ex-re prendere il sopravvento e il 1 novembre 1893, Re Alessandro I, non ancora maggiorenne decise di sbarazzarsi del peso del Consiglio di Reggenza e di assumere direttamente le redini del paese. Il primo atto del neo-sovrano fu la sfiducia al gabinetto conservatore-liberale e la decisione di consegnare il governo al Partito Radicale, aprendo così un primo spiraglio all’influenza Russa sul paese che lo caratterizzerà poi negli anni a venire. Bisogna, però, ricordare che la politica estera di re Alessandro fu incentrata nella neutralità dello stato serbo e nel mantenimento di buoni rapporti sia con Vienna che con Pietroburgo.
Emblematica, in tal senso, la fermezza mantenuta da Alessandro durante il conflitto per il controllo dell’isola di Creta tra Ottomani e Greci del 1897. Durante la guerra, che ebbe una grande eco internazionale, la Serbia decise di assumere una posizione neutrale. La neutralità di Alessandro, nonostante la guerra fosse portata contro uno dei due “nemici” storici della Russia, Costantinopoli, è simbolo della volontà di mantenere buoni rapporti con la vicina Austria-Ungheria. Volontà che spinse il governo dello Zar e del vicino principato del Montenegro – sotto chiara influenza russa – a raffreddare i rapporti con lo stato serbo.
Una prima riconciliazione con la Russia ebbe luogo nel 1900, quando Alessandro, con una decisione drasticamente impopolare, decise di ammogliarsi con la nobildonna vedova Draga Mašin. Tale scelta gli mise contro una grande fetta del paese che non desiderava tale imparentamento. Draga Mašin aveva quindici anni in più di Alessandro, era vedova di un ingegnere civile ceco ed aveva la fama di seduttrice e di donna sterile: per questo era giudicato inopportuno che il sovrano la prendesse in moglie. Ciò scatenò molte proteste nel paese e fuori di questo e l’unica personalità che riconobbe tali nozze fu lo Zar di Russia, Nicola II che spinse per un riavvicinamento e una rappacificazione intorno alla figura del sovrano serbo. Lo zar di Russia consentì a fare da testimone alle nozze, che furono celebrate il 4 agosto 1900. Questo matrimonio indignò il corpo degli ufficiali, e invano il re obiettò di aver portato sul trono “la prima regina serba dopo Còssovo”.
La risposta di Alessandro allo Zar non si fece attendere e, nel 1901, così come fece il padre per ricambiare il riconoscimento asburgico dello stato serbo nell’alveo delle potenze occidentali, saldò una solida alleanza con l’impero russo per assicurarsi protezione ed una politica sicura. Sempre nello stesso anno il sovrano promulgò una nuova costituzione, più liberale di quella del padre Milan, che completo la sua politica di conciliazione con la popolazione ed i partiti presenti nel Parlamento serbo. Nella nuova costituzione veniva concepito per la prima volta un assetto bicamerale, con l’affiancamento di un senato alla già esistente Assemblea Nazionale e concedendo ampia libertà di stampa. Ma queste due nuove concessioni – Senato e Libertà di stampa – si rivelarono un grande passo falso per il sovrano, poiché, tramite l’ampia libertà di stampa concessa, i giornali non fecero altro che parlare male della dinastia regnante e soprattutto del suo apparentamento con una “sgualdrina e sterile”; la nuova camera, invece, godendo di ampia autonomia, si costituì come un contraltare del sovrano, ostacolando molte delle sue politiche.
Già a partire dalla fine del 1901, un gruppo di sette ufficiali, risoluti e nazionalisti, aveva concepito l’idea di sopprimere la famiglia reale per metter fine alla lotta fra dinastia e nazione. Il problema degli ufficiali non era tanto il mal digerito matrimonio con Draga, ma il fatto concreto che, data la sterilità della moglie, il re non poteva avere eredi diretti. Le cose peggiorarono quando si sparse la voce che, per istigazione di Draga, egli pensasse di cercarsi un erede tra i Lunjevica, membri della famiglia di Draga; una cosa queste che mandò su tutte le furie parecchi ufficiali che cominciarono seriamente a ponderare un modo per togliere di mezzo la “pericolosa” famiglia reale. L’idea dei futuri congiurati era chiara: spazzare via l’impopolare dinastia degli Obrenović per far spazio all’altra dinastia rivale, i Karagjorgjević che segnerà poi le sorti della Serbia prima e del Regno di Jugoslavia poi fino all’occupazione tedesca del 1941.
La difficile situazione in cui il regno balcanico era finito di nuovo vide i due “soli” della Serbia, ovvero Austria-Ungheria e Impero russo, assolutamente indifferenti alle sorti di Alessandro che, divenuto una figura impopolarissima in patria, perse molto credito anche in ambito internazionale. Alla sua vasta impopolarità si sommò, poi, l’inquietudine e i progetti degli ufficiali della bassa Serbia, che anelavano di redimere i fratelli della Macedonia e della Bosnia, e che mal tolleravano la politica austrofila e puramente dinastica di Alessandro. La figura di spicco degli ufficiali ribelli ed intransigenti fu il capitano Dragutin Dimitrijević, futuro fondatore della spietata setta della Crna Ruka, a noi nota come Mano Nera. Prendendo spunto dai movimenti carbonari dell’Italia del XIX secolo, mirava a costituire un grande e forte stato slavo nei Balcani, avente nella Serbia – che i membri paragonavano al Regno di Sardegna – il motore principale per l’unificazione dello stato jugoslavo.
Una serie di ulteriori passi falsi dell’impopolare sovrano, come quello di decretare decaduti tutti i senatori ostili, sostituendoli con persone a lui fedeli, nonché  la sospensione della costituzione (1903), non fecero altro che peggiorare la sua situazione e renderlo sempre più debole e solo. Egli tentò invano di costituire un nuovo esecutivo e di cambiare, ancora una volta, la linea dinastica, proponendo una iniziativa di legge in parlamento che avrebbe decretato, in caso non avesse avuto figli legittimi, il principe Mirko del Montenegro, secondogenito del principe Nicola I, legittimo erede al trono di Serbia.
Tale ulteriore smacco fu, per i congiurati, il tuono dietro il fulmine. Tra la notte del 10 e 11 giugno del 1903 la congiura militare, guidata da Dimitrijević, decise di porre per sempre fine alla odiata dinastia e alle sue politiche troppo dinastiche e poco nazionaliste. I congiurati circondarono il Palazzo Reale di Belgrado e vi fecero irruzione, catturando i due sovrani e massacrandoli seduta stante. Dopo la loro morte, i loro cadaveri vennero più volte mutilati ed infine gettati dalle finestre del palazzo.
A compimento di ciò, forti del potere acquisito, i congiurati decisero di affidare il trono alla dinastia avversaria dei Karagjorgjević, già principi di Serbia in passato, nella figura di Pietro I.
Con questa mossa i militari nazionalisti misero le mani sulle leve del potere serbo, mantenendo legami strettissimi e di dipendenza sia con il governo che con la monarchia, segnando così il brusco cambio di rotta della Serbia nel panorama delle relazioni internazionali, allontanandola sempre di più da Vienna e spingendola verso Pietroburgo. Iniziava così il conto alla rovescia verso la fatidica data che avrebbe per sempre infranto quel mondo: il 28 di giugno del 1914.

lunedì 10 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1934 la nazionale italiana di calcio batte la Cecoslovacchia e conquista il suo primo titolo mondiale.
Seconda edizione del Campionato del Mondo, l’Italia ottiene l’organizzazione della manifestazione nell’ottobre del 1932 superando la concorrenza della Svezia. Da quel momento l’apparato organizzativo del regime si mise in moto per poter trasmettere alle altre nazioni un’immagine positiva dell’Italia. Ospitalità, organizzazione, strutture, entusiasmo popolare e, ovviamente, prestazioni sportive mirate al conseguimento della vittoria finale dovevano impressionare favorevolmente atleti, addetti ai lavori, giornalisti ed anche i tifosi arrivati nel nostro Paese per questa importante manifestazione. Per raggiungere questo scopo nulla fu lasciato al caso, tutto fu preparato con la massima attenzione ed impegno. La gestione tecnica degli azzurri era stata affidata fin dal 1929 a Vittorio Pozzo, dirigente della Pirelli con un passato da calciatore , un anno nel Grasshoppers e cinque nel suo Torino fino al ritiro dall’ attività agonistica avvenuto nel 1911. Aveva già ricoperto il ruolo di tecnico della squadra nazionale in due occasioni sfortunate (olimpiadi di Stoccolma 1912 e di Parigi nel 1924) dimettendosi subito dopo le sconfitte che esclusero l’Italia da quelle due edizioni dei giochi olimpici. Ottenuto l’incarico dal presidente della F. I. G. C. Leandro Arpinati, Pozzo accettò ponendo una condizione alquanto inusuale: non essere retribuito!
Alla prima edizione svoltasi nel 1930 in Uruguay, nella quale prevalse proprio la nazione ospitante, l’Italia non si iscrisse. La nazionale italiana si apprestava, quindi, a giocare il primo mondiale della sua storia tra le mura amiche.
Le nazioni iscritte furono 22. Dopo la gara eliminatoria contro la Grecia del 25 marzo, conclusasi con un secco punteggio (4-0) il torneo azzurro iniziò con gli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Si giocò il 27 maggio a Roma allo Stadio Nazionale del P. N. F. (odierno Flaminio) ed il risultato non lasciò nessun dubbio: 7-1. Nei quarti l’Italia si trovò davanti la Spagna del fortissimo portiere Zamora. Il “Giovanni Berta” di Firenze fu teatro di una sfida davvero combattuta tra le due nazionali. Dopo i tempi supplementari, conclusi con un pareggio (1-1) il regolamento imponeva la ripetizione della gara il giorno successivo. Così fu: il 1° giugno la partita fu rigiocata e questa volta gli azzurri prevalsero grazie ad una rete di Meazza al 12°.
L’estremo difensore iberico non giocò la ripetizione forse a seguito di un infortunio occorso durante la prima sfida e venne sostituito da Nogues. L’Italia approdò alle semifinali, di fronte la fortissima selezione austriaca. La partita fu giocata il 3 giugno a Milano, nell’impianto di S. Siro. Grazie ad una rete del forte attaccante giallorosso, l’argentino naturalizzato italiano Enrique Guaita al 19° della prima frazione, l’Italia ebbe la meglio. L’Italia volò in finale. Nell’altra semifinale la Cecoslovacchia sconfisse la Germania 3-1 con una tripletta di Nejedly che alla fine del torneo risulterà capocannoniere con 5 segnature.
La finale Italia Cecoslovacchia si gioca allo Stadio Nazionale del P. N. F. a Roma davanti al Duce ed alle massime autorità tra le quali anche esponenti della Famiglia Reale e Jules Rimet, presidente della F. I. F. A.. Per l’importante appuntamento con la storia l’ex tenente degli alpini Vittorio Pozzo conferma gli undici scesi in campo una settimana prima contro l’Austria: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi. La Cecoslovacchia del selezionatore Petru scende in campo con: Planicka, Zenisek, Ctyroky, Kostalek, Cambal, Krcil, Junek, Svoboda, Sobotka, Nejedly, Puc. Ad arbitrare l’incontro il signor Eklind della federazione svedese; Ivancics (Ungheria) ed il tedesco Birlem i segnalinee. Alle 16,55 Caligaris, alfiere della nazionale azzurra, fa il suo ingresso in campo portando il tricolore. Alle 17 il calcio d’inizio. Nei primi minuti azzurri pericolosi con Guaita ed Orsi ma Planicka, capitano della nazionale cecoslovacca, fa buona guardia. Al 25°, a seguito di una punizione Combi esce a vuoto e Sobotka, a colpo sicuro, trova sulla sua strada Monti pronto a salvare la porta azzurra. Meazza impegna in un paio di occasioni il fortissimo Planicka, l’Italia attacca ma la nazionale cecoslovacca si rende pericolosa in alcune occasioni. Negli ultimi minuti del primo tempo Orsi sfiora il vantaggio calciando fuori una facile occasione. Si va negli spogliatoi a reti inviolate. Nella ripresa gli azzurri all’attacco: Schiavio in due occasioni ravvicinate e Orsi cercano il vantaggio ma Planicka è insuperabile. Si arriva così al 25°: mischia furiosa nell’area italiana, Ferraris manca l’intervento, Monti non riesce a rimediare ed allora interviene Svoboda che cede il pallone a Puc che, con un rapido dribbling mette fuori causa Monzeglio sparando verso la porta di Combi una cannonata imprendibile. Cecoslovacchia in vantaggio. L’Italia accusa il colpo; mancano 20 minuti alla fine e si è sotto di un gol. La partita diventa nervosa. Nejedly, Svoboda e Puc sfiorano il raddoppio. Al 32° Svoboda colpisce la traversa; al termine dell’incontro la sua squadra conterà ben 3 legni colpiti. Si giunge così a 9 minuti dal termine, minuto 35°: da Ferrari a Guaita che passa ad Orsi, l’attaccante cerca di liberarsi per il tiro e lo effettua. La palla rimbalza sul muro eretto dalla difesa della nazionale in maglia scarlatta ma lo stesso Orsi è il più lesto nel recuperare la sfera che calcia nuovamente verso la porta cecoslovacca. Questa volta il forte Planicka non può arrivarci: 1-1. Minuti finali tesissimi. Eklind fischia la fine dei 90 minuti regolamentari. Si va ai supplementari. Al 4° minuto del primo tempo Schiavio segna il gol della vittoria. Davanti a 50.000 spettatori, di cui ben 11.000 cecoslovacchi, la nazionale italiana conquista il suo primo titolo mondiale. Al termine dell’incontro avviene la premiazione: Coppa della Vittoria e Coppa del Duce alla squadra vincitrice, a ritirarla il capitano Combi che sale in tribuna insieme a Planicka, capitano cecoslovacco e Szepan, capitano della nazionale tedesca premiata come terza classificata in seguito alla finalina vinta contro l’Austria per 3-2. Coppa del CONI per Planicka e Coppa della F. I. G. C. per Szepan; i due capitani ritirano i trofei assegnati alle rispettive nazionali.

domenica 9 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 1937 i fratelli Carlo e Nello Rosselli vengono uccisi in Francia.
I fratelli Carlo e Nello Rosselli furono uccisi il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne, una località del nord della Francia, da alcuni militanti di un’organizzazione di estrema destra francese e molto probabilmente per ordine dei servizi segreti italiani. All’epoca in Italia c’era il fascismo da circa quindici anni. Probabilmente avete letto l’espressione «Fratelli Rosselli» centinaia di volte: è il nome di numerose strade e piazze di tutta Italia. I fratelli Rosselli erano intellettuali antifascisti e si trovavano in Normandia perché Carlo vi soggiornava per ricevere cure termali, dopo essere andato in esilio per evitare le persecuzioni fasciste e aver combattuto nella Guerra civile spagnola: suo fratello Nello lo aveva raggiunto da poco, dopo aver ottenuto il passaporto. A ucciderli furono militanti dell’organizzazione eversiva chiamata Cagoule, dal nome francese del cappuccio con cui si mascheravano durante le loro spedizioni; gli storici sono giunti alla conclusione che probabilmente fu Galeazzo Ciano, genero di Benito Mussolini e all’epoca ministro degli Esteri italiano, a ordinare la loro uccisione.
Carlo e Nello Rosselli avevano 37 e 36 anni quando furono uccisi. Avevano origini ebraiche e sia per parte di madre (attraverso la quale erano peraltro cugini dello scrittore Alberto Moravia) che per parte di padre avevano famiglie da sempre attive politicamente e vicine agli ideali repubblicani risorgimentali. Sia Carlo che Nello (il cui vero nome era Sabatino Enrico) nacquero a Roma ma vissero la loro giovinezza a Firenze. Entrambi erano storici e scrivevano sui giornali.
Carlo Rosselli insegnò all’Università Bocconi di Milano e all’Università di Genova, fino a quando non fu costretto a dimettersi per via delle sue idee politiche. Insieme ad altri antifascisti, tra cui il futuro partigiano e presidente della Repubblica Sandro Pertini, organizzò la fuga all’estero di Filippo Turati, uno dei più importanti politici socialisti italiani. Nel 1927 fu condannato a più di tre anni di confino sull’isola di Lipari: nel 1929 fuggì e raggiunse la Francia.
Negli anni successivi Carlo Rosselli visse a Parigi, dove fu tra i fondatori del movimento antifascista Giustizia e Libertà (GL), di orientamento liberal-socialista. Da Giustizia e Libertà (che non va confuso con l’associazione di intellettuali contemporanea Libertà e Giustizia), durante la Seconda guerra mondiale nacque il Partito d’Azione, uno dei più importanti partiti italiani durante la Resistenza e negli anni subito successivi alla fine della guerra. Nel 1936 Carlo Rosselli andò in Spagna per combattere insieme ai repubblicani nella Guerra civile; rimase ferito e per questo tornò in Francia. Anche Nello Rosselli fu condannato al confino per un certo periodo, ma a Ustica: una prima volta, nel 1927, fu condannato a cinque anni ma poi rilasciato; fu condannato nuovamente nel 1929, sempre a cinque anni.
Gli uomini che uccisero i fratelli Rosselli li attaccarono mentre si trovavano in automobile: li fecero scendere dal veicolo e gli spararono. Nello fu il primo a essere colpito ma non morì subito, a differenza di Carlo, e per questo fu ucciso con un’arma da taglio. I loro corpi furono ritrovati due giorni dopo, l’11 giugno. Furono sepolti nel cimitero monumentale di Parigi Père Lachaise, ma nel 1951 le loro tombe furono spostate nel cimitero di Trespiano, a Firenze, in cui sono sepolti anche lo storico Gaetano Salvemini (maestro e amico dei Rosselli) e Piero Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione. Sulla lapide si vede il simbolo di Giustizia e Libertà, la “spada di fiamma”, e si legge un epitaffio scritto da Calamandrei:
«GIUSTIZIA E LIBERTÀ
PER QUESTO MORIRONO
PER QUESTO VIVONO».

sabato 8 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 giugno.
L'8 giugno 1638 in Calabria si ebbe un terribile terremoto.
Il terremoto dell'8 giugno 1638 fu un disastroso terremoto che colpì la Calabria, in particolare il Crotonese e parte del territorio già colpito nei giorni 27 e 28 marzo del 1638 da un altro terremoto catastrofico.
Secondo il Working Group Catalogo Parametrico Terremoti Italiani (CPTI) la scossa di terremoto si verificò l'8 giugno 1638 alle ore 9:45 GMT; in alcuni articoli di Paolo Galli e Vittorio Bosi, e in un lavoro di Giovanna Chiodo sui terremoti del 1638, la data del terremoto viene fissata alla notte del 9 giugno 1638.
Il terremoto colpì il versante orientale della Calabria, in particolare le località del Marchesato crotonese e le pendici orientali della Sila.
L'intensità all'epicentro fu del X grado della Scala Mercalli, Me 6.6. Venne interessata soprattutto una vasta area della Sila spopolata. Ciononostante furono distrutti sei paesi e ci furono danni gravissimi in altri quindici, fra cui Crotone e Catanzaro. Fu interessata anche Cosenza e casali circostanti che avevano già subito danni gravissimi durante il terremoto del 27 marzo 1638. Il terremoto causò imponenti dissesti geologici che modificarono in modo permanente la geografia fisica della Calabria. Secondo testimoni dell'epoca si determinò fra l'altro l'apertura di un'enorme faglia alta 80 cm circa e lunga 60 miglia che da Petilia Policastro (anticamente, Policastro) giungeva in Sila e dalla quale fuoriuscivano gas:
« Dal confine di Policastro fin'all'estrema parte della montagna, che chiaman Sila, alla volta di Tramontana, si abbassò per trè palmi dall'un lato il terreno, per lo spazio di sessanta miglia, con diritto solco stendendosi, e quel, che riesce di maggior maraviglia, si diffuse con ugual tenore, non meno nelle più basse valli, che nelle più alte montagne; Fu qui similmente osservato, che da quelle voragini esalava fuora fetor di solfo, e che per alcune sere, che precessero al terremoto »
(Agazio Di Somma, Historico racconto de i terremoti della Calabria dall'anno 1638, fin'anno 41. Napoli, appresso Camillo Cauallo, 1641.)
La faglia venne riconosciuta ai primi del XVIII secolo da Domenico Martire in località "Cagno", attualmente lago Ampollino, ed è stata studiata di recente per mezzo di analisi paleosismologiche e il ricorso alla fotografia aerea nella zona della Sila chiamata ancora adesso, nel ricordo dei contadini, "La conca del terremoto".

venerdì 7 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 giugno.
Il 7 giugno a Malta è festa nazionale: si commemora ciò che è successo nel 1919 e che cambiò radicalmente il futuro dell’isola.
Malta vanta il più alto numero di feste nazionali tra tutti gli stati dell’Unione Europea: sono ben 13 all’anno. La maggior parte di queste sono di carattere religioso e solo 5 sono di natura politica o civile.
La festa del Sette giugno è una di queste.
Ma partiamo dai fatti.
Il 7 giugno 1919 il popolo maltese manifestò contro l’aumento del prezzo del pane a seguito di nuove tasse introdotte dall’autorità britannica. Durante questa manifestazione truppe britanniche spararono sulla folla inerme uccidendo quattro persone.
Da quel momento il già latente desiderio di indipendenza dagli inglesi e di unione al Regno d’Italia divenne ancora più forte.
Approfondiamo ora i tragici eventi accaduti quel giorno e le celebrazioni al giorno d’oggi.
L’occupazione degli inglesi sull’isola di Malta risale al 1800.
Prima di loro Napoleone, nel 1798, aveva posto fine al governo dei Cavalieri di Malta o Cavalieri Ospitalieri.
I rapporti tra inglesi e maltesi furono più o meno pacifici per poco più di un secolo. Le cose cambiarono dopo la Prima Guerra Mondiale quando le rotte commerciali nel Mediterraneo, fondamentali per Malta, furono interrotte, determinando una situazione di grande incertezza.
Nei primi anni del 1900 l’economia maltese era quindi stremata da:
i costi applicati dai britannici sui beni di prima necessità, come il grano, la farina e di conseguenza il pane;
ma anche dalle sempre più care assicurazioni che i mercanti dovevano pagare sui carichi da commerciare nel Mediterraneo.
La situazione divenne ben presto insostenibile, tanto che i maltesi cercarono inizialmente un confronto pacifico. Chiesero così al governo britannico un sussidio per poter superare il difficile momento ma non ebbero nessun risultato.
Ecco allora che il 7 giugno 1919 un folto gruppo di maltesi arrabbiati, affamati e disperati andò a Valletta e attaccò diversi esercizi commerciali ed uffici pubblici. Sotto la furia popolare caddero:
gli uffici meteorologici ospitati nell’edificio della Royal Air Force;
la redazione del Daily Malta Chronicle, un noto giornale dell’epoca;
alcune residenze di presunti sostenitori del governo britannico.
I soldati inglesi, guidati dal tenente Shields, cercarono di contenere la folla e aprirono il fuoco in diversi punti della capitale maltese uccidendo quattro persone:
Manwel Attard fu ucciso di fronte alla casa di una delle più potenti famiglie dell’epoca, i Cassar Torregiani;
Guzè Bajjada morì vicino la Strada Teatro e leggenda vuole che spirò sulla bandiera maltese nella quale era ammantato;
Lorenzo Dyer perì raggiunto da un proiettile mentre stava scappando;
La quarta vittima fu colpita da un colpo di baionetta allo stomaco mentre si trovava nei pressi del palazzo del Colonnello Francia. Per dovere di cronaca va ricordato che quest’ultima venne ferita l’8 e perì il 16 giugno, ma fu comunque da subito considerata tra i maltesi che morirono durante le insurrezioni del 7 giugno.
La situazione fu in seguito più o meno risolta conferendo al governo maltese una maggiore autonomia.
Ma, come anticipato, la conseguenza principale di questi tragici eventi fu l’aumento della resistenza e della popolarità dei partiti pro-italiani, i quali avevano da sempre sfidato l’occupazione britannica sull’isola.
Il “7 ta’ Ġunju” è ricordato da un monumento posto nell’omonima piazza a La Valletta inaugurato nel 1966 dopo l’indipendenza, raggiunta solo due anni prima.
La ricorrenza fu inserita tra le feste nazionali solo a partire dal 1989.
Ogni anno, in questa giornata, viene celebrata una cerimonia di commemorazione a St. George’s Square, a Valletta, e a Xagħra, a Gozo. Corone di fiori sono deposte davanti ai monumenti eretti per omaggiare i caduti e molti cittadini si recano al cimitero dell’Addolorata, a Paola, dove sono sepolti i loro resti.
L’importanza di questa celebrazione risiede nel fatto che il 7 giugno a Malta i cittadini abbiano superato le loro differenze politiche combattendo uniti contro l’oppressione coloniale britannica per l’affermazione dei loro diritti.

giovedì 6 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 giugno.
Il 6 giugno 2016 in Italia entra in vigore la legge sulle unioni civili.
L'11 maggio il Parlamento diede il via libera definitivo, dopo mesi di accese polemiche alla legge poi entrata in vigore il 6 giugno. La legge, che ufficialmente si chiama "Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze", estende alle coppie omosessuali la quasi totalità dei diritti e dei doveri previsti per il matrimonio (fatta eccezione per l'obbligo di fedeltà e adozione), incidendo sullo stato civile della persona.
Secondo Arcigay, sono oltre 14mila le persone che ne hanno beneficiato. Al dicembre 2017 sono infatti state 6.073 le coppie che hanno celebrato la propria unione nei Comuni italiani, alle quali se ne aggiungono circa mille celebrate all'estero e poi trascritte nei registri. "Entro fine anno - prevede Gabriele Piazzoni, segretario dell'associazione - è probabile che si arrivi a 10mila".
Ed è la stessa Monica Cirinnà sul suo sito, a fornire in dettaglio i numeri di quante  persone si sono unite civilmente di fronte a un ufficiale di Stato e alla presenza di due testimoni: al 31 dicembre 2017 la regione dove se ne sono celebrate di più è di gran lunga la Lombardia, 1.514, di cui 799 nella sola Milano. Seguono il Lazio (915, di cui 845 a Roma), l'Emilia Romagna (645) e la Toscana (599). Fanalini di coda le regioni del sud: appena 3 in Molise, 6 in Basilicata e 24 in Calabria. A Crotone il record negativo: è l'unica provincia che non ha fatto registrare nemmeno una unione civile, tanto nel 2016 che nel 2017.
"Questi dati - ha detto ancora Piazzoni dell'Arcigay - non solo confermano la necessità di quella legge e la grande rivoluzione che sta producendo nell'opinione pubblica, ma rendono ancor più evidente come il nostro Paese abbia tenuto senza alcuna tutela tantissimi famiglie, costringendo per decenni una parte non piccola della popolazione all'invisibilità. La legge sulle unioni civili ci ha consegnato un Paese migliore ed è stato il primo passo nella strada verso la piena uguaglianza. Forti di questa richiesta evidente di diritti e di riconoscimento pubblico delle persone lgbt, percorreremo questa strada con ancora maggiore forza, e non saremo soddisfatti fino a quando anche l'ultima differenza di trattamento non sarà stata abolita, dal matrimonio ai diritti genitoriali al contrasto di ogni discriminazione".


mercoledì 5 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 giugno.
Il 5 giugno 1224 Federico II di Svevia fonda l'università di Napoli.
È dal 1992 che l’Università di Napoli è stata intitolata a Federico II, a sottolineare le sue antichissime origini, risalenti al 5 giugno 1224, quando l’imperatore svevo, nonché re di Sicilia, da Siracusa emanò l’editto istitutivo. A differenza che a Bologna e in altre città, lo Studio napoletano nacque con un atto imperiale, volto a formare i gruppi dirigenti necessari al governo dello Stato. Questa origine laica non avrebbe però impedito pesanti intromissioni della Chiesa nella sua vita culturale. La storia plurisecolare dell’Università di Napoli ebbe molti momenti oscuri e battute d’arresto, ma anche slanci innovativi che attirarono sui suoi docenti l’attenzione del mondo universitario e accademico europeo. Anche nelle fasi più difficili mai perse la forza di attrazione su una popolazione studentesca provinciale che nella formazione universitaria vedeva delle prospettive di ascesa sociale e di elevazione culturale. Napoli fu l’unica città meridionale sede di studi universitari (a parte la scuola medica salernitana) fin dopo l’Unità. Ciò contribuì alla sua crescita demografica e al suo prestigio di città capitale. A Napoli studiarono Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca. Particolarmente importante fu la scuola di diritto civile, soprattutto la feudistica, che ebbe risonanza europea. Dopo l’avvento degli spagnoli, ai primi del Cinquecento, lo Studio napoletano non subì più sospensioni e chiusure, tranne brevi periodi legati a moti, pesti e carestie. Le sue condizioni rimasero però stentate, senza una sede fissa, e con stipendi tra i più bassi in Italia e in Europa. L’assolutismo regio e i timori ecclesiastici di diffusione dei movimenti di riforma religiosa portarono a un clima di pesante controllo sulle istituzioni culturali. Una bolla pontificia del 1564 impose a tutti i lettori e dottori dell’università il giuramento di fede cattolica. A questo il viceré Ossuna nel 1618 aggiunse il giuramento di fede nell’Immacolata Concezione. Il viceré Fernandez de Castro conte di Lemos (1610-1616), fece costruire un’apposita sede fuori della porta di Costantinopoli (l’attuale Museo nazionale). L’edificio ospitò gli Studi fino al 1680, quando fu destinato a uso militare e l’Università fu di nuovo trasferita in S. Domenico.  Alla fine del Seicento, la ripresa delle istituzioni accademiche favorì lo sviluppo delle scienze e la diffusione delle maggiori correnti innovative del pensiero europeo, che subito suscitarono l’intervento repressivo della Chiesa (i processi ai cosiddetti «ateisti»). Il rinnovamento culturale esterno all’Università rese sempre più evidente la necessità di una riforma degli studi, che fu ripetutamente dibattuta nel corso del XVIII secolo. Un progetto di Celestino Galiani del 1732 per il potenziamento degli studi scientifici, l’introduzione di insegnamenti meno dottrinari, come la Storia ecclesiastica e il diritto della natura e delle genti, la perequazione degli stipendi, l’attribuzione all’Università stessa della facoltà di dottorare, sottraendola ai Collegi. Ma solo dopo l’avvento di Carlo di Borbone, nel 1734, fu possibile realizzare alcune delle sue proposte. La maggiore novità di quegli anni fu l’istituzione della cattedra di «meccanica e di commercio», cioè di economia politica, la prima in Europa, affidata nel 1754 ad Antonio Genovesi. Il suo insegnamento, svolto in italiano e fondato sui principali testi del pensiero economico e politico europeo, formò migliaia di giovani che a loro volta diffusero le nuove conoscenze nelle province, in scuole private o nelle scuole regie create dopo l’espulsione dei Gesuiti (1767).  Nel 1777 lo Studio fu trasferito nell’edificio del Salvatore o Gesù Vecchio, già sede del Collegio Massimo gesuitico. Dopo alcuni interventi parziali, una trasformazione radicale e per larga parte irreversibile fu realizzata durante il cosiddetto Decennio francese (1806-1815), con Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. La nuova Università si articolava nelle cinque facoltà di lettere e filosofia, matematica e fisica, medicina, giurisprudenza, teologia. Collegati all’Università e diretti da professori erano l’osservatorio astronomico, l’orto botanico, i musei di mineralogia e di zoologia. All’Università erano collegati anche il Collegio medico-cerusico presso l’Ospedale degli Incurabili e la clinica ostetrica. La Scuola veterinaria, già fondata da Ferdinando IV nel 1798,  fu ristabilita da Murat nel 1812. L’Università riaprì le porte a decine di scienziati e letterati costretti all’esilio dopo gli eventi rivoluzionari del 1799. Creato il 6 marzo 1848 il Ministero della Pubblica Istruzione, l’Università fu posta alle sue dipendenze. Una Commissione provvisoria, della quale fecero parte Salvatore Tommasi, Francesco De Sanctis, Luca de Samuele Cagnazzi, si mise a lavorare per il suo riordinamento. Ma le aule erano svuotate dagli eventi politici, molti studenti erano partiti volontari per la guerra o impegnati sulle barricate. La reazione portò a nuove destituzioni, al carcere e all’esilio, e a un ancor più severo controllo politico sul mondo della cultura. Nel 1852 si pensò a dotare l’Università di un santo protettore, S. Tommaso d’Aquino, effigiato su medaglia dorata da portare al collo con il nastro celeste dell’Immacolata. Nel 1857 furono imposti agli studenti provenienti dalle province una carta di soggiorno da rinnovare ogni due mesi e un certificato di pietà religiosa. Napoli arrivava all’unificazione italiana con una Università «decaduta e deserta», come scriveva Alfredo Zazo a settecento anni dalla sua fondazione. Dopo l’Unità, Francesco De Sanctis, Direttore e poi Ministro della Pubblica istruzione, si disse fermamente intenzionato a «fare dell’Università di Napoli la prima Università di Europa». De Sanctis difese alcuni aspetti peculiari della tradizione universitaria napoletana, contro una rigida uniformazione alla legge Casati del 1859. Le leggi Bonghi e Coppino del 1875 e 1876 uniformarono poi lo statuto dell’Università napoletana a quello delle altre Università italiane. Mentre la popolazione studentesca raddoppiava, portandola al terzo posto in Europa dopo Berlino e Vienna, restavano gli annosi problemi delle sedi, cliniche, laboratori scientifici, nonché delle risorse finanziarie: tema costante delle prolusioni e delle relazioni inaugurali dei rettori negli anni seguenti, nonché della loro azione presso il Ministero. Il colera del 1884 mise a nudo le terribili conseguenze dell’alta concentrazione in quartieri malsani, dove erano ubicate anche le sedi universitarie: queste divennero parte integrante del piano per il Risanamento della città, e della relativa legge del 15 gennaio 1885. Il 16 dicembre 1908 fu solennemente inaugurato il nuovo edificio sul Corso Umberto. Secondo i dati forniti dal rettore Giovanni Paladino, l’Ateneo napoletano aveva allora 6471 studenti, che lo collocavano tra i più popolosi in Europa.  Nuovi indirizzi furono fissati con la riforma Gentile del 1923. Molti professori aderirono al Manifesto di Croce del 1925 e numerose manifestazioni studentesche furono organizzate tra il 1923 e il 1930. Ma con il rettore Arnaldo Bruschettini (1927-1931), della Facoltà giuridica, si ebbe l’esplicita adesione alle direttive del partito fascista su La funzione politica dell’Università, come recitava il titolo della sua relazione del 1928-29. Attivata l’Opera Universitaria, contributi furono erogati al Gruppo Universitario Fascista e alla Milizia Fascista Universitaria. Anche l’Università di Napoli fu colpita dalle leggi razziali. Studenti e docenti continuarono a crescere nonostante il plurisecolare monopolio napoletano degli studi universitari fosse stato infranto nel 1925 dalla nascita dell’Ateneo di Bari. Le devastazioni della guerra colpirono direttamente l’Ateneo. Laboratori e gabinetti scientifici furono requisiti dagli alleati. L’edificio centrale di Corso Umberto fu incendiato dai tedeschi il 12 settembre 1943. Nel 1944 il nuovo rettore Adolfo Omodeo, poi scomparso nel 1946, presentava un bilancio catastrofico. Dopo Gaetano Quagliariello, toccò a un altro storico, Ernesto Pontieri, rettore tra il 1950 e il 1959, affrontare il compito immane della ricostruzione, mentre il numero degli studenti balzava dai 14.398 iscritti del 1940-41 a 20.033 nel 1950-51 e 26.514 nel 1951-52. Mutava profondamente l’Università, che non solo per il numero degli studenti ma anche per la loro provenienza sociale perdeva definitivamente il carattere elitario che aveva conservato nell’Ottocento.  Ristrutturazioni, restauri, progettazione e costruzione di nuove sedi caratterizzarono la politica universitaria dei vent’anni successivi. Con dieci Facoltà, due Policlinici, circa 75.000 studenti, più della metà dei quali a Medicina, Giurisprudenza e Scienze, quello di Napoli negli anni Settanta era ormai un Mega-ateneo, che la creazione di nuove Università (Salerno 1968, Basilicata 1979) non valse a decongestionare: dagli anni Ottanta la popolazione studentesca avrebbe superato le 100.000 unità, per poi attestarsi intorno a questa cifra anche dopo la nascita, nel 1992-93, di un secondo Ateneo. Non solo per i numeri, ma anche e soprattutto per le profonde trasformazioni del contesto sociale e culturale di provenienza, nel 1968 il filosofo Pietro Piovani, grande educatore di schiere di studenti, decretava la fine dell’Università nazionale moderna nata nell’età napoleonica, in precario equilibrio tra scienza e professione. Non «si può pretendere – scriveva – che l’Università fornisca un’universalità che la cultura circostante non possiede». 

martedì 4 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1913 la suffragetta Emily Davison si para per protesta davanti al cavallo di re Giorgio V durante un derby, e viene terribilmente calpestata.
Era decisa, combattiva. Emily Davison era una delle femministe più famose d’Inghilterra, (femministe che allora si chiamavano “suffragette” perché la loro principale battaglia era combattuta per l’ottenimento del suffragio, del voto, alle donne). Il 4 Giugno 1913 va incontro alla morte in modo tanto clamoroso quanto aveva vissuto e portato avanti la sua causa fino ad allora: Emily si getterà davanti ad Anmer, il cavallo del re d’Inghilterra, Giorgio V, in piena corsa nel Derby di Epsom. Verrà calpestata e travolta dal possente animale, che le cadrà addosso procurandole una frattura cranica ed altre gravi lesioni interne. Morirà quattro giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza. Un’altra vittima di questo incidente fu il fantino del cavallo del re. Si chiamava Herbert Jones. Riportò lui stesso un lieve trauma cranico (mentre il cavallo Anmer non ebbe alcuna grave conseguenza e ritornò presto alle corse), ma fu soprattutto la sua psiche a rimanere segnata. Continuò per lungo tempo, a rivedere il volto della donna che aveva ucciso suo malgrado. Ancora molti anni dopo ne era ancora ossessionato: nel 1928 al funerale di un’altra nota femminista inglese, Emmeline Pankhurst, Jones volle depositare una corona in memoria della stessa Pankhurst “e di Miss Emily Davison”. Nel 1951 lo stesso Jones si suicidò nella propria abitazione con il gas.
Sul gesto e la morte di Emily Davison si fecero a suo tempo svariate congetture. Si arrivò a pensare che la stessa Emily, personaggio assai “scomodo” a quel tempo per l’establishment britannico, non si fosse gettata, ma fosse stata spinta sotto le gambe del cavallo. Questo perché le fu trovato un biglietto ferroviario di ritorno e per un ballo di suffragette previsto per la stessa sera, biglietti che non facevano certo pensare all’intenzione di attuare quel giorno un suicidio-kamikaze. Ma le indagini non trovarono alcun altro riscontro sulla tesi del suicidio “indotto”. Le testimonianze oculari dell’incidente stabilirono comunque che Emily aveva con se la bandiera della Wspu, l’Unione Sociale e Politica delle Donne (Women’s Social and Political Union) alla quale si era iscritta fin dal 1906.
La stessa Emily Davison era diventata famosa già nel 1911, quando, in occasione del censimento, riuscì a nascondersi in un armadio del Palazzo di Westminster, sede del parlamento inglese, in modo da poter indicare su un atto governativo, in questo caso il modulo del censimento, che quella notte una donna era stata nella Camera dei Comuni. In altre parole la certificazione che il tempio maschile della politica inglese non era più “inviolato”. Recentemente a Westminster è stata posta una targa per ricordare l’episodio, con questa scritta: “Questo è il modesto tributo ad una grande donna che si è dedicata ad una grande causa, che non ha vissuto abbastanza per vederla realizzata, ma che ha avuto un ruolo importante nel renderla possibile”.
Ma Emily Davison era un’autentica e risoluta testa calda, e non si limitò a semplici e pacifici gesti dimostrativi. Era infatti già finita in carcere più volte: dapprima per l’aggressione ad un uomo che aveva scambiato per Cancelliere dello Scacchiere, David Lloyd George; successivamente, pochi mesi prima di morire, per aver attentato con una bomba alla casa in costruzione dello stesso uomo politico. Anche in prigione aveva continuato la sua protesta, attuando uno sciopero della fame. Tutto questo fa comprendere quanto fosse “scomoda” per l’Inghilterra del suo tempo, e quanto fosse ritenuta una autentica bandiera del movimento femminile che stava lottando per la completa emancipazione della donna.

lunedì 3 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 1927 il grande ciclista Ottavio Bottecchia viene ritrovato agonizzante sulla strada.
Quel giorno di giugno del 1927 un agricoltore, certo Lorenzo di Santolo, vede dalla finestra di casa il corpo agonizzante di un corridore. Siamo vicino a Peonis, al crocevia del Cornino. Quell'uomo è ormai morente. Perde sangue dalla testa, dal naso e da un occhio. Il contadino si carica il corpo sulle spalle e lo porta al paese. Non sa che sta trascinando il grande Botescià, Ottavio Bottecchia, da Borgo Minelle di San Martino Colle Umberto. Dopo qualche giorno Botescià muore all'Ospedale di Gemona per "frattura della volta e della base cranica". Lo avevano messo al mondo un mugnaio e una contadina, ottavo e ultimo di una bella nidiata che, nel 1894, voleva dire un paio di braccia per i lavori nei campi e nel mulino. Sua prima occupazione è il calzolaio. Ma dura poco. Scopre la bicicletta seguendo il fratello Giovanni; durante la prima guerra mondiale si distingue e si merita la medaglia di bronzo al valor militare. Motivazione: ha catturato da solo un ufficiale austriaco. Nel 1921, da isolato, vince quattro delle cinque corse disputate. Lo nota Ganna che lo ingaggia e lo iscrive al Giro del '23, per i colori della Maino. Si classificherà quinto a quasi un'ora dal vincitore, certo Girardengo Costante.
Si sistema in Francia nel '23 e si allena nei pressi di Clermond Ferrand: il Puy de Dome costituisce il suo allenamento quotidiano. Nel '23 corre anche il Tour e si fa notare per le continue battaglie con un campione già affermato, Henry Pellissier. Del giovane Bottecchia di quell'anno alcuni record straordinari: primo a portare la maglia gialla dall'inizio alla fine della Grand Boucle; Vince la prima e l'ultima tappa; primo a transitare sul Col d'Aubisque che fu inserito proprio in quell'anno da Henry Desgrange fra gli arrivi in salita. Nel '25 è ancora primo e entra nella leggenda con quei tre chilometri dell'Izoard superati a piedi: per la gente di Francia non è più solo un contadino, ma ormai per tutti lui è l'eroe Botescià.
Con le vittorie arrivano anche il "lusso" e la celebrità. Va ad abitare a Pordenone e, come Creso, tutto quello che tocca diventa oro. Grandi auto, villa padronale e grande magnanimità con tutti. Ci chiediamo. La sua tragica fine fu solo un incidente in allenamento? La tipologia delle fratture subite dal campione commisurate con la geografia de luogo fanno propendere per una risposta negativa. E poi, quando avvenne il fatto Bottecchia era solo, e tutti sapevano che lui amava allenarsi in compagnia. Perché il suo amico Piccin, gregario fidato, quella mattina gli aveva detto che non poteva accompagnarlo? Allora fu un agguato? Chi avrebbe voluto una morte così "teatrale" di un campione che pareva non avere nemici? Il racconto del fatto di sangue riempì le pagine dei quotidiani e dei rotocalchi. Tutti volevano dire la loro e, come spesso succede in questi casi, le opinioni divennero mito e leggenda. Erano quelli gli anni di Lindberg e della prima trasvolata atlantica. Gli anni in cui Guglielmo Marconi stabilì il primo collegamento radio fra Londra e l'Australia. Gli anni in cui si consumò il delitto del deputato Matteotti, inviso al regime di Mussolini per la sua continua ricerca della verità. Il caso Bottecchia si tinge ancor più di giallo se si pensa che una decina di giorni prima un'auto pirata aveva travolto e ucciso il fratello di Ottavio, quel Giovanni che aveva contribuito col suo esempio a creare il campione Bottecchia. Giuseppina, la cognata di Ottavio si ritrovò improvvisamente sola a dover crescere i tre figli, ma Botescià il generoso, le promise il suo aiuto e, si racconta, le disse che conosceva il nome di colui che aveva spezzato la vita del fratello. Il mistero si infittisce ancora di più. Le opinioni si accavallano, i pareri si sprecano, fatto sta che la fine di questo grande del ciclismo rimane un enigma. Dopo la seconda guerra mondiale è nata una ricchissima bibliografia sulla fine di Bottecchia. Molti hanno voluto regalarci la loro interpretazione dei fatti. Giulio Crosti, Rosalina Salemi, Giorgio Garatti, Rino Negri, Duilio Chiaradia, Guido Giardini e molti altri ne hanno parlato. Fra le ipotesi più accreditate quella di Crosti parla della volontà di far arenare le indagini da parte della pubblica autorità. Sembra che un capomanipolo abbia "convinto" il Comando dei Carabinieri di Gemona, già certo di una azione chiaramente delittuosa, che si trattava invece solo di un incidente, "doveva" trattarsi solo di un incidente. Lo Spitaleri invece ipotizza che Bottecchia fosse finito come Matteotti, ucciso da emissari del regime. C'è chi parla anche di questione di corna, e di un marito che aggredisce con un bastone il malcapitato ciclista. Addirittura qualcuno azzarda un accostamento col racket delle scommesse. In questa agorà di pareri rimangono in piedi anche quelli che ribattono sui frequenti malori dei quali soffriva Bottecchia e che non poche volte lo avevano messo in ginocchio. Resta però il fatto che le fratture erano eccessivamente gravi nell'ipotesi di un incidente. A fare forse un po' di luce su questo caso da Perry Mason ecco uscire il Bollettino Parrocchiale di Peonis del novembre del 1973. Sul periodico si riapre in un certo senso il caso in quanto si racconta che il vecchio prete del paese, morente, confida al nuovo parroco che la verità sta tutta nel convinto antifascismo di Ottavio Bottecchia, e prima di morire il religioso vuole che si sappia la verità. Ma dove sono finiti gli atti ufficiali dei Carabinieri? Quando lo trovarono il suo corpo era devastato, ma la sua bicicletta, poi scomparsa nel nulla, non aveva nemmeno un graffio. Semplice combinazione? Fatalità? Forse la verità se ne è andata con lui, in quel lontano 3 giugno del 1927, al crocevia del Cornino.

domenica 2 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 giugno 1259 Manfredi ed Elena Ducas si uniscono in matrimonio al Castello di Trani.
Manfredi, figlio “illegittimo” (per convenienza del Papa dell’epoca) di Federico II e della contessa Bianca Lancia, appena divenuto Re di Sicilia decise di sancire l’alleanza con il despotato dell’Epiro, regno sull’altra sponda dell’adriatico che comprendeva Grecia occidentale e Albania, nato dalla frammentazione dell’Impero Bizantino dopo il saccheggio di Costantinopoli del 1204. Manfedi sposò quindi nel 1259 Elena Ducas, figlia del despota Michele II.
Il matrimonio non fu dei più duraturi dato che appena 7 anni dopo Manfredi venne ucciso in battaglia a Benevento dalle truppe di quello che diverrà il nuovo sovrano dell’Italia meridionale, il francese Carlo d’Angiò. Elena invece venne tradita proprio dal castellano di Trani, città dove aveva cercato rifugio, e consegnata a Carlo d’Angiò, rimanendo reclusa fino alla sua morte nel castello di Nocera.
Come riprova della centralità e dell’importanza acquisita da Trani nel Regno di Sicilia, Carlo decise di sposarsi proprio a Trani, quasi a “cancellare” il matrimonio del precedente sovrano. Carlo si sposò nella Cattedrale di Trani il 18 novembre del 1269 con Margherita di Borgogna. Curiosa coincidenza il fatto che come per Manfredi queste fossero le seconde nozze per il re.
La fedeltà di Trani al nuovo sovrano venne premiata con diversi privilegi, ma anche con un secondo matrimonio regale, quello del secondogenito di Carlo, Filippo. Carlo fece in modo di assegnare a Filippo il principato d’Acaia, altro regno nato dalla disgregazione dell’Impero Bizantino che comprendeva il Peloponneso. Per questo motivo Filippo sposò il 28 maggio del 1271 la figlia del principe, Isabella di Villehardouin.

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