Buongiorno, oggi è il 22 maggio.
Il 22 maggio 1156 il condottiero curdo Saladino sopravvisse a un tentativo di omicidio da parte di una setta di sicari inviati da arabi e turchi che non volevano che salisse al potere. Questa setta era chiamata setta degli Hashshashin (da cui il termine moderno "assassini").
Il Saladino nacque a Balbeek, oggi splendido sito archeologico del Libano, nel 1138, da Ayyub, il governatore di origine curda della città (ma altre fonti spostano il luogo natale del Saladino a Tikrit, la città di Saddam Hussein). Il vero nome del Saladino era al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, "il Vittorioso Sovrano, Integrità della Fede, Yusuf figlio di Ayyub". Noi occidentali avremmo preso a prestito solo una parte del nome, Salah ad-Din, "Integrità della Fede", ma per la cerchia di persone a lui più vicine era semplicemente Yusuf ibn Ayyub, e cioè "Giuseppe figlio di Giacobbe". A Balbeek ricevette un rigoroso insegnamento religioso in una scuola di sufi, una sorta di ordine "monastico" dalle spiccate caratteristiche mistiche e ascetiche.
Primo di sei fratelli, fu poi indirizzato alla carriera amministrativa e militare. In gioventù fu messo a servizio del sultano Norandino (o Nur ad-Din), il quale lo compensò facendone il suo amministratore di fiducia. Nel 1156 assunse la carica di rappresentante del governatore militare di Damasco, si trasferì quindi al seguito del sultano ad Aleppo e poi rientrò ancora a Damasco.
Fisicamente non era particolarmente prestante. Corporatura longilinea, statura nella media, pelle olivastra e occhi scuri, la barba tagliata corta, come in uso tra i curdi. Era appassionato di caccia al falcone e del gioco degli scacchi.
Ma furono la sua spiccata religiosità e la formazione mistica ricevuta a Balbeek a segnarne il carattere in modo indelebile.
Si trattava di una religiosità che attingeva direttamente al Profeta, in una sorta di unione mistica fortemente individualistica. E proprio attorno alla metà del XII secolo andava sempre più diffondendosi nelle terre dell'Islam la figura del sufi (letteralmente "portatore di lana", cioè che indossa un saio di povertà estrema), una sorta di "cavaliere errante" dello spirito, maestro di meditazione e cercatore di Verità, una persona insomma per la quale quel che è decisivo è l'essere, non l'agire. Molto si potrebbe ancora dire sulla mistica dei sufi, ma ciò che qui ci preme è spiegare il ruolo che quel pensiero ebbe nel forgiare il carattere del Saladino, che era sì guerriero ma sognante, tollerante, sensibile, quasi delicato e tutto sommato, poco "macho".
Nel 1164 Saladino partecipò insieme allo zio Shirkuh, e per conto di Norandino, alla conquista dell'Egitto, un califfato fatimide ribelle percorso da fazioni che per contendersi il potere si appoggiavano al regno crociato di Gerusalemme. Dopo alcuni anni di aspre battaglie gli eserciti di Norandino ebbero la meglio sul califfato e sui crociati loro alleati. Saladino ebbe modo di mettersi in vista durante quelle tenzoni, soprattutto in occasione dell'assedio di Alessandria. E dopo questi successi era pronto ad assumere incarichi di maggiore responsabilità. Che arrivarono nel 1169, con la nomina a vizir in Egitto.
Pare che nella scelta abbiano giocato a suo favore la notevole abilità politica e l'ottima dimestichezza con la gestione del potere. Assai meno le sue capacità strategiche, invero piuttosto scarse sul piano militare (ma in battaglia era un leone!). Nemmeno l'ambizione era il suo forte, tant'è che rispettò sempre le gerarchie e la figura del sultano Norandino, al quale si sottomise anche nei momenti in cui tra loro non correva buon sangue (sembra che Norandino non tollerasse la sua scarsa determinazione nel portare avanti la jihad contro gli europei).
Alla morte di Norandino, nel 1174, i possedimenti si smembrarono e per il Saladino fu difficile proporsi come naturale erede. Arabi e turchi non volevano accettare la sovranità di un curdo. Cercarono anche di farlo uccidere a tradimento da un discepolo della setta degli Assassini. Tutto inutile. Nel 1175, tra non poche difficoltà e l'ostilità di una parte del mondo arabo, il Saladino venne proclamato sultano, signore d'Egitto, Yemen e Siria. E una volta assunta la carica, tutto il mondo musulmano dimenticò i contrasti passati per farne una leggenda vivente. Unificatore delle forze musulmane, restauratore dell'ortodossia sunnita, signore del mondo arabo di tutta l'Asia anteriore, il suo impero si stava ormai chiudendo sul piccolo regno di Gerusalemme. Il mondo dei signori cristiani insediati in medio oriente dopo la prima crociata era quanto mai variegato.
Le entità statali create lungo la costa che da Antiochia arriva fino a Gaza (il principato di Antiochia, la contea di Tripoli, il regno di Gerusalemme) erano spesso in conflitto tra loro e per contrastare le mire dei principati vicini non esitavano di volta in volta ad allearsi con le potenze musulmane lungo i confini. Nel corso degli anni si era sviluppato anche un modo di vivere all'orientale, nel senso che principi e nobili cristiani avevano assunto modi di vita locali e spesso sposato dame della vicina Armenia. I nuovi crociati che arrivavano dal vecchio continente ne rimanevano sorpresi, al punto che per i franchi nati in Siria veniva usato il termine poulains, cioè "bastardi".
Nella seconda metà del XII secolo il regno di Gerusalemme era ormai ridotto al rango di una colonia decaduta, contesa attraverso matrimoni d'interesse, lotte per la successione al trono, consorterie che tramavano a favore dell'un principe o dell'altro, spesso replicando in sedicesimo le contemporanee rivalità vissute in Europa tra francesi e inglesi.
Rinaldo di Châtillon, signore di Transgiordania, fu la pietra dello scandalo. O meglio fu lui a far degenerare definitivamente la situazione di compromesso e di precario equilibrio politico che si era stabilita tra europei e arabi dopo la seconda crociata. Rinaldo era uno dei tanti nobili spiantati, avventurieri e bellimbusti in cerca di fortuna, giunti in Oriente più per acquisire potere e ricchezza che per mondare l’anima dai peccati. E a questi "ideali" si diede subito anima e corpo.
A lui si deve una serie di razzie messe a segno lungo la costa orientale del Mar Rosso per depredare i porti che smistavano il traffico commerciale verso la Mecca e Medina. Le scorrerie non passarono inosservate al Saladino, che temeva per l'integrità dei luoghi santi dell'Islam. Da qui la decisione del Sultano, nel 1183, di scatenare una campagna militare verso la Galilea e la Samaria, che però non diede grandi frutti.
A far precipitare gli eventi, o forse ad offrirne il pretesto, fu un'altra scorribanda di Rinaldo, che sul finire del 1186 attaccò una carovana di pellegrini arabi diretti alla Mecca. E nella carovana c’era anche la sorella del sovrano del Cairo e di Damasco. Saladino radunò allora a Damasco un potente esercito che nel luglio del 1187 sbaragliò nella battaglia di Hattin le truppe crociate guidate da Raimondo di Tripoli e Guido di Lusignano.
Di quell'epico scontro, che si risolse in un vero massacro ai danni dei crociati, è rimasta un'interessante descrizione fatta dal figlio del Saladino. «Ero a fianco di mio padre alla battaglia di Hattin, la prima alla quale avessi assistito. Quando il re dei franchi si ritirò sulla collina, lanciò la sua gente all'attacco con tale violenza da far indietreggiare le nostre truppe fino al luogo dove era mio padre. Io lo guardai. Era teso, scuro in volto, e si afferrava nervosamente la barba. Fece un passo in avanti e gridò: "Satana non deve vincere!". I musulmani tornarono al contrattacco. Quando vidi i franchi indietreggiare sotto la pressione delle nostre truppe, gridai di gioia: "Li abbiamo vinti!".
“Ma mio padre si voltò verso di me e disse: "Taci! Non li avremo vinti finché non cadrà quella tenda lassù!". Prima che avesse terminato la frase, la tenda del re [Guido di Lusignano] crollò. Mio padre smontò da cavallo e si prosternò a ringraziare Dio, piangendo di gioia».
Guido fu catturato, Rinaldo sgozzato personalmente dal Saladino, i Templari passati a fil di spada. Uno storico arabo contemporaneo così racconta la fine dei soldati dell'ordine del tempio: «Al mattino del lunedì diciassette rabì secondo, due giorni dopo la vittoria, il sultano fece cercare dei prigionieri Templari e Ospitalieri, e disse: "Purificherò la terra di queste due razze impure"... Egli ordinò fossero decapitati, preferendo ucciderli al farli schiavi... Quante infermità curò col rendere infermo un Templare... quante miscredenze uccise per dar vita all'Islam, e politeismi distrusse per edificare il monoteismo». Tutti gli altri fanti catturati furono venduti come schiavi sulla piazza di Damasco (per loro fu stabilito un prezzo irrisorio, che scombussolò quel fiorente mercato). Guido e il suo seguito furono imprigionati in attesa che per la loro liberazione venisse pagato un riscatto.
Sullo slancio, il Saladino, invece di puntare dritto verso Gerusalemme scelse un tortuoso giro che lo portò alla conquista di Tiberiade, Acri, Nazareth, Nablus, Haifa, Cesarea e Giaffa. E poi Ascalona, Sidone e Beirut. Solo alla fine pose l'assedio a Gerusalemme, che durò una manciata di giorni, tra la fine di settembre e i primi di ottobre del 1187.
Il 2 ottobre il Saladino fece il suo ingresso nella città santa. I cristiani latini non furono ammazzati ma dichiarati schiavi (potevano però riscattarsi pagando una somma piuttosto elevata) ed espulsi dalla città. Ai cristiani greco-ortodossi e ai siriani giacobiti il Saladino concesse di rimanere e acquistare i beni dei latini. Si narra che alle vedove e agli orfani dei soldati avversari abbia donato del denaro tratto dal suo tesoro personale.
Un cronista cristiano così racconta l'arrivo del Saladino in città: «Quando ebbe preso Gerusalemme non se ne volle andare finché non ebbe pregato nel Tempio e finché tutti i cristiani non fossero fuori dalla città. Egli mandò a prendere a Damasco dell'acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi [...]. E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. Là i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ciò sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entrò e rese grazie a Dio». Il Santo sepolcro fu chiuso e le principali chiese trasformate in scuole teologiche islamiche.
La conquista di Gerusalemme rappresentò l'apoteosi del Saldino, il punto più alto della sua fama. Pochi anni dopo dovette fronteggiare la terza crociata, che combatté non solo con spade e frecce ma mettendo in campo anche un'abile manovra diplomatica per dividere Riccardo Cuor di Leone da Corrado di Monferrato.
I crociati non riuscirono a riconquistare Gerusalemme. Ormai il regno di Saladino si stendeva ininterrottamente, fatta eccezione per una piccola striscia di terra in Palestina ancora in mano ai cristiani, dall'Egitto fino alla Siria. Il sultano era pronto per passare alla storia. Morì il 4 marzo 1193 in seguito a un accesso di febbre. «Prima di morire – racconta uno storico arabo – scrisse ai figli, raccomandando loro la pace e la concordia. Troppo sangue era stato versato». I tre figli - come spesso accade - non diedero ascolto alle ultime volontà del padre. Si spartirono subito le spoglie dell'impero facendo venir meno quell'unità tanto faticosamente conquistata.
Della sua fama furono responsabili, oltre alle gesta, anche numerosi cantori e cronachisti, nell'un schieramento come nell'altro. Cantori e cronachisti che di volta in volta, a seconda delle esigenze politiche o propagandistiche, ne misero in rilievo l'abilità guerresca o la saggezza, la spietatezza o le virtù cavalleresche. Talvolta riunendole tutte in una figura poliedrica e affascinante. Ne rimase colpito lo stesso Dante, che oltre a porre il Saladino nel limbo, tra gli "spiriti magni" (e non all'inferno, come invece cadde in sorte a Maometto), lo citò anche nel Convivio nella schiera dei personaggi generosi e magnanimi.
Pure Boccaccio destinò al sultano una parte. Anzi tre. Nell'austero De casibus virorum illustrium e poi in due novelle del Decameron: nella prima di queste si narra di una gara d'intelligenza tra un giudeo e il sultano, nella seconda, il condottiero di origine curda è descritto come il depositario di una serie di poteri magici e soprannaturali.
Ma Dante e Boccaccio scrivevano più di un secolo dopo la morte del sultano. Per gli uomini contemporanei agli eventi della terza crociata e alla caduta di Gerusalemme i giudizi sul Saladino erano ben poco lusinghieri. Nelle cronache era dipinto come il supremo nemico della cristianità. Nemico perché con la battaglia di Hattin si era impossessato della reliquia della Vera Croce di Cristo e perché, conquistata Gerusalemme, aveva fatto massacrare i cavalieri Templari e Ospitalieri e ucciso il prode Rinaldo di Châtillon. Il cronista crociato Guglielmo, arcivescovo di Tiro, lo definiva «superbo tiranno infedele». Altri cronachisti contemporanei si scusavano coi lettori per aver deturpato le pagine manoscritte vergando il nome di un uomo tanto spregevole. Gioacchino da Fiore lo metteva tra i grandi persecutori della Chiesa in compagnia di Erode, Nerone e Maometto.
E la tradizione ostile continuò dalla fine del XII secolo per tutto il XIII, in poemi e romanzi. Salvo poi trasformarsi radicalmente, evidenziando oltre agli aspetti negativi del personaggio anche le sue virtù morali. In un'esigenza, figlia delle regole cavalleresche che si stavano allora diffondendo, di attribuire al nemico la qualifica assai più nobile di "avversario" coraggioso.
A spingere in questo senso era anche un'esigenza che potremmo definire "promozionale": conferire grandezza al Saladino contribuiva infatti a restituire grandezza anche ai crociati, che altrimenti non si poteva spiegare come avessero potuto subire tanti rovesci ad opera dei musulmani.
Dell'animo "cavalleresco" del Saladino ci hanno lasciato testimonianza alcuni cronisti arabi. Si narra che durante l'assedio della fortezza di Kerak, dov'era asserragliato Rinaldo Châtillon, il Saladino, venuto a sapere che tra le mura si era appena celebrato il matrimonio tra due giovani nobili del seguito di Rinaldo, disponesse che la torre in cui era la camera dei novelli sposi non fosse colpita in alcun modo da ordigni o frecce.
Ma si racconta anche del suo atteggiamento benigno e prodigo, sempre attento ad aiutare i deboli contro i prepotenti, della generosità nei confronti dei suoi aiutanti (pare sia morto lasciando modesti beni), dell'ampio uso della grazia nei confronti dei soldati catturati (fatta eccezione per Ospitalieri e Templari) o di come consentisse ai pellegrini cristiani di raggiungere il santo sepolcro di Gerusalemme. Una cronaca araba racconta questo avvenimento: «Tra i prigionieri v'era un vecchio di età assai avanzata, senza più un dente in bocca e senza più forza altro che per muoversi. Saladino, attraverso l'interprete, gli chiese: "Che cosa mai ti ha indotto a venir qui, in così grave età, e quanto c'è di qui al tuo paese?".
Quello rispose: "Il mio paese è a mesi di viaggio, e io son venuto a fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro". Il sultano ne fu commosso e gli fece grazia, lasciandolo in libertà e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico». Ora, c'è da dire che la maggior parte di tali cronache furono redatte poco dopo la scomparsa del sultano, in pieno clima di esaltazione post mortem, ma un pizzico di verità deve nascondersi anche tra queste righe.
La sua storia sarebbe poi approdata fino al XIX secolo, in pieno clima romantico, nelle pagine di Walter Scott. Nel romanzo Il talismano, il Saladino è un personaggio magico ed esperto di arti mediche. Nel XX secolo l'epilogo nelle nostrane figurine Liebig, dove il Saladino tornò ad essere "feroce", proprio come otto secoli prima, quando il confronto tra soldati della croce e musulmani era al culmine.
Cerca nel web
venerdì 22 maggio 2026
giovedì 21 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 maggio.
Il 21 maggio 1932 Amelia Earhart diventa la prima donna ad aver trasvolato l'oceano atlantico senza scalo.
Amelia Earhart nasce il 24 luglio 1897 ad Atchinson (Kansas). Ricordata tutt'oggi come eroina americana nonché come uno dei più capaci e celebrati aviatori del mondo, è un esempio di coraggio e spirito d'avventura tutto al femminile.
Trascorre la giovinezza spostandosi tra Kansas e Iowa, e a 19 anni frequenta la Ogontz School di Filadelfia in Pennsylvania che lascia però due anni più tardi per raggiungere la sorella Muriel in Canada. Qui frequenta un corso di primo soccorso presso la Croce Rossa mettendosi in lista presso lo Spadina Military Hospital di Toronto. Lo scopo è quello di offrire soccorso ai soldati feriti nel corso del primo conflitto mondiale.
Amelia Earhart approfondirà gli studi alla Columbia University di New York, frequentando una scuola per infermieri.
E' però all'età di soli 10 anni e dopo una gita nei cieli di Los Angeles che Amelia Earhart incontra la passione della sua vita: librarsi nelle limpide immensità delle volte celesti. Imparerà a volare diversi anni dopo, prendendo l'aviazione come un hobby, spesso accettando ogni tipo di lavoro per mantenersi alle costose lezioni. Nel 1922 infine compra il suo primo aeroplano con il sostegno economico della sorella Muriel e della madre Amy Otis Earhart.
Nel 1928 a Boston (Massachussets), Amelia viene scelta da George Palmer Putnam, suo futuro marito, per essere il primo pilota donna a compiere il volo transoceanico. Amelia Earhart, affiancata dal meccanico Lou Gordon e dal pilota Wilmer Stults, riesce con successo e viene acclamata e onorata in tutto il mondo per la sua impresa.
In merito alla sua avventura scrive un libro dal titolo "20 Hours - 40 Minutes", che Putnam (il futuro marito svolge anche attività di editore) prontamente pubblica, individuando in lei un'ottima opportunità di procurare successo alla sua casa editrice facendo nascere un vero e proprio bestseller.
George, che Amelia sposerà nel 1931, ha già pubblicato numerosi scritti di un altro aviatore passato alla storia per le sue imprese: Charles Lindbergh. Il sodalizio tra moglie e marito è fruttifero negli affari, poiché è George stesso che organizza i voli della moglie e addirittura le apparizioni in pubblico: Amelia Earhart diviene una vera e propria star.
La donna ha modo di continuare la sua carriera di aviatrice portando il cognome del marito e, sull'onda del successo, viene addirittura creata una linea di bagagli per viaggi aerei e una di abbigliamento sportivo. George pubblicherà anche altri due scritti della moglie; "The fun of it" e "Last flight".
Dopo una serie di record di volo è nel 1932 che Amelia Earhart compie l'impresa più ardita della sua carriera: la trasvolata in solitaria sull'oceano Atlantico (Lindbergh fece lo stesso nel 1927).
Il coraggio e l'audacia di Amelia Earhart, che si applicano ad attività che allora erano aperte principalmente agli uomini, si coniugano mirabilmente con la grazia e il gusto tipicamente femminili. La donna diviene infatti disegnatrice di moda studiando un capo particolare d'abbigliamento: la mise di volo per le donne aviatrici.
Disegnerà infatti nel 1932 (lo stesso anno della trasvolata), per la Ninety-Nines, un capo di abbigliamento particolare costituito da pantaloni morbidi, corredati da cerniere e grosse tasche.
La rivista Vogue le dà ampio spazio con un reportage di due pagine corredate da grandi fotografie. Il suo impegno "per la donna che svolge una vita attiva" non si esaurisce al vestiario ma si rivolge a uno sforzo per aprire la strada dell'aviazione anche alle donne.
Amelia Earhart offre altri assaggi di avventura con i voli che effettua ne1 1935: da Honolulu a Oakland (California) tra l'11 e il 12 gennaio, da Los Angeles a Mexico City il 19 e il 20 aprile, infine da Mexico City a Newark (New Jersey). A questo punto è la prima donna al mondo ad aver effettuato voli in solitaria nel Pacifico, ma anche la prima ad aver volato in solitaria sia l'Oceano Pacifico, sia l'Oceano Atlantico.
Nel 1937, sente di essere pronta per la sfida finale: vuole essere la prima donna a fare il giro del mondo in aereo. Dopo un tentativo fallito, il 1º giugno dello stesso anno, insieme con il navigatore Frederick J. Noonan, parte da Miami e comincia la trasvolata di ben 29.000 miglia che la porterà a San Juan in Porto Rico e poi, seguendo la costa nord-orientale del Sud America, verso l'Africa e quindi in India. Il 29 giugno quando arrivano a Lae in Nuova Guinea, hanno fatto 22.000 miglia e ne mancano solo 7.000 ormai per arrivare alla conclusione del viaggio. Tutto quello che è superfluo nell'aereo viene rimosso per far posto a più carburante che possa consentire approssimativamente 280 miglia extra. Le mappe che Noonan ha a disposizione non si sono rivelate molto accurate, ma ormai sono in prossimità dell'isola di Howland, dove è dislocata la guardia costiera con la quale sono in contatto radio. All'alba del 2 luglio Amelia Earhart chiama insistentemente alla radio: "Dobbiamo essere sopra di voi ma non riusciamo a vedervi. Il carburante sta finendo..." A nulla valgono i tentativi compiuti dalla guardia costiera per farsi notare. Probabilmente l'aeroplano si perde e precipita ad una distanza calcolabile fra 35 e 100 miglia dall'isola di Howland.
La notizia fa presto il giro del mondo, il Presidente Roosevelt autorizza le ricerche con l'impiego di nove navi e 66 aerei per un costo stimato di circa quattro milioni di dollari. Le navi e gli aerei impegnati nella ricerca, il cui mandante era amico personale di Amelia, non giungono sul luogo se non dopo cinque giorni.
Le ricerche vengono interrotte il 18 luglio dopo aver cercato su una superficie di 250.000 miglia quadrate di oceano.
Una delle ipotesi formulate fu che la donna fosse una spia caduta in quell'occasione prigioniera dai giapponesi.
Nel 2009 è stato realizzato un film biografico sulla sua vita dal titolo "Amelia", con Richard Gere e Hilary Swank nel ruolo dell'aviatrice.
Nel dicembre 2010, in uno scavo sull'isola di Nikumaroro, alcuni ricercatori hanno ritrovato dei resti ossei e li hanno attribuiti all'aviatrice. Questi frammenti dimostrerebbero in teoria che la donna sarebbe morta sull'isola dopo essere precipitata. Nella stessa area sono stati ritrovati vecchi trucchi, bottiglie di vetro e dei gusci aperti con un coltello.
Il 21 maggio 1932 Amelia Earhart diventa la prima donna ad aver trasvolato l'oceano atlantico senza scalo.
Amelia Earhart nasce il 24 luglio 1897 ad Atchinson (Kansas). Ricordata tutt'oggi come eroina americana nonché come uno dei più capaci e celebrati aviatori del mondo, è un esempio di coraggio e spirito d'avventura tutto al femminile.
Trascorre la giovinezza spostandosi tra Kansas e Iowa, e a 19 anni frequenta la Ogontz School di Filadelfia in Pennsylvania che lascia però due anni più tardi per raggiungere la sorella Muriel in Canada. Qui frequenta un corso di primo soccorso presso la Croce Rossa mettendosi in lista presso lo Spadina Military Hospital di Toronto. Lo scopo è quello di offrire soccorso ai soldati feriti nel corso del primo conflitto mondiale.
Amelia Earhart approfondirà gli studi alla Columbia University di New York, frequentando una scuola per infermieri.
E' però all'età di soli 10 anni e dopo una gita nei cieli di Los Angeles che Amelia Earhart incontra la passione della sua vita: librarsi nelle limpide immensità delle volte celesti. Imparerà a volare diversi anni dopo, prendendo l'aviazione come un hobby, spesso accettando ogni tipo di lavoro per mantenersi alle costose lezioni. Nel 1922 infine compra il suo primo aeroplano con il sostegno economico della sorella Muriel e della madre Amy Otis Earhart.
Nel 1928 a Boston (Massachussets), Amelia viene scelta da George Palmer Putnam, suo futuro marito, per essere il primo pilota donna a compiere il volo transoceanico. Amelia Earhart, affiancata dal meccanico Lou Gordon e dal pilota Wilmer Stults, riesce con successo e viene acclamata e onorata in tutto il mondo per la sua impresa.
In merito alla sua avventura scrive un libro dal titolo "20 Hours - 40 Minutes", che Putnam (il futuro marito svolge anche attività di editore) prontamente pubblica, individuando in lei un'ottima opportunità di procurare successo alla sua casa editrice facendo nascere un vero e proprio bestseller.
George, che Amelia sposerà nel 1931, ha già pubblicato numerosi scritti di un altro aviatore passato alla storia per le sue imprese: Charles Lindbergh. Il sodalizio tra moglie e marito è fruttifero negli affari, poiché è George stesso che organizza i voli della moglie e addirittura le apparizioni in pubblico: Amelia Earhart diviene una vera e propria star.
La donna ha modo di continuare la sua carriera di aviatrice portando il cognome del marito e, sull'onda del successo, viene addirittura creata una linea di bagagli per viaggi aerei e una di abbigliamento sportivo. George pubblicherà anche altri due scritti della moglie; "The fun of it" e "Last flight".
Dopo una serie di record di volo è nel 1932 che Amelia Earhart compie l'impresa più ardita della sua carriera: la trasvolata in solitaria sull'oceano Atlantico (Lindbergh fece lo stesso nel 1927).
Il coraggio e l'audacia di Amelia Earhart, che si applicano ad attività che allora erano aperte principalmente agli uomini, si coniugano mirabilmente con la grazia e il gusto tipicamente femminili. La donna diviene infatti disegnatrice di moda studiando un capo particolare d'abbigliamento: la mise di volo per le donne aviatrici.
Disegnerà infatti nel 1932 (lo stesso anno della trasvolata), per la Ninety-Nines, un capo di abbigliamento particolare costituito da pantaloni morbidi, corredati da cerniere e grosse tasche.
La rivista Vogue le dà ampio spazio con un reportage di due pagine corredate da grandi fotografie. Il suo impegno "per la donna che svolge una vita attiva" non si esaurisce al vestiario ma si rivolge a uno sforzo per aprire la strada dell'aviazione anche alle donne.
Amelia Earhart offre altri assaggi di avventura con i voli che effettua ne1 1935: da Honolulu a Oakland (California) tra l'11 e il 12 gennaio, da Los Angeles a Mexico City il 19 e il 20 aprile, infine da Mexico City a Newark (New Jersey). A questo punto è la prima donna al mondo ad aver effettuato voli in solitaria nel Pacifico, ma anche la prima ad aver volato in solitaria sia l'Oceano Pacifico, sia l'Oceano Atlantico.
Nel 1937, sente di essere pronta per la sfida finale: vuole essere la prima donna a fare il giro del mondo in aereo. Dopo un tentativo fallito, il 1º giugno dello stesso anno, insieme con il navigatore Frederick J. Noonan, parte da Miami e comincia la trasvolata di ben 29.000 miglia che la porterà a San Juan in Porto Rico e poi, seguendo la costa nord-orientale del Sud America, verso l'Africa e quindi in India. Il 29 giugno quando arrivano a Lae in Nuova Guinea, hanno fatto 22.000 miglia e ne mancano solo 7.000 ormai per arrivare alla conclusione del viaggio. Tutto quello che è superfluo nell'aereo viene rimosso per far posto a più carburante che possa consentire approssimativamente 280 miglia extra. Le mappe che Noonan ha a disposizione non si sono rivelate molto accurate, ma ormai sono in prossimità dell'isola di Howland, dove è dislocata la guardia costiera con la quale sono in contatto radio. All'alba del 2 luglio Amelia Earhart chiama insistentemente alla radio: "Dobbiamo essere sopra di voi ma non riusciamo a vedervi. Il carburante sta finendo..." A nulla valgono i tentativi compiuti dalla guardia costiera per farsi notare. Probabilmente l'aeroplano si perde e precipita ad una distanza calcolabile fra 35 e 100 miglia dall'isola di Howland.
La notizia fa presto il giro del mondo, il Presidente Roosevelt autorizza le ricerche con l'impiego di nove navi e 66 aerei per un costo stimato di circa quattro milioni di dollari. Le navi e gli aerei impegnati nella ricerca, il cui mandante era amico personale di Amelia, non giungono sul luogo se non dopo cinque giorni.
Le ricerche vengono interrotte il 18 luglio dopo aver cercato su una superficie di 250.000 miglia quadrate di oceano.
Una delle ipotesi formulate fu che la donna fosse una spia caduta in quell'occasione prigioniera dai giapponesi.
Nel 2009 è stato realizzato un film biografico sulla sua vita dal titolo "Amelia", con Richard Gere e Hilary Swank nel ruolo dell'aviatrice.
Nel dicembre 2010, in uno scavo sull'isola di Nikumaroro, alcuni ricercatori hanno ritrovato dei resti ossei e li hanno attribuiti all'aviatrice. Questi frammenti dimostrerebbero in teoria che la donna sarebbe morta sull'isola dopo essere precipitata. Nella stessa area sono stati ritrovati vecchi trucchi, bottiglie di vetro e dei gusci aperti con un coltello.
mercoledì 20 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 maggio.
Il 20 maggio nasce a Tours, in Francia, Honoré de Balzac, il maestro del romanzo realista francese del 19esimo secolo.
L’alta statura intellettuale di Balzac domina tutto il XIX secolo letterario non solo della Francia. Giornalista, “industriale” fantasioso e fallimentare perennemente indebitato, figura brillante di una società alla quale finisce per imporsi, dandy, uomo d’azione e sognatore allo stesso tempo, vittima delle contraddizioni del mondo di cui era stato l’implacabile notomizzatore, Balzac finisce col fondersi e confordersi con quel “figlio del secolo” di cui ha contribuito a costruire il mito e a diventare egli stesso una figura dei suoi romanzi. «Voi, il più poetico fra i personaggi che avete inventato» scriverà Baudelaire che lo amò, tirandone questo ritratto: «Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L'uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche».
Mentre Balzac si attestava sulle “due verità” legittimiste, il trono e l’altare, Hugo riconosce in lui un autore rivoluzionario; mentre i suoi contemporanei lo prendevano per un “realista”, Baudelaire lo salutava come uno straordinario immaginario. La sua opera accoglie queste tensioni dinamiche e critiche. Egli ne è compenetrato, ed è questa complessità irriducibile che trasforma la «Comédie humaine» in una opera capitale della letteratura mondiale.
Il padre di Balzac, Bernard François Balssa - senza particella nobiliare -, funzionario imperiale, figlio della rivoluzione francese, aveva sposato a cinquantun anni una giovane donna che ne aveva diciannove: questa storia vera potrebbe essere lo spunto per un romanzo balzacchiano. Infatti, Honoré non cesserà di rappresentare le donne mal maritate, i drammi della vita privata, la disgregazione delle coppie. Ad un padre liberale, che confida negli ideali progressisti del suo tempo, corrisponde una madre che ama certamente poco i figli inflittigli dal matrimonio e si ripiega nella tristezza di una vita isolata. La lotteria delle nomine e degli incarichi fanno nascere Balzac, nel 1799, a Tours: non è figlio della sua regione, e la sua Touraine sarà quella che adulto riconoscerà. Messo a balia, quindi interno al collegio di Vendôme dagli otto ai quattordici anni, Balzac conserva della sua infanzia poche memorie felici.
Fin da 1814, la famiglia va ad abitare a Parigi, ed Honoré diventa allievo dell’attuale istituto universitario Charlemagne. Nel frattempo il padre mette al mondo un figlio adulterino e l’autore della «Fisiologia del matrimonio» oserà dire che l’adulterio è la risposta alle sofferenze della vita coniugale.
Quando i padri hanno dei progetti, i figli hanno dei destini. Era nella logica paterna che Honoré diventasse notaio. Ma, completati i suoi studi di diritto, Balzac sceglie per sé il destino di scrittore, e di mantenersi coi proventi della scrittura. È una scelta audace che richiede di rompere allo stesso tempo con una certa idea del successo borghese e con la sua famiglia. Il giovane Balzac era allora “di sinistra” e, oltre ad aver letto Locke e restare segnato dal suo materialismo, si interessava alle idee dei sainsimonisti . Questa scelta è anche nel solco di una vita piena di ristrettezze: Balzac va a vivere in una mansarda, in rue Lesdiguières, e si mette al lavoro. Trasfigurata, quest’esperienza si trova in molti dei suoi romanzi: a venti anni, Balzac ha conosciuto la vita di uno studente povero e di un genio in cerca di se stesso.
Per riuscire in letteratura intorno al 1820, occorreva scrivere per il teatro, sicuramente il settore creativo più remunerativo (come oggi scrivere sceneggiature per il cinema o per la pubblicità), oppure scrivere di storia o anche poesia, arte ancora non discreditata, che assicurava quantomeno il prestigio spirituale non certo quello materiale. Balzac tenta una tragedia, «Cromwell». È un fallimento. Per vivere, si fa romanziere fornitore di sale di lettura, e pubblica, sotto diversi pseudonimi, piccoli romanzi anti-romantici e satirici: «Jean Louis, l’ereditiera di Birague » (1822). I suoi pseudonimi hanno una caratteristica comune, quello della nobiltà: Horace de Saint-Aubin, lord R’Hoone.
Nella sua vita privata, gli eventi urgono: le sue sorelle si sposano. Laurence, la più giovane, morirà nel 1825, abbandonata, dopo avere conosciuto un inferno coniugale. Quanto a Balzac, diventa nel 1822 l’ amante di Laure de Berny, di gran lunga più grande di lui, che gli fungerà da madre, maestra, iniziatrice al mondo, aiuto finanziario nelle imprese pericolose che presto tenterà. Se la signora Balzac è stata la prima “donna di trenta anni” (allora un’indicazione anagrafica per donne mature) che abbia incontrato, la Sig.ra de Berny è stata il modello di tutte queste donne che abitano il mondo di Balzac, donne mature, spesso disilluse, che amano – già navigate - giovani che iniziano al mondo: tale è la signora de Mortsauf («Il giglio nella valle»), o la signora de Bargeton («Illusioni perdute»).
Con un andirivieni costante dalla vita personale alla scrittura, Balzac (ancora sotto pseudonimo e perfettamente ignoto) scrive romanzi nei quali i temi della vita privata guadagnano in importanza: «Annette ed il criminale» (1823), il «Colonnello Chabert » (1832) e soprattutto « Wann Chlore» (pubblicato nel 1825), la cui eroina anticipa tutte le giovani donne balzacchiane di là da venire. Inoltre «L’ultima fata» descrive una struttura romanzesca che diventerà idealtipica nel suo universo romanzesco: quella della tensione tra l’ideale e la realtà, e del giovane uomo lacerato tra la donna senza cuore e l’angelo. Mancata sul piano del successo letterario, questa prima carriera avrà la sua importanza per la costruzione del seguito.
Balzac vuole il potere e il denaro. Nell’epoca dell “Arrichitevi!” di Guizot, affonda anch’egli il suo mestolo nel brodo della società capitalistica in ebollizione, cercando di tirarne su qualcosa. Si lancia negli “affari”: stampa, fonderia. Nel 1828, è la prima catastrofe, modello di tutte le altre. Se Joyce tenterà ragionevolmente di sfruttare la nascente arte cinematografica progettando l’apertura di una sala, Balzac, dalla fantasia rutilante e “ romanzesca”, perseguirà per tutta la vita progetti enormi e fantasiosi: dalla coltura degli ananas nella regione parigina allo sfruttamento in Sardegna di miniere d'argento già abbandonate nell’Antichità…
Occorre dunque ritornare alla letteratura: questa volta Balzac tenta il romanzo storico (genere di successo all’insegna di Walter Scott), «L’ultimo Chouan», dove dà delle guerre dell’Ovest durante il periodo rivoluzionario un’immagine antiliberale sposando il punto di vista codino e legittimista; tenta anche un tipo di scrittura quasi sociologica, «La fisiologia del matrimonio», dove descrive in modo umoristico l’istituzione coniugale, pur lasciando filtrare la gravità e la tragicità dell’argomento. Escono dunque le prime «Scene della vita privata»: alla vigilia della rivoluzione di luglio, Balzac - che inizia a firmarsi Honoré de Balzac - è considerato lo specialista della donna e del matrimonio.
Diventa giornalista nel gruppo di Émile de Girardin e tiene una regolare rubrica di cronaca politica nel «Voleur»: “Lettres sur Paris”. Siamo agli albori del giornalismo moderno, e mai quest’attività sarà secondaria per Balzac; accompagna tutta la sua creazione, l’àncora nel presente, gli permette di riflettere sulle sue scelte politiche (vira verso il legittimismo nel 1831), modella la sua scrittura e soprattutto lo lancia nel Tout-Paris del momento. Il successo sembra arrivare: «La pelle di zigrino», racconto filosofico nella Parigi del 1830, è salutato dai letterati che contano.
Assecondando le tendenze mondane e la propria inclinazione, Balzac, a poco più di trent’anni, raggiunge il successo. I suoi sogni d’integrazione e di riconoscimento sono così intensi che lo conducono a frequentare gli ambienti aristocratici (il “monde”, cui aspirano tutti coloro che la nascita ha posto nei ranghi inferiori, nel démi-monde) e a volere per amante la marchesa di Castries.
La nuova reputazione d’esperto in cuori femminili gli vale il ricevimento, nel 1832, di una lettera poeticamente firmata “la straniera”. È di una contessa polacca, Eva Hanska, coniugata e dimorante in Ucraina: l’inizio di una storia romantica, che durerà fino alla morte dell’autore.
Per intanto, Balzac vive nel lusso, si veste come un dandy pur non avendone il fisico, spende con superiorità gli anticipi versatigli per le opere che non ha ancora scritto, salvo poi sfinirsi per consegnarle nei termini contrattuali. Corre appresso al proprio tempo, dietro le illusioni del mondo. Lavora diciotto ore al giorno, beve torrenti di caffè, e rasenta la pazzia nel giugno del 1832. Parzialmente autobiografico è a tal proposito, il romanzo «Louis Lambert» che porta i segni di questa crisi: Louis, figura d’intellettuale ferito, esaltato, romantico, muore pazzo. Ma tutti i suoi personaggi maschili sono febbricitanti: c’è dietro la Francia di Luigi Filippo, di Guizot, dell’ascesa del capitalismo certamente, ma c’è dietro anche il delirante, il “romanzesco”, l’enorme Balzac.
I romanzi si succedono vertiginosamente (due, tre all’anno), sono le prime fondamenta della mitologia balzacchiana e della sua visione singolare del proprio secolo. A «Louis Lambert» risponde, nel 1833, l’utopia de «Il medico di campagna»: pianificare, per arginare le forze distruttive del desiderio; agire collettivamente, per sostituire alle passioni individuali l’ordine collettivo. La Rivoluzione, per Balzac, lungi dall’ aver messo termine alle ingiustizie ed alle disuguaglianze, le ha rafforzate. Ha escluso, marginalizzato migliaia di persone: eroi “popolari”, criminali per fame, giovani senza futuro, donne liberate ma indebolite dalla legislazione napoleonica. Il mondo moderno è duro; gli uomini e le donne vi soffrono. Il liberalismo è una menzogna che ha favorito l’aumento degli egoismi e la morale degli interessi. «Il medico di campagna», Benassis, è un cuore ferito, che avendo sofferto, è capace di riflettere in modo critico sulla società in cui vive: ciò che c’è più di romantico in Balzac, è l’evidenza che il dolore fonda la coscienza. Dello stesso spirito - per ritornarne al tema delle forze distruttive della società contro l’individuo-, partecipa «La ricerca dell’assoluto», ricerca di un lucido folle smarrito nel mondo “reale”.
A quest’universo reale, lo scrittore volge sempre più le sue attenzioni: le prime “scene della vita di provincia”, «Il curato di Tours» apparso nel 1833, e l’anno successivo, «Eugénie Grandet» e «L’illustre Gaudissart», ne sono testimonianza. Balzac scrive e pubblica rapidamente: una circolarità di situazioni e di tipi emerge nella fitta schiera dei suoi romanzi. Nel 1833, ipotizza di fare ritornare dei personaggi già creati nei suoi romanzi precedenti. Idea “brillante” secondo l’interessato stesso, che permetterà di mostrare l’unità di ciò che, nato della stessa urgenza artistica, potrà diventare un affresco del mondo moderno. È nel «Papà Goriot» (1834 -1835) che Balzac mette per la prima volta in pratica quest’innovazione, le cui conseguenze saranno fondamentali per l’invenzione della «Commedia umana». I Rastignac, i Rubempré, diventeranno gli eroi mobili di una saga sociale che non ha eguali nella narrativa moderna.
Tuttavia, mentre rafforza la sua relazione con la signora Hanska (la raggiungerà a Ginevra nel 1834, a Vienna nel1835), Balzac ne allaccia un' altra, con la contessa Visconti. Continuando a fare “affari”, compera un giornale, «La cronaca di Parigi». E scrive sempre più forsennatamente, al punto, questa volta, di mettere seriamente a repentaglio la salute: dopo la pubblicazione de «Il giglio nella valle», nel 1836, è vittima di un attacco. Anno terribile per lui: mentre viaggia in Italia, Balzac apprende della morte della Signora de Berny, quella che chiamò sempre “Dilecta”; «La cronaca di Parigi» fa fallimento, e Balzac affronta un pesante processo con l’editore Bulloz.
Alla fine del 1836, si getta in una nuova avventura giornalistica e letteraria facendo uscire su «La Presse», in dodici puntate, «La Vielle fille». Era l’inizio del «roman-feuilleton» ossia di quel romanzo di diffusione popolare, che veniva pubblicato nell’ultimo foglio (da dove il termine) dei quotidiani allo scopo di uncinare il lettore, con la storia narrata a puntate, all’acquisto del giornale medesimo. Balzac non poteva restare estraneo ad alcuna delle invenzioni del suo tempo in questo settore: volle per sé fino alla morte un destino di scrittore popolare, di giornalista, di editore.
Questa nascita del «roman-feuilleton», nuovo strumento per un nuovo pubblico, coincide con il pieno controllo di quello strumento che egli ha messo a punto: il romanzo balzachiano, quello ciclico coi personaggi che ritornano. Apre anche l’ultima fase della “carriera” di Balzac e fornisce ad uno dei suoi più famosi romanzi, «Illusioni perdute», le esperienze ancora fresche appena vissute: la potenza della stampa e il ruolo di un’opinione pubblica con la quale occorrerà fare i conti; commercializzazione, industrializzazione dell’impresa letteraria; circolazione delle idee e delle merci, “commercio” dello spirito. La composizione e la pubblicazione delle «Illusioni perdute» si protrae per sette anni (1837 -1843), fatto che non comporta una diminuzione dell’attività creativa di Balzac: dal 1837 alla morte, avvenuta nel 1850, scrive più di 23 romanzi, tenta anche la scrittura per il teatro e prova ancora ad avere il “suo giornale”, la «Revue parisienne» (tre numeri). I romanzi di questo scorcio finale della sua vita sono quelli che la posterità ha più amato: « César Birotteau », (1837) «La cugina Bette» (1846) «Il cugino Pons» (1847), passando per « Une ténébreuse affaire », «Le memorie da due giovani spose» (1841) o «Splendori e miserie delle cortigiane» che chiude la vicenda di Lucien de Rubempré iniziata nelle «Illusioni perdute». Alcuni dicono che è il rabbuiarsi definitivo di un mondo che il movimento romantico aveva mostrato sotto le sue due facce, luce e notte: e che adesso altro non è che notte.
Ma è a partire da questo perfetto controllo della tecnica narrativa che Balzac realizza una formidabile macchina romanzesca: nel 1841 appare in un contratto il titolo di «Comédie humaine». Nel 1842, Balzac redige la prefazione, dove chiarisce le sue intenzioni sull’organizzazione dell’immensa materia narrata. È nel 1845 infine che elabora l’indice completo della sua “Commedia”, umana, visto che altri hanno scritto quella “divina”. Così come la concepisce nella sua totalità è formata da 137 romanzi, con quasi 2.000 personaggi (46 romanzi sono restati allo stato di progetto o di semplice schizzo preparatorio).
Nel frattempo, con la morte del marito della signora Hanska, il sogno cominciato sette anni prima poteva compiersi: nel 1843, Balzac parte alla volta di San Pietroburgo per raggiungervi la sua Eva, lasciando dietro di sé una scia di debiti che rischiano di farlo arrestare. Ritorna per trovare il suo lavoro, i suoi debiti, la sua fuga perenne, ma il medico gli diagnostica una meningite cronica. Viaggia molto attraverso l’Europa con la sua Straniera, da cui spera anche di avere un bambino (ma la signora Hanska, che nel 1846 ha già quarantacinque anni, non condurrà a termine la sua gravidanza), e trascorre i suoi ultimi due anni tra la Francia e l’Ucraina. La rivoluzione del 1848 gli ispira soltanto riflessioni negative, e, candidato alla Académie Française al seggio di Chateaubriand, ottiene soltanto due voti. Sposa la signora Hanska il 14 marzo 1850, in Ucraina. A fine giugno, non può più scrivere. Esausto, rientra a Parigi, per morirvi il 18 agosto. Hugo, che pronunciò il suo elogio funebre al Père-Lachaise, riporta in «Cose viste» il breve scambio che ebbe con il ministro dell’Interno. Mi dice: « Era un grand'uomo». Gli dico: «Era un genio».
Balzac è l’inventore del romanzo del mondo moderno, cioè del mondo dopo la Rivoluzione. Durante tutto il XIX secolo, e durante una buona parte del XX, i romanzieri francesi e stranieri si sono pronunciati per o contro ciò che è rapidamente diventato il “modello balzacchiano”. Questo romanzo è totale - Balzac rivendicava lo spirito sistematico contro la tentazione del “mosaicismo” - nel senso che egli si vanta esplicitamente di un’ipotesi scientifica: Balzac vuole elaborare la tassonomia e la classificazione dei tipi umani, come Cuvier o Geoffroy Saint-Hilaire facevano per le specie animali. Crede che il corpo sociale sia identico alla fauna naturale. Ritiene anche che il lavoro dello scrittore, simile in ciò a quello stesso dello scienziato, sia di descrivere e spiegare: «Dovrà essere cercata all’interno della stessa società la ragione delle sue dinamiche», afferma nella prefazione della «Comédie humaine».
L’ambiente dove questo programma estetico deve compiersi è quello della realtà storica e sociale: romantico, Balzac sa che, dopo la Rivoluzione, ogni uomo, potente o umile, è entrato da protagonista nella storia. La storia dà a ciascuno la forma del suo destino; dispone dei cuori, delle scelte che si credevano personali. Avanza, ed ha un senso: scrivere il passato serve a comprendere il presente, o anticipare il futuro. La storia, trama del testo, è anche la vera finalità della poetica balzacchiana; “storico fedele e completo”, “più storico che romanziere”, ma capace di trionfare dove la storia fallisce: «Ho fatto meglio dello storico, perché sono più libero», così Balzac si raffigura affermando ancora che il suo ruolo è di fare l’inventario della società francese e di essere il “segretario” di questa società.
Che essa sia recente (epopea napoleonica, Restaurazione), appena distante nel ricordo (guerra di Vandea), o anche contemporanea (Monarchia di Luglio), la storia è ovunque: fondo, forma, dinamica del testo. Per afferrarla, il migliore strumento è il romanzo: poiché il romanzo, grazie a Balzac, è un genere totale, che contiene tutto, «l’invenzione, lo stile, il pensiero, la conoscenza, la sensazione». Flessibile, realistico o visionario, con lo sguardo teso a cogliere l’universale o il particolare, l’artista può tutto dire e tutto illuminare, fare concorrenza non solo allo “stato civile”, ma alla scienza: analogico e deduttivo come essa, e come essa preso d’accessi di verità.
Dacché «ogni romanzo è soltanto un capitolo del grande romanzo della Società» (prefazione di «Illusioni perdute»), ne consegue che l’organizzazione globale di tutti i suoi libri doveva essere, per Balzac, lo strumento perfetto di quest’espressione totale del reale. Aveva una visione filosofica globale della vita, predominata dall’idea della concentrazione necessaria sull’energia, perlopiù individuale contrapposta alle forze collettive della società e della storia. Ogni individuo, per Balzac, possiede infatti una certa quantità d’energia che l’azione o la volontà utilizzano. Che si eserciti dentro di sé o nel mondo esterno, il desiderio guida l’essere. Quest’idea forte già suggeriva a Balzac una concezione centripeta della sua opera. Ragionava per insiemi, per grandi movimenti, per strutture. La «Commedia umana» è la sistematizzazione della sua filosofia: nel 1833 escogita l’invenzione del “ritorno dei personaggi”, messa in atto nel «Papà Goriot».
Nel 1834, Balzac concepisce di dare un ordine a tutta la sua opera dividendola in tre parti: “studi di costume”, “studi filosofici”, “studi analitici”. Nel 1835, cercando un titolo per l’intero progetto, pensa a “studi sociali”. Nel 1842 infine, trova il titolo di “ commedia umana” e redige la prefazione famosa dove spiega la sua visione "zoologica" dei tipi umani. Questo titolo, dall’ambizione sproporzionata, ricorda che il mondo è un vasto teatro dove gli uomini svolgono, alla meno peggio, il loro ruolo prima di morire, ma designa anche l’opera come il modello fittizio attraverso il quale il romanziere penetra nei meccanismi e li rivela. Poiché tale è la sfida: smontare, dimostrare, appassionatamente svelare. Condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, ma coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale coi mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo. Gli “studi dei costumi” dovevano rappresentare “tutti gli effetti sociali”, tracciare “la storia del cuore umano punto a punto”. Dopo gli effetti, le cause: gli “studi filosofici” diranno “perché le sensazioni, perché la vita”. La ricerca dei principi infine era riservata agli “studi analitici”. A edificio ultimato, Balzac avrebbe scritto le “Mille e una notte dell’Occidente”, secondo la sua espressione.
Occorre prendere questo delirante progetto sul serio. Penetrare nella Commedia umana, è, in effetti, superare una soglia magica: dal fondo della provincia francese emergono figure reali e fantastiche, individualizzate all’estremo e tuttavia tipiche. Giovani ambiziosi che il miraggio parigino strapperà alla loro monotonia, giovani donne distrutte da usurai folli, vegliardi smisurati, donne di trenta anni che dispongono di riserve infinite d’amore, celibi, nobili rispettabili ma smarriti nel ricordo di altre età, filantropi disperati venuti a cercare l’ombra ed il silenzio... Dietro le persiane chiuse, nelle dimore minuziosamente visitate, descritte - poiché, per Balzac, i luoghi producono e rivelano le persone -, drammi si annodano, rancori e odi serpeggiano, passioni si scatenano.
A una provincia delle eredità, dell’accumulo dei beni, dell’ombra e delle fortune sedimentate risponde una Parigi in piena metamorfosi, scintillante. Città di tutte le tentazioni, di tutte le possibilità e di tutti i fallimenti. Città abbagliante, fantastica sotto la penna balzacchiana. Inferno, vero dio del mondo di Balzac, dove si fissano i valori degli uomini e delle cose (dove «dietro ogni angolo si nasconde un interesse») dove s’aggirano le più belle donne, dove i bellimbusti fanno le loro uscite e dove riescono soltanto gli squali, i lupi cervieri del mondo moderno.
La Commedia umana: più di 2.000 personaggi, centrifugati negli interessi, nelle passioni, nelle sofferenze; lacerati dalla vanità , l’ambizione, l’egoismo... Poiché le “Mille e una notte dell’Occidente” di Balzac sono politiche, sociali, economiche! Alla magia dell’Oriente risponde la realtà dell’Occidente.
Il realismo balzacchiano - alcuni hanno detto la “volgarità” balzachiana - è fatto inizialmente di una convinzione: la realtà è afferrabile dalla scrittura. Poiché, per Balzac, essere realisti non è riprodurre “la ” realtà. Quale allora?
Il principale compito è comprendere: che il mondo muta, che emergono nuovi soggetti, nuove forze, che la storia sconvolge le condizioni e le mentalità, che le città si trasformano, che la borghesia non ha gli stessi valori della nobiltà... Dipingere la vita moderna, nei suoi lati oscuri e luminosi. Dunque parlare di denaro, poiché il denaro guida il mondo, mostro di cui nulla uguaglia la violenza distruttiva e la potenza inventiva, metafora del desiderio e del successo. Riuscire, nel mondo moderno, è realmente altra cosa che “fare fortuna”?
Descrivere dunque. Entrare nei dettagli che danno il senso: Balzac sa il potere degli abiti, la funzione dei mobili, il ruolo degli oggetti. Balzac sa che avere vuol dire essere. Prevede che il mondo moderno sarà quello del feticismo della merce di cui dirà Marx, che peraltro verso lo eleggerà a proprio scrittore.
Ma soprattutto occorre interpretare, comprendere, dunque reinventare: la verità della natura e quella dell’arte non sono le stesse. Per essere realistici, occorre essere surrealisti: per essere un romanziere realista, occorre essere epico e mitico, proiettare le vicende degli uomini comuni nel grande schermo del romanzo totale. Il migliore mezzo del “realismo” balzacchiano, è l’immaginazione che stilizza, caratterizza, ricompone: Balzac prende un individuo, ne fa un tipo, passa al mito (Grandet, Vautrin, Rastignac, Goriot ed anche « la donna-di-trent’anni »...). Balzac prende una casa, ed essa diventa un corpo fantastico, affronta Parigi, e Parigi diventa labirinto ed inferno...
È per questo che al centro di tutta l’opera balzachiana si trova la riflessione sull’arte e sull’artista. Personaggio “romantico” per eccellenza, l’artista occupa l’immaginazione di Balzac. Uomo del desiderio, dedito alla ricerca dell’assoluto, dotato di una vista acuta che sa decifrare i misteri della natura, della vita, della società, capace di svegliare le forme immerse nel nulla, demiurgo... e disperato specchio infine, dove qualsiasi cosa viene a riflettersi.
La letteratura ha il compito di riprodurre la natura con il pensiero. Il creatore prometeico osserva, esprime, ricorda ed inventa: il romanzo balzacchiano è questo alambicco alchemico dove il reale trasmuta nel mito e nel simbolo, dove emerge ciò che non si conosceva, dove l’immagine e la condensazione della scrittura rendono visibile e leggibile ciò che era soltanto frammento, polvere, pezzetti di “realtà” prive di qualsiasi significato. Balzac è dunque Scheherazade: con lui, le realtà prosaiche del mondo moderno, i piccoli affari della piccola borghesia, le speculazioni meschine e le passioni umane, troppo umane, sono tratte dall’ombra per essere consegnate alla poesia duratura della leggenda.
Il 20 maggio nasce a Tours, in Francia, Honoré de Balzac, il maestro del romanzo realista francese del 19esimo secolo.
L’alta statura intellettuale di Balzac domina tutto il XIX secolo letterario non solo della Francia. Giornalista, “industriale” fantasioso e fallimentare perennemente indebitato, figura brillante di una società alla quale finisce per imporsi, dandy, uomo d’azione e sognatore allo stesso tempo, vittima delle contraddizioni del mondo di cui era stato l’implacabile notomizzatore, Balzac finisce col fondersi e confordersi con quel “figlio del secolo” di cui ha contribuito a costruire il mito e a diventare egli stesso una figura dei suoi romanzi. «Voi, il più poetico fra i personaggi che avete inventato» scriverà Baudelaire che lo amò, tirandone questo ritratto: «Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L'uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche».
Mentre Balzac si attestava sulle “due verità” legittimiste, il trono e l’altare, Hugo riconosce in lui un autore rivoluzionario; mentre i suoi contemporanei lo prendevano per un “realista”, Baudelaire lo salutava come uno straordinario immaginario. La sua opera accoglie queste tensioni dinamiche e critiche. Egli ne è compenetrato, ed è questa complessità irriducibile che trasforma la «Comédie humaine» in una opera capitale della letteratura mondiale.
Il padre di Balzac, Bernard François Balssa - senza particella nobiliare -, funzionario imperiale, figlio della rivoluzione francese, aveva sposato a cinquantun anni una giovane donna che ne aveva diciannove: questa storia vera potrebbe essere lo spunto per un romanzo balzacchiano. Infatti, Honoré non cesserà di rappresentare le donne mal maritate, i drammi della vita privata, la disgregazione delle coppie. Ad un padre liberale, che confida negli ideali progressisti del suo tempo, corrisponde una madre che ama certamente poco i figli inflittigli dal matrimonio e si ripiega nella tristezza di una vita isolata. La lotteria delle nomine e degli incarichi fanno nascere Balzac, nel 1799, a Tours: non è figlio della sua regione, e la sua Touraine sarà quella che adulto riconoscerà. Messo a balia, quindi interno al collegio di Vendôme dagli otto ai quattordici anni, Balzac conserva della sua infanzia poche memorie felici.
Fin da 1814, la famiglia va ad abitare a Parigi, ed Honoré diventa allievo dell’attuale istituto universitario Charlemagne. Nel frattempo il padre mette al mondo un figlio adulterino e l’autore della «Fisiologia del matrimonio» oserà dire che l’adulterio è la risposta alle sofferenze della vita coniugale.
Quando i padri hanno dei progetti, i figli hanno dei destini. Era nella logica paterna che Honoré diventasse notaio. Ma, completati i suoi studi di diritto, Balzac sceglie per sé il destino di scrittore, e di mantenersi coi proventi della scrittura. È una scelta audace che richiede di rompere allo stesso tempo con una certa idea del successo borghese e con la sua famiglia. Il giovane Balzac era allora “di sinistra” e, oltre ad aver letto Locke e restare segnato dal suo materialismo, si interessava alle idee dei sainsimonisti . Questa scelta è anche nel solco di una vita piena di ristrettezze: Balzac va a vivere in una mansarda, in rue Lesdiguières, e si mette al lavoro. Trasfigurata, quest’esperienza si trova in molti dei suoi romanzi: a venti anni, Balzac ha conosciuto la vita di uno studente povero e di un genio in cerca di se stesso.
Per riuscire in letteratura intorno al 1820, occorreva scrivere per il teatro, sicuramente il settore creativo più remunerativo (come oggi scrivere sceneggiature per il cinema o per la pubblicità), oppure scrivere di storia o anche poesia, arte ancora non discreditata, che assicurava quantomeno il prestigio spirituale non certo quello materiale. Balzac tenta una tragedia, «Cromwell». È un fallimento. Per vivere, si fa romanziere fornitore di sale di lettura, e pubblica, sotto diversi pseudonimi, piccoli romanzi anti-romantici e satirici: «Jean Louis, l’ereditiera di Birague » (1822). I suoi pseudonimi hanno una caratteristica comune, quello della nobiltà: Horace de Saint-Aubin, lord R’Hoone.
Nella sua vita privata, gli eventi urgono: le sue sorelle si sposano. Laurence, la più giovane, morirà nel 1825, abbandonata, dopo avere conosciuto un inferno coniugale. Quanto a Balzac, diventa nel 1822 l’ amante di Laure de Berny, di gran lunga più grande di lui, che gli fungerà da madre, maestra, iniziatrice al mondo, aiuto finanziario nelle imprese pericolose che presto tenterà. Se la signora Balzac è stata la prima “donna di trenta anni” (allora un’indicazione anagrafica per donne mature) che abbia incontrato, la Sig.ra de Berny è stata il modello di tutte queste donne che abitano il mondo di Balzac, donne mature, spesso disilluse, che amano – già navigate - giovani che iniziano al mondo: tale è la signora de Mortsauf («Il giglio nella valle»), o la signora de Bargeton («Illusioni perdute»).
Con un andirivieni costante dalla vita personale alla scrittura, Balzac (ancora sotto pseudonimo e perfettamente ignoto) scrive romanzi nei quali i temi della vita privata guadagnano in importanza: «Annette ed il criminale» (1823), il «Colonnello Chabert » (1832) e soprattutto « Wann Chlore» (pubblicato nel 1825), la cui eroina anticipa tutte le giovani donne balzacchiane di là da venire. Inoltre «L’ultima fata» descrive una struttura romanzesca che diventerà idealtipica nel suo universo romanzesco: quella della tensione tra l’ideale e la realtà, e del giovane uomo lacerato tra la donna senza cuore e l’angelo. Mancata sul piano del successo letterario, questa prima carriera avrà la sua importanza per la costruzione del seguito.
Balzac vuole il potere e il denaro. Nell’epoca dell “Arrichitevi!” di Guizot, affonda anch’egli il suo mestolo nel brodo della società capitalistica in ebollizione, cercando di tirarne su qualcosa. Si lancia negli “affari”: stampa, fonderia. Nel 1828, è la prima catastrofe, modello di tutte le altre. Se Joyce tenterà ragionevolmente di sfruttare la nascente arte cinematografica progettando l’apertura di una sala, Balzac, dalla fantasia rutilante e “ romanzesca”, perseguirà per tutta la vita progetti enormi e fantasiosi: dalla coltura degli ananas nella regione parigina allo sfruttamento in Sardegna di miniere d'argento già abbandonate nell’Antichità…
Occorre dunque ritornare alla letteratura: questa volta Balzac tenta il romanzo storico (genere di successo all’insegna di Walter Scott), «L’ultimo Chouan», dove dà delle guerre dell’Ovest durante il periodo rivoluzionario un’immagine antiliberale sposando il punto di vista codino e legittimista; tenta anche un tipo di scrittura quasi sociologica, «La fisiologia del matrimonio», dove descrive in modo umoristico l’istituzione coniugale, pur lasciando filtrare la gravità e la tragicità dell’argomento. Escono dunque le prime «Scene della vita privata»: alla vigilia della rivoluzione di luglio, Balzac - che inizia a firmarsi Honoré de Balzac - è considerato lo specialista della donna e del matrimonio.
Diventa giornalista nel gruppo di Émile de Girardin e tiene una regolare rubrica di cronaca politica nel «Voleur»: “Lettres sur Paris”. Siamo agli albori del giornalismo moderno, e mai quest’attività sarà secondaria per Balzac; accompagna tutta la sua creazione, l’àncora nel presente, gli permette di riflettere sulle sue scelte politiche (vira verso il legittimismo nel 1831), modella la sua scrittura e soprattutto lo lancia nel Tout-Paris del momento. Il successo sembra arrivare: «La pelle di zigrino», racconto filosofico nella Parigi del 1830, è salutato dai letterati che contano.
Assecondando le tendenze mondane e la propria inclinazione, Balzac, a poco più di trent’anni, raggiunge il successo. I suoi sogni d’integrazione e di riconoscimento sono così intensi che lo conducono a frequentare gli ambienti aristocratici (il “monde”, cui aspirano tutti coloro che la nascita ha posto nei ranghi inferiori, nel démi-monde) e a volere per amante la marchesa di Castries.
La nuova reputazione d’esperto in cuori femminili gli vale il ricevimento, nel 1832, di una lettera poeticamente firmata “la straniera”. È di una contessa polacca, Eva Hanska, coniugata e dimorante in Ucraina: l’inizio di una storia romantica, che durerà fino alla morte dell’autore.
Per intanto, Balzac vive nel lusso, si veste come un dandy pur non avendone il fisico, spende con superiorità gli anticipi versatigli per le opere che non ha ancora scritto, salvo poi sfinirsi per consegnarle nei termini contrattuali. Corre appresso al proprio tempo, dietro le illusioni del mondo. Lavora diciotto ore al giorno, beve torrenti di caffè, e rasenta la pazzia nel giugno del 1832. Parzialmente autobiografico è a tal proposito, il romanzo «Louis Lambert» che porta i segni di questa crisi: Louis, figura d’intellettuale ferito, esaltato, romantico, muore pazzo. Ma tutti i suoi personaggi maschili sono febbricitanti: c’è dietro la Francia di Luigi Filippo, di Guizot, dell’ascesa del capitalismo certamente, ma c’è dietro anche il delirante, il “romanzesco”, l’enorme Balzac.
I romanzi si succedono vertiginosamente (due, tre all’anno), sono le prime fondamenta della mitologia balzacchiana e della sua visione singolare del proprio secolo. A «Louis Lambert» risponde, nel 1833, l’utopia de «Il medico di campagna»: pianificare, per arginare le forze distruttive del desiderio; agire collettivamente, per sostituire alle passioni individuali l’ordine collettivo. La Rivoluzione, per Balzac, lungi dall’ aver messo termine alle ingiustizie ed alle disuguaglianze, le ha rafforzate. Ha escluso, marginalizzato migliaia di persone: eroi “popolari”, criminali per fame, giovani senza futuro, donne liberate ma indebolite dalla legislazione napoleonica. Il mondo moderno è duro; gli uomini e le donne vi soffrono. Il liberalismo è una menzogna che ha favorito l’aumento degli egoismi e la morale degli interessi. «Il medico di campagna», Benassis, è un cuore ferito, che avendo sofferto, è capace di riflettere in modo critico sulla società in cui vive: ciò che c’è più di romantico in Balzac, è l’evidenza che il dolore fonda la coscienza. Dello stesso spirito - per ritornarne al tema delle forze distruttive della società contro l’individuo-, partecipa «La ricerca dell’assoluto», ricerca di un lucido folle smarrito nel mondo “reale”.
A quest’universo reale, lo scrittore volge sempre più le sue attenzioni: le prime “scene della vita di provincia”, «Il curato di Tours» apparso nel 1833, e l’anno successivo, «Eugénie Grandet» e «L’illustre Gaudissart», ne sono testimonianza. Balzac scrive e pubblica rapidamente: una circolarità di situazioni e di tipi emerge nella fitta schiera dei suoi romanzi. Nel 1833, ipotizza di fare ritornare dei personaggi già creati nei suoi romanzi precedenti. Idea “brillante” secondo l’interessato stesso, che permetterà di mostrare l’unità di ciò che, nato della stessa urgenza artistica, potrà diventare un affresco del mondo moderno. È nel «Papà Goriot» (1834 -1835) che Balzac mette per la prima volta in pratica quest’innovazione, le cui conseguenze saranno fondamentali per l’invenzione della «Commedia umana». I Rastignac, i Rubempré, diventeranno gli eroi mobili di una saga sociale che non ha eguali nella narrativa moderna.
Tuttavia, mentre rafforza la sua relazione con la signora Hanska (la raggiungerà a Ginevra nel 1834, a Vienna nel1835), Balzac ne allaccia un' altra, con la contessa Visconti. Continuando a fare “affari”, compera un giornale, «La cronaca di Parigi». E scrive sempre più forsennatamente, al punto, questa volta, di mettere seriamente a repentaglio la salute: dopo la pubblicazione de «Il giglio nella valle», nel 1836, è vittima di un attacco. Anno terribile per lui: mentre viaggia in Italia, Balzac apprende della morte della Signora de Berny, quella che chiamò sempre “Dilecta”; «La cronaca di Parigi» fa fallimento, e Balzac affronta un pesante processo con l’editore Bulloz.
Alla fine del 1836, si getta in una nuova avventura giornalistica e letteraria facendo uscire su «La Presse», in dodici puntate, «La Vielle fille». Era l’inizio del «roman-feuilleton» ossia di quel romanzo di diffusione popolare, che veniva pubblicato nell’ultimo foglio (da dove il termine) dei quotidiani allo scopo di uncinare il lettore, con la storia narrata a puntate, all’acquisto del giornale medesimo. Balzac non poteva restare estraneo ad alcuna delle invenzioni del suo tempo in questo settore: volle per sé fino alla morte un destino di scrittore popolare, di giornalista, di editore.
Questa nascita del «roman-feuilleton», nuovo strumento per un nuovo pubblico, coincide con il pieno controllo di quello strumento che egli ha messo a punto: il romanzo balzachiano, quello ciclico coi personaggi che ritornano. Apre anche l’ultima fase della “carriera” di Balzac e fornisce ad uno dei suoi più famosi romanzi, «Illusioni perdute», le esperienze ancora fresche appena vissute: la potenza della stampa e il ruolo di un’opinione pubblica con la quale occorrerà fare i conti; commercializzazione, industrializzazione dell’impresa letteraria; circolazione delle idee e delle merci, “commercio” dello spirito. La composizione e la pubblicazione delle «Illusioni perdute» si protrae per sette anni (1837 -1843), fatto che non comporta una diminuzione dell’attività creativa di Balzac: dal 1837 alla morte, avvenuta nel 1850, scrive più di 23 romanzi, tenta anche la scrittura per il teatro e prova ancora ad avere il “suo giornale”, la «Revue parisienne» (tre numeri). I romanzi di questo scorcio finale della sua vita sono quelli che la posterità ha più amato: « César Birotteau », (1837) «La cugina Bette» (1846) «Il cugino Pons» (1847), passando per « Une ténébreuse affaire », «Le memorie da due giovani spose» (1841) o «Splendori e miserie delle cortigiane» che chiude la vicenda di Lucien de Rubempré iniziata nelle «Illusioni perdute». Alcuni dicono che è il rabbuiarsi definitivo di un mondo che il movimento romantico aveva mostrato sotto le sue due facce, luce e notte: e che adesso altro non è che notte.
Ma è a partire da questo perfetto controllo della tecnica narrativa che Balzac realizza una formidabile macchina romanzesca: nel 1841 appare in un contratto il titolo di «Comédie humaine». Nel 1842, Balzac redige la prefazione, dove chiarisce le sue intenzioni sull’organizzazione dell’immensa materia narrata. È nel 1845 infine che elabora l’indice completo della sua “Commedia”, umana, visto che altri hanno scritto quella “divina”. Così come la concepisce nella sua totalità è formata da 137 romanzi, con quasi 2.000 personaggi (46 romanzi sono restati allo stato di progetto o di semplice schizzo preparatorio).
Nel frattempo, con la morte del marito della signora Hanska, il sogno cominciato sette anni prima poteva compiersi: nel 1843, Balzac parte alla volta di San Pietroburgo per raggiungervi la sua Eva, lasciando dietro di sé una scia di debiti che rischiano di farlo arrestare. Ritorna per trovare il suo lavoro, i suoi debiti, la sua fuga perenne, ma il medico gli diagnostica una meningite cronica. Viaggia molto attraverso l’Europa con la sua Straniera, da cui spera anche di avere un bambino (ma la signora Hanska, che nel 1846 ha già quarantacinque anni, non condurrà a termine la sua gravidanza), e trascorre i suoi ultimi due anni tra la Francia e l’Ucraina. La rivoluzione del 1848 gli ispira soltanto riflessioni negative, e, candidato alla Académie Française al seggio di Chateaubriand, ottiene soltanto due voti. Sposa la signora Hanska il 14 marzo 1850, in Ucraina. A fine giugno, non può più scrivere. Esausto, rientra a Parigi, per morirvi il 18 agosto. Hugo, che pronunciò il suo elogio funebre al Père-Lachaise, riporta in «Cose viste» il breve scambio che ebbe con il ministro dell’Interno. Mi dice: « Era un grand'uomo». Gli dico: «Era un genio».
Balzac è l’inventore del romanzo del mondo moderno, cioè del mondo dopo la Rivoluzione. Durante tutto il XIX secolo, e durante una buona parte del XX, i romanzieri francesi e stranieri si sono pronunciati per o contro ciò che è rapidamente diventato il “modello balzacchiano”. Questo romanzo è totale - Balzac rivendicava lo spirito sistematico contro la tentazione del “mosaicismo” - nel senso che egli si vanta esplicitamente di un’ipotesi scientifica: Balzac vuole elaborare la tassonomia e la classificazione dei tipi umani, come Cuvier o Geoffroy Saint-Hilaire facevano per le specie animali. Crede che il corpo sociale sia identico alla fauna naturale. Ritiene anche che il lavoro dello scrittore, simile in ciò a quello stesso dello scienziato, sia di descrivere e spiegare: «Dovrà essere cercata all’interno della stessa società la ragione delle sue dinamiche», afferma nella prefazione della «Comédie humaine».
L’ambiente dove questo programma estetico deve compiersi è quello della realtà storica e sociale: romantico, Balzac sa che, dopo la Rivoluzione, ogni uomo, potente o umile, è entrato da protagonista nella storia. La storia dà a ciascuno la forma del suo destino; dispone dei cuori, delle scelte che si credevano personali. Avanza, ed ha un senso: scrivere il passato serve a comprendere il presente, o anticipare il futuro. La storia, trama del testo, è anche la vera finalità della poetica balzacchiana; “storico fedele e completo”, “più storico che romanziere”, ma capace di trionfare dove la storia fallisce: «Ho fatto meglio dello storico, perché sono più libero», così Balzac si raffigura affermando ancora che il suo ruolo è di fare l’inventario della società francese e di essere il “segretario” di questa società.
Che essa sia recente (epopea napoleonica, Restaurazione), appena distante nel ricordo (guerra di Vandea), o anche contemporanea (Monarchia di Luglio), la storia è ovunque: fondo, forma, dinamica del testo. Per afferrarla, il migliore strumento è il romanzo: poiché il romanzo, grazie a Balzac, è un genere totale, che contiene tutto, «l’invenzione, lo stile, il pensiero, la conoscenza, la sensazione». Flessibile, realistico o visionario, con lo sguardo teso a cogliere l’universale o il particolare, l’artista può tutto dire e tutto illuminare, fare concorrenza non solo allo “stato civile”, ma alla scienza: analogico e deduttivo come essa, e come essa preso d’accessi di verità.
Dacché «ogni romanzo è soltanto un capitolo del grande romanzo della Società» (prefazione di «Illusioni perdute»), ne consegue che l’organizzazione globale di tutti i suoi libri doveva essere, per Balzac, lo strumento perfetto di quest’espressione totale del reale. Aveva una visione filosofica globale della vita, predominata dall’idea della concentrazione necessaria sull’energia, perlopiù individuale contrapposta alle forze collettive della società e della storia. Ogni individuo, per Balzac, possiede infatti una certa quantità d’energia che l’azione o la volontà utilizzano. Che si eserciti dentro di sé o nel mondo esterno, il desiderio guida l’essere. Quest’idea forte già suggeriva a Balzac una concezione centripeta della sua opera. Ragionava per insiemi, per grandi movimenti, per strutture. La «Commedia umana» è la sistematizzazione della sua filosofia: nel 1833 escogita l’invenzione del “ritorno dei personaggi”, messa in atto nel «Papà Goriot».
Nel 1834, Balzac concepisce di dare un ordine a tutta la sua opera dividendola in tre parti: “studi di costume”, “studi filosofici”, “studi analitici”. Nel 1835, cercando un titolo per l’intero progetto, pensa a “studi sociali”. Nel 1842 infine, trova il titolo di “ commedia umana” e redige la prefazione famosa dove spiega la sua visione "zoologica" dei tipi umani. Questo titolo, dall’ambizione sproporzionata, ricorda che il mondo è un vasto teatro dove gli uomini svolgono, alla meno peggio, il loro ruolo prima di morire, ma designa anche l’opera come il modello fittizio attraverso il quale il romanziere penetra nei meccanismi e li rivela. Poiché tale è la sfida: smontare, dimostrare, appassionatamente svelare. Condurre a termine il lavoro di scavo e di disvelamento dei “moralistes” classici del Grande Secolo, ma coniugare questo lavoro di estrema raffinatezza intellettuale coi mezzi dozzinali e popolari offerti dal genere romanzo. Gli “studi dei costumi” dovevano rappresentare “tutti gli effetti sociali”, tracciare “la storia del cuore umano punto a punto”. Dopo gli effetti, le cause: gli “studi filosofici” diranno “perché le sensazioni, perché la vita”. La ricerca dei principi infine era riservata agli “studi analitici”. A edificio ultimato, Balzac avrebbe scritto le “Mille e una notte dell’Occidente”, secondo la sua espressione.
Occorre prendere questo delirante progetto sul serio. Penetrare nella Commedia umana, è, in effetti, superare una soglia magica: dal fondo della provincia francese emergono figure reali e fantastiche, individualizzate all’estremo e tuttavia tipiche. Giovani ambiziosi che il miraggio parigino strapperà alla loro monotonia, giovani donne distrutte da usurai folli, vegliardi smisurati, donne di trenta anni che dispongono di riserve infinite d’amore, celibi, nobili rispettabili ma smarriti nel ricordo di altre età, filantropi disperati venuti a cercare l’ombra ed il silenzio... Dietro le persiane chiuse, nelle dimore minuziosamente visitate, descritte - poiché, per Balzac, i luoghi producono e rivelano le persone -, drammi si annodano, rancori e odi serpeggiano, passioni si scatenano.
A una provincia delle eredità, dell’accumulo dei beni, dell’ombra e delle fortune sedimentate risponde una Parigi in piena metamorfosi, scintillante. Città di tutte le tentazioni, di tutte le possibilità e di tutti i fallimenti. Città abbagliante, fantastica sotto la penna balzacchiana. Inferno, vero dio del mondo di Balzac, dove si fissano i valori degli uomini e delle cose (dove «dietro ogni angolo si nasconde un interesse») dove s’aggirano le più belle donne, dove i bellimbusti fanno le loro uscite e dove riescono soltanto gli squali, i lupi cervieri del mondo moderno.
La Commedia umana: più di 2.000 personaggi, centrifugati negli interessi, nelle passioni, nelle sofferenze; lacerati dalla vanità , l’ambizione, l’egoismo... Poiché le “Mille e una notte dell’Occidente” di Balzac sono politiche, sociali, economiche! Alla magia dell’Oriente risponde la realtà dell’Occidente.
Il realismo balzacchiano - alcuni hanno detto la “volgarità” balzachiana - è fatto inizialmente di una convinzione: la realtà è afferrabile dalla scrittura. Poiché, per Balzac, essere realisti non è riprodurre “la ” realtà. Quale allora?
Il principale compito è comprendere: che il mondo muta, che emergono nuovi soggetti, nuove forze, che la storia sconvolge le condizioni e le mentalità, che le città si trasformano, che la borghesia non ha gli stessi valori della nobiltà... Dipingere la vita moderna, nei suoi lati oscuri e luminosi. Dunque parlare di denaro, poiché il denaro guida il mondo, mostro di cui nulla uguaglia la violenza distruttiva e la potenza inventiva, metafora del desiderio e del successo. Riuscire, nel mondo moderno, è realmente altra cosa che “fare fortuna”?
Descrivere dunque. Entrare nei dettagli che danno il senso: Balzac sa il potere degli abiti, la funzione dei mobili, il ruolo degli oggetti. Balzac sa che avere vuol dire essere. Prevede che il mondo moderno sarà quello del feticismo della merce di cui dirà Marx, che peraltro verso lo eleggerà a proprio scrittore.
Ma soprattutto occorre interpretare, comprendere, dunque reinventare: la verità della natura e quella dell’arte non sono le stesse. Per essere realistici, occorre essere surrealisti: per essere un romanziere realista, occorre essere epico e mitico, proiettare le vicende degli uomini comuni nel grande schermo del romanzo totale. Il migliore mezzo del “realismo” balzacchiano, è l’immaginazione che stilizza, caratterizza, ricompone: Balzac prende un individuo, ne fa un tipo, passa al mito (Grandet, Vautrin, Rastignac, Goriot ed anche « la donna-di-trent’anni »...). Balzac prende una casa, ed essa diventa un corpo fantastico, affronta Parigi, e Parigi diventa labirinto ed inferno...
È per questo che al centro di tutta l’opera balzachiana si trova la riflessione sull’arte e sull’artista. Personaggio “romantico” per eccellenza, l’artista occupa l’immaginazione di Balzac. Uomo del desiderio, dedito alla ricerca dell’assoluto, dotato di una vista acuta che sa decifrare i misteri della natura, della vita, della società, capace di svegliare le forme immerse nel nulla, demiurgo... e disperato specchio infine, dove qualsiasi cosa viene a riflettersi.
La letteratura ha il compito di riprodurre la natura con il pensiero. Il creatore prometeico osserva, esprime, ricorda ed inventa: il romanzo balzacchiano è questo alambicco alchemico dove il reale trasmuta nel mito e nel simbolo, dove emerge ciò che non si conosceva, dove l’immagine e la condensazione della scrittura rendono visibile e leggibile ciò che era soltanto frammento, polvere, pezzetti di “realtà” prive di qualsiasi significato. Balzac è dunque Scheherazade: con lui, le realtà prosaiche del mondo moderno, i piccoli affari della piccola borghesia, le speculazioni meschine e le passioni umane, troppo umane, sono tratte dall’ombra per essere consegnate alla poesia duratura della leggenda.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(142)
-
▼
maggio
(22)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
maggio
(22)


