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martedì 29 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 novembre.
Il 29 novembre 1945 viene dichiarata la Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (in seguito rinominata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia).
La Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia fu lo stato principale dei Balcani dal 1943 al 1992, anno della sua dissoluzione.
Fondata nel 1943 sulle ceneri del Regno di Jugoslavia sotto il nome di Repubblica Democratica Jugoslava, nel 1945 cambiò il nome in Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia mentre nel 1963 assunse il suo nome definitivo.
La Jugoslavia confinava a nord-ovest con l'Italia e l'Austria, a nord con Ungheria e Romania, a est con la Bulgaria, a sud con l'Albania e la Grecia e ad ovest con il mar Adriatico.
Durante la Guerra fredda la Jugoslavia fu un importante membro dei paesi non allineati.
Nel 1945 il suo primo presidente fu Ivan Ribar mentre il Maresciallo Tito divenne Primo Ministro nel 1953. Tito venne eletto presidente, succedendo a Ribar, ed ottenne la carica vitalizia nel 1963.
 Nel corso degli anni Settanta il modello jugoslavo di socialismo attraversò un periodo di crisi. La stagnazione economica ha fatto  riemergere gli  antichi conflitti nazionali che il federalismo e l'autogestione sembravano avere, se non risolto, certo affievolito. Aumentò la divaricazione tra le capacità produttive e il tenore di vita del nord e l'arretratezza e la miseria delle aree meridionali.
La crisi fu risolta da Tito accentuando la repressione e ampliando l'autonomia delle repubbliche. Accanto all'epurazione degli elementi critici e al rifiuto di incamminarsi sulla via della democrazia e del pluralismo, venne riformata la Costituzione con garanzie prevalentemente formali sulla collegialità del potere e la rotazione delle cariche tra i comunisti delle diverse repubbliche.
La morte di Tito nel 1980 coglie impreparata la dirigenza jugoslava. Negli ultimi anni il vecchio leader aveva favorito l'emergere di una classe dirigente più giovane, emarginando gli ultimi rappresentanti della propria generazione che si mostravano sempre più critici nei riguardi del suo potere personale. Questa nuova dirigenza non fu però capace di trovare una linea unitaria e di comprendere a fondo i guasti che si erano accumulati nella gestione economica. Il debito pubblico continuò a crescere. Nel marzo del 1981 si ebbe una prima esplosione del nazionalismo del Kosovo, dove la popolazione di origine albanese rivendicava maggiore autonomia e suscitava le proteste accompagnate dalle violenze dei serbi.
L'aggravarsi della crisi economica indusse i gruppi dirigenti delle repubbliche  a lottare fra loro per difendere il livello di vita dei propri amministrati assicurando loro il massimo delle risorse disponibili. La burocrazia centrale,  prevalentemente serba, come i vertici militari, non fece nulla per frenare il riacutizzarsi del già citato contrasto fra le zone settentrionali più agiate e  quelle meridionali più povere. Pur appartenendo tutti alla Lega dei comunisti, i dirigenti delle singole repubbliche che cercano legittimazione e  consenso accentuano la loro polemica in senso più decisamente nazionalistico. I rapporti tra serbi, sloveni e croati si deteriorano di anno in anno mentre le  posizioni nazionalistiche ottengono maggiori consensi e iniziano a trovare forme stabili di organizzazione.
Nel 1990 la Lega dei comunisti si scioglie e al  suo posto, spesso con le stesse personalità comuniste, sorgono partiti nazionalisti che puntano all'egemonia o alla secessione dell'Unione. Il 25  giugno del 1991 Slovenia e Croazia si dichiarano indipendenti, inutilmente contrastate dall'esercito federale, seguite una dopo l'altra da tutte le altre repubbliche federative.
L'origine della guerra civile fu la dichiarazione d'indipendenza con cui Croazia e Slovenia abbandonarono la Repubblica federativa jugoslava, mettendo in crisi l'assetto federale. Per contro i serbi, che furono al vertice dello stato, rivendicarono il diritto a essere gli unici rappresentanti del popolo jugoslavo, forti della loro presenza maggioritaria nelle forze armate. Il primo attacco fu sferrato contro la Slovenia e si risolse con il ritiro delle truppe in ottobre. In seguito il conflitto si estese alla Croazia, dove l'esercito ottenne l'appoggio della minoranza serba, e si concluse con un primo armistizio nel gennaio del 1992.
La situazione precipitò già il mese successivo con il voto per l'indipendenza della Bosnia-Erzegovina, invocata dai croati e musulmani. Allorché, il 6 aprile, anche la Comunità europea e gli USA riconobbero il nuovo stato bosniaco, la Repubblica cominciò l'assedio di Sarajevo. La guerra civile vide contrapposti croati, serbi e musulmani e ebbe come teatro soprattutto Croazia e Bosnia.
Né gli sforzi diplomatici dei paesi vicini, né l'invio di truppe dell'ONU riuscirono a mettere fine a una guerra caratterizzata da massacri e dalla creazione di veri e propri campi di concentramento per la popolazione civile. Questo drammatico decorso portò, il 22 aprile del 1994, all'intervento delle truppe NATO per proteggere le sei zone della Bosnia assegnate all'ONU. L'impotenza dell'ONU si manifestò nel luglio 1995 quando le truppe serbe occuparono queste zone.
 Dopo una durissima parabola ascendente bellica si arrivò finalmente, grazie alla mediazione dello statunitense Richard Holbrooke, all'accordo di Dayton (21 novembre 1995) per la cessazione delle ostilità cui seguì un piano di pace che divise la Bosnia in due entità: la Federazione croato/musulmana che ricopriva il 51% del territorio, e la Repubblica serba di Bosnia, per il restante 49%.
Le ultime due repubbliche jugoslave, Serbia e Montenegro, formarono nel 1992 una nuova federazione denominata Repubblica Federale di Jugoslavia, la cui struttura e nome vennero ridefiniti nel 2003, quando divenne Unione Statale di Serbia e Montenegro.
Nonostante le guerre civili nelle vicine Croazia e Bosnia Erzegovina, la Serbia rimase in pace fino al 1998, benché il governo di Slobodan Milošević e le istituzioni sostenessero, più o meno ufficialmente, i Serbi di Croazia e di Bosnia, in guerra aperta con le altre nazionalità, armando e consigliando le loro truppe.
Tra il 1998 e il 1999, continui scontri in Kosovo tra le forze di sicurezza serbo-jugoslave e l'Esercito di Liberazione Albanese (UÇK), riportati dai media occidentali, portarono al bombardamento della NATO sulla Serbia (Operazione Allied Force), che durò per 78 giorni. Gli attacchi vennero fermati da un accordo, firmato da Milošević, che prevedeva la rimozione dalla provincia di ogni forza di sicurezza, incluso esercito e polizia, rimpiazzati da un corpo speciale internazionale su mandato delle Nazioni Unite. In base all'accordo, il Kosovo rimaneva sotto la sovranità formale della Repubblica Federale di Jugoslavia.
Slobodan Milošević, legittimo presidente federale, rimase al potere per circa un anno dopo il conflitto del Kosovo. In seguito alle elezioni presidenziali dell'autunno 2000, e le successive dimostrazioni popolari, fu costretto ad ammettere la sconfitta elettorale. Il 6 ottobre si insediò come presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Vojislav Koštunica, lo sfidante di Milošević. Con le elezioni parlamentari del gennaio 2001, Zoran Đinđić divenne primo ministro. Đinđić venne assassinato mentre era in carica a Belgrado il 12 marzo 2003, da persone vicine al crimine organizzato. Subito dopo l'assassinio venne dichiarato lo stato di emergenza e la presidente del parlamento, Nataša Mićić, assunse le funzioni di primo ministro facente funzioni.
Nel 2003 il parlamento federale di Belgrado raggiunse un accordo su una ristrutturazione della Federazione, che attenuasse i legami fra Serbia e Montenegro. La Jugoslavia cessava così anche nominalmente di esistere, divenendo Unione di Serbia e Montenegro. Tuttavia il Montenegro non cessò di battersi per la propria indipendenza,  che ha raggiunto solo nell'Agosto 2006.

lunedì 28 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 novembre.
Il 28 novembre 1905 Arthur Griffith fonda il Sinn Féin in Irlanda.
Per capire il ruolo del Sinn Féin nella storia dell’Irlanda del Nord (Ulster) dobbiamo prima presentare in breve la situazione. Nell’Ulster non esiste una nazione o un popolo nord-irlandese perché di fatto in quella regione convivono due realtà diverse: quella di matrice protestante (unionista) e quella cattolica (nazionalista).
La maggioranza protestante tende a ritenersi di cittadinanza britannica ed è favorevole al mantenimento della regione all'interno del Regno Unito, mentre, al contrario, un’ampia minoranza si definisce irlandese, volendo l’integrazione delle sei contee nord-irlandese nella repubblica d’Irlanda (Eire). La paura dei protestanti è che in una ipotetica Irlanda unita diventeranno una minoranza discriminata dalla maggioranza cattolica, mentre la paura dei cattolici dell’Ulster è che nella situazione attuale rimarranno soltanto una minoranza discriminata dalla maggioranza protestante. La peculiarità del conflitto nella regione sta soprattutto nel fatto che nell’Irlanda del Nord ci sono due comunità distinte, due religioni distinte, due culture e anche due lingue. In altre parole, due comunità etniche che oltre a condurre vite separate desiderano appartenere a due stati nazionali diversi.
Secondo i nazionalisti cattolici nord-irlandesi esiste una nazione irlandese, e l’isola irlandese è la sua terra. La volontà della nazione irlandese non potrà essere liberamente espressa fino a quando sussisterà l’attuale divisione dell’isola. La colpa dell’attuale divisione sarebbe esclusivamente della Gran Bretagna. Secondo gli stessi la soluzione del conflitto è un’Irlanda unita e sovrana, proprio a causa del fallimento della divisione dell’isola, quale soluzione pensata per risolvere il problema nord-irlandese. Portavoce di questa visione era fino a pochi anni fa il partito Sinn Féin.
Sinn Féin che in irlandese significa “Noi Stessi” (o "noi soli"), è un partito repubblicano, il più forte partito tra gli elettori cattolici nord-irlandesi ed il secondo più importante nell’Irlanda del Nord dopo il Partito dei Unionisti Democratici (Democratic Unionist Party); nella Repubblica d’Irlanda è il quarto più votato partito.
Il moderno Sinn Féin, attivo soprattutto nell’Irlanda del Nord guidato dal 1983 da Gerry Adams, nacque nel 1970 con la scissione dal cosiddetto “Official Sinn Féin”, il quale nel 1977 ha cambiato nome in “Sinn Féin The Workers’ Party” (Sinn Féin il Partito degli Operai), diventando “Workers’ Party” nel 1982. Nella scissione del 1970, l'odierno Sinn Féin ha preso il nome di “Provisional Sein Féin”.
L’importanza del SF sta nel fatto che negli ultimi 30 anni è stato uno degli attori protagonisti del conflitto nord-irlandese. SF è stato da sempre visto come l’ala politica dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese) o meglio, della PIRA (Esercito Repubblicano Irlandese Provvisorio) o comunque in stretto contatto con essa. Se all’inizio sembrava che SF fosse un attore di secondo piano sulla scena politica nord-irlandese perché nei primi anni ottanta il partito non era rappresentato in nessuna assemblea legislativa, con lo Sciopero della Fame (Hunger Strike) del 1981 dei detenuti repubblicani avvenuto nel carcere di Maze e con l’elezione del loro capo Bobby Sands, nel Parlamento Britannico (1981), la fortuna politica e il peso nella realtà nord-irlandese di SF ha cominciato a cambiare.
La decisione presa durante l’Ard Fheis (il Congresso Annuale del Partito) del 1986 quando la maggioranza degli iscritti, guidati da Gerry Adams, votarono per terminare la politica dell'astensionismo significava che SF era pronto a riconoscere le istituzioni create dal governo britannico sull'isola. Con l'iniziativa del ’86 di deviare dalla linea repubblicana tradizionale, cioè quella dell'assenteismo in caso di vittoria elettorale (i parlamentari eletti non avrebbero occupato i seggi a Westminster, non essendo ritenuto legale l’atto di unione legislativa dell’Irlanda del Nord con la Gran Bretagna), sia il più importante partito nazionalista a quei tempi, il Social Democratic and Labour Party (SDLP), sia il governo britannico cominciano a prendere sul serio la voce di SF.
All’inizio degli anni ’80 SF si muoveva nei parametri del pensiero repubblicano irlandese. Il movimento repubblicano ha come obiettivo l’unificazione dell’Irlanda del Nord con la Repubblica d’Irlanda sia con metodi politici, sia utilizzando la lotta armata. Secondo Nioclás O'Ceallaigh il movimento repubblicano è composto da più entità a parte SF: IRA (le varie frazioni), SF Repubblicano, il Movimento per la Sovranità delle 32 Contee (32 County Sovereignty Movement), il Partito degli Operai (Worker’s Party) ed altre organizzazioni minori.  
Nella Repubblica d'Irlanda il SF ha visto, dal 1989, lentamente crescere i propri consensi. Nel 1997, il SF è riuscito, dal 1957, ad eleggere per la prima volta un deputato, grazie al 2,6% dei consensi. I voti per il SF sono più che raddoppiati nelle elezioni del 2002, quando i socialisti nazionali hanno ottenuto il 6,5% dei consensi ed hanno eletto 5 deputati.
Alle politiche del 2007, il SF è sceso a 4 seggi, pur avendo avuto un incremento in termini di consensi, 6,9% (+0,4%).
Negli ultimi anni il partito è riuscito ad allargare decisamente il suo bacino elettorale, ottenendo l'11,2% alle Europee del 2009 e il 9,9% alle ultime elezioni politiche irlandesi (febbraio 2011), conquistando 14 seggi. Nel 2012 si è schierato per il NO al referendum sul fiscal compact.
Il Sinn Féin odierno è invece un partito indipendentista molto attivo soprattutto nell'Irlanda del Nord, dove proclama la necessità dell'unità irlandese. Organo politico dell'IRA, nel 1998 partecipa alla stesura del Belfast Agreement, noto anche come Accordo del Venerdì Santo (Good Friday Agreement).
Nel suo programma politico sono presenti spunti e argomentazioni di stampo socialista.
Attuale leader del movimento è Gerry Adams. Altro personaggio chiave del partito è Martin McGuinness che attualmente ricopre la carica di vicepremier nel governo di coalizione nord-irlandese. Non ufficialmente, ma secondo molte fonti, i due sarebbero stati membri del Consiglio dell'Esercito (Army Council) dell'IRA, braccio armato del partito durante gli anni della guerra.
Il partito è presente al Parlamento Europeo con 2 europarlamentari (uno eletto nella Repubblica d'Irlanda e uno nel Regno Unito) iscritti al gruppo della Sinistra unitaria europea/Sinistra verde nordica (GUE/NGL), di cui fanno parte i partiti della sinistra radicale europea tra cui gli italiani Rifondazione Comunista e il Partito dei Comunisti Italiani.
Alle elezioni del 2011 per il Parlamento dell'Irlanda del Nord, il SF ha conquistato il 26,9% dei consensi ed ha eletto 29 deputati, uno in più del 2007. Il SF dal 1982 ha visto sempre incrementare i propri consensi: 10% (1982); 15,5% (1996); 17,7%(1998); 23,5% (2003); 26,2% (2007).
Alle elezioni generali del 2020 il SF si attesta come primo partito del paese ottenendo il 24,5% dei voti, realizzando un sorpasso storico sui due partiti conservatori che per un secolo hanno primeggiato nella competizione elettorale.

domenica 27 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 novembre.
Il 27 novembre 1897 nasce nel napoletano Vito Genovese.
Vito Genovese è stato il capo della Famiglia mafiosa che porta il suo nome dal 1957 al 1969, anno della sua morte. Genovese è stato il mentore di Vincent Gigante, futuro boss della Famiglia. Anche suo fratello Michael era un membro della cosca.
Vito Genovese emigra in America con la sua famiglia nel 1913 e con i suoi familiari si stabilisce a Little Italy (New York), dove già abitano alcuni suoi parenti. Nel 1915 subisce il primo arresto per possesso illegale di arma da fuoco e verrà condannato ad un anno di reclusione. Uscito di prigione conosce un giovane coetaneo, Lucky Luciano. I due diventeranno inseparabili e la loro amicizia durerà per quasi quarant'anni.
All'inizio degli anni venti, Luciano lo introduce nella Famiglia mafiosa guidata da Joe Masseria. Sotto la sua guida, Genovese si occupa di estorsioni e contrabbando di alcolici e, grazie al suo carattere sadico e violento, diventa uno dei più spietati e sanguinari killer della Famiglia.
Nel 1930, con lo scoppio della guerra castellammarese, compie decine di omicidi, tra cui quello del boss Gaetano Reina.
Nel 1931 Lucky Luciano, assieme agli altri boss, organizza l'omicidio di Joe Masseria e Salvatore Maranzano, i due mafiosi più potenti dell'epoca, mettendo cosi fine alla guerra. Genovese fu uno dei killer di Joe Masseria assieme a Joe Adonis ed Albert Anastasia.
Lucky Luciano, nuovo boss della Famiglia, nomina Genovese suo vice: cosi, a soli 34 anni, Vito diventa uno dei più potenti mafiosi di New York. Quando nel 1936 Luciano viene arrestato e condannato a 30 anni di carcere, pur continuando a comandare dalla prigione, affida la reggenza della Famiglia al vicecapo Vito Genovese. Appena un anno dopo, nel 1937, Genovese è costretto a darsi alla latitanza perché accusato dalla procura distrettuale di New York di essere il mandante dell'omicidio di Ferdinand Boccia, un soldato e suo ex socio nella Famiglia. Genovese lascia gli Stati Uniti e si rifugia in Italia.
Genovese, da tipico opportunista, diventa subito sostenitore di Benito Mussolini e degli altri gerarchi fascisti. Nel 1943, con lo sbarco degli alleati in Sicilia, Genovese diventa l'interprete ufficiale del colonnello Charles Poletti.
Genovese prospera con i suoi affari nel mercato nero e nel contrabbando grazie agli ufficiali americani corrotti, tra cui lo stesso colonnello Poletti, legato alla mafia. Ma nel 1945 la polizia militare scopre i suoi loschi affari e lo arresta. L'agente Orange Dickley, ufficiale della polizia militare, scopre che Genovese in realtà è ricercato per omicidio e lo fa rimpatriare negli Stati Uniti per sottoporlo a processo.
Durante lo svolgimento del processo, i testimoni chiave incominciano a morire in modi misteriosi (naturalmente assassinati dagli uomini di Genovese). Le morti, grazie alle autorità di polizia corrotte, vengono archiviati come suicidi e così Genovese viene assolto da tutte le accuse.
Sempre nel 1946 Lucky Luciano era stato espulso dagli Stati Uniti e quindi Frank Costello era diventato il boss ufficiale della Famiglia Luciano. Costello declassò Genovese da potenziale erede al trono della Famiglia e inoltre, negli anni di assenza di Genovese, Costello aveva diminuito di molto il potere ai suoi uomini di fiducia. Genovese, che aspirava al ruolo di boss, cominciò a nutrire rancore verso il suo vecchio amico, progettandone l'eliminazione.
Genovese aveva il sostegno dei suoi fedelissimi: Jerry Catena, Michele Miranda, Anthony Strollo, Philip Lombardo e Thomas Eboli. Tuttavia Costello era ancora uno dei più potenti boss d'America ed era sostenuto da alcuni dei capidecina più potenti della Famiglia: Joe Adonis, Anthony Carfano, Rocco Pellegrino, John Biello, John De Noia e soprattutto il suo vicecapo Willie Moretti.
Genovese cosi attua una specie di "guerra fredda" e nel 1951 fa assassinare Willie Moretti. Costello preferisce non cadere nelle provocazioni per non scatenare una guerra fratricida all'interno della Famiglia.
Nel 1953 Joe Adonis viene espulso dagli Stati Uniti e così il potere di Frank Costello incomincia a crollare. Nel 1957, con la morte per cause naturali di John De Noia, il ritiro dalle attività mafiose di John Biello e l'omicidio di Albert Anastasia (capo della Famiglia Mangano e alleato di Costello stesso), Genovese decide che è venuta l'ora di deporre dal trono Frank Costello.
Frank Costello, leggermente ferito nel corso di un agguato mentre sta rientrando nella sua casa a Manhattan, decide di ritirarsi e lasciare il posto a Genovese. Il killer, Vincent Gigante, è un giovane soldato di Vito Genovese.
Genovese nomina come vicecapo Jerry Catena e come consigliere Michele Miranda. Pochi mesi dopo con Carlo Gambino, nuovo capo della Famiglia Mangano, organizza la Riunione di Appalachin.
Nel 1959 Genovese viene arrestato e condannato a 15 anni di carcere, con l'accusa di essere uno degli organizzatori di un traffico di eroina.
Pur continuando a comandare dal carcere, Genovese nomina come reggente Anthony Strollo che, assieme a Catena, Miranda, Lombardo ed Eboli, gestiranno gli affari della cosca. Nel 1962 ordina dal carcere l'omicidio dello stesso Strollo, colpevole secondo lui di essere diventato troppo autonomo e di essersi avvicinato troppo a Carlo Gambino.
Nel 1963 uno dei suoi uomini, Joe Valachi, accetta di testimoniare contro di lui e l'intera mafia, diventando così il primo pentito di Cosa Nostra in America.
Valachi, recluso nello stesso carcere di Genovese, temeva di essere ucciso su ordine del suo anziano boss. Questa pubblicità, indesiderata dalla Mafia, portò un grosso danno di immagine a Genovese, ritenuto dagli altri boss il responsabile del pentimento di Joe Valachi.
Vito Genovese muore in carcere per un attacco di cuore nel 1969, all'età di 72 anni.
Genovese è considerato uno dei boss mafiosi più traditori, doppiogiochisti e spietati della Mafia americana.

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