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martedì 28 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 settembre.
Il 28 settembre 2005 inizia la prima tranche di quello che fu chiamato il processo per la truffa del secolo, riguardante il crac della Parmalat di Calisto Tanzi.
 Parmalat è stata protagonista dal 2003 a oggi del più grande crac finanziario della storia. Una vera e propria truffa ai danni dei risparmiatori, dell'incredibile valore di 14 miliardi di euro, perpetrata attraverso la distrazione e occultazione sistematica dei capitali della multinazionale. Soldi che per anni sono scomparsi attraverso una serie di passaggi tra società off shore sudamericane, statunitensi, lussemburghesi e maltesi, per poi riapparire magicamente nelle tasche di Calisto Tanzi. Nessuno si è accorto che a questo modo si sono svuotate le casse della società, i cui debiti sono stati abilmente mascherati tramite trucchi contabili, connivenze dei revisori e massicce acquisizioni di aziende indebitate. E tramite l'emissione di bond, ossia chiedendo liquidità alle banche e agli stessi risparmiatori. Ecco la cronistoria della vicenda giudiziaria.
2003: i conti smettono di tornare tra il 4 e il 19 dicembre, quando si scopre che i 600 milioni di dollari depositati presso il fondo Epicurum, nel paradiso fiscale delle Cayman, così come i 3,95 miliardi di euro depositati nel conto della Bonlat, sempre di proprietà di Tanzi, non esistono. La società di Rating Standard&Poor's declassa i titoli Parmalat a «junk bond», spazzatura.
L'azienda perde il 40% del suo valore in Borsa, Tanzi lascia tutte le cariche. È arrestato il 26 dicembre. Un'azienda fino a quel momento ritenuta solida e affidabile, presente in 30 paesi, con 139 stabilimenti e 36.356 dipendenti, improvvisamente collassa.
2004: Mentre si scopre un buco di 2 miliardi in Parmatour, la controllata attiva nel settore del turismo, vengono arrestati i figli di Calisto Tanzi, Stefano e Francesca, per aver fatto scomparire 900 milioni di euro. Dopo 104 giorni di carcere, il Gip di Parma concede invece al padre gli arresti domiciliari (tornerà in libertà il 26 settembre).
Il 25 maggio tre dirigenti Parmalat sono accusati di favoreggiamento aggravato nei confronti della Camorra. Piovono rinvii a giudizio: la Procura di Milano ne spicca 29. Il 5 ottobre inizia l'udienza preliminare per il crac Parmalat, dopo che a marzo la Corte di Cassazione aveva deciso di assegnare alla procura della repubblica di Milano la competenza delle indagini in materia di aggiotaggio e a Parma quelle riguardanti le accuse di bancarotta e associazione a delinquere.
I due maxiprocessi inizieranno rispettivamente il 28 settembre 2005 e il 6 giugno 2006. Si costituiscono in giudizio 40 mila risparmiatori nel primo e 33 mila nel secondo. Solo a Parma il processo produrrà oltre 6 milioni di pagine.
2005: il 2 gennaio il tribunale di Parma chiede lo stato di insolvenza per tre aziende del gruppo: Emmegi agro industriale, Parmalat Malta Holding e Parmalat trading. Tanzi, a processo da settembre insieme ad altri 18 imputati, accusa ripetutamente gli istituti bancari, in particolare la Banca di Roma. L'1 ottobre i creditori aderiscono al concordato proposto da Enrico Bondi, già commissario straordinario e ora amministratore delegato della rinnovata società.
Da questo momento i creditori diventano azionisti. Il valore complessivo dei bond emessi è pari a circa 8 miliardi. Cinque giorni più tardi fa il suo esordio in Borsa la Nuova Parmalat: il titolo triplica il valore iniziale di un euro.
2006: Bondi è interrogato a Milano il 28 febbraio. Come Tanzi, anche l'ad ritiene «fuori dubbio» che le banche fossero a conoscenza della reale situazione finanziaria della società. Il primo marzo inizia, sempre a Milano, il processo per aggiotaggio e diffusione di notizie false al mercato.
Saranno rinviati a giudizio funzionari di Citigroup, Ubs, Deutsche Bank e Morgan Stanley. A settembre il rinvio a giudizio tocca invece agli avvocati Michele Ributti, ex legale di Tanzi, e Gian Giorgio Spiess. L'accusa è di aver distratto e poi occultato dalle casse di Parmalat oltre 4 milioni di euro nel decennio 1991-2001.
2007: il 20 febbraio le posizioni processuali dei figli di Calisto Tanzi si chiudono con un patteggiamento: 3 anni e 5 mesi per Francesca, 4 anni e 10 mesi per Stefano. La stessa soluzione viene adottata da altri 15 imputati. Anche Calisto formalizza, il 17 aprile, una richiesta di patteggiamento a 5 anni. Il 26 giugno si chiudono le indagini relative a Deutche Bank e Morgan Stanley: l'accusa per gli 11 imputati è concorso in bancarotta fraudolenta.
Due settimane dopo sarà la volte di Bank of America. Il 25 luglio si chiude l'udienza preliminare con 56 rinvii a giudizio, cinque condanne con abbreviato e 16 patteggiamenti. Il 2007 si chiude, per l'azienda, con una crescita del fatturato del 6,3% e un utile atteso tra 545 e i 550 milioni di euro.
2008: il 22 gennaio inizia formalmente a Milano il processo nei confronti di Ubs, Citigroup, Morgan Stanley e Deutsche Bank. Sarà rinviato fino al 7 aprile. Il 14 marzo, invece, si apre a Parma quello che viene definito il processo del secolo. Il 6 ottobre la Procura di Milano chiede 13 anni di reclusione per Calisto Tanzi.
La decisione giunge il 18 dicembre: Tanzi è condannato a dieci anni di reclusione in quanto colpevole di aggiotaggio, ostacolo all'attività degli organi di vigilanza e concorso in falso con i revisori.
2009: a sei anni di distanza dal crac, i 32 mila piccoli risparmiatori costituitisi parte civile e raccolti nel Comitato guidato da Carlo Federico Grosso e presieduto da Giancarlo Ge, recuperano quasi il 70% di quanto investito in Parmalat. La quota più cospicua del recupero, il 36%, deriva dal possesso di azioni e warrant di Parmalat Finance Corporation, mentre le altre sono costituite da dividendi (5%), da transazioni con Deloitte (5%) e con le banche estere coinvolte nello scandalo.
Una fetta si deve anche al sequestro operato nel corso dell'anno di 19 dipinti di Manet, Picasso, Van Gogh, Kandinsky e altri, nascosti dal genero di Tanzi, per un valore stimato di 100 milioni.
2010: il 26 maggio la Corte d'Appello di Milano conferma la sentenza di primo grado. Tanzi è inoltre condannato a risarcire gli oltre 32 mila risparmiatori costituitisi parte civile per una somma di 100 milioni di euro, il 30% di quanto avevano chiesto. L'imprenditore si vede anche revocata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la carica di Cavaliere di Gran Croce.
Il 24 settembre, dopo 31 mesi di lavoro e 79 udienze, il procuratore di Parma Gerardo Laguardia formula l'accusa: 20 anni di reclusione per Calisto Tanzi, 12 per l'ex rappresentante legale Giovanni Tanzi, fratello di Calisto, 9 e mezzo per l'ex direttore finanziario della Parmalat Fausto Tonna. Il 27 settembre la Procura di Milano chiede l'arresto di Calisto Tanzi in ragione del pericolo di fuga e di reiterazione del reato.
il 18 aprile 2011 il Tribunale di Milano ha assolto le banche coinvolte per il reato di aggiotaggio informativo: Morgan Stanley, Bank of America, CitiGroup e Deutsche Bank. La decisione del Tribunale di Milano inoltre nega quindi il risarcimento per circa 30.000 piccoli risparmiatori che sottoscrissero i bond emessi dalla Parmalat prima del Crac.
il 23 aprile 2012 il tribunale d'appello di Bologna condanna Tanzi a 17 anni e sei mesi; 9 anni e 11 mesi per Fausto Tonna. Per il fratello di Calisto Tanzi, Giovanni, conferma della condanna a 10 anni e sei mesi. Per l'ex direttore marketing della multinazionale di Collecchio Domenico Barili 7 anni e 8 mesi (8 anni in primo grado). Per Luciano Silingardi - commercialista amico di Tanzi, ex consigliere indipendente di Parmalat Finanziaria, nonché ex presidente della Fondazione Cariparma - conferma a 6 anni. Per Giovanni Bonici, numero uno di Parmalat Venezuela ed ex amministratore di Bonlat, 4 anni e 10 mesi (5 anni anni in primo grado). Ritocchi e conferme anche per gli altri ex dirigenti, sindaci, membri Cda imputati a Bologna. Per Fabio Branchi, commercialista di Calisto Tanzi, 4 anni 10 mesi e 10 giorni (5 anni e quattro mesi a Parma); a Enrico Barachini conferma a 4 anni; per Rosario Lucio Calogero 4 anni e sette mesi (5 anni e quattro mesi in primo grado); per Paolo Sciumé 5 anni e tre mesi (5 anni e quattro mesi); a Sergio Erede 1 anno (1 anno e sei mesi); a Camillo Florini 4 anni e un mese (5 anni); Mario Mutti 3 anni e sei mesi (5 anni e quattro mesi).
All'indomani della sentenza, il legale di Tanzi ha annunciato che l'ex patron della Parmalat ricorrerà in Cassazione.
Nel 2014 la quinta sezione penale della Cassazione ha confermato la pena a Calisto Tanzi. La condanna definitiva di Tanzi è stata di 17 anni, mentre il direttore finanziario Fausto Tonna, è stato condannato a 9 anni di reclusione.
Attualmente l'ex patron della Parmalat, a causa delle sue precarie condizioni di salute, sta scontando la pena agli arresti domiciliari.

lunedì 27 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 settembre.
Il 27 settembre 1996 i talebani catturano Kabul e diventano padroni dell'Afganistan.
Il termine talebani (pronuncia: taliban) indica nel mondo islamico semplicemente gli alunni delle madrase ( scuole islamiche) che preparano gli esperti della legge religiosa islamica  (sharia’ah= la via indicata da Dio). Ma il termine ha assunto altro significato per gli avvenimenti in Afganistan.
Dopo il ritiro dei russi nel 1989 le varie fazioni di insorti cominciarono a  combattere fra di loro  in un crescendo di distruzioni, stragi e violenze.  Per  porre rimedio al caos allora le autorità del Pakistan attuarono un  piano:  raccolsero nelle madrase del Pakistan alunni di etnia Pashtun (etnia maggioritaria dell’Afganistan ma presente anche in Pakistan), li armarono, organizzarono, addestrarono e li mandarono  in Afganistan. Poiché provenivano dalle scuole coraniche furono noti con il nome di talebani. Questi, mossi da zelo religioso, si presentarono come i rappresentanti del credo islamico molto sentito dal popolo: fra lotte aspre e sanguinose riuscirono a controllare la maggior parte del territorio. Fu designato come loro capo il mullah Omar, figura di cui non si sa quasi nulla, probabilmente per sottolineare che si trattava del regno dell’ islam (dar el islam)  e non di quello di un uomo.
I talebani portarono però  all’estremo il  fanatismo: distruggevano i televisori (le immagini sono vietate nell’Islam), chiudevano tutte le scuole femminili, arrivarono a proibire gli aquiloni, a vietare il rumore delle scarpe delle donne, a distruggere le secolari statue di Budda. Inoltre si scontrarono sanguinosamente con le altre  etnie soprattutto con gli  Hazara (di origine mongola, di religione sciita) e poi con i Tagiki (di antica origine  persiana) e i turcomeni  (Alleanza del nord).
Tutto ciò avveniva nella assoluta indifferenza del mondo intero a cui nulla più interessava dell’Afghanistan dal  momento in cui, con il ritiro russo, non era più sullo scacchiere della guerra fredda.
A denunciare il fanatismo  dei Talebani furono invece altri integralisti, quelli della confinante repubblica islamica dell’Iran,  nel film franco iraniano  “Viaggio a Kandahar”.
L’attentato dell’11 settembre proiettò all’improvviso il dimenticato  Afghanistan al centro della politica mondiale. Gli americani ritennero che al  Qaeda e il suo capo  fossero i mandanti dell’attentato. I talebani non c’entravano assolutamente niente ma ospitavano al Qaeda: non vollero e non poterono scindere le proprie responsabilità. Rapidamente arrivarono gli Americani che si giovarono dell’aiuto dei loro nemici  dell’Alleanza del nord. I talebani malgrado i magniloquenti proclami di Omar e di Bin Laden che sarebbero  caduti tutti sul posto, si diedero a fuga disordinata e tutto il paese fu conquistato. Il potere provvisorio fu dato a Karzai esponente di una importante famiglia di Kandahar.
Tuttavia questi, anche con tutto l’aiuto occidentale, non è mai riuscito a controllare il paese come non ci sono mai riusciti né i re afghani  né gli invasori inglesi o russi.

domenica 26 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 settembre.
Il 26 settembre 1960 si svolge il primo dibattito televisivo tra due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Richard Nixon e John Kennedy, da quel momento la televisione diventerà lo strumento principale delle campagne elettorali moderne.
John Fitzgerald Kennedy (1917-1963) e Richard Milhous Nixon (1913-1994), negli studi della CBS di Chicago, partecipano al primo dibattito televisivo della storia tra due candidati alla Casa Bianca. Un evento fondamentale della storia politica americana e della storia della comunicazione politica in generale, al quale assistono settanta milioni di spettatori. Il Great Debate segna l’ingresso della televisione nelle elezioni presidenziali e rappresenta la prima  opportunità per gli elettori di vedere i loro candidati confrontarsi in diretta.
Alle elezioni del 1960 i repubblicani sono favoriti dopo i due incarichi presidenziali di Dwight D. Eisenhower. Il loro candidato, nel segno della continuità, è il vicepresidente Richard Nixon. I democratici scelgono il giovane senatore cattolico del Massachusetts John Kennedy, di 43 anni. Nel discorso di accettazione della candidatura, Kennedy enuncia la dottrina della "Nuova Frontiera": come in passato la "frontiera" aveva permesso ai pionieri di estendere verso Ovest i confini degli Stati Uniti, così Kennedy si propone di conquistare nuovi traguardi per la democrazia americana, una nuova frontiera di progresso economico, culturale e civile che possa rilanciare all'interno del Paese il sogno americano e, all'estero, il ruolo guida degli USA.
Nixon appare dunque in vantaggio, ma quando viene proposta una sfida televisiva che potrebbe danneggiarlo, non sembra trovare motivi plausibili per opporre un rifiuto: il fatto sorprende lo stesso staff di Kennedy, come confiderà in seguito Pierre Salinger, capo del suo ufficio stampa.
I commentatori concordano nel considerare il ciclo di quattro incontri decisivo per la vittoria finale del senatore Kennedy, e soprattutto questo primo confronto del 26 settembre 1960, grazie al grande impatto che la sua immagine accomodante ha avuto sul pubblico televisivo: Kennedy riesce a trasmettere sicurezza, maturità, e mettendo in difficoltà l'avversario conquista un vantaggio che riesce poi a mantenere nei tre appuntamenti successivi.
Nixon assume invece un atteggiamento difensivo, insiste sul fatto che entrambi i candidati avrebbero gli stessi obiettivi (da realizzare però con mezzi differenti), e lascia di fatto l'iniziativa al proprio rivale.
Il vicepresidente, in agosto, si era ferito seriamente al ginocchio ed aveva passato due settimane in ospedale. Al momento del primo dibattito si presenta pallido, dimagrito di quasi dieci chili e rifiuta il trucco previsto per gli ospiti. L'aneddotica di quel giorno racconta che Nixon sarebbe arrivato nello studio televisivo in anticipo e, a causa dell’attesa sotto il calore delle lampade, avrebbe finito col presentarsi sudato e nervoso davanti alle telecamere.
Kennedy viene invece da un'intensa attività elettorale, è abbronzato, sicuro di sé e ben riposato. "Non lo avevo mai visto così bene" scriverà Nixon più tardi. In effetti, quel giorno Kennedy risulta il vincitore anche per una serie di dettagli ai quali allora non si dà ancora la necessaria importanza. Ad esempio, il colore scuro della giacca di Kennedy risulta contrastare meglio con lo sfondo dello studio, dando più evidenza al personaggio; del resto, Kennedy si era incontrato il giorno precedente l’apparizione con la produzione del programma proprio al fine di studiare tutti i dettagli. Nixon, al contrario, non coglie le specificità del mezzo televisivo. Kennedy parla guardando dritto nella telecamera, e dunque negli occhi del telespettatore, mentre Nixon, seguendo la prassi dei dibattiti tradizionali, si rivolge al suo interlocutore in studio.
Il dibattito televisivo risulta di un'importanza tale da ribaltare le previsioni dei sondaggi: fino a quel momento, Nixon era considerato il favorito grazie anche agli esiti dei dibattiti radiofonici, in cui la voce profonda di Nixon risultava più adatta al mezzo. Prima del dibattito un sondaggio condotto dalla storica agenzia di ricerca Gallup dava i due sfidanti alla pari con il 47% e una quota del 6% di indecisi.
Sono gli stessi candidati a concordare le modalità del confronto televisivo, suddiviso in quattro diversi appuntamenti. Le trasmissioni avvengono in diretta, senza pubblico in studio né interruzioni pubblicitarie, nonostante il grande valore "commerciale" dell'evento.
Ufficialmente non è stato designato un titolo per il ciclo di emissioni, ma la NBC sceglie autonomamente un cartello con la scritta "The Great Debate" che entrerà nell'uso comune a indicare i quattro dibattiti tra Nixon e Kennedy del 1960. Ai candidati non è consentita la consultazione di appunti, ma l’accordo è controverso: Nixon protesta quando vede dei fogli in mano all'avversario, nel terzo incontro. I giornalisti incaricati di porre le domande sono scelti tra quelli televisivi (con una decisione che suscita numerose polemiche da parte dei colleghi della carta stampata), e sono inquadrati di spalle come a rappresentare la prima fila del pubblico a casa.
Il primo "Great Debate" riguarda le questioni di politica interna. Ad ogni candidato sono concessi otto minuti per fare un discorso di apertura, a cui seguono una serie di domande dei giornalisti, dopodiché nella parte finale vengono concessi tre minuti e venti secondi per l'appello conclusivo. Il dibattito viene presieduto da Howard Smith della CBS News.
Dopo il primo incontro di Chicago, altri network mettono a disposizione i propri spazi quando il Congresso rimuove l’obbligo di dedicare eguali quantità di tempo anche ai candidati minori. Così, la NBC ospita a Washington il secondo incontro del 7 ottobre, mentre la ABC sperimenta nel terzo appuntamento del 13 ottobre, il più seguito da pubblico (share del 61%) il primo dibattito elettronico della storia: i due si sfidano in teleconferenza dalle due coste opposte; Kennedy parla da uno studio televisivo di New York mentre Nixon si trova a Los Angeles. Ancora la ABC accoglie gli sfidanti negli studi di New York per il quarto e ultimo incontro centrato sulla politica estera il 21 ottobre del 1960.
La campagna elettorale del 1960 è dominata dalle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel quadro della guerra fredda. Nel 1957 i sovietici hanno lanciato lo Sputnik, il primo satellite in orbita intorno alla Terra: la supremazia nello spazio non è che uno dei terreni di scontro con Mosca. Poco lontano dalle coste statunitensi il regime di Castro, a Cuba, è diventato economicamente e militarmente dipendente dall’Unione Sovietica ed è diffusa nell’opinione pubblica americana la convinzione che una guerra tra le due superpotenze sia inevitabile.
Nel duello di settembre, Kennedy parla del suo desiderio di vedere l’America realizzare il proprio potenziale economico e soddisfare i bisogni delle persone attraverso un programma di welfare. Nel suo discorso di apertura anche Nixon afferma la necessità dello sviluppo e difende i risultati dei repubblicani sostenendo che essi avevano costruito più scuole, ospedali e strade della precedente amministrazione democratica.
Le questioni poste ai due candidati sono ampie e spaziano dalla loro esperienza politica per affrontare l’incarico presidenziale, alla politica agricola, fino alla minaccia del comunismo all’interno degli Stati Uniti.
I due si trovano in disaccordo sui sussidi agli agricoltori, sulle modalità di trovare i fondi per le spese sull’educazione e il welfare. Kennedy afferma che una crescita economica sostenuta avrebbe portato un extra gettito fiscale capace di sostenere il costo delle politiche sociali, mentre Nixon afferma la necessità di aumentare le tasse per conseguire tali politiche.
Il successivo confronto televisivo si svolgerà solo nel 1976, quando il candidato democratico Jimmy Carter sfida il presidente Gerald Ford.
I "Great Debates" sono stati paragonati ai famosi dibattiti del 1858 tra Abramo Lincoln e Stephen Douglas, che ebbero luogo durante le elezioni per il Senato, in aperta campagna davanti a migliaia di persone.
Nelle elezioni generali dell'8 novembre 1960, Kennedy batte Nixon: all'età di 43 anni è il primo presidente cattolico ed il più giovane presidente eletto (Theodore Roosevelt era più giovane, ma divenne presidente subentrando a William McKinley quando questi fu assassinato). Kennedy vince con il più basso margine di voti della storia delle elezioni americane: 49,7% contro il 49,5 di Nixon.
John F. Kennedy presta giuramento come 35° presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio 1961. Nel suo discorso inaugurale pronuncia la sua frase più famosa: "Non chiedete cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro paese". Chiede alle nazioni del mondo di unirsi nella lotta contro: "i comuni nemici dell'umanità... la tirannia, la povertà, le malattie e la guerra".
Sarà presidente fino al 22 novembre 1963, giorno del suo assassinio a Dallas.

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