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sabato 4 aprile 2026

#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 Aprile 1968, a Memphis, veniva assassinato Martin Luther King Jr., politico, attivista e pastore protestante statunitense, leader della difesa dei diritti civili, uno dei simboli del vento di cambiamento che percorreva gli anni sessanta e settanta. Nato ad Atlanta, il 15 gennaio 1929, è stato il più giovane Premio Nobel per la pace della storia, riconoscimento conferitogli nel 1964, all’età di soli trentacinque anni. Il suo nome viene accostato per la sua attività di pacifista a quello di Gandhi, il leader del pacifismo della cui opera King è stato un appassionato studioso, ed a Richard Gregg, primo americano a teorizzare organicamente la lotta nonviolenta, uno degli strumenti di lotta propugnato dal movimento sessantottino. L’impegno civile di Martin Luther King è condensato nella Letter from Birmingham Jail (Lettera dalla prigione di Birmingham), scritta nel 1963, che costituisce un’appassionata enunciazione della sua indomabile crociata per la giustizia. Unanimemente riconosciuto apostolo della resistenza non violenta, eroe e paladino dei reietti e degli emarginati, Martin Luther King si è sempre esposto in prima linea affinché fosse abbattuta nella realtà americana degli anni ’50 e ’60 ogni sorta di pregiudizio etnico.
Si diploma nel 1948 al Morehouse College e, dopo esser diventato pastore battista a Montgomery, King si laureò nel 1955 in filosofia alla Boston University. Nella sua vita organizzò decine e decine di marce e manifestazioni di protesta, invocando il diritto al voto ed altri basilari diritti come fondamento per una matura convivenza civile entro classi sociali ed appartenenze diverse. Queste rivendicazioni furono in seguito accolte con il Civil Rights Act e il Voting Rights Act. Una battaglia per l’uguaglianza, quella di King, iniziata intensamente dopo l’arresto di Rosa Parks, donna accusata di aver violato le leggi sulla segregazione. A partire da questo episodio, King organizzò una protesta pacifica, senza armi e, soprattutto, basata sul dialogo.
Celeberrimo è rimasto il discorso che Martin Luther King tenne il 28 agosto 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington e nel quale pronunciò più volte la fatidica frase “I have a dream” (in Italia evocata spesso in maniera forse impropria ma efficace con: Io ho un sogno), denunciando le ingiustizie presenti e propugnando che ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative. Siamo negli anni in cui – per dirla con le parole di Bob Dylan – i tempi stavano cambiando e solo il vento poteva portare una risposta. Sono i prodromi del movimento sessantottino.
Secondo alcune analisi il discorso I have a dream sarebbe in parte molto simile alla discussione di Archibald Carey, tenuta alla Republican National Convention nel 1952. La somiglianza consiste nel fatto che entrambi i discorsi finiscono con una recitazione del primo verso dell’inno popolar patriottico americano (My Country ´Tis of Thee) di Samuel Francis Smith, e i due discorsi condividono l’ esortazione finale “let the freedom ring” (lasciate risuonare la libertà).
Dalle pagine dei discorsi di Martin Luther King, raccolte nel libro La forza di amare, emerge un completo sistema di vita morale: un pensiero illuminato dalla dottrina cristiana dell’amore operante attraverso la non-violenza. La speranza non è rassegnazione o attesa passiva, ma una forza concreta di rinnovamento e di riscatto, tesa a sconfiggere pessimismo e spirito di rinuncia. La sua capacità di incarnare la verità cristiana tra le pieghe della storia appare soprattutto nella “Lettera di san Paolo ai cristiani d’America“, che, per la tensione spirituale di cui è permeata, si impone alla meditazione universale. Vi si legge : “Ai nostri più accaniti oppositori diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze, con la nostra capacità di sopportare le sofferenze. Andremo incontro alla vostra forza fisica, con la nostra forza d'animo. Fateci quello che volete, e noi continueremo ad amarvi. Noi non possiamo in buona coscienza obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione, e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case, minacciate i nostri figli, e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e così la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L'amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo”. In queste pagine é chiara la formazione di King come predicatore.
Ai primi di settembre del 1957, Martin Luther King si recò ad una riunione organizzata dall’ Highlander Folk School a Monteagle, Tennessee. Questa organizzazione era stata fondata da Myles Horton e Don West, entrambi esponenti di alto grado del Partito Comunista Americano. Lo scopo di questa riunione era quello di organizzare rivolte e proteste nel sud degli Stati Uniti, al fine di migliorare la condizione degli afroamericani ed, a fianco, preparare il terreno per una rivoluzione del sistema economico, una rivoluzione comunista. Il segretario personale di Martin Luther King, un certo Bayard Rustin, aveva aderito alla Youth Communist League (Lega dei giovani comunisti) nel 1936, presso il New York City College, e proprio Rustin è stato l’organizzatore delle prime marce su Washington, organizzate subito dopo un suo viaggio a Mosca nel 1958. Il Partito Comunista Americano si vantò, per mezzo del suo organo The Worker, che la prima marcia di Martin Luther King fosse una marcia comunista. Per queste ragioni, il movimento sessantottino americano vide spesso in King un personaggio rivoluzionario, oltre che un pacifista. Possiamo riassumere quindi le matrici del pensiero di King in cristiana, sociale e marxista.
Più volte imprigionato, perseguitato dagli ambienti segregazionisti del sud degli Stati Uniti, nel mirino dell’FBI in quanto legato al Partito Comunista degli Stati Uniti (gli fu intimato più volte da J. Edgar Hoover di dissociarsi da ogni collegamento con partiti comunisti), King fu assassinato a colpi d’arma da fuoco prima della marcia del 4 aprile 1968, mentre si trovava assieme alla moglie, Coretta Scott King (1927-2006), sul balcone del Lorraine Motel di Memphis, nel Tennessee, poco prima di cenare. Il suo assassino, James Earl Ray, dapprima reo confesso, in seguito ritrattò. Gli atti dell’indagine sull’assassinio di Martin Luther King jr. sono stati secretati fino al 2002 dall’amministrazione americana.

venerdì 3 aprile 2026

#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 aprile.
Il 3 aprile 1961 le Poste Italiane misero in commercio, per celebrare il viaggio del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in Sudamerica, il terzo di tre francobolli commemorativi. Proprio questo francobollo, di colore rosa, per una serie di eventi fortuiti diventò un caso ed accrebbe enormemente il suo valore: si trattava del cosiddetto "Gronchi rosa".
È del dicembre 1960 la decisione di produrre un francobollo per accompagnare il viaggio diplomatico di Giovanni Gronchi in America del Sud.
Il progetto grafico, a cura di Renato Mura, rappresentava idealmente il ponte culturale gettato tra un’Italia che cominciava allora a raccogliere i frutti di una faticosa ricostruzione post bellica, e un continente le cui città, negli ultimi anni, avevano accolto un considerevole flusso di immigrazione italiana. Nella vignettatura, sullo sfondo di un atlante campeggia un aereo in volo sull’Atlantico, mentre i colori dei tre francobolli della serie evidenziano Argentina, Uruguay e Perù (oltre naturalmente all’Italia); valgono rispettivamente 170, 185 e 205 lire. Il decreto di emissione viene firmato il 17 marzo, mentre la visita del presidente Gronchi è programmata per il 6 aprile.
Le riviste di filatelia danno la notizia dell’emissione con un corollario: la validità postale di questi francobolli avrà corso a partire da giovedì 6 aprile, ma saranno messi in vendita a partire dal 3 dello stesso mese per permettere ai collezionisti di approntare le buste e le affrancature che partiranno con il volo presidenziale. Una volta giunta a Roma, la corrispondenza avrebbe ricevuto l’annullo del volo per poi essere imbarcata.
Pur presentando dunque delle prime eccezioni (la posta viene infatti inoltrata senza il regolare annullo), questa serie non desta inizialmente un grande interesse. La ragione più probabile è che il 3 aprile è il Lunedì dell’Angelo, e a trattenersi in città non sono in molti. D’altra parte non c’è motivo di affrettarsi, poiché gli annulli sarebbero comunque stati possibili solo tre giorni dopo.
Tuttavia, qualcosa inizia a muoversi da subito: Alfonso Arias, diplomatico presso l’ambasciata peruviana a Roma, e responsabile del coordinamento del viaggio tra i due paesi, apprende dai giornali la notizia dell’emissione e incarica un impiegato di procurargli la serie. Una volta ottenuta, il diplomatico si accorge con disappunto di un’imprecisione contenuta proprio nel francobollo dedicato al suo paese: nella rappresentazione geografica, al Perù manca il cosiddetto “Triangolo Amazzonico”.
La questione comincia ad assumere le tinte di uno spiacevole malinteso, a partire dalle ragioni dell’errore: Renato Mura aveva infatti utilizzato per il bozzetto un atlante geografico aggiornato al 1939, data antecedente alla Conferenza di Rio di Janeiro (1942), in occasione della quale furono ridisegnati i confini di Ecuador e Perù a favore di quest’ultimo. Proprio quella conferenza aveva tentato di risolvere una disputa che affondava le radici nel secolo precedente e aveva reso la coscienza di tutti i peruviani molto sensibile a questo argomento.
D’altra parte lo stesso Alfonso Arias aveva partecipato a una commissione di lavoro che aveva trattato la questione dei confini con le autorità ecuadoriane: francobollo alla mano, Arias decide dunque, la mattina del 3 aprile, di telefonare all’ambasciata italiana presieduta da Adelmo Risi per esporgli il problema.
Risi, in difficoltà per il pericolo di una crisi proprio all’alba della visita del presidente, non può che girare la questione al ministro degli Esteri Antonio Segni. Comprendendo che in gioco c’è qualcosa di più che un francobollo, Segni contatta immediatamente il Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni.
Nel tardo pomeriggio la decisione è presa: durante la notte un dispaccio indirizzato a tutte le direzioni provinciali sospende la vendita del francobollo, in attesa che si giunga a una soluzione più definitiva.
Il giorno dopo, martedì 4 aprile, con gli sportelli filatelici in fermento e alcuni Gronchi Rosa già in circolazione, al Poligrafico si esaminano i bozzetti del francobollo: Arias, con l’aiuto di un addetto militare peruviano, illustra l’errore ai funzionari, che inutilmente si adoperano per convincere il diplomatico della piccolezza – in tutti i sensi – di un simile dettaglio. Arias insiste perché all’errore sia posto rimedio, insinuando surrettiziamente che al popolo peruviano questa situazione avrebbe potuto provocare non poco fastidio. Il pericolo di una protesta ufficiale si fa quindi tangibile al punto che tra le soluzioni ipotizzate viene scelta la più drastica: rendere definitiva la sospensione della vendita e sostituire il francobollo sbagliato con quello corretto, stampato in grigio.
Non ci si rassegna immediatamente; in tutti gli uffici postali le dicerie si accavallano numerose, e si arriva a credere che anche il francobollo dedicato all’Argentina sarà ritirato, questa volta per la mancata comparsa della Tierra del Fuego – un’effettiva omissione che tuttavia, in mancanza di una protesta ufficiale, rimarrà senza conseguenze. Anche per via di questa informazione tendenziosa l’affollamento degli appassionati dell’ultima ora presso gli sportelli postali non accenna a diminuire. Verso sera la notizia è di dominio pubblico: il francobollo verrà ristampato con i confini corretti.
Negozianti e commercianti insistono affinché il francobollo da 205 lire sia messo in vendita come un non emesso a scopi collezionistici, ma la replica del Ministero delle Poste è un secco rifiuto; il rischio sarebbe stato quello di dare il via a manovre speculative che sarebbero presto uscite fuori controllo.
Ma la speculazione non è l’unico effetto collaterale di cui occorre tenere conto: l’inoltro a Roma della posta affrancata con i Gronchi Rosa errati prosegue fino alle ore 20.00 di mercoledì 5 aprile. Sono i Gronchi Rosa venduti lunedì come da disposizioni ministeriali.
Per evitare che la corrispondenza “sbagliata” arrivi in Sudamerica e possa in questo modo suscitare imbarazzi, il Ministero delle Poste organizza una colossale operazione di ricopertura: concentrati gli aerogrammi nella sala delle conferenze alla stazione di Roma Termini, trenta impiegati reclutati per l’occasione appongono il 205 lire grigio su (quasi) tutti i Gronchi Rosa, tentando così di cancellare le tracce di un francobollo sfortunato fin dalla sua prima apparizione.
Sarà l’ultimo tentativo di porre rimedio a un errore che probabilmente in altre circostanze non sarebbe nemmeno stato notato.
Come è noto, la storia non finisce qui. Se dal 1961 il francobollo rosa continua a fare parlare di sé è perché i punti oscuri della vicenda sono ancora molti. A partire dal numero di Gronchi Rosa in circolazione; secondo l’autorevole indagine di Umberto D’Arrò (Il Collezionista – Italia Filatelica, 1991), fondata su documenti ministeriali, gli esemplari venduti risultano essere 79΄455.
Sono comunque numeri approssimativi, dal momento che l’intera faccenda si dimostrò poco chiara fin dall’inizio; ci fu addirittura un’inchiesta giudiziaria che coinvolse un direttore di banca e un commerciante filatelico, poi assolti dalle imputazioni. La commissione Gaspari, inoltre, disposta dal Ministero per fare chiarezza sull’intera vicenda, giunse alla conclusione che tutti i fatti relativi al francobollo errato erano stati frutto di casualità né era esistita alcuna premeditazione.
D’altra parte per molto tempo furono numerosi i pareri che non concordavano sullo statuto di un francobollo che non fu mai un francobollo a tutti gli effetti: molti cataloghi indicarono a lungo il Gronchi Rosa come un “non emesso”.
Ma si sa, una mappa non è il territorio; in virtù delle rocambolesche vicende che lo portarono alle luci della ribalta internazionale, cercare la verità del Gronchi Rosa sulle pagine di qualche catalogo o nelle cronache dell’epoca è ridurne il valore a quello di un mero oggetto prodotto in serie.
Ogni Gronchi Rosa, in realtà, ha compiuto la propria strada e ha una propria storia; in questo, probabilmente, non è diverso da tutti gli altri francobolli. O forse, proprio per questo, ogni Gronchi Rosa è diverso da tutti gli altri francobolli.
Il clamore suscitato dalla vicenda provocò un immediato incremento dell'interesse verso la filatelia che raggiunse livelli di speculazione che collassarono qualche anno dopo con un crollo del mercato.
La quotazione attuale è molto variabile ma è nell'ordine di circa mille euro per il francobollo nuovo con la gomma integra e di circa cinquecento euro per i francobolli senza gomma che provengono dalle affrancature delle buste intercettate e ricoperte con il 205 grigio. Le buste con il Gronchi rosa ricoperto hanno una valutazione di mercato compresa tra i 600 e i 900 euro, variabile a seconda della qualità e conservazione della busta.
Per quei pochissimi valori che invece sono sfuggiti alle ricerche degli ufficiali postali e hanno viaggiato (e sono quindi regolarmente timbrati), si raggiungono quotazioni ragguardevoli che possono arrivare anche a trentamila euro se hanno viaggiato sull'aereo del presidente Gronchi nel suo viaggio verso l'America Latina.

giovedì 2 aprile 2026

#almanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 aprile.
Alle 21.37 del 2 aprile 2005 Papa Giovanni Paolo II, all'età di 84 anni, muore nel suo appartamento privato in Vaticano.
L'annuncio della morte viene dato dal portavoce Joaquin Navarro Valls e comunicato ai fedeli presenti in piazza San Pietro, circa 100 mila, che accolgono la notizia in silenzio. La folla aveva cominciato a radunarsi alcuni giorni prima, in particolare dal giorno di Pasqua, il 27 marzo. Il papa, già sofferente da un paio di mesi nei quali aveva subito due interventi al policlinico Gemelli, si era affacciato alla finestra del suo studio, ma nonostante gli sforzi non era riuscito a pronunciare le poche parole della benedizione Urbi et Orbi in latino. Il volto sofferente del papa che si rendeva conto che il suo corpo non obbediva più a ciò che la mente gli chiedeva di fare commuove il mondo intero e innesca una mobilitazione senza precedenti di giornali e tv internazionali.
Il 31 marzo le condizioni di Giovanni Paolo II si aggravano ulteriormente. Il pontefice viene colpito nel pomeriggio da un'infezione alle vie urinarie che provoca una febbre molto alta, contro la quale viene avviata una terapia antibiotica. Fonti mediche definiscono la situazione "allarmante".
Il primo aprile Joaquin Navarro Valls annuncia che le condizioni di salute del Santo Padre sono molto gravi, ma aggiunge che il Papa è "cosciente, lucido e sereno". In serata, alle 19, un nuovo aggiornamento affievolisce le speranze: "le condizioni generali e cardio-respiratorie del Santo Padre si sono ulteriormente aggravate; il respiro è diventato superficiale; si è instaurato un quadro clinico di insufficienza cardio-circolatoria e renale; i parametri biologici sono notevolmente compromessi". Si apre in piazza San Pietro la veglia di preghiera, alla quale partecipano decine di migliaia di fedeli di ogni età e nazionalità.
La sera successiva, l'annuncio della morte. In piazza San Pietro si leva un lungo applauso. Molti piangono, altri guardano la finestra al terzo piano del palazzo apostolico, che è stata accesa. In tutta la città suonano le campane a morto. Il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato, intona il De Profundis.
Il governo italiano dichiara il lutto nazionale per la durata di 3 giorni a partire dal 3 aprile, poi prolungato fino all'8 aprile, giorno dei funerali. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conclude il suo ricordo di Giovanni Paolo II, trasmesso a reti unificate, dicendo che "l'Italia piange la perdita di un padre, di una persona cara". "Il mondo ha perduto un campione della libertà", commenta il presidente statunitense George W. Bush. Il premier britannico Tony Blair dice che il Santo Padre, "attraverso una vita dura e spesso difficile si è battuto per la giustizia sociale e dalla parte degli oppressi". "Profonda emozione" esprime il presidente francese Jacques Chirac. Il premier spagnolo Zapatero sottolinea che con la morte di giovanni Paolo II "l'umanità si vede privata di un riferimento morale di prim'ordine". Nel messaggio di cordoglio inviato al cardinale Angelo Sodano, il presidente cubano Fidel Castro scrive che "l'umanità terrà per sempre con sè un ricordo commosso dell'instancabile lavoro che Sua Santita Giovanni Paolo II ha sempre compiuto a favore della pace, della giustizia e della solidarietà fra i popoli".
L'8 aprile, alle 10, si svolgono i funerali solenni del Papa. La bara di cipresso col corpo del Santo Padre viene portata a spalle su piazza San Pietro. Sul feretro viene posato il Vangelo. Il cardinale Joseph Ratzinger celebra la funzione e conclude l'omelia dicendo che Giovanni Paolo II "sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice". Tredici applausi, di cui l'ultimo lunghissimo, accompagnano l'omelia, che termina col grido "santo subito" della folla, richiesta scandita da un battimani a tratti ritmato. Circa un milione di fedeli assiste a Roma alla cerimonia, 300 mila in Piazza San Pietro, gli altri davanti ai maxischermi allestiti nei punti nevralgici della città comprese le basiliche. Sono 200 le delegazioni straniere presenti, tra loro 46 capi di Stato e 8 vice-capi, 17 premier, 3 principi ereditari, 13 responsabili di organizzazioni come l'Onu, rappresentata da Kofi Annan.
Quello di Giovanni Paolo II è stato il terzo pontificato per durata nella storia della Chiesa. Papa Woityla ha guidato la Chiesa dal secondo al terzo millennio, le ha dato una visibilità senza precedenti, e non solo all'interno del mondo cattolico e religioso; nel corso dei quasi 27 anni di pontificato, pur in un conservatorismo di fondo nei principi che giudicava collegati alla fede, ha cambiato tradizioni plurisecolari, cambiando, forse per sempre, il modo stesso di essere il Romano Pontefice. Ne sono segno le decine di primati riguardanti la sua vita. Il 263esimo successore di Pietro è stato il primo papa polacco, il primo nato in un paese comunista e ad andare oltrecortina; il primo ad aver recitato in pubblico e ad aver lavorato in fabbrica; il primo, dopo gli apostoli, ad entrare in una sinagoga e il primo a parlare in una chiesa protestante; il primo a visitare una moschea e ad andare in un paese ortodosso; il primo ad aprire un giubileo per un millennio e a visitare il Parlamento Italiano; il primo ad assistere a un concerto rock e ad una partita di calcio; il primo ad essere ferito gravemente in un attentato e ad essere operato in ospedale; colui che ha incontrato più persone (17 milioni solo nelle udienze), sul quale si sono scritti più libri (quasi 200 all'anno) e del quale sono stati venduti più libri e persino un CD di musica sacra cantata da lui; quello che ha visitato più paesi ed ha proclamato più santi e più beati.

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