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giovedì 30 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 aprile.
Il 30 aprile 1993, durante un cambio di campo al torneo di tennis di Amburgo, Monica Seles, numero 1 al mondo della classifica WTA, viene accoltellata alla schiena da uno squilibrato, sostenitore della rivale Steffi Graf.
Nata a Novi Sad, in Jugoslavia, Monica capì a sei anni che sarebbe diventata una tennista quando in una vacanza sul mare Adriatico, osservò suo padre Karolj e suo fratello Zoltan che prendevano una borsa con le racchette. Quando chiese dove stavano andando, suo fratello rispose: "A giocare a tennis." Lei aveva udito solo la parola "gioco" da quella frase ed era suonato come un divertimento. Non ha mai, molti anni dopo quel momento, davvero smesso di giocare, anche se rapidamente il tennis ha cessato di essere qualcosa di simile al divertimento.
Il padre in gioventù era stato un campione sportivo ma non avendo potuto proseguire la sua carriera nell’atletica, si ripromise che i figli non avrebbero fatto lo stesso. Il fratello Zoltan è stato un top-ten nella classifica juniores del suo paese e giocava con Boris Becker e Stefan Edberg nelle manifestazioni europee. Monica voleva assolutamente batterlo anche se lui era di otto anni più grande.
In famiglia la nonna e la madre dicevano che non era nella natura di una ragazza giocare così tanto a tennis ma né il papà né Monica avrebbero ascoltato. Era una grande amante dei cartoni animati, così Karolj decise di disegnare il volto di Jerry su ogni palla da tennis e Monica sarebbe stata il gatto Tom che cercava con la sua racchetta di acciuffare il topolino che le era sfuggito. Faceva questo per molte ore al giorno. Vivevano in un appartamento e i bambini non erano ammessi al tennis club locale e così il padre mise una rete tra due auto nel parcheggio vicino casa e Monica doveva indirizzare le palle negli scatoloni predisposti negli angoli del campo. Poteva salire per la cena solo quando 200 palle precise erano posizionate nelle scatole.
La Seles guarda a questo come un momento d'oro. L'unico timore successivamente nella sua vita sarebbe stato quello di perdere. “Ho parlato con alcuni campioni di tennis, nel corso degli anni - McEnroe, Borg, Agassi, Federer - e nonostante abbiano caratteri differenti, sono uniti da una cosa: una schiacciante paura del dolore della sconfitta”. Il desiderio di gloria l’ha sempre spinta fin da quando era giovane. Monica a sette anni giunse terza in un torneo per ragazze molto più grandi di lei ma il suo viso durante la premiazione era una maschera di pura auto-ripugnanza. Non poteva sopportare di non aver vinto.
A 13 anni era classificata tra le 18 giocatrici più forti del mondo. Era stata notata l'anno prima in un torneo negli Stati Uniti dal leggendario allenatore Nick Bollettieri che la invitò ad iscriversi alla sua accademia in Florida. Suo padre le diceva di giocare ogni punto come se fosse l'ultimo, senza pensare a niente altro. Ha ignorato il sistema di punteggio nel tennis anche molto dopo il suo arrivo a Bradenton. “Era capace di impiegare 70 ore di allenamento per imparare un solo colpo, non accettava di non saper fare qualcosa”.
Nel maggio del 1989 vinse il suo primo torneo WTA a Houston battendo in finale Chris Evert. Poco dopo arrivò in semifinale al Roland Garros, sconfitta dalla numero uno del mondo Steffi Graf. Il mondo del tennis rimase affascinato da questa mancina,“quadrumane”,capace di arrivare sempre sulla palla ed imprimere accelerazioni impressionanti in ogni angolo del campo. Ma passò alla storia anche per il suo “grunting” quando colpiva la palla. La Seles disse che non era mai stata veramente consapevole dei suoi rantoli prima dell’attenzione dei media su di esso, perché lo aveva fatto da quando era una bambina.
Monica non aveva mai pensato a se stessa come una grande giocatrice fino a quando batté la stessa Steffi Graf nella finale dei French Open dell’anno successivo all’età di 16 anni. Per tre anni Monica dominò il circuito. Fra il gennaio 1991 e il febbraio 1993 Monica Seles vinse 22 titoli WTA, raggiungendo 33 finali su 34 tornei disputati. Il suo score tra vittorie e sconfitte in quel periodo fu di 159 a 12 (92,9% di vittorie). Nei major era un impressionante 55 a 1. Complessivamente, tra il 1990 e l'inizio del 1993 la Seles vinse otto titoli del Grande Slam. A soli 19 anni la Seles era in testa alle classifiche da oltre due anni.
In molti erano convinti che Monica potesse entrare di diritto nell’Olimpo del tennis se avesse continuato con questo impressionante ruolino di marcia. Infatti il 1993 era cominciato con la vittoria agli Open Australiani ma il 30 aprile, al torneo di Amburgo, durante un cambio campo, venne aggredita alle spalle da un folle tifoso di Steffi Graf, Günther Parche che pensava con il suo gesto di restituire la leadership alla tennista tedesca.
Purtroppo fu proprio così, da quel momento in poi la Graf ritornerà leader del tennis facendo indigestione di record e Slam. Monica dal suo letto di ospedale apprese che la federazione tedesca decise di continuare il torneo come se nulla fosse accaduto. La Graf venne a trovarla per pochi minuti ma non ci fu molto da dire, non erano mai state grandi amiche. Ad esclusione della Sabatini, tutte le top ten votarono contro la decisione della WTA di congelare la sua classifica fino al ritorno alle competizioni.
Parche non rimase neanche un giorno in galera, affidato ai servizi sociali a causa della supposta infermità mentale.
Dopo essere uscita dall'ospedale, la Seles si ritirò dalle competizioni tennistiche. Come se non bastasse, Monica apprese di un tumore diagnosticato al padre che era per lei non solo il suo mentore ma anche il migliore amico. Monica non poteva parlare con lui delle sue ossessioni che non la facevano dormire la notte, delle sue ansie quando camminava per strada e del timore di essere colpita alle spalle da un momento all’altro, il padre aveva altro a cui pensare.
Il cibo diventò il deterrente contro la paura. Più mangiava e più appagava la propria angoscia."Le patatine fritte sono state la mia rovina, così come ero stata una campionessa di tennis, ero diventata un campionessa mangiatrice di patate ". Al suo 21° compleanno, quando avrebbe potuto avere il mondo ai suoi piedi, rimase a casa con un sacchetto di biscotti a piangere.
Grazie all’aiuto di Martina Navratilova che la coinvolse in un’esibizione ad Atlantic City nel 1995, la Seles dopo due anni e mezzo decise di riprovarci. Naturalmente pur cercando di arrivare in forma all’appuntamento non era nella stessa condizione di quando aveva lasciato il tennis a 19 anni. "Avevo 25 chili in più ed ho potuto sentire i commenti: Oh mio Dio! Che cosa le è accaduto? Avete visto come è grassa? Voglio dire, mi avevano quasi pugnalato a morte. Ero stata fuori dal circuito per due anni. Mio padre era molto malato. Io non ero più un adolescente. Mi sono sfogata con il cibo. Che cosa si aspettavano? "
Monica Seles vinse un altro importante titolo, l'Australian Open nel 1996, ma pur volendo ancora vincere tanto come prima, non poteva smettere di mangiare per continuare a farlo. Dopo il suo ritorno alle competizioni ha collezionato solo tre finali , una vittoria nelle prove dello Slam e 20 titoli WTA. Essendo stata naturalizzata americana nelle 1994, con la nazionale a stelle e strisce vinse 3 Fed Cup e un bronzo Olimpico ad Atlanta 1996.
Nel 1998 arriva la morte annunciata del padre e comincia un lento declino che la riporta di nuovo ad abbuffate giornaliere da 5000 calorie. Incomincia una serie innumerevole di infortuni ai piedi e alle caviglie che hanno poi prematuramente messo la parola fine alla sua straordinaria e sfortunata carriera. Con il tempo Monica capì che il mistero sul suo mangiare era che non vi era nessun mistero. “Il problema non era ciò che mangiavo, ma ciò che mi stava mangiando” e come ogni grande campione si trova sempre un altro modo per vivere e per vincere.
Oggi la Seles è ambasciatrice dell'ONU e testimonial della microalga "Spirulina" contro la malnutrizione insieme a persone come Maradona, Tushar Gandhi e la famiglia Obama.
Ha pubblicato un libro di memorie il cui titolo nell'edizione italiana è: "Ho ripreso il controllo. Del mio corpo, della mia mente, di me stessa" ed è la compagna del miliardario americano Tom Golisano.
Nel 2011 è stata inserita dalla rivista Time tra le "30 leggende del tennis femminile: passato, presente e futuro".

mercoledì 29 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 aprile.
Il 29 aprile 1968 debutta a Broadway, al Biltmore Theatre, il musical "Hair".
Hair racconta la storia di un gruppo politicamente attivo di "capelloni", "hippies dell'età dell'Acquario", che combattono la coscrizione alla guerra del Vietnam e conducono insieme una vie de bohème a New York. La loro lotta ruota intorno al tentativo di creare un equilibrio tra l'armonia della vita comunitaria e i nuovi valori promossi dalla rivoluzione sessuale, da un lato, e la ribellione pacifica contro la guerra e i valori conservatori dei genitori e della società, dall'altro. Claude, uno dei leader della tribe, deve decidere se rigettare gli obblighi di leva, così come hanno fatto i suoi amici.
Hair è un musical rock scritto da James Rado e Gerome Ragni (testi) e Galt MacDermot (musica). Rappresenta il prodotto forse più importante della controcultura hippie degli anni sessanta: il suo imponente successo ha significato un autentico terremoto nella cultura sessuale statunitense e ha contribuito a diffondere l'opposizione pacifista alla guerra del Vietnam (numerose sue canzoni sono diventate autentici inni dell'opposizione all'interventismo statunitense). L'irriverenza nei confronti della bandiera statunitense, il modo in cui sono descritti l'uso illegale di droghe e la sessualità, le scene di nudo (accade che l'intero cast sia nudo in scena) hanno provocato numerosissime controversie. Hair ha contribuito alla ridefinizione del musical theatre, partorendo il genere del musical rock. Altre novità importanti furono l'utilizzo di un cast multietnico e l'invito rivolto al pubblico, nel finale, di partecipare in scena ad un be-in.
In HAIR, la gioventù protesta contro la guerra e il servizio militare, contro l’intolleranza, la brutalità e la disumanizzazione della società. L’esistenza hippy è mostrata come una possibile vita alternativa in cui l’amore, la felicità e la libertà dominano il mondo.
Il suo messaggio trascende ogni barriera generazionale o culturale per diventare un messaggio condiviso da tutti.
La trama di HAIR si svolge proprio in quel periodo. Con un rito iniziatico Sheila e Berger presentano il giovane Claude alla tribù. Tutti credono che sorgerà una nuova era di pace e amore, l’“era dell’Acquario” e convivono fraternamente in gruppo molto unito.
Berger è il selvaggio e carismatico leader del gruppo, Woof è responsabile della fornitura di marijuana, Hud è il ragazzo di colore che lotta per l’eguaglianza degli afro-americani, la bella Sheila è innamorata di Berger mentre Jeanie è innamorata di Claude ma è incinta di un altro uomo e la più giovane del gruppo, Crissy non riesce a dimenticare un ragazzo che ha visto una sola volta nella vita.
Claude riceve la cartolina per il servizio militare e dovrebbe partire per il Vietnam come molti dei suoi coscritti.
Ad un “Be In” organizzato a Central Park tutte le cartoline della tribù dovranno essere bruciate con una cerimonia. Sotto l’influenza della droga, tutti lanciano le proprie cartoline nel fuoco; solo Claude esita per la paura di eludere la legge e i valori del suo paese e della generazione dei genitori.
Partirà per la guerra come previsto, ma con un addio pieno di amore e di speranza verso i suoi amici e con la certezza che la vittoria finale sarà la pace (“Let the Sunshine In”).
HAIR fu creato alla fine degli anni ’60 da James Rado e Gerome Ragni, due attori newyorkesi disoccupati.
Consapevoli del format richiesto da Broadway, Rado e Ragni erano comunque intenzionati a sfidare l’ideologia comune creando qualcosa di nuovo e provocatorio, qualcosa che avrebbe trasportato sul palco la favolosa energia che si provava per le strade in quel periodo. Era l’“energia” degli hippies dell’East Village di New York con i capelli lunghi, le idee di pace e di libertà.
Rado spiega “Avevamo creato HAIR pensando a Broadway, sapevamo che gli apparteneva e lo offrimmo a molti produttori della città, ma fu rifiutato per molti anni.” Furono contenti quando il produttore Joseph Papp li contattò proponendo HAIR come prima produzione del New York Shakespeare Festival Public Theater per un periodo limitato di 6 settimane. A Papp piacque la prima stesura del musical e suggerì a Rado e Ragni di sviluppare un arrangiamento musicale. Fu subito assoldato Galt MacDermot, che familiarizzò velocemente con la cultura e la musica hippie per poter comporre le musiche adatte allo show. Dopo mesi di lavoro, lo spettacolo fu finalmente pronto.
HAIR debuttò al Public Theater il 17 ottobre 1967.
Le sei settimane trascorsero velocemente senza nessun’altra data fissata per lo spettacolo.
Poco dopo entrò in produzione Michael Butler che aveva assistito allo spettacolo al Shakespeare Public Theater rimanendone folgorato. Butler, insieme a Papp, organizzò delle date dello spettacolo alla discoteca Cheetah. In questo modo HAIR geograficamente aveva raggiunto Broadway visto che Cheetah era situata proprio a Broadway tra la 45sima e la 46sima. Purtroppo in seguito a problemi finanziari HAIR dovette chiudere.
La produzione non si diede per vinta, voleva vedere HAIR arrivare con successo a Broadway. Butler cercò ancora la collaborazione di Papp che però si tirò indietro.
Nel frattempo gli autori avevano rivisitato il libretto e le musiche dello spettacolo. Dopo alcune negoziazioni fra gli autori e Butler, vennero accordate le modifiche e Tom O’Horgan accettò di diventare il nuovo regista. Butler insistette anche perché James Rado impersonasse il ruolo di “Claude”.
Ci vollero tre mesi ad O’Horgan per fare nuovi cast e rimettere in piedi lo spettacolo. Nel frattempo Butler mise a segno un colpo con il proprietario del Biltmore Theater situato nella 47sima strada. HAIR si spostò nella sua nuova casa.
Lo show debuttò finalmente a Broadway al Biltmore Theater il 29 aprile 1968. Chiuse i battenti il 1 luglio 1972 dopo 1.742 repliche.
Milos Forman ne fece una riduzione cinematografica nel 1979.
Il film rivoluziona i ruoli di Claude, Berger e Sheila: il primo è un giovane ragazzo pulito, diretto all'arruolamento, che incontra per caso il gruppo di hippies e si unisce a loro stringendo una fraterna amicizia con Berger, il loro leader. Sheila è invece una ragazza dell'alta società di cui Claude si innamora. Nel finale Claude si arruola e Berger si sostituisce a lui in caserma per permettere all'amico di passare una notte con la fidanzata. Ma prima che Claude ritorni il suo reparto viene inviato in Viet-Nam, così Berger va in guerra al posto dell'amico trovando la morte. La scena finale, nel cimitero di Arlington, è il manifesto di ogni pacifismo.

martedì 28 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 aprile.
Il 28 aprile 1789 ha luogo l'ammutinamento del Bounty, il più famoso ammutinamento nella storia della marina britannica. Dalla sua storia sono stati tratti diversi film.
Nel 1789 il presidente della Royal Society di Londra, Joseph Banks, organizzò una spedizione verso l’isola di Tahiti nel Pacifico del Sud, scoperta nel 1767 da Samuel Wallis, per trasportare alcune specie dell’albero del pane e portarle nelle piantagioni dei Caraibi, dove acclimatarle e usarle per fornire abbondante cibo a basso prezzo per gli schiavi che lavoravano nelle piantagioni.
Il viaggio dovrà essere eseguito dalla HMAV Bounty, opportunamente adattata al trasporto di piante, al comando del Commander (tenente di vascello) William Bligh. Tre botanici saranno imbarcati per curare le piante. William Bligh viene scelto poiché è già stato due volte a Otaheite, come allora era chiamata l'isola di Tahiti, essendo stato imbarcato come ufficiale alle manovre (sailing master) nelle spedizioni di James Cook.
La nave fa vela da Spithead il 23 dicembre 1787. Dopo un lungo e difficile viaggio Tahiti viene raggiunta e grazie agli ottimi rapporti di Bligh con il re e la regina di Otaheite la nave si riempie di centinaia di piante. Il già piccolo vascello ne è completamente invaso. Inoltre i contatti dei marinai e alcuni ufficiali con la popolazione si fanno sempre più stretti; la libertà sessuale delle donne di Tahiti sconvolge gli uomini.
Durante il viaggio di ritorno, il 28 aprile 1789 sulla rotta delle isole Canarie parte dell'equipaggio, con alcuni ufficiali, tra cui spiccano il primo ufficiale Fletcher Christian e il guardiamarina Peter Heywood, stufi della vita di bordo e col pensiero ancora alle fanciulle polinesiane, si ammutina al comando di Christian. Fletcher e i suoi uomini, una volta preso il comando della nave, abbandonarono il capitano Bligh assieme ai 18 membri dell’equipaggio rimastigli fedeli in una lancia (un'imbarcazione non pontata, lunga 7 metri, larga 2) e fecero vela per Tahiti al grido di Huzzah for Otaheite "Urrà per Tahiti". Altri 4 uomini che non volevano ammutinarsi furono trattenuti a forza per la loro utilità e furono poi lasciati liberi a Tahiti.
William Bligh e altri 18 uomini dell’equipaggio furono lasciati in mare nella lancia, con pochi giorni di razioni, 4 coltellacci, una bussola e un orologio da tasca, niente carte né sestante. Con queste ridottissime risorse Bligh riuscì incredibilmente a raggiungere la colonia olandese di Timor, coprendo cioè 3.618 miglia nautiche (6.700 km) in imbarcazione aperta in 47 giorni, un record ancora imbattuto. Durante il tragitto, solo un uomo fu ucciso durante uno sbarco per procurarsi del cibo, ad opera dei selvaggi, dopodiché Bligh decise di non approdare più fino ad un porto civilizzato. Ironicamente molti uomini morirono una volta sbarcati a causa delle febbri tropicali.
Bligh raggiunse l'Inghilterra dove venne aperta un‘inchiesta sull’accaduto e continuò la sua fortunata carriera navale, ostacolata solo dal suo temperamento poco tollerante.
Gli ammutinati invece, in un primo tempo ritornarono a Tahiti dove presero viveri e donne a sufficienza, fecero poi rotta verso un’isola scoperta da pochissimo, Pitcairn, e le cui coordinate risultavano errate sulle carte di navigazione. Dopo aver dato alle fiamme il Bounty per impedire che potesse essere avvistato dalla marina britannica, gli ammutinati misero in piedi una nuova comunità.
Con il passare degli anni però sembra che i rapporti tra gli inglesi e i polinesiani cominciarono a logorarsi. Infatti nel 1794 vi fu una ribellione dei polinesiani, nei confronti degli inglesi, stanchi di essere trattati come schiavi. Durante la rivolta trovarono la morte la maggior parte dell’equipaggio tra i quali lo stesso Fletcher. La rottura ci fu quando quasi tutti gli inglesi furono trucidati nella prima “guerra civile” dell’isola. Tra i pochi inglesi rimasti in vita John Adam, con lungimiranza riuscì a rappacificare le due etnie. Tutto questo è fortemente congetturale in quanto le uniche testimonianze che abbiamo provengono proprio da lui, e da suoi discendenti. Nel 1808 una nave riusci a scoprire l’isola scovando i rifugiati, che vennero trasferiti nei pressi dell’Australia orientale. Alcuni anni più tardi alcune famiglie, nostalgiche di quella che era ormai diventata la loro patria, fecero ritorno sull’isola dando vita ad una comunità tutt’oggi esistente.
Ancora oggi sull’isola vivono i pronipoti degli ammutinati, alcuni dei quali parlano il dialetto inglese del XIX secolo. Pezzi del Bounty sono ancora ricercati dai collezionisti e sono presenti in numerosi musei.

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