Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1994 vennero uccisi Nicole Brown Simpson, ex moglie di O.J. Simpson e il suo amante Ronald Goodman. Della loro morte venne accusato l'ex marito, l'ex giocatore di football e attore cinematografico Oriental James Simpson, noto soprattutto per la trilogia della "pallottola spuntata", catturato dopo uno spettacolare inseguimento sulle autostrade della California ripreso dalla maggior parte dei network televisivi americani.
“Ricordo di aver pensato subito: “Mio Dio, devo stare attento a non finire in questo lago di vernice rossa”… Poi capii che era invece sangue umano. C’erano 2 cadaveri, una donna e un uomo. La donna aveva la testa quasi recisa dal collo. L’uomo era pieno di ferite di coltello. Ne contai almeno 10, ma poi scoprimmo che erano 17. Non avevo mai visto un massacro simile”. Così il detective della polizia di L. A., Fuhrman, descrisse la scena del crimine come gli si presentò la notte del 12 giugno 1994, quando le autorità accorsero alla telefonata allarmata di un residente della zona che aveva notato una sagoma stesa a terra sul viale d’ingresso di una delle abitazioni vicine.
Le vittime – La donna era Nicole Brown, 35 anni, ex moglie del campione di football, attore e star TV, Orenthal James Simpson. L’uomo si chiamava Ronald Lyle Goldman, 25 anni, cameriere e presunto amante della donna, entrambi uccisi nella casa di lei. Il sangue era ovunque ma l’arma del delitto, presumibilmente una lama di 13 cm, sembrava introvabile. L’assassino, tuttavia, aveva lasciato parecchi indizi a partire da un guanto sporco di sangue, rinvenuto accanto ai cadaveri. Inoltre, alcune analisi rivelarono anche la presenza di tracce ematiche di una terza persona. Dunque – conclusero gli inquirenti – chiunque avesse ucciso la coppia aveva incautamente scordato il guanto e forse, nella concitazione dell’aggressione, si era ferito perdendo sangue. Un elemento determinante per stabilire il DNA del killer. I primi sospetti caddero subito sull’ex campione Simpson già accusato dalla moglie, tempo prima, di maltrattamenti.
I rapporti tra i 2 ex coniugi erano molto tesi. Queste le parole di Nicole a proposito della vita con Simpson, in una lettera che la donna scrisse al consorte poco prima della separazione: “Sono rimasta incinta 2 volte, e ogni volta mi hai lanciato occhiate di disgusto per i chili che avevo preso. Dicevi che ti facevo schifo… Dopo aver dato alla luce Justin, mi hai picchiato così violentemente che ho dovuto mentire al medico […]. Non c’è stato un solo giorno della nostra vita insieme in cui tu non mi abbia fatto rimpiangere di averti sposato”.
Le accuse nei confronti di Simpson divvennero prove di reato quando la polizia – ottenuto a poche ore dal rinvenimento dei corpi il permesso di perquisire la casa dello sportivo – trovò il secondo guanto della scena del crimine, anch’esso intriso di sangue. E questo fu solo l’inizio di una lunga serie di indizi a carico.
La notte dell’omicidio, il giocatore di football era a Chicago all’O’Hare Plaza Hotel e tornò nella sua casa di L.A. solo il mattino dopo, atteso da una folla di cronisti interessati ad un commento della star sulla vicenda e sui sospetti intorno alla sua persona. I giornalisti volevano lo scoop e questo non tardò ad arrivare: mentre Simpson era impegnato a spiegare la propria estraneità ai fatti, le telecamere inquadrarono il suo braccio bendato. O.J. era ferito. A queste evidenze si unirono la testimonianza di un negoziante che sostenne di aver venduto, qualche giorno prima, a Simpson uno Stiletto tedesco e quella dell’autista del campione, Allan Park, il quale diede indicazioni molto precise sugli spostamenti del datore di lavoro la sera del 12 giugno. Il dipendente raccontò che alle 22.30 avrebbe dovuto recarsi a casa Simpson al fine di accompagnare l’uomo all’aeroporto in tempo per il volo verso Chicago delle 23.30. L’autista era arrivato puntuale a casa di O. J. ma nessuno aveva risposto al suono del campanello. Il dipendente aveva atteso circa 25 minuti fuori dalla porta e durante l’attesa aveva notato la sagoma di un uomo che correva dietro la casa del campione. Gli era parso che si trattasse di un uomo di colore ma il buio gli aveva impedito di distinguere la figura. Un fatto certo fu che dopo aver visto la sagoma, Park provò nuovamente a suonare alla porta ottendo, questa volta, risposta. Simpson si giustificò sostenendo che si era appisolato e non aveva sentito i ripetuti richiami dell’autista, dopodichè i 2 erano partiti in direzione aeroporto.
Quando gli agenti giunsero alla villa di O. J. per arrestarlo, il campione era già fuggito. Dopo aver sequestrato l’amico Al Cowlings sotto la minaccia di un’arma da fuoco, i 2 si erano lanciati in una corsa senza meta a bordo di un Branco Ford. La fuga si concluse ore dopo con il fermo di Simpson per omicidio, resistenza a pubblico ufficiale, sequestro di persona e tentata fuga.
Al processo l’accusa sostenne che Simpson, colto da un raptus incontrollabile di gelosia, avesse massacrato la moglie e il di lei amico trovandoli a casa insieme. Inoltre, il test del DNA aveva confermato che la terza persona presente sul luogo del delitto era l’imputato. Tutto sembrava incolpare il giocatore, tuttavia, l’opinione pubblica era divisa sulla vicenda e il processo assunse presto i toni di una questione razziale. L’America nera vedeva nel caso Simpson l’ennesima ingiustizia perpetrata ai danni della gente di colore con un’imputazione priva di vero movente. L’America bianca, invece, viveva la questione con imbarazzo: se le stesse prove avessero riguardato qualsiasi altro individuo e non un Simpson mito del football la condanna sarebbe stata certa ed immediata.
Poi arrivò la svolta. Mentre l’agente Fuhrman veniva accusato dalla difesa di razzismo e di inquinamento della prove, Simpson venne invitato dall’accusa ad indossare i guanti dell’assassino per accertarsi che fossero della taglia giusta. Gli indumenti erano troppo piccoli. Il 3 ottobre del 1995 Simpson fu prosciolto con formula piena. Dieci anni dopo, uno dei legali del campione, Lee Bailey, dichiarò pubblicamente che Simpson, al tempo del processo, aveva fallito il test della macchina della verità e che i risultati erano stati nascosti per non aggravare la sua posizione. Simpson non si scompose: “[…] Io sono sereno in ogni caso. Se anche i cadaveri uscissero dalle tombe e mi accusassero di essere l’assassino, non si può essere processati 2 volte per lo stesso crimine. Sono stato assolto […]. Questa è la verità e l’America e il mondo devono accettarla”.
Successivamente, O.J. Simpson stava scontando una pena di 33 anni per rapina a mano armata e sequestro di persona; dopo i primi 9 anni presso il penitenziario di Lovelock, nel Nevada, dal 2017 è stato posto in libertà vigilata. La condanna è stata comminata poiché fu ritenuto colpevole di aver rubato in una stanza d'albergo a Las Vegas, il 16 settembre 2007, dei cimeli che a suo dire gli erano stati sottratti tempo prima. E' deceduto il 10 aprile 2024 a causa di un cancro alla prostata, all'età di 76 anni.
Un investigatore privato, William Dear, ha pubblicato un libro nel quale sostiene che O.J. sia davvero innocente.
Secondo l'investigatore privato, il vero colpevole sarebbe Simpson junior, all'epoca dei fatti 24enne, proprietario del fodero di cuoio in cui è custodita l'arma. A incastrarlo anche il diario segreto e alcune email sospette inviate ai compagni di college. Ma è soprattutto una foto - in possesso di Dear - in cui James indossa un berretto rinvenuto poi sulla scena del delitto.
Un omicidio compiuto per i problemi psichici del figlio di O.J. (disordini di rabbia a intermittenza), tanto che il crimine non sarebbe stato premeditato.
O.J. ha deciso di non commentare le rivelazioni contenute nel libro dell'investigatore; al momento, la magistratura americana non ha riaperto il caso e in sede penale il duplice omicidio resta ancora senza un colpevole.
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venerdì 12 giugno 2026
giovedì 11 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 giugno.
L'11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer muore, a sessantadue anni, dopo essere stato colpito da un ictus durante un comizio a Padova il giorno 7. I suoi funerali, a piazza S. Giovanni, a Roma, sono un immenso corteo commosso, fatto di fedelissimi, di alleati, ma anche di avversari politici e di gente comune, che in lui ha avuto modo di apprezzare il rigore morale e la passione per il suo lavoro.
Compromesso storico, eurocomunismo, austerità, questione morale; il lessico berlingueriano dà la misura di quanto profondamente l’azione e il pensiero del leader comunista siano stati intrecciati con la storia italiana di quegli anni e, soprattutto, con quella della sinistra. Enrico Berlinguer è stato un uomo molto popolare; molti, e non solo tra i suoi, ne apprezzarono il carattere schivo e coraggioso e l’onestà intellettuale e molti, ancora oggi, rimpiangono il suo volto come quello di un’Italia che forse è finita con lui. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo pianse “come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta” e che ne riportò la salma da Padova a Roma sull’aereo presidenziale, riteneva che “se il Partito comunista italiano è così profondamente radicato nella nostra realtà politica lo si deve anche e direi soprattutto alla sua opera”.
Nei giorni che seguirono la morte di Berlinguer molti, e non solo i suoi compagni, sottolinearono le sue qualità umane, salutando in lui “un uomo vero”, come fece Giorgio Bocca o “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”, come scrisse Indro Montanelli.
Berlinguer, il leader; Enrico Berlinguer, l’uomo. Ed ecco che due immagini vengono alla mente. La prima risale al 1976; il segretario del PCI, a Mosca, sul palco del congresso del PCUS davanti a cinquemila delegati, prende la parola per parlare del valore della democrazia, del pluralismo, condannando l’interferenza dei sovietici nelle questioni dei partiti socialisti e comunisti degli altri paesi. La seconda è l’immagine straziante di Berlinguer, affaticato, sul palco di Piazza della Frutta di Padova, durante il comizio di chiusura delle elezioni europee, il 7 giugno del 1984; gli manca il respiro, sussurra, le forze gli vengono meno, eppure continua a parlare. "Compagni, proseguite il vostro lavoro... casa per casa... strada per strada...", pronuncia le sue ultime parole con la voce fioca, spezzata, un fazzoletto bianco premuto sulla bocca. Alla fine perde conoscenza; non è la stanchezza, ma un ictus che, quattro giorni dopo, ne causerà la morte. Tra queste due date si consumano le fasi più significative della parabola di un uomo che ha impresso un proprio peculiarissimo segno nel corso della storia del nostro paese.
La questione morale esiste da tempo, Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perchè dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.
Così diceva Berlinguer nel 1980; non è che una delle tante riflessioni che testimoniano la sua lungimiranza e l’attualità del suo pensiero.
Nel 1983 Giovanni Minoli lo intervista per Mixer; ne emerge un ritratto che rende merito ad entrambe questi aspetti della sua personalità. L’uomo timido, pieno di pudore, che si dispiace di essere definito un uomo triste, semplicemente “perché non è vero”, l’uomo che dà grande importanza alla famiglia, ai figli, per quanto non si pente di aver sacrificato alla politica molta parte del suo tempo, né spera di doversene pentire mai. Ma anche il leader sicuro delle proprie scelte, “fedele agli ideali della sua gioventù”, che ribadisce lo strappo con Mosca e considera il potere “uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare i propri ideali”. Alla domanda su cosa gli dispiace del potere, Berlinguer sembra non avere dubbi, non evoca le distorsioni del potere e il suo implicito rischio di generare corruzione, e risponde soltanto: “Mi dispiace che il nostro potere sia ancora insufficiente per la realizzazione dei nostri obiettivi”.
L'11 giugno del 1984, Enrico Berlinguer muore, a sessantadue anni, dopo essere stato colpito da un ictus durante un comizio a Padova il giorno 7. I suoi funerali, a piazza S. Giovanni, a Roma, sono un immenso corteo commosso, fatto di fedelissimi, di alleati, ma anche di avversari politici e di gente comune, che in lui ha avuto modo di apprezzare il rigore morale e la passione per il suo lavoro.
Compromesso storico, eurocomunismo, austerità, questione morale; il lessico berlingueriano dà la misura di quanto profondamente l’azione e il pensiero del leader comunista siano stati intrecciati con la storia italiana di quegli anni e, soprattutto, con quella della sinistra. Enrico Berlinguer è stato un uomo molto popolare; molti, e non solo tra i suoi, ne apprezzarono il carattere schivo e coraggioso e l’onestà intellettuale e molti, ancora oggi, rimpiangono il suo volto come quello di un’Italia che forse è finita con lui. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo pianse “come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta” e che ne riportò la salma da Padova a Roma sull’aereo presidenziale, riteneva che “se il Partito comunista italiano è così profondamente radicato nella nostra realtà politica lo si deve anche e direi soprattutto alla sua opera”.
Nei giorni che seguirono la morte di Berlinguer molti, e non solo i suoi compagni, sottolinearono le sue qualità umane, salutando in lui “un uomo vero”, come fece Giorgio Bocca o “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede”, come scrisse Indro Montanelli.
Berlinguer, il leader; Enrico Berlinguer, l’uomo. Ed ecco che due immagini vengono alla mente. La prima risale al 1976; il segretario del PCI, a Mosca, sul palco del congresso del PCUS davanti a cinquemila delegati, prende la parola per parlare del valore della democrazia, del pluralismo, condannando l’interferenza dei sovietici nelle questioni dei partiti socialisti e comunisti degli altri paesi. La seconda è l’immagine straziante di Berlinguer, affaticato, sul palco di Piazza della Frutta di Padova, durante il comizio di chiusura delle elezioni europee, il 7 giugno del 1984; gli manca il respiro, sussurra, le forze gli vengono meno, eppure continua a parlare. "Compagni, proseguite il vostro lavoro... casa per casa... strada per strada...", pronuncia le sue ultime parole con la voce fioca, spezzata, un fazzoletto bianco premuto sulla bocca. Alla fine perde conoscenza; non è la stanchezza, ma un ictus che, quattro giorni dopo, ne causerà la morte. Tra queste due date si consumano le fasi più significative della parabola di un uomo che ha impresso un proprio peculiarissimo segno nel corso della storia del nostro paese.
La questione morale esiste da tempo, Ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perchè dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.
Così diceva Berlinguer nel 1980; non è che una delle tante riflessioni che testimoniano la sua lungimiranza e l’attualità del suo pensiero.
Nel 1983 Giovanni Minoli lo intervista per Mixer; ne emerge un ritratto che rende merito ad entrambe questi aspetti della sua personalità. L’uomo timido, pieno di pudore, che si dispiace di essere definito un uomo triste, semplicemente “perché non è vero”, l’uomo che dà grande importanza alla famiglia, ai figli, per quanto non si pente di aver sacrificato alla politica molta parte del suo tempo, né spera di doversene pentire mai. Ma anche il leader sicuro delle proprie scelte, “fedele agli ideali della sua gioventù”, che ribadisce lo strappo con Mosca e considera il potere “uno strumento insufficiente ma necessario per realizzare i propri ideali”. Alla domanda su cosa gli dispiace del potere, Berlinguer sembra non avere dubbi, non evoca le distorsioni del potere e il suo implicito rischio di generare corruzione, e risponde soltanto: “Mi dispiace che il nostro potere sia ancora insufficiente per la realizzazione dei nostri obiettivi”.
mercoledì 10 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1918 venne compiuta la cosiddetta "Impresa di Premuda", con la quale la marina militare italiana pose fine ai piani espansionistici dell'Impero Austro-Ungarico sul mare Adriatico: questo successo, rilevante sul piano strategico e nondimeno su quello del morale, sancì la supremazia italiana e fu l'ultimo capitolo di una guerra sul mare parallela a quella combattuta lungo la frontiera Nord-Orientale della penisola.
E' per questo motivo che la marina militare italiana celebra ogni anno la propria festa il 10 giugno.
I piccoli ma micidiali, avanzatissimi motoscafi MAS concepiti e costruiti in Italia, affidati al comandante Luigi Rizzo e ai suoi uomini audaci ed esperti quel giorno riuscirono ad affondare nelle acque della Dalmazia la corazzata imperiale Santo Stefano (Szent Istvàn), che sarebbe dovuta intervenire nell'attacco su larga scala contro il blocco del Canale di Otranto.
La porta dell'Impero Asburgico sul mare è la città di Trieste, base di una flotta che si costituisce durante il XIX secolo con lo scopo di presidiare le roccaforti lungo le coste della Dalmazia. Nei primi anni del '900, al fine di contrastare il consolidamento del giovane Regno d'Italia deciso ad una completa riunificazione, si provvede ad una necessaria modernizzazione della Marina Imperiale attraverso un programma che, avviato tardivamente, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale risulta ancora in via di attuazione.
L'Impero può comunque contare sulla nuova base di Pola, su circa 400 unità, di cui numerosi sommergibili, e soprattutto le quattro grandi corazzate della classe "Viribus Unitis" recentemente varate. Mentre la SMS Viribus Unitis, la Tegetthoff e la Prinz Eugen sono state costruite negli Stabilimenti Tecnici Triestini, la Szent Istvàn è frutto del compromesso (Ausgleich) con il quale è concessa nel 1867 una maggiore autonomia alla componente ungherese dell'Impero: viene costruita nei cantieri navali ungheresi di Fiume, e prende il nome del santo patrono dei magiari, entra però in servizio a conflitto già iniziato, il 17 novembre 1915.
Le corazzate Tegetthoff e Prinz Eugen si sono rese protagoniste del cannoneggiamento della costa di Ancona nello stesso giorno in cui il regno d'Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, ma ben presto l'Adriatico si rivela poco adatto alle navi di grande stazza e più congeniale, viceversa, ai più economici sottomarini. Anche i tedeschi inviano nell'Adriatico mezzi subacquei in grande quantità, allo scopo di forzare il blocco che le flotte dell'Intesa hanno imposto sul canale di Otranto.
L'attività delle navi maggiori della flotta imperiale è circoscritta ad incursioni sporadiche, e salvo rare esercitazioni anche la Szent Istvàn è per la maggior parte del tempo ferma in rada nella base di Pola.
In seguito alla sconfitta subita nel 1866 sul mare di Lissa, durante le guerre risorgimentali, la Marina del Regno d'Italia conosce un'importante evoluzione che porta allo sviluppo di mezzi all'avanguardia, come le corazzate Enrico Dandolo, Caio Duilio, Italia e Lepanto che diventano modelli di eccellenza, la pietra di paragone di una flotta moderna anche per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
La Regia Marina introduce per la prima volta al mondo l'aeroplano all'impiego bellico, durante la campagna di Libia del 1911-12 contro l'Impero Ottomano, e alla vigilia del Primo Conflitto Mondiale concepisce navigli leggeri e veloci, in grado di sfruttare la disposizione geografica dell'Italia e i bassi fondali (inadatti ai grandi scafi) per incursioni-lampo tra le linee nemiche. Nascono così nei cantieri di Venezia i le Motobarche Armate SVAN o più semplicemente MAS, inizialmente definiti come "Motobarche Anti Sommergibili", ma presto ribattezzati "Motoscafi Armati Siluranti" in ragione della loro versatilità e del potenziale offensivo apportato dai siluri, o torpedini, l'arma sviluppata proprio dagli austriaci a Fiume cinquant'anni prima.
Al pari delle moderne corazzate progettate dall'ingegnere Brin, anche i MAS disegnati da Attilio Bisio sono gioielli della tecnica, dislocati in circa 10 tonnellate e capaci di raggiungere i 24 nodi, che si rivelano, partendo dalle basi di Venezia, Grado ed Ancona, particolarmente appropriati ad azioni di forzamento dei porti austriaci nell'alto Adriatico e non solo allo sminamento o al pattugliamento contro mezzi sottomarini.
Tale convinzione, condivisa dal Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Thaon di Revel, è confermata come fondata da una fortunata serie di incursioni e in particolare quando, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917, nell'anno di guerra più difficile per l'Italia, viene affondata a Trieste la corazzata nemica Wien, ad opera dei MAS 9 e 13 comandati dal Capitano Luigi Rizzo.
Due mesi dopo, tra il 10 e l'11 febbraio del 1918, lo stesso Rizzo, già decorato con la Medaglia d'Oro, insieme a Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano viola le maglie del sistema difensivo austriaco fino a penetrare in un porto nemico per quella che sarà ricordata come la "Beffa di Buccari".
Nella notte del 4 aprile, un commando di 60 marinai austriaci guidati dal tenente Weith sbarca sulla costa adriatica nei pressi di Falconara Marittima per catturare i motoscafi di Rizzo ormeggiati ad Ancona: le spie vengono scoperte, seppure in extremis, e l'evento rivela quanto preoccupato interesse abbiano destato presso gli austriaci le azioni condotte dai MAS.
Grazie anche al sostegno della flotta alleata britannica, francese ed americana, durante la prima metà del 1918 la Regia Marina perfeziona il blocco del canale di Otranto con la realizzazione di un colossale sbarramento fisico fatto di reti e mine, per impedire l'accesso anche ai sottomarini nemici. Nel tentativo di forzare il blocco, divenuto un'autentica muraglia, dopo numerosi tentativi senza successo il comando della flotta austro-ungarica agli ordini dell'Ammiraglio Horthy mette a punto un'offensiva combinata su larga scala che dovrebbe, senza grandi rischi, aprire la via al Mediterraneo assicurando un significativo guadagno strategico e un importante effetto sul morale delle truppe.
La Marina Imperiale intende sostenere dal mare, con un'azione in grande stile, un'imminente offensiva di terra (la cosiddetta "Battaglia del Solstizio") che potrebbe decidere le sorti della guerra.
Nella notte dell'8 giugno 1918, salpa da Pola un primo squadrone guidato dalle navi maggiori Viribus Unitis e Prinz Eugen, diretto verso Sud in attesa di essere raggiunto dalle altre corazzate. Il giorno successivo, anche la Szent Istvàn e la sua gemella Tegetthoff lasciano il porto di Pola scortate da una numerosa formazione di torpediniere, anche se con qualche ritardo; a bordo della Tegetthoff è ospitata una squadra di fotografi e cineoperatori attrezzati in modo da ritrarre la grande vittoria prevista con l'attacco dell'11 giugno.
Negli stessi momenti si appostano in agguato i MAS 21 e 15 guidati da Giuseppe Aonzo e Armando Gori al comando di Luigi Rizzo, partiti da Ancona alle ore 17, scortati da una squadriglia di cacciatorpediniere, con il compito di perlustrare la costa dalmata e procedere allo smantellamento di eventuali campi minati.
Dopo oltre quattro ore di navigazione senza incontrare ostilità, i MAS riprendono la rotta del ritorno ed improvvisamente, alle ore 3 del mattino al largo dell'isola di Premuda, avvistano i fumi di quella che ha tutta l'aria di essere una grande formazione di navi austriache.
Anziché limitarsi a registrare la situazione e rientrare con cautela alla base, i MAS si lanciano, coperti dalle prime luci dell'alba alle loro spalle, all'attacco della squadra nemica: si avvicinano da Est alle corazzate, il bersaglio più importante e pericoloso, a grande velocità; riescono a sganciare a meno di 300m di distanza 4 siluri che colpiscono la Tegetthoff e in maniera più grave la Szent Istvàn. Impegnati in manovre evasive, per sfuggire al fuoco austriaco durante una concitata fase di inseguimento e fare così ritorno incolumi alla base, gli equipaggi dei MAS non hanno la possibilità di accertarsi del risultato conseguito, ma con il passare delle ore la speranza diviene certezza: alle ore 6 del 10 giugno, la Santo Stefano è affondata.
A bordo della Tegetthoff si assiste all'inesorabile sorte della corazzata gemella, e le uniche scene ad essere riprese non testimoniano una grande vittoria, ma sono quelle di una triste sconfitta. Le vittime sono 89, grazie all'abilità del Comandante Seitz e dell'ufficiale macchinista Franz Dueller è tratta in salvo gran parte degli oltre 1000 uomini dell'equipaggio, ma le ambizioni austriache sull'Adriatico subiscono una ferita irreparabile.
Le navi che avrebbero dovuto attaccare il canale di Otranto sono richiamate nelle rispettive basi, e per tutto il resto della guerra non entreranno più in mare aperto: la Marina italiana ha ottenuto il controllo del mare Adriatico e la nuova situazione strategica, oltre a costituire un colpo durissimo al morale austriaco, accresce il prestigio della Regia Marina anche presso gli alleati.
L'impresa di Premuda, più che un fortunato episodio dettato dalle circostanze e dall'audacia individuale, è il risultato di un paziente e metodico insistere per anni in attese snervanti in preparazione agli agguati.
L'Ammiraglio Thaon di Revel emette il comunicato ufficiale:
All'alba del 10 corrente, presso le isole dalmate, due nostre piccole siluranti, al comando del capitano di corvetta Rizzo Luigi da Milazzo, attaccavano una divisione navale austro-ungarica costituita da due grandi corazzate tipo "Viribus Unitis" protette da dieci cacciatorpediniere. Le nostre unità, audacemente oltrepassata la linea dei cacciatorpediniere, colpivano con due siluri la nave capolinea e con uno la seguente; rincorse dai cacciatorpediniere ne danneggiavano gravemente uno e rientravano incolumi alla loro base.
Tutto il paese ha ben ragione di festeggiare.
Luigi Rizzo e i suoi uomini ricevono le congratulazioni delle istituzioni e il riconoscimento della popolazione, tanto da guadagnare a Rizzo, in seguito promosso Comandante e poi Ammiraglio, una eccezionale seconda Medaglia d'Oro al Valore Militare. Al termine della guerra, Luigi Rizzo tenta con esiti alterni di imprimere la propria visione moderata agli eventi di tensione che scaturiscono dalla questione di Fiume, fino ad incrinare i rapporti con il commilitone D'Annunzio, ma negli anni '20 abbandona la propria carriera militare operativa per dedicarsi alla gestione, anche sindacale, del traffico marittimo.
Il MAS 15 di Luigi Rizzo è oggi custodito nel Sacrario delle Bandiere presso il Vittoriano a Roma, mentre le ancore delle corazzate Tegetthoff e Viribus Unitis sono esposte all'entrata del Palazzo della Marina a Roma, a Venezia, a Brindisi.
Il relitto della Santo Stefano riposa a 66 metri di profondità, è stato meta di numerose spedizioni subacquee ed è divenuto oggi un'importante attrazione turistica.
La data del 10 giugno è assunta ufficialmente come giorno di festa della Marina (prima celebrata il 4 dicembre) soltanto nel 1939 e, dopo una sospensione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, è stata reintrodotta nel 1950 (nuovamente nel giorno di Santa Barbara) ed infine ripristinata nel 1964 all'anniversario dell'azione di Premuda. La tradizionale manifestazione, in ricordo di un'impresa senza precedenti condotta da uomini di straordinario coraggio, rivive ogni anno alla presenza delle massime istituzioni e nel 2008 ha avuto luogo, in occasione del novantesimo anniversario, sullo sfondo monumentale dell'Arsenale di Venezia.
Il 10 giugno 1918 venne compiuta la cosiddetta "Impresa di Premuda", con la quale la marina militare italiana pose fine ai piani espansionistici dell'Impero Austro-Ungarico sul mare Adriatico: questo successo, rilevante sul piano strategico e nondimeno su quello del morale, sancì la supremazia italiana e fu l'ultimo capitolo di una guerra sul mare parallela a quella combattuta lungo la frontiera Nord-Orientale della penisola.
E' per questo motivo che la marina militare italiana celebra ogni anno la propria festa il 10 giugno.
I piccoli ma micidiali, avanzatissimi motoscafi MAS concepiti e costruiti in Italia, affidati al comandante Luigi Rizzo e ai suoi uomini audaci ed esperti quel giorno riuscirono ad affondare nelle acque della Dalmazia la corazzata imperiale Santo Stefano (Szent Istvàn), che sarebbe dovuta intervenire nell'attacco su larga scala contro il blocco del Canale di Otranto.
La porta dell'Impero Asburgico sul mare è la città di Trieste, base di una flotta che si costituisce durante il XIX secolo con lo scopo di presidiare le roccaforti lungo le coste della Dalmazia. Nei primi anni del '900, al fine di contrastare il consolidamento del giovane Regno d'Italia deciso ad una completa riunificazione, si provvede ad una necessaria modernizzazione della Marina Imperiale attraverso un programma che, avviato tardivamente, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale risulta ancora in via di attuazione.
L'Impero può comunque contare sulla nuova base di Pola, su circa 400 unità, di cui numerosi sommergibili, e soprattutto le quattro grandi corazzate della classe "Viribus Unitis" recentemente varate. Mentre la SMS Viribus Unitis, la Tegetthoff e la Prinz Eugen sono state costruite negli Stabilimenti Tecnici Triestini, la Szent Istvàn è frutto del compromesso (Ausgleich) con il quale è concessa nel 1867 una maggiore autonomia alla componente ungherese dell'Impero: viene costruita nei cantieri navali ungheresi di Fiume, e prende il nome del santo patrono dei magiari, entra però in servizio a conflitto già iniziato, il 17 novembre 1915.
Le corazzate Tegetthoff e Prinz Eugen si sono rese protagoniste del cannoneggiamento della costa di Ancona nello stesso giorno in cui il regno d'Italia entra in guerra, il 24 maggio 1915, ma ben presto l'Adriatico si rivela poco adatto alle navi di grande stazza e più congeniale, viceversa, ai più economici sottomarini. Anche i tedeschi inviano nell'Adriatico mezzi subacquei in grande quantità, allo scopo di forzare il blocco che le flotte dell'Intesa hanno imposto sul canale di Otranto.
L'attività delle navi maggiori della flotta imperiale è circoscritta ad incursioni sporadiche, e salvo rare esercitazioni anche la Szent Istvàn è per la maggior parte del tempo ferma in rada nella base di Pola.
In seguito alla sconfitta subita nel 1866 sul mare di Lissa, durante le guerre risorgimentali, la Marina del Regno d'Italia conosce un'importante evoluzione che porta allo sviluppo di mezzi all'avanguardia, come le corazzate Enrico Dandolo, Caio Duilio, Italia e Lepanto che diventano modelli di eccellenza, la pietra di paragone di una flotta moderna anche per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.
La Regia Marina introduce per la prima volta al mondo l'aeroplano all'impiego bellico, durante la campagna di Libia del 1911-12 contro l'Impero Ottomano, e alla vigilia del Primo Conflitto Mondiale concepisce navigli leggeri e veloci, in grado di sfruttare la disposizione geografica dell'Italia e i bassi fondali (inadatti ai grandi scafi) per incursioni-lampo tra le linee nemiche. Nascono così nei cantieri di Venezia i le Motobarche Armate SVAN o più semplicemente MAS, inizialmente definiti come "Motobarche Anti Sommergibili", ma presto ribattezzati "Motoscafi Armati Siluranti" in ragione della loro versatilità e del potenziale offensivo apportato dai siluri, o torpedini, l'arma sviluppata proprio dagli austriaci a Fiume cinquant'anni prima.
Al pari delle moderne corazzate progettate dall'ingegnere Brin, anche i MAS disegnati da Attilio Bisio sono gioielli della tecnica, dislocati in circa 10 tonnellate e capaci di raggiungere i 24 nodi, che si rivelano, partendo dalle basi di Venezia, Grado ed Ancona, particolarmente appropriati ad azioni di forzamento dei porti austriaci nell'alto Adriatico e non solo allo sminamento o al pattugliamento contro mezzi sottomarini.
Tale convinzione, condivisa dal Capo di Stato Maggiore, l'Ammiraglio Thaon di Revel, è confermata come fondata da una fortunata serie di incursioni e in particolare quando, nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1917, nell'anno di guerra più difficile per l'Italia, viene affondata a Trieste la corazzata nemica Wien, ad opera dei MAS 9 e 13 comandati dal Capitano Luigi Rizzo.
Due mesi dopo, tra il 10 e l'11 febbraio del 1918, lo stesso Rizzo, già decorato con la Medaglia d'Oro, insieme a Gabriele D'Annunzio e Costanzo Ciano viola le maglie del sistema difensivo austriaco fino a penetrare in un porto nemico per quella che sarà ricordata come la "Beffa di Buccari".
Nella notte del 4 aprile, un commando di 60 marinai austriaci guidati dal tenente Weith sbarca sulla costa adriatica nei pressi di Falconara Marittima per catturare i motoscafi di Rizzo ormeggiati ad Ancona: le spie vengono scoperte, seppure in extremis, e l'evento rivela quanto preoccupato interesse abbiano destato presso gli austriaci le azioni condotte dai MAS.
Grazie anche al sostegno della flotta alleata britannica, francese ed americana, durante la prima metà del 1918 la Regia Marina perfeziona il blocco del canale di Otranto con la realizzazione di un colossale sbarramento fisico fatto di reti e mine, per impedire l'accesso anche ai sottomarini nemici. Nel tentativo di forzare il blocco, divenuto un'autentica muraglia, dopo numerosi tentativi senza successo il comando della flotta austro-ungarica agli ordini dell'Ammiraglio Horthy mette a punto un'offensiva combinata su larga scala che dovrebbe, senza grandi rischi, aprire la via al Mediterraneo assicurando un significativo guadagno strategico e un importante effetto sul morale delle truppe.
La Marina Imperiale intende sostenere dal mare, con un'azione in grande stile, un'imminente offensiva di terra (la cosiddetta "Battaglia del Solstizio") che potrebbe decidere le sorti della guerra.
Nella notte dell'8 giugno 1918, salpa da Pola un primo squadrone guidato dalle navi maggiori Viribus Unitis e Prinz Eugen, diretto verso Sud in attesa di essere raggiunto dalle altre corazzate. Il giorno successivo, anche la Szent Istvàn e la sua gemella Tegetthoff lasciano il porto di Pola scortate da una numerosa formazione di torpediniere, anche se con qualche ritardo; a bordo della Tegetthoff è ospitata una squadra di fotografi e cineoperatori attrezzati in modo da ritrarre la grande vittoria prevista con l'attacco dell'11 giugno.
Negli stessi momenti si appostano in agguato i MAS 21 e 15 guidati da Giuseppe Aonzo e Armando Gori al comando di Luigi Rizzo, partiti da Ancona alle ore 17, scortati da una squadriglia di cacciatorpediniere, con il compito di perlustrare la costa dalmata e procedere allo smantellamento di eventuali campi minati.
Dopo oltre quattro ore di navigazione senza incontrare ostilità, i MAS riprendono la rotta del ritorno ed improvvisamente, alle ore 3 del mattino al largo dell'isola di Premuda, avvistano i fumi di quella che ha tutta l'aria di essere una grande formazione di navi austriache.
Anziché limitarsi a registrare la situazione e rientrare con cautela alla base, i MAS si lanciano, coperti dalle prime luci dell'alba alle loro spalle, all'attacco della squadra nemica: si avvicinano da Est alle corazzate, il bersaglio più importante e pericoloso, a grande velocità; riescono a sganciare a meno di 300m di distanza 4 siluri che colpiscono la Tegetthoff e in maniera più grave la Szent Istvàn. Impegnati in manovre evasive, per sfuggire al fuoco austriaco durante una concitata fase di inseguimento e fare così ritorno incolumi alla base, gli equipaggi dei MAS non hanno la possibilità di accertarsi del risultato conseguito, ma con il passare delle ore la speranza diviene certezza: alle ore 6 del 10 giugno, la Santo Stefano è affondata.
A bordo della Tegetthoff si assiste all'inesorabile sorte della corazzata gemella, e le uniche scene ad essere riprese non testimoniano una grande vittoria, ma sono quelle di una triste sconfitta. Le vittime sono 89, grazie all'abilità del Comandante Seitz e dell'ufficiale macchinista Franz Dueller è tratta in salvo gran parte degli oltre 1000 uomini dell'equipaggio, ma le ambizioni austriache sull'Adriatico subiscono una ferita irreparabile.
Le navi che avrebbero dovuto attaccare il canale di Otranto sono richiamate nelle rispettive basi, e per tutto il resto della guerra non entreranno più in mare aperto: la Marina italiana ha ottenuto il controllo del mare Adriatico e la nuova situazione strategica, oltre a costituire un colpo durissimo al morale austriaco, accresce il prestigio della Regia Marina anche presso gli alleati.
L'impresa di Premuda, più che un fortunato episodio dettato dalle circostanze e dall'audacia individuale, è il risultato di un paziente e metodico insistere per anni in attese snervanti in preparazione agli agguati.
L'Ammiraglio Thaon di Revel emette il comunicato ufficiale:
All'alba del 10 corrente, presso le isole dalmate, due nostre piccole siluranti, al comando del capitano di corvetta Rizzo Luigi da Milazzo, attaccavano una divisione navale austro-ungarica costituita da due grandi corazzate tipo "Viribus Unitis" protette da dieci cacciatorpediniere. Le nostre unità, audacemente oltrepassata la linea dei cacciatorpediniere, colpivano con due siluri la nave capolinea e con uno la seguente; rincorse dai cacciatorpediniere ne danneggiavano gravemente uno e rientravano incolumi alla loro base.
Tutto il paese ha ben ragione di festeggiare.
Luigi Rizzo e i suoi uomini ricevono le congratulazioni delle istituzioni e il riconoscimento della popolazione, tanto da guadagnare a Rizzo, in seguito promosso Comandante e poi Ammiraglio, una eccezionale seconda Medaglia d'Oro al Valore Militare. Al termine della guerra, Luigi Rizzo tenta con esiti alterni di imprimere la propria visione moderata agli eventi di tensione che scaturiscono dalla questione di Fiume, fino ad incrinare i rapporti con il commilitone D'Annunzio, ma negli anni '20 abbandona la propria carriera militare operativa per dedicarsi alla gestione, anche sindacale, del traffico marittimo.
Il MAS 15 di Luigi Rizzo è oggi custodito nel Sacrario delle Bandiere presso il Vittoriano a Roma, mentre le ancore delle corazzate Tegetthoff e Viribus Unitis sono esposte all'entrata del Palazzo della Marina a Roma, a Venezia, a Brindisi.
Il relitto della Santo Stefano riposa a 66 metri di profondità, è stato meta di numerose spedizioni subacquee ed è divenuto oggi un'importante attrazione turistica.
La data del 10 giugno è assunta ufficialmente come giorno di festa della Marina (prima celebrata il 4 dicembre) soltanto nel 1939 e, dopo una sospensione seguita alla Seconda Guerra Mondiale, è stata reintrodotta nel 1950 (nuovamente nel giorno di Santa Barbara) ed infine ripristinata nel 1964 all'anniversario dell'azione di Premuda. La tradizionale manifestazione, in ricordo di un'impresa senza precedenti condotta da uomini di straordinario coraggio, rivive ogni anno alla presenza delle massime istituzioni e nel 2008 ha avuto luogo, in occasione del novantesimo anniversario, sullo sfondo monumentale dell'Arsenale di Venezia.
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