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mercoledì 21 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 febbraio.
Il 21 febbraio 2012 l'Eurogruppo concede alla Grecia ulteriori 130 miliardi di euro in aiuti, scongiurando così il default dell'economia ellenica.
Nel 2009, la Grecia ha dato il via alla crisi annunciando che il suo deficit di bilancio sarebbe stato del 12,9 per cento del PIL, che è più di quattro volte il limite del 3 per cento imposto dall’UE. Le agenzie di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor hanno subito tagliato il rating della Grecia, spaventando gli investitori e aumentando il costo dei prestiti futuri. Il tutto ha reso sempre più difficile che la Grecia potesse trovare i fondi per rimborsare i suoi titoli di Stato.
Nel 2010, la Grecia ha annunciato un pacchetto di austerità per abbassare il deficit al 3 per cento del PIL in due anni, progettato per rassicurare le agenzie e i mercati. Appena quattro mesi dopo, la Grecia ha avvertito che sarebbe andata in default, lo stesso.
L’UE e il FMI hanno fornito 240 miliardi di euro in fondi di emergenza in cambio di ulteriori misure di austerità. Questo ha dato alla Grecia abbastanza soldi solo per pagare gli interessi sul proprio debito già esistente e mantenere le banche capitalizzate.
Le misure di austerità hanno rallentato ulteriormente l’economia greca riducendo le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito. La disoccupazione è salita al 25 per cento e numerose rivolte sono esplose per le strade. Il sistema politico greco è entrato in un periodo di profonda crisi.
Nel 2011, l’European Financial Stability Facility (EFSF), un altro strumento di prestito finanziato dai paesi dell’UE, ha aggiunto altri 190 miliardi di euro al piano di salvataggio. Nel 2012, il rapporto debito-PIL della Grecia era salito al 175 per cento, quasi tre volte il limite del 60 per cento indicato dall’UE. Gli obbligazionisti finalmente accettano un taglio sull’investimento, accettando una svalutazione del 75 per cento sui 77 miliardi di dollari del valore del debito.
Ma come è stato possibile arrivare fino a questo punto?
I semi della crisi greca sono stati piantati nel 2001, quando la Grecia ha adottato l’euro come moneta. La Grecia era un membro dell’Unione Europea dal 1981, ma non poteva entrare nella zona euro. Il suo deficit di bilancio era stato troppo alto per i criteri di Maastricht.
Tutto è andato bene per i primi anni. Come altri paesi della zona euro, la Grecia ha beneficiato del potere della moneta unica, che permetteva tassi di interesse più bassi e un afflusso di capitali di investimento e prestiti.
Nel 2004, la Grecia ha annunciato di aver mentito per poter aggirare i criteri di Maastricht. L’UE, tuttavia, non ha imposto delle sanzioni. Perché no?
Per tre cause principali:
1. Anche Francia e Germania stavano spendendo di sopra del limite nello stesso momento, sarebbe stato ipocrita sanzionare la Grecia.
2. C’era forte incertezza su quali sanzioni esattamente applicare. Potevano espellere la Grecia, ma sarebbe stata una decisione dirompente che avrebbe indebolito l’euro.
3. L’UE era impegnata a rafforzare il potere della moneta unica sui mercati valutari internazionali. Un euro forte avrebbe potuto convincere altri paesi dell’UE, come il Regno Unito, Danimarca e Svezia, ad adottare l’euro.
Di conseguenza, il debito greco ha continuato a crescere fino a quando la crisi è scoppiata nel 2009. Ora, l’UE deve stare dietro alla Grecia. In caso contrario, dovrà affrontare le conseguenze della Grexit, e non solo.
La Grecia è diventata l’epicentro della crisi del debito in Europa dopo l’implosione di Wall Street nel 2008. Con i mercati finanziari globali ancora in ripresa, la Grecia ha annunciato nell’ottobre 2009 di aver rivisto al rialzo le cifre del deficit per anni, sollevando allarmismi circa la solidità del sistema finanziario greco.
Improvvisamente, la Grecia è rimasta fuori dai prestiti sui mercati finanziari. Dalla primavera del 2010, ha iniziato ad avvicinarsi alla bancarotta che minacciava di scatenare una nuova crisi finanziaria.
Per scongiurare una simile calamità, la cosiddetta Troika - il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea - ha messo in campo il primo dei due piani di salvataggio internazionali per la Grecia, per un totale di più di 240 miliardi di euro. Naturalmente, il piano di salvataggio aveva delle sue condizioni.
Le istituzioni creditrici hanno imposto condizioni di austerità che hanno richiesto tagli drastici e aumenti sulle tasse. Quest’ultime hanno inoltre spinto la Grecia a rivedere la conformazioni della propria economia, semplificando le dinamiche di governo, dando fine all’evasione fiscale e rendendo la Grecia un Paese più attraente per gli investimenti dall’estero.
I finanziamenti avrebbero dovuto far guadagnare tempo alla Grecia per stabilizzare le proprie finanze e sedare i timori del mercato su una possibile rottura nell’Unione.
Nonostante il piano di salvataggio abbia aiutato, i problemi economici della Grecia non sono scomparsi. La crescita economica si è ridotta di un quarto in cinque anni e la disoccupazione è al di sopra del 25 per cento.
I fondi di salvataggio servivano - e servono tutt’ora - soprattutto a ripagare i prestiti internazionali della Grecia piuttosto che a sostenere la sua economia. E il governo ha ancora una carico di debito sconcertante che non sarà in grado di ripagare senza una ripresa nel Paese.
Molti economisti e molti greci danno la colpa alle misure di austerità per gran parte dei problemi del paese. Il partito di sinistra Syriza ha vinto di nuovo le elezioni promettendo di rinegoziare il piano di salvataggio; Tsipras infatti sosteneva già che l’austerità aveva creato una «crisi umanitaria» in Grecia.
Ma anche i creditori hanno di che rimproverare alla Grecia: Atene non ha condotto le revisioni economiche necessarie e previste dal piano di salvataggio.
Mentre il dibattito infuria, l’unico punto su cui tutti concordano è che la Grecia è ancora una volta andata a corto di liquidità.
Il 20 agosto 2022, dopo 12 anni, si è conclusa la sorveglianza europea nei confronti della Grecia. Alla fine di giugno la Commissione europea ha deciso che lo stretto controllo imposto nei confronti di Atene dal 2010 non è più giustificato, dopo che a fine aprile il governo ha restituito in anticipo al Fondo monetario internazionale (Fmi) l’ultima tranche (1,58 miliardi di dollari) del prestito ricevuto. “Dopo dodici anni […] si chiude un capitolo difficile per il nostro paese”, ha dichiarato il ministro delle finanze Christos Staikouras. “La Grecia torna a una normalità europea e non sarà più un’eccezione nell’eurozona”.
Nonostante le rassicurazioni offerte dal primo ministro di destra Kyriakos Mitsotakis, i greci non credono a un ritorno alla normalità e non riescono a cancellare dalla memoria un decennio che per loro è sinonimo di crollo, impoverimento, regressione e umiliazione. Ci vorranno decenni prima che il paese si riprenda dalla terapia d’urto che gli è stata imposta e che ha portato danni colossali.
La Commissione europea, dal canto suo, si limita a ignorare il problema. In una lettera firmata dal vicepresidente Valdis Dombrovskis e dal commissario all’economia Paolo Gentiloni, Bruxelles sottolinea che il governo greco ha rispettato la maggior parte degli impegni presi. Questo è l’elemento essenziale per l’Europa, che per quanto riguarda tutto il resto non ha voglia di dilungarsi sull’argomento.

martedì 20 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 febbraio.
Il 20 febbraio 1909 Tommaso Marinetti pubblica sul Figaro il manifesto del futurismo.
Il Manifesto del Futurismo, pubblicato in francese su "Le Figaro" il 20 febbraio 1909 con il titolo Le Futurisme, era stato inviato in forma di volantino a vari intellettuali e scrittori italiani e già pubblicato il 5 febbraio sulla "Gazzetta dell'Emilia".
A motivo di questo primo manifesto e dei trenta redatti nell'arco dei successivi vent'anni (la gran parte compresi tra il 1909 e il 1917), emerge chiara l'intenzione di voler plasmare, distruggendola e rifondandola, una nuova concezione della vita e dell'arte. La Belle Époque, i cui limiti cronologici vanno dalla fine dell'Ottocento alla Prima Guerra Mondiale, vede un susseguirsi di scoperte scientifiche ed invenzioni tecniche che mutano radicalmente ed in modo assai veloce la concezione della vita nelle città: l'introduzione dell'automobile, dell'elettricità, della rete ferroviaria, assieme allo sviluppo dell'aviazione e all'espansione dell'industria, crea, secondo i futuristi, l'urgenza di rifondare alcuni modelli estetici sulle nuove percezioni e concezioni dell'esistenza e di ripensare a nuove modalità di linguaggio per le generazioni future, destinate a vivere in un'epoca caratterizzata da una profonda rottura con i valori del passato.
I primi futuristi, Paolo Buzzi, Aldo Palazzeschi, Enrico Cavacchioli, Corrado Govoni, Libero Altomare, Folgore, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo, Giacomo Balla, Gino Severini, Balilla Pratella, Antonio Sant'Elia, e naturalmente Filippo Tommaso Marinetti, l'ispiratore, fondatore e finanziatore di tutta l'impresa, propongono nuove concezioni alla base della pittura (Manifesto dei Pittori futuristi, 1910); della musica (Manifesto dei Musicisti futuristi, 1911); della drammaturgia (Manifesto dei drammaturghi futuristi, 1911); della scrittura (Manifesto tecnico della letteratura futurista, 1912 e Distruzione della sintassi. L'immaginazione senza fili e le Parole in libertà, 1913); dell'architettura (Manifesto dell'architettura futurista, 1914) e di tanti altri ambiti, a partire dalle posizioni generali già dichiarate nel manifesto fondativo del 1909. Mossi in primo luogo dal desiderio, condiviso da gran parte della loro generazione, che l'Italia sfrutti l'occasione storica di conquistarsi il ruolo di grande potenza, i futuristi propongono negli 11 punti del primo manifesto una rottura col passato dal carattere energico e aggressivo:
1. Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerarietà.
2. Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.
Una nuova categoria estetica che sostituisca il languore “antiquario” dell'arte dei secoli precedenti:
4. Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità […]
L'eroismo bellico che porta alla rigenerazione sociale (la tragedia della Prima Guerra Mondiale deve ancora avvenire), e il disprezzo per il sentimentalismo romantico che lega l'immaginario collettivo ad abitudini e a valori obsoleti:
9. Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari […] e il disprezzo della donna.
10. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie […]
Ed infine, l'intenzione di “cantare” il presente e la nuova realtà nella quale l'uomo contemporaneo vive e si prodiga:
11. Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne […]; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi […]; i piroscafi […]; le locomotive […]; e il volo scivolante degli aeroplani […]
Esauritosi intorno al 1916, il Futurismo ha vissuto una seconda fase col “Manifesto dell’aeropittura” del 1929, rivestendo una grande influenza anche sulla scenografia, il balletto, la musica e il cinema.


lunedì 19 febbraio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 febbraio.
Il 19 febbraio 1861 viene abolita in Russia la servitù della gleba.
Le vicende dell’immenso impero zarista nel corso del XIX secolo appaiono come un alternarsi di tentativi riformatori e di reazioni conservatrici. All’origine vi è la consapevolezza di parte dell’opinione pubblica delle condizioni di arretratezza tecnica, economica ma anche culturale e civile dell’Impero. Un’arretratezza che si traduce anche in debolezza politica e militare di fronte alle altre potenze europee, come dimostra la sconfitta nella guerra di Crimea. Le vicende dell’abolizione del servaggio da parte di Alessandro II nel 1861, forse la riforma più rilevante poiché mette in discussione i fondamenti stessi della società russa, evidenziano comunque i limiti e le contraddizioni dell’azione riformatrice dall’alto.
Il colpo di Stato che aveva detronizzato Paolo I porta al potere nel 1801 il figlio Alessandro. Questi rende nota la sua intenzione di governare abbandonando la politica del padre e riprendendo al suo posto le “sagge vedute” di Caterina. La cosa nuova rispetto alla visione chiusa di Paolo I sta nel fatto che si va costituendo intorno alla persona dello zar, il quale negli anni della formazione (1785-1794) aveva avuto un precettore svizzero di idee repubblicane (Frédéric-César Laharpe), un gruppo di giovani nobili di sentimenti che potremmo definire appena liberali. Questo gruppo si riunisce in un comitato privato segreto che progetta delle “riforme”, ma non ha alcun ruolo nella politica del governo, affidato a coloro che hanno organizzato l’assassinio di Paolo I. L’analisi delle proposte fatte dal comitato al sovrano, che vi partecipa, e della loro formalizzazione in disegni di legge è molto interessante. Consente prima di tutto di capire che la cultura provinciale del comitato non è in grado, per esempio, di comprendere il rapporto tra alcune teorie, come quella economica, conosciuta attraverso la Ricerca sulla natura e sulle cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith, o quella giuridica, ricavata dalla lettura della Magna charta libertatum del 1215 insieme all’Habeas corpus act del 1679, e le concrete pratiche delle istituzioni di governo: in Russia non esiste né una società civile, né un parlamento, né una qualche comprensione del concetto di libertà individuale da tutelare dall’arbitrio dello Stato.
Ciò non significa che non ci sia con Alessandro una notevole e pregevole produzione legislativa atta a modernizzare l’amministrazione e a introdurre, attraverso l’intervento del governo, una qualche modifica nella struttura sociale; per esempio, quella che si propone di ampliare la “classe degli agricoltori liberi”. Significa che tale produzione legislativa non è né l’effetto di una pressione di forze economiche che intendono liberarsi dal modello servile, né un’offerta a una classe d’imprenditori che voglia promuovere lo sviluppo liberista del Paese, ma è indirizzata dal ceto di governo allo stesso ceto di governo, come una soluzione “tecnica” che non va oltre l’idea di miglioramento del sistema. Gli esiti sono quindi irrilevanti. Risultati di una qualche importanza si ottengono invece, anche se limitatamente ai grandi centri urbani, nel campo dell’istruzione pubblica di base, investita dalle Direttive per la cultura popolare, e nel riordinamento delle scuole superiori e del sistema universitario. Un ruolo di primo piano nelle “riforme” lo svolge, specialmente dopo la chiusura del comitato, Michail M. Speranskij, che arriva ai vertici dello Stato avendo percorso, non da nobile ma da grand commis d’état, una prestigiosa carriera nelle istituzioni. Egli ottiene infatti l’incarico di preparare un progetto di costituzione che avrebbe dovuto modificare il sistema assolutistico, introducendo la separazione dei poteri e la rappresentanza. Ne viene onorato con il licenziamento, l’esilio e la deportazione.
L’età di Alessandro è attraversata dal nome di Bonaparte. Non si tratta solo del fatto che la campagna napoleonica di invasione della Russia genera nella popolazione la prima grande idea di una guerra patriottica e la vittoria militare impone lo zar come protagonista della Santa Alleanza. Si tratta anche del fatto che si va costruendo la struttura di un discorso che vede nella diffusione delle idee della Rivoluzione francese la fine dell’ancien régime come modello politico “naturale” e, allo stesso tempo, con un’operazione che non sarà dimenticata nella preparazione ideologica del Congresso di Vienna e verrà sviluppata nella cultura della Restaurazione, fa della riparazione un imperativo “messianico” che si appropria, rovesciandola, della stessa terminologia laica dell’Illuminismo.
Di fronte alla politica di Alessandro, malgrado il cedimento impostogli dalla più alta aristocrazia di corte nel caso Speranskij, quella di Nicola I (nato nel 1796) appare subito come radicalmente conservatrice, anche perché abolisce ogni possibilità di interpretare le idee del predecessore come liberali. Il giorno stesso dell’abdicazione del fratello maggiore Costantino, che avrebbe dovuto succedere allo zio Alessandro, morto senza lasciare eredi, egli si trova di fronte alla rivolta dei decabristi: un gruppo di ufficiali della nobiltà liberale, appartenenti a una società segreta che propone anche per la Russia un modello politico costituzionale, se non addirittura repubblicano, e vuole di conseguenza abolire il sistema economico fondato sulla servitù della gleba. Al contrario di quanto era avvenuto all’epoca di Caterina, il movimento decabrista ha radici molto profonde nell’intellettualità liberale, che si è formata alle idee della cultura politica occidentale e concepisce il proprio impegno in termini etici. La rivolta di Pietroburgo, cui partecipano circa tremila soldati, il 14 dicembre 1825, va incontro al fallimento. Ma la repressione organizzata da Nicola – con impiccagioni, deportazioni e lavoro forzato – pone il movimento all’inizio del processo di emancipazione che caratterizzerà tutto il XIX secolo. È una scelta conseguente alle idee politiche del sovrano, che concepisce lo Stato come Stato di polizia e non intende in alcun caso lasciare il benché minimo spazio alla manifestazione di un pensiero che non sia l’esaltazione dell’autocrazia. La sua politica estera non è che una variante della politica interna: repressione di ogni movimento rivoluzionario (quello polacco nel 1830-1831 e quello ungherese nel 1848-1849). Nicola riprende in considerazione il problema della presenza russa nel Mediterraneo che, fin da Pietro il Grande, aveva procurato conflitti permanenti con l’Impero ottomano. Ma questa volta lo scontro si internazionalizza e coinvolge le principali potenze europee (dall’Inghilterra alla Francia) che, con la guerra di Crimea, infliggono alla Russia una delle più brucianti sconfitte della storia contemporanea.
Nato nel 1818, Alessandro II riceve un’iniziazione alle idee liberali seguendo le lezioni di Michail Speranskij e un buon addestramento alle pratiche politiche perché, differentemente da quanto in precedenza era accaduto ai figli dello zar destinati alla successione, entra a far parte del consiglio di Stato e poi partecipa attivamente con incarichi importanti al consiglio dei ministri. Dopo l’incoronazione nel 1855, tutta l’energia del nuovo sovrano viene consacrata alla guerra in Crimea: un conflitto che, come abbiamo detto, vede scendere in campo contro la Russia una possente coalizione di Stati che, alla fine delle ostilità, impongono la pace di Parigi.
Sono molti gli studiosi i quali ritengono che la riflessione sulla sconfitta di Sebastopoli (espugnata dalle forze anglo-francesi nel settembre 1855) abbia avviato il processo di trasformazione dello Stato russo, per metterlo in grado di partecipare alla pari alle politiche di potere dei Paesi europei. Tutto ha inizio dalle discussioni intorno alla possibile abolizione della servitù della gleba come obsoleto modello economico-sociale dell’impero. Esistono alcuni precedenti, senza però conseguenze, nel programma dei decabristi (che conoscono gli interventi di Giuseppe II) e nelle discussioni clandestine tra gli intellettuali quando l’Austria e la Prussia, nel 1848, si muovono per abolirne le ultime vestigia. Lo stesso Alessandro nel 1846 viene incaricato di presiedere un comitato di studio sulla questione contadina. Ma l’iniziativa si arena presto. Alessandro prende una decisione nell’aprile del 1856. Avverte che il sistema della proprietà della terra fondata sulla servitù dei contadini deve essere riformato e lo fa adottando un linguaggio assolutamente inedito nella Russia: “È meglio cominciare ad abolire il servaggio dall’alto piuttosto che aspettare che esso cominci ad essere abolito dal basso”. Non sappiamo a chi, tra i consiglieri del sovrano, si possa ascrivere una consapevolezza del genere. Sta di fatto che essa fa balenare l’idea della rivoluzione contadina, che nel frattempo sta diventando un programma politico. Gli studi sulle proposte che arrivavano al comitato dai saperi accademici (anche stranieri), oltre che dai tecnici dello Stato più avanzati, e le ricerche sulle discussioni interne ed esterne che esse provocavano, anche col “rischio” di essere estese alla società civile, sono numerosissimi e offrono un ventaglio d’interpretazioni piuttosto variegato.
Ciò che impressiona nella prima fase è la localizzazione (territori lituani e alcune zone limitrofe governate dal generale Vladimir I. Nazimov) e la rapidità dell’azione: il 2 dicembre 1857 Alessandro promulga la prima limitatissima disposizione emancipatoria. Essa, nota come Rescritto Nazimov, viene superata dalle famose lettere di Jakov I Rostovcev il quale, a nome del comitato, imprime un’accelerazione al processo che deve portare alla promulgazione della legge (3 marzo 1861). L’analisi della trasformazione degli enunciati dalle prime stesure fino alla redazione definitiva consente di capire che le forze di resistenza sono in grado di limitare sempre di più l’attuazione del provvedimento in senso occidentale. Se è vero che, nel primo discorso ai nobili di Mosca, Alessandro ha alluso al fatto che, a proposito del servaggio dei contadini, i poteri hanno il dovere di anticipare la domanda proveniente dalla società, e se è vero che questa domanda è avvertita (spesso ancora in modo confuso) da alcuni spericolati segmenti della nobiltà sensibili all’idea di modernità e progresso, è vero anche che non si può fare impunemente circolare nell’emergente opinione pubblica una parola come “emancipazione”. Essa circola però nella stampa. Ha un effetto di ridondanza epidemica, nel senso che del termine si potevano impossessare (e s’impossesseranno) tutti coloro i quali ritenevano di trovarsi in uno stato o condizione di “servaggio” intellettuale e culturale, politico e morale, religioso e nazionale, di genere e di condizione. In ogni caso, la parola emancipazione non appare nel testo di legge (manifest ob otmene krepostnogo prava).
Difficile stabilire se ci sia una connessione strutturale o di sistema tra gli interventi fatti nei diversi campi, o se si sia trattato di operazioni appena collegate da una concomitante pressione dall’esterno e dall’interno delle istituzioni. Sta di fatto che, tra il 1856 e il 1864, vengono fatti investimenti in tutto il campo dell’istruzione, anche con l’introduzione di importanti misure amministrative (nomine di sovrintendenti con adeguata preparazione professionale nei distretti scolastici), e si allargano le possibilità d’accesso alle scuole superiori. Ma è soprattutto nelle università che le innovazioni sono sensibili, con l’immissione di un personale docente qualificato e numeroso che in poco tempo, abolite diverse limitazioni, attira studenti provenienti anche da famiglie della burocrazia statale media. Ai primi fermenti di agitazione, provocati dalle richieste studentesche di andare oltre le “riforme” tecniche, Alessandrò si irrigidisce. L’università di Pietroburgo, nel 1861, viene chiusa e tutto sembra regredire alla situazione oscurantista inscenata da Nicola come risposta al Quarantotto europeo, con la nomina a ministro dell’Istruzione pubblica di un ammiraglio.
Esiste una corrente storiografica che ha concentrato tutto il suo interesse sul problema del rapporto tra emancipazione dei servi della gleba e riordinamento delle istituzioni locali. Anche qui è difficile dare un ordine preciso alle iniziative dal punto di vista di una loro relazione causale, dato che i primi provvedimenti risalgono al 1859 e fanno già riferimento a rappresentanze dei contadini. Ma è soprattutto nel periodo di tempo in cui si comincia a realizzare il nuovo sistema di trasformazione dei servi in lavoratori salariati della terra (quelli che non hanno la possibilità del riscatto) e piccoli proprietari (quelli che accettano la ripartizione) che la riforma delle istituzioni locali diviene urgente. La volost’, termine che appartiene al linguaggio politico dell’intera Europa orientale, diventa l’organo di autogoverno di diversi villaggi e ogni mir vi elegge i suoi delegati. L’uso della nozione di autogoverno non deve però essere preso in senso letterale. In realtà, esiste una serie d’importanti intermediari tra potere centrale e locale che dà credibilità al sospetto che queste unità amministrative siano rudimentali strumenti governativi di controllo, in un momento cui il mondo rurale, proprio per effetto della riforma contadina, è in fermento. La successiva misura sarà in effetti realizzata a livello più alto nel 1864 quando, su proposta di Nikolaj Miljutin, vengono istituiti gli zemstva in cui le volosti entrano, accanto agli altri ceti di un governatorato (proprietari fondiari e borghesia), per gestire, attraverso i proventi di una parte della tassazione, l’amministrazione locale (dall’istruzione pubblica elementare all’assistenza sanitaria di base). Gli zemstva, dovendo eleggere i giudici di pace, svolgono anche un ruolo nella riforma del sistema giudiziario, regolamentato nel 1864. Per quanto riguarda l’aspetto formale assunto nella fase conclusiva, presentata dal responsabile di settore del consiglio di Stato (Pavel P. Gagarin), esso sembra introdurre in Russia una sorta di sistema inglese per la presenza del procuratore dello Stato e della giuria. Non meno importanti sono la riforma dell’ordinamento militare e la trasformazione dell’esercito, così come il riordino dell’apparato tributario, che dà la possibiltà di entrate fiscali tali da garantire l’erogazione di prestiti quando Alessandro si convince, dopo la generale depressione determinata dall’isolamento internazionale seguente alla guerra di Crimea, che la Russia non può rinunciare a una politica espansionistica alla stregua delle altre potenze europee. In questo quadro si colloca non solo la campagna orientale per l’egemonia in tutto il territorio siberiano, simboleggiata nelle estremità dalla costruzione delle città fortificate di Chabarovsk e di Vladivostok; non solo la progressiva acquisizione (a partire dal 1863 fino al 1875) di numerosi canati uzbechi (Kokan, Buchara, Khiva), che costituiscono il sistema imperiale russo in Asia centrale, ma anche la penetrazione nei Balcani, motivata dalla volontà di “liberare” gli ortodossi dall’oppressione islamica, culminata nella guerra russo-turca (1876-1878).
Se è vero che l’impegno nella politica estera e l’espansionismo in Asia e nei Balcani ha costituito un indubbio successo della Russia di Alessandro, non si può dire altrettanto delle “riforme”. Non perché esse non abbiano prodotto dei risultati, ma perché sono state corredate da tutta una serie di retrocessioni del pensiero emancipatorio e da una serie di misure contraddittorie che spesso hanno ripristinato lo status quo ante, visto che non hanno modificato la struttura economico-sociale della Russia. Esse, poi, non hanno impedito che all’interno di una società alla quale non venivano offerte possibilità di sviluppo in base alle capacità si radicalizzassero sempre di più le opposizioni dei democratici e dei rivoluzionari (si pensi all’evoluzione del movimento populista fino alla Narodnaja Volja), con il conseguente irrigidimento delle posizioni dei “riformisti” di Stato che ritornavano progressivamente all’assolutismo. Dopo i due attentati falliti del 1879 e 1880, Alessandro cerca, per un istante, di riprendere la politica delle riforme, tinte addirittura dalle venature “democraticiste” del generale Michail Loris-Melikov, che implora la partecipazione dei cittadini nelle decisioni politiche. Ma il terzo attentato, il 13 marzo 1881, non va a vuoto. Il successore, Alessandro III, reagisce immediatamente inasprendo il regime autocratico e aprendo la repressione dei movimenti di emancipazione, cosa che porta all’allontanamento dal governo di coloro i quali hanno sostenuto le politiche liberali. I suoi Regolamenti temporanei, che sembrava potessero fare riferimento a una situazione d’emergenza, diventano invece il manifesto del suo governo e quindi ne orientano il programma. Tutta la politica interna di Alessandro III può essere definita come una sequenza di controriforme: valgano per tutte quelle sulla cancellazione dell’autonomia universitaria e lo smantellamento delle associazioni studentesche; la riduzione degli zemstva in organi periferici del potere centrale con addirittura la soppressione della rappresentanza rurale; la riduzione della base censitaria nelle elezioni per le amministrazioni locali. Anche la politica estera obbedisce prima di tutto all’idea che bisogna riprendere il modello della reazione internazionale e Alessandro III firma, proprio mentre viene incoronato, l’alleanza dei tre imperatori con Francesco Giuseppe d’Austria e Guglielmo I di Germania.

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