Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1094 Il Cid Campeador, leggendario eroe spagnolo, entra trionfando a Valencia conquistandola, e assumendone il controllo come governatore.
Dopo la fine del dominio romano, la Spagna venne occupata da varie tribù barbariche: i Vandali, gli Svevi e gli Alamanni.
Ma furono i Visigoti che vi costituirono un regno che durò fino al 711 d.C., anno che segnò l’arrivo degli arabi.
Gli arabi, che nel 732, con la sconfitta di Poiters ad opera di Carlo Martello, dovettero rinunciare alla conquista dell’Europa occidentale, misero radici in Spagna e vi rimasero fino al 1492 quando Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona portarono felicemente a conclusione la “Reconquista”.
La presenza degli arabi nella penisola iberica durò quindi più di sette secoli, tempo più che sufficiente per influenzare in modo pesante la cultura, l’arte e l’architettura della Spagna. Ma non tutta la penisola era sotto il dominio arabo; la Spagna era divisa in vari regni, cattolici e musulmani che lottavano fra di loro.
Fu in questo panorama che si mise in luce un personaggio entrato poi nella leggenda. Un personaggio che, oltre ad essere considerato un paladino del cattolicesimo nella lotta contro i musulmani, venne innalzato a simbolo del patriottismo spagnolo.
Il suo nome era Rodrigo Diaz conte di Bivar, meglio conosciuto con il nome di El Cid Campeador.
La leggenda, ripresa poi dalla letteratura nata attorno a questo personaggio, vuole che fosse un personaggio gentile, un marito amorevole e un ottimo padre di famiglia, un cavaliere coraggioso e fedele al suo paese.
La Storia, purtroppo, come vedremo, ci racconta qualcosa di diverso; un mercenario che combatteva per i mori e per i cristiani senza nessuno scrupolo, disposto a distruggere chiese se questo servisse ai suoi scopi, insomma un cavaliere senza principi disposto a tutto pur di raggiungere la gloria.
Rodrigo nacque, intorno al 1040 d.C., a Bivar un paesino vicino a Burgos nel regno di Castiglia.
Proveniva da una famiglia della piccola nobiltà castigliana. Crebbe alla corte del Re di Castiglia servendo il figlio, il principe Sancho. Ebbe dunque una buona educazione, come si addiceva ai figli della nobiltà.
La leggenda vuole che al momento del suo battesimo un monaco gli regalasse il cavallo che poi lo accompagnò in tutte le sue avventure: il famoso Babieca.
Il nome El Cid Campeador gli venne attribuito più avanti. È composto da due parti: El Cid, nomignolo datogli dagli arabi e che significa “Il signore” in una lingua mista di spagnolo e arabo; Campeador, “Il campione”, invece, gli venne dato dagli spagnoli dopo la vittoria in duello contro un nemico. Questo soprannome, quindi, dimostra che il personaggio godeva del rispetto e dell’ammirazione sia tra gli spagnoli che tra gli arabi.
Ferdinando I°, alla sua morte avvenuta nel 1065, divise il suo regno fra i suoi figli. Il maggiore, Sancho II°, ebbe la Castiglia e la città di Zaragoza, Alfonso VI° ricevette Leon e la città di Toledo e l’altro figlio, Garcia, ricevette la Galizia e il Portogallo. Alle due figlie diede le città di Tora e di Zamora.
Com’era prevedibile i contrasti fra i fratelli scoppiarono poco dopo la morte del padre. Sancho II,° essendo il figlio maggiore, si considerava il vero erede del padre e cercò di riunificare il regno, anche con l’uso della forza.
El Cid, ancora agli ordini di Sancho II°, e che si era distinto nella guerra vinta contro il regno di Aragona, divenne, a soli 23 anni, capo dell’esercito castigliano e, con questo grado, prese parte alla guerra fratricida.
Sancho II°, dopo aver conquistato la Galizia e il Leon, mandò suo fratello Alfonso in esilio a Toledo. Strappò la città di Tora a sua sorella Elvira e cominciò la battaglia per strappare la città di Zamora all’altra sua sorella: Urraca.
Era il 1072 quando Sancho II°, al culmine della gloria, venne ucciso da un soldato di Urraca.
A succedere a Sancho venne chiamato il fratello Alfonso che, richiamato dall’esilio in Toledo, arrivò in Castiglia guardato con sospetto dai castigliani che non vedevano di buon occhio la sua presenza. Oltretutto da più parti si mormorava che Alfonso fosse in qualche modo coinvolto nell’assassinio del fratello.
I rapporti tra il nuovo monarca ed El Cid, non erano idilliaci.
Il cavaliere era un personaggio molto popolare, oltre ad essere un ottimo combattente, ma Alfonso VI° temeva che un giorno potesse voler diventare il nuovo monarca della Castiglia. Ma l’astuzia di Alfonso gli disse che per governare aveva bisogno dell’alleanza di Rodrigo Diaz e così lo legò alla casa regnante dandogli in sposa sua nipote Jimena. Correva l’anno 1074 d.C.
Alla prima occasione, però, Alfonso fece il modo di liberarsi dell’ingombrante alleato spedendolo in esilio. La ragione di questa espulsione di Rodrigo non è chiara; forse era dovuta alla gelosia dei nobili castigliani oppure c’entra una, forse falsa, accusa di essersi appropriato di denaro della stato oppure il monarca era arrabbiato per una spedizione militare, non autorizzata, che El Cid fece contro Granada. Fatto sta che nel 1081 Rodrigo Diaz si ritrovò solo e senza un padrone.
Iniziò quindi la sua carriera di mercenario e offrì i suoi servigi al miglior offerente, non tenendo conto della religione di appartenenza. Negli anni successivi servì agli ordini di al-Mu’tamin, monarca arabo della città di Zaragossa. Anche questi furono anni di successi militari che fecero accrescere notevolmente la gloria di El Cid.
Nel 1086 iniziò la grande invasione degli Almoravidi, popolazione araba, provenienti dall’odierno Marocco. Nella grande battaglia di Sagrajas Alfonso VI°, che cercava di opporsi all’invasione, venne sconfitto e capì che non poteva fare a meno del più forte cavaliere cristiano di quell’epoca. Richiamò così El Cid dall’esilio, ma ormai i rapporti tra i due erano compromessi e presto si giunse ad una nuova rottura.
Libero da qualsiasi vincolo, alla guida del suo esercito personale, composto sia da cristiani che da arabi, si mosse in direzione della città costiera. Doveva prima però eliminare il vicino Conte di Barcellona Berenguer Ramòn II che puntualmente sconfisse e catturò nella battaglia di Tébar. Due anni più tardi, nel 1092, a Valencia scoppiò una rivolta a seguito dell’assassinio di al-Qadir, monarca locale, ad opera di un nobile. A seguito di questo fatto El Cid ruppe gli indugi e cercò di approfittare della situazione.
La battaglia di Valencia fu lunga e cruenta e solo nel 1094 la città si arrese.
Ufficialmente El Cid governò per conto di Alfonso VI, ma il re di Castiglia era troppo debole militarmente per intervenire e reclamare la città. Quindi, di fatto, ebbe una larga autonomia e nei suoi atti governò come un vero e proprio monarca.
Il suo regno durò fino alla sua morte avvenuta il 10 Luglio 1099 ed il suo corpo fu trasportato a Burgos e sepolto nella locale cattedrale.
Alla sua morte il governò passò alla moglie che, pressata dagli Almoravidi, chiese l’aiuto di Alfonso VI° che ordinò di bruciare la città. Nel 1102, però, gli Almoravidi fecero ingresso nella città e la tennero per oltre un secolo.
Subito dopo la sua morte Rodrigo Diaz, detto El Cid, divenne oggetto di culto popolare.
Subito considerato eroe nazionale castigliano, attorno alla sua figura vennero scritti poemi, opere letterarie e, molti secoli più avanti, anche il cinema sfruttò il personaggio.
Nel XII° secolo venne composto il poema “La canzone del Cid” ( El Cantar de Mio Cid ) che rappresenta una delle prime opere della letteratura spagnola.
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lunedì 15 giugno 2026
domenica 14 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 giugno.
Il 14 giugno 1994 Felice Maniero, capo della cosiddetta "Mala del Brenta", evade clamorosamente per la terza volta. Questa volta addirittura dal supercarcere di Padova.
Carismatico, imprendibile, Felice Maniero negli anni Ottanta regnava con le armi sul Veneto, sul Friuli e sull'Emilia Romagna. Era il boss della Mala del Brenta, una sorta di piccola ma potente Cosa Nostra della valle padana che puntava in alto, ad accumulare denaro e potere, attraverso atroci azioni di sangue.
Nella sua carriera ha collezionato una serie di incredibili evasioni: la prima nel 1987 quando fuggì dal carcere di Fossombrone. Viene catturato nuovamente nel 1988 ma riesce a scappare l'anno successivo dal carcere di Portogruaro, per poi essere arrestato nuovamente a Capri nel 1993 e, dopo un'altra evasione, la terza nel 1994 a Padova, è riacciuffato a Torino nel novembre dello stesso anno. È così che per lui arriva la condanna: 33 anni, poi ridotti a 11.
Questa volta Maniero si arrende. È stanco e decide di pentirsi. Comincia a collaborare. Ma poi nel marzo del 2000 gli viene revocato il programma di protezione. Motivo, l'ex boss viene sorpreso in pubblico al volante di una bella auto sportiva e poi ha anche smesso di rendere informazioni interessanti ai magistrati. La Procura di Venezia conclude l'indagine 'Rialto', sintetizzata in un dettagliato fascicolo di 150 faldoni, e scaturita proprio da molte delle dichiarazioni rese dall'ex boss in qualità di pentito.
È l'agosto del 2004, dopo 10 anni sulla Mala del Brenta, la banda di 'Faccia d'Angelo' che per anni ha imperversato nel Veneto e nelle regioni di confine, il cerchio si chiude. Per 142 affiliati il sostituto procuratore Paola Mossa chiede il rinvio a giudizio per reati che vanno dall'associazione a delinquere al traffico di droga, dalle rapine ai sequestri di persona, alla detenzione di armi, al riciclaggio. Oltre 300 capi di imputazione che riassumono 20 anni di storia del crimine organizzato in Veneto e in Friuli, e i cui primi episodi risalgono al 1976 e gli ultimi a metà degli anni Novanta.
In gran parte ricostruiti da Felice Maniero e altri pentiti dalla Banda. Un'ìnchiesta avviata dai pm Antonio Fojadelli e Michele della Costa, ma rimasta a lungo ferma per motivi burocratici anche tra molte polemiche. Il maxiprocesso, dopo il primo che si concluse nel 1994 con 79 condanne - ma all'epoca Maniero non aveva ancora cominciato a collaborare - prende il via l'8 novembre del 2005, giorno della prima udienza preliminare.
Per 32 dei 142 indagati chiamati alla sbarra nell'aula bunker di Mestre il capo d'accusa è: associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra questi figurano anche l'ex legale di Maniero, Enrico Valdelli che, secondo il magistrato avrebbe agito come consulente della banda per operazioni illecite.
Quanto alle rapine, tra gli episodi al centro del processo, quella drammatica al treno Venezia-Milano, che il 13 dicembre del 1990 costò la vita a una studentessa, morta nell'esplosione provocata dalla banda per aprire un vagone portavalori.
La storia della Mala del Brenta inizia tra la fine degli anni Settanta e i primi dell'Ottanta. È in questo periodo che gli uomini di Maniero mettono a segno spettacolari colpi all'Hotel «Des Bains» al Lido di Venezia (1982) e alla stazione ferroviaria di Mestre (1982) e sono protagonisti del celebre assalto all'aeroporto di Venezia (1983): i 170 chili di oro rubato presso il caveau della dogana aeroportuale sanciscono la definitiva consacrazione della banda veneta nel panorama criminale.
Tra gli anni Ottanta-Novanta la mala del Brenta dà prova sempre più di esercitare un efficace controllo del territorio, imponendo la propria legge. Nel periodo di massima potenza, l'organizzazione, composta inizialmente da una quarantina di elementi, arriva a contarne quasi quattrocento, tra effettivi e fiancheggiatori a vario titolo.
Nonostante i numerosi arresti, compreso quello dello stesso Maniero, e una feroce faida interna per la supremazia, scoppiata durante la sua carcerazione, gli affari per la mala del Brenta non subiscono flessioni. Dalle carceri di massima sicurezza e dai suoi nascondigli di latitante, «Faccia d'Angelo» continua a dirigere le operazioni e le attività dei suoi uomini.
Sul finire degli anni Ottanta, alle molte attività della banda si aggiunge anche il contrabbando di armi con la ex Iugoslavia. Durante il processo, che si apre il 27 novembre 1993 nell'aula bunker di Mestre e che vede alla sbarra Maniero insieme ad altri 109 imputati, viene ricostruito l'intero percorso criminale della mala del Brenta e vengono circostanziate accuse pesantissime: dagli omicidi alle rapine, dalle estorsioni e l'usura al riciclaggio, dal traffico di eroina ai sequestri di persona, per finire con l'accusa più grave, e per certi versi esaustiva, di associazione mafiosa.
Le condanne nei confronti dei membri della mafia del Brenta sono esemplari e l'organizzazione viene spazzata via, grazie soprattutto alle rivelazioni di Maniero che fa arrestare più di trecento persone.
Nel febbraio 2006 il suo nome ritorna sui giornali per il suicidio della figlia trentunenne.
Dal 23 agosto 2010 torna in libertà dopo la scadenza dell'ultima misura restrittiva nei suoi confronti con una nuova identità. Nell'ottobre 2019 viene arrestato dalla polizia per accuse di maltrattamenti nei confronti della compagna. L'ordinanza di custodia cautelare per Maniero è stata firmata il 17 ottobre 2019 dal gip di Brescia secondo il Codice rosso, la nuova legge firmata ad agosto 2019 con lo scopo di velocizzare l'avvio del procedimento in caso di maltrattamenti familiari. Il 5 ottobre 2021 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a quattro anni di carcere per maltrattamenti, ma già nel giugno 2023 lasciò il carcere di Pescara. Al 2026 vive in una casa di riposo in Veneto a causa di una depressione e non è in grado di partecipare ai due processi ancora in corso.
Il 14 giugno 1994 Felice Maniero, capo della cosiddetta "Mala del Brenta", evade clamorosamente per la terza volta. Questa volta addirittura dal supercarcere di Padova.
Carismatico, imprendibile, Felice Maniero negli anni Ottanta regnava con le armi sul Veneto, sul Friuli e sull'Emilia Romagna. Era il boss della Mala del Brenta, una sorta di piccola ma potente Cosa Nostra della valle padana che puntava in alto, ad accumulare denaro e potere, attraverso atroci azioni di sangue.
Nella sua carriera ha collezionato una serie di incredibili evasioni: la prima nel 1987 quando fuggì dal carcere di Fossombrone. Viene catturato nuovamente nel 1988 ma riesce a scappare l'anno successivo dal carcere di Portogruaro, per poi essere arrestato nuovamente a Capri nel 1993 e, dopo un'altra evasione, la terza nel 1994 a Padova, è riacciuffato a Torino nel novembre dello stesso anno. È così che per lui arriva la condanna: 33 anni, poi ridotti a 11.
Questa volta Maniero si arrende. È stanco e decide di pentirsi. Comincia a collaborare. Ma poi nel marzo del 2000 gli viene revocato il programma di protezione. Motivo, l'ex boss viene sorpreso in pubblico al volante di una bella auto sportiva e poi ha anche smesso di rendere informazioni interessanti ai magistrati. La Procura di Venezia conclude l'indagine 'Rialto', sintetizzata in un dettagliato fascicolo di 150 faldoni, e scaturita proprio da molte delle dichiarazioni rese dall'ex boss in qualità di pentito.
È l'agosto del 2004, dopo 10 anni sulla Mala del Brenta, la banda di 'Faccia d'Angelo' che per anni ha imperversato nel Veneto e nelle regioni di confine, il cerchio si chiude. Per 142 affiliati il sostituto procuratore Paola Mossa chiede il rinvio a giudizio per reati che vanno dall'associazione a delinquere al traffico di droga, dalle rapine ai sequestri di persona, alla detenzione di armi, al riciclaggio. Oltre 300 capi di imputazione che riassumono 20 anni di storia del crimine organizzato in Veneto e in Friuli, e i cui primi episodi risalgono al 1976 e gli ultimi a metà degli anni Novanta.
In gran parte ricostruiti da Felice Maniero e altri pentiti dalla Banda. Un'ìnchiesta avviata dai pm Antonio Fojadelli e Michele della Costa, ma rimasta a lungo ferma per motivi burocratici anche tra molte polemiche. Il maxiprocesso, dopo il primo che si concluse nel 1994 con 79 condanne - ma all'epoca Maniero non aveva ancora cominciato a collaborare - prende il via l'8 novembre del 2005, giorno della prima udienza preliminare.
Per 32 dei 142 indagati chiamati alla sbarra nell'aula bunker di Mestre il capo d'accusa è: associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra questi figurano anche l'ex legale di Maniero, Enrico Valdelli che, secondo il magistrato avrebbe agito come consulente della banda per operazioni illecite.
Quanto alle rapine, tra gli episodi al centro del processo, quella drammatica al treno Venezia-Milano, che il 13 dicembre del 1990 costò la vita a una studentessa, morta nell'esplosione provocata dalla banda per aprire un vagone portavalori.
La storia della Mala del Brenta inizia tra la fine degli anni Settanta e i primi dell'Ottanta. È in questo periodo che gli uomini di Maniero mettono a segno spettacolari colpi all'Hotel «Des Bains» al Lido di Venezia (1982) e alla stazione ferroviaria di Mestre (1982) e sono protagonisti del celebre assalto all'aeroporto di Venezia (1983): i 170 chili di oro rubato presso il caveau della dogana aeroportuale sanciscono la definitiva consacrazione della banda veneta nel panorama criminale.
Tra gli anni Ottanta-Novanta la mala del Brenta dà prova sempre più di esercitare un efficace controllo del territorio, imponendo la propria legge. Nel periodo di massima potenza, l'organizzazione, composta inizialmente da una quarantina di elementi, arriva a contarne quasi quattrocento, tra effettivi e fiancheggiatori a vario titolo.
Nonostante i numerosi arresti, compreso quello dello stesso Maniero, e una feroce faida interna per la supremazia, scoppiata durante la sua carcerazione, gli affari per la mala del Brenta non subiscono flessioni. Dalle carceri di massima sicurezza e dai suoi nascondigli di latitante, «Faccia d'Angelo» continua a dirigere le operazioni e le attività dei suoi uomini.
Sul finire degli anni Ottanta, alle molte attività della banda si aggiunge anche il contrabbando di armi con la ex Iugoslavia. Durante il processo, che si apre il 27 novembre 1993 nell'aula bunker di Mestre e che vede alla sbarra Maniero insieme ad altri 109 imputati, viene ricostruito l'intero percorso criminale della mala del Brenta e vengono circostanziate accuse pesantissime: dagli omicidi alle rapine, dalle estorsioni e l'usura al riciclaggio, dal traffico di eroina ai sequestri di persona, per finire con l'accusa più grave, e per certi versi esaustiva, di associazione mafiosa.
Le condanne nei confronti dei membri della mafia del Brenta sono esemplari e l'organizzazione viene spazzata via, grazie soprattutto alle rivelazioni di Maniero che fa arrestare più di trecento persone.
Nel febbraio 2006 il suo nome ritorna sui giornali per il suicidio della figlia trentunenne.
Dal 23 agosto 2010 torna in libertà dopo la scadenza dell'ultima misura restrittiva nei suoi confronti con una nuova identità. Nell'ottobre 2019 viene arrestato dalla polizia per accuse di maltrattamenti nei confronti della compagna. L'ordinanza di custodia cautelare per Maniero è stata firmata il 17 ottobre 2019 dal gip di Brescia secondo il Codice rosso, la nuova legge firmata ad agosto 2019 con lo scopo di velocizzare l'avvio del procedimento in caso di maltrattamenti familiari. Il 5 ottobre 2021 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione a quattro anni di carcere per maltrattamenti, ma già nel giugno 2023 lasciò il carcere di Pescara. Al 2026 vive in una casa di riposo in Veneto a causa di una depressione e non è in grado di partecipare ai due processi ancora in corso.
sabato 13 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 giugno.
Il 13 giugno si celebra Sant'Antonio da Padova, nel ricordo della sua morte avvenuta il 13 giugno 1231.
Sant'Antonio è uno dei santi più popolari ed amati nel mondo, forse per il gran numero di miracoli che gli si attribuiscono, per le leggende fiorite intorno a lui, ma probabilmente proprio per il carisma che, lui vivente, si diffondeva alle persone che lo incontravano. Dalla Chiesa, sant'Antonio viene considerato come un eccezionale teologo, gran predicatore, guida dei cristiani e taumaturgo.
Della sua vita non si hanno che notizie piuttosto incerte, molte derivanti da agiografie successive, che man mano si arricchivano di particolari; di sicuro si sa che sant'Antonio, il cui vero nome era Fernando di Buglione, nacque a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione, attorno all'anno 1190-1195 e che i genitori gli fecero impartire un'educazione umanistica - a quel tempo riservata a poche persone - nutrendo su di lui ambiziosi progetti. Ma Fernando ben presto decise di dedicarsi a Dio, entrando a 15 anni nell'Ordine dei Canonici Regolari di sant'Agostino, in un convento poco fuori la sua città natale, dove rimase per due anni, ampliando la sua già notevole cultura.
Si trasferì successivamente a Coimbra dove pensava di poter restare isolato dal mondo esterno, poichè egli aveva bisogno di raccoglimento, e dove sperava di approfondire gli studi di Teologia; ma l'ambiente di quel luogo, pervaso di mondanità e di potere, non faceva per lui che, aiutato da una straordinaria memoria, si diede anima e corpo alle scienze umane e teologiche. A Coimbra, probabilmente, venne ordinato sacerdote, intorno ai 25 anni ma, successivamente, decise di lasciare l'Ordine degli Agostiniani, per entrare in quello dei Francescani, più consono alle sue esigenze spirituali, colpito soprattutto dalla semplicità e dalla serenità di quei frati che spesso bussavano al suo convento per chiedere un pò di pane. Da loro si informò sulla Regola e sulla figura di san Francesco e a loro si unì con la promessa di potersi recare tra i saraceni, che in quel tempo perseguitavano i cristiani e che avevano messo a morte parecchi frati francescani, ottenendo il consenso dopo molte difficoltà. Rivestito del saio francescano, cambiò anche il nome in quello di Antonio, stabilendosi nella piccola comunità di frati che, rispettando il loro impegno, lo lasciarono partire per il Marocco. Una provvidenziale malattia lo costrinse a rientrare subito in patria ma, come si sa, "le vie del Signore sono infinite" e mentre la nave rientrava in Portogallo, una tempesta la dirottò verso la Sicilia dove sant'Antonio, ospitato dai confratelli di Messina, recuperò le forze. Intanto ad Assisi stava per svolgersi il Capitolo generale dei frati minori (1221), presieduto da san Francesco, a cui tutti i frati erano invitati. Anche Antonio si incamminò verso la cittadina umbra dove potè vedere ed udire il gran Santo, sia pur senza conoscerlo, convincendosi sempre più della bontà della scelta di vita intrapresa.
Successivamente si recò all'eremo di Montepaolo in Romagna dove Antonio celebrava la Messa, partecipava alle preghiere comuni e alla povera vita conventuale, senza mai lasciar intendere la sua enorme cultura, fino a quando, nel 1222, mentre si trovava a Forlì per un'ordinazione, non essendo presente alcun altro, dal Superiore gli venne richiesto di prendere la parola. Fu così che le sue doti si rivelarono in pieno e gli venne affidato dunque l'incarico di predicare nelle piazze e nelle chiese, percorrendo l'Italia e la Francia, a partire dalla Romagna, sempre a contatto con il popolo a cui si proponeva non solo come predicatore, ma come confessore, insegnante, cercando di riportare sulla retta via gli eretici (venne chiamato anche il martello degli eretici), molto diffusi a quel tempo, in particolar modo i catari.
Qui sono ambientati molti dei prodigi che gli vengono attribuiti, come quello della predica ai pesci, accorsi numerosi ad ascoltare la sua parola, mentre era stato respinto e schernito dagli eretici.
Nel 1223-24, San Francesco, pur mancando di profonda istruzione e non volendo sprecar tempo per lo studio a discapito della preghiera, sentiva però che era necessario un corso di studi regolari anche per il suo Ordine e, riconoscendo la profonda cultura di sant'Antonio, lo incaricò di aprire una scuola di Teologia (Studium francescanum) che ebbe tra i Frati Minori esponenti di spicco quali san Bonaventura e Duns Scoto.
Verso la fine del 1224, sant'Antonio venne inviato in Francia per tentare di arginare l'eresia degli Albigesi; fu predicatore e maestro di teologia a Montpellier, importante centro universitario, baluardo dell'ortodossia cattolica, a Limoges assunse un incarico di governo come custode e infine fu ad Arles per il capitolo Provinciale dela Provenza dove, mentre Antonio teneva un sermone, apparve in bilocazione san Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate, che li benedisse tutti; insegnò a Tolosa dove è ambientato un altro miracolo a lui attribuito: quello del mulo che adorò l'Eucarestia.
Nel 1227 ritornò in Italia, di nuovo a capo della provincia di Romagna; da lì, visitava periodicamente tutti i suoi conventi che diventavano sempre più numerosi e, su incarico di papa Gregorio IX - che lo definì "Arca del Testamento" - nel 1228 predicherà nella settimana di Quaresima. Spesso i suoi sermoni erano dedicati a Maria, della cui Assunzione era un convinto assertore. Sembra che le prediche furono tenute davanti ad una folla di varia provenienza e che ognuno lo sentisse parlare nella propria lingua. Viaggerà ancora senza risparmiarsi, pur con grande stanchezza e varie malattie che lo tormentavano (soffriva d'asma e di idropisia), stabilendosi poi finalmente nel convento di Padova, città ricca di commerci e industrie e molto popolosa. A questo popolo, si dedicherà sant'Antonio con tutto se stesso, mettendo da parte una sua opera dottrinale, i Sermones, in cui risaltavano i suoi temi preferiti: i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione, scagliandosi contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui era acerrimo nemico. Ma quest'opera resterà incompiuta perchè si dedicherà senza risparmio, danneggiando anche la sua già precaria salute, alla predicazione al popolo, lasciando anche il suo incarico di Provinciale. Intorno a lui si raccoglievano folle mai viste che nessuna chiesa o piazza potevano contenere, per cui ci si spostava in aperta campagna dove il santo predicava e confessava senza sosta.
Si ricordano, in questo periodo, due suoi interventi a favore dei cittadini: la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non poteva più essere anche incarcerato e tenne testa ad Ezzelino da Romano, soprannominato il Feroce, perchè in un solo giorno aveva fatto massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, affinchè liberasse i capi guelfi incarcerati.
Nel 1231, a primavera inoltrata, Antonio decise di spostarsi in campagna, per non distogliere i contadini dal loro lavoro e per prendersi un po' di riposo dopo il duro impegno degli anni precedenti, trasferendosi a Camposampiero, accompagnato da due frati, Luca Belludi e fra Ruggero, ospite del conte Tiso che gli approntò una piccola cella su di un grande albero, dove avrebbe potuto pregare in pace; ben presto però la notizia si diffuse e gruppi sempre più numerosi di fedeli si radunarono sotto il noce per vedere e ascoltare Antonio. Durante questo soggiorno una tradizione locale pone la Visione di Gesù Bambino, che altre testimonianze collocano in Francia. Il fenomeno potrebbe anche essersi ripetuto, viste le particolari doti del Santo.
Si racconta che una sera Tiso, mentre si recava nella stanza del Santo, vide sprigionarsi dall'uscio socchiuso un intenso chiarore e, pensando che si trattasse di un incendio, spalancò la porta, ma si trovò dinanzi ad una scena inattesa: Antonio stringeva tra le braccia Gesù Bambino. Scomparsa la visione, il Santo si accorse della presenza del conte e lo pregò di non farne parola con nessuno. Solo dopo la morte di Antonio, infatti, egli diffuse notizia di quello di cui era stato spettatore.
L'unica data certa della vita del Santo è proprio quella della sua morte, avvenuta il 13 giugno 1231. Verso mezzogiorno Antonio fu colpito da un collasso e i confratelli accortisi della gravità della situazione, come da suo desiderio, si accinsero a riportarlo al convento di Santa Mater Domini, adagiandolo su un carro trainato da buoi e si incamminarono verso Padova, ma alla periferia della città le sue condizioni si aggravarono talmente che essi decisero di ricoverarlo nel vicino monastero di Santa Maria de Cella (Arcella), dove viveva una comunità di Clarisse. Antonio venne adagiato in una cella e pregò insieme agli altri frati fino all'ultimo, cantando con un filo di voce un inno alla Vergine, rimanendo poi assorto in contemplazione. Morì a 36 anni non compiuti. Erano circa le cinque del pomeriggio. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova, frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Subito dopo, il suo corpo venne conteso tra il convento dove era spirato e quello di Santa Maria, e si ebbero delle vere e proprie sommosse popolari, ma alla fine si giunse a un accordo e la salma fu trasportata nella chiesa di Padova. L'arca che conteneva le spoglie di Antonio fu collocata su colonne attraverso cui passavano le folle dei devoti che da ogni dove andavano a rendergli omaggio e che in tal modo si ponevano simbolicamente sotto la sua protezione. Dopo la sua deposizione si produssero molti miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato decine e decine di miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba recisa o un piede, rendendo innocui cibi avvelenati, mostrandosi in vari posti contemporaneamente, qualche volta anche con Gesù Bambino in braccio.
La sua vita, la sua predicazione e i suoi miracoli fecero sì che Antonio venisse subito canonizzato, dopo solo un anno dalla morte, il 30 maggio 1232, da Papa Gregorio IX e il suo corpo venne deposto, nel 1263, in una nuova e più ampia chiesa - che sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini - che fosse in grado di accogliere le schiere di pellegrini devoti al Santo. In quest'occasione, venne aperto il sarcofago in cui si scoprì che la sua lingua era rimasta intatta e S. Bonaventura da Bagnoregio, che era presente, la mostrò alla folla con commozione, esclamando"O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora è a tutti noto quanto merito hai acquistato presso Dio". Assieme alla lingua, anche il mento e un dito del Santo vennero posti in vari reliquiari, conservati nella Cappella del tesoro presso la Basilica, mentre il corpo fu posto in una nuova cassa, sigillato e deposto nell'arca. Una seconda ricognizione, attuata nel 1981, ha dato modo di constatare che i sigilli apposti da S. Bonaventura nel 1263 erano ancora intatti.
Nel 1946 Pio XII ha proclamato sant'Antonio, Dottore della Chiesa.
Il 13 giugno si celebra Sant'Antonio da Padova, nel ricordo della sua morte avvenuta il 13 giugno 1231.
Sant'Antonio è uno dei santi più popolari ed amati nel mondo, forse per il gran numero di miracoli che gli si attribuiscono, per le leggende fiorite intorno a lui, ma probabilmente proprio per il carisma che, lui vivente, si diffondeva alle persone che lo incontravano. Dalla Chiesa, sant'Antonio viene considerato come un eccezionale teologo, gran predicatore, guida dei cristiani e taumaturgo.
Della sua vita non si hanno che notizie piuttosto incerte, molte derivanti da agiografie successive, che man mano si arricchivano di particolari; di sicuro si sa che sant'Antonio, il cui vero nome era Fernando di Buglione, nacque a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione, attorno all'anno 1190-1195 e che i genitori gli fecero impartire un'educazione umanistica - a quel tempo riservata a poche persone - nutrendo su di lui ambiziosi progetti. Ma Fernando ben presto decise di dedicarsi a Dio, entrando a 15 anni nell'Ordine dei Canonici Regolari di sant'Agostino, in un convento poco fuori la sua città natale, dove rimase per due anni, ampliando la sua già notevole cultura.
Si trasferì successivamente a Coimbra dove pensava di poter restare isolato dal mondo esterno, poichè egli aveva bisogno di raccoglimento, e dove sperava di approfondire gli studi di Teologia; ma l'ambiente di quel luogo, pervaso di mondanità e di potere, non faceva per lui che, aiutato da una straordinaria memoria, si diede anima e corpo alle scienze umane e teologiche. A Coimbra, probabilmente, venne ordinato sacerdote, intorno ai 25 anni ma, successivamente, decise di lasciare l'Ordine degli Agostiniani, per entrare in quello dei Francescani, più consono alle sue esigenze spirituali, colpito soprattutto dalla semplicità e dalla serenità di quei frati che spesso bussavano al suo convento per chiedere un pò di pane. Da loro si informò sulla Regola e sulla figura di san Francesco e a loro si unì con la promessa di potersi recare tra i saraceni, che in quel tempo perseguitavano i cristiani e che avevano messo a morte parecchi frati francescani, ottenendo il consenso dopo molte difficoltà. Rivestito del saio francescano, cambiò anche il nome in quello di Antonio, stabilendosi nella piccola comunità di frati che, rispettando il loro impegno, lo lasciarono partire per il Marocco. Una provvidenziale malattia lo costrinse a rientrare subito in patria ma, come si sa, "le vie del Signore sono infinite" e mentre la nave rientrava in Portogallo, una tempesta la dirottò verso la Sicilia dove sant'Antonio, ospitato dai confratelli di Messina, recuperò le forze. Intanto ad Assisi stava per svolgersi il Capitolo generale dei frati minori (1221), presieduto da san Francesco, a cui tutti i frati erano invitati. Anche Antonio si incamminò verso la cittadina umbra dove potè vedere ed udire il gran Santo, sia pur senza conoscerlo, convincendosi sempre più della bontà della scelta di vita intrapresa.
Successivamente si recò all'eremo di Montepaolo in Romagna dove Antonio celebrava la Messa, partecipava alle preghiere comuni e alla povera vita conventuale, senza mai lasciar intendere la sua enorme cultura, fino a quando, nel 1222, mentre si trovava a Forlì per un'ordinazione, non essendo presente alcun altro, dal Superiore gli venne richiesto di prendere la parola. Fu così che le sue doti si rivelarono in pieno e gli venne affidato dunque l'incarico di predicare nelle piazze e nelle chiese, percorrendo l'Italia e la Francia, a partire dalla Romagna, sempre a contatto con il popolo a cui si proponeva non solo come predicatore, ma come confessore, insegnante, cercando di riportare sulla retta via gli eretici (venne chiamato anche il martello degli eretici), molto diffusi a quel tempo, in particolar modo i catari.
Qui sono ambientati molti dei prodigi che gli vengono attribuiti, come quello della predica ai pesci, accorsi numerosi ad ascoltare la sua parola, mentre era stato respinto e schernito dagli eretici.
Nel 1223-24, San Francesco, pur mancando di profonda istruzione e non volendo sprecar tempo per lo studio a discapito della preghiera, sentiva però che era necessario un corso di studi regolari anche per il suo Ordine e, riconoscendo la profonda cultura di sant'Antonio, lo incaricò di aprire una scuola di Teologia (Studium francescanum) che ebbe tra i Frati Minori esponenti di spicco quali san Bonaventura e Duns Scoto.
Verso la fine del 1224, sant'Antonio venne inviato in Francia per tentare di arginare l'eresia degli Albigesi; fu predicatore e maestro di teologia a Montpellier, importante centro universitario, baluardo dell'ortodossia cattolica, a Limoges assunse un incarico di governo come custode e infine fu ad Arles per il capitolo Provinciale dela Provenza dove, mentre Antonio teneva un sermone, apparve in bilocazione san Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate, che li benedisse tutti; insegnò a Tolosa dove è ambientato un altro miracolo a lui attribuito: quello del mulo che adorò l'Eucarestia.
Nel 1227 ritornò in Italia, di nuovo a capo della provincia di Romagna; da lì, visitava periodicamente tutti i suoi conventi che diventavano sempre più numerosi e, su incarico di papa Gregorio IX - che lo definì "Arca del Testamento" - nel 1228 predicherà nella settimana di Quaresima. Spesso i suoi sermoni erano dedicati a Maria, della cui Assunzione era un convinto assertore. Sembra che le prediche furono tenute davanti ad una folla di varia provenienza e che ognuno lo sentisse parlare nella propria lingua. Viaggerà ancora senza risparmiarsi, pur con grande stanchezza e varie malattie che lo tormentavano (soffriva d'asma e di idropisia), stabilendosi poi finalmente nel convento di Padova, città ricca di commerci e industrie e molto popolosa. A questo popolo, si dedicherà sant'Antonio con tutto se stesso, mettendo da parte una sua opera dottrinale, i Sermones, in cui risaltavano i suoi temi preferiti: i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione, scagliandosi contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui era acerrimo nemico. Ma quest'opera resterà incompiuta perchè si dedicherà senza risparmio, danneggiando anche la sua già precaria salute, alla predicazione al popolo, lasciando anche il suo incarico di Provinciale. Intorno a lui si raccoglievano folle mai viste che nessuna chiesa o piazza potevano contenere, per cui ci si spostava in aperta campagna dove il santo predicava e confessava senza sosta.
Si ricordano, in questo periodo, due suoi interventi a favore dei cittadini: la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non poteva più essere anche incarcerato e tenne testa ad Ezzelino da Romano, soprannominato il Feroce, perchè in un solo giorno aveva fatto massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, affinchè liberasse i capi guelfi incarcerati.
Nel 1231, a primavera inoltrata, Antonio decise di spostarsi in campagna, per non distogliere i contadini dal loro lavoro e per prendersi un po' di riposo dopo il duro impegno degli anni precedenti, trasferendosi a Camposampiero, accompagnato da due frati, Luca Belludi e fra Ruggero, ospite del conte Tiso che gli approntò una piccola cella su di un grande albero, dove avrebbe potuto pregare in pace; ben presto però la notizia si diffuse e gruppi sempre più numerosi di fedeli si radunarono sotto il noce per vedere e ascoltare Antonio. Durante questo soggiorno una tradizione locale pone la Visione di Gesù Bambino, che altre testimonianze collocano in Francia. Il fenomeno potrebbe anche essersi ripetuto, viste le particolari doti del Santo.
Si racconta che una sera Tiso, mentre si recava nella stanza del Santo, vide sprigionarsi dall'uscio socchiuso un intenso chiarore e, pensando che si trattasse di un incendio, spalancò la porta, ma si trovò dinanzi ad una scena inattesa: Antonio stringeva tra le braccia Gesù Bambino. Scomparsa la visione, il Santo si accorse della presenza del conte e lo pregò di non farne parola con nessuno. Solo dopo la morte di Antonio, infatti, egli diffuse notizia di quello di cui era stato spettatore.
L'unica data certa della vita del Santo è proprio quella della sua morte, avvenuta il 13 giugno 1231. Verso mezzogiorno Antonio fu colpito da un collasso e i confratelli accortisi della gravità della situazione, come da suo desiderio, si accinsero a riportarlo al convento di Santa Mater Domini, adagiandolo su un carro trainato da buoi e si incamminarono verso Padova, ma alla periferia della città le sue condizioni si aggravarono talmente che essi decisero di ricoverarlo nel vicino monastero di Santa Maria de Cella (Arcella), dove viveva una comunità di Clarisse. Antonio venne adagiato in una cella e pregò insieme agli altri frati fino all'ultimo, cantando con un filo di voce un inno alla Vergine, rimanendo poi assorto in contemplazione. Morì a 36 anni non compiuti. Erano circa le cinque del pomeriggio. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova, frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Subito dopo, il suo corpo venne conteso tra il convento dove era spirato e quello di Santa Maria, e si ebbero delle vere e proprie sommosse popolari, ma alla fine si giunse a un accordo e la salma fu trasportata nella chiesa di Padova. L'arca che conteneva le spoglie di Antonio fu collocata su colonne attraverso cui passavano le folle dei devoti che da ogni dove andavano a rendergli omaggio e che in tal modo si ponevano simbolicamente sotto la sua protezione. Dopo la sua deposizione si produssero molti miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato decine e decine di miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba recisa o un piede, rendendo innocui cibi avvelenati, mostrandosi in vari posti contemporaneamente, qualche volta anche con Gesù Bambino in braccio.
La sua vita, la sua predicazione e i suoi miracoli fecero sì che Antonio venisse subito canonizzato, dopo solo un anno dalla morte, il 30 maggio 1232, da Papa Gregorio IX e il suo corpo venne deposto, nel 1263, in una nuova e più ampia chiesa - che sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini - che fosse in grado di accogliere le schiere di pellegrini devoti al Santo. In quest'occasione, venne aperto il sarcofago in cui si scoprì che la sua lingua era rimasta intatta e S. Bonaventura da Bagnoregio, che era presente, la mostrò alla folla con commozione, esclamando"O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e lo hai fatto benedire dagli altri, ora è a tutti noto quanto merito hai acquistato presso Dio". Assieme alla lingua, anche il mento e un dito del Santo vennero posti in vari reliquiari, conservati nella Cappella del tesoro presso la Basilica, mentre il corpo fu posto in una nuova cassa, sigillato e deposto nell'arca. Una seconda ricognizione, attuata nel 1981, ha dato modo di constatare che i sigilli apposti da S. Bonaventura nel 1263 erano ancora intatti.
Nel 1946 Pio XII ha proclamato sant'Antonio, Dottore della Chiesa.
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