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giovedì 4 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 giugno.
Il 4 giugno 1942 ebbe inizio nel pacifico la Battaglia delle Midway, che rappresentò un punto di svolta nella guerra nel Pacifico, respingendo per la prima volta l'avanzata giapponese.
Quella che fu una delle battaglie decisive della seconda guerra mondiale, al momento non sembrò che una battuta d'arresto temporanea delle vittorie nipponiche. La disparità tra i due contendenti sembrava talmente forte che il successo dei Giapponesi veniva dato per scontato; la loro sconfitta, quindi, risollevò il morale degli Americani, che ridimensionarono la potenza degli avversari. L’atollo delle Midway, costituito da 2 isole principali che racchiudono una laguna e da alcuni isolotti più piccoli, si trova a metà strada circa fra Pearl Harbor e il Giappone; costituiva, quindi, una base strategica per le forze americane che tentavano di arrestare l'avanzata giapponese attraverso il Pacifico centrale ed era considerato dal comandante in capo della flotta giapponese come un luogo ideale in cui impegnare in battaglia le portaerei delle Marina statunitense scampate al disastro di Pearl Harbor. L’ammiraglio Isoruku Yamamoto era, inoltre, convinto che il perimetro difensivo costituito dalle basi insulari conquistate dopo l'attacco a Pearl Harbor avesse bisogno dell'aggiunta delle Midway per meglio consolidarsi e che, una volta conquistato, l'atollo sarebbe servito come ottimo trampolino di lancio per gli attacchi a Pearl Harbor, base principale della flotta statunitense.
La sorpresa costituiva la base del successo del piano di Yamamoto ed egli ordinò un'incursione diversiva contro le Isole Aleutine, il 3 giugno 1942, per attirare la flotta americana del Pacifico verso nord, lasciando campo libero ai Giapponesi per la conquista delle Midway. Non appena i velivoli nipponici fossero stati in grado di decollare dalle piste dell'atollo, sarebbe stato possibile lanciare pesanti attacchi aerei contro le navi americane, mentre le unità di superficie e i sommergibili avrebbero completato l'opera.
Per realizzare il piano, la flotta giapponese venne divisa in un certo numero di reparti d'impiego: una forza di attacco alle Aleutine, composta da 2 portaerei leggere, che avrebbe coperto una forza da sbarco destinata a occupare le isole Adak, Attu e Kiska; 2 nuclei principali, uno formato da 4 grandi portaerei, 2 navi da battaglia e unità di scorta, al comando del viceammiraglio Nagumo, l'altro da 7 navi da battaglia e 1 portaerei leggera comandato da Yamamoto in persona, come sostegno arretrato a 260 miglia; una forza per l'occupazione delle Midway, composta da 2 navi da battaglia, 1 portaerei, 6 incrociatori pesanti e un contingente da sbarco di 5000 uomini, agli ordini dell'ammiraglio Kondo; un gruppo di dragamine. Era previsto, inoltre, uno schieramento avanzato di sommergibili che avrebbero intercettato i rinforzi americani diretti alle Midway e provenienti dalle Aleutine o dalle Hawaii. Gli equipaggi e i loro comandanti avevano il morale alle stelle: avevano inflitto una tremenda sconfitta alla flotta americana a Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941, avevano poi affondato la nave da battaglia "Prince of Wales" e l'incrociatore da battaglia "Repulse", entrambi britannici, nel golfo del Siam e scacciato sia gli Inglesi sia gli Olandesi dalle Indie Orientali. Inoltre, la flotta giapponese era superiore nelle prestazioni dei velivoli imbarcati e disponeva di alcune fra le più potenti navi da guerra del mondo.
Contro questa armata di 162 unità - che comprendeva 8 portaerei, 11 navi da battaglia, 22 incrociatori, 65 cacciatorpediniere e 21 sommergibili - la Marina statunitense poteva schierare soltanto 3 porterei, 8 incrociatori e 15 cacciatorpediniere. Le portaerei erano le unità fondamentali, con i loro gruppi di volo comprendenti i bombardieri in picchiata "SBD-3 Dauntless", gli aerosiluranti "TBD-1 Devastator" e i caccia "F4F-4 Wildcat"; ma soltanto la "Enterprise" e la "Hornet" erano in piena efficienza; la "Yorktown", infatti, gravemente danneggiata l'8 maggio nella battaglia del Mar dei Coralli, era stata riparata a Pearl Harbor in 3 giorni. Neppure le Midway si presentavano ben difese, disponendo solo di 54 aerei del Corpo dei Marines (la metà dei quali antiquati), 38 della Marina (32 idroricognitori "Catalina" e 6 aerosiluranti "Avenger") e 23 dell'Aviazione (fra cui 17 bombardieri "B-17"). L'atollo era dotato anche di 2 radar di avvistamento che avrebbero avuto un ruolo assai importante nella scoperta tempestiva degli attacchi aerei giapponesi. Gli Statunitensi potevano, però, avvalersi di un servizio informazioni efficientissimo: già dal 10 maggio i crittografi avevano allertato il comandante in capo della flotta, ammiraglio Chester Nimitz, in merito al probabile obiettivo dell'attacco di Yamamoto e il 30 maggio l'ultima delle 3 portaerei aveva lasciato Pearl Harbor per il Pacifico centrale, senza essere avvistata dalla linea di sorveglianza dei sommergibili giapponesi.
Alle 3.00 del 3 giugno la forza del Viceammiraglio Hosogaya sferrò l'attacco sulle Aleutine, ma l’Ammiraglio Frank Fletcher, comandante delle portaerei americane, non si lasciò distogliere dal suo compito principale di proteggere le Midway, neanche quando alle 8:43, un Catalina segnalò di avere avvistato un gruppo di 11 navi nemiche. Al tramonto le 3 portaerei statunitensi si portarono a circa 170 miglia a nord delle Midway. Alle 5.34 del mattino successivo uno dei Catalina di base alle Midway fece il primo avvistamento delle portaerei giapponesi e Fletcher ordinò all'ammiraglio Spruance di fare rotta a sud con Enterprise e Hornet e di attaccare le navi nemiche; la Yorktown, per il momento sarebbe rimasta in posizione di attesa per recuperare i suoi velivoli da ricognizione e per raccogliere altre informazioni sul dispositivo avversario. Nel frattempo, il primo attacco di Nagumo aveva provocato danni alle difese delle Midway, ma circa un terzo dei suoi 108 aerei era stato abbattuto. Egli aveva dato disposizioni di preparare 93 aerei armati di siluri da utilizzare nel caso di un attacco alle navi di superficie, ma resosi conto che le difese dell’atollo erano ancora attive, ordinò un nuovo attacco terrestre per eliminare la tenace resistenza. Ciò significava riportare gli aerei negli hangar per armarli con bombe al posto dei siluri e, al tempo stesso liberare i ponti per il ritorno della prima ondata; la complicata procedura avrebbe richiesto circa un'ora, ma dopo soltanto 15 minuti, alle 7.28, Nagumo ricevette l'inquietante notizia che un gruppo di 10 navi era stato avvistato a nord-est. Gli aerei da ricognizione avevano scoperto in precedenza questa forza nemica e Nagumo, sconcertato dal fatto di trovarsi la flotta nemica alle spalle, ordinò al ricognitore di fornire informazioni più specifiche; dispose, altresì, che gli aerei pronti per l'attacco fossero riarmati con i siluri. Il ricognitore, alle 8.09, precisò che si trattava di 5 incrociatori e di 5 cacciatorpediniere, ma mancò di notare il preoccupante particolare che le navi scortavano una portaerei: lo fece soltanto 20 minuti dopo.
Gli attacchi aerei dalle Midway contro le navi giapponesi, condotti senza la protezione dei caccia, erano comunque stati respinti con facilità e quasi la metà dei velivoli era andata distrutta; Nagumo riteneva, quindi, di poter effettuare una seconda ondata di bombardamenti per demolire le piste di atterraggio e di decollo delle isole e di dedicarsi successivamente a neutralizzare la portaerei appena avvistata.
Spruance, dal canto suo, aveva deciso invece di far decollare immediatamente i velivoli dalle unità statunitensi, sperando di colpire i Giapponesi mentre facevano rientrare la loro prima ondata.
Il primo attacco americano si risolse in un disastro: i 45 bombardieri e caccia della Hornet non colpirono il bersaglio e tutti i 15 aerosiluranti vennero abbattuti; i velivoli della Enterprise subirono forti perdite (soltanto 4 dei 14 aerosiluranti fecero ritorno) e ugual sorte toccò a quelli decollati dalla Yorktown (10 aerei perduti), mentre le portaerei giapponesi erano ancora indenni. Ma poco dopo, alle 10.20 circa. i 37 bombardieri in picchiata lanciati dalla Enterprise riuscirono a colpire le portaerei Akagi e Kaga, che presero fuoco e, a sera, dovettero essere abbandonate. Poi fu la volta della Soryu, che venne centrata da 3 bombe da 500 kg, sganciate dai bombardieri in picchiata della Yorktown, e bruciò per quasi 2 ore prima che il sommergibile Nautilus l'affondasse con 3 siluri. La Hiryu, invece, aveva ancora la linea di volo intatta e con essa Nagumo decise di affrontare le portaerei americane, a corto di velivoli; avuta conferma dai ricognitori della posizione della Yorktown, fece decollare 40 aerei dalla Hiryu in 2 ondate successive, una alle 11.00 e l'altra alle 13.31, per attaccarla. Alle 12.00 circa il radar della portaerei americana scoprì la prima alla distanza di sole 40 miglia e, malgrado il contrasto accanito dei caccia intercettori, 3 bombe colpirono la nave: una danneggiò le caldaie, la seconda innescò un incendio (domato con l'allagamento) e la terza esplose sul ponte di volo. L’unità era gravemente danneggiata, ma le squadre di soccorso estinsero gli incendi e riportarono la velocità a 18 nodi. Arrivò, però, la seconda ondata che mise a segno 2 siluri; la Yorktown rimase a galla, ma tutti i velivoli in grado di decollare furono trasferiti sulla Enterprise. Il 6 giugno, dopo una lotta sovrumana condotta dalle squadre di soccorso del cacciatorpediniere Hammann, la Yorktown fu avvistata dal sommergibile nemico l’I-168. Un siluro affondò l'Hammann, che era accostato alla portaerei, e altri 2 squarciarono la fiancata della Yorktown, che affondò alle 5.00 del mattino seguente, mentre l'l-168 riuscì a sfuggire alle bombe di profondità lanciate dai cacciatorpediniere americani di scorta.
La buona sorte stava, però, abbandonando la Hiryu. Prima dell'attacco della Yorktown, infatti, l'ammiraglio Fletcher aveva dato disposizioni per la sua ricerca e uno dei veivoli riuscì a trovare e a segnalare la posizione dell'ultima portaerei giapponese superstite. Alle 15.30 fu lanciata un'ondata di 24 bombardieri in picchiata che, dopo un'ora e mezza, la colpirono, mettendo a segno 4 bombe che, data la scarsa protezione della nave, provocarono esplosioni di carburante e di bombe a bordo. Alle 2.30 del mattino successivo la Hiryu venne abbandonata e alle 9.00 affondò. Yamamoto ricevette con calma le tremende notizie, anche se tolse a Nagumo il comando per aver mosso obiezioni a un piano disperato di unirsi alla forza per l'occupazione Midway e a quella della zona nord. Pareri più equilibrati prevalsero quando fu chiaro che vi erano ancora in azione 2 portaerei americane e che le 12 portaerei leggere di Hosogaya si trovavano troppo lontane influenzare l'esito finale. Dal canto suo, Spruance aveva valutato l'ipotesi di un combattimento notturno, ma poiché le forze giapponesi avrebbero avuto un vantaggio in quanto meglio addestrate e armate, ordinò alle portaerei di allontanarsi rapidamente dalla zona della battaglia.
La Marina imperiale giapponese perse 4 portaerei, un incrociatore pesante, 258 velivoli e 2500 uomini alle Midway, a fronte di una sola portaerei, 1 cacciatorpediniere, e 147 velivoli e 307 uomini da parte della Marina statunitense. Nel 1943 i Giapponesi riuscirono a sostituire le portaerei perdute e anche gli equipaggi di volo, molto addestrati, ma dopo la sconfitta alle Midway non presero più l'iniziativa strategica: il colpo inferto alla loro fiducia in se stessi è dimostrato dal fatto che la notizia del disastro fu censurata in Giappone fino al 1945. Sul piano tattico la battaglia delle Midway segnò il passaggio dalla guerra condotta con forze miste (portaerei e altre unità di superficie) a quella basata soltanto sulle portaerei, nella quale i velivoli imbarcati diventarono le armi principali della flotta; ma lo scontro rappresentò, anche, la vittoria del servizio informazioni. Altri comandanti avevano ricevuto notizie riservate prima della battaglia, senza essere capaci di sfruttare tale vantaggio; Nimitz, invece, fece uso delle intercettazioni in modo brillante per impiegare le sue deboli forze con la massima efficacia.
Nel 1976 fu realizzato un famoso film sulla battaglia, intitolato appunto Midway, con un cast stellare: Henry Fonda, Robert Mitchum,  Glenn Ford, Cliff Robertson, Toshiro Mifune, James Coburn, Robert Wagner, Charlton Heston, Tom Selleck, Erik Estrada.

mercoledì 3 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 1937 Edoardo VIII,  Duca di Windsor sposa Wallis Simpson in Francia, americana non di sangue reale.
Siamo negli anni Trenta del secolo scorso: il principe ereditario, futuro Edoardo VIII,  si innamora perdutamente della sua amante americana Wallis Simpson, divorziata per ben due volte, borghese e sospettata di combutta con i nazisti. Edoardo ha fama di dongiovanni ma questa relazione sembra subito più importante delle altre: presenta Wally alla madre, incurante dell’ira e dell’opposizione del padre, re Giorgio V.  Incoronato re alla morte di quest’ultimo nel  gennaio del 1936, Edoardo annuncia la volontà di sposare Wallis sebbene una simile unione appaia sconveniente per più di una ragione. Il nuovo re cerca di dominare coloro che si oppongono ma non è nelle condizioni di imporre alla corte, ai nobili e ai sudditi inglesi una regina sgradita e dalla fama poco lusinghiera come aveva fatto, a suo tempo, l’antenato Enrico VIII. Alla fine, nel dicembre dello stesso anno, è costretto ad abdicare in favore del fratello, padre dell’attuale regina Elisabetta.
Wallis è una donna non bella ma in possesso delle arti segrete della seduzione e dell’ars amatoria.  Secondo alcuni dossier scottanti, commissionati a Scotland Yard dal preoccupatissimo Giorgio V, Wally in Cina avrebbe frequentato delle prostitute per carpirne i segreti amatori. Grazie ad essi, può conquistare e irretire il suo re, a dispetto della fama di donna facile e di arrampicatrice sociale.  Si dice, tuttavia, che anche dopo il matrimonio Wally abbia continuato ad avere una vita sentimentale disinvolta e ad ingrossare la lista dei suoi amanti in cui erano inclusi, tra gli altri, Joachim von Ribbentrop, ambasciatore di Hitler e futuro ministro degli Esteri tedesco, e Galeazzo Ciano.
Le dicerie sulla duchessa si moltiplicano e la coppia, persa la corona, si aliena definitivamente anche la simpatia degli inglesi a causa di uno stile di vita lussuoso e sperperatore, condotto proprio mentre l’Inghilterra soffre per la guerra. Non giova loro, inoltre, il fondato sospetto di nutrire sentimenti filonazisti.
Dicerie, dissero loro a propria discolpa. Ma, sfortunatamente, non consente di  liquidarle come tali né l’incontro con Adolf Hitler che ricevette la coppia con grandi onori a  Berchstesgaden nel 1937, né alcuni avvenimenti successivi.
Poco dopo lo scoppio della guerra, nel 1940, i duchi di Windsor risiedono a  Lisbona, vicino all'ambasciata tedesca e progettano una crociera sullo yacht di proprietà di  Axel Wenner-Gren, amico di Hermann Göring, uomo di primissimo piano della Germania nazista.
Secondo un documento della Pvde, la polizia segreta portoghese, in quegli anni Edoardo e Wallis complottano con i nazisti nella speranza che l'Inghilterra perda la guerra e che loro possano salire sul trono grazie all’appoggio di Hitler.  Quest’ultimo, infatti, considera Edoardo il più adatto a guidare la Gran Bretagna dopo la vittoria tedesca, data la cordialità dei reciproci rapporti e le tendenze di estrema destra del duca. Non è un caso che il governo inglese, insospettito e preoccupato, mandi Edoardo alle Bahamas nominandolo governatore lì, lontano dall’Europa e dagli intrighi, fino alla fine della guerra. In seguito, il duca avrebbe ammesso di aver avuto delle ammirazioni per i tedeschi pur negando ogni coinvolgimento a favore del nazismo.   Eppure, gli americani avevano ritenuto che ci fosse davvero motivo di diffidare, soprattutto di Wallis, quando, nel corso di una  loro visita in   Florida nell'aprile del   1941, Franklin D. Roosevelt   ordinò una sorveglianza segreta per il duca e per la duchessa. Il timore era che Wally potesse usare la sua posizione per passare informazioni all’ex amante Ribbentrop. Sono notizie che emergono da un rapporto dell’Fbi pubblicato qualche tempo fa sul giornale inglese Guardian. Accuse rispetto alle quali altre, tra cui quella abbastanza fantasiosa circa la presunta androginia di Wallis, impallidiscono e che gettano una luce sinistra sull’intera faccenda.
La coppia tornò in Francia al termine del secondo conflitto mondiale e trascorse il resto della propria vita lontano da occhi indiscreti dal momento che il duca non occupò mai alcun altro ruolo ufficiale dopo la fine del suo mandato come governatore delle Bahamas. Il comune di Parigi provvide una casa al numero 4 di rue du Champ d'Entraînement, sul lato di Neuilly-sur-Seine presso il Bois de Boulogne. Il governo francese lo esentò dal pagamento delle tasse, e la coppia fu addirittura in grado di acquistare beni provenienti direttamente dall'Inghilterra attraverso un commissario militare apposito posto presso l'ambasciata britannica in Francia. Nel 1951 il duca pubblicò le proprie memorie dal titolo A King's Story, nel quale egli non mancava di esprimere il proprio disappunto per la politica progressista dell'Inghilterra. Nove anni più tardi pubblicò una nuova opera, A Family Album, incentrato sul costume della famiglia reale che aveva visto cambiare durante la sua vita, dai tempi della regina Vittoria sino al proprio stile personale.
Il duca e la duchessa ripresero così il loro ruolo di celebrità nazionali nella società dei caffè parigini degli anni '50 e '60 del Novecento. La coppia organizzava ricevimenti e feste nelle loro case di Parigi e New York, incontrando personalità e artisti del tempo.
Il solo Edoardo tornò in patria nel 52 per presenziare ai funerali del fratello Re Giorgio VI; nel giugno del 1953, invece, il duca e la duchessa di Windsor preferirono guardare la cerimonia d'incoronazione di Elisabetta II in televisione da Parigi, adducendo la scusa che era sconveniente per un ex sovrano partecipare all'incoronazione di un altro sovrano. Il duca fu comunque opinionista su questo fatto per il Sunday Express e per il Women's Home Companion, cogliendo l'occasione per scrivere anche un nuovo libro, The Crown and the People, 1902–1953.
Nel 1955 la coppia si recò in visita al presidente americano Dwight D. Eisenhower venendo ospitata alla Casa Bianca. La coppia apparve poi per un'intervista allo show televisivo di Edward R. Murrow Person to Person nel 1956, e nuovamente nel 1970 per un'intervista di 50 minuti. Sempre nel 1970 la coppia venne invitata come ospite d'onore per una festa alla Casa Bianca dal presidente Richard Nixon.
Nel 1965 il duca e la duchessa fecero ritorno a Londra dove si recarono in visita alla regina Elisabetta II, alla principessa Marina, duchessa di Kent ed alla principessa Mary, contessa di Harewood, partecipando solo una settimana dopo al funerale di quest'ultima. Nel 1967 la coppia si unì alla famiglia per festeggiare il centenario della nascita della regina Mary. L'ultima cerimonia reale a cui il duca prese parte fu il funerale della principessa Marina nel 1968. Egli rifiutò l'invito della regina Elisabetta a partecipare alla cerimonia d'investitura del 1969 di Carlo a principe di Galles.
Negli anni '60 la salute del duca andava deteriorandosi. Nel dicembre del 1964 venne operato da Michael DeBakey a Houston per un aneurisma dell'aorta addominale e nel febbraio del 1965 per un distacco della retina del suo occhio sinistro, venendo operato da Sir Stewart Duke-Elder. Alla fine del 1971 al duca venne diagnosticato un cancro alla gola e venne sottoposto a trattamenti di cobaltoterapia. La regina Elisabetta II visitò la coppia nel 1972 durante una sua visita ufficiale in Francia.
Il 28 maggio 1972 il duca morì nella sua casa di Parigi, all'età di 77 anni. Il suo corpo tornò nel Regno Unito dove venne deposto nella St. George's Chapel nel Castello di Windsor. I funerali vennero tenuti nella cappella il 5 giugno di quell'anno alla presenza della regina e di tutta la famiglia reale, oltre che della duchessa di Windsor, per poi venire sepolto nella Royal Burial Ground, dietro il Mausoleo Reale della Regina Vittoria e del Principe Alberto presso Frogmore. La duchessa di Windsor risiedette a Buckingham Palace durante il periodo delle cerimonie funebri.
 In seguito alla morte di Edoardo la duchessa di Windsor si ritirò a vita privata nella sua villa nel Bois de Boulogne, dove spirò nel 1986.
Venne sepolta a Windsor, nella cappella Reale accanto al marito, col titolo di Wallis, duchessa di Windsor.


martedì 2 giugno 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 giugno.
Il 2 Giugno 455 il re dei Vandali, Genserico, perpetrò il cosiddetto "Sacco di Roma", mandando  i suoi uomini a depredare per ben due settimane la città, portando via qualsiasi cosa preziosa essa contenesse e dando sostanzialmente il via alla caduta definitiva dell'Impero Romano d'Occidente. Da questo episodio viene l'uso moderno della parola "vandalo".
La turbolenza di quell'anno era cominciata già prima; il 16 marzo l'Imperatore Valentiniano III fu ucciso da un gruppo di congiurati. L’uomo che lo pugnalò, di nome Massimo, costrinse la vedova dell’ucciso, Eudossia, a sposarlo e dette in moglie la figlia di lei, che portava lo stesso nome, al proprio figlio Palladio.
Tutto si svolse fulmineamente forse perché Massimo intuiva di avere davanti a sé un periodo breve di regno. E si direbbe effettivamente che Genserico non avesse atteso altro che questi sviluppi che lo esoneravano dagli impegni assunti con il trattato di pace del 412 stipulato con Valentiniano, perché secondo la concezione comune a tutti i popoli non romani, i patti di questo genere impegnavano unicamente i singoli personaggi che li contraevano e non i rispettivi stati, sicché la morte di uno dei firmatari li scioglieva automaticamente. E vi si aggiungeva dell’altro, perché nobili dame erano diventate in un modo o nell’altro vittime del brutale colpo di stato che aveva sconvolto l’impero romano d’Occidente e i principi si sentivano chiamati, almeno sin dove la situazione glielo consentiva, a intervenire per proteggere le donne perseguitate. Pochi anni prima una principessa, delusa di non trovare soccorsi contro il potere imperiale, aveva chiamato in aiuto nientemeno che Attila, scatenando con il suo appello una guerra che aveva assunto le dimensioni di una conflagrazione mondiale. Adesso era la volta dell’imperatrice vedova Eudossia, alla quale si potrebbe imputare un’iniziativa dalle conseguenze almeno altrettanto fatali.
Avvenne così che dietro lo schermo dei nobili intenti la flotta vandalica uscì dal porto nella primavera del 455, presumibilmente pochi giorni dopo che a Cartagine era giunta la notizia che ufficiali goti al soldo di Massimo, i quali erano stati al comando di Ezio, avevano vendicato il loro generale assassinando l’imperatore Valentiniano III.
Un gruppetto di ufficiali visigoti, fra i quali un certo Optila e un certo Trautila, si erano precipitati contro l’imperatore e l’avevano finito a pugnalate senza che un solo uomo dell’intero reparto presente mettesse mano alla spada per difenderlo.
Rimane controverso il particolare, per le divergenze delle fonti che ne riferiscono, se Eudossia avesse inviato a Cartagine anche qualche messaggero personale incaricato di rivolgere un invito esplicito a Genserico; ma gli "inviti" di questo tenore erano sempre uno dei pretesti preferiti, sin dal tempo dei tempi. Motivi più che sufficienti per rivolgerglielo, comunque, Eudossia ne avrebbe avuti, perché Massimo, l’usurpatore, non soltanto l’aveva costretta a sposarlo con la violenza, ma non aveva esitato a confessarle dopo la prima notte, con cinico dileggio, che gli ufficiali visigoti non erano stati altro che un suo strumento e che il vero assassino di Valentiniano in realtà era lui. Tuttavia Massimo aveva avuto per il delitto un motivo che è considerato a tutt’oggi un’attenuante dai tribunali, se non altro in Francia e in Italia: quando lui, Massimo, era ancora un membro del senato, Valentiniano gli aveva sedotto la bella moglie, con l’astuzia e la violenza, e la donna - "ultima Lucrezia di Roma", come la definì Gregorovius - era morta di crepacuore per la vergogna subita.
Genserico, al quale questi dettagli interessavano assai poco, approfittò del momento favorevole; e poiché a volte era più rapido lui nell’agire di quanto gli altri lo fossero nel pensare, la sua poderosa flotta comparve, del tutto inattesa e con indicibile terrore dei Romani, nelle acque antistanti a Porto, alle foci del Tevere. La Via Portuensis facilitò grandemente l’avanzata dei Vandali, che in maggio, a poche settimane dall’uccisione dell’imperatore, poterono effettuare l’accerchiamento di Roma. Fu un’operazione anfibia che non sfigura, in fatto di rapidità, neppure al confronto delle azioni tattico-strategiche moderne e che dimostra come Genserico avesse elevato a principio il segreto delle fulminee vittorie di tutti i grandi condottieri: l’accurata valutazione preliminare dei pro e dei contro, i piani di battaglia genialmente concepiti e la rapidità dell’azione, tutte qualità che erano state proprie di Cesare prima di lui e che lo furono dopo di lui del gran khan Qubilay o di Napoleone.
Genserico aveva fatto una sola sosta durante la sua breve marcia sulla città eterna: il 31 maggio l’imperatore Massimo, mentre tentava la fuga, era stato lapidato dai mercenari burgundi che non l’avevano neppure ritenuto degno di finire sotto i colpi inferti con l’arma bianca, e due giorni dopo papa Leone I era uscito dalla città indifesa e si era presentato nel suo accampamento per chiedergli di risparmiare gli abitanti e gli edifici. In compenso il pontefice garantiva che gli invasori non avrebbero incontrato resistenza, cosicché non si sarebbero avuti combattimenti per le strade e quindi sarebbe stato possibile evitare anche gli incendi.
Non era questa la prima volta che Leone Magno affrontava una via così dolorosa. Tre anni prima si era spinto sino a Mantova per incontrare Attila. Stando alla leggenda, la visione della spada di Dio avrebbe indotto il superstizioso re degli Unni ad accogliere la preghiera di questo sacerdote evidentemente dotato di poteri magici: il fatto è che l’Italia centrale e meridionale scamparono in effetti alla furia unnica, anche perché di lì a non molto Attila morì. Genserico, però, forte della sua fede ariana, certamente accolse il papa serza timori segreti e senza esitazioni; da un bagno di sangue non avrebbe ricavato nulla, mentre la cattura del maggior numero possibile di schiavi e di ostaggi gli avrebbe fruttato denaro. Quindi l’accordo con Leone Magno collimava perfettamente con i suoi piani e il fatto che gli riuscisse di far sì che lo rispettassero non soltanto i suoi Vandali ma anche gli ausiliari della Mauretania dimostra di quale autorità godeva re Genserico.
L’assoluta sicurezza di esercitarla sugli uni e sugli altri gli consentì di fissare un termine di ben quindici giorni per il saccheggio sistematico della grande città: un arco di tempo entro il quale le truppe di qualsiasi altro esercito, per quanto disciplinate, sarebbero sfuggite di mano al proprio capo, in cui ogni altro sovrano non sarebbe stato in grado di tenere a freno i propri soldati; e ne è un esempio per tutti il saccheggio cui fu sottoposta Costantinopoli dai crociati di Enrico Dandolo. Alarico aveva potuto imbrigliare i suoi Visigoti tre soli giorni - ed era già stato molto - durante i quali certi episodi avevano dimostrato che il pericolo di un caos orgiastico era stato scongiurato a malapena. Non così nel caso dei Vandali, che agirono con calma competenza professionale. Essi percorsero l’una dopo l’altra le vie di Roma, tratto per tratto, ogni squadra seguita dai veicoli sui quali caricare il bottino; poi colonne interminabili di carri aperti e coperti imboccavano la Via Portuense per andare a riempire le capaci stive delle navi. Tutto ciò che non serviva a questo scopo venne risparmiato e non si ebbero a deplorare episodi di violenze e di stupri; in compenso i Vandali si portarono dietro come ostaggi un numero incalcolabile di membri di famiglie benestanti, riservandosi ampia possibilità di spassarsela con le loro mogli e figlie, senza che nessuno potesse impedirlo, una volta ritornati in Africa, in attesa che fosse pagato il riscatto. Per il momento contavano assai più gli oggetti d’oro e d’argento e perfino gli utensili domestici di rame, preziosi, questi ultimi, soprattutto agli occhi dei miserabili guerrieri del deserto.
Genserico fece smontare, per abbellirne la sua nuova capitale, statue e colonne e tegole di bronzo dorato. Solo che ne sovraccaricò la nave destinata al trasporto e questa fu l’unica di tutta la flotta a naufragare durante la tempesta che colse gli eretici predoni sulla rotta verso l’Africa, come una vendetta postuma.


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