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mercoledì 21 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 gennaio.
Il 21 gennaio del 1921 nel teatro S.Marco di Livorno nacque il Partito Comunista d’Italia (Pcd’I) sezione italiana della III Internazionale. Il luogo che avrebbe dato i natali a quello che in futuro sarebbe diventato il più grande ed importante partito comunista dell’Europa occidentale, era stato utilizzato durante la guerra appena conclusa come deposito e si presentava come un luogo angusto, senza luce, privo di sedie e di panche, con finestre senza vetri ed il tetto sfondato. Coloro che costituirono il Pci furono una minoranza dei delegati del XVII Congresso del Psi, che si tenne in quei giorni a Livorno in un altro teatro, il Goldoni.
Il Congresso socialista aveva appena rifiutato, con solo un quarto di voti contrari, come previsto nelle 21 condizioni per l’adesione all’Internazionale Comunista, di espellere i membri della corrente riformista del Partito. La minoranza, che rappresentava 58.783 iscritti su 216.337, e che abbandonò il Goldoni riunendosi al S.Marco, era costituita dal gruppo “astensionista” che faceva capo a Bordiga, futuro primo leader del nuovo Partito, dal gruppo dell’Ordine Nuovo di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca, dalla corrente massimalista di Marabini e Graziadei e dalla stragrande maggioranza della Federazione giovanile socialista (Fgs). Questi gruppi oltre a dichiarare la nascita del nuovo partito elessero anche un primo Comitato Centrale, nel quale erano ben visibili i rapporti di forze interni.
Le cause che provocarono la scissione del Psi vanno ricercate in primo luogo oltre i confini italiani. Infatti erano diventate fortissime le pressioni del nuovo centro mondiale della politica comunista, la Terza Internazionale, che era nata a Mosca nel 1919 e che, essendo certa della possibilità di esportare in tutta Europa il proprio modello vincente, con le 21 condizioni che poneva per l’adesione alla stessa, chiedeva, oltre che l’epurazione delle correnti riformiste, l’assunzione del nome comunista in luogo di quello socialista. Ma se è indubbio che la Rivoluzione d’Ottobre facesse da catalizzatore, in tutti i paesi, per i settori più rivoluzionari dei partiti operai, allo stesso tempo non possono essere dimenticate le particolarità del Psi, che si era già caratterizzato per un proprio atteggiamento autonomo durante la I Guerra Mondiale, quando diversamente dagli altri partiti socialisti europei che appoggiarono le rispettive borghesie, lanciò la parola d’ordine “né aderire né sabotare”.
All’interno del Partito, si erano acuite, anche a causa della situazione post bellica, le divisioni politiche tra le tre correnti principali: la destra riformista e socialdemocratica di Turati, i massimalisti di Serrati, che erano la vera maggioranza del Partito, e la componente di Bordiga e Gramsci. Ma come ricorda Agosti, l’analisi teorica fu sempre piuttosto carente nei socialisti di quel periodo, che amavano parlare di rivoluzione, senza mai, ed in questo era chiara la differenza con i bolscevichi, preoccuparsi di discutere di cosa fare per arrivarci, magari confidando nell’ineluttabilità della stessa. Queste peculiarità proprie del socialismo italiano fecero sì che si arrivasse alla nascita di un partito comunista rivoluzionario con molto ritardo rispetto agli altri paesi europei, e senza un sufficiente dibattito ideologico, come quello che ad esempio era avvenuto nella socialdemocrazia tedesca. Si giunse per questi motivi al paradosso che il Pci, che era il partito che doveva nascere per fare la rivoluzione, fu formato proprio nel momento in cui sfumarono le condizioni per la rivoluzione, che erano sicuramente più mature nel biennio del 1919-20.

martedì 20 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 gennaio.
Secondo la leggenda finlandese, il 20 gennaio 1156 il vescovo di Uppsala Enrico veniva ucciso dal contadino Lalli.
In Finlandia infatti già dal medioevo il 20 gennaio si festeggia la festa di Sant'Enrico, vescovo di Uppsala, ove secondo la tradizione locale avrebbe inaugurato la nuova cattedrale edificata da Sant’Erick IX, re di Svezia. In seguito accompagnò il sovrano in una crociata volta alla cristianizzazione della Finlandia e si fermò nella regione per continuare l’opera intrapresa. Vinti i capi locali, li battezzò forzatamente alla fonte di Kuppis, nei pressi di Abo. Poche notizie sono comunque state tramandate circa la sua attività missionaria: secondo la tradizione sarebbe giunto sino al villaggio di Ylistaro, nella contrada di Kumo, ove ancora oggi sopravvivono le rovine della casa in cui il santo vescovo avrebbe predicato.
Secondo la versione “ufficiale” della Chiesa, il vescovo voleva punire con sanzioni religiose un assassino, che non si sottomise alla punizione delle sue malefatte, ma si rivoltò contro Enrico, uccidendolo.
Invece la versione in lingua popolare, ossia la Lauda in Morte del Vescovo Enrico, racconta che il vescovo, arrivato in slitta a casa del contadino finlandese Lalli mentre costui, cioè il padrone di casa, era assente, aveva chiesto cibo e bevanda.
Quando Lalli torna a casa, Enrico e il suo seguito sono ormai già ripartiti, e la moglie di Lalli, che si chiama Kerttu, mente dicendo che il vescovo ha preso di forza tutto ciò che voleva. Allora Lalli, infuriato, salta sugli sci e si precipita a inseguire Enrico.
Lo raggiunge sul ghiaccio di Köyliönjärvi (lett.: “lago di Köyliö”, dove ancora oggi ogni anno il primo fine settimana di giugno i fedeli si recano in pellegrinaggio, ndr) e lo uccide tagliandogli la testa con un'ascia. Lalli tolse il cappello del vescovo dalla testa mozzata e tagliò una delle dita per impossessarsi di un anello. La leggenda narra che il cappello si attaccò alla testa di Lalli e gli fece perdere i capelli quando tentò di toglierlo. Anche il dito si staccò quando tentò di togliere l'anello. I resti del corpo del vescovo vennero raccolti e trasportati con dei buoi. Nel luogo dove i buoi si fermarono venne costruita la prima chiesa della Finlandia.
La storia di Enrico e di Lalli non svanì con l’arrivo della Riforma di Lutero, benché allora fosse ufficialmente abbandonato il culto dei santi nel mondo protestante. Fin dai primi tempi di registrazione storica finlandese, Enrico e il suo assassino formarono un insieme a cui si potevano adattare, volendo, differenti concetti contrapposti, come: europeo-finlandese, civiltà-primitivismo, fede cristiana-paganesimo, novità estere-antichi valori.
A partire dal Medioevo, Sant’Enrico fu visto univocamente, sia dalla Chiesa che dalla vera e propria scrittura storica, come portatore di forze illuminanti e di civiltà, mentre Lalli rappresentava l’ignoranza, la cattiveria e il paganesimo.
Questa visione trovò però una forte contestazione nella giovane Finlandia indipendente dei primi del Novecento. Nei circoli di acceso nazionalismo, questa impostazione venne presto rovesciata.
Si cominciò a considerare l’era precristiana messa in luce anche dal poema epico nazionale Kalevala, come epoca di antica grandezza della stirpe finnica, della “finnicità”. Cosicché Enrico apparve come apostolo di influssi estranei e Lalli come difensore della vera essenza finnica, e personificazione dei tratti fondamentali del carattere finlandese: la fermezza irriducibile e la fedeltà alla tradizione.

lunedì 19 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 gennaio.
il 19 gennaio 1983 Apple annunciò l'uscita di Lisa.
Il Lisa è un personal computer rivoluzionario progettato da Apple Computer agli inizi degli anni ottanta. Molte delle innovazioni legate all'interfaccia grafica GUI del Lisa sono derivate dal progetto Alto dello Xerox PARC. Il progetto Lisa è stato avviato nel 1978 e dopo una lunga gestazione è diventato il progetto di un computer dedicato all'utenza professionale dotato di un'interfaccia grafica a icone che per l'epoca era una notevole innovazione.
Nel settembre del 1980 Jobs fu espulso dal progetto Lisa da Michael Scott e da Mike Markkula perché tendeva a "disgregare le compagnie" in cui lavorava. Il progetto fu affidato definitivamente a John Couch che gestiva già il team Lisa. Perso il progetto Lisa, alla ricerca di un posto dove lasciare il segno, Jobs si concentrò su un piccolo progetto di nome Macintosh, all'epoca diretto da Jef Raskin . Contrariamente a quello che si pensa il Macintosh non è un diretto discendente del Lisa quanto piuttosto un "cugino povero", dato che condivideva alcune idee base ma per una questione di costi alcune caratteristiche avanzate del Lisa non furono implementate nel Macintosh.
Il significato del nome Lisa secondo molti è l'acronimo dell'inglese Local Integrated Software Architecture (in italiano "architettura software locale integrata"), secondo altri è il nome della figlia del co-fondatore dell'Apple Steve Jobs e l'acronimo è stato inventato solo in seguito. Lo stesso Jobs confermerà successivamente che il nome del computer è quello della figlia Lisa Brennan avuta da una relazione con Chrisann Brennan nel 1977. Andrea Cunningham, che lavorava alle pubbliche relazione del progetto per la Regis McKenna (agenzia marketing che lavorava per Apple), conferma la tesi che l'acronimo Local Integrated Software Architecture fu inventato a posteriori con un'operazione di ingegneria inversa e non ha alcun significato.
L'interfaccia grafica del Lisa, nacque dopo che la Apple strinse un accordo con la Xerox che permetteva agli ingegneri Apple di visitare lo Xerox PARC, in cambio di una partecipazione della Xerox al rifinanziamento della Apple nel 1979. Fu al PARC che gli ingenieri Apple e Steve Jobs videro per la prima volta lo Xerox Alto, il primo computer con una GUI (graphical user interface) un'interfaccia grafica e la metafora della scrivania. Lo Xerox Alto introduceva un'altra novità fondamentale: la programmazione orientata agli oggetti con Smalltalk. Tutte queste novità vennero perfezionate e riversate nel Lisa prima, e nel Macintosh poi. Anche il mouse presente nello Xerox Alto fu adottato, in versione semplificata, dal Lisa.
Il Lisa venne presentato il 19 gennaio 1983 al costo di 9.995 dollari statunitensi. Nonostante molti pensino che il Lisa sia il primo computer dotato di interfaccia grafica (GUI) ad essere venduto sul mercato, questo in realtà non è corretto. Infatti a precederlo e a sottrargli il primato è nel 1981 lo Xerox Star. Rimane comunque il primo computer dotato di GUI ad entrare nelle case della gente comune (infatti all'epoca Microsoft aveva un semplice e povero sistema operativo a riga di comando, il famoso Dos e la Xerox costruiva sistemi destinati alle aziende o comunque non alla gente comune).
Lisa era dotato di processore Motorola 68000, 1 MB di RAM e due floppy disk drive da 5,25" chiamati "Twiggy" in grado di memorizzare fino a 871 KB. Poteva inoltre utilizzare un hard disk esterno da 5 MB disponibile opzionalmente, il ProFile, originariamente progettato per l'Apple III. Il sistema operativo del Lisa era il Lisa OS. Il Lisa OS era dotato di multitasking cooperative e supportava la memoria virtuale. Caratteristiche avanzate per l'epoca, e forse anche per loro colpa il Lisa era un computer lento (il Macintosh per la memoria virtuale dovrà attendere anni come anche per il multitasking cooperative, presente dalla versione 6 del Mac OS). Concettualmente il Lisa ricorda lo Xerox Star, nel senso che entrambi erano macchine progettate per l'ufficio, e entrambi sono dotate di interfaccia grafica a icone. Il Lisa aveva due modalità di lavoro, il LisaOS e il Workshop.
Il Lisa è stato il più grosso fallimento commerciale dell'Apple dai tempi dell'Apple III. I potenziali utenti ritenevano il Lisa una macchina troppo costosa e relativamente lenta e quindi si rivolgevano alle macchine prodotte da IBM e dai concorrenti che sebbene fornissero un'interfaccia molto più ostica e fossero più limitate costavano molto meno. La definitiva morte del Lisa la si è avuta nel 1984 con la presentazione del Macintosh che era dotato dell'interfaccia a icone e del mouse. Gli utenti non riuscivano a percepire la superiorità del Lisa rispetto al Macintosh dato che per gli utenti memoria virtuale e multitasking erano parole senza senso. Il Lisa è un classico esempio di un prodotto troppo in anticipo per i suoi tempi. Apple rilasciò altre due versioni del Lisa, chiamate Lisa2 e Macintosh XL, quest'ultima versione era in grado, attraverso un emulatore, di far funzionare i programmi Macintosh sul Lisa. La linea del Lisa venne dismessa nell'Agosto del 1986.
A quei tempi 96 KB di memoria RAM venivano considerati una stravaganza e superflui per la maggior parte degli usi. La generosa dotazione del Lisa venne vista come uno spreco di risorse e la sua generale lentezza non facilitò la vita della macchina, dato che un utente che spende 10.000 dollari si aspettava una macchina velocissima, non una macchina avveniristica nella concezione ma lenta nella pratica quotidiana.
Sebbene sia stato un insuccesso commerciale il Lisa ha fatto molto parlare di sé. Era troppo costoso per una elevata diffusione ma per un certo periodo quasi ogni grande società decise di dotare i suoi uffici principali di uno o due Lisa in condivisione per gli impiegati. Sebbene il software disponibile per il Lisa non fosse moltissimo, se utilizzato in congiunzione con una stampante ad aghi permetteva di realizzare delle relazioni e dei documenti dotati di una impaginazione e di una grafica quando i programmi per gli altri computer non consentivano di fare niente di tutto questo.
Il Lisa veniva utilizzato principalmente per impaginare i documenti. Nonostante molti utenti lo utilizzassero, il numero di computer effettivamente venduti fu molto ridotto. Questi utenti si abituarono però a utilizzare le interfacce a icona e quando fu disponibile il Macintosh lo accolsero a braccia aperte, dato che forniva una interfaccia grafica a un prezzo accessibile.

domenica 18 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 1983, a 30 anni dalla sua morte, il Comitato Internazionale Olimpico restituì ai suoi familiari le medaglie olimpiche di Jim Thorpe, definito da alcuni il più grande atleta del ventesimo secolo.
James Francis Thorpe nacque presumibilmente (non c'è certezza) il 28 maggio 1887 in un monolocale di Prague, Oklahoma. Gli diedero i natali Hiram Thorpe, un contadino, e Mary James, una nativa americana della tribù Pottawatomie, discendente dell'ultimo grande capo dei Sauk Falco Nero. Jim nacque in un parto gemellare, ma suo fratello Charlie morì a nove anni. Il suo nome indiano era "Wa-Tho-Huk", traducibile come "percorso luminoso", un nome che divenne un destino per Thorpe.
Nel 1904 Thorpe iniziò la scuola in Pennsylvania, alla Scuola Indiana Industriale Carlisle, che gli diede l'opportunità di avvicinarsi allo sport. Cominciò giocando a football e a fare atletica leggera, fino a giungere in prima squadra nel 1910.
A 24 anni Thorpe partecipò con il team olimpico americano alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912, dove trionfò nel Pentathlon e nel Decathlon stabilendò record che furono battuti solo decadi più tardi. Fu lo stesso re Gustavo V di Svezia a voler medagliare Jim, dicendogli appunto le parole che gli restarono accanto per il resto della vita: "voi siete il più grande atleta del mondo"; Thorpe, rispose semplicemente "Grazie maestà".
Le medaglie olimpiche di Thorpe gli furono revocate nel 1913 quando il comitato olimpico seppe che aveva giocato due stagioni semiprofessionistiche a baseball. Thorpe si difese dicendo che aveva giocato per il piacere del gioco e non per il danaro, ma il comitato, irremovibile, decise che la sua attività nel baseball gli aveva consentito una preparazione atletica che gli altri atleti dilettanti non avevano potuto avere. Il suo nome fu tolto dal libro dei record e le medaglie ritirate.
In seguito Thorpe cominciò nel 1915 a giocare a baseball per i New York Giants, e dal 1917 per i Cincinnati Reds, terminando la sua carriera nel 19 per i Boston Braves.
Negli stessi anni in cui giocava professionalmente a Baseball, non disdegnò anche il football professionistico, giocando per gli Ohio Bulldogs e i Cleveland Indiana fino al 1921. Successivamente si mise ad allenare e a tentare di creare una associazione di football professionistico, quella che molti anni più tardi si evolse nella attuale NFL.
Il vulcanico Jim non si limitò a questo: lavorò come comparsa nei film, si occupò dei parchi pubblici di Chicago, e si battè per i diritti dei nativi americani.
Thorpe morì il 28 marzo 1953 per un attacco di cuore. Il New York Times gli dedicò tutta la prima pagina nel suo ricordo, asserendo che Thorpe "fu un fantastico atleta. Aveva la forza, la velocità e la coordinazione dei migliori giocatori, unite a una incredibile resistenza. La perdita delle medaglie di Stoccolma a causa di cavilli ha oscurato buona parte della sua carriera e avrebbe dovuto essere corretta molto tempo fa. La sua memoria dovrebbe essere mantenuta per ciò che merita, il più grande e completo atleta del nostro tempo".
Nel 1983, oltre alla restituzione delle medaglie, il suo nome fu nuovamente inserito negli annali olimpici.

sabato 17 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 gennaio.
Il 17 gennaio 1966 un bombardiere Usa B52 si scontrò nel cielo di Palomares, in Spagna, con un aereo cisterna che avrebbe dovuto rifornirlo in volo, e lasciò cadere 4 bombe atomiche da 1,5 megatoni, due a terra e due in mare. Fortunatamente nessuno degli ordigni atomici esplose, ma le due bombe atomiche cadute a terra seminarono plutonio radioattivo, contaminando una vasta area. In tre mesi vennero raccolte 1.400 tonnellate di terra e vegetazione radioattiva che furono portate negli Stati Uniti. Mentre i militari statunitensi erano forniti di tute protettive, gli spagnoli continuarono a vivere tranquillamente e a coltivare i terreni. Un monitoraggio effettuato nel 1988 su 714 abitanti ha rivelato in 124 di loro una concentrazione di plutonio nelle urine di gran lunga superiore ai livelli normali.
Solo recentemente, e in particolare dopo che Wikileaks ha pubblicato tutta una serie di missive riservate che indicano che il Pentagono sa bene il grado di pericolosità per la popolazione dovuto alla perdita di plutonio oltre 50 anni fa, il governo degli Stati Uniti, coordinandosi con il governo spagnolo, ha provveduto ad una bonifica del territorio di Palomares, nel 2023.

venerdì 16 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 gennaio.
Il 16 gennaio 1547, all'età di 16 anni, Ivan Vasilyevich viene incoronato imperatore di Russia, e fu il primo ad utilizzare il termine zar. Ivan diverrà noto in Occidente con l'aggettivo "terribile".
Al momento dell'incoronazione si rivela intelligente ed ambizioso, al punto da affermare che, globo e scettro, simboli del potere, provengono da Costantinopoli giustificando così la sua decisione di assumere il titolo di zar ossia Cesar (Imperatore).
I primi anni del suo regno sono caratterizzati, comunque, dalla pace e dalle riforme volte a modernizzare lo stato. Viene rivisto il codice penale, creato un esercito stabile, convocato lo Zemsky Sobor (assemblea dei rappresentanti delle classi sociali) e viene definita la subordinazione della chiesa allo stato creando un complesso sistema di rituali e regole.
Ivan crea nuovi contatti commerciali, aprendo ai mercanti inglesi il porto di Archangel sul Mar Bianco ed ingrandisce lo stato annettendo i khanati di Kazan ed Astrakhan (nati dalla dissoluzione del Khanato dell'Orda d'Oro). La presa di Kazan viene commemorata da Ivan IV con l'erezione della cattedrale di San Basilio a Mosca.
La prima parte del regno di Ivan IV non è solo caratterizzata da aspetti positivi: infatti è di questo periodo la promulgazione delle prime leggi che restringono la libertà di spostamento dei contadini, leggi che daranno poi origine alla servitù della gleba.
Nel 1564 viene formata l'Oprichnina, sostanzialmente l'insieme delle terre che non sono sottoposte al controllo dei signori feudali (boiardi) ma solo dello Zar; queste terre vengono governate dagli Oprichniks, funzionari scelti dallo zar.
In pratica si tratta di uno stato nello stato. Il sistema è visto come uno strumento di antagonismo contro il potere dei feudatari ereditari, che si oppongono al governo assolutista dello zar.
In breve tempo gli Oprichnicks si evolvono in una forza militare al diretto servizio di Ivan (gli "strelizzi").
La seconda metà del regno di Ivan IV è più povera di successi e segnata dalle tragedie.
La guerra, inizialmente vittoriosa, scatenata per l'espansione del controllo sui mari, si trasforma in un interminabile conflitto con svedesi, lituani, polacchi e cavalieri teutonici di Livonia. Per ventidue anni la guerra consuma risorse, danneggiando la Russia, sia dal punto di vista economico, che militare, senza portare alcun vantaggio territoriale.
Il miglior amico e consigliere di Ivan, il principe Andrei Kurbsky, defeziona e fugge in Polonia. Nello stesso periodo la prima moglie di Ivan, una delle poche persone di cui si fidasse completamente, muore assassinata dai boiari. Anche Ivan rischia la morte a causa di una malattia.
Questo insieme di situazioni aumenta la tensione mentale di Ivan portandolo a diventare squilibrato e violento. Gli Oprichniks gli sfuggono di mano diventando un potere, quasi criminale, a sé.
Ivan ordina l'uccisione di molti nobili e contadini, introducendo la coscrizione obbligatoria per rinsaldare l'esercito che combatte in Livonia. Spopolamento e carestie si susseguono. Quelle che erano state le più ricche zone della Moscovia diventano le più povere.
A causa di una disputa con la repubblica di Novgorod, Ivan ordina agli Strelizzi di massacrare la popolazione della città. Si dice che i morti furono tra i trentamila e i quarantamila anche se,a livello ufficiale, si contarono 1500 caduti tra i nobili e lo stesso numero tra la gente comune.
La tradizione vuole che, nel 1581, in uno scatto d'ira, lo zar uccida accidentalmente suo figlio Ivan Ivanovich. Le vere cause della morte del figlio Ivan IV sono attualmente argomento di discussione tra gli storici.
Questo ultimo evento è rappresentato nel famoso dipinto di Ilya Repin Ivan il Terribile uccide suo figlio.
Verso l'inizio del 1584 Ivan IV si ammalò gravemente e, capendo che oramai era in punto di morte, chiamò a sé il debole e forse ritardato mentale figlio Fëdor, nominandolo proprio erede al trono. Gli raccomandò di governare con giustizia e saggezza e di evitare in ogni maniera la guerra, perché la Russia non era pronta per un conflitto. Con il timore della morte Ivan IV cercò il perdono divino, e quindi prese gli ordini monastici con i quali si sentiva certo di espiare tutti i suoi peccati.
Credenza popolare vuole che Ivan sia morto mentre giocava a scacchi, molto probabilmente con la sua guardia del corpo Bogdan Belskij, il 18 marzo 1584.Quando la tomba di Ivan fu aperta per una serie di restauri voluti dal governo sovietico negli anni Sessanta del XX secolo, le sue ossa furono analizzate e fu scoperto che le stesse contenevano una quantità di mercurio tale da far ritenere con buona probabilità che il sovrano fosse stato avvelenato. I sospetti degli storici moderni ricadono sui suoi consiglieri Fëdor Belskij e Boris Godunov (che divenne Zar nel 1598). Tre giorni prima, infatti, Ivan aveva cercato di stuprare Irina, sorella di Godunov e moglie di Fëdor. Le urla della donna attirarono Godunov e Belskij che, dopo essere stati testimoni di tale evento, dovettero considerarsi vicini alla morte, nonostante Ivan avesse nel frattempo lasciato scappare la donna. La tradizione riferisce che entrambi avvelenarono o strangolarono lo Zar temendo per le proprie vite. Il mercurio trovato potrebbe essere tuttavia stato utilizzato dal sovrano per un trattamento contro la sifilide, di cui voci di corte ritenevano Ivan affetto.
Il primo Zar giocò un ruolo molto importante nella storia della Russia, riuscendo a sopprimere i khanati tartari ed espandendo i territori della Moscovia. Iniziò inoltre una politica di apertura verso l'Europa, tentando di far uscire la Russia dal suo isolamento: tale politica sarà portata avanti dai suoi successori.
Dopo la morte di Ivan IV la Moscovia, indebolita e devastata, passò in eredità al figlio Fëdor I, le cui cagionevoli condizioni di salute e il proprio stato mentale alterato gli impedirono di affermare la propria personalità di sovrano e di sviluppare una politica autonoma.

giovedì 15 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 gennaio.
Il 15 gennaio 1974 sulla rete televisiva americana ABC debutta un telefilm che diventerà uno dei più visti negli Stati Uniti, in Italia e in moltissimi paesi del mondo: Happy Days.
Siamo nel 1970. Gli Stati Uniti hanno il grosso problema della guerra del Vietnam e dell’inflazione. Una notevole irrequietezza serpeggia nel mondo studentesco. La vitalità degli Stati Uniti è in declino: il paese si trova in uno stato di tensione politica, economica e culturale.
Uno degli effetti immediati è stato quello di uno spostamento degli interessi nell’ambiente letterario, musicale e cinematografico verso i tempi che apparivano più tranquilli, o per lo meno più comprensibili. E un revival degli anni ’50 rientra in questa forte tendenza "nostalgica": buona parte delle popolazione americana sembra trovare "rassicurante" l’innocenza degli anni ’50.
Fu così che Garry Marshall si mise all’opera e inventò la famiglia Cunningham, il tipico, simpatico nucleo di personaggi su cui si impernia Happy Days. Da qui nacque il prototipo di mezz’ora "A new family in town", con Ron Howard, Anson Williams e Marion Ross. Tutti i personaggi erano gli stessi della trasmissione attuale, ad eccezione di Fonzie, la cui personalità non rientrava certo in quello che Marshall definiva "un simpatico, caldo quadretto di vita familiare".
Comunque l’esito di questo primo film fu piuttosto deludente per Marshall: il suo prototipo non suscitò un particolare interesse nella ABC, che alla fine lo usò per un episodio della serie "Love, american style", e poi lo archiviò. Con il passare del tempo però la nostalgia per gli anni ’50 cominciò a prendere sempre più piede: il musical di Bradway "Grease", ambientato appunto in quegli anni, aprì un nuovo filone di successo, e il film "American graffiti" fu accolto entusiasticamente sia dal pubblico sia dalla critica. Il fatto che Ron Howard figurasse anche nel cast di "American graffiti" contribuì a creare l’idea sbagliata che Happy Days fosse stato all’origine del revival in campo cinematografico. Questo non è esatto, in quanto Happy Days nacque sull’onda del successo di "America graffiti"- anche se, per la cronaca, va ricordato che il film era pur stato preceduto dal prototipo di HD.
Il successo di queste due produzioni (per non parlare del revival del rock ‘n roll anni ’50 attuato dal complesso Sha Na Na) gettò una nuova luce sulla idea iniziale di Happy Days: la ABC si rese finalmente conto della possibilità di successo commerciale implicita in un ritorno agli anni ’50, e prese di nuovo contatto con Marshall a questo proposito. Secondo Marshall la ABC era entusiasta di realizzare Happy Days, ma a condizione che fossero apportate alcune aggiunte e certe modifiche: prima di tutto temeva che il telefilm originale fosse un po’ troppo melenso e meno divertente di quanto avrebbe potuto essere sulla carta.
Tenendo come punto di riferimento il film "American graffiti", la rete televisiva intuiva l’opportunità di inserire il tema della "bande" giovanili in una trasmissione essenzialmente imperniata su una famiglia borghese. Effettivamente questo aspetto degli anni ’50 faceva parte integrante del periodo rappresentato, ma Marshall aveva delle riserve. "Quando me l'hanno proposta, la cosa mi ha lasciato perplesso. Me ne sono tornato a casa e ho deciso che l’introduzione di una banda non sarebbe andata bene. Comunque avevo l’impressione che Einser avesse ragione, sotto un certo punto di vista: la trasmissione aveva realmente bisogno di qualcosa di diverso e di vivificante. Perciò invece di introdurre una banda di ragazzi ho pensato di creare un personaggio che rappresentasse un tipo di ragazzo "diverso", quello che non ha fatto il liceo.
Così, in collaborazione con Tony Miller e Ed Milkis, che già avevano collaborato al primo telefilm, Marshall iniziò un lavoro di revisione. Oltre ad introdurre l’elemento della banda in forma attenuata (cioè il personaggio di Fonzie), ridisegnò il locale di Arnold’s e aggiunse molte altre figure di ragazzi.
Fin dal principio Marshall aveva ben chiara nella mente la linea tematica da seguire. Benché molti abbiano creduto (e credano tuttora) che la chiave di Happy Days sia essenzialmente nostalgica, la realtà è diversa: alla base degli elementi superficiali degli anni ’50 c’è il desiderio di Marshall di esplorare e analizzare i problemi tipici degli adolescenti. L’aspetto nostalgico può esser considerato incidentale, una nota di colore per caratterizzare un certo ambiente. A parte l’interesse personale di Marshall per questo periodo, l’ambientazione negli anni ’50 risultava anche obiettivamente conveniente: in un certo senso l’elemento "anni ‘50" consentiva all’autore di sviluppare il tema che gli stava a cuore evitando però quegli aspetti tipici della gioventù contemporanea che sarebbero stati necessari per creare un certo realismo, ma che difficilmente sarebbero stati accettati sia dalla rete televisiva sia, presumibilmente, dal pubblico.
Nello sviluppo della tematica della trasmissione l’interesse è stato concentrato essenzialmente su due problemi tipici degli adolescenti: il primo riguarda i loro rapporti con le ragazze, e questo spiega la continua aspirazione di Richie, Potsie e Ralph ad abbordare le ragazze e la continua funzione di "maestro" che ha Fonzie per quanto riguarda la "tecnica" di abbordaggio. Il secondo problema riguarda il dubbio angoscioso: "Non sarò un vigliacco?"
In definitiva i grandi temi attorno cui ruotano i vari episodi si possono ridurre a tre categorie: il Grande Fonzie, la famiglia Cunningham e i momenti di riflessione.
Una volta fissati i temi e le varie vicende, Marshall rivolse la propria attenzione alla scelta del cast. Un bel giorno Tom Miller- a cui era stata devoluta in gran parte la responsabilità di questa fase organizzativa- si presentò a Marshall con la soluzione di quello che stava diventando un vero problema: la scelta dell’attore che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Fonzie. Miller era eccitatissimo- "L’ho trovato! Non è esattamente come se lo immagina lei.. è meno grande e grosso.. ma ha gli occhi e la voce giusti. Ed è l’unico che li abbia". Il candidato era Henry Winkler.
Marshall aveva fiducia in Miller e ben presto si trovò a condividere il suo entusiasmo. Quando poi vide personalmente Winkler, si convinse definitivamente dell’opportunità della scelta. Quello che gli aveva detto Miller corrispondeva alla realtà: Henry Winkler era un Fonzie perfetto.
La scelta delle attrici che avrebbero dovuto interpretare le parti di Joanie e Marion Cunningham invece si dimostrò di tutto riposo: Marion Ross era l’interprete ideale, ed Erin Moran aveva già lavorato con Marshall, "Se era divertente allora, sarà divertente anche adesso" pensò Marshall. Ed ebbe ragione.
Anche Ron Howard gli era già noto dai tempi di "The Andy Griffith show". Ai suoi occhi aveva il doppio merito di rappresentare il tipico ragazzo americano e di essere estremamente divertente. Benchè ad un certo punto fosse sorto qualche dubbio sulla sua scelta per la parte di Richie in quanto aveva un’aria "troppo normale", fu proprio quella sua aria da "bravo ragazzo" che , alla fine, gli fece guadagnare la parte nella serie.
Per la parte di Potsie Weber, Marshall propendeva per un attore con i capelli scuri, che contrastassero con quelli rossi di Ron Howard. Inoltre voleva un tipo simpatico "che sapesse far sorridere il pubblico". E anche questa volta Tom Miller trovò il candidato giusto. Anson Williams aveva già un’esperienza televisiva alle spalle (un’ottima prova sfruttata da Marshall per dissipare i dubbi della rete televisiva sulla sua candidatura), e benché i suoi precedenti di attore non fossero straordinari, lavorava così bene con Ron Howard che ebbe la parte. Comunque c’era un altro giovane attore che avrebbe avuto ottimi numeri per aspirare alla parte di Potsie: Don Most. Il suo unico handicap erano i capelli rossi, però aveva già dato prova di saper far sorridere, e Marshall ci pensò a lungo…. Most poteva essere una scelta sicura per la rete televisiva. Quel che accadde in seguito fu una grossa prova di fiducia nel talento ancora pressoché sconosciuto del giovane attore: Marshall gli creò su misura la parte di Ralph Malph.
Il problema più difficile si presentò per la scelta di Howard Cunningham. Harold Gould aveva già sostenuto la parte nel prototipo televisivo della serie, ma al momento era già impegnato nella lavorazione di un altro film. Secondo le parole di Marshall la produzione cercava un tipo di padre "tutta saggezza", ma Marshall era altrettanto deciso nel volere un Howard Cunningham vulnerabile e realistico. "Un padre meraviglioso che sa sempre tutto non avrebbe funzionato- sosteneva Marshall.- Io lo so che cosa fa sorridere e so che uno stereotipo simile non avrebbe strappato neanche mezzo sorriso. Perciò ho detto alla rete televisiva: ‘Onestamente non mi ricordo che mio padre fosse un genio simile, quando ero un ragazzo, e voglio un padre credibile, non un fenomeno!’".
Nel frattempo Miller e Marshall avevano trovato Tom Bosley, un Howard Cunningham ideale, ma quanto di più diverso si potesse concepire dall’immagine che se ne era fatta la produzione. Alla ABC dissero a Marshall: "No, questo Tom Bosley non va proprio. Non ha l’aria del padre, sembra un padre normalissimo". Bene, questo era esattamente quello che Marsall desiderava. Naturalmente ci fu una gran lotta, ma alla fine la spuntò Marshall (cosa di cui ancora oggi il regista va orgoglioso), in quanto Bosley non solo rappresenta perfettamente il personaggio, ma da anche una certa stabilità al cast che, benché già maturo da un punto di vista professionale, anagraficamente era pur sempre molto giovane. "Ci vuole un veterano per dare coesione al lavoro- sostiene Marshall. –La prima volta che ho visto Tom sono rimasto colpito dalla sua solidità di carattere. E quando si realizza una serie di film, settimana dopo settimana, si ha bisogno di questo tipo di solidità. Ronnie è un ragazzo solido, ma è ancora molto giovane. A noi serviva una roccia come Tom. Devo dire che ci ha aiutato a superare molti momenti difficili".
Happy Days riscosse subito un alto indice di ascolto, battendo altre trasmissioni popolari fin dalla prima settimana: nelle settimane successive poi si trovò a competere solo con Maude, alternandosi al primo posto e con scarti minimi. Una cosa era certa: Happy Days era l’unico spettacolo che fosse mai stato in grado di tener testa a Maude. Tanto è vero che la CBS decise di spostare Maude in un altro orario e di sostituirlo con una serie che veramente potesse competere con Happy Days, più o meno sullo stesso terreno, dando la possibilità a Maude di dominare incontrastata l’orario che le era stato riservato. Fu così che andò in onda la serie Good Times, che si dimostrò subito più valida e, con le sue trovate divertenti e le sue battute frizzanti, superò presto il successo di Happy Days.
Per Happy Days quella fu una stagione di grande tensione: in poche settimane la serie aveva toccato le vette del successo ed era stata battuta; ma non tutto era perduto. D’altronde Marshall stesso riconosce che, essendo stata fatta partire in ritardo sulla stagione televisiva, la serie era stata preparata in modo affrettato, quindi alcuni episodi risultavano un po’ approssimativi. Il rimedio era chiaro: bisognava rendere Happy Days più divertente, se lo si voleva far competere con Good Times. A questo scopo vennero effettuate due importanti modifiche. In primo luogo, in base al principio secondo cui l’umorismo può essere meglio controllato negli interni, Marshall ridusse il numero delle riprese in esterni. In secondo luogo si cominciò a girare alla presenza di un pubblico.
La ragione è molto semplice: gli attori recitano meglio di fronte a spettatori in carne ed ossa, che davanti alla freddezza delle telecamere, e gli autori dei testi, attraverso lo stimolo e le reazioni del pubblico, sono spinti ad essere più spiritosi. La nuova tattica funzionò: nella seconda serie (che è in realtà la prima vera serie), Happy Days cominciò ad ottenere un indice di gradimento sempre più alto, sino a raggiungere e superare quello di Good Times e a dominare incontrastata la propria fascia oraria. Secondo Marshall la ABC era ancora preoccupata che Fonzie fosse troppo duro, ma poiché lo spettacolo aveva un gran successo non poté più muovere obiezioni.
Comunque fu solo alla terza serie che la trasmissione compì un giro di boa: a poco a poco Fonzie aveva fatto breccia nel cuore degli spettatori, tanto da diventare il punto focale del loro interesse per la trasmissione. La ABC se ne rese conto e decise di sfruttare la cosa: non era difficile prevedere che Fonzie sarebbe diventato ancora più popolare nella terza serie, e con lui anche Happy Days. La parola d’ordine fu allora: "dare più spazio a Fonzie".
Senza dubbio Marshall sentiva molto questo personaggio in continuo sviluppo- non solo era cresciuto con dei ragazzi simili a lui, ma aveva anche dovuto combattere per mantenere l’integrità della sua fisionomia- però in lui la vena creativa era più forte della vena sentimentale; e anche se Fonzie non era stato concepito come il protagonista di Happy Days (benché la sua personalità fosse determinante ai fini tematici ed umoristici della trasmissione), e anche se nei suoi progetti per la terza serie non rientrava una posizione di primo piano per il personaggio di Fonzie, in pratica si vide costretto ad apportare delle modifiche in questa direzione.
Come gli era già capitato molte volte, il creatore di Happy Days si trovò nuovamente di fronte al dover affrontare il compito arduo di modificare l’impostazione della trasmissione. Il problema era ovviamente quello di aumentare la presenza in scena di un personaggio che spesso non aveva strettamente a che fare con la scena rappresentata. Fondamentalmente si trattava di impostare una nuova tattica da far seguire agli sceneggiatori che collaboravano con lui.
Analogamente si presentò la necessità di apportare anche un’altra variazione: Marshall si rendeva conto che il pubblico di Happy Days stava cominciando a vedere Fonzie più come un eroe che come un duro, quindi bisognava modificare la sua figura in questo senso, modificandone essenzialmente le azioni. Inoltre se il pubblico voleva un eroe bisognava introdurre anche uno strumento che gli consentisse di realizzare delle azioni eroiche, e la scelta cadde su uno strumento alquanto fragoroso: la sua moto. Fu così che nacque il "Fonzie senza paura" del primo episodio, in cui appunto Fonzie esegue con la moto un memorabile salto dei bidoni della spazzatura. Ed è significativo il fatto che questa impresa venga compiuta dall’eroe, per dimostrare il proprio coraggio; seguendo fedelmente il tema originale di Happy Days, l’eroismo di Fonzie in questo episodio altro non è che un espressione del classico problema adolescenziale "non sarò un vigliacco?".
La storia di Happy Days è nota a tutti e, come si sa, ruota in gran parte attorno al "culto di Fonzie". La serie televisiva ha raggiunto vertici di ascolto incredibili: in base alle statistiche risulta che all’ora della trasmissione il 29% di tutti i televisori americani esistenti- sia accesi che spenti- e il 43% di quelli accesi era sincronizzato su Happy Days: una percentuale da primato! Durante la stagione 1975-76 la popolarità di Happy Days non è stata oscurata da nessun altro programma, ad eccezione della serie affine Laverne & Shirley, che comunque la batteva di una sola lunghezza.
Il 19 agosto 2008 la città di Milwaukee ha celebrato il personaggio di "Fonzie", e gli ha dedicato una statua in bronzo con le fattezze del protagonista del telefilm. Henry Winkler era presente alla cerimonia con tutta la sua famiglia "reale" e la sua famiglia "televisiva" di Happy days.

mercoledì 14 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 gennaio.
Il 14 gennaio 1858 il repubblicano Felice Orsini attentava alla vita dell'imperatore di Francia Napoleone III.
Nato a Meldola il 10 dicembre 1819, fin da piccolo dimostrò un'indole violenta, arrivando ad uccidere a soli 17 anni un uomo di fiducia dello zio con due colpi di pistola, presumibilmente per rivalità in amore.
Successivamente si dedicò quasi completamente all'attività di rivoluzionario, sposando le tesi mazziniane. Fu condannato all'ergastolo per aver fondato una società segreta repubblicana, ma fu liberato per l'amnistia di Pio IX.
Dopo vari tentativi insurrezionali, tutti falliti, fu arrestato dagli austriaci e rinchiuso nel carcere di Mantova, famoso per la sua inespugnabilità.
Orsini fu protagonista di una rocambolesca fuga, nella notte tra il 29 e il 30 marzo 1856, grazie all'aiuto della facoltosa Emma Siegmund, che riuscì a corrompere i carcerieri e ad accompagnarlo in carrozza fino a Genova, da dove s'imbarcò per l'Inghilterra.
L'evasione da una delle fortezze del Quadrilatero, ritenute simboli della potenza austriaca nel Lombardo-Veneto, venne subito ripresa dalla stampa di tutta Europa, anche per l'incidente occorso ai fuggitivi che si tramutò in occasione di scherno verso il proverbiale rigore asburgico. Infatti, l'immediata inchiesta ordinata personalmente dal generale Radetzky, oltre alle complicità interne ed esterne al carcere, appurò che la carrozza con a bordo Orsini e la Siegmund ruppe il timone nel cremonese, davanti al posto di polizia austriaco della fortezza di Pizzighettone. I due vennero soccorsi dai gendarmi che provvidero a sostituire il timone rotto con uno nuovo, preso dai magazzini della fortezza. Dell'episodio si venne a conoscenza per il fatto che la Siegmund, presentatasi con il falso cognome di O'Meara, lasciò una somma per pagare il timone, ma la cosa non era prevista dai regolamenti militari. Il responsabile della contabilità, quindi, inviò un dettagliato rapporto all'amministrazione di polizia per sapere in quale capitolo potesse imputare l'entrata, così svelando che la fuga di Orsini era stata ingenuamente favorita proprio dalla gendarmeria austriaca. Uno dei secondini corrotti, Tommaso Frizzi, trovato in possesso della forte somma di denaro ricevuta, fu condannato a otto anni di carcere duro.
Nel 1857 Orsini ruppe i legami con Mazzini e cominciò a preparare l'assassinio di Napoleone III. Cause scatenanti dell'odio verso il monarca francese furono l'aver affossato la neonata Repubblica Romana e l'avere rotto il giuramento che lo legava alla Carboneria. Per l'occorrenza progettò e confezionò cinque bombe con innesco a fulminato di mercurio, riempite di chiodi e pezzi di ferro, poi divenute una delle armi più usate negli attentati anarchici, col nome di "Bombe all'Orsini".
Raggiunta Parigi con altri congiurati, tra i quali Giovanni Andrea Pieri, Carlo Di Rudio e Antonio Gomez, la sera del 14 gennaio 1858 il gruppetto riuscì a scagliare tre bombe contro la carrozza dell'imperatore, giunta tra ali di folla all'ingresso dell'opéra di rue Le Peletier. L'attentato provocò una carneficina, con 12 morti e 156 feriti, ma Napoleone fu protetto dalla carrozza blindata e rimase illeso, così come l'imperatrice Eugenia, anche se sbalzata sul marciapiede e completamente coperta dal sangue delle vittime. Orsini e i suoi complici, favoriti dal panico scatenatosi, riuscirono a fuggire, ma vennero arrestati dalla polizia poche ore dopo, nei rispettivi alberghi.
Pur non avendo raggiunto l'obiettivo prefissato, l'attentato di Orsini suscitò un'enorme impressione nell'opinione pubblica, offrendo all'imperatore l'occasione per attuare una fortissima azione repressiva, che portò all'arresto di moltissimi esponenti repubblicani francesi, stroncando così l'opposizione politica al proprio regime.
Nel processo che seguì, Orsini e Pieri vennero condannati a morte in quanto colpevoli di avere attentato alla vita del re, mentre agli altri cospiratori fu comminato l'ergastolo.
Dal carcere, senza chiedere la grazia, Orsini scrisse una lettera al sovrano francese, poi diventata famosa, che concluse così:
« Sino a che l'Italia non sarà indipendente, la tranquillità dell'Europa e quella Vostra non saranno che una chimera. Vostra Maestà non respinga il voto supremo d'un patriota sulla via del patibolo: liberi la mia patria e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno dovunque e per sempre. »
Napoleone III fu favorevolmente colpito da questa lettera e ne autorizzò la pubblicazione; i giornali presentarono Orsini come un eroe. Camillo Cavour, vista la popolarità che aveva raggiunto la missiva, sfruttò la situazione per aumentare la sua pressione politica sulla Francia, ed insistere sui Savoia convincendoli della necessità di togliere ai rivoluzionari l'iniziativa per unificare l'Italia.
Felice Orsini venne ghigliottinato a Parigi, insieme a Pieri, il 13 marzo 1858.

martedì 13 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 gennaio.
Il 13 gennaio 1883 nasce a Roma Ettore Petrolini.
Già nella prima infanzia si esibisce in piccoli siparietti nella bottega del padre e in quella del nonno falegname. Da bambino frequenta piazze e localini che fanno da palcoscenico alle sue esibizioni, espressione solare della sua gran voglia di divertirsi. Passare tanto tempo per strada però gli apre le tristi porte del riformatorio, un’esperienza che lo segna nel profondo e lo porta, appena quindicenne, ad abbandonare la casa paterna per seguire un gruppo teatrale ambulante, con cui tentare la carriera d’attore.
Il suo esordio fu a Campagnano, piccolo centro della provincia romana, col nome d’arte di Ettore Loris, seguito da esibizioni in locali di scarso pregio alternate ad altre nei più rinomati caffe-concerto della capitale, come il Gambrinus. In questi anni di dura gavetta l’artista viene a contatto con un’umanità eterogenea, alla quale si ispira per la costruzione dei suoi particolarissimi personaggi comici, che lo resero tanto celebre.
Nel 1903 conosce la quindicenne Ines Colapietro, che assieme alla sorella Tina cantava al Gambrinus, e con lei, dalla quale avrà anche dei figli, divide la vita e il lavoro per tanti anni. Nel 1907 vengono scritturati per una tournée in Sudamerica (cui ne seguirono altre negli anni successivi), il cui successo fu tale che, al ritorno a Roma, l’artista viene scritturato da Giuseppe Jovinelli per il suo nuovo teatro.
Petrolini diviene popolarissimo, tanto che il Sala Umberto, altro storico teatro romano, paga al Teatro Jovinelli una cospicua penale per poterlo avere per tre anni in esclusiva. Nel 1915 costituisce una sua compagnia di varietà, con la quale mette in scena le prime riviste. Petrolini si rivela non solo un bravo attore, ma anche un prolifico e fantasioso drammaturgo, capace di nobilitare anche creazioni altrui. Alla base del suo repertorio c’è la ‘macchietta’, alla quale dà lustro, creando personaggi ben delineati e di spessore, che diventano punto di riferimento per il teatro comico dell’epoca e non solo. Ricordiamo: ‘Gigi er bullo’, ‘Sor Capanna’, ‘i Salamini’, ‘Fortunello’, tanto amato dai Futuristi, con i quali, seppur burlandosi di loro negli “Stornelli maltusiani”, collabora, come in “Radioscopia di un duetto”, trasposto cinematograficamente nel 1918 da Mario Bonnard, col titolo “Mentre il pubblico ride”, con Petrolini e Niny Dinelli.
Riguardo al suo lavoro diceva: ”Imitare non è un arte perché se così fosse ci sarebbe arte anche nella scimmia e nel pappagallo. L’arte sta nel deformare”. Petrolini infatti è il re dello sberleffo, della burla, della satira pungente, caustica, con la quale condanna ipocrisia e malcostume e non risparmia alcuno, né popolani, né potenti e neppure il regime fascista, che criticò con sapiente sarcasmo, anche con ‘Nerone’. Negli anni venti porta in scena numerose commedie, gli scrittori facevano a gara per scrivergli dei testi; nel 1924 porta in scena il fortunato ‘Gastone’, col quale vuole prendersi gioco di alcuni cantanti dell’epoca, pieni di sé, e di molte star affettate del cinema muto, oramai destinato a morire.
E’ in questo periodo che incontra Elma Crimer, con la quale più tardi convola a nozze. Petrolini è anche scrittore di testi non teatrali e autore e/o interprete di canzoni di successo, che arricchivano i suoi lavori: indimenticabili ‘Una gita ai castelli’, conosciuta anche come ‘Nannì’, e la famosissima ‘Tanto pe’ cantà’, simbolo di una certa romanità, cantata in seguito da tanti artisti, tra i quali una menzione speciale spetta a Nino Manfredi. Con gli anni Trenta arriva il cinema con “Nerone”, di Alessandro Blasetti (1930); “Cortile”, di Carlo Campogalliani (1930); “Il medico per forza”, di (1931). Seguono anche tournée internazionali in Egitto e nelle principali città europee, che porta un certo immalinconirsi delle sue opere, dove mostra una maggiore pietà per le debolezze umane.
Il re del varietà, della rivista, dell’avanspettacolo, il precursore del moderno cabaret, si ritira dalle scene nel 1935 per una grave forma di angina pectoris. Muore il 29 giugno del 1936 a soli 52 anni, senza aver mai perso la verve comica: prima di morire disse “Che vergogna morire a cinquant’anni!”. Con addosso il frac del famoso Gastone, viene sepolto al Cimitero Monumentale del Verano, a Roma, in una cappella purtroppo danneggiata dai bombardamenti del 19 luglio 1943.

lunedì 12 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 gennaio.
Il 12 Gennaio 1997 è avvenuto il primo incidente grave occorso in Italia ad un treno ad alta velocità, il Pendolino ETR 460 n.29, in servizio sulla tratta Milano-Roma come treno 9415: Partito alle ore 12:55 dalla stazione di Milano Centrale con 167 passeggeri a bordo, alle ore 13:10 il treno veniva costretto ad una sosta tecnica per il bloccaggio di una porta guasta ma riprendeva presto la sua corsa. Alle ore 13:26 nell'imboccare la curva di ingresso della stazione di Piacenza, a circa 400 metri dall'asse del fabbricato viaggiatori, la carrozza di testa si ribaltava su un fianco, colpendo poi alcuni pali di sostegno della catenaria e spezzandosi in due; di quelle successive 6 furono trascinate nel deragliamento e solo le ultime due rimasero sul binario. Il bilancio fu molto pesante: morirono i due macchinisti in servizio, due agenti della Polfer, una hostess e tre passeggeri. A bordo del treno si trovava anche il senatore Francesco Cossiga, l'ex-presidente della Repubblica, che uscì illeso dall'incidente.
Le prime notizie diffuse dalla stampa parlarono di eccessiva velocità del treno e giunsero ad attribuire ai macchinisti uno stato di ubriachezza. Tale tesi non ebbe seguito al processo in carenza di elementi probatori.
Alcune associazioni sindacali di categoria ipotizzarono la frattura dell'albero di trasmissione anteriore della motrice di testa, che sarebbe caduto sul binario, impuntandosi e sollevando quindi il veicolo. Il pezzo in questione sul treno incidentato era già stato soggetto a riparazioni ed era in corso presso lo stabilimento di Savigliano una verifica sull'intera flotta di ETR 480. Tuttavia tale causa è stata successivamente esclusa: FIAT Ferroviaria aveva da poco effettuato modifiche agli alberi di trasmissione delle motrici. Inoltre per non rischiare che eventuali rotture di uno degli alberi causassero deragliamenti (fenomeno noto anche come "salto con l'asta"), si decise di ingabbiare gli alberi stessi in una griglia di contenimento in acciaio. Ciò rende impossibile l'impuntamento di tale parte meccanica nel terreno in caso di rottura, per cui l'incidente non può essere attribuito a tale guasto.
La tragedia è stata attribuita all'eccessiva velocità (il rilievo tachigrafico sulla carrozza di testa mostrava oltre 160 km/h in un tratto a limite 105 km/h) del treno in quel punto, l'unico di tutta la linea Bologna-Milano ad avere una forte limitazione di velocità a causa della curva ivi esistente.
L'8 febbraio 2000 furono rinviati a giudizio 25 tra dirigenti e funzionari delle Ferrovie dello Stato per omicidio colposo plurimo: il PM riteneva che la modifica all'impianto automatico di frenata deciso dalla dirigenza fosse una concausa insieme all'errore dei macchinisti. Questo sistema portava automaticamente i convogli che si approssimavano alla stazione di Piacenza a ridurre la velocità a 115 km/h; la modifica decisa dalla dirigenza corresse il meccanismo affinché la velocità venisse ridotta a 180 Km/h. Il 6 marzo 2001 il tribunale di Piacenza assolse gli imputati dalle accuse di omicidio colposo plurimo, lesioni colpose e disastro ferroviario colposo, per non aver commesso il fatto.
L'unica causa dell'incidente fu ritenuta essere l'errore umano dei due macchinisti (entrambi deceduti nel deragliamento).
Oggi i convogli ad alta velocità transitano sulla nuova linea che corre parallela all'autostrada, sulla quale non vi sono curve a raggio stretto e i treni, fatta eccezione per un piccolo tratto nei pressi di Modena nel quale la velocità massima è stabilita a 240 km/h, viaggiano a circa 300 km/h coprendo la distanza Bologna - Milano in 1 ora e 5 minuti. Durante i test di collaudo della linea, svolti il primo marzo 2008, un ETR 500 è transitato sulla linea nel territorio di Fontanellato alla velocità di 355 km/h, raggiungendo l'allora record di velocità ferroviaria italiana.
L'attuale record di velocità ferroviaria italiano è stato stabilito nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2015 durante i test di collaudo della linea ad alta velocità Torino - Milano, durante i quali un ETR 500 è transitato alla velocità di 385,5 Km/h.

domenica 11 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 Gennaio.
L'11 Gennaio 1955 nasce il marchio Autobianchi, per una brillante idea del direttore generale della Bianchi, Ferruccio Quintavalle, di coinvolgere Fiat e Pirelli in un’operazione commerciale che avrebbe dato vita, con i capitali dei tre soci paritetici, ad una nuova produzione automobilistica . La Pirelli allargava così il suo mercato nella fornitura dei propri pneumatici, la Fiat coglieva l’occasione per fabbricare un modello ausiliario ai propri, ma per clienti animati da voglia di distinzione e anche per garantirsi un banco di sperimentazione per soluzioni alternative, senza avere ricadute negative sul proprio marchio, mentre la Bianchi, dividendo con gli altri partner uno sforzo economico che da sola non poteva sostenere, rientrava nel mercato automobilistico dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
La fabbrica sarebbe rimasta a Desio, dove la Bianchi aveva già una struttura idonea di 140.000 metri quadri. Gli stabilimenti, dopo essere stati migliorati e innovati, anche con un sistema pienamente automatizzato di cabine di verniciatura di estrema modernità per l'epoca, sarebbero entrati in produzione con 200 vetture al giorno.
L'Autobianchi, comunque, acquisì formalmente la proprietà dell'industria solo nel 1958, quando l'azienda che fu di Edoardo Bianchi cedette le proprie azioni agli altri due soci e Giuseppe Bianchi si dimise dalla carica di presidente; questa fu assunta da Ferruccio Quintavalle il 28 giugno 1958, mentre l'ingegner Vallecchi divenne direttore generale.
La prima automobile nata da questo connubio derivò dall’assemblaggio di una carrozzeria originale (sotto la supervisione dell’ingegner Luigi Rapi, responsabile del reparto carrozzerie speciali della FIAT) e di una base meccanica di un altro modello prodotto dalla casa torinese, ossia la FIAT 500, il cui gruppo motore - cambio - differenziale era stato progettato da Dante Giacosa. Il motore, posto dietro l’abitacolo, era costituito da due cilindri in linea, di 15 CV.
A questa nuova vettura, contraddistinta con la sigla 110 B, venne imposto il nome di Bianchina, in ricordo della prima auto progettata da Edoardo Bianchi.
Fu ufficialmente presentata il 16 settembre 1957 al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano.
In quell’occasione, assieme a Gianni Agnelli, fecero da padrini Vittorio Valletta, Alberto Pirelli e Giuseppe Bianchi. Si trattava di una berlina convertibile, cioè con tetto apribile, esteticamente più curata rispetto alla cugina “500” e pertanto rivolta ad un pubblico più esigente: carrozzeria bicolore, cromature nelle fiancate e sottoporta, così come cromate erano le coppe delle ruote. Gomme Pirelli a fascia bianca e sbrinatore montati di serie. Prezzo di listino 565.000 lire.
Nel 1958, primo anno di distribuzione, vennero prodotte ben 11.000 Bianchine. Tale successo avrebbe portato in seguito ad una diversificazione dei modelli, facendo nascere negli anni immediatamente successivi la Trasformabile Special, la Cabriolet, la Panoramica, la Berlina 4 posti normale e Special e la versione Furgoncino.
Nel frattempo le vicende della società evolvevano rapidamente. Completato il grattacielo a Milano, la sede venne trasferita in Via Fabio Filzi il 28 aprile 1960.
Nella seconda metà degli anni sessanta la Fiat si trovava a dover affrontare la preoccupante penetrazione nel mercato italiano della Mini che, dopo aver aggirato l'ostacolo dei dazi doganali con la costruzione della vettura presso gli stabilimenti della Innocenti, riscuoteva un notevole successo di vendite tra i giovani e, soprattutto, tra l'utenza femminile.
In quel settore di mercato Fiat disponeva dell'obsoleto modello 850, non in grado di rivaleggiare per immagine e concezione tecnica con la rivoluzionaria utilitaria anglo-italiana; pertanto Dante Giacosa decise di proporre, attraverso la controllata Autobianchi, una vettura di piccole dimensioni, dall'aspetto elegante e dotata della moderna trazione anteriore.
Nacque così il progetto "X1/2", sviluppato come "sperimentazione sul campo" del progetto "X1/4" (la futura Fiat 127).
Per la carrozzeria, in un primo tempo, fu assegnato l'incarico di progettare il modello di forma a Giorgetto Giugiaro, ma il prototipo scaturito non venne giudicato adatto ai gusti dell'utenza femminile ed il compito passò al Centro Stile Fiat. Il progetto bocciato verrà utilizzato, tredici anni dopo, per la Panda.
L'Autobianchi A112 venne presentata nel 1969 al Salone di Torino, ottenendo entusiastici consensi, in particolare tra le categorie d'utenza verso le quali era indirizzata.
Il successo di vendite fu immediato e talmente consistente che, nonostante i continui ampliamenti delle linee di montaggio, per alcuni anni la produzione non riuscì a soddisfare una domanda corposa ed in costante crescita, costringendo gli aspiranti proprietari del nuovo modello a snervanti attese che in molti casi superavano i dodici mesi.
Oltre all'aspetto gradevole ed alla brillantezza delle prestazioni, anche i contenuti costi di acquisto e d'esercizio contribuirono a farne una delle automobili più diffuse e apprezzate da utenti di ogni fascia d'età.
Nella sua lunga carriera la A112 subì molti restyling e miglioramenti, che diedero vita a ben sette serie.
L'Autobianchi Y10 debutta ufficialmente al Salone di Ginevra, nel marzo 1985. La nuova utilitaria ha l'impegnativo compito di sostituire degnamente l'A112 che da quindici anni è presente con successo sulla scena nazionale ed internazionale del mercato automobilistico.
Per rendere meno evidente l'enorme differenza formale fra i due modelli, in seno al Gruppo Fiat – Lancia (l'Alfa Romeo sarebbe stata acquisita dal gruppo torinese soltanto l'anno successivo) viene stabilito che l'A112 resti in listino, parallelamente alla Y10, fin quasi alla fine del 1986. A mettere in comune la Y10 all'A112 c’è solo il marchio, la tipologia strettamente utilitaria delle due automobili e la stessa ambizione di proporsi come automobile “di classe” da città, per questo molto attente a soddisfare le pretese non soltanto di un pubblico femminile sempre più esigente, ma anche di tutti coloro che vedono l'automobile utilitaria non soltanto come una “scatola” con cui destreggiarsi il più abilmente possibile in mezzo al traffico cittadino, ma come qualcosa di appagante, in termini di design, prestazioni e comfort.
Nel 1992 quando lo stabilimento di Desio venne definitivamente chiuso la produzione della Y10 venne trasferita nell'impianto Alfa Romeo di Arese dove rimase fino al 1995 quando terminò definitivamente.
Nel 2002 ha avuto inizio lo smantellamento totale dell'area dell'ex stabilimento di Desio, concluso nel luglio 2003 con l'abbattimento della torre piezometrica, ultimo simbolo dell'ex-capitale dell'auto lombarda.

sabato 10 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 gennaio.
La notte del 10 gennaio del 49 a.C. Giulio Cesare, che da diversi giorni era accampato ai confini tra la Gallia Cisalpina e la Repubblica Romana, nei pressi dell'odierna Gatteo, decise di attraversare con l'esercito il fiume Rubicone pronunciando, secondo la tradizione, la frase "Alea iacta est", ossia "il dato è tratto".
Cesare aveva l'anno prima terminato vittoriosamente le guerre galliche alla testa del suo esercito. Il Senato romano gli aveva imposto di liquidarlo e di tornare a Roma. Il generale temeva il complotto ai suoi danni e titubò, rimanendo appunto accampato nei pressi del confine, ma senza attraversarlo, poichè era vietato entrare nel territorio romano con un esercito armato.
Dopo alcuni indugi finalmente Cesare si decise ad entrare in Roma con i suoi 50000 uomini e dunque a sfidare apertamente il Senato romano, da cui la famosa frase, a significare che ormai la partita era in corso e non poteva più essere fermata. La guerra civile che ne seguì decretò la fine della repubblica e l'inizio dell'Impero.
Va citata curiosamente la controversia secolare riguardande l'identificazione del corso d'acqua effettivamente attraversato da Giulio Cesare.
Il Pisciatello e il Rubicone infatti possono essere confusi facilmente in quanto le loro sorgenti hanno origine nella stessa area montana e i fiumi scendono in valli parallele per sfociare in mare nella zona di Gatteo.
Va detto che il Rubicone mutò diverse volte il suo corso per cause naturali e per questo motivo non è oggi possibile affermare quale fosse il vero Rubicone attraversato da Cesare. Straripamenti e piene infatti modificarono, presso la frazione di Calisese, l'alveo, portandolo a confluire nel Pisciatello. Il vecchio letto del Rubicone venne ribattezzato Rigoncello. Non si sa con esattezza se Cesare abbia oltrepassato l'attuale Rigoncello, l'attuale Pisciatello, o l'attuale Rubicone, che scorre a Savignano e che un tempo si chiamava Fiumicello.
A tutt'oggi non si è ancora venuti a capo della controversia sulla reale identificazione del fiume, e diversi paesi della provincia di Forlì-Cesena ne reclamano la paternità in base a prove e documenti di diversa entità e che identificano l'originario Rubicone, molto probabilmente, con quello che oggi le carte chiamano Pisciatello.

venerdì 9 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 gennaio.
Il 9 gennaio 1960 iniziò la costruzione della diga di Assuan, un'opera immensa lunga 3600 metri e larga 980 metri alla base e 40 sulla sommità, per un'altezza di 111 metri. Il lago artificiale che ha formato, il Lago Nasser, ha una superficie di circa 6000 chilometri quadrati, è lungo 480 km e largo fino a 16 km e contiene tra i 150 e i 165 km cubi di acqua.
La decisione da parte delle autorità egiziane di costruire la diga mise in forte allarme gli egittologi di tutto il mondo, preoccupati del disastro che il lago avrebbe creato ai monumenti e alle tombe. Così dal 1960 l'UNESCO lanciò una enorme campagna per salvarli, creando equipe provenienti da tutto il mondo. La maggior parte dei monumenti sono stati letteralmente smontati e rimontati pezzo per pezzo in luoghi sicuri, come il celebre tempio di Ramsete II ad Abu-Simbel, o il tempio di Iside nell'isola di Philae. Per ringraziarli dell'enorme sforzo compiuto, il governo egiziano donò alcuni dei monumenti salvati ai vari paesi che avevano collaborato all'impresa titanica. E' il caso ad esempio del tempio di Ellesija, ora conservato al Museo egizio di Torino, donato all'Italia.
La diga fu completata 10 anni più tardi; grazie ad essa viene prodotta circa la metà del fabbisogno elettrico del paese, tuttavia non mancano i problemi prodotti da questa così forte variazione di un ambiente rimasto invariato per migliaia di anni: diverse specie migratorie, sia ittiche che aviarie, hanno cessato di riprodursi lungo il Nilo; con la diminuzione della forza delle acque del fiume, si è avuta una forte salinizzazione delle acque del delta (il Mar Mediterraneo si insinua lungo il Nilo) rendendo sterili le terre nei dintorni; la mancanza stessa delle alluvioni periodiche non porta più il fertile limo nei campi allagati, impedendo ciò che era il vanto dell'Egitto dell'antichità, ossia i 3 raccolti di grano all'anno, a tal punto che i romani chiamavano l'Egitto "il granaio d'Europa"; aumento del livello delle acque freatiche nei campi vicini al fiume con conseguente ristagno idrico (che a sua volta provoca la diffusione di patogeni fungini); aumento di rischi sanitari visto che i canali di irrigazione e le rive del lago Nasser sono l'habitat ideale di animali che trasmettono malattie come la zanzara Anopheles che trasmette la malaria e alcune lumache che diffondono il parassita della bilharziosi.
Ancora oggi qualcuno sostiene che il gioco non sia valso la candela.

giovedì 8 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 gennaio.
L'8 gennaio 1992 George Bush Senior stava partecipando ad un evento di stato per 135 diplomatici presso la residenza del primo ministro Giapponese, negli ultimi giorni di un viaggio in vari paesi dell'Asia per intavolare relazioni commerciali.
In precedenza quello stesso giorno Bush aveva giocato un doppio a tennis in cui l'imperatore del Giappone Akihito e suo figlio il principe ereditario Naruhito avevano sconfitto lui e un ex ambasciatore americano in Giappone.
Durante la cena Bush si sentì male e letteralmente vomitò addosso al primo ministro giapponese, sotto gli occhi di telecamere e fotografi.
L'incidente come è ovvio fu ampiamente evidenziato dai media. Come nel caso del coniglio di Carter, la scena divenne pane ghiotto per i comici americani, tanto che fu persino ironizzata in una puntata dei Simpsons, in cui Bush dichiara con astio a Homer che "lo rovinerà come un banchetto giapponese"
A distanza di parecchi anni, Bush è ancora ricordato in Giappone per questo evento, a tal punto che l'Enciclopedia della comunicazione politica riporta che "l'incidente causò un ondata di sketch televisivi in tutto il pianeta, e in Giappone fu coniato il termine Bushu-suru che letteramente significa 'fare la cosa di Bush'"

mercoledì 7 gennaio 2026

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 gennaio.
Il 7 gennaio 1990 la Torre di Pisa fu chiusa al pubblico per poter procedere a massicci restauri onde contenere il peggiorarsi dell'inclinazione che avrebbe portato al crollo della struttura.
Il celebre campanile di Bonanno Pisano ha compiuto otto secoli di vita, essendo stato iniziato nel 1173.
Per la verità, in una iscrizione epigrafica a destra della porta d'ingresso della torre, si legge la data 1174. Ma tale data si riferisce al calendario pisano che iniziava il 25 marzo,  nel giorno dell'Annunciazione e quindi in anticipo di quasi un anno sul calendario tradizionale.
Bonanno Pisano, dunque, iniziò la costruzione della torre pendente nel 1173. Cinque o sei anni dopo l'architetto e scultore abbandonò i lavori perché nel frattempo si era verificato un primo cedimento del terreno. Questo conferma che la torre pendente non è mai stata verticale in quanto i primi tre piani costruiti da Bonanno presentavano già una certa inclinazione intorno agli anni 1179-80.
Novanta anni dopo la morte di Bonanno, un altro architetto proseguì i lavori a partire dal terzo piano; si chiamava Giovanni di Simone e cercò invano di raddrizzare la torre. Infatti, a partire dal terzo piano, l'inclinazione del monumento cambia notevolmente. Giovanni di Simone fu anche il geniale architetto del Cimitero monumentale e della Chiesa di San Francesco. Anch'egli non portò mai a termine i lavori della torre pendente perché cadde combattendo nella sfortunata battaglia della Meloria. È da questa sconfitta che, con l'inizio dell'irreversibile decadenza della città, i lavori del campanile rallentano.
Nei primi anni del secolo XIV mancava soltanto la cella campanaria. Questa fu aggiunta nel 1350 da Tommaso Pisano, terzo e ultimo architetto della torre pendente che cominciava ormai a divenire celebre. È oggi accertato scientificamente, che la Torre pende a causa del terreno cedevole. Un terreno alluvionale di formazione recente, quindi un terreno soffice, che non può sostenere grandi pesi. D'altra parte, a riprova di ciò, basta ricordare che molti altri edifici di Pisa pendono notevolmente,dando vita a una straordinaria assemblea di palazzi, chiese, campanili e semplici case, inclinati in tutte le direzioni.
Dalla sua costruzione ad oggi lo strapiombo è sostanzialmente aumentato, ma nel corso dei secoli ci sono stati anche lunghi periodi di stabilità o addirittura di riduzione della pendenza.
Nel corso dell'Ottocento il campanile fu interessato da importanti restauri, che portarono, ad esempio, all'isolamento del basamento della torre. I lavori, effettuati sotto la direzione di Alessandro Gherardesca, contribuirono a sfatare definitivamente la teoria, sostenuta da alcuni studiosi dell'epoca, secondo la quale il campanile sarebbe stato pensato pendente sin dalla sua origine. Difatti, i saggi del terreno effettuati durante i restauri portarono alla luce la presenza di una notevole quantità di acqua sotterranea che rendeva cedevole il terreno. Per far fronte a questo problema, fu aspirata acqua del sottosuolo con l'ausilio di pompe, ma ciò favorì il fenomeno della subsidenza ed il conseguente aumento della pendenza della torre.
Negli ultimi decenni del XX secolo l'inclinazione aveva subito un deciso incremento, tanto che il pericolo del crollo si era fatto concreto. Nel 1993 lo spostamento dalla sommità dell'asse alla base era stato valutato in circa 4,47 metri, ovvero 4,5 gradi.
Durante i lavori di consolidamento, iniziati nel 1990 e terminati alla fine del 2001, la pendenza del campanile è stata ridotta tramite cerchiatura di alcuni piani, applicazione temporanea di tiranti di acciaio e contrappesi di piombo (fino a 900 tonnellate) e sottoescavazione, riportandola a quella che presumibilmente doveva avere 200 anni prima. La base è stata inoltre consolidata e secondo gli esperti questo consentirà di mantenere in sicurezza la torre per almeno altri tre secoli, permettendo così l'accesso ai visitatori.
Dal marzo 2008 la torre ha raggiunto il livello definitivo di consolidamento sotto il profilo dell'inclinazione, tornato ad essere di 3,99 metri, ovvero 4°, con uno spostamento alla cima del campanile di quasi mezzo metro) e tale valore dovrebbe rimanere inalterato per almeno altri 300 anni.
La torre di Pisa è oggi nuovamente visitabile dai turisti che possono salire i suoi 293 gradini per arrivare alla cella campanaria.

martedì 6 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi





Buongiorno, oggi è il 6 gennaio.
Il 6 Gennaio 1720 ebbe inizio una delle prime bolle speculative della storia dell'economia, quella relativa alla società inglese della "Compagnia dei mari del sud".
La compagnia fu fondata nel 1711 da Robert Harley (conte di Oxford), alla fine della guerra di secessione spagnola. A causa della guerra il debito pubblico inglese si era fatto nel corso degli anni progressivamente più ingente, fino a raggiungere cifre astronomiche. Tale compagnia nacque proprio con lo scopo di rilevare l'ingente debito pubblico in cambio di interesse e del monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. La compagnia assunse così su di sé gran parte del debito pubblico, lo stato pagava un interesse del 6% e concedeva il diritto di emettere azioni da collocare presso gli investitori e di avere l'esclusiva del commercio e del traffico con l'America.
In questo periodo storico, le persone avevano grandi aspettative verso le colonie, questo nuovo mondo pieno di ricchezze, una zona vergine dove arricchirsi; l'idea stimolò gli investitori che vedevano la possibilità di fare enormi profitti; così ogni emissione di azioni fu un completo successo. Le azioni vennero a costare cifre sempre maggiori senza che ci fossero profitti reali in grado da giustificare tale incremento dei prezzi. Si riponeva nella società fiducia illimitata.
Il trattato di Utrecht nel 1713, garantì alla compagnia un solo viaggio all'anno; un commercio poco redditizio per le aspettative create dagli investitori, tuttavia l'interesse per l'impresa non accennò a diminuire; nemmeno dopo il 1718 anno in cui la Spagna, che cercava di ostacolare l'Inghilterra nei sui traffici, confiscò le navi della South Sea Company. Nonostante ciò gli investitori continuarono a vedere profitti a lungo termine. Nel 1719 la compagnia propose di rilevare oltre la metà del debito pubblico inglese (pari a 30.981.712 sterline) finanziando il tutto con nuove azioni, che vennero ovviamente vendute subito.
E in effetti un aumento dei profitti di tale compagnia avvenne: le azioni passarono dalla quotazione di 128 sterline nel gennaio 1720, a 220 sterline in marzo, poi salirono a 550 in maggio, 890 in giugno fino a 1000 nel mese di luglio. L'impennata delle azioni proseguì fino a toccare la punta massima di 1050 sterline. Subito dopo avvenne il crollo: dal valore massimo le azioni precipitarono vertiginosamente del 90% in poche settimane. Gli investitori furono presi dal panico, al quale seguì la rabbia nei confronti della dirigenza, colpevoli di aver ingannato gli azionisti vendendo poco prima del crollo. In questa bolla finanziaria vi erano molti elementi aberranti; in primo luogo il massiccio indebitamento compensato da un modesto interesse, la compagnia era nata infatti con l'intento di vendere azioni al mercato più che di fare profitti. In secondo luogo il business era inesistente, anche se appariva estremamente innovativo, catturando l'immaginazione degli investitori che caddero nell'errore di valutazione, anche grazie a campagne di annunci ben orchestrate. Dopo questo crollo il paese cadde in una profonda crisi economica che interessò tutto il secolo, a tal punto che venne varata una legge, il Bubble Act, che fino al 1862 (quando verrà promulgato il Joint Stock company Act) vietò la libera costituzione di società per azioni, subordinandone la nascita all'esplicita concessione della Corona o del Parlamento inglese.

lunedì 5 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi





Buongiorno, oggi è il 5 gennaio.
Il 5 gennaio 1895 l'ufficiale francese Alfred Dreyfus veniva degradato e condannato all'ergastolo per presunto spionaggio a favore della Germania.
Nel 1894 Alfred Dreyfus (Mulhouse 1859 - Parigi 1935), ufficiale di origine ebraica impiegato presso il ministero della Guerra, fu accusato di aver rivelato segreti relativi alla difesa all'addetto militare tedesco a Parigi. Arrestato in ottobre, dopo un giudizio sommario Dreyfus fu degradato e condannato alla deportazione a vita nell'isola del Diavolo (Caienna). L'opinione pubblica francese, travolta da un'ondata di antisemitismo, dimenticò il caso finché, nel 1896, il comandante G. Picquart, nuovo responsabile dell'ufficio informazioni del ministero, riaprì le indagini, persuaso della colpevolezza di un altro ufficiale francese, Esterhazy. Questi però, nonostante la debolezza delle prove a carico di Dreyfus, venne scagionato dal consiglio di guerra (1898), mentre il governo Méline subiva passivamente le laceranti polemiche che dividevano i francesi in due correnti d'opinione: i dreyfusards (intellettuali, socialisti, radicali e repubblicani antimilitaristi) e gli antidreyfusards (la destra nazionalista, antisemita e clericale). In seguito al trasferimento punitivo di Picquart in Tunisia E. Zola pubblicò sull'"Aurore" un articolo divenuto poi famoso, dal titolo J'accuse, a difesa di Dreyfus. Querelato, fu condannato a un anno di carcere e a 3000 franchi di ammenda. Poco dopo il colonnello Henry, autore di alcuni documenti falsi aggiunti al fascicolo di Dreyfus, fu scoperto e si suicidò. Giunta al governo la nuova coalizione di difesa repubblicana, presieduta dal radicalsocialista Waldeck-Rousseau, nel 1899 si tenne la revisione del processo, ma il consiglio di guerra confermò la colpevolezza di Dreyfus per l'insolita accusa di "tradimento con attenuanti", condannandolo a 10 anni di carcere. Immediatamente graziato dal presidente Loubet, l'ufficiale fu reintegrato nel suo grado solo nel 1906. L'affaire non fu un semplice caso di errore giudiziario. Esso contribuì a palesare con nettezza, nella Francia della Terza repubblica, due raggruppamenti di forze, a destra e a sinistra. Declinava così quella posizione repubblicana, centrista e laica, che aveva consolidato le istituzioni dalla fine degli anni settanta, ma che aveva dissolto nella gestione del potere e in un patriottismo dalle sfumature nazionalistiche l'iniziale spinta democratica e progressiva.

domenica 4 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 Gennaio
Il 4 Gennaio 1847 Samuel Colt vendeva al governo degli Stati Uniti d'America la prima fornitura di armi piccole ed efficaci a ripetizione da lui inventate e brevettate 11 anni prima, nel 1836: le rivoltelle (o revolver in inglese), che negli anni a seguire furono spesso semplicemente chiamate col suo nome, le Colt.
Già nei primi anni del 19esimo secolo in molti cercarono una maniera per aggirare l'unico vero problema delle armi da fuoco portatili, e cioè la lentezza della ricarica. Esse infatti, come i cannoni da cui concettualmente derivavano, necessitavano di un lungo tempo per inserire il proiettile dal davanti della canna, e la polvere da sparo nella camera di combustione. Un metodo utilizzato per avere a disposizione, pur con una lenta avancarica, più colpi contemporaneamente o a breve distanza uno dall'altro, fu quello di moltiplicare le canne da fuoco, e di conseguenza i proiettili da sparare. Ma questa soluzione, pesante e poco affidabile, fu quasi subito scartata. L'idea geniale di Colt fu quella di mettere insieme alcuni tentativi non riusciti per mettere a punto il suo primo revolver: invece di avere tante canne e tanti armi, Colt preparò una pistola con una sola canna, un solo armo (lo strumento che innescando la scintilla dà fuoco alla polvere da sparo), ma tante camere di scoppio ciascuna con la sua cartuccia che ruotando offrivano alla canna un nuovo proiettile da sparare, una volta esploso il colpo precedente: nasceva così la pistola a tamburo, o rivoltella. Fu una vera rivoluzione che permise in America la colonizzazione del far west e la proliferazione in massa delle armi da fuoco. Nel tempo Colt perfezionò la rivoltella eliminando il problema di usura dell'elemento rotante, che a lungo andare rischiava di non allineare più la camera di scoppio con la canna, causando una possibile esplosione dell'arma e il conseguente ferimento del tiratore; inoltre inventò un metodo che consentiva di ruotare il tamburo di uno scatto prima di ogni sparo semplicemente premendo il grilletto, senza dover necessariamente premere il grilletto di riarmo in alto prima di ogni sparo. Va segnalato che nel 1833 un sardo, Francesco Antonio Broccu, aveva inventato una pistola simile senza alcun contatto con Colt, e la aveva proposta al re dei Savoia Carlo Alberto, ricevendo da lui anche un premio di 300 franchi. Tuttavia Broccu non brevettò la sua invenzione, come del resto nessuna delle altre.
In occasione dell'impresa dei Mille, Samuel Colt inviò in dono a Giuseppe Garibaldi 100 armi da fuoco che comprendevano rivoltelle e carabine.Garibaldi, soddisfatto delle armi ricevute, acquistò 23.500 moschetti al costo di circa 160.000 dollari.Una delle rivoltelle fornite, assegnata al colonnello Giuseppe Missori, salvò la vita all'eroe dei due mondi, durante la battaglia di Milazzo.
La Colt M1911 fu la pistola d'ordinanza dell'esercito americano fino al 1985, anno in cui fu sostituita dalla italiana Beretta M9. La Beretta è oggi l'arma ufficiale degli eserciti italiano, americano, francese, sloveno e filippino, nonchè delle forze di polizia italiano e algerino.

sabato 3 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 gennaio.
Il 3 gennaio 1833 le forze militari britanniche presero possesso delle Isole Malvine, un arcipelago di alcune isole, di cui 2 maggiori, al largo della costa Argentina, dette anche Falkland.
La storia di queste isole fu da allora parecchio travagliata, con l'Argentina che ha sempre voluto appropriarsi della loro sovranità, e con il Regno Unito a negarla.
Nel 1982 lo stato sudamericano si trovava nel pieno di una devastante crisi economica e di una contestazione civile su larga scala contro la Giunta militare che governava il Paese. Il governo, guidato dal generale Leopoldo Galtieri, l'allora presidente, decise di giocare la carta del sentimento nazionalistico lanciando quella che considerava una guerra facile e veloce per reclamare le isole Malvine. La tensione col Regno Unito crebbe verso un punto di non ritorno a partire da quando, il 19 marzo, cinquanta argentini sbarcarono sulla dipendenza britannica della Georgia del Sud (una delle due isole maggiori) e piantarono la loro bandiera , un atto che viene considerato la prima azione offensiva della guerra. Il 2 aprile, Galtieri ordinò l'invasione delle Malvine.
Nonostante fosse stato colto di sorpresa dall'attacco sulle isole dell'Atlantico meridionale, il Regno Unito organizzò una task force navale per scacciare le forze argentine che avevano occupato gli arcipelaghi, e riconquistò le isole con un assalto anfibio. Dopo pesanti combattimenti, i britannici prevalsero e le isole rimasero sotto controllo del Regno Unito. A tutt'oggi l'Argentina reclama la sovranità sulle Falkland.
Le conseguenze politiche della guerra furono profonde. In Argentina crebbero dissenso e proteste contro il governo militare, avviandolo verso la caduta definitiva, mentre un'ondata di patriottismo si diffuse per il Regno Unito, ridando forza al governo del primo ministro Margaret Thatcher.
Il vittorioso conflitto diede fiato alle ambizioni britanniche di potenza post imperiale (dopo la grave delusione seguita alla decolonizzazione e alla sconfitta nel conflitto di Suez), dimostrando che il Regno Unito aveva ancora la capacità di proiettare con successo la propria potenza militare anche in una guerra ad enorme distanza dalla madrepatria.
Il 19 febbraio 2010 il presidente venezuelano Hugo Chávez ha dichiarato che il Regno Unito deve restituire le Falkland all'Argentina, aggiungendo "che l'occupazione inglese delle isole è antistorica e dovuta unicamente all'avidità degli inglesi in quanto nel sottosuolo delle Malvine si trova un ricchissimo giacimento di petrolio e gas naturale". Tale affermazione è dubbia, e sarebbe giustificata dalle recenti scoperte di importanti giacimenti petroliferi in altre zone della placca continentale americana, come in Brasile o in Venezuela. Tali scoperte non riguardano però per ora la regione delle Falkland.
Il 3 luglio dello stesso anno le autorità della Siria si dichiararono impegnate nel difendere il diritto di sovranità argentino delle Malvine. Inoltre dall'agosto 2010 il Mercosur, l'Unasur, l'Alleanza Bolivariana per le Americhe, l'OEA e il Marocco appoggiano il reclamo argentino delle isole.
Con il referendum del 10 marzo 2013 il 99.8% della popolazione locale ha votato per mantenere sull'arcipelago lo status politico di territorio britannico d'oltremare. Infatti dei 1517 votanti (il 92% degli aventi diritto), solo tre hanno risposto in modo negativo alla richiesta di conferma della situazione attuale[. Il governo argentino ha reagito al risultato disconoscendo la validità dell'esito del voto, giudicato dalla Presidente argentina Kirchner come una "parodia".
La lotta per il controllo di queste piccole isole la cui superficie totale è di poco superiore ai 12000 km quadrati (meno della regione Trentino-Alto Adige) dal clima di tipo quasi alpino, freddo, con venti violenti e frequenti, scarse precipitazioni, abitata da poco più di 3000 persone, non è ancora terminata.

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