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martedì 28 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 luglio.
Il 28 luglio 1976 la Corte Costituzionale sancisce l'illegalità del Monopolio Rai, dando il via libera alle televisioni private di trasmettere via etere, anconchè su scala locale. Era l'inizio di una rivoluzione che avrebbe cambiato radicalmente la vita, non solo ricreativa, degli italiani.
C'era una volta la Rai. Bella, monolitica, democristiana, mamma Rai. L'istituzione.
L'etere un bene prezioso, rarefatto, e i costi di quella tecnologia novecentesca chiamata tele-visione ingentissimi: naturale pensare ad un monopolio pubblico. E poi c'era stata l'Eiar, e la propaganda, la rai-tv doveva rimanere in mani saldamente pubbliche. E governative.
Certo, i Costituenti presbiti avevano guardato avanti, 21 libertà d'espressione, 41 iniziativa economica; pure troppo avanti, e s'erano curati di ricordare che a fini di utilità generale la legge poteva riservare originariamente o trasferire alla sfera pubblica determinate categorie di imprese, che si riferissero a servizi pubblici essenziali o a situazioni di monopolio ed avessero carattere di preminente interesse generale.
Il codice postale, datato anni '30 ed in qualche modo adattato non senza eccessive semplificazioni ai nuovi mezzi di comunicazione, prevede che siano riservati allo Stato "i servizi di televisione circolare a mezzo di onde radioelettriche", con esclusione di ogni altro soggetto. Lo Stato poi aveva concesso in esclusiva alla Rai-Radiotelevisione italiana, fin dal 1952, l'esercizio dei "servizi di radiodiffusione e di televisione".
Già nel 1956 qualcosa pare muoversi: un gruppo vicino al giornale il Tempo lancia un'iniziativa editoriale per la realizzazione di un servizio di radiodiffusione televisiva, basato economicamente sui proventi della pubblicità, da attuare nel Lazio, in Campania ed in Toscana, con eventuale successiva estensione ad altre regioni. La richiesta di concessione di frequenze al ministero delle poste viene respinta. In Lombardia sono più intraprendenti: Tvl Televisione Libera, finanziata da una cordata imprenditoriale, decide di tentare la forzatura, ma il 24 ottobre del 1958 è la magistratura a sequestrare tutte le apparecchiature prima dell'inizio delle trasmissioni. E' la dimostrazione che l'ordinamento, se lo vuole, ha gli strumenti per bloccare radicalmente tali iniziative.
Intanto il Tempo-T.V. prosegue la sua battaglia, prima al Consiglio di Stato e poi addirittura alla Corte Costituzionale, ed arriviamo al 1960.
Con la sentenza del 13 luglio 1960 la Consulta, per bocca del giudice relatore Sandulli afferma che data la limitatezza di fatto dei canali utilizzabili, la televisione a mezzo di onde radioelettriche (radiotelevisione) si caratterizzava indubbiamente come una attività predestinata, in regime di libera iniziativa, quanto meno all'oligopolio: oligopolio totale od oligopolio locale, a seconda che i servizi venissero realizzati su scala nazionale o su scala locale. E siccome poi i servizi radiotelevisivi, se non fossero stati riservati allo Stato o a un ente statale ad hoc, sarebbero caduti naturalmente nella disponibilità di uno o di pochi soggetti, prevedibilmente mossi da interessi particolari, non poteva considerarsi arbitrario neanche il riconoscimento della esistenza di ragioni "di utilità generale" idonee a giustificare, ai sensi dell'art. 43 Cost., l'avocazione, in esclusiva, dei servizi allo Stato, dato che questo, istituzionalmente, é in grado di esercitarli in più favorevoli condizioni di obiettività, di imparzialità, di completezza e di continuità in tutto il territorio nazionale.
Forse è proprio questa ultima affermazione che pecca un po' d'ingenuità, accompagnata dall'affermazione dell'esigenza di leggi destinate "ad assicurare adeguate garanzie di imparzialità nel vaglio delle istanze di ammissione all'utilizzazione del servizio non contrastanti con l'ordinamento, con le esigenze tecniche e con altri interessi degni di tutela (varietà e dignità dei programmi, ecc.)".
Sostanzialmente nel 1960 la Corte Costituzionale conferma il monopolio Rai, pur esortando lo Stato a garantire un ampio accesso all'utilizzazione del servizio, basandosi sulle caratteristiche tecniche della radiotelevisione, la quale poteva operare solo su ristrette frequenze.
Dopo un decennio che subisce la battuta d'arresto, è con gli anni '70 che esplode il fenomeno delle radio e delle tv libere.
Tra il '71 e il '72 nasce per iniziativa di Peppe Sacchi, ex regista della rai, TeleBiella, inzialmente via cavo, ritenuta la prima tv privata italiana.
E' da questo momento che il tema della tv privata comincia ad assumere i toni di un vero e proprio scontro: nel marzo del 1973 viene emanato il nuovo codice postale, il quale, riconducendo tutti i mezzi di comunicazione a distanza ad una categoria unica, sostanzialmente estendeva il monopolio pubblico a tutte le forme di trasmissione. Anche la tv via cavo privata diviene illegale. Il 1° giugno del '73 il provvedimento di chiusura: l'autorità taglia il cavo di trasmissione di TeleBiella mentre la tv tiene un'apposita diretta.
Nel frattempo si pone anche il problema delle tv estere confinanti: Telemontecarlo, Telecapodistria, la tv svizzera, ed i loro programmi a colori, arrivano in territorio italiano grazie a ripetitori nostrani; nel giugno del 1974 il ministro delle poste decreta lo smantellamento anche di tali ripetitori.
Nel frattempo i procedimenti penali contro i responsabili delle innumerevoli tv locali nate sulla scia di TeleBiella, promossi dai pretori un po' in tutt'Italia approdano nuovamente alla Corte Costituzionale. E' il 10 luglio 1974.
I giudici costituzionali confermano il loro orientamento: la televisione opera in un campo dalle frequenze limitate e dai costi enormi, pertanto a fronte del rischio di monopolio o oligopoli privati meglio conservare la riserva statale, ma ciò non è certo applicabile ai sistemi televisivi via cavo a dimensione locale, che di conseguenza devono ritenersi pienamente leciti.
Similmente si risolve la questione di ripetitori delle tv estere: "la riserva allo Stato, in quanto trova il suo presupposto nel numero limitato delle bande di trasmissione assegnate all'Italia, non può abbracciare anche attività, come quelle inerenti ai c.d. ripetitori di stazioni trasmittenti estere, che non operano sulle bande anzidette. E' evidente che in questo particolare settore, senza apprezzabili ragioni, l'esclusiva statale sbarra la via alla libera circolazione delle idee, compromette un bene essenziale della vita democratica, finisce col realizzare una specie di autarchia nazionale delle fonti di informazione". Il mese successivo TeleMontecarlo trasmette in lingua italiana.
La legge 103/1975, di riforma della Rai, sancì tali acquisizioni, ma il fronte del monopolio si andava incrinando con altri interventi giurisprudenziali via via sempre più derogatori.
Sdoganato il cavo rimaneva ancora il tabù dell'etere.
TeleBiella riprese le trasmissioni via cavo, ma creò anche RadioBiella trasmettendo via etere; similmente presero la via dell'etere altre tv e radio locali a Ragusa, Livorno, Reggio Emilia, Castelfranco Veneto, Lecco, Novara, Castelfranco di Sotto, Ancona. Raffica di denunce.
I pretori che trovarono ad occuparsi di tali casi passarono la questione per l'ennesima volta alla Corte Costituzionale, che il 28 luglio 1976 ribadì con le consuete motivazioni la riserva statale ma ritenne perfettamente legittimi "l'installazione e l'esercizio di impianti di diffusione radiofonica e televisiva via etere di portata non eccedente l'ambito locale".
A questa sentenza non segue alcuna legge che disciplini la comunicazione in etere sino al 1990 (la nota legge Mammì). Si conia l'espressione far west dell'etere.
Nel novembre 1977 inizia a trasmettere anche Antenna3 Lombardia, alla cui attività parteciperà significativamente anche il presentatore Rai Enzo Tortora, sancendo la consacrazione della tv privata e prefigurando la possibilità di una futura concorrenza tra emittenza pubblica e privata.
L'affare si fa interessante, intervengono i gruppi editoriali: Mondadori, Rusconi, nel 1978 il costruttore Silvio Berlusconi vara Tele Milano 58 (ma già a Milano2 trasmetteva via cavo).
Nel 1979 nasce l'idea per superare il limite della trasmissione locale: il network delle reti Elefante trasmette su varie emittenti i programmi inviati da un'emittente centrale; il sistema viene perfezionato l'anno successivo quando Telemilano 58, TeleEmiliaRomagna, TeleTorino, VideoVeneto e A&G Television iniziano a trasmettere in contemporenea (con leggero sfasamento) lo stesso programma recando in sovraimpressione la scritta Canale5.
Sempre nel 1980 Rizzoli prova a lanciare Contatto, che dovrebbe divenire il primo telegiornale "privato", diretto da Maurizio Costanzo, sempre utilizzando la tecnica delle trasmissioni contemporanee su di un circuito di emittenti. La Rai questa volta agisce in prima persona e chiede al Pretore di Roma un provvedimento d'urgenza per impedire l'inizio delle trasmissioni: il Pretore concede l'inibitoria ma successivamente, su istanza della difesa Rizzoli, invia gli atti alla Corte Costituzionale perché si esprima in merito alla vicenda; la Corte il 21 luglio 1981 conferma nuovamente la propria posizione ribadendo il divieto di trasmettere su scala nazionale, ancorché con l'escamotage.
Nonostante ciò Canale5 prosegue sulla sua strada.
Nel gennaio del 1982 altri due network iniziano similmente a trasmettere: si tratta di Italia1 (Rusconi), e di Rete4 (Mondadori), a quest'ultima approda anche Tortora, conducendo la trasmissione Cipria. Nello stesso anno Italia1 passa a Berlusconi, due anni dopo la stessa cosa avviene con Rete4.
Intanto i pretori aprono sistematicamente procedimenti contro Canale5 e Rete4 contestando l'illegittimità delle trasmissioni su scala nazionale, anche se non mancano voci discordanti, come il Pretore di Firenze, che ritiene la trasmissione contemporanea di per sé legittima.
Ma la svolta avviene il 16 ottobre 1984: i pretori di Roma, Torino e Pescara, su denuncia di gestori di emittenti di ambito locale, dispongono l'oscuramento delle reti del gruppo Berlusconi, sequestrando al contempo le cassette dei programmi registrati.
Alla presidenza del consiglio siede da un anno Bettino Craxi, il quale, nell'arco di soli 4 giorni emana un decreto legge ad hoc (d.l. 694/1984) per consentire la "prosecuzione dell'attività delle singole emittenti radiotelevisive private", disponendo espressamente che "è consentita la trasmissione ad opera di più emittenti dello stesso programma pre-registrato, indipendentemente dagli orari prescelti".
L'operazione, spregiudicata, non passa esente da critiche e finisce silurata il 28 novembre 1984, quando, sottoposto a pregiudiziale di costituzionalità (cioè alla valutazione preliminare se vi fossero le condizioni di necessità ed urgenza richieste dalla Costituzione per emanarlo) il decreto viene bocciato dalla Camera dei Deputati con 256 voti contro 236.
Un Craxi furente fa approvare in pochissimi giorni (5 dicembre) un nuovo decreto-legge, che viene pubblicato il giorno successivo (d.l. 807/1984). Il decreto contiene un articolo denominato "norme transitorie" che ripropone esattamente il contenuto del provvedimento decaduto, ma aggiunge anche una disciplina sulla struttura aziendale Rai (nomina e composizione degli organi di vertice).
Questa volta Craxi minaccia la crisi di governo e impone il voto di fiducia: le pregiudiziali di costituzionalità sono respinte alla Camera (12 dicembre 1984) ed al Senato (4 febbraio 1985). La legge di conversione (l. 10/1985) mette in salvo le reti Fininvest (e con l'introduzione del comma 3-bis all'art. 4 consente di chiudere anche le pendenze penali pregresse per la violazione del codice postale).
Sotto l'auspicio del ministro delle poste Gava comincia l'attesa per la definitiva disciplina del sistema radiotelevisivo, che si concluderà nel 1990 con la legge c.d. Mammì: la transizione dal monopolio al duopolio è così compiuta, non senza la mano amica del legislatore. E nonostante le ripetute pronunce di principio della Corte Costituzionale.
Un copione a cui nel quindicennio successivo dovremo assistere più volte.

lunedì 27 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Il 27 luglio 1943 Pietro Badoglio proclama alla nazione lo scoglimento del partito fascista.
Tra la notte del 24 e il 25 luglio 1943, Benito Mussolini viene esautorato dal Gran Consiglio del Fascismo e subito dopo deposto dal re Vittorio Emanuele III. Sono giorni aggrovigliati, inquieti, densi di agguati, tradimenti e vendette.
Intanto la notizia esplode nel paese come un fulmine a ciel sereno; non si contano le manifestazioni di gioia e i cortei spontanei che plaudono all’avvenimento e a quel che si crede rappresenti la fine della guerra con sventolii di bandiere e con l’esaltazione delle effigi di re Vittorio Emanuele III e del maresciallo Badoglio, con canti e parole d’ordine inneggianti alla pace.
Numerosi sono anche gli attacchi alle case del fascio, luoghi in cui sono state poste in essere tutte le sopraffazioni, i bastonamenti, le violenze gratuite come le somministrazioni di olio di ricino agli antifascisti e a tutti coloro che si opponevano al regime con la distruzione dei simboli del fascismo.
Ma sarà una gioia di breve durata, una “vacanza di libertà”, come l’ha definita lo storico Spriano, che si esaurisce in poche ore.
Nonostante ciò, le manifestazioni spontanee si succedono in quasi tutte le città italiane e si arriva persino a pensare, da parte degli informatori della polizia, che “la nazione risponderà all’appello del nuovo governo con ordine e disciplina”.
Di lì a poco la circolare emanata dal generale Roatta avrebbe tolto ogni illusione sul comportamento della pubblica sicurezza, ordinando la repressione cruenta di ogni atto capace di turbare l’ordine pubblico, invitando perfino ad aprire il fuoco su quanti si fossero dimostrati irriguardosi circa il provvedimento adottato.
La decisione del Gran Consiglio fu certamente presa anche in conseguenza dello sbarco degli alleati in Sicilia (10 luglio 1943); tale evento rende meno salda la fiducia dei tedeschi nei confronti dell’alleato italiano e anche in patria si diffonde un serpeggiante senso di ineluttabile sconfitta.
Il proclama letto dal maresciallo Badoglio, che succede in quelle ore a Mussolini, sottolinea che “la guerra continua”.
Il nuovo governo nella sua prima riunione del 27 luglio 1943 emanò una serie di provvedimenti che sanzionavano la nuova realtà. Non solo venne decretato lo scioglimento del Partito Nazionale Fascista e di tutte le organizzazioni dipendenti, ma anche la Milizia veniva integrata nelle forze dello stato, veniva soppresso il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, fu inoltre vietata la ricostituzione dei partiti politici per tutta la durata della guerra. Erano infine vietate tutte le manifestazioni e si faceva assoluto divieto ai cittadini di portare distintivi, di esporre bandiere e di riunirsi in pubblico in più di tre persone.
L’Italia intanto è in una situazione drammatica, è un paese allo sbando, confuso, affamato; inoltre l’evolversi della situazione bellica aveva esasperato gli animi della popolazione. Gli esiti militari, con le sconfitte nei Balcani, in Africa settentrionale e in Russia, avevano rivelato l’inconsistenza della retorica sulla quale il regime aveva costruito la propria immagine.
Per questa serie di ragioni la monarchia, le forze economiche e la chiesa cercarono un’uscita dalla guerra liquidando appunto Mussolini.
Ma l’esperienza fascista condotta fino ad ora non si lasciò cancellare con tanta facilità; non si spiegherebbe altrimenti la nascita, dopo poco più di quaranta giorni, di un partito fascista repubblicano, che diede vita alla Repubblica Sociale Italiana, con una organizzazione militare sia maschile che femminile che durò sino al 25 aprile del 1945.
Evidentemente gli italiani avevano fatto male i conti circa il loro reale coinvolgimento col regime e con le loro responsabilità, che continueranno a costituire un pesante fardello per la democrazia negli anni a venire.
La domenica seguente la caduta di Mussolini, il primo agosto, apparve tutto il volto del governo militare; sui giornali vi erano ampi spazi bianchi frutto di una rigida censura, i cinema vennero chiusi in forte anticipo, pattuglie militari erano accantonate presso le sedi degli enti cittadini e degli stabilimenti. Alle sera le strade erano deserte, dalle fessure delle finestre si poteva vedere qualche raggio di luce, a testimonianza che non tutti erano a letto e molti cercavano notizie alla radio.
Il clima era di terrore: seguirono giorni nei quali la stampa invitava a tenere chiuse le finestre durante le ore di coprifuoco, anche se le stanze erano oscurate poiché c’era lo stato d’assedio. In quelle giornate di agosto vi era un caldo soffocante, un’estate che non si ricordava per tanta afa e siccità, il termometro segnava 36-37 gradi.
Le famiglie si sentivano schiacciate dalla dittatura militare, dalle norme alimentari, dagli allarmi aerei, dall’ansia di avere notizie dei propri uomini dispersi in Europa e dalla insufficiente rete di notizie e si manifestava una volontà crescente di farla finita con la presenza così diffusa di tedeschi nel territorio, e la delusione nei confronti del governo Badoglio e della monarchia che non indicavano la via dell’uscita della guerra.
In questo clima di scontento generale vanno maturando le premesse che porteranno all’armistizio dell’8 settembre e alle gravi conseguenze che questo ebbe per l’Italia intera. Prende avvio la resistenza armata al nazifascismo.

domenica 26 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Alle 10:09 del 26 luglio 1956, al largo della costa nordamericana di Nantucket si inabissa l'Andrea Doria, vanto della Marina Mercantile italiana e mito della navigazione transatlantica. Dopo un'agonia durata undici ore lo scafo affonda a 75 metri di profondità, trascinandosi dietro la gloria delle navi che avevano fatto della traversata oceanica un vero orgoglio nazionale.
L'episodio segna il capitolo conclusivo nella storia del grande trasporto via mare, a cui seguirà la definitiva affermazione dei voli aerei intercontinentali. Vissuto dai passeggeri come un dramma impossibile da dimenticare, è stato seguito con apprensione in tutto il mondo grazie ad una copertura mediatica senza precedenti.
Numerose ombre hanno da subito avvolto la ricostruzione ufficiale dell'incidente. E in tanti, non solo tra i sopravvissuti, non riescono ad accettare che la reputazione del maestoso vascello e quella del suo comandante siano state abbandonate ai flutti.
Quando il transatlantico Andrea Doria, di proprietà della Società di Navigazione Italia, fu varato nei cantieri Ansaldo di Genova il 16 giugno 1951, rappresentava un simbolo della rinascita del Paese, appena uscito dal secondo conflitto mondiale con una flotta mercantile decimata dai bombardamenti e dagli affondamenti in battaglia. Assieme alla sua gemella Cristoforo Colombo, l'Andrea Doria sembrava designata come l'erede ideale del celebre Rex che nel 1933 aveva vinto il Nastro Azzurro: il record di velocità nella traversata dell'Oceano Atlantico. Il tragitto tra Europa ed America rimaneva ancora un banco di prova, una dimostrazione di eccellenza e per l'Italia significava il primo passo verso una rinascita economica che stentava ancora ad affermarsi. L'industria navale italiana si impegnò in uno sforzo considerevole: dalla costruzione dell'Andrea Doria dipendevano l'immagine dell'intera nazione e anche la sorte della sua ripresa economica.
La gigantesca nave (29.000 tonnellate per 212 metri di lunghezza) fu equipaggiata con attrezzature all'avanguardia, spinta da turbine a vapore capaci di portarla ad una velocità di 26 nodi, protetta attraverso undici compartimenti stagni e dotata di un radar avanzato, come raramente accadeva all'epoca per gli altri bastimenti, che avrebbe dovuto garantirne la sicurezza.
Ritenuta erroneamente la più grande e la più veloce tra le navi che solcavano l'Atlantico, era senza dubbio la più bella, la più lussuosa: impreziosita da ornamenti e fregi artistici di ogni tipo, suppellettili di grande valore, sale da ballo e da gioco, e da una piscina per ognuna delle tre classi di passeggeri. La classe turistica occupava oltre la metà dei posti disponibili (700 su 1.200) e si popolava di emigranti che si imbarcavano per cercare fortuna oltreoceano, ma senza i disagi che avevano abitualmente accompagnato i loro predecessori agli inizi del secolo.
Lo sfarzo non era riservato unicamente alla prima classe: i passeggeri potevano godere di un servizio, cucina compresa, di eccellente qualità. Inoltre, era stata preferita una rotta più meridionale e soleggiata, benché meno breve, del classico tragitto verso il Nord-America: l'Andrea Doria non si proponeva di fornire un semplice servizio di linea, ma una vera e propria esperienza di villeggiatura.
Durante il suo centounesimo viaggio lungo la “rotta del sole” la nave si imbatté in un fitta nebbia al largo di Nantucket, proprio durante l'ultima notte prima dell'arrivo a New York. Anche se una rigida separazione tra le classi li ripartiva gerarchicamente in dieci ponti, tutti i passeggeri erano intenti a festeggiare l'imminente arrivo a destinazione. Il concerto dell'orchestra fu però bruscamente interrotto alle ore 23:10 da un boato: l'Andrea Doria era stata speronata.
La prua del transatlantico svedese Stockholm aveva sfondato la fiancata, penetrando per 12 metri tra le cabine di cinque ponti e distruggendo tutto ciò che incontrava; trascinata lungo tutto il lato destro continuò a produrre danni trasformando gli spaziosi corridoi dell'Andrea Doria in un dedalo di lamiere. In pochi minuti lo scafo si inclinò di 20° e il comandante Pietro Calamai realizzò immediatamente che si stava trattando di una situazione critica per la sua nave; nonostante ciò, decise di ritardare l'ordine di evacuazione per impedire che il panico gettasse i passeggeri e l'equipaggio nel caos, e si limitò in un primo momento a lanciare un SOS.
Fortunatamente, numerose navi risposero in breve tempo al messaggio di soccorso: la prima a sopraggiungere fu il transatlantico francese Ile de France, che aveva superato l'Andrea Doria poche ore prima e ritornò indietro a tutta velocità; successivamente arrivarono sul luogo del disastro i cargo Cape Ann e Wm. H. Thomas, e poi ancora la nave cisterna Robert E. Hopkins e il cacciatorpediniere Edward H. Allen. L'intervento tempestivo dei soccorsi fu una delle chiavi per il successo delle operazioni di salvataggio, che passarono alla storia per aver portato al sicuro la quasi totalità dei passeggeri: delle 1.706 persone a bordo dell'Andrea Doria, quarantasei persero la vita durante lo scontro (oltre alle cinque vittime dello Stockholm) e solo due durante il naufragio.
Infatti, l'eccessiva inclinazione dell'Andrea Doria aveva reso inutilizzabili le scialuppe e gli evacuati furono calati con delle corde per essere recuperati dalle lance inviate dalle altre navi, compresa la Stockholm. Bisogna comunque ammettere che le eccezionali qualità costruttive dell'Andrea Doria permisero che rimanesse a galla per ben undici ore, concedendo un tempo sufficiente ai soccorsi.
Inoltre, si rivelarono decisivi l'eroismo dell'equipaggio italiano e l'esperienza del comandante Calamai, che seppe assumersi decisioni di grande responsabilità in tempi rapidissimi e febbrili: solo quando all'alba i passeggeri erano ormai tutti in salvo, fu convinto con la forza dai suoi ufficiali ad abbandonare la nave. Non c'era più speranza: trascinata in acque meno profonde per agevolare gli accertamenti, l'Andrea Doria continuava inesorabilmente ad inclinarsi finché, alle ore 10:09 del 26 luglio, scomparve sotto le onde per affondare definitivamente.
Le indagini che cominciarono a New York per stabilire le cause e le colpe dell'incidente furono accompagnate subito dal grande clamore suscitato per l'importanza, il prestigio dell'Andrea Doria e dal risalto dato alla vicenda dalla stampa che l'aveva seguita in tutte le fasi.
Come fu possibile un tale disastro, tra due grandi navi in mare aperto? Al processo, che vedeva fronteggiarsi gli avvocati delle parti in causa, si affiancò di prepotenza un giudizio sommario dell'opinione pubblica nei confronti dell'equipaggio e soprattutto contro il comandante Calamai.
Infatti, i rappresentanti dello Stockholm si mostrarono decisi a negare l'evidenza, sostenendo che non vi era nebbia nel luogo dell'impatto, accusando l'Andrea Doria di non aver rispettato le procedure previste per la rilevazione e la correzione della rotta, e tacendo sull'inesperienza dei propri ufficiali al radar e al timone, che stavano oltretutto procedendo a velocità troppo elevata per la situazione di rischio.
A dispetto di queste premesse, gli armatori preferirono accordarsi e il processo si concluse in una conciliazione extragiudiziale: la Società Italia di Navigazione e la Swedish-American Line si impegnarono a risarcire le vittime e a provvedere al pagamento dei danni. Gli assicuratori delle due società di navigazione facevano capo alla medesima compagnia, i Lloyd di Londra, ed anziché insistere sul contenzioso trovarono un accomodamento che limitava le responsabilità e di conseguenza l'entità del risarcimento; in ballo c'era anche un'importante commissione che gli svedesi avevano affidato proprio ai Cantieri Ansaldo.
Per questi interessi economici si rinunciò a far piena luce sull'accaduto, tacendo sui difetti strutturali dell'Andrea Doria e sugli errori commessi dallo Stockholm, per finire così a scaricare implicitamente le colpe sulle spalle del comandante Calamai, stigmatizzandone la condotta tanto che non ottenne più incarichi e morì in disgrazia. Nonostante numerosi attestati di fiducia e di stima, le perizie che confermavano la sua versione e fugavano ogni dubbio arrivarono purtroppo postume.
In effetti, fin dai primi collaudi e durante il suo viaggio inaugurale, l'Andrea Doria aveva mostrato una preoccupante tendenza ad inclinarsi eccessivamente quando soggetta a consistenti forze laterali, ad esempio nell'urto contro onde oceaniche. La raccomandazione di riempire i serbatoi vuoti con acqua marina, zavorra funzionale alla stabilità dello scafo, rimase inascoltata all'epoca del disastro per guadagnare velocità: quasi esaurito il carburante perché ormai al termine del viaggio, questo difetto di progettazione contribuì enormemente ad accentuare l'entità del danno.
D'altra parte, un'inchiesta ministeriale italiana del 1957 era già arrivata ad accertare le responsabilità dell'equipaggio svedese, come è stato poi dimostrato dalle simulazioni condotte da John C. Carrothers e da Robert J. Meurn (capitano dell'Accademia della Marina Mercantile degli Stati Uniti): i dati del radar erano stati erroneamente interpretati, portando ad una valutazione sovrastimata delle distanze. L’ufficiale assegnato al radar fu indotto all’errore da una semplice manopola che mancava di adeguata retroilluminazione.
Durante i momenti che portarono all'incidente, al comando dello Stockholm, partito da New York il mattino del 25 luglio 1956 e diretto a Göteborg, era un inesperto terzo ufficiale anziché il comandante. Con una visibilità azzerata dalla nebbia e guidata solo dal radar, la nave svedese non aveva ridotto la propria velocità in via precauzionale come fu deciso invece a bordo dell'Andrea Doria. Le manovre di virata di entrambe le navi furono effettuate incrociando verso destra, in conformità a quanto disposto dal codice marittimo internazionale, ma rese inutili dalla fallace scala del radar sullo Stockholm: quando venne avvistato l'Andrea Doria, l'ordine di indietro tutta fu troppo tardivo per impedire la collisione, e la prua (rinforzata per seguire le rompighiaccio nelle gelide acque svedesi) andò ad impattare perpendicolarmente, cioè con il massimo danno.
Non erano normalmente previste comunicazioni via radio, il cui obbligo fu introdotto proprio in seguito al naufragio dell'Andrea Doria.
Le frequenti missioni di immersione e le esplorazioni con le sonde che si sono susseguite nell'arco di mezzo secolo non hanno aiutato a capire la dinamica dell'incidente, ma hanno riportato alla luce una innumerevole quantità di reperti (tra cui la grande statua dell'Ammiraglio Andrea Doria, una campana, le preziose porcellane) e sono state anche al centro di una fin troppo clamorosa spettacolarizzazione (come per la spedizione di Peter Gimbell destinata a recuperare la cassaforte, rivelatasi una delusione).
La verità insabbiata per gli interessi in gioco è infine riemersa: dopo troppo tempo, e unicamente per l'iniziativa e l'impegno di quei singoli che non hanno mai considerato l'inchiesta definitivamente chiusa.

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