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martedì 10 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.
il 10 febbraio in Italia coincide con il giorno del ricordo, in memoria delle vittime delle foibe.
Il termine "foiba" è una corruzione dialettale del latino "fovea", che significa "fossa"; le foibe, infatti, sono voragini rocciose, a forma di imbuto rovesciato, create dall’erosione di corsi d’acqua nell'altopiano del Carso, tra trieste e la penisola istriana; possono raggiungere i 200 metri di profondità.
In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe.
Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale per infoibare (“spingere nella foiba”) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “Maresciallo Tito”.
Nessuno sa quanti siano stati gli infoibati: stime attendibili parlano di 10-15.000 sfortunati.
Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il fil di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.
Per tutto un lunghissimo mese Trieste vive questa sorta di mattanza. Migliaia e migliaia di suoi figli che, sottratti ai propri cari, spariscono nelle grinfie della cosiddetta Milizia Popolare per non fare mai più ritorno.
Un rituale tragico e barbarico (prevedeva anche il lancio finale, nella foiba, di un cane nero sgozzato) con il quale sono stati trucidate migliaia e migliaia di esseri umani: il tutto a guerra finita! Nella Foiba di Basovizza - il Pozzo della Miniera che costituisce un po’ il simbolo di tutte le foibe – gli infoibati si è dovuti quantificarli con il più arido e crudele dei sistemi: cinquecento metri cubi di poveri resti umani.
Una mattanza durata oltre quaranta giorni, fino cioè a quel 12 giugno 1945 quando le truppe Alleate indussero quelle slavo-comuniste a lasciare la città. Una tragedia che ha segnato tante e tante famiglie triestine e che ha determinato un vero e proprio trauma psichico in tutta la città. Per anni si è vissuti in una sorta di incubo, nel quale incalzava, ossessiva, una domanda: e se tornano i Titini e riprende la tragedia delle Foibe?
Sarà solo dopo il 26 ottobre 1954, con il ritorno di Trieste all’Italia, che tale incubo inizierà a svanire.
La Foibe, se hanno costituito incubo per i Triestini, hanno parimenti rappresentato un raffinato ed efficace strumento di terrore per gli Istriani. Perché proprio la vicenda drammatica degli infoibamenti ha avuto un ruolo sicuramente determinante nel creare in Istria quell’atmosfera di paura, di terrore che ha convinto in trecento e cinquanta mila a lasciare case, paesi, cimiteri per sfuggire, in Italia, al regime liberticida ed assassino del comunismo jugoslavo. Perché tutti erano ben consapevoli che, a restare, bastava il fatto di non essere comunisti per rischiare di finire come gli infoibati.
Il Giorno del Ricordo è considerato una solennità civile, ai sensi dell'art. della legge 27 maggio 1949, n. 260. Esso non determina riduzioni dell'orario di lavoro degli uffici pubblici né, qualora cada in giorni feriali, costituisce giorno di vacanza o comporta riduzione di orario per le scuole di ogni ordine e grado. Sempre nella stessa legge, vengono istituiti il Museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste, e l'Archivio museo storico di Fiume, con sede a Roma.
Il Giorno del ricordo viene celebrato dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale al cospetto del Presidente della Repubblica. In contemporanea in molte città si tengono celebrazioni di commemorazione presso i monumenti e le piazze dedicate ai tragici avvenimenti.

lunedì 9 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 febbraio.
Il 9 febbraio 1900 si disputò il primo incontro della storia della coppa Davis, tra quattro giocatori dell'Università americana di Harvard (tra cui Dwight Davis, che la ideò e comprò di tasca sua la prima coppa da consegnare come trofeo ai vincitori) e quattro britannici. Inizialmente il torneo si chiamava International Lawn Tennis Challenge, e solo alla morte di Davis nel 45 prese il suo nome.
La Coppa Davis è la massima competizione mondiale a squadre del tennis maschile. Riservata a squadre nazionali, è organizzata dalla Federazione Internazionale Tennis e ha cadenza annuale, disputata con la formula dell’eliminazione diretta. È il più antico campionato a squadre nazionali di qualsiasi disciplina sportiva.
Fino al 2019 ogni nazione aspirava a competere nel primo gruppo di 16 nazioni (il "World Group") che prevedeva quattro turni di gare distribuiti in quattro week-end nell'arco dell'anno. Ogni sfida tra due nazioni del "World Group" consisteva di 5 incontri disputati nell'arco di tre giorni, solitamente venerdì, sabato e domenica. Al venerdì i primi due incontri erano dei singoli, solitamente tra i due migliori giocatori di ogni nazione. Un incontro di doppio si disputava nel secondo giorno, mentre nel terzo gli ultimi due incontri erano dei singoli, nei quali tipicamente i giocatori del primo giorno si scambiano gli avversari. Se la sfida si era già risolta a favore di una delle due squadre, era pratica comune che gli incontri restanti vengano disputati dalle riserve (più giovani e meno quotate), che acquisivano così esperienza in Coppa Davis.
Il capitano di ogni nazionale può convocare una squadra di quattro giocatori per ogni sfida e decide quali di questi competeranno nei primi tre incontri. Il giovedì precedente agli incontri viene sorteggiato l'ordine e l'accoppiamento dei giocatori dei primi due singoli. In passato le squadre potevano sostituire i giocatori dei singoli dell'ultimo giorno solo se il risultato era già determinato, ma attualmente le regole permettono alle squadre di selezionare qualsiasi giocatore per gli ultimi due singoli, a patto di non ripetere l'accoppiamento di uno degli incontri del primo giorno. Non esistono limitazioni su quali membri della squadra possano disputare il doppio: i due giocatori del singolo, altri due giocatori (solitamente specialisti di doppio), o una combinazione delle due.
Tutti i singoli incontri sono al meglio dei 5 set, senza tie-break nel set decisivo. Se una squadra si è già assicurata la vittoria, gli incontri restanti vengono abbreviati al meglio dei 3 set, previo accordo tra i due team.
Nel 2019 è stata rivoluzionata la formula, con l'intenzione di attirare nuovamente pubblico e grandi giocatori che, ultimamente, avevano un po' trascurato la manifestazione.
La riforma prevede una sede unica a novembre in cui disputare la fase finale, con 18 squadre divise in sei gironi all'italiana, seguiti da quarti di finale, semifinali e finale. La nuova formula ha ottenuto un discreto successo.
L'equivalente in campo femminile della Coppa Davis è la Fed Cup (nota come Federation Cup prima del 1995).
A partire dell'edizione 2009 anche la Coppa Davis assegna punti validi per la classifica ATP.
Da notare che nella classifica dei 100 giocatori con più vittorie in partite di Coppa Davis, il primo in assoluto è il nostro Nicola Pietrangeli, con 120 vittorie e 44 sconfitte. Nonostante questo primato, Pietrangeli non vinse mai il trofeo, perdendo la finale nel 60 e nel 61. Si limitò a vincere il torneo come capitano non giocatore nel 76, quando l'Italia vinse la coppa con Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Fu quello un anno d'oro per Panatta, che coronò a fine anno con la Davis la vittoria agli Internazionali d'Italia e subito dopo al Roland Garros.
L'Italia è attualmente la squadra detentrice del trofeo, avendolo vinto per 3 anni consecutivi dal 2023 al 2025.

domenica 8 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 febbraio.
L'8 febbraio 1807 nacque a San Pietro in Casale (BO) Luigi Calori.
Laureato a Bologna nel 1829, si dedicò agli studi anatomici sotto la guida di Antonio Alessandrini e di Francesco Mondini. Nel 1830 divenne Prodissettore e nel 1831 venne nominato Dissettore Principale Stabile nel laboratorio di Anatomia umana dell’Università di Bologna. Nel 1835 ottenne l’incarico dell’insegnamento di Anatomia pittorica presso l’Accademia di Belle Arti che mantenne per un decennio. Nel 1844 gli fu assegnata la cattedra di Anatomia succedendo al maestro Francesco Mondini che resse per ben 52 anni, fino al giorno della sua morte. Molte le cariche accademiche e scientifiche ricoperte in questa lunghissima carriera: Presidente della Facoltà medica negli anni 1869-1872 e 1882-1885; Magnifico Rettore dell’Università negli anni 1876 e 1877; socio onorario dell’Accademia delle Scienze dal 1836 e Presidente della Società Medica Chirurgica nel 1856 e nel 1888. L’opera scientifica del Calori è stata poderosa, con argomenti di ricerca i più disparati e rivolti ad ogni settore della morfologia classica: dall’anatomia normale a quella patologica ed in specie alla teratologia; dall’anatomia comparata all’antropologia. L’attività didattica di Luigi Calori è documentata, oltre che da un chiaro atlante di anatomia sistematica, dall’enorme quantità di preparazioni di morfologia normale, patologica e comparata. Nel vasto nuovo capitolo della teratologia Calori può essere considerato l’iniziatore di una nuova scuola che avrà come massimo esponente l’allievo Cesare Taruffi. In questa materia egli seppe dare un apporto innovativo per l'epoca decidendo che il caso clinico da lui studiato diventasse immediatamente reperto storico e venisse inserito nelle bacheche del suo Museo. Per questo, avvalendosi del ceroplasta Cesare Bettini, faceva plasmare in cera un modello che riproducesse il caso, poi eseguiva un’accurata dissezione e faceva riprodurre in disegno dallo stesso Bettini i più interessanti aspetti anatomici. Calori ha lasciato numerosissimi, preziosi, preparati e modelli che riempiono i musei universitari di anatomia normale, patologica e comparata. Una sua raccolta di teschi (più di duemila), datati dal medioevo all’età contemporanea, è conservata nelle teche del corridoio d’ingresso degli Istituti di Anatomia, in via Irnerio 48 a Bologna.
Umberto I di Savoia lo nominò commendatore dell’ordine Mauriziano, in occasione della cerimonia promossa dall’Accademia delle Scienze per onorare i suoi cinquanta anni di insegnamento. Era insignito inoltre delle onorificenze di: Cavaliere e Commendatore della Corona d'Italia, Cavaliere della Guadalupa del Messico, Cavaliere dell'Ordine civile di Savoia.
Nel 1885, quando l'anatomico era ancora in vita, gli fu dedicata la Piazza Maggiore del paese natio, che da allora divenne Piazza Calori.
Morì a Bologna nel 1896.

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