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domenica 20 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1946 apre a Parigi il locale "Lido".
D'origine italiana, i fratelli Jean e Joseph Clerico, ripresero nel 1946 "La plage de Paris": un locale situato sugli Champs-Élysées, molto frequentato durante il periodo della Belle époque e la cui decorazione si ispirava a Venezia e alla sua celebre spiaggia del Lido.
I fratelli Clerico trasformarono completamente il locale per farne un cabaret, unico al mondo, la cui inaugurazione avvenne il 20 giugno del 1946 con uno spettacolo intitolato "sans rimes ni raison".
Con la collaborazione di Pierre-Louis Guérine e poi di Renée Fraday e Miss Bluebell (Margaret Kelly), il Lido inventò la formula "cena-spettacolo" che sarà copiata in tutto il mondo.
Tra i tanti personaggi famosi che vi si sono esibiti ricordiamo Stanlio e Olio, le Sorelle Kessler e Shirley MacLaine. Nel 1977, il cabaret, vittima del suo successo, dovette ingrandirsi.
Il prestigioso locale parigino si stabilì, sempre sugli Champs-Élysées, nell'edificio Normandie su una superficie di più di 6 000 m² di superficie.
Una sala panoramica che accoglie circa 1150 posti, é stata realizzata dagli architetti italiani Giorgio Vecchia e Franco Bartoccini.
Il Lido presenta oggi un'immensa sala di 2000 m2 dalla visibilità perfetta e una decorazione sontuosa che sa trasmettere una sensazione di grandiosità ed eleganza.
Uno spettacolo al Lido significa 42 Bluebell Girls e 16 Lido Boys che si muovono sul palcoscenico e nelle quinte, 24 vestiariste che facilitano i 20/30 cambi di costume alcuni dei quali si effettuano in meno di un minuto...
Significa anche 12 sarte che si occupano dei 600 costumi e 30 tecnici che si affaccendano ogni giorno, senza dimenticare la regia che dalla sua cabina sorveglia sia la sala che il palcoscenico per intervenire in qualsiasi momento.

sabato 19 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1996 una terribile alluviole devasta la Versilia e la Garfagnana, provocando 14 morti.
Aveva fatto molto caldo in quell'inizio di giugno 1996, e ancora la sera del 18 giugno 1996 nulla faceva solo lontanamente pensare a quello che sarebbe accaduto il giorno seguente sulle Alpi Apuane. Fu anzi per molti una sorpresa svegliarsi con il brontolio dei tuoni in lontananza in una mattina calda e umida, il 19 giugno.
L'area interessata all'alluvione fu quella del bacino idrografico del fiume Versilia, sul versante occidentale delle Alpi Apuane. La parte montana di tale bacino è costituita dai sottobacini dei torrenti Serra e Vezza, interamente in provincia di Lucca. Presso Seravezza i due torrenti confluiscono in un unico corso d'acqua che prende il nome di fiume Versilia. Esso sfocia in mare presso la località Cinquale, situata tra Forte dei Marmi e Montignoso, in provincia di Massa Carrara. Tra Querceta ed il mare, a valle di Seravezza, il Versilia riceve anche piccoli affluenti dalla provincia di Massa Carrara (Montignoso, Bonazzera e Rio di Strettoia).
La superficie totale del bacino del Versilia e dei sottobacini dei relativi affluenti è di circa 98 chilometri quadrati. L'evento ha interessato anche la parte contigua del bacino del fiume Camaiore, posto a sud e rientrante nel comprensorio del bacino del Serchio. Interessata dall''evento, sul versante orientale delle Alpi Apuane, in Garfagnana, anche l'alta valle del torrente Turrite di Gallicano, affluente di destra del fiume Serchio.
La pioggia intensa ha cominciato a battere sulla zona alle ore 5.00 antimeridiane di mercoledì 19 giugno. Il bollettino meteorologico diffuso il mattino del 18 giugno dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare e valido fino alle ore 7,00 del giorno 19 prevedeva, per la costa Tirrenica, condizioni di cielo generalmente sereno o poco nuvoloso, con possibili addensamenti pomeridiani nelle zone interne. Parimenti il bollettino diffuso il mattino del 19 e valido fino alle ore 7,00 del giorno 20, prevedeva, sempre per la medesima area, cielo poco nuvoloso, indicando la possibilità di precipitazioni temporalesche sulle regioni nord-orientali, con particolare riguardo al settore alpino o prealpino.
L'evento in questione, che ha interessato una superficie estremamente ridotta, è stato causato da una brusca accelerazione dell'attività termoconvettiva, e la sua ridottissima estensione superficiale non ne ha consentito la previsione. Non si è trattato, infatti, di una perturbazione ordinaria, visibile con gli strumenti di controllo satellitare e quindi prevedibile nella sua evoluzione. Il dato fornito dal Servizio Meteorologico dell'Aeronautica Militare, peraltro, è stato confrontato, presso il Dipartimento della Protezione Civile, con le informazioni provenienti dai servizi meteorologici delle Regioni che ne sono dotate. Queste informazioni, va ribadito, non riguardano solo il fattore meteorologico in senso stretto ma, essendo il più delle volte finalizzate alle esigenze dei servizi relativi all'agricoltura, si concentrano sull'elaborazione di una previsione della precipitazione a terra.
Sono disponibili diversi metodi di elaborazione di questi dati, e la consultazione di tutte le fonti conosciute consente alla protezione civile di disporre e confrontare tra loro diverse ipotesi e diverse informazioni per poter poi elaborare una valutazione quanto più approfondita possibile. Questa innovazione è stata introdotta a seguito della disastrosa alluvione del novembre 1994, al fine di poter disporre, per le esigenze della protezione civile, del maggior numero possibile di informazioni provenienti da tutte le fonti scientificamente valide. Questo meccanismo, va evidenziato, ha consentito, nel corso dell'anno appena trascorso, una puntuale previsione dei fenomeni più rilevanti, con la conseguente emanazione di dettagliati avvisi ai quali ha fatto seguito l'attivazione tempestiva del meccanismo preventivo e di quello dei soccorsi.
Il giorno 18 il Servizio Meteorologico della Regione Toscana prevedeva, fino al mattino del 19, cielo poco nuvoloso con possibilità di piogge occasionali di debole intensità. Il Servizio Meteorologico della Regione Emilia Romagna, espressamente incentrato sulla previsione della precipitazione a terra che elabora in apposite cartine, prevedeva nell'area, analogamente, piogge estremamente ridotte nell'arco delle 6 ore (da 5 a 10 millimetri). Il giorno 18, quindi, non sono stati riscontrati elementi che potessero far prevedere il verificarsi dell'evento. L'esame delle immagini trasmesse dal satellite Meteosat, peraltro, confermano che l'addensamento eccezionale e concentrato sul bacino del Versilia è avvenuto repentinamente a partire dalle ore 3 della mattina del 19, degenerando successivamente con una velocità non comune.
Non si è trattato, dunque, di un difetto di questo o quel sistema di previsione, poiché la particolarmente repentina concentrazione delle nubi su un'estensione territoriale estremamente ridotta lo hanno reso - nei fatti ed allo stato attuale delle conoscenze scientifiche in materia - non prevedibile. Non da un solo servizio, ma da tutti quelli consultati dalla protezione civile, il 18 giugno (come tutti i giorni dell'anno). La consultazione va ribadito, riguarda i servizi regionali qualificati in materia.
La non previsione dell'evento non aveva suggerito alcun tipo di allerta preventivo, ma la macchina dei soccorsi si mise ugualmente in moto con buona tempestività.
Già intorno alle 8 erano state segnalate le prime frane nei comuni di Stazzema (in particolare intorno a Pomezzana) e Camaiore, con relativi interventi dei Vigili del Fuoco, ma la situazione globale era sotto controllo, malgrado il notevole innalzamento del livello della Fossa dell'Abate, che divide Viareggio da Lido di Camaiore, indicasse anche a chi era sulla costa l'intensità delle precipitazioni cadute nell'interno.
Alle 11.25 la Prefettura di Massa Carrara informò che era in corso una riunione operativa presso il Comune di Montignoso, con Vigili del Fuoco, Polizia e Genio Civile, per elaborare misure atte a fronteggiare le eventuali situazioni di rischio nella zona della foce, connesse con l'arrivo dell'onda di piena del fiume Versilia. Alle 11.30 la Prefettura di Lucca confermava la situazione di massima allerta. Erano segnalati allagamenti nel comune di Camaiore e frane che avevano isolato alcune frazioni del comune di Stazzema. Già si parlava di dispersi, a causa del crollo di alcuni edifici, travolti dalle acque o coinvolti in cedimenti del terreno.
Alle 11.30 il fiume Versilia non risultava ancora interessato dall'onda di piena (il dato dell'idrometro di Ponte di Tavole alle ore 11.00 segnalava un modestissimo innalzamento). In zona aveva piovuto poco, il cumulato del telepluviometro di Ponte di Tavole fu di soli 21 millimetri nelle 13 ore dell'evento. La riunione di Montignoso si chiuse comunque con la decisione di effettuare un monitoraggio accurato del fiume, con particolare attenzione ai ponti per evitare la loro ostruzione.
Tra le 11 e le 12 si registrò un arresto delle precipitazioni, ma la pioggia riprese intensa dopo le 12. Alle 12.30 l'idrometro di Ponte di Tavole segnalava 2,74 metri (il livello normale è tra 50 e 90 centimetri), quello di Seravezza 2,09 metri (livello normale tra 30 e 40 centimetri).
Alle 13.00 la Prefettura di Massa Carrara informò di piccole tracimazioni del fiume in zone non abitate (a parte una costruzione) e comunicò di aver disposto l'evacuazione solo delle abitazioni ad un piano prossime al fiume. La Prefettura comunicò pure che il dato dell'idrometro di Seravezza era in calo.
Alle 13.50 l'Ufficio Idrografico e Mareografico di Pisa informò che i livelli erano in calo sia a monte che a valle e che se non ricominciava a piovere non avrebbero dovuto verificarsi gravi rischi. Ma le bombe d'acqua, tronchi e sassi si erano accumulate (anche se la macchina dei soccorsi non lo sapeva) nei bacini effimeri creati dalla frane nei canali Deglio, Versiglia e Capriola e a quell'ora erano già "esplose" su Cardoso.
Diversi abitanti che lavoravano a valle ma avevano loro cari a Cardoso ebbero notizie intorno alle 13 dell'eccezionale precipitazione in atto e dei boati che venivano dalla montagna, dove si susseguivano le frane. Alcuni decisero di abbandonare le loro attività per risalire verso il paese ma non vi riuscirono, perdendo poi anche il contatto con le loro famiglie, vuoi per le linee telefoniche "saltate", vuoi, purtroppo, perché le loro case nel frattempo erano state raggiunte dall'onda di piena. La tragica realtà di Cardoso apparve in tutta la sua gravità solo molte ore dopo che la tragedia era avvenuta.
Alle ore 14 il sottosegretario alla Protezione Civile, professor Franco Barberi, dopo essere stato informato del dato eccezionale del telepluviometro di Pomezzana (440 millimetri dalle 4 del mattino alle 12.15 con una punta di 157 millimetri in un'ora), allertò il Prefetto di Lucca e contattò il Segretario Generale dell'Autorità di Bacino del Serchio, disponendo che eseguissero insieme un sorvolo in elicottero sul bacino. Nonostante le condizioni meteorologiche sfavorevoli il sorvolo venne effettuato con un elicottero dei Carabinieri e si ebbe il primo riscontro della gravità degli eventi in Versilia.
Da diverse ore erano già all'opera squadre dei Vigili del Fuoco, confluite anche da altre province, della Polizia e dei Carabinieri.
Alle 15.30 Barberi informò la I Commissione del Senato che era in corso una grave emergenza nella provincia di Lucca. Alle 15.39 il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri informò che le frazioni montane di Stazzema erano isolate e raggiungibili solo con mezzi speciali. Appresa la notizia venne disposto l'allertamento dello Stato Maggiore della Difesa per eventuali concorsi su richiesta delle prefetture di Lucca e Massa Carrara.
Alle 16.01 venne segnalata dai Carabinieri e dalle Ferrovie dello Stato l'interruzione della statale 1 Aurelia e della linea ferroviaria Pisa-Genova, per l'esondazione del fiume Versilia. Quando a Viareggio giunse notizia di questi eventi, la prima reazione, vista la quasi assenza di precipitazioni presso la costa, fu di generale incredulità. Quel nero costantemente presente verso i monti faceva capire che in alta Versilia pioveva, ma nessuno poteva immaginare l'entità delle precipitazioni in atto.
Alle 16.35 la Prefettura di Lucca informò che nella frazione Fornovolasco, comune di Vergemoli, era esondata la Turrite, causando gravissimi danni nell'abitato e la morte di una persona.
Nel frattempo, verso le 15, il Dipartimento della Protezione Civile aveva disposto l'invio in elicottero nelle zone colpite di un nucleo di tecnici specializzati nella gestione delle emergenze per assolvere le funzioni di ufficiali di collegamento con le aree danneggiate, chiedendo al Presidente del Comitato Nazionale per il Volontariato di disporre l'immediato invio in zona di gruppi specializzati. Venne convocato, presso il Dipartimento della Protezione Civile, il comitato operativo della Protezione Civile che da quel momento operò in seduta permanente. Erano presenti in esso rappresentanti del Ministero dell'interno, dei Vigili del Fuoco, delle Forze Armate, del servizio Idrografico e Mareografico Nazionale, di Enel, Anas e Telecom.
Il Comitato, presieduto da Barberi, si tenne, quella sera e poi per tutti i giorni dell'emergenza, in continuo contatto anche con la Prefettura di Lucca, dove era attivo il Centro Coordinamento Soccorsi provinciale, e con il Comune di Seravezza, dove fu costituito, in località Marzocchino, un Centro Operativo Misto (COM) sotto la responsabilità del Sindaco di Seravezza, Lorenzo Alessandrini. Un secondo COM, per la Garfagnana, operò a Gallicano.
La mattina del giorno 20 risultavano isolate le seguenti località: Fornovolasco, Cardoso, Pruno, Volegno, Pomezzana, Ponte Stazzemese, Levigliani, Gallena, Palagnana, Mulina di Stazzema, Ruosina, Cerreta S. Antonio. L'onda di piena fuoriuscita dalla rottura dell'argine aveva allagato, con gravi danni, molte aree nei comuni di Pietrasanta e Forte dei Marmi. Venivano segnalate le prime persone disperse. La tragedia era ormai compiuta, anche se non era ancora chiara nella sua entità.
Alla fine, 14 persone perirono nell'alluvione.


venerdì 18 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1836 il Generale Alessandro La Marmora istituisce il corpo dei Bersaglieri.
Quando, nel 1786, il trentaduenne capitano Celestino Ferrero, marchese della Marmora, sposa la sedicenne marchesa Raffaella Argentero di Bersezio, di certo non immagina che da tale unione nasceranno ben 16 figli; e ancor meno immagina che ben quattro di essi conseguiranno il grado di generale delle forze armate e che scolpiranno indelebilmente il nome della famiglia nella storia patria: Carlo Emanuele, nato nel 1788, che sarà aiutante di campo di Carlo Alberto; Alberto, nato nel 1789, che sarà comandante della Sardegna e poi senatore; Alfonso, nato nel 1804, che sarà governatore di Napoli e di Milano, oltre che capo del Governo ed Alessandro, nato nel 1799, che ha rappresentato una combinazione ottimale tra passione scientifica ed arte militare, con i risultati che vedremo.
Egli trova che, dopo l’esperienza napoleonica, l’esercito piemontese sia infiacchito, più dedito alla cura dell’esteriorità che alla preparazione militare, mentre avverte l’esigenza di una fanteria leggera composta da reparti addestrati in modo da muoversi con agilità e in ordine sparso lungo i montuosi ed ostici confini del regno; occorrono, insomma, soldati allenati a muoversi sempre e solo al passo di corsa.
Mentre studia il modo migliore per ottenere reparti leggeri e veloci, avvezzi dunque a celeri spostamenti e composti da tiratori scelti, pensa anche ad un fucile che risponda a requisiti di maneggevolezza, leggerezza, versatilità e precisione, mettendo a punto egli stesso, in officine improvvisate, pezzi e prototipi.
Finalmente, nel 1835, il capitano La Marmora predispone e presenta al re Carlo Alberto il frutto dei suoi studi, sotto forma di «Proposizione per la formazione di una compagnia di Bersaglieri e modello di uno schioppo per suo uso». Confortato dal parere del ministero preposto, il quale ha prodotto una relazione nella quale evidenzia l’opportunità della istituzione di un corpo di bersaglieri con il compito di “compiere guerra minuta, avanguardia o esplorazione, fiancheggiamento, infestare le comunicazioni e i convogli nemici, andare per siti montuosi alla scoperta di facili piste anche sul confine”, il 18 giugno 1836 il re istituisce formalmente il Corpo dei Bersaglieri, ponendone al comando il maggiore dei granatieri Alessandro La Marmora che, qualche anno dopo, promuoverà a luogotenente colonnello in un crescendo che lo porterà fino al grado di generale.
Il nuovo Corpo, che inizialmente si compone di uno stato maggiore e due compagnie, nel 1839 è costituito da un intero battaglione. Negli anni 1848-49 i battaglioni diventano prima due, poi cinque e poi otto. Nel 1850 sono nove, nel 1852 dodici, poi 16, fino alla sua massima formazione, cioè 27 battaglioni negli anni 1859-60.
Il primo impiego in combattimento avviene l’8 aprile del 1848, a Goito, e già in questa occasione il comandante La Marmora dà dimostrazione dell’audacia dei suoi bersaglieri che riescono ad aver ragione del nemico. Lo stesso La Marmora rimane seriamente ferito ad una mandibola, ma il sacrificio è poca cosa rispetto alla grande soddisfazione ricevuta dai suoi uomini: da quel momento i bersaglieri diverranno parte caratterizzante dell’esercito piemontese e, successivamente, di quello italiano.
La guerra di Crimea offre nuovamente ai bersaglieri occasione di porsi in evidenza: la partecipazione del Piemonte alle ostilità, al fianco di Francia e Regno Unito, contro la Russia, vede l’impiego di un Corpo di Spedizione al comando del generale Alfonso La Marmora il quale, a sua volta, offre il comando della 2^ Divisione, comprendente 5 battaglioni di bersaglieri, al fratello Alessandro il quale si imbarca con i suoi uomini il 5 maggio 1855.
Qualche mese dopo scoppia fra le truppe un’epidemia di colera: se a fine conflitto le perdite sul campo ammonteranno a 26 soldati e 13 ufficiali, quelle causate dalla malattia saranno di 1288 soldati e 54 ufficiali tra i quali, purtroppo, si annovera anche il generale Alessandro La Marmora che si spegne nella notte fra il 6 ed il 7 giugno 1855. Ma il Corpo da lui creato è ormai in grado di camminare con le proprie gambe ed anche in questo caso, infatti, sa distinguersi dando un prezioso contributo per il conseguimento della vittoria nella battaglia della Cernaia, il successivo 16 agosto.
Toccante rimane il ricordo del giovane tenente dei bersaglieri Carlo Prevignano il quale, colpito a morte, trova la forza di urlare ai suoi compagni parole di esortazione ed incoraggiamento a non mollare. Seguiranno poi le battaglie della seconda guerra di indipendenza italiana, da quella di Palestro e del Vinzaglio del 30 e 31 maggio 1859, di Magenta del 4 giugno fino a quella conclusiva di S. Martino, il 24 giugno 1859.
Dopo mezzo secolo i bersaglieri sono nuovamente impiegati nel conflitto in Libia, nel 1911-12 e, subito dopo, nel primo conflitto mondiale (Monfalcone, Bainsizza, Iamiano, Piave, Vittorio Veneto), nell’ambito del quale hanno scritto pagine indelebili di eroismo e di gloria. Nella seconda guerra mondiale vengono impiegati ben 12 reggimenti di bersaglieri che combattono su tutti i fronti. Prendono parte, infine, alla guerra di liberazione con il 29°, 32° e 51° battaglione.
Sempre ed ovunque si sono distinti per audacia e valore, anche se “i bersaglieri di La Marmora”, come vennero detti alla nascita del corpo, rimangono il simbolo dell’epopea risorgimentale. Però ancora oggi, con tutte le riserve che le coscienze hanno maturato nei confronti delle armi e della guerra, quando in una parata si approssimano quei soldati che avanzano correndo con le piume dei loro cappelli al vento, con alla testa una dozzina di trombettieri che, nonostante la corsa, riescono a dare fiato ai loro strumenti, è difficile non farsi cogliere da un brivido di commozione. “Vanno rapidi e leggeri quando sfilano in drappello, quando il vento sul cappello fa le piume svolazzar” (dalla canzone “Flik Flok”).
Oggi i bersaglieri sono nella fanteria meccanizzata e vengono impiegati in supporto alle unità corazzate.

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