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lunedì 14 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1934 Hitler e Mussolini si incontrano per la prima volta.
Fu Venezia lo scenario in cui ebbe luogo, dal 14 al 16 giugno del 34, il primo incontro tra Mussolini e Hitler. Per quest'ultimo fu la prima occasione di effettuare un viaggio all'estero in veste di capo di Stato.
Per espressa volontà di Mussolini furono ostentati sfarzo e lusso e la visita, più volte rimandata dal duce che continuava a considerare il cancelliere un sobillatore, si concluse con un successo personale e politico del capo del Governo italiano.
Davanti ai due argomenti cardine dell'incontro (la questione austriaca e il problema del riarmo della Germania) Mussolini e Hitler rimasero sostanzialmente sulle proprie posizioni.
Oltre a ricostruire la visita di Stato, primo contatto della società italiana con il nazismo e il suo capo, è interessante porre l'attenzione sul ruolo di Venezia in occasione di questo evento.
La visita fu uno spettacolo in cui Mussolini ricoprì il ruolo di primo attore e mise in ombra il suo ospite. La scenografia, e non le questioni strettamente politiche, fu l'interesse principale di Mussolini e, infatti, l'ospite tedesco ne rimase fortemente colpito. La scelta di Venezia, come le tappe dell'incontro, non fu casuale: nella villa Pisani di Stra, dove era stato Napoleone, vi soggiornava ora il "nuovo" imperatore Mussolini che decise di tenere lì il primo dei due colloqui con il cancelliere.
La città lagunare fu un perfetto palcoscenico per mostrare agli occhi di un visitatore esterno la grandezza dell'Italia. Il regime, per mezzo di Venezia, dava di sé un'immagine cosmopolita e poteva presentarsi come una grande potenza culturale. Venezia coniugava in sé il passato e il futuro: accanto all'arte e alla tradizione rinascimentale e barocca si stagliavano l'industria e la modernizzazione, impersonata da figure imprenditoriali e politiche come Volpi, Gaggia, Cini, Giuriati e rappresentata dal nascente Porto Marghera, dalla Mostra del Cinema, dalla Biennale dell'Arte, dal ponte translagunare automobilistico e piazzale Roma, dal ponte all'Accademia e degli Scalzi.
La città era quindi perfetta espressione della politica del regime e ottimo strumento di propaganda delle sue realizzazioni; al contempo era specchio di quel regime che voleva coniugare in ogni campo la tradizione con la modernità, il vecchio con il nuovo.

domenica 13 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno 1948 la squadra dei New York Yankees ritira la maglia numero 3 di Babe Ruth.
Babe Ruth (il cui vero nome è George Herman) nasce il 6 febbraio 1895 a Baltimora, al 216 di Emory Street, in un casa del Maryland presa in affitto dal nonno materno, un immigrato dalla Germania (alcune fonti inesatte riportano come data di nascita il 7 febbraio 1894: lo stesso Ruth, fino ai quarant'anni di età, crederà di essere nato in quel giorno).
Il piccolo George è un bambino particolarmente vivace: salta spesso la scuola, e non di rado si lascia andare a qualche furtarello. A soli sette anni, già completamente sfuggito all'autorità dei genitori, mastica tabacco e beve alcol. Viene quindi spedito alla St. Mary's Industrial School for Boys, un istituto gestito da frati: qui incontra Padre Matthias, la figura che più diventerà influente per la sua vita. È lui, infatti, a insegnargli a giocare a baseball, a difendere e a lanciare. George, in virtù di una notevole caparbietà, viene nominato ricevitore della squadra della scuola, mostrando doti importanti. Ma, quando un giorno padre Matthias lo spedisce sul monte di lancio per punizione (aveva deriso il suo lanciatore), capisce che il suo destino è un altro.
Il ragazzo viene segnalato a Jack Dunn, manager e proprietario dei Baltimore Orioles, team di una lega minore. Il diciannovenne Ruth viene ingaggiato nel 1914, e spedito allo spring training, vale a dire l'allenamento di primavera che anticipa l'inizio della stagione agonistica. Guadagnatosi ben presto il posto in squadra, ma anche il soprannome di "Bambino di Dunn" ("Dunn's Babe"), sia per il suo talento prematuro che per i suoi comportamenti talvolta infantili, esordisce ufficialmente il 22 aprile di quell'anno, contro i Buffalo Bisons in International League. Gli Orioles si rivelano la squadra migliore della lega nella prima parte di stagione, a dispetto di una condizione finanziaria non eccellente e della concorrenza di un'altra squadra della città in Federal League. E così, Ruth viene ceduto, insieme ad altri compagni, per far quadrare i conti, e finisce ai Boston Red Sox di Joseph Lannin per una cifra compresa tra i venti e i trentacinquemila dollari.
Per quanto bravo, nella sua nuova squadra George deve fare i conti con una concorrenza agguerrita, soprattutto tra i mancini. Utilizzato molto raramente, viene spedito ai Providence Grays per giocare nell'International League, nel Rhode Island. Qui, aiuta la sua squadra a vincere il titolo, e si fa desiderare dai Red Sox, che lo richiamano a fine stagione. Tornato nella Major League, Ruth si fidanza con una cameriera, Helen Woodford, conosciuta a Boston, e la sposa nell'ottobre del 1914.
Nella stagione successiva parte come lanciatore titolare: il suo bilancio in squadra è di diciotto vittorie e otto sconfitte, condite da quattro fuoricampo. Uscito, in occasione delle World Series (vinte per 4 a 1), dalla rotazione dei lanciatori, e rientratovi nella stagione successiva, Ruth si rivela il lanciatore migliore dell'American League, con una media di punti guadagnati sul lanciatore di 1.75. Il bilancio parla di ventitre partite vinte e dodici perse, con un totale di nove shut-out. Il risultato? Un'altra vittoria nelle World Series, con una completa di quattordici inning contro i Brooklyn Robins.
Il 1917 è altrettanto positivo a livello personale, ma l'accesso alla post-season viene negato dagli strepitosi Chicago White Sox, protagonisti di cento partite vinte. Si capisce, in quei mesi, che il vero talento di Ruth non è tanto (o non solo) quello del lanciatore, ma quello del battitore. Nonostante i suggerimenti opposti dei suoi compagni di squadra, che credono che il suo spostarsi verso l'esterno potrebbe accorciare la sua carriera, nel 1919 Babe è ormai un esterno completo, e in 130 partite si posiziona sul monte di lancio solo diciassette volte.
È quello l'anno in cui stabilisce il record di ventinove fuoricampo in una stagione sola. Il suo mito, insomma, comincia a diffondersi, e sempre più gente accorre negli stadi solo per vederlo giocare. Le sue prestazioni, per altro, non risentono del peggiorare della sua forma fisica: Ruth, a soli ventiquattro anni, appare piuttosto pesante e con gambe possenti. Gambe che comunque gli permettono di correre sulle basi con una discreta velocità.
I Red Sox in quegli anni attraversano una situazione economica complicata: la società nel 1919 rischia di fallire, complici gli investimenti sbagliati del proprietario Harry Frazee in ambito teatrale. Per questo motivo, Ruth il 3 gennaio del 1920 viene venduto ai New York Yankees, all'epoca una squadra di seconda divisione, per una cifra di 125mila dollari (oltre a un prestito di altri 300mila dollari).
Nella Grande Mela, il giocatore si dimostra molto volenteroso e si allena con particolare dedizione. Dopo aver soffiato il posto a George Halas (che, lasciato il baseball per questo motivo, fonderà la NFL di football e i Chicago Bears), diventa lo spauracchio dei lanciatori avversari, con statistiche d'attacco eccezionali. Con cinquantaquattro fuoricampo cancella il record precedente, e mette a segno 150 basi ball. La musica non cambia la stagione successiva, con 171 punti battuti a casa e un nuovo record di fuoricampo, il terzo consecutivo, a quota cinquantanove. Gli Yankees, grazie a lui, giungono alle World Series, dove vengono sconfitti dai Giants.
Invitato, nel 1921, dalla Columbia University a eseguire alcuni test fisici, Babe Ruth mette in mostra risultati eccezionali, con una capacità di muovere la mazza a 34 metri al secondo di velocità. Diventato nel 1922 capitano in campo, viene espulso pochi giorni dopo la nomina a causa di una contestazione all'arbitro, e per protesta sale sugli spalti litigando con uno spettatore. In quello stesso anno, verrà sospeso altre volte: segno di una crisi professionale accentuata dalla lontananza dalla moglie Helen (restia ad affrontare lo stile di vita del marito) e dalla figlia adottiva Dorothy (in realtà sua figlia biologica, nata da un rapporto avuto dal campione con un'amica). E così, Ruth si dedica sempre di più ad alcol (illegale al tempo), cibo e donne, mentre in campo il rendimento è altalenante. Helen muore nel 1929 a causa di un incendio, quando è praticamente separata da suo marito, ma non divorziata (entrambi sono cattolici). Babe al tempo frequenta una cugina di Johnny Mize, Claire Merrit Hodgson, che sposerà poco dopo essere diventato vedovo.
Nel frattempo, le sue performances sportive calano progressivamente, sia perché viene scelto come titolare con minore frequenza, sia a causa di una vita sociale esuberante.
Il suo ultimo fuoricampo va in scena a Pittsburgh, in Pennsylvania, al Forbes Field il 25 maggio del 1935: pochi giorni dopo, il giocatore annuncia il proprio ritiro.
Babe Ruth muore il 16 agosto 1948 a New York all'età di 53 anni. E' sepolto ad Hawthorne.

sabato 12 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1963 al Rivoli Theatre di New York ha luogo la prima mondiale del film "Cleopatra", con Liz Taylor e Richard Burton.
Kolossal storico girato a Cinecittà con mezzi enormi e un notevole dispiegamento di energie  organizzative, Cleopatra è il film più costoso della storia del cinema oltre che quello che ha mandato in rovina la 20th Century Fox, decretando ufficialmente la fine dello Studio System. Il budget di partenza del film doveva essere di 2 milioni di dollari, cifra abbastanza usuale per il periodo, ma finì  per costare la cifra record di 30 milioni di dollari. Basti pensare che Elizabeth Taylor, che alla MGM dove era sotto contratto veniva pagata 5000 dollari per ogni settimana di lavorazione, per Cleopatra ricevette invece 125000 dollari per sedici settimane, 50000 dollari per ciascuna settimana extra, 3000 alla settimana per le spese, più il 10 per cento sull’incasso lordo del film. Con ben 194.800 dollari per i costumi di Elizabeth Taylor, Cleopatra detiene il record per la maggior somma di denaro spesa per un singolo attore. Tra i 65 costumi della diva c'era anche un vestito fatto a mano con oro da 24 carati. Per pareggiare i conti  Cleopatra avrebbe dovuto incassare più di 75 milioni di dollari e quindi sfidare la popolarità di Via col vento, ma non vi si avvicinò neppure.
Questi costi astronomici, ai quali bisogna aggiungere poi la malattia che, durante la lavorazione, colpì la Taylor (l’attrice subì una tracheotomia) e il conseguente ritardo nelle riprese del film, portarono la 20th Century Fox alla rovina.
Dei kolossal Cleopatra ha quindi tutte le caratteristiche: non solo le scenografie imponenti, si pensi alla sequenza dell’entrata a Roma di Cleopatra e la monumentale battaglia di Azio, i due momenti più spettacolari del film, ma anche le grandi masse e il gran numero di attori, le azioni di ampio respiro, una lunghezza insolita del racconto, una serie di acmi di speciale complessità e intensità drammatica, i caratteri ben rilevati, e psicologicamente però poco approfonditi, le nette contrapposizioni fra bene e male, l’esasperazione massima dello splendore figurativo e lo sfruttamento di tutte le risorse della colonna sonora e la “propensione” al fallimento.
In tutto questo l’apporto del regista Joseph L. Mankiewicz, subentrato a Rouben Mamoulian dopo qualche settimana di ripresa, e degli sceneggiatori è per forza di cose minimo.
Tuttavia il regista ha tentato di imprimere al progetto qualche impronta di stile personale: ha interpretato, ad esempio, la prima parte, quella con Cesare, come un grande dramma sociale e la seconda, quella del rapporto tra Antonio e Cleopatra, come una tragedia della passione, del conflitto tra amore e dovere.
I cinque Oscar “tecnici” vinti - fotografia, effetti speciali, scenografia, arredamento, costumi - non hanno salvato il film dall’insuccesso.

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