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lunedì 29 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1864 un gruppo di 100 volontari del Colorado massacrò diverse centinaia di indiani inermi in quello che in America è ricordato come "il massacro di Sand Creek".
Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.
In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.
Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne , procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J.Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.
Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.
Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante; ogni qualvolta incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi; era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera,famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori .
Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera , ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.
Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.
Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne il grado di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.
Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomea di “cacciatore di indiani “.
Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.
Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano: questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.
Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km dal forte.
Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule , il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse:
"Odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani, bisogna sterminarli tutti, è il dovere di ogni patriota americano". Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.
Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.
Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “ caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse : “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.
Il villaggio di Pentola Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante , quello orientale, c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.
Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani , a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.
Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere; d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.
Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati; iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì , sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano; fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana , lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.
Pentola Nera attendeva protezione, ma invece udì esplodere i primi colpi di fucile. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.
Un vecchio settantenne, Antilope Bianca , anche lui disarmato , invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro , di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi…egli si fermò e incrociò le braccia . Una pallottola lo prese in faccia; prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre, solo la terra e i monti sono eterni…
Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera; fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate egli disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.
Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.
Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.
Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli.
Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni; il tenente Harry Richmond disse: "abbiamo l’ordine di ucciderli tutti"; ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.
Robert Bent , figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne),  si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia,  i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà: i soldati le fucilarono.
Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza che queste opponessero alcuna resistenza.
Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme…
Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e corse verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita; i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia.
Un'altra donna, la moglie di Orso Nero, portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano "Un Occhio Andato Insieme". Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.
Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.
Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.
La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia ( se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.
Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.
Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.
Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri .
Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana , ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.
Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla , la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek .
Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città in cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek , accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i toni ironici dei signori e delle signore .Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.
Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.
Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.
Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sull’”impresa militare“ compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.
Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.
Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson .
Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi .
Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.
Per la commissione non ci furono dubbi.
Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.
Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.
Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.
Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.
In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.
Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra , morirono 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.
Sotto la presidenza Clinton  il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “ Cavallo della Notte “ Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmò il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.
Oltre a diventare parco nazionale venne prevista anche la costruzione di un monumento alla memoria.
Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyennes ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar.
Nella canzone "Fiume Sand Creek" Fabrizio De Andrè volle ricordare quello che successe quel 29 novembre 1864.


domenica 28 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 novembre.
Il 28 novembre 1907 nasce a Roma Alberto Moravia.
Alberto Pincherle nasce a Roma il 28 novembre 1907, in Via Sgambati, nei pressi di via Pinciana. Il cognome Moravia con il quale sarà conosciuto è il cognome della nonna paterna. Il padre, Carlo Pincherle Moravia, architetto e pittore, era nato a Venezia da una famiglia d'origine ebraica di Conegliano Veneto. La madre, Teresa Iginia De Marsanich, detta Gina, era nata ad Ancona da una famiglia anticamente immigrata dalla Dalmazia.
Nel 1916 si ammala di una tubercolosi ossea che lo costringerà, con un alternarsi di miglioramenti e ricadute, a frequentare in modo irregolare la scuola. Dal 1921 al 1923 Moravia è costretto dalla malattia a trascorrere la degenza a casa, a Roma. Compone dei versi in francese e in italiano. Dal 1924 al 1925 è ricoverato al sanatorio Codivilla di Cortina d'Ampezzo. Si trasferisce poi per la convalescenza a Bressanone. Inizia la stesura de "Gli indifferenti", romanzo sul quale lavorerà per tre anni.
Nel 1927 pubblica il suo primo racconto "Lassitude de courtisane" in una traduzione francese sulla rivista bilingue "900" di Bontempelli, poi ritradotta in italiano col titolo "Cortigiana stanca".
Due anni più tardi esce presso la casa editrice Alpes di Milano, e a sue spese, "Gli indifferenti".
Seguono poi "Inverno di malato" (1930) su "Pegaso", rivista diretta da Ugo Ojetti. Collabora a "Interplanetario" di Libero De Libero; vi pubblica alcuni racconti, tra cui "Villa Mercedes" e "Cinque sogni". Nel 1933 collabora alla rivista "Oggi", fondata da Mario Pannunzio e, poi, alla "Gazzetta del Popolo". Pubblica una raccolta di racconti già editi su riviste dal titolo "La bella vita", presso Carabba, e "Le ambizioni sbagliate" presso Mondadori. Anche a causa dell'ostracismo da parte del Ministero della Cultura Popolare fascista, le opere non riscuotono il successo della critica. Intanto Moravia inizia una collaborazione con il mensile "Caratteri", fondato da Pannunzio e Delfini.
Dopo un soggiorno di due anni a Londra, un viaggio negli Stati Uniti e uno in Messico, Alberto Moravia torna in Italia e scrive i racconti de "L'imbroglio", prima rifiutato da Mondadori, poi pubblicato da Bompiani (1937), che resterà il suo editore per gli anni a venire. Nel 1937 viaggia in Cina in qualità di inviato; scrive numerosi articoli per la "Gazzetta del Popolo". Di ritorno a Roma inizia a lavorare a delle sceneggiature cinematografiche; collabora a "Omnibus" diretto da Leo Longanesi. Nel giugno 1937 vengono assassinati in Francia Nello e Carlo Rosselli, suoi cugini da parte di padre.
Nei primi anni '40 di ritorno da un viaggio in Grecia si trasferisce ad Anacapri e vive con Elsa Morante (conosciuta nel 1936 a Roma). "L'imbroglio" e "Le ambizioni sbagliate" vengono inclusi nella lista dei libri di autori ebrei dalla "Commissione per la bonifica libraria" del Ministero della Cultura Popolare. Collabora a "Prospettive" diretta da Curzio Malaparte. Nel 1940 pubblica "I sogni del pigro", nel 1941 "La mascherata", che viene sequestrato. Gli viene impedito di scrivere sui giornali col suo nome; pubblica allora diversi articoli utilizzando vari pseudonimi: Pseudo, Tobia Merlo, Lorenzo Diodati e Giovanni Trasone. Nell'aprile del 1941 sposa in chiesa Elsa Morante.
Autore non gradito dal regime fascista, Moravia è costretto a lavorare, per il proprio sostentamento, a numerose sceneggiature cinematografiche, senza poterle firmare a causa delle leggi razziali.
Negli anni della guerra escono le raccolte di racconti "L'amante infelice" (1943), bloccato dalle autorità, e "L'epidemia" (1944), per Bompiani, e il breve romanzo "Agostino" (1944), per le edizioni Documento in una tiratura limitata ed illustrata da due disegni di Guttuso. Nel periodo seguente la caduta del regime fascista, collabora brevemente al "Popolo di Roma" di Corrado Alvaro. Dopo l'8 settembre 1943, quando viene a sapere che il suo nome è sulla lista stilata dai nazisti delle persone da arrestare, Alberto Moravia fugge da Roma con Elsa Morante. La coppia trova rifugio a Sant'Agata di Fondi (Vallecorsa) sulle montagne, nascosti nel casolare di Davide Marrocco. L'avanzata dell'esercito alleato li libera; si recano quindi a Napoli per poi tornare a Roma. Nel 1944 esce a Roma per le edizioni Documento "La Speranza, ovvero Cristianesimo e Comunismo".
Tra il 1945 e il 1951, per guadagnarsi da vivere, Moravia scrive articoli, collabora a riviste e programmi radiofonici e continua a lavorare per il cinema come sceneggiatore. Escono: "Due cortigiane" (1945), con illustrazioni di Maccari, "La romana" (1947), "La disubbidienza" (1948), "L'amore coniugale e altri racconti" (1949), "Il conformista" (1951). Realizza e dirige il brevissimo film (6 minuti) "Colpa del sole". Collabora a giornali e riviste (tra cui "Il Mondo", "Il Corriere della Sera", "L'Europeo"). Viene tradotto in numerose lingue. Le sue opere letterarie sono adattate per il cinema da numerosi registi.
Nel 1953 fonda a Roma con Carocci la rivista "Nuovi Argomenti", sulla quale pubblica l'anno seguente il saggio "L'uomo come fine" (scritto nel 1946). Nel 1954 escono "Racconti romani" (Premio Marzotto) e "Il disprezzo". Nel 1955 pubblica su "Botteghe Oscure" la tragedia Beatrice Cenci. Nello stesso anno conosce Pier Paolo Pasolini e inizia a collaborare come critico cinematografico a "L'Espresso".
Pubblica "La ciociara" (1957), "Un mese in URSS" (1958), "Nuovi racconti romani" (1959), "La noia" (1960, Premio Viareggio). Alberto Moravia intraprende numerosi viaggi tra cui Egitto, Giappone, Stati Uniti, Iran e Brasile. Nel 1961 viaggia in India insieme a Pier Paolo Pasolini ed Elsa Morante: dall'esperienza nascerà "Un'idea dell'India" (1962).
Nel 1962 Moravia si separa definitivamente da Elsa Morante e va a vivere con Dacia Maraini, conosciuta nel 1959. Insieme, e insieme all'amico Pasolini, viaggiano in Africa (Ghana, Togo, Nigeria, Sudan).
Pubblica poi la raccolta di racconti "L'automa" (1962), la raccolta di saggi "L'uomo come fine" (1963) e "L'attenzione" (1965). Con Enzo Siciliano e Dacia Maraini dà vita alla Compagnia del Porcospino nel teatro di via Belsiana a Roma (1966-68). Per il teatro scrive "Il mondo è quello che è" (1966), "Il dio Kurt" (1968), "La vita è gioco" (1969).
Viaggia in Messico, Giappone, Corea e Cina. Nel 1967 è presidente della XXVIII Mostra del Cinema di Venezia. Nel 1968 Moravia viene pubblicamente contestato dagli studenti, con i quali accetta di dialogare. Pubblica "Una cosa è una cosa" (1967), "La rivoluzione culturale in Cina" (1967), "Il paradiso" (1970), "Io e lui" (1971), "A quale tribù appartieni?" (1972), "Un'altra vita" (1973).
Nel 1975 muore assassinato Pier Paolo Pasolini. Nel periodo che segue subisce minacce da parte di estremisti di destra; per alcuni mesi viene protetto da una scorta (1978).
Escono "Boh" (1976), "La vita interiore" (1978), che gli varrà un'accusa di oscenità nel 1979, "Impegno controvoglia" (1980, raccolta di saggi scritti tra il 1943 e il 1978 a cura di R. Paris), "Lettere dal Sahara" (1981), "1934" (1982, Premio Mondello 1983), "Storie della Preistoria" (1982), "La cosa e altri racconti" (1983), dedicato a Carmen Llera, che Moravia sposerà nel gennaio 1986.
È membro della Commissione di selezione alla Mostra del Cinema di Venezia (1979-1983) e inviato speciale del "Corriere della Sera" (1975-1981). Per "L'Espresso" cura un'inchiesta sulla bomba atomica (Giappone, Germania, URSS).
Nel 1984 Alberto Moravia si presenta per le elezioni europee come indipendente nelle liste del Pci, e diventa deputato al Parlamento Europeo (1984-1989). Nel 1985 vince il premio Personalità Europea.
In questo periodo escono "L'uomo che guarda" (1985), "L'angelo dell'informazione e altri scritti teatrali" (1986), "L'inverno nucleare" (1986, a cura di R. Paris), "Passeggiate africane" (1987), "Il viaggio a Roma" (1988), "La villa del venerdì" (1990). Escono nel frattempo il primo volume antologico "Opere 1927-1947" (1986), a cura di G. Pampaloni, ed il secondo "Opere 1948-1968" (1989) a cura di E. Siciliano.
Il 26 settembre 1990 Alberto Moravia muore nella sua casa di Roma.
Escono postumi: "Vita di Moravia" (1990) scritto a quattro mani con Alain Elkann, "La donna leopardo" (1991), "Diario Europeo" (1993), "Romildo ovvero racconti inediti o perduti" (1993), le raccolte "Viaggi - Articoli 1930-1990" (1994), "Racconti dispersi 1928-1951" (2000).
A dieci anni dalla scomparsa viene pubblicato per i Classici Bompiani il primo volume della nuova edizione delle Opere complete diretta da Siciliano "Opere/1". "Romanzi e racconti 1927-1940" (2000), a cura di Francesca Serra e Simone Casini a cui seguirà "Opere/2". "Romanzi e racconti 1941-1949" (2002), a cura di Simone Casini.

sabato 27 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 2002 in Cina furono evidenziati i primi casi di quella che in seguito venne dichiarata SARS (Sindrome respiratoria acuta).
La sindrome respiratoria denominata SARS (Severe acute respiratory syndrome), caratterizzata da febbre, dispnea, ipossia, progressivo sviluppo di infiltrati polmonari, e frequentemente di esito letale, è stata identificata per la prima volta da Carlo Urbani, infettivologo italiano operante presso l'ospedale francese di Hanoi, in Vietnam, per conto dell'Organizzazione mondiale della sanità. La prima notifica del ricovero di pazienti affetti da una nuova forma di polmonite atipica presso lo stesso ospedale è stata effettuata da Urbani all'Ufficio regionale dell'OMS (sezione Pacifico occidentale) il 28 febbraio 2003. La sindrome è stata classificata come di nuova entità.
In base ad accertamenti retrospettivi, piccoli focolai epidemici di una forma di polmonite particolarmente severa erano stati già osservati, durante gli ultimi mesi del 2002, nelle zone rurali del Guangdong in Cina, senza però essere considerati di natura eccezionale. Il primo caso chiaramente riconducibile alla SARS, pervenuto all'osservazione in un ospedale della città di Fusham il 27 novembre 2002, aveva coinvolto quattro individui della medesima famiglia. I successivi episodi si erano verificati in varie città della stessa provincia della Cina. La notifica effettuata dalla Sanità cinese l'11 febbraio 2003 si riferiva a 305 casi con 5 decessi. Si metteva in evidenza anche l'elevato coinvolgimento di personale medico e infermieristico operante presso diverse strutture sanitarie nella città di Guangzhou, nella quale si era verificato il più elevato numero di casi.
La diffusione dell'infezione al di fuori del Guangdong è avvenuta in occasione del viaggio a Hong Kong di un medico nefrologo operante presso un ospedale di Guangzhou e della sua permanenza al Metropolitan Hotel di Kowloon (Hong Kong) dal 21 al 25 febbraio 2003. Nel medesimo piano dell'hotel avevano soggiornato, negli stessi giorni, una coppia di Toronto, un medico di Hanoi, e tre turisti di Singapore; a tutti è stata diagnosticata, al ritorno nel paese di origine, la polmonite SARS. Complessivamente, il medico di Guangzhou ha infettato a Hong Kong dodici persone. I successivi principali episodi epidemici si sono verificati a Hong Kong, Singapore, Taiwan, in Canada e nel Vietnam. A Hong Kong l'epidemia ha avuto la massima diffusione nell'ospedale Prince of Wales dove, al 25 marzo 2003, i pazienti affetti da SARS erano 156, prevalentemente operatori sanitari. Il fattore principale di trasmissione è stato identificato nell'uso improprio delle apparecchiature per la ventilazione polmonare, con conseguente formazione di aerosol infettanti in prossimità del paziente. Un altro centro di diffusione è stato riconosciuto in un vasto complesso abitativo, chiamato Amoy Gardens, nel quale si sono verificati 300 casi; nel complesso risiedeva un paziente in emodialisi presso l'ospedale Prince of Wales. In questo caso è stato ipotizzato che il meccanismo di trasmissione sia da attribuire al cattivo funzionamento della struttura fognaria, che ha permesso riflussi e aerosol nei sistemi di scarico delle abitazioni; un'altra ipotesi ha riguardato la possibile presenza di topi o altri piccoli animali che possono aver agito da vettore-serbatoio dell'infezione. A Singapore, Toronto e Hanoi l'estensione dell'epidemia è stata elevata sia tra il personale degli ospedali con maggiore affluenza di casi, sia tra i familiari dei pazienti ospedalizzati. Negli Stati Uniti e in Europa i singoli casi di infezione sono stati invece tutti correlati a viaggi o soggiorni nella aree asiatiche.
Nel mese di marzo 2003 la diffusione della SARS riguardava 1600 casi in 12 paesi (inclusi Stati Uniti e Canada) e mostrava un tasso di mortalità allarmante, tale da indurre la dichiarazione, da parte dell'OMS, dello stato di allerta globale, con l'organizzazione di una task force internazionale cui hanno partecipato undici centri di ricerca in tutto il mondo per le indagini cliniche, epidemiologiche e microbiologiche. Sono stati rapidamente definiti i criteri da utilizzare per l'identificazione dei casi probabili e dei casi sospetti al fine della compilazione delle notifiche, da effettuare in tempo reale con l'ausilio di una rete informatica istituita ad hoc. I dati delle notifiche hanno costituito la base per la definizione delle principali misure sanitarie da adottare, ai fini del contenimento dell'epidemia, in modo coordinato e nei vari paesi coinvolti. I criteri per la definizione di 'caso sospetto' e 'caso probabile' sono stati principalmente riferiti a dati clinici ed epidemiologici. In particolare, è stato definito caso sospetto il soggetto che presentava febbre superiore a 38 °C e uno o più sintomi di compromissione respiratoria e aveva avuto stretto contatto con persone cui fosse già stata diagnosticata la SARS; è stato definito caso probabile il soggetto che presentava inoltre segni radiologici di polmonite e positività virale ai saggi di laboratorio.
Al termine dei picchi epidemici erano stati identificati in totale 8422 casi, con 916 decessi verificatisi in 32 paesi (dati del 7 agosto 2003). Tali dati, seppure allarmanti, indicano il successo delle misure di contenimento dell'epidemia, potenzialmente caratterizzata da un elevatissimo indice di diffusione, sia per l'alta infettività dell'agente virale, sia per la presenza di una possibile duplice via di trasmissione (respiratoria e oro-fecale). Un impatto considerevole nel potenziale di diffusione ha, inoltre, la grande mole di spostamenti rapidi e ad ampio raggio, caratteristica dei nostri tempi. L'eccezionale organizzazione messa in atto dall'OMS, per la prima volta nella storia delle epidemie infettive, ha consentito nel brevissimo tempo di un mese (annuncio dell'OMS del 7 aprile 2003) l'identificazione e la caratterizzazione dell'agente eziologico virale coinvolto nei casi di infezione. Tale agente è stato definito come un nuovo virus classificabile in un gruppo separato del genere Coronavirus, della famiglia Coronaviridae, e denominato SARS-CoV. L'uso di metodiche diagnostiche di biologia molecolare, basate sull'amplificazione e il sequenziamento del genoma virale, associato con l'impiego di metodiche classiche di isolamento virale e di caratterizzazione antigenica e anticorpale, è stato di fondamentale importanza per la definizione dell'eziologia della SARS.
L'infezione da SARS-CoV è caratterizzata da un periodo di incubazione di 2-7 giorni. Nella fase prodromica della malattia sono presenti sintomi di tipo simil-influenzale. Durante la prima settimana della fase acuta la sintomatologia è costituita da febbre, malessere, mialgia, mal di testa, irrigidimento. Durante la seconda settimana sono presenti inoltre tosse secca, dispnea, diarrea. Nei casi più gravi si sviluppano rapidamente segni di stress respiratorio e di desaturazione di ossigeno. Nel 20% dei casi è necessaria terapia intensiva, nel 70% dei casi è presente diarrea, caratterizzata dall'eliminazione di ampi volumi di liquidi e assenza di sangue e muco. Il massimo livello di infettività è probabilmente presente nella seconda settimana. Il tasso di mortalità, in base a quanto riportato negli studi clinici effettuati durante i principali episodi epidemici, è variabile. Sono stati osservati valori dallo 0% a più del 50%, con tasso medio dell'11%. Il principale fattore associato a valori di elevata mortalità è quello dell'età, superiore ai 65 anni, seguito dal sesso maschile e dalla presenza di co-morbilità. Nei casi di SARS in gravidanza sono state osservate elevate percentuali di aborto per i primi mesi e mortalità materna in gravidanza avanzata. Per quanto concerne il quadro patologico, le modificazioni a livello polmonare, evidenziabili radiologicamente e indicative di danno alveolare diffuso, possono essere presenti già nei primi 3-4 giorni della fase acuta e anche in assenza di segni clinici di grave compromissione a livello respiratorio. Tali modificazioni radiologiche sono tipicamente evolutive, iniziando con segni di lesioni periferiche unilaterali che successivamente progrediscono in aspetto di lesioni multiple. Gli stadi successivi possono includere la presenza di pneumotorace spontaneo, pneumomediastino, fibrosi subpleurale e/o cistica. All'esame istopatologico sono presenti: denudazione dell'epitelio bronchiale con perdita di ciglia e metaplasia squamosa, presenza di infiltrato di cellule giganti e segni di possibile alterazione dello spettro di citochine, come indicato dall'aumento dei macrofagi alveolari e dalla presenza di emofagocitosi. Le particelle virali sono state visualizzate al microscopio elettronico nel citoplasma di cellule epiteliali.
I principali reperti, per quanto riguarda le alterazioni dei parametri ematologici e biochimici, sono stati: linfopenia, leucopenia e trombocitopenia. L'elevazione dei valori di lattatodeidrogenasi (LDH) e la presenza di diabete sono stati associati a una prognosi di malattia più severa. A livello sierico possono essere presenti ipocalcemia e alterazione dei valori di transaminasi, particolarmente nei casi di coinvolgimento enterico; inoltre sono stati osservati segni di deplezione linfocitaria.
I segni clinici che permettono di differenziare la SARS dagli altri casi di polmonite community acquired sono essenzialmente i reperti radiografici, la presenza di linfopenia, l'assenza di risposta alle usuali terapie antimicrobiche e in generale l'esito più grave della malattia. Come possibili trattamenti vengono attualmente indicati quelli a base di corticosteroidi e di antivirali, in aggiunta all'applicazione di mezzi meccanici di ausilio respiratorio.
L'identificazione di sostanze antivirali per terapie specifiche è uno dei principali obiettivi delle ricerche attualmente in corso. La precisa caratterizzazione del ciclo replicativo virale e l'identificazione di target molecolari precisi costituiscono lo strumento indispensabile per la formulazione di molecole antivirali efficaci. Alcuni studi sono focalizzati sulla possibilità di formulazione di molecole specifiche per l'interazione con alcuni enzimi chiave nell'ambito del ciclo replicativo virale, quali l'elicasi, la proteinasi SARS-CoV-PL2 e soprattutto l'enzima più importante coinvolto nel clivaggio della poliproteina codificata dall'RNA genomico per la produzione della RNA-polimerasi RNA-dipendente, cioè l'enzima SARS-CoV-3CLpro, di cui è stata identificata la struttura cristallografica e per cui è stato effettuato lo screening virtuale dei farmaci a base di inibitori delle proteasi attualmente noti.
Nonostante i grandi progressi conseguiti nel corso del 20° secolo in campo medico, farmacologico e dell'igiene, le malattie infettive costituiscono ancora oggi la principale causa di morte nel mondo. Secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, infatti, di circa 52 milioni di decessi che si registrano ogni anno nel mondo, circa 17 milioni sono causati da malattie infettive.
Nell'ambito delle malattie infettive si definiscono emergenti quelle dovute a infezioni precedentemente sconosciute e tali da ingenerare problemi di sanità pubblica a livello tanto locale quanto internazionale, riemergenti quelle dovute al riapparire di infezioni note, ma che per il diminuito tasso di morbosità non erano più considerate un problema di sanità pubblica. Sono causa di malattie emergenti virus (per es. virus di Ebola, HIV, virus dell'epatite C, virus 'sin nombre', virus dell'influenza A H5NI) e batteri (per es. Legionella pneumophila, Borrelia burgdorferi, Vibrio cholerae O139, Escherichia coli O157:H7). Fra le malattie riemergenti le più diffuse sono le infezioni respiratorie acute (polmonite), le infezioni diarroiche (dissenteria e colera), la malaria e la tubercolosi. Ogni anno più di un milione di bambini muore di malaria solo nell'Africa sub-sahariana. Circa 200 milioni di persone in tutto il mondo sono parassitate da Schistosoma, responsabile delle elmintiasi, e ogni anno da 35 a 60 milioni di persone contraggono la dengue, malattia virale sostenuta da un Flavivirus. Le malattie infettive non sono peraltro confinate nelle sole regioni a clima tropicale. Si valuta che ogni anno negli Stati Uniti si verifichino circa 600.000 casi di polmonite, che causano fra 25.000 e 50.000 morti. Più di 10.000 casi di difterite sono stati diagnosticati in Russia dal 1993 al 1997, a causa di un deterioramento del sistema di vaccinazione. Nei primi anni Novanta un'epidemia di colera è riapparsa in America Meridionale dopo un'assenza di circa un secolo, e dal 1991 al 1994 sono stati registrati più di un milione di malati e circa 10.000 morti. Durante gli anni Ottanta, dopo decenni di declino, è riemersa un po' dovunque la tubercolosi con ceppi resistenti a vari antibiotici, che ne hanno reso più difficile il controllo. Differenti fattori possono contribuire all'insorgere o al riemergere di una malattia infettiva. Quelli più frequentemente indicati sono i viaggi e gli spostamenti (per turismo, migrazioni ecc.), che permettono a un microrganismo patogeno di muoversi all'interno di una popolazione previamente non esposta e/o non vaccinata, cioè non immune; la produzione, la manipolazione e la distribuzione su vasta scala degli alimenti; le variazioni ambientali (deforestazione, inquinamento delle acque sotterranee); la maggiore suscettibilità della popolazione, dovuta a vari fattori (sovraffollamento, invecchiamento, malnutrizione, stress ecc.) che possono agire sinergicamente diminuendo la capacità degli individui di difendersi dalle infezioni; la variabilità genetica dei microrganismi, che permette a un patogeno di sviluppare in tempi brevi nuovi geni coinvolti nei meccanismi di virulenza e/o nella resistenza ai metodi terapeutici standard.

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