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martedì 28 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi




Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 2012 è stato rinvenuto al largo dell'Isola della Maddalena il relitto della Corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943.
La Roma fu una nave da battaglia, la terza unità della classe Littorio e rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale. Costruita dai Cantieri Riuniti dell'Adriatico e consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942, venne danneggiata nel corso di un bombardamento aereo statunitense quasi un anno dopo mentre era alla fonda a La Spezia, subendo in seguito altri danni che la costrinsero a tornare operativa, dopo le dovute riparazioni, solamente il 13 agosto 1943.
Il 9 settembre 1943, a seguito dell’armistizio tra italiani e angloamericani, il gruppo bombardieri speciale dell'aviazione tedesca ricevette l’ordine di decollare dalla base di Istrès (Marsiglia) per attaccare le navi italiane presso la Sardegna con delle speciali nuove bombe radiocomandate. Il comandante Steimborn di Stoccarda e Sumpf di Hannover erano tra gli aviatori.

La Roma era la più nuova delle tre moderne e potenti navi da battaglia della flotta italiana (con la Vittorio Veneto e l’Italia, ex Littorio). L’ultimo gioiello della Regia Marina, di 46.215 tonnellate, con nove cannoni da 381 mm, aveva raggiunto la notevole velocità di 32 nodi nelle prove. La Roma aveva subito in porto a La Spezia gli effetti di almeno due bombardamenti americani (5 e 23 giugno 1943), compiuti con numerosi bombardieri quadrimotori, con danni non gravi, sfondamento di parti non vitali e una falla provvisoriamente tamponata. Nonostante la potenza delle bombe, questo tipo di bombardamento non era preciso e se colpiva una parte più centrale e veramente corazzata, come avvenne con la torre poppiera delle artiglierie, non aveva conseguenze.
In quei primi giorni di settembre si conosceva la drammatica situazione militare di un paese invaso, con la prospettiva della sconfitta e l’attesa di un impiego della Regia Marina, forse in un’ultima battaglia con il probabile sacrificio delle navi maggiori. L’ordine ricevuto di salpare per ignota destinazione significava dunque prepararsi al peggio. La notizia dell’armistizio colse tutti di sorpresa, con grande disorientamento, dallo scoramento degli ufficiali alla caduta della tensione combattiva negli equipaggi, con incertezze sugli ordini e le azioni che sarebbero state richieste: arrendersi ai nemici di ieri o difendersi dagli alleati di ieri divenuti nemici.
La sera del 8 settembre 1943 la Flotta sotto il comando dell’Ammiraglio Bergamini, a bordo della nave ammiraglia Roma, salpava da La Spezia per la Maddalena in Sardegna, seguendo gli ordini del Re, in attesa di conoscere istruzioni più precise. Al dramma di molti ufficiali, propensi più all’autoaffondamento che alla consegna delle navi, si affiancava il disordine degli equipaggi, impegnati in discussioni e supposizioni, deconcentrati rispetto ai loro compiti, forse convinti che la pace fosse arrivata e le armi non sarebbero più servite.
Giunta nelle Bocche di Bonifacio di giorno, la formazione si poneva in linea per il passaggio nei campi minati, ma invertiva bruscamente la rotta davanti a La Maddalena, perché era stata informata appena in tempo che la base era passata sotto controllo tedesco.
Dopo l’avvistamento di un ricognitore inglese, contro cui nessuno aprì il fuoco, vennero avvistati cinque aerei non identificati già sulla verticale in alta quota. Forse avevano appena superato la posizione per il lancio di ordigni tradizionali (troppo avanti per una traiettoria di caduta per gravità) e questo sembrava indicare che non avessero intenzioni aggressive. Le vedette non li avevano segnalati (conferma indiretta di una generale diminuzione dell’attenzione). In quel momento si vide una scia luminosa scendere velocemente fino ad associarsi con il sibilo di una bomba. Cadde in mare con un’alta colonna d’acqua: le corazzate italiane erano sotto attacco. Che gli ordigni fossero inglesi o tedeschi, non faceva gran differenza.
Ventotto aerei tedeschi Do.217, decollati da Istres, si erano diretti nelle Bocche di Bonifacio, divisi in più ondate. La prima ondata, comandata dal maggiore Jope, era divisa in pattuglie, di cui la prima comprendeva cinque bombardieri, una sola bomba radiocomandata per ogni velivolo. A questa pattuglia apparteneva il velivolo di Steimborn e Sumpf.
Arrivati sull’obiettivo i velivoli avevano rallentato al massimo per ottenere le condizioni ottimali di lancio, sulle corazzate italiane che procedevano in linea. Steimborn osservò il lancio del primo velivolo sulla seconda corazzata italiana, apparentemente colpita. Poi il secondo velivolo colpì in pieno la terza corazzata (la Roma) che ridusse visibilmente la velocità.
Steimborn si concentrò su questa come bersaglio ideale, incurante del fuoco contraereo perché era a più di seimila metri di altezza. Aveva ridotto la velocità del bombardiere, mentre il puntatore segnalava l’avvicinamento al momento di sgancio.
All’avviso, venne sganciata l’unica bomba PC1400X, azionando anche la macchina fotografica motorizzata per seguire la traiettoria e documentare il risultato. Dopo 42 secondi la nave fu centrata perfettamente.
La corazzata Italia (ex Littorio) si avvicinò molto alla Roma, per poi allontanarsi perché una bomba le era esplosa vicinissima a poppa e aveva bloccato temporaneamente i timoni.
La prima bomba che aveva colpito la Roma aveva forato lo spesso ponte corazzato sul lato a dritta vicino al bordo, uscendo dalla fiancata ed esplodendo in mare sotto la carena. L’esplosione subacquea aveva provocato una falla, allagando e bloccando caldaie e macchine di poppa, e due delle quattro eliche. La velocità scese a 16 nodi e la nave cominciò ad inclinarsi a dritta, ma il sistema di compensazione automatica, o interventi manuali, limitarono subito l’inclinazione. La Roma poteva ancora salvarsi.
Sul ponte molti marinai si affollavano all'ingresso per entrare nel torrione corazzato, probabilmente per cercare riparo dietro le spesse corazze (senza immaginare cosa li attendeva). Il fragore dell’apertura del fuoco con i cannoni antiaerei (da 90 mm) e le mitragliere pesanti segnalava un altro attacco: la seconda bomba era visibile in tutta la sua traiettoria sempre più vicina.
La bomba perforò il ponte corazzato ed esplose nel deposito munizioni della torre n.2 del medio calibro. L’esplosione delle munizioni sfondò le vicine caldaie e probabilmente gli effetti combinati con il vapore bollente provocarono l’ulteriore deflagrazione del deposito munizioni di grosso calibro. L’enorme scoppio proiettò in mare l’intera torre trinata da 381, del peso di 1500 tonnellate. La colonna di fuoco avvolse l’altissimo torrione corazzato del comando e direzione tiro che si deformò accartocciandosi. Al suo interno doveva trovarsi l’Ammiraglio Bergamini e il suo Stato Maggiore. Pezzi di lamiere e parti della nave cadevano ovunque e i proiettili di tutte le armi scoppiavano, falciando gli uomini, i feriti e gli ustionati che vagavano sul ponte.
Da prora avanzava un muro di fiamme e di fumo nero, che saliva e copriva il cielo. Il fungo dell’esplosione saliva a cinquecento metri. Cercavano di ripararsi a poppa moltissimi marinai feriti a cui venne ordinato dagli ufficiali di buttarsi a mare, operazione facilitata dal fatto che la nave era molto immersa e inclinata a dritta con il bordo del ponte ormai a pelo d’acqua. Con fatica vennero liberate le zattere fissate sopra la torre di grosso calibro di poppa: una si era schiantata cadendo sul ponte, mentre l’altra veniva messa in mare e subito assalita dai naufraghi. Cresceva l’inclinazione e l’idrovolante cadeva dalla catapulta, scivolando in mare. Rivoli di sangue dei morti e feriti solcavano trasversalmente la coperta di teak, scorrendo verso il lato di dritta. Diversi marinai erano irriconoscibili per le ustioni e coperti di sangue. Altri avevano profonde ferite da taglio.
L’acqua era calda e tutti vivevano le drammatiche situazioni tipiche di un naufragio. Chi era gravemente ustionato provava provvisorio sollievo al contatto con l'acqua. I marinai che si erano buttati a mare erano una scia di punti bianchi che la nave si lasciava dietro. Un centinaio di marinai era ancora a poppa. Improvvisamente la Roma si rovesciava, con molti che cercavano di aggrapparsi sulla chiglia, le eliche di bronzo ferme. La nave, lunga 240 metri e sottoposta a forte torsione, si spezzava nettamente in due: la poppa scivolava lenta e orizzontale sott’acqua, trascinando con sé i marinai vicini. La prora si sollevava verticalmente in alto e poi scompariva all’indietro. Con l’ammiraglio Bergamini persero la vita circa milletrecento uomini mentre furono recuperati seicento superstiti
I naufraghi vennero soccorsi abbastanza rapidamente, per la vicinanza delle unità di scorta, alcune delle quali, come il caccia Mitragliere, si avvicinarono senza attendere l’ordine di farlo.
L’improvvisa e completa scomparsa del gruppo di comando della nave ammiraglia costrinse alcuni ufficiali ad assumersi responsabilità inattese e fu necessario prendere importanti decisioni. Numero e gravità dei naufraghi feriti imponeva di dirigersi subito verso porti attrezzati come capacità ospedaliere e che fossero vicini, ma con alcune perplessità. Infatti, dopo l’accaduto, ogni porto italiano poteva riservare sorprese tedesche, come era avvenuto a La Maddalena, e d’altra parte dirigersi su porti neutrali, come alle Baleari, esponeva al rischio di internamento. Dirigere invece su porti occupati dagli angloamericani, come era negli ordini finali, creava altri dubbi sul destino delle navi. L’angoscia della tragedia si sommava quindi alle incertezze e preoccupazioni su cosa attendeva gli equipaggi e le navi, a seguito dell’armistizio. Le unità che si diressero verso le Baleari, dopo lo sbarco dei feriti si autoaffondarono, oppure rimasero bloccate e vennero internate. Il resto della flotta proseguì verso porti alleati, dove rimasero sotto controllo e disarmate, pur mantenendo la bandiera.
In quei momenti dell’armistizio affondarono anche i cacciatorpediniere Vivaldi e Da Noli: il primo rimase vittima di attacco aereo tedesco, con le bombe HS293, mentre l’altro saltò su un nuovo campo di mine britannico. Purtroppo i naufraghi del Da Noli per un malinteso non vennero soccorsi dai caccia che già si dirigevano con i feriti della Roma verso le Baleari e non furono trovati superstiti in una successiva ricerca. Anche la corazzata Italia era stata colpita dall’attraversamento di una bomba radiocomandata, che aveva prodotto una falla di metri 21 x 9 nella carena e altri danni, da cui entrarono circa ottocento tonnellate d’acqua, subito compensate con l’ingresso di altre quattrocento tonnellate dal lato opposto per mantenere l’equilibrio della nave.
Nonostante la complessità e l’alto livello di una imponente realizzazione tecnologica, alla Roma bastava una bomba (sia pure sofisticata) per annientarla. Uno stupefacente risultato che poneva seri dubbi sul futuro delle navi da battaglia, per la vulnerabilità rispetto all’enorme investimento. Il dato di fatto suggeriva un modo diverso di impostare la guerra sul mare. Anche le bombe americane erano ormai in grado di perforare le corazzature orizzontali: nel caso della Vittorio Veneto a La Spezia, avevano attraversato un totale di 21 centimetri di acciaio.
E’ infine interessante notare il diverso modo con cui angloamericani, italiani, tedeschi avevano affrontato il problema di distruggere le navi da battaglia. Gli angloamericani avevano puntato ad una soluzione di forza, con un gran numero di potenti ordigni, soluzione probabilistica adatta alle caratteristiche della loro abbondante aviazione. I tedeschi avevano preferito una soluzione sicura e tecnologica, congeniale al loro primato e alla loro mentalità. Gli italiani preferirono invece una soluzione insidiosa o subacquea, basata su operatori coraggiosi: un approccio basato però sulla sorpresa e non facilmente ripetibile.
Per la Roma si parla spesso di “esplosione” del deposito munizioni, mentre alcuni precisano che si trattò di “deflagrazione”, ovvero di combustione dell’esplosivo con dilatazione progressiva. In effetti la Roma non si spezzò per scoppio delle munizioni (come avvenne ad altre navi) ma per rovesciamento e affondamento.
Ogni esplosivo, all’accensione, produce una enorme e veloce dilatazione che incontra prima o poi un ostacolo, come un involucro circostante, raggiungendo elevatissime pressioni e temperature che alla fine sfondano l’ostacolo con un violento e rumoroso scoppio. Così avviene nelle mine e bombe dove l’involucro amplifica con lo scoppio la potenza distruttiva dell’esplosivo.
Nelle munizioni la dilatazione dell’esplosivo deve invece spingere il proiettile nella canna con una progressiva accelerazione e quindi si tratta di esplosivo a più lenta combustione. In particolare le armi navali di maggior calibro hanno il proiettile (che va sul bersaglio) nettamente separato dalle cariche di lancio (non stanno insieme in un bossolo metallico come nelle armi leggere). Nel deposito munizioni della Roma l’esplosivo era in gran parte costituito da cariche di lancio, non protette e sensibili, che forse si accesero per simpatia di esplosioni contigue. La loro progressiva ma enorme dilatazione avrebbe certo fatto a pezzi lo scafo della nave se la particolare conformazione dei locali non le avesse fatte sfogare nella seconda torre dei cannoni. Queste torri rotanti sono semplicemente appoggiate e tenute ferme dal loro stesso peso. La torre da 1500 tonnellate volò quindi in mare come un tappo di sughero. Al posto dello “scoppio” ci fu una immensa deflagrazione con un forte spostamento d’aria e intenso calore (descrizione riscontrabile in molte testimonianze) che provocò comunque fatali distruzioni e strage dell’equipaggio.
Durante l'estate 2012 è stato trovato il relitto della corazzata Roma, affondata il 9 settembre 1943.
Scopritore del relitto è stato l'Ingegnere Guido Gay, che lo cercava da anni. E non era il solo. La zona di ricerca non era infinita ed era stata individuata una rilevazione sonar significativa a più di mille metri di profondità, quota non facile da esplorare. Il relitto è stato raggiunto da un piccolo robot subacqueo, progettato e realizzato dallo stesso Gay, le cui riprese video potevano essere analizzate dagli esperti per una sicura identificazione. Fra i molti particolari di un relitto ben conservato e leggibile, un caratteristico cannone antiaereo da 90 mm non ha lasciato dubbi.
Il relitto con le sue affascinanti immagini è stato segnalato dai principali media, che hanno dovuto accompagnare la notizia con una breve descrizione della vicenda, un richiamo ai fatti di cui fu protagonista e vittima la nave con il suo equipaggio: l'armistizio del 1943.
Ritrovamento e attenzione all'argomento sono fatti positivi, perché viene coinvolto un più vasto pubblico, accendendo qualche curiosità in chi non ne sapeva niente. Ciò conferma quanto siano importanti i relitti, non soltanto per il loro valore storico intrinseco, quello che possono raccontare, ma per il fatto di essere oggetti concreti, capaci di provocare emozioni, suggestionare, stimolare, certo più delle semplici pagine di storia che tutti dovrebbero conoscere.

lunedì 27 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Il 27 giugno 1905 ha luogo l'ammutinamento della Corazzata Potëmkin .
Tra i convulsi avvenienti che segnarono la storia della Russia nell’anno 1905 e rivelarono la profonda crisi politica e sociale in cui versava il paese, la vicenda della corazzata Potëmkin ha assunto negli anni un alone leggendario. La sua odissea colpì vivamente l’opinione pubblica europea e fu immortalata in uno dei capolavori del cinema dal grande regista sovietico Sergeij Eisenstein.
L’incrociatore corazzato Potëmkin (dal nome del principe Grigorij, favorito di Caterina la Grande) era una delle più belle unità della flotta russa del mar Nero: 12 000 tonnellate di stazza, più di 700 uomini di equipaggio. Il 26 giugno 1905, mentre la nave si stava dirigendo verso il porto di Odessa, alcuni marinai si rifiutarono di consumare il rancio in segno di protesta per la carne avariata che era stata servita a mensa. La protesta si trasformò in vero e proprio ammutinamento quando il comando, per dare l’esempio, impartì l’ordine di fucilare alcuni uomini. L’ordine fu rifiutato e un marinaio rimase ucciso per mano di un ufficiale. Gli ammutinati si impadronirono della nave e uccisero il capitano e gran parte degli ufficiali.
L’incrociatore, su cui venne issata la bandiera rossa, continuò la sua rotta e il giorno seguente giunse davanti al porto di Odessa. La città era da tempo in preda ai disordini. Agli scioperi degli operai e alle manifestazioni della popolazione il generale Khokanov aveva risposto quella stessa notte con le cariche dei cosacchi, che avevano sparato sulla folla provocando centinaia di morti. L’arrivo della nave fu salutato con entusiasmo dai manifestanti, che speravano di ricevere aiuto nella lotta contro le forze governative. La presenza della cannoniera, però, non valse a rovesciare la situazione, anzi, alcuni colpi di cannone sparati dalla nave rischiarono di colpire la popolazione civile. Quando, pochi giorni dopo, giunse la notizia che tre corazzate della marina zarista si stavano avvicinando al porto, al Potëmkin non rimase che prendere il largo.
La nave era a corto di rifornimenti, viveri e carbone, e tra i membri dell’equipaggio cominciò a prendere corpo l’idea di cercare asilo in un porto straniero. Dapprima approdò nel porto di Teodosia, in Crimea, dove i marinai tentarono vanamente di convincere la popolazione a unirsi alla causa rivoluzionaria, poi si diresse verso la costa rumena e il 7 luglio attraccò al porto di Costanza. In base a un accordo con le autorità locali, la maggior parte dei marinai ottenne asilo in Romania, alcuni chiesero di essere reintegrati nella marina dello zar, dopo aver dichiarato di essere stati costretti con la forza ad aderire alla ribellione, altri ebbero un passaporto per l’America. Il Potëmkin infine fu restituito dai rumeni alla marina russa.
Si è discusso a lungo se l’ammutinamento dell’incrociatore sia stato frutto di una rivolta spontanea o sia stato preparato e guidato in modo consapevole. In effetti episodi di insubordinazione si verificarono in quelle settimane anche su altre navi che incrociavano nel mar Nero. Inoltre, in base alle memorie di alcuni capi bolscevichi, si sa che alcune cellule rivoluzionarie erano presenti fra gli equipaggi della flotta russa e che, per il mese di luglio, in occasione delle grandi manovre navali, era stata progettata un’azione. In ogni modo diversi anni più tardi Lenin, a proposito dell’ammutinamento, ebbe a dichiarare: «Il passaggio del Potëmkin dalla parte dell’insurrezione fu il primo passo verso la trasformazione della rivoluzione in una forza internazionale».

domenica 26 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno del 2000 papa Giovanni Paolo II acconsente alla divulgazione del Terzo segreto di Fatima.
Tutti hanno sentito parlare delle famose apparizioni della Madonna avvenute a Fatima nel 1917 e del Terzo segreto di Fatima, ma pochi conoscono o ricordano i dettagli.
Secondo il racconto di tre giovani pastorelli portoghesi – Lucia dos Santos e i suoi due cuginetti Francesco e Giacinta Marto – fra il 13 aprile e il 13 ottobre del 1917 la Madonna sarebbe apparsa in Portogallo in località Cova da Iria, nella diocesi di Fatima, in sei distinte occasioni, rivelando nella terza tre importanti segreti. I più piccoli fra i tre veggenti, i fratelli Francesco e Giacinta, morirono rispettivamente nel 1919 e nel 1920. Noi conosciamo quel che accadde dai testimoni presenti e dal racconto scritto di Lucia, che abbracciò poi la vita claustrale e che, tra il 1935 e il 1941, su ordine del monsignor José Alves Correia da Silva, redasse alcune memorie degli avvenimenti e rivelò i primi due segreti. Ecco di seguito una sintesi di ciò che accadde secondo il racconto di Lucia.
La Madonna apparve la prima volta ai tre pastorelli il 13 maggio 1917. I tre bambini, usciti dalla Messa domenicale, avevano portato le greggi a pascolare in cima al pendio della Cova da Iria, ai piedi del monte Cabaco. E dopo aver mangiato e recitato il Rosario, cominciarono a giocare. A un certo punto, una specie di lampo si stagliò nel cielo e i tre, pensando a un’imminente temporale, cominciarono a spingere le pecore del gregge sulla strada di casa.
Arrivati a circa metà pendio, mentre stavano camminando vicino ad alcuni cespugli di lecci, videro un altro lampo e, dopo pochi passi, rimasero abbagliati da una luce bianchissima con al centro una donna bellissima, che li chiamava. Era la Madonna: la veste era simile a neve e dalle sue mani, congiunte al petto in preghiera, pendeva un rosario con una croce d’oro, mentre il viso esprimeva una grande tristezza.
Poi la Madonna iniziò a parlare ai tre ragazzi:
«Non abbiate timore. Non vi faccio del male»
«Di dove siete?», le domandai.
«Sono del cielo»
«E che cos’è che volete da me?»
«Sono venuta a chiedervi che veniate qui sei mesi di seguito, il giorno 13 a questa stessa ora. Poi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi tornerò ancora qui una settima volta»
«E anch’io andrò in cielo?»
«Sì, ci andrai»
«E Giacinta?»
«Anche lei»
«E Francesco?»
«Pure, ma deve recitare molti Rosari»
Dei tre bambini, Lucia vedeva, sentiva e parlava con la Madonna, Giacinta vedeva e sentiva, mentre il piccolo Francesco poteva solo vedere e gli «dovevano spiegare tutto...».
La Vergine chiese poi ai pastorelli:
«Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze ch’Egli vorrà inviarvi, in atto di riparazione dei peccati con cui Egli è offeso e di supplica per la conversione dei peccatori?»
«Sì, vogliamo»
«Avrete dunque molto da soffrire, ma la grazia di Dio sarà il vostro conforto»
Poi la Madonna aprì le mani emanando una forte luce e, passati alcuni momenti, aggiunse:
«Recitate il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace per il mondo e la fine della guerra».
Subito dopo, la Signora cominciò a elevarsi serenamente, salendo verso levante, fino a scomparire nell’immensità della distanza.
Esattamente un mese dopo la prima apparizione della Madonna, il 13 giugno, cadeva la festa del patrono di Fatima, Sant’Antonio. Usciti dalla chiesa, i tre bambini si diressero verso il luogo dell’appuntamento con la Madonna insieme ad alcuni fedeli che avevano sentito parlare della precedente apparizione. Dopo aver recitato il Rosario, videro lo stesso riflesso di luce simile a un lampo visto a maggio, che preannunciava l’arrivo della Signora. La Madonna disse ai pastorelli:
«Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che recitiate il Rosario tutti i giorni e che impariate a leggere. Poi dirò quello che voglio»
Lucia chiese la guarigione di un malato, e la Vergine le rispose:
«Se si converte, guarirà durante l’anno»
«Vorrei chiedervi di portarci in cielo»
«Sì, Giacinta e Francesco li porterò presto. Ma tu resterai qua ancora per un po’. Gesù vuol servirsi di te per farmi conoscere e amare. Lui vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Esso sarà il tuo rifugio e il cammino che ti condurrà fino a Dio».
Nell’istante in cui pronunziò queste ultime parole, la Madonna aprì le mani e davanti al palmo della mano destra c’era un cuore circondato di spine: secondo Lucia era il Cuore Immacolato di Maria, oltraggiato dai peccati dell’umanità, che voleva riparazione.
Alla terza apparizione, il 13 luglio, la Madonna comunicò il segreto poi divenuto famoso. Alcuni momenti dopo che i pastorelli furono arrivati alla Cova da Iria, accompagnati da una numerosa folla di popolo, mentre dicevano il Rosario, videro il riflesso della luce familiare e, subito dopo, la Madonna. Ella, annunciata come sempre dalla forte luce, disse:
«Voglio che veniate qui il 13 del prossimo mese, che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni in onore della Madonna del Rosario per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra, perché solo Lei vi potrà aiutare»
Lucia allora rispose:
«Vorrei chiedervi di dirci chi siete, e di compiere un miracolo con il quale tutti possano credere che Voi ci apparite»
«Continuate a venire qui tutti i mesi. In ottobre dirò chi sono, quello che voglio e farò un miracolo che tutti vedranno per credere»
La Madonna disse pure che era necessario recitare il Rosario per ottenere le grazie durante l’anno. E continuò:
«Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente quando fate qualche sacrificio: “O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria”».
Mentre diceva queste ultime parole, la Vergine aprì le mani e i tre pastorelli videro come un mare di fuoco, in cui erano immersi i demoni e le anime come se fossero braci con forma umana. Esse fluttuavano nell’incendio, sollevate dalle fiamme che da loro stesse uscivano insieme a nuvole di fumo, e ricadevano da tutte le parti, tra grida e gemiti di dolore e di disperazione, che terrorizzavano e facevano tremare di paura.
La Madonna spiegò:
«Avete visto l’Inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato. Se faranno quello che io vi dirò, molte anime si salveranno e ci sarà Pace. La guerra sta per finire, ma, se non smetteranno di offendere Dio, sotto il regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore».
E continuò dicendo:
«Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che la prossima punizione del mondo è alle porte. Quello è il grande segno di Dio per indicare la fine del mondo a causa dei delitti dell’umanità, mediante la guerra, la fame e le persecuzioni contro la Chiesa ed il Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati».
E concluse, prima di allontanarsi:
«Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà la Pace; se no, essa diffonderà i suoi errori nel mondo promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. Molti buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia che si convertirà e sarà concesso al mondo un periodo di pace. In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede. [..] Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo»
Nel punto in cui sono stati inseriti i puntini tra le parentesi quadre, si trova quello che è noto come il "Terzo segreto di Fatima", solo di recente svelato, e su cui torneremo più avanti.
Il giorno 13 agosto, giorno in cui era prevista la terza apparizione della Madonna, molte erano le persone convenute ma nessuno vide nulla. Non videro nulla nemmeno i tre piccoli “illuminati”, che questa volta non erano presenti: il sindaco di Villa Nova di Ourem li aveva sequestrati, rilasciandoli solo tre giorni dopo. Si udirono solamente due tuoni ed un fulmine venne visto solcare il cielo; infine, le nuvole irradiarono i colori dell’arcobaleno. L’apparizione ai tre pastorelli avvenne il giorno 19 agosto, mentre si trovavano in un luogo chiamato Valinhos.
La Madonna disse loro:
«Voglio che continuiate ad andare alla Cova da Iria il 13 e che continuiate a recitare il Rosario tutti i giorni. L’ultimo mese farò il miracolo perché tutti credano»
Lucia allora le domandò:
«Che cosa volete che si faccia con i soldi che il popolo lascia alla Cova da Iria?»
«Facciano due bussole: una portala tu insieme a Giacinta e ad altre due bambine vestite di bianco; l’altra che la porti Francesco con altri tre bambini. I soldi delle bussole sono per la festa della Madonna del Rosario e quello che avanza è per la costruzione di una cappella che mi faranno»
Poi, alla richiesta di Lucia di guarire alcuni malati, la Madonna replicò:
«Sì, alcuni li guarirò durante l’anno».
E ancora, assumendo un aspetto più triste:
«Pregate molto e fate sacrifici per i peccatori, perché molte anime vanno all’inferno in quanto non hanno chi si sacrifichi e preghi per loro».
Il 13 settembre 1917 i tre pastorelli si recano alla Cova da Iria facendosi largo tra una folla di gente che li lascia appena camminare.
Lì apparivano tutte le miserie della povera umanità, perché numerose persone venivano a prostrarsi in ginocchio davanti ai tre, chiedendo che presentassero alla Madonna le loro necessità. Altri, non riuscendo ad arrivare vicino a noi, gridavano da lontano:
«Per amor di Dio chiedete alla Madonna che mi guarisca il figlio che è zoppo» o «...che guarisca il mio che è cieco», o ancora «...che mi riporti mio figlio che è in guerra», «...che mi dia la salute, perché sono tisico».
Di nuovo la Madonna apparve e disse:
«Continuate a recitare il Rosario per ottenere la fine della guerra. In ottobre verrà anche Nostro Signore, la Madonna Addolorata e del Carmine, S. Giuseppe col Bambino Gesù per benedire il mondo. Dio è contento dei vostri sacrifici, ma non vuole che dormiate con la corda, portatela solo durante il giorno»
Lucia allora le si rivolse dicendo:
«Mi hanno chiesto di chiedervi molte cose: la guarigione di alcuni malati, di un sordomuto»
«Sì, alcuni li guarirò, altri no. In ottobre farò il miracolo perché tutti credano»
Dopodiché scomparve, come al solito. In questa occasione alcuni videro una palla di luce accecante salire verso il cielo, mentre dei fiocchi simili a neve-fiori scesero a terra sciogliendosi.
L’ultima apparizione della Madonna di Fatima avvenne il 13 ottobre 1917. Il popolo era presente in massa all’appuntamento, e vi era una pioggia torrenziale. Lucia, giunta alla Cova da Iria, spinta da un movimento interiore chiese al popolo di chiudere gli ombrelli per recitare il Rosario. Poco dopo apparve ai tre pastorelli la Signora, dicendo:
«Voglio dire che si faccia qui una cappella in onore mio, che sono la Madonna del Rosario, che si continui sempre a recitare il Rosario tutti i giorni. La guerra sta per finire e i soldati torneranno presto alle loro case»
E a Lucia, che le chiese di guarire alcuni malati e di convertire alcuni peccatori, rispose:
«Alcuni sì, altri no. È necessario che si correggano, che domandino perdono dei loro peccati»
E assumendo un aspetto più triste:
«Non offendano più Dio Nostro Signore, che è già molto offeso»
Questa volta la Madonna, aprendo le mani, le fece riflettere sul Sole e così, mentre si elevava allontanandosi, il riflesso della sua luce continuava a proiettarsi verso di esso.
A questo punto, una gran folla assistette a quello che fu subito definito il “miracolo del Sole”, che è stato in seguito riconosciuto dalla Chiesa cattolica.
Era piovuto nel corso di tutta l'apparizione. Alla fine del colloquio di Lucia con la Madonna, nel momento in cui la Santissima Vergine si elevava e che Lucia gridava «Guardate il Sole!», le nuvole si aprirono, lasciando vedere il Sole come un immenso disco d'argento.
Brillava con un'intensità mai vista, ma non accecava. Tutto questo durò solo un attimo.
L'immensa palla cominciò a "ballare". Come una gigantesca ruota di fuoco, il Sole girava velocemente. Si arrestò per un certo tempo, per poi ricominciare a girare su sé stesso vertiginosamente. Quindi i suoi bordi divennero scarlatti e si allontanò nel cielo, come un turbine, spargendo rosse fiamme di fuoco.
Questa luce si rifletteva sul suolo, sulle piante, sugli arbusti, sui volti stessi delle persone e sulle vesti, assumendo tonalità scintillanti e colori diversi. Animato per tre volte da un movimento folle, il globo di fuoco parve tremare, scuotersi e precipitarsi zigzagando sulla folla terrorizzata.
Il tutto durò circa dieci minuti. Finalmente il Sole tornò zigzagando al punto da cui era precipitato, restando di nuovo tranquillo e splendente, con lo stesso fulgore di tutti i giorni. Molte persone notarono che le loro vesti, inzuppate dalla pioggia, erano improvvisamente asciugate. Il miracolo del Sole fu osservato anche da numerosi testimoni posti fuori dal luogo delle apparizioni, fino a quaranta chilometri di distanza.
Moltissimo si è ipotizzato, per ben più di mezzo secolo, sul famoso "Terzo segreto di Fatima", cioè su quella parte del discorso della Madonna, alla sua terza apparizione, che Lucia non riporta nel proprio racconto in quanto la stessa Santissima Vergine le disse: «Questo non lo dite a nessuno. A Francesco sì, potete dirlo».
Le prime due parti - se si vuole "i primi due segreti" del messaggio di Fatima, riguardanti la predizione della Seconda Guerra Mondiale e l'ascesa e il crollo del comunismo in Russia - furono messe per iscritto da suor Lucia nel 1941, su ordine del Vescovo di Leiria e le abbiamo lette prima. Nel 1944, suor Lucia mise per iscritto anche il Terzo segreto e, prima di consegnare all'allora Vescovo di Leiria-Fatima la busta sigillata contenente questa parte del messaggio della Madonna, scrisse sulla busta esterna che poteva essere aperta solo dopo il 1960 o dal Patriarca di Lisbona o dal Vescovo di Leiria. Alla domanda molto diretta posta nel 2000 a suor Lucia dal Mons. Tarcisio Bertone «Perché la scadenza del 1960? È stata la Madonna ad indicare quella data?», suor Lucia aveva risposto: «Non è stata la Signora, ma sono stata io a mettere la data del 1960 perché, secondo la mia intuizione, prima del 1960 non si sarebbe capito: si sarebbe capito solo dopo».
La busta contenente il Terzo segreto di Fatima fu invece aperta, nel 1959, da Papa Giovanni XXIII, che dopo aver letto il segreto decise di rinviare la busta sigillata al Sant'Uffizio e di non rivelarlo. Papa Paolo VI lesse il contenuto nel 1965 e anch'egli si comportò come il suo predecessore. Papa Wojtyla, dopo l'attentato subito il 13 maggio 1981, richiese la busta, di cui lesse il contenuto il 18 luglio 1981, ma lo ha rivelato solo nel 2000, in occasione del passaggio dal Secondo al Terzo millennio (e quando già la sua salute era minata dal Parkinson).
Il testo del Terzo segreto, rivelato a Lucia il 13 luglio 1917 nella Cova di Iria a Fatima, secondo quanto divulgato con un documento ufficiale dal Vaticano il 26 giugno del 2000, è il seguente:
«Scrivo in atto di obbedienza a Voi mio Dio, che me lo comandate per mezzo di sua Ecc.za Rev.ma il Signor Vescovo di Leiria e della Vostra e mia Santissima Madre.
Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo, indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: "qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti" un Vescovo vestito di Bianco "abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre". Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio».          Tuy, 3-1-1944
Il Terzo segreto di Fatima, dunque, pare essere proprio la descrizione di una fase della "fine del mondo", o "fine dei tempi", ed infatti è perfettamente complementare e coerente con la frase finale della Profezia dei Papi di San Malachia riguardante lo stesso argomento, nonché con altre profezie della Madonna che vedremo nelle prossime due sezioni. Il Terzo segreto di Fatima NON è, dunque, la descrizione profetica dell'attentato a Papa Wojtyla, come molti hanno ingenuamente creduto di leggervi. Del resto, se fosse la descrizione dell'attentato al Papa, non avrebbe avuto senso che Giovanni Paolo II ne mantenesse segreto fino al 2000 il contenuto, di cui era venuto a conoscenza nel 1981, pochi giorni dopo l'attentato subìto. Un'indicazione per questa (peraltro evidente) interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:
«La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917).
La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”.
Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc.
E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».
Quella di Fatima non è stata certo l'unica serie di apparizioni della Madonna: nel Ventesimo secolo ve ne sono state altre due almeno altrettanto importanti, la prima delle quali continua ancora oggi e merita molta attenzione in relazione al tema del "quando" della "fine del mondo": queste due serie di apparizioni mariane sono avvenute a Medjugorje e a Garabandal.


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