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sabato 18 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 luglio.
Il 18 luglio 1925 Hitler pubblica la prima edizione del suo "Mein Kamft".
Il libro del folle dittatore nazista raccoglie, accanto alla sua autobiografia, il pensiero e il programma politico del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito Nazista. Il Mein Kampf fu definito il catechismo della Gioventù hitleriana che, fondata nel 1926, raccoglieva bambini a partire dai dieci anni per istruirli e addestrarli militarmente al servizio nelle forze armate tedesche.
Il primo volume del libro, intitolato Eine Abrechnung (“Una resa dei conti”) fu pubblicato il 18 luglio 1925; il secondo, Die nationalsozialistische Bewegung (“Il movimento nazional-socialista”), nel 1926. Il titolo originale scelto da Hitler era “Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia”. Durante i dodici anni del regime si stima ne siano state vendute oltre dieci milioni di copie. Al termine della guerra, milioni di esemplari del Mein Kampf furono distrutti insieme ai molti altri simboli del nazismo. In Germania la stampa del libro è rimasta proibita fino al 2016.
Hitler, in una prosa che passa dal pedante alla chiarezza cristallina, parla della fine della prima guerra mondiale, della sconfitta della Germania e del trattato di Versailes.
La lettura è difficoltosa perché noiosa, lenta ed egli continua ad insistere su come sia stato vessato il popolo tedesco e su come debba vendicarsi dei torti subiti.
Sorprende per il marketing. Nei primi anni del ’900, Hitler afferma che è inutile scrivere sui quotidiani di partito perché i loro membri  sono già convinti e quindi insiste perché si usino i volantini, la radio ed il cinema per ampliare la base di elettori, con immagini e concetti semplici ed efficaci.
Sul Razzismo, Hitler è sorprendentemente ignorante. Lui è innanzitutto anticomunista, e definisce i bolscevichi il male assoluto. Quindi compie una associazione mentale ardita: Marx ha inventato il Comunismo, Marx era ebreo, quindi io odio gli Ebrei perché sono responsabili del Comunismo e con il Comunismo cercano di conquistare il mondo.
La delirante idea della lobby mondiale ebraica che vuole dominare il mondo, a cui qualcuno ancora crede, nasce da questo assurdo collegamento logico di Hitler nel Mein Kampf.
Nel trattato l'autore disprezza neri, zingari e sostanzialmente chiunque non tanto per la razza ma perché vengono a togliere lavoro ai tedeschi, vengono a cambiare le tradizioni e quindi se ne dovrebbero restare a casa loro.
La Soluzione Finale, di cui non c’è traccia nel libro, è la conseguenza pratica di questa idea nella quale un’orda di esseri umani parassiti si avventa sul popolo tedesco.
Hitler poi parla di politica, e la sua visione è molto semplice. I politici sono tutti uguali e tutti rubano, quindi bisogna sterminarli ed avere una guida forte per fare ripulisti della corruzione.
Il libro è corto ma pesante da leggere. A volte il Fuhrer è involontariamente comico; quello che emerge è una persona con tanta voglia di vendetta verso chi ritiene abbia oppresso la sua nazione (Francia ed Inghilterra) e verso chi ritiene rubi le risorse (politici e non, tedeschi). Hitler aveva una straordinaria intelligenza, dal libro è evidente, ed è evidente che se gli statisti dell’epoca si fossero letti la sua opera avrebbero capito che, con tutto l'odio che provava la guerra era inevitabile.
Hitler è stato un pericolo per il mondo non per la sua pazzia, ma perché era un fanatico, paragonabile ai fondamentalisti islamici che fanno gli attentati suicidi; non era possibile negoziare con lui, la guerra era inevitabile come i forni e tutte le atrocità, la cosa che colpisce del libro è che Hitler si sente nel giusto, e probabilmente per questo motivo è morto con la coscienza a posto.


venerdì 17 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, avvenne la cosiddetta "strage dei Romanov".
All'inizio del Ventesimo secolo la Russia aveva una composizione sociale molto diversa da quella dei paesi industrializzati in Europa. La popolazione agricola costituiva la grande massa umana, almeno tre quarti del totale, ed appariva del tutto lontana dal godere di qualunque forma di benessere. La povertà era dilagante e i contadini vivevano nella frustrazione di non poter acquistare i terreni che lavoravano poiché i prezzi erano in continua ascesa.
Inoltre il fisco imponeva loro di pagare imposte mediamente dieci volte più alte dei membri della nobiltà. Il sistema di produzione era arcaico e non erano previsti incentivi statali per migliorarlo. Nella società contadina il germe dell'insoddisfazione e della acuta sfiducia verso il governo aveva attecchito profondamente.
Oltre ai contadini, si era formato un consistente proletariato industriale in seguito all'industrializzazione degli ultimi decenni del XIX secolo, il quale, distaccatosi dai piccoli villaggi, ora affollava le periferie delle grandi città. Le condizioni di lavoro e di vita nelle periferie erano massacranti, all'interno delle fabbriche gli operai subivano spesso soprusi, erano sfruttati e malpagati. Proprio da questi presupposti i proletari incominciarono ad organizzarsi in sindacati, dichiarati illegali e fortemente ostacolati dal governo di Nicola II, e diedero vita ai primi scioperi, il più importante dei quali culminò nella rivoluzione del 1905 e nella formazione del primo Soviet di Pietroburgo.
C'era anche una classe media che tuttavia era molto debole sia per consistenza numerica sia per peso politico. La borghesia industriale e commerciale aveva scarsissima autorevolezza, mentre invece tra i professionisti, grazie all'ottenuto riconoscimento di alcuni diritti politici, c'era un gran fermento liberale.
Naturalmente l'unico gruppo i cui interessi erano largamente favoriti dal governo, era l'aristocrazia, che costituiva la percentuale più bassa della popolazione dell'impero zarista.
Nicola II si mostrò incapace di analizzare e fronteggiare i bisogni della collettività e guardava con orrore verso ogni sovvertimento dell'assetto statale. Era stato educato al più totale rispetto della disciplina e dell'ordine, della integrità fisica e morale. Questa formazione, unita al carattere sommesso e mansueto di Nicola, aveva generato una personalità del tutto inadatta al governo della Russia in quella fase storica.
Per dirla con Steinberg, la Russia all'alba del XX secolo non conosceva parola che avesse maggior valenza magica di "rivoluzione". I russi sentivano di aver bisogno di un'inversione radicale dello status quo ed erano ormai già sulla strada del cambiamento. Nicola era sordo a questi richiami. Dedicava il suo tempo alla cura del corpo, all'esercizio fisico, trascorreva le sue giornate con la famiglia, trascurando gli affari di stato se non per occuparsi delle parate militari che tanto gli erano care e che lo proiettavano in quel mondo in cui era cresciuto, dove si sentiva al sicuro, oppure di lanciarsi in disastrose campagne belliche, come la guerra contro il Giappone. Ambiva a vivere una vita tranquilla e armoniosa in famiglia, lontano dalla mondanità alla quale era costretto.
Alla fatale debolezza del sovrano si aggiungeva l'influenza che la moglie esercitava su di lui. La zarina aveva una mentalità bigotta e retrograda che poggiava su un carattere irritabile, pessimista e tendente alla depressione.
Si prodigava in opere filantropiche, spesso si recava negli ospedali per curare i malati ed infatti molte fotografie la ritraggono con la divisa da infermiera, ma tale fervore caritatevole deve essere attribuito ad uno sfrenato fanatismo religioso e reazionario. Con queste premesse la zarina, che possedeva un temperamento più autoritario del marito, impose la sua linea conduttrice al governo, sostituendosi spesso al consorte in ciò che considerava a tutti gli effetti una missione: la guida della Russia.
Un'esaltazione mistica che spesso sfiorò il delirio, considerando che Alessandra Fëdorovna aveva eletto a consigliere privilegiato, una figura assurda come Rasputin.
Il monaco Grigorj Rasputin, ambiguo personaggio proveniente da un piccolo villaggio, esercitava un carisma oscuro, personale e politico, su Alessandra che vi si era affidata inizialmente per le cure del giovane zarevic. Lo zarevic Aleksej, ultimo figlio dello Zar e unico maschio, concepito dopo quattro figlie femmine e lunghe attese per poter assicurare un erede, era affetto da emofilia, una malattia del sangue che gli procurava dolorose emorragie interne in seguito ad urti o cadute anche di scarsa entità. La preoccupazione dei genitori e delle sorelle verso questo bambino così fragile, aveva reso la famiglia esposta agli influssi di Rasputin che li confortava e li sollevava, dandogli false speranze di guarigione ed esortandoli a confidare in lui. Inoltre spronava Alessandra a mantenere posizioni politiche anacronistiche, e ciò accentuò ulteriormente la frattura tra i Romanov e i loro sudditi, tra i valori di corte e la necessità di un ragionevole cambiamento.
Chiaramente i vantaggi che Rasputin ne traeva erano notevoli e i privilegi di cui godeva a corte erano guardati con invidia dalla maggioranza dell'entourage imperiale. Fu così che nel dicembre del 1916 venne ordito un complotto ai suoi danni che si concluse con la sua uccisione.
Agli inizi del 1917 comunque gli animi russi erano ormai esacerbati. La partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale aveva generato un'insanabile frattura tra l'autorità e la gente; la guerra stava stremando il popolo e aveva provocato la perdita di almeno 1.650.000 uomini. Il proletariato acquistò coscienza di sé aprendosi alla solidarietà di classe e organizzò un movimento rivoluzionario fondato sui dogmi del socialismo.
Con tali premesse la rivoluzione scoppiò l'8 marzo del 1917 a Pietrogrado, si formò un governo provvisorio che vedeva L'vov presidente del consiglio dei ministri e Kerenskij ministro della giustizia. Nicola tentò in un primo momento di agire con la repressione ma la rivoluzione si era già diffusa in Russia, cosicché decise di abdicare in favore del fratello Mikhail, il quale il giorno seguente, il 16 marzo, rinunciò al trono ponendo fine al dominio dei Romanov in Russia dopo oltre trecento anni. Nicola II e la sua famiglia furono fatti prigionieri del Soviet e trascorsero i mesi successivi in residenze coatte site in diverse città della Russia, alle quali venivano di volta in volta trasferiti, tuttavia sempre in modo relativamente confortevole.
Il governo bolscevico dovette però affrontare un crescente malcontento popolare, dovuto principalmente al fatto che le speranze di un cambiamento sociale si andavano via via affievolendo, una volta che appariva sempre più evidente che in fin dei conti si era sostituita una tirannia con un'altra. Le spinte reazionarie e di ripristino della monarchia stavano crescendo, e fu dunque deciso che lo Zar e il suo entourage andava eliminato.
Jakov Michajlovič Jurovskij fu incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell'esecuzione e del successivo occultamento dell'eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l'avevano seguita, in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della Casa a destinazione speciale, ossia della Casa Ipatiev, ove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia, e nelle loro ultime settimane di vita gestì i ritmi della casa.
A mezzanotte, Jurovskij svegliò i Romanov e ordinò loro di prepararsi per una partenza; spiegò che, in concomitanza dell'arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa, e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz'ora più tardi Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, il medico dott. Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej, e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e Jurovskij li invitò ad entrare nella stanza del pianterreno.
Lì, mentre i prigionieri lo guardavano ansiosamente, Jurovskij lesse la loro condanna a morte: «Considerato il fatto che i vostri parenti continuano l'offensiva contro la Russia Sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarvi ». Si iniziò a sparare. Dopo venti minuti di fuoco incessante alcune delle vittime erano ancora assurdamente vive. Le guardie erano sgomente, non riuscivano ad uccidere Aleksej che strisciava sul pavimento insanguinato, tre granduchesse si muovevano percettibilmente, i soldati le trafissero con le baionette ma non riuscivano a farle morire. Più tardi si scoprirà che i loro corsetti erano imbottiti di pietre preziose che le ragazze vi avevano cucito all'interno per non farsele sottrarre dalle guardie. Dunque le pallottole incontravano resistenza nel trapassare i corpi. Tutto il plotone di esecuzione aveva assistito incredulo alla inaspettata difficoltà nell'uccidere persone inermi. Gli uomini erano in uno stato confusionale. Le circostanze apparivano misteriosissime, inverosimili, pregne di infausti presagi e le guardie erano sconvolte. La portata emotiva dell'eccidio li aveva davvero colpiti.
Solo alle tre del mattino, assicuratisi della morte di tutti i prigionieri, gli uomini deposero i cadaveri su un furgone Fiat e partirono alla volta della foresta dei Koptjaki a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Costretto ad agire in fretta e senza ordini precisi, Jurovskij pensò di disfarsi dei corpi gettandoli nella vecchia miniera ma prima li cosparse di acido solforico per renderli irriconoscibili e per evitare le esalazioni delle salme. Poi, una volta sepolti i cadaveri, gli uomini di Jurovskij fecero esplodere qualche granata per colmare la buca che fu infine ricoperta di travi e fango. I cadaveri vennero danneggiati al punto di compromettere ogni futura analisi per la loro identificazione.
Tuttavia la morte dei Romanov, anche se portata a termine con la massima segretezza, aveva generato voci che si stavano diffondendo a Ekaterinburg e che tormentavano Jurovskij; ecco perché fu stabilito di cambiare il luogo della sepoltura e di dar fuoco a due dei cadaveri. Ma perché mai Jurovskij ordinò di bruciare quei corpi? Un fitto mistero avvolge i fatti di quella notte e molte domande rimangono insolute. Una di queste è direttamente collegata ad un'avvincente caso che ebbe luogo in Europa qualche tempo dopo. Accadde che il 17 febbraio del 1920, diciannove mesi dopo il massacro di Ekaterinburg, una giovane donna saltò da un ponte, nel canale di Landwehr a Berlino. Salvata miracolosamente e portata in ospedale, la Fräulein Unbekannt, la signorina sconosciuta, dichiarò di essere la Granduchessa Anastasia Romanov.
La storia di questa donna, che successivamente prese il nome di Anna Anderson, ritrae uno degli episodi più seducenti del mistero legato ai Romanov e ha lasciato il mondo sospeso nel dubbio. Solo molti anni dopo, attraverso la comparazione del suo DNA con quello del Granduca di Edimburgo, discendente dei Romanov da parte di madre, si accertò che Anna Anderson non apparteneva alla famiglia uccisa a Ekaterinburg.

giovedì 16 luglio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1951 viene pubblicato "Il giovane Holden", di J. D. Salinger.
Il giovane Holden tratta la storia di un ragazzo sedicenne molto sensibile e irrequieto descritto dall’autore soprattutto nei suoi stati d’animo e nei suoi sentimenti, tralasciando in parte il suo aspetto fisico solamente accennato. È un ragazzo poco robusto, abbastanza alto, con capelli corti ed in certi punti addirittura bianchi, ed è piuttosto debole per via della sua magrezza.
Ha un carattere molto complicato: è bugiardo, insofferente alle ipocrisie, ribelle e anticonformista e afferma più volte di essere un codardo e di non sopportare gli snob e i ricconi.
È figlio di una benestante famiglia di New York. Frequenta con scarsi risultati un college in Pennsylvania al quale i suoi genitori lo hanno iscritto dopo alcuni insuccessi maturati in altre scuole del paese, infatti lui non ama studiare. Ha il vizio di fumare, di bere ed è comunque un ragazzo come tanti altri che attraversa il periodo dell’adolescenza.
Tutti sono preoccupati della sua situazione ma lui sembra non pensarci affatto; ama molto leggere i libri e stare in compagnia di determinati amici che cambiano a seconda del suo stato d’animo. La persona con cui sta più volentieri è la sorella.
Un’altra cosa che fa volentieri è viaggiare in treno, preferibilmente di notte. Si diverte a fare lo "scemo" affermando di farlo per non annoiarsi.
Questo racconto dimostra come l'adolescenza sia un periodo difficile per ogni giovane che chiede attenzione, comprensione e lealtà soprattutto dalla famiglia; solidarietà, il bisogno di sentirsi qualcuno al proprio fianco e di cui fidarsi (il protagonista riesce in questo con la giovane sorella) e il desiderio di libertà.
Holden è molto attaccato alla sua famiglia, soprattutto al fratello maggiore che è uno sceneggiatore di successo a Hollywood, alla sorella di nome Phoebe, che lui consulta molto spesso nei momenti più difficili, e infine a un fratello più piccolo, di pochi anni, venuto a mancare per leucemia.
I fatti si sviluppano nell'arco di un solo week-end, iniziando il sabato prima della vigilia di Natale.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale Holden viene espulso dal college per scarso rendimento e decide di abbandonare anzitempo l’istituto che frequenta. All'insaputa degli insegnanti e degli stessi genitori, che ignorano ancora il provvedimento disciplinare al quale è stato sottoposto, Holden si reca nella sua città con l’intento di trascorrere cinque giorni in assoluta autonomia e indipendenza. In questi giorni avrà nuove e molte esperienze, tra cui un incontro con una prostituta e una sua vecchia amica. In questi giorni passerà la notte in una camera a buon mercato di uno scadente albergo del centro. Inizia a nascere in lui il desiderio di abbandonare tutto e andare a vivere a ovest e ricominciare una nuova vita spensierata e senza preoccupazioni. Il tutto si concluderà il lunedì mattina successivo quando il ragazzo si reca allo zoo con sua sorella. Sarà proprio il richiamo affettivo rappresentato dalla fidata sorella che porterà il nostro giovane protagonista ad accettare di sottoporsi a un breve periodo di cura in una struttura psichiatrica.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. È più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai pluridecennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all'edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all'opera. É terribile».
«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. È, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettante parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell'ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall'arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt'a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall'altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all'altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Salinger è un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all'invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.

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