Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 1932 venne ritrovato il corpicino senza vita del bambino di Charles Lindbergh, il famoso transvolatore atlantico. Era stato rapito 2 mesi prima, la notte del 2 marzo.
In quel freddo week-end di inizio marzo del 1932, nella grande casa tra le montagne del New Jersey, immersa nel silenzio e nel verde, la giornata era trascorsa tranquilla; i Lindbergh, Charles, Anne e il piccolo Charles Junior, di 20 mesi, erano attesi, a New York, dai nonni materni, ma la visita era stata rimandata: Junior aveva l’influenza, il medico aveva consigliato tranquillità e riposo e la famiglia era rimasta così nella villa, con Betty, la baby sitter, e una coppia di domestici. Nessuno avrebbe dovuto sapere che i Lindbergh si trovavano lì, nel loro rifugio di lusso nei dintorni di East Amwell, una cittadina a metà strada tra New York e Philadelphia. L’eroe della prima trasvolata atlantica senza scalo New York-Parigi, l’intrepido aviatore che, con la giovane moglie, si era avventurato su nuove rotte nel nord del Pacifico e in Oriente, sentiva la pressione della notorietà: la villa di pietra tra i boschi lo nascondeva dalla curiosità della stampa e dei suoi ammiratori e gli permetteva di dedicarsi alla sua vera, grande passione, il volo.
Erano da poco passate le dieci di sera, Charles e Anne, fedeli al rito della buona società americana, prendevano il caffè in salotto quando, con grande sgomento, la baby sitter, salita a vegliare sul sonno del piccolo, si era accorta che Charles Junior era scomparso. Nella stanzetta al secondo piano, accanto al lettino vuoto, aveva trovato un messaggio: in un inglese incerto e sgrammaticato, il rapitore chiedeva un riscatto di 50.000 dollari per il rilascio del bambino; una somma decisamente notevole nell'America della Grande Depressione, con i suoi milioni di americani gettati sul lastrico dal crollo di Wall Street nel 1929. Una cifra pari a quanto i Lindbergh avevano investito per costruire la loro residenza: quelle venti stanze, simbolo della fortuna e della fama conquistate da Charles "aquila solitaria" con il suo leggendario volo attraverso l’Atlantico, si trasformavano ora nel palcoscenico di un dramma. Perché, nel momento in cui, fallite le prime frenetiche ricerche, Lindbergh decideva di chiedere l’intervento della polizia di stato, i riflettori si sarebbero riaccesi su tutta la famiglia; una decisione sofferta dato che Anne era di nuovo incinta e, ora più che mai, bisognava proteggere lei e il bambino che stava per nascere. Quella notte, al seguito dei poliziotti, guidati dal colonnello Norman Schwarzkopf, i giornalisti erano piombati a casa Lindbergh; si erano gettati letteralmente sulla notizia: un eroe nazionale protagonista di una vicenda tanto drammatica assicurava la prima pagina. Ma il loro arrivo alla villa aveva messo in difficoltà gli investigatori e aveva cancellato eventuali orme lasciate dal rapitore durante la fuga, sicuramente visibili sul leggero strato di neve che era caduta nella notte.
Un particolare importante vista la scarsità di indizi: oltre alla domanda di riscatto, la polizia non aveva trovato altro che una scala, realizzata a mano e utilizzata per accedere alla finestra della nursery, al secondo piano, e un martello, che erano stati abbandonati nei pressi dell’abitazione; nessuna traccia esterna e niente impronte digitali all'interno.
Come previsto, il giorno dopo, il 2 marzo, la notizia apparve su tutti i principali quotidiani e il clamore suscitato travolse i Lindbergh: nei giorni successivi, il flusso di lettere e di telefonate di possibili intermediari, che lasciavano intendere diretti contatti con il sequestratore; di veri e propri sciacalli che cercavano di speculare sulla vicenda, ma anche di quanti esprimevano la loro solidarietà e offrivano sincero aiuto, fu ininterrotto. E mentre gli investigatori lavoravano, senza risultato, per vagliare la veridicità delle segnalazioni, le ipotesi sviluppate dai giornali complicavano ulteriormente le indagini. Gli occhi dell’opinione pubblica, in quel periodo, erano puntati sui gangster, responsabili dell’ondata criminale che aveva investito il paese. E chi, se non il pericolo pubblico numero 1, il famigerato Al Capone, poteva essere responsabile di un tale efferato rapimento? Detenuto a Chicago, per una condanna a undici anni per evasione fiscale, il gangster italo-americano, forse seriamente intenzionato al gesto eclatante, forse semplicemente per sfruttare le accuse a suo vantaggio, offrì una ricompensa di 10.000 dollari in cambio di informazioni utili alla liberazione di "baby Lindbergh"; non solo, chiese anche di essere rilasciato per poter attivamente collaborare, con tutti i suoi uomini, alla ricerca del colpevole. Una proposta che suscitò un vero e proprio dibattito a livello nazionale e divise gli americani in pro e contro; finché non intervenne l’agente Elmer Irey, colui che era finalmente riuscito ad assicurare il gangster alla giustizia; convinse Lindbergh della malafede di Al Capone che, una volta rilasciato, non avrebbe fatto altro che darsi alla fuga.
Era passato poco più di un mese dal rapimento e il caso sembrava senza via d’uscita; gli investigatori non facevano passi avanti e la pressione della stampa se da un lato intralciava le ricerche, dall'altro ne denunciava anche l’inefficienza. Ottenuta finalmente dalla polizia libertà di azione nella trattativa con i rapitori, Lindbergh accettava l’offerta di un insegnante in pensione di New York, John Condon che, con un annuncio su un giornale, aveva messo a disposizione mille dollari dei suoi risparmi come aiuto alla liberazione del piccolo Charles. E fu proprio Condon che, accompagnato dallo stesso Lindbergh, consegnò il riscatto all'appuntamento fissato: gli accordi erano stati presi per telefono con un uomo che si identificava come John e parlava con forte accento tedesco. Nel cimitero del Bronx, 50.000 dollari, tra banconote e certificati del tesoro, erano stati scambiati con le indicazioni per il ritrovamento di "baby Lindbergh" nascosto, secondo il rapitore, in una barca lungo la costa del Massachusetts.
Perseguitato da fotografi e giornalisti, Lindbergh aveva dato il via personalmente alle ricerche, sorvolando, ai comandi del suo aereo, miglia e miglia di costa, per diversi giorni finché, il 12 maggio 1932, un camionista, fermatosi a riposare nei boschi lungo la strada verso Princeton, a sole due miglia dalla casa dei Lindbergh, scopriva con raccapriccio i resti del corpo di Charles Lindbergh Junior. Il bambino, verrà appurato in seguito, era deceduto per frattura cranica.
Saranno i numeri di serie delle banconote del riscatto a portare all'arresto, due anni dopo, di Bruno Richard Hauptmann, un carpentiere di origine tedesca fuggito dal suo paese per evitare il carcere; in Germania, negli anni venti, aveva scontato tre anni di prigione per rapina a mano armata e furto con scasso, arrestato una seconda volta, era riuscito a scappare negli Stati Uniti prima del processo. Un immigrato clandestino quindi che, agli inizi, aveva vissuto di lavori saltuari e con il ricavato di piccole speculazioni in Borsa; poi, negli anni trenta, il suo tenore di vita era decisamente aumentato. Nel 1934 era stato individuato perché, a un distributore di benzina, aveva pagato con alcune banconote identificate e il gestore aveva annotato il numero di targa della sua automobile. Dopo l’arresto e la perquisizione, la polizia aveva trovato altri 14.000 dollari contrassegnati, nascosti nel garage della sua casa e lo stesso materiale utilizzato per costruire la scala. Pochi dubbi quindi sulla sua colpevolezza e, a poche ore dall'arresto, i giornali invocavano la pena di morte. Oltre alle prove, apparentemente schiaccianti, pesavano come aggravanti i precedenti penali e l’origine tedesca dell’accusato, in un momento in cui l’America, dopo l’ascesa di Hitler al potere, guardava con preoccupazione alla Germania.
A nulla valsero i tentativi di Hauptmann di giustificare la presenza del denaro, sostenendo che gli era stato lasciato da un socio in affari, tale Isidor Fish, morto ormai da tempo.
Il 2 gennaio 1935, 700 tra giornalisti e cameraman invadevano la piccola cittadina di Fleminton, nel New Jersey, per documentare l’apertura del "processo del secolo", improvvisando studi radiofonici e sale stampa nelle hall degli alberghi, completamente esauriti. Oltre ai reporter, una folla di curiosi assediava l’ingresso della Corte di giustizia in Main Street per vedere in faccia l’imputato.
Era evidente, fin dalla prima udienza, che si voleva giustizia a tutti i costi; il destino di Hauptmann era segnato: lo stesso avvocato difensore, Edward Reilly, ormai alcolizzato dopo una brillante carriera, lo riteneva colpevole; condusse male la difesa, basata su testimoni-chiave che non vennero mai a deporre. Fu così facile all'accusa, condotta dal procuratore David Willentz, convincere i 12 giurati che Hauptmann non solo aveva rapito "baby Lindbergh" ma lo aveva deliberatamente ucciso.
Il 13 febbraio 1935 la giuria, dopo 11 ore di camera di consiglio, condannava l’imputato, con verdetto unanime, alla sedia elettrica. Hauptmann si era sempre proclamato innocente. L’esecuzione avvenne il 2 aprile 1936.
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martedì 12 maggio 2026
lunedì 11 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarca a Marsala con la spedizione dei Mille, iniziando così la campagna per la unificazione dell'Italia.
Giuseppe Capuzzi, un bresciano che fece parte della spedizione, tenne in quel periodo un diario, scritto nei pochi momenti di riposo tra marce e battaglie, che pubblicò a Palermo in giugno, quando ancora le sorti della spedizione non erano ancora chiare.
Ecco quel che scrisse a proposito di quel giorno di sbarco:
Verso le ore tre pomeridiane dell’undici maggio noi eravamo già nel porto di Marsala ed attendevamo a sbarcare, quando alcuni legni della marina napolitana comparvero. I cannoni erano stati trasportati e noi pressoché tutti avevamo toccata la terra ... Sfilavamo lungo la via per entrare in Marsala, quando i legni nemici ci mandarono palle e mitraglia; erano salve di gioia pel nostro arrivo, alle quali abbiamo risposto col grido entusiastico di Viva l’Italia, Viva Garibaldi. Nessuno fu ferito, onde in bell’ordine entrammo in città. I regi, non avendo potuto nuocerci in modo alcuno, vollero vendicarsi calando a fondo uno dei nostri vascelli e trasportando l’altro seco loro; rappresaglia degna di anime codarde ! Appena entrati in Sicilia ci fermammo lungo la via, e si fecero i fasci d’armi; la popolazione, sorpresa per la nostra inaspettata venuta, sbigottita dal tempestare dei cannoni, ci ricevette freddamente; poche persone del volgo si avvicinarono a noi, ma nulla ci fu dato comprendere del loro dialetto. Avevamo bisogno di cibo, ma la disciplina militare non permetteva che potessimo staccarci dalle nostre armi, onde ben pochi poterono avere del pane. Un ordine venne in breve di marciare fuori della porta ed io fui messo colla mia squadra di avamposto all’oriente della città, altri vennero mandati vicino al porto, onde garantirci da uno sbarco dei regi e da un attacco. La vita militare incominciava con tutti i suoi pesi, ma noi prima di abbandonare le case nostre sapevamo a quali fatiche, a quali abnegazioni andavamo incontro, onde non ci tornò grave l’acconciarvisi. Alla mia volta venni posto a guardare la spiaggia del mare colla consegna di chiamare all’armi, ove qualche nemico comparisse di là. Era tetro il sito e vi regnava un silenzio sepolcrale, solo il vento sibilava fra le erbe. Un’ora corre veloce vicino alla persona che si ama, o in lieta brigata, ma col fucile in ispalla e facendo sentinella passa lentamente. Cogli occhi fissi alla riva del mare, a stomaco digiuno, stanco dei disagi sofferti, io ricordava gli ozi della paterna casa, paragonava il passato col presente, ma la virtù sta nei sacrifici onde alzava il volto al cielo superbo del compito che mi era assunto, chiedendo a Dio la forza di poter reggere alla vita disastrosa che imprendeva, e perseverare nel santo proposito. Smontato di guardia riparai coi miei compagni in una casetta senza finestre, dove, sdraiatomi con loro sulla terra, dormii saporitamente fino alle due ore. Un sergente venne dipoi ad ordinarmi di seguirlo in unione ad altri quattro; era notte ancora, una splendida luna illuminava il creato e noi per sentieri tortuosi e mal noti, dilungandoci due miglia dal corpo di guardia, fecimo una ricognizione sulla spiaggia del mare. Eravamo a metà del nostro cammino quando il raggio solare indorava le vette delle circostanti colline, e tutta la natura siccome risorta a novella vita si vestiva dei suoi mirabili colori. Gli uccelli salutavano la luce, le campane coi loro tocchi chiamavano alla preghiera, mentre le genti di contado, lasciando gli abituri, guidavano le greggi al pascolo. Il nostro sguardo allora spaziò fra i vigneti, fra gli ulivi, ammirammo la profusione dei doni che la natura avea largiti a quella contrada diletta. Pittoresco era il sito, alla terga avevamo un castelletto, abitazione di qualche ricco proprietario, di fronte il mare, alla destra un colle. L’anima incantata sognava le gioie dei fortunati abitatori del luogo; qui era il silenzio, la meditazione, le segrete dolcezze di una vita solitaria note solo a chi ha sofferto, e il cuore con uno slancio ardente le desiderava, ma il tempo del riposo non è giunto per chi nacque nella terra di Dante; solo quando l’italiana famiglia sarà riunita avremo posa. Di là, ricalcando le nostre orme, in breve fummo riuniti ai compagni, ma appena giunti venne l’ordine della partenza. Tornammo in città, furono dispensate le razioni di pane, ci si diede un franco di paga, poi dopo una breve rivista ci incamminammo. Muovevamo innanzi il piede sbocconcellando, si mangiava pensando ai ricchi che di tutto sazi trovavano insipido ogni cibo, mentre per noi quel pane avea il più grande sapore, condito come era dalla fame. Dopo cinque miglia di cammino vi fu una fermata di pochi minuti, la quale tornò molto accetta dacché la sferza del sole ci avea alquanto molestati e non eravamo peranco abituati alle marce. Il generale per tutto quel giorno viaggiò a piedi: eravamo divisi in due file sui cigli della strada ed egli camminava in mezzo a noi, scambiando cortesi parole con l’uno o con l’altro. Era consolante il vedere quell’uomo raro conversare familiarmente coi gregari, dividendo seco loro la fatica del viaggio. Dopo aver percorso un tratto di strada ci siamo internati nelle campagne, e si progredì fra gli sterpi e le erbe; da un lato ci stavano campi interi di frumento vicino a maturanza, dall’altro terre ripiene di fave. La marcia si faceva sempre più disastrosa, sia per la stanchezza, sia per la crescente difficoltà del viaggio. La sete ci tormentava, rare erano le fonti che si incontrarono lungo la via, e ci era stato proibito il bere acqua, temendo potesse nuocere sudati come eravamo. Si aveva ricorso pero a dei succhi di erbe e a qualche grano di fava, che sembrava confortasse un poco le arse fauci. In sul mezzogiorno abbiamo volto il passo fuori della strada che percorrevamo; ad una cascina era stato posto un grande recipiente pieno di vino misto coll’acqua, mano mano passavamo ci veniva data una scodella per bere. Lo champagne, il bordeaux, i vini del Reno non parvero mai a palato d’uomo più prelibati di questa mistura d’acqua e vino. Dopo un tale conforto vi ebbe un po’ di sosta, poi si riprese la marcia.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarca a Marsala con la spedizione dei Mille, iniziando così la campagna per la unificazione dell'Italia.
Giuseppe Capuzzi, un bresciano che fece parte della spedizione, tenne in quel periodo un diario, scritto nei pochi momenti di riposo tra marce e battaglie, che pubblicò a Palermo in giugno, quando ancora le sorti della spedizione non erano ancora chiare.
Ecco quel che scrisse a proposito di quel giorno di sbarco:
Verso le ore tre pomeridiane dell’undici maggio noi eravamo già nel porto di Marsala ed attendevamo a sbarcare, quando alcuni legni della marina napolitana comparvero. I cannoni erano stati trasportati e noi pressoché tutti avevamo toccata la terra ... Sfilavamo lungo la via per entrare in Marsala, quando i legni nemici ci mandarono palle e mitraglia; erano salve di gioia pel nostro arrivo, alle quali abbiamo risposto col grido entusiastico di Viva l’Italia, Viva Garibaldi. Nessuno fu ferito, onde in bell’ordine entrammo in città. I regi, non avendo potuto nuocerci in modo alcuno, vollero vendicarsi calando a fondo uno dei nostri vascelli e trasportando l’altro seco loro; rappresaglia degna di anime codarde ! Appena entrati in Sicilia ci fermammo lungo la via, e si fecero i fasci d’armi; la popolazione, sorpresa per la nostra inaspettata venuta, sbigottita dal tempestare dei cannoni, ci ricevette freddamente; poche persone del volgo si avvicinarono a noi, ma nulla ci fu dato comprendere del loro dialetto. Avevamo bisogno di cibo, ma la disciplina militare non permetteva che potessimo staccarci dalle nostre armi, onde ben pochi poterono avere del pane. Un ordine venne in breve di marciare fuori della porta ed io fui messo colla mia squadra di avamposto all’oriente della città, altri vennero mandati vicino al porto, onde garantirci da uno sbarco dei regi e da un attacco. La vita militare incominciava con tutti i suoi pesi, ma noi prima di abbandonare le case nostre sapevamo a quali fatiche, a quali abnegazioni andavamo incontro, onde non ci tornò grave l’acconciarvisi. Alla mia volta venni posto a guardare la spiaggia del mare colla consegna di chiamare all’armi, ove qualche nemico comparisse di là. Era tetro il sito e vi regnava un silenzio sepolcrale, solo il vento sibilava fra le erbe. Un’ora corre veloce vicino alla persona che si ama, o in lieta brigata, ma col fucile in ispalla e facendo sentinella passa lentamente. Cogli occhi fissi alla riva del mare, a stomaco digiuno, stanco dei disagi sofferti, io ricordava gli ozi della paterna casa, paragonava il passato col presente, ma la virtù sta nei sacrifici onde alzava il volto al cielo superbo del compito che mi era assunto, chiedendo a Dio la forza di poter reggere alla vita disastrosa che imprendeva, e perseverare nel santo proposito. Smontato di guardia riparai coi miei compagni in una casetta senza finestre, dove, sdraiatomi con loro sulla terra, dormii saporitamente fino alle due ore. Un sergente venne dipoi ad ordinarmi di seguirlo in unione ad altri quattro; era notte ancora, una splendida luna illuminava il creato e noi per sentieri tortuosi e mal noti, dilungandoci due miglia dal corpo di guardia, fecimo una ricognizione sulla spiaggia del mare. Eravamo a metà del nostro cammino quando il raggio solare indorava le vette delle circostanti colline, e tutta la natura siccome risorta a novella vita si vestiva dei suoi mirabili colori. Gli uccelli salutavano la luce, le campane coi loro tocchi chiamavano alla preghiera, mentre le genti di contado, lasciando gli abituri, guidavano le greggi al pascolo. Il nostro sguardo allora spaziò fra i vigneti, fra gli ulivi, ammirammo la profusione dei doni che la natura avea largiti a quella contrada diletta. Pittoresco era il sito, alla terga avevamo un castelletto, abitazione di qualche ricco proprietario, di fronte il mare, alla destra un colle. L’anima incantata sognava le gioie dei fortunati abitatori del luogo; qui era il silenzio, la meditazione, le segrete dolcezze di una vita solitaria note solo a chi ha sofferto, e il cuore con uno slancio ardente le desiderava, ma il tempo del riposo non è giunto per chi nacque nella terra di Dante; solo quando l’italiana famiglia sarà riunita avremo posa. Di là, ricalcando le nostre orme, in breve fummo riuniti ai compagni, ma appena giunti venne l’ordine della partenza. Tornammo in città, furono dispensate le razioni di pane, ci si diede un franco di paga, poi dopo una breve rivista ci incamminammo. Muovevamo innanzi il piede sbocconcellando, si mangiava pensando ai ricchi che di tutto sazi trovavano insipido ogni cibo, mentre per noi quel pane avea il più grande sapore, condito come era dalla fame. Dopo cinque miglia di cammino vi fu una fermata di pochi minuti, la quale tornò molto accetta dacché la sferza del sole ci avea alquanto molestati e non eravamo peranco abituati alle marce. Il generale per tutto quel giorno viaggiò a piedi: eravamo divisi in due file sui cigli della strada ed egli camminava in mezzo a noi, scambiando cortesi parole con l’uno o con l’altro. Era consolante il vedere quell’uomo raro conversare familiarmente coi gregari, dividendo seco loro la fatica del viaggio. Dopo aver percorso un tratto di strada ci siamo internati nelle campagne, e si progredì fra gli sterpi e le erbe; da un lato ci stavano campi interi di frumento vicino a maturanza, dall’altro terre ripiene di fave. La marcia si faceva sempre più disastrosa, sia per la stanchezza, sia per la crescente difficoltà del viaggio. La sete ci tormentava, rare erano le fonti che si incontrarono lungo la via, e ci era stato proibito il bere acqua, temendo potesse nuocere sudati come eravamo. Si aveva ricorso pero a dei succhi di erbe e a qualche grano di fava, che sembrava confortasse un poco le arse fauci. In sul mezzogiorno abbiamo volto il passo fuori della strada che percorrevamo; ad una cascina era stato posto un grande recipiente pieno di vino misto coll’acqua, mano mano passavamo ci veniva data una scodella per bere. Lo champagne, il bordeaux, i vini del Reno non parvero mai a palato d’uomo più prelibati di questa mistura d’acqua e vino. Dopo un tale conforto vi ebbe un po’ di sosta, poi si riprese la marcia.
domenica 10 maggio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1933 avvenne nella piazza di Berlino Opernplatz il tristemente noto rogo dei libri.
Goebbels lanciò la sua campagna propagandistica contro i libri "non tedeschi" e contro la cosiddetta "arte degenerata". Si trattava di una iniziativa senza precedenti, che rivelava, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, il grado di imbarbarimento della vita politica e culturale tedesca dopo l'avvento del regime nazista. L'intento dichiarato di Goebbels era quello di cancellare qualunque testimonianza delle «basi intellettuali della Repubblica di Novembre», eliminando fisicamente le tracce più rilevanti che gli intellettuali tedeschi del XIX e del XX secolo avevano dato allo sviluppo della moderna cultura europea.
Nei roghi finirono migliaia di opere letterarie e artistiche di autori che secondo la rozza e incolta ideologia del nuovo regime avevano "corrotto" e "giudaizzato" una presunta "cultura tedesca" pura: opere di autori lontani nel tempo, come Heinrich Heine (1797-1856) e Karl Marx (1818-1883), ma soprattutto dei grandi intellettuali del periodo weimariano: gli scrittori Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Joseph Roth, i filosofi Ernst Cassirer, Georg Simmel, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Ernst Bloch, Ludwig Wittgenstein, Max Scheler, Hannah Arendt, Edith Stein, Edmund Husserl, Max Weber, Erich Fromm, Martin Buber, Karl Löwith, l'architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i musicisti Arnold Schönberg e Alban Berg, i registi cinematografici Georg Pabst, Fritz Lang e Franz Murnau e centinaia di altri artisti e pensatori che avevano gettato le basi intellettuali dell'intera cultura del Novecento.
Diventata "Judenrein" ("depurata dagli ebrei") e depurata da quella che i nazisti ritenevano essere l'"influenza giudaica" sull'"intellettualismo esagerato", la Germania hitleriana divenne, dopo il 1933, un vero e proprio deserto culturale. I pochissimi intellettuali che, per una iniziale simpatia verso il nuovo regime, restarono in Germania (è il caso di Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del Novecento), videro presto spegnerla e dovettero rassegnarsi ad una cieca neutralità, chiudendo occhi e orecchie per non vedere e non sentire quanto accadeva intorno a loro. I migliori tra gli intellettuali tedeschi se ne andarono dal Paese, spesso precipitosamente, talvolta costretti (è il caso di Einstein e di Freud). Ebbe inizio, nel 1933, il più massiccio esodo intellettuale che la storia moderna abbia conosciuto: una vera e propria diaspora dell'intelligenza tedesca.
La piazza è stata in seguito ribattezzata nel 1947 dalle autorità della RDT (Repubblica Democratica Tedesca) August Bebel Platz, in onore del cofondatore del Partito operaio socialdemocratico, per non ricordare il famigerato rogo del 33.
Al centro della piazza vi è tutt’oggi un pannello di vetro nel pavimento che lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto è posta una targa che riporta una citazione di Heinrich Heine “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani” . Il poeta tedesco, nato a Düsseldorf il 13 dicembre 1797 e morto a Parigi il 17 febbraio 1856, era di origini ebraiche e fu anche un importante filosofo collocato nelle file della sinistra hegeliana. Le sue lungimiranti parole si possono ora leggere attraverso quella lastra di vetro su di una targa ricordante l’accaduto.
Il 10 maggio 1933 avvenne nella piazza di Berlino Opernplatz il tristemente noto rogo dei libri.
Goebbels lanciò la sua campagna propagandistica contro i libri "non tedeschi" e contro la cosiddetta "arte degenerata". Si trattava di una iniziativa senza precedenti, che rivelava, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, il grado di imbarbarimento della vita politica e culturale tedesca dopo l'avvento del regime nazista. L'intento dichiarato di Goebbels era quello di cancellare qualunque testimonianza delle «basi intellettuali della Repubblica di Novembre», eliminando fisicamente le tracce più rilevanti che gli intellettuali tedeschi del XIX e del XX secolo avevano dato allo sviluppo della moderna cultura europea.
Nei roghi finirono migliaia di opere letterarie e artistiche di autori che secondo la rozza e incolta ideologia del nuovo regime avevano "corrotto" e "giudaizzato" una presunta "cultura tedesca" pura: opere di autori lontani nel tempo, come Heinrich Heine (1797-1856) e Karl Marx (1818-1883), ma soprattutto dei grandi intellettuali del periodo weimariano: gli scrittori Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Joseph Roth, i filosofi Ernst Cassirer, Georg Simmel, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Ernst Bloch, Ludwig Wittgenstein, Max Scheler, Hannah Arendt, Edith Stein, Edmund Husserl, Max Weber, Erich Fromm, Martin Buber, Karl Löwith, l'architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i musicisti Arnold Schönberg e Alban Berg, i registi cinematografici Georg Pabst, Fritz Lang e Franz Murnau e centinaia di altri artisti e pensatori che avevano gettato le basi intellettuali dell'intera cultura del Novecento.
Diventata "Judenrein" ("depurata dagli ebrei") e depurata da quella che i nazisti ritenevano essere l'"influenza giudaica" sull'"intellettualismo esagerato", la Germania hitleriana divenne, dopo il 1933, un vero e proprio deserto culturale. I pochissimi intellettuali che, per una iniziale simpatia verso il nuovo regime, restarono in Germania (è il caso di Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del Novecento), videro presto spegnerla e dovettero rassegnarsi ad una cieca neutralità, chiudendo occhi e orecchie per non vedere e non sentire quanto accadeva intorno a loro. I migliori tra gli intellettuali tedeschi se ne andarono dal Paese, spesso precipitosamente, talvolta costretti (è il caso di Einstein e di Freud). Ebbe inizio, nel 1933, il più massiccio esodo intellettuale che la storia moderna abbia conosciuto: una vera e propria diaspora dell'intelligenza tedesca.
La piazza è stata in seguito ribattezzata nel 1947 dalle autorità della RDT (Repubblica Democratica Tedesca) August Bebel Platz, in onore del cofondatore del Partito operaio socialdemocratico, per non ricordare il famigerato rogo del 33.
Al centro della piazza vi è tutt’oggi un pannello di vetro nel pavimento che lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto è posta una targa che riporta una citazione di Heinrich Heine “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani” . Il poeta tedesco, nato a Düsseldorf il 13 dicembre 1797 e morto a Parigi il 17 febbraio 1856, era di origini ebraiche e fu anche un importante filosofo collocato nelle file della sinistra hegeliana. Le sue lungimiranti parole si possono ora leggere attraverso quella lastra di vetro su di una targa ricordante l’accaduto.
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