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giovedì 13 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 13 agosto 1961, per arginare le continue fughe dalla parte orientale della città, iniziava la costruzione del muro di Berlino.
Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il muro di Berlino ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo delle divisione del mondo in una sfera americana e una sovietica, fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda.
Già nel 1945, appena finita la seconda guerra mondiale scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti e la Germania fu il territorio di questa guerra che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta.
La Germania era occupata dai vincitori della guerra e divisa in quattro zone. L'Unione Sovietica cominciò immediatamente a ricostruire la "sua" parte della Germania secondo i propri piani. Durante la guerra aveva pagato il prezzo più alto in vite umane e risorse e ora chiese un risarcimento altissimo alla Germania: intere fabbriche, tra cui quelle più importanti, furono portate in Russia, ingenti quantità di materie prime furono pretese per anni come pagamento dei danni della guerra. Ma in questa maniera Stalin si creò molti nemici in Germania, compromettendo molto l'immagine dei russi come "liberatori dal nazismo".
Gli americani invece avevano capito che in questa Guerra Fredda avevano bisogno di alleati in Germania affinché diventasse l'avamposto contro l'Unione Sovietica. Quasi subito cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania. Decine di migliaia di pacchi "Care" con generi alimentari, medicine e vestiti arrivarono in Germania nei primi anni del dopoguerra. Ancor più che un aiuto materiale reale era un segnale politico e psicologico: gli americani, dopo essere stati nemici dei tedeschi volevano dimostrare di essere adesso loro amici. Fin dall'inizio gli americani cercarono di unire la loro zona a quelle occupate da inglesi e francesi, con l'intenzione di rafforzare la propria posizione contro la zona occupata dai russi.
Già pochi mesi dopo la fine della guerra la divisione della Germania era diventata praticamente inevitabile, anche se dovevano passare ancora 4 anni fino alla definitiva separazione nel 1949. In realtà, tranne la maggioranza dei tedeschi stessi, nessuno voleva veramente una Germania unita, nonostante le parole contrarie di tutti gli alleati.
In fondo, la divisione accontentò un po' tutti, a parte naturalmente i tedeschi, e creò meno problemi nella gestione della Germania vinta. La Germania era diventata oggetto della Guerra Fredda e non aveva ancora né la forza, né la reale possibilità di sottrarsi al dominio e alla concorrenza delle 2 superpotenze USA e URSS.
La "DDR" (Deutsche Demokratische Republik" - Repubblica Democartica Tedesca) all'est stava sotto l'influenza dell'Unione Sovietica e la "BRD" ("Bundesrepublik Deutschland" - Repubblica Federale della Germania) all'ovest, sotto l'influenza degli Stati Uniti. Sul piano economico la Germania occidentale visse negli anni 50 un fortissimo boom, erano gli anni del cosiddetto "Wirtschaftswunder" (miracolo economico). Aiutata all'inizio dai soldi americani, la Germania Federale riuscì in breve tempo a diventare nuovamente una nazione rispettata per la sua forza economica.
La parte orientale faceva molto più fatica a riprendersi: era svantaggiata all'inizio per le pesanti richieste economiche fatte dall'Unione Sovietica per riparare i danni subiti nella guerra e per la mancanza di aiuti paragonabili a quelli che riceveva la parte occidentale. Inoltre la rigida struttura di pianificazione nazionale dell'economia non favorì lo stesso sviluppo come nella parte occidentale del paese. Più i due paesi si stabilivano al livello politico, più si facevano sentire le differenze per quanto riguarda lo standard di vita.
In quegli anni il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e per tutti gli anni '50 centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, per la maggior parte erano giovani con meno di 30 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un serio pericolo per la Germania dell'est ed era un'ulteriore causa delle difficoltà economiche di questo stato.
Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziavano a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".
Bloccato quasi completamente il dissanguamento economico dello stato, negli anni 60 e 70 la DDR visse anch'essa un boom economico. Tra gli stati dell'est diventò la nazione economicamente più forte e i tedeschi, sia all'est che all'ovest, cominciarono a rassegnarsi alla divisione. Di riunificazione si parlava sempre meno e solo durante le commemorazioni e le feste nazionali.
Quello che infine, per la grande sorpresa di tutti e nel giro di pochissimo tempo portò alla riunificazione furono due fattori: l'arrivo di Gorbaciov come leader dell'Unione Sovietica e le crescenti difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell'est e specialmente della DDR. Con la "Perestroika", cioè la radicale trasformazione della politica e della economia e con la "Glasnost", che doveva portare alla trasparenza politica. Decisivo per gli eventi che portarono infine alla caduta del muro fu invece la decisione di Gorbaciov di lasciare libertà agli altri paesi del Patto di Varsavia promettendo di non intromettersi più nei loro affari interni.
I dirigenti della DDR videro questo processo prima con un certo imbarazzo e poi con crescente resistenza. In Polonia e in Ungheria, dove la crisi economica e le spinte per una riforma sono più forti, la politica di Gorbaciov trovò invece più amici anche tra i governanti. Più arrivavano dall'URSS e dagli altri stati dell'est notizie di riforme economiche e democratiche, e più la popolazione della DDR chiedeva di fare lo stesso nel loro paese, più i leader della DDR si chiudono a ogni richiesta del genere. Lo stacco tra popolazione e governo diventa un abisso ma la reazione più diffusa tra la gente è ancora la rassegnazione. Alla fine degli anni 80 la DDR è, o almeno sembra, economicamente abbastanza forte, l'apparato statale sembra indistruttibile e così nessuno può prevedere il crollo verticale che nel 1989 sarebbe avvenuto in pochissimi mesi.
Ogni tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora a un suicidio, ma nell'estate del '89 la gente della DDR trovò un'altra via di fuga: erano le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest il territorio occidentale dove si poteva arrivare molto più facilmente!
Cominciò un assalto in massa a queste tre ambasciate che dovevano ospitare migliaia di persone stanche di vivere nella DDR. Ma il colpo decisivo all'esistenza della DDR arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre del 1989, aprì i suoi confini con l'Austria. Ora, la strada dalla Germania dell'est all'ovest (attraverso l'Ungheria e l'Austria) era libera!
Mentre il flusso di persone che arrivò nella Germania dell'ovest attraverso l'Ungheria e l'Austria aumentò di giorno in giorno, anche nella DDR crescevano le proteste e la gente si fece più coraggiosa. Ogni lunedì a Lipsia decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo ed ogni lunedì le manifestazioni erano più affollate - anche se manifestare apertamente contro il governo era ancora un rischio enorme dato che il regime aveva ancora il pieno controllo della polizia, dell'esercito e dell'intero apparato repressivo.
Ma anche l'ultimo tentativo da parte del governo della DDR di salvare il salvabile, cioè il cambiamento dei vertici del partito comunista e del governo non servì a nulla. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma piuttosto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone si riunivano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l'ordine ai soldati dei posti di blocco di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 29 anni.
Il muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati con sistemi politici ed economici completamente diversi. Le leggi, le scuole, le università, tutta l'organizzazione della vita pubblica era diversa. La riunificazione era di colpo diventata possibile, ma nelle prime settimane dopo il 9 novembre dell'89 nessuno sapeva ancora come realizzarla e quando. Tutti, anche i più ottimisti, prevedevano un periodo di alcuni anni, ma ancora gli eventi stravolsero tutti i progetti.
Adesso la libertà tanto a lungo desiderata c'era, mancava però il benessere e la gente all'est non voleva più aspettare: infatti, dopo la caduta del muro il flusso dall'est all'ovest non diminuì, anzi aumentò di colpo e di nuovo si poneva il problema di un dissanguamento dell'est, di nuovo erano soprattutto i giovani che volevano tutto e lo vogliono subito, e non fra dieci anni. "Se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov'è il marco" era uno degli slogan più gridati contro quelli che chiedevano pazienza.
Nella DDR cominciò a regnare il caos. Già dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l'unico modo per poter fermare il degrado dell'est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare con l'Unione Sovietica e che anche la Germania Federale non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema internazionale e solo dopo trattative non facili tra Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Britannia e dopo il "sì" definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera.
Il modo in cui alla fine i due stati vennero unificati era senz'altro dettato più dalla fretta che da considerazioni ragionevoli, ma probabilmente non c'era altra possibilità. Infatti, il 3 ottobre del 1990, i due stati non vengono riuniti, ma uno dei due stati, cioè la DDR, si auto-scioglie e le regioni della DDR vengono annesse in blocco alla Repubblica Federale.
Nessun politico dell'ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Tutti, compreso il cancelliere Helmut Kohl, erano trascinati e travolti dai fatti, Kohl ebbe solo la fortuna di essere cancelliere della Germania quando si verificarono questi eventi. Kohl ha comunque avuto il fiuto giusto di scavalcare la valanga che si era messa in movimento senza nessuna guida politica. L'unico uomo politico che, in realtà, ha contribuito in modo decisivo a iniziare e ad accelerare il processo della caduta del muro è stato Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che è successo. I tedeschi lo sanno bene, e ancora oggi, Gorbaciov gode di una straordinaria popolarità in Germania.
giovedì 1 gennaio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo gennaio.
Il primo gennaio 1980 50.000 soldati, 2.000 carri armati T-55 e 200 aerei sovietici varcarono la frontiera ed entrarono in Afghanistan. Gran parte del mondo protestò contro l'invasione, in particolare gli Stati Uniti; dopo aver annunciato un embargo, lo misero in atto tagliando tutte le forniture di grano e di tecnologie e nel 1980 boicottarono anche le XXII Olimpiadi che si tennero a Mosca.
Nonostante lo sforzo militare ingente pianificato l'Esercito Sovietico non riuscì mai ad avere il pieno controllo del Paese ed i mujaheddin riuscirono ad imporre la propria superiorità strategica soprattutto nelle aree non cittadine.
Col passaggio in U.S.A. dall'amministrazione democratica Carter, a quella repubblicana di Ronald Reagan, si alzò il livello dello scontro e i Mujaheddin vennero propagandati come «combattenti per la libertà». Tra questi vi era anche Osama bin Laden, uno dei principali organizzatori e finanziatori dei Mujaheddin (solo per quelli di origine araba, non quelli di origine afghana), anche se ad oggi il Dipartimento di Stato U.S.A. nega di aver avuto mai contatti con Bin Laden, a differenza dell'ex Ministro degli Esteri britannico Robin Cook che è invece convinto del contrario, anche se non porta nessuna prova di questo coinvolgimento. Nell'articolo, inoltre, Cook è convinto che siano i Sauditi a finanziarlo.
Il suo Maktab al-Khadamat (MAK, Ufficio d'Ordine) incanalava verso l'Afghanistan denaro, armi e combattenti musulmani da tutto il mondo, con l'assistenza e il supporto dei governi americano, pakistano e saudita. Nel 1988 bin Laden abbandonò il MAK insieme ad alcuni dei suoi membri più militanti per formare Al-Qaida, con lo scopo di espandere la lotta di resistenza anti-sovietica e trasformarla in un movimento fondamentalista islamico mondiale. Tra i comandanti della resistenza islamica si fece notare il moderato e filo-occidentale Ahmad Shah Massoud, che in seguito divenne Ministro della Difesa dello Stato Islamico Afghano (1992) creato dopo il ritiro delle truppe sovietiche e che dopo l'avvento dei Talebani combatté anche contro di loro.
Il 20 novembre 1986 viene destituito Karmal a favore di Haji Mohammed Chamkani, che resterà in carica fino al 30 settembre 1987, quando Presidente del Consiglio Rivoluzionario diventerà Mohammad Najibullah, carica che dal novembre 1987 diventerà quella di Presidente della Repubblica.
Con l'arrivo al Cremlino nel 1985 di Michail Gorbačëv si andò affermando una politica estera sovietica più distensiva, e già dall'ottobre 1986 iniziò in sordina un ritiro unilaterale delle truppe sovietiche che si concluse il 15 febbraio 1989. La guerra finì (dopo 1 milione e mezzo di afgani morti, 3 milioni di disabili e mutilati, 5 milioni di profughi e milioni di mine) con gli accordi di Ginevra del 14 aprile 1988 che avviarono il ritiro dell'Esercito Sovietico.
L'Unione Sovietica ritirò le sue truppe il 2 febbraio 1989 (anche se ne diede comunicazione ufficiale solo il successivo 15 febbraio), ma finché esistette (1991) continuò ad aiutare lo Stato afghano. Il rimpatrio perfezionato nel febbraio 1989 (in quel momento circa 30.000 mujaheddin circondavano Kabul) interessò 110.000 uomini, 500 carri armati, 4.000 veicoli blindati BMP e BTR, 2.000 pezzi d'artiglieria e 16.000 camion. Per l'Unione Sovietica, che ebbe ufficialmente 13.833 morti e 53.754 feriti, questo conflitto dall'esito infelice fu causa di malcontento fra la popolazione interna come la Guerra del Vietnam per gli Stati Uniti. Pesanti anche le perdite di materiale militare: nel decennio di conflitto andarono ufficialmente distrutti 118 aerei, 333 elicotteri, 147 carri armati, 1.314 veicoli blindati per il trasporto truppe, 433 pezzi d'artiglieria, 11.369 camion di vario tipo.
lunedì 30 dicembre 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 30 dicembre 1922 viene costituita l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) anche nota come Unione Sovietica fu ufficialmente costituita il 30 dicembre 1922, cinque anni dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917, che aveva portato in Russia alla caduta dell’impero degli zar (la parola russa ‘tsar deriva dal latino Caesar, Cesare) e alla conquista del potere da parte del Partito comunista (PCUS) guidato da Lenin.
La Russia non era più un impero ma una federazione che riuniva quattro repubbliche slave principali (Russia, Ucraina, Georgia e Bielorussia) e circa 25 altre repubbliche di etnie diverse (turche, mongole ecc.). La confederazione confermò come stemma la falce (i contadini) e il martello (gli operai) che erano diventati il suo simbolo dopo la Rivoluzione d’ottobre. Vi aggiunse la stella, simbolo dello Stato.
Il governo dell’Urss avviò una radicale riforma del sistema economico, basata sulla collettivizzazione delle terre e delle strutture produttive: era il primo tentativo di dare concreta realizzazione alle idee comuniste maturate in Europa nel XIX secolo per opera di Karl Marx, Friedrich Engels e altri pensatori socialisti.
Lo stato socialista si poneva come diverso e alternativo rispetto a quello liberale e capitalista: uno stato fondato sulla giustizia, l’uguaglianza e la fratellanza tra i lavoratori. La terra, le imprese e le altre risorse economiche furono poste sotto il controllo diretto delle classi lavoratrici, limitando così il diritto di proprietà, ritenuto all’origine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Negli anni Venti e Trenta del Novecento, sotto la guida di Iosif Stalin (Lenin era morto nel 1924) e per mezzo della rigida pianificazione statale di tutte le attività produttive, l’Urss fu protagonista di una grande crescita economica.
L’industrializzazione fu condotta a tappe forzate, sfruttando l’abbondanza di manodopera e di risorse naturali. Questo significò chiedere alla popolazione una serie di sacrifici – che in uno Stato democratico sarebbero stati del tutto inimmaginabili – e imporli con un regime del terrore che determinò il più alto numero di morti mai registrato in un solo Paese.
Tutti i contadini furono inquadrati nei kolkhoz, le aziende agricole fondate sulla proprietà collettiva della terra, del bestiame e delle attrezzature e impegnate a fornire ogni anno allo Stato le quantità di prodotto imposte dall’alto.
La resistenza opposta alla collettivizzazione dai kulàki, gli agricoltori benestanti, fu violentissima. Pur di non dare allo Stato il loro bestiame, essi ammazzarono milioni di capi, creando una crisi alimentare che durò una decina di anni. Ciò offrì a sua volta alla Ceka – un’onnipotente polizia politica incaricata di controllare la fede rivoluzionaria della popolazione e dotata del potere di arrestare o addirittura fucilare senza processo chi risultava sospetto – il motivo per organizzare la loro deportazione in massa nei gulag, i campi di lavoro forzato della Siberia. Di loro non si seppe più niente.
In circa dieci anni, 24 milioni di piccoli campi furono accorpati in 250 000 aziende agricole di grandi dimensioni. Ciò tuttavia non produsse i risultati attesi. La produttività delle campagne rimase bassissima e violente carestie continuarono ad abbattersi sui raccolti. Le maggiori vittime della situazione furono proprio i contadini, perché le autorità si rifiutarono di tener conto della bassa produttività dei campi nello stabilire i quantitativi delle requisizioni annuali e, di conseguenza, i morti per fame nei kolkhoz furono milioni.
Stalin ottenne invece risultati nel campo dell’industrializzazione. Sparita la proprietà privata anche nell’industria, l’Urss elaborò nel 1928 un Piano di produzione quinquennale che dava la priorità assoluta all’industria pesante, mentre fu totalmente sacrificata l’industria leggera.
Negli anni dell’industrializzazione furono compiuti anche notevoli progressi sociali: masse di analfabeti andarono a scuola, le università si aprirono ai figli dei contadini e degli operai, il sistema sanitario divenne gratuito.
Dall’altra parte, però, poiché non si producevano sufficienti beni di consumo, quegli stessi operai che affidavano con orgoglio i propri figli al Partito perché li educasse, non avevano vestiti né scarpe di ricambio, facevano file di ore per comprare un pezzo di sapone e abitavano con la famiglia ammucchiati in una sola stanza.
Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, l’Urss continuò la sua crescita economica e industriale, ma non riuscì a reggere il confronto con il benessere e lo sviluppo dei paesi industrializzati dell’Occidente. Inoltre, il contrasto politico con gli Stati Uniti e le tensioni della guerra fredda spinsero il governo sovietico a potenziare soprattutto l’apparato militare, sprecando un’enorme quantità di risorse.
I limiti e le contraddizioni del modello economico socialista divennero via via più forti con il passare degli anni; per questo motivo Michail Gorbaciov, personaggio politico leader dell’Urss dal 1985, cominciò ad attuare riforme (la cosiddetta perestrojka) con l’obiettivo di realizzare un sistema economico che, pur mantenendo la struttura socialista, accogliesse anche elementi di economia privata.
Questo tentativo però fallì per le forti resistenze di una parte della vecchia classe dirigente e per il peggioramento delle condizioni economiche dell’intero paese.
La crisi dell’Urss era oramai inarrestabile. Il progressivo crollo dei regimi socialisti alleati dell’Urss, verificatosi nel corso del 1989 in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania orientale e Romania , peggiorò il clima di tensione economica e politica nelle singole repubbliche che componevano lo stato sovietico, che, a partire dalle tre piccole repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia e Lituania), cominciarono a proclamare la propria indipendenza dal governo centrale.
Il 31 dicembre 1991 venne ammainata per l’ultima volta dal pennone del Cremlino, a Mosca, la bandiera dell’Urss, che cessava di esistere dopo circa settant’anni.
lunedì 15 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 marzo 1990 Michail Gorbaciov viene eletto presidente dell'Unione Sovietica.
Mikhail Gorbaciov nasce il 2 marzo 1931 da una famiglia di agricoltori nel villaggio di Privolnoye - Territorio di Stavropol - nel sud della repubblica russa.
Nel 1950 si diploma ottenendo una medaglia di argento e viene ammesso all'Università Statale di Mosca dove frequenta la facoltà di legge, laureandosi nel 1955. Successivamente segue dei corsi per corrispondenza presso la Facoltà di Agraria dell'Università di Stavropol e nel 1967 aggiunge alla sua laurea in Legge una laurea in Economia agraria.
Da studente universitario Mikhail Gorbaciov si iscrive al Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Negli stessi anni incontra Raissa Titarenko, che sposerà poco dopo in una semplice cerimonia. Da quel momento Raissa sarà la persona più cara e vicina a Mikhail Gorbaciov, rimanendogli a fianco nel corso di tutta la sua carriera politica fino alla sua morte, avvenuta il 20 settembre 1999 che ha commosso tutto il mondo.
Poco dopo il suo ritorno a Stavropol gli viene offerto un incarico nella locale associazione giovanile Komsomol che segna l'avvio della sua carriera politica. Nel 1970 viene eletto Primo Segretario del Comitato del Partito nel Territorio di Stavropol, l'incarico di massima responsabilità della zona.
Nello stesso anno diviene membro del Comitato Centrale del PCUS (Partito Comunista dell'Unione Sovietica). Nel 1978 diventa uno dei Segretari e si trasferisce a Mosca. Due anni più tardi entra a far parte del Politburo del Comitato Centrale del PCUS, la massima autorità del partito e della nazione.
Nel marzo del 1985 viene eletto Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito, l'incarico più alto nella gerarchia di partito e nel paese.
È Gorbaciov ad avviare il processo di cambiamento dell'Unione Sovietica che più avanti sarà definito "Perestroika", una radicale trasformazione della società e del paese, che genera un sostanziale mutamento nello scenario internazionale: il nuovo sistema di pensiero che viene associato al nome di Mikhail Gorbaciov gioca un ruolo fondamentale nel porre fine alla Guerra Fredda, arrestando la corsa agli armamenti ed eliminando il rischio di un conflitto nucleare.
L'11 ottobre 1986, infatti, Gorbaciov ed il presidente statunitense Ronald Reagan si incontrano a Reykjavík per discutere la riduzione degli arsenali nucleari installati in Europa. Tutto ciò condurrà, nel 1987 alla firma del Trattato INF sulla eliminazione delle armi nucleari a raggio intermedio in Europa. L'anno successivo, Gorbaciov annuncia la fine della dottrina Brežnev, che permette alle nazioni del Blocco orientale di tornare alla democrazia. La fine del sistema degli stati satelliti avrebbe anche liberato l'URSS di una parte dei costi di mantenimento di strutture militari ormai non più sostenibili. Scherzosamente, denominerà questa sua nuova dottrina la dottrina Sinatra, riferendosi alla famosa canzone My Way.
Gorbaciov, insieme al suo ministro degli esteri Eduard Shevardnatze, conseguì anche il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan.
Il 15 marzo 1990 il Congresso dei rappresentanti del popolo dell'URSS - il primo parlamento costituito sulla base di libere, e contestate, elezioni nella storia dell'Unione Sovietica - elegge Gorbaciov Presidente dell'Unione Sovietica.
Il 15 ottobre dello stesso anno gli viene assegnato il Premio Nobel per la Pace, a riconoscimento del suo fondamentale ruolo di riformatore e leader politico mondiale, e del fatto di avere contribuito a cambiare in meglio la natura stessa del processo mondiale di sviluppo.
In politica interna si giova di una dialettica tra conservatori (guidati da Ligacev ed Aliev) e riformatori (rappresentati da Yeltsin e Shevardnatze), da lui abilmente guidata per mantenersi in equilibrio tra i due schieramenti interni al PCUS e portare così il Paese ad un moderato progresso democratico. Ma nel 1988-89 l'equilibrio del divide et impera vacilla paurosamente: i primi moti nazionalisti nel Caucaso e nei Paesi baltici sfociano in disordini e crimini (ad esempio l'eccidio degli armeni nella capitale azera Baku, gli assassinii di persone russe in Kazachistan ed altro). Di fronte a questi fatti che minavano l'integrità territoriale e politica del Paese Gorbacev si comporta in un modo difficilmente spiegabile. Prima non reagisce affatto, mentre i disordini assumono vaste dimensioni. Poi ordina di usare la forza militare, il che provoca ulteriori vittime ed accresce i sentimenti indipendentisti.
Esattamente questo è il caso della Lituania dove, dopo aver a lungo tollerato, se non addirittura sostenuto, un'intensa attività di movimenti indipendentisti, nel gennaio 1989 Gorbaciov ordina improvvisamente all'esercito di occupare la sede del parlamento e della TV a Vilnius. Le reazioni militari violente non producono nulla, oltre ai morti e l'odio verso il potere centrale moscovita (è allora che vengono all'uopo costituiti i famigerati OMON, le truppe del Ministero dell'interno incaricate della repressione, che fa diverse decine di morti imputate direttamente al Cremlino).
Boris Yeltsin, poi, prima viene eletto Presidente della Repubblica russa e poi abbandona il PCUS, inneggiando alla necessità di abolire la disposizione costituzionale sul ruolo guida del Partito Comunista. Mentre l'economia, tra tentativi di liberalizzazione e resistenze collettivistiche, perdeva colpi, nell'agosto 1991 i comunisti conservatori tentarono un colpo di Stato: nonostante il fatto che Gorbaciov ne fosse stato la prima vittima, essendo rimasto recluso per tre giorni nella villa presidenziale in Crimea, gli fu contestato da Yeltsin - dopo che questi piegò la resistenza dei golpisti coll'alleanza dei presidenti delle repubbliche federate non russe - di aver con le sue tattiche favorito il radicamento al potere non di interlocutori responsabili della perestroika, ma di pericolosi avventuristi.
Nonostante il suo dissenso dalla deriva liberista propugnata da Yeltsin, il partito Comunista venne messo al bando e i suoi beni confiscati. Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov rassegnò le sue dimissioni da Capo dello Stato: poche settimane prima, l'8 dicembre 1991 i capi dei tre stati Russia con Boris Yeltsin e Gennadiy Burbulis, Ucraina con Leonid Kravchuk e Vitold Fokin e Bielorussia con Stanislav Shushkevich e Viacheslav Kebich avevano firmato a Viskulia - Belavezha il trattato che sanciva la dissoluzione dello Stato sovietico. Tale dissoluzione venne ufficialmente confermata il 26 dicembre dello stesso anno, dal Soviet Supremo.
Dal gennaio del 1992 è Presidente della Fondazione Internazionale Non-Governativa per gli Studi Socio-Economici e Politici (la Fondazione Gorbaciov).
Dal marzo 1993 è Presidente della "Green Cross International", organizzazione ambientalista internazionale indipendente, presente in più di 20 paesi. Ricopre anche l'incarico di Presidente del Partito Social Democratico Unito della Russia, fondato nel marzo del 2000.
Mikhail Gorbaciov ha ottenuto l'Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro, tre Ordini di Lenin insieme a molte altre onorificenze e riconoscimenti sovietici e internazionali, e a numerose lauree honoris causa da università di tutto il mondo.
È autore di numerosi scritti pubblicati in raccolte di articoli e riviste e di vari saggi, tra i quali citiamo i seguenti:
- A Time for Peace ("Tempo di pace", 1985)
- The Coming Century of Peace ("Si avvicina un secolo di pace", 1986)
- Peace Has no Alternative ("La pace non ha alternative", 1986)
- Moratorium ("Moratoria", 1986)
- Selected Speeches and Writings ("Scritti e discorsi scelti", in sette volumi, 1986-1990)
- Perestroika: New Thinking for Our Country and the World (1987, Perestrojka, Mondadori, 1988)
- The August Coup: Its Cause and Results ("Il colpo di stato di agosto", 1991)
- December 91. My Stand ("Dicembre 1991. La mia posizione", 1992)
- The Years of Hard Decisions ("Gli anni delle decisioni difficili", 1993)
- Life and Reforms ("Vita e riforme", in due volumi, 1995)
- Moral Lessons of the XX Century (dialogo con Daisaku Ikeda, pubblicato nel 1996 in tedesco, francese e italiano - Le nostre vie si incontrano all'orizzonte, Sperling&Kupfer - nel 2000 in russo)
- On My Country and the World ("Sul mio paese e il mondo", 1998)
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