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domenica 31 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio del 1919 nasce a Torino Primo Levi.
Nato da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino. Nel '38, con le leggi razziali, si istituzionalizza la discriminazione contro gli ebrei, cui è vietato l’accesso alla scuola pubblica. Levi, in regola con gli esami, ha notevoli difficoltà nella ricerca di un relatore per la sua tesi: si laurea nel 1941, a pieni voti e con lode, ma con una tesi in Fisica. Sul diploma di laurea figura la precisazione: «di razza ebraica». Comincia così la sua carriera di chimico, che lo porta a vivere a Milano, fino all’occupazione tedesca: il 13 dicembre del '43 viene catturato a Brusson e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli, dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che convogliano tutti i prigionieri ad Auschwitz.
È il 22 febbraio del '44: data che nella vita di Levi segna il confine tra un "prima" e un "dopo".
«Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi» (P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi 1998, p. 15).
L’autore è deportato a Monowitz, vicino Auschwitz, in un campo di lavoro i cui prigionieri sono al servizio di una fabbrica di gomma. Al lager, persi nei loro pensieri, presi da mille domande, da ipotesi continue che per quanto catastrofiche, non si avvicinano neanche lontanamente alla verità, si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e vestiti con pantaloni e giacche a righe. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto. I prigionieri vengono marchiati come bestie. Il loro compito: lavorare, mangiare, dormire, OBBEDIRE. Il loro intento: sopravvivere. Dietro quel numero non c’è più un uomo, ma solo un oggetto: häftling, cioè “pezzo”. Se funziona, va avanti. Se si rompe, è gettato via.
Levi è l’häftling 174517. Funzionante.
Primo Levi è tra i pochissimi a far ritorno dai campi di concentramento. Ci riesce fortunosamente, grazie a una serie di circostanze e solo dopo un lungo girovagare nei Paesi dell'est.
Quale testimone di tante assurdità, sente il dovere di raccontare, descrivere l’indescrivibile, affinchè tutti sappiano, tutti si domandino un perché, tutti interroghino la propria coscienza: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore, il suo annientamento, il suo avventuroso ritorno a casa. Nel '47, rifiutato dalla Einaudi, il manoscritto Se questo è un uomo è pubblicato dalla De Silva editrice.
Il lager nazista è pensato appositamente per trasformare gli uomini in vere e proprie bestie, costretti a lottare gli uni contro gli altri per la sopravvivenza. I suoi abitanti sono obbligati ai lavori forzati, denutriti e privati persino del nome, spogliati di qualsiasi bene e divisi dalle proprie famiglie.
La vita nel lager è descritta come una realtà incredibilmente alienante, in cui gli uomini e le donne subivano ogni tipo di sopruso. Torturati, costretti a soffrire ogni tipo di dolore, da quello fisico a quello mentale e morale, sempre più massacrante, le persone si trascinano nel campo di concentramento fino a non provare più emozioni.
E’ così che l’autore di “Se questo è un uomo” descrive il proprio tempo trascorso nei lager. Il romanzo è estremamente toccante, perché al di là delle crude descrizioni di ciò che ha visto accadere ai propri compagni di sventura, al sangue versato, ai bisogni primari insoddisfatti, l’autore racconta di una coscienza che cerca di reagire.
Primo Levi racconta di come, in un luogo in cui la morte era una compagna di viaggio quasi desiderata, per quanto tremende erano le condizioni di vita, scopre un’incredibile forza che smuove una passione naturale e pura per la vita.
Il coraggio, la necessità di non lasciarsi andare, un amore celato dalla sofferenza, ma pur sempre esistente, lo hanno indotto istintivamente a reagire, e questa reazione ha trovato significato nella scrittura, in parole da nascondere perché, nel campo, non era concesso neppure scrivere.
Primo Levi oltre a raccontarsi, cerca di dare una spiegazione, una parvenza di ragionamento per trovare la causa che ha spinto degli essere umani ad annullare la personalità, l’individualità e l’esistenza dei loro simili.
Nonostante la brutalità, dietro quest’azione violenta che priva lentamente della vita un altro individuo, non ci sono animali domati soltanto dall’istinto, ma uomini, persone qualunque, di quelle che s’incontrano per strada o al lavoro.
Non c’è nessuna forma di normalità dietro il dolore gratuito che viene inflitto, ed è questo il male radicale, quello perverso, che non può essere spiegato né gestito, ma che in qualche modo deve essere contenuto dentro il petto di chi ha subito l’esproprio della propria anima.
E quando il protagonista di “Se questo è un uomo” riesce a sopravvivere e ad uscire da Auschwitz con le proprie gambe, non riesce a lasciare la propria sofferenza dietro il filo spinato del campo di concentramento, ma se lo porta addosso, oltre, per tutto il tempo che gli resta da vivere.
Lo stile di Primo Levi è asciutto, descrittivo, molto diretto, tipico di chi ha la necessità di far arrivare immediatamente un concetto ai suoi lettori. E il pensiero di quest’uomo sopravvissuto alla più grande sciagura della storia d’Europa, resta impresso negli occhi e nel cuore di chiunque legga questo libro.
Il libro ottiene un discreto successo di critica ma non di vendita. Solo nel '56 la Einaudi comincia a pubblicare tutti i suoi lavori: Se questo è un uomo è tradotto in diverse lingue, La Tregua vince la prima edizione del Premio Campiello. Nel '67 Levi raccoglie i suoi racconti in un volume intitolato Storie naturali adottando lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Nel '71 esce Vizio di forma, nuova serie di racconti e nel '78 La chiave a stella che vince il Premio Strega. Nel '81 viene edita un’antologia personale dal titolo La ricerca delle radici nella quale sono raccolti tutti gli autori che hanno contato nella formazione culturale dell’autore. Nel novembre dello stesso anno esce Lilìt e altri racconti e l’anno successivo Se non ora quando? che vince il Premio Viareggio e il Premio Campiello. Nel frattempo Levi lavora anche come traduttore. Nell’ottobre del '84 pubblica Ad ora incerta e a dicembre Dialogo in cui riporta una conversazione avuta con il fisico Tullio Regge. Nel novembre dello stesso anno esce l’edizione americana del Sistema periodico e nel gennaio del '85 una cinquantina di scritti pubblicati precedentemente su diverse testate, raccolti in un volume unico intitolato L’altrui mestiere. Nel 1986 pubblica I sommersi e i salvati.
L’11 aprile del 1987 Primo Levi muore. Dirà di lui Claudio Toscani: «L’ultimo appello di Primo Levi non dice non dimenticatemi, bensì non dimenticate».

sabato 30 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1511 nasce Giorgio Vasari.
Giorgio Vasari, pittore e architetto, esponente di una pittura eclettica che segna il passaggio alla stagione manieristica, nasce il 30 luglio 1511 ad Arezzo, da Antonio Vasari e Maddalena Tacci. Più che per la sua produzione artistica Vasari è ricordato come scrittore e storico per aver raccolto e descritto con grande cura le biografie degli artisti del suo tempo.
Inizia il suo percorso artistico nella bottega del francese Guglielmo Marcillat, pittore ed autore dei cartoni delle vetrate del Duomo di Arezzo. Nel 1524 si reca a Firenze, dove frequenta la bottega di Andrea del Sarto e l'accademia di disegno di Baccio Bandinelli. Ritorna ad Arezzo dopo tre anni, nel 1527, dove incontra il Rosso Fiorentino.
Insieme a Francesco Salviati, nel 1529 Giorgio Vasari lavora nella bottega di Raffaello da Brescia: poi si dedica anche all'arte orafa presso Vittore Ghiberti. Poco dopo, chiamato e protetto dal cardinale Ippolito de' Medici, Vasari parte per Roma, dove con l'amico Salviati, condivide lo studio dei grandi testi figurativi della maniera moderna.
Negli anni dal 1536 al 1539 viaggia tra Roma, Firenze, Arezzo e Venezia, dipingendo varie opere, tra cui ricordiamo il ritratto del Duca Alessandro de' Medici, una Natività per l'eremo di Camaldoli, l'Allegoria dell'Immacolata Concezione per la chiesa di S.Apostoli a Firenze.
Rientra poi ad Arezzo e intraprende la decorazione pittorica della sua casa. Dal 1542 al 1544 divide la sua attività fra Roma e Firenze; la sua produzione di pale di altare si fa sempre più intensa, e va sempre più definendosi il suo linguaggio figurativo.
Nel 1550 esce la prima edizione dell'opera a cui è più legata la fama del Vasari: le "Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri", in cui Vasari riordina tutto il materiale e le notizie raccolte dal 1540 sulla vita e sulle opere degli artisti.
E' in questo periodo che Giorgio Vasari conosce Michelangelo, il quale gli consiglia "lo studio delle cose di architettura". Dopo qualche anno Vasari si sposta di nuovo a Roma, per lavorare presso il Papa Giulio III, che gli affida, insieme all'Ammannati, la decorazione della cappella con la tomba del cardinale Antonio del Monte, a San Pietro in Montorio.
Qui rimane fino al 1553, mantenendo un rapporto stretto con Michelangelo e lavorando al servizio di Papa Giulio III.
Nel 1554 torna di nuovo ad Arezzo, chiamato a progettare il coro del Duomo. Si trasferisce con la famiglia a Firenze, su invito del duca Cosimo I de' Medici, che finalmente lo assume stabilmente al suo servizio.
Inizia un periodo di più costante dimora fiorentina, durante il quale Vasari rivede una posizione egemone nell'ambito artistico della città.
Nel 1555 Cosimo I gli affida i lavori di ristrutturazione e di decorazione di Palazzo Vecchio, che vuole trasformare in residenza principesca. Successivamente gli viene affidata la fabbrica di Palazzo degli Uffizi. L'opera verrà compiuta nel 1580, solo dopo la sua morte.
Del 1563 è l'inizio degli affreschi della volta del Salone di Cinquecento di Palazzo Vecchio, la cui decorazione complessiva sarà la più grandiosa. Terminerà nel 1565, anno in cui gli verrà affidato l'incarico del cosiddetto Corridoio vasariano, che congiunge gli Uffizi a Palazzo Vecchio attraverso l'antico Ponte Vecchio.
Sospesi i lavori nel 1556, intraprende un viaggio in Italia, al fine di raccogliere ulteriori informazioni per la seconda stesura delle "Vite", che ultimerà dodici anni più tardi, nel 1568.
La nuova edizione, accresciuta, è considerata la prima storia critica della pittura italica oltre che fonte documentaria ancora oggi indispensabile per oggettività e onestà di giudizi, nonchè di chiarezza espositiva. Mentre la prima edizione risulta più compatta, più vivace ed entusiastica nel succedersi delle tre "età" (da Cimabue a Buonarroti), la seconda edizione è più ampia, interessata da un ripensamento critico e da una maggiore problematicità nella parte dedicata ai contemporanei. Attraverso una serie di vivaci biografie, Vasari sottolinea come gli artisti della sua regione, la Toscana, sono riusciti gradualmente a rinverdire la straordinaria stagione dell'arte classica.
Nel 1570 torna a Roma chiamato da Pio V, dove in soli otto mesi dipinge tre cappelle in Vaticano: la Cappella di San Michele, San Pietro Martire e Santo Stefano; contemporaneamente avvia la decorazione della Sala Regia.
Alla morte del pontefice Vasari torna a Firenze dove, dopo una lavorazione quasi decennale, conclude la decorazione del Salone dei Cinquecento. Gli viene successivamente affidato l'incarico di affrescare la volta della cupola Brunelleschiana di Santa Maria del Fiore, con un Giudizio Finale.
Dopo pochi mesi è richiamato a Roma da papa Gregorio XIII per proseguire la decorazione della Sala Regia.
Nel 1573, a Roma, mentre lavora all'ultimo incarico, prepara i disegni per la Cupola del Duomo fiorentino. In aprile rientra a Firenze, dove viene inaugurato lo studiolo di Francesco I, di cui aveva iniziato la decorativa. Iniziano i lavori per le logge aretine, su suo disegno.
Giorgio Vasari muore a Firenze il 27 giugno 1574. La sua casa di Arezzo è oggi un museo a lui dedicato.

venerdì 29 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh muore, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto due giorni prima.
Vincent Willem Van Gogh nasce il 30 marzo 1853 a Groot Zundert (Olanda) ed ebbe, a causa della sua estrema sensibilità di artista, una vita molto tormentata.
Figlio di un pastore protestante, mentre ancora vive a Zundert, Vincent esegue i suoi primi disegni. Inizia invece le scuole a Zevenbergen. Impara il Francese, l'Inglese, il Tedesco e per la prima volta inizia a dipingere.
Terminati gli studi, va a lavorare come impiegato nella succursale della casa d'arte parigina Goupil e Cie, successivamente nelle sedi dell'Aja (dove compie frequenti visite ai musei locali), di Londra e di Parigi. Nel maggio del 1875 viene definitivamente trasferito a Parigi.
Il trasferimento nella città francese, dove già risiede il fratello Theo, segna l'inizio del periodo appunto francese, interrotto solo da un breve viaggio ad Anversa alla fine dello stesso anno. Molto del suo tempo lo spende assieme al fratello e i due, da quel momento, iniziano una corrispondenza che durerà tutta la vita e che rappresenta ancora oggi il mezzo migliore per studiare le opinioni, i sentimenti e lo stato d'animo di Vincent.
Durante il soggiorno parigino l'artista scopre la pittura impressionista e approfondisce l'interesse per l'arte e le stampe giapponesi. Conosce molti pittori tra cui Toulouse Lautrec e Paul Gauguin che apprezza particolarmente. La loro sarà una relazione assi turbolenta, con esiti anche drammatici, come testimonia il famoso episodio del taglio dell'orecchio (si suppone infatti che Vincent abbia assalito Gauguin con un rasoio. Fallito l'attacco, in preda ad una crisi di nervi, si taglia il lobo dell'orecchio sinistro).
Intanto, il rendimento di Vincent alla Goupil & Cie si deteriora mentre, allo stesso tempo, la sua dedizione agli studi biblici raggiunge un livello ossessivo. Dopo essersi dimesso da Goupil al principio della primavera, si reca a Ramsgate, in Inghilterra, dove viene assunto in un piccolo collegio. Più avanti nel corso dell'anno Vincent assume un nuovo incarico quale insegnante e coadiutore presso il Reverendo T. Slade Jones, un pastore Metodista. Il 29 Ottobre Vincent pronuncia il suo primo sermone domenicale. Man mano che il fervore religioso di Vincent aumenta, il suo stato di salute fisico e mentale volge al peggio.
Il 1880 è un punto di svolta nella vita di Vincent. Abbandona i suoi propositi religiosi e si dedica esclusivamente a dipingere poveri minatori e tessitori. Theo inizia ad appoggiarlo finanziariamente, una situazione che si protrarrà fino alla fine della vita di Vincent. Più tardi nel corso dell'anno, intraprende studi formali di anatomia e prospettiva all'Accademia di Bruxelles.
Incontra Clasina Maria Hoornik (detta "Sien"), una prostituta gravata fra l'altro dal mantenimento di una figlia di cinque anni ed incinta di un altro figlio. Mentre continua i suoi studi e dipinge in compagnia di alcune nuove conoscenze, il suo stato di salute va nuovamente deteriorandosi, tanto da dover essere ricoverato in ospedale per gonorrea. Una volta dimesso, inzia alcune sperimentazioni pittoriche e, dopo più di un anno trascorso insieme, pone termine alla sua relazione con Sien. Più tardi nel corso dell'anno, Vincent si trasferisce a Nuenen dai suoi genitori, mette in piedi un piccolo studio per lavorare e continua a fare affidamento sul sostegno di Theo.
Estende i suoi esperimenti fino ad includere una maggiore varietà di colori e sviluppa un grandissimo interesse per le incisioni su legno giapponesi. Tenta di intraprendere una qualche formazione artistica alla Ecole des Beaux-Arts, ma respinge molti dei principi che gli vengono insegnati. Desiderando continuare con qualche tipo di educazione artistica formale, sottopone qualcuno dei suoi lavori all'Accademia di Anversa, dove viene posto in una classe per principianti. Come ci si aspetterebbe, Vincent non si trova a suo agio all'Accademia ed abbandona.
Intanto, sopravviene il 1888, un anno fondamentale nella vita di Van Gogh. Lascia Parigi in febbraio e si trasferisce ad Arles, nel Sud. All'inizio, il cattivo tempo invernale gli impedisce di lavorare, ma una volta arrivata la primavera inizia a dipingere i paesaggi in fiore della Provenza. Si trasferisce infine nella "Casa Gialla", una dimora che ha preso in affitto dove spera di stabilire una comunità di artisti. E' il momento in cui riesce a dipingere alcune delle sue opere migliori ma anche il momento delle sue già accennate violente tensioni con Gauguin.
Durante la prima parte dell'anno, lo stato di salute mentale di Vincent oscilla paurosamente. A volte è completamente calmo e lucido; altre volte, soffre di allucinazioni e fissazioni. Continua sporadicamente a lavorare nella sua "Casa Gialla", ma la frequenza crescente degli attacchi lo induce, con l'aiuto di Theo, a farsi ricoverare presso l'ospedale psichiatrico di Saint Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence. Per ironia della sorte, mentre lo stato mentale di salute di Vincent continua a peggiorare nel corso dell'anno, la sua opera inizia infine a ricevere riconoscimenti presso la comunità artistica. I suoi dipinti "Notte stellata sul Rodano" e "Iris" sono in mostra al Salon des Indépendants in settembre, e in novembre viene invitato ad esibire sei dei suoi lavori da Octave Maus (1856-1919), segretario del gruppo di artisti Belgi "Les XX".
Dopo una serie incredibile di alti e bassi, sia fisici che emotivi e mentali, e dopo aver prodotto con incredibile energia una serie sconvolgente di capolavori, muore nelle prime ore del 29 luglio 1890, sparandosi in un campo nei pressi di Auverse. Il funerale ha luogo il giorno dopo, e la sua bara è ricoperta di dozzine di girasoli, i fiori che amava così tanto.
L’attività di Van Gogh è stata breve ed intensa. I suoi quadri più famosi furono realizzati nel breve giro di quattro o cinque anni. Egli, tuttavia, in vita non ebbe alcun riconoscimento o apprezzamento per la sua attività di pittore. Solo una volta era apparso un articolo su di lui. Dopo la sua morte, iniziò la sua riscoperta, fino a farne uno degli artisti più famosi di tutti i tempi.
Van Gogh nell’immaginario collettivo rappresenta l’artista moderno per eccellenza. Il pittore maledetto che identifica completamente la sua arte con la sua vita, vivendo l’una e l’altra con profonda drammaticità. L’artista che muore solo e disperato, per essere glorificato solo dopo la morte. Per giungere a quella fama a cui, i grandi, arrivano solo nella riscoperta postuma.
Insieme a quelle di Pablo Picasso, oggi le opere di Van Gogh sono tra i dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private. Quelli venduti per oltre 100 milioni di dollari (equivalente ad oggi) comprendono: Ritratto del dottor Gachet, Ritratto di Joseph Roulin e Iris. Il Campo di grano con cipressi è stato venduta nel 1993 per 57 milioni di dollari, mentre il suo Autoritratto con orecchio bendato è stato ceduto ad un privato, alla fine del 1990, per una cifra stimata di 80-90 milioni di dollari.

giovedì 28 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 luglio.
Il 28 luglio 1794 veniva ghigliottinato a Parigi Robespierre.
Maximilien-François-Marie-Isidore de Robespierre, meglio noto solamente come Maximilien Robespierre, nasce ad Arras, il 6 maggio del 1758. Detto l'incorruttibile, è stato uno dei più importanti e noti protagonisti della Rivoluzione Francese, momento storico che, nel bene e nel male, ha segnato per sempre le vicende politiche ed ideologiche dell'Occidente. Al suo nome, è legato anche il periodo cosiddetto del Terrore, o del Regime del Terrore, che tanto ha diviso e continua a dividere le interpretazioni degli storici, da sempre indecisi se affidare all'avvocato e rivoluzionario la palma dell'utopista o quella dell'assassino e dittatore.
Un fatto è che, nel momento di maggiore intransigenza, gli alti capi della Rivoluzione, tra i quali lo stesso Robespierre, finirono per perdere di mano la situazione, commettendo talvolta crimini indiscutibilmente cruenti e non necessari.
La famiglia di Robespierre è di discendenza notarile, molto nota nel nord della Francia, dove nasce e cresce il futuro rivoluzionario. È nobile, di quella nobiltà di toga che in quel periodo si dice anche illuminata dalle nuove idee, delle quali si imbeve lo stesso giovane studioso il quale, sin da subito, predilige anch'egli gli studi giuridici.
I suoi genitori però, muoiono prematuramente. Non prima di aver dato al mondo molti fratelli di Maximilien: Charlotte, nata nel 1760, Henriette-Eulalie-Françoise, che viene alla luce l'anno dopo, e Augustin, del 1763, che sarà anche lui avvocato, deputato, rivoluzionario e giustiziato lo stesso giorno del fratello.
Nel 1764, poco dopo la morte dell'ultimogenito, muore anche la madre, Jacqueline Marguerite Carraut, per alcune complicazioni successive al parto. Il marito allora, Francois de Robespierre, scompare qualche tempo dopo, a dire di Charlotte a causa di una forte depressione, per poi morire probabilmente dopo il 1772, ultimo anno in cui pervengono alla famiglia alcune sue tracce. Secondo molte fonti, il papà di Robespierre morirà invece a Monaco di Baviera, nel 1777.
Ad ogni modo, Maximilien viene allevato da una nonna e da due zie. Studia al Collegio di Arras, un istituto privato, e dopo si trasferisce a Parigi, forte di una borsa di studio, per seguire gli insegnamenti del noto collegio Louis Le Grand.
Perfeziona i propri studi giuridici e diventa avvocato, al termine di una carriera a dir poco brillante, ottenendo attestazioni di stima per la sua straordinaria eloquenza, tanto da ricevere da uno dei suoi maestri il soprannome de "Il Romano", per la propria mirabile ars oratoria. Ottiene il baccellierato in diritto il 31 luglio del 1780 e il successivo diploma di licenza il 15 maggio dell'anno dopo, con tanto di lode e 600 franchi di borsa di studio, devoluti poi al fratello Augustin, per favorire i suoi studi.
I primi esercizi della sua nuova professione tuttavia, li compie nuovamente ad Arras, sua città di nascita, ove ritorna ben presto. Qui però, cominciano a farsi strada in lui le idee politiche ed ideologiche, con la scoperta dell'opera degli illuministi e, soprattutto, del grande pensatore Jean-Jacques Rousseau, di cui si dice diretto discepolo. Secondo un documento rinvenuto postumo inoltre, Rousseau avrebbe ricevuto una visita proprio dal futuro rivoluzionario intorno al 1778, come attestazione di stima per le sue idee e per la sua rettitudine morale ed etica.
Nel 1782, come giudice del tribunale vescovile di Arras, deve comminare una pena di morte ma, contrario per ideologia, si decide subito dopo ad abbandonare questa carriera, rassegnando le proprie dimissioni. Parallelamente alla sua attività di avvocato in proprio, che lo porta sugli scudi in più di un'occasione, anche da Arras Robespierre fa parlare di sé per i propri successi extra legali, legati al mondo della cultura e delle arti. Il 4 febbraio del 1786 infatti, viene nominato direttore dell'Académie royale des Belles-Lettres di Arras, da lui frequentata con successo già da qualche anno.
Come direttore sostiene l'uguaglianza tra i sessi e si adopera per favorire l'ingresso in accademia delle due letterate Marie Le Masson Le Golft e Louise de Kéralio. La svolta politica che lo trascina a Parigi, com'è noto, è la crisi dell'Ancien Regime, che arriva puntuale intorno al 1788.
L'anno dopo, Robespierre, dal distretto di Arras, viene eletto deputato negli Stati Generali che, nel maggio del 1789, si riuniscono nella capitale. Siamo alle porte della vera e propria Rivoluzione Francese, vicinissima a scoppiare. Intanto, il futuro capo del Terrore si guadagna le simpatie dei giacobini, i cui club sono ormai in ogni dove della Francia.
Come rappresentante del Terzo Stato, il 25 marzo del 1789 Robespierre scrive il "cahier de doléances" a favore della corporazione dei ciabattini, la più povera e numerosa della provincia. Inoltre, si guadagna l'appoggio dei contadini di Arras, tanto da essere scelto tra i dodici deputati dell'Artois, il 26 aprile del 1789.
È presente al giuramento della Pallacorda, nel giugno del 1789, dopo essersi fatto valere dalle tribune del Parlamento con una sessantina di interventi. Entro un anno, diventa il capo del club dei Giacobini, all'epoca ancora detto Club Bretone. Il 14 luglio del 1789, assiste alla presa della Bastiglia.
Durante l'Assemblea Costituente si oppone ad ogni privilegio che i nobili e anche la media e piccola borghesia vuole concedere. Diventa, per tutti, in quel periodo, Robespierre l'incorruttibile, nell'anno più importante e illuminato della sua carriera politica e, forse, della politica europea, almeno dal crollo dell'Impero Romano.
L'incorruttibile si batte per l'eguaglianza giuridica e sociale, per la libertà di stampa, il suffragio universale e molti altri diritti civili oggi considerati acquisiti, ma di certo non nel 1789.
Ad ogni modo, divenuto presidente nel 1790 del movimento giacobino, comincia a temere una coalizione militare degli altri paesi europei contro la stessa Francia, onde evitare che la Rivoluzione deflagri anche oltre confine. Così si oppone alla propaganda interventista dei girondini, favorevoli a dichiarare guerra all'Austria.
Nell'agosto del 1792, scoppia una rivolta popolare a Parigi e Robespierre viene incaricato di sedarla e di ristabilire l'ordine. Viene nominato, nell'occasione, membro della Comune di Parigi, di fatto guidandola, e si preoccupa di trovare una risoluzione all'aumento dei prezzi e all'approvvigionamento.
Il 27 luglio del 1793, Robespierre entra nel Comitato di Salute Pubblica, il governo rivoluzionario a tutti gli effetti. Diventa il protettore dei sanculotti e dei giacobini in genere, razionalizza i beni alimentari, istituisce un calmiere ma, contemporaneamente, preoccupato dai movimenti controrivoluzionari e dagli Stati circostanti, rafforza anche l'esercito e provvede ad una politica di controllo dell'economia di stato. Sono i prodromi del Terrore, ormai vicinissimo.
Intanto, Robespierre è tra i votanti a favore dell'esecuzione del re Luigi XVI, dopo la caduta della monarchia, datata agosto 1792. Entro il 1793, costringe i moderati, i girondini cioè, ad abbandonare la cosiddetta Convenzione nazionale. Diventa, di fatto, il capo della Rivoluzione Francese.
Da questo momento, Robespierre opera una metodica cancellazione di qualsiasi opposizione alla Rivoluzione, fisica, ideologica, paventata o provata, giustificata o meno. Ne muoiono tra 30 mila e 70 mila persone, gli storici discordano, con esecuzioni sommarie senza processo, spesso pretestuose.
L'avvocato provvede all'incarcerazione di oltre 100.000 persone, soltanto per sospetto. Durante questo periodo, muoiono anche i cosiddetti figli della Rivoluzione, molti ex compagni di studi di Robespierre, come Jacques-René Hébert e Georges Danton, il duca Filippo d'Orléans detto Filippo Égalité, e molti altri ancora, come la paladina dei diritti delle donne, Olympe de Gouges, fondatrice del Centre Socìal.
Il 4 febbraio del 1794 Robespierre ottiene l'abolizione della schiavitù nelle colonie poste sotto il dominio francese. Al contempo proclama religione di stato il culto dell'Essere Supremo, secondo le suggestioni di Rousseau, attirandosi le antipatie di cattolici e atei contemporaneamente. È il periodo nel nuovo calendario, dei dieci giorni di lavoro e di uno di riposo.
Dentro il Comitato di Salute Pubblica, Robespierre è ormai considerato solo un dittatore e violenti sono i contrasti. Il 27 luglio del 1794 la Convenzione lo destituisce ma vota anche un atto d'accusa contro di lui, formale e molto pesante. Con lui, c'è anche il fratello minore Augustin e altri pochi fedelissimi.
Il 10 Termidoro, secondo il calendario del Terrore, ossia l'indomani, la mattina del 28 luglio del 1794, le Guardie Nazionali penetrano all'Hotel de Ville, il luogo nel quale si rifugia l'Incorruttibile insieme con i suoi seguaci. Con lui ci sono Saint-Just, Couthon, Le Bas e il fratello Augustin. Partono alcuni colpi di pistola, secondo alcuni storici accidentali, secondo altri mirati. Ad ogni modo, qualche ora dopo, i prigionieri vengono condotti alla Conciergerie e, riconosciuti, inviati alla ghigliottina. Nel pomeriggio, la folla esulta per la morte del tiranno, Maximilien Robespierre.

mercoledì 27 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 luglio.
Nella notte del 27 luglio 1993 esplode una autobomba a Milano nei giardini di Via Palestro, provocando 6 morti. Altre due a Roma, danneggiando la chiesa di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano.
La primavera-estate del '93, ormai quasi del tutto dimenticata e forse rimossa, fu per l'Italia una nuova stagione di sangue. Forse, in quel complicato intrigo che sono i misteri d'Italia, fu proprio quella la stagione più misteriosa e, non a caso, quella che ha trovato una definitiva, quanto poco credibile (anzi assolutamente incredibile), sistematizzazione giudiziaria.
14 maggio 1993: un'autobomba esplode a tarda sera in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli, uno dei più esclusivi della capitale, a due passi dal teatro Parioli. L'esplosione avviene al passaggio di un'auto con a bordo Maurizio Costanzo e sua moglie, Maria De Filippi, che dopo la registrazione del "Maurizio Costanzo show", una trasmissione della rete televisiva Canale 5, stanno facendo ritorno a casa. Nessuna vittima.
27 maggio 1993: Un'altra autobomba, questa volta piazzata a Firenze, in via dei Georgofili, sotto la Torre del Pulci, non distante dalla Galleria degli Uffizi, esplode provocando 5 morti.
Notte tra il 27 e il 28 luglio 1993: Ancora un autobomba piazzata in via Palestro a Milano provoca cinque morti. Autobombe esplodono anche a Roma davanti al vicariato, in piazza San Giovanni e di fronte alla chiesa di San Giorgio al Velabro: nessuna vittima. Poi il silenzio torna a pesare come una cappa di piombo. Che il Partito della Tensione, da quasi due decenni disattivo, sia tornato in azione? Che ancora una volta, dopo gli anni dello stragismo, una nuova minaccia stia sovrastando il Paese? E con quali finalità? Certamente quei micidiali strumenti di morte (10 vittime, montagne di macerie) sembrano soprattutto precisi avvertimenti lanciati, come segnali di condizionamento, contro il cambiamento che l'Italia sta vivendo in quel periodo: l'inchiesta Mani Pulite sta facendo piazza pulita della classe dirigente nazionale, un referendum ha appena introdotto un nuovo sistema elettorale basato sul principio del maggioritario, c'è già chi (avventatamente) parla di Seconda Repubblica. I messaggi sono lampanti, quelle autobombe sono ordigni dialoganti, in tutti gli attentati emergono simbologie massoniche precise. Eppure la magistratura batterà, senza prendere in considerazione alcuna alternativa, la sola pista della mafia siciliana. Con un teorema quanto mai fantasioso: Salvatore Riina, simpaticamente chiamato dai suoi "Totò u curtu", avrebbe ordinato quegli attentati per colpire delle opere d'arte nazionali, obiettivi che, semmai, appaiono solo sullo sfondo, quasi un obiettivo collaterale, in appena tre dei cinque episodi stragistici.
Oggi una pietra tombale giudiziaria è stata posta sulle stragi della primavera-estate 1993. Ma, verdetti della magistratura a parte, i misteri restano tutti. Nessuno ha voluto ancora svelarli.

martedì 26 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 luglio.
Il 26 luglio 1887 il professor Zamenhof pubblica il libro "Il linguaggio universale del dott. Esperanto".
L'idea di una lingua internazionale pianificata - che non miri a sostituire le lingue etniche, ma a servire come seconda lingua ausiliaria per tutti - non era una novità. Ma fu Zamenhof a comprendere che una lingua siffatta dev'essere usata da una collettività, per evolvere. E fu per questo che limitò la sua proposta iniziale ad una grammatica minimale e ad un lessico modesto.
Oggi, l'esperanto è lingua pienamente matura, con una comunità di parlanti diffusa in tutto il mondo ed un corredo completo di mezzi espressivi.
Molte delle idee di Zamenhof hanno precorso quelle del fondatore della linguistica moderna, lo strutturalista Ferdinand de Saussure (il cui fratello René, anch'egli linguista di vaglia, era esperantista).
La finalità dell'esperanto non è quella di sostituire le lingue nazionali (al contrario, gli esperantisti sono tra i più convinti difensori del valore della diversità delle culture, e sostenitori della pari dignità di tutte le lingue: si veda, ad esempio, l'attività del Comitato “Allarme lingua” per la difesa della lingua e cultura italiana); l'esperanto si propone, invece, di fornire uno strumento agevole e non discriminatorio per la comprensione reciproca a livello internazionale.
Nato da un ideale di pace, collaborazione e intercomprensione tra gli uomini, l'esperanto si pone al di sopra di ogni differenza etnica, politica, religiosa, e - proprio perché lingua propria di nessuna nazione e insieme accessibile a tutti su una base di uguaglianza - tutela contro il predominio culturale ed economico dei più forti e contro i rischi di una visione monoculturale del mondo.
Ortografia, fonetica, grammatica e sintassi dell'esperanto (il quale nasce dalla comparazione tra un certo numero di lingue internazionalmente più diffuse) si basano su principi di semplicità e regolarità: ad ogni suono corrisponde una sola lettera e ad ogni lettera un solo suono; non esistono consonanti doppie; non esiste differenza tra vocali aperte e chiuse; l'accento cade sempre sulla penultima sillaba; le regole grammaticali sono appena 16 (sedici) senza eccezioni; vi è una grande libertà di composizione della frase, senza collocazioni obbligate delle varie parti del discorso.
Il lessico dell'esperanto, tratto anch'esso da una comparazione selettiva, è continuamente arricchito da un utilizzo sempre più diffuso, sia in Europa che in Paesi extraeuropei. Grazie ad un razionale e facilmente memorizzabile sistema di radici, prefissi e suffissi, ed in forza della generale possibilità di creare parole composte che “descrivano” un determinato concetto, si raggiunge, partendo da un numero abbastanza ridotto di radici, un tesoro lessicale capace di esprimere anche le più sottili sfumature di pensiero, in una forma comprensibile a popoli di diverse tradizioni culturali.
Opere originali in esperanto (sia letterarie che di saggistica) vengono edite continuamente in ogni parte del mondo.
Imponente è il lavoro di traduzione in esperanto di opere dei generi più disparati (per la letteratura italiana, un ampio esame è contenuto nello studio del Prof. Carlo Minnaja, curato nel 2005 per l'Università “Ca' Foscari” di Venezia, “Un secolo di traduzioni letterarie dall'italiano in esperanto, 1890-1990”).
In linea più generale, le traduzioni spaziano dalla Bibbia al Corano, dalla Divina Commedia ai Promessi Sposi, da Pinocchio ai Malavoglia, dai racconti di Guareschi al Don Chisciotte.
Le più importanti biblioteche di opere in lingua esperanto si trovano a Vienna (sezione della Biblioteca Nazionale), Rotterdam, Londra, Budapest, La Chaux-de-Fonds; in Italia, meritano una speciale menzione la Biblioteca Nazionale di esperanto (comprendente anche una sezione archivistica), annessa all'Archivio di Stato di Massa, la Biblioteca della Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) di Milano e la biblioteca per non vedenti “Regina Margherita” di Monza con testi in Braille.

lunedì 25 luglio 2016

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 luglio.
Il 25 luglio 1467 l'agro molinellese fu teatro di un importante fatto d'arme: la battaglia della Riccardina o della Molinella.
Quel giorno si scontrarono le truppe del famoso capitano Bartolomeo Colleoni, che curava gli interessi di Venezia, e quelle di Federico da Montefeltro, duca di Urbino, alleato con i Medici, gli Sforza, il re di Napoli Ferdinando d'Aragona e Giovanni II Bentivoglio signore di Bologna.
I due eserciti vennero a contatto fra San Martino in Argine, frazione di Molinella e Mezzolara, sulla riva sinistra dell'Idice.
In questa battaglia, per la prima volta, si impiegarono le armi da fuoco come una moderna artiglieria da campagna.
Alla genialità del Colleoni si deve infatti l'invenzione di artiglierie mobili costituite da colubrine e da spingarde montate su affusto, molto più maneggevoli di quelle degli avversari che dovevano portarle su carri e scaricarle per l'impiego in battaglia.
Le cronache , come è ovvio che sia, sono piuttosto contrastanti nella cronaca della battaglia e nel suo esito.
Combattono dal lato del Colleoni 7000 cavalli e 6000 fanti e, dalla parte degli avversari, altrettanti cavalli e 3500 fanti, il Colleoni utilizza un gran numero di artiglierie, per lo più spingarde, lo scontro dura otto ore.
In un primo momento il Colleoni si trova a mal partito circondato dai nemici, ma grazie all'intervento della cavalleria di Ercole d'Este si evita la sconfitta.
La battaglia ha termine sul far della notte quando il Colleoni ed il Montefeltro si incontrano e decidono di terminare lo scontro.
Fra i feriti della battaglia il più illustre fu Ercole I d'Este, colpito ad un piede da una spingarda.
L'episodio viene ricordato dall'Ariosto nell' "Orlando Furioso" (canto III) con questi versi:
"Ercole or vieni ch'al suo vicin rinfaccia,
col piu' mezzo arso e con quei debol passi,
come a Budrio col petto e con la faccia
il campo volto in fuga gli fermassi"
Dopo la battaglia, il cui esito rimase incerto, il Colleoni si rifugiò a Molinella, dove si ammalò di malaria, malattia che presumibilmente lo condusse a morte otto anni dopo nel suo castello di Malpaga, in provincia di Bergamo.

sabato 2 luglio 2016

Madrid: i cefalofori - terza parte

L'albergo si trova sopra ad un teatro e nell'arco di 400 metri se ne raggiungono altri due. Uscendo per cena sembra di essere al Festival di Salisburgo abiti, gioielli, scarpe alte e donne, tante tante donne. Più di ogni altra città visitata fino ad ora, Madrid mi sembra un grande gineceo. Qui le donne si muovono a squadre e parlano parlano, ridono, muovono veli, diffondono profumi. Sono donne, donne normali. Non sono le donne incontrate in Olanda dove anche in metro trovi bellezze da copertina, sono donne difettose quelle di Madrid, donne che non hanno niente in comune con la barbie, ma che si spogliano senza problemi.  In metro una donna ha un abito di un leggerissimo cotone azzurro a fiori, il seno grande trattenuto a stento nella fascia elastica e poi la gonna fino alle caviglie 
I più gettonati però sono i pantaloncini corti, insomma qui le cosce vanno scoperte giovani, vecchie, magre, grasse, con cellulite o bianchissime. Sì, qui le donne fanno come gli pare e sembrano non seguire una moda, godono del loro corpo e lo mostrano senza inibizioni.  Molte hanno i lineamenti sudamericani tipo peruviane, cilene, magari non sono di lì, ma ricordano quei luoghi. La loro pelle è scura i capelli neri, i fiachi rotondi, lo stomaco prominente i seni grandi e abiti attillatissimi. E poi ci sono le turiste, quelle con le infradito a qualunque ora del giorno, quelle dalla pelle chiara arrossata dal sole che spesso hanno una bottiglia di acqua in mano, sguardi curiosi e capelli lisci e biondi. Sono veramente tante le donne a Madrid e questa sera Piazza di Spagna è piena del loro profumo. 


Gli uomini non sono altrettanto interessanti, o forse non si fanno notare quanto le donne, che hanno quell'aria indipendente che difficilmente si respira in Italia.  



Ma è tempo di cena e ancora non ho parlato dei piatti tipici: la paella, le tortillas, il gazpacho, ci sarebbe un piatto con ceci, verdura e frattaglie:

 il cocido madrileno, ma questo non rientrava nelle mie priorità. La paella la fanno tutti, ma è molto difficile trovarla artigianale, sembrano spesso piatti pronti che vengono solo scaldati all'occorrenza. Le tortillas invece sono molto buone, frittate espresse spesso di patate, ma a volte con prosciutto, peperone rosso o verde, talvolta pomodoro. 

Il Gazpacho era un piatto che non mi attirava, invece devo dire che in estate è gradevolissimo, fresco e nutriente a base di pomodori, cetrioli e peperoni frullati, il tutto servito freddo. Inoltre in molti locali si trovano una sorta di crocchè serviti con una salsa di peperone: le croquettes. Molti sono i piatti a base di ceci, di arrosti e di carne di agnello.



Tra le cose da visitare merita una giornata il Museo Archeologico Nazionale: il prezzo del biglietto è 3 euro. Il Museo dispone di un deposito bagagli anche per i bagagli a mano il che è molto comodo visto che qui vicino c'è la fermata dell'autobus che arriva dall'aeroporto. Tornando al Museo, possiete una delle più belle collezioni viste di vasellame di origine greca. E' un museo molto moderno, ci sono video che raccontano la storia con filmati di massimo 5 minuti ben strutturati con sottotitoli in spagnolo e inglese, alcuni, pochi, anche con audio in inglese. Nei video che non hanno audio si trova l'immagine di un orecchio sbarrato. Subito all'ingresso tre pareti di monitor a preparare il visitatore a ciò che lo attende.
Nel primo un'intera parete di immagini ad indicare le conoscenze dell'uomo nel diverso periodo storico e la cosa sorprendente è la velocità con cui si è evoluta la nostra razza in seguito a determinate scoperte. Poi uno splendido doppio video sulla storia della penisola Iberica nei millenni. Guardare la storia dei luoghi fa capire subito che quando intere popolazioni si spostano, la storia cambia e che certi flussi sono inarrestabili.

Sono tante le parti interessanti, come è iniziata la stratificazioni in classi sociali. Come l'arrivo degli stranieri o il mescolamento con altri popoli abbia determinato un iniziale NOI - VOI e poi all'interno delle stesse comunità un IO-TU o IO-VOI. E da lì, decori, scritte, case diverse e sepolture diverse.  

Forse è banale, ma è stato un elemento su cui mi sono soffermata a lungo. Perchè alcuni si sono estinti? Cosa hanno lasciato ai loro eredi? 

Di sezioni ce ne sono molte e il Museo richiede almeno 4 ore di visita attenta. Al piano superiore scopro che la Germania in tempo di guerra coniava monete di terracotta e le più preziose avevano un bordo di metallo.  E ancora la spada fatta di monete tutte legate una con l'altra. Una spada utilizzata in Cina e senza scopo offensivo a meno che tu non sia uno spirito maligno!
Infine, ma di cose ce ne sarebbero veramente tantissime, il santo cefalorofo, ovvero quel tipo di santo che viaggia con la propria testa in mano dopo la decapitazione e si comporta come se niente fosse. 
Santi che non hanno la testa sulle spalle, come verrebbe facile pensare!

Il viale che riporta al centro è molto grande, ma nonostante questo la maestosità dell'Istituto Cervantes è disarmante. 
Ha delle colonne che sono enormi quanto quelle del tempo di Segesta ma forse di più e sopra altre colonne, che lassù sembrano un balconcino ma in realtà il solo attico sarebbe un palazzone se posto a terra. Insomma, forse è colpa mia, ma davanti a questo edificio sono rimasta attonita. Non mi è piaciuto, ma mi ha turbata.
E ancora cocchi e angeli di vario genere sui tetti, sembrano di moda a Madrid ed è una moda mi piace molto.  
Tutto questo per dire che 
avevo acquistato una spazzola per capelli a Barcellona nel dicembre 2012, ma qualche giorno fa mi si era rotta, quindi ho fatto due biglietti per Madrid




I santi cefalofori


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