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mercoledì 17 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1983 Enzo Tortora, popolare presentatore televisivo, viene arrestato alle 4 del mattino con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione a delinquere di stampo camorristico.
In un’intervista di Giuseppe Marrazzo, il 14 maggio ‘84, Tortora ha ricordato così quel momento: «Ero in una stanza d’albergo, dove scendo da circa 20 anni; bussarono alle 4:15 del mattino, tenga presente che il giorno precedente avevo respinto con un sorriso la notizia che alcuni colleghi giornalisti (ex colleghi perché sono stato sospeso dall’ordine) mi diedero: “C’è un’Ansa che dice che ti hanno arrestato…” Dissi (all’epoca avevo ancora un po’ di ironia): “Credo che la notizia sia leggermente esagerata!”».
Quel giorno Enzo Tortora doveva recarsi ad un appuntamento per firmare un contratto che lo avrebbe legato alla trasmissione “Portobello” per una nuova stagione. Si trova invece a entrare nelle case degli italiani ammanettato, trattato come un delinquente. Queste le parole della figlia minore, Gaia: “Vedevo un mostro alla Tv che mi dicevano essere il mio papà, ma non era mio padre…”
L'accusa si basa su un’agendina, trovata nell’abitazione di un camorrista, con sopra un nome scritto a penna ed un numero telefonico: in seguito le indagini calligrafiche proveranno che il nome non era Tortora bensì Tortona e che il recapito telefonico non era quello del presentatore.
Le prime supposizioni riguardo al suo arresto, intanto, sono due: è stato coinvolto per uno “sgarro” di 40 milioni con dei trafficanti di droga, oppure è stato coinvolto dall’organizzazione camorristica di Francis Turatello, detto “Faccia d'angelo”, con il quale sarebbe entrato in rapporti di amicizia.
Quel giorno, definito in seguito il “venerdì nero” della camorra, vengono emessi dai Sostituti procuratori di Napoli, Lucio di Pietro e Felice di Persia, 856 ordini di cattura; la Campania in quel periodo contava infatti 30 clan camorristici con 5mila affiliati e 100mila persone che direttamente o indirettamente erano coinvolte nella malavita. Nella sola Campania, quell’anno, ci furono più di 350 omicidi e, come ricorda il difensore di Cutolo, Alfonso Martucci, «stava avvenendo un passaggio storico tra la tradizionale forma di delinquenza individuale che era tipica del sud, con piccolo gruppi di associati, a una grande organizzazione criminale che si inserisce nella tradizione della camorra dell’‘800 - primo ‘900 che scomparve poi negli anni del regime fascista”».
Il padre fondatore della Nuova Camorra Organizzata è il camorrista Raffaele Cutolo, boss di Ottaviano detto anche “‘o prufessore”, il quale nel ’71 ebbe l’intuizione di riunire tutte le famiglie della camorra napoletana per costituirne una potente organizzazione in grado di competere con la mafia siciliana, e iniziò a reclutare così, dal carcere di Poggioreale, il suo “esercito” che in breve tempo raggiunse le 5.000 unità.
Cutolo per anni agì come unica forza finché, all’inizio degli anni Ottanta, sulla scena della malavita campana inizia a operare in sua contrapposizione una nuova organizzazione camorristica: la cosiddetta “Nuova Famiglia”, ovvero una sorta di cartello di clan capeggiati, inizialmente, dai Nuvoletta di Marano.
Enzo Tortora era nato nel ’28 a Genova; dopo aver conseguito la laurea in giornalismo, inizia a lavorare in alcuni spettacoli con Paolo Villaggio, finché, a ventitré anni entra in RAI con lo spettacolo radiofonico “Campanile d'oro”. La sua prima apparizione in video è del 1956, quando presenta, in coppia con Silvana Pampanini, “Primo Applauso”: da questo momento parteciperà a trasmissioni di successo come “Telematch” e “Campanile sera”, arrivando alla conduzione di “Il gambero” e “la Domenica Sportiva”.
Negli anni Settanta viene licenziato dalla RAI a causa della pubblicazione di un’intervista in cui aveva definito l'Ente radiotelevisivo come un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy-scout che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne. Inizia così a lavorare per diverse emittenti private e testate giornalistiche. Fu grande sostenitore di Telebiella e partecipò alla fondazione di Antenna 3 Lombardia.
Il ‘77 è l'anno del suo nuovo ritorno, al fianco di Raffaella Carrà, con “Accendiamo la lampada”, ma il vero grande successo arriva subito dopo con “Portobello” (1977-1983), trasmissione che batterà ogni precedente record di ascolti. Ispirata al celebre mercatino londinese, la trasmissione condotta da Tortora è stata considerata la madre della televisione anni Novanta: si possono infatti vedere, seppur in fase embrionale, alcune delle idee che saranno protagoniste dei successivi format televisivi come “Stranamore”, “Carràmba che sorpresa!”, “I cervelloni” e “Chi l'ha visto?”.
Sua figlia Silvia ricorda così il programma del padre: «Si aggirava tra bersaglieri, brigadieri, donnine che piangevano, in un mondo per me insopportabile, vecchio, antico, muffoso…Rivisto adesso delizioso, rispetto alla volgarità trascinante di oggi. Tornassi indietro e dovessi dirgli adesso quello che penso di “Portobello” gli direi: “Era un programma strepitoso, geniale!”».
Il 29 maggio dell’‘82 il Parlamento italiano aveva votato la cosiddetta “legge sui pentiti” che prevedeva possibili riduzioni della pena a chi decideva di “collaborare” con lo Stato nella lotta contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Michele Morello, il Giudice del processo d’Appello di Tortora, spiega: «Non si aveva ancora l’esperienza di questi pentiti…persone che non erano come i terroristi o come (non vorrei bestemmiare) i mafiosi, che hanno un’ideologia, sballata, come volete voi , ma comunque un’ ideologia; questi erano senza ideologia, senza niente, non avevano niente da perdere…». E proprio perché non si ha nulla da perdere, ma tutto da guadagnare, nel processo a Enzo Tortora sono i pentiti, che arrivano ad essere ben 15, a fare il suo nome.
Tra questi ci sono:
- Giovanni Pandico, in carcere da 13 anni dove diviene lo scrivano e il segretario di Cutolo. Egli fa il nome di Tortora solo al quarto interrogatorio dove, in un elenco di malavitosi, lo cita al sessantesimo posto con il titolo di camorrista “ad honorem”. Le perizie psichiatriche descrivono Pandico come “uno schizoide affetto da paranoia, uno psicopatico abnorme, una di quelle persone che a causa della loro anormalità soffrono e fanno soffrire la società”.
- Pasquale Barra, nativo di Ottaviano, portavoce di Cutolo, definito il “boia delle carceri” o “ ‘o animale”, per la crudeltà con cui uccide le sue vittime. Questi decide di pentirsi in seguito a uno sgarro subito dallo stesso Cutolo, affermando che l’unico modo che aveva per salvarsi era affidarsi ai giudici. Per 17 interrogatori, nonostante gli fosse stato mostrato l’elenco compilato da Giovanni Pandico, non fa mai il nome di Tortora, finché poi, al diciottesimo, improvvisamente cambia idea.
- Gianni Melluso, detto “il bello”, uomo intelligente e calcolatore. Fa il nome di Tortora solo 7 mesi dopo l’arresto del presentatore genovese.
- A queste accuse si aggiungeranno quelle di altri sei imputati appartenenti alla N.C.O., rivelatesi in seguito anch'esse false, e del pittore Giuseppe Margutti, già pregiudicato per truffa e calunnia, e di sua moglie Rosalba Castellini: i coniugi dichiareranno di aver visto Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3.
Il numero dei pentiti che fa il nome di Tortora arriva a 19, e se le accuse inizialmente sono generiche e piene di contraddizioni, con il tempo si fanno sempre più dettagliate: questo a causa del fatto che i pentiti potevano parlare tra di loro, scambiarsi opinioni; durante i processi, per esempio, quando si ritrovavano tutti nella stessa cella.
Secondo le dichiarazioni dei pentiti, quindi, Tortora controlla lo spaccio di stupefacenti a Milano, ma queste affermazioni arriveranno solo dopo mesi.
Per Tortora, quindi, inizialmente, l’incubo più grande è quello di non conoscere il motivo del suo arresto. Della Valle, suo avvocato difensore, a questo proposito ricorda: «Solo dopo alcuni giorni, il 23, veniamo a conoscenza di alcuni notizie: si parla di Tortora che avrebbe contatti con il mondo carcerario, allora si scopre che non Tortora, ma la direzione di “Portobello” aveva avuto contatti con il carcere, di natura prettamente commerciale».
Questi fatti vengono alla luce a causa di una serie di lettere che Domenico Barbaro aveva scritto a Tortora, e di cui  riporta il contenuto in un interrogatorio il 23 agosto ’83: «Verso la fine del ‘77 dal carcere ebbi modo di seguire la trasmissione televisiva “Portobello” condotta da Enzo Tortora: s’invitavano gli ascoltatori a inviare oggetti vari, e come facevano altri detenuti, io inviai 16 o 17 centrini di seta da me personalmente confezionati. Non ebbi nessuna risposta, né vidi i centrini in Tv. Inizia una ricerca; tale ricerca venne effettuata materialmente da Giovanni Pandico, mio compagno di carcere: tutte le lettere furono materialmente scritte da lui. Per l’affare dei centrini scrissi presso la sua abitazione di Via Piatti 8, l’avevo letta su una rivista.
Il Tortora mi rispose: “Egregio signor Domenico Barbaro, sono spiacente di dirle che del suo invio ignoro tutto e non ne ho mai veduta la traccia, quello che mi dispiace è che lei tragga da ciò conclusioni poco onorevoli per me, e del rispetto che ho sempre avuto per chiunque. Le ricordo che centinaia di migliaia di lettere sono destinate al sottoscritto e i pacchi, se non sollecitati direttamente, vengono restituiti dalla redazione Rai”. Accettai il risarcimento della Rai di 800mila lire».
Quindi, in seguito alla conoscenza di questo scambio di lettere i giudici chiedono a Tortora se conoscesse Barbaro; Della Valle mostra a questi la risposta del presentatore pensando così di aver chiarito tutto, ma in realtà le cose sono molto più complesse: Giovanni Pandico, infatti, inizia ad affermare che lo sgarro che Tortora avrebbe fatto a Barbaro non riguarda affatto i centrini, ma una partita di droga. A queste affermazioni si aggiungono poi quelle di Pasquale Barra che riferisce di un’affiliazione di Tortora alla N.C.O.; Tortora rimane quindi in carcere per 7 mesi, a Regina Coeli prima e a Bergamo poi.
Dal carcere inizia così una lunga corrispondenza con Silvia, la sua figlia maggiore, oggi raccolta in un libro intitolato “Cara Silvia - Lettere per non dimenticare”
Intanto i giornalisti contribuiscono ad accrescere la confusione intorno a questo processo, mettendo in circolazione notizie false o comunque non verificate. Il Giudice Michele Morello ricorda: «Tutti quanti allora eravamo influenzati dalla stampa che era, per la maggior parte, colpevolista”, gli fa eco il giornalista Vittorio Feltri: “Ammetto che mi stava antipatico e davanti a una persona che ci è antipatica, quasi quasi speriamo che sia anche colpevole. Poi una sera mi sono letto gli atti processuali…mi è venuto il dubbio che fosse innocente”». L’Italia quindi, si divide in due: colpevolisti e innocentisti.
Dopo 14 mesi dall’arresto, nell’agosto dell‘84 Tortora viene eletto come Eurodeputato nelle fila del Partito Radicale; per questo quando il 4 febbraio dell’85 inizia a Napoli il maxi processo contro la N.C.O, può seguire il processo da uomo libero. Andreotti allora aveva una rubrica “Bloc notes” sull’“Europeo” e in commento a questo fatto scrisse: “Alcuni detenuti evadono con la lima e altri con la scheda elettorale”. Il maxi processo durerà 7 mesi; le udienze saranno 67.
Tortora, intanto, continua la sua attività al Parlamento Europeo di Strasburgo.
Il 17 settembre dell’85 viene condannato a dieci anni di carcere. Rinunciando all’immunità parlamentare l'ex presentatore resta agli arresti domiciliari.
Nelle motivazioni del suo arresto, si afferma: «Tortora ha dimostrato di essere un individuo estremamente pericoloso, riuscendo a nascondere per anni le sue losche attività e il suo vero volto, quello di un cinico mercante di morte, tanto più pernicioso perché coperto da una maschera di cortesia e savoir fair. L’appartenenza di Tortora alla Nuova Camorra Organizzata è stata provata attraverso le dichiarazioni di Giovanni Pandico, Pasquale Barra e altri…Tutte queste accuse hanno trovato adeguati e convincenti motivi di riscontro; nei confronti di Tortora non è stato posto nessun complotto, nessuna macchinazione, nessuna vendetta personale, non si è voluto coprire nessun omonimo, non vi è stato nessun accordo dei dissociati diretto a ottenere benefici speculando sulla persona di Tortora, il quale non ha fornito nessuna soddisfacente spiegazione alla sua estraneità ai fatti. L’imputato non ha saputo spiegarci il perché di una congiura contro di lui».
Questo il commento del suo avvocato difensore, Della Valle: «Io personalmente avevo pensato di cambiare attività. Si era fatta una perquisizione e non si era trovato nulla, non sono state fatte analisi per vedere se era tossicodipendente: l’analisi del capello in 4 mesi l’avrebbe detto!».
La sentenza di Appello per il processo di secondo grado arriva solo nove mesi dopo: il 15 settembre dell’86; dal giorno dell’arresto sono passati oltre tre anni. La Corte di Appello di Napoli, finalmente, assolve Tortora con formula piena: i suoi accusatori hanno dichiarato il falso sperando in una riduzione della loro pena, oppure al fine di trarre pubblicità dalla vicenda, come nel caso del pittore Giuseppe Margutti, il quale mirava ad acquisire notorietà per vendere i propri quadri.
Il Giudice Michele Morello racconta il suo lavoro d’indagine che ha portato all’assoluzione: «Per capire bene come era andata la faccenda ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta…In base a quello che aveva detto quello di prima si accodava poi la dichiarazione dell’altro che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti, di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, oltre ad essere “antropologicamente matti”, soffrono di simpatie e antipatie…” E Tortora in aula fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”, lo grido da tre anni , lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento, “Io sono innocente”, e spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi!».
La sentenza di assoluzione arriverà il 17 giugno del 1987, esattamente 4 anni dopo l’arresto.
Il 20 febbraio dell’87, Tortora ritorna sugli schermi Rai ancora con “Portobello”; questo il suo discorso in apertura del programma: «Dunque dove eravamo rimasti…potrei dire moltissime cose e ne dirò poche…una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni, molta gente ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me e io questo non lo dimenticherò mai, e questo grazie a questa cara buona gente; dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto e un’altra cosa aggiungo: io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti e sono troppi; sarò qui, resterò qui anche per loro…E ora cominciamo come facevamo esattamente una volta….».
Enzo Tortora morirà di cancro un anno dopo, il 18 maggio 1988.
Il caso Tortora porterà, in quello stesso anno, al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: in quella consultazione voterà il 65% degli aventi diritto, l'80% dei quali si esprimerà per l'estensione della responsabilità civile anche ai giudici. Nessuna azione penale o indagine di approfondimento venne mai avviata, né alcun procedimento disciplinare verrà mai promosso davanti al Consiglio Superiore della Magistratura a carico dei pubblici ministeri napoletani, che proseguiranno le proprie carriere, senza ricevere censure per il loro operato nel caso Tortora.

martedì 16 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 giugno.
Il 16 giugno 1988 si spegne, a soli 32 anni, Andrea Pazienza, geniale fumettista italiano.
Pazienza nasce a San Benedetto del Tronto figlio di Enrico Pazienza, professore di educazione artistica, e Giuliana Di Cretico. Residente subito a San Severo, la città del padre (nonché quella "del suo pensiero"), vi trascorre l'infanzia, passando le estati con la famiglia a San Menaio, eletta a sua dimora adottiva.
All'età di dodici anni, nel 1968, Pazienza si trasferisce per studio a Pescara, tornando quasi ogni fine settimana a San Severo, dove continua a frequentare gli amici di sempre e a lasciare tracce della sua genialità, tra l'altro realizzando le scenografie di alcuni spettacoli presso il Teatro Verdi. Nella città abruzzese si iscrive al liceo artistico e stringe amicizia con l'autore di fumetti Tanino Liberatore. In questi anni crea i suoi primi fumetti, in parte tuttora inediti, e realizza una serie di dipinti; collabora, inoltre, col Laboratorio Comune d'Arte "Convergenze", che dal 1973 espone i suoi lavori in mostre sia collettive sia personali.
Nel 1974 si iscrive al DAMS di Bologna che lascia a due esami dalla laurea. Vive gli anni della contestazione giovanile bolognese, che fanno da sfondo al fumetto Le straordinarie avventure di Pentothal, primo lavoro di Pazienza pubblicato (Alter Alter, 1977). In quella facoltà incontra altri artisti e scrittori come: Pier Vittorio Tondelli, Enrico Palandri, Gian Ruggero Manzoni, Freak Antoni. Nel 1977 con Filippo Scòzzari entra a far parte del gruppo che realizza la rivista «Cannibale», fondata da Stefano Tamburini e Massimo Mattioli, a cui si unirà in seguito Tanino Liberatore. Dal 1979 al 1981 collabora col settimanale di satira Il Male. Col gruppo di Cannibale e con Vincenzo Sparagna, fonda nel 1980 il mensile Frigidaire, sulle cui pagine fa la sua comparsa Zanardi. La collaborazione con Frigidaire rivela un Pazienza, per quanto insofferente delle scadenze e delle pressioni editoriali, autore estremamente prolifico. Nel soli primi mesi di vita della rivista, realizza soggetti e disegni per decine di storie in bianco e nero, a colori, e persino con tecniche miste. Tra i personaggi, Francesco Stella, L'investigatore senza nome, Pertini (per un albo speciale disegnato in tre giorni - dice Pazienza). Realizza anche molte copertine di dischi, un calendario, alcuni poster, e molti spot grafici. Inoltre omaggia Tamburini e Scòzzari di simpatiche collaborazioni, ed illustra articoli e racconti, su richiesta del direttore Sparagna. Già star del fumetto, non disdegna contributi di autori meno noti nelle sue storie (Nicola Corona, Marcello D'Angelo, un pool di coloristi per l'albo Zanardi).
Pazienza si dedica anche all'insegnamento, dapprima presso la Libera Università di Alcatraz (Santa Cristina di Gubbio) di Dario Fo (coordinata dal figlio Jacopo). Quindi nel 1983 partecipa a Bologna alla Scuola di Fumetto e Arti Grafiche Zio Feininger, fondata da Brolli e Igort in collaborazione con l'Arci locale, e insegna a fianco di Magnus, Lorenzo Mattotti, Silvio Cadelo e altri. Qui tiene personalmente un corso fino al giugno del 1984 (tra gli allievi Francesca Ghermandi, Alberto Rapisarda, Enrico Fornaroli e Sauro Turroni), raccontando quell'esperienza di insegnante qualche anno più tardi nel romanzo grafico Pompeo.
Lungi dal limitarsi al fumetto ed esprimendosi nei più diversi ambiti della grafica, Pazienza firma, in questi anni, manifesti cinematografici (tra cui quello della Città delle donne di Fellini nel 1980, e quello per Lontano da dove, regia di Stefania Casini e Francesca Marciano, nel 1983), videoclip (Milano e Vincenzo di Alberto Fortis e Michelle dei Beatles per il programma di Rai Uno Mister Fantasy), copertine di dischi (come Robinson di Roberto Vecchioni e S.o.S brothers di Enzo Avitabile) e campagne pubblicitarie. Lavora anche per l'amato mondo del teatro, realizzando scenografie e ideando locandine.
Il crescente successo riscontrato in campo grafico non gli impedisce di dipingere. Espone nuove opere sia nel 1982, in occasione della rassegna Registrazione di Frequenza presso la Galleria Comunale d'Arte Moderna di Bologna, sia nel 1983, presso la galleria milanese Nuages e alla mostra Nuvole a go-go presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma (con Francesco Tullio Altan e Pablo Echaurren). Inoltre, decora con pitture murali l'aula del Polo Didattico della Facoltà di Lettere di Genova, e realizza il gigantesco Zanardi equestre a Cesena.
Se in questi anni Pazienza incontra una grande fama grazie al suo lavoro, contemporaneamente ne conosce anche i lati oscuri, che progressivamente lo distruggeranno: le droghe, in particolar modo l'eroina, entrano nella sua vita, alternandosi tra periodi in cui egli riesce a distaccarsene, e periodi in cui non riesce a farne a meno. È proprio a causa di ciò che ben presto viene bollato come "tossico", (anche se lui stesso, come testimonia una video-intervista a Red Ronnie del 1984, amava scherzarci sopra), lavora di meno e viene abbandonato dalla fidanzata storica.
Trasferitosi a Montepulciano nel 1984 e apparentemente disintossicato, nel giugno 1985 conosce la fumettista Marina Comandini e, un anno dopo, la sposa. Nel frattempo continua a collaborare con le più importanti riviste italiane del fumetto, tra cui «Linus», e partecipa alla creazione del mensile Frizzer (che si affianca a Frigidaire). Collabora inoltre alla rivista Tempi Supplementari e, dal 1986, anche con «Avaj», supplemento al mensile Linus, con «Tango», supplemento del quotidiano L'Unità, con Zut, rivista satirica diretta da Vincino, e con Comic Art. Nel 1987 firma la scenografia dello spettacolo di danza Dai colli del coreografo Giorgio Rossi, e collabora alla sceneggiatura de Il piccolo diavolo di Roberto Benigni (il comico non accredita il contributo di Pazienza, ma gli dedica l'intero film uscito postumo). È a Montepulciano che nascono opere legate alla sua crescente passione per la poesia e la storia: Pompeo, Campofame da un poema di Robinson Jeffers, Astarte.
Nella notte del 16 giugno 1988 si spegne improvvisamente a Montepulciano. Le cause precise della morte non furono mai rese note. Alcune testimonianze parlano di un ritorno all'eroina, da cui era riuscito ad allontanarsi da tempo, e di una morte dovuta ad un'overdose.
Pochi giorni dopo la sua scomparsa, si apre a Peschici, postuma, la prima mostra che avrebbe dovuto tenere insieme al padre Enrico.
È sepolto nel cimitero di San Severo. Aveva detto al padre: "Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio solo un po' di terra a San Severo, e un albero sopra".

lunedì 15 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 giugno.
Il 15 giugno 1094 Il Cid Campeador, leggendario eroe spagnolo, entra trionfando a Valencia conquistandola, e assumendone il controllo come governatore.
Dopo la fine del dominio romano, la Spagna venne occupata da varie tribù barbariche: i Vandali, gli Svevi e gli Alamanni.
Ma furono i Visigoti che vi costituirono un regno che durò fino al 711 d.C., anno che segnò l’arrivo degli arabi.
Gli arabi, che nel 732, con la sconfitta di Poiters ad opera di Carlo Martello, dovettero rinunciare alla conquista dell’Europa occidentale, misero radici in Spagna e vi rimasero fino al 1492 quando Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona portarono felicemente a conclusione la “Reconquista”.
La presenza degli arabi nella penisola iberica durò quindi più di sette secoli, tempo più che sufficiente per influenzare in modo pesante la cultura, l’arte e l’architettura della Spagna. Ma non tutta la penisola era sotto il dominio arabo; la Spagna era divisa in vari regni, cattolici e musulmani che lottavano fra di loro.
Fu in questo panorama che si mise in luce un personaggio entrato poi nella leggenda. Un personaggio che, oltre ad essere considerato un paladino del cattolicesimo nella lotta contro i musulmani, venne innalzato a simbolo del patriottismo spagnolo.
Il suo nome era Rodrigo Diaz conte di Bivar, meglio conosciuto con il nome di El Cid Campeador.
La leggenda, ripresa poi dalla letteratura nata attorno a questo personaggio, vuole che fosse un personaggio gentile, un marito amorevole e un ottimo padre di famiglia, un cavaliere coraggioso e fedele al suo paese.
La Storia, purtroppo, come vedremo, ci racconta qualcosa di diverso; un mercenario che combatteva per i mori e per i cristiani senza nessuno scrupolo, disposto a distruggere chiese se questo servisse ai suoi scopi, insomma un cavaliere senza principi disposto a tutto pur di raggiungere la gloria.
Rodrigo nacque, intorno al 1040 d.C., a Bivar un paesino vicino a Burgos nel regno di Castiglia.
Proveniva da una famiglia della piccola nobiltà castigliana. Crebbe alla corte del Re di Castiglia servendo il figlio, il principe Sancho. Ebbe dunque una buona educazione, come si addiceva ai figli della nobiltà.
La leggenda vuole che al momento del suo battesimo un monaco gli regalasse il cavallo che poi lo accompagnò in tutte le sue avventure: il famoso Babieca.
Il nome El Cid Campeador gli venne attribuito più avanti. È composto da due parti: El Cid, nomignolo datogli dagli arabi e che significa “Il signore” in una lingua mista di spagnolo e arabo; Campeador, “Il campione”, invece, gli venne dato dagli spagnoli dopo la vittoria in duello contro un nemico. Questo soprannome, quindi, dimostra che il personaggio godeva del rispetto e dell’ammirazione sia tra gli spagnoli che tra gli arabi.
Ferdinando I°, alla sua morte avvenuta nel 1065, divise il suo regno fra i suoi figli. Il maggiore, Sancho II°, ebbe la Castiglia e la città di Zaragoza, Alfonso VI° ricevette Leon e la città di Toledo e l’altro figlio, Garcia, ricevette la Galizia e il Portogallo. Alle due figlie diede le città di Tora e di Zamora.
Com’era prevedibile i contrasti fra i fratelli scoppiarono poco dopo la morte del padre. Sancho II,° essendo il figlio maggiore, si considerava il vero erede del padre e cercò di riunificare il regno, anche con l’uso della forza.
El Cid, ancora agli ordini di Sancho II°, e che si era distinto nella guerra vinta contro il regno di Aragona, divenne, a soli 23 anni, capo dell’esercito castigliano e, con questo grado, prese parte alla guerra fratricida.
Sancho II°, dopo aver conquistato la Galizia e il Leon, mandò suo fratello Alfonso in esilio a Toledo. Strappò la città di Tora a sua sorella Elvira e cominciò la battaglia per strappare la città di Zamora all’altra sua sorella: Urraca.
Era il 1072 quando Sancho II°, al culmine della gloria, venne ucciso da un soldato di Urraca.
A succedere a Sancho venne chiamato il fratello Alfonso che, richiamato dall’esilio in Toledo, arrivò in Castiglia guardato con sospetto dai castigliani che non vedevano di buon occhio la sua presenza. Oltretutto da più parti si mormorava che Alfonso fosse in qualche modo coinvolto nell’assassinio del fratello.
I rapporti tra il nuovo monarca ed El Cid, non erano idilliaci.
Il cavaliere era un personaggio molto popolare, oltre ad essere un ottimo combattente, ma Alfonso VI° temeva che un giorno potesse voler diventare il nuovo monarca della Castiglia. Ma l’astuzia di Alfonso gli disse che per governare aveva bisogno dell’alleanza di Rodrigo Diaz e così lo legò alla casa regnante dandogli in sposa sua nipote Jimena. Correva l’anno 1074 d.C.
Alla prima occasione, però, Alfonso fece il modo di liberarsi dell’ingombrante alleato spedendolo in esilio. La ragione di questa espulsione di Rodrigo non è chiara; forse era dovuta alla gelosia dei nobili castigliani oppure c’entra una, forse falsa, accusa di essersi appropriato di denaro della stato oppure il monarca era arrabbiato per una spedizione militare, non autorizzata, che El Cid fece contro Granada. Fatto sta che nel 1081 Rodrigo Diaz si ritrovò solo e senza un padrone.
Iniziò quindi la sua carriera di mercenario e offrì i suoi servigi al miglior offerente, non tenendo conto della religione di appartenenza. Negli anni successivi servì agli ordini di al-Mu’tamin, monarca arabo della città di Zaragossa. Anche questi furono anni di successi militari che fecero accrescere notevolmente la gloria di El Cid.
Nel 1086 iniziò la grande invasione degli Almoravidi, popolazione araba, provenienti dall’odierno Marocco. Nella grande battaglia di Sagrajas Alfonso VI°, che cercava di opporsi all’invasione, venne sconfitto e capì che non poteva fare a meno del più forte cavaliere cristiano di quell’epoca. Richiamò così El Cid dall’esilio, ma ormai i rapporti tra i due erano compromessi e presto si giunse ad una nuova rottura.
Libero da qualsiasi vincolo, alla guida del suo esercito personale, composto sia da cristiani che da arabi, si mosse in direzione della città costiera. Doveva prima però eliminare il vicino Conte di Barcellona Berenguer Ramòn II che puntualmente sconfisse e catturò nella battaglia di Tébar. Due anni più tardi, nel 1092, a Valencia scoppiò una rivolta a seguito dell’assassinio di al-Qadir, monarca locale, ad opera di un nobile. A seguito di questo fatto El Cid ruppe gli indugi e cercò di approfittare della situazione.
La battaglia di Valencia fu lunga e cruenta e solo nel 1094 la città si arrese.
Ufficialmente El Cid governò per conto di Alfonso VI, ma il re di Castiglia era troppo debole militarmente per intervenire e reclamare la città. Quindi, di fatto, ebbe una larga autonomia e nei suoi atti governò come un vero e proprio monarca.
Il suo regno durò fino alla sua morte avvenuta il 10 Luglio 1099 ed il suo corpo fu trasportato a Burgos e sepolto nella locale cattedrale.
Alla sua morte il governò passò alla moglie che, pressata dagli Almoravidi, chiese l’aiuto di Alfonso VI° che ordinò di bruciare la città. Nel 1102, però, gli Almoravidi fecero ingresso nella città e la tennero per oltre un secolo.
Subito dopo la sua morte Rodrigo Diaz, detto El Cid, divenne oggetto di culto popolare.
Subito considerato eroe nazionale castigliano, attorno alla sua figura vennero scritti poemi, opere letterarie e, molti secoli più avanti, anche il cinema sfruttò il personaggio.
Nel XII° secolo venne composto il poema “La canzone del Cid” ( El Cantar de Mio Cid ) che rappresenta una delle prime opere della letteratura spagnola.

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