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mercoledì 18 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio la Chiesa Cristiana celebra San Venanzio da Camerino.
Si rimane meravigliati di fronte all’enorme ed antichissimo culto tributato a questo santo martire, a Camerino come in tutta l’Italia Centrale. Come pure si rimane interdetti alla lettura dei martirî subiti; Venanzio giovanetto di quindici anni apparteneva ad una nobile famiglia di Camerino, fattosi cristiano, lasciò tutte le comodità in cui era vissuto ed andò a vivere presso il prete Porfirio.
Venne ricercato dalle autorità pagane della città e minacciato di tormenti e di morte se non fosse ritornato al culto degli dei, in esecuzione degli editti imperiali. Venanzio adolescente per età, ma dalla forte personalità per la fede ricevuta, si rifiuta e quindi viene sottoposto a flagellazioni, pene di fumo, fuoco, eculeo (cavalletto), ne esce sempre incolume e per questo raccoglie conversioni fra i pagani curiosi e gli stessi persecutori.
Resta imprigionato e viene ancora tormentato con i carboni accesi sul capo, gli vengono spezzati i denti e mandibola, gettato in un letamaio, Venanzio resiste ancora, allora viene dato in pasto a cinque leoni affamati, ma questi gli si accucciano inoffensivi ai suoi piedi.
Ancora incarcerato, può accogliere ammalati di ogni genere che gli fanno visita ammirati ed imploranti, ed egli ridona a loro la salute del corpo e dell’anima, convertendoli al cristianesimo. Ormai esasperato, il prefetto della città lo fa gettare dalle mura, ma ancora una volta lo ritrovano salvo, mentre canta le lodi a Dio.
Viene legato e trascinato attraverso le sterpaglie della campagna e anche in questa occasione opera un prodigio, facendo sgorgare una sorgente da uno scoglio per dissetare i soldati, operando così altre conversioni.
Alla fine, il 18 maggio del 251, sotto l’imperatore Decio o nel 253 sotto l’imperatore Valeriano, viene decapitato insieme ad altri dieci cristiani; mettendo così fine a questa galleria di orrori, che è difficile credere a tanta crudeltà, messa in atto da un popolo che dominava il mondo di allora, sì con la forza ma suscitando anche cultura, arte, diritto, civiltà. Ad ogni modo questa ‘passio’, riportata negli ‘Acta SS.’ già nel secolo XI è stata integrata nei secoli successivi, inserendo anche una fuga di Venanzio da Camerino, per sottrarsi ai persecutori attraverso la Valnerina a Rieti e di lì a Raiano (L’Aquila), dove gli è dedicata una chiesa.
Il martire venne sepolto fuori della Porta Orientale sul declivio Est del colle a 500 metri dalle mura, sul quale venne edificata una basilica (sec. V), che venne più volte riedificata nei secoli successivi, è tuttora sede dell’’Arca del santo’ meta di secolare devozione.
Nel corso della storia millenaria della città, il suo nome, il suo culto, è presente dappertutto; nelle formule d’invocazione e nelle litanie dei santi dei vescovi camerinesi del 1235 e 1242, libri liturgici locali dei sec. XIV e XV, sigilli e monete coniate con la figura del santo, nella chiesa eretta presso la sorgente che sgorgò miracolosamente, a cui sono collegate due vasche, nelle quali venivano immersi lebbrosi e ulcerosi per impetrare la guarigione.
Con la Signoria dei Da Varano, fin dalla fine del ‘200, s. Venanzio subentrò come protettore della città di Camerino al santo vescovo Ansovino (m. 868). Nel 1259 durante la distruzione e il saccheggio di Camerino da parte delle truppe di Manfredi, le reliquie di s. Venanzio furono asportate e depositate nel Castel dell’Ovo a Napoli; furono restituite alla devozione della città nel 1269 per ordine del papa Clemente IV.
La vicenda terrena dell’adolescente Venanzio, suscitò una fioritura letteraria, drammi, oratori musicali, poemi, poemetti e carmi latini ed italiani. Solenni manifestazioni religiose con toni oggi diremmo di folklore, sin dal 1200 si svolgevano a Camerino il 18 maggio, data della sua festa e nei giorni vicini, coinvolgendo tutta la città con un palio particolare, sfilata delle autorità e delle corporazioni, giostra della Quintana e altre corse, fiere, falò, processioni con la statua d’argento.
In campo artistico, sono innumerevoli le opere d’arte che lo raffigurano in affreschi, stampe, monete, sigilli, incisioni, medaglie, ricami, arazzi, statue, polittici, ecc. a cui si dedicarono tutta una serie di artisti dal Medioevo ai giorni nostri.
La bibliografia legata al santo martire, al suo culto e alle manifestazioni celebrative, è enorme, come pochissimi altri santi.

martedì 17 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1890 va in scena per la prima volta, a Roma, "Cavalleria rusticana", di Pietro Mascagni.
 “Cavalleria Rusticana” è considerata la prima opera “verista” italiana e, se pensiamo che “Carmen” di Bizet, di qualche anno precedente, è un’opera in lingua francese ambientata in Spagna  ci sentiamo autorizzati ad affermare che “Cavalleria” sia il primo esempio di melodramma verista che attinga alla cultura e alla tradizione di una nazione,  sia musicalmente che letterariamente.
Dal positivismo degli anni centrali del XIX secolo mosse, in Francia, il naturalismo e, qualche anno dopo, in Italia, il verismo.
Benché le due correnti condividessero l’approccio narrativo ricco di riferimenti a situazioni della vita quotidiana e il linguaggio attingesse a espressioni popolari, gergali e dialettali, il naturalismo transalpino, soprattutto con Emile Zòla, privilegiò ambientazioni piccolo-borghesi in interni cittadini, mentre Verga, in Italia, scelse atmosfere contadine del profondo meridione con frequenti scene all’aperto con moltitudini di personaggi in funzione corale.
Erano i decenni in cui la cosiddetta “questione meridionale” si andava configurando, mentre solo nell’ultimo scampolo di secolo, con Agostino De Pretis, l’ Italia si era data un governo se non progressista, almeno liberale e aperto al sociale. Questo è il contesto socio-politico in cui le novelle di Giovanni Verga vennero composte.
Probabilmente Mascagni conobbe “Cavalleria” nella fortunata versione teatrale che la divina Eleonora Duse, a partire dal 1884, portò al successo e non attraverso la lettura di “Vita dei campi”.
La novella di Verga , ormai dramma teatrale, giunse a Livorno, città natale di Mascagni, per il tramite del commediografo semidilettante Giannino Salvestri, che si riprometteva di ricavarne un libretto per un melodramma da offrire a Giacomo Puccini e, per tanto, inoltrò richiesta al Verga perchè gli concedesse la licenza di utilizzare il testo letterario.
Dopo alcuni anni, durante i quali nè libretto nè melodramma furono realizzati, per una coincidenza,  un altro livornese, Giovanni Targioni-Tozzetti, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale del dramma, propose al giovane musicista concittadino, di comporre un melodramma su “Cavalleria rusticana” e ai due si affiancò il Menasci con l’incarico di “limare “ i versi.
Chiesto il permesso a Verga, che nel frattempo lo aveva concesso anche a Gastaldon, la gestazione fu portata rapidamente a termine, tant’è che Mascagni (o meglio sua moglie Lina) potette spedire la partitura perchè partecipasse, con esito vittorioso,  al concorso per un melodramma in un atto, bandito dall’editore Sonzogno.
Tanto in Verga quanto in Mascagni si percepisce distintamente un furore retorico per la vita contadina condito di amore per la natura e per i sentimenti vividi, immersi in una calda religiosità; uno sfondo molto lontano da un’immagine alla Pellizza da Volpedo e soprattutto privo di riferimenti alle nascenti lotte contadine e operaie organizzate dalle  “leghe” che di lì a poco avrebbero dato vita ai sindacati e ai movimenti e partiti socialisti e operai.
Mascagni è figlio della piccola borghesia mercantile toscana e la sua “emigrazione” nel cuore della Puglia contadina (Cerignola) ha quasi il sapore della fuga da una società del centro Italia in cui si affacciano i primi conflitti di classe, Verga, viceversa,  preferì descrivere la Sicilia contadina dai lussuosi salotti milanesi.
Una collateralità servile al regime fascista farà il resto e la morte dell'autore, sopraggiunta  in quell'epocale 1945 in un lussuoso Hotel di Roma, dove aveva trascorso gli ultimi decenni di vita, solo in parte risparmierà al musicista livornese, l'ostracismo della nuova classe intellettuale antifascista che ne  metterà al bando le opere per tutti gli anni '50.
La musica del talentuoso ma indisciplinato compositore è in assoluta continuità con la tradizione romantica, del tutto tonale e debitrice nei confronti di melodie e stilemi popolari: sono caratteristiche che rappresentano i limiti e il fascino di un’opera che nel breve volgere di circa 50 minuti, rappresenta un ritratto di una Sicilia arretrata e bigotta disposta  a ritenere nell’ordine naturale delle relazioni umane  il delitto d’onore.
Verdi (e Shakespeare) con Otello aveva voluto indurre l’orrore per un sentimento forse inevitabile, ma sicuramente ignobile nelle conseguenze più violente, come la gelosia;  il verismo di Verga e Mascagni, se  ci commuove per il dolore di Mamma Lucia per la morte di Turiddu, tende a sospendere il giudizio sulla vendetta violenta e sul farsi "giustizia" da sè.
In un giorno di Pasqua in cui la Cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, gli uomini si fanno giustizia a prezzo della vita e non vi è traccia di condanna sociale per un crimine che lungi dal restituire “onore” sottrae dignità all’amore, coniugale o adultero che esso sia.
Su tutto, ad aggravare il quadro di degrado, una madre in lutto, che alle edipicità irrisolte sovrappone un senso di ineluttabilità  che fa di un popolo oppresso, sfruttato e vilipeso, una moltitudine di “mammoni”, piagnoni paladini dell’onore maschile, e di vedove e mamme in lutto, tutti acquiescenti e votati alla subalternità a poteri illeciti e sanguinari.
L’intera vicenda si svolge nella giornata di Pasqua nella Sicilia di fine XIX secolo.
Turiddu, un contadino, che aveva sedotto Santuzza prima di partire soldato, è l’amante di Lola, una appariscente donna che, durante l’assenza di Turiddu, è andata  in sposa al carrettiere  Alfio.
Subito dopo il preludio strumentale Turiddu intona una canzone in forma di siciliana:
O Lola ch'hai di latti la cammisa
Si bianca e russa comu la cirasa,
Quannu t'affacci fai la vucca a risa,
Biato cui ti dà lu primu vasu!
Ntra la porta tua lu sangu è sparsu,
E nun me mporta si ce muoru accisu...
E s'iddu muoru e vaju mparadisu
Si nun ce truovo a ttia, mancu ce trasu.
L’ultimo a venire a conoscenza degli adulteri  è sempre il marito tradito: Alfio entra in scena cantando con entusiasmo i privilegi del proprio mestiere (“O che bel mestiere”). Mentre qui è là si leva  qualche sorrisetto ironico dei giovani del paese, circa la fedeltà di Lola.
Santuzza, sopraffatta dalla gelosia e ferita nell’orgoglio, rivela ad Alfio la relazione tra Turiddu e Lola, mentre il paese intero si appresta alle solenni celebrazioni della Pasqua.
Dopo un brindisi provocatorio, Turiddu e Alfio si scontrano e si sfidano a duello “rusticano” al coltello.
Un accorato saluto a Mamma Lucia con la raccomandazione di “fare da madre a Santa” , precede  l’epilogo tragico: Alfio uccide Turiddu mentre  una donna urla annunciando :” Hanno ammazzato compare Turiddu!”
L'intermezzo sinfonico dell'opera, collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari. Grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull'uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico.
In ambito cinematografico ha fatto da sfondo ad una delle più celebri scene della storia del cinema, quella nel film Il padrino - Parte III. È stato anche usato anche nei titoli di testa del film Toro scatenato di Martin Scorsese.
Il tema centrale è stato rielaborato per una canzone dance dal titolo Will be one dei Datura, è stato ripreso da Vasco Rossi nell'Intro dei live 2007 ed è presente nella canzone Mascagni di Andrea Bocelli.
Tra gli spot pubblicitari che lo hanno utilizzato troviamo quello dei Ferrero Rocher e dell'Enel (2011).
L'intermezzo è presente anche in una scena dell'episodio 31 dell'anime Kenshin Samurai vagabondo.

lunedì 16 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 2005 a Kabul viene rapita Clementina Cantoni, una volontaria italiana collaboratrice di CARE International.
Clementina Cantoni viene rapita a Kabul il 16 maggio 2005. La donna, cooperante milanese di 32 anni, dal 2002 nel Paese dove lavora per l'organizzazione umanitaria Care International, è la prima italiana rapita in Afghanistan, dopo i sequestri in terra irachena di Simona Pari, Simona Torretta e Giuliana Sgrena.
Il sequestro avviene tra le 20.30 e le 21 locali quando Clementina sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro. Secondo il racconto dell'ambasciatore italiano, Ettore Sequi, la cooperante è stata sequestrata nel centro della città, non lontano dalla zona delle ambasciate, a 2-3 chilometri dalla sede diplomatica italiana. L'auto è stata bloccata da una berlina Toyota bianca con a bordo quattro persone: i sequestratori, armati, hanno prelevato la donna e l'hanno fatta salire a bordo della vettura, per poi dileguarsi.
Il giorno dopo i  sequestratori fanno ascoltare la voce della giovane milanese, registrata su un nastro durante una telefonata con una fonte che fa capo all'intelligence italiana. Nella registrazione, Clementina dice il suo nome e altri particolari di sè, che risultano veri. Per gli 007 italiani si tratta di un sequestro ad opera della criminalità comune. Un'azione a scopo di estorsione, finalizzata a guadagnare un bel po' di quattrini italiani.
Le vedove di Kabul aiutate da Care scendono in strada, molte delle quali coperte dal burqa, portando fotografie della Cantoni e uno striscione in cui se ne chiede il rilascio.
Al ministero dell'Interno di Kabul sono convinti che il rapitore sia Timor Shah, l'uomo che ha telefonato a una radio e una televisione locali rivendicando il sequestro e avanzando, in cambio della liberazione, alcune richieste di ispirazione fondamentalista. Non sarebbe un uomo legato a gruppi terroristici: l'episodio più grave che gli è stato attribuito è il sequestro e l'uccisione, circa 3 mesi prima, di un uomo d'affari afgano. Un episodio per cui sono stati arrestati la madre e due suoi amici.
Il 19 maggio il luogo dove viene tenuta prigioniera Clementina Cantoni sarebbe stato individuato: la polizia però decide di non intervenire con un blitz per non mettere in pericolo l'ostaggio.
Il giorno successivo un giornalista afgano della Reuter riceve la notizia dell'uccisione di Clementina. Ma quattro ore prima la donna aveva parlato al telefono con un alto funzionario del ministero dell'Interno afgano.
Il 21 magggio arriva un nuovo ultimatum dal rapitore della Cantoni. Salta fuori un documento dell'intelligence, secondo il quale la nostra ambasciata a Kabul aveva allertato gli italiani sul rischio rapimenti per il 7 e il 15 maggio, il giorno prima del sequestro di Clementina.
L'ultimatum scade senza esito. Timor Shah si conferma un personaggio controverso: non si stanca di chiamare i mezzi di comunicazione, le organizzazioni internazionali e "si sente - spiegano gli investigatori - una specie di eroe del popolo afgano". Continua a fare richieste per favorire la ristrettezza dei costumi e contro lo sviluppo di una cultura troppo liberale. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, in un messaggio ringrazia Karzai per quanto sta facendo per ottenere la liberazione di Clementina. Viene attivato un numero verde a Kabul per dare informazioni sul sequestro.
Il 23 maggio a Roma il sindaco Veltroni, con Cgil, Cisl e Uil, organizza una fiaccolata di solidarietà in Campidoglio. La foto di Clementina viene esposta sulla facciata del palazzo Senatorio accanto a quelle di Florence Aubenas e Hussein Al-Saadi, ancora nelle mani dei rapitori in Iraq.
A Milano alla manifestazione di solidarietà per Clementina partecipano poche centinaia di persone: le amiche della donna accusano: "solidali solo con chi è di sinistra".
Il 25 maggio le vedove afgane scendono di nuovo in piazza per chiedere la liberazione di Clementina, il 27 il presidente Ciampi in un nuovo appello chiede la liberazione di Clementina, "un esempio di luminosa umanità e di dedizione".
"Io sono Clementina Cantoni e oggi è il 28 maggio, domenica". Così la cooperante italiana appare in un video trasmesso dall'emittente "Tolo tv". Ha il capo coperto e due uomini armati di fucile la tengono sotto tiro e le suggeriscono le parole. I familiari, dopo aver visto il video, hanno avuto una reazione "tra l'angoscia e speranza". Per gli investigatori "è un passo avanti": i sequestratori escono allo scoperto.
1 GIUGNO - I tempi per il rilascio sembrano allungarsi. "Ci auguriamo che la Cantoni possa essere liberata anche domani - spiega il portavoce del ministero dell'Interno afgano, ma i negoziati sono complicati e complessi. C'è bisogno di più tempo".
Il commissario Cattani, vale a dire l'attore Michele Placido, popolarissimo in Afghanistan per la fortunata serie de "La Piovra" - il primo film messo in onda dalla televisione dopo la caduta dei talebani - lancia un appello video il 2 giugno per la liberazione di Clementina Cantoni.
Filtra la notizia che la madre di Clementina Cantoni ha inviato una lettera alla madre del rapitore Shah: "mi rivolgo a lei - c'è scritto - come madre di un figlio che tiene in ostaggio mia figlia".
Il 5 giugno papa Benedetto XVI lancia un appello per la liberazione di Clementina Cantoni. "Unisco la mia voce a quella del presidente della Repubblica italiana, del presidente dell'Afghanistan e dei popoli italiano ed afgano per chiedere la liberazione della volontaria italiana", dice dopo l'Angelus in piazza San Pietro.
"La dolorosa esperienza che questa nostra sorella sta vivendo sia di stimolo a ricercare con ogni mezzo la pacifica e fraterna intesa tra gli individui e le nazioni".
Viene diffuso anche il testo delle lettera di Germana Cantoni a "tutte le madri afgane". "Il mio cuore - dice - sta sanguinando a causa della situazione di mia figlia".
Il 6 giugno  Ciampi scrive all'ex re afgano, Zahir Shah, e gli chiede di intercedere per ottenere la liberazione di Clementina Cantoni.
Care international prepara un video di 150 secondi, da diffondere su tutte le tv afgane, in cui la madre di Clementina racconta il temperamento, le passioni, gli interessi della volontaria.
L'8 giugno l'ex re dell'Afghanistan risponde a Ciampi assicurandogli che "il presidente Karzai e il suo governo faranno qualsiasi sforzo per ottenere il rilascio di Clementina". Si accendono nuovi segnali di speranza: "la Cantoni potrebbe essere libera presto", dice Timor Shah a Tolo Tv.
Il 9 giugno Clementina Cantoni viene liberata. I dettagli delle trattative che portarono al rilascio non furono rivelate; tuttavia si presume che ci sia stato uno scambio con la madre del rapitore, che era stata arrestata per un sospetto coinvolgimento in un altro sequestro. La versione ufficiale del governo afghano negò qualsiasi trattativa. Secondo alcuni giornali sarebbe stato anche pagato un riscatto di 8 milioni di euro, che nessuna fonte ufficiale conferma.
Il 16 giugno fu ricevuta al Quirinale dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

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