Buongiorno, oggi è il 6 febbraio.
La notte tra il 5 e il 6 febbraio del 1952 il re di Gran Bretagna Giorgio VI, gravemente malato di tumore ai polmoni, morì per un arresto cardiaco, e a lui succedette la sua primogenita, Elisabetta, che ha regnato per oltre 70 anni.
La regina seppe della morte del padre mentre era col marito in un viaggio di rappresentanza in Australia e Nuova Zelanda. Sebbene il passaggio del regno da Giorgio ad Elisabetta fu immediato, ci vollero ben 16 mesi per organizzare la cerimonia di incoronazione, che fu celebrata il 2 giugno dell'anno seguente.
Una cerimonia costata quattro milioni di dollari di allora, per la prima volta nella storia trasmessa in eurovisione.
La cerimonia seguì le regole tradizionali dei monarchi precedenti. Gli ospiti passarono tra la folla festante per le vie di Londra, raggiungendo l'abbazia di Westminster, tra i quali si annoveravano moltissime teste coronate e capi di Stato di tutto il mondo.
Elisabetta venne incoronata verso le 11 dall'arcivescovo di Canterbury.
La regina, deceduta l'8 settembre 2022 all'età di 95 anni, è divenuta la più anziana sovrana britannica di tutti i tempi. A lei è succeduto il primogenito, Carlo, che ha assunto il nome di Carlo III.
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venerdì 6 febbraio 2026
giovedì 5 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.
Secondo la tradizione cristiana, il 5 febbraio del 251 S.Agata spirò dopo il martirio.
Si narra che fosse una giovane catanese di nobile e ricca famiglia, che a 15 anni si convertì al Cristianesimo. Studi storico-giuridici recenti portano a pensare che avesse almeno 21 anni alla conversione, per via del titolo (diaconessa) impossibile da ottenere prima di quell'età, e non oltre i 25, a causa della Lex Laetoria con la quale è stata processata.
Secondo l'editto dell'imperatore Settimio Severo, i cristiani dovevano essere arrestati ed invitati ad abiurare la fede in Dio, pena la tortura e la morte.
Il proconsole di Catania, Quinziano, secondo la tradizione si era invaghito della giovane donna; o forse, da un punto di vista storico, era più probabilmente interessato all'enorme fortuna della sua famiglia; essendo stato respinto, inviò la cortigiana Afrodisia e le sue figlie, tutte donne molto corrotte, a tentare di farle pressioni psicologiche e portarla a negare la fede in Dio. Falliti tutti i tentativi, a causa della grande rettitudine di Agata, il proconsole decise di farla processare.
La giovane non volle abiurare la fede nemmeno dopo essere stata più volte frustata, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate e addirittura sottoposta alla terribile violenza dello strappo delle mammelle con una tenaglia.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Allora Quinziano ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Nel 1040 le reliquie della santa furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside; per questo s. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo essa era contesa come appartenenza anche da Palermo; la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata: papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593.
Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto; le feste sono due, il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.
Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’: fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua ‘Santuzza’.
Secondo la tradizione cristiana, il 5 febbraio del 251 S.Agata spirò dopo il martirio.
Si narra che fosse una giovane catanese di nobile e ricca famiglia, che a 15 anni si convertì al Cristianesimo. Studi storico-giuridici recenti portano a pensare che avesse almeno 21 anni alla conversione, per via del titolo (diaconessa) impossibile da ottenere prima di quell'età, e non oltre i 25, a causa della Lex Laetoria con la quale è stata processata.
Secondo l'editto dell'imperatore Settimio Severo, i cristiani dovevano essere arrestati ed invitati ad abiurare la fede in Dio, pena la tortura e la morte.
Il proconsole di Catania, Quinziano, secondo la tradizione si era invaghito della giovane donna; o forse, da un punto di vista storico, era più probabilmente interessato all'enorme fortuna della sua famiglia; essendo stato respinto, inviò la cortigiana Afrodisia e le sue figlie, tutte donne molto corrotte, a tentare di farle pressioni psicologiche e portarla a negare la fede in Dio. Falliti tutti i tentativi, a causa della grande rettitudine di Agata, il proconsole decise di farla processare.
La giovane non volle abiurare la fede nemmeno dopo essere stata più volte frustata, lacerata con pettini di ferro, scottata con lamine infuocate e addirittura sottoposta alla terribile violenza dello strappo delle mammelle con una tenaglia.
Questo risvolto delle torture, costituirà in seguito il segno distintivo del suo martirio, infatti Agata viene rappresentata con i due seni posati su un piatto e con le tenaglie. Riportata in cella sanguinante e ferita, soffriva molto per il bruciore e dolore, ma sopportava tutto per l’amore di Dio; verso la mezzanotte mentre era in preghiera nella cella, le appare s. Pietro apostolo, accompagnato da un bambino porta lanterna, che la risana le mammelle amputate.
Trascorsi altri quattro giorni nel carcere, viene riportata alla presenza del proconsole, il quale visto le ferite rimarginate, domanda incredulo cosa fosse accaduto, allora la vergine risponde: “Mi ha fatto guarire Cristo”.
Allora Quinziano ordina che venga bruciata su un letto di carboni ardenti, con lamine arroventate e punte infuocate.
A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non brucia il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose; esso è stato portato più volte in processione di fronte alle colate della lava dell’Etna, avendo il potere di fermarla.
Mentre Agata spinta nella fornace ardente muore bruciata, un forte terremoto scuote la città di Catania e il Pretorio crolla parzialmente seppellendo due carnefici consiglieri di Quinziano; la folla dei catanesi spaventata, si ribella all’atroce supplizio della giovane vergine, il proconsole fa togliere Agata dalla brace e la fa riportare agonizzante in cella, dove muore qualche ora dopo.
Nel 1040 le reliquie della santa furono trafugate dal generale bizantino Giorgio Maniace, che le trasportò a Costantinopoli; ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, le riportarono a Catania dopo un’apparizione della stessa santa, che indicava la buona riuscita dell’impresa; la nave approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina, tutti i catanesi risvegliatasi e rivestitasi alla meglio, accorsero ad onorare la “Santuzza”.
Nei secoli le manifestazioni popolari legate al culto della santa richiamavano gli antichi riti precristiani alla dea Iside; per questo s. Agata con il simbolismo delle mammelle tagliate e poi risanate, assume una possibile trasfigurazione cristiana del culto di Iside, la benefica Gran Madre.
Ciò spiegherebbe anche il patronato di s. Agata sui costruttori di campane, perché si sa, nei culti precristiani la campana era simbolo del grembo della Mater Magna. Le sue reliquie sono conservate nel duomo di Catania in una cassa argentea, opera di celebri artisti catanesi; vi è anche il busto argenteo della “Santuzza”, opera del 1376, che reca sul capo una corona, dono secondo la tradizione, di re Riccardo Cuor di Leone.
Il culto per s. Agata fu talmente grande, che fino al XVI secolo essa era contesa come appartenenza anche da Palermo; la questione è stata a lungo discussa, finché a Palermo il culto per la santa, fu soppiantato da quello per s. Rosalia. Anche a Roma fu molto venerata: papa Simmaco (498-514) eresse in suo onore una basilica sulla Via Aurelia e un’altra le fu dedicata da S. Gregorio Magno nel 593.
Nel XIII secolo nella sola diocesi di Milano si contavano ben 26 chiese a lei intitolate. Celebrazioni e ricorrenze per la sua festa avvengono un po’ in tutta Italia, perfino a San Marino, ma è Catania il centro più folcloristico e religioso del suo culto; le feste sono due, il 5 febbraio e il 17 agosto, con caratteristiche processioni con il prezioso busto della santa, custodito nel Duomo.
Vi sono undici Corporazioni di mestieri tradizionali, che sfilano in processione con le cosiddette ‘Candelore’: fantasiose sculture verticali in legno, con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita di s. Agata. Il busto argenteo, preceduto dalle ‘Candelore’ è posto a sua volta sul “fercolo”, una macchina trainata con due lunghe e robuste funi, da centinaia di giovani vestiti dal caratteristico ‘sacco’.
Tante altre manifestazioni popolari e folcloristiche, oggi non più in uso, accompagnavano nei tempi trascorsi questi festeggiamenti, a cui partecipava tutto il popolo con le Autorità di Catania, devotissimo alla sua ‘Santuzza’.
mercoledì 4 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 febbraio.
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governo di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta, Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.
Il 4 febbraio 211 d.C. Bassiano Antonino (poi chiamato volgarmente Caracalla, dal nome di un mantello militare gallico che egli distribuì al popolo e ai soldati) e Geta, figli dell'imperatore Settimio Severo, gli succedettero al trono.
I due si odiavano e vivevano separatamente nella reggia, protetti ciascuno dai propri soldati. Ma Caracalla decise ben presto di sbarazzarsi di Geta e diventare unico imperatore di Roma.
Fu nel febbraio del 212: Geta si trovava presso Giulia Domna, che lo aveva chiamato per riappacificarlo con il fratello, quando all'improvviso alcuni sicari gli furono addosso e lo pugnalarono.
Compiuto il misfatto, Caracalla si recò al campo dei pretoriani, ai quali Geta era molto popolare, e disse di essere a stento sfuggito ad una insidia tesagli dal fratello. Per calmare l'eccitazione delle coorti pretorie e della II Legione partica dovette dare a ciascun soldato duemila e cinquecento denari.
Mentre al Senato raccontò la storiella che aveva narrata ai pretoriani e disse che accordava una generale amnistia.
Invece da quel momento ebbero inizio orrende stragi: tutti gli amici e coloro che erano sospettati partigiani di Geta vennero trucidati dalla soldataglia e le loro case saccheggiate. Secondo lo storico Dione Cassio, contemporaneo di Caracalla, circa ventimila persone furono uccise; fra queste un figlio di Pertinace, un pronipote e una sorella di Marco Aurelio e Ostilio Papiniano, figlio del giureconsulto Fulvio, il quale, avendo all'imperatore che lo pregava di scrivere l'apologia del fratricidio risposto che era più facile commetterlo che giustificarlo, perdette la vita anche lui.
Giulia Domna dimenticò ben presto la tragedia che aveva insanguinata la reggia. Caracalla gliene fu grato e la mise dentro al governo, affidandole la direzione della cancelleria imperiale, e unendo al suo, il nome di lei nelle lettere e facendola circondare di rispetto e di onori.
Forse si devono a questa donna intelligentissima e colta tutte le cose buone del governo di Caracalla, il quale legò il suo nome al grandioso edificio delle Terme, munito di mille e seicento vasche marmoree, di musei, biblioteche, sale da studio, palestre ginnastiche, portici e giardini.
Nel suo impero Caracalla seguì, esagerandola, la politica del padre. Opportune riforme vennero apportate al codice militare, furono ritoccate le leggi concenenti la schiavitù, la successione e la tutela dei minorenni, provvedimenti rigorosi vennero presi contro gli adulteri ai quali fu applicata la pena capitale; il Senato vide peggiorare la propria condizione e l'esercito continuò a veder crescere i propri privilegi. Per aumentare le paghe ai soldati le spese militari furono accresciute di settanta milioni di dramme e Dione Cassio narra che Caracalla fosse solito dire: " Nessuno, all'infuori di me, deve avere denaro, affinchè io possa darlo ai soldati".
Né fu soltanto generoso con l'esercito; al popolo fece frequenti elargizioni di danaro, donativi ricchissimi diede ai cortigiani; per sé non badò a somme specialmente quando doveva mettersi in viaggio. Queste somme le fece gravare sui senatori i quali avevano l'ordine — secondo quel che scrive Dione Cassio — di fabbricargli dei sontuosi palazzi nelle città che lui doveva visitare, palazzi che l'imperatore non tutti né vide né mai abitò, di costruirgli circhi ed anfiteatri, che dopo venivano demoliti, nei luoghi in cui doveva svernare e di fornigli infine il vitto.
Per ricavare danari fu costretto a portare dal dieci al venti per cento la tassa di affrancamento e quella di successione; quest'ultima venne estesa anche ai parenti prossimi dell'estinto; nuove tasse furono applicate e contributi straordinari furono imposti con frequenza a città e a famiglie ricche dell' impero. Forse dal bisogno che aveva di accrescere il gettito delle imposte fu consigliata la costituzione del 212 che prese il nome di antoniniana con la quale venne accordata la cittadinanza romana a tutti i sudditi liberi dell' impero.
In pratica l'unificazione dell'Impero veniva ufficialmente sanzionata anche se perdeva il carattere profondamente romano.
Con questa costituzione cessa la supremazia di Roma sul mondo; tutti gli uomini liberi, i barbari al pari dei Romani, hanno il diritto di chiamarsi cives per il raggiungimento del quale tanto sangue era stato sparso dagli Italici, e su Roma e sul mondo ora non c'è che un potere solo: quello dell'imperatore.
Circa un anno dopo l'assassinio di Geta, Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia; di là andò nella Rezia per muovere guerra contro un popolo che aveva fatto la sua comparsa ai confini occidentali dell' impero, quello degli Alemanni.
Incerte sono le notizie che abbiamo di questa guerra. Si parla di una vittoria riportata oltre il Meno sugli Alemanni che fruttò all'imperatore i titoli di Germanicus e di Alemannicus, si dice anche che, dopo questo successo, egli fu vinto e dovette comprare dai barbari la pace e l'alleanza.
Queste ultime notizie sono forse molto esagerate: si deve infatti aver presente che egli riuscì a mettere la discordia tra i Vandali e i Marcomanni, che potè far sentire la sua autorità sui Quadi di cui punì con la morte il re, e che infine riuscì a lasciare abbastanza tranquilli i confini.
Dalla Rezia Caracalla si recò in Oriente. Egli ammirava e voleva (anche per lui, l'Alessandrite è sempre quel morbo che non ha mai risparmiato nessuno) emulare Alessandro il Grande e aveva in animo di assoggettare la Parzia traendo profitto dalla situazione di quel regno. Era morto nel 209 Vologeso IV e, dopo un certo periodo di ostilità, i due figli, Vologeso V e Artabano V, avevano diviso fra loro l'impero paterno.
Caracalla prese la via dal Danubio. Durante il viaggio concluse un accordo coi Daci Uberi facendosi consegnare ostaggi, in Tracia costituì una falange di sedicimila uomini, poi passò in Asia e si acquartierò a Nicomedia. Mentre si facevano i preparativi della guerra, si recò nella Troade e sulla tomba del suo liberto Festo scimmiottò il sacrificio che Achille aveva compiuto sul sepolcro dell'amico Patroclo; poi invitò a Nicomedia Abgare, principe dell'Osroene, tributario dell' impero e, dopo averlo fatto prigioniero e messo in prigione, si impadronì di quello stato e fece della capitale Edessa una colonia romana. Lo stesso tentò di fare con l'Armenia dove gli riuscì di prendere prigionieri il re la moglie e i figli, ma la popolazione non volle fare atto di sottomissione.
Da Nicomedia Caracalla passò in Antiochia e da qui nell'autunno del 215, ad Alessandria di Egitto. Gli abitanti di questa città avevano dato a Giulia Domna il nome di Giocasta alludendo ai rapporti incestuosi -del resto non provati- tra l'imperatrice e il figlio, e a questo il nome di Alexander Geticus che ricordava il fratricidio e la mania che Caracalla aveva di emulare il grande Macedone.
L'imperatore si vendicò sanguinosamente dei motti satirici degli alessandrini. Egli invitò i primati della città ad un banchetto, li fece uccidere tutti, poi sguinzagliò le sue soldatesche per le vie, dove furono massacrati un gran numero di cittadini. Dal tempio di Serapide l'imperatore contemplò la strage. Alessandria venne abbandonata al saccheggio poi fu divisa, per mezzo di un muro, in due quartieri affinché l'uno non potesse comunicare con l'altro.
Nel 216 Caracalla fece ritorno in Antiochia e mosse guerra ai Parti per punire Artabano V che gli aveva rifiutata la mano della figlia. Passato attraverso l'Osrobene, nella Media, la devastò; la città di Arbela fu espugnata e i sepolcri degli antichi re che vi si trovavano vennero distrutti. Al pari di Severo, Caracalla non si avventurò nel cuore della Parzia, dove il nemico era fuggito, e fece ritorno in Mesopotamia per passare a Edessa l'inverno e attendere a nuovi preparativi guerreschi.
A Edessa fu ordita una congiura contro l'imperatore e decisa la morte del tiranno. Capo del complotto fu Opellio Macrino, prefetto del pretorio; a sopprimere il principe fu chiamato Marziale, della guardia imperiale, che nutriva odio contro Caracalla per avergli questi negato una promozione.
Nell'aprile del 217 Caracalla si recò a Carre per fare un sacrificio al dio Luno. Durante il viaggio venne ucciso. Datosi alla fuga, Marziale venne poi inseguito da un arciere scita del seguito dell' imperatore, catturato e trucidato.
Giulia Domna si trovava ad Antiochia: appresa la notizia dell'uccisione del figlio, vinta dal dolore, si lasciò morire di fame.
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