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venerdì 19 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1885 la nave che trasportava dalla Francia la Statua della Libertà completa lo scarico nel porto di New York delle 1883 casse contenenti i pezzi della statua.
La storia della Libertà Che Illumina Il Mondo, questo il nome completo dell'opera, ha inizio nel 1865, durante una cena nei pressi di Versailles in Francia, quando lo scultore francese Fredric Auguste Bartholdi e il suo amico parigino, il professore di diritto e futuro senatore repubblicano, Edouard De Laboulaye, cominciarono a discutere l'idea di regalare agli Stati Uniti una statua che celebrasse l'amicizia tra le due nazioni e, al tempo stesso, commemorasse l'indipendenza conquistata da entrambi i popoli. Per sancire l'unione, non solo simbolicamente, si stabilì nelle premesse che al monumento vero e proprio avrebbe provveduto la Francia mentre l'America si sarebbe impegnata nella costruzione del piedistallo.
Lo scultore, affascinato dalla scultura monumentale, era stato in Egitto nel 1855 e il legame artistico con queste opere (ispirato dalla sua passione per il leggendario Colosso di Rodi) si rafforzò nel 1869 quando vi tornò nuovamente per esaminare la proposta di una statua faro da collocare sul Canale di Suez. L'opera non venne mai commissionata, ma servì a gettare le basi per l'idea di Miss Liberty. Nella mente dello scultore prendeva corpo l'aspetto che avrebbe dovuto avere la statua e, come riferiscono le biografie francesi, ne realizzò un modello in bronzo alla fine del 1870 (oggi nel parco dell'Acclimattion di Parigi) per poi prepararne nel 1875 un modello di gesso di quella che sarebbe diventata l'icona della libertà. Lo scultore e il senatore erano così convinti della bontà dell'iniziativa che decisero di fondare un comitato promotore per la raccolta dei fondi attraverso lotterie, spettacoli ed aste.
Rappresentanti americani e francesi dell'arte, della politica e del giornalismo, parteciparono ad un banchetto all' Hotel du Louvre il 6 novembre del 1875, data che segnò il primo passo nella realtà del progetto di De Laboulaye e Bartholdi. Tra le prime donazioni ci fu quella della città di Parigi, che versò la somma di 2.000 dollari. Raccolti i primi fondi e con l'incoraggiamento dato dall'entusiasmo che la sottoscrizione aveva suscitato, la sede dei lavori venne individuata nell'atelier della ditta specializzata Gaget & Gauthier al n. 25 di Rue de Chazelles.
La statua finalmente cominciava a prendere forma nell'atelier parigino e gli operai francesi mostrarono tutti un grande entusiasmo nel partecipare alla realizzazione.
Nella primavera del 1876, a pochi mesi dal centenario dell'indipendenza degli USA, i lavori erano però ancora molto indietro e i fondi esauriti.
Bartholdi però era un uomo tenace e il suo spirito d'artista non lo abbandonava mai. Decise di ripartire per l'America, dove era già stato nel 1871 ottenendo molti consensi politici alla sua proposta ma nessun aiuto economico.
Le cose però cominciavano a maturare anche oltreoceano. In un giorno di gennaio del 1877 al Century Club di New York, su invito del senatore William M. Evarts, venne costituito insieme ad altri notabili della città il "Il Comitato Americano per La Statua della Libertà", istituzione a carattere permanente. I componenti, dagli iniziali 114, arrivarono in poco a tempo ad essere 402, con rappresentanti di diversi stati. Evarts si impegnò particolarmente, creando un sottocomitato di appoggio politico all'iniziativa e, il 22 febbraio del 1877, il Congresso con il sostegno del Presidente Hayes fece passare la risoluzione di accettazione e futura manutenzione della statua.
Nello stesso testo vennero individuate due possibili collocazioni, l'isola di Bedloe e quella nota come Governors Island, entrambe nella baia del porto di New York. Incaricato di scegliere il sito fu il generale Sherman che, con l'incoraggiamento del comitato, designò la Bedloe Island come futura casa di Miss Liberty.
La novità del secondo viaggio americano di Bartholdi era che lo scultore non sarebbe andato a mani vuote, ma sarebbe stato raggiunto dall'avambraccio destro della statua, completo di mano e fiaccola.
Questo "pezzo di Libertà" avrebbe fatto il giro di molte città americane, tra cui Filadelfia in occasione della Centennial Exhibition, dove i cittadini curiosi pagarono volentieri il mezzo dollaro di biglietto per salire la scala a chiocciola ed affacciarsi sulla ringhiera che circonda la fiamma.
Anche in Francia la strategia dell'esposizione parziale dell'opera riscosse un buon successo. La testa e la spalla suscitarono grandi emozioni all'Esposizione Universale di Parigi del 1878.
L'ingegnere francese Gustave Alexandre Eiffel, padre della omonima torre, subentrò nella progettazione dello scheletro all'architetto Eugene Viollet-le-Duc venuto a mancare nel 1879. Eiffel porterà nella statua la genialità di un telaio in ferro dalle caratteristiche duttili e, al tempo stesso, solidissime. Soluzioni già in parte applicate alla fine del 1600 dallo scultore italiano Giovanni Crespi, autore della celebre statua di San Carlo Borromeo ad Arona (CN), visitabile al suo interno, alta 36 metri e nota come il "Sancarlone".
L'atto finale, e decisivo, per la realizzazione del sogno di Bartholdi e De Laboulaye è l'organizzazione da parte del Governo Francese nel 1880 di una lotteria con premi molto ricchi, che ebbe grande riscontro popolare.
Il grande giorno, finalmente, arrivò. Il 4 luglio del 1884 la Signora della Libertà venne inaugurata a Parigi, con tanto di cerimonia di consegna al governo americano.
C'era ancora un problema da risolvere. Il trasporto.
La marina francese mise a disposizione la fregata Isere che, salpata da Rouen, entrò nel porto di New York il 17 giugno del 1885 e venne accolta nella baia dell'Hudson dalla nave americana S.S. La Flore con un colpo di cannone a salve e da altre unità americane tra cui la USS Omaha e la USS Alliance.
Tutto sembrava andare per il meglio per Miss Liberty, ma le cose si complicarono di nuovo.
Se la Francia raccolse con relativa rapidità i fondi necessari alla costruzione, gli americani furono molto più restii a sborsare i dollari necessari per costruire il basamento e riassemblare l'opera.
Il governo americano, al momento di affrontare la questione dal lato economico, reagì freddamente, ritenendo che solo la città di New York avrebbe beneficiato della statua e non l'intera nazione. Lo stesso stato di New York si rifiutò di stanziare i fondi. A salvare la situazione, anche stavolta, provvide l'entusiasmo e l'impegno di un intellettuale, l'editore Joseph Pulitzer, fondatore del quotidiano New York World che iniziò sulle sue pagine una battaglia affinché la fiaccola potesse illuminare il porto di New York e il mondo intero.
Pulitzer si battè con tutti i mezzi per sensibilizzare l'opinione pubblica, cercando di diffondere l'idea che quella statua e il suo spirito simbolico rappresentavano l'America tutta, e non una città sola. Ad una crescità di popolarità personale e del suo quotidiano non corrispose però la generosità da parte della popolazione di New York, al punto che altre città, tra cui San Francisco, Filadelfia e Boston, si resero disponibili ad accollarsi i costi dell'installazione purché Miss Liberty venisse eretta nel loro territorio.
Boston fu quella che fece i passi più concreti, arrivando a costituire un comitato locale che prese contatto con la Francia per verificare la fattibilità formale della eventuale nuova collocazione.
Fatto che, se fosse avvenuto, senza nulla togliere alla bellezza di quella città, avrebbe compromesso in maniera deifinitiva quel significato di accoglienza e di speranza per chi arrivava nel porto di New York in cerca di fortuna nel Nuovo Mondo.
Pulitzer però non aveva alcuna intenzione di mollare.
Dalle colonne del suo quotidiano partirono continui attacchi alla mentalità ristretta e provinciale di chi ignorava il grande gesto che la nazione francese aveva fatto nei confronti dell'America. L'editore lanciò una sottoscrizione invitando chiunque credesse nel progetto a dare il suo contributo, grande o piccolo che fosse. La parte più progressista della città cominciò a dare il suo apporto in maniera concreta, a partire dagli studenti. La campagna di sensibilizzazione stava oramai assumendo gli aspetti di una crociata popolare. Spettacoli teatrali, feste, eventi sportivi, serate danzanti, erano organizzati a ripetizione.
Il risultato più importante Pulitzer lo raccolse però nel mondo editoriale.
I giornali di altre città, e i loro lettori, avevano compreso il significato universale della statua ed iniziarono anch'essi a sostenere la ricostruzione dell'opera. Alla fine di aprile del 1886, tra le tante riproduzioni della statua fino ad allora realizzate, una accese la fantasia dei passanti della Broadway, all'incrocio con l'undicesima strada. Lì, nel negozio di mister McCreery era esposta la follia d'autore di A. Bougere, un artista di New Orleans.
Una Statua della Libertà tutta di seta, il cui drappeggio, grazie all'uso di 15.000 spilli e quattro mesi di lavoro, riproduceva esattamente le fattezze della Libertà.
La stravagante creazione valse all'autore una medaglia d'oro all'Expo di New Orleans e testimoniava il crescente interesse verso l'opera, ma soprattutto il diffuso desiderio di vederla finalmente troneggiare nella baia.
Pochi giorni dopo, l'11 maggio del 1886, la sottoscrizione lanciata da Pulitzer raggiunse l'obiettivo. Nelle casse c'erano i 100.000 dollari necessari e il comitato promotore americano annunciò l'inizio dei lavori del piedistallo, disegnato da Richard Morris Hunt, grande architetto americano di scuola classica, legato anch'egli in qualche modo alla Francia, essendo stato in gioventù il primo studente proveniente dagli USA ad essere accettato all'Accademia delle Belle Arti di Parigi.
I lavori proseguirono senza più interruzioni, e il 28 ottobre del 1886, alla presenza di un raggiante Bartholdi, La Libertà Che Illumina Il Mondo venne inaugurata dal presidente Grover Cleveland.
La cerimonia fu grandiosa.
Le acque circostanti erano presidiate da un corteo navale con a capo il Tennessee del capitano Boyd affiancato dalla corazzata francese La Minerva. I colpi di quindici cannoni salutarono la statua.
I presenti che avevano tutti ricevuto una lettera di invito, vennero riaccompagnati in città prima della sera, dove almeno 35 organizzazioni avevano sfilato in parate lungo la Broadway e la Fifth Avenue.
La delegazione francese fu accolta dallo staff del ristorante Del Monico, il più famoso di Manhattan e i festeggiamenti continuarono sino a tarda notte con lo spettacolo di fuochi d'artificio sull'isola di Bedloe.
Decine di migliaia di persone affollarono il Ponte di Brooklyn, osservatorio privilegiato, per ammirare lo show pirotecnico ma, soprattutto, per puntare gli occhi sulla fiaccola della statua che, accesa dalle prodigiose lampade a luce elettrica fornite da un negozio sulla quarta strada, illuminerà il mondo.
Durante l'inaugurazione furono distribuite alcune miniature della statua, fabbricate dalla stessa Gaget, Gauthier & Co. che aveva realizzato la statua originale. A causa della difficoltà di pronuncia della parola Gaget, gli americani la trasformarono nella nota parola gadget, tuttora in uso per definire i piccoli doni o souvenir.
Nel 1903 venne posta sul piedistallo una lastra in bronzo (oggi al suo interno) con incisa la poesia di Emma Lazarus "The New Colossus" (Il Nuovo Colosso), composta nel 1883 in occasione di un'asta per raccogliere i fondi per l'installazione. Il sonetto, enfatico quanto si vuole, esprime alla perfezione la speranza che accende il cuore di chi arriva nel Nuovo Mondo. La parte finale recita così:
"Tenetevi, antiche terre, i fasti della vostra storia", - grida con silenti labbra. "Datemi coloro che sono esausti, i poveri, le folle accalcate che bramano di respirare libere, i miseri rifiuti delle vostre coste brulicanti; mandatemi chi non ha casa, squassato dalle tempeste, sollevo la fiaccola accanto alla porta d'oro!"
Miss Liberty diventò immediatamente un'attrazione e il Comitato per la Statua istituì un servizio regolare di trasporto effettuato da uno steamboat (battello a vapore), con partenza da Battery Park ogni ora allo scadere dell'ora, per coprire i quattro chilometri scarsi che separano l'isola dalla terraferma. Tra il 1920 e 1930 a portare i turisti sull'isola c'erano il Machigonne, che anni dopo prenderà il nome di Yankee, e il General Meigs, un natante originariamente destinato al trasporto truppe durante la guerra ispano-americana. Una sera d'ottobre del 1930, a causa di un'avaria, furono abbandonati alla deriva cinquanta visitatori e, pochi mesi dopo, la stessa imbarcazione ebbe difficoltà a navigare con la nebbia. Nel gennaio del 1931 venne bandita una gara d'appalto per la riorganizzazione del servizio, che avrebbe dovuto garantire efficienza e sicurezza ad un prezzo di 35 centesimi di dollaro, con gratuità per i residenti di Forte Wood, i loro amici e per il personale in viaggio di servizio.
La statua raffigura una donna vista come dea della Libertà, con indosso la toga della giustizia e presentata nell'atto di calpestare le catene della schiavitù. In testa ha un diadema a sette raggi che irradiano i sette mari e i sette continenti, mentre con la mano destra innalza la fiaccola, simbolo del fuoco eterno della libertà, che nasconde un'ampia balconata. Nel 1986, in occasione del centenario dellla statua, la fiaccola di rame, vittima della ruggine, è stata sostituita con una nuova dorata, anch'essa realizzata in Francia. Nella mano sinistra stringe un libro con la data (in numeri romani) del 4 luglio 1776, anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America. Il basamento con zoccolo dorico sormontato da una loggia di stile neoclassico, ospita un piccolo museo (Statue Story Room) che raccoglie documenti e fotografie. Leggenda vuole che il volto della statua sia ispirato alla stessa madre dello scultore, Charlotte, ma, in realtà, le cose non andarono esattamente così. La signora Bartholdi, dopo un iniziale collaborazione con il figlio, iniziò, data anche l'età, ad accusare la stanchezza nel rimanere immobile per lunghi periodi di tempo e quindi, anche se si tratta di indiscrezioni mai confermate ufficialmente, venne sostituita dalla cameriera della signora, Jeanne Emilie Baheux, sposata in seguito da Bartholdi in seconde nozze.
Jeanne Emilie fu l'unica donna a presenziare la cerimonia ufficiale di inaugurazione, fatta eccezione per la piccola Tototte di otto anni, figlia di Ferdinand De Lesseps, il creatore del canale di Suez. Tale privilegio venne negato anche ad Emma Lazarus, l'autrice del sonetto dedicato alla statua.
Uno dei motivi di grande attrazione per i turisti era la possibilità entrare dentro la statua sino a raggiungere, uno alla volta, la cima della fiaccola ed ammirare il favoloso panorama da una piccola finestra. Era quello che, il 4 aprile del 1904, avevano intenzione di fare la diciassettenne Grace Felicia Tojetti e la sua amica Johanna Luhers, dattilografa ad Ellis Island.
Incantate dalla brezza primaverile che soffiava nella baia le due non si accorsero del tempo che passava, diventando le prime persone ad aver passato la notte chiuse dentro Miss Liberty, sino a quando il guardiano notturno, durante il suo giro in prossimità dell'alba, non le liberò.
Le ragazze, ancora in preda al panico, vennero accolte sull'isola dalla signora Newlove, moglie del medico della postazione fortificata, che organizzò una cena in loro onore e avvertì i familiari delle ragazze, preoccupati della loro scomparsa.
Salire sulla fiaccola fu però un privilegio che ebbe breve durata.
Nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale, avvenne l'attentato al deposito di munizioni della vicina isola di Black Tom, in territorio del New Jersey. L'esplosione causò danni persino alla Statua e, per motivi di sicurezza e stabilità, da quel momento in poi quell'ultimo tratto di ripidissimi gradini venne chiuso al pubblico. La statua, entrata oramai nel cuore degli americani, venne restaurata e, nel 1924, il Governo la dichiarò ufficialmente monumento nazionale.
Il design della Libertà che Illumina il Mondo ha il n. di brevetto 11.023, registrato negli USA il 18 febbraio del 1879 a nome di Augusthe Bartholdi.
La statua è alta 46 metri che salgono a 93 se consideriamo anche il basamento ed è composta da 125 tonnellate di acciaio e 31 di rame. Il dito indice misura 2 metri e 44 centimetri. I gradini per raggiungere la corona sono 354, di cui 192 per arrivare alla cima del piedistallo. La corona ha 25 finestre che rappresentano le 25 gemme presenti sulla terra. Le tavole di rame che rivestono la struttura e danno forma all'opera sono spesse 2,37 millimetri.
A causa del vento, che può arrivare alla velocità di 50 miglia per ora, la statua subisce oscillazioni di circa sette centimetri che superano i dodici per la fiaccola. Si calcola che non meno di 300.000 persone, tra cui un anziano ed incantato Victor Hugo, hanno visitato il laboratorio parigino della Gaget & Gauthier durante la costruzione dell'opera.

giovedì 18 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 giugno.
Il 18 giugno 1815 si svolse la Battaglia di Waterloo, l'ultima grande battaglia di Napoleone.
Con il ritorno di Napoleone dall'Elba, la Francia Imperiale si trovava ad affrontare una grave minaccia, analoga a quella precedente a Valmy.
Gli alleati (Inglesi, Russi, Austriaci e Prussiani), con un pò di tempo a disposizione, avrebbero potuto, infatti, mobilitare fino ad un milione di uomini. Occorreva quindi che la Francia assumesse subito l'iniziativa dell'attacco per battere separatamente i quattro eserciti nemici alle frontiere : in breve tempo, Napoleone fece affluire truppe francesi alla frontiera nord-occidentale, costituendo la cosidetta "Armata del Nord."
Il piano francese prevedeva la consueta "manovra centrale" con Ney sull'ala sinistra, Grouchy alla destra, e Napoloene stesso al comando dei Corpi d'Armata della riserva centrale, fra i quali era inclusa anche la temibile Guardia Imperiale.
Tutta l'armata del Nord, superata la Sombre, si sarebbe dovuta incuneare tra l'esercito inglese e quello prussiano, impedendone il compattamento. Per batterli separatemente, Napoleone avrebbe utilizzato i Corpi d'Armata della riserva centrale in maniera che essi gravitassero ora su uno ora sull'altro fronte.
L'esecuzione del piano, semplice e geniale allo stesso tempo, avrebbe richiesto generali dello stampo di quelli dei "vecchi tempi", ma , purtroppo per i transalpini, di ufficiali di grande esperienza in Francia ne erano rimasti assai pochi. Sulle sorti della campagna di Waterloo, comunque, contarono non soltanto gli errori, ma anche e soprattutto il caso: quel che accadde a Quatre Bras, a Ligny, a Waterloo costituisce, dunque, la più tragica smentita del pensiero di Bonaparte, secondo il quale per il "genio" non esiste né sorpresa né caso, poiché egli tutto sa calcolare e predisporre.
L'Armata del Nord disponeva di 200.000 uomini; 124.000 di questi formavano 175 battaglioni, 180 squadroni e 50 batterie di artiglieria, che si erano potuti radunare ed organizzare in appena 30 chilometri quadrati, senza che il nemico se ne accorgesse.
Appena oltre la frontiera settentrionale vi erano già due Armate nemiche: una inglese e una prussiana. Quella inglese comandata da Wellington, il trionfatore della campagna di Spagna, era incautamente distribuita su un vasto territorio della frontiera verso il Nord, contando 133 battaglioni, 109 squadroni e 34 batterie. Dei suoi 67.000 uomini 31.000 erano inglesi; per il resto, l'esercito era completato dalle truppe olandesi del Duca D'Orange, da continenti Belgi Nassau e del Brunswick. L'armata prussiana, condotta dal vecchio ed energico von Blucher, si trovava più a sud di quella inglese ed era anch'essa dislocata su un territorio piuttosto vasto. Era costituita da 136 battaglioni, 137 squadroni e 41 batterie.
L'Armata francese mosse il 14 giugno su un fronte di marcia di appena 5 chilometri. I primi ad avventurarsi in ricognizione furono i cavalieri della riserva, i quali, fino al momento dell'avanzata, erano stati disposti lungo la frontiera, per impedire un'eventuale fuga di notizie. Dall'accuratezza delle loro informazioni, raccolte durante la ricognizione, sarebbe dipesa la scelta tattica di Napoleone. Il movimento procedette in modo sufficientemente spedito ed ordinato, nonostante Ney avanzasse troppo lentamente in direzione degli inglesi su Quatre-Bras, importante nodo stradale per Bruxelles. Il giorno 15, le avanguardie della destra francese di Grouchy presero contatto con consistenti reparti prussiani. Von Blucher, a questo punto, concentrò immediatamente tutte le sue truppe in avanti, esattamente come Napoleone aveva previsto e in parte sperato. Questa mossa, infatti, scollegava i prussiani dagli inglesi, e per di più, conduceva i Prussiani dritti nelle fauci della tenaglia francese.
Wellington, da parte sua, anziché spingere le proprie truppe verso sud per ricongiungersi ai Prussiani, le schierò verso ovest, offrendo il debole fianco sinistro all'avanzata di Ney. Il mattino del 16 dopo aver letto i rapporti militari, Napoleone poteva dichiarare: «questa sera avremo nelle nostre mani duecento cannoni prussiani». In Realtà non andò così perché Ney, malgrado gli ordini ricevuti, anziché prendere immediatamente Quatre-Bras e convergere a destra, alle spalle dei prussiani, si fece impelagare in una serie di schermaglie contro striminzite forze degli anglo-olandesi. La sua incapacità di leggere la battaglia avrebbe consentito ai Prussiani, sonoramente battuti, di ritirarsi a Ligny con un esercito ancora efficiente. Von Blucher perse nello scontro solamente 21 cannoni, 16.000 uomini e altri 9.000 che disertarono; così all'alba del 17, Napoleone fu costretto a disporre l'inseguimento dei Prussiani superstiti in ritirata.
Grouchy, scelto come responsabile di quest'operazione d'inseguimento, per errore si mise sulla pista delle colonne dei disertori che rifluivano verso Liegi, anziché inseguire l'esercito di Blucher, in ritirata verso nord. Napoleone, inconsapevole di questo decisivo infortunio occorso a Grouchy, valutava che fosse giunto il momento di regolare la partita con "monsieur Villainton".
Nella notte precedente a Waterloo, infatti, Bonaparte, disponendo di 71.00 uomini suddivisi in cinque Corpi d'Armata, nonché di una cavalleria e di un'artiglieria senz'altro superiori a quelle del nemico, era convinto di poter spazzare l'armata di Wellington da Mont St. Jean nella mattinata, per potersi gettare sui Prussiani. Contrariamente alle aspettative di Napoleone, però, gli uomini del generale inglese opposero un'ostinatissima resistenza.
«Napoleone mi ha ingannato! Ha guadagnato 24 ore di marcia su di me!». Così esplose il duca di Wellington quando, al ballo della duchessa di Richmond, seppe della effettiva manovra realizzata da Napoleone. Al suo ospite, che gli chiedeva cosa intendesse fare, rispose di aver ordinato all'Armata di concentrarsi a Quatre-Bras; «ma non lo fermeremo là, e, se andrà così , dovrò combatterlo qui» aggiunse, indicando su una cartina la posizione di Waterloo.
Le dimensioni del campo di battaglia erano assai anguste rispetto allo spazio che avrebbero richiesto le manovre dei cinque Corpi d'Armata di Napoleone: solamente due miglia di profondità per quattro di larghezza. Il terreno era attraversato al centro dalla strada Chalroi-Bruxelles e, trasversalmente, da un'altra strada che conduceva a Wavre, da dove sarebbero poi giunti i Prussiani. La stretta piana si stendeva tra un costone meridionale, già occupato dai Francesi, ed un altro, poco elevato, tenuto dagli uomini di Wellington, a settentrione.
L'inizio della battaglia era stabilito per le nove del mattino, ma l'imprevisto, sotto l'aspetto di un temporale notturno, aveva trasformato il terreno in un pantano che impedì l'immediata messa in batteria dei pezzi d'artiglieria francesi, obbligando così Napoleone a rinviare l'attacco per le 11:30. La linea inglese, schierata lungo il costone settentrionale immediatamente dietro la sua cresta, rimaneva protetta contro la micidiale artiglieria francese.
Con funzione di avamposti, altre truppe inglesi erano piazzate, sulla destra, tra i frutteti e nella fattoria di Hougoumont, e al centro, in quella di La Haie Sainte. Napoleone aveva in prima schiera il corpo d'armata di d'Erlon, circa al centro del settore destro. Altre truppe erano collocate sulla sinistra, di fianco e di fronte ad Hougoumont. La Guardia imperiale e le cavallerie di riserva si trovavano in posizione molto arretrata.
Come prima azione offensiva, Napoleone dispose un bombardamento preliminare e assalti diversivi sulla fattoria di Hougoumont, fortificata dagli inglesi. L'azione era stata affidata alle due divisioni del principe Gerolamo e del generale Roy, con l'intento di indurre Wellington a sguarnire le proprie posizioni centrali per rafforzare la propria destra. Alla fine le posizioni britanniche sarebbero cadute, ma dopo aver dissanguato e distolto cospicue forze francesi dal loro obiettivo principale della collina. Ancora un errore per colpa dell'inesperienza dei generali, in questo caso del principe Gerolamo, fratello dell'Imperatore.
«La forza morale più dell'entità numerica decide la vittoria». Questa idea espressa da Napoleone fin dal 1798, è alla base della costituzione della Guardia Imperiale, un corpo d'élite nel quale affluivano i migliori della Grande Armata.
Come qualsiasi altro corpo, la Guardia disponeva di reparti di fanteria, cavalleria ed artiglieria, ma le somiglianze terminano qui. Se infatti le altre truppe erano spesso dal Corso dimenticate al freddo o alla fame, per la Guardia egli trovava sempre (perfino durante la tremenda ritirata di Russia) il tempo ed il modo di sfamarla, vestirla, pagarla ed incentivarla.
Negli ultimi anni dell'epopea, la Guardia era ormai diventata un esercito nell'esercito. Essa garantiva il potere di Napoleone in patria, e le spettava l'onore dell'ultimo assalto vittorioso, dopo che gli altri reparti avevano logorato le posizioni nemiche. Forse per questo i suoi componenti erano tanto valorosi in battaglia, quanto invidiati ed odiati dal resto delle truppe.
All'una del pomeriggio, quando il I Corpo d'Armata di d'Erlon si apprestava all'attacco principale al centro, contro Mont St. Jean e La Haie Sainte, comparvero in lontananza, oltre i boschi, i 30.000 prussiani del IV Corpo d'Armata di von Bulow, guidati dal maresciallo von Blucher in persona: Grouchy non era riuscito ad intercettarli e, per di più, la manovra dalla posizione centrale era fallita per il ritardo nell'inizio della battaglia.
Nonostante tutto, l'Imperatore era convinto di poter annientare Wellington abbastanza rapidamente per potersi rischierare contro il nuovo nemico ancora lontano. Inoltre non disperava che Grouchy, nelle vicinanze, potesse ritrovare il luogo della battaglia seguendo il rombo del cannone e intervenire tempestivamente nello scontro con le sue divisioni di cavalleria.
L'attacco, inizialmente promettente, si risolse invece in un mezzo disastro. I reparti francesi, preceduti dai loro "schermagliatori", fanteria leggera che avanzava fuori dai ranghi in ordine sparso con il compito di infastidire il nemico con tiri di precisione, risalirono la china disposti in "colonnes de bataillon par division", una formazione densa, antiquata e lenta: ogni divisione muoveva con otto o nove battaglioni dispiegati l'uno dietro l'altro, e così potevano sparare soltanto gli uomini della prima fila del primo battaglione, in tutto 200. Ancora oggi non si riesce a spiegare il motivo di questa scelta di Napoleone sul campo di Waterloo, quando già da anni le truppe francesi erano solite attaccare dispiegate in "colonnes de division par bataillon", una formazione molto più agile e manovriera dell'altra.
Gli inglesi, invece, erano disposti alla "vecchia maniera", con tutti i battaglioni dispiegati uno accanto all'altro su due sole linee di fucilieri (secondo alcuni, a Waterloo le file erano tre). Tutti i fanti inglesi, quindi, potevano sparare senza alcun impaccio, facendo convergere il fuoco da più lati sulla densa massa dei francesi. Il fuoco della loro fuciliera era ininterrotto, perché, mentre una linea sparava, l'altra (o le altre due) ricaricava. Le formazioni dell'Imperatore erano perciò destinate ad essere falciate una riga dopo l'altra, prima dall'artiglieria che sparava a mitraglia e poi dalla fucileria. L'unico rischio per Wellington sarebbe stato che i soldati inglesi si sarebbero lasciati prendere dal panico, ma d'altra parte, considerando la forte produzione di fumo delle polveri da sparo dell'epoca, dopo la prima scarica i fanti britannici non potevano vedere più la massa francese attaccante.
Di solito un fante ben addestrato dell'epoca napoleonica riusciva a tirare tre colpi al minuto col suo fucile a pietra focaia. Due soldati posti in riga uno dietro l'altro erano dunque in grado di fare fuoco sei volte al minuto, una pallottola ogni dieci secondi in media. Se si moltiplica tale numero per le migliaia di fucili impiegati dai Britannici sulla collina, si può avere un'idea della tempesta di piombo che si abbatteva sui battaglioni francesi. Naturalmente la massiccia artiglieria francese con il suo fuoco d'appoggio avrebbe potuto scompaginare le lunghe ma esili file dei fucilieri britannici; Wellington, però, aveva schierato le sue truppe dietro il crinale della collina, in maniera da tenerle nascoste alle batterie avversarie, e le spinse allo scoperto solo quando i nemici erano ormai giunti a tiro utile dei fucili, cioè a circa 200 metri.
In questa situazione, se le colonne francesi, pur sopportando perdite sanguinosissime, si fossero mantenute compatte, avrebbero facilmente spezzato le linee inglesi; ma ciò non avvenne, anche perché le truppe di Napoleone a Waterloo non erano più costituite dai veterani delle campagne precedenti, ma da giovani coscritti (i Marie-Louise) o da uomini in età troppo avanzata: in entrambi i casi si trattava di soldati privi dell'esperienza o della presenza fisica necessarie a combattere saldamente. Così, dopo aver ottenuto alcune marginali vittorie in prossimità di una cava di ghiaia, le truppe di D'Erlon mostrarono i primi segni di disordine. E allora si riversò su di loro la formidabile carica della Union Brigade di Ponsonby e della cavalleria di Somerset.
Come un torrente in piena gli Scots Greys, così chiamati per il colore del manto dei loro cavalli, sbucarono dalla "sottile linea rossa" e si avventurarono sugli inesperti e frastornati francesi. In pochi attimi dilagarono il panico e la strage. Nell'inseguimento, però, gli Scots si spinsero oltre il dovuto. Non più della metà di essi rientrò viva nelle linee di partenza. I marescialli francesi che avevano combattuto contro gli inglesi in Spagna, sapevano già per esperienza che le loro cavallerie «avanzano sfrenate come se si trovassero ad una caccia volpe». Napoleone, invece, lo scoprì soltanto quel giorno.
Tra le ore 16 e le 17 avvenne il secondo episodio cruciale della battaglia: la carica sulla collina dei 5.000 lancieri, cacciatori e corazzieri per ordine e sotto la guida personale del maresciallo Ney, che interpretò un movimento inglese verso le retrovie come un accenno di ritirata, mentre si trattava solo dei feriti che venivano sgomberati dal campo sui carri delle munizioni. Così, mentre Grouchy, non avendo ricevuto o compreso il pur chiaro ordine di accorrere a Waterloo che Napoleone si era affrettato a rinnovargli (comportamento inconcepibile dal momento che negli eserciti dell'epoca vigeva la massima universale di marciare sempre verso il rombo del cannone), continuava a cercare von Blucher nella direzione sbagliata, privando Napoleone dell'apporto delle sue divisioni, Ney scatenava un "assalto finale" dalle conseguenze nefaste.
L'impeto della prima ondata di cavalieri venne salutato da un'ovazione generale, alla quale, immediatamente, seguì un fatto straordinario ma non inconsueto per le battaglie dell'epoca: praticamente tutte le cavallerie francesi, tra le quali i pur disciplinatissimi lancieri polacchi della Guardia, si avventarono sui quadrati inglesi ritenendo che fosse giunto il grande momento. Ai primi 5.000 seguirono altri 10.000 cavalieri francesi, a ondate successive. Alle cariche di Ney, Wellington si preparò schierando i suoi uomini in quadrati: ogni quadrato era disposto con la fila più esterna di uomini in ginocchio con il calcio del fucile piantato saldamente a terra per creare una selva di baionette che sventrava i cavalli, e le altre file più interne, in genere due, in piedi a sparare.
Questa particolare formazione, che la fanteria assumeva per resistere ai travolgenti attacchi delle cavallerie, le consentiva di difendersi egregiamente anche se accerchiata, potendo contare anche sul rifiuto istintivo dei cavalli a calpestare l'uomo. I cavalieri, dunque, non potendo guidare direttamente il loro cavallo contro i quadrati nemici per travolgerli, dovevano galoppare loro intorno sciabolando e scaricando a bruciapelo le pistole. L'episodio della carica di Ney si risolse finalmente con il contrattacco della cavalleria inglese di Uxbridge, che rigettò gli ormai esauriti cavalli francesi giù dalla collina e riconquistò i pezzi d'artiglieria inglese che erano caduti in mano nemica ma che non erano ancora stati messi fuori uso per incuria o mancanza di tempo.
Mentre Ney vedeva le sue possibilità di vittoria diminuire di minuto in minuto, i Prussiani proseguivano la loro lenta marcia di avvicinamento, inutilmente contrastati dalle riserve che Napoleone aveva inviato loro alla spicciolata. Grouchy continuava a non comparire. A rallentare i Prussiani avrebbe provveduto la guardia imperiale: a Palncenoit, per esempio, la carica alla baionetta di due soli battaglioni della Vecchia Guardia era bastata a mettere in rotta ben 14 battaglioni nemici! Il fianco destro era, almeno per il momento, stabilizzato. L'imperatore aveva ancora a disposizione otto o nove battaglioni di granatieri della Guardia appartenenti alla riserva strategica dell'Armata, veterani scelti sui quali si poteva fare affidamento assoluto: se questi fossero riusciti a spezzare l'ostinata difesa inglese, Napoleone avrebbe potuto, nonostante tutto, riuscire ancora vincitore. I tamburi della Guardia iniziarono a battere. En Avant! Napoleone stesso accompagnò i suoi soldati fino a 660 metri dalle linee nemiche.
Gli occhi di tutto l'esercito erano fissi su di loro mentre i tamburi ritmavano il pas de charge. Artiglieri e fucilieri inglesi li attendevano, occultati dietro rigogliosi campi di grano, niente affatto impressionati dallo spettacolo. Per loro si sarebbe trattato di resistere ad un assalto come ad un altro, l'avrebbero affrontato e respinto come tutti i precedenti. Di quest'ultimo attacco dei vecchi moustaches("baffoni") abbiamo diverse e contrastanti cronache. Tutte però si concludono con un univoco dato:«la garde recule!» (la guardia arretra) fu il grido che si levò dall'intero attonito, incredulo esercito francese. L'Armata francese ristette per un attimo, atterrita. Accortosi di ciò - dicono i cronisti- Wellington gettò in aria il suo cappello. A questo segnale 40.000 inglesi si riversarono da Mont St. Jean verso la piana e l'Armée francese si disintegrò.
Alle nove di sera, superata l'ultima disperata resistenza della Guardia, Wellington e von Blucher si incontrarono, a battaglia ormai finita, alla taverna detta "La Belle Alliance": mai nome di luogo fu più adatto. Napoleone, in quel momento, era in fuga sotto la protezione dei quadrati del I Reggimento dei granatieri, l'élite dell'esercito: praticamente, tutto quanto gli rimaneva ancora in efficienza dell'Armata del Nord, insieme ad alcuni reparti di Cacciatori della Guardia. Le perdite di entrambe gli schieramenti a Waterloo furono spaventose: 15.100 gli inglesi, 7.000 i Prussiani e 25.000 Francesi, ai quali furono catturati ulteriormente 8.000 uomini e 220 cannoni.
Waterloo è un esempio eloquente di battaglia come "crocevia della storia": la Rivoluzione francese aveva spazzato l'assolutismo dell'Ancien Règime in patria e dimostrato la superiorità degli eserciti nazionali di coscritti su quelli professionali al servizio delle monarchie europee. Con Bonaparte la medesima rivoluzione aveva poi tradito i suoi ideali, trasformandoli sostanzialmente in una dittatura militare dagli intenti espansionistici, che non riconosceva agli altri popoli quei diritti e quelle libertà che un tempo aveva rivendicato per i francesi.
Dopo la sconfitta dell'esercito "rivoluzionario" francese a Waterloo, sembrò rinascere una nuova epoca d'oro per gli assolutismi vincitori, resi ancora più solidi dalla loro vittoria ideologica oltre che militare. Invece il seme era stato gettato, anche se involontariamente, proprio da Napoleone, e le idee dell'Ottantanove continuavano a germogliare: l'Ottocento non fu infatti il secolo della restaurazione, ma del liberalismo, ed il novecento con tutti i suoi travagli, sarà il secolo delle democrazie.
E se avesse vinto l'Imperatore?
E' difficile ipotizzare cosa sarebbe accaduto in Europa nel caso di una vittoria Napoleonica a Waterloo. L'imperatore era già minato nel fisico ed ormai lo sosteneva soltanto la smisurata fiducia in se stesso. Intanto, il tradimento serpeggiava a Parigi e la Francia era stanca di guerre. L'offensiva del 1815 d'altra parte aveva un obiettivo limitato, la conquista del Belgio e forse anche dell'olanda, per convincere le potenze europee ad intavolare delle trattative di pace ed accettare il fatto compiuto del ritorno di Napoleone in Francia. Gli stati della VII coalizione, inoltre, non si erano fatti intimidire dalla mossa dell'Imperatore, tant'è che il Congresso di Vienna continuò imperturbabile le sue riunioni come se nulla fosse successo.
Gli esercirti inglese e prussiano erano, infine, soltanto l'avanguardia delle colossali forze che l'Austria, la Prussia, la Russia, nonché la Svezia, avrebbero potuto mettere in campo nel giro di qualche mese. Si trattava, è vero, di eserciti che Napoleone aveva sconfitto a suo piacimento nel passato, ma che a loro volta lo avevano sbaragliato a Lipsia nel 1813. Insomma, è estremamente improbabile che le monarchie alleate avrebbero accettato una loro ipotetica sconfitta a Waterloo senza tentare la rivincita contro Napoleone: il suo impero non sarebbe durato comunque molto a lungo.

mercoledì 17 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora, popolare presentatore televisivo, viene arrestato alle 4 del mattino con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico.
In un’intervista di Giuseppe Marrazzo, il 14 maggio ‘84, Tortora ha ricordato così quel momento: «Ero in una stanza d’albergo, dove scendo da circa 20 anni; bussarono alle 4:15 del mattino, tenga presente che il giorno precedente avevo respinto con un sorriso la notizia che alcuni colleghi giornalisti (ex colleghi perché sono stato sospeso dall’ordine) mi diedero: “C’è un’Ansa che dice che ti hanno arrestato…” Dissi (all’epoca avevo ancora un po’ di ironia): “Credo che la notizia sia leggermente esagerata!”».
Quel giorno Enzo Tortora doveva recarsi ad un appuntamento per firmare un contratto che lo avrebbe legato alla trasmissione “Portobello” per una nuova stagione. Si trova invece a entrare nelle case degli italiani ammanettato, trattato come un delinquente. Queste le parole della figlia minore, Gaia: “Vedevo un mostro alla Tv che mi dicevano essere il mio papà, ma non era mio padre…”
L'accusa si basa su un’agendina, trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra un nome scritto a penna ed un numero telefonico: in seguito le indagini calligrafiche proveranno che il nome non era Tortora bensì Tortona e che il recapito telefonico non era quello del presentatore.
Le prime supposizioni riguardo al suo arresto, intanto, sono due: è stato coinvolto per uno “sgarro” di 40 milioni con dei trafficanti di droga, oppure è stato coinvolto dall’organizzazione camorristica di Francis Turatello, detto “Faccia d'angelo”, con il quale sarebbe entrato in rapporti di amicizia.
Quel giorno, definito in seguito il “venerdì nero” della camorra, vengono emessi dai Sostituti procuratori di Napoli, Lucio di Pietro e Felice di Persia, 856 ordini di cattura; la Campania in quel periodo contava infatti 30 clan camorristici con 5mila affiliati e 100mila persone che direttamente o indirettamente erano coinvolte nella malavita. Nella sola Campania, quell’anno, ci furono più di 350 omicidi e, come ricorda il difensore di Cutolo, Alfonso Martucci, «stava avvenendo un passaggio storico tra la tradizionale forma di delinquenza individuale che era tipica del sud, con piccolo gruppi di associati, a una grande organizzazione criminale che si inserisce nella tradizione della camorra dell’‘800 - primo ‘900 che scomparve poi negli anni del regime fascista”».
Il padre fondatore della Nuova Camorra Organizzata è il camorrista Raffaele Cutolo, boss di Ottaviano detto anche “‘o prufessore”, il quale nel ’71 ebbe l’intuizione di riunire tutte le famiglie della camorra napoletana per costituirne una potente organizzazione in grado di competere con la mafia siciliana, e iniziò a reclutare così, dal carcere di Poggioreale, il suo “esercito” che in breve tempo raggiunse le 5.000 unità.
Cutolo per anni agì come unica forza finché, all’inizio degli anni Ottanta, sulla scena della malavita campana inizia a operare in sua contrapposizione una nuova organizzazione camorristica: la cosiddetta “Nuova Famiglia”, ovvero una sorta di cartello di clan capeggiati, inizialmente, dai Nuvoletta di Marano.
Enzo Tortora era nato nel ’28 a Genova; dopo aver conseguito la laurea in giornalismo, inizia a lavorare in alcuni spettacoli con Paolo Villaggio, finché, a ventitré anni entra in RAI con lo spettacolo radiofonico “Campanile d'oro”. La sua prima apparizione in video è del 1956, quando presenta, in coppia con Silvana Pampanini, “Primo Applauso”: da questo momento parteciperà a trasmissioni di successo come “Telematch” e “Campanile sera”, arrivando alla conduzione di “Il gambero” e “la Domenica Sportiva”.
Negli anni Settanta viene licenziato dalla RAI a causa della pubblicazione di un’intervista in cui aveva definito l'Ente radiotelevisivo come un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy-scout che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne. Inizia così a lavorare per diverse emittenti private e testate giornalistiche. Fu grande sostenitore di Telebiella e partecipò alla fondazione di Antenna 3 Lombardia.
Il ‘77 è l'anno del suo nuovo ritorno, al fianco di Raffaella Carrà, con “Accendiamo la lampada”, ma il vero grande successo arriva subito dopo con “Portobello” (1977-1983), trasmissione che batterà ogni precedente record di ascolti. Ispirata al celebre mercatino londinese, la trasmissione condotta da Tortora è stata considerata la madre della televisione anni Novanta: si possono infatti vedere, seppur in fase embrionale, alcune delle idee che saranno protagoniste dei successivi format televisivi come “Stranamore”, “Carràmba che sorpresa!”, “I cervelloni” e “Chi l'ha visto?”.
Sua figlia Silvia ricorda così il programma del padre: «Si aggirava tra bersaglieri, brigadieri, donnine che piangevano, in un mondo per me insopportabile, vecchio, antico, muffoso…Rivisto adesso delizioso, rispetto alla volgarità trascinante di oggi. Tornassi indietro e dovessi dirgli adesso quello che penso di “Portobello” gli direi: “Era un programma strepitoso, geniale!”».
Il 29 maggio dell’‘82 il Parlamento italiano aveva votato la cosiddetta “legge sui pentiti” che prevedeva possibili riduzioni della pena a chi decideva di “collaborare” con lo Stato nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Michele Morello, il Giudice del processo d’Appello di Tortora, spiega: «Non si aveva ancora l’esperienza di questi pentiti…persone che non erano come i terroristi o come (non vorrei bestemmiare) i mafiosi, che hanno un’ideologia, sballata, come volete voi , ma comunque un’ ideologia; questi erano senza ideologia, senza niente, non avevano niente da perdere…». E proprio perché non si ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare, nel processo a Enzo Tortora sono i pentiti, che arrivano ad essere ben 15, a fare il suo nome.
Tra questi ci sono:
- Giovanni Pandico, in carcere da 13 anni dove diviene lo scrivano e il segretario di Cutolo. Egli fa il nome di Tortora solo al quarto interrogatorio dove, in un elenco di malavitosi, lo cita al sessantesimo posto con il titolo di camorrista “ad honorem”. Le perizie psichiatriche descrivono Pandico come “uno schizoide affetto da paranoia, uno psicopatico abnorme, una di quelle persone che a causa della loro anormalità soffrono e fanno soffrire la società”.
- Pasquale Barra, nativo di Ottaviano, portavoce di Cutolo, definito il “boia delle carceri” o “ ‘o animale”, per la crudeltà con cui uccide le sue vittime. Questi decide di pentirsi in seguito a uno sgarro subito dallo stesso Cutolo, affermando che l’unico modo che aveva per salvarsi era affidarsi ai giudici. Per 17 interrogatori, nonostante gli fosse stato mostrato l’elenco compilato da Giovanni Pandico, non fa mai il nome di Tortora, finché poi, al diciottesimo, improvvisamente cambia idea.
- Gianni Melluso, detto “il bello”, uomo intelligente e calcolatore. Fa il nome di Tortora solo 7 mesi dopo l’arresto del presentatore genovese.
- A queste accuse si aggiungeranno quelle di altri sei imputati appartenenti alla N.C.O., rivelatesi in seguito anch'esse false, e del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, e di sua moglie Rosalba Castellini: i coniugi dichiareranno di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3.
Il numero dei pentiti che fa il nome di Tortora arriva a 19, e se le accuse inizialmente sono generiche e piene di contraddizioni, con il tempo si fanno sempre più dettagliate: questo a causa del fatto che i pentiti potevano parlare tra di loro, scambiarsi opinioni; durante i processi, per esempio, quando si ritrovavano tutti nella stessa cella.
Secondo le dichiarazioni dei pentiti, quindi, Tortora controlla lo spaccio di stupefacenti a Milano, ma queste affermazioni arriveranno solo dopo mesi.
Per Tortora, quindi, inizialmente, l’incubo più grande è quello di non conoscere il motivo del suo arresto. Della Valle, suo avvocato difensore, a questo proposito ricorda: «Solo dopo alcuni giorni, il 23, veniamo a conoscenza di alcuni notizie: si parla di Tortora che avrebbe contatti con il mondo carcerario, allora si scopre che non Tortora, ma la direzione di “Portobello” aveva avuto contatti con il carcere, di natura prettamente commerciale».
Questi fatti vengono alla luce a causa di una serie di lettere che Domenico Barbaro aveva scritto a Tortora, e di cui  riporta il contenuto in un interrogatorio il 23 agosto ’83: «Verso la fine del ‘77 dal carcere ebbi modo di seguire la trasmissione televisiva “Portobello” condotta da Enzo Tortora: s’invitavano gli ascoltatori a inviare oggetti vari, e come facevano altri detenuti, io inviai 16 o 17 centrini di seta da me personalmente confezionati. Non ebbi nessuna risposta, né vidi i centrini in Tv. Inizia una ricerca; tale ricerca venne effettuata materialmente da Giovanni Pandico, mio compagno di carcere: tutte le lettere furono materialmente scritte da lui. Per l’affare dei centrini scrissi presso la sua abitazione di Via Piatti 8, l’avevo letta su una rivista.
Il Tortora mi rispose: “Egregio signor Domenico Barbaro, sono spiacente di dirle che del suo invio ignoro tutto e non ne ho mai veduta la traccia, quello che mi dispiace è che lei tragga da ciò conclusioni poco onorevoli per me, e del rispetto che ho sempre avuto per chiunque. Le ricordo che centinaia di migliaia di lettere sono destinate al sottoscritto e i pacchi, se non sollecitati direttamente, vengono restituiti dalla redazione Rai”. Accettai il risarcimento della Rai di 800mila lire».
Quindi, in seguito alla conoscenza di questo scambio di lettere i giudici chiedono a Tortora se conoscesse Barbaro; Della Valle mostra a questi la risposta del presentatore pensando così di aver chiarito tutto, ma in realtà le cose sono molto più complesse: Giovanni Pandico, infatti, inizia ad affermare che lo sgarro che Tortora avrebbe fatto a Barbaro non riguarda affatto i centrini, ma una partita di droga. A queste affermazioni si aggiungono poi quelle di Pasquale Barra che riferisce di un’affiliazione di Tortora alla N.C.O.; Tortora rimane quindi in carcere per 7 mesi, a Regina Coeli prima e a Bergamo poi.
Dal carcere inizia così una lunga corrispondenza con Silvia, la sua figlia maggiore, oggi raccolta in un libro intitolato “Cara Silvia - Lettere per non dimenticare”
Intanto i giornalisti contribuiscono ad accrescere la confusione intorno a questo processo, mettendo in circolazione notizie false o comunque non verificate. Il Giudice Michele Morello ricorda: «Tutti quanti allora eravamo influenzati dalla stampa che era, per la maggior parte, colpevolista”, gli fa eco il giornalista Vittorio Feltri: “Ammetto che mi stava antipatico e davanti a una persona che ci è antipatica, quasi quasi speriamo che sia anche colpevole. Poi una sera mi sono letto gli atti processuali…mi è venuto il dubbio che fosse innocente”». L’Italia quindi, si divide in due: colpevolisti e innocentisti.
Dopo 14 mesi dall’arresto, nell’agosto dell‘84 Tortora viene eletto come Eurodeputato nelle fila del Partito Radicale; per questo quando il 4 febbraio dell’85 inizia a Napoli il maxi processo contro la N.C.O, può seguire il processo da uomo libero. Andreotti allora aveva una rubrica “Bloc notes” sull’“Europeo” e in commento a questo fatto scrisse: “Alcuni detenuti evadono con la lima e altri con la scheda elettorale”. Il maxi processo durerà 7 mesi; le udienze saranno 67.
Tortora, intanto, continua la sua attività al Parlamento Europeo di Strasburgo.
Il 17 settembre dell’85 viene condannato a dieci anni di carcere. Rinunciando all’immunità parlamentare l'ex presentatore resta agli arresti domiciliari.
Nelle motivazioni del suo arresto, si afferma: «Tortora ha dimostrato di essere un individuo estremamente pericoloso, riuscendo a nascondere per anni le sue losche attività e il suo vero volto, quello di un cinico mercante di morte, tanto più pernicioso perché coperto da una maschera di cortesia e savoir fair. L’appartenenza di Tortora alla Nuova Camorra Organizzata è stata provata attraverso le dichiarazioni di Giovanni Pandico, Pasquale Barra e altri…Tutte queste accuse hanno trovato adeguati e convincenti motivi di riscontro; nei confronti di Tortora non è stato posto nessun complotto, nessuna macchinazione, nessuna vendetta personale, non si è voluto coprire nessun omonimo, non vi è stato nessun accordo dei dissociati diretto a ottenere benefici speculando sulla persona di Tortora, il quale non ha fornito nessuna soddisfacente spiegazione alla sua estraneità ai fatti. L’imputato non ha saputo spiegarci il perché di una congiura contro di lui».
Questo il commento del suo avvocato difensore, Della Valle: «Io personalmente avevo pensato di cambiare attività. Si era fatta una perquisizione e non si era trovato nulla, non sono state fatte analisi per vedere se era tossicodipendente: l’analisi del capello in 4 mesi l’avrebbe detto!».
La sentenza di Appello per il processo di secondo grado arriva solo nove mesi dopo: il 15 settembre dell’86; dal giorno dell’arresto sono passati oltre tre anni. La Corte di Appello di Napoli, finalmente, assolve Tortora con formula piena: i suoi accusatori hanno dichiarato il falso sperando in una riduzione della loro pena, oppure al fine di trarre pubblicità dalla vicenda, come nel caso del pittore Giuseppe Margutti, il quale mirava ad acquisire notorietà per vendere i propri quadri.
Il Giudice Michele Morello racconta il suo lavoro d’indagine che ha portato all’assoluzione: «Per capire bene come era andata la faccenda ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta…In base a quello che aveva detto quello di prima si accodava poi la dichiarazione dell’altro che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti, di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, oltre ad essere “antropologicamente matti”, soffrono di simpatie e antipatie…” E Tortora in aula fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”, lo grido da tre anni , lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento, “Io sono innocente”, e spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi!».
La sentenza di assoluzione arriverà il 17 giugno del 1987, esattamente 4 anni dopo l’arresto.
Il 20 febbraio dell’87, Tortora ritorna sugli schermi Rai ancora con “Portobello”; questo il suo discorso in apertura del programma: «Dunque dove eravamo rimasti…potrei dire moltissime cose e ne dirò poche…una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni, molta gente ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me e io questo non lo dimenticherò mai, e questo grazie a questa cara buona gente; dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto e un’altra cosa aggiungo: io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi; sarò qui, resterò qui anche per loro…E ora cominciamo come facevamo esattamente una volta….».
Enzo Tortora morirà di cancro un anno dopo, il 18 maggio 1988.
Il caso Tortora porterà, in quello stesso anno, al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: in quella consultazione voterà il 65% degli aventi diritto, l'80% dei quali si esprimerà per l'estensione della responsabilità civile anche ai giudici. Nessuna azione penale o indagine di approfondimento venne mai avviata, né alcun procedimento disciplinare verrà mai promosso davanti al Consiglio Superiore della Magistratura a carico dei pubblici ministeri napoletani, che proseguiranno le proprie carriere, senza ricevere censure per il loro operato nel caso Tortora.

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