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martedì 30 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
 Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova.  Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.

lunedì 29 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 2009, poco prima di mezzanotte, in stazione a Viareggio transita un treno merci, che si muove da nord verso sud, da La Spezia in direzione di Pisa, col suo convoglio di quattordici vagoni cisterna carichi di gas. "Non è che andasse proprio piano, almeno a 90 all'ora" racconta qualcuno. "Il treno sferragliava sui binari, ho visto delle scintille" è la testimonianza di un altro. Più tardi le Ferrovie dello Stato spiegheranno che ha ceduto il carrello del carro cisterna. Poche decine di metri ed è la catastrofe.
In quel punto la linea ferrata è costeggiata dai palazzi, in parallelo corre via Ponchielli. Il merci 50325 Trecate-Gricignano deraglia. Il primo carro cisterna trascina fuori dai binari altri quattro dei quattordici vagoni che non sono proprietà delle Fs ma appartengono a una società straniera, la Gatx, con sede a Vienna. Solo uno si spezza. Purtroppo basta a causare l'immane disastro. Le esplosioni e le fiammate investono i palazzi e la strada. Una palazzina, dove vivono 18 persone, si sbriciola. Una più piccola, monofamiliare, prende fuoco. Alla fine, crollate o gravemente danneggiate, le case coinvolte saranno cinque. Come un proiettile, un grosso pezzo di metallo investe un uomo - che risulterà essere un quarantenne extracomunitario - e lo scaraventa ad una decina di metri uccidendolo. Per lo spostamento d'aria un'altra persona vola contro un cassonetto e avrà le gambe maciullate. Una ragazza, avvolta dalle fiamme, corre in strada, grida, cerca di strapparsi i vestiti.
Una scena apocalittica. Scene così ce ne sono tante. Le fiamme avvolgono un gazebo dove stanno cenando alcune persone. Scattano i soccorsi. I primi arrivano dalla vicinissima sede della Croce Verde che è stata gravemente danneggiata dall'esplosione: quasi tutte le ambulanze sono distrutte, un volontario è ferito ma non in gravi condizioni, altri hanno riportato contusioni.
Per timore che possano esplodere anche gli altri vagoni rimasti integri, vengono evacuati altri tre palazzi. "La cabina è stata invasa dal gas, siamo riusciti a scappare - raccontano i due macchinisti dl treno, feriti in modo non grave - Siamo vivi per miracolo".
 I soccorsi sono stati tempestivi. Centocinquanta persone della Protezione Civile hanno lavorato tutta la notte. All'alba, in una luce irreale, con il fumo che si è diradato e i focolai quasi del tutto spenti, lo scenario ricorda un attentato a Baghdad. Si scava, si cercano le persone che dovrebbero esserci e di cui non si hanno notizie. Secondo il sindaco di Viareggio sono una trentina. Poi, però, Bertolaso (il capo della Protezione Civile) precisa che non dovrebbero essere più di tre o quattro: "Gli altri erano scappati".
L'intervento dei soccorritori si concentra adesso sulla ricerca di persone che potrebbero essere rimaste sotto le macerie e, in particolare, sul travaso del Gpl. Ci sono tre squadre specializzate al lavoro. Dovranno svuotare e mettere in sicurezza otto cisterne alcune delle quali non hanno subito danni. Altre sono cadute su un fianco e andranno trattate con la massima prudenza: "Non è un'operazione semplice e comporta qualche rischio - ha spiegato a Sky l'ingegner Antonio Gambardella, comandante nazionale dei Vigili del Fuoco - Agiremo in contemporanea". Ci vorrà qualche giorno per mettere in sicurezza la stazione di Viareggio.
Un ulteriore disastro è stato evitato grazie all'accortezza del capostazione che ha fermato due treni passeggeri in arrivo nella stazione di Viareggio nei minuti immediatamente successivi all'incidente. "Se quei treni fossero arrivati in stazione sarebbe stata una vera ecatombe - ha detto il consigliere regionale Marco Montemagni -. A bordo c'erano centinaia di passeggeri. Il comportamento del capostazione conferma che Ferrovie dello Stato deve desistere dalla sfrenata corsa verso l'automazione. Il fattore umano resta decisivo".
In totale si contano 31 morti (33 contando due deceduti per infarto) e 25 feriti. I funerali di Stato ai quali hanno partecipato almeno 30.000 persone si sono tenuti il 7 luglio allo Stadio Torquato Bresciani per 15 defunti, altri 7 hanno ricevuto le esequie con rito musulmano in Marocco. Due altri morti, avvenuti indirettamente per infarto, non sono stati messi nella lista ufficiale.
A 3 anni dalla strage, la procura di Lucca ha chiuso le indagini. Lo rende noto, con un comunicato, il procuratore Aldo Cicala, spiegando che gli indagati sono 32 - più nove enti - e che i reati contestati sono disastro ferroviario colposo, incendio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. Inizialmente, gli indagati erano 38, più 8 enti. Fra i destinatari dell'avviso chiusura indagini c'è l'Ad delle Ferrovie Mauro Moretti.
Se all'indomani dell'incidente le Ferrovie sospesero i contratti con la Gatx e con la Cima, con la quale lavoravano dal 1945, poco hanno fatto per sanzionare o sospendere dall'incarico gli imputati al loro interno. Che hanno fatto carriera, complici i governi.
Mauro Moretti, all'epoca della strage a.d. del Gruppo F.S., è stato accusato di “inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline” e di “omissioni progettuali, tecniche, valutative, propositive e dispositive”. Dopo il disastro ha ricevuto il cavalierato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La politica ha rinnovato il suo mandato sia quand'era indagato (governo Berlusconi) che quando è diventato imputato (esecutivo di Enrico Letta). Sotto Matteo Renzi è stato promosso amministratore delegato di Finmeccanica. Al suo posto in Ferrovie è andato un altro imputato nella strage: Michele Mario Elia, già capo di Rfi. Immediate le proteste dei familiari, che il 29 maggio 2014 hanno fermato un treno sul binario 4, quello dell'incidente, manifestando la loro indignazione.
Anche Vincenzo Soprano, a.d. di Trenitalia, è rimasto al suo posto. Giulio Margarita dalla direzione tecnica di Rfi è passato all'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, mentre Emilio Maestrini, responsabile della Direzione ingegneria, sicurezza e qualità di sistema di Trenitalia, venti giorni dopo il disastro ferroviario fu sostituito con Donato Carillo, stretto collaboratore di Moretti, anche se questi ha negato un rapporto tra l'incidente e il trasferimento.
Il 31 gennaio 2017 il tribunale collegiale di Lucca (presidente Gerardo Boragine, a latere Nidia Genovese e Valeria Marino) ha emesso la sentenza di primo grado condannando a 7 anni e 6 mesi di carcere Michele Mario Elia, a 7 anni di carcere Mauro Moretti e a 7 anni e 6 mesi Vincenzo Soprano, ex amministratore delegato di Trenitalia e di FS Logistica. Tutti e 33 gli imputati sono accusati, a vario titolo, di disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali. La sentenza ha in parte ribaltato le richieste di condanna dei Pm, il cui impianto accusatorio attribuiva le principali responsabilità ai vertici delle ferrovie, per cui era stato chiesto fino al massimo della pena per i reati contestati (16 anni). La corte lucchese ha ritenuto di comminare le pene più elevate ai responsabili di Gatx Rail e a quelli dell'officina Jungenthal responsabili dei problemi di meccanica alla base dell'incidente di Viareggio.

domenica 28 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 1914 un nazionalista serbo spara e uccide a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie Sofia.
Questo omicidio fu la scintilla che infiammò la prima guerra mondiale.
Fra ‘800 e ‘900 l’uccisione di regnanti in Europa in seguito ad atti di terrorismo non era un evento raro; nel 1881 era stato ucciso lo zar Alessandro II Romanov e nel 1900, a Monza, il re d’Italia Umberto I. In entrambi i casi si era trattato di fatti circoscritti per cause e conseguenze ai confini interni degli Stati, ma così non avvenne per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914) erede al trono dell’impero austro-ungarico e di sua moglie la contessa Sofia. L’omicida Gavrilo Princip, l’unico dei sette attentatori che venne arrestato insieme al compagno N. Cabrinovic, faceva parte di un’organizzazione segreta, la Mano Nera, che si batteva per l’unificazione degli slavi della Serbia con quelli che abitavano nel sud dell’impero austro-ungarico. Per la verità si trattava di un gruppo di giovani alquanto sprovveduti che nella mattina del 28 giugno 1914 tentarono per ben due volte l'attentato, prima con una bomba a mano poi, a distanza di pochi minuti, con una pistola Browning calibro 7,65 con la quale Princip colpì a morte l’Arciduca e sua moglie. L’Impero dell’Austria-Ungheria era, all'inizio del ‘900, uno Stato che aveva al suo interno molte nazionalità, una caratteristica tipica degli imperi, ma che in quel preciso momento storico costituiva un nucleo di tensioni formidabili e di forze centrifughe. Infatti, dopo la Prima guerra mondiale, l'effetto disgregante dei diversi nazionalismi avrebbe portato al completo dissolvimento di un organismo statale secolare come l’impero d’Austria. Tali movimenti rivendicavano, infatti, l’indipendenza per tutti quei popoli - cechi, slovacchi, ungheresi, italiani, serbi, croati - che, a vario titolo, facevano parte del vasto impero di Francesco Giuseppe d’Austria. Le stesse forze nazionalistiche avevano, ormai dai primi decenni del XIX secolo (guerra per l’indipendenza della Grecia), avviato alla disgregazione l'impero turco. Le spoglie di questo vasto e secolare impero (dall'Adriatico al Mar Rosso), infatti, erano e sarebbero state oggetto di guerre e contese diplomatiche fra le potenze europee. Due momenti di crisi nella penisola balcanica si ebbero nel 1908 e soprattutto nel 1912-13 (le cosiddette guerre balcaniche), periodo di scontri e annessioni che ridisegnò gli equilibri geopolitici della regione con queste conseguenze: 1. ridimensionamento della presenza turca alle porte dell’Europa dalle quali è praticamente espulsa; 2. sconfitta delle ambizioni austriache di dominio nella penisola e controllo dell’Adriatico; 3. ulteriore rafforzamento in chiave antiaustriaca dell’alleanza fra Serbia e Russia e dell’espansione di interessi finanziari francesi in Serbia; 4. aumento delle preoccupazioni austriache nei confronti dei nazionalismi interni all'impero; 5. rafforzamento dell’asse Austria-Germania in funzione antirussa. In questo contesto la dinastia che nel 1903 si era impadronita della Serbia puntava a inglobare tutti i serbi che vivevano sotto il dominio straniero nel sud dell’impero d’Austria. Oltre alle rivendicazioni nazionalistiche, un’altra variabile di contesto era quella religiosa: i serbi come i russi appartengono alla Chiesa ortodossa di ascendenza bizantina, mentre l’Austria era in Europa, l’erede del Sacro romano impero cattolico. È bene ricordare questa fondamentale distinzione culturale e religiosa poiché sarà una delle cause dei molti genocidi che si verificheranno negli anni ‘90 del XX secolo dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, nelle guerre che vedranno opporsi nella penisola balcanica serbi, croati, bosniaci e kosovari.
A seguito dell'omicidio il 23 luglio l’Austria dà un ultimatum alla Serbia. Al di là dell’atto di per sé gravissimo dell’uccisione dell’erede al trono, questo assassinio fornì un eccellente pretesto all'Austria per avviare una definitiva iniziativa contro la Serbia ed eliminare alla radice questa minaccia separatista. Il pretesto, dunque, fu l’ultimatum che conteneva tutta una serie di richieste che limitavano fortemente la sovranità serba all'interno del proprio Stato, fra le quali quella dell’arresto di un certo numero di ufficiali dell’esercito serbo accusati di cospirazione, e di far partecipare rappresentanti dell’impero austro-ungarico alle indagini su Princip e sul suo gruppo terroristico. La risposta era attesa entro 48 ore. Quando il testo dell’ultimatum venne conosciuto nelle cancellerie degli altri Stati europei, il commento degli uomini politici del vecchio continente fu quasi unanime: “la guerra sta per cominciare”. E non si trattava di una guerra circoscritta; il gioco delle alleanze, quella franco-russa e quella austro-tedesca, disegnarono uno scenario che apparve subito agli occhi di molti assolutamente catastrofico. La guerra che gli Stati maggiori degli eserciti di mezza Europa preparavano da almeno trent'anni (il più famoso di questi “piani” era quello tedesco che prese il nome dal generale Schlieffen) stava per concretizzarsi.
Il 30 luglio la Russia ordina la mobilitazione del proprio esercito, convinta che questo atto di forza avrebbe frenato l’Austria e, soprattutto, la Germania. Ciononostante il 1 agosto la Germania dichiara la guerra alla Russia. Oggi non appare strano che, in effetti, la prima a entrare in guerra fosse stata la Germania contro la Russia, due Stati che inizialmente non erano affatto direttamente coinvolti nella crisi successiva a Sarajevo. Soprattutto la Germania colse l’occasione per dispiegare la politica di potenza mondiale voluta dal Kaiser tedesco Guglielmo II almeno a partire dall'epoca successiva alla guerra franco-prussiana del 1870.
Il 3 agosto la Germania dichiara la guerra alla Francia, convinta di potere avere la meglio, rapidamente, in una guerra su due fronti. Questa previsione verrà meno con il passaggio, durante le operazioni militari del 1915, dalla guerra di movimento alla guerra di trincea.
Quella che scaturì fu invece una guerra su vasta scala lunga e logorante, come non se ne erano mai viste prima.

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