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martedì 16 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 dicembre.

Il 16 dicembre 1943 ha termine la Battaglia di Montelungo, la prima con l'esercito italiano a fianco degli Alleati.

Siamo nell’Alto Casertano, al confine tra la Campania, il Molise e il Lazio. Il paesaggio è segnato da alcuni caratteristici scogli rocciosi che si alzano sulla pianura a quote di 3-400 metri, ben visibili a chi viaggia sulla Casilina o sull’autostrada del Sole tra Cassino e Mignano. Si tratta del monte Trocchio, del monte Porchio, del monte Lungo e del monte Rotondo. Tra questi due ultimi la via Casilina è costretta a inerpicarsi in una “stretta”. Al di là del Monte Lungo scorre il fiume Peccia, affluente del Garigliano. Tutt’intorno si alzano i monti di Venafro e i contrafforti del vulcano di Roccamonfina. La presenza più imponente è quella del Monte Sambucaro, a nord, che supera i 1200 metri.  Segue una piccola catena montuosa laterale del crinale appenninico campano, che raggiunge la massima quota nei 1.180 metri del boscoso monte Cesima, designato dal Comune di Mignano "area wilderness" per la  conservazione perenne dei valori selvaggi del luogo. A sud è il monte Maggiore, ultimo contrafforte del Vulcano di Roccamonfina, protetto da una riserva naturale regionale. Il Monte Lungo è una collina che si allunga per circa tre km, marcata da alcune gobbe rocciose. Il versante nord è stato oggetto di un rimboschimento.

Su queste alture i tedeschi allestirono nell’autunno del 1943 una linea difensiva che aveva il compito di rallentare l’arrivo delle truppe alleate verso Cassino e di dar tempo di completare la ben più importante “linea Gustav”. Tra il Sambucaro e il Maggiore la linea Bernhard (o linea Reinhard) era stata attrezzata dai genieri dell’Organizzazione Todt con fortificazioni in calcestruzzo, postazioni trincerate in grotta o in buca per mitragliatrici e mortai, campi minati e una notevole massa d’artiglieria. Era occupata da alcune centinaia di uomini della XIV divisione Panzergrenadier. L’attacco alleato alla “linea d’inverno” (operazione Raincoat) iniziò ai primi di novembre del 1943 e si prolungò fino al Natale. In questa occasione fu impegnato in battaglia a fianco degli alleati il primo nucleo dell’esercito italiano ricostituito al sud dopo l’armistizio dell’8 settembre: il raggruppamento motorizzato.

La prima battaglia degli italiani si svolse l’8 dicembre. Il piano prevedeva un assalto simultaneo al monte Maggiore, a cura del 142° reggimento di fanteria statunitense, a Monte Lungo, a cura del  raggruppamento italiano, a San Pietro Infine e al Monte Sammucro, a cura del 143° reggimento fanteria statunitense e alla quota 950, a destra del Sammucro a cura di un battaglione Ranger.

L’esito fu in realtà disastroso, in particolare per gli italiani. I bersaglieri del LI battaglione, posti a sinistra del dispositivo d'attacco furono presi d'infilata dal fuoco tedesco che proveniva dai fianchi di Monte Maggiore. I fanti del 67° reggimento che avevano risalito la cresta del Monte Lungo protetti dalla nebbia, al sollevarsi di questa si trovarono allo scoperto di fronte alle mitragliatrici e furono costretti a ripiegare con forti perdite.

La seconda battaglia, con migliore preparazione e coordinamento da parte alleata, avverrà la settimana seguente, il 16 dicembre e sarà questa volta un successo. I fanti e i bersaglieri italiani, preceduti da 45 minuti di fuoco preparatorio della nostra artiglieria, ripartirono all'assalto del monte, questa volta con le spalle coperte dal 142° reggimento statunitense che aveva occupato il Monte Maggiore. I tedeschi, minacciati di fronte e di fianco, furono costretti al ripiegamento: alle ore 12,30 la vetta era definitivamente in mano italiana.

L’anello escursionistico qui descritto conduce sui luoghi delle battaglie del dicembre 1943 e consente di farsi un’idea completa delle postazioni tedesche, della linea Bernhardt e dell’ambiente naturale dell’alto casertano. L’itinerario ha una durata indicativa di un’ora e quaranta minuti. Può naturalmente essere abbreviato, se si sale in auto al piazzale della Madonnina e ci si limita alla passeggiata di cresta. Può anche essere proseguito a piacere, percorrendo integralmente la linea di cresta fino ad affacciarsi sulla stazione di Rocca d’Evandro. Il terreno sassoso, la fitta macchia e le numerose recinzioni rendono il percorso disagevole in più punti. Il rimboschimento ha coperto molte opere di guerra.

Il punto di partenza dell’itinerario è il Museo storico militare di Monte Lungo, al km 154,6 della Via Casilina. Parcheggiata l’auto nell’ampio piazzale, si visitano il piccolo ma interessante Museo e il Sacrario militare che custodisce i corpi dei caduti italiani. Appena oltre il Sacrario s’imbocca la strada asfaltata (indicazioni: SP 316 – Sacrario di Montelungo) che sale a mezza costa tra gli ulivi e il costone roccioso e in 1,1 km (25 minuti a piedi) conduce sul piazzale della Madonnina. La statua è collocata su  una colonna in direzione del Sacrario. La lapide dedicata al “Monte Lungo, Golgota del fante” ricorda i soldati italiani caduti. Un’opportuna pietra d’orientamento aiuta a individuare i principali riferimenti della “linea d’inverno” del 1943. L’ampio panorama circolare comprende, partendo da nord, il monte Sambucaro e San Pietro Infine, la catena di monte Cavallo e monte Cesima, il monte Rotondo in primo piano al di là della Casilina, la piana di Mignano con l’autostrada del Sole, la ferrovia e la nuova direttissima, la Defensa e il monte Maggiore.

Dal belvedere si torna indietro per pochi metri fino alla prima curva. Si lascia l’asfalto e si segue la linea di cresta del Monte Lungo, costeggiando il bordo superiore della pineta. Si scende a una selletta e si risale ripidamente una rampa rocciosa, cardine della difesa tedesca. In quest’area si riconoscono ancora nitidamente i trinceramenti, le buche dei mitraglieri, le postazioni a dominio della cresta e dei fianchi del monte, i ricoveri in buca sulla vetta. Le postazioni sono ancora perfettamente agibili. Si scende ora su terreno sassoso e scomodo per la fitta macchia ad una selletta dove si trova una strada forestale e un’invitante panchina (30 minuti dalla Madonnina).

Si segue ora verso nord la strada forestale in leggera discesa, all’ombra nell’odorosa pineta. Si trascura un primo bivio sulla sinistra e un secondo bivio sulla destra  e si continua (segnale stradale di divieto di accesso per le auto su un albero) fino al termine della strada, su uno spiazzo (20 minuti dalla panchina), oltre il quale la strada si trasforma in sentiero. Siamo su un eccellente balcone panoramico in direzione della “linea d’inverno” e dei luoghi della battaglia di Montelungo. Di fronte è il Monte Sambucaro (o Sammucro, secondo le cartine militari dell’epoca). Si riconoscono il nuovo e il vecchio abitato di San Pietro, la strada per Venafro e il Molise, la vecchia strada per il Passo dell’Annunziata Lunga. In basso sotto di noi la Casilina esce dalla stretta di Monte Lungo, costeggia i colli  Porchio e Trocchio e si allunga nella valle del Liri verso Cassino e la linea Gustav. Si torna indietro sulla sterrata, con vista ora sul sacrario militare. Si riconoscono tra gli alberi le postazioni dell’artiglieria tedesca. Al bivio si continua a sinistra in discesa (da destra scende la strada che abbiamo percorso all’andata). Si costeggia la condotta forzata che alimenta la centrale Enel di Monte Lungo e si raggiunge la Via Casilina, cinquecento metri a valle del parcheggio del Museo (25 minuti).

Il Sacrario di Montelungo è il cimitero italiano della guerra di liberazione 1943-45. É un luogo di mestizia, ma è anche un luogo di memoria. Dietro ognuna di quelle piccole lapidi tutte uguali c’è la storia di una giovane vita. Vogliamo liberare la memoria di almeno uno di quei giovani ventenni, cui in fondo siamo debitori di un pizzico della nostra libertà. I reparti italiani che assaltarono il Monte Lungo erano prevalentemente composti da giovani allievi ufficiali di complemento, freschi di addestramento militare e privi di qualsiasi esperienza di combattimento, arruolatisi volontari nei reparti destinati alla prima linea. Giuseppe Cèderle, sottotenente di complemento del 67° Reggimento di fanteria della Divisione Legnano, era un loro istruttore. Nasce a Montebello Vicentino il 16 agosto 1918, quinto di sette figli. Studi brillanti: abilitazione magistrale e licenza classica a pieni voti. Si iscrive all’Università Cattolica, Facoltà di lettere e filosofia. La sua adolescenza matura nei gruppi dell’Azione Cattolica. Diventa ben presto educatore di un gruppo di ragazzi e successivamente responsabile dei gruppi della Giac, la Gioventù Italiana di Azione Cattolica. A febbraio del 1940 è in grigioverde, chiamato a prestare il servizio militare. Diventa istruttore degli allievi ufficiali: l’addestramento militare si combina la testimonianza di una vita di fede e la condivisione di esperienze comunitarie di formazione con i giovani del suo reparto. Il giorno di Capodanno del 1943 scrive nel suo diario il programma per il nuovo anno: “Questa deve essere un’annata decisiva nella mia ascesi spirituale, e deve essere anche un lungo e sicuro passo nella via del sapere. Studiare indefessamente, attentamente, intelligentemente; leggere riviste e giornali; vedere cinematografi, interrogare colleghi e superiori, e soprattutto interrogare libri, forti, leggerli lentamente, riconnettendo, riassumendo. Costruire il mio carattere morale; e per questo smussare la mia rozzezza e vincere, domare, sorpassare il mio egoismo; formarmi ad una dirittura ed a una lealtà di pensiero e di parola tali da farmi specchio di dignitosità ed equilibrio; rendermi cordiale, aperto”. L’armistizio dell’8 settembre lo trova in Puglia, a Manduria, con i suoi allievi. Qui gli capita di ascoltare anche una conferenza del giovane prof. Aldo Moro. L’amore per la patria si scontra con la vergogna bruciante per i tradimenti istituzionali. Il senso dell’onore (“perché l’Italia potesse ritrovare tutta la sua grandezza spirituale e potesse ancora essere maestra al mondo di libertà e di civiltà”) fa rapidamente maturare la scelta di impegnarsi volontario nei reparti del nuovo esercito italiano. C’è anche la volontà di mostrare le qualità morali degli italiani ad alleati nuovi, largamente prevenuti e diffidenti dell’opportunismo degli italiani, scettici nei confronti delle loro qualità militari. Parte con i suoi compagni il 2 dicembre 1943: “io sono sull’autocarro con i miei allievi, e sventola alta, bella, scintillante la nostra bandiera, la bandiera del mio plotone, quella rubata da me ai fascisti di Mesagne”. Il seguito della sua storia s’intreccia con la battaglia di Monte Lungo. Cèderle ha meritato la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Con questa motivazione: “Benché appartenente a reparto non impegnabile, otteneva di essere inquadrato in prima linea al comando di un plotone che conduceva all’assalto contro i tedeschi sistemati in caverne in terreno difficilissimo, sotto micidiale tiro di mitragliatrici e bombe a mano. Con un braccio fracassato, incitava i suoi uomini a contenere il contrattacco nemico gridando: “Ho dato un braccio alla Patria, non importa, avanti per l’onore dell’Italia!”. Colpito a morte trovava ancora la forza di trarre di sotto la giubba una bandiera tricolore che scagliava in un supremo gesto di sfida contro il nemico, additandola ai suoi soldati perché la portassero avanti”. E’ caduto l’8 dicembre 1943 sulla quota 343 di Monte Lungo. Chi vuole rendergli omaggio o semplicemente ricordarlo trova le sue spoglie nel sacrario militare sulla parete.  È al numero 49.

lunedì 15 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 15 dicembre.

Il 15 dicembre 1974 esce nelle sale americane Frankenstein Junior.

Frankenstein Junior è con ogni probabilità il film più celebre (e, a distanza di oltre cinquant'anni dalla sua realizzazione, più attuale) della carriera di Mel Brooks. Entrato di diritto nella memoria collettiva, anche e soprattutto per le sue battute folgoranti e per il personaggio dell’assistente gobbo Igor, interpretato da un sublime Marty Feldman, il film è anche una sapiente rilettura satirica ma non priva di spirito filologico dell’horror classico, e del suo significato recondito nella messa in scena del deforme, del diverso.

Si… Può… Fare!

Nella New York degli anni Trenta del Ventesimo Secolo Victor Frankenstein è un giovane e brillante medico, apprezzato docente universitario e fidanzato con la bella Elizabeth. Nonostante faccia pronunciare il suo cognome Frankenstin per prendere le distanze dagli esperimenti medici del celebre nonno, non può rifiutare l’eredità che gli spetta al momento del decesso dell’avo. L’eredità è un castello in Transilvania, dove il dottore si reca con l’intenzione di tornare il prima possibile negli Stati Uniti… 

Non è facile dopo oltre 50 anni approcciarsi con buona volontà critica a un film come Frankenstein Junior. La difficoltà non è dettata dall’opera in sé, tra i parti più interessanti dell’ondivaga filmografia di Mel Brooks, ma dal fatto che in mezzo secolo sia sempre venuta meno una reale e compiuta storicizzazione del film. Una mancanza dovuta a fattori differenti, a partire proprio dal primo dato evidente anche per gli sguardi più miopi o distratti: Brooks filma una commedia parodistica e demenziale. Un terreno, questo, nel quale il regista newyorchese si muove con estrema naturalezza, ma che accende una spia automatica nei ranghi della critica, che lo guarda con malcelato sospetto fin da tempi antichi, quando il cinema non era di certo annoverabile tra le arti. A questo dato se ne aggiunge però un altro: nel corso dei decenni Frankenstein Junior è divenuto un oggetto di culto, cui approcciarsi non più come semplici spettatori, ma come devoti. Le battute vengono sciorinate a memoria, collettivamente, alla stregua di una vera e propria liturgia. Non che la rilettura sarcastica della storia gotica per eccellenza, quella che Mary Shelley ideò durante la celeberrima permanenza estiva (nel 1816, definito come “anno senza estate”) nella ginevrina Villa Diodati, ospite con il marito di Lord Byron, rappresenti un’unicità. Dopotutto come ogni arte anche il cinema è radicalmente politeista, e gli oggetti di culto possono essere molteplici. La critica, già poco propensa a interessarsi in una forma compiuta e approfondita di un’opera dichiaratamente frivola come quella di Brooks – sul fatto che manchi un’analisi strutturata della cinematografia del regista di Per favore, non toccate le vecchiette, Mezzogiorno e mezzo di fuoco e Balle spaziali si tornerà più avanti –, preferisce tenersi a distanza dagli oggetti di venerazione, da ciò che ha oramai trasceso il proprio senso per approssimarsi alla devozione, all’amore cieco e privo di riflessione.

È davvero un peccato che a nessuno sia venuto in mente di riprendere in mano Frankenstein Junior non per fermarsi per l’ennesima volta ai giochi di parole – intraducibili eppure ben tradotti nella versione italiana, dimostrazione di un adattamento che non depaupera l’originale ma lo affina e finisce perfino per arricchirlo: un discorso che nei rapporti con il comico basato sulla verbalizzazione trova altri esempi fertili, a partire da Clerks di Kevin Smith, letteralmente riscritto nella versione doppiata in italiano, senza per questo tradire in alcuna misura le volontà autoriali originarie –, ai ribaltamenti sarcastici delle regole del gotico, alla perfetta interpretazione di eccellenti protagonisti quali Gene Wilder, che è anche l’artefice del soggetto, Peter Boyle, il già citato Feldman, Cloris Leachman e Teri Garr, ma per tentare di scavare in profondità, per accorgersi di come Brooks abbia saputo trasformare un perfetto marchingegno comico in una colta speculazione sulle strutture dell’immaginario, sulle strade obbligatorie, sui punti fermi dell’intera cultura occidentale.

Se i grandi eretici della comicità hanno sempre trovato una corsia preferenziale nel pensiero analitico, da Chaplin a Keaton passando per i fratelli Marx o (in Italia) Totò, la stessa attenzione non è mai stata riservata a chi lavora non sul sovvertimento delle regole in quanto tali ma sul loro riflesso, sulla parodia. L’intento parodistico è infatti generalmente ridotto a mera storpiatura di un pensiero nobile, a uso e consumo della pancia degli spettatori – o dei lettori – e non del loro cervello. Perfino un capolavoro quale Amore e guerra di Woody Allen è stato riscoperto solo quando l’autore si è dimostrato in grado di esulare dalla pura e semplice rilettura goliardica del classico. Quasi si soffrisse ancora della sindrome del venerabile Jorge narrata da Umberto Eco ne Il nome della rosa la resistenza è strenua verso chi osa svelare il ridicolo di fronte alla grandezza culturale conclamata.

Sotto questo punto di vista Brooks è un cineasta a dir poco coerente: nel corso della sua carriera, che si articola tra il 1968 e il 1995 (da allora Brooks, nonostante sia ancora vivo e vegeto, a 99 anni, si è considerato di fatto in pensione), ha preso in giro – e allo stesso tempo omaggiato, perché c’è l’atto di riverenza alla base di qualsivoglia parodia – il musical, la letteratura russa, il western classico e il mito di Frankenstein, il cinema di Hitchcock e la saga di Guerre stellari, Robin Hood e Dracula. Per quanto i risultati estetici e comici siano abbastanza alterni e si avverta un forte saliscendi creativo – che perde via via di spessore con il passare degli anni: si prenda la forma tutt’altro che curata nel mettere in scena Robin Hood – Un uomo in calzamaglia, distante anni luce dalla filologia che pervade Frankenstein Junior – non si può far finta che non vi sia una forte componente autoriale e poetica alla base delle scelte operate.

All’interno di questo vasto panorama Frankenstein Junior rappresenta la punta di diamante, il risultato più compiuto e stratificato. Duplice è già la fonte che si decide di riscrivere, perché se è vero che da un punto di vista basico Wilder e Brooks si stanno confrontando con un capolavoro letterario, denso di sottotesti politici e filosofici, dall’altro la scelta è quella di ragionare su Frankenstein avendo come punto di riferimento reale il dittico a lui dedicato da James Whale nei primi anni Trenta. Frankenstein e La moglie di Frankenstein, dunque, elevati a livello di un vero canone espressivo. L’horror classico permette a Brooks di lavorare sull’immaginario in una forma mai solo dissacrante. Si veda l’accurata fotografia di Gerald Hirschfeld, che lavora il bianco e nero con un’attenzione ai chiaroscuri che sembra quasi preconizzare gli anni Trenta visti dagli occhi di Steven Spielberg in Schindler’s List, o si ascoltino le note della colonna sonora di John Morris, così puntuali nel contrappuntare la composizione della Hollywood del tempo che fu allo stesso tempo giocando sui ritmi e sulle timbriche dell’Europa dell’est – il film è ambientato in una bizzarra Transilvania, quasi a voler scomporre la geografia orrorifica creando un ibrido tra i due mostri per eccellenza dell’immaginario cinematografico classico, Frankenstein e Dracula: per non lasciare nulla al caso in un dialogo, reso in italiano con “lupo ululì, castello ululà”, si fa riferimento anche al werewolf, l’uomo lupo.

Senza alcun intento di svilire il proprio riferimento culturale, Brooks lavora al contrario per far esplodere il comico come elemento dissacrante dell’ovvio, del precostituito, del generalmente accettato come parte della morale dominante. Tutto ciò che è egemone, culturalmente e politicamente, viene in modo programmatico messo alla berlina, destituito dallo scranno che senza meriti ha occupato. Nella sua ora e tre quarti di durata Frankenstein Junior svela il ridicolo dietro il mito della verginità (“Sempre libera degg’io folleggiare di gioia in gioia”), racconta il potere politico come ben più mostruoso e deforme della Creatura stessa – l’ispettore Kemp –, sghignazza dell’élite borghese di New York e si diverte perfino a smantellare l’incontro della Creatura con l’eremita cieco, qui interpretato da uno spassoso Gene Hackman. Non si tratta solo di quel “ridere per ridere” che sarà il mantra ossessivo della triade Zucker-Abrahams-Zucker, ma della volontà ferrea di non cedere mai alla grassa comodità della morale corrente, al gioco al massacro messo in atto tenendosi ben al sicuro. Brooks rischia, utilizzando il bianco e nero in un’epoca dominata dal colore (farà lo stesso pochi anni dopo con L’ultima follia di Mel Brooks, riappropriandosi del muto e dello slapstick), e dando nuova vita a Hollywood a un “mostro” che era stato abbandonato alle cure esclusive dell’Europa. Rischia, e vince la sfida, ridefinendo i confini del comico e creando un oggetto di culto, da imparare a memoria e recitare collettivamente. Una liturgia.

domenica 14 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 dicembre.

Il 14 dicembre del 1955 l’Italia ha aderito alla Carta delle Nazioni Unite, divenendo membro dell’Organizzazione. 

Ha avuto inizio allora una lunga storia di collaborazione, sostegno e impulso alle attività dell’ONU, che è la logica conseguenza dell’approccio multilateralista che caratterizza la politica estera italiana.

Settanta anni dopo, l’Italia partecipa alle attività delle Nazioni Unite con impegno sempre crescente, contribuendo al perseguimento degli obiettivi della Carta, dal mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, alla promozione e difesa dei diritti umani, allo sviluppo sostenibile.

In questi sette decenni l’Italia ha contribuito con determinazione all’elaborazione delle Risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza che hanno dato vita a grandi innovazioni sul piano delle norme internazionali. Le campagne in favore della moratoria della pena capitale, quelle per promuovere l’uguaglianza di genere e i diritti delle donne e delle bambine (anche attraverso la lotta a pratiche quali le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati), le battaglie contro ogni forma di discriminazione religiosa e in favore della libertà di opinione, sono alcuni dei temi che vedono il nostro Paese in prima fila. 

Grazie anche alla costante opera di mediazione svolta dall’Italia, è stato possibile, con il trascorrere degli anni, attenuare le differenze di posizione tra Paesi, avvicinando le rispettive visioni e consentendo quindi di ampliare il consenso su molti argomenti. 

L’Italia ha altresì condiviso direttamente le responsabilità che derivano dalla sicurezza collettiva, ricoprendo per sette volte il ruolo di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, e partecipando a circa 30 operazioni di pace delle Nazioni Unite. 

Il nostro Paese, che è l'ottavo contributore finanziario delle missioni di pace, detiene  il primato, tra i Paesi occidentali, di fornitore di truppe. In particolare, l’Italia partecipa alla missione UNIFIL, schierata nel Libano del Sud. 

In occasione del sessantesimo Anniversario, il nostro Paese ha presentato  la propria candidatura al Consiglio di Sicurezza ed è stato eletto come membro non permanente del Consiglio per il 2017. In continuità con la sua storia e il suo impegno, l'Italia ha fornito un contributo significativo in questa delicata congiuntura internazionale.  

Dal 1955 ad oggi il mondo ha compiuto progressi straordinari, ma a 70 anni da quella data ed a 80 anni di attività delle Nazioni Unite, occorre guardare al futuro. L’Italia, infatti, appoggia il progetto di riforma dell’Organizzazione promosso dal Segretario Generale Antonio Guterres, incentrato sulla revisione delle operazioni di pace, sulla riorganizzazione delle strutture dedicate al  peacebuilding, sulla riforma del management e del sistema di sviluppo delle Nazioni Unite. Tutto questo in omaggio alla filosofia che valorizza l’efficacia d'un approccio preventivo e multisettoriale alle crisi. L’Italia è altresì impegnata nell’attuazione della nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, che rappresenta un piano ambizioso per eliminare la povertà e promuovere la prosperità economica, lo sviluppo sociale e la protezione dell’ambiente su scala globale. Il nostro contributo alla crescita sostenibile è, inoltre, al centro dell’attività delle tre agenzie del Polo agro-alimentare delle Nazioni Unite di Roma (FAO, IFAD e PAM) ed ha trovato concreta attuazione con l’EXPO2015 (Milano, 1 maggio-31 ottobre 2015), un evento dedicato alla sicurezza alimentare e alla nutrizione con cui l’Italia si è fatta portatrice di una visione che si fonda sul passaggio dal concetto di "assistenza" a quello di una "cooperazione fra pari", basata sulla condivisione delle risorse, delle capacità e delle esperienze di sviluppo.” 


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