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mercoledì 25 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 febbraio.
Il 25 febbraio 2008, a Gravina di Puglia, vengono ritrovati per caso, in fondo alla cisterna di una casa abbandonata, i corpi senza vita e ormai mummificati di Francesco e Salvatore Pappalardi, Ciccio e Tore, come ormai erano stati ribattezzati dalla stampa nazionale.
Erano scomparsi il 5 di giugno del 2006. Al tramonto, verso le 17,30. Francesco tredici anni, Salvatore undici, escono da via Casale numero 123. Bimbi che scappavano per sopravvivere. Campagne magnifiche, città sotterranee, grotte, cisterne, anfratti e inconfessabili abitudini familiari. Il padre li ha uccisi, diceva la madre. La madre li ha rapiti, diceva il padre. Il compagno di lei è un porco, dicevano tutti. Quando Francesco e Salvatore spariscono i sospetti sono solo due: Filippo Pappalardi e Rosa Carlucci, il papà e la mamma di quei bambini bruciati dalla vita da quando sono nati.
Il paese di Gravina in Puglia sapeva tutto di quei due bambini. E non sapeva niente. Sapeva del loro padre padrone, sapeva della madre sbandata, sapeva della maledetta esistenza che si dovevano trascinare addosso giorno dopo giorno i due fratellini. Le voci giravano in paese. Tutti conoscevano perché il Tribunale aveva preso quella decisione, perché aveva affidato Ciccio e Tore a un padre così violento che viveva già con un´altra donna, in un´altra casa, con altri figli. Con la madre non ci potevano stare più. E non perché Rosa – nonostante le sue fragilità - non fosse più una buona madre. Non ci potevano stare da quando lei aveva quel nuovo compagno, Nicola, «il vecchio» sussurravano a Gravina in Puglia. «Il vecchio» che poi è finito dentro per violenza su una bambina.
Il padre padrone e il patrigno con quel «vizio», Rosa disperata prima quando era moglie di Filippo il violento e disperata dopo quando ha scoperto il segreto di Nicola. E poi Maria Ricupero, la nuova compagna del padre, le nuove sorelline. L´inferno di Francesco e Salvatore. L´inferno in famiglia. «Non cercateli in Romania, non cercate sette sataniche, non cercate niente fuori da quelle case dove vivevano», avevano fatto sapere i confidenti e i pregiudicati della Murgia.
Erano spariti. Tutti sapevano tutto di Francesco e Salvatore ma quella sera nessuno li aveva visti. Solo la telecamera di una banca, un´immagine di pochi secondi che cattura il viso di Francesco alle 18,03 del 5 giugno. Passeggia da solo, in via Casale, pochi passi da casa. È vestito come la mattina, la felpa rossa. I due «testimoni» e il «testimone chiave» anche loro diranno di averli visti – confusamente - molto tempo dopo.
Il paese di Gravina in Puglia si schiera, si divide. È stato il padre. Taciturno, aggressivo, un incubo per quei due bambini. È stata la madre con quella sua complice, la romena che se n´è appena andata dall'Italia per tornare a casa. Con loro, con Francesco e Salvatore. Il vescovo scivola nella trappola. Depistaggi? Voci più che altro, voci di voci di voci. I poliziotti il 3 luglio le inseguono e volano a Bucarest. Cercano. Cercano ombre.
Li hanno cercati a Gravina di Puglia? Li hanno cercati come avrebbero dovuto, pozzo dopo pozzo, grotta dopo grotta? Quando l´estate è quasi finita l´inchiesta poliziesca si avvita in una spirale che segnerà per sempre il caso. Il padre mente. O forse non mente ma «omette», dimentica, non spiega. Per esempio non spiega perché spegne il suo cellulare per due ore proprio quella sera, la sera che scompaiono i suoi figli e lui dovrebbe andare alla loro caccia, telefonare di qui e di là, informarsi, chiedere, bussare, ricevere informazioni. Ma quello che diventerà «l´assassino» è un muro di silenzi, una sfinge. È un uomo difficile, contorto, diffidente. Parla soltanto quando è in campagna con qualche parente, a volte anche con l´ex moglie. Gli sfuggono dalla bocca parole che lo fanno diventare «l'assassino». Filippo Pappalardi entra ufficialmente come indagato nell´inchiesta giudiziaria la mattina del 6 settembre 2007. Sequestro di persona, è l´ipotesi di reato. I sequestrati sono due, i suoi figli, Francesco e Salvatore.
È un «avvistamento» quello che lo inchioda. In piazza delle Quattro Fontane, verso le 21,30 di quella sera. Un ragazzino che vede Filippo Pappalardi con i figli, racconta ai poliziotti – però due mesi dopo la loro scomparsa – che erano là a giocare con i palloncini pieni d´acqua, alle Quattro Fontane. Il 27 novembre il padre è in carcere: è lui che li ha trasportati da qualche parte, è lui che li ha uccisi, è lui che ha nascosto i loro cadaveri. L´inchiesta è poco robusta, c´è qualche indizio, soprattutto c´è Filippo Pappalardi che sembra un omicida troppo perfetto. Lui che di sera – il 5 giugno – e di notte – all´1,40 del 6 giugno – va a denunciare la sparizione dei suoi figli ma l´indomani mattina è regolarmente al lavoro sul suo camion, «non ha tempo» per andare al commissariato di Gravina e firmare una denuncia di scomparsa. Sospetti sopra sospetti. L´indagine insegue i sospetti, si fa confondere dai sospetti, intrappolare. «Invece di arrestare me cercate i miei figli», urla il padre quando lo trascinano in galera. «Sono morti, quei bambini non li troveremo mai più vivi», dice Emilio Marzano, il procuratore capo della repubblica di Bari.
Li abbiamo ritrovati morti ad un altro tramonto. Il 25 febbraio del 2008. A due chilometri dalla loro casa, in un antico caseggiato abbandonato. In fondo a un pozzo. Sono morti. Sono morti da quel giugno del 2006. Sono morti in fondo al pozzo dove è scivolato anche un altro bambino. Sono morti dove non li hanno mai cercati mentre cercavano dappertutto. «Tore ha vegliato il fratello due giorni», «Ciccio ha lasciato graffi sul muro», «Uno era disteso a un lato della cisterna e l´altro a quindici metri». «Ciccio ha provato a salvare il fratello». Tutti i dettagli più macabri, tutte le supposizioni più fantasiose si sono rincorse poi. Poi, dopo il 25 febbraio. I corpi ritrovati, i resti dei cadaveri. Erano passati da lì i «soccorritori», avevano dato un´occhiata nel pozzo ma il pozzo era buio. Nessuno è sceso a vedere, non hanno calato neanche una corda. Il caseggiato abbandonato, il luogo ideale per un delitto che non c´è mai stato.
L´assassino è ancora un assassino e il giallo è ancora un giallo. Si incaponiscono gli investigatori sul «loro» indiziato, sul padre violento. Sbagliano due volte. E sbagliano più dopo che prima. Tenendolo dentro «in attesa dei risultati dell´esame autoptico», lasciandolo in prigione nonostante quelle «prove» che stavano svanendo intorno ai cadaveri di Francesco e Salvatore.
Fino a quando il GIP Giulia Romanazzi, di fronte alle evidenze offerte dall’autopsia (sui corpi dei bambini non vi erano segni di violenze e che le ferite erano compatibili con l’ipotesi di una caduta accidentale) riconosce che non vi sono più i presupposti necessari per la carcerazione cautelare e concede a Filippo Pappalardi gli arresti domiciliari derubricando l’accusa da duplice omicidio e accultamento di cadavere ad abbandono di minore. E poi, in seguito, lo scioglimento di ogni accusa e l'archiviazione del caso.
Ma la vicenda non è finita; Rosa Carlucci, la madre, ha fatto riaprire l'inchiesta: di una cosa è certa, che quella sera i corridoi delle centostanze fossero attraversati da un gruppo di adolescenti impegnati in una prova di coraggio. Quella alla quale i suoi figli non sopravvissero.
Almeno cinque, secondo la donna gravinese, sarebbero stati i testimoni di quella tragica caduta. Cinque ragazzi oggi maggiorenni, le cui posizioni, a seguito della ripresa delle indagini, sarebbero già finite sotto i riflettori della Procura del Tribunale dei minorenni, chiamata a verificare se davvero qualcuno vide e poi tenne per sè quanto visto, evitando di dare l'allarme e di allertare i soccorritori, il cui intervento avrebbe forse potuto rivelarsi provvidenziale.
Ma neppure il passo avanti della Procura pare bastare a Rosa Carlucci, madre in cerca di giustizia. "Mi interessa raggiungere il mio obbiettivo e, se sarà necessario, chiederò la riesumazione delle salme", dichiara ora la donna. "Ci sono verità nascoste in un maledetto fascicolo che nessuno ha mai preso in considerazione: ecco perché non mi fermo". Altri particolari, riportando il discorso sui binari del codice di procedura penale, non sempre coincidenti con quelli del cuore, aggiunge Domenico Ciocia, avvocato dalla Carlucci: "Nessuna richiesta di riesumazione dei fratellini è stata finora formalmente avanzata. L'intenzione, in ogni caso, è quella di ripercorrere tutto l'iter a 360 gradi. E se dovessero emergere dei dubbi, li rappresenteremo al magistrato col quale, questa volta, possiamo colloquiare".
Avanti adagio, dunque, ma avanti. "Una volta che mio marito Filippo fu scagionato dall'accusa di omicidio", chiosa Rosa Carlucci, "l'inchiesta perse di stimolo. Nessuno indagò in altre direzioni". E la verità rimase confinata in fondo ad un pozzo al quale, fossero vere le ipotesi adesso al vaglio della Procura barese, sarebbero stati in molti ad affacciarsi. Impauriti, silenti, reticenti.
Nel 2014 Filippo Pappalardi è stato risarcito per l'importo di 65000 euro, 20000 per i tre mesi di carcere e 45000 per i danni esistenziali.

martedì 24 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1530 Carlo V fu incoronato a Bologna come Imperatore del Sacro Romano Impero, una cerimonia simbolica, dato che di fatto era da tempo monarca incontrastato di buona parte dell'Europa.
Fin dalle prime luci del mattino, un allegro scampanio aveva destato la città.
Un avvenimento glorioso stava per compiersi: nella Basilica di San Petronio, papa clemente VII avrebbe incoronato Carlo V imperatore. Ben presto una gran folla riempì la Piazza Maggiore. Le finestre, i balconi e persino i tetti delle case erano stracarichi di gente.
Un colossale ponte di legno, coperto di stoffe preziose, scendeva dolcemente da una finestra del Palazzo Comunale fin verso il centro della piazza; poi, fatta un’ ampia curva, entrava nella Basilica dalla porta maggiore. Alle otto del mattino, il corteo papale scende per il ponte. Sfilano le autorità bolognesi, con ricchi vestiti e mantelli. Seguono quaranta arcivescovi e vescovi, tutti i cardinali e un gran numero di canonici e sacerdoti. Infine, sotto il baldacchino, avanza lentamente il Sommo Pontefice con la tiara in capo e i preziosi abiti pontificali, portati in sedia dorata dei valletti.
Subito dopo scende il corteo dell’Imperatore. Davanti sono i paggi, i cavalieri, i duchi e i baroni. Seguono i quattro Grandi Principi dell’Impero: uno reca lo scettro, l’altro il globo, il terzo la spada e l’ultimo la corona. Finalmente, ecco, l’Imperatore, con un prezioso mantello e la corona ferrea in capo. Il giovane Carlo avanza fiero, accompagnato dai più alti ufficiali dei suoi eserciti.
Era appena passato l’Imperatore, quando un forte strepito provocò un attimo di terrore. Il tavolato del ponte, forse male inchiodato si ruppe sotto il peso della grande moltitudine. Nella disgrazia molte persone perdettero la vita, ma il momento era tanto solenne che la cerimonia non venne interrotta. I morti e i feriti furono subito portati via e il ponte accomodato alla meglio.
Nella Basilica, tra canti sacri e profumo d’incenso, Carlo V indossati gli abiti per la cerimonia, raggiunse il Pontefice sull’altare maggiore. Durante la Messa solenne, il Papa fece inginocchiare davanti a sé il Sovrano e gli consegnò prima la spada, poi lo scettro e il globo, e da ultimo gli pose sul capo la corona imperiale. Allora squillarono le trombe e rullarono i tamburi, mentre sulle piazze tuonavano le artiglierie, annunciando ai lontani il glorioso avvenimento.
Compiuta la cerimonia, il Papa e l’Imperatore uscirono dalla Basilica per una grande cavalcata attraverso le vie della città, ornate di bandiere e archi trionfali. Lo sfarzoso corteo era preceduto dal Gran Cerimoniere, che gettava al popolo monete d’oro e d’argento, che furono appositamente coniate dalla zecca bolognese per questo evento. Il valore di queste monete è oggi altissimo, sia per l'eccezionalità del conio (monete emesse dedicate a un re straniero), sia per l'esiguo numero di pezzi esistenti. Alcune di queste monete sono visibili nella collezione Palagi presso il museo civico bolognese, ma la maggior parte di esse appartiene a collezioni private. Per dare un'idea del valore, si pensi che nel 75 a Basilea un mezzo ducato d'oro fu battuto a 12 milioni di lire (di allora!), e un reale d'argento a 2 milioni.

lunedì 23 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 febbraio.
La sera del 23 febbraio 1958 presso l'Avana a Cuba, Il pentacampione di Formula 1 Juan Manuel Fangio fu rapito dai rivoluzionari del movimento 26 luglio il giorno prima del Gran Premio di Cuba.
Il sequesto avvenne in un corridoio dell’hotel Lincoln all’Avana quando un militante del Movimento 26 di Luglio interruppe le chiacchiere del campione con i suoi meccanici. Il rivoluzionario gli disse di seguirlo sino alla strada dove li aspettava un’automobile.
Fangio era stato invitato a partecipare alla gara, che faceva parte delle manifestazioni sportive programmate dal governo cubano per migliorare l’immagine del dittatore Fulgencio Batista che in quei giorni stava affrontando la peggior crisi di tutti i suoi anni di potere.
Il giovane alto che entrò nell’Hotel Lincoln alla ricerca del campione mondiale era molto nervoso, ma non ebbe dubbi nel compiere gli ordini ricevuti.
“Io mi aspettavo che il custode sparasse per tirarmi sul pavimento come nei film d’azione” disse anni dopo Juan Manuel Fangio “ma nessuno sparò!”
Marcello Giambertone, il manager di Fangio, ricordò il coraggio che l’asso del volante dimostrò quando lo sequestrarono.
“Entrò un uomo con la giacca di cuoio e io credo che il meno nervoso di tutti fosse proprio Juan Manuel. Lui ha sempre dimostrato di avere dei nervi d’acciaio e sorrise anche quando gli posero la canna della rivoltella sulla schiena”.
Con quella pistola puntata, senza violenza, ma con fermezza, il campione venne condotto sino all’angolo dove lo fecero entrare in un’automobile. una Plymouth nera.
Fangio si accucciò sul pavimento dell’auto. In quel momento cominciò a convincersi che si trattava davvero di un sequestro poichè all’inizio aveva pensato che fosse la contropartita di uno scherzo fatto a Giambertone.
Dopo un’ora di percorso per la città e un passaggio in un posto di controllo di routine della polizia, dopo aver cambiato due volte automobile, il corridore argentino venne portato alla fine nel luogo dove sarebbe rimasto sino alla fine della gara automobilistica. Non gli bendarono mai gli occhi durante i trasferimenti e così vide anche il numero della casa. In quel luogo c’era molta gente che festeggiava il successo dell’operazione; alcuni chiedevano l’autografo a Fangio che, senza nulla temere, ebbe il coraggio di commentare che non aveva ancora cenato.
Di quella notte Fangio ricorderà anni dopo le mille domande e le scuse che gli presentarono. La padrona di casa si scusò anche perchè non aveva niente “di fine” e la cena fu a base di uova a patate fritte.
Il giorno dopo, domenica mattina, Faustino Pérez gli portò i giornali. Conversarono e Fangio gli chiese di avvisare la sua famiglia. Pérez se ne incaricò personalmente e immediatamente. La gara era programmata dalla televisione ma Fangio non la volle vedere perchè soffriva nell’udire i rumori dei motori standone lontano.
Il campione avrebbe provato amicizia e gratitudine per i suoi rapitori perchè credeva nel destino, per cui quello che accadde nel 1958 sul Malecón, il circuito costiero dell’Avana, lo avrebbe fatto pensare alla sua buona sorte.
La Maserati 450 - S con il quale lui doveva correre era di proprietà di un nordamericano e aveva già corso in Venezuela. Anche se sabato 23 febbraio Fangio aveva marcato il tempo migliore di classificazione, l’automobile aveva alcuni problemi.
Fangio non era ancora stato liberato quando lo informarono che la gara era stata interrotta per un incidente: nel quinto giro due auto erano uscite di strada ed erano morte sei persone e quaranta ferite.
Poche ore dopo il sequestro la notizia occupava i titoli dei principali giornali e delle riviste d’America e d’Europa.
La rivista cubana Bohemia segnalava che a Parigi, Londra, New York, Roma, Città del Messico e Buenos Aires “Hanno dato importanti spazi nelle prime pagine con enormi titoli!”
Le agenzie di stampa speculavano sul sensazionale sequestro del più noto corridore del mondo di Formula Uno.
L’Avana era comunque notizia: il regime politico che imperava, le motivazioni del Movimento 26 Luglio e lo stato di tensione nel quale vivevano i cubani la ponevano sotto la lente di ingrandimento di tutte le altre capitali del mondo.
Mentre il corridore argentino a 46 anni era il pilota che aveva vinto più titoli in Formula Uno ed era seguito da milioni di spettatori, la dittatura cubana doveva ricorrere sempre più alla repressione di fronte all’impossibilità di gestire pacificamente la situazione.
Il Secondo Gran Premio di Cuba era stato organizzato con il proposito di dimostrare che nell’Isola “non stava succedendo niente”, perchè tutta l’attenzione si fissasse sul circuito del Malecón, ma il regime di Batista non aveva considerato la possibilità che l’enorme apparato pubblicitario montato si poteva rivoltare contro.
Le agenzie d’informazione cominciarono a ricevere la sorprendente notizia: “Parla il Movimento 26 Luglio. Abbiamo sequestrato Fangio... la sua persona non corre pericoli... non si allarmino... continueremo a dare informazioni!”
Dopo la gara, a obiettivo compiuto, i membri del gruppo rivoluzionario dovettero affrontare un nuovo problema: come liberare Fangio senza fargli correre rischi.
Il timore proveniva dalla possibilità che gli uomini di Batista ammazzassero il corridore per incolpare e togliere prestigio a Fidel Castro.
Pensavano di lasciarlo in una chiesa, ma il campione domandò che telefonassero all’ambasciatore argentino.
Una donna e due giovani lo portarono dal diplomatico, lasciando una lettera nella quale si leggeva che i rivoluzionari non avevano problemi di sorta verso l’Argentina e che il loro obiettivo era solamente la caduta del regime dittatoriale di Batista. Chiedevano scusa di nuovo.
A 27 ore dal sequestro Fangio, sano e salvo, si trovava con le autorità dell’argentina accreditate all’Avana. Una volta libero sottolineò, parlando con i giornalisti che i sequestratori lo avevano trattato molto bene.
“Sono stato in tre posti diversi e non mi hanno mai bendato gli occhi e in tutte queste case ho avuto a mia disposizione ogni comodità, come in un albergo!” I giornalisti sorrisero quando l’argentino specificò che aveva chiacchierato “magnificamente” con i suoi rapitori.
Il M 26 – 7 aveva raggiunto il suo obiettivo e Fangio vide incrementarsi la sua popolarità. Dall’Avana andò a Miami per riposare alcuni giorni e lì il sindaco gli consegnò le chiavi della città e poi fu invitato a partecipare al programma televisivo più popolare dell’epoca a New York.
Partecipò per dieci minuti al programma di Ed Sullivan assieme a Jack Dempsey, commentando con ironia che aveva vinto cinque campionati del mondo e aveva corso e vinto a Sebring, ma che fu il sequestro a Cuba che lo rese popolare negli Stati Uniti.
Faustino Pérez era stato il capo dell’operazione nel ’58. Era giunto a Cuba con il Granma, lo yacht che trasportava i rivoluzionari esiliati in Messico, per combattere la guerra per la liberazione definitiva dell’Isola. Pérez fu il capo della resistenza cittadina e con la rivoluzione al potere operò in molti settori.
“Quando trionferà la Rivoluzione lei sarà nostro invitato d’onore” aveva detto a Fangio Arnold Rodríguez, uno dei guerriglieri che aveva partecipato al sequestro. Un anno e mezzo dopo Fangio ricevette l’invito, ma il suo ritorno a Cuba avvenne solamente vent’anni dopo.
Fu nel 1981 che ritornò a Cuba come presidente della Mercedes Benz per effettuare la vendita di camion al governo cubano. Lo ricevette l’amico Faustino Pérez e lo ricevette anche Fidel Castro che di nuovo gli chiese scusa per l’azione del 1958.
Attualmente nella hall dell’hotel Lincoln, che si trova in Centro Habana, si può vedere una targa che dice: “Nella notte del 24 – 02 -1958 in questo luogo venne sequestrato da un commando del Movimento 26 Luglio, diretto da Oscar Lucero, il campione del mondo di automobilismo, per ben cinque volte, Juan Manuel Fangio. Fu un duro colpo propagandistico contro la tirannia di Batista e un importante stimolo per le forze della Rivoluzione.”
Poco tempo fa a Monza è stata inaugurata una statua dedicata a Juan Manuel Fangio che in questa città italiana, nota per il suo circuito, vinse nel 1954 una delle prove che gli fecero vincere il secondo titolo di campione del mondo. Uno di quei cinque titoli che nessuno riuscì a vincere sino a quando lui morì di polmonite nel 1995, a 84 anni.
Michael Schumacher e Lewis Hamilton sono i soli ad aver vinto più titoli mondiali (sette entrambi), ma come disse lo stesso campione tedesco, non potranno mai esistere due Juan Manuel Fangio...

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