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giovedì 7 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 maggio.
Il 7 maggio 1978 Reinhold Messner raggiunge la vetta dell'Everest, ed è il primo uomo a farlo senza l'ausilio di bombole d'ossigeno.
Reinhold Messner, alpinista e scrittore nato il 17 settembre 1944 a Bressanone, è il secondogenito di nove fratelli. Dopo gli studi di geometra e la frequentazione dell'Università a Padova, ha iniziato giovanissimo la sua attività di scalatore, divenendo noto negli anni Sessanta per una serie di rischiose ascensioni solitarie. Da almeno trent'anni è uno dei grandi protagonisti dell'alpinismo mondiale: tra le 3500 scalate da lui effettuate, circa 100 sono prime assolute, aprendo itinerari nuovi, d'inverno e in solitaria (alcuni non ancora ripetuti) e limitando al minimo indispensabile l'uso di mezzi artificiali.
La sua infanzia è segnata dalle prime scalate effettuate a soli cinque anni insieme al padre sulle "Odle", un gruppo montuoso nei pressi del suo luogo di nascita, Bressanone. In seguito, intraprende una serie di ascensioni sulle Dolomiti insieme al fratello Guenther. Da tutto questo prende il via la sua grande passione per la montagna, che lo ha porta in seguito a "scoprire" il ghiaccio con le prime ascensioni sul monte Bianco, ad effettuare uscite in altri continenti, oltre che a sperimentare ascese di 6.000 metri di altitudine sulle cime delle Ande. Quando il suo nome comincia ormai a circolare fra gli addetti ai lavori, ecco che riceve, assieme al fratello Guenther, la sua prima chiamata per aggregarsi ad una spedizione, quella del Nanga Parbat, un massiccio montuoso che farebbe tremare le vene a chiunque. E' per Messner la prima grande avventura alla scoperta degli 8.000 metri, la quota che lo renderà famoso negli annali dell'alpinismo. Messner, infatti, ha scalato alcune fra le pareti più lunghe del mondo, nonché tutte le quattordici cime sopra gli 8000 metri presenti sul globo terracqueo.
Un inizio però oltremodo drammatico, una scalata, quella del Nanga Parbat, tragica, che ha visto la morte di Guenther al ritorno della salita, e la traumatica amputazione delle dita dei piedi a seguito di un grave congelamento. Naturale dunque in Reinhold la voglia di lasciare, un desiderio che avrebbe colpito chiunque. Ma Messner non è "chiunque" e, oltre al suo grande amore per la montagna, una cosa lo ha sempre caratterizzato: la grande volontà e determinazione d'animo, messa anche al servizio di battaglie politiche a fianco dei Verdi per la salvaguardia e tutela dell'ambiente (tristemente celebri sono, ad esempio, gli scempi perpetrati ai danni delle grandi montagne indiane).
Poi la grande e sofferta decisione di continuare con la sua vita di avventura. Ecco allora che si getta nell'impresa più rischiosa, la scalata dell'Everest in stile alpino, ossia senza l'ausilio dell'ossigeno. In seguito, dopo il successo clamoroso di questa impresa, ne tenta un'altra ancora più temeraria: la scalata dell'Everest in solitaria.
Reinhold Messner perviene a questi risultati anche grazie allo studio dei grandi alpinisti del passato, dove nel suo museo a Solda ha raccolto di ognuno di essi oggetti che raccontano della loro vita. E' talmente legato alla loro memoria e a quello che rappresentano che lo stesso Messner ha confessato di programmare le sue spedizioni attraverso lo studio delle loro avventure.
Altra impresa eccezionale di questo personaggio è stata poi la prima traversata del continente antartico passando per il polo Sud (insieme a Arven Fuchs), compiuta senza motori o cani, ma solo con la forza muscolare o con la spinta del vento; analogamente, nel 1993, con il secondo fratello Hubert, ha attraversato la Groenlandia.
Messner vanta anche la conoscenza fisica completa della sua terra, avendo più volte effettuato il giro dei confini del Sudtirolo con Hans Kammerlander, scalando non solo cime ma fermandosi anche a parlare e a discutere con i contadini e con chi si trova ad abitare in posti disagevoli, cercando di capire i loro bisogni.
Personaggio noto internazionalmente, ha tenuto conferenze in Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Argentina e Spagna; è stato collaboratore di centinaia di documentari ed ha al suo attivo decine di pubblicazioni sulle riviste più disparate (Epoca, Atlante, Jonathan, Stern, Bunte, Geo, National Geographic ...). Fra i premi letterari che ha ricevuto vi sono il premio "ITAS" (1975), "Primi Monti" (1968), "Dav" (1976/1979); numerose anche le onorificenze ottenute in Italia, Stati Uniti, Nepal e Pakistan.
All'età di 60 anni Messner ha compiuto l'ennesima impresa attraversando a piedi il deserto asiatico del Gobi. Ha impiegato otto mesi per percorrere 2000 km, realizzando il suo viaggio in solitaria, trasportando uno zaino di oltre 40 kg con una riserva d'acqua di 25 litri.
Eletto come indipendente nella lista dei Verdi italiani, è stato membro del Parlamento Europeo dal 1999 al 2004.
Il 3 giugno 2014 il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, gli ha conferito l'onorificenza di "Grande Ufficiale" per la sua attività culturale, i suoi Messner Mountain Museum.

mercoledì 6 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1937 nei pressi della stazione aeronavale di Lakehurst, in USA, si consumava la tragedia dell'Hindenburg.
In un'epoca in cui l'aviazione era ancora nella sua infanzia, la società tedesca Luftschiffbau Zeppelin creò il più grande dirigibile mai prodotto in grado di solcare i cieli. Lo LZ129 Hindenburg era 245 metri di lunghezza (25 meno del Titanic) e 41 metri di circonferenza massima. Compì con successo molti viaggi nel suo primo anno di servizio e fu il primo dirigibile commerciale transatlantico, ma in una sera piovosa in una base aerea navale a Lakehurst, New Jersey, l'Hindenburg trovò la sua fine in modo spettacolare. Alla partenza dei 3 giorni di traversata atlantica iniziati il lunedi sera, 3 maggio, il tempo era buono, ma poco dopo peggiorò. A mezzanotte, l'Hindenburg incontrò una prima tempesta sul Mare del Nord, e prima dell'alba era salito dalla sua usuale altitudine di crociera tra 800 e 1.000 piedi (244-305 metri) a 2.100 piedi (640 metri) per volare sopra le tempeste alla latitudine del Canale della Manica. Martedì a mezzogiorno l'Hindenburg era tornato a riprendere una normale quota di crociera, mentre passava a sud-ovest dell'Irlanda, ma di nuovo aveva incontrato forte vento contrario prima di lasciare l'Europa sopra l'Atlantico. Il mercoledì era trascorso senza eventi di rilievo, giungendo in serata nei pressi di Terranova in Canada. Secondo quanto riferito, il capitano Lehmann aveva trascorso qualche ora quella sera nella sala a suonare la sua fisarmonica per i passeggeri. Il giorno successivo, 6 maggio alle 15:00 circa (orario della costa orientale), la grande ombra dell'Hindenburg aveva maestosamente attraversato New York City. I passeggeri hanno potuto vedere l'Empire State Building, la Statua della Libertà, Harlem, il Bronx e una partita di baseball in corso tra i Pittsburgh Pirates e il Brooklyn Dodgers sul campo Ebbets. L'atterraggio era previsto alle 4 del pomeriggio, ma una tempesta di fulmini nella zona costrinse il comandante Pruss ad optare per un giro panoramico fino alla costa orientale, sperando che le condizioni meteorologiche migliorassero prima di dover scendere. Come sperato, le nuvole cominciarono a diradarsi, e alle 7:00 pm il potente Hindenburg si avvicinò alla base aerea della Marina a Lakehurst, New Jersey, per atterrare. Una folla di giornalisti e curiosi erano in zona per assistere all'arrivo di questo colosso da vicino. Non appena la fune di ormeggio di prua fu gettata a terra, alle ore 19,23, diversi testimoni dissero di aver visto un arco azzurro propagarsi dalla pinna di coda, seguita da una grande esplosione di fuoco. Le fiamme inghiottirono l'intera parte posteriore del dirigibile Hindenburg che cominciò a cadere a terra iniziando dalla poppa. Il fuoco si propagò per tutta la superficie del dirigibile, alimentato dall'idrogeno contenuto al suo interno (a causa dell'embargo statunitense sull'elio, l'Hindenburg era pieno di idrogeno, altamente infiammabile) che precipitò a terra e si distrusse completamente in meno di un minuto. Dei 36 passeggeri e 61 membri dell'equipaggio morirono in 35, chi a causa delle fiamme, chi saltando dalle finestre quando ancora il dirigibile era troppo in alto, chi a causa dell'inalazione dei gas. L'intero disastro si svolse in soli 32 secondi. Sul luogo erano presenti diverse troupe cinematografiche che registrarono molti cinegiornali con le spettacolari immagini del disastro Hindenburg; vi era anche una trasmissione radiofonica in diretta da Chicago a cura del giornalista Herbert Morrison, il quale fece un recosonto accorato della tragedia pronunciando una frase che divenne poi famosa (Oh, humanity!). Ci sono molte teorie su ciò che ha causato il disastro dell'Hindenburg, anche se nessuna è mai stata considerata ufficialmente provata. La più probabile, la "teoria dell'elettricità statica", afferma che un accumulo di carica carica elettrostatica dovuta al maltempo ha scatenato il disastro nel momento in cui agganciando la fune al pilone di attracco, quest'ultimo ha agito come messa a terra generando scintille che hanno poi dato fuoco all'idrogeno contenuto nel dirigibile. Una seconda ipotesi parla di sabotaggio, poichè il proprietario della compagnia, Hugo Eckener, era un uomo pacifista in forte e risaputo contrasto con il crescente partito Nazional Socialista in Germania. Nonostante il suo disprezzo per Hitler fosse noto, egli fu costretto a malincuore ad accettare somme di denaro dal partito per poter costruire l'Hindenburg. Per questo motivo, il mezzo portava svastiche naziste sul suo alettoni. Secondo Hitler, l'Hindenburg doveva essere concepito come un mezzo di propaganda della potenza della Germania. Gli oppositori del nascente regime avrebbero sabotato il mezzo per far fallire il piano di Hitler. Il disastro di Lakehurst, amplificato dalle immagini trasmesse in tutto il mondo, pose definitivamente fine alla breve popolarità dei dirigibili per il volo commerciale che dopo questo incidente cessarono completamente.

martedì 5 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 maggio.
Il 5 maggio 2002, si gioca l'ultima giornata di campionato. L'Inter di Ronaldo, dopo un'annata fantastica, gioca la sua ultima partita a Roma contro la Lazio; gli eterni rivali della Juventus, a inseguire, giocano a Udine.
Il primo tempo dell'Inter è una corsa senza fiato, con i polmoni chiusi, bloccati da un masso. Lo stomaco sottosopra e la gola secca da morire. La partita più strana del mondo si gioca su due campi: a Udine a e Roma, con i tifosi dell'Olimpico uniti in un incredibile gemellaggio. Tutti a tifare Inter.
Ad ascoltare urla e slogan si capisce dove sta andando la domenica. Il primo mormorio arriva dall'altro campo, quello in Friuli. Dopo due minuti segna Trezeguet e i bianconeri sono virtualmente campioni d'Italia. Il mormorio diventa urlo di gioia al 12' quando Vieri approfitta di un errore di Peruzzi e butta dentro l'1 a 0.
E' a questo punto che sembra tutto facile. Via le biro, chiusi i taccuini non è più tempo di cronaca della partita: come quasi sempre in passato (l'anno passato andò così Roma-Parma) il conteggio delle azioni non ha più senso. Conta solo far girare la palla e le lancette del cronometro. Ma questa non è una partita normale, questa è la partita più strana del mondo: cose da Osvaldo Soriano. E infatti le biro serviranno ancora.
Al 19' ci pensa Poborsky a cambiare il pomeriggio: l'esterno sfida i suoi tifosi e va a segnare l'1 a 1. La Juve è tranquilla sul 2 a 0 (il secondo è di Del Piero) e per l'Inter diventa di nuovo tutto difficile. Scudetto in altalena, si dice. Scudetto per gente dai nervi saldi, per gente alla Di Biagio che una manciata di minuti dopo ci mette la testa: è il 23' e l'Inter è di nuovo in vantaggio e campione d'Italia.
Adesso solo una squadra di masochisti potrebbe divertirsi a rovinarsi la domenica. E il gruppo Cuper non sembra avere questa predisposizione: la palla scivola con sufficiente lucidità, le gambe rispondono. Prima Ronaldo, poi Recoba hanno qualche possibilità di segnare il gol sicurezza: occasioni non eccezionali, sufficienti per rammaricarsi.
Più che sufficienti per disperarsi quando al 45' Gresko regala un pallone d'oro a Poborsky che non si fa pregare per battere Toldo. E' il 2 a 2, è di nuovo tutto difficile per l'Inter, quasi impossibile. E' la Juve sul trono d'Italia.
Favorita al primo minuto, l'Inter inizia la ripresa in rincorsa: le gambe già di legno, diventano di marmo e il pallone è una bomba che fa paura solo a sfiorarlo. La tattica non conta più, la confusione e la rabbia sono le uniche cose che ancora hanno un senso. Illogico ovviamente.
Il cronometro corre. Cuper fuma la decima sigaretta, Massimo Moratti è di pietra in tribuna. Al suo fianco Tronchetti Provera perde la proverbiale abbronzatura. Il trionfo annunciato inizia a trasformarsi sempre di più in una sconfitta storica.
Al decimo la tragedia nerazzurra ha la faccia impassibile di Simeone, l'ex interista che di testa batte Toldo e non esulta. Adesso tutto diventa impossibile, assurdamente impossibile.
Tra la squadra di Cuper e lo scudetto adesso ci sono due gol da realizzare in poco più di mezz'ora. Una corsa contro il tempo da compiere con la zavorra del rimpianto sulle spalle. Il tecnico butta dentro Dalmat al posto di Conceicao, l'Inter sembra ritrovarsi, ma è solo una fiammata. Ormai è tardi. Troppo tardi.
A Torino segna la Roma e l'Inter scivola al terzo posto. La lotta disperata di Vieri, i lampi di classe impotente di Ronaldo e le corse di Dalmat non riescono a spostare il risultato. Il cronometro che prima sembrava bloccato ora nella testa degli interisti corre veloce come mai nella loro vita.
L'ultima spallata la dà Simone Inzaghi: cross da sinistra e gol di testa per il 4 a 2 che regala lo scudetto alla Juventus e gela l'Olimpico. La partita più strana del mondo è finita: piangono i tifosi di tutte e due le squadre, festeggiano solo sull'altro campo, quello di Udine. Il campionato è finito. Vieri è immobile, Ronaldo al suo fianco si copre la faccia con le mani e piange disperato. Gresko singhiozza. Moratti non c'è più. Hector Cuper fuma da solo la millesima sigaretta. Il sogno di quest'argentino triste e testardo finisce con il campionato.
Sono passati quasi vent'anni. E chi dimentica, impossibile, quel giorno. La madre di tutte le sconfitte.
Una settimana, una stagione, in fondo quasi quindici anni di attesa. La fibrillazione che cresceva, di giorno in giorno, partita in partita. Poi, solo lacrime: d’illusa gioia, all'inizio, quando tutto sembrava andare come doveva andare; di sofferenza, amara delusione alla fine. Ma era scritto nel destino.
Dell’Inter. E di quel condottiero, tanto valoroso, tanto bistrattato dalla Fortuna. La propria fine la recava scritta nel suo nome: argentino, certo, ma di origini così classiche e lontane. Quasi meglio che in italiano, tale e quale alla latina: Hector. Ettore, l’eroe umano per antonomasia, capace – e quella fu la vera impresa – di andare incontro al suo tragico destino. La morte, lì davanti, e lui a testa alta, senza mai piegarsi. Proprio come Hector, l’hombre vertical. Davvero troppo evocativo quel suo nome epico.
E poi la data: il 5 maggio. Giorno di avvenimenti storici, per cui valga la pena scrivere pagine indimenticabili.
“Ei fu. Siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore”. Della difesa dell’Inter: trafitta, a un passo dal meritato riposo, da quella maledetta ala ceca. Cieca, soprattutto, del prodigio che si stava realizzando, e che avrebbe irreparabilmente rovinato. Lui, e il suo semi-compatriota, sciagurato carneade: l’uomo sbagliato al momento sbagliato nel posto sbagliato, anche così si passa alla storia.
“Così percossa, attonita / la terra al nunzio sta”. E il suo popolo di nerazzurri: ammutoliti, increduli. Per un dolore senza precedenti, acuito dalla festa degli eterni rivali. Da allora, ogni anno, tristi ricordi, amari sfottò.
Ma di quel giorno non ci dobbiamo vergognare. Perché il destino per i grandi scrive grandi storie.
Per passare dall'inferno al paradiso ci sarebbe voluto ancora qualche anno, il tempo di festeggiare il centesimo anniversario, ed accogliere un altro condottiero, questo sì invincibile, perché baciato dalla Dea Bendata.
Ma il mito della Grande Inter è nato quel 5 maggio 2002. Già, la Grande Inter, la seconda della storia: perché quell'aggettivo sembra fatto apposta per noi. Per la nostra vicenda umana e sportiva, sempre straordinaria. Senza la disfatta epocale dell’Olimpico non sarebbe stata così grande la gioia per quello scudetto vinto a Siena. Con due gol di una bandiera che cinque anni prima piangeva disperato. Come il capitano, in lacrime ma di gioia, nell'alzare quella Coppa che attendevamo da 45 anni.
Non esiste epos senza un prologo tragico: dell’Inter fu quel dì. E otto anni e quattordici giorni dopo, gli eroi erano gli stessi: Zanetti, Matrix, tutti noi tifosi.
Insomma, il 5 maggio non è un disonore ma una cicatrice da esibire con fierezza. Perché è il marchio indelebile delle malefatte altrui, di chi oggi reclama false stelle dimenticandosi passato e processi. E perché ci ricorda la grandezza di cui solo noi siamo capaci, nel bene e nel male.
Le altre sono solo squadre, l’Inter è leggenda. E, di nuovo, risorgerà: forse con un altro 5 maggio, sicuramente con altri trionfi. Perché la sentenza non è ardua: fu vera gloria. E sempre lo sarà.

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