Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.
Il 13 febbraio 1503, nei pressi di Trani, 13 cavalieri italiani e francesi si sfidarono in una tenzone, passata ai posteri come la disfida di Barletta.
Nei primi anni del 500 l'Italia era debole, e le potenze europee del tempo, Francia e Spagna, si spartirono a tavolino il sud della penisola, ancor prima di iniziare l'invasione: ai primi sarebbe toccato conquistare Napoli, gli Abruzzi e Terra di Lavoro, facendo così diventare Luigi XII il nuovo Re di Napoli; gli spagnoli, invece, avrebbero dominato su Puglia e Calabria, con Ferdinando d’Aragona ad assumere il ruolo di Duca delle due Regioni. Era il 1501, e questo accordo segreto fu siglato a Granada.
Iniziate le operazioni di effettiva conquista sul territorio italiano, i due eserciti si ritrovarono molto presto l’uno contro l’altro. Motivo della contesa: la conquista della Capitanata, cioè della regione di territorio della Puglia del Nord. Diversi furono gli scontri tra gli spagnoli, guidati dal "Gran Capitano", Consalvo da Cordova, e i francesi, guidati dal Vice Re di Luigi XII, Luigi d’Armagnac, Duca di Nemours. Gli spagnoli, di stanza a Barletta, ebbero la meglio sui francesi, in uno degli scontri, soprattutto grazie all’aiuto degli italiani mandati a rinforzo determinante dal principe Fabrizio Colonna.
Molti soldati francesi perirono, molti altri furono fatti prigionieri e tratti in arresto presso Barletta, e tra questi c'era anche Monsignor Guy de La Motte. Il rispetto per il nemico sconfitto indusse il "Gran Capitano" Consalvo da Cordova a trattare gli sconfitti con riguardo e cortesia allora sconosciute, tanto da giungere a far pasteggiare i francesi nello stesso luogo dei vincitori, annullando la distanza fra vincitori e vinti.
In un giorno del 1503, il 20 Gennaio, avvenne quanto poi sarebbe passato alla storia: scorreva vino a riscaldare gli animi già focosi dei cavalieri, radunati nella "Cantina di Veleno", dal nome dell'oste che la gestiva. Diego de Mendoza, comandante del gruppo vittorioso sui francesi, aveva voluto radunare alcuni uomini di entrambe le parti presso la Cantina, allora nota come la migliore della zona; un'adunanza pacifica nelle intenzioni, ma inevitabilmente, la conversazione quella sera cadde sullo scontro che si era avuto e Diego de Mendoza non si trattenne dall’elogiare il coraggio e il valore sul campo degli italiani.
Il Mendoza aveva colpito nel segno e, galeotto il generoso e fortissimo vino pugliese, tanto bastò perché il de La Motte si riscaldasse sino ad offendere l’onore degli italiani, definendoli "senza fede, vili soldati e traditori!".
L'onore delle terre del Sud, già prede facili dei conquistatori, adesso era stato macchiato ben oltre ogni sopportazione.
Un convitato spagnolo, il cavaliere Inigo Lopez de Ayala, rispose immediatamente all’oltraggio, lanciando la sfida: "Per giudicare si avessero a misurare tanti italiani con tanti francesi". E così fu.
L’onore italiano, per essere riscattato, richiedeva che l’offesa fosse pagata con le armi. Si stabilì che Ettore Fieramosca, cavaliere di Capua, sarebbe stato a capo dell’impresa. Il giorno sarebbe stato il 13 Febbraio e i cavalieri, inizialmente 11, divennero 13 su richiesta di La Motte. Il confronto si sarebbe svolto in campo neutrale e i vincitori avrebbero preso armi e cavalli dei vinti. Furono stabiliti anche il numero degli ostaggi e dei giudici di campo e le regole del combattimento.
Araldi a cavallo, per le contrade, annunciavano la sfida del 13 Febbraio, tra squilli di trombe e rulli di tamburi. Così narra Massimo D’Azeglio, nell'800, quale cronista tardivo dei fatti dell'epoca: "I Principi Prospero e Fabrizio Colonna sostengono, con buona licenza, che detto Messer Guy de La Motte ha sfrontatamente mentito, così come mentirà, se ogni qualvolta ripetesse una tale affermazione. Per questo hanno chiesto che il duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, si compiaccia concedere campo aperto per il combattimento ad oltranza tra i nostri ed i suoi in pari numero. La Disfida avrà luogo domani nelle ore pomeridiane".
Sul luogo del combattimento, tra Andria e Corato, gli italiani, dopo aver giurato nella sacralità della Cattedrale di Barletta fedeltà al loro Capitano, attesero ansiosi il nemico in ritardo, animati da spirito di vendetta e amor patrio per l’orgoglio ferito.
Era tardo pomeriggio quando le due squadre si schierarono l’una contro l’altra, sui lati opposti del campo, mentre si scambiarono i saluti di rito e venne dato il segnale della battaglia. Al terzo squillo di tromba il combattimento iniziò, armato e violento: non una simulazione, ma una lotta per la vita, in nome dell'onore, quando l'onore ancora era qualcosa per cui contava vivere, e quindi morire.
Sbalzati dalla sella, gli italiani Miale da Troia e Capoccio Romano, non si diedero per vinti. Il secondo, raccolte le armi e le forze, si rialzò e fomentò i cavalli francesi provocando la caduta dei rispettivi cavalieri. Miale da Troia, invece, morì. Ettore Fieramosca si accanì contro La Motte, disarcionandolo subito. Per correttezza e per lottare ad armi pari, rinunciò al vantaggio della cavalcatura e scese anch’egli da cavallo: il combattimento si risolse in un corpo a corpo tra i due. A La Motte non restò che arrendersi molto presto, letteralmente sovrastato dalla forza e dalla volontà di Fieramosca, il quale non uccise il francese, ma attese la pronuncia della fatidica frase "Mi arrendo!" Fu così che "...quei tredici imprudenti furono vinti da armi leali".
Gli italiani, guidati da Ettore Fieramosca, si diressero alla volta di Barletta in un corteo trionfale, ed una volta in paese, con suoni di campane e colpi esplosi da trombonieri si festeggiò l’orgoglio italiano riscattato dopo l’affronto subito. All'epoca, qualcuno descrisse i festeggiamenti dicendo: "Li fuochi per le strade, li lumi per ciascuna finestra, le musiche di variati suoni, e canti, che per quella notte fur esercitati, non se potrian per umana lingua narrare a compimento".
La festa per la macchia dilavata segnò indelebilmente Barletta, la sua storia, e quella dell'intera nazione.
Verso i primi anni trenta del secolo scorso, vi fu una dura polemica sul luogo in cui erigere un nuovo monumento in ricordo della Disfida, che si trasformò in una lotta sul nome stesso della disfida.
Nell'ottobre 1931, l'avvocato di Trani Assunto Gioia pubblicò un opuscolo nel quale riteneva che la disfida avrebbe dovuto prendere il nome da Trani e non da Barletta, essendo stata combattuta in territorio tranese. Il 28 ottobre, il sottosegretario Sergio Panunzio pubblicò un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale manifestò ampio sostegno alla tesi di Gioia. Fra il 2 e il 3 novembre, risposero Salvatore Santeramo su Il Popolo di Roma e Arturo Boccassini, la cui lettera fu rifiutata dalla Gazzetta del Mezzogiorno per motivi politici e che fu pubblicata sotto forma di opuscolo.
Nella contesa si inserì anche Bari, dove il 3 novembre venne fondato un Comitato per far sì che il capoluogo pugliese diventasse sede del nuovo monumento alla Disfida. Nel Comitato, figuravano vari alti esponenti del Partito Nazionale Fascista come l'allora Capo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale Attilio Teruzzi, il Ministro dei Lavori Pubblici Araldo di Crollalanza e il vicesegretario del PNF Achille Starace.
La notizia della costituzione del comitato barese generò forti contestazioni a Barletta: un gruppo di manifestanti entrò nel comune e prelevò a forza il bozzetto in gesso del monumento, portandolo in mezzo alla piazza e depositandolo su un improvvisato piedistallo. La questione sembrò rientrare, ma il 7 novembre Boccassini venne destituito dalla sua carica di segretario politico del locale PNF. La decisione provocò nuove manifestazioni, che degenerarono in primi scontri con le forze dell'ordine. Il 10 novembre, quando arrivò il nuovo Commissario prefettizio, la popolazione proruppe in un lancio di sassi contro i Carabinieri, che a loro volta risposero sparando sulla folla, uccidendo due persone.
Lo storico italiano Piero Pieri afferma nel saggio Il Rinascimento e la crisi militare italiana che sarebbe stato più esatto chiamarla "Disfida di Andria".
Barletta afferma oggi all'articolo 5 del suo Statuto comunale che "Il Comune di Barletta assume il titolo di Città della Disfida a ricordo della storica Sfida del 13 febbraio 1503".
Oggi, sul luogo dove si svolse la disfida, è ancora visibile l'epitaffio, che fu restaurato prima nel 1846 e poi nel 1976.
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venerdì 13 febbraio 2026
giovedì 12 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 febbraio.
Il 12 febbraio 2002 inizia, presso il tribunale dell'Aja, il processo per crimini di guerra a carico di Slobodan Milošević, l'ex presidente della Serbia.
Slobodan Milošević è nato il 20 agosto 1941 nella città di Pozarevac nella Repubblica di Serbia. Una storia intensa e drammatica la sua.
Nato in un piccolo centro della Serbia centrale, è un bambino con gravi problemi di peso, isolato a scuola dai suoi compagni. Scrive poesie e coltiva sogni di grandezza.
Entra giovanissimo nella Lega dei comunisti. Mentre a Belgrado studia legge, suo padre si uccide. Undici anni dopo la madre farà lo stesso. Anche suo zio materno, ex generale, si suicida. Tragedie che segnano profondamente il giovane Slobodan. Terminata l'università nel 1964, (ottiene la laurea in legge all'università di Belgrado) inizia una carriera nei settori amministrativo e bancario.
Si iscrive al Partito comunista, fase di percorso obbligato per fare carriera nella Jugoslavia di Tito. Milošević diventa funzionario dapprima della compagnia statale del gas, passa poi alla guida della Beobanka, il principale istituto di credito del Paese. Viaggia spesso e soggiorna a lungo negli Stati Uniti. Impara i segreti della finanza e affina il suo inglese alla perfezione.
Sposa Mirjana Markovic, insegnante di sociologia marxista a Belgrado e membro dell'Accademia Russa Delle Scienze Sociali. A detta di molti, Mirjana ha un ruolo fondamentale nella carriera politica del marito. Fonda il Partito della sinistra jugoslava, alleato del Partito socialista. Da lei ha due figli, Marija e Marko.
Dopo essere entrato in politica, Milosevic ricopre alcune delle più importanti cariche pubbliche della Repubblica di Serbia, si avvicina al presidente della Serbia Ivan Stambolic. Nel 1986 è eletto segretario del Partito comunista serbo.
Il 28 giugno 1989, tiene un discorso destinato a diventare storico a Kosovo Polje. Si tratta di un luogo sacro per i serbi. Qui, nel 1389 (nella famosa piana "degli uccelli neri" ) furono trucidati 10.000 nobili serbi dai turchi e il Kosovo entrò a far parte dell'Impero Ottomano.
Nel seicentesimo anniversario della sconfitta, Slobo infiamma i serbi kosovari promettendo: "Nessuno vi toccherà più".
Diventa così il paladino del nuovo nazionalismo serbo. Nello stesso anno, messo fuori gioco il suo vecchio mentore Stambolic, Milošević diventa presidente della Serbia con il 55 per cento dei voti. Revoca immediatamente l'autonomia del Kosovo e invia esercito e polizia a presidiare Pristina e dintorni.
Fondatore e presidente del partito socialista serbo, sia nelle elezioni nazionali del 1990 sia in quelle del 1992, Milošević è stato eletto presidente della Serbia dalla grande maggioranza degli elettori. Affronta con cinismo e scaltrezza le guerre di Croazia e Bosnia. Piovono su di lui le critiche della comunità internazionali per le atrocità commesse dalle sue milizie serbe.
Nell'aprile del 1992 è costituita la nuova Repubblica federale di Jugoslavia formata dalle sole Serbia e Montenegro. Nel novembre del 1995 firma gli accordi di Dayton che pongono fine al conflitto in Bosnia.
Vince le elezioni federali del novembre 1996, ma alle municipali è battuto dalla coalizione democratica Zajedno. Annulla allora il risultato, scatenando un'ondata di manifestazioni di protesta popolare nel Paese. Altrettanto contestate le elezioni presidenziali serbe del dicembre 1997, vinte da Milan Milutinovic, membro del Partito socialista e stretto alleato di Milosevic. Il 15 Luglio 1997, viene eletto presidente della Jugoslavia mediante una votazione segreta svoltasi durante la riunione della Camera Della Repubblica e della Camera Dei Cittadini, facenti parte dell'Assemblea Federale.
Il suo mandato comincia il 23 Luglio 1997, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica durante la riunione dell'Assemblea Federale.
In Kosovo continuano gli scontri tra i guerriglieri kosovari dell'Uck e la polizia serba. Interviene allora la comunità internazionale, che teme una recrudescenza del conflitto nei Balcani. A Rambouillet falliscono i tentativi di accordo tra Slobodan e il "gruppo di contatto" (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia) che vigila sulla situazione jugoslava.
A marzo la Nato comincia a bombardare Serbia e Kosovo. Slobo reagisce da tiranno accerchiato. Accusa la Nato di codardia e chiama i serbi alla guerra.
Il 27 maggio 1999 il Tribunale Penale Internazionale notifica la messa in accusa di Milošević come criminale di guerra. Il giorno dopo Slobodan accetta di trattare sulla base degli accordi del G8. Nell'estate del 1999 sembra che la fine di Milosevic sia prossima.
Il 15 giugno la Chiesa ortodossa ne chiede le dimissioni. Il 24 giugno il dipartimento di Stato Usa mette sul suo capo una taglia di 5 milioni di dollari. Resiste ancora per un anno, sempre più isolato a livello internazionale.
Nell'ottobre 2000 è sconfitto alle elezioni presidenziali da Vojislav Kostunica. Per qualche giorno sembra non voler accettare la sconfitta. Poi sparisce per quasi un mese.
Il 30 marzo, a sorpresa, Kostunica ne dispone l'arresto.
Ai primi di luglio è tutto pronto per l'estradizione che avviene qualche giorno dopo.
Inizia il processo per crimini di guerra. Per Slobodan inizia anche la fine. Considerato uno dei maggiori responsabili del genocidio che è stato perpetrato in Serbia nei confronti dei kosovari, denunciato per crimini contro l'umanità poiché, secondo l'accusa, "dal gennaio 1999 fino al 20 giugno 1999, Slobodan Milošević , Milan Milutinovic, Nikola Sainovic, Dragoljub Ojdanic e Vlajko Stojiljkovic hanno pianificato, istigato, ordinato, eseguito o in qualunque altro modo sostenuto e favorito una campagna di terrore e violenza diretta verso civili albanesi abitanti nel Kosovo, all'interno della Repubblica Federale Yugoslava".
Milošević è stato trovato morto per un attacco di cuore nella sua cella del carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006.
Poco prima della morte aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che l'ex presidente serbo usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue egli si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.
Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.
Il 12 febbraio 2002 inizia, presso il tribunale dell'Aja, il processo per crimini di guerra a carico di Slobodan Milošević, l'ex presidente della Serbia.
Slobodan Milošević è nato il 20 agosto 1941 nella città di Pozarevac nella Repubblica di Serbia. Una storia intensa e drammatica la sua.
Nato in un piccolo centro della Serbia centrale, è un bambino con gravi problemi di peso, isolato a scuola dai suoi compagni. Scrive poesie e coltiva sogni di grandezza.
Entra giovanissimo nella Lega dei comunisti. Mentre a Belgrado studia legge, suo padre si uccide. Undici anni dopo la madre farà lo stesso. Anche suo zio materno, ex generale, si suicida. Tragedie che segnano profondamente il giovane Slobodan. Terminata l'università nel 1964, (ottiene la laurea in legge all'università di Belgrado) inizia una carriera nei settori amministrativo e bancario.
Si iscrive al Partito comunista, fase di percorso obbligato per fare carriera nella Jugoslavia di Tito. Milošević diventa funzionario dapprima della compagnia statale del gas, passa poi alla guida della Beobanka, il principale istituto di credito del Paese. Viaggia spesso e soggiorna a lungo negli Stati Uniti. Impara i segreti della finanza e affina il suo inglese alla perfezione.
Sposa Mirjana Markovic, insegnante di sociologia marxista a Belgrado e membro dell'Accademia Russa Delle Scienze Sociali. A detta di molti, Mirjana ha un ruolo fondamentale nella carriera politica del marito. Fonda il Partito della sinistra jugoslava, alleato del Partito socialista. Da lei ha due figli, Marija e Marko.
Dopo essere entrato in politica, Milosevic ricopre alcune delle più importanti cariche pubbliche della Repubblica di Serbia, si avvicina al presidente della Serbia Ivan Stambolic. Nel 1986 è eletto segretario del Partito comunista serbo.
Il 28 giugno 1989, tiene un discorso destinato a diventare storico a Kosovo Polje. Si tratta di un luogo sacro per i serbi. Qui, nel 1389 (nella famosa piana "degli uccelli neri" ) furono trucidati 10.000 nobili serbi dai turchi e il Kosovo entrò a far parte dell'Impero Ottomano.
Nel seicentesimo anniversario della sconfitta, Slobo infiamma i serbi kosovari promettendo: "Nessuno vi toccherà più".
Diventa così il paladino del nuovo nazionalismo serbo. Nello stesso anno, messo fuori gioco il suo vecchio mentore Stambolic, Milošević diventa presidente della Serbia con il 55 per cento dei voti. Revoca immediatamente l'autonomia del Kosovo e invia esercito e polizia a presidiare Pristina e dintorni.
Fondatore e presidente del partito socialista serbo, sia nelle elezioni nazionali del 1990 sia in quelle del 1992, Milošević è stato eletto presidente della Serbia dalla grande maggioranza degli elettori. Affronta con cinismo e scaltrezza le guerre di Croazia e Bosnia. Piovono su di lui le critiche della comunità internazionali per le atrocità commesse dalle sue milizie serbe.
Nell'aprile del 1992 è costituita la nuova Repubblica federale di Jugoslavia formata dalle sole Serbia e Montenegro. Nel novembre del 1995 firma gli accordi di Dayton che pongono fine al conflitto in Bosnia.
Vince le elezioni federali del novembre 1996, ma alle municipali è battuto dalla coalizione democratica Zajedno. Annulla allora il risultato, scatenando un'ondata di manifestazioni di protesta popolare nel Paese. Altrettanto contestate le elezioni presidenziali serbe del dicembre 1997, vinte da Milan Milutinovic, membro del Partito socialista e stretto alleato di Milosevic. Il 15 Luglio 1997, viene eletto presidente della Jugoslavia mediante una votazione segreta svoltasi durante la riunione della Camera Della Repubblica e della Camera Dei Cittadini, facenti parte dell'Assemblea Federale.
Il suo mandato comincia il 23 Luglio 1997, dopo aver giurato fedeltà alla Repubblica durante la riunione dell'Assemblea Federale.
In Kosovo continuano gli scontri tra i guerriglieri kosovari dell'Uck e la polizia serba. Interviene allora la comunità internazionale, che teme una recrudescenza del conflitto nei Balcani. A Rambouillet falliscono i tentativi di accordo tra Slobodan e il "gruppo di contatto" (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia) che vigila sulla situazione jugoslava.
A marzo la Nato comincia a bombardare Serbia e Kosovo. Slobo reagisce da tiranno accerchiato. Accusa la Nato di codardia e chiama i serbi alla guerra.
Il 27 maggio 1999 il Tribunale Penale Internazionale notifica la messa in accusa di Milošević come criminale di guerra. Il giorno dopo Slobodan accetta di trattare sulla base degli accordi del G8. Nell'estate del 1999 sembra che la fine di Milosevic sia prossima.
Il 15 giugno la Chiesa ortodossa ne chiede le dimissioni. Il 24 giugno il dipartimento di Stato Usa mette sul suo capo una taglia di 5 milioni di dollari. Resiste ancora per un anno, sempre più isolato a livello internazionale.
Nell'ottobre 2000 è sconfitto alle elezioni presidenziali da Vojislav Kostunica. Per qualche giorno sembra non voler accettare la sconfitta. Poi sparisce per quasi un mese.
Il 30 marzo, a sorpresa, Kostunica ne dispone l'arresto.
Ai primi di luglio è tutto pronto per l'estradizione che avviene qualche giorno dopo.
Inizia il processo per crimini di guerra. Per Slobodan inizia anche la fine. Considerato uno dei maggiori responsabili del genocidio che è stato perpetrato in Serbia nei confronti dei kosovari, denunciato per crimini contro l'umanità poiché, secondo l'accusa, "dal gennaio 1999 fino al 20 giugno 1999, Slobodan Milošević , Milan Milutinovic, Nikola Sainovic, Dragoljub Ojdanic e Vlajko Stojiljkovic hanno pianificato, istigato, ordinato, eseguito o in qualunque altro modo sostenuto e favorito una campagna di terrore e violenza diretta verso civili albanesi abitanti nel Kosovo, all'interno della Repubblica Federale Yugoslava".
Milošević è stato trovato morto per un attacco di cuore nella sua cella del carcere dell'Aia la mattina dell'11 marzo 2006.
Poco prima della morte aveva espresso timori che lo si stesse avvelenando. Il 12 gennaio 2006, due mesi prima della morte, vi era stato uno scandalo in quanto nelle analisi del sangue di Milošević era stato rilevato l'antibiotico Rifampicin ordinariamente usato per la tubercolosi e la lebbra e capace di neutralizzare l'effetto dei farmaci che l'ex presidente serbo usava per la pressione alta e la cardiopatia di cui soffriva. Della presenza di tale farmaco nel suo sangue egli si era lamentato in una lettera inviata al ministro degli esteri russo.
Il Tribunale penale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia ha disposto un'indagine sulle cause e le circostanze del decesso. Dai risultati degli esami autoptici sembra escluso che l'ex leader serbo abbia assunto, negli ultimi giorni prima della morte, il farmaco Rifampicin.
Milošević aveva richiesto nei mesi precedenti la morte il ricovero presso una clinica specializzata a Mosca, senza ottenere l'autorizzazione a recarvisi. Da parte dei critici di Milošević si è dunque avanzata l'ipotesi che in gennaio egli avesse assunto volontariamente il farmaco, onde forzare il Tribunale a permettergli di viaggiare in Russia e scappare. Tuttavia sembra escluso che egli potesse procurarsi il Rifampicin in carcere. Infatti, dopo che nel settembre 2005 Milošević aveva utilizzato un farmaco prescritto da un medico serbo ma non autorizzato dai medici del Tribunale, tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite con il compito specifico di non permettere che gli fosse consegnato alcun farmaco.
Entro pochi giorni il Tribunale avrebbe dovuto decidere sulla richiesta, avanzata da Milošević, di un confronto in aula con l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e con Wesley Clark, il generale statunitense che aveva guidato l'intervento NATO contro la Jugoslavia nel 1999. La morte di Milošević - che dopo anni di processo aveva ormai esaurito i quattro quinti del tempo a disposizione per la sua difesa - precede di qualche mese la data presumibile della conclusione del processo a suo carico e mette in grave imbarazzo il Tribunale, che il 14 marzo 2006 ha ufficialmente estinto l'azione penale e chiuso senza una sentenza il più importante processo per il quale era stato istituito.
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mercoledì 11 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 febbraio.
Nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918, Gabriele D'Annunzio, insieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, che comandava il mezzo, compirono un attacco alla flotta austriaca di stanza in Croazia, in seguito definita "la beffa di Buccari" (da Bakar, in croato, il nome della baia in cui fu effettuata).
Gli italiani mossero 3 MAS nella baia, superando senza che il nemico se ne accorgesse le difese austriache. Il MAS, acronimo di motoscafo armato silurante o motoscafo anti sommergibile, era una piccola e veloce imbarcazione usata come mezzo d'assalto dalla Regia Marina durante la prima e la seconda guerra mondiale. Derivava originariamente dalla motobarca armata SVAN, dove SVAN era il nome dell'azienda veneziana che li produceva.
Fondamentalmente si trattava di un motoscafo da 20 - 30 tonnellate di dislocamento (a seconda della classe), con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri e alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino.
Una volta giunti indisturbati nella baia, i MAS lanciarono i loro siluri contro le navi ormeggiate, tuttavia senza creare grossi danni. Scattato l'allarme i mezzi riuscirono lo stesso ad uscire dalla baia senza essere intercettati dal nemico, e D'Annunzio gettò in mare davanti alle coste nemiche tre bottiglie ornate di nastri tricolore contenenti questo messaggio: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
Dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. D'altro canto però le navi, non riportarono alcun danno materiale. L'impresa costrinse il nemico ad un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.
Ma l'impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un'incredibile importanza. D'Annunzio ebbe un ruolo principale in questo, il messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell'esercito impegnato sul Piave.
Per l'Italia, che si stava riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, l'eco della riuscita nell'impresa fu notevole e rinvigorì lo spirito dei soldati e della popolazione. L'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine pochi mesi dopo con il famoso Volo su Vienna.
In quella occasione poi D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla di quei mezzi, che divenne il motto dei MAS e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane, “Memento Audere Semper”.
Nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918, Gabriele D'Annunzio, insieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, che comandava il mezzo, compirono un attacco alla flotta austriaca di stanza in Croazia, in seguito definita "la beffa di Buccari" (da Bakar, in croato, il nome della baia in cui fu effettuata).
Gli italiani mossero 3 MAS nella baia, superando senza che il nemico se ne accorgesse le difese austriache. Il MAS, acronimo di motoscafo armato silurante o motoscafo anti sommergibile, era una piccola e veloce imbarcazione usata come mezzo d'assalto dalla Regia Marina durante la prima e la seconda guerra mondiale. Derivava originariamente dalla motobarca armata SVAN, dove SVAN era il nome dell'azienda veneziana che li produceva.
Fondamentalmente si trattava di un motoscafo da 20 - 30 tonnellate di dislocamento (a seconda della classe), con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri e alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino.
Una volta giunti indisturbati nella baia, i MAS lanciarono i loro siluri contro le navi ormeggiate, tuttavia senza creare grossi danni. Scattato l'allarme i mezzi riuscirono lo stesso ad uscire dalla baia senza essere intercettati dal nemico, e D'Annunzio gettò in mare davanti alle coste nemiche tre bottiglie ornate di nastri tricolore contenenti questo messaggio: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
Dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. D'altro canto però le navi, non riportarono alcun danno materiale. L'impresa costrinse il nemico ad un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.
Ma l'impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un'incredibile importanza. D'Annunzio ebbe un ruolo principale in questo, il messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell'esercito impegnato sul Piave.
Per l'Italia, che si stava riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, l'eco della riuscita nell'impresa fu notevole e rinvigorì lo spirito dei soldati e della popolazione. L'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine pochi mesi dopo con il famoso Volo su Vienna.
In quella occasione poi D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla di quei mezzi, che divenne il motto dei MAS e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane, “Memento Audere Semper”.
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