Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1863 ebbe inizio la battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa della guerra di secessione americana, e quella che decise gli esiti dell'intero conflitto.
Dopo la decisiva vittoria contro l’Armata del Potomac nella battaglia di Chancellorsville (1-3 maggio 1863) alla fine di maggio del 1863 la situazione generale della guerra che si mostrava favorevole ai Confederati convinse il generale Lee a sferrare un'offensiva su larga scala al di là del Potomac, per portare la guerra in territorio nordista. Una svolta nelle sorti del conflitto poteva rafforzare la posizione della Confederazione e la reazione dell'opinione pubblica nordista avrebbe, forse, costretto Lincoln a venire a patti.
Il 3 giugno 1863 le forze confederate, divise in tre corpi di fanteria più la cavalleria del generale J. E. B. Stuart, avanzarono da Fredericksburg senza che, sul momento, i Nordisti si accorgessero della manovra. L’8 giugno l'esercito si concentrò nei dintorni di Culpeper in Virginia e, il giorno successivo a Brandy Station, ci fu il più lungo scontro di cavalleria della guerra. La cavalleria confederata fu quasi sopraffatta dai federali ma Start alla fine riuscì a prevalere, mostrando, però, che la cavalleria dell’Unione era ormai equivalente a quella confederata. In seguito il grosso della cavalleria fu distaccata per una finta offensiva su Washington; questo diversivo alla fine privò i Confederati del suo aiuto proprio nel momento dello scontro decisivo. Nel Frattempo Lee, senza incontrare eccessiva resistenza, attraversava il Potomac all'altezza di Hagerstown e, marciando verso nord, iniziava l'invasione della Pennsylvania dirigendo su Chamersburg e Carlisle.
Da queste posizioni intendeva, con una conversione verso sud, minacciare la capitale federale e costringere l'armata unionista ad accettare battaglia in campo aperto.
Quando il generale Joseph Hooker che comandava l'armata del Potomac si rese conto che i Confederati si erano sganciati, chiese di marciare su Richmond ormai quasi scoperta; ma il comando supremo unionista, pressato dall'opinione pubblica che temeva l'invasione, ritenne la mossa troppo pericolosa e lo rimosse dal comando. Hooker fu sostituito dal generale George Gordon Meade, che ebbe l'ordine di dirigere con tutto l'esercito verso nord, con il compito di intercettare i Sudisti e difendere Washington.
Le due armate nemiche si incontrarono nei pressi di Gettysburg, una cittadina allora sconosciuta, che per tre giorni sarebbe stata teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra civile.
L’armata della Virginia settentrionale che il generale Robert Lee portò sul campo di Gettysburg contava nelle sue divisioni circa 75.000 uomini, tutti veterani esperti e col morale alto per le vittorie ottenute nei mesi precedenti, accompagnati da 272 cannoni. Organizzati in brigate e reggimenti, i "Johnny Rebb" si apprestavano con orgoglio e decisione alla battaglia.
L'Armata nordista del Potomac del generale George Meade aveva circa 94.000 uomini e 362 cannoni che però, a causa dell'affannoso ripiegamento verso Nord, era dispersa su una lunga e disordinata colonna. Le giacche blu dell'Armata del Potomac più volte avevano conosciuto e subito l'irruento slancio offensivo dei "Johnny Rebb" ma, questa volta, c’era in gioco la difesa delle loro famiglie e delle loro proprietà.
La mattina del 1° Luglio alle prime luci dell'alba i cavalleggeri del generale John Buford, che costituivano l'avanguardia del I corpo unionista, avevano occupato la cittadina e, smontati da cavallo, si erano schierati sul Mc Pherson Ridge, Herr Ridge e Seminary Ridge (tre crinali a ovest di Gettysburg). L’idea era quella di bloccare lungo la strada di Chambersburg l'avanzata delle forze confederate, che erano superiori in numero, e guadagnare tempo per permettere alla fanteria in arrivo di occupare le posizioni difensive a sud della città.
Si scontrarono con due brigate del III corpo confederato mandate in avanguardia dal generale Ambrose Hill nonostante l'ordine del generale Lee fosse quello di evitare uno scontro su larga scala prima di aver radunato l'intero esercito; la scaramuccia iniziale si allargò man mano che sopraggiungevano gli altri reggimenti confederati. A sostegno dei cavalleggeri di Buford giunsero il I e il XI corpo d'armata unionisti che si schierarono a difesa di Gettysburg in formazione a mezzaluna, mentre a nord e a nord-est le truppe del II e III corpo confederati iniziavano ad attaccare l'abitato.
Le forze unioniste, cannoneggiate senza pietà e inferiori di numero, non furono in grado di tenere la linea difensiva.
Intorno alle tre del pomeriggio le truppe del Nord, sconfitte (era caduto anche il generale Reynolds), dovettero ritirarsi a sud della cittadina per attestarsi sulla Collina del Cimitero e sulla Cresta del Cimitero che, da ovest, proteggevano la strada maestra diretta a Washington, qui scavarono delle trincee intorno alle mura del cimitero cittadino e misero in posizione la loro artiglieria.
A questo punto Lee capì il potenziale difensivo dell'Unione se avessero mantenuto quelle posizioni e mandò ordini al tenente generale Richard S. Ewell del II corpo confederato, dicendogli di prendere la Collina del Cimitero "se possibile". Ewell scelse di non tentare l'assalto, mancando così l’opportunità di affrontare i federali prima che fossero sopraggiunte le altre divisioni.
Al cadere della notte le divisioni unioniste, che nella giornata erano affluite sul campo, assunsero una formazione difensiva simile a una L rovesciata sulle colline, rafforzate con lavori di sterramento. Le divisioni dell'armata della Virginia settentrionale tenevano invece la città e occupavano, a est, la Cresta del Seminario che correva parallela alla Cresta del Cimitero.
Lungo tutta la sera del 1 e la mattina del 2, la maggior parte della fanteria di entrambe le armate arrivò sul campo, compresi il II, III, V, VI e il XII corpo dell'Unione.
Il 2 Luglio ci furono una serie di attacchi sudisti alla ricerca di un punto debole dove fare breccia.
La mattina iniziò con una grave imprudenza da parte dei Nordisti. Il generale Daniel Sickles, comandante del III corpo, abbandonò la forte posizione in collina, senza ordini diretti, per spostarsi più avanti di 800 metri a ovest, in un pescheto protetto da muri; lasciò così scoperto il fianco sinistro dell'armata del Potomac che rischiava l'accerchiamento. Sarebbero finiti a fronteggiarsi con il I corpo confederato guidato dal generale James Longstreet che secondo il piano di Lee si sarebbe dovuto posizionare di nascosto per attaccare le forze dell’unione sul lato sinistro. A causa di alcuni ritardi dovuti allo schieramento delle truppe, Longstreet attaccò solo attorno alle ore 15 e verso le 18, nonostante i rinforzi inviati da Meade, le truppe di Sickles erano in fuga, con l'intera armata sul punto di essere accerchiata dai Confederati che muovevano verso il Little Round Top, una formazione rocciosa che chiudeva la Cresta della Collina.
Nel Frattempo, dall'abitato di Gettysburg i Confederati avevano attaccato la Collina del Cimitero e su tutto il fronte la battaglia aveva raggiunto il suo culmine con pesanti perdite da entrambe le parti.
Sul lato sinistro sembrava che niente potesse fermare la marea confederata, ma sul Little Round Top erano schierate due brigate di fanteria e una batteria di cannoni unioniste che da sole si trovarono a difendere quella che, al momento, era la posizione chiave di tutta la battaglia. I veterani confederati della divisione Hood si lanciarono all'attacco di questa posizione ma, falciati dal tiro ad alzo zero dell'artiglieria, furono costretti a ritirarsi. Anche altrove i tentativi sudisti di scalzare i nemici dalle colline fallirono e la seconda giornata si concluse con un nulla di fatto.
Al mattino del 3 luglio, dopo avere rinforzato la difesa del Little Round Top, il generale Meade decise di anticipare le mosse di Lee che tentava I'aggiramento di entrambe le ali del suo schieramento e ordinò un attacco contro le posizioni che i Sudisti avevano guadagnato il giorno precedente sulla Collina del Cimitero. Dopo un breve ma preciso cannoneggiamento le fanterie federali scattarono all'attacco, ricacciando il II corpo del generale Richard Ewell che, a sua volta, si apprestava ad avanzare.
Resosi conto dell'impossibilità di concludere l'aggiramento, Lee decise di giocare il tutto per tutto, e cercò di sfondare al centro con un attacco massiccio alla Cresta del Cimitero. Fece muovere verso le posizioni di partenza a sud di Gettysburg la divisione del generale George Pickett (una delle migliori unità dell'armata della Virginia settentrionale che non aveva ancora partecipato alla battaglia) e davanti a essa dispose 150 pezzi d'artiglieria. La manovra richiese tutta la mattinata, ma a mezzogiorno le batterie aprirono il fuoco contro le posizioni nordiste.
Alle tre del pomeriggio, dopo tre ore di cannoneggiamento, 12.500 uomini mossero all'attacco sotto il tiro dei cannoni unionisti, riportati in tutta fretta in linea dopo essere stati arretrati per sottrarli al bombardamento confederato. Fu un bagno di sangue, percorsi i primi ottocento metri dei 1.200 che li separavano da Cemetery Ridge 5.000 uomini erano rimasti sul terreno, ma i veterani virginiani di Pickett continuarono ad avanzare inesorabili verso le linee nemiche. Qui li attendevano i fanti del II corpo dell'Unione, anch'essi veterani e decisi a tenere duro a ogni costo. I Confederati furono investiti da un micidiale fuoco di moschetteria, ma con un ultimo eroico sforzo riuscirono ad arrivare sulle linee nemiche, ricacciando al centro due reggimenti unionisti. Le sorti della battaglia sembrarono pendere in favore della Confederazione, finché Meade scagliò nella breccia una brigata della Pennsylvania che, con un attacco disperato, ricacciò in disordine i Sudisti.
Fallita così la manovra di Pickett, svaniva per Lee l'ultima possibilità di vincere la battaglia. Per dissimulare la gravità della situazione il generale sudista mantenne le posizioni sul campo, ma 23.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri senza riuscire a cacciare i Nordisti dalle loro posizioni costituivano una sconfitta ingente.
ll 4 luglio gli eserciti erano schierati alle due parti dei campi insanguinati, Lee modificò le sue linee in posizione difensiva, sperando che Meade avesse attaccato. Il cauto comandante dell'Unione, tuttavia, decise di non assumersene il rischio. La sera del 4 luglio le colonne di Lee iniziarono la ritirata verso sud, non molestate dal nemico, e il 10 luglio riattraversavano il Potomac per rientrare in Virginia.
Gettysburg fu la battaglia con il maggior numero di vittime nella guerra civile.
I tre giorni di battaglia costarono ai Confederati circa 23.000 uomini tra morti, feriti e dispersi; di questi i morti furono 4.708, 12.693 i feriti e 5.830 tra dispersi e catturati.
Le perdite dell’Unione furono di 3.155 morti, 14.531 feriti e 5.369 tra dispersi e catturati.
La sconfitta subita da Lee sul campo di Gettysburg, di fatto, segnò il destino della Confederazione. Il generale Grant, mentre Meade sconfiggeva Lee in Pennsylvania, conquistava Vicksburg, in Mississippi e, in seguito, la conquista di Chattanooga, in Tennessee, diede inizio alle grandi scorrerie negli stati confederati che inasprirono la guerra.
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mercoledì 1 luglio 2026
martedì 30 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova. Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova. Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.
lunedì 29 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 2009, poco prima di mezzanotte, in stazione a Viareggio transita un treno merci, che si muove da nord verso sud, da La Spezia in direzione di Pisa, col suo convoglio di quattordici vagoni cisterna carichi di gas. "Non è che andasse proprio piano, almeno a 90 all'ora" racconta qualcuno. "Il treno sferragliava sui binari, ho visto delle scintille" è la testimonianza di un altro. Più tardi le Ferrovie dello Stato spiegheranno che ha ceduto il carrello del carro cisterna. Poche decine di metri ed è la catastrofe.In quel punto la linea ferrata è costeggiata dai palazzi, in parallelo corre via Ponchielli. Il merci 50325 Trecate-Gricignano deraglia. Il primo carro cisterna trascina fuori dai binari altri quattro dei quattordici vagoni che non sono proprietà delle Fs ma appartengono a una società straniera, la Gatx, con sede a Vienna. Solo uno si spezza. Purtroppo basta a causare l'immane disastro. Le esplosioni e le fiammate investono i palazzi e la strada. Una palazzina, dove vivono 18 persone, si sbriciola. Una più piccola, monofamiliare, prende fuoco. Alla fine, crollate o gravemente danneggiate, le case coinvolte saranno cinque. Come un proiettile, un grosso pezzo di metallo investe un uomo - che risulterà essere un quarantenne extracomunitario - e lo scaraventa ad una decina di metri uccidendolo. Per lo spostamento d'aria un'altra persona vola contro un cassonetto e avrà le gambe maciullate. Una ragazza, avvolta dalle fiamme, corre in strada, grida, cerca di strapparsi i vestiti.
Una scena apocalittica. Scene così ce ne sono tante. Le fiamme avvolgono un gazebo dove stanno cenando alcune persone. Scattano i soccorsi. I primi arrivano dalla vicinissima sede della Croce Verde che è stata gravemente danneggiata dall'esplosione: quasi tutte le ambulanze sono distrutte, un volontario è ferito ma non in gravi condizioni, altri hanno riportato contusioni.
Per timore che possano esplodere anche gli altri vagoni rimasti integri, vengono evacuati altri tre palazzi. "La cabina è stata invasa dal gas, siamo riusciti a scappare - raccontano i due macchinisti dl treno, feriti in modo non grave - Siamo vivi per miracolo".
I soccorsi sono stati tempestivi. Centocinquanta persone della Protezione Civile hanno lavorato tutta la notte. All'alba, in una luce irreale, con il fumo che si è diradato e i focolai quasi del tutto spenti, lo scenario ricorda un attentato a Baghdad. Si scava, si cercano le persone che dovrebbero esserci e di cui non si hanno notizie. Secondo il sindaco di Viareggio sono una trentina. Poi, però, Bertolaso (il capo della Protezione Civile) precisa che non dovrebbero essere più di tre o quattro: "Gli altri erano scappati".
L'intervento dei soccorritori si concentra adesso sulla ricerca di persone che potrebbero essere rimaste sotto le macerie e, in particolare, sul travaso del Gpl. Ci sono tre squadre specializzate al lavoro. Dovranno svuotare e mettere in sicurezza otto cisterne alcune delle quali non hanno subito danni. Altre sono cadute su un fianco e andranno trattate con la massima prudenza: "Non è un'operazione semplice e comporta qualche rischio - ha spiegato a Sky l'ingegner Antonio Gambardella, comandante nazionale dei Vigili del Fuoco - Agiremo in contemporanea". Ci vorrà qualche giorno per mettere in sicurezza la stazione di Viareggio.
Un ulteriore disastro è stato evitato grazie all'accortezza del capostazione che ha fermato due treni passeggeri in arrivo nella stazione di Viareggio nei minuti immediatamente successivi all'incidente. "Se quei treni fossero arrivati in stazione sarebbe stata una vera ecatombe - ha detto il consigliere regionale Marco Montemagni -. A bordo c'erano centinaia di passeggeri. Il comportamento del capostazione conferma che Ferrovie dello Stato deve desistere dalla sfrenata corsa verso l'automazione. Il fattore umano resta decisivo".
In totale si contano 31 morti (33 contando due deceduti per infarto) e 25 feriti. I funerali di Stato ai quali hanno partecipato almeno 30.000 persone si sono tenuti il 7 luglio allo Stadio Torquato Bresciani per 15 defunti, altri 7 hanno ricevuto le esequie con rito musulmano in Marocco. Due altri morti, avvenuti indirettamente per infarto, non sono stati messi nella lista ufficiale.
A 3 anni dalla strage, la procura di Lucca ha chiuso le indagini. Lo rende noto, con un comunicato, il procuratore Aldo Cicala, spiegando che gli indagati sono 32 - più nove enti - e che i reati contestati sono disastro ferroviario colposo, incendio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. Inizialmente, gli indagati erano 38, più 8 enti. Fra i destinatari dell'avviso chiusura indagini c'è l'Ad delle Ferrovie Mauro Moretti.
Se all'indomani dell'incidente le Ferrovie sospesero i contratti con la Gatx e con la Cima, con la quale lavoravano dal 1945, poco hanno fatto per sanzionare o sospendere dall'incarico gli imputati al loro interno. Che hanno fatto carriera, complici i governi.
Mauro Moretti, all'epoca della strage a.d. del Gruppo F.S., è stato accusato di “inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline” e di “omissioni progettuali, tecniche, valutative, propositive e dispositive”. Dopo il disastro ha ricevuto il cavalierato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La politica ha rinnovato il suo mandato sia quand'era indagato (governo Berlusconi) che quando è diventato imputato (esecutivo di Enrico Letta). Sotto Matteo Renzi è stato promosso amministratore delegato di Finmeccanica. Al suo posto in Ferrovie è andato un altro imputato nella strage: Michele Mario Elia, già capo di Rfi. Immediate le proteste dei familiari, che il 29 maggio 2014 hanno fermato un treno sul binario 4, quello dell'incidente, manifestando la loro indignazione.
Anche Vincenzo Soprano, a.d. di Trenitalia, è rimasto al suo posto. Giulio Margarita dalla direzione tecnica di Rfi è passato all'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, mentre Emilio Maestrini, responsabile della Direzione ingegneria, sicurezza e qualità di sistema di Trenitalia, venti giorni dopo il disastro ferroviario fu sostituito con Donato Carillo, stretto collaboratore di Moretti, anche se questi ha negato un rapporto tra l'incidente e il trasferimento.
Il 31 gennaio 2017 il tribunale collegiale di Lucca (presidente Gerardo Boragine, a latere Nidia Genovese e Valeria Marino) ha emesso la sentenza di primo grado condannando a 7 anni e 6 mesi di carcere Michele Mario Elia, a 7 anni di carcere Mauro Moretti e a 7 anni e 6 mesi Vincenzo Soprano, ex amministratore delegato di Trenitalia e di FS Logistica. Tutti e 33 gli imputati sono accusati, a vario titolo, di disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali. La sentenza ha in parte ribaltato le richieste di condanna dei Pm, il cui impianto accusatorio attribuiva le principali responsabilità ai vertici delle ferrovie, per cui era stato chiesto fino al massimo della pena per i reati contestati (16 anni). La corte lucchese ha ritenuto di comminare le pene più elevate ai responsabili di Gatx Rail e a quelli dell'officina Jungenthal responsabili dei problemi di meccanica alla base dell'incidente di Viareggio.
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