Buongiorno, oggi è il 4 novembre.
Nelle prime ore del 4 novembre 1966 si compì quella che fu poi chiamata l'alluvione di Firenze.
Nei giorni che precedettero tale data caddero in Toscana un numero di millimetri di pioggia pari a un terzo della media annuale, ingrossando e rompendo gli argini di tutti i fiumi. L'alluvione portò alla morte di 34 persone, ma nella coscienza storica del paese rimase impressa la tragedia, sia pure incruenta, del patrimonio artistico della città: migliaia di volumi, tra cui preziosi manoscritti o rare opere a stampa furono coperti di fango nei magazzini della Biblioteca Nazionale Centrale, e una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, il Crocifisso di Cimabue conservato nella Basilica di Santa Croce deve considerarsi, nonostante un commovente restauro, perduto all'80%. La nafta da riscaldamento impresse le tracce del livello raggiunto dalle acque su tanti monumenti; la Porta del Paradiso del Battistero di Firenze fu spalancata dalle acque, e dalle ante sbattute violentemente si staccarono quasi tutte le formelle del Ghiberti. Innumerevoli i danni ai depositi degli Uffizi, ancora non completamente risarciti dopo anni di indefessi restauri, che tra l'altro hanno portato le istituzioni fiorentine per il restauro ad essere considerate fra le principali del mondo. Un vero e proprio esercito di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità volontariamente, subito dopo l'alluvione, arrivarono a migliaia in città per salvare le opere d'arte e i libri, strappando al fango e all'oblio la testimonianza di secoli di Arte e di Storia. Questa incredibile catena di solidarietà internazionale rimane una delle immagini più belle nella tragedia. I giovani, chiamati ben presto gli "Angeli del fango" sono anche uno dei primi esempi di mobilitazione spontanea giovanile nel XX secolo. Per la tutela del patrimonio artistico danneggiato si mise subito in moto una gara a mettere al sicuro e approntare i primi restauri ai beni danneggiati. Guidati dal lungimirante soprintendente Ugo Procacci, i laboratori fiorentini dell'Opificio delle Pietre Dure raggiunsero gradualmente quei livelli di avanguardia e maestranza tecnica che tuttora li rendono una delle strutture più importanti a livello mondiale nel campo del restauro.
L'alluvione fu uno dei primi episodi in Italia in cui si evidenziò l'assoluta mancanza di una struttura centrale con compiti di protezione civile: i cittadini non furono avvertiti dell'imminente fuoriuscita del fiume, tranne alcuni orafi di Ponte Vecchio che ricevettero una telefonata di una guardia notturna che li invitava a vuotare le loro botteghe; le notizie furono date in grande ritardo e i Media tentarono di sottacere l'entità del disastro; per i primi giorni gli aiuti provennero quasi esclusivamente dal volontariato, o dalle truppe di stanza in città: per vedere uno sforzo organizzato dal governo bisognò attendere sei giorni dopo la catastrofe.
Da segnalare poi che l'aiuto economico da parte del governo fu un contributo di 500 mila Lire ai commercianti, finanziato attraverso l'aumento delle accise di 10 lire sul prezzo della benzina: tale aumento è tuttora presente nel costo dei carburanti.
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mercoledì 4 novembre 2026
martedì 3 novembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre 1957 l'Unione Sovietica lanciava in orbita lo Sputnik 2, al cui interno per la priva volta vi era un essere vivente, una cagnetta comunemente nota col nome di Laika, sebbene il suo vero nome fosse Kudrjavka.
Erano gli anni della guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica lanciavano la sfida allo spazio con l'ovvio scopo di essere in grado di attaccare il nemico dallo spazio ed avere un vantaggio strategico enorme. Con questo lancio l'URSS dimostrava di essere molto più avanti in questa speciale corsa. Lo Sputnik 2 era dotato di un piccolo ambiente vitale pressurizzato dove la cagnetta, che era stata lungamente addestrata per resistere in spazi angusti e sotto una forte pressione, avrebbe potuto sopravvivere al lancio.
Il programma prevedeva che il satellite restasse in orbita alcuni mesi e poi precipitasse nell'atmosfera, quindi la sorte di Laika era segnata fin dalla partenza; inoltre le batterie che alimentavano il sistema vitale potevano resistere non più di alcuni giorni. Per questo motivo uno dei bocconi con cui sarebbe stata alimentata la cagnolina era stato avvelenato, onde evitare un'agonia per asfissia dell'animale.
Laika era collegata a una serie di sensori che avrebbero consentito di monitorare i suoi segni vitali per consentire uno studio della risposta di un essere vivente alle sollecitazioni della vita nello spazio; in realtà un guasto al sistema di areazione la uccise dopo poche ore e il suo sacrificio fu quindi quasi inutile.
Nel 1997, a 40 anni dal lancio, l'istituto aerospaziale di Mosca aggiunse ai nomi dei cosmonauti morti per la conquista dello spazio, anche quello di Laika, con una targa apposita in suo onore.
Il 3 novembre 1957 l'Unione Sovietica lanciava in orbita lo Sputnik 2, al cui interno per la priva volta vi era un essere vivente, una cagnetta comunemente nota col nome di Laika, sebbene il suo vero nome fosse Kudrjavka.
Erano gli anni della guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica lanciavano la sfida allo spazio con l'ovvio scopo di essere in grado di attaccare il nemico dallo spazio ed avere un vantaggio strategico enorme. Con questo lancio l'URSS dimostrava di essere molto più avanti in questa speciale corsa. Lo Sputnik 2 era dotato di un piccolo ambiente vitale pressurizzato dove la cagnetta, che era stata lungamente addestrata per resistere in spazi angusti e sotto una forte pressione, avrebbe potuto sopravvivere al lancio.
Il programma prevedeva che il satellite restasse in orbita alcuni mesi e poi precipitasse nell'atmosfera, quindi la sorte di Laika era segnata fin dalla partenza; inoltre le batterie che alimentavano il sistema vitale potevano resistere non più di alcuni giorni. Per questo motivo uno dei bocconi con cui sarebbe stata alimentata la cagnolina era stato avvelenato, onde evitare un'agonia per asfissia dell'animale.
Laika era collegata a una serie di sensori che avrebbero consentito di monitorare i suoi segni vitali per consentire uno studio della risposta di un essere vivente alle sollecitazioni della vita nello spazio; in realtà un guasto al sistema di areazione la uccise dopo poche ore e il suo sacrificio fu quindi quasi inutile.
Nel 1997, a 40 anni dal lancio, l'istituto aerospaziale di Mosca aggiunse ai nomi dei cosmonauti morti per la conquista dello spazio, anche quello di Laika, con una targa apposita in suo onore.
lunedì 2 novembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 novembre.
Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia moriva di morte violenta Pier Paolo Pasolini.
Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l'autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell'autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un'emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell'area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch'essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l'aggressione.
Dell'omicidio fu subito accusato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, caricato da Pasolini la sera prima nei pressi della Stazione Termini. Secondo il Pelosi, Pasolini avrebbe tentato delle avances omosessuali a lui non gradite, e il litigio che ne seguì sfociò in un alterco violento: Pelosi sarebbe stato costretto ad uccidere Pasolini per legittima difesa.
Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l'omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d'Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A quarant'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia moriva di morte violenta Pier Paolo Pasolini.
Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l'autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell'autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un'emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell'area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch'essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l'aggressione.
Dell'omicidio fu subito accusato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, caricato da Pasolini la sera prima nei pressi della Stazione Termini. Secondo il Pelosi, Pasolini avrebbe tentato delle avances omosessuali a lui non gradite, e il litigio che ne seguì sfociò in un alterco violento: Pelosi sarebbe stato costretto ad uccidere Pasolini per legittima difesa.
Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l'omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d'Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A quarant'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Giuseppe Pelosi, invece, è morto il 20 luglio 2017 per un tumore ai polmoni.
La morte di Pasolini resta ancora un mistero.
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