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giovedì 7 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 luglio.
Il 7 luglio 1980 in Iran, dopo aver cacciato lo Scià e instaurato il governo dell'Ayatollah Khomeini, viene istituita la Shari`ah.
La Shari`ah, è la legge divina: accettandola si diventa Musulmani. Soltanto colui che accetta le ingiunzioni della Shari`ah come vincolanti è Musulmano, anche se non fosse capace di realizzare nella sua vita tutto ciò che insegna o di seguire tutti i suoi ordini. La Shari`ah è il modello ideale per la vita dell’individuo e la Legge che unisce le genti musulmane in un’unica comunità. Essa è la materializzazione della volontà divina in termini di insegnamento specifico. Accettare questo insegnamento ed essergli fedele garantisce all’uomo una vita armoniosa in questo mondo e la felicità nell’altro.
La parola Shari`ah è essa stessa etimologicamente derivata da una radice che ha il significato di strada, la strada che conduce a Dio. Assume grande rilevanza simbolica il fatto che sia la divina legge sia la via spirituale, Tariqah (quest’ultima, dimensione esoterica dell’Islam), siano fondate sul simbolismo della strada oppure del viaggio. Tutta la vita è un passaggio, un viaggio attraverso questo mondo transitorio per giungere alla divina presenza.
La Shari`ah, è legge divina nel senso che impersona la volontà divina alla quale l’uomo deve attenersi, sia nella sua vita personale sia in quella sociale.
Nell’Islam, la manifestazione della volontà divina non consiste soltanto in un insieme di insegnamenti generici, bensì in un complesso di insegnamenti concreti. Non soltanto si ingiunge all’uomo di essere caritatevole, umile e giusto, ma gli si insegna anche come esserlo in tutte le diverse evenienze della vita. La Shari`ah, contiene i comandamenti della volontà divina applicati a ogni circostanza dell’esistenza. Essa è la legge secondo la quale Dio vuole che vivano i Musulmani. Quindi essa è una guida che abbraccia ogni aspetto particolare della vita e dell’agire umani. Accettando di vivere secondo la Shari`ah, l’uomo pone la propria esistenza nelle mani di Dio. Quindi la Shari`ah, che non trascura nessun aspetto dell’attività umana, santifica tutta la vita e attribuisce significato religioso anche a quella che potrebbe sembrare la più profana delle attività.
L’incomprensione del vero senso della Shari`ah da parte del mondo occidentale è da addebitarsi alla sua natura concreta e onnicomprensiva. Un ebreo che creda nella legge talmudica può capire che cosa voglia dire avere una legge divina, mentre viceversa la maggior parte dei cristiani, e quindi i laici di estrazione cristiana, assimilano con difficoltà tale concezione, proprio perché nel cristianesimo non vi è netta distinzione fra la legge e la via. Nel cristianesimo la volontà divina è espressa in termini di insegnamento universale, come per esempio quello che induce alla carità, ma non in regole concrete.
La diversità fra la concezione della legge divina nell’Islam e nel cristianesimo è già chiara nel modo in cui la parola canone (qanun) è usata nelle due tradizioni; in ambedue le tradizioni la parola è stata mutuata dalla Grecia. Nell’Islam il termine è venuto a connotare la legge fatta dall’uomo, in contrasto con la Shari`ah, legge rivelata da Dio. In Occidente si dà un significato opposto a questo vocabolo, nel senso che la legge canonica indica l’insieme delle norme che governano l’organizzazione ecclesiastica, e gli si attribuisce una netta sfumatura religiosa.
Il punto di vista cristiano sulla legge che governa socialmente e politicamente l’uomo è espresso dal celebre detto [attribuito a] Cristo:
“Date a Cesare quel che è di Cesare”. Questa frase riveste in verità due significati, uno solo dei quali è generalmente preso in considerazione. Essa viene comunemente interpretata come un invito a lasciare alle autorità secolari, di cui Cesare è il modello più cospicuo, tutte le faccende mondane o attinenti alle norme politiche e sociali. Ma oltre a questo, quella frase vuoi dire che, essendo il cristianesimo una via meramente spirituale, esso non possedeva di per sé una legislazione divina delle cose terrene, motivo per cui doveva far sua la legge romana per divenire religione di una civiltà.
La legge di Cesare, o legge romana, fu assorbita provvidenzialmente nella visione cristiana dei mondo, una volta che questa religione prevalse in Occidente, ed è a questo fatto che allude il detto del Cristo. Tuttavia la dicotomia rimane sempre. Nella civiltà cristiana la legge che governa la società umana non ebbe la stessa divina sanzione ricevuta degli insegnamenti del Cristo. E infatti tale mancanza di legislazione divina per le cose mondane, nel cristianesimo, ebbe una parte di non poco conto nella secolarizzazione che si verificò in Occidente durante il Rinascimento. Essa è anche la causa più importante della mancanza di comprensione del significato della Shari`ah, da parte degli occidentali e di tanti musulmani moderni ormai occidentalizzati.
Rispetto alla legge divina, quindi, le posizioni dell’Islam e del cristianesimo sono completamente diverse. L’Islam non ha mai dato a Cesare quel che era di Cesare. Piuttosto, esso ha tentato di integrare quello che era il dominio di Cesare, cioè la vita politica, sociale ed economica, in una concezione religiosa comprendente il mondo in tutte le sue sfaccettature. Nell’Islam la legge è un aspetto integrante della rivelazione e non un elemento estraneo.
Nell’Occidente cristiano è successo così che la legge sia stata, fin dall’inizio, una norma umana da stabilire e da rivedere secondo la necessità e le condizioni del momento. L’atteggiamento occidentale verso la legge è totalmente determinato dal carattere del cristianesimo quale via spirituale che non apportava una sua propria legge rivelata.
La concezione universale della legge nell’ebraismo e nell’Islam, è all’opposto di quella occidentale generalmente prevalente. Si tratta di una concezione eminentemente religiosa, seconda la quale la legge è qualcosa che appartiene integralmente alla religione. Infatti la religione per un musulmano è essenzialmente la legge divina, che comprende non soltanto principi morali universali, ma anche norme particolari su come l’uomo deve amministrare la propria esistenze e agire nei riguardi del prossimo e di Dio; su come l’uomo deve mangiare, generare, dormire; su come deve vendere e comprare sulla bilancia del mercato; su come deve pregare e compiere altri atti di culto. Tale legge include ogni aspetto della vita umana, comprendendo nei suoi dogmi anche il modo in cui un Musulmano deve vivere la sua vita in armonia con la volontà divina. Essa guida l’uomo verso la comprensione della volontà divina indicandogli quali azioni e quali oggetti dal punto di vista religioso sono obbligatori (wajib), quali sono meritori o raccommandabili (mandub), quali sono proibiti (haram), quali reprensibili (makruh), e quali indifferenti (mubah).
Attraverso queste valutazione l’uomo perviene a conoscere il valore di tutte le azioni umane dal punto di vista del divino, sicché egli può scegliere tra il “sentiero angusto” e quello che lo guida fuori strada. La Shari`ah gli fa conoscere ciò che è giusto e ciò che è ingiusto. Con il libero arbitrio l’uomo deve scegliere quale strada seguire. Una simile legge è l’archetipo della vita umana ideale, è una legge trascendente che viene applicata alla società umana ma che non è mai pienamente realizzata, a cagione delle imperfezioni inerenti a tutto ciò che è umano. La Shari`ah corrisponde a una realtà che trascende il tempo e la storia. Per meglio dire, ogni generazione della società musulmana dovrebbe cercare di adeguarsi ai suoi insegnamenti, applicandoli in modo nuovo alla situazione contingente del suo tempo. Il processo creativo che è compito di ogni generazione non ha lo scopo di rifare la legge, bensì di riformare gli uomini e la società umana per adattarli alla legge. Secondo il modo di vedere islamico, la religione non dovrebbe essere riformata per essere adeguata alla natura degli uomini sempre mutevole e imperfetta, ma gli uomini dovrebbero riformarsi in modo da vivere in conformità ai dettami della rivelazione. Secondo quanto corrisponde alla realtà vera delle cose, è l’umano che deve adeguarsi al divino, e non viceversa.

mercoledì 6 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 luglio.
Il 6 luglio 1885 Louis Pasteur sperimenta con successo il suo vaccino contro la rabbia.
Louis Pasteur, chimico e biologo francese, è stato un vero benefattore dell'umanità. Non solo ha fondato la moderna microbiologia, ma è riuscito a debellare, praticamente da solo, numerose malattie.
L'excursus scientifico di Pasteur è fra i più originali e "indipendenti" che vi siano, condotto in una condizione solitaria oggi praticamente impensabile (infatti, oggi i risultati scientifici, causa la complessità crescente delle materie e delle tecnologie, si possono conseguire solo in gruppo, come dimostra anche l'assegnazione dei recenti Premi Nobel).
Nato a Dole il 27 dicembre 1822, Pasteur comincia gli studi ad Arbois, per proseguirli al Collegio Reale di Besancon, dove si è diplomato nel 1840 sia in lettere che in scienze. Già consapevole delle proprie capacità, rifiuta la prima ammissione alla Scuola Normale Superiore di Parigi, in quanto solo quindicesimo nella lista; al secondo tentativo guadagna il terzo posto ed accetta l'ammissione.
Per il dottorato di ricerca, presenta due tesi, in chimica e in fisica, entrambe sviluppate nel campo della cristallografia.
Pasteur diventa professore di chimica alla Facoltà di Strasburgo, ma ottiene un permesso speciale da parte del Ministro dell'Educazione, per allontanarsi temporaneamente dall'impiego e dedicarsi esclusivamente ai suoi studi.
Presenta infatti all'Accademia delle Scienze di Parigi, il suo elaborato sulla cristallografia; ha appena scoperto l'influenza della struttura molecolare sulla deviazione della luce polarizzata, osservando la forma dei cristalli di tartaro e paratartaro : Pasteur arriva alla conclusione che l'acido paratartarico (insieme di acido tartarico destro e acido tartarico sinistro), dopo fermentazione, diventa attivo sulla luce polarizzata.
Durante quindici anni di ricerche, Pasteur scopre il ruolo dei microorganismi nelle fermentazioni, arrivando a classificare gli esseri viventi microscopici (da lui denominati "fermenti") in due grandi categorie : aerobici (che non possono vivere senza ossigeno) ed anaerobici (che possono vivere in assenza di ossigeno)
Nel 1854 Pasteur si occupò di fermentazione nelle bevande alcoliche riuscendo a dimostrare il ruolo svolto dai microrganismi, e in particolare del lievito, in questo processo; questo quando gli scienziati dell'epoca ritenevano la fermentazione alcolica un fenomeno esclusivamente chimico.
Scoprì inoltre che la riproduzione indesiderata di sostanze quali l'acido lattico o l'acido acetico nelle bevande alcoliche è dovuta alla persistenza di microganismi di varia natura, tra cui i batteri, all'interno di questi prodotti. Grazie a queste scoperte fu possibile elaborare sistemi efficaci di eliminazione dei microrganismi dannosi, che rappresentavano un grave problema economico per l'industria vinicola e della birra.
L'estensione di queste ricerche ai problemi di conservazione del latte lo portarono a ideare il processo, oggi conosciuto con il nome di pastorizzazione, che consente di uccidere i microrganismi dannosi eventualmente presenti nel latte, portando il liquido a 60-70° C per breve tempo prima dell'imbottigliamento. Nel 1865, a Parigi , di fronte ad una epidemia che aveva colpito i bachi da seta, riuscì a dimostrare la natura contagiosa ed ereditaria della malattia e ne indicò i metodi di prevenzione.
Gli studi sulla fermentazione e sulla generazione spontanea ebbero importanti ripercussioni in medicina. Negli anni '80 si dedicò allo studio del carbonchio, una malattia del bestiame spesso fatale e ne isolò il bacillo responsabile. Studiò i sistemi di prevenzione di numerose malattie: setticemia, colera difterite, tubercolosi e vaiolo, rabbia. Per la prevenzione della rabbia riuscì a sviluppare una forma attenuata del virus responsabile utilizzabile come vaccino che ha salvato migliaia di persone.
Nel 1888 fu fondato a Parigi l'Istituto Pasteur, oggi uno dei centri più importanti del mondo per la ricerca in biologica e genetica molecolare e per gli studi sulle malattie infettive.
Morì il 28 settembre 1895 a Villeneuve-l'Etang a seguito di un attacco di ictus.
Riposa a Parigi in una tomba costruita nella cripta del Museo a lui dedicato.

martedì 5 luglio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 luglio.
Il 5 luglio 1943 ha inizio a Kursk la più grande battaglia tra carri armati della storia.
Hitler era rimasto molto scosso dalla sconfitta di Stalingrado, ma le brillanti capacità strategiche del Feldmaresciallo Erich von Manstein avevano rimediato, in parte, agli effetti di quel disastro e alimentato nuovamente le speranze del Führer. Nel febbraio 1943, quando le armate tedesche che battevano in ritirata dal Caucaso parevano destinate ad una nuova disfatta con i russi che li incalzavano con attacchi martellanti sulla strada per Charkov, solo la guida accorta e la tradizionale disciplina e fermezza dei soldati tedeschi impedirono il virtuale annientamento del gruppo d'armate del sud.
In marzo Manstein, uno dei migliori comandanti tedeschi in fase operativa, passò al contrattacco. Riorganizzate le forze, che comprendevano parecchie formidabili divisioni corazzate delle Waffen SS, costrinse con una complessa manovra i russi ad abbandonare Charkov.
I sovietici si trovavano ora esposti in una posizione sfavorevole intorno a Charkov stessa, ma il disgelo primaverile, che aveva riempito di fango le strade e le campagne russe, impedì a Manstein di vibrare il colpo decisivo in direzione di Kursk. Peraltro, il suo successo era servito a rimarginare la ferita di Stalingrado.
Agli inizi di marzo, Hitler cominciò ad apprezzare sia gli effetti che la natura della campagna di Manstein: già tornava a pensare al fronte orientale come al teatro delle operazioni potenzialmente più redditizio.
L'Esercito tedesco era meglio equipaggiato e addestrato per una guerra di manovra rispetto all'Armata Rossa, e i vasti spazi del fronte orientale gli consentivano di esprimere pienamente le sue doti.
Non solo Hitler, ma anche un numero considerevole di generali tedeschi cominciavano a pensare che, se avessero rinunciato ai grandiosi progetti che avevano disperso le forze nelle fasi precedenti della campagna, potevano ancora infliggere gravi danni all'armata rossa superandola in strategia sul campo di battaglia. Tutti generalmente concordavano sulla necessità di sferrare un'offensiva contro la Russia, ma era sull'attuazione del piano che sussistevano divergenze. Il Capo di Stato Maggiore  tedesco, Kurt Zeitzler, era favorevole a riprendere le operazioni che Manstein era stato costretto ad interrompere in primavera.
Si riteneva che i russi avessero ammassato un milione di uomini nel saliente di Kursk, di forma semicircolare, che si incuneava per 75 miglia ad ovest dentro le linee tedesche; la sua base misurava orizzontalmente più di 150 chilometri.
Una marcia attraverso i fianchi del saliente avrebbe consentito di accerchiare i difensori russi e di aprire  una falla irreparabile al centro del loro schieramento. I sovietici però avevano previsto questa manovra e provvidero al consolidare le difese intorno a Kursk.
Questa attività convinse  lo stesso Manstein che il piano non presentava più le necessarie garanzie, per cui si oppose alla sua realizzazione.
Indeciso anch'egli sull'opportunità di porlo in atto, Hitler  convocò al suo Quartier Generale i capi militari che operavano al fronte perché gliene esponessero i pro ed i contro.
Lo Stato Maggiore, più vicino ad Hitler, del quale facevano parte uomini come Zeitzler e come Keitel, Capo del Comando Supremo, era a favore e così anche il Feldmaresciallo von Kluge, Comandante del Gruppo d'Armate del Centro, che. avrebbe ricevuto l'incarico di attaccare Kursk da nord.
Manstein era riluttante ad esprimere una troppo energica opposizione, probabilmente poiché prevedeva che Hitler, come al solito, avrebbe finito con lo sposare l'opinione dei generali più spregiudicati. Il solo vero dissenso venne da un soldato la cui opinione non era stata richiesta, il Generale di Corpo d'Armata Heinz Guderian, Generale Ispettore delle Truppe Corazzate.
Nel 1943 Guderian era contrario a qualsiasi operazione di ampia portata, in quanto convinto che la Germania avesse bisogno di tempo per consolidare le proprie forze corazzate, anziché rischiarle in battaglie dall'esito incerto. Era contrario anche a qualsiasi piano che non contemplasse l'elemento sorpresa. Hitler, dal canto suo, si rendeva conto che per sfuggire ai continui attacchi dell'Armata Rossa era necessario scatenare una grande offensiva.
La maggioranza dei pareri a favore del piano lo convinse a dare il suo assenso. Tuttavia, non prese questa decisione senza nutrire i più gravi dubbi.
Le forze tedesche erano uscite tanto sfibrate dai disastri di Russia e Nordafrica che l'offensiva di Kursk, nome in codice  Operazione Cittadella, non potè aver inizio prima dell'estate avanzata. Guderian e il Ministro degli Armamenti Speer erano finalmente riusciti ad intensificare la produzione di carri armati e di altro materiale bellico, ma ci volle qualche tempo prima che le divisioni corazzate, dalle quali in ampia misura dipendevano le sorti della battaglia, potessero essere convenientemente equipaggiate. In compenso, ricevettero in dotazione un nuovo carro armato, il Panther, estremamente bello, che non aveva nulla da invidiare al sovietico T34, ma che, come tutte le macchine nuove di zecca, avrebbe lamentato, nei primi mesi di attività, gli inevitabili inconvenienti del rodaggio. Ancora incerto sul da farsi, Hitler rimandò l'Operazione Cittadella dal 13 giugno agli inizi di luglio, in modo che fosse approntato ancora un paio di battaglioni supplementari di Panther. Subito prima della battaglia rassicurò i suoi generali e soprattutto se stesso: la battaglia era necessaria, era impensabile una ritirata dai territori russi occupati.
I tedeschi avevano raccolto un imponente schieramento di forze.
La IX Armata del Generale Model, che constava di sette divisioni corazzate, due divisioni di granatieri corazzati e nove divisioni di fanteria, doveva sferrare l'attacco da nord. La IV Armata corazzata del Generale Hoth aveva il compito di aggredire Kursk da sud con dieci divisioni corazzate, una divisione di granatieri corazzati e sette di fanteria.
Si opponevano alle 36 divisioni complessive tedesche 11 armate russe (ciascuna equivalente, grosso modo, ad un corpo d'armata tedesco), accortamente disposte. I fianchi del saliente erano stati abbondantemente minati, e la maggior parte delle truppe russe era stata isolata dal vertice del saliente, pronta a scatenare il contrattacco. Su un totale di 20.000 pezzi d'artiglieria, i russi disponevano di non meno di 6.000 cannoni anticarro ; inoltre possedevano una moltitudine di carri armati T34, noti per la loro robustezza.
Avevano trasformato Kursk in una trappola mortale per i tedeschi, ma questi si mostravano più che mai fiduciosi sull'esito dello scontro. Senza dubbio i soldati tedeschi erano convinti che i nemici non fossero in grado di resistere alla veemenza del loro attacco.
Del resto, fra i reparti d'assalto corazzati abbondavano le mitiche Waffen SS, il fianco sud dello schieramento comprendeva, oltre alla super divisione di granatieri Grossdeutschland, le celebri armate corazzate delle SS, con le divisioni Leibstandarte, Totenkopf,e Das Reich. Le SS erano ben decise a mostrare al mondo che ogni resistenza era vana.
Il loro ardore non fu scoraggiato dal bombardamento d'artiglieria, durato quattro ore, con cui i russi li accolsero nell'imminenza della battaglia. L'avanzata tedesca però non procedeva con la consueta foga.
I preparativi sovietici erano stati troppo minuziosi: i panzer, che procedevano a fatica e con cautela, subivano ugualmente serie perdite. In un incidente fra i tanti, nient'altro che un esempio, il 7 luglio, la divisione Grossdeutschland si trovò la strada bloccata da un gran numero di carri armati sovietici: 500 mezzi corazzati si fronteggiarono in uno scontro protrattosi per parecchie ore fino al calar delle tenebre. Questo tipo di schermaglie comportava sprechi enormi, del tutto sproporzionati ai pochi metri guadagnati.
Quando i tedeschi riuscivano a conquistare facilmente una posizione, era quasi sempre per accorgersi che era stato loro teso un agguato: le bocche da fuoco sovietiche avevano da tempo nel mirino il punto a cui i panzer sarebbero fatalmente approdati, quindi cominciava l'intensissimo fuoco di sbarramento. La Luftwaffe fornì un eccellente sostegno alle unità corazzate, però non riuscì a proteggere i collegamenti su rotaia dai bombardamenti dell'aviazione russa, sicché i rifornimenti di munizioni cominciarono a scemare.
Dopo una settimana di combattimenti, i reparti d'assalto tedeschi avevano compiuto progressi trascurabili, mentre già affioravano i primi sintomi di stanchezza.
Per di più, l'Armata Rossa attaccava sia da nord che da sud del saliente, e le divisioni di fanteria tedesche dovevano difendere se stesse, prima di pensare a sostenere l'azione dei panzer.
Giungevano, inoltre, voci di più massicce offensive in vari punti lungo l'esteso fronte orientale: questo significava che le unità corazzate germaniche dovevano concludere le operazioni di Kursk il più rapidamente possibile, per accorrere a fronteggiare nuove, lontane minacce. Il 12 luglio, Hoth convocò i comandanti dei corpi d'armata del fianco sud esortandoli ad intraprendere l'azione risolutiva. Tutti i 600 carri armati ancora operativi furono impiegati in questo attacco frontale, ma le loro massicce colonne incontrarono l'opposizione della V Armata Corazzata sovietica, fresca e nel pieno degli effettivi.
La maggiore gittata delle artiglierie montate sui Tiger e Panther tedeschi fu vanificata dalla coltre di polvere che immediatamente si levò sull’arido campo di battaglia e dalla scarsità delle munizioni.
Nel corso della battaglia, i due contendenti persero ciascuno più di 300 carri armati, ma i russi potevano far fronte alle perdite con maggior facilità dei tedeschi.
Le sue truppe scelte erano uscite decimate da questa prima grande battaglia fra truppe corazzate: Adolf Hitler profondamente amareggiato, stentava a rendersene conto.
Il 10 luglio gli Alleati erano approdati in Sicilia, ma il Führer non voleva saperne di patteggiare la pace con i sovietici per meglio arginare la minaccia: la cieca, intransigente ideologia del 'Nuovo Ordine' gli imponeva di non cedere nessuno dei territori conquistati.
Non voleva lasciare in eredità ai posteri il compito di annientare l'Unione Sovietica: le sue truppe dovevano assolutamente continuare a combattere ad ogni costo.
In ossequio al volere di Hitler, l'Esercito tedesco protrasse la lotta nell'inferno di Kursk, benché la battaglia fosse ormai chiaramente perduta.
Il primo attacco estivo russo aveva dunque frantumato il fronte tedesco: l'Operazione Cittadella si era risolta in uno scacco completo. Nel settentrione, l'Armata Rossa aveva preso Orel, una postazione avanzata di indubbia importanza strategica, dalla quale i tedeschi avevano minacciato Mosca fin dal 1941.
La caduta di Orel fu, psicologicamente, un duro colpo: i russi si liberavano del timore di un'avanzata nazista verso Mosca e rimuovevano un baluardo che per i tedeschi aveva rivestito la stessa importanza di Tobruk per gli inglesi. La manovra a tenaglia su Kursk non aveva mai ridotto la base del saliente ad uno stretto corridoio, com'era stato nei piani, la sua ampiezza non era mai scesa sotto i 100 chilometri. I reparti d'assalto tedeschi erano stati respinti: a questo punto appariva evidente che era necessario rinunciare realisticamente a proseguire nell’attacco.
Questa fu una delle pochissime volte in cui, Hitler sembrò adattarsi di buon grado ad interrompere un'offensiva da lui ordinata: in realtà, il piano Kursk non l'aveva mai pienamente convinto.
D'altro canto, egli non sospettò neppure quanto questo errore gli fosse costato, non comprese che il verdetto era definitivo.
Le conseguenze di Kursk per le Forze Armate Tedesche furono aggravate dal fatto che avvenimenti che avevano luogo in altri punti dello scacchiere di guerra distolsero l'attenzione di Hitler dal fronte orientale.
Venti divisioni corazzate erano ormai ridotte allo stremo, tuttavia la battaglia ad est non sarebbe stata forse ancora persa se esse avessero potuto venir sollecitamente riequipaggiate e impiegate per arginare la controffensiva sovietica. Le preoccupazioni maggiori per Hitler venivano però ora dall'Italia, non solo per l'azione degli Alleati, ma soprattutto perché andava facendosi strada il sospetto che gli italiani si preparassero a tradire il Reich.
Nell'animo del Fuhrer l'ossessione della vendetta era sempre venuta prima della logica militare. La controffensiva e le operazioni sul fronte orientale dovevano dunque essere interrotte, secondo Hitler, fin quando non si fosse inferta agli italiani una lezione memorabile.
I tedeschi lasciarono cadere l'iniziativa ad est: non avrebbero mai più avuto la possibilità di riprenderla.
Con la grande offensiva dell’Operazione Cittadella avevano giocato l'ultima carta: troppi nuovi fronti si aprivano ad occidente. Nel dicembre 1943, le Armate Corazzate IX e IV, che erano state ricostituite, furono ricacciate fino al fiume Dnepr ed oltre. L'intero fronte orientale, da Nevel a nord a Kirovograd a sud, rifletteva il brusco capovolgimento che avevano avuto le sorti della guerra.

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