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venerdì 18 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 settembre.
Alle 11 e 45 circa del 18 settembre 1970, il corpo di James Marshall Hendrix giunge esanime al pronto soccorso dell'ospedale St. Mary Abbot's di Kensington, Londra. Lì, dopo essere stato identificato dal road manager inglese Gerry Stickells, viene analizzato dal Dottor Seifert, medico legale, che ne dichiara ufficialmente la morte. Sono le 12 e 45. L'analisi successiva, condotta dal coroner di West London, Dottor Gavin Thurston, conferma il primo referto: il chitarrista americano è morto per soffocamento dopo aver ingurgitato il proprio vomito. Il tutto a causa di un'intossicazione da barbiturici.
A 50 anni di distanza, nonostante accurate indagini e diverse ricerche sull'argomento (emblematico, al proposito, il libro Hendrix, The Final Days di Tony Brown) rimangono ancora alcuni punti da chiarire sulle ultime ore di Jimi e sulle circostanze che lo hanno portato alla morte.
Confuse e contraddittorie, ad esempio, sono le testimonianze di Monika Dannemann, ex pattinatrice dell'allora Germania Est e personaggio chiave dell'intera vicenda. Monika, in quei giorni, era la fidanzatina di Hendrix: lo aveva convinto (sostiene lei) a tenere la sua camera presso l'elegante Cumberland Hotel di Kensington ma a trasferirsi nel suo appartamento presso il Samarkand Hotel di Notting Hill. Nel giardino del quale, il pomeriggio del 17 settembre, la Dannemann scatta le ultime foto di Jimi che, sorridente, imbraccia una Stratocaster nera. "Si tratta di una trentina di istantanee" ricorda Monika "Jimi le voleva utilizzare per la copertina del nuovo album".
Più o meno alle 15, i due escono. Passano in banca a prelevare dei soldi, poi si dirigono al Kensington Market prima e al Chelsea Antique Market poi: Jimi ordina un paio di scarpe, compra un giacchino di pelle, delle camicie e qualche pantalone. Sembra che, a Kensington, Hendrix incontri Kathy Etchingham, sua storica girlfriend. E che la inviti, per le 20, al Cumberland.
"Gli ho detto che non potevo" ricorda la Etchingham "e me ne sto pentendo ancora adesso".
Sempre nel corso di quel pomeriggio, Jimi telefona al suo manager, il controverso Mike Jeffery. Non lo trova.
Poi, mentre con Monika è a Chelsea, su King's Road incontra un'altra sua ex fidanzata, Devon Wilson, che lo invita a una festa. Quindi Hendrix e la Dannemann guidano verso il Cumberland Hotel. Bloccati dal traffico, nella zona del Marble Arch, vengono affiancati da una Mustang bianca. Al volante c'è Phillip Harvey, figlio di un importante Lord del Parlamento inglese. Harvey, e le due amiche che sono con lui, invitano Jimi e Monika a prendere un tè. Jimi accetta, ma dice che prima deve passare dal Cumberland a ritirare dei messaggi.
Quindi, con Monika, si reca a casa di Harvey. Sono, più o meno, le 17 e 30. I cinque ragazzi si accomodano nel salotto, fumano hashish, ascoltano musica e bevono il tè. "Jimi" ricorda Phillip Harvey "quel giorno era di buon umore, disponibile e carino. Ci ha raccontato diversi progetti che aveva in mente. Ha anche suonicchiato una chitarra acustica".
Nel corso della conversazione, bevono anche due bottiglie di vino rosso. Verso le 20, una delle due ragazze prepara da mangiare un po' di riso e un'insalata che Jimi apprezza. Intorno alle 22, Monika comincia a dare segni di nervosismo e fa pure una scenata di gelosia. Così, Hendrix decide che è ora di salutare. Alle 10 e 40 i due lasciano la casa al numero 4 di Clarkes Mews.
Da qui in poi, ci sono parecchie versioni dei fatti. Di sicuro (anche se l'ora esatta non è chiara) Jimi si reca al party di Peter Cameron dove c'erano Devon Wilson e Angie Burdon, moglie di Eric, leader di The Animals e grande amico di Hendrix. Lì, prende una certa quantità di amfetamine (Durophet meglio conosciuto con il nome di Black Bomber) le cui tracce vengono poi riscontrate nell'esame tossicologico effettuato sul cadavere. Poi torna da Monika che, nel tempo, rilascia testimonianze contraddittorie. In tutte sostiene che Jimi ha preso dei tranquillanti per dormire. E che il medicinale tedesco in questione (il Vesparax) era molto forte. In genere la posologia era mezza pasticca: ma pare che Jimi se ne sia ingollate nove! E che la miscela di alcol, amfetamine e barbiturici abbia prodotto lo stato comatoso dal quale non s'è più risvegliato. Secondo Monika, lei e Jimi hanno chiacchierato amabilmente sino alle 7 del mattino prima di addormentarsi in due letti diversi. Verso le 10 e 30 (ma altre volte ha detto fossero le 11) lei lo trova svenuto in una pozza di vomito. Presa dal panico, telefona a Eric Burdon che le intima di chiamare un'ambulanza.
Qualcuno dice che anche i paramedici accorsi sul posto, vedendo un nero in stato comatoso, non abbiano fatto tutto quello che avrebbe potuto e dovuto.
Distrutta dai sensi di colpa e travolta dalla pesante eredità spirituale, Monika Dannemann ha vissuto sino al 1996 dipingendo quadri con soggetto Hendrix nel ritiro della sua casa, nella campagna inglese di Seaford. Nel suo libro The Inner Life Of Jimi Hendrix e nelle innumerevoli interviste rilasciate, ha sempre accusato Kathy Etchingham, che la riteneva colpevole della morte di Hendrix, di essere una calunniatrice.
Dopo aver dilapidato un sacco di soldi in avvocati, ha perso anche l'ultima causa, nella primavera del 1996.
Pochi giorni dopo, il 5 aprile, si è suicidata con il gas di scarico della sua auto.
Nella sua tomba finiscono anche gli ultimi misteri della morte di Jimi Hendrix.
Il disco che Hendrix aveva in preparazione venne pubblicato solo parzialmente nel 1971 con il titolo di Cry of Love e raggiunse la terza posizione della classifica Billboard: le registrazioni resteranno in circolazione in tale forma provvisoria fino al 1997, quando tutte le tracce vennero ordinatamente ed interamente ripubblicate con il titolo originario di First Rays of New Rising Sun.
Oggi i locali dell'hotel dove Hendrix è morto sono appartamenti privati; la sua salma riposa in un mausoleo fatto costruire dal padre nel Greenwood Memorial Park di Renton, Washington, a sud di Seattle.


giovedì 17 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 Settembre.
Il 17 settembre 1978, presso la Casa Bianca, furono firmati i cosiddetti "accordi di Camp David" tra il presidente egiziano Sadat e il primo ministro israeliano Begin, sotto l'auspicio del presidente degli Stati Uniti Carter.
Ci sono stati due accordi di Camp David nel 1978: un quadro per la Pace in Medio Oriente e un quadro per la Conclusione di un Trattato di pace tra Egitto e Israele.
Il primo accordo aveva tre parti. La prima parte mirava ad istituire una autonoma autorità auto-disciplinante in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, ed attuare pienamente la Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ONU. Gli accordi riconoscevano "i diritti di legittimazione del popolo palestinese", un processo da implementare per garantire la piena autonomia del popolo entro cinque anni. Begin insistette sull'aggettivo "piena", per confermare che fosse il massimo diritto politico ottenibile. Questa piena autonomia doveva essere discussa tra Israele, Egitto, Giordania e Palestina. Fu concordato il ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania e Gaza non appena elezioni democratiche avessero portato a un'autorità che potesse rimpiazzare il governo militare israeliano della zona. Gli Accordi non menzionavano le alture di Golan, la Siria e il Libano. Questa non fu la pace completa che Kissinger, Ford, Carter o Sadat avevano in mente durante le precedenti mediazioni americane. Il destino di Gerusalemme, come avverrà in occasione degli accordi di Oslo del 1993, è stato deliberatamente escluso dal presente accordo.
La seconda parte, affrontava le relazioni israelo-egiziane. La terza parte dei "Principi associati" dichiarava i principi che devono applicarsi alle relazioni tra Israele e tutti i suoi vicini arabi.
Il secondo accordo delineava una base per il trattato di pace siglato sei mesi più tardi; in particolare, sul futuro della penisola del Sinai. Israele aveva accettato di ritirare le sue forze armate dal Sinai, evacuare i suoi 4.500 abitanti civili, ripristinare la sovranità dell'Egitto in cambio di normali relazioni diplomatiche, la garanzia della libertà di passaggio attraverso il Canale di Suez e di altri corsi d'acqua nelle vicinanze (come lo Stretto di Tiran), e una restrizione delle forze armate che l'Egitto poteva porre nella penisola del Sinai, in particolare entro 20-40 km da Israele. Israele ha altresì convenuto di limitare le proprie forze entro 3 km dal confine egiziano, e di garantire il libero passaggio tra l'Egitto e la Giordania. Con il ritiro, Israele restituiva all'Egitto anche i campi petroliferi di Abu-Rudeis nella parte occidentale del Sinai, che conteneva pozzi a lunga durata.
L'accordo ha portato anche gli Stati Uniti ad impegnare diversi miliardi di dollari di sovvenzioni annuali per i governi di Israele e d'Egitto, contributi che continuano tutt'oggi, sotto forma di sconti sull'acquisto di materiale dagli USA.
Dal 1979, l'Egitto e la Giordania ricevono circa 2 miliardi di $ l'anno, che hanno anche contribuito a modernizzare l'esercito egiziano. Israele ha ricevuto 3 miliardi di $ l'anno dal 1985 in sovvenzioni e aiuti militari.
Israele, che ha una popolazione inferiore agli 8 milioni di abitanti (1 milione in meno del New Jersey) ed è uno dei paesi più ricchi del mondo (disoccupazione al 5%), riceve più aiuti da parte degli Stati Uniti di quanto non ricevano tutti i paesi dell'Africa messi insieme.


mercoledì 16 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1982 inizia una operazione della durata di 3 giorni, che verrà ricordata come il massacro di Sabra e Chatila.
Il 6 giugno dello stesso anno l'esercito israeliano invade il Libano con la cosiddetta “Operazione pace in Galilea”, dando inizio alla quinta guerra arabo-israeliana. Il Libano si trova da anni nel caos. Israele sostiene con armi e addestramenti l'Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa'd Haddad in funzione anti palestinese. In Libano si trovano infatti la formazione armata palestinese Settembre nero (1970), e la leadership dell'Olp. Nel Sud la Siria ha inoltre installato dei missili terra aria di fabbricazione sovietica. In poche settimane l'esercito israeliano occupa tutto il Libano meridionale. Il 13 giugno successivo, Beirut è pesantemente bombardata.
L'Onu invia una forza multinazionale per assicurare la fuga dell'Olp da Beirut. In agosto i miliziani dell'Olp vengono scortati fino in Tunisia, dove insediano il loro nuovo quartier generale. L’1 settembre l’evacuazione è di fatto terminata e le forze israeliane cominciano a cingere d’assedio i campi profughi palestinesi. Il 14 settembre il presidente del Libano Bashir Gemayel (eletto il 23 agosto) viene assassinato in un attentato organizzato dai servi segreti siriani. La situazione precipita. Il 16 settembre, poco prima del tramonto, le truppe israeliane dislocate attorno ai campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatilla lasciano entrare nei campi le unità falangiste. Non solo: nella notte sparano anche bengala per illuminare i campi e facilitare il lavoro dei carnefici.
Le milizie cristiane rimangono nei campi per due giorni, massacrando uomini, donne e bambini. Molti uomini vengono uccisi sul posto, altri vengono torturati. A molti viene incisa sul petto una croce. Il numero esatto delle vittime è sconosciuto. Il procuratore capo dell'esercito libanese parlò di 460 morti, i servizi segreti israeliani di circa 700-800 morti. David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982: “Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi”. Il 16 dicembre 1982 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro definendolo un “atto di genocidio”.
Nel 1983 una Commissione di giustizia israeliane presieduta dal magistrato Itzhak Kahan stabilisce che i diretti responsabili dei massacri sono Elie Hobeika e Fadi Frem. L’allora ministro israeliano della Difesa Ariel Sharon è ritenuto responsabile per non aver né prevenuto né fermato il massacro, pur essendo a conoscenza della situazione. Sono inoltre ritenuti responsabili anche il generale Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore, e il generale Amos Yaron, comandante delle forze israeliane a Beirut. È Il comandante falangista alla guida delle milizie che entrano a Sabra e Chatila. Dopo la fine della guerra civile nel 1990, è più volte deputato e ministro del governo libanese. Nel giugno 2001 la Corte di Cassazione belga apre il processo su Sabra e Chatila in base alla legge del 1993 che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l'umanità. Il 24 gennaio 2002 un’autobomba uccide Hobeika a Beirut. Il giorno prima aveva detto a due senatori belgi di essere pronto a fare nuove rivelazioni sui rapporti che aveva con i generali israeliani nei giorni del massacro. In seguito a pressioni politiche da parte di Israele e Usa, la Corte di Cassazione del Belgio archivia le posizioni di Sharon.
Le inchieste su Sabra e Chatila terminano qui.


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