Buongiorno, oggi è il 3 novembre.
Il 3 novembre 1957 l'Unione Sovietica lanciava in orbita lo Sputnik 2, al cui interno per la priva volta vi era un essere vivente, una cagnetta comunemente nota col nome di Laika, sebbene il suo vero nome fosse Kudrjavka.
Erano gli anni della guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica lanciavano la sfida allo spazio con l'ovvio scopo di essere in grado di attaccare il nemico dallo spazio ed avere un vantaggio strategico enorme. Con questo lancio l'URSS dimostrava di essere molto più avanti in questa speciale corsa. Lo Sputnik 2 era dotato di un piccolo ambiente vitale pressurizzato dove la cagnetta, che era stata lungamente addestrata per resistere in spazi angusti e sotto una forte pressione, avrebbe potuto sopravvivere al lancio.
Il programma prevedeva che il satellite restasse in orbita alcuni mesi e poi precipitasse nell'atmosfera, quindi la sorte di Laika era segnata fin dalla partenza; inoltre le batterie che alimentavano il sistema vitale potevano resistere non più di alcuni giorni. Per questo motivo uno dei bocconi con cui sarebbe stata alimentata la cagnolina era stato avvelenato, onde evitare un'agonia per asfissia dell'animale.
Laika era collegata a una serie di sensori che avrebbero consentito di monitorare i suoi segni vitali per consentire uno studio della risposta di un essere vivente alle sollecitazioni della vita nello spazio; in realtà un guasto al sistema di areazione la uccise dopo poche ore e il suo sacrificio fu quindi quasi inutile.
Nel 1997, a 40 anni dal lancio, l'istituto aerospaziale di Mosca aggiunse ai nomi dei cosmonauti morti per la conquista dello spazio, anche quello di Laika, con una targa apposita in suo onore.
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martedì 3 novembre 2026
lunedì 2 novembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 novembre.
Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia moriva di morte violenta Pier Paolo Pasolini.
Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l'autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell'autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un'emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell'area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch'essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l'aggressione.
Dell'omicidio fu subito accusato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, caricato da Pasolini la sera prima nei pressi della Stazione Termini. Secondo il Pelosi, Pasolini avrebbe tentato delle avances omosessuali a lui non gradite, e il litigio che ne seguì sfociò in un alterco violento: Pelosi sarebbe stato costretto ad uccidere Pasolini per legittima difesa.
Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l'omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d'Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A quarant'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Nella notte tra il primo e il 2 novembre 1975, sul lungomare di Ostia moriva di morte violenta Pier Paolo Pasolini.
Il corpo fu ritrovato la mattina successiva, su una strada accidentata che portava ad un campo di calcio amatoriale. Il corpo presentava ferite gravissime alla testa e al torace, ed inoltre erano evidenti i segni del passaggio di un auto; si scoprirà poi, tramite l'autopsia, che la morte era sopraggiunta per la rottura del cuore, in seguito al passaggio dell'autovettura sul torace, ma che le percosse subite avevano già provocato un'emorragia cerebrale. Inoltre, disseminati nell'area, si trovarono resti degli attrezzi usati per il pestaggio, o almeno di alcuni di questi (un paletto ed una tavoletta di legno, macchiati di sangue), e così pure si trovò la camicia dello scrittore (anch'essa imbrattata di sangue), ciocche di capelli eccetera: alcuni di questi reperti erano a 90 metri al corpo, e testimoniavano il disperato tentativo di fuga di Pasolini dal luogo dove aveva avuto inizio l'aggressione.
Dell'omicidio fu subito accusato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, caricato da Pasolini la sera prima nei pressi della Stazione Termini. Secondo il Pelosi, Pasolini avrebbe tentato delle avances omosessuali a lui non gradite, e il litigio che ne seguì sfociò in un alterco violento: Pelosi sarebbe stato costretto ad uccidere Pasolini per legittima difesa.
Il percorso processuale della vicenda fu relativamente veloce. La sentenza di primo grado è del 26 aprile 1976; quella d'appello del 4 dicembre 1976; la Cassazione si esprimerà in modo definitivo il 26 aprile 1979. In tutte queste sentenze la responsabilità di Pelosi quale autore materiale del delitto emerge chiara ed inequivocabile, rigettando la linea della legittima o sproporzionata difesa e dimostrando che Pasolini non fu (MAI ed in NESSUNA MISURA) "aggressore", ma "aggredito". Nella prima sentenza Pelosi fu condannato per aver commesso l'omicidio "con il concorso di ignoti". La corte d'Appello lo riconoscerà invece unico colpevole. La successiva sentenza della Cassazione (pur essendo, per il suo carattere definitivo, quella più importante dal punto di vista giuridico) è irrilevante sotto questi aspetti, essendo limitata alla valutazione di diritto e non di merito.
Pelosi ha mantenuto invariata la sua assunzione di colpevolezza fino al maggio 2005, quando, a sorpresa, nel corso di un'intervista televisiva, affermando di non essere stato l'autore del delitto di Pier Paolo Pasolini, ha dichiarato che l'omicidio sarebbe stato commesso da altre tre persone. Ha fatto i nomi dei suoi complici solo in un'intervista del 12 settembre 2008 pubblicata sul saggio d'inchiesta di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza "Profondo Nero" (Chiarelettere 2009). Ha aggiunto inoltre di aver celato questa sua verità per timore di mettere a rischio l'incolumità della propria famiglia.
Le circostanze della morte di Pasolini non sono ad oggi ancora state chiarite. Contraddizioni nelle deposizioni rese dall'omicida, un "chiacchierato" intervento dei servizi segreti durante le indagini e alcuni passaggi a vuoto o poco coerenti riscontrati negli atti processuali, sono fattori che – come hanno ripetutamente sottolineato negli anni seguenti gli amici più intimi di Pasolini (particolarmente Laura Betti) – lasciano aperte le porte a più di un dubbio.
A quarant'anni dalla morte, assieme alla ritrattazione del Pelosi emerge la testimonianza di Sergio Citti, amico e collega di Pasolini, su una sparizione di copie dell'ultimo film Salò e su un eventuale incontro con dei malavitosi per trattare la restituzione. Sergio Citti morirà alcune settimane dopo.
Giuseppe Pelosi, invece, è morto il 20 luglio 2017 per un tumore ai polmoni.
La morte di Pasolini resta ancora un mistero.
domenica 1 novembre 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo novembre.
Il primo novembre 1814 si apriva a Vienna l'omonimo congresso, il cui scopo era quello di correggere gli sconvolgimenti che la Rivoluzione francese prima e l'avvento di Napoleone poi avevano creato in Europa. Si parla infatti del periodo della Restaurazione.
Il congresso proseguì anche durante la fuga di Napoleone dall'Isola d'Elba, e si concluse 9 giorni prima della battaglia di Waterloo, il 9 giugno 1815.
Gli accadimenti della seconda metà del diciottesimo secolo avevano fatto tramontare definitivamente le idee dell'Illuminismo, secondo le quali l'uomo e la ragione avrebbero sempre portato miglioramenti nella vita quotidiana e in generale nello sviluppo della società civile. Al contrario, la morte e la devastazione che seguirono la rivoluzione dimostrarono che l'uomo era capace di distruggere se stesso e la società.
Al congresso si combattevano due principi contrapposti: quello secondo il quale andava interamente cancellato quanto successo e doveva essere ripristinato lo "status quo ante", e di conseguenza tutti gli Stati e le monarchie precedenti la rivoluzione (visione reazionaria), e un secondo, che considerava gli avvenimenti come qualcosa che non poteva essere ignorato, e dunque prevedeva di farne tesoro e correggere le storture (visione progressista).
Il concetto di fondo condiviso da tutti fu comunque quello di cercare di dare un assetto abbastanza equilibrato alle potenze europee, onde evitare altre guerre cruente.
I due grossi nodi da sciogliere furono la situazione polacca e quella italiana.
La Russia ricevette il grosso del Ducato napoleonico di Varsavia come Regno di Polonia (chiamato Polonia del Congresso), ma non ricevette il distretto di Poznan (Granducato di Poznan), che fu dato alla Prussia, né Cracovia, che rimase una città libera. La Prussia ricevette il 40% della Sassonia (più tardi nota come provincia di Sassonia), con la restante parte resa al Re Federico Augusto I di Sassonia (Regno di Sassonia).
L'Italia fu divisa in una decina di Stati: il Regno di Sardegna, guidato dai Savoia con annessa la Repubblica di Genova che cessava di esistere; il regno Lombardo-Veneto sotto il controllo dell'Austria, a cui venne assoggettata la Repubblica di Venezia, la Valtellina (precedentemente svizzera) e una parte dell'oltrepo rovigino); il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena, di Parma e Piacenza, di Lucca; lo Stato Pontificio veniva ripristinato, ma perdeva Avignone e il Contado Venassino; il Regno di Napoli fu affidato ai Borboni.
Il Congresso di Vienna fu spesso criticato da storici del XIX secolo e più recenti per il fatto di aver ignorato gli impulsi nazionali e liberali, e per avere imposto una reazione repressiva sul continente.
Nel XX secolo, tuttavia, alcuni storici sono arrivati ad ammirare gli statisti del Congresso, la cui opera, si disse, aveva impedito un'altra guerra generale europea per quasi cent'anni (1818-1914).
Il primo novembre 1814 si apriva a Vienna l'omonimo congresso, il cui scopo era quello di correggere gli sconvolgimenti che la Rivoluzione francese prima e l'avvento di Napoleone poi avevano creato in Europa. Si parla infatti del periodo della Restaurazione.
Il congresso proseguì anche durante la fuga di Napoleone dall'Isola d'Elba, e si concluse 9 giorni prima della battaglia di Waterloo, il 9 giugno 1815.
Gli accadimenti della seconda metà del diciottesimo secolo avevano fatto tramontare definitivamente le idee dell'Illuminismo, secondo le quali l'uomo e la ragione avrebbero sempre portato miglioramenti nella vita quotidiana e in generale nello sviluppo della società civile. Al contrario, la morte e la devastazione che seguirono la rivoluzione dimostrarono che l'uomo era capace di distruggere se stesso e la società.
Al congresso si combattevano due principi contrapposti: quello secondo il quale andava interamente cancellato quanto successo e doveva essere ripristinato lo "status quo ante", e di conseguenza tutti gli Stati e le monarchie precedenti la rivoluzione (visione reazionaria), e un secondo, che considerava gli avvenimenti come qualcosa che non poteva essere ignorato, e dunque prevedeva di farne tesoro e correggere le storture (visione progressista).
Il concetto di fondo condiviso da tutti fu comunque quello di cercare di dare un assetto abbastanza equilibrato alle potenze europee, onde evitare altre guerre cruente.
I due grossi nodi da sciogliere furono la situazione polacca e quella italiana.
La Russia ricevette il grosso del Ducato napoleonico di Varsavia come Regno di Polonia (chiamato Polonia del Congresso), ma non ricevette il distretto di Poznan (Granducato di Poznan), che fu dato alla Prussia, né Cracovia, che rimase una città libera. La Prussia ricevette il 40% della Sassonia (più tardi nota come provincia di Sassonia), con la restante parte resa al Re Federico Augusto I di Sassonia (Regno di Sassonia).
L'Italia fu divisa in una decina di Stati: il Regno di Sardegna, guidato dai Savoia con annessa la Repubblica di Genova che cessava di esistere; il regno Lombardo-Veneto sotto il controllo dell'Austria, a cui venne assoggettata la Repubblica di Venezia, la Valtellina (precedentemente svizzera) e una parte dell'oltrepo rovigino); il Granducato di Toscana, il Ducato di Modena, di Parma e Piacenza, di Lucca; lo Stato Pontificio veniva ripristinato, ma perdeva Avignone e il Contado Venassino; il Regno di Napoli fu affidato ai Borboni.
Il Congresso di Vienna fu spesso criticato da storici del XIX secolo e più recenti per il fatto di aver ignorato gli impulsi nazionali e liberali, e per avere imposto una reazione repressiva sul continente.
Nel XX secolo, tuttavia, alcuni storici sono arrivati ad ammirare gli statisti del Congresso, la cui opera, si disse, aveva impedito un'altra guerra generale europea per quasi cent'anni (1818-1914).
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