Il 3 febbraio 1957 va in onda sulla televisione un nuovo programma, molto particolare, si chiama Carosello.
È il primo spazio televisivo dedicato alla pubblicità e deve perciò rispondere a regole molto precise perché è concepito come un teatrino in cui i vari brani sono "solo" presentati da un prodotto commerciale. Regole essenziali sono perciò:
1) Ogni filmato dura (a seconda del periodo) da 1 minuto e 45 secondi a 2 minuti e 15 secondi.
2) Di questo tempo solo 35 secondi possono essere dedicati alla pubblicità vera e propria (codino pubblicitario)
3) Il resto del tempo è dedicato a una scenetta, un filmato, un cartone animato o altro che deve essere assolutamente slegato dal prodotto che viene pubblicizzato. La pubblicità deve essere presente perciò solo nel codino.
4) Assolutamente vietati i riferimenti a: sesso, adulterio, lusso eccessivo, oggetti superflui e odio di classe. Non deve creare troppi desideri e non deve fare uso di parole "indecenti" come sudore, mutande, reggiseno ecc. Bisogna insomma dare una giustificazione artistica a una forma di comunicazione commerciale, e il risultato è piuttosto positivo.
Fra il 1957 e il 1977 (data di chiusura della storica trasmissione) la parola "carosello" è stata sinonimo di "spot pubblicitario". Tutti i più grandi attori, registi e cantanti fanno "caroselli", da Eduardo de Filippo a Mina, da Vittorio Gassman a Dario Fo, da Sergio Leone a Totò, da Luciano Emmer (inventore di Carosello) a Francesco Guccini. E poi ancora attori come Macario, Peppino de Filippo, Nino Manfredi, Nino Taranto, Raimondo Vianello, Carlo Giuffrè, Renato Rascel, Paolo Panelli; e registi e sceneggiatori come Age e Scarpelli, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller, Dino Risi, Ermanno Olmi, Pupi Avati, i fratelli Taviani, Ugo Gregoretti.
Nello stesso tempo Carosello è stato una importantissima palestra anche per nuovi registi e attori e certamente un'ottima vetrina per esibire le creazioni e sperimentazioni di disegnatori di cartoni animati che, grazie alla popolarità della trasmissione, avevano una immediata enorme diffusione. Nel 1976 si calcola che il pubblico di Carosello era di almeno 19 milioni di persone.
Un'attuale rilettura evidenzierebbe un'allora centralità socio culturale localizzata nelle regioni del Nord Ovest italiano (Milano, Torino) teatro allora della rinascita economica e meta preferenziale dell'emigrazione. Troviamo infatti lo stereotipo della massaia moderna ed avveduta, da uno spiccato accento milanese, con il compito di indicare il prodotto casalingo più aggiornato. In contropartita osserviamo la persona semplice e sprovveduta, sia attore che personaggio d'animazione come il pulcino di Calimero, entrambi con spiccato accento veneto, regione allora depressa e serbatoio di emigrazione. Potrebbe indurre il sospetto di un velato razzismo l'apporre tale dialetto al personaggio di una colf di colore ma tuttavia si tendeva ad evidenziare la differenza tra metropoli e provincia, l'ingresso o meno degli italiani nella cultura consumistica. Un buon esempio sono le avventure di un contadino in un negozio di casalinghi, alla ricerca di "una cosa cittadina". Inorridito davanti a degli elettrodomestici messi in prova da un commesso, l'uomo può rassicurarsi riconoscendo il marchio del prodotto richiesto, una comune lametta da barba.
Rispetto alla pubblicità moderna, la più lampante differenza rimane proprio il tentativo della RAI di integrare le novità di una nascente società dei consumi in un contesto legato alla tradizione nazionale popolare. Il messaggio pretendeva di essere rassicurante e a tratti persino pedagogico (sebbene certamente caratterizzato da elementi che si potrebbero definire kitsch). Attraverso lo slogan si elargiva una promessa delle qualità di un prodotto.
Sicuramente il mondo dei pubblicitari, in prima fila la Sipra - che gestiva la pubblicità RAI - vedevano in Carosello uno strumento sfuggito loro di mano, per passare ai "creativi": il personaggio e la storiella erano più importanti del messaggio pubblicitario: Calimero era più famoso del detersivo reclamizzato.
Definito da una certa cultura "diseducativo", di fatto poco pratico e dispendioso per la committenza, data l'eccessiva durata dello sketch, nel giorno di Capodanno del 1977 andò in onda l'ultima puntata di Carosello.
Molti pubblicitari moderni parlano oggi di una sindrome di carosello: sarebbe una malattia italiana che consiste nel non riuscire a staccarsi definitivamente dal modello pubblicitario di Carosello.
Ma è anche vero che numerosissimi slogan e personaggi inventati in quello spazio televisivo sono diventati dei veri e propri "modi di dire" e restano ancora oggi nella memoria collettiva degli italiani (...con più di trent'anni!); primo tra tutti, naturalmente, la frase "dopo Carosello, tutti a nanna!"
Nel 2013, la Rai decide di riproporre, in via sperimentale, il format di Carosello con una nuova trasmissione denominata Carosello reloaded, andato in onda dal 6 maggio al 28 luglio, quindi dal 29 settembre alle 21.10 su Raiuno.
Il programma aveva una durata massima di 210 secondi (più breve rispetto
ai 10 minuti del Carosello originale) ed aveva all'interno tre spot. La
storica sigla è stata mantenuta e rivisitata in chiave moderna, ed il
programma è stato curato dalla concessionaria pubblicitaria Rai, Rai Pubblicità, ex Sipra.
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martedì 3 febbraio 2026
lunedì 2 febbraio 2026
AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 febbraio.
Il 2 febbraio del 1703, giorno della festività della Purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, un forte terremoto si verificò a nord della città dell'Aquila distruggendo quasi completamente il capoluogo abruzzese e causando forti danni in tutta la regione. Il sisma, che ebbe una magnitudo momento di 6,7, si verificò poco prima di mezzogiorno e pertanto sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Alcune centinaia di persone si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti.
Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant'Agostino. Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.
Pochi giorni dopo la tragedia venne inviato da Napoli il Marchese della Rocca, Marco Garofalo, che venne investito dei poteri di commissario straordinario: il vicario organizzò i soccorsi e tenne sotto controllo l'ordine pubblico, riuscendo anche a far desistere i sopravvissuti dall'idea di abbandonare definitivamente L'Aquila. Nel novembre del 1703 riuscì a far approvare l'esenzione fiscale per i cittadini colpiti per un tempo proporzionale ai danni subiti; per L'Aquila in particolare il pagamento delle tasse venne sospeso per dieci anni, un provvedimento che fu giudicato vitale per far ripartire l'economia e dare slancio all'opera di ricostruzione. Parallelamente venne però istituita una tassa straordinaria per permettere la realizzazione di 92 baracche per gli sfollati nella Piazza del Duomo, in una delle quali trovò posto anche il Consiglio Comunale.
In breve tempo sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, tra cui si ricordano i Romanelli, i Bonanni, i Pica e gli Oliva mentre molte tra le principale chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto barocco.
Poiché i primi interventi riguardarono le abitazioni civili, per quasi due anni le principali architetture danneggiate rimasero ricoperte di macerie; il primo intervento di ricostruzione del patrimonio architettonico cittadino, il monastero di Sant'Agostino, venne iniziato solo nel 1705. Nel 1707 venne realizzato il progetto di restauro dell'adiacente chiesa ad opera di giovan Battista Contini, allievo del Bernini, che prevedeva una nuova pianta ellittica e la rotazione del prospetto principale su Piazza San Marco. La chiesa venne completata nel 1727, mentre i lavori sul monastero vennero interrotti a più riprese e portati a termine in maniera definitiva solo nel XIX secolo con la realizzazione del Palazzo della Prefettura in stile neoclassico. Anche la chiesa di Santa Caterina venne ricostruita a pianta ellittica e facciata a cuneo stondato, mentre nelle chiese di San Marciano e Santa Maria Paganica si perpetuò la rotazione della pianta con la facciata principale non più rivolta sul lato lungo dell'edificio, ma su quello corto.
Più complesso il discorso per quanto riguarda la cattedrale di San Massimo la cui ricostruzione, iniziata nel 1708 ad opera di Sebastiano Cipriani, risparmiò solo il perimetro murario su Via Roio; i lavori furono molto lunghi e la chiesa venne riaperta, seppur priva di cupola e facciata, solamente nel 1780. Anche la basilica di San Bernardino venne completamente ricostruita ad opera del Cipriani e del Contini e nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate in seguito al restauro del 1972.
Legata alle vicende del terremoto è anche la chiesa delle Anime Sante, la cui costruzione fu iniziata nel 1713 quando si decise di erigere una nuova sede per la Confraternita del Suffragio; la struttura, affidata all'architetto Carlo Buratti, fu completata per apporti successivi: nel 1770 iniziò la realizzazione della facciata concava ad opera di Gianfrancesco Leomporri mentre la cupola del Valadier venne aggiunta solo nel 1805.
Nel 1712, alla vigilia del termine del periodo di esenzione fiscale, venne istituito un censimento per valutare il pagamento da versare alla Corona. Nel capoluogo risultarono 2.684 abitanti divisi in 670 famiglie, di cui ben 149 erano forestieri attratte dalle possibilità offerta dalla ricostruzione: di queste le più numerose erano quelle di origine milanese che già da qualche secolo avevano avviato una immigrazione verso l'Abruzzo Ultra e l'aquilano in particolare, mentre le altre provenivano per buona parte dal contado, il che attivò un processo di ruralizzazione cittadina. Nel ventennio successivo, fino al 1732, arrivarono all'Aquila 160 nuovi fuochi, famiglie povere del contado o ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la propria posizione sociale, che contribuirono al ripopolamento della città.
La tragedia incise comunque profondamente la comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l'altro in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non antecede mai il 2 febbraio, giorno della Candelora, e può essere considerato il più corto del mondo.
Il 2 febbraio del 1703, giorno della festività della Purificazione di Maria e del connesso rito della Candelora, un forte terremoto si verificò a nord della città dell'Aquila distruggendo quasi completamente il capoluogo abruzzese e causando forti danni in tutta la regione. Il sisma, che ebbe una magnitudo momento di 6,7, si verificò poco prima di mezzogiorno e pertanto sorprese i fedeli radunati nelle chiese per le celebrazioni liturgiche. Alcune centinaia di persone si trovavano in quel momento nella chiesa di San Domenico dove si concedeva una comunione generale quando le capriate del tetto cedettero seppellendo i presenti.
Altri crolli gravissimi si ebbero nella basilica di San Bernardino, ove rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali, e nella cattedrale di San Massimo, oltre che nelle chiese di San Filippo, San Francesco e Sant'Agostino. Alla scossa principale, per ventidue ore ne seguirono altre durante le quali la terra esalava pessimi odori e l'acqua dei pozzi cresceva e gorgogliava a causa dei gas. In totale L'Aquila contò circa 2.500 morti, 800 nella sola chiesa di San Domenico, cioè circa un terzo della popolazione ma il terremoto fece vittime anche nelle città vicine per un bilancio totale di oltre 6.000 decessi.
Pochi giorni dopo la tragedia venne inviato da Napoli il Marchese della Rocca, Marco Garofalo, che venne investito dei poteri di commissario straordinario: il vicario organizzò i soccorsi e tenne sotto controllo l'ordine pubblico, riuscendo anche a far desistere i sopravvissuti dall'idea di abbandonare definitivamente L'Aquila. Nel novembre del 1703 riuscì a far approvare l'esenzione fiscale per i cittadini colpiti per un tempo proporzionale ai danni subiti; per L'Aquila in particolare il pagamento delle tasse venne sospeso per dieci anni, un provvedimento che fu giudicato vitale per far ripartire l'economia e dare slancio all'opera di ricostruzione. Parallelamente venne però istituita una tassa straordinaria per permettere la realizzazione di 92 baracche per gli sfollati nella Piazza del Duomo, in una delle quali trovò posto anche il Consiglio Comunale.
In breve tempo sul terreno occupato in precedenza da dimore crollate sorsero i palazzi delle nuove famiglie aquilane, tra cui si ricordano i Romanelli, i Bonanni, i Pica e gli Oliva mentre molte tra le principale chiese del capoluogo vennero pesantemente modificate o riedificate secondo il nuovo gusto barocco.
Poiché i primi interventi riguardarono le abitazioni civili, per quasi due anni le principali architetture danneggiate rimasero ricoperte di macerie; il primo intervento di ricostruzione del patrimonio architettonico cittadino, il monastero di Sant'Agostino, venne iniziato solo nel 1705. Nel 1707 venne realizzato il progetto di restauro dell'adiacente chiesa ad opera di giovan Battista Contini, allievo del Bernini, che prevedeva una nuova pianta ellittica e la rotazione del prospetto principale su Piazza San Marco. La chiesa venne completata nel 1727, mentre i lavori sul monastero vennero interrotti a più riprese e portati a termine in maniera definitiva solo nel XIX secolo con la realizzazione del Palazzo della Prefettura in stile neoclassico. Anche la chiesa di Santa Caterina venne ricostruita a pianta ellittica e facciata a cuneo stondato, mentre nelle chiese di San Marciano e Santa Maria Paganica si perpetuò la rotazione della pianta con la facciata principale non più rivolta sul lato lungo dell'edificio, ma su quello corto.
Più complesso il discorso per quanto riguarda la cattedrale di San Massimo la cui ricostruzione, iniziata nel 1708 ad opera di Sebastiano Cipriani, risparmiò solo il perimetro murario su Via Roio; i lavori furono molto lunghi e la chiesa venne riaperta, seppur priva di cupola e facciata, solamente nel 1780. Anche la basilica di San Bernardino venne completamente ricostruita ad opera del Cipriani e del Contini e nel 1724 Ferdinando Mosca vi realizzò uno splendido soffitto in legno. La basilica di Santa Maria di Collemaggio venne impreziosita da numerose aggiunte barocche che successivamente sono state eliminate in seguito al restauro del 1972.
Legata alle vicende del terremoto è anche la chiesa delle Anime Sante, la cui costruzione fu iniziata nel 1713 quando si decise di erigere una nuova sede per la Confraternita del Suffragio; la struttura, affidata all'architetto Carlo Buratti, fu completata per apporti successivi: nel 1770 iniziò la realizzazione della facciata concava ad opera di Gianfrancesco Leomporri mentre la cupola del Valadier venne aggiunta solo nel 1805.
Nel 1712, alla vigilia del termine del periodo di esenzione fiscale, venne istituito un censimento per valutare il pagamento da versare alla Corona. Nel capoluogo risultarono 2.684 abitanti divisi in 670 famiglie, di cui ben 149 erano forestieri attratte dalle possibilità offerta dalla ricostruzione: di queste le più numerose erano quelle di origine milanese che già da qualche secolo avevano avviato una immigrazione verso l'Abruzzo Ultra e l'aquilano in particolare, mentre le altre provenivano per buona parte dal contado, il che attivò un processo di ruralizzazione cittadina. Nel ventennio successivo, fino al 1732, arrivarono all'Aquila 160 nuovi fuochi, famiglie povere del contado o ricchi proprietari terrieri interessati ad accrescere la propria posizione sociale, che contribuirono al ripopolamento della città.
La tragedia incise comunque profondamente la comunità, tanto da spingere a modificare gli storici colori della città (il bianco e il rosso) nel nero e nel verde attuali, rispettivamente uno a ricordo del lutto e l'altro in segno di speranza. Anche le principali festività subiscono il ricordo del terremoto tanto che il Carnevale aquilano non antecede mai il 2 febbraio, giorno della Candelora, e può essere considerato il più corto del mondo.
domenica 1 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 1 febbraio.
Il 1 febbraio del 2003, durante il volo di rientro dall'atmosfera, lo Space Shuttle Columbia si disintegrava sui cieli del Texas uccidente i sette astronauti a bordo.
Il Columbia era il secondo Shuttle a essere stato costruito dalla NASA e il primo ad avere compiuto un volo spaziale completo con la missione STS-1 nell’aprile del 1981. A inizio 2003 aveva portato e riportato dall’orbita 27 diversi equipaggi nel corso di altrettante missioni e il 16 gennaio era pronto sulla rampa di lancio per portarne un ventottesimo. La missione non era però iniziata sotto i migliori auspici, diciamo: a causa di diversi problemi tecnici e disguidi il lancio era stato progressivamente rimandato. La NASA lo aveva messo in programma per l’11 gennaio del 2001 ma la data fu spostata in avanti per ben 18 volte, cosa che si era rivelata alquanto frustrante per i responsabili della missione e i membri dell’equipaggio.
Il 16 gennaio 2003 era infine tutto pronto per il lancio. Le condizioni meteo in Florida erano ideali e i problemi tecnici riscontrati nei mesi precedenti erano stati tutti affrontati e risolti. A bordo del Columbia oltre al capitano Husband c’erano William C. McCool, Michael P. Anderson, l’israeliano Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David M. Brown e Laurel Blair Salton Clark. Il centro di controllo della NASA diede tutti i “go” necessari e alle 14:39 (ora italiana) il Columbia fece la sua classica e fragorosa partenza spinto dai suoi tre motori a razzo e soprattutto dalla coppia di razzi a propellente solido, quelli bianchi alti ai due lati dell’enorme serbatoio esterno (ET), arancione. Tre elementi che si staccavano dagli Shuttle terminata la fase di lancio per ricadere sulla Terra ed essere recuperati nell’oceano.
Andò tutto per il verso giusto, o almeno così pensarono i responsabili della NASA e i membri dell’equipaggio. Ancora una volta l’incubo del Challenger, l’unico Shuttle a essersi disintegrato alla partenza, era stato messo da parte dopo i primi minuti di viaggio della navicella verso lo spazio. Nella turbolenta fase di lancio, si sarebbe scoperto in seguito, si era però staccata una parte della schiuma usata come isolante termico per l’ET. Il detrito, grande quanto una valigetta ventiquattrore, era precipitato nello spazio tra l’ET e il Columbia, andando a colpire e a danneggiare alcuni pannelli dello scudo termico dello Shuttle sulla sua ala sinistra. Accadde quando la navicella si trovava a un’altitudine di 20mila metri e viaggiava a una velocità di 840 metri al secondo.
Era già successo in passato che una parte della schiuma isolante del serbatoio si fosse staccata durante le fasi di lancio. Il fenomeno era stato osservato in almeno altre quattro missioni e per questo motivo la NASA aveva montato, per la prima volta, proprio sul Columbia una telecamera apposita per monitorare l’andamento dell’ET fino al suo completo distacco dallo Shuttle. Due ore dopo il lancio, come da routine, fu esaminato il video della partenza del Columbia e non fu rilevato nulla di strano. Il giorno seguente un altro video con una migliore definizione permise di identificare il distacco della schiuma e l’impatto dei detriti sull’ala sinistra della navicella, anche se non fu possibile identificare il punto preciso a causa della posizione della telecamera per il monitoraggio.
Come si sarebbe scoperto dopo l’incidente grazie alle inchieste governative sul disastro, la NASA non fu in grado di fare una precisa valutazione del rischio legato al danno subito dal Columbia alla partenza. Le richieste di realizzare immagini più dettagliate del punto di impatto della schiuma sullo scudo termico furono in gran parte ignorate, ma molto di che cosa accadde nella valutazione del rischio rimane a oggi segreto di stato. L’intero processo, si sarebbe concluso in seguito, fu condizionato dall’atteggiamento dei responsabili della NASA, convinti che non si sarebbe potuto fare nulla anche se il danno fosse stato identificato e valutato completamente. Dopo diverse analisi, anche di modelli statistici, la NASA concluse che il danno arrecato allo scudo termico era un problema di non fondamentale importanza.
Alle 14:10 del primo febbraio, all’equipaggio del Columbia fu comunicato il “go” per spostare lo Shuttle dall’orbita in cui aveva viaggiato per quasi 16 giorni. L’operazione fu eseguita qualche minuto dopo da Husband e McCool utilizzando due motori di manovra. In quel momento lo Shuttle era capovolto. Oltre 280 chilometri più in basso c’era l’Oceano Indiano. La navicella rallentò dai suoi 7,8 chilometri al secondo e circa mezz’ora dopo lasciò lo spazio per entrare nell’atmosfera, il grande involucro intorno al nostro pianeta che ci consente di vivere.
La compressione dei gas atmosferici causata dal volo ad alta velocità comportò un rapido aumento della temperatura sullo scudo termico del Columbia. Ai loro bordi, le ali raggiunsero i 1.370 °C in pochi minuti. A una velocità di circa 30mila chilometri orari, lo Shuttle compì una manovra programmata spostandosi verso destra e poi un altro movimento per ridurre la velocità e di conseguenza la temperatura. Alle 14:50 la navicella e le sette persone a bordo iniziarono il momento più critico del rientro, quello in cui lo scudo termico raggiungeva il massimo surriscaldamento a oltre 1.500 °C.
Il Columbia si trovava a circa 70mila metri di altitudine quando iniziò a perdere alcuni pezzi, fenomeno visibile nel cielo della Costa Occidentale dove non c’era ancora stata l’alba (9 ore in meno rispetto a quella italiana) da alcuni appassionati che stavano filmando il rientro della navicella: raccontarono dopo il disastro di avere visto alcuni detriti luminosi, perché incandescenti, staccarsi dalle ali dello Shuttle. A terra, il direttore di volo della NASA fu avvisato che i sensori sull’ala sinistra del Columbia avevano smesso di funzionare e inviare dati.
Alle 14:54 lo Shuttle si trovava sopra lo stato del Nevada, dove diversi testimoni osservarono alcuni lampi di luce prodotti dalla navicella. Nei minuti seguenti il Columbia proseguì il proprio rientro sorvolando in successione lo Utah, l’Arizona, il New Mexico e infine il Texas, dove passò a una altitudine di 63mila metri e a una velocità di quasi 21mila chilometri orari. Erano le 14:58 e la navicella perse dall’ala sinistra una delle piastrelle dello scudo termico che sarebbe stata trovata successivamente vicino Littlefield, nel nord-ovest del Texas.
“Roger, uh, bu…” furono le ultime parole ricevute quel giorno dal Columbia. Erano le 14:59 (le 8:59 sulla Costa est degli Stati Uniti) e nei cieli del Texas lo Shuttle stava diventando un insieme di piccole luminosissime meteore. Nei secondi seguenti continuarono a disintegrarsi e a ridursi in pezzi sempre più piccoli. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi poco dopo le tre del pomeriggio e sparì dalla vista di chi osservava allibito da terra in meno di un minuto. Centinaia di piccoli detriti caddero in un’ampia area del Texas e ci sarebbero voluti giorni e giorni di lavoro per recuperarli tutti, portarli ai centri di ricerca della NASA e avviare le indagini per ricostruire le cause del disastro. Lo Shuttle Columbia si era disintegrato.
In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, finendo nelle edizioni straordinarie di tutti i principali telegiornali. Alle otto di sera, le due del pomeriggio a Washington, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ebbe il difficile compito di annunciare quanto accaduto al popolo americano. Anni prima era successo a un altro presidente repubblicano, Ronald Reagan, che aveva tenuto un commovente discorso televisivo per il disastro del Challenger. Dalla Casa Bianca, Bush disse: “Il Columbia è perduto; non ci sono sopravvissuti”. Mostrò la propria vicinanza ai familiari e agli amici degli astronauti morti, rassicurò la nazione e confermò che l’incidente, per quanto grave, non avrebbe in alcun modo fermato “il nostro viaggio nello spazio”, la “causa per cui sono morti” i membri dell’equipaggio.
In seguito all’incidente la NASA condusse una propria indagine, seguita da un’altra inchiesta indipendente. La conclusione, dopo mesi di studi e di analisi, fu che a causare l’incidente fu la frattura sull’ala sinistra del Columbia causata al momento del lancio dal distacco di una parte di schiuma isolante dal serbatoio. Furono duramente criticate alcune scelte effettuate dai responsabili della NASA e fu messa in luce una certa impreparazione, tecnica e anche di atteggiamento, da parte di alcune persone, nel valutare il rischio per quanto riguardava il danno subito alla partenza dallo Shuttle. Si concluse anche che la NASA avrebbe potuto avviare una missione di salvataggio, per quanto rischiosa, utilizzando un altro Shuttle o facendo tentare ai membri dell’equipaggio del Columbia una passeggiata spaziale per riparare il danno all’ala sinistra.
Preparare uno Shuttle per una missione di salvataggio era considerato poco praticabile, perché di norma richiedeva tempi non compatibili con quelli stretti dovuti alla scarsità di acqua, corrente e ossigeno sulla navicella già in orbita. All’epoca era però quasi pronto lo Shuttle Atlantis, la cui partenza era prevista per il primo marzo. La NASA avrebbe potuto lanciare questo secondo Shuttle il 10 febbraio, in tempo utile. Ma si sarebbe comunque trattato di una missione pericolosa e che avrebbe messo a rischio la vita di un secondo equipaggio. Far riparare il danno all’equipaggio con una “passeggiata spaziale” non sarebbe stato ugualmente facile, anche perché a bordo il Columbia non aveva tutti gli strumenti necessari per effettuare una riparazione affidabile.
Il disastro del Columbia portò alla sospensione del programma spaziale degli Shuttle e comportò anche un ritardo nei lavori di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Gli Shuttle tornarono a volare, con il Discovery, nell’estate del 2005. Nell’anno e mezzo di pausa, i tecnici della NASA elaborarono nuove procedure e sistemi per verificare l’integrità degli isolanti termici sulla navicella, grazie alla dolorosa lezione del Columbia.
In onore dei sette membri dell’equipaggio, la NASA ha nominato altrettanti asteroidi che erano stati scoperti nel 2001 con i loro nomi. Su Marte, il luogo in cui è atterrato il robot automatico (rover) Spirit è stato chiamato Columbia Memorial Station. Presso il Cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, una lapide ricorda la storia e l’equipaggio del Columbia. E in Texas, dove la navicella si sbriciolò in cielo, la città di Amarillo ha dedicato il proprio aeroporto a Rick Husband, il comandante della missione originario della città. Il ragazzino che da grande aveva fatto l’astronauta.
Il 1 febbraio del 2003, durante il volo di rientro dall'atmosfera, lo Space Shuttle Columbia si disintegrava sui cieli del Texas uccidente i sette astronauti a bordo.
Il Columbia era il secondo Shuttle a essere stato costruito dalla NASA e il primo ad avere compiuto un volo spaziale completo con la missione STS-1 nell’aprile del 1981. A inizio 2003 aveva portato e riportato dall’orbita 27 diversi equipaggi nel corso di altrettante missioni e il 16 gennaio era pronto sulla rampa di lancio per portarne un ventottesimo. La missione non era però iniziata sotto i migliori auspici, diciamo: a causa di diversi problemi tecnici e disguidi il lancio era stato progressivamente rimandato. La NASA lo aveva messo in programma per l’11 gennaio del 2001 ma la data fu spostata in avanti per ben 18 volte, cosa che si era rivelata alquanto frustrante per i responsabili della missione e i membri dell’equipaggio.
Il 16 gennaio 2003 era infine tutto pronto per il lancio. Le condizioni meteo in Florida erano ideali e i problemi tecnici riscontrati nei mesi precedenti erano stati tutti affrontati e risolti. A bordo del Columbia oltre al capitano Husband c’erano William C. McCool, Michael P. Anderson, l’israeliano Ilan Ramon, Kalpana Chawla, David M. Brown e Laurel Blair Salton Clark. Il centro di controllo della NASA diede tutti i “go” necessari e alle 14:39 (ora italiana) il Columbia fece la sua classica e fragorosa partenza spinto dai suoi tre motori a razzo e soprattutto dalla coppia di razzi a propellente solido, quelli bianchi alti ai due lati dell’enorme serbatoio esterno (ET), arancione. Tre elementi che si staccavano dagli Shuttle terminata la fase di lancio per ricadere sulla Terra ed essere recuperati nell’oceano.
Andò tutto per il verso giusto, o almeno così pensarono i responsabili della NASA e i membri dell’equipaggio. Ancora una volta l’incubo del Challenger, l’unico Shuttle a essersi disintegrato alla partenza, era stato messo da parte dopo i primi minuti di viaggio della navicella verso lo spazio. Nella turbolenta fase di lancio, si sarebbe scoperto in seguito, si era però staccata una parte della schiuma usata come isolante termico per l’ET. Il detrito, grande quanto una valigetta ventiquattrore, era precipitato nello spazio tra l’ET e il Columbia, andando a colpire e a danneggiare alcuni pannelli dello scudo termico dello Shuttle sulla sua ala sinistra. Accadde quando la navicella si trovava a un’altitudine di 20mila metri e viaggiava a una velocità di 840 metri al secondo.
Era già successo in passato che una parte della schiuma isolante del serbatoio si fosse staccata durante le fasi di lancio. Il fenomeno era stato osservato in almeno altre quattro missioni e per questo motivo la NASA aveva montato, per la prima volta, proprio sul Columbia una telecamera apposita per monitorare l’andamento dell’ET fino al suo completo distacco dallo Shuttle. Due ore dopo il lancio, come da routine, fu esaminato il video della partenza del Columbia e non fu rilevato nulla di strano. Il giorno seguente un altro video con una migliore definizione permise di identificare il distacco della schiuma e l’impatto dei detriti sull’ala sinistra della navicella, anche se non fu possibile identificare il punto preciso a causa della posizione della telecamera per il monitoraggio.
Come si sarebbe scoperto dopo l’incidente grazie alle inchieste governative sul disastro, la NASA non fu in grado di fare una precisa valutazione del rischio legato al danno subito dal Columbia alla partenza. Le richieste di realizzare immagini più dettagliate del punto di impatto della schiuma sullo scudo termico furono in gran parte ignorate, ma molto di che cosa accadde nella valutazione del rischio rimane a oggi segreto di stato. L’intero processo, si sarebbe concluso in seguito, fu condizionato dall’atteggiamento dei responsabili della NASA, convinti che non si sarebbe potuto fare nulla anche se il danno fosse stato identificato e valutato completamente. Dopo diverse analisi, anche di modelli statistici, la NASA concluse che il danno arrecato allo scudo termico era un problema di non fondamentale importanza.
Alle 14:10 del primo febbraio, all’equipaggio del Columbia fu comunicato il “go” per spostare lo Shuttle dall’orbita in cui aveva viaggiato per quasi 16 giorni. L’operazione fu eseguita qualche minuto dopo da Husband e McCool utilizzando due motori di manovra. In quel momento lo Shuttle era capovolto. Oltre 280 chilometri più in basso c’era l’Oceano Indiano. La navicella rallentò dai suoi 7,8 chilometri al secondo e circa mezz’ora dopo lasciò lo spazio per entrare nell’atmosfera, il grande involucro intorno al nostro pianeta che ci consente di vivere.
La compressione dei gas atmosferici causata dal volo ad alta velocità comportò un rapido aumento della temperatura sullo scudo termico del Columbia. Ai loro bordi, le ali raggiunsero i 1.370 °C in pochi minuti. A una velocità di circa 30mila chilometri orari, lo Shuttle compì una manovra programmata spostandosi verso destra e poi un altro movimento per ridurre la velocità e di conseguenza la temperatura. Alle 14:50 la navicella e le sette persone a bordo iniziarono il momento più critico del rientro, quello in cui lo scudo termico raggiungeva il massimo surriscaldamento a oltre 1.500 °C.
Il Columbia si trovava a circa 70mila metri di altitudine quando iniziò a perdere alcuni pezzi, fenomeno visibile nel cielo della Costa Occidentale dove non c’era ancora stata l’alba (9 ore in meno rispetto a quella italiana) da alcuni appassionati che stavano filmando il rientro della navicella: raccontarono dopo il disastro di avere visto alcuni detriti luminosi, perché incandescenti, staccarsi dalle ali dello Shuttle. A terra, il direttore di volo della NASA fu avvisato che i sensori sull’ala sinistra del Columbia avevano smesso di funzionare e inviare dati.
Alle 14:54 lo Shuttle si trovava sopra lo stato del Nevada, dove diversi testimoni osservarono alcuni lampi di luce prodotti dalla navicella. Nei minuti seguenti il Columbia proseguì il proprio rientro sorvolando in successione lo Utah, l’Arizona, il New Mexico e infine il Texas, dove passò a una altitudine di 63mila metri e a una velocità di quasi 21mila chilometri orari. Erano le 14:58 e la navicella perse dall’ala sinistra una delle piastrelle dello scudo termico che sarebbe stata trovata successivamente vicino Littlefield, nel nord-ovest del Texas.
“Roger, uh, bu…” furono le ultime parole ricevute quel giorno dal Columbia. Erano le 14:59 (le 8:59 sulla Costa est degli Stati Uniti) e nei cieli del Texas lo Shuttle stava diventando un insieme di piccole luminosissime meteore. Nei secondi seguenti continuarono a disintegrarsi e a ridursi in pezzi sempre più piccoli. Il modulo in cui si trovava l’equipaggio fu l’ultimo a distruggersi poco dopo le tre del pomeriggio e sparì dalla vista di chi osservava allibito da terra in meno di un minuto. Centinaia di piccoli detriti caddero in un’ampia area del Texas e ci sarebbero voluti giorni e giorni di lavoro per recuperarli tutti, portarli ai centri di ricerca della NASA e avviare le indagini per ricostruire le cause del disastro. Lo Shuttle Columbia si era disintegrato.
In pochi minuti la notizia fece il giro del mondo, finendo nelle edizioni straordinarie di tutti i principali telegiornali. Alle otto di sera, le due del pomeriggio a Washington, l’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ebbe il difficile compito di annunciare quanto accaduto al popolo americano. Anni prima era successo a un altro presidente repubblicano, Ronald Reagan, che aveva tenuto un commovente discorso televisivo per il disastro del Challenger. Dalla Casa Bianca, Bush disse: “Il Columbia è perduto; non ci sono sopravvissuti”. Mostrò la propria vicinanza ai familiari e agli amici degli astronauti morti, rassicurò la nazione e confermò che l’incidente, per quanto grave, non avrebbe in alcun modo fermato “il nostro viaggio nello spazio”, la “causa per cui sono morti” i membri dell’equipaggio.
In seguito all’incidente la NASA condusse una propria indagine, seguita da un’altra inchiesta indipendente. La conclusione, dopo mesi di studi e di analisi, fu che a causare l’incidente fu la frattura sull’ala sinistra del Columbia causata al momento del lancio dal distacco di una parte di schiuma isolante dal serbatoio. Furono duramente criticate alcune scelte effettuate dai responsabili della NASA e fu messa in luce una certa impreparazione, tecnica e anche di atteggiamento, da parte di alcune persone, nel valutare il rischio per quanto riguardava il danno subito alla partenza dallo Shuttle. Si concluse anche che la NASA avrebbe potuto avviare una missione di salvataggio, per quanto rischiosa, utilizzando un altro Shuttle o facendo tentare ai membri dell’equipaggio del Columbia una passeggiata spaziale per riparare il danno all’ala sinistra.
Preparare uno Shuttle per una missione di salvataggio era considerato poco praticabile, perché di norma richiedeva tempi non compatibili con quelli stretti dovuti alla scarsità di acqua, corrente e ossigeno sulla navicella già in orbita. All’epoca era però quasi pronto lo Shuttle Atlantis, la cui partenza era prevista per il primo marzo. La NASA avrebbe potuto lanciare questo secondo Shuttle il 10 febbraio, in tempo utile. Ma si sarebbe comunque trattato di una missione pericolosa e che avrebbe messo a rischio la vita di un secondo equipaggio. Far riparare il danno all’equipaggio con una “passeggiata spaziale” non sarebbe stato ugualmente facile, anche perché a bordo il Columbia non aveva tutti gli strumenti necessari per effettuare una riparazione affidabile.
Il disastro del Columbia portò alla sospensione del programma spaziale degli Shuttle e comportò anche un ritardo nei lavori di costruzione della Stazione Spaziale Internazionale. Gli Shuttle tornarono a volare, con il Discovery, nell’estate del 2005. Nell’anno e mezzo di pausa, i tecnici della NASA elaborarono nuove procedure e sistemi per verificare l’integrità degli isolanti termici sulla navicella, grazie alla dolorosa lezione del Columbia.
In onore dei sette membri dell’equipaggio, la NASA ha nominato altrettanti asteroidi che erano stati scoperti nel 2001 con i loro nomi. Su Marte, il luogo in cui è atterrato il robot automatico (rover) Spirit è stato chiamato Columbia Memorial Station. Presso il Cimitero nazionale di Arlington, in Virginia, una lapide ricorda la storia e l’equipaggio del Columbia. E in Texas, dove la navicella si sbriciolò in cielo, la città di Amarillo ha dedicato il proprio aeroporto a Rick Husband, il comandante della missione originario della città. Il ragazzino che da grande aveva fatto l’astronauta.
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