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martedì 23 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 23 aprile.
Tra il 23 e il 24 aprile 1915 ha inizio il genocidio armeno.
Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.
Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.
Il decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
I paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno sono 22, tra cui l’Italia, mentre in altri è riconosciuto solo da singoli enti o amministrazioni. Molti altri paesi, tra cui gli Stati Uniti e Israele, continuano a non usare il termine genocidio per timore di una crisi nei rapporti con la Turchia. Barack Obama si era espresso in favore del riconoscimento prima di diventare presidente degli Stati Uniti, ma quando è stato eletto, pur promuovendo la pacificazione tra Turchia e Armenia, ha evitato di usare il termine.

lunedì 22 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 aprile.
Il 22 aprile 1724 nasce il filosofo Immanuel Kant.
In ogni manuale di filosofia la ricostruzione della biografia di Kant è sempre, sostanzialmente, destinata a coincidere con le date di pubblicazione delle sue opere. Ma c'è davvero solo questo nella sua biografia? Kant nasce il 22 aprile 1724 a Konigsberg, capoluogo della Prussia orientale e fiorente centro portuale e nella stessa città muore il 27 febbraio 1804 (alcune fonti fanno risalire la scomparsa all'11 febbraio 1804).
Immanuel Kant è il quarto di dieci fratelli, di cui sei morti in giovane età. La condizione economica della famiglia legata al lavoro del padre Johann Georg Kant, sellaio, e ad una piccola rendita portata in dote dalla madre, Anna Regina Reuter, permette solo al figlio più promettente, Immanuel, di continuare gli studi fino all'Università. Probabilmente per questo i rapporti tra Immanuel e i suoi fratelli si faranno sempre più sporadici nell'età adulta. Pare inoltre che Kant non gradisse le continue richieste di denaro da parte delle sorelle, invidiose della differente condizione economica raggiunta dal fratello filosofo.
Nell'educazione ricevuta dal giovane Kant sicuramente uno dei dati fondamentali sono le convinzioni religiose della famiglia, in particolare della madre, seguace del movimento pietista. Ne è una conseguenza l'iscrizione al "Collegium Fridericianum", frequentato dal 1732 al 1740 e diretto in quel periodo da uno degli esponenti più autorevoli del pietismo, Franz Albert Schulz.
Nel 1740 Kant, giovanissimo, prosegue gli studi iscrivendosi all'Università di Konigsberg, dove frequenta soprattutto i corsi di filosofia, matematica e fisica, sotto la guida di Martin Knutzen. Il rapporto con Knutzen è molto importante non solo perché questi mette a disposizione del giovane studioso la sua biblioteca, ma anche perché è proprio lui ad introdurlo allo studio dei due pensatori allora più influenti nel mondo accademico: Isaac Newton e il filosofo Christian Wolff. Probabilmente fu proprio durante la fase degli studi universitari che iniziò a maturare l'opposizione di Kant a qualunque tipo di dogmatismo.
Lasciando ai manuali il compito di addentrarsi nel pensiero del filosofo e nelle interpretazioni che ne sono state date (numerose quanti gli interpreti), per comprendere la biografia di Kant va però messa in evidenza la grandiosità dell'opera filosofica per la quale spese la sua vita: l'indagine delle reali possibilità conoscitive della ragione.
L'obbiettivo di Kant è porre le basi per arrivare ad una reale conoscenza di ciò che sta al di là del mondo sensibile, in altre parole di ciò che viene definito come "metafisica": "della quale" scriverà Kant "io ho il destino di essere innamorato". Nella metafisica il filosofo suppone di trovare il "bene vero e durevole del genere umano", il quale non deve e non può "essere indifferente alla natura umana". ["Sogni di un visionario chiariti con i sogni della metafisica" 1765].
L'immane compito filosofico che Kant si prefigge lo porta alla scelta di una vita ritirata, fatta di abitudini e di libri. Famoso è l'aneddoto della passeggiata di Kant: talmente regolare che si dice che gli abitanti di Konigsberg la usassero per controllare la precisione dei loro orologi. Solo un grande evento riesce a distrarre il filosofo dalla sua passeggiata: l'appassionante lettura dell'"Emile" di Jean Jacques Rousseau.
Dopo gli studi Kant si mantiene inizialmente facendo il precettore. Solo nel 1755 ottiene il primo incarico accademico, la libera docenza, che continuerà ad esercitare per i successivi 15 anni. Tra le materie insegnate, oltre la filosofia, si segnalano la matematica, la fisica e la geografia.
Nel 1770 Kant ottiene la cattedra di professore ordinario di logica e di metafisica all'università di Konigsberg. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, Kant ottiene questa cattedra solo al terzo tentativo, dopo che i precedenti si erano conclusi con l'offerta, seccamente rifiutata, di una cattedra di ripiego per l'insegnamento dell'arte poetica.
Kant mantiene il suo incarico fino alla morte, respingendo offerte anche molto più allettanti, come nel 1778 quando non accetta l'invito dell'università di Halle.
Per ottenere la cattedra Kant scrive la dissertazione "De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis" che conclude quella che nella vita e nelle opere del filosofo viene chiamata la fase precritica. In questo studio emerge il problema del rapporto tra le due forme della conoscenza sensibile, spazio e tempo, e la realtà. Kant prende il problema molto sul serio e riflette sulla questione per dieci anni, quando esce, tra le sue opere più famose, la "Critica della ragion pura" (1781).
Con quest'opera per non citare gli altri numerosi scritti a partire dal 1781, Kant compie in filosofia quella che lui stesso definisce come "rivoluzione copernicana".
Un primo mito da sfatare è sicuramente quello di Kant come uomo schivo e solitario. Sono noti infatti almeno due fidanzamenti del filosofo, che purtroppo non furono coronati dal matrimonio. Pare che Kant fosse sempre un po' indeciso sul momento adatto in cui formulare la fatidica proposta e quindi scalzato dal sopraggiungere di altri pretendenti più facoltosi.
Probabilmente da qui hanno origine alcune delle sarcastiche considerazioni del filosofo sulle donne. Se da una parte il filosofo poteva consolarsi delle delusioni, sostenendo che gli uomini "non sposati conservano un aspetto più giovanile di quelli sposati", dall'altra scriveva che "le donne colte usano i libri alla stregua dell'orologio che portano per mostrare che ne hanno uno, sebbene o sia fermo o non vada con il sole" ("Antropologia dal punto di vista pragmatico" 1798).
Oltre ai fidanzamenti sono documentate molte amicizie e molti estimatori di Kant non solo dal punto di vista filosofico. Pare, ad esempio, che il filosofo amasse pranzare in compagnia. E se nessuno dei suoi amici poteva pranzare con lui, non aveva remore ad invitare e offrire il pranzo a perfetti sconosciuti.
L'importante era che le amicizie non distogliessero eccessivamente il filosofo dai suoi studi. Tutte le frequentazioni che potevano scombinare il suo ritmo di studio venivano sistematicamente interrotte. Pare che, successivamente ad un gita in campagna che si era protratta troppo a lungo la sera, il filosofo avesse annotato nei suoi appunti "non lasciarsi mai coinvolgere da nessuno in nessuna gita".
Anche per quanto riguarda il rapporto con la religione, Kant non amava avere nessun vincolo alla sua libertà di pensiero. È nota la sua risposta alla censura subita nel 1794 dalla seconda edizione dell'opera "Religione entro i limiti della semplice ragione". Kant, dovendo accettare la censura di buon grado, non mancò però di chiosare: "se tutto ciò che viene detto deve essere vero, non è dato con questo anche il dovere di proclamarlo apertamente".
Ma la libertà di pensiero nei confronti della religione aveva anche un risvolto più quotidiano. Kant si chiese infatti nella seconda edizione della "Critica del giudizio" se "chi ha raccomandato, negli esercizi religiosi domestici, anche il canto di inni, abbia riflettuto che una devozione così rumorosa (e già per questo farisaica), comportasse un gran disturbo pubblico, imponendo anche al vicinato o di prender parte al canto o di rinunciare ad ogni occupazione intellettuale".
Immanuel Kant muore nella città natale di Konigsberg il 12 febbraio 1804. Sulla sua tomba sono incise le sue parole più famose, tratte dalla "Critica della ragion pratica": "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me".

domenica 21 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1521 Hernan Cortes sbarca a Veracruz.
Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano, passato alla storia unicamente con il nome e cognome di Hernán Cortés, nasce a Medellín, in Estremadura (Spagna), allora territorio della corona spagnola, nel 1485.
Condottiero spagnolo, è noto sui libri di storia per aver ridotto all'obbedienza le popolazioni indigene viventi durante il periodo della conquista del nuovo mondo, abbattendo con i suoi uomini il leggendario Impero Azteco, sottomettendolo al Regno di Spagna. Tra i suoi soprannomi, c'è quello tuttora famoso di "El Conquistador".
Sulle origini di quest'uomo d'arme non ci sono note certe. Alcuni lo vogliono nobile, altri proveniente da umili origini. Di sicuro, l'ambito nel quale cresce è impregnato di cattolicesimo istituzionale, per così dire, mentre deve aver abbracciato sin da subito la vita militare: sua unica, grande vocazione.
L'epopea di Cortés comincia intorno al 1504, al servizio del governatore Diego Velasquez Cuellar, il quale lo vuole prima a Santo Domingo e poi a Cuba, due territori all'epoca sotto la corona spagnola. Il futuro condottiero non è un tipo facile e, per ragioni tuttora inspiegate, finisce agli arresti quasi subito, per volere proprio del governatore. Questi però, fiutando il suo talento militare, a seguito delle due spedizioni messicane fallite dai capitani Cordoba e Grijalva, decide di inviare proprio Cortés in Messico, affidandogli la terza spedizione di conquista.
Di fronte ha un impero di milioni di uomini, quello Azteco, e quando parte, il condottiero ha con sé undici navi e 508 soldati.
Nel 1519, il militare nativo di Medellìn sbarca a Cozumel. Qui si unisce al naufrago Jerónimo de Aguilar e sulla costa del golfo messicano familiarizza con la tribù dei Totonachi, portandoli dalla sua parte nella guerra contro l'Impero azteco-méxica. Il naufrago spagnolo diventa un punto di riferimento per quello che di lì a poco verrà soprannominato El Conquistador: questi parla la lingua dei Maya e questa caratteristica fornisce a Cortés le giuste basi per dare sfoggio alle proprie abilità di comunicatore e soprattutto di manipolatore.
Immediatamente però, a causa dei suoi metodi poco ortodossi e della sua propensione ad agire per proprio conto, Velasquez lo richiama all'ordine, pentendosi della sua decisione di inviare Cortés in Messico. Tuttavia, il condottiero spagnolo si dichiara fedele alla sola autorità del Re di Spagna e incendia le proprie navi, fondando simbolicamente la città di Veracruz, sua base militare e organizzativa.
L'incendio delle navi è una mossa azzardata ma che rispecchia bene l'identità del personaggio: onde evitare qualsiasi ripensamento, pur agendo da ribelle, egli di fatto impone a tutto il suo seguito quale unica risoluzione quella della conquista dei territori messicani.
Da questo momento, nel pieno della sua autorità, si fa ricevere dall'imperatore Montezuma e comincia un'opera di insediamento nei suoi possedimenti quasi agevolata dallo stesso capo tribale, il quale interpreta l'arrivo del militare spagnolo e dei suoi uomini come una sorta di presagio divino, da intendere sotto ogni buon auspicio. Dopo alcuni mesi dalla conquista definitiva dei possedimenti aztechi, convinto da Cortés e dalle sue abilità di grande affabulatore, l'imperatore Montezuma si farà addirittura battezzare cristiano.
Nel giro di poco tempo Hernán Cortés porta dalla sua parte un buon numero di uomini e, forte di oltre 3.000 unità tra indios e spagnoli, si mette in marcia per Tenochtitlán, la capitale dei Méxica. Il 13 agosto del 1521, dopo due mesi e mezzo di assedio, la città messicana viene presa, e in meno di un anno gli spagnoli assumono il pieno dominio della capitale e dei dintorni.
Tenochtitlán è la città su cui sorge la nuova Città del Messico, di cui assume il governatorato lo stesso Cortés, nominandola capitale della "Nuova Spagna" e per volere dello stesso reale spagnolo, Carlo V.
Ad ogni modo, nonostante gli stenti della guerra e la popolazione ormai in ginocchio, dimezzata da stragi e malattie, e pur con pochi uomini al suo servizio, il condottiero decide di partire alla conquista dei restanti territori aztechi, spingendosi fino in Honduras. Quando decide di rimettersi in viaggio, Cortés è un uomo ricco ma che non gode di molta stima da parte dei nobili e della corona spagnola. Nel 1528 viene richiamato in Spagna e gli viene tolta la carica di governatore.
Tuttavia la stasi dura poco. Con il titolo di Marchese della Valle di Oaxaca, riparte verso l'America, nonostante non goda della stima del nuovo Viceré. Per questa ragione il condottiero volge il proprio sguardo verso altre terre e, nel 1535, scopre la California. È il canto del cigno, per così dire, del Conquistador. Il Re infatti, dopo qualche tempo, lo rivuole in Spagna, per spedirlo alla volta dell'Algeria. Ma qui non riesce ad imprimere una svolta all'esercito, che subisce una dura sconfitta.
Cortés, ormai stanco delle spedizioni, decide di ritirarsi a vita privata nella sua proprietà a Castilleja de la Cuesta, in Andalusia. Qui, il 2 dicembre del 1547, Hernán Cortés muore all'età di 62 anni. La sua salma, così come espresso nei suoi ultimi voleri, viene inviata a Città del Messico e tumulata nella chiesa di Gesù Nazareno.
Oggi il Golfo di California, il tratto di mare che separa la penisola della California dal Messico continentale, è conosciuto anche come Mare di Cortés

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