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venerdì 21 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 1940 la Francia si arrende alla Germania nazista.
In un primo momento Hitler aveva pensato di attaccare ad occidente nel novembre del 1939, subito dopo la conclusione della campagna di Polonia, ma poi le avverse condizioni meteorologiche e alcune mancanze nell'equipaggiamento delle truppe lo avevano costretto a rinviare l'offensiva.
Il piano di invasione era denominato "Fall Gelb" ("Piano Giallo") e si basava ancora sul vecchio "Piano Schlieffen", l'attacco sferrato attraverso il Belgio che non aveva avuto successo durante la Prima Guerra Mondiale. Il generale Erich Von Manstein però elaborò un piano alternativo (chiamato "Sichelschnitt" o "Movimento a falce") che prevedeva un attacco "secondario" sempre attraverso il Belgio per attirare in quelle zone sia gli inglesi che i francesi; la grande differenza rispetto al piano del 1914 risiedeva però nel fatto che l'offensiva primaria del piano di Von Manstein si doveva svolgere attraverso i territori delle Ardenne, notoriamente collinosi e pieni di fitte foreste. Proprio queste ultime facevano pensare allo stato maggiore francese che i tedeschi non avrebbero mai potuto attraversare quel settore e quindi il numero di forze che dovevano costituire la difesa era molto esiguo.
Il 10 gennaio un aereo tedesco che aveva a bordo dei documenti riguardanti il "Piano Giallo" fu costretto ad atterrare in Belgio e, di conseguenza, Hitler e il suo stato maggiore furono costretti ad apportare delle modifiche al piano di Von Manstein.
A nord il gruppo di armate B, composto da 28 divisioni al comando di Fedor Von Bock, doveva invadere il Belgio e i Paesi Bassi; il gruppo di armate A, invece, composto da 44 divisioni (di cui 7 corazzate) e al comando di Gerd Von Rundstedt, doveva avanzare attraverso le Ardenne ed effettuare uno sfondamento sul fiume Mosa.
Von Rundstedt affidò il ruolo principale dell'attacco al Panzergruppe di Kleist (che comprendeva anche le tre divisioni corazzate di Guderian) che doveva marciare su Sedan. Alla destra di Guderian si trovavano le divisioni di Reinhardt e, ancora più a nord, quelle di Hoth. I carri armati di Rommel invece dovevano attraversare l'estremità meridionale della frontiera belga puntando verso Dinant.
Per quanto riguarda lo schieramento alleato, invece, erano schierate inutilmente 30 divisioni francesi sulla linea Maginot. Solo dieci divisioni erano tenute di riserva, pronte ad essere impiegate in situazioni di emergenza. Il corpo di spedizione britannico consisteva in 33 divisioni che dovevano fronteggiare a nord le truppe di Von Bock.
Gli Alleati potevano contare su più carri armati ma i tedeschi avevano dalla loro la superiorità aerea e il possesso dell'artiglieria semovente, che costituì un vantaggio notevole per la guerra di movimento. I tedeschi inoltre possedevano una grande organizzazione delle loro forze corazzate (le cosiddette "Panzerdivisionen") in cui tutte le componenti erano altamente addestrate e collaudate.
Il 10 maggio 1940 il Panzergruppe di Kleist passò la frontiera; nonostante formasse una lunga colonna protetta dall'alto da un gran numero di aerei, l'aviazione francese non si preoccupò di effettuare ricognizioni accurate e quindi l'alto comando ignorò completamente l'ipotesi che potesse essere quello il settore in cui veniva sferrato l'attacco principale di tutta l'offensiva.
La sera stessa del 10 la 2° divisione di cavalleria leggera francese attaccò le avanguardie della Panzerdivision di Guderian ma fu respinta; quest'ultimo continuò ad avanzare e la mattina del 12 varcò la frontiera francese a nord di Sedan. Le Ardenne erano ormai alle spalle e l'intero attraversamento era stato compiuto in due giorni anziché nei nove o dieci sui quali aveva sperato Gamelin (il comandante in capo dell'esercito francese) per portare in prima linea la sua artiglieria. Nel pomeriggio della stessa giornata i carri armati di Guderian raggiunsero il fiume Mosa su entrambi i lati di Sedan. Secondo gli ordini di Gamelin, questa città doveva essere tenuta ad ogni costo ma, già alle 19 di quella stessa sera, la cavalleria francese, nel timore di essere accerchiata, si ritirò sulla riva sinistra della Mosa e fece saltare i ponti; i nazisti entrarono nell'abitato senza incontrare resistenza.
Alle 16 del giorno successivo i tedeschi iniziarono ad attraversare il fiume mentre i continui attacchi degli stuka e dei bombardieri mettevano a tacere l'artiglieria francese. Verso la fine del pomeriggio attraversarono la Mosa anche le unità corazzate leggere mentre, durante la notte, toccò al resto della 1° Panzerdivision. Grazie al passaggio anche della 10° Panzer, Guderian creò una testa di ponte larga 5 chilometri e lunga 10.
Più a nord si trovava la 7° Pamzerdivision di Rommel che raggiunse la Mosa poco sotto Dinant e riuscì anch'esso a stabilirvi una piccola testa di ponte. Per contrastarla i francesi spostarono, tramite ferrovia, una divisione corazzata a Charleroi, ma questa impiegò moltissimo tempo per raggiungere le posizioni iniziali dato che le strade erano piene di civili in fuga. Questo ritardo consentì a Rommel di far completare l'attraversamento del fiume anche ai suoi carri armati. Il mattino del 15 avanzò e travolse la divisione avversaria a cui, alla fine, rimasero solo pochissimi carri ancora operativi.
Guderian, da parte sua, ebbe la meglio su un'altra divisione corazzata francese e, alla sera del 16 maggio, si trovava già 90 km oltre Sedan.
Intanto a Parigi i pessimi rapporti tra il governo di Reynaud e il comandante in capo Gamelin fecero in modo che i politici non conoscessero la disastrosa situazione in cui si trovavano le truppe alleate; anche Gamelin stesso, a causa della scarsa organizzazione della catena di comando francese, non si fece un'idea precisa di come andavano le cose al fronte. Nella sera del 15 maggio egli ricevette la notizia che i tedeschi avevano raggiunto Montcornet e solo allora si rese conto della gravissima situazione dei suoi uomini; dopo una drammatica telefonata con il ministro Daladier, la mattina del 16 diede l'ordine alle sue truppe di ritirarsi definitivamente dal Belgio.
Lo stesso giorno Rommel avanzò di altri 80 km catturando 10.000 prigionieri ed entrando nell'abitato di Cambrai, mentre il giorno 17 le unità corazzate di Guderian giunsero a 100 km da Parigi; quest'ultimo poi si spinse ancora in avanti occupando S. Quintino ed arrivando fino alla Somme.
Finalmente Gamelin capì che l'obiettivo dei tedeschi non era la città di Parigi, bensì il canale della Manica che, se fosse stato raggiunto, avrebbe spezzato in due tronconi gli eserciti alleati. A Gamelin si presentò la favorevole occasione di attaccare la fanteria motorizzata tedesca dato che questa si trovava in ritardo di 2 o 3 giorni rispetto ai panzer. Questo piano fu però revocato dal generale Weygand, che, la notte del 19, Reynaud nominò al posto di Gamelin.
Weygand andò subito al fronte per rendersi conto personalmente della situazione ma l'avanzata tedesca procedeva inesorabile. Alle 9 del mattino del 20 maggio le Panzerdivisionen di Guderian entrarono ad Amiens e, dieci ore più tardi, occuparono Abbeville. Alle 20 i tedeschi raggiunsero le coste della Manica a Noyelles.
Il raggiungimento di questo obiettivo fu un colpo mortale per gli alleati. Le loro forze ormai erano spezzate in due tronconi dalle divisioni corazzate di Hitler che, in soli dieci giorni, avevano percorso più di 300 chilometri. Ora ai tedeschi non rimaneva che annientare il corpo di spedizione britannico e conquistare il resto della Francia.
Gli inglesi dovevano sottrarsi all'accerchiamento tedesco per poter passare la Manica e ritornare in patria. La decisione di evacuazione fu presa definitivamente il 20 maggio 1940 all'interno di una galleria scavata nella roccia della scogliera di Dover, proprio sotto il castello che domina il Pas de Calais; qui, durante la prima guerra mondiale, vi era installato un impianto per la produzione di energia elettrica e per questo, il comandante dell'operazione, il Viceammiraglio Bertram Ramsay, decise di battezzarla "Dynamo".
Il piano originario dell'operazione Dynamo si basava sul presupposto che sarebbero stati disponibili per l'evacuazione i 3 porti di Boulogne, Calais e Dunkerque; il 25 maggio però le divisioni corazzate del gruppo d'armate B di Von Rundstedt raggiunsero Abbeville e, subito dopo, caddero anche Boulogne e Calais. Rimase quindi solo Dunkerque ed il litorale agibile per imbarcare le truppe ormai si era ridotto a una cinquantina di chilometri.
L'Operazione Dynamo ebbe inizio ufficialmente alle 18:57 del 26 maggio ma i risultati del primo giorno furono molto deludenti: 7.669 uomini furono recuperati da natanti da diporto, traghetti adibiti al trasporto passeggeri e barconi; la costa nella zona di Dunkerque infatti è caratterizzata da bassi fondali ed è praticamente inavvicinabile per le navi di grosso tonnellaggio. Vennero perciò requisiti tutti i tipi di imbarcazioni leggere e perfino delle barche a remi del Tamigi.
Il 28 maggio furono recuperati 17.804 uomini, ma il prezzo che dovette pagare tutta la flottiglia inglese fu alto; le condizioni meteo erano buone e la Luftwaffe di Goring aveva era nelle condizioni ideali per bombardare e mitragliare i soldati alleati ormai sfiniti. Goring aveva insistito personalmente con Hitler perché il compito fosse svolto solo dalle sue forze aeree senza l'intervento dell'Esercito; i carri armati tedeschi, infatti, si arrestarono a meno di 20 chilometri da Dunkerque, sulla linea del Canale Aa.
Il 29 maggio furono messi in salvo 47.310 uomini, ma gli Alleati persero 3 cacciatorpediniere e altre 21 unità minori.
Il giorno 30 il cielo si presentò coperto e, approfittando della ridotta attività della Luftwaffe, furono evacuati 53.823 uomini; questo fu facilitato dal fatto che le operazioni di imbarco dei soldati dalle spiagge alle navi da trasporto si svolsero in maniera più ordinata.
Il 31 maggio furono portati in Inghilterra 68.014 soldati.
Il primo giugno, nonostante le azioni di bombardamento in picchiata della Luftwaffe e le sue azioni di mitragliamento a bassa quota, furono evacuati altri 132.000 uomini seguiti, il giorno seguente, da altri 64.000.
Alle 23:30 del 2 giugno il comandante della base navale di Dunkerque, Capitano di Vascello Tennant, pose fine all'Operazione Dynamo; l'ultima nave caricò le truppe alle 3:30 del giorno seguente.
Subito dopo la città di Dunkerque cadde in mano ai tedeschi e, quando questi arrivarono sulle spiagge, fecero prigionieri 40.000 soldati francesi che avevano, in precedenza, tenuto le postazioni del perimetro difensivo.
In termini numerici l'Operazione Dynamo ebbe risultati veramente soddisfacenti: furono tratti in salvo 338.226 uomini (di cui 139.097 francesi), ben più dei 50.000 che si stimava all'inizio. Furono però uccisi 68.111 soldati inglesi e altri 2.000 uomini andarono perduti in mare; vennero affondate anche 243 navi, di cui 6 erano cacciatorpediniere britannici.
Oltre agli uomini e alle navi, gli Alleati persero anche una grandissima quantità di materiali: dovettero essere abbandonati più di 60.000 veicoli, più di 2.000 motocicli, circa 2.000 cannoni, armi portatili e munizioni.
Resta da spiegare come mai i tedeschi arrestarono i loro carri armati proprio nel momento decisivo e vicino alla loro schiacciante affermazione; è vero che Goring insistette con Hitler perché voleva il merito della vittoria, ma molti storici sostengono che il Fuhrer volesse evitare una umiliazione alla Gran Bretagna e facilitare cosi le trattative di pace.
Per la difesa del territorio nazionale i francesi avevano a disposizione 43 divisioni di fanteria (di cui alcune avevano subito gravi perdite), tre divisioni di cavalleria leggera e tre divisioni corazzate, a cui però erano rimasti pochi carri armati. Diciassette divisioni invece erano schierate per difendere la linea Maginot. Nelle retrovie, infine, si stavano riorganizzando sette divisioni belghe di fanteria leggera. Tutte queste forze dovevano affrontare 130 divisioni tedesche, di cui 10 corazzate.
Hitler, il 29 maggio 1940, aveva informato i suoi comandanti d'armata della sua decisione di riunire le forze corazzate a sua disposizione e di farle avanzare a sud, in modo da sconfiggere definitivamente l'esercito francese.
Von Bock trasferì la 4°, la 6° e la 9° armata sulla Somme mentre la 2°, la 12° e la 16° di Von Rundstedt si schierarono sull'Aisne. Le 10 Panzerdivisionen furono riorganizzate in 5 Panzerkorps; il XV Pannzerkorps di Hoth si posizionò tra la costa e Amiens, il XIV e il XVI furono dislocati lungo il corso medio della Somme (per dirigersi verso Parigi) e, infine, il XXXIX ed il XLI si schierarono sull'Aisne con l'obiettivo di avanzare verso sud-est per giungere alle spalle della linea Maginot.
I francesi non potevano sostenere l'urto perché i tedeschi avevano due teste di ponte sulla sponda meridionale dalla Somme ed in questo modo erano in grado di attaccare in qualsiasi momento. La loro linee di difesa, inoltre, era molto debole e vi era poca concentrazione di truppe.
All'alba del 5 giugno 1940, in contemporanea con un violento attacco della Luftwaffe, i carri armati tedeschi avanzarono a ovest di Amiens ma i francesi opposero una strenua resistenza.
Due giorni dopo però i nazisti erano ormai all'offensiva su tutto il fronte: a ovest il XV Panzerkorps di Hoth aveva isolato le due divisioni dell'ala sinistra alleata (compresa la 51° divisione britannica), a est la 9° armata tedesca conquistò il Chemin des Dames obbligando la 6° armata francese a ritirarsi oltre il fiume Aisne. Inoltre Rommel, con la sua 7° Panzerdivision, continuò ad avanzare giungendo, il giorno 9, sulla Senna.
La Senna venne attraversata dai tedeschi il 10 giugno a ovest di Parigi mentre e est avanzarono verso la Marna: Parigi stava per essere minacciata da una grossa manovra di accerchiamento a tenaglia. La sera stessa il governo decise di lasciare la capitale per trasferirsi a Tours (il 16 poi si spostò a Bordeaux) mentre, quasi in contemporanea, giunse la notizia che anche l'Italia, a mezzanotte, sarebbe entrata in guerra contro la Francia.
Alle ore 11 dell'11 giugno il comandante in capo francese dichiarò Parigi "città aperta" dato che ormai non c'era più nessuna speranza di difenderla; l'esercito francese ebbe l'ordine di ritirarsi e abbandonò la capitale. Alle 19 dello stesso giorno si tenne una riunione (al castello di Le Muguet) alla quale parteciparono il maresciallo Petain, il generale Weygand, De Gaulle, Churchill, Eden, Ismay e Spears: in essa Weygand disse senza mezzi termini che i francesi non avevano più riserve e che non c'era più modo di evitare l'invasione di tutta la Francia.
Il 13 giugno Parigi fu totalmente sgombrata dalle truppe francesi e il 14 i tedeschi fecero il loro ingresso nella città. La popolazione fuggì verso sud, unendosi ai profughi che provenivano dal Belgio e dalla Francia settentrionale.
Il comando supremo tedesco organizzò l'inseguimento dell'esercito francese su tre direttrici: la prima verso sud-ovest per tagliare la strada alle truppe che ripiegavano verso Bordeaux, la seconda verso Digione e Lione per attaccare alle spalle i soldati che stavano combattendo contro gli italiani, la terza verso il confine svizzero per sbarrare la ritirata alla armate che si trovavano sulla linea Maginot; in quest'ultimo settore i carri armati di Guderian arrivarono il 16 a Besancon e il 17 nei pressi del confine con la Svizzera. Qui dovette sconfinare il XLV corpo d'armata francese, dove fu internato.
Ormai i francesi non potevano fare altro che chiedere l'armistizio; nella notte tra il 16 ed il 17 giugno il governo Reynaud cadde e fu sostituito da quello del maresciallo Henri-Philippe Petain.
Le truppe di Hitler infatti arrivarono ad occupare prima Cherbourg e Brest (a ovest), poi Vichy, dove nel frattempo si era trasferito il comando in capo francese, e infine Lione (a sud).
Il giorno dopo il suo insediamento Petain ordinò la cessazione dei combattimenti e intavolò subito le trattative per chiedere l'armistizio.
Alle 15:15 del 21 giugno Hitler, accompagnato dalle massime autorità del Terzo Reich, arrivò nella foresta di Compiègne; poco lontano si trovava lo stesso vagone ferroviario nel quale gli Alleati avevano ottenuto la firma della resa tedesca nel 1918. Dopo discussioni tra le due delegazioni (che durarono una giornata intera), alle 18:45 del 22 giugno 1940 i francesi firmarono il documento di resa. Le ostilità sarebbero cessate del tutto alle ore 1:35 del 25 giugno.
La Germania impose condizioni durissime ai francesi: esercito ridotto a 100.000 uomini, occupazione di buona parte del territorio nazionale, danni di guerra enormi, marina smilitarizzata; inoltre i prigionieri di guerra non furono restituiti.
Per la Francia fu una sconfitta umiliante; ebbe inoltre 120.000 morti contro i 27.000 tedeschi.
Il suo territorio fu diviso in due parti: a nord e a ovest venne definita la zona di occupazione tedesca mentre a sud venne istituito uno stato francese con sovranità limitata ed avente come capitale Vichy. Nelle mani del maresciallo Petain venne concentrato tutto il potere esecutivo e legislativo, i partiti e i sindacati furono sciolti e fu avviata una politica di discriminazione antisemita.

giovedì 20 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1859 le truppe papali compiono le cosiddette "stragi di Perugia".
Un episodio poco noto delle vicende risorgimentali, è quello delle “stragi di Perugia”, un orrendo massacro di civili inermi da parte della soldataglia pontificia dell'allora papa Pio IX.
I fatti si svolgono nel 1859 durante la Seconda Guerra di Indipendenza, quando i franco-piemontesi stavano combattendo in Lombardia per cacciare gli austriaci; fino a quel momento la campagna aveva visto gli alleati sempre vincitori: Montebello (20 maggio), Palestro (31 maggio), Magenta (4 giugno), suscitando l'entusiasmo di quanti con trepidazione seguivano gli avvenimenti della guerra, nella speranza che fosse la volta buona per liberare l'Italia dal dominio straniero. La prima città ad insorgere per sposare la causa italiana fu Firenze, seguita poco dopo da Bologna.
Nella città di Perugia (allora nel territorio dello Stato della Chiesa) esisteva un comitato legato alla Società Nazionale, un'associazione che sosteneva la necessità per l'Italia di arrivare all'indipendenza e all'unità appoggiandosi a Casa Savoia.
Fu così che il 14 giugno il comitato si presentò a monsignor Luigi Giordani, rappresentante del pontefice in città, per chiedere allo Stato Pontificio di abbandonare la politica di neutralità e di appoggiare apertamente la causa italiana. Vedendosi opporre un netto rifiuto, il comitato prese possesso del governo cittadino offrendo l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II.
La reazione non si fece attendere: Pio IX inviò il 1° reggimento estero, duemila mercenari svizzeri al comando del colonnello Schmidt, con l'ordine di riprendere la città ad ogni costo. Ma non bastava: bisognava dare alla cittadinanza una dura lezione, che fosse da monito per chiunque altro avesse in animo di sposare la causa italiana e di ribellarsi all'autorità del papa; in parole povere, la città doveva essere saccheggiata.
Le forze papaline giunsero davanti a Perugia il 20 giugno, e dato che gran parte degli uomini in grado di combattere erano partiti per arruolarsi nell'esercito piemontese (la città umbra fornì per la causa italiana ben ottocento volontari), i pontifici ebbero gioco facile dei difensori, che furono travolti presso Porta San Pietro. A quel punto i soldati del papa entrarono in città.
Le testimonianze su quanto accadde con l'ingresso a Perugia delle forze pontificie sono agghiaccianti. Decine di case furono saccheggiate e chi vi si trovava all'interno fu barbaramente ucciso; furono presi d'assalto persino monasteri, chiese e ospedali, gli stupri non si contarono e parecchi civili inermi furono uccisi a baionettate dai soldati del papa.
In quei giorni a Perugia si trovava una famiglia statunitense, i Perkins, testimoni oculari di quegli avvenimenti, che furono malmenati e derubati dai pontifici; il New York Times riportò la loro testimonianza: “Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini, donne e bambini”; questa invece la testimonianza dell'ambasciatore statunitense Stockton: “Una soldatesca brutale e mercenaria fu sguinzagliata contro gli abitanti che non facevano resistenza; quando fu finito quel poco di resistenza che era stata fatta, persone inermi e indifese, senza riguardo a età o sesso furono, violando l'uso delle nazioni civili, fucilate a sangue freddo”.
Gli avvenimenti di Perugia ebbero una larga diffusione sui quotidiani di tutto il mondo, e l'immaginario collettivo ne fu fortemente colpito. Giosuè Carducci scrisse il sonetto “Per le stragi di Perugia”, e il poeta statunitense John Whitter scrisse “From Perugia”, per ricordare quanto accaduto.
Pio IX cercò di far passare il messaggio per cui non fu lui ad autorizzare la strage, ma fu iniziativa di altri. E' altamente improbabile però che il pontefice potesse non sapere quanto fosse stato ordinato alle truppe; e comunque in seguito Pio IX istituì la medaglia “Benemerenti per la Presa di Perugia”, riconoscimento da assegnarsi ai soldati che presero parte alla presa della città e quindi alle stragi. Infine, come ricompensa per i suoi servigi, il colonnello Schmidt fu nominato generale di brigata.
Il 24 giugno, pochi giorni dopo i tragici fatti di Perugia, si svolse la battaglia di San Martino e Solferino, che sancì la vittoria definitiva dei franco-piemontesi sull'Austria, inizio della serie di avvenimenti che portarono alla nascita della nuova Italia libera e indipendente. Circa un anno e mezzo dopo, il 4 novembre del 1860, un plebiscito sancì l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna: votanti 97.708, favorevoli all'annessione 97.040; e il Regio Decreto del 17 dicembre del 1860 citava: “le provincie dell'Umbria fanno parte del Regno d'Italia”.
Nessun Papa, inclusi i contemporanei, ha mai chiesto scusa per questa barbarie.

mercoledì 19 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1938 l'Italia vince il suo secondo mondiale di calcio.
Campione del mondo, campione del mondo. L’urlo strozzato in gola è del radiocronista Niccolò Carosio che annuncia appunto via radio in onde medie a tutta l’Italia la conquista della seconda Coppa del mondo. Dopo il trionfo di quattro anni prima in casa, la nazionale di Vittorio Pozzo si aggiudica la Coppa Rimet anche nel 1938 in Francia.
È una formazione di fuoriclasse come Silvio Piola, Giuseppe Meazza e Gino Colaussi modellata alla perfezione dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, fine stratega ma anche abile psicologico. Uno studioso del calcio ma anche dello spogliatoio.
Quella del 1938 è l’ultima edizione della Coppa del mondo prima dell’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale. Ed è una rassegna in tono minore, un po’ per i venti di guerra che già soffiano e anche per la defezione di squadre importanti. Argentina e Uruguay infatti non prendono parte alla manifestazione a causa dalla mancata concessione dell’organizzazione a un paese sudamericano, la Spagna si lecca ancora le ferite della guerra civile e la grande Austria deve piegarsi all’annessione da parte della Germania nazista.
Sono 16 le squadre in tabellone con l’esordio di Cuba, Norvegia, Polonia e Indie Orientali, la prima formazione asiatica in lizza a un mondiale. È un’Italia forte, reduce dal successo di quattro anni prima e dall’alloro olimpico del 1936 a Berlino. Ed è anche una squadra mal sopportata a causa di quel saluto romano-fascista che nella Francia liberale viene tollerato a fatica.
Sul campo però gli azzurri, che sfoggiano una divisa celeste con lo stemma di Casa Savoia, impartiscono lezioni a tutti e per assurdo la partita più problematica si rivela quella d’esordio con la Norvegia, battuta 2-1 solo ai supplementari con reti di Pietro Ferraris e Piola.
Nei quarti ci pensano Piola (doppietta) e Colaussi a battere i padroni di casa della Francia davanti a 60mila persone. La semifinale di Marsiglia con il Brasile è la vera finale: la Selecao annovera tra le sue fila il bomber Leonidas che però viene ingabbiato dalla retroguardia azzurra e là davanti ci pensano Colaussi e Meazza a sancire il successo. I brasiliani erano così convinti di accedere alla finale che avevano già comprato i biglietti aerei per la capitale ma si rifiutano per la rabbia di cederli agli azzurri che così raggiungono Parigi in treno.
La finalissima allo stadio de Colombes (quello del film Fuga per la vittoria), davanti a 60mila spettatori è contro quell’Ungheria che è la madre di quella che sarà poi la grande Ungheria di Ferenc Puskas degli anni cinquanta.
E in effetti sul campo non c’è storia e il calcio danubiano si rivela troppo acerbo per impensierire il vaccinato undici azzurro che finisce per imporsi 4-2 con le doppiette dei soliti due: Colaussi e Piola.
Il rientro in patria con la Coppa Rimet è il miglior spot per il regime fascista che vuole conquistare il mondo anche politicamente: ma quello però resterà a lungo l’ultimo trionfo azzurro. Per il tris bisognerà attendere addirittura il 1982.

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