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venerdì 27 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 gennaio.
Il 27 gennaio 1932 Enzo Ferrari pone per la prima volta il simbolo del cavallino rampante su una sua auto. Gli era stato donato come portafortuna 9 anni prima dalla famiglia di Francesco Baracca, l'asso della prima guerra mondiale nativo di Lugo, che lo aveva dipinto sul suo aeroplano.
Enzo Ferrari nasce a Modena il 18 febbraio 1898. All'età di dieci anni il padre Alfredo, dirigente di una locale fabbrica di lavorazione dei metalli, lo porta assieme al fratello Alfredo Jr. a Bologna, ad una gara automobilistica. Dopo aver assistito ad altre gare, Enzo Ferrari decide che vuole diventare un pilota automobilistico.
La formazione scolastica di Enzo Ferrari è abbastanza lacunosa, cosa che sarà motivo di rimpianto nei suoi ultimi anni. Il 1916 è un anno tragico che vede la morte, a breve distanza l'una dall'altra, del padre e del fratello.
Durante la prima guerra mondiale si occupa di zoccolare i muli dell'esercito e, nel 1918, rischia la vita a causa della terribile epidemia influenzale che colpì in quell'anno l'intero globo.
Viene assunto alla CMN, una piccola fabbrica di automobili riconvertita dalla fine della guerra. I suoi compiti includono test di guida che svolge con gioia. E' in questo periodo che si avvicina seriamente alle corse e nel 1919 partecipa alla Targa Florio arrivando nono. Attraverso il suo amico Ugo Sivocci lavora all'Alfa Romeo che ha introdotto alcune vetture di nuova concezione per la Targa Florio del 1920. Ferrari guida una di queste vetture ed arriva secondo.
Mentre è all'Alfa Romeo, diventa uno dei protetti di Giorgio Rimini, uno dei principali aiutanti di Nicola Romeo.
Nel 1923 gareggia e vince sul circuito di Sivocci a Ravenna, dove incontra il padre del leggendario asso italiano della prima guerra mondiale Francesco Baracca che rimane colpito dal coraggio e dall'audacia del giovane Ferrari e si presenta al pilota con il simbolo della squadra del figlio, il famoso cavallino rampante su di uno scudo giallo.
Nel 1924 agguanta la sua più grande vittoria vincendo la coppa Acerbo.
Dopo altri successi viene promosso a pilota ufficiale. La sua carriera nelle corse continua però solo in campionati locali e con macchine di seconda mano; ha finalmente l'occasione di guidare una vettura nuova alla più prestigiosa gara dell'anno: il Gran Premio di Francia.
In questo periodo si sposa e apre una concessionaria Alfa a Modena. Nel 1929 apre la sua azienda, la Scuderia Ferrari. Viene sponsorizzato in questa impresa dai ricchi industriali tessili di Ferrara, Augusto ed Alfredo Caniano. L'obiettivo principale dell'azienda è quello di fornire assistenza meccanica e tecnica ai ricchi acquirenti di Alfa Romeo che utilizzano queste vetture per le competizioni. Stringe un accordo con l'Alfa Romeo con il quale si impegna a fornire assistenza tecnica anche ai loro clienti diretti.
Enzo Ferrari stringe contratti simili anche con Bosch, Pirelli e Shell.
Per incrementare la sua "scuderia" di piloti amatoriali, convince Giuseppe Campari ad aderire alla sua squadra, al quale segue un altro bel colpo con la firma di Tazio Nuvolari. Nel suo primo anno la Scuderia Ferrari può vantare 50 piloti sia a tempo pieno che part-time.
Il team compete in 22 gare e totalizza otto vittorie e parecchie ottime prestazioni.
La Scuderia Ferrari diventa un caso di studio, forte anche del fatto che è il più grande team messo insieme da una persona sola. I piloti non ricevono un salario ma una percentuale sui premi delle vittorie, anche se qualsiasi richiesta tecnica o amministrativa dei piloti viene esaudita.
Tutto cambia quando l'Alfa Romeo annuncia la sua decisione di ritirarsi dalle gare a partire dalla stagione 1933 a causa di problemi finanziari. La Scuderia Ferrari può fare il suo vero ingresso nel mondo delle corse.
Nel 1935 firma per la Scuderia Ferrari il pilota francese Rene Dreyfus che prima guidava per la Bugatti. Egli è colpito dalla differenza tra il suo vecchio team e la Scuderia Ferrari e ne parla così: "La differenza tra il far parte del team Bugatti rispetto alla Scuderia Ferrari è come tra il giorno e la notte. [...] Con Ferrari ho imparato l'arte degli affari nelle corse, perché non c'è dubbio che Ferrari è un grandissimo affarista. [...] Enzo Ferrari ama le corse, su questo non ci piove. Ciononostante riesce a stemperare tutto per la persecuzione del suo fine che è quello di costruire un impero finanziario. Io sono sicuro che un giorno diventerà un grand'uomo, anche se le vetture che dovesse mandare in pista un giorno non portassero più il suo nome".
Negli anni la Scuderia Ferrari può vantare grandissimi piloti quali Giuseppe Campari, Louis Chiron, Achille Varzi ed il più grande di tutti, Tazio Nuvolari. Durante questi anni il team si deve confrontare con la potenza delle squadre tedesche Auto Union e Mercedes.
Dopo la guerra, Enzo Ferrari costruisce la propria prima vettura e, al Gran Premio di Monaco del 1947, fa la sua comparsa la Tipo125 con motore da 1,5 litri. La vettura è concepita dal suo vecchio collaboratore Gioacchino Colombo. La prima vittoria di Ferrari in un Gran Premio è nel 1951 al GP di Gran Bretagna dove l'argentino Froilan Gonzales porta alla vittoria la vettura della scuderia modenese. Il team ha una possibilità di vincere il Campionato del Mondo, possibilità che sfuma nel GP di Spagna quando la scuderia opta per i pneumatici Pirelli: il risultato disastroso consente a Fangio di vincere la gara ed il suo primo titolo mondiale.
Le vetture sportive diventano un problema per Ferrari le cui vittorie agonistiche non riescono a soddisfarlo pienamente. Il suo mercato principale, ad ogni modo, è basato sulle macchine da corsa dell'anno precedente vendute a privati. Le vetture Ferrari diventano quindi comuni in tutti i principali eventi sportivi tra cui Le Mans, Targa Florio e la Mille Miglia. Ed è proprio alla Mille Miglia che Ferrari agguanta alcune delle sue più grandi vittorie. Nel 1948 Nuvolari, già in pessime condizioni di salute, è iscritto per parteciparvi, anche se il suo fisico non può reggere ad un simile sforzo. Alla tappa di Ravenna Nuvolari, da quel grande campione che è stato, è già in testa ed ha addirittura un vantaggio di più di un'ora rispetto agli altri piloti.
Purtroppo Nuvolari viene "battuto" dalla rottura dei freni. Esausto, è costretto a scendere dalla vettura.
In questo periodo Ferrari comincia a produrre la famosissima Gran Turismo disegnata da Battista "Pinin" Farina. Le vittorie a Le Mans ed a altre gare sulla lunga distanza rendono famoso il marchio modenese in tutto il mondo.
Nel 1969 Ferrari deve far fronte a gravi sforzi finanziari. Le vetture sono ora ricercatissime ma non riesce a produrne a sufficienza per soddisfare le richieste e contemporaneamente a mantenere i propri programmi sul fronte agonistico. In aiuto arriva la FIAT e la famiglia Agnelli. E' a causa dell'accordo con l'impero della FIAT che la Ferrari viene criticata per non riuscire a dominare i ben più piccoli team inglesi.
Nel 1975 la Ferrari giunge ad una rinascita nelle mani di Niki Lauda che vince due titoli di Campione del Mondo e tre titoli di Campione Costruttori in tre anni.
Ma quella è l'ultima vittoria importante. Enzo Ferrari non riuscirà più a vedere la sua squadra campione del mondo; muore il 14 agosto 1988 all'età di 90 anni. La scuderia continua comunque nell'intento anche grazie a due grandi nomi, Alain Prost e Nigel Mansell. Nel 1993 entra Todt come Direttore Sportivo direttamente dalla direzione del team Peugeot che ha vinto la 24 ore di Le Mans e si porta dietro Niki Lauda come consulente tecnico.
L'arrivo nel 1996 del due volte campione del mondo Michael Schumacher e, nel 1997, di Ross Brawn e Rory Byrne dalla Benetton completano uno dei più grandi team della storia della Formula Uno.

giovedì 26 gennaio 2023

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 gennaio.
Il 26 gennaio 1925 nasce in Ohio Paul Newman.
Nato a Shaker Heights, Ohio, Paul Newman si laurea in Scienze al Kenyon College e negli anni '40 entra a far parte di una compagnia teatrale. Qui incontra Jakie Witte che diverrà sua moglie nel 1949. Dal matrimonio nascono tre figli, il più piccolo, Scott, morirà tragicamente per overdose nel 1978.
Negli anni '50 si iscrive alla scuola di recitazione "Actor's Studio" di New York e debutta sul palcoscenico di Broadway con lo spettacolo "Picnic" di William Inge. Dopo avere incantato intere platee decide che la nuova strada da intraprendere è quella del cinema: nel 1954 si incammina per Hollywood debuttando nel film "Il calice d'argento".
In quel periodo il cinema americano è ricco di attori belli, dannati e osannati da pubblico e critica - un esempio su tutti è Marlon Brando con il suo "Fronte del porto" - e per Newman non sembra facile affermarsi ed entrare a far parte dello star system. Ma il fato è in agguato e il giovane James Dean muore tragicamente. Al suo posto, per interpretare il ruolo del pugile italo-americano Rocky Graziano, viene chiamato Paul Newman.
Nel 1956 esce quindi nelle sale "Lassù qualcuno mi ama" ed arriva il successo di pubblico e critica. In breve tempo, con il suo sguardo languido dai profondi occhi blu e con la sua attitudine viene riconosciuto come uno dei sex symbol del cinema americano.
Nel 1958, dopo il divorzio dalla Witte, sposa l'attrice Joanne Woodward conosciuta sul set del film "La lunga estate calda" e con la quale è rimasto sposato fino alla morte. Dalla loro unione nascono tre figlie.
Nel 1961 compie il grande passo e decide di cimentarsi dietro la macchina da presa con il cortometraggio "On the harmfulness of tabacco"; il suo primo film da regista è "La prima volta di Jennifer" con il quale Newman dirige la moglie.
La sua carriera di regista prosegue con i film "Sfida senza paura" (1971), "Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde" (1972), "Lo zoo di vetro" (1987).
Nel 1986 finalmente l'Addemy si accorge di lui e arriva l'Oscar per la sua interpretazione nel film "Il colore dei soldi" di Martin Scorsese, al fianco di un giovane Tom Cruise.
Durante gli anni '70 una sua grande passione sono le corse automobilistiche e nel 1979 prende parte alla 24 ore di Le Mans arrivando secondo al volante della sua Porsche. Negli anni '90 nasce la Newman's own, un'azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche, i cui ricavati vengono devoluti in beneficenza.
Nel 1993 riceve il premio "Jean hersholt Humanitaria" dall'Accademy per le sue iniziative benefiche. In ricordo del figlio Scott, Newman dirige "Harry & son" nel 1984, storia di padre e figlio allontanati da mille incomprensioni.
La classe di Paul Newman la si ritrova in numerosissime pellicole, da quei capovalori che sono "La gatta sul tetto che scotta" (1958, con Elizabeth Taylor) e "La stangata" (1973, con Robert Redford) fino agli ultimi film ("Le parole che non ti ho detto" - 1998, con Kevin Costner, "Era mio padre" - 2003, con Tom Hanks) dove sebbene anziano la sua presenza fa ancora la differenza.
Alla fine del mese di luglio del 2008 gli viene diagnosticato un cancro ai polmoni. Trascorre gli ultimi mesi della sua vita con la famiglia: il 26 settembre 2008 muore nella sua casa di Westport, nello stato del Connecticut.

mercoledì 25 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 gennaio. Il 25 gennaio 2016 scompare al Cairo Giulio Regeni. “Verità per Giulio Regeni”. È la scritta che campeggia su striscioni e manifesti, che si legge su braccialetti e spille, tutti rigorosamente gialli. Ma a distanza di sette anni, quella verità non è ancora scritta. E questo nonostante la tenacia di due genitori che non si arrendono e del lavoro degli inquirenti italiani che non si danno per vinti. Giulio Regeni, 28 anni, è scomparso al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo cadavere è stato ritrovato nove giorni dopo, torturato e ucciso per motivi apparentemente sconosciuti. Da allora le indagini hanno cercato di trovare i colpevoli, fra l’assenza di collaborazione dell’Egitto e i continui depistaggi. Le procure del Cairo e di Roma, nonostante le promesse egiziane di un incontro, devono ancora riprendere i contatti e quindi la collaborazione per arrivare alla verità. Intanto, nel dicembre 2019 sono partiti i lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta. Proprio durante un'audizione della Commissione il duro atto d'accusa della Procura di Roma: "È finito nella ragnatela degli apparati egiziani ed è stato torturato per giorni. Dopo la sua morte almeno 4 depistaggi". Il 25 gennaio del 2016 il giovane ricercatore di Fiumicello esce di casa, al Cairo, per andare in piazza Tahrir. Ma non ci arriverà mai perché scompare a una fermata della metropolitana, non lontana dal centro. Il suo corpo, seminudo e con segni evidenti di tortura, viene ritrovato il 3 febbraio lungo la superstrada che collega il Cairo con Giza. Del suo corpo, riportato in Italia pochi giorni dopo, sua mamma Paola dirà: "Su quel viso ho visto tutto il male del mondo e ho detto: perché si è riversato su di lui?". L’inchiesta parte subito. La Procura del Cairo e quella di Roma avviano inchieste parallele e gli inquirenti si incontrano fin da maggio 2016. Ma dalla città egiziana iniziano ad arrivare i primi depistaggi. Dall’incidente all’omicidio passionale, fino allo spaccio di droga: sono gli inverosimili moventi che il Cairo prova ad affibbiare al caso del ricercatore torturato. Fino ad arrivare all’uccisione di cinque presunti sospettati dell’omicidio, il 24 marzo 2016. A casa di uno dei cinque, morti in un conflitto a fuoco con la polizia, viene ritrovato il passaporto di Giulio, ma le indagini successive verificheranno che a portare lì il documento è stato un agente della National security, i servizi segreti civili egiziani. Ed è proprio su di loro che si concentrano le indagini di piazzale Clodio: secondo i Pm italiani Regeni, che si trovava in Egitto per svolgere un dottorato sui sindacati di base egiziani per conto dell’Università di Cambridge, viene torturato e ucciso perché ritenuto una spia. Si appurerà in seguito che a venderlo ai servizi segreti civili è stato il capo degli ambulanti, Muhammad Abdallah, con cui il ricercatore era venuto in contatto per i suoi studi. Un anno dopo la scomparsa di Giulio, compare un video in cui il giovane ricercatore incontra Abdallah e quest’ultimo cerca di incastrarlo con una richiesta di denaro. Nel proseguire le indagini, la Procura del Cairo continua a mostrarsi reticente nell’aiutare l’Italia. Tra le altre cose, agli investigatori italiani viene concesso di interrogare alcuni testimoni solo per pochi minuti, dopo che gli stessi erano già stati interrogati per ore dalla polizia egiziana. Inoltre si scopre che le riprese video delle telecamere installate nella stazione della metro dove Giulio è scomparso sono state cancellate e quindi non più reperibili. Solamente mesi dopo l’inizio delle indagini i Pm egiziani ammetteranno per la prima volta che il ricercatore era stato effettivamente controllato e indagato dalla polizia. Controlli che però non avevano fatto emergere alcuna prova contro il giovane. Nel dicembre 2018 arriva la svolta delle indagini italiane. La Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati il nome di cinque militari egiziani ritenuti responsabili del sequestro di Regeni. Nei loro confronti il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il sostituto Sergio Colaiocco contestano il reato di concorso in sequestro di persona. Un reato commesso, secondo gli inquirenti, in concorso con altri soggetti che restano però ignoti, e che era emerso in un’informativa degli agenti del Ros e dello Sco un anno prima. Ma oltre questo risultato i Pm non possono andare: spetta infatti alla diplomazia e alla politica chiedere alla procura del Cairo di perseguire in patria gli assassini di Giulio. A maggio 2019 un supertestimone che, secondo quanto scrivono il Corriere della Sera e la Repubblica, ascoltò una conversazione proprio tra uno degli agenti responsabili del rapimento e un altro poliziotto africano, rivela che Regeni fu ucciso dai servizi di sicurezza egiziani perché creduto una spia inglese. Sempre a maggio, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi annuncia di sostenere formalmente la rogatoria della Procura di Roma sul caso. Il braccio di ferro tra Italia ed Egitto non è solo giudiziario, ma anche diplomatico. La prima decisione in merito risale all’8 aprile del 2016 quando Roma richiama il proprio ambasciatore al Cairo, lamentando la scarsa collaborazione egiziana nelle indagini. Una decisione che viene poi revocata il 15 agosto del 2017, quando l’Italia nomina un nuovo ambasciatore e i rapporti diplomatici riprendono tra le polemiche dei genitori di Giulio e dei loro sostenitori. Rapporti che sono continuati e persistono, nonostante gli appelli di chi chiede “verità per Giulio”. Il 26 gennaio 2019, l'allora presidente della Camera Roberto Fico accusa il presidente egiziano Al-Sisi di "aver mentito" sull'omicidio. Fico ricorda il suo incontro col presidente egiziano nel settembre 2018 e la promessa che gli fece: "Rimuoverò ogni ostacolo". "Non è accaduto nulla. Quindi quelle di Al Sisi sono state parole false", attacca. Ad aprile 2019 il premier Giuseppe Conte, dopo aver incontrato Al Sisi, afferma che sul caso Regeni "c'è insoddisfazione perché a distanza di tempo non c'è ancora nessun concreto passo avanti che ci lasci intravedere un accertamento dei fatti plausibile". Paola Deffendi e Claudio Regeni in questi anni non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia per l'omicidio del figlio. Nel maggio 2018 Paola ha iniziato uno sciopero della fame contro il fermo disposto dalle autorità egiziane nei confronti di Amal Fathy, moglie di Mohamed Lotfy, direttore esecutivo della Ong "Commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf)" che sta assistendo la famiglia Regeni sul territorio. "Trovino i responsabili e ci ridiano i vestiti che nostro figlio aveva quando è stato ritrovato ucciso", è l'appello lanciato da entrambi in tv nel febbraio 2019. Ad aprile si rivolgono al premier Conte: "Le chiediamo di essere determinato e incisivo con il presidente egiziano, di andare oltre ai consueti proclami e promesse". Nel maggio 2019 inviano una lettera direttamente ad Al Sisi: “Non possiamo più accontentarci delle sue condoglianze né delle sue promesse mancate”, scrivono. Il 7 ottobre 2019 si è tenuto l'incontro alla Farnesina con Luigi Di Maio, arrivato come risposta all'appello lanciato dai genitori di Regeni al nuovo ministro degli Esteri, dopo la nascita del governo Conte bis. Secondo Di Maio, per l'Italia è arrivato il momento di cambiare passo e atteggiamento perché lo stallo con l'Egitto sull'omicidio di Giulio Regeni non è più tollerabile. "È stato un incontro molto importante. Speriamo in un cambio di passo anche nei confronti della controparte egiziana", sono le parole del padre di Giulio. Il 22 ottobre 2019, a quasi un anno dagli ultimi contatti, la procura egiziana ha inviato una lettera alla procura della Repubblica di Roma esprimendo la volontà di voler "fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria" tra Roma e Il Cairo nelle indagini. Nella lettera, il procuratore generale egiziano Hamada al Sawi invita formalmente il procuratore capo di Roma ad un incontro al Cairo. Obiettivo "confermare la volontà di fare progressi nel campo della cooperazione giudiziaria tra i due Paesi nelle indagini sul caso Regeni". I contatti tra le due Procure, però, devono ancora riprendere. Durante la conferenza di fine anno il premier Giuseppe Conte ha spiegato: "Da Al Sisi ho avuto la massima garanzia che con il nuovo procuratore si metterà di nuovo in moto la cooperazione che si era interrotta". Un mese e mezzo dopo, il 3 dicembre 2019, entra a regime la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, approvata dalla Camera dei deputati il 30 aprile precedente, con l'elezione a presidente del deputato di Liberi e uguali Erasmo Palazzotto. La Commissione avrà 12 mesi di tempo per verificare "fatti, atti, condotte omissive che abbiano costituito ostacolo, ritardo o difficoltà all'accertamento giurisdizionale" sul rapimento e la violenta uccisione di Giulio Regeni. Durante un'audizione della Commissione, il 17 dicembre 2019, arriva un duro atto d'accusa della Procura di Roma. Il sostituto procuratore di Roma, Sergio Colaiocco, e il procuratore facente funzioni, Michele Prestipino, parlando di "almeno 4 depistaggi delle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni". Il ricercatore - hanno detto i due pm in audizione - è stato torturato per giorni, ucciso con calci e pugni, colpi di bastone e mazze. Ed è morto presumibilmente il primo febbraio 2016, per la rottura dell'osso del collo. Regeni è finito nella rete degli apparati egiziani, con la complicità di chi lo conosceva: il suo coinquilino avvocato, il sindacalista degli ambulanti e Noura Whaby, la sua amica che lo aiutava nelle traduzioni. I genitori di Giulio Regeni hanno apprezzato le parole dei due procuratori: "In questi anni abbiamo dovuto lottare contro violenze, depistaggi, omertà, prese in giro e tradimenti. Siamo grati ai nostri procuratori e alle squadre investigative per il lavoro instancabile". L'attività di indagine - svolta da Sco e Ros - ha fatto emergere almeno quattro azioni di depistaggio, partite subito dopo i fatti con il tentativo, attraverso l'autopsia, di far passare come causa del decesso le conseguenze di un incidente stradale. E poi il collegamento del decesso di Regeni "a un movente sessuale: Regeni viene fatto ritrovare nudo", ha spiegato il pm Colaiocco. Il terzo tentativo è il racconto di un ingegnere, che poi ammetterà di aver ricevuto istruzioni da un ufficiale della Sicurezza nazionale, di aver visto Regeni litigare con una persona straniera non lontano dal consolato italiano. Gli accertamenti della Procura hanno dimostrato che in quel momento Giulio era a casa a vedere un film. Il quarto tentativo è legato all'uccisione di cinque soggetti appartenenti ad una banda criminale morti nel corso di uno scontro a fuoco. Per gli inquirenti egiziani erano stati loro gli autori dell'omicidio. La verità per Giulio Regeni è ancora lontana dal manifestarsi.

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