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mercoledì 5 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.

Il 5 febbraio 1949 viene pubblicato in Usa il Rapporto Hoffman nel quale si critica aspramente l'uso che ha fatto l'Italia delle risorse stanziate col "Piano Marshall".

Dopo la Grande Guerra le potenze vincitrici, in particolare la Francia che aveva subito l’aggressione della Germania, furono molto esigenti nell’ansia di essere pienamente risarcite per i danni subiti. La Germania, nel tentativo di stare dietro a questi obblighi, attraversò un periodo tormentatissimo il cui esito fu nel 1933 l’ascesa del nazismo e nel 1939 l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1945, terminata la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti non vollero commettere lo stesso errore commesso dalla Francia alla fine della Grande Guerra, e fecero l’opposto; il Piano Marshall è stato così un piano di aiuto alle potenze che avevano perso la guerra e a quelle limitrofe: “Fu geniale – sottolinea Paolo Mieli, giornalista e storico – perché anziché vendicarsi della Germania e probabilmente costringerla di nuovo in una situazione potenzialmente esplosiva gli Usa crearono nell’Europa il principale interlocutore di mercato e politico”, proprio nel momento in cui l’Unione Sovietica ascendeva come altra grande potenza mondiale. “Fu una delle idee più innovatrici del secolo”.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era infatti un continente distrutto e stremato dai sei anni di conflitto, oltre ad essere diviso. Se la parte occidentale fu liberata dall’alleanza anglo-americana, la parte orientale era stata liberata e occupata dall’Unione Sovietica.

Si scontrarono dunque la visione liberal-democratica abbinata al libero mercato e quella del socialismo reale. In questo contesto gli Stati Uniti d’America, usciti dal conflitto in buone condizioni economiche non avendo avuto la guerra “in casa” e, anzi, avendo potuto esaltare la propria industria bellica, lanciarono un grande programma di ricostruzione europea. Ad annunciarlo fu il Segretario di Stato americano George Catlett Marshall in un discorso ad Harvard nel giugno del 1947.

Gli Usa, intervenendo con il loro supporto in Europa, crearono una forte integrazione tra le economie delle due sponde dell’Atlantico. La proposta americana era in origine estesa anche ai Paesi europei dell’est, un intento che non era visto per nulla di buon occhio dal leader sovietico Stalin. L’URSS non aveva certo le risorse per pareggiare lo sforzo americano ed ebbe paura che il Piano Marshall fosse uno strumento in grado di far arretrare la sua influenza nel Vecchio Continente. L’Unione Sovietica impose così ai suoi “stati satellite” il rifiuto degli aiuti statunitensi (che fu così sostanzialmente osteggiato anche dai partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso il PCI italiano).

“Se dunque da una parte – sottolinea Antonio Carioti, giornalista – il Piano Marshall fu lo strumento per la ripresa economica dell’Europa occidentale e la premessa per il miracolo economico dei suoi principali Paesi, dall’altro approfondì il solco tra i due blocchi destinati a durare mezzo secolo”.

“Oggi alcuni storici sostengono che in qualche modo il Piano Marshall generò una dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti – afferma Mieli – facendo dell’Europa una sorta di continente di serie B rispetto all’America. Non è vero; il Piano Marshall aiutò l’Europa a rimettersi in piedi e se il Vecchio Continente nel secondo dopoguerra ha avuto un ruolo subalterno nei confronti degli Usa questo è solo perché gli Stati Uniti ebbero un ruolo di gigante in opposizione all’Unione Sovietica, ruolo che la stessa Europa non era in grado di recitare. Allo stesso tempo, non si possono attribuire al Piano Marshall le colpe delle degenerazioni europee della seconda metà del Novecento: il Piano non era cioè pensato come strumento della Guerra Fredda”.

Tuttavia il rapporto Hoffman avanzò critiche durissime circa l’utilizzo dei fondi del Piano Marshall da parte dell’Italia. In effetti, una parte cospicua delle risorse (circa 15 miliardi di lire in 7 anni) venne stanziata, col celebre “Piano INA-Casa”, promosso da Amintore Fanfani, per la costruzione di case popolari per i lavoratori. L’indirizzo sociale delle risorse non fu gradito agli Stati Uniti, che avrebbero preferito una destinazione tesa all’aumento del potere d’acquisto della popolazione, per favorire l’importazione di prodotti industriali americani. 

lunedì 30 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 dicembre.
Il 30 dicembre 1922 viene costituita l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) anche nota come Unione Sovietica fu ufficialmente costituita il 30 dicembre 1922, cinque anni dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, che aveva portato in Russia alla caduta dell’impero degli zar (la parola russa ‘tsar deriva dal latino Caesar, Cesare) e alla conquista del potere da parte del Partito comunista (PCUS) guidato da Lenin.
La Russia non era più un impero ma una federazione che riuniva quattro repubbliche slave principali (Russia, Ucraina, Georgia e Bielorussia) e circa 25 altre repubbliche di etnie diverse (turche, mongole ecc.). La confederazione confermò come stemma la falce (i contadini) e il martello (gli operai) che erano diventati il suo simbolo dopo la Rivoluzione d’ottobre. Vi aggiunse la stella, simbolo dello Stato.
Il governo dell’Urss avviò una radicale riforma del sistema economico, basata sulla collettivizzazione delle terre e delle strutture produttive: era il primo tentativo di dare concreta realizzazione alle idee comuniste maturate in Europa nel XIX secolo per opera di Karl Marx, Friedrich Engels e altri pensatori socialisti.
Lo stato socialista si poneva come diverso e alternativo rispetto a quello liberale e capitalista: uno stato fondato sulla giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza tra i lavoratori. La terra, le imprese e le altre risorse economiche furono poste sotto il controllo diretto delle classi lavoratrici, limitando così il diritto di proprietà, ritenuto all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Negli anni Venti e Trenta del Novecento, sotto la guida di Iosif Stalin (Lenin era morto nel 1924) e per mezzo della rigida pianificazione statale di tutte le attività produttive, l’Urss fu protagonista di una grande crescita economica.
L’industrializzazione fu condotta a tappe forzate, sfruttando l’abbondanza di manodopera e di risorse naturali. Questo significò chiedere alla popolazione una serie di sacrifici – che in uno Stato democratico sarebbero stati del tutto inimmaginabili – e imporli con un regime del terrore che determinò il più alto numero di morti mai registrato in un solo Paese.
Tutti i contadini furono inquadrati nei kolkhoz, le aziende agricole fondate sulla proprietà collettiva della terra, del bestiame e delle attrezzature e impegnate a fornire ogni anno allo Stato le quantità di prodotto imposte dall’alto.
La resistenza opposta alla collettivizzazione dai kulàki, gli agricoltori benestanti, fu violentissima. Pur di non  dare allo Stato il loro bestiame, essi ammazzarono milioni  di capi, creando una crisi alimentare che durò una decina di anni. Ciò offrì a sua volta alla Ceka – un’onnipotente polizia politica incaricata di controllare la fede rivoluzionaria della popolazione e dotata del potere di arrestare o addirittura fucilare senza processo chi risultava sospetto – il motivo per organizzare la loro deportazione in massa nei gulag, i campi di lavoro forzato della Siberia. Di loro non si seppe più niente.
In circa dieci anni, 24 milioni di piccoli campi furono accorpati in 250 000 aziende agricole di grandi dimensioni. Ciò tuttavia non produsse i risultati attesi. La produttività delle campagne rimase bassissima e violente carestie continuarono ad abbattersi sui raccolti. Le maggiori vittime della situazione furono proprio i contadini, perché le autorità si rifiutarono di tener conto della bassa produttività dei campi nello stabilire i quantitativi delle requisizioni annuali e, di conseguenza, i morti per fame nei kolkhoz furono milioni.
Stalin ottenne invece risultati nel campo dell’industrializzazione. Sparita la proprietà privata anche nell’industria, l’Urss elaborò nel 1928 un Piano di produzione quinquennale che dava la priorità assoluta all’industria pesante, mentre fu totalmente sacrificata l’industria leggera.
Negli anni dell’industrializzazione furono compiuti anche notevoli progressi sociali: masse di analfabeti andarono a scuola, le università si aprirono ai figli dei contadini e degli operai, il sistema sanitario divenne gratuito.
Dall’altra parte, però, poiché non si producevano sufficienti beni di consumo, quegli stessi operai che affidavano con orgoglio i propri figli al Partito perché li educasse, non avevano vestiti né scarpe di ricambio, facevano file di ore per comprare un pezzo di sapone e abitavano con la famiglia ammucchiati in una sola stanza.
Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, l’Urss continuò la sua crescita economica e industriale, ma non riuscì a reggere il confronto con il benessere e lo sviluppo dei paesi industrializzati dell’Occidente. Inoltre, il contrasto politico con gli Stati Uniti  e le tensioni della guerra fredda spinsero il governo sovietico a potenziare soprattutto l’apparato militare, sprecando un’enorme quantità di risorse.
I limiti e le contraddizioni del modello economico socialista divennero via via più forti con il passare degli anni; per questo motivo Michail Gorbaciov, personaggio politico leader dell’Urss dal 1985, cominciò ad attuare riforme (la cosiddetta perestrojka) con l’obiettivo di realizzare un sistema economico che, pur mantenendo la struttura socialista, accogliesse anche elementi di economia privata.
Questo tentativo però fallì per le forti resistenze di una parte della vecchia classe dirigente e per il peggioramento delle condizioni economiche dell’intero paese.
La crisi dell’Urss era oramai inarrestabile. Il progressivo crollo dei regimi socialisti alleati dell’Urss, verificatosi nel corso del 1989 in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania orientale e Romania , peggiorò il clima di tensione economica e politica nelle singole repubbliche che componevano lo stato sovietico, che, a partire dalle tre piccole repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), cominciarono a proclamare la propria indipendenza dal governo centrale.
Il 31 dicembre 1991 venne ammainata per l’ultima volta dal pennone del Cremlino, a Mosca, la bandiera dell’Urss, che cessava di esistere dopo circa settant’anni.

venerdì 27 dicembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 dicembre.
Il 27 dicembre 1979, con la sostituzione del Presidente Amin assassinato, l'Unione Sovietica prende pieno possesso dell'Afganistan.
Con l'invasione dell'Afganistan inizia una lunga guerra, che in dieci anni provoca oltre un milione di morti e quasi sei milioni di profughi. Il 27 aprile 1978, un colpo di Stato abbatte il governo di Mohammed Daoud Khan, che da cinque anni si oppone all’influenza nella politica afghana della confinante Unione Sovietica. Il colpo di Stato porta al potere Noor Mohammed Taraki, leader di un partito di ispirazione marxista e uomo sostenuto da Mosca. La sua politica, laica e socialista, incontra l’opposizione dell’ala più intransigente degli islamici afghani, che organizzano la resistenza armata dei mujaheddin, “i combattenti per la fede”. Gli USA, che da decenni si contendono con l’URSS il controllo della politica mondiale, finanziano i mujaheddin in funzione anti-sovietica. Il 14 settembre 1979 il presidente Taraki viene rovesciato: il suo posto è preso dal primo ministro Hafizullah Amin, che apre al dialogo con i mujaheddin e con gli USA. Per non perdere il controllo dell’Afghanistan, il leader sovietico Leonid Breznev decide di invadere il Paese. È il 24 dicembre 1979. Nell’arco di tre giorni, l’Armata Rossa sovietica conquista Kabul, la capitale afghana. Gli USA reagiscono promuovendo un embargo contro l’URSS, e decidendo di boicottare le Olimpiadi di Mosca del 1980. La resistenza afghana è sostenuta da armi e denaro statunitensi, e combattuta anche da volontari islamici provenienti dai paesi arabi. Presto si trasforma in jihad, una guerra santa contro i sovietici considerati nemici dell’Islam.
I mujaheddin costringono i nemici a combattere sulle impervie montagne afghane, dove l’Armata Rossa non può sfruttare la propria superiorità tecnologica. Tra i guerriglieri emergono figure che diventeranno leggendarie nel Paese, come quella di Ahmad Massud, chiamato il Leone del Panshir. I sovietici subiscono pesanti sconfitte e, nonostante gli iniziali successi, non riescono a prendere il controllo dell’intero Paese. La difficile gestione della guerra si somma ai gravi problemi interni dell’Unione Sovietica, che negli anni ’80 è vicina al collasso economico e politico. Di fronte ai continui successi dei mujaheddin, il 20 luglio 1987 l’Unione Sovietica annuncia il ritiro delle truppe dall’Afghanistan. Il 15 febbraio 1989 il ritiro dell’Armata Rossa è completato. L’Afghanistan esce dal conflitto in ginocchio: dopo un’aspra guerra civile, il potere sarà preso dai talebani, fondamentalisti religiosi che governeranno secondo la legge islamica. La dura sconfitta politica e militare acuisce la crisi dell’URSS: gli USA si avviano a diventare l’unica superpotenza sullo scenario mondiale.

lunedì 20 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1963 viene istituita la cosiddetta "linea rossa", una linea telefonica che mettesse immediatamente e direttamente in comunicazione il Presidente degli Stati Uniti d'America con il Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, al fine di evitare un disastro planetario durante il periodo della Guerra Fredda.
Alla fine della seconda guerra mondiale le truppe americane, inglesi, francesi e sovietiche hanno occupato il suolo tedesco, una parte del quale fu ceduto alla Polonia. Fra il 1947 e il 1949 USA, Gran Bretagna e Francia hanno unificato le rispettive zone, mentre nella sua zona l’URSS ha dato il via a misure economiche e politiche miranti alla costituzione di una repubblica tedesca comunista. Nel 1949 si assisteva così alla formazione di due distinte Germanie: ad ovest veniva costituita la Repubblica Federale Tedesca con capitale Bonn, mentre ad est si formava la Repubblica Democratica Tedesca con capitale Berlino. L’aspetto che la Germania andava assumendo rispecchiava una situazione più generale: attorno alle due grandi potenze vincitrici si erano formati due blocchi di stati. Ad Occidente, Francia e Gran Bretagna erano economicamente dipendenti dal colosso USA, che faceva sentire il suo peso su paesi come l’Italia, da esso liberati. Ad Oriente sorgevano regimi comunisti nei paesi liberati dall’Armata Rossa.
Usciti vittoriosi dalla seconda guerra mondiale, Unione Sovietica e Stati Uniti costituivano ormai le due maggiori potenze del mondo. Ma, a causa della diversità dei loro sistemi politici ed economici, non riuscivano a trovare un accordo. La tensione tra i due blocchi tuttavia non si è mai trasformata in un conflitto militare diretto, pur restando forte per circa mezzo secolo.
Il termine “guerra fredda” è stato introdotto nel 1947 dal consigliere presidenziale Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann, per descrivere il sorgere delle tensioni tra due alleati della seconda guerra mondiale. Il termine sintetizza in modo efficace la situazione che si stava delineando: in un pianeta dominato da due potenze, entrambe in lizza per il primato e per l’egemonia mondiale, e radicalmente contrapposte sul piano ideologico, il conflitto sembrava inevitabile. Il mondo dove due contendenti avevano armamenti tali che una guerra avrebbe avuto conseguenze intollerabili anche per il “vincitore”, il conflitto era impraticabile. Si determinò così una situazione di “guerra fredda”: guerra, perché la contrapposizione tra i contendenti sembrava un vero e proprio conflitto e perché all’interno dei paesi coinvolti si delineava una mobilitazione militare, economica e psicologica “di guerra”; Fredda, perché le armi, che continuavano ad essere prodotte e accumulate, non potevano essere usate. Con “guerra fredda” si indica quindi tutto l’assetto mondiale dall’immediato dopoguerra fino alla fine degli anni ottanta. Questo lungo periodo ha avuto 3 fasi:
.- la prima di “guerra fredda” vera e propria, durata dal 1947 ai primi anni sessanta;
- la seconda, detta la fase di “distensione”, negli anni sessanta e nei primi anni settanta;
- la terza, dopo il 1973, che rappresenta una nuova fase di tensione internazionale basata però su strumenti in parte nuovi.
Negli anni della guerra fredda USA ed URSS cercarono di estendere le proprie zone di influenza, sostenendo governi a loro favorevoli in diverse parti del mondo. La fase più critica e potenzialmente pericolosa resta quella compresa fra gli anni cinquanta e gli anni settanta. Dai primi anni ottanta si è messo in moto fra i due blocchi un graduale processo di distensione e disarmo. Convenzionalmente si indica la fine di questo periodo con la caduta del Muro di Berlino avvenuta il 9 novembre 1989. Con la successiva caduta dell'Unione Sovietica nel 1991 la situazione di guerra fredda è stata considerata superata, anche se negli ultimi anni ci sono stati episodi di contrapposizione tra gli Stati Uniti e la Russia: tra il 2006 e 2007, ad esempio, i rapporti tra i due paesi sono diventati più tesi a causa di questioni riguardanti lo Scudo spaziale e il trattato Nato contro la proliferazione di armi convenzionali in Europa. Oggi, con le tensioni nella gestione della situazione in Siria, e la guerra russo-ucraina, nuovi attriti ricominciano a a minacciare il futuro del pianeta.

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