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mercoledì 8 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
L'8 dicembre 1854 Papa Pio IX proclama il dogma dell'Immacolata Concezione.
La riflessione teologica  e la diffusione del culto dell’Immacolata concezione di Maria sono stati molto lenti: una festa della Natività di Maria era celebrata in Oriente verso la fine del VI secolo. Nel secolo seguente, poi sorse una festa della Concezione di Maria.
In Occidente, invece la festa della Concezione di Maria appare solo in Italia Meridionale, a Napoli, nel IX secolo e intorno al 1060 veniva celebrata anche in Inghilterra. Con l’invasione dei Normanni la festa venne diffusa e passò in Europa come la festa dell’Immacolata Concezione.
Non tutti i teologi del tempo erano favorevoli, perfino il grande San Bernardo di Chiaravalle, il cantore di Maria, protestò fermamente con i Canonici di Lione per aver introdotto questa festa. In questo stesso periodo, però un discepolo di Sant’Anselmo d’Aosta, Eadmero, sostenne, con il “Trattato sulla Concezione di Santa Maria “,  la possibilità dell’Immacolata Concezione, attraverso un argomentazione molto semplice: Dio lo poteva fare, quindi se lo voleva fare lo fece. Di qui ebbe origine il famoso assioma: “Potui, decuit, ergo fecit” (Dio poteva, era conveniente, perciò lo fece). Anche se come intuizione era buona questa teoria portò a delle esagerazioni perché  molti teologi una volta che avevano deciso che una cosa era conveniente, concludevano in modo semplicistico che Dio l’aveva fatta, creando confusione e diffidenze tra i fedeli. Quindi seguirono alcuni secoli di dibattito teologico al riguardo fino ad arrivare al 17 settembre 1439 giorno in cui il Concilio di Basilea dichiarerà la verità dell’Immacolata Concezione “ conforme al culto della Chiesa, alla fede cattolica e alla sacra Scrittura”. Nel 1477, il papa Sisto VI diede il suo beneplacito ad una Messa della Concezione e da qui in avanti si susseguirono una serie di avvenimenti e prese di posizione della Chiesa che portarono all’affermazione del culto dell’Immacolata Concezione.
Infatti nel 1695, Innocenzo XII approva una Messa con ufficio e ottava per la Chiesa intera e nel 1708, con Clemente IX la festa divenne precetto.
Un altro appoggio alla celebrazione dell’Immacolata Concezione venne nel 1830 con le apparizioni della Vergine a Caterina Labourè, che promosse la diffusione della Medaglia Miracolosa con l’invocazione: ” O Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ricorriamo a voi”.
Finalmente nel 1854, Pio IX definì come dogma di fede la Concezione Immacolata di Maria e quattro anni dopo la Madonna stessa, a suggello di quanto la Chiesa aveva proclamato, si autodefinì a Lourdes: ” Io sono l’immacolata Concezione “.
Con l’avvento del Concilio Vaticano II la riforma liturgica elevò la celebrazione dell’Immacolata Concezione a solennità.
L’Immacolata Concezione di Maria è un dogma della Chiesa cattolica, definito da papa Pio IX con la bolla Ineffabils Deus (8 dicembre 1854).
L’Immacolata Concezione è un dogma perché esso definisce una verità assoluta, cioè valida sempre, in ogni cultura e in ogni tempo; a cui ogni singolo credente deve prestare fede indefettibile. Non è qualcosa cui opinare, è parte della fede che per rivelazione di Dio fa conoscere attraverso tre canali: Scrittura, Tradizione e Magistero.
Se cercassimo il dogma nella Bibbia, nei Padri della Chiesa e nei primi sette concili della Chiesa Cattolica cercheremo invano, perché di esso nel primo millennio non viene detto nulla: o meglio, non viene detto nel modo esatto ed esplicito della definizione dogmatica finale. Però che non se ne parli non vuol dire che  la verità del dogma non sia presente, in questo senso il Vangelo dell’ Annunciazione è proprio quella pagine di fede che per parlare della nascita di Gesù permette anche di riflettere sugli effetti di tale nascita sulla persona di Maria. Il Figlio di Dio nasce dalla Vergine Maria e questo è possibile per opera dello Spirito Santo e perché Dio, nel suo progetto d’amore ha preparato una degna dimora al Figlio suo, preservando Maria dal peccato originale, proprio perché da essa potesse nascere Gesù, il cristo. Si parla di Maria per parlare di Gesù, si capisce Maria a partire dal mistero di Cristo suo Figlio, la Scrittura infatti annuncia Gesù, non sua madre, il posto e il ruolo di Maria sono totalmente in relazione a Gesù suo figlio e Figlio di Dio.
La Chiesa, l’otto Dicembre, volge il suo sguardo a colei che con il suo sì ha permesso che il Figlio di Dio venisse in mezzo a noi nella carne, per questo Maria è stata scelta e preservata dal peccato originale perché nascendo dai suoi genitori, ella, pur essendo umana, non condividesse con l’umanità la colpa dei progenitori Adamo ed Eva.
In definitiva Maria è l’esempio di umanità nuova che al contrario di Eva sa obbedire al suo Creatore, Maria è esempio del mistero pasquale di Cristo, la solennità dell’Immacolata Concezione è tutta dedicata a maria in quanto “porta”  attraverso la quale Dio ha potuto donare la salvezza in Gesù.


martedì 7 dicembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 dicembre.
Il 7 dicembre del 43 a.C. muore a Formia Marco Tullio Cicerone.
Nato ad Arpino (località del Lazio meridionale) nel gennaio del 106 a.C. da famiglia di ordine equestre, Cicerone ricevette successivamente a Roma una sofisticata educazione: fu allievo degli oratori Marco Antonio e Licinio Crasso, dei giuristi Q. Muzio Scevola e P. Muzio Scevola, del poeta Licinio Archia (che poi ebbe a difendere in una celebre orazione), dei filosofi Fedro (epicureo), Diodoto (stoico), di Filone di Larissa, scolarca dell’Accademia nuova. Ebbe anche modo di assistere alle lezioni dell’oratore e retore Molone di Rodi e trasse profitto dalla conoscenza di uno dei principali oratori del tempo, il celeberrimo Quinto Ortensio Ortalo. La produzione poetica ciceroniana di tipo preneoterico e enniano, rifiutata poi in età adulta, risale agli anni della giovinezza del nostro oratore. Nell’80, a soli venticinque anni, sostenne la difesa di Sesto Roscio di Ameria (Pro Sexto Roscio Amerino), che era stato messo in stato di accusa di parricidio da Crisogono, un liberto di Silla. Cicerone vinse la causa e si guadagnò la stima di quelli che odiavano Silla, specialmente popolari e cavalieri. Nel biennio 79-77 ebbe modo di compiere un viaggio d’istruzione in Grecia e in Asia minore, in compagnia del fratello Quinto - si dice anche per avere la possibilità di lasciare per un po' l'Urbe, che per lui, dopo lo scontro "a distanza" con Silla, si era fatta piuttosto scottante. Ad Atene frequentò le lezioni di Antioco di Ascalona, un filosofo eclettico che aveva ereditato da Filone di Larissa la guida dell’Accademia; a Rodi poté poi ascoltare Apollonio Molone (già conosciuto a Roma), un retore famoso, il quale aveva assunto sulla retorica una posizione equidistante tra le due tendenze dominanti, asianesimo ed atticismo. Tornato infine a Roma nel 78, sposò Terenzia, dalla quale ebbe due figli, Tullia e Marco. Doveva poi divorziare da Terenzia dopo trent'anni di matrimonio: ugual esito ebbe inoltre il matrimonio con la sua seconda moglie, Publilia. Nel 75 Cicerone fu eletto questore e ottenne il governo della Sicilia occidentale. Memori dell'onestà della sua condotta come questore, gli abitanti dell'isola a lui si rivolsero per intentare una causa contro il sillano Verre che, mentre ricopriva la carica di pretore, aveva commesso innumerabili illegalità (si trattava in sostanza di un processo per malversazione). Verre, tuttavia, poteva disporre di Quinto Ortensio Ortalo - l’oratore più famoso di Roma - come avvocato difensore: Cicerone ancora una volta trionfò con la sua abile oratoria e Verre scelse l'esilio prima che il processo fosse concluso. Le Verrine (con questo titolo si designa abitualmente il complessivo corpo delle sette orazioni pronunciate contro il pretore Verre) costituiscono dunque un documento estremamente importante dell’abilità di Cicerone in qualità di avvocato. Successo analogo riscosse l’orazione pronunciata perchè a Pompeo fosse consegnato il comando delle operazioni militari per la guerra contro contro Mitridate (Pro lege Manilia o De imperio Cn. Pompei).
Correva il 66, e nel medesimo anno Cicerone ottenne la pretura. Nel 64 Cicerone si presentò candidato al consolato: tra i suoi rivali c’era Catilina, che l’anno precedente aveva tentato senza successo un colpo di Stato, con il segreto proposito di far assassinare i due nuovi consoli. A sostegno della propria elezione, Cicerone pronunciò il discorso in toga candida. Di tale orazione rimangono solo frammenti. Anche suo fratello Quinto si adoperò per l’elezione di Cicerone, componendo il Commentariolum petitionis, una specie di manuale di suggerimenti per la campagna elettorale. Console nel 63, si oppose con  tutte le forze a Catilina, che nel frattempo aveva messo in opera il suo progetto eversivo. Cicerone pronunciò contro di lui le celebri Catilinarie, dove proponeva la pena di morte per i congiurati. Il suo parere prevalse senza eccessive difficoltà, dato lo scandalo suscitato a Roma dalla rivelazione a Roma del progetto di rivoluzione di Catilina (come descritto ad esempio da Sallustio nel celebre De coniuratione Catilinae). Tuttavia proprio la condanna a morte (per strangolamento, avvenuta nel carcere Mesmertino) di cinque sostenitori di Catilina (con una procedura illegale, accelerata dall'appoggio del console Catone) gli costò l’esilio. Infatti, la lex Clodia de capite civis Romani prevedeva l’esilio per chiunque avesse condannato un cittadino romano senza la possibilità che si appellasse al popolo come suo diritto.
L’esilio durò dal marzo del 58 all’agosto del 57: nel settembre di questo stesso anno Cicerone tornò a Roma e pronunciò due discorsi di ringraziamento al senato e al popolo (Post reditum in senatu, Ad Quirites). Nel 57 difese un amico, P. Sestio, e il discorso (la celebre orazione Pro Sestio) si trasformò nell’esposizione del suo programma politico, che voleva fondarsi sulla emarginazione dei demagoghi e dei violenti a vantaggio del gruppo conservatore. Ancora più valida l’occasione che gli si presentò nel 56 quando, per difendere M. Celio Rufo, ricoperse di infamanti accuse Clodia, la sorella del noto capo popolare Clodio, identificata tra l'altro Lesbia di Catullo. Il processo si svolse l’anno in cui i triumviri (Cesare, Crasso e Pompeo) rinnovarono i loro accordi nel convegno di Lucca, con il quale si apriva una nuova fase politica, difficile per Cicerone, stretto tra le opposte esigenze di contrastare i popolari e di corrispondere alle richieste di Pompeo. La morte di Crasso a Carre contro i Parti (53) scatenò a Roma le ostilità fra le bande armate di Clodio e di Milone: Clodio fu trucidato e Cicerone assunse la difesa di Milone, pronunciando un’orazione (Pro Milone), che è considerata tra le sue migliori. In realtà, noi possediamo una versione redatta successivamente dallo stesso Cicerone in vista della pubblicazione: l’oratore – riferiscono le fonti – tremava mentre pronunciava l’orazione originale dai rostri, dopo esservi stato scortato in una portantina con le tende tirate per nascondersi dalla folla che rumoreggiava.
Dopo il proconsolato di Cicerone in Cilicia (51), si aprì la fase più convulsa dello scontro tra Cesare e Pompeo: il passaggio del Rubicone, la battaglia a Farsalo, la morte di Pompeo, a favore del quale Cicerone si era schierato. Nonostante la sua posizione politica, Cesare non si comportò con ostilità verso Cicerone e non lo umiliò: questo può spiegare la ragione della accettazione, in qualche modo, dello stato di fatto e la composizione di discorsi, come quello in difesa di Marcello, che segnano indubbiamante un avvicinamento a Cesare. Tuttavia, anche alcune vicissitudini familiari si aggiunsero all’amarezza per il corso degli eventi politici: il divorzio da Terenzia e soprattutto la morte della figlia Tulliola; questo fu il periodo in cui l'oratore si chiuse maggiormente in se stesso e trovò il tempo e le motivazioni per comporre la maggior parte delle sue opere filosofiche. L’uccisione di Cesare nel 44 gli fece successivamente rendere attraente l’idea di un ristabilimento del vecchio ordine politico, della “libertà” repubblicana: Cicerone - in qualità di "grande vecchio" della politica romana, si scagliò con estrema violenza contro l’erede politico di Cesare, Antonio, pronunciando le celebri Filippiche, e cercò l’appoggio politico del giovane Ottaviano (nipote di Cesare). Il secondo triumvirato, con l'alleanza tra Ottaviano, Antonio e Lepido, infranse ogni residua illusione di restaurazione dell'antico ordinamento repubblicano: Antonio per vendetta del trattamento ricevuto in precedenza, ottenne che Cicerone fosse incluso nel numero delle persone da eliminare (le infami liste di prescrizione) e dei sicari lo raggiunsero sulla spiaggia di Formia nel dicembre del 43; all’assassinio si aggiunse lo scempio del cadavere, poiché la testa e le mani per dileggio gli furono recise ed appese ai “rostri”, cioè sul palco dal quale aveva pronunciato le sue orazioni.

lunedì 6 dicembre 2021

#Almanaccouotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 dicembre.
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 un incendio nella Thyssenkrupp di Torino provoca la morte di 7 operai.
Poco dopo l’una di notte, sulla linea 5 dell’acciaieria di Torino, sette operai vengono investiti da una fuoriuscita di olio bollente, che prende fuoco. I colleghi chiamano i vigili del fuoco, all’1.15 arrivano le ambulanze del 118, i feriti vengono trasferiti in ospedale. Alle 4 del mattino muore il primo operaio, si chiama Antonio Schiavone. Nei giorni che seguiranno, dal 7 al 30 dicembre 2007, moriranno le altre sei persone ferite in modo gravissimo dall’olio bollente: si chiamavano Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo e Bruno Santino. Degli operai coinvolti nell’incidente, l’unico superstite e testimone oculare si chiama Antonio Boccuzzi: lavora nella Thyssen da 13 anni, è un sindacalista della UILM, il suo ruolo sarà centrale nella denuncia delle colpe dell’azienda.
I sindacati denunciano immediatamente l’inadeguatezza delle misure di sicurezza nello stabilimento. Le testimonianze di Boccuzzi e degli altri operai accorsi sul posto dell’incidente parlano di estintori scarichi, telefoni isolati, idranti malfunzionanti, assenza di personale specializzato. Non solo: alcuni degli operai coinvolti nell’incidente lavoravano ininterrottamente da dodici ore, avendo accumulato quattro ore di straordinario. Lo stabilimento Thyssen di Torino era in via di dismissione: emerge che da tempo l’azienda non investiva adeguatamente nelle misure di sicurezza, nei corsi di formazione.
La ThyssenKrupp nega di avere alcuna responsabilità e mostra fin dal primo momento un atteggiamento piuttosto ostile alla magistratura e all’opinione pubblica, scossa dalla gravità dell’incidente. Accusa gli operai morti di avere provocato l’incidente con delle loro distrazioni e addirittura con “colpe”, poi si corregge e parla di “errori dovuti a circostanze sfavorevoli”. Nel corso delle indagini, la Guardia di Finanza sequestra ad Harald Hespenhahn, amministratore delegato, un documento riservato in cui si legge che Antonio Boccuzzi – che intanto continua a raccontare quanto ha visto sui giornali e in tv – “va fermato con azioni legali”. Il documento critica pesantemente il pm di Torino, Raffaele Guariniello, e l’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, sul quale non poter fare affidamento perché schierato dalla parte dei lavoratori.
Le indagini si chiudono in un tempo relativamente breve, la procura chiede il rinvio a giudizio per sei dirigenti dell’azienda tedesca e il giudice dell’udienza preliminare accoglie le tesi dell’accusa: il presunto reato è omicidio volontario con dolo eventuale e incendio doloso. Incendio doloso e omicidio colposo con colpa cosciente per gli altri imputati, dirigenti dello stabilimento di Torino. Questo perché, si leggeva nel dispositivo, “pur rappresentandosi la concreta possibilità del verificarsi di infortuni anche mortali, in quanto a conoscenza di più fatti e documenti” e “accettando il rischio del verificarsi di infortuni anche mortali sulla linea 5″, i dirigenti avrebbero “cagionato” la morte dei sette operai omettendo “di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi”. Si va a processo a gennaio del 2009. Durante le udienze emergono altri particolari del funzionamento dello stabilimento. Un operaio racconta che la fabbrica veniva pulita solo in corrispondenza alle visite della ASL. Un altro operaio racconta che l’impianto si fermava solo in caso di problemi alla produzione, se no si interveniva con la linea in movimento. Altri testimoni raccontano che gli incendi sulla linea 5 erano molto frequenti ma gli operai venivano invitati a usare il meno possibile il pulsante di allarme.
Il primo luglio del 2008 la ThyssenKrupp ha versato quasi 13 milioni di euro alle famiglie dei sette operai uccisi, e queste si sono impegnate a non costituirsi parte civile. Il 15 aprile 2011 la sentenza di primo grado della seconda corte d’assise di Torino:  l’amministratore delegato della ThyssenKrupp, Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione. Cosimo Cafueri, responsabile della sicurezza, Giuseppe Salerno, responsabile dello stabilimento di Torino, Gerald Priegnitz e Marco Pucci, membri del comitato esecutivo dell’azienda, sono stati condannati a 13 anni e 6 mesi per omicidio e incendio colposi (con colpa cosciente) e omissione delle cautele antinfortunistiche. Daniele Moroni, membro del comitato esecutivo dell’azienda, è stato condannato a 10 anni e 10 mesi.


Il 28 febbraio 2013 la Corte d'assise d'appello modifica il giudizio di primo grado, non riconoscendo l'omicidio volontario, ma l'omicidio colposo, riducendo anche le pene ai manager dell'azienda: 10 anni a Herald Espenhahn, 7 anni per Gerald Priegnitz e Marco Pucci, 8 anni per Raffaele Salerno e Cosimo Cafueri, 9 per Daniele Moroni.
Nella notte del 24 aprile 2014 la Suprema Corte di Cassazione ha confermato le colpe dei sei imputati e dell'azienda, ma ha ordinato un nuovo processo d'appello per ridefinire le pene. Queste non potranno aumentare rispetto quelle definite nel 2013.
La Corte d'Appello di Torino ha così ridefinito le pene il 29 maggio 2015: 9 anni ed 8 mesi a Espennahn, 7 anni e 6 mesi a Moroni, 7 anni e 2 mesi a Salerno, 6 anni e 8 mesi a Cafueri, 6 anni e 3 mesi a Pucci e Priegnitz.
Il 13 maggio 2016 la Cassazione ha confermato tutte le condanne ridefinite in Appello, non accogliendo le richieste del sostituto Procuratore Generale, Paola Filippi, la quale aveva chiesto di annullare la sentenza del 9 maggio 2015 per rimandare il procedimento in corte d'assise.
Oggi lo stabilimento di Torino della ThyssenKrupp non esiste più. È stato chiuso nel marzo del 2008 con un accordo tra la ThyssenKrupp, i sindacati, le istituzioni locali e i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, in anticipo sulla data prevista.

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