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lunedì 6 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 febbraio.
Il 6 febbraio 1952 muore Re Giorgio VI, padre di Elisabetta e nonno dell'attuale re Carlo III di Inghilterra.
Albert Frederick Arthur George Windsor, conosciuto come re Giorgio VI del Regno Unito, nasce a Sandringham (Inghilterra), nella contea di Norfolk, il giorno 14 dicembre del 1895, durante il regno della Regina Vittoria. E' il secondo figlio della principessa Maria di Teck e del duca di York, futuro re Giorgio V del Regno Unito.
In famiglia viene informalmente chiamato con il soprannome "Bertie". Dal 1909 frequenta il Royal Naval College di Osborne come cadetto della marina reale d'Inghilterra. Si dimostra poco propenso agli studi (ultimo della classe nell'esame finale), ma malgrado ciò passa al Royal Naval College di Dartmouth nel 1911. Dopo la morte della nonna, la Regina Vittoria, avvenuta il 22 gennaio 1901, entra in carica re Edoardo VII, figlio di Vittoria. Quando re Edoardo VII muore il 6 maggio 1910, il padre di Albert diventa re con il nome di Giorgio V ed Albert (futuro Giorgio VI) diventa il secondo in linea di successione.
Albert entra in servizio in marina il 15 settembre 1913 e l'anno seguente prende servizio nella Prima guerra mondiale: il suo nome in codice è Mr. Johnson. Nell'ottobre del 1919 frequenta il Trinity College di Cambridge dove studia storia, economia e diritto civile per un anno. Nel 1920 viene nominato dal padre Duca di York e conte di Inverness. Inizia ad occuparsi degli affari di corte, rappresentando il padre nella visita di alcune miniere di carbone, fabbriche e cantieri ferroviari, ottenendo il soprannome di "Principe Industriale".
La sua naturale timidezza e le poche parole, lo facevano apparire molto meno impositivo del fratello Edoardo, anche se amava tenersi in forma con sport come il tennis. All'età di 28 anni sposa lady Elizabeth Bowes-Lyon, dalla quale avrà due figlie, le principesse Elisabetta (la futura regina Elisabetta II) e Margaret. In un'epoca in cui i reali si imparentavano tra di loro, appare come una eccezione il fatto che Alberto abbia avuto una quasi totale libertà per la scelta della consorte. Questa unione viene considerata completamente innovativa per l'epoca, e pertanto segno di un forte cambiamento in atto nelle dinastie europee.
La Duchessa di York diventa la vera tutrice del principe Albert, aiutandolo nella composizione dei documenti ufficiali; il marito soffre di un problema di balbuzie così gli fa conoscere Lionel Logue, esperto di lingua di origine australiana. Albert inizia a praticare sempre più spesso alcuni esercizi di respirazione per migliorare la propria parlata ed eliminare l'aspetto balbuziente di alcuni dialoghi. Come risultato, il Duca si mette alla prova nel 1927 con il tradizionale discorso d'apertura del parlamento federale australiano: l'evento è un successo e permette al principe di parlare con solo una piccola esitazione emotiva.
Questo aspetto della balbuzie del futuro re viene narrato nel 2010, nel film "Il Discorso del Re" (The King's Speech) - vincitore di 4 Premi Oscar - diretto da Tom Hooper e interpretato da Colin Firth (Re Giorgio VI), Geoffrey Rush (Lionel Logue), Helena Bonham Carter (Regina Elisabetta), Guy Pearce (Edoardo VIII), Michael Gambon (Re Giorgio V) e Timothy Spall (Winston Churchill).
Il 20 gennaio 1936 muore re Giorgio V; gli succede il Principe Edoardo con il nome di Edoardo VIII. Dal momento che Edoardo non ha figli, Albert ne è l'erede principale. Tuttavia, dopo meno di un anno (il giorno 11 dicembre 1936), Edoardo VIII abdica al trono per essere libero di sposare la propria amante, la divorziata miliardaria americana Wallis Simpson. Albert è inizialmente riluttante ad accettare la corona, ma il giorno 12 maggio 1937, sale al trono assumendo il nome di Giorgio VI, in una cerimonia di incoronazione che è stata la prima ad essere trasmessa in diretta a livello mediatico, dalla Radio BBC.
Il primo atto di regno di Giorgio VI è volto ad aggiustare lo scandalo del fratello: gli garantisce il titolo di "Altezza Reale", che avrebbe altrimenti perso, consentendogli il titolo di Duca di Windsor, stabilendo poi però con una patente che tale titolo non fosse trasmesso alla moglie o ad eventuali figli della coppia. Tre giorni dopo la sua incoronazione, nel giorno del suo quarantunesimo compleanno, nomina la moglie, la nuova Regina, membro dell'ordine della Giarrettiera.
Questi sono gli anni in cui nell'aria, anche in Inghilterra, si percepisce che la Seconda guerra mondiale con la Germania è imminente. Il Re è costituzionalmente affidato alle parole del Primo Ministro Neville Chamberlain. Nel 1939, il Re e la Regina si recano in visita al Canada, facendo tappa anche negli Stati Uniti. Da Ottawa la coppia reale viene accompagnata dal primo ministro canadese e non dal gabinetto dei ministri inglese, significativamente rappresentando il Canada anche negli atti di governo e dando un segnale di vicinanza alla popolazione oltreoceano.
Giorgio VI è il primo monarca del Canada a visitare il Nord America, anche se già conosceva il paese avendolo visitato quando ancora ricopriva il titolo di Duca di York. Le popolazioni canadese ed americana reagiscono positivamente a questa visita di stato.
Allo scoppio della guerra nel 1939, Giorgio VI e la moglie decidono di rimanere a Londra e di non cercare la salvezza in Canada, così come il gabinetto dei ministri aveva loro suggerito. Il Re e la Regina ufficialmente rimanevano a Buckingham Palace anche se, dopo i primi bombardamenti per ragioni di sicurezza, le notti venivano trascorse prevalentemente al Castello di Windsor. Giorgio VI e la Regina Elisabetta vivono in prima persona gli avvenimenti bellici, quando una bomba scoppia proprio nella corte principale del palazzo londinese mentre loro si trovano nella residenza.
Nel 1940 Neville Chamberlain si dimette dalla carica di Primo Ministro: suo successore è Winston Churchill. Durante la guerra il Re rimane in prima linea per mantenere alto il morale della popolazione; la moglie del presidente americano, Eleanor Roosevelt, ammirando il gesto, si pone in prima persona nell'organizzare le spedizioni di cibo al palazzo reale inglese.
Al termine dei conflitti nel 1945 la popolazione inglese è entusiasta ed orgogliosa del ruolo avuto dal proprio Re negli scontri. La nazione inglese esce trionfante dalla Seconda guerra mondiale e Giorgio VI, sulla scia di quanto già fatto assieme a Chamberlain a livello politico e sociale, invita Winston Churchill ad apparire con lui sulla balconata di Buckingham Palace. Nel dopoguerra il re è di fatto un tra i principali promotori della ripresa economica e sociale della Gran Bretagna.
Sotto il regno di Giorgio VI si vive inoltre l'accelerazione del processo e la definitiva dissoluzione dell'Impero coloniale inglese, che aveva già dato i primi segni di cedimento dopo la Dichiarazione di Balfour del 1926, anno in cui i vari domini inglesi iniziano ad essere conosciuti con il nome di Commonwealth, poi formalizzato con gli Statuti di Westminster del 1931.
Nel 1932 l'Inghilterra concede l'indipendenza all'Iraq da protettorato inglese quale è, seppur questo non fosse mai entrato a far parte del Commonwealth. Questo processo garantisce la riappacificazione degli stati dopo la Seconda Guerra Mondiale: diventano così indipendenti anche la Giordania ed il Burma nel 1948, oltre al protettorato sulla Palestina e sull'area di Israele. L'Irlanda, dopo essersi dichiarata una repubblica indipendente, lascia il Commonwealth l'anno seguente. L'India si divide in stato indiano e Pakistan ed ottiene l'indipendenza. Giorgio VI abbandona il titolo di Imperatore d'India, diventando Re d'India e Pakistan, stati che continuano a rimanere nel Commonwealth. Anche questi titoli però decadono, a partire dal 1950, quando i due stati si riconoscono come repubbliche.
Lo stress procurato dalla guerra è solo uno dei motivi che aggravano la già precaria salute di Giorgio VI; la salute si aggrava anche a causa del fumo e in seguito dallo svilupparsi di un cancro che gli porta, tra gli altri problemi, una forma di arteriosclerosi. Nel settembre del 1951 gli viene diagnosticato un tumore maligno.
Il 31 gennaio 1952, malgrado i consigli dei medici, Giorgio VI insiste per recarsi all'aeroporto per vedere la figlia principessa Elisabetta che sta partendo per un viaggio in Australia con tappa in Kenya. Re Giorgio VI muore pochi giorni più tardi, il 6 febbraio 1952, a causa di una trombosi coronaria, a Sandringham House nel Norfolk, all'età di 56 anni. La figlia Elisabetta torna in Inghilterra dal Kenya per succedergli con il nome di Elisabetta II.
Dopo l'esposizione della salma alla Westminster Hall, i suoi funerali ebbero luogo il 15 febbraio e venne sepolto nella cappella di San Giorgio del castello di Windsor.

domenica 5 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Il 5 febbraio 1936 esce a New York "Tempi moderni", di Charlie Chaplin.
Il primo film veramente a sfondo sociale di Chaplin. Prima di Tempi Moderni il regista inglese non aveva mai guardato con tanto realismo e attualità alla sua epoca storica, limitandosi a velati accenni inseriti però in un contesto del tutto neutro e atemporale. Un viaggio in Europa dove tocca con mano la disperazione dei senza lavoro lo colpisce e lo convince del bisogno di portare sullo schermo il dramma della sopravvivenza, affinché la crescente disoccupazione e l'automazione presente nelle fabbriche di tutto il mondo abbia voce.
Nasce da questo presupposto uno dei suoi film più conosciuti, icona dell'arte chapliniana. Chaplin era figlio del cinema muto; anche negli anni trenta continuava a realizzare muti i suoi film. Tempi Moderni non è propriamente muto, perché si avvale (come già il precedente Luci della Città) di colonna sonora sincronizzata, all'interno della quale vi è Smile, la melodia più conosciuta di Chaplin.
Non è però assolutamente parlato, perché il regista usa il suono solamente per la musica (come detto), per vari effetti comici (sirena della polizia, lamenti di stomaco, ecc.) e per la canzone alla fine del film, adattamento della Titina, primo contatto con le sue corde vocali che Chaplin concede al pubblico che lo seguiva ormai da vent'anni. Come continuò a fare anche per il resto della sua carriera, il regista non spezza il legame con il suo passato neanche per altre questioni: si avvale infatti di ex-compagni di lavoro in molte scene.
E' con Chester Conklin che Chaplin appare in tutta la sequenza del ritorno in fabbrica ed è Hank Mann uno degli scassinatori che appaiono nella scena del furto ai grandi magazzini, entrambi attori molto noti che lavorarono con lui alla Keystone addirittura ai tempi del suo esordio nel cinema (1914). Del resto anche altri attori presenti nel cast avevano lavorato con lui in passato, come l'onnipresente Harry Bergman, Allan Garcia, Tiny Sandford.
L'unica vera novità è rappresentata da Paulette Goddard, la brava e graziosa gamine, che recita qui per la prima volta insieme a Chaplin, e che diventerà poi anche la sua terza moglie. Il film è molto divertente, ancora oggi ne rimane intatta la comicità, anche se contiene molti spunti drammatici e persino la scena di un assassinio (quello del padre della monella, disoccupato in rivolta). Chaplin non è mai drammatico nel vero senso della parola, la sua è sempre una comicità "allargata", che spazia fino ai confini dell'assurdo, o che si avvale del pathos per esprimere la complessità di un mondo per nulla allegro. Nelle scene in prigione, tra le più divertenti del film, non vi è mortificazione ma perfino pace. E' la società che è ostile, che non accoglie.
L'umanità di Chaplin è anche nella sua diversità. Lui non è un'operaio qualsiasi, è Charlot. Non potrà mai adattarsi ad un lavoro monocorde e stritolante, perché per vent'anni lo abbiamo visto libero. E' la rivolta della coscienza incorruttibile che rende Charlot così popolare, perché è vicino al cuore incontaminato di tutti gli esseri umani, non a uno status sociale determinato o a una condizione di vita specifica. Alla fine del film lui e la gamine si trovano soli in una strada deserta, lei è disperata, ha perso tutto. Charlot fischietta. E' meno triste, e indica alla ragazza la via dell'ottimismo, inducendola al sorriso e all'avvio verso nuove avventure. Per lui è normale, perché è un vagabondo. E' abituato a perdere qualcosa ma anche a ripartire. Non a caso la strada che prenderanno è del tutto libera, non c'è nulla intorno. Alla fine Charlot si riappropria di se stesso, nulla gli è precluso. Per la prima volta nel film non c'è traccia di limiti, visivi o meno.
Chaplin voleva terminare il film in un altro modo. La ragazza avrebbe scelto di diventare suora, per proteggersi dalle minacce della società, e il vagabondo avrebbe intrapreso una strada solitaria, come spesso aveva fatto in altre opere. Girò tutto, ma poi cambiò idea, perché il film aveva bisogno di un messaggio diverso. Charlot non era più solo, aveva trovato una compagna di avventure, si poteva sperare, niente era perduto. Sapeva anche che sarebbe stato un commiato nei confronti del celebre personaggio (che infatti non apparirà più, salvo che nelle sembianze del barbiere ebreo del Grande Dittatore, ma non era più Charlot) ed è senza dubbio uno dei più suggestivi che poteva pensare. Indicando come meta il sorriso verso il futuro, Charlot si era senza dubbio guadagnato il paradiso.
 

sabato 4 febbraio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il 4 febbraio 1945, in Crimea, iniziarono i colloqui tra le potenze che stavano risultando vincitrici della seconda guerra mondiale. Iniziava la Conferenza di Yalta.
Quando il 4 febbraio del 1945 si aprì a Yalta in Crimea la conferenza dei capi di stato delle maggiori potenze impegnate nella guerra contro la Germania, le sorti di quel paese erano inequivocabilmente segnate.
Il Terzo Reich non solo non aveva più alcuna possibilità di modificare l'andamento del conflitto, ma non poteva sottrarsi in alcun modo ad una resa totale e incondizionata. Nei mesi precedenti c'erano stati contatti fra rappresentanti tedeschi ed agenti sovietici in Svezia,  e fra i primi e gli anglo-americani per un armistizio; probabilmente alcune di queste iniziative erano avvenute ad opera di alti gerarchi nazisti ma senza l'intervento esplicito di Hitler, e in ogni caso non potevano dare alcun risultato perché troppo grave sarebbe stato di fronte all'opinione pubblica internazionale una pace separata a danno delle altre potenze.
Chiusa di fatto la guerra alla Germania il problema principale delle potenze alleate era quello di gestire una difficile pace. Nel novembre del '43 c'era stato un incontro fra Roosevelt, Churchill e Stalin a Teheran che aveva impostato il problema, ma che aveva visto anche importanti concessioni degli alleati occidentali all'Unione Sovietica. Al vertice venne discussa la creazione di una organizzazione mondiale di stati che avrebbe dovuto consentire un futuro di pace; all'interno di questa organizzazione Stalin richiese esplicitamente che fosse riconosciuto ai "Tre Grandi" un ruolo superiore alle altre nazioni (che si sarebbe successivamente concretizzato nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU) principio certamente in contrasto con quello della pari dignità dei popoli. In quella stessa sede venne discussa la possibilità dell'apertura di un "secondo fronte" nei Balcani. L'idea proposta da Churchill implicitamente mirava a contrastare l'egemonia sovietica in quella zona d'Europa, dove già erano attivi importanti movimenti comunisti in Jugoslavia, Grecia e Albania, ma non ebbe l'appoggio di Roosevelt e la proposta non ebbe seguito. Vennero accolte invece le richieste di Stalin che si ricollegavano al Patto Molotov-Ribbentrop: annessione di Lituania, Lettonia ed Estonia, e accorpamento delle province orientali della Polonia portando il confine russo-polacco su una linea vicina a quella tracciata da Curzon negli anni venti.
Il destino della sfortunata nazione dell'Europa orientale divenne una delle principali questioni dell'incontro. Nei mesi precedenti fra il governo polacco in esilio a Londra e L'URSS c'era stata la rottura delle relazioni diplomatiche in seguito alla scoperta dell'eccidio di Katyn dove vennero ritrovati i cadaveri di circa 10.000 ufficiali polacchi passati per le armi dai sovietici. In seguito a tale episodio, quando alla fine del '44 l'Armata Rossa aveva fatto il suo ingresso in Polonia venne costituito un nuovo governo, che prese il nome di Comitato di Lublino, al quale i sovietici trasferirono i loro poteri. Il nuovo governo era formato da personalità non di primo piano e non godeva del consenso popolare; il mancato intervento dei sovietici a favore della rivolta di Varsavia aveva squalificato l'azione dei comunisti anche se per molti polacchi i sovietici rappresentavano in quel momento coloro che li avevano liberati dal terribile giogo nazista.
Nei mesi successivi si ebbero altri due motivi di contrasto fra anglo-americani e sovietici a causa delle questioni greca e jugoslava. Ad Atene le dimissioni dei ministri comunisti all'interno del governo presieduto dal socialdemocratico Papandreu creò una gravissima situazione. Si ebbero sanguinosi scontri fra le truppe inglesi e i gruppi partigiani dell'ELAS, che si conclusero comunque nel gennaio successivo con gli accordi di Varkiza che prevedevano il disarmo delle formazioni armate, libere elezioni tenute sotto controllo internazionale e un referendum sul futuro istituzionale del paese.
Un analogo accordo venne sottoscritto in Jugoslavia fra i rappresentanti del governo monarchico in esilio e le armate titoine che pose fine agli scontri fra i serbi nazionalistici di Mihailovic e i gruppi comunisti.
Nello stesso periodo si ebbero una serie di segnali positivi dall'Unione Sovietica: venne avviato lo scioglimento del Comintern, l'associazione internazionale dei partiti comunisti, un relativo decentramento amministrativo nel paese a favore delle popolazioni non russe, ed infine un accordo fra il governo comunista e la chiesa ortodossa. Il carteggio fra Stalin e gli altri capi di governo occidentali faceva pensare ad un'ampia disponibilità dei sovietici a risolvere con il negoziato tutte le questioni di dissidio, e che l'alleanza fra le tre grandi nazioni sarebbe potuta continuare anche in futuro, una volta terminata la guerra. Il grande tributo di vite umane dei russi nella lotta alla Germania nazista infine, aveva creato un debito di riconoscenza verso questa nazione, e pertanto una parte dell'opinione pubblica internazionale riteneva che si dovesse in qualche modo assecondare le richieste provenienti da Mosca.
La conferenza di Yalta venne quindi salutata come un grande evento per tutta l'umanità; si riteneva infatti che a differenza di tutte le guerre del passato quella in atto si sarebbe conclusa non con un nuovo disegno di egemonia mondiale, ma con un progetto che salvaguardasse i diritti di tutti i popoli, stabilisse delle regole certe di convivenza civile, e la vittoria definitiva della democrazia nel mondo. I rappresentanti delle tre grandi potenze raggiunsero un accordo sul futuro dello stato tedesco che prevedeva il disarmo, la smilitarizzazione e lo smembramento di quella nazione. Il progetto venne successivamente abbandonato; secondo lo storico italiano Luigi Salvatorelli  la creazione di piccoli stati nel cuore dell'Europa avrebbe creato una situazione di grande instabilità ed avrebbe risvegliato gli appetiti delle nazioni vicine.
Venne quindi raggiunto un accordo sul futuro della Polonia; il nuovo stato, che avrebbe dovuto cedere una parte dei suoi territori a oriente e ne avrebbe acquistati altri a danno della Germania secondo accordi da stabilirsi successivamente, avrebbe avuto un unico governo formato da rappresentanti del Comitato di Lublino e l'ingresso di altri rappresentanti del governo di Londra. Nel giro di tempo più breve si sarebbe quindi dovuto procedere a delle consultazioni elettorali per decidere il suo assetto definitivo. Analogamente veniva riconosciuto il governo di Tito a Belgrado con la esplicita raccomandazione di un allargamento ad esponenti non comunisti.
Altre due importanti questioni che vennero dibattute furono un nuovo regime degli Stretti del Mar Nero, più favorevole all'Unione Sovietica rispetto al trattato di Montreux del 1936, e la costituzione delle Nazioni Unite sui quali le parti non ebbero difficoltà a raggiungere un accordo. Alla conferenza vennero anche discusse questioni extraeuropee, e stabilito un principio che costituiva un regresso in fatto dei diritti dei popoli. L'Unione Sovietica richiedeva e otteneva la restaurazione dei suoi antichi privilegi sulla Cina (basi navali e ferrovie della Manciuria) in un momento in cui le tutte le nazioni occidentali stavano rinunciando già da tempo alla imposizione di limitazioni alla sovranità cinese. A fronte di questa concessione l'URSS si impegnava a entrare in guerra contro il Giappone entro sei mesi dalla conclusione del conflitto in Europa. Non essendo stata perfezionata l'arma atomica lo stato maggiore americano riteneva che la guerra contro la grande potenza asiatica sarebbe stata difficile e notevolmente onerosa come vite umane.
L'unico punto sul quale non si raggiunse l'accordo fu la questione delle riparazioni tedesche; i sovietici richiedevano venti miliardi di dollari, ma Churchill obbiettò che tale cifra avrebbe causato il collasso della Germania, e che, secondo una affermazione rimasta celebre, "se si vuole che il cavallo tiri il carretto, occorre dargli il fieno".
La parte più importante degli accordi di Yalta fu comunque la Dichiarazione sull'Europa liberata, con la quale si stabilivano principi importantissimi per la vita democratica del continente.  In essa si stabiliva una politica comune al fine di "aiutare i popoli d'Europa liberi dalla dominazione della Germania nazista, e i popoli degli Stati satelliti dell'Asse, a risolvere con mezzi democratici i loro problemi politici ed economici più importanti" il futuro del continente sarebbe stato realizzato in base ai principi della Carta Atlantica: "diritto di tutti i popoli a scegliersi la forma di governo sotto la quale vogliono vivere - restaurazione dei diritti sovrani e di autogoverno in favore dei popoli che ne sono stati privati dalle potenze aggreditrici" pertanto si stabiliva di: a) creare condizioni di pace interna; b) prendere misure di urgenza destinate a soccorrere i popoli in miseria; c) costituire delle autorità di governo provvisorie largamente rappresentative di tutti gli elementi democratici di queste popolazioni, e che si impegneranno a stabilire, non appena possibile, con libere elezioni, dei governi che saranno l'espressione della volontà popolare; d) facilitare dovunque sarà necessario tali elezioni". Alla chiusura della conferenza il britannico Time scrisse: "tutti i dubbi che potevano sussistere sulla possibilità che i Tre Grandi fossero in grado di cooperare in pace come avevano cooperato in guerra sono spazzati via per sempre".
La conferenza di Yalta non stabilì quindi la spartizione del continente europeo e del mondo intero in sfere d'influenza come spesso è stato scritto, tuttavia si ebbero delle ambiguità che nel futuro non tardarono a manifestarsi. A suo modo Stalin aveva saputo dare prova di una certa moderazione, in particolare sulla questione greca e jugoslava, così come aveva consigliato i partiti comunisti italiano e francese di astenersi da tentativi insurrezionali, ma per i sovietici gli accordi con le potenze occidentali erano all'insegna del do ut des, mentre per gli americani il rispetto della volontà dei popoli costituiva un principio inalienabile che non poteva costituire oggetto di scambio.
L'entusiasmo suscitato dalla conferenza fu di brevissima durata, nelle settimane successive si ebbero una serie di episodi gravissimi. Il presidente americano Truman ricorda nelle sue memorie che in Bulgaria subito dopo la conclusione degli storici accordi si ebbe una ondata di arresti contro l'opposizione, mentre in Romania "I russi dirigevano la Commissione di controllo alleato, senza consultare i membri inglese e americano. Il Governo era un governo di minoranza, dominato dal partito comunista che, a dire del generale [il comandante americano Schuyler] non rappresentava nemmeno il dieci per cento della popolazione romena. La vasta maggioranza del popolo romeno, egli diceva, non era soddisfatta dal Governo, né di qualsiasi altra forma di comunismo... Dal lato economico, la Romania veniva strettamente legata allo stato russo, tramite pagamenti in conto riparazioni, con il trasferimento di proprietà che i russi dichiaravano essere state dei tedeschi, e con la requisizione delle attrezzature industriali come trofei di guerra. Per di più, la Romania veniva quasi del tutto tagliata fuori dai rapporti commerciali con le altre nazioni, e questo la costringeva a dipendere sempre più dalla Russia". Nello stesso periodo in Polonia l'esercito sovietico riuscì con l'inganno ad arrestare tutti i principali comandanti dell'Armia Krajova, la principale formazione polacca antinazista. In Cecoslovacchia e in Ungheria la situazione per un certo periodo rimase più tranquilla, mentre in Jugoslavia i titoini con facilità ottennero il potere (qui con il consenso popolare) mentre un altro gravissimo episodio avvenne all'indomani della capitolazione delle truppe tedesche in Italia, l'occupazione di Trieste e Pola da parte dell'esercito jugoslavo.
Successivamente a tali episodi Roosevelt (ormai in fin di vita) inviò dei messaggi di protesta a Stalin, e Churchill richiese con insistenza agli americani che i loro eserciti occupassero Berlino, Vienna e Praga ancora raggiungibili, ma Truman e Eisenhower non ne vollero sapere, ed anzi successivamente venne decisa in maniera tempestiva la smobilitazione dell'esercito americano.
Prima dell'apertura della successiva conferenza di Potsdam, il governo sovietico stabilì senza consultazioni che i territori tedeschi a est dei fiumi Oder e Neisse (il corso più occidentale fra i due fiumi che portavano questo nome) venissero sottoposti all'amministrazione polacca; ormai il mondo si avvicinava a tappe forzate verso la guerra fredda.
Gli avvenimenti del 1945 ci pongono l'interrogativo se la politica sovietica fosse ispirata da preoccupazioni sulla sicurezza delle sue frontiere occidentali che nel corso di quel secolo sono state due volte violate dalla Germania con gravissime conseguenze, ovvero dallo stato d'inferiorità dello stato sovietico rispetto agli Stati Uniti, che come noto uscirono con il loro potenziale industriale intatto alla fine della guerra. Entrambe le ipotesi presentano delle incongruenze; molte delle richieste sovietiche del periodo successivo in Turchia, in Iran, e sul futuro delle ex colonie italiane non avevano nulla a che vedere con ragioni di sicurezza della patria del socialismo, né l'URSS cercò di concludere degli accordi con gli stati europei in materia di collaborazione e sicurezza, nonostante che in quegli anni le sinistre fossero al potere in diversi stati.

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