Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 1937 Edoardo VIII, Duca di Windsor sposa Wallis Simpson in Francia, americana non di sangue reale.
Siamo negli anni Trenta del secolo scorso: il principe ereditario, futuro Edoardo VIII, si innamora perdutamente della sua amante americana Wallis Simpson, divorziata per ben due volte, borghese e sospettata di combutta con i nazisti. Edoardo ha fama di dongiovanni ma questa relazione sembra subito più importante delle altre: presenta Wally alla madre, incurante dell’ira e dell’opposizione del padre, re Giorgio V. Incoronato re alla morte di quest’ultimo nel gennaio del 1936, Edoardo annuncia la volontà di sposare Wallis sebbene una simile unione appaia sconveniente per più di una ragione. Il nuovo re cerca di dominare coloro che si oppongono ma non è nelle condizioni di imporre alla corte, ai nobili e ai sudditi inglesi una regina sgradita e dalla fama poco lusinghiera come aveva fatto, a suo tempo, l’antenato Enrico VIII. Alla fine, nel dicembre dello stesso anno, è costretto ad abdicare in favore del fratello, padre dell’attuale regina Elisabetta.
Wallis è una donna non bella ma in possesso delle arti segrete della seduzione e dell’ars amatoria. Secondo alcuni dossier scottanti, commissionati a Scotland Yard dal preoccupatissimo Giorgio V, Wally in Cina avrebbe frequentato delle prostitute per carpirne i segreti amatori. Grazie ad essi, può conquistare e irretire il suo re, a dispetto della fama di donna facile e di arrampicatrice sociale. Si dice, tuttavia, che anche dopo il matrimonio Wally abbia continuato ad avere una vita sentimentale disinvolta e ad ingrossare la lista dei suoi amanti in cui erano inclusi, tra gli altri, Joachim von Ribbentrop, ambasciatore di Hitler e futuro ministro degli Esteri tedesco, e Galeazzo Ciano.
Le dicerie sulla duchessa si moltiplicano e la coppia, persa la corona, si aliena definitivamente anche la simpatia degli inglesi a causa di uno stile di vita lussuoso e sperperatore, condotto proprio mentre l’Inghilterra soffre per la guerra. Non giova loro, inoltre, il fondato sospetto di nutrire sentimenti filonazisti.
Dicerie, dissero loro a propria discolpa. Ma, sfortunatamente, non consente di liquidarle come tali né l’incontro con Adolf Hitler che ricevette la coppia con grandi onori a Berchstesgaden nel 1937, né alcuni avvenimenti successivi.
Poco dopo lo scoppio della guerra, nel 1940, i duchi di Windsor risiedono a Lisbona, vicino all'ambasciata tedesca e progettano una crociera sullo yacht di proprietà di Axel Wenner-Gren, amico di Hermann Göring, uomo di primissimo piano della Germania nazista.
Secondo un documento della Pvde, la polizia segreta portoghese, in quegli anni Edoardo e Wallis complottano con i nazisti nella speranza che l'Inghilterra perda la guerra e che loro possano salire sul trono grazie all’appoggio di Hitler. Quest’ultimo, infatti, considera Edoardo il più adatto a guidare la Gran Bretagna dopo la vittoria tedesca, data la cordialità dei reciproci rapporti e le tendenze di estrema destra del duca. Non è un caso che il governo inglese, insospettito e preoccupato, mandi Edoardo alle Bahamas nominandolo governatore lì, lontano dall’Europa e dagli intrighi, fino alla fine della guerra. In seguito, il duca avrebbe ammesso di aver avuto delle ammirazioni per i tedeschi pur negando ogni coinvolgimento a favore del nazismo. Eppure, gli americani avevano ritenuto che ci fosse davvero motivo di diffidare, soprattutto di Wallis, quando, nel corso di una loro visita in Florida nell'aprile del 1941, Franklin D. Roosevelt ordinò una sorveglianza segreta per il duca e per la duchessa. Il timore era che Wally potesse usare la sua posizione per passare informazioni all’ex amante Ribbentrop. Sono notizie che emergono da un rapporto dell’Fbi pubblicato qualche tempo fa sul giornale inglese Guardian. Accuse rispetto alle quali altre, tra cui quella abbastanza fantasiosa circa la presunta androginia di Wallis, impallidiscono e che gettano una luce sinistra sull’intera faccenda.
La coppia tornò in Francia al termine del secondo conflitto mondiale e trascorse il resto della propria vita lontano da occhi indiscreti dal momento che il duca non occupò mai alcun altro ruolo ufficiale dopo la fine del suo mandato come governatore delle Bahamas. Il comune di Parigi provvide una casa al numero 4 di rue du Champ d'Entraînement, sul lato di Neuilly-sur-Seine presso il Bois de Boulogne. Il governo francese lo esentò dal pagamento delle tasse, e la coppia fu addirittura in grado di acquistare beni provenienti direttamente dall'Inghilterra attraverso un commissario militare apposito posto presso l'ambasciata britannica in Francia. Nel 1951 il duca pubblicò le proprie memorie dal titolo A King's Story, nel quale egli non mancava di esprimere il proprio disappunto per la politica progressista dell'Inghilterra. Nove anni più tardi pubblicò una nuova opera, A Family Album, incentrato sul costume della famiglia reale che aveva visto cambiare durante la sua vita, dai tempi della regina Vittoria sino al proprio stile personale.
Il duca e la duchessa ripresero così il loro ruolo di celebrità nazionali nella società dei caffè parigini degli anni '50 e '60 del Novecento. La coppia organizzava ricevimenti e feste nelle loro case di Parigi e New York, incontrando personalità e artisti del tempo.
Il solo Edoardo tornò in patria nel 52 per presenziare ai funerali del fratello Re Giorgio VI; nel giugno del 1953, invece, il duca e la duchessa di Windsor preferirono guardare la cerimonia d'incoronazione di Elisabetta II in televisione da Parigi, adducendo la scusa che era sconveniente per un ex sovrano partecipare all'incoronazione di un altro sovrano. Il duca fu comunque opinionista su questo fatto per il Sunday Express e per il Women's Home Companion, cogliendo l'occasione per scrivere anche un nuovo libro, The Crown and the People, 1902–1953.
Nel 1955 la coppia si recò in visita al presidente americano Dwight D. Eisenhower venendo ospitata alla Casa Bianca. La coppia apparve poi per un'intervista allo show televisivo di Edward R. Murrow Person to Person nel 1956, e nuovamente nel 1970 per un'intervista di 50 minuti. Sempre nel 1970 la coppia venne invitata come ospite d'onore per una festa alla Casa Bianca dal presidente Richard Nixon.
Nel 1965 il duca e la duchessa fecero ritorno a Londra dove si recarono in visita alla regina Elisabetta II, alla principessa Marina, duchessa di Kent ed alla principessa Mary, contessa di Harewood, partecipando solo una settimana dopo al funerale di quest'ultima. Nel 1967 la coppia si unì alla famiglia per festeggiare il centenario della nascita della regina Mary. L'ultima cerimonia reale a cui il duca prese parte fu il funerale della principessa Marina nel 1968. Egli rifiutò l'invito della regina Elisabetta a partecipare alla cerimonia d'investitura del 1969 di Carlo a principe di Galles.
Negli anni '60 la salute del duca andava deteriorandosi. Nel dicembre del 1964 venne operato da Michael DeBakey a Houston per un aneurisma dell'aorta addominale e nel febbraio del 1965 per un distacco della retina del suo occhio sinistro, venendo operato da Sir Stewart Duke-Elder. Alla fine del 1971 al duca venne diagnosticato un cancro alla gola e venne sottoposto a trattamenti di cobaltoterapia. La regina Elisabetta II visitò la coppia nel 1972 durante una sua visita ufficiale in Francia.
Il 28 maggio 1972 il duca morì nella sua casa di Parigi, all'età di 77 anni. Il suo corpo tornò nel Regno Unito dove venne deposto nella St. George's Chapel nel Castello di Windsor. I funerali vennero tenuti nella cappella il 5 giugno di quell'anno alla presenza della regina e di tutta la famiglia reale, oltre che della duchessa di Windsor, per poi venire sepolto nella Royal Burial Ground, dietro il Mausoleo Reale della Regina Vittoria e del Principe Alberto presso Frogmore. La duchessa di Windsor risiedette a Buckingham Palace durante il periodo delle cerimonie funebri.
In seguito alla morte di Edoardo la duchessa di Windsor si ritirò a vita privata nella sua villa nel Bois de Boulogne, dove spirò nel 1986.
Venne sepolta a Windsor, nella cappella Reale accanto al marito, col titolo di Wallis, duchessa di Windsor.
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mercoledì 3 giugno 2026
martedì 2 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 Giugno 455 il re dei Vandali, Genserico, perpetrò il cosiddetto "Sacco di Roma", mandando i suoi uomini a depredare per ben due settimane la città, portando via qualsiasi cosa preziosa essa contenesse e dando sostanzialmente il via alla caduta definitiva dell'Impero Romano d'Occidente. Da questo episodio viene l'uso moderno della parola "vandalo".
La turbolenza di quell'anno era cominciata già prima; il 16 marzo l'Imperatore Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati. L’uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell’ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.
Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412 stipulato con Valentiniano, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell’altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell’altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l’impero romano d’Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell’imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un’iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.
Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l’imperatore Valentiniano III.
Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l’imperatore e l’avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell’intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.
Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l’usurpatore, non soltanto l’aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt’oggi un’attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l’astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.
Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell’agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare, la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l’avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall’uccisione dell’imperatore, poterono effettuare l’accerchiamento di Roma. Fu un’operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l’accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell’azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.
Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l’imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l’avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l’arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.
Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l’Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l’accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.
L’assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di tenere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi avevano dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l’una dopo l’altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d’oro e d’argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.
Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l’unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l’Africa, come una vendetta postuma.
Il 2 Giugno 455 il re dei Vandali, Genserico, perpetrò il cosiddetto "Sacco di Roma", mandando i suoi uomini a depredare per ben due settimane la città, portando via qualsiasi cosa preziosa essa contenesse e dando sostanzialmente il via alla caduta definitiva dell'Impero Romano d'Occidente. Da questo episodio viene l'uso moderno della parola "vandalo".
La turbolenza di quell'anno era cominciata già prima; il 16 marzo l'Imperatore Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati. L’uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell’ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.
Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412 stipulato con Valentiniano, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell’altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell’altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l’impero romano d’Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell’imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un’iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.
Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l’imperatore Valentiniano III.
Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l’imperatore e l’avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell’intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.
Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l’usurpatore, non soltanto l’aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt’oggi un’attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l’astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.
Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell’agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare, la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l’avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall’uccisione dell’imperatore, poterono effettuare l’accerchiamento di Roma. Fu un’operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l’accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell’azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.
Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l’imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l’avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l’arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.
Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l’Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l’accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.
L’assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di tenere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi avevano dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l’una dopo l’altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d’oro e d’argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.
Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l’unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l’Africa, come una vendetta postuma.
lunedì 1 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo giugno.
Il primo giugno 1857 viene pubblicata per la prima volta la raccolta di poesie di Baudelaire "I fiori del male".
Charles Baudelaire è ritenuto il padre della poesia moderna, l'ispiratore di moltitudini di nuovi poeti, di nuovi stili e nuove correnti. Nasce il 9 aprile 1821, a Parigi. Da vero bohémien che si rispetti, Baudelaire conduce una vita dissoluta, contraendo debiti, dedicandosi all'alcool, alla droga (i cosiddetti «paradis artificiels», i paradisi artificiali, sui quali scriverà un libro) e ai vari piaceri della vita. È grazie a lui se in Europa si è diffusa l'opera di Edgar Allan Poe (di cui Baudelaire era ammiratore), dal momento che ne tradusse diversi testi. Muore il 31 agosto 1867, in preda alla paralisi e all'afasia. Ci lascia, tra le altre opere - tutte di gran rilievo, "Les Fleurs du Mal", i Fiori del Male (che inizialmente dovevano intitolarsi "Les lesbiennes", le lesbiche), pubblicati in una prima edizione nel 1857 e in una seconda, con l'aggiunta di altri componimenti e con ordine diverso, nel 1861; quest'ultima è l'edizione che noi ancora oggi leggiamo e assaporiamo. La raccolta è stata oggetto di censura, sorte toccata anche a "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
L'opera - contenente 126 componimenti - è divisa in 6 sezioni: "Spleen e ideale", "Quadri parigini", "Il vino", "Fiori del male", "Rivolta" e "La morte". Nella concezione che Baudelaire si era fatto, i Fiori dovevano essere letti in ordine, non si doveva estrapolare un componimento e leggerlo, senza aver seguito l'"itinerario" prestabilito. Questo perché il testo è un percorso ideale, un percorso nel quale il Poeta va alla ricerca del nuovo, dell'ignoto.
La prima sezione ("Spleen et idéal") è dove traspare una duplice vocazione: quella verso Dio - e dunque l'alto, il sublime, il bene, l'idéal - e quella verso Satana - e quindi il basso, il deplorevole, il male, lo spleen (sentimento misto di noia, tedio, dolore, disagio). È uno slancio verso la divinità che è però costantemente ostacolato dalla tentazione. Nella sezione seguente ("Tableaux parisiens") il Poeta tenta di scappare da questa doppia realtà uscendo dalla dimensione personale, rivolgendosi all'Altro, alle persone, alla gente. Ecco quindi che compare la città, i sobborghi, le persone. Si dedica poi ai "paradisi artificiali" («Le Vin»), alla vita dissoluta («Fleurs du mal») fino ad arrivare alla blasfemia e alla più violenta rivolta («Révolte»). Nell'ultima sezione («La Mort») il Poeta giunge alla conclusione: per uscire dallo spleen si rivolge alla Morte, capitano del vascello sul quale imbarcarsi per partire verso l'Ignoto e scoprire del nuovo.
I "Fiori del Male" sono un'opera nuova, porterà alla nascita del Decadentismo e alle sue tendenze del Simbolismo e dell'Estetismo; introduce le «corrispondenze», concezione secondo la quale il mondo è una ragnatela fitta di corrispondenze tra sfere sensoriali differenti e il poeta è colui che può leggere e capire questo mondo fatto di corrispondenze.
Molti sono i componimenti importanti, dei quali citeremo solo i più noti. «Benedizione» ci presenta la figura del poeta - visto come una disgrazia dalla propria famiglia - intrappolato in un mondo ostile, dal quale fuggire; «L'Albatro» ci mostra il disagio del poeta nella società, il suo essere goffo e mira di scherno; «Corrispondenze», presenta la concezione citata sopra, fondamento della poetica baudelairiana; «Bellezza», dove una figura misteriosa, imponente e immortale - la Bellezza appunto - regna, despota, sull'Uomo, che viene annientato se tenta di raggiungerla; «Rimorso postumo», con i suoi toni foschi, cimiteriali, putridi; «Spleen» (componimento numero 78), quarta di quattro poesie con lo stesso titolo, con i suoi toni piovosi, l'atmosfera soffocante e disperata, la nera Disperazione imperante; «Le Litanie di Satana», vera ode al Principe delle Tenebre, un capolavoro di blasfemia; e infine «Il viaggio», dove prende forma il testamento spirituale di Baudelaire: la necessità di andare alla scoperta dell'Inconnu (l'Ignoto).
Una nota va fatta riguardo al titolo. Esso, dall'originale francese «Fleurs du mal», può essere tradotto sia come «Fiori del male» sia come «Fiori dal male». Ciò indica una duplice valenza: è sia il distillato migliore del male, sia l'estrazione dal male stesso di ciò che è dorato, bello e splendente. Baudelaire scriverà infatti: «Mi hai donato il tuo fango e io ne ho fatto dell'oro».
Quest'opera è dunque la base sulla quale verrà costruita la poesia moderna, la chiave di volta della poetica dall'Ottocento fino ai giorni nostri. E ancora adesso riesce, con il suo arcano potere, a influenzare in qualche modo il destino degli uomini.
Il primo giugno 1857 viene pubblicata per la prima volta la raccolta di poesie di Baudelaire "I fiori del male".
Charles Baudelaire è ritenuto il padre della poesia moderna, l'ispiratore di moltitudini di nuovi poeti, di nuovi stili e nuove correnti. Nasce il 9 aprile 1821, a Parigi. Da vero bohémien che si rispetti, Baudelaire conduce una vita dissoluta, contraendo debiti, dedicandosi all'alcool, alla droga (i cosiddetti «paradis artificiels», i paradisi artificiali, sui quali scriverà un libro) e ai vari piaceri della vita. È grazie a lui se in Europa si è diffusa l'opera di Edgar Allan Poe (di cui Baudelaire era ammiratore), dal momento che ne tradusse diversi testi. Muore il 31 agosto 1867, in preda alla paralisi e all'afasia. Ci lascia, tra le altre opere - tutte di gran rilievo, "Les Fleurs du Mal", i Fiori del Male (che inizialmente dovevano intitolarsi "Les lesbiennes", le lesbiche), pubblicati in una prima edizione nel 1857 e in una seconda, con l'aggiunta di altri componimenti e con ordine diverso, nel 1861; quest'ultima è l'edizione che noi ancora oggi leggiamo e assaporiamo. La raccolta è stata oggetto di censura, sorte toccata anche a "Madame Bovary" di Gustave Flaubert.
L'opera - contenente 126 componimenti - è divisa in 6 sezioni: "Spleen e ideale", "Quadri parigini", "Il vino", "Fiori del male", "Rivolta" e "La morte". Nella concezione che Baudelaire si era fatto, i Fiori dovevano essere letti in ordine, non si doveva estrapolare un componimento e leggerlo, senza aver seguito l'"itinerario" prestabilito. Questo perché il testo è un percorso ideale, un percorso nel quale il Poeta va alla ricerca del nuovo, dell'ignoto.
La prima sezione ("Spleen et idéal") è dove traspare una duplice vocazione: quella verso Dio - e dunque l'alto, il sublime, il bene, l'idéal - e quella verso Satana - e quindi il basso, il deplorevole, il male, lo spleen (sentimento misto di noia, tedio, dolore, disagio). È uno slancio verso la divinità che è però costantemente ostacolato dalla tentazione. Nella sezione seguente ("Tableaux parisiens") il Poeta tenta di scappare da questa doppia realtà uscendo dalla dimensione personale, rivolgendosi all'Altro, alle persone, alla gente. Ecco quindi che compare la città, i sobborghi, le persone. Si dedica poi ai "paradisi artificiali" («Le Vin»), alla vita dissoluta («Fleurs du mal») fino ad arrivare alla blasfemia e alla più violenta rivolta («Révolte»). Nell'ultima sezione («La Mort») il Poeta giunge alla conclusione: per uscire dallo spleen si rivolge alla Morte, capitano del vascello sul quale imbarcarsi per partire verso l'Ignoto e scoprire del nuovo.
I "Fiori del Male" sono un'opera nuova, porterà alla nascita del Decadentismo e alle sue tendenze del Simbolismo e dell'Estetismo; introduce le «corrispondenze», concezione secondo la quale il mondo è una ragnatela fitta di corrispondenze tra sfere sensoriali differenti e il poeta è colui che può leggere e capire questo mondo fatto di corrispondenze.
Molti sono i componimenti importanti, dei quali citeremo solo i più noti. «Benedizione» ci presenta la figura del poeta - visto come una disgrazia dalla propria famiglia - intrappolato in un mondo ostile, dal quale fuggire; «L'Albatro» ci mostra il disagio del poeta nella società, il suo essere goffo e mira di scherno; «Corrispondenze», presenta la concezione citata sopra, fondamento della poetica baudelairiana; «Bellezza», dove una figura misteriosa, imponente e immortale - la Bellezza appunto - regna, despota, sull'Uomo, che viene annientato se tenta di raggiungerla; «Rimorso postumo», con i suoi toni foschi, cimiteriali, putridi; «Spleen» (componimento numero 78), quarta di quattro poesie con lo stesso titolo, con i suoi toni piovosi, l'atmosfera soffocante e disperata, la nera Disperazione imperante; «Le Litanie di Satana», vera ode al Principe delle Tenebre, un capolavoro di blasfemia; e infine «Il viaggio», dove prende forma il testamento spirituale di Baudelaire: la necessità di andare alla scoperta dell'Inconnu (l'Ignoto).
Una nota va fatta riguardo al titolo. Esso, dall'originale francese «Fleurs du mal», può essere tradotto sia come «Fiori del male» sia come «Fiori dal male». Ciò indica una duplice valenza: è sia il distillato migliore del male, sia l'estrazione dal male stesso di ciò che è dorato, bello e splendente. Baudelaire scriverà infatti: «Mi hai donato il tuo fango e io ne ho fatto dell'oro».
Quest'opera è dunque la base sulla quale verrà costruita la poesia moderna, la chiave di volta della poetica dall'Ottocento fino ai giorni nostri. E ancora adesso riesce, con il suo arcano potere, a influenzare in qualche modo il destino degli uomini.
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