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giovedì 19 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 197 d.C. nei pressi di Lugdunum (l'odierna Lione), si svolse una delle più cruente battaglie della storia romana.
Alla morte di Commodo e dei suoi successori Pertinace e Didio Giuliano, tra il 192 e il 193, ci sono tre generali romani in lizza per il trono supremo: Clodio Albino, con le truppe della Britannia, Pescennio Nigro con quelle della Siria e Settimio Severo che si trova in Pannonia. Quest'ultimo giunge per primo a Roma e, con l'appoggio dei Pretoriani, ne diventa imperatore. Ma anche gli altri due generali vogliono tale nomina, minacciando l'impero (provato dalle follie di Commodo, dalle minacce barbariche e dalla peste appena conclusasi) di una terribile guerra civile.
Alleatosi temporaneamente con Clodio Albino, al quale riconosce il titolo di imperatore di Britannia, Gallia e Iberia, Settimio Severo sbaraglia le truppe di Pescennio Nigro, costringendo quest'ultimo a rifugiarsi tra i Parthi, dove sarà raggiunto e ucciso. E' il 195.
Appena un anno dopo, forte dell'appoggio di una frangia di 29 Senatori guidati da Sulpiciano, Clodio Albino sfida il potere di Settimio Severo, raccogliendo una grande armata contro l'avversario: 150.000 soldati! Già i Senatori della fazione britanna battevano monete con l'effige di Albino, ritenendo sicuro l'esito della guerra.
In risposta all'armata nemica che si raccoglie in Gallia, Settimio Severo si dirige a nord, per raccogliere un esercito particolare da contrapporre alle legioni britanno-iberico-galliche. Attraversa la Rezia e il Norico e la Germania Inferiore, e con una incredibile opera di accerchiamento sbuca da nord-ovest rispetto alla posizione nemica, con circa 120.000 uomini.
Alcune avanguardie di Settimio Severo comandate da Virio Lupo si scontrano con la cavalleria di Albino, composta principalmente dagli ausiliari sarmati della VI Legio Victrix, ma vengono annientate, e lo stesso comandante ucciso.
Il sacrificio di Virio Lupo permette a Settimio Severo di bloccare tutte le vie di comunicazione dei nemici, spingengoli in una sacca nella valle della Saone, tra Lugdunum e Trivurtium.
La battaglia inizia il 19 febbraio del 197: con una mossa a sorpresa, uno dei generali di Severo (scelto dallo stesso imperatore perché veterano della VI Legio Victrix trasferito in Pannonia) riesce ad attirare la temibile cavalleria sarmata in un'imboscata, distruggendola completamente, anche se a costo di gravi perdite. Di questo ignoto generale si perdono le tracce, e i resti della cavalleria imperiale vengono affidati a Lete, che tiene i suoi reparti lontano dalla mischia per per riorganizzare i superstiti.
La perdita della cavalleria ausiliare e l'accerchiamento demoralizzano i legionari di Albino, che comunque non si arrendono.
Severo guida personalmente l'attacco della sua armata, insieme ai generali Mario Massimo, Claudio Candido e Flavio Plauziano.
Lo scontro si protrae tutto il giorno con esito incerto: persino Severo viene disarcionato nell'impeto della mischia.
In seguito a questo incidente, l'ala sinistra dell'armata di Severo perde terreno di fronte all'impeto nemico, rinvigorito. Sembra tutto perduto, ma Lete, il comandante della cavalleria imperiale, sceglie proprio questo momento per entrare in lizza con i suoi cavalieri, sbaragliando i fianchi e i retri delle legioni avversarie.
Sentendosi perduto, Clodio Albino si suicida con la propria spada. Severo lo decapita e manda la sua testa, infissa alla punta di una lancia, al Senato, come monito circa la futura sorte di Sulpiciano e dei Senatori che avevano appoggiato Albino.
Ci sono alcune osservazioni da fare sulla battaglia:
1) Le legioni di Gallia (che sono quelle delle Germania), Britannia e Spagna sono al comando di Albino ed erano otto in totale (4 in Germania,3 in britannia,1 in spagna); Severo era appoggiato da quelle del Danubio (12-13 legioni) aveva le tre partiche, e le legioni orientali (una decina) ; ma quelle orientali avrebbero impiegato mesi per muoversi quindi sono da escludere, delle tre partiche (sempre fossero già state formate) solo una era in Italia e quindi a portata di mano; per la velocità con cui si è mosso Severo è probabile che avesse prelevato le legioni I partica che era in Italia, II e III italiche nel norico (magari tenendo buoni Marcomanni e Quadi con il denaro) e forse qualche altra legione dell'alto Danubio (oppure delle loro vessillazioni) e ausiliari lungo tutto il Danubio con la cavalleria che poteva sicuramente provenire da più lontano.
2) Anche ammettendo che Albino avesse preso tutte le legioni di Gallia, Britannia e Spagna (cosa strana perché avrebbe sguarnito tutte le frontiere) ne avrebbe raccolte 8 quindi 40000-45000 uomini considerando un numero pari di ausiliari o di poco superiori sarebbe arrivato a 90000-95000 uomini, quindi per arrivare a 150000 avrebbe dovuto far entrare 60000 barbari come mercenari. Nessuno crede che fosse pazzo fino a questo punto, anche perché avrebbe senz'altro avuto problemi logistici non indifferenti a far affluire i rifornimenti sufficienti durante lo spostamento.
Anche Severo, pur avendo a diposizione le legioni danubiane, le partiche e quelle orientali e quindi abbastanza truppe da arrivare a 120000 uomini, avrebbe dovuto sguarnire settori vitali. Inoltre la velocità con cui si è mosso fa pensare che l'esercito fosse più piccolo e quindi più manovrabile.
3) Innanzitutto c'è da ricordare che, durante il principato di Marco Aurelio e di Commodo, Roma ha dovuto subire una triplice minaccia: la guerra civile (i vari usurpatori quali Avidio Cassio, Flavio Materniano o Tigidio Perenne), le guerre barbariche (che giunsero a minacciare Roma stessa con la conquista di Aquileia) e quelle partiche (perenne spina sul fianco!), ed infine la peste, che solo nell'Urbe uccise 300,000 persone su un milione.
Le Legioni che sopravvissero a questi flagelli erano decimate, demoralizzate e disorganizzate. Marco Aurelio corse ai ripari arruolando tra i cittadini romani anche schiavi e gladiatori (le Legio Italiche), e un sempre più crescente numero di ausiliari.
Questo dà un quadro più preciso delle forze che giunsero allo scontro di Lugdunum nel 197.
Cassiodoro descrive la fazione di Settimio Severo e quella di Clodio Albino composte da circa 150.000 uomini ciascuna. La cosa è altamente improbabile, anche se soltanto in Britannia, contando legionari, ausiliari e numerii, si arriva già ad un terzo della cifra. Non ci sono però prove evidenti di un totale abbandono delle guarnigione britanniche da parte dei legionari di Clodio Albino.
Le tre Legioni in Britannia sono composte da circa 5.000 fanti e 120 cavalieri, per un totale di 15.000 fanti e 360 cavalieri. A questi aggiungiamo circa 37.550 ausiliari (presenti sotto Marco Aurelio), anche se possiamo aumentare tale cifra a 42.000 sotto Claudio Albino.
La marcia di Settimio Severo raccoglie all'incirca 6 Legioni, per un totale di 30.000 fanti e 720 cavalieri. Per quanto riguarda gli ausiliari, nell'impero sono presenti 150,000 effettivi, e certamente buona parte di loro non partecipa alle due spedizioni in Gallia (vuoi per motivi logistici o per salvaguardare parti delle frontiere).
Per quanto riguarda i Numeri, la loro cifra è sconosciuta, tranne che per i 5.000 sarmati stanziati in Britannia ai tempi di Marco Aurelio.
Quindi, anche se Settimio Severio e Clodio Albino fossero riusciti a radunare sotto le loro insegne il maggior numero di truppe possibili dalle due frontiere interessate (Gallia occidentale, Britannia, Iberia e Germania Superiore Albino; Retia, Pannonia, Norico, Germania Inferiore e Gallia orientale Severo), preoccupandosi di lasciare una guarnigione in grado di affrontare la minaccia barbarica, non sarebbero stati in grado di radunare 150.000 uomini ciascuno, dobbiamo quindi ridimensionare di molto le cifre.
Probabilmente avremo da una parte e dall'altra, legionari, ausiliari e numerii compresi, circa la metà della cifra (120.000-140.000 uomini impegnati in combattimento).

mercoledì 18 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 febbraio.
Il 18 febbraio 1943 vennero arrestati, a Monaco di Baviera, i componenti del gruppo di opposizione al nazismo denominati "La rosa bianca".
Il gruppo era formato da 5 studenti, poco più che ventenni: i fratelli Hans e Sophie Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell e Willi Graf, a cui si aggiunse un loro professore, Kurt Huber.
Essi, in nome dei principi cristiani di tolleranza e giustizia, si opposero al regime di Hitler e alle atrocità commesse contro gli ebrei, e pubblicarono alcuni libretti tra il 42 e il 43 per perorare la loro causa.
Il 18 febbraio del 43, Sophie commise un'imprudenza, e distribuì i volantini dei loro libretti dalle scale dell'atrio dell'università di Monaco. Fu vista da un bidello nazista che subitò la segnalò alla Gestapo e la fece arrestare insieme al fratello. In breve furono catturati anche gli altri membri del gruppo. Sophie fu torturata per 4 giorni, nel tentativo di estorcerle i nomi dei loro simpatizzanti, ma non cedette. I fratelli Scholl furono processati il 22 febbraio e in poche ore ritenuti colpevoli e decapitati il giorno stesso. Gli altri membri subirono la stessa sorte alcuni mesi dopo.
Oggi la Rosa Bianca (Die Weiße Rose in tedesco) è divenuta il simbolo della lotta non violenta ad ogni tipo di tirannia, ed ispirazione di molti movimenti pacifisti nel mondo. La piazza dove è ubicato l'atrio principale dell'Università di Monaco è stata battezzata "Piazza fratelli Scholl", ed un busto di Sophie è conservato all'interno dell'università; nel 2005 è stato anche girato in Germania un film che racconta le ultime fasi della storia di questo gruppo intitolato "Rosa Bianca - Sophie Scholl".

martedì 17 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 febbraio.
Il 17 febbraio 1600 a Roma, presso Campo De' Fiori, veniva mandato a morte per eresia Giordano Bruno, legato nudo a un palo e arso vivo nella piazza.
Giordano Bruno nacque a Nola, presso Napoli, nel 1548, da una famiglia di modeste condizioni. Il padre Giovanni era un militare di professione e la madre Fraulissa Savolino apparteneva ad una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Gli fu imposto il nome di battesimo di Filippo. Compì i primi studi nella città natale, da lui molto amata e spesso ricordata anche nei lavori più tardi, ma nel 1562 si trasferì a Napoli dove frequentò gli studi superiori e seguì lezioni private e pubbliche di dialettica, logica e mnemotecnica presso l’Università. Nel giugno 1565 decise di intraprendere la carriera ecclesiastica ed entrò, col nome di Giordano, nell’ordine domenicano dei predicatori nel convento di S. Domenico Maggiore. Si fa rilevare come l’età di 17 anni sia da considerare piuttosto elevata, nel contesto, per decisioni del genere. Nel convento cominciò subito a manifestarsi il contrasto tra la sua personalità inquieta, dotata di viva intelligenza e voglia di conoscere e la necessità di sottostare alle rigorose regole di un ordine religioso: dopo circa un anno era già accusato di disprezzare il culto di Maria e dei Santi e corse il rischio di essere sottoposto a provvedimento disciplinare. Percorse peraltro rapidamente i vari gradi della carriera: suddiacono nel 1570, diacono nel 1571, sacerdote nel 1572 (celebrò la sua prima messa nella chiesa del convento di S. Bartolomeo in Campagna ), dottore in teologia nel 1575. Ma contemporaneamente allo studio serio e profondo dell’opera di S. Tommaso non rinunciò a leggere scritti di Erasmo da Rotterdam, rigorosamente proibiti e la cui scoperta causò l’apertura di un processo locale a suo carico, nel corso del quale emersero anche accuse di dubbi circa il dogma trinitario. Era il 1576 e l’Inquisizione aveva ormai da tempo dato clamorosi esempi di rigore e di efficienza per cui il B., temendo per la gravità delle accuse, fuggì da Napoli abbandonando l’abito ecclesiastico.
Ebbe così inizio la serie incredibile delle sue peregrinazioni, durante le quali si mantenne impartendo lezioni in varie discipline (geometria, astronomia, mnemotecnica, filosofia, etc.).Nell’arco di due anni (1577-1578) soggiornò a Noli, a Savona, a Torino, a Venezia e a Padova dove, su suggerimento di alcuni fratelli domenicani e pur in mancanza di una formale reintegrazione nell’ordine, rivestì l’abito. Dopo brevi soste a Bergamo e a Brescia, alla fine del 1578 si diresse verso Lione ma, giunto presso il convento domenicano di Chambery, fu sconsigliato di fermarsi in quella città di confine con i paesi riformati e soggetta a particolari controlli, per cui decise di recarsi nella non lontana Ginevra, la capitale del calvinismo.
Qui venne accolto da Gian Galeazzo Caracciolo marchese di Vico, esule dall’Italia e fondatore della locale comunità evangelica italiana. Deposto di nuovo l’abito e dopo una esperienza di "correttore di prime stampe" presso una tipografia, il B. aderì formalmente al calvinismo e fu immatricolato come docente nella locale università (maggio 1579). Già nell’agosto però, avendo pubblicato un libretto in cui stigmatizzava il titolare della cattedra di filosofia evidenziando ben venti errori nei quali costui sarebbe incorso in una sola lezione, fu accusato di diffamazione e quindi arrestato, processato e convinto a pentirsi sotto pena di scomunica. Il B. ammise la sua colpevolezza ma dovette lasciare Ginevra, non senza conservare in sé un forte risentimento. Quasi per reazione si recò allora a Tolosa, in quegli anni baluardo dell’ortodossia cattolica nella Francia meridionale, dove cercò, senza ottenerla, l’assoluzione presso un confessore gesuita,  ma poté comunque ottenere un posto di lettore di filosofia nella locale università e per due anni circa commentò il "De anima" di Aristotele. Nel 1581 lasciò anche Tolosa, dove si profilava una recrudescenza delle lotte religiose tra cattolici e ugonotti e si recò a Parigi dove tenne, in qualità di "lettore straordinario" (quelli "ordinari" erano tenuti a frequentare la messa, cosa a lui interdetta come apostata e scomunicato) un corso in trenta lezioni sugli attributi divini in Tommaso d'Aquino. La notizia del successo del corso pervenne al re Enrico III al quale B. dedicò subito dopo (1582) il suo "De umbris idearum" con l’annessa "Ars memoriae" ottenendo la nomina a "lettore straordinario e provvisionato". L’appartenenza al gruppo dei "lecteurs royaux" gli consentiva una certa autonomia anche nei confronti della Sorbona, della quale non mancò di criticare il conformismo aristotelico. E’ questo un periodo di grande fecondità nella produzione filosofica e letteraria del B., che pubblica in breve successione il "Cantus circaeus", il "De compendiosa architectura et complemento artis Lullii" e "Il Candelaio". Con il favore del re divenne "gentilomo" (ma ben presto apprezzato amico) dell’ambasciatore di Francia in Inghilterra Michel de Castelnau, che raggiunse a Londra nell'aprile del 1583, e grazie al quale frequentò la corte della "diva" Elisabetta. Continuò qui a pubblicare opere importanti: "Ars reminiscendi", "Explicatio triginta sigillorum" e "Sigillus sigillorum" in unico volume e subito dopo la "Cena delle ceneri", il "De la causa, principio et uno", il "De infinito, universo et mondi" e lo "Spaccio della bestia trionfante". Nell’anno seguente, sempre a Londra, diede alle stampe "La cabala del cavallo pegaseo" e il "Degli eroici furori". Quest'ultima opera, al pari dello Spaccio, è dedicata a sir Philip Sidney, nipote di Robert Dudley conte di Leicester. Alcuni di questi testi risentono di polemiche con l’Università di Oxford e con una parte dell’aristocrazia inglese. Venuto a contatto con la famosa università oxoniana, sospinto dall’irruenza del suo carattere, durante un dibattito mise in difficoltà, senza troppi riguardi, uno stimato docente: John Underhill, e restò così inviso a una parte dei suoi colleghi che non mancarono di manifestare in seguito la loro animosità. Ottenuto infatti, dopo alcuni mesi, l’incarico di tenere una serie di conferenze in latino sulla cosmologia, nelle quali difese tra l'altro le teorie di Niccolò Copernico sul movimento della terra, fu accusato di aver plagiato alcune opere di Marsilio Ficino e costretto a interrompere le lezioni. Ma al di là dei risentimenti personali, confliggevano con la temperie culturale e religiosa inglese del tempo alcune idee di fondo del B., quali appunto la sua cosmologia ed il suo antiaristotelismo. L’episodio del giorno delle ceneri del 1584 (14 febbraio) è significativo: il B. era stato invitato dal nobile inglese Sir Fulke Greville ad esporre le sue idee sull’universo. Due dottori di Oxford presenti, anziché opporre argomento ad argomento, provocarono un acceso diverbio ed usarono espressioni che il B. ritenne offensive tanto da indurlo a licenziarsi dall’ospite. Da questo fatto nacque "La cena delle ceneri" che contiene acute e non sempre diplomatiche osservazioni sulla realtà inglese contemporanea, attenuate poi, anche per la reazione di alcuni che si sentivano ingiustamente coinvolti in tali giudizi, nel successivo "De la causa, principio et uno". Nei due dialoghi italiani, Bruno contrasta la cosmologia geocentrica di stampo aristotelico-tolemaico, ma supera anche le concezioni di Copernico, integrandole con la speculazione del "divino Cusano". Sulla scia della filosofia cusaniana, infatti, il Nolano immagina un cosmo animato, infinito, immutabile, all'interno del quale si agitano infiniti mondi simili al nostro. Tornato in Francia a seguito del rientro del Castelnau, il B. si occupò di una recente scoperta di Fabrizio Mordente, il compasso differenziale, per presentare la quale scrisse - su invito dell’inventore - una prefazione in latino nella cui stesura prevalevano talmente le applicazioni che il B. faceva dello strumento per avvalorare le sue tesi filosofiche sul limite fisico della divisibilità, da oscurare o ridurre a un fatto "meccanico" l’invenzione. Offeso, il Mordente si affrettò a comprare tutte le copie disponibili e le distrusse. Bruno rinfocolò la polemica pubblicando un dialogo dal titolo e dal tono sarcastico "Idiota triumphans seu de Mordentio inter geometras deo" che indirettamente rese più difficile la sua permanenza a Parigi, essendo il Mordente un cattolico ligio alla fazione del duca di Guisa, che di li a poco avrebbe raggiunto il massimo della sua parabola ascendente, mentre il B. ribadiva la sua fedeltà ad Enrico III. Reazioni negative suscitarono di li a poco a Cambrai le tesi fortemente antiaristoteliche contenute nell’opuscolo "Centum et viginti articuli de natura ed mundo adversos peripateticos" discusse a nome del maestro dal suo discepolo J. Hennequin. L’intervento critico di un giovane avvocato che B. sapeva appartenere alla sua stessa parte politica, convinsero il filosofo nolano che la permanenza a Parigi non era ulteriormente possibile. Di nuovo ramingo per l’Europa, il B. approda nel giugno 1586 a Wittemberg, in Germania, dove insegna per due anni nella locale università come "doctor italus", al termine dei quali si congeda (anche per il prevalere in città della parte calvinista) con una "Oratio valedictoria" con la quale ringrazia l’università per averlo accolto senza pregiudizi religiosi. L’orazione contiene anche un caloroso elogio di Martin Lutero per il suo coraggio nell’opporsi allo strapotere della Chiesa di Roma che ha grande valore come difesa della libertà religiosa ma non rinnega i convincimenti critici del B. circa la dottrina luterana rilevabili in altre opere (specialmente "Cabala" e "Spaccio"). Gli "eroici furori" sembravano al B. incompatibili con la paolina teologia della croce.
Dopo un breve soggiorno nella Praga di Rodolfo II, cui dedicò gli "Articuli adversos mathematicos", alla fine del 1588 si reca a Helmstedt dove, per poter insegnare nella locale "Accademia Iulia" aderisce al luteranesimo. Ma i problemi di fondo rimangono: dopo nemmeno un anno è scomunicato dal locale pastore Gilbert Voet per motivi non ben chiariti e che il B. sostiene fossero di natura privata. E’ in questa città comunque che vennero pubblicate gran parte delle opere c.d. "magiche": "De magia , De magia mathematica", "Theses de magia", ecc. Il 2 giugno 1590 il B. giunge a Francoforte dove chiede ma non ottiene il permesso di soggiorno e rimane precariamente ospitato in un convento di carmelitani. Pubblicati tre poemi latini (De triplice minimo, De monade, De innumerabilis) e dopo alcuni mesi di permanenza a Zurigo dove tiene lezioni di filosofia, torna a Francoforte dove nella primavera del 1591 viene raggiunto da due lettere del nobile veneziano Giovanni Mocenigo che lo invitano a Venezia per insegnargli l’arte della memoria. I motivi per i quali B. si decise ad accettare l’invito, con tutti i rischi connessi ad un rientro in Italia, sono tuttora dibattuti tra gli studiosi. Probabilmente a ragione, Michele Ciliberto è convinto che convergessero in questa scelta una pluralità di cause. Scomunicato dalle chiese riformate non meno che dalla cattolica, in rotta con gli ambienti puritani e con la fazione allora dominante in Francia, era isolato e indesiderato a livello europeo. Aveva fiducia nella tradizionale autonomia della Repubblica veneta (dove di fatto sopravvivevano circoli aristocratici orientati in senso "liberale") rispetto al Papa, ed aspirava alla cattedra di matematica dell’università Galileo Galilei di Padova, allora vacante, che sarà poi di Galileo Galilei. A queste considerazioni, peraltro, il Ciliberto ne aggiunge un’altra, direttamente connessa con gli ultimi raggiungimenti della filosofia del nolano: una sorta di forte autocoscienza, di vocazione in senso riformatore, quasi si sentisse un "Mercurio mandato dagli dei" per diradare le tenebre del presente. Una cosa, rileva ancora Ciliberto, B. non aveva previsto: "che razza di uomo fosse il Mocenigo" (Giordano Bruno, cit. pagg. 259 sgg.). Comunque sia, a fine marzo 1592 l’inquieto pellegrino giunge in casa Mocenigo a Venezia. Dopo alcuni mesi il patrizio veneziano, forse insoddisfatto nella sua aspettativa di mirabolanti tecniche magico-mnemoniche, forse anche indispettito per il carattere indipendente del B. che mal si adattava alla condizione di "famiglio", specialmente di una persona così insipiente (egli si apprestava tra l’altro ad andare a Francoforte per far stampare libri e continuava a sperare in una cattedra a Padova), contravvenendo alle più elementari regole dell’ospitalità, rinchiuse B. nelle sue stanze e lo denunciò alla locale Inquisizione asserendo di averlo sentito profferire bestemmie e frasi eretiche. Dopo un paio di mesi peraltro il processo, subito iniziato, si presentava in modo abbastanza favorevole al B., che si era difeso sostenendo di aver formulato ipotesi filosofiche e non teologiche e che per quanto riguardava le cose di fede si rimetteva pienamente alla dottrina della Chiesa chiedendo perdono per qualche frase sconsiderata che potesse aver pronunciato. Ebbe inoltre attestazioni favorevoli o per lo meno non ostili da parte di diversi testimoni del patriziato veneto. Quando tutto faceva sperare in una prossima assoluzione, giunse improvvisamente da Roma la richiesta del trasferimento del processo al tribunale centrale del S. Uffizio. La prima risposta del senato, geloso custode dell’autonomia della Serenissima, fu negativa, ma dietro le insistenze vaticane, nella considerazione che l’inquisito non era cittadino veneziano e che il suo processo era iniziato prima del suo arrivo nella città lagunare (ci si riferiva ai fatti del 1575) giunse alla fine il nulla-osta e nel febbraio 1593 il gran peregrinare del B. terminò in una cella del nuovo palazzo del S. Uffizio, fatto costruire da Pio V nei pressi di Porta Cavalleggeri. Del processo, che si protrasse per ben sei anni e durante il quale per una volta almeno si ricorse con ogni probabilità alla tortura, ci rimane una "sommario", ritrovato stranamente nell’archivio personale di Pio IX e pubblicato da A. Mercati nel 1942. Si tratta quasi certamente di una sintesi compilata ad uso dei giudici, per consentire loro una visione d’insieme che non era facile avere nella gran congerie dei documenti originali. Un fondamentale studio di questo estratto è contenuto nel libro di L. Firpo "Il processo di Giordano Bruno", Napoli, 1949, al quale si rinvia per i particolari drammatici e significativi dell’intricato procedimento che, oltre a fornire numerosi dati sulla vita del B., mostra il progressivo sgretolamento della sua tesi difensiva della separatezza tra il piano filosofico (sul quale, soltanto, lui asseriva di aver speculato) e quello teologico, che non gli interessava. Decisivo al riguardo fu l'ingresso nel tribunale nel 1597 del teologo gesuita Roberto Bellarmino, chiamato ad esaminare gli atti processuali e soprattutto le opere a stampa per enuclearne il contenuto eterodosso. Quando il nolano, che pure durante il processo aveva cercato di dissimulare, attenuare e talvolta anche accettato di ripudiare talune sue posizioni in più aperto conflitto con la dottrina cattolica si trovò di fronte alla necessità - per salvarsi - di rifiutare in blocco le sue idee, giudicate radicalmente incompatibili con l’ortodossia cristiana, si irrigidì in un fermo e sprezzante rifiuto e fu la fine. Il 20 gennaio 1600 Clemente VIII, considerando ormai provate le accuse e rifiutando la richiesta di ulteriore tortura avanzata dai cardinali, ordinò che l’imputato, "eretico impenitente", pertinace , ostinato", fosse consegnato al braccio secolare. Ciò significava, nonostante la presenza nella sentenza della solita ipocrita formula che invocava la clemenza del Governatore, la morte per rogo. L’8 febbraio la sentenza fu letta nella casa del Card. Madruzzo e fu allora che il B., come riferisce un attendibile testimone oculare (lo Schopp) rivolto ai giudici pronunciò la famosa frase "Forse avete più paura voi che emanate questa sentenza che io che la ricevo" (trad. dal latino). Il successivo giovedi 17 febbraio 1600 - anno santo - venne condotto a Campo de’ Fiori con la lingua in giova" cioè con una mordacchia che gli impediva di parlare e qui, spogliato nudo e legato a un palo venne bruciato vivo ostentatamente distogliendo lo sguardo da un crocefisso, del quale stava condividendo la sorte ma che gli volevano far apparire come carnefice. Aveva messo in pratica e purtroppo sperimentato sulla sua pelle una considerazione di molti anni prima e cioè che "dove importa l’onore, l’utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte".
A distanza di 400 anni, il 18 febbraio 2000 il papa Giovanni Paolo II, tramite una lettera del suo segretario di Stato Sodano inviata ad un convegno che si svolse a Napoli, espresse profondo rammarico per la morte atroce di Giordano Bruno, non riabilitandone la dottrina: la morte di Giordano Bruno "costituisce oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico". Tuttavia, "questo triste episodio della storia cristiana moderna" non consente la riabilitazione dell'opera del filosofo nolano arso vivo come eretico, perché "il cammino del suo pensiero lo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana".

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