Buongiorno, oggi è il 22 marzo.
Il 22 marzo 1796 prendeva servizio a Roma per conto del Papa, Mastro Titta, al secolo Giambattista Bugatti, boia ufficiale dello Stato Pontificio per ben 68 anni.
Nato a Roma nel 1779, nella sua lunga carriera di "maestro di giustizia" Mastro Titta praticò ben 516 esecuzioni, tutte diligentemente descritte nelle sue "Annotazioni", dal 22 marzo 1796 al 17 agosto 1864, quando, all'età di 85 anni, fu collocato a riposo da Pio IX con una pensione mensile di 30 scudi.
Prima di ogni esecuzione Mastro Titta si confessava e si comunicava, poi indossava il mantello rosso e si recava a compiere l'opera. Quando mazzolava, impiccava, squartava o decapitava, il boia operava con uguale abilità e spesso svolgeva la sua attività anche nelle province. Così annotava gli esordi della carriera di boia: «Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati».
Nella Roma ottocentesca celebri viaggiatori rimasero colpiti dalla crudezza delle scene di esecuzione capitale cui assistettero, come Lord Byron, che conobbe Mastro Titta quando il boia s'avvicinava verso la duecentesima "giustizia". Il poeta inglese, dopo aver assistito a tre esecuzioni capitali tramite ghigliottina, nel 1813 così scriveva al suo amico ed editore John Murray: «La cerimonia, - compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell'ascia, lo schizzo del sangue e l'apparenza spettrale delle teste esposte - è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell'agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi».
Charles Dickens restò molto impressionato da un'esecuzione cui aveva assistito in via de' Cerchi, intorno al 1865, e commentava con queste parole la scena: «Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all'infuori del momentaneo interesse per l'unico disgraziato attore». Quando il cadavere fu portato via, la lama detersa, e il boia s'allontanava ripassando il ponte, lo scrittore amaramente così concludeva le sue riflessioni: and the show was over.
Infine Massimo D'Azeglio, in alcune pagine de "I miei ricordi", sintetizzò la barbarie della giustizia praticata nella Roma di quegli anni descrivendo un'immagine vista a Porta San Giovanni: «In una gabbia di ferro stava il cranio imbiancato dal sole e dalle pioggie di un celebre malandrino».
Simili scene, però, si ripetevano quotidianamente in tutte le nazioni civili e, nonostante i principi di umanizzazione della pena professati dagli Illuministi e affermati nel celebre libro "Dei delitti e delle pene" da Cesare Beccaria, la "liturgia del dolore" rappresentata in occasione delle esecuzioni capitali pubbliche continuò a trovare sostenitori per tutto il secolo XIX.
Il nomignolo dato al Bugatti fu poi esteso anche ai suoi successori: in alcune terre che fecero parte dello Stato Pontificio (ma a Roma in particolar modo), il termine "mastro Titta" è direttamente sinonimo di boia.
Nei lunghi periodi di inattività svolgeva il mestiere di venditore di ombrelli, sempre a Roma. Il boia viveva nella cinta vaticana, sulla riva destra del Tevere, nel rione Borgo, al numero civico 2 di via del Campanile. Egli era naturalmente mal visto dai suoi concittadini, tanto che gli era vietato recarsi nel centro della città per ragioni legate alla sua sicurezza personale (donde il proverbio "Boia nun passa Ponte", letteralmente "il boia non passa il ponte", cioè "ognuno se ne stia nel suo pezzo di mondo"). Ma siccome a Roma le esecuzioni capitali pubbliche decretate in nome del papa-re, soprattutto quelle che dovevano essere "esemplari" per il popolo, non avvenivano nel borgo papalino ma nella parte centrale della città - a Piazza del Popolo o a Campo de' Fiori o nella piazza del Velabro (dove Monicelli ha ambientato l'esecuzione del brigante don Bastiano nel film Il marchese del Grillo) - sull'altra sponda del Tevere, in eccezione al divieto il Bugatti doveva in ogni caso attraversare Ponte Sant'Angelo per andare a compiere i suoi servigi. Questo fatto diede origine all'altro modo di dire romano "Mastro Titta passa ponte", per dire che era in programma per la giornata l'esecuzione di una sentenza di morte.
Giuseppe Gioachino Belli ha dedicato un sonetto alla figura del boia, il n. 68, composto nel 1830. L'impiccagione di cui si narra è quella di Antonio Camardella, colpevole dell'uccisione del canonico e socio in affari Donato Morgigni - impiccagione eseguita nel 1749, ben prima della nascita del Bugatti. Il boia viene però ugualmente chiamato "Mastro Titta", tanta era la fama di cui già ai tempi del Belli, il Bugatti, giunto appena a metà della sua ultrasessantennale carriera, godeva nello Stato Pontificio.
Un padre, esibendo ammirazione per il boia e per la forca, volendo mostrare al figlio l'impiccagione, lo redarguisce pesantemente, malmenandolo e mettendolo in guardia dal giudicarsi migliore di un qualsiasi delinquente condannato a morte.
« Er ricordo
Er giorno che impiccorno Gammardella
io m’ero propio allora accresimato.
Me pare mó, ch’er zàntolo a mmercato
me pagò un zartapicchio e ’na sciammella.
Mi’ padre pijjò ppoi la carrettella,
ma pprima vorze gode l’impiccato:
e mme tieneva in arto inarberato
discenno: «Va’ la forca cuant’è bbella!».
Tutt’a un tempo ar paziente Mastro Titta
j’appoggiò un carcio in culo, e Ttata a mmene
un schiaffone a la guancia de mandritta.
«Pijja», me disse, «e aricordete bbene
che sta fine medema sce sta scritta
pe mmill’antri che ssò mmejjo de tene». »
Il mantello scarlatto che Mastro Titta indossava durante le esecuzioni, è tuttora conservato nel Museo Criminologico di Roma.
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domenica 22 marzo 2026
sabato 21 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 marzo.
Il 21 marzo 1963 venne chiuso da parte del dipartimento americano di giustizia il penitenziario federale di Alcatraz, a causa degli alti costi di gestione, visto che era necessario trasportare sull'isola ogni bene necessario (cibo, vestiti, acqua potabile ecc.).
La piccola isola di Alcatraz venne scoperta (se così si può dire) ed esplorata dallo spagnolo Juan de Ayala nel 1755. Fu sempre lui che la chiamò Isla de los Alcatraces (isola dei pellicani) a causa del gran numero di questo tipo di uccelli presenti in tutta l'isola. Un altro nome comunemente dato all'isola è The Rock a causa della sua conformazione quasi esclusivamente rocciosa.
L'isola, dopo varie vicissitudine, venne ben presto fortificata ed usata, dal 1850 come prigione militare. Nel 1933 l'isola venne acquistata dal Dipartimento di Giustizia, ristrutturata (i lavori durarono oltre un anno) ed adibita a prigione federale. L'inaugurazione avvenne il 12 ottobre 1933.
Ad Alcatraz venivano solitamente reclusi i prigionieri problematici che avevano tentato la fuga o particolarmente violenti. La vita all'interno del penitenziario aveva regole proprie, diverse da quelle degli altri luoghi di detenzione. Ad esempio i prigionieri vivevano circa 23 ore racchiusi nella loro cella. I prigionieri a cui veniva concesso (ma dovevano meritarselo con la disciplina) di lavorare passavano invece solo 18 ore nella loro cella. I prigionieri che creavano problemi venivano rinchiusi in celle di isolamento prive di barre o finestre. L'unico punto di di aggregazione, nel quale poteva di fatto esserci un minimo di vita sociale era la sala mensa. Proprio in questa sala si concentravano la maggior parte delle paure della sorveglianza (anche se in realtà non successe mai nulla). Ad esempio in sala mensa era tassativamente proibito parlare e nel soffitto c'erano dei dispositivi in grado di rilasciare gas in caso di problemi. In compenso la qualità e la quantità del cibo era piuttosto buona se paragonata a quella degli altri istituti di pena. Non a torto si riteneva che la qualità del cibo consentisse di migliorare il clima dei detenuti. Le guardie giravano non armate ma i detenuti erano costantemente tenuti sotto tiro da altri guardiani attraverso delle piccole feritoie che consentivano loro di guardare all'interno.
I tentativi di evasione che si sono verificati durante i 29 anni di attività sono infatti quasi sempre terminati con la cattura dei fuggitivi al di fuori delle mura del penitenziario o con la morte dei fuggitivi.
Uno dei tentativi di fuga da Alcatraz, che entrò nella storia, riguarda la famosa Battaglia di Alcatraz, una rivolta scatenatasi il 2 maggio 1946 e terminata due giorni dopo con la morte di tre prigionieri (autori della rivolta) e di due guardie. Gli autori di questa rivolta (Bernard Coy, Marvin Hubbard, Joe Cretzer – uccisi durante la rivolta - Sam Shockley, Miran Thompson e Clarence Carnes – sopravvissuti), armati, non vedendo possibilità di fuga intrapresero una sanguinosa lotta contro le guardie carcerarie, assistite da alcune unità della Polizia di San Francisco, della Guardia costiera, dell'Aeronautica militare e dei Marines. L'uccisione di due guardie prese in ostaggio provocò la reazione di tutta la prigione che si scatenò sulle forze dell'ordine per avere la meglio. La rivolta terminò due giorni dopo, quando i Marines, aiutati da un carcerato riuscirono a sedare i prigionieri. Dopo la morte dei tre autori, furono arrestati e processati gli altri tre, dei quali Carnes fu risparmiato, mentre Shockley e Thompson furono condotti a San Quentin per essere giustiziati in camere a gas, il 3 dicembre 1948.
Il caso più famoso di fuga da Alcatraz riguarda invece i detenuti Frank Morris ed i fratelli John e Clarence Anglin, che l'11 giugno 1962 riuscirono ad uscire dalle loro celle, attraverso l'impianto di ventilazione (lasciando dei manichini da loro costruiti sulle brande per cercare di camuffare il più a lungo possibile la fuga) e ad arrivare, servendosi di giubbotti di salvataggio fatti di impermeabili, fino alla costa, dove fecero perdere definitivamente le loro tracce. Alla fuga avrebbe dovuto anche partecipare un quarto carcerato, Allen West. Quest'ultimo ebbe la sfortuna di essere più grande del buco che aveva costruito, quindi fu costretto a restare in cella. Nessuno ebbe più notizie dei tre fuggitivi e la direzione del carcere, non avendone però mai ritrovato i corpi, negò fermamente la possibilità che fossero riusciti a fuggire dall'isola (e, soprattutto, ad attraversare a nuoto il gelido tratto della baia di San Francisco). Pare che i tre, nel corso di svariati mesi di continuo ed estenuante lavoro, utilizzando un semplice cucchiaio da cucina, riuscirono a realizzare un tunnel sufficientemente largo e profondo da consentire di raggiungere il condotto dell'aria. A questo episodio è ispirato il film Fuga da Alcatraz, con protagonista Clint Eastwood.
Degna di nota è l'occupazione, ad opera di un gruppo di indiani d'America, che avvenne tra il 29 novembre 1969 e l'11 giugno 1971. L'occupazione avvenne con l'intento di chiedere al Governo la costruzione nell'isola di un centro culturale e di una Università dedicata agli indiani. L'intento di attirare l'attenzione pubblica venne facilmente raggiunto, ma dissidi interni ed il pugno ferreo dell'amministrazione locale portò, alla fine, ad un nulla di fatto.
Oggi l'isola ed il suo penitenziario sono un sito storico e sono visitabili dai turisti (ne vale la pena) che la possono raggiungere con il traghetto partendo da Fisherman's Wharf.
Il 21 marzo 1963 venne chiuso da parte del dipartimento americano di giustizia il penitenziario federale di Alcatraz, a causa degli alti costi di gestione, visto che era necessario trasportare sull'isola ogni bene necessario (cibo, vestiti, acqua potabile ecc.).
La piccola isola di Alcatraz venne scoperta (se così si può dire) ed esplorata dallo spagnolo Juan de Ayala nel 1755. Fu sempre lui che la chiamò Isla de los Alcatraces (isola dei pellicani) a causa del gran numero di questo tipo di uccelli presenti in tutta l'isola. Un altro nome comunemente dato all'isola è The Rock a causa della sua conformazione quasi esclusivamente rocciosa.
L'isola, dopo varie vicissitudine, venne ben presto fortificata ed usata, dal 1850 come prigione militare. Nel 1933 l'isola venne acquistata dal Dipartimento di Giustizia, ristrutturata (i lavori durarono oltre un anno) ed adibita a prigione federale. L'inaugurazione avvenne il 12 ottobre 1933.
Ad Alcatraz venivano solitamente reclusi i prigionieri problematici che avevano tentato la fuga o particolarmente violenti. La vita all'interno del penitenziario aveva regole proprie, diverse da quelle degli altri luoghi di detenzione. Ad esempio i prigionieri vivevano circa 23 ore racchiusi nella loro cella. I prigionieri a cui veniva concesso (ma dovevano meritarselo con la disciplina) di lavorare passavano invece solo 18 ore nella loro cella. I prigionieri che creavano problemi venivano rinchiusi in celle di isolamento prive di barre o finestre. L'unico punto di di aggregazione, nel quale poteva di fatto esserci un minimo di vita sociale era la sala mensa. Proprio in questa sala si concentravano la maggior parte delle paure della sorveglianza (anche se in realtà non successe mai nulla). Ad esempio in sala mensa era tassativamente proibito parlare e nel soffitto c'erano dei dispositivi in grado di rilasciare gas in caso di problemi. In compenso la qualità e la quantità del cibo era piuttosto buona se paragonata a quella degli altri istituti di pena. Non a torto si riteneva che la qualità del cibo consentisse di migliorare il clima dei detenuti. Le guardie giravano non armate ma i detenuti erano costantemente tenuti sotto tiro da altri guardiani attraverso delle piccole feritoie che consentivano loro di guardare all'interno.
I tentativi di evasione che si sono verificati durante i 29 anni di attività sono infatti quasi sempre terminati con la cattura dei fuggitivi al di fuori delle mura del penitenziario o con la morte dei fuggitivi.
Uno dei tentativi di fuga da Alcatraz, che entrò nella storia, riguarda la famosa Battaglia di Alcatraz, una rivolta scatenatasi il 2 maggio 1946 e terminata due giorni dopo con la morte di tre prigionieri (autori della rivolta) e di due guardie. Gli autori di questa rivolta (Bernard Coy, Marvin Hubbard, Joe Cretzer – uccisi durante la rivolta - Sam Shockley, Miran Thompson e Clarence Carnes – sopravvissuti), armati, non vedendo possibilità di fuga intrapresero una sanguinosa lotta contro le guardie carcerarie, assistite da alcune unità della Polizia di San Francisco, della Guardia costiera, dell'Aeronautica militare e dei Marines. L'uccisione di due guardie prese in ostaggio provocò la reazione di tutta la prigione che si scatenò sulle forze dell'ordine per avere la meglio. La rivolta terminò due giorni dopo, quando i Marines, aiutati da un carcerato riuscirono a sedare i prigionieri. Dopo la morte dei tre autori, furono arrestati e processati gli altri tre, dei quali Carnes fu risparmiato, mentre Shockley e Thompson furono condotti a San Quentin per essere giustiziati in camere a gas, il 3 dicembre 1948.
Il caso più famoso di fuga da Alcatraz riguarda invece i detenuti Frank Morris ed i fratelli John e Clarence Anglin, che l'11 giugno 1962 riuscirono ad uscire dalle loro celle, attraverso l'impianto di ventilazione (lasciando dei manichini da loro costruiti sulle brande per cercare di camuffare il più a lungo possibile la fuga) e ad arrivare, servendosi di giubbotti di salvataggio fatti di impermeabili, fino alla costa, dove fecero perdere definitivamente le loro tracce. Alla fuga avrebbe dovuto anche partecipare un quarto carcerato, Allen West. Quest'ultimo ebbe la sfortuna di essere più grande del buco che aveva costruito, quindi fu costretto a restare in cella. Nessuno ebbe più notizie dei tre fuggitivi e la direzione del carcere, non avendone però mai ritrovato i corpi, negò fermamente la possibilità che fossero riusciti a fuggire dall'isola (e, soprattutto, ad attraversare a nuoto il gelido tratto della baia di San Francisco). Pare che i tre, nel corso di svariati mesi di continuo ed estenuante lavoro, utilizzando un semplice cucchiaio da cucina, riuscirono a realizzare un tunnel sufficientemente largo e profondo da consentire di raggiungere il condotto dell'aria. A questo episodio è ispirato il film Fuga da Alcatraz, con protagonista Clint Eastwood.
Degna di nota è l'occupazione, ad opera di un gruppo di indiani d'America, che avvenne tra il 29 novembre 1969 e l'11 giugno 1971. L'occupazione avvenne con l'intento di chiedere al Governo la costruzione nell'isola di un centro culturale e di una Università dedicata agli indiani. L'intento di attirare l'attenzione pubblica venne facilmente raggiunto, ma dissidi interni ed il pugno ferreo dell'amministrazione locale portò, alla fine, ad un nulla di fatto.
Oggi l'isola ed il suo penitenziario sono un sito storico e sono visitabili dai turisti (ne vale la pena) che la possono raggiungere con il traghetto partendo da Fisherman's Wharf.
venerdì 20 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin furono uccisi mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d'armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l'esercito ed altre istituzioni italiane. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.
La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell'azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati alle vittime, poiché l'autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell'Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali. La commissione non ha però approfondito la possibilità che l'omicidio possa essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche personalità dell'economia italiana.
Sulla "scena del delitto" erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
Lo stesso singolo proiettile, proveniente secondo la perizia balistica da un fucile a lungo raggio di fabbricazione russa, avrebbe colpito entrambe le vittime mancando però la loro scorta, uscita indenne dalla sparatoria. Questa ricostruzione dell'agguato si sposa difficilmente con la tesi di un eventuale rapimento, degenerato in tragedia.
Ad ulteriore conferma dei dubbi che avvolgono il caso, appare anomalo nell'eventualità di una rapina o di un rapimento che le vittime non siano state derubate dei loro soldi. I genitori di Ilaria Alpi lamentano inoltre la mancanza di alcuni effetti personali nell'inventario restituito, e in particolare una parte consistente dei suoi taccuini di appunti.
I corpi sono riportati in Italia a bordo della nave ammiraglia Garibaldi assieme al materiale girato, gli appunti della giornalista, ma nessuna delle possibili fonti d'indizio sembra fornire elementi decisivi per far luce sul caso. Le indagini condotte dalla polizia somala si sono immediatamente arenate su vaghe ipotesi investigative, e nessun particolare degno di significato pare far luce sulla dinamica del duplice omicidio, salvo le ultime indiscrezioni emerse a quattordici anni di distanza e riportate da “Chi l'ha visto?”.
La missione UNOSOM II si conclude definitivamente nel 1995, lasciando la martoriata Somalia in balia dei clan; in due anni cadono nei territori della ex colonia 13 militari italiani, ma dopo il ritorno in patria l'operato del contingente di pace è investito dalle polemiche: secondo immagini terribili, pubblicate già nel giugno 1993 dal settimanale “Epoca” e poi riprese da “Panorama” nel 1997, i nostri soldati avrebbero inflitto violenze e torture a dei prigionieri somali.
Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che ha fornito importanti rivelazioni su questo scandalo, è intervenuto anche sul caso Alpi, riportando una confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto durante i difficili giorni a Mogadiscio: “Non ho paura dei somali, ma degli italiani”.
Il 12 gennaio 1998 viene arrestato il somalo Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per deporre sulla vicenda delle torture e riconosciuto dall'autista che accompagnava Alpi e Hrovatin sul pick up Toyota dove hanno trovato la morte. Assolto nel 1999, Hassan viene condannato nel 2000 all'ergastolo dalla Corte d'Assise e d'Appello di Roma, ma nel 2001 la Corte di Cassazione stempera la condanna dalle aggravanti della premeditazione, tuttavia nel 2015 il suo processo viene rivisto, portando l'anno successivo alla sua assoluzione, dopo aver scontato 17 dei 26 anni di carcere a cui era stato condannato
La Commissione parlamentare d'Inchiesta sul caso, insediata a dieci anni dall'omicidio nel gennaio del 2004 e presieduta dall'avvocato Carlo Taormina, conclude i propri lavori dopo due anni presentando, il 23 febbraio 2006, due relazioni dal contenuto contrastante.
Sostanzialmente, mentre la Presidenza della Commissione ritiene l'agguato un fallito rapimento, una tragica fatalità dovuta all'accidentale incontro delle vittime con una banda di criminali locali, la conclusione di minoranza, di segno opposto, lascia spazio alla triste eventualità dell'agguato premeditato contro dei testimoni scomodi.
Il procedere delle indagini è altrettanto controverso, dato l'insolito zelo con cui sono disposte perquisizioni ed intercettazioni, in particolare verso numerosi professionisti della stampa come Maurizio Torrealta (collega di Alpi), e mentre giungono da più parti rimostranze circa la costituzionalità dei provvedimenti, i titolari della Commissione lamentano depistaggi e interferenze, rifiutando nel settembre 2005 alla Procura di Roma l'autorizzazione a partecipare alla perizia sull'autovettura dove Alpi e Hrovatin sono stati colpiti. La Corte Costituzionale ha sanzionato, il 15 febbraio 2008, tale disposizione.
Il GIP Emanuele Cersosimo riapre l'inchiesta il 3 dicembre 2007, nella convinzione che esista un legame tra il duplice omicidio e le tangenti, i loschi affari orbitanti attorno alla cooperazione internazionale in un paese governato dai signori della guerra, e rifiuta, dopo un esame delle prove finora raccolte anche nell'ambito della Commissione parlamentare, la domanda di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma.
Pertanto, accogliendo le richieste dei familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, vengono concessi ai Pubblici Ministeri ulteriori sei mesi per proseguire le indagini.
L'ordinanza del giudice apre all'ipotesi, definita come “più probabile ricostruzione”, dell'omicidio su commissione in seguito alle indagini condotte da Alpi su presunti traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche l'Italia.
Nel gennaio 2011 la Commissione parlamentare annuncia la riapertura delle indagini sul caso.
Il 20 marzo 1994 Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin furono uccisi mentre si trovavano a Mogadiscio come inviati del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d'armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l'esercito ed altre istituzioni italiane. Nel novembre precedente era stato ucciso sempre in Somalia, in circostanze misteriose il sottufficiale del SISMI Vincenzo Li Causi, informatore della stessa Alpi sul traffico illecito di scorie tossiche nel paese africano.
La perizia della polizia scientifica ricostruì la dinamica dell'azione criminale, stabilendo che i colpi sparati dai kalashnikov erano indirizzati alle vittime, poiché l'autista e la guardia del corpo rimasero indenni.
Secondo alcune interpretazioni, i due giornalisti avrebbero scoperto un traffico internazionale di veleni, rifiuti tossici e radioattivi prodotti nei Paesi industrializzati e stivati nei Paesi poveri dell'Africa, in cambio di tangenti e armi scambiate coi gruppi politici locali. La commissione non ha però approfondito la possibilità che l'omicidio possa essere stato commesso per le informazioni raccolte dalla Alpi sui traffici di armi e di rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche personalità dell'economia italiana.
Sulla "scena del delitto" erano presenti due troupes televisive: quella della Svizzera italiana (RTSI) ed una americana (ABC).
Le immagini che ci sono giunte, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin colpiti ed accasciati nell'abitacolo del loro fuoristrada, sono state girate dall'operatore dell'Abc, di origine greca, trovato ucciso qualche mese dopo a Kabul in una stanza d'albergo. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera-italiana è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).
Lo stesso singolo proiettile, proveniente secondo la perizia balistica da un fucile a lungo raggio di fabbricazione russa, avrebbe colpito entrambe le vittime mancando però la loro scorta, uscita indenne dalla sparatoria. Questa ricostruzione dell'agguato si sposa difficilmente con la tesi di un eventuale rapimento, degenerato in tragedia.
Ad ulteriore conferma dei dubbi che avvolgono il caso, appare anomalo nell'eventualità di una rapina o di un rapimento che le vittime non siano state derubate dei loro soldi. I genitori di Ilaria Alpi lamentano inoltre la mancanza di alcuni effetti personali nell'inventario restituito, e in particolare una parte consistente dei suoi taccuini di appunti.
I corpi sono riportati in Italia a bordo della nave ammiraglia Garibaldi assieme al materiale girato, gli appunti della giornalista, ma nessuna delle possibili fonti d'indizio sembra fornire elementi decisivi per far luce sul caso. Le indagini condotte dalla polizia somala si sono immediatamente arenate su vaghe ipotesi investigative, e nessun particolare degno di significato pare far luce sulla dinamica del duplice omicidio, salvo le ultime indiscrezioni emerse a quattordici anni di distanza e riportate da “Chi l'ha visto?”.
La missione UNOSOM II si conclude definitivamente nel 1995, lasciando la martoriata Somalia in balia dei clan; in due anni cadono nei territori della ex colonia 13 militari italiani, ma dopo il ritorno in patria l'operato del contingente di pace è investito dalle polemiche: secondo immagini terribili, pubblicate già nel giugno 1993 dal settimanale “Epoca” e poi riprese da “Panorama” nel 1997, i nostri soldati avrebbero inflitto violenze e torture a dei prigionieri somali.
Il maresciallo dei Carabinieri Francesco Aloi, che ha fornito importanti rivelazioni su questo scandalo, è intervenuto anche sul caso Alpi, riportando una confidenza che Ilaria gli avrebbe fatto durante i difficili giorni a Mogadiscio: “Non ho paura dei somali, ma degli italiani”.
Il 12 gennaio 1998 viene arrestato il somalo Hashi Omar Hassan, giunto in Italia per deporre sulla vicenda delle torture e riconosciuto dall'autista che accompagnava Alpi e Hrovatin sul pick up Toyota dove hanno trovato la morte. Assolto nel 1999, Hassan viene condannato nel 2000 all'ergastolo dalla Corte d'Assise e d'Appello di Roma, ma nel 2001 la Corte di Cassazione stempera la condanna dalle aggravanti della premeditazione, tuttavia nel 2015 il suo processo viene rivisto, portando l'anno successivo alla sua assoluzione, dopo aver scontato 17 dei 26 anni di carcere a cui era stato condannato
La Commissione parlamentare d'Inchiesta sul caso, insediata a dieci anni dall'omicidio nel gennaio del 2004 e presieduta dall'avvocato Carlo Taormina, conclude i propri lavori dopo due anni presentando, il 23 febbraio 2006, due relazioni dal contenuto contrastante.
Sostanzialmente, mentre la Presidenza della Commissione ritiene l'agguato un fallito rapimento, una tragica fatalità dovuta all'accidentale incontro delle vittime con una banda di criminali locali, la conclusione di minoranza, di segno opposto, lascia spazio alla triste eventualità dell'agguato premeditato contro dei testimoni scomodi.
Il procedere delle indagini è altrettanto controverso, dato l'insolito zelo con cui sono disposte perquisizioni ed intercettazioni, in particolare verso numerosi professionisti della stampa come Maurizio Torrealta (collega di Alpi), e mentre giungono da più parti rimostranze circa la costituzionalità dei provvedimenti, i titolari della Commissione lamentano depistaggi e interferenze, rifiutando nel settembre 2005 alla Procura di Roma l'autorizzazione a partecipare alla perizia sull'autovettura dove Alpi e Hrovatin sono stati colpiti. La Corte Costituzionale ha sanzionato, il 15 febbraio 2008, tale disposizione.
Il GIP Emanuele Cersosimo riapre l'inchiesta il 3 dicembre 2007, nella convinzione che esista un legame tra il duplice omicidio e le tangenti, i loschi affari orbitanti attorno alla cooperazione internazionale in un paese governato dai signori della guerra, e rifiuta, dopo un esame delle prove finora raccolte anche nell'ambito della Commissione parlamentare, la domanda di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma.
Pertanto, accogliendo le richieste dei familiari delle vittime che si sono costituiti parte civile, vengono concessi ai Pubblici Ministeri ulteriori sei mesi per proseguire le indagini.
L'ordinanza del giudice apre all'ipotesi, definita come “più probabile ricostruzione”, dell'omicidio su commissione in seguito alle indagini condotte da Alpi su presunti traffici illeciti di armi e rifiuti tossici, che avrebbero coinvolto anche l'Italia.
Nel gennaio 2011 la Commissione parlamentare annuncia la riapertura delle indagini sul caso.
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marzo
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