Buongiorno, oggi è il 17 agosto.
Il 17 agosto 2002 ha aperto, a Santa Rosa in California, il museo Charles Schulz.
Charles Monroe Schulz, nato a St Paul (la città che con Minneapolis è una delle Twin Cities città gemelle del Minnesota) il 26 novembre 1922, da subito sembra destinato al fumetto. Appena nato, infatti, uno zio lo soprannomina Sparky, abbreviazione di Sparkplug, il cavallo di "Barney Google", striscia allora popolarissima (nella versione italiana, Barnabò Goggoloni o Bertoldo Scalzapolli).
Così Charles diventa Sparky per tutti, nomignolo con cui firmò i suoi primi lavori e con il quale lo chiamarono sempre gli amici. L'aneddotica ci regala anche un altro stralcio di intuizione legato a un'insegnante che guardando un disegno del giovanissimo Sparky commentò: "Un giorno, Charles, sarai un artista".
Molto bravo a scuola, eccelleva naturalmente in arte, amando, quasi come da copione, leggere le strisce di fumetti che apparivano sui giornali dell'epoca, augurandosi intimamente di poterne un giorno pubblicare di proprie.
Quando aveva tredici anni, gli regalarono un cane bianco e nero di nome Spike, buffo e intelligente, il modello di quello che più tardi sarà Snoopy (uno Spike, brachetto alto, allampanato e dall'aria perennemente assonnata, apparirà in Peanuts impersonando il fratello di Snoopy).
Frequentando le superiori, invece, strinse amicizia con un ragazzo di nome Charlie Brown, poi utilizzato nell'invenzione della figura dell'omonimo bambino. Non si sa se il carattere sia simile, ma il nome sicuramente sì....
Dopo il diploma e una breve esperienza di guerra nella Francia del 1945, viene assunto come insegnante alla Art Instruction School, una scuola di disegno per corrispondenza dove Schulz incontra numerosi giovani colleghi e trae ispirazioni e suggerimenti per i suoi futuri personaggi. Ad esempio, l'impiegata della contabilità Donna World, suo primo amore non corrisposto, gli ispirerà quel singolare personaggio fuori campo che è la ragazzina dai capelli rossi, eterna innamorata di Charlie Brown.
"Sparky" spedisce così i suoi disegni a varie redazioni, finché alla fine il giornale di St. Paul decide di pubblicare alcune sue strisce. Dopo questo piccolo riconoscimento, galvanizzato, si convince a mettere insieme la sua migliore produzione e di mandarla all'United Feature Syndacate di New York. La risposta è subito positiva e Charles riceve una breve lettera con la conferma dell'interessamento. Detto fatto, si sposta a New York con l'intento di consegnare le sue strisce, poi chiamate dall'editore, con un termine inizialmente aborrito da Schulz, Peanuts (letteralmente: "noccioline", a causa della velocità e dell'insaziabilità con cui si consumavano). Presto Schulz creò una galleria indimenticabile di personaggi, oggi noti in tutto il mondo: Snoopy, Lucy, Linus, Sally, Woodstock, Schroeder e molti altri. I Peanuts debuttano quindi ufficialmente il 2 ottobre 1950, data in cui la prima striscia uscì su sette quotidiani americani.
In pochi anni, però, i Peanuts divennero il fumetto più popolare del globo. I suoi personaggi vengono pubblicati su 2293 giornali di 67 paesi, comparendo in programmi di animazione, nei film per il cinema, tra diari di scuola e raccolte di fumetti (addirittura, in occasione del 40° dei Peanuts, fu ospitata a Parigi, nel Pavillon Marsan, l'ala del Louvre che accoglie il Musée des Arts Décoratifs, una mostra a lui dedicata).
Nell'aprile del 1951 "Sparky" sposa Joyce Halverson ma il matrimonio dura solamente due anni. Nel 1976 ci riprova, sposando Jeannie Forsyht, un matrimonio, questo, durato per ventuno anni e che ha visto la nascita di cinque figli, diventati la principale fonte d'ispirazione per le strisce del geniale autore.
I Peanuts sono dunque diventati non solo un fenomeno di culto, ma persino oggetto di studio da parte di letterati, saggisti e psicologi (indimenticabili, a proposito, le analisi di Umberto Eco, che ha acutamente scritto più volte intorno ai personaggi di Schulz), in quanto, in un modo o nell'altro, fanno riflettere su quelli che sono i piccoli problemi di tutti i bambini (e non solo) di questo mondo.
In una celebre intervista ha detto: "Perché i musicisti compongono sinfonie e i poeti scrivono poesie? Lo fanno perché per loro la vita non avrebbe alcun significato se non lo facessero. Questo é il motivo per cui disegno i miei fumetti: é la mia vita". E lo dimostra il fatto che una clausola nel suo contratto prevede che i personaggi muoiano con il loro creatore.
Infatti, fin dagli esordi, egli ripeteva: "Quando non potrò più disegnare, non voglio che nessuno prenda il mio posto. Charlie Brown, Snoopy, Linus, Lucy e gli altri miei personaggi usciranno di scena con me".
E così é stato. Charles Monroe Schulz é morto il 12 febbraio 2000, all'età di 77 anni, colpito dal cancro, e assieme a lui sono uscite di scena anche le sue creazioni.
Il 14 febbraio il Times ne diede l'annuncio scrivendo "Charles Schulz lascia una moglie, 5 figli, e un piccolo bambino dalla testa rotonda con un cane straordinario"
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lunedì 17 agosto 2026
domenica 16 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 agosto.
Il 16 agosto 2009, ai mondiali di atletica leggera di Berlino, Usain Bolt stabilisce il nuovo record mondiale sui 100 metri piani, fermando il cronometro a 9.58. Nella stessa manifestazione abbasserà anche il record sui 200. Suo, e degli altri componenti della squadra, anche il record sulla staffetta 4x100, stabilito l'anno prima alle olimpiadi di Pechino.
Bolt inizia la stagione 2009 correndo i 400 metri in un paio di gare e facendo segnare il tempo di 45"54 a Kingston. Nel mese di aprile viene coinvolto in un incidente d'auto, che gli procura un piccolo infortunio alla gamba da cui tuttavia recupera velocemente.
Successivamente prende parte ad una gara sull'insolita distanza dei 150 metri piani (corsi in rettilineo) nella città di Manchester; con 14"35, Bolt realizza il tempo più veloce di sempre sulla distanza, migliorando il 14"75 di Tyson Gay (corso durante la finale dei 200 m ai Mondiali del 2007) e il 14"8 (manuale) di Pietro Mennea, tempi che rimangono tuttavia le migliori prestazioni per i 150 metri corsi in curva. Ai campionati nazionali giamaicani, nonostante una condizione non ancora ottimale, vince le prove sui 100 e 200 metri correndo rispettivamente in 9"86 e 20"25, ottenendo così la qualificazione per i Mondiali di Berlino che si sarebbero tenuti nei mesi a venire.
Il 2 luglio, durante un'intervista, dichiara di essere in grado di ritoccare i primati dei 100 e 200 m che già gli appartengono: "Penso di poter andare più forte. Ritengo che arrivare a 9"50 nei 100 metri sia possibile, ci sto lavorando. Ora non sono nella migliore condizione, ma penso che lentamente sarò in grado di rimettermi in forma in vista dei mondiali".A pochi giorni da queste dichiarazioni, il 7 luglio, durante il meeting internazionale Athletissima di Losanna, Bolt corre i 200 metri in 19"59, quarta miglior prestazione di sempre, ma con quasi un metro di vento contrario e sotto una pioggia torrenziale, oltretutto rallentando vistosamente negli ultimi 30 metri.
Il 16 agosto vince la finale dei 100 metri piani dei Mondiali di Berlino con il tempo di 9"58, nuovo primato del mondo, con la media di 2 metri e 44 centimetri ogni passo, superando i 41 km/h di velocità media nei secondi 50 metri e toccando un picco di velocità massima di oltre 44 km/h. Il secondo classificato, lo statunitense Tyson Gay argento in 9"71 (nuovo primato nazionale) è distanziato di ben 13 centesimi, mentre Asafa Powell chiude al terzo posto in 9"84, tempi che assieme a tutte le altre prestazioni formano la gara più veloce di tutti i tempi.
Il 16 agosto 2009, ai mondiali di atletica leggera di Berlino, Usain Bolt stabilisce il nuovo record mondiale sui 100 metri piani, fermando il cronometro a 9.58. Nella stessa manifestazione abbasserà anche il record sui 200. Suo, e degli altri componenti della squadra, anche il record sulla staffetta 4x100, stabilito l'anno prima alle olimpiadi di Pechino.
Bolt inizia la stagione 2009 correndo i 400 metri in un paio di gare e facendo segnare il tempo di 45"54 a Kingston. Nel mese di aprile viene coinvolto in un incidente d'auto, che gli procura un piccolo infortunio alla gamba da cui tuttavia recupera velocemente.
Successivamente prende parte ad una gara sull'insolita distanza dei 150 metri piani (corsi in rettilineo) nella città di Manchester; con 14"35, Bolt realizza il tempo più veloce di sempre sulla distanza, migliorando il 14"75 di Tyson Gay (corso durante la finale dei 200 m ai Mondiali del 2007) e il 14"8 (manuale) di Pietro Mennea, tempi che rimangono tuttavia le migliori prestazioni per i 150 metri corsi in curva. Ai campionati nazionali giamaicani, nonostante una condizione non ancora ottimale, vince le prove sui 100 e 200 metri correndo rispettivamente in 9"86 e 20"25, ottenendo così la qualificazione per i Mondiali di Berlino che si sarebbero tenuti nei mesi a venire.
Il 2 luglio, durante un'intervista, dichiara di essere in grado di ritoccare i primati dei 100 e 200 m che già gli appartengono: "Penso di poter andare più forte. Ritengo che arrivare a 9"50 nei 100 metri sia possibile, ci sto lavorando. Ora non sono nella migliore condizione, ma penso che lentamente sarò in grado di rimettermi in forma in vista dei mondiali".A pochi giorni da queste dichiarazioni, il 7 luglio, durante il meeting internazionale Athletissima di Losanna, Bolt corre i 200 metri in 19"59, quarta miglior prestazione di sempre, ma con quasi un metro di vento contrario e sotto una pioggia torrenziale, oltretutto rallentando vistosamente negli ultimi 30 metri.
Il 16 agosto vince la finale dei 100 metri piani dei Mondiali di Berlino con il tempo di 9"58, nuovo primato del mondo, con la media di 2 metri e 44 centimetri ogni passo, superando i 41 km/h di velocità media nei secondi 50 metri e toccando un picco di velocità massima di oltre 44 km/h. Il secondo classificato, lo statunitense Tyson Gay argento in 9"71 (nuovo primato nazionale) è distanziato di ben 13 centesimi, mentre Asafa Powell chiude al terzo posto in 9"84, tempi che assieme a tutte le altre prestazioni formano la gara più veloce di tutti i tempi.
sabato 15 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 Agosto 1483 Papa Sisto IV consacra e dedica all'Assunta la cappella che prenderà il suo nome, conosciuta in tutto il mondo come Cappella Sistina.
Papa Sisto IV della Rovere (pontefice dal 1471 al 1484) fece ristrutturare l'antica Cappella Magna tra il 1477 e il 1480. La decorazione quattrocentesca delle pareti comprende: i finti tendaggi, le Storie di Mosè (pareti sud - ingresso) e di Cristo (pareti nord - ingresso) e i ritratti dei Pontefici (pareti nord - sud - ingresso). Essa fu eseguita da un'équipe di pittori costituita inizialmente da Pietro Perugino, Sandro Botticelli, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, coadiuvati dalle rispettive botteghe e da alcuni più stretti collaboratori tra i quali spiccano Biagio di Antonio, Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli. Sulla volta Pier Matteo d'Amelia dipinse un cielo stellato. L’esecuzione degli affreschi ebbe inizio nel 1481 e fu portata a termine nel 1482. A quest’epoca risalgono anche le opere in marmo: la transenna, la cantoria (ove prendevano posto i cantori), e lo stemma pontificio sopra la porta d’ingresso. Il 15 agosto del 1483 Sisto IV consacrò la nuova cappella dedicandola all'Assunta. Giulio II della Rovere (pontefice dal 1503 al 1513), nipote di Sisto IV, decise di modificarne in parte la decorazione, affidando nel 1508 l'incarico a Michelangelo Buonarroti, il quale dipinse la volta e, sulla parte alta delle pareti, le lunette. Nell'ottobre 1512 il lavoro era compiuto e il giorno di Ognissanti (1° novembre) Giulio II inaugurò la Sistina con una messa solenne. Nei nove riquadri centrali sono raffigurate le Storie della Genesi, dalla Creazione alla Caduta dell'uomo, al Diluvio e al successivo rinascere dell'umanità con la famiglia di Noè.
E' probabile il riferimento alla prima lettera di Pietro (3,20-22) dove l'acqua del diluvio è vista come segno profetico dell'acqua del Battesimo, dalla quale esce un'umanità nuova, quella dei salvati da Cristo. Negli spazi tra le vele compaiono, seduti su monumentali troni, cinque Sibille e sette Profeti. Nei quattro pennacchi angolari sono le Salvazioni miracolose di Israele mentre nelle vele e nelle lunette (pareti nord - sud - ingresso) figurano gli Antenati di Cristo. Verso la fine del 1533 Clemente VII de' Medici (pontefice dal 1523 al 1534) incaricò Michelangelo di modificare ulteriormente la decorazione della Sistina dipingendo sulla parete d'altare il Giudizio Universale. Ciò causò la perdita degli affreschi quattrocenteschi, vale a dire della pala con la Vergine Assunta tra gli Apostoli e i primi due episodi delle storie di Mosè e di Cristo, dipinti dal Perugino. In questo affresco Michelangelo volle rappresentare il ritorno glorioso di Cristo alla luce dei testi del Nuovo Testamento (cfr. Matteo 24,30-31; 25,31-46; I lettera ai Corinzi 15,51-55). L'artista iniziò la grandiosa opera nel 1536 durante il pontificato di Paolo III e la portò a compimento nell'autunno del 1541. Michelangelo, servendosi delle sue straordinarie capacità artistiche, ha cercato di tradurre in forme visibili l'invisibile bellezza e maestà di Dio e guidato dalle parole della Genesi ha fatto della Cappella Sistina "il santuario della teologia del corpo umano" (Omelia, pronunciata da S.S. Giovanni Paolo II, 8 aprile 1994). Nella seconda metà del Cinquecento vennero rifatti gli affreschi della Parete d'ingresso: Hendrik van den Broeck ridipinse la Resurrezione di Cristo del Ghirlandaio, mentre Matteo da Lecce la Disputa sul corpo di Mosè del Signorelli, i quali erano stati gravemente danneggiati dal crollo della porta avvenuto nel 1522. Gli affreschi della Cappella Sistina hanno subito un completo restauro tra il 1979 e il 1999. L'intervento ha riguardato anche le parti marmoree e cioè la cantoria, la transenna e lo stemma di Sisto IV. Nella Cappella viene ancor oggi tenuto il Conclave per l'elezione del Sommo Pontefice. Sono ancora le parole dell'Omelia pronunciata da Sua Santità Giovanni Paolo II a sottolineare la primaria importanza della Sistina nella vita della Chiesa: "La Cappella Sistina è il luogo che, per ogni Papa, racchiude il ricordo di un giorno particolare della sua vita [...]. Proprio qui, in questo spazio sacro, si raccolgono i Cardinali, aspettando la manifestazione della volontà di Cristo riguardo alla persona del Successore di San Pietro [...] E qui, in spirito di obbedienza a Cristo e affidandomi alla sua Madre, ho accettato l'elezione scaturita dal Conclave, dichiarando [...] la mia disponibilità a servire la Chiesa. Così dunque la Cappella Sistina ancora una volta è diventata davanti a tutta la Comunità cattolica il luogo dell'azione dello Spirito Santo che costituisce nella Chiesa i Vescovi, costituisce in modo particolare colui che deve essere il Vescovo di Roma e il Successore di Pietro."
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venerdì 14 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 agosto.
Il 14 agosto 1899 nasce a Novi Ligure Sante Pollastri. Non si conoscono esattamente i motivi per cui Sante Pollastri (o Pollastro, come veniva chiamato nei rapporti giudiziari e come egli stesso si firmava) intraprese una tragica carriera criminale. Tralasciando le molte tesi, reperibili ormai anche su internet, ne esiste una che al tempo era il denominatore comune di molti che intraprendevano una strada lontana dalle leggi: la spinta del bisogno, della fame, della voglia di riscatto sociale.
Fatto sta che dai primi furti, soprattutto ai treni in transito nei pressi del "borgo delle lavandaie" (ora via San Giovanni Bosco, dove abitava), e alle ville estive dei genovesi, arriva la prima rapina e ci scappa il primo morto.
E' il 14 luglio del 1922 e Sante aspetta con tre complici, tra cui il fido Luigi Peotta detto "Singru" Achille Casalegno sulla strada tra Novi e Serravalle. Casalegno è un ex carabiniere diventato cassiere della filiale di Tortona della Banca Agricola Italiana. Con sé ha la cassa della Banca. Viene fatto cadere dalla bici, mentre torna a casa. Il cassiere ha un gesto di ribellione, forse cerca di estrarre la pistola dalla giacca, e viene freddato con un colpo di rivoltella. Sante poi negherà di essere stato lui a sparare, comunque è sua l'idea del colpo. Il bottino è consistente: quasi 38mila lire, che a quell'epoca rappresentano una grossa cifra. Casalegno, di appena trenta anni, lascia la moglie e tre figli piccoli.
Pollastro e la sua banda si danno alla macchia. Sulle sue tracce, i Carabinieri di tutta la Provincia e in particolare quelli di Novi. Arriva la fiera di Santa Caterina e i Carabinieri vengono a sapere che Sante è dalla sorella Carmelina, in una cascina che viene accerchiata. Il Maresciallo Lupano e il Brigadiere Castioni vanno a bussare alla porta. Apre Carmelina, che dice "sono sola, non c'è nessuno", ma la tavola è imbandita per tre. Sante e Emilio Colombo, il fidanzato di Carmelina, sono saliti al primo piano. Di lì fanno fuoco sui carabinieri appostati fuori, e saltano dalla finestra. Anche i Carabinieri fanno fuoco, e li rincorrono. Dopo poche centinaia di metri trovano un corpo. E' Emilio, che spira lì ad un passo da una fila di gelsi. Pollastro riesce a fuggire, pistole alla mano. Carmelina resta sola con due figli da crescere.
Intanto un altro novese fa parlare di sé, questa volta in bene: è quel Costante Girardengo che dal 1919 al 1927 vince tutto nel ciclismo, in Italia e all'estero.
Pochi giorni dopo, il 29 novembre, Pollastro è a Teglia, sopra Genova, a pranzo con Abele Ricieri Ferrari, un poeta anarchico genovese più noto con lo pseudonimo di Renzo Novatore. Sulle sue tracce il maresciallo Lupano, tanto che lui e i suoi uomini si sistemano in borghese in un altro tavolo dell'Osteria della Salute. Pollastro li riconosce, estrae la pistola, ne risulta una sparatoria in cui perdono la vita sia Novatore che Lupano. A quest'ultimo verrà intitolata la Caserma dei Carabinieri di Novi. Sante riesce ancora a scappare e a sfuggire dai posti di blocco. Leggenda dice che si sia nascosto su un albero nei pressi dell'osteria, e abbia aspettato lì che le acque si calmassero.
La vita di Pollastro è sempre più criminale, avventurosa e fortunosa. Opera in Italia e in Francia, a capo di una banda sempre più grossa. Realtà e leggenda si sovrappongono, e dietro ad ogni colpo si vede la banda di Pollastro, tanto che alla fine non si riusciranno a contare gli omicidi del bandito. Sante è audace, al punto che ricercato torna a Novi per assistere ai funerali della madre, travestito da frate. Molti forse lo riconoscono e tacciono, forse per solidarietà, forse per paura. Ma anche qui la leggenda forse si sovrappone alla realtà.
Mussolini in persona mette sulle sue tracce il questore Rizzo, con "la più amplia possibilità di azione".
Alla fine è il commissario Guillame (personaggio a cui Georges Simenon si ispirò per il suo Maigret) che riesce ad arrestare Pollastro sulla metrò di Parigi: è il 10 agosto 1927. Accanto a lui, Rizzo.
Viene processato a Parigi, e poi estradato in Italia. La condanna è all'ergastolo, da scontare nel carcere dell'Isola di Santo Stefano. Pollastro ha 28 anni e alle spalle decine di omicidi.
Anche in carcere Sante si distingue: riesce a sedare un rivolta durante la guerra, sebbene con una gamba rotta. Resta in carcere fino al 1959, quando viene graziato dal Presidente della Repubblica Gronchi e torna a vivere a Novi con Carmelina, in via Cavanna. Ha 60 anni.
A Novi Sante cerca di tirare avanti. Si dedica al piccolo commercio, sulla sua bicicletta. Stringe amicizia con Fulvio Rebora, che gli insegna a fare fotografie. Muore a Novi il 30 aprile del 1979, a 79 anni.
Il 14 agosto 1899 nasce a Novi Ligure Sante Pollastri. Non si conoscono esattamente i motivi per cui Sante Pollastri (o Pollastro, come veniva chiamato nei rapporti giudiziari e come egli stesso si firmava) intraprese una tragica carriera criminale. Tralasciando le molte tesi, reperibili ormai anche su internet, ne esiste una che al tempo era il denominatore comune di molti che intraprendevano una strada lontana dalle leggi: la spinta del bisogno, della fame, della voglia di riscatto sociale.
Fatto sta che dai primi furti, soprattutto ai treni in transito nei pressi del "borgo delle lavandaie" (ora via San Giovanni Bosco, dove abitava), e alle ville estive dei genovesi, arriva la prima rapina e ci scappa il primo morto.
E' il 14 luglio del 1922 e Sante aspetta con tre complici, tra cui il fido Luigi Peotta detto "Singru" Achille Casalegno sulla strada tra Novi e Serravalle. Casalegno è un ex carabiniere diventato cassiere della filiale di Tortona della Banca Agricola Italiana. Con sé ha la cassa della Banca. Viene fatto cadere dalla bici, mentre torna a casa. Il cassiere ha un gesto di ribellione, forse cerca di estrarre la pistola dalla giacca, e viene freddato con un colpo di rivoltella. Sante poi negherà di essere stato lui a sparare, comunque è sua l'idea del colpo. Il bottino è consistente: quasi 38mila lire, che a quell'epoca rappresentano una grossa cifra. Casalegno, di appena trenta anni, lascia la moglie e tre figli piccoli.
Pollastro e la sua banda si danno alla macchia. Sulle sue tracce, i Carabinieri di tutta la Provincia e in particolare quelli di Novi. Arriva la fiera di Santa Caterina e i Carabinieri vengono a sapere che Sante è dalla sorella Carmelina, in una cascina che viene accerchiata. Il Maresciallo Lupano e il Brigadiere Castioni vanno a bussare alla porta. Apre Carmelina, che dice "sono sola, non c'è nessuno", ma la tavola è imbandita per tre. Sante e Emilio Colombo, il fidanzato di Carmelina, sono saliti al primo piano. Di lì fanno fuoco sui carabinieri appostati fuori, e saltano dalla finestra. Anche i Carabinieri fanno fuoco, e li rincorrono. Dopo poche centinaia di metri trovano un corpo. E' Emilio, che spira lì ad un passo da una fila di gelsi. Pollastro riesce a fuggire, pistole alla mano. Carmelina resta sola con due figli da crescere.
Intanto un altro novese fa parlare di sé, questa volta in bene: è quel Costante Girardengo che dal 1919 al 1927 vince tutto nel ciclismo, in Italia e all'estero.
Pochi giorni dopo, il 29 novembre, Pollastro è a Teglia, sopra Genova, a pranzo con Abele Ricieri Ferrari, un poeta anarchico genovese più noto con lo pseudonimo di Renzo Novatore. Sulle sue tracce il maresciallo Lupano, tanto che lui e i suoi uomini si sistemano in borghese in un altro tavolo dell'Osteria della Salute. Pollastro li riconosce, estrae la pistola, ne risulta una sparatoria in cui perdono la vita sia Novatore che Lupano. A quest'ultimo verrà intitolata la Caserma dei Carabinieri di Novi. Sante riesce ancora a scappare e a sfuggire dai posti di blocco. Leggenda dice che si sia nascosto su un albero nei pressi dell'osteria, e abbia aspettato lì che le acque si calmassero.
La vita di Pollastro è sempre più criminale, avventurosa e fortunosa. Opera in Italia e in Francia, a capo di una banda sempre più grossa. Realtà e leggenda si sovrappongono, e dietro ad ogni colpo si vede la banda di Pollastro, tanto che alla fine non si riusciranno a contare gli omicidi del bandito. Sante è audace, al punto che ricercato torna a Novi per assistere ai funerali della madre, travestito da frate. Molti forse lo riconoscono e tacciono, forse per solidarietà, forse per paura. Ma anche qui la leggenda forse si sovrappone alla realtà.
Mussolini in persona mette sulle sue tracce il questore Rizzo, con "la più amplia possibilità di azione".
Alla fine è il commissario Guillame (personaggio a cui Georges Simenon si ispirò per il suo Maigret) che riesce ad arrestare Pollastro sulla metrò di Parigi: è il 10 agosto 1927. Accanto a lui, Rizzo.
Viene processato a Parigi, e poi estradato in Italia. La condanna è all'ergastolo, da scontare nel carcere dell'Isola di Santo Stefano. Pollastro ha 28 anni e alle spalle decine di omicidi.
Anche in carcere Sante si distingue: riesce a sedare un rivolta durante la guerra, sebbene con una gamba rotta. Resta in carcere fino al 1959, quando viene graziato dal Presidente della Repubblica Gronchi e torna a vivere a Novi con Carmelina, in via Cavanna. Ha 60 anni.
A Novi Sante cerca di tirare avanti. Si dedica al piccolo commercio, sulla sua bicicletta. Stringe amicizia con Fulvio Rebora, che gli insegna a fare fotografie. Muore a Novi il 30 aprile del 1979, a 79 anni.
giovedì 13 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno. Oggi è il 13 agosto.
Il 13 agosto 1961, per arginare le continue fughe dalla parte orientale della città, iniziava la costruzione del muro di Berlino.
Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il muro di Berlino ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo delle divisione del mondo in una sfera americana e una sovietica, fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda.
Già nel 1945, appena finita la seconda guerra mondiale scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti e la Germania fu il territorio di questa guerra che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta.
La Germania era occupata dai vincitori della guerra e divisa in quattro zone. L'Unione Sovietica cominciò immediatamente a ricostruire la "sua" parte della Germania secondo i propri piani. Durante la guerra aveva pagato il prezzo più alto in vite umane e risorse e ora chiese un risarcimento altissimo alla Germania: intere fabbriche, tra cui quelle più importanti, furono portate in Russia, ingenti quantità di materie prime furono pretese per anni come pagamento dei danni della guerra. Ma in questa maniera Stalin si creò molti nemici in Germania, compromettendo molto l'immagine dei russi come "liberatori dal nazismo".
Gli americani invece avevano capito che in questa Guerra Fredda avevano bisogno di alleati in Germania affinché diventasse l'avamposto contro l'Unione Sovietica. Quasi subito cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania. Decine di migliaia di pacchi "Care" con generi alimentari, medicine e vestiti arrivarono in Germania nei primi anni del dopoguerra. Ancor più che un aiuto materiale reale era un segnale politico e psicologico: gli americani, dopo essere stati nemici dei tedeschi volevano dimostrare di essere adesso loro amici. Fin dall'inizio gli americani cercarono di unire la loro zona a quelle occupate da inglesi e francesi, con l'intenzione di rafforzare la propria posizione contro la zona occupata dai russi.
Già pochi mesi dopo la fine della guerra la divisione della Germania era diventata praticamente inevitabile, anche se dovevano passare ancora 4 anni fino alla definitiva separazione nel 1949. In realtà, tranne la maggioranza dei tedeschi stessi, nessuno voleva veramente una Germania unita, nonostante le parole contrarie di tutti gli alleati.
In fondo, la divisione accontentò un po' tutti, a parte naturalmente i tedeschi, e creò meno problemi nella gestione della Germania vinta. La Germania era diventata oggetto della Guerra Fredda e non aveva ancora né la forza, né la reale possibilità di sottrarsi al dominio e alla concorrenza delle 2 superpotenze USA e URSS.
La "DDR" (Deutsche Demokratische Republik" - Repubblica Democartica Tedesca) all'est stava sotto l'influenza dell'Unione Sovietica e la "BRD" ("Bundesrepublik Deutschland" - Repubblica Federale della Germania) all'ovest, sotto l'influenza degli Stati Uniti. Sul piano economico la Germania occidentale visse negli anni 50 un fortissimo boom, erano gli anni del cosiddetto "Wirtschaftswunder" (miracolo economico). Aiutata all'inizio dai soldi americani, la Germania Federale riuscì in breve tempo a diventare nuovamente una nazione rispettata per la sua forza economica.
La parte orientale faceva molto più fatica a riprendersi: era svantaggiata all'inizio per le pesanti richieste economiche fatte dall'Unione Sovietica per riparare i danni subiti nella guerra e per la mancanza di aiuti paragonabili a quelli che riceveva la parte occidentale. Inoltre la rigida struttura di pianificazione nazionale dell'economia non favorì lo stesso sviluppo come nella parte occidentale del paese. Più i due paesi si stabilivano al livello politico, più si facevano sentire le differenze per quanto riguarda lo standard di vita.
In quegli anni il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e per tutti gli anni '50 centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, per la maggior parte erano giovani con meno di 30 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un serio pericolo per la Germania dell'est ed era un'ulteriore causa delle difficoltà economiche di questo stato.
Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziavano a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".
Bloccato quasi completamente il dissanguamento economico dello stato, negli anni 60 e 70 la DDR visse anch'essa un boom economico. Tra gli stati dell'est diventò la nazione economicamente più forte e i tedeschi, sia all'est che all'ovest, cominciarono a rassegnarsi alla divisione. Di riunificazione si parlava sempre meno e solo durante le commemorazioni e le feste nazionali.
Quello che infine, per la grande sorpresa di tutti e nel giro di pochissimo tempo portò alla riunificazione furono due fattori: l'arrivo di Gorbaciov come leader dell'Unione Sovietica e le crescenti difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell'est e specialmente della DDR. Con la "Perestroika", cioè la radicale trasformazione della politica e della economia e con la "Glasnost", che doveva portare alla trasparenza politica. Decisivo per gli eventi che portarono infine alla caduta del muro fu invece la decisione di Gorbaciov di lasciare libertà agli altri paesi del Patto di Varsavia promettendo di non intromettersi più nei loro affari interni.
I dirigenti della DDR videro questo processo prima con un certo imbarazzo e poi con crescente resistenza. In Polonia e in Ungheria, dove la crisi economica e le spinte per una riforma sono più forti, la politica di Gorbaciov trovò invece più amici anche tra i governanti. Più arrivavano dall'URSS e dagli altri stati dell'est notizie di riforme economiche e democratiche, e più la popolazione della DDR chiedeva di fare lo stesso nel loro paese, più i leader della DDR si chiudono a ogni richiesta del genere. Lo stacco tra popolazione e governo diventa un abisso ma la reazione più diffusa tra la gente è ancora la rassegnazione. Alla fine degli anni 80 la DDR è, o almeno sembra, economicamente abbastanza forte, l'apparato statale sembra indistruttibile e così nessuno può prevedere il crollo verticale che nel 1989 sarebbe avvenuto in pochissimi mesi.
Ogni tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora a un suicidio, ma nell'estate del '89 la gente della DDR trovò un'altra via di fuga: erano le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest il territorio occidentale dove si poteva arrivare molto più facilmente!
Cominciò un assalto in massa a queste tre ambasciate che dovevano ospitare migliaia di persone stanche di vivere nella DDR. Ma il colpo decisivo all'esistenza della DDR arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre del 1989, aprì i suoi confini con l'Austria. Ora, la strada dalla Germania dell'est all'ovest (attraverso l'Ungheria e l'Austria) era libera!
Mentre il flusso di persone che arrivò nella Germania dell'ovest attraverso l'Ungheria e l'Austria aumentò di giorno in giorno, anche nella DDR crescevano le proteste e la gente si fece più coraggiosa. Ogni lunedì a Lipsia decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo ed ogni lunedì le manifestazioni erano più affollate - anche se manifestare apertamente contro il governo era ancora un rischio enorme dato che il regime aveva ancora il pieno controllo della polizia, dell'esercito e dell'intero apparato repressivo.
Ma anche l'ultimo tentativo da parte del governo della DDR di salvare il salvabile, cioè il cambiamento dei vertici del partito comunista e del governo non servì a nulla. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma piuttosto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone si riunivano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l'ordine ai soldati dei posti di blocco di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 29 anni.
Il muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati con sistemi politici ed economici completamente diversi. Le leggi, le scuole, le università, tutta l'organizzazione della vita pubblica era diversa. La riunificazione era di colpo diventata possibile, ma nelle prime settimane dopo il 9 novembre dell'89 nessuno sapeva ancora come realizzarla e quando. Tutti, anche i più ottimisti, prevedevano un periodo di alcuni anni, ma ancora gli eventi stravolsero tutti i progetti.
Adesso la libertà tanto a lungo desiderata c'era, mancava però il benessere e la gente all'est non voleva più aspettare: infatti, dopo la caduta del muro il flusso dall'est all'ovest non diminuì, anzi aumentò di colpo e di nuovo si poneva il problema di un dissanguamento dell'est, di nuovo erano soprattutto i giovani che volevano tutto e lo vogliono subito, e non fra dieci anni. "Se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov'è il marco" era uno degli slogan più gridati contro quelli che chiedevano pazienza.
Nella DDR cominciò a regnare il caos. Già dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l'unico modo per poter fermare il degrado dell'est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare con l'Unione Sovietica e che anche la Germania Federale non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema internazionale e solo dopo trattative non facili tra Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Britannia e dopo il "sì" definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera.
Il modo in cui alla fine i due stati vennero unificati era senz'altro dettato più dalla fretta che da considerazioni ragionevoli, ma probabilmente non c'era altra possibilità. Infatti, il 3 ottobre del 1990, i due stati non vengono riuniti, ma uno dei due stati, cioè la DDR, si auto-scioglie e le regioni della DDR vengono annesse in blocco alla Repubblica Federale.
Nessun politico dell'ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Tutti, compreso il cancelliere Helmut Kohl, erano trascinati e travolti dai fatti, Kohl ebbe solo la fortuna di essere cancelliere della Germania quando si verificarono questi eventi. Kohl ha comunque avuto il fiuto giusto di scavalcare la valanga che si era messa in movimento senza nessuna guida politica. L'unico uomo politico che, in realtà, ha contribuito in modo decisivo a iniziare e ad accelerare il processo della caduta del muro è stato Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che è successo. I tedeschi lo sanno bene, e ancora oggi, Gorbaciov gode di una straordinaria popolarità in Germania.
Il 13 agosto 1961, per arginare le continue fughe dalla parte orientale della città, iniziava la costruzione del muro di Berlino.
Per 28 anni, dal 1961 al 1989, il muro di Berlino ha tagliato in due non solo una città, ma un intero paese. Fu il simbolo delle divisione del mondo in una sfera americana e una sovietica, fu il simbolo più crudele della Guerra Fredda.
Già nel 1945, appena finita la seconda guerra mondiale scoppiò la Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti e la Germania fu il territorio di questa guerra che si sarebbe trascinata in forme più o meno aspre fino agli anni ottanta.
La Germania era occupata dai vincitori della guerra e divisa in quattro zone. L'Unione Sovietica cominciò immediatamente a ricostruire la "sua" parte della Germania secondo i propri piani. Durante la guerra aveva pagato il prezzo più alto in vite umane e risorse e ora chiese un risarcimento altissimo alla Germania: intere fabbriche, tra cui quelle più importanti, furono portate in Russia, ingenti quantità di materie prime furono pretese per anni come pagamento dei danni della guerra. Ma in questa maniera Stalin si creò molti nemici in Germania, compromettendo molto l'immagine dei russi come "liberatori dal nazismo".
Gli americani invece avevano capito che in questa Guerra Fredda avevano bisogno di alleati in Germania affinché diventasse l'avamposto contro l'Unione Sovietica. Quasi subito cominciarono ad organizzare aiuti per la Germania. Decine di migliaia di pacchi "Care" con generi alimentari, medicine e vestiti arrivarono in Germania nei primi anni del dopoguerra. Ancor più che un aiuto materiale reale era un segnale politico e psicologico: gli americani, dopo essere stati nemici dei tedeschi volevano dimostrare di essere adesso loro amici. Fin dall'inizio gli americani cercarono di unire la loro zona a quelle occupate da inglesi e francesi, con l'intenzione di rafforzare la propria posizione contro la zona occupata dai russi.
Già pochi mesi dopo la fine della guerra la divisione della Germania era diventata praticamente inevitabile, anche se dovevano passare ancora 4 anni fino alla definitiva separazione nel 1949. In realtà, tranne la maggioranza dei tedeschi stessi, nessuno voleva veramente una Germania unita, nonostante le parole contrarie di tutti gli alleati.
In fondo, la divisione accontentò un po' tutti, a parte naturalmente i tedeschi, e creò meno problemi nella gestione della Germania vinta. La Germania era diventata oggetto della Guerra Fredda e non aveva ancora né la forza, né la reale possibilità di sottrarsi al dominio e alla concorrenza delle 2 superpotenze USA e URSS.
La "DDR" (Deutsche Demokratische Republik" - Repubblica Democartica Tedesca) all'est stava sotto l'influenza dell'Unione Sovietica e la "BRD" ("Bundesrepublik Deutschland" - Repubblica Federale della Germania) all'ovest, sotto l'influenza degli Stati Uniti. Sul piano economico la Germania occidentale visse negli anni 50 un fortissimo boom, erano gli anni del cosiddetto "Wirtschaftswunder" (miracolo economico). Aiutata all'inizio dai soldi americani, la Germania Federale riuscì in breve tempo a diventare nuovamente una nazione rispettata per la sua forza economica.
La parte orientale faceva molto più fatica a riprendersi: era svantaggiata all'inizio per le pesanti richieste economiche fatte dall'Unione Sovietica per riparare i danni subiti nella guerra e per la mancanza di aiuti paragonabili a quelli che riceveva la parte occidentale. Inoltre la rigida struttura di pianificazione nazionale dell'economia non favorì lo stesso sviluppo come nella parte occidentale del paese. Più i due paesi si stabilivano al livello politico, più si facevano sentire le differenze per quanto riguarda lo standard di vita.
In quegli anni il confine tra est ed ovest non era ancora insuperabile e per tutti gli anni '50 centinaia di migliaia di persone fuggivano ogni anno dall'est all'ovest, per la maggior parte erano giovani con meno di 30 anni e spesso persone con una buona formazione professionale, laureati, operai specializzati e artigiani, che all'ovest si aspettavano un futuro più redditizio e più libero. Questo continuo dissanguamento stava diventando un serio pericolo per la Germania dell'est ed era un'ulteriore causa delle difficoltà economiche di questo stato.
Nelle prime ore del 13 agosto del 1961 le unità armate della Germania dell'est interruppero tutti i collegamenti tra Berlino est e ovest e iniziavano a costruire, davanti agli occhi esterrefatti degli abitanti di tutte e due le parti, un muro insuperabile che avrebbe attraversato tutta la città, che avrebbe diviso le famiglie in due e tagliato la strada tra casa e posto di lavoro, scuola e università. Non solo a Berlino ma in tutta la Germania il confine tra est ed ovest diventò una trappola mortale. I soldati ricevettero l'ordine di sparare su tutti quelli che cercavano di attraversare la zona di confine che con gli anni fu attrezzata con dei macchinari sempre più terrificanti, con mine anti-uomo, filo spinato alimentato con corrente ad alta tensione, e addirittura con degli impianti che sparavano automaticamente su tutto quello che si muoveva nella cosiddetta "striscia della morte".
Bloccato quasi completamente il dissanguamento economico dello stato, negli anni 60 e 70 la DDR visse anch'essa un boom economico. Tra gli stati dell'est diventò la nazione economicamente più forte e i tedeschi, sia all'est che all'ovest, cominciarono a rassegnarsi alla divisione. Di riunificazione si parlava sempre meno e solo durante le commemorazioni e le feste nazionali.
Quello che infine, per la grande sorpresa di tutti e nel giro di pochissimo tempo portò alla riunificazione furono due fattori: l'arrivo di Gorbaciov come leader dell'Unione Sovietica e le crescenti difficoltà politiche ed economiche dei paesi dell'est e specialmente della DDR. Con la "Perestroika", cioè la radicale trasformazione della politica e della economia e con la "Glasnost", che doveva portare alla trasparenza politica. Decisivo per gli eventi che portarono infine alla caduta del muro fu invece la decisione di Gorbaciov di lasciare libertà agli altri paesi del Patto di Varsavia promettendo di non intromettersi più nei loro affari interni.
I dirigenti della DDR videro questo processo prima con un certo imbarazzo e poi con crescente resistenza. In Polonia e in Ungheria, dove la crisi economica e le spinte per una riforma sono più forti, la politica di Gorbaciov trovò invece più amici anche tra i governanti. Più arrivavano dall'URSS e dagli altri stati dell'est notizie di riforme economiche e democratiche, e più la popolazione della DDR chiedeva di fare lo stesso nel loro paese, più i leader della DDR si chiudono a ogni richiesta del genere. Lo stacco tra popolazione e governo diventa un abisso ma la reazione più diffusa tra la gente è ancora la rassegnazione. Alla fine degli anni 80 la DDR è, o almeno sembra, economicamente abbastanza forte, l'apparato statale sembra indistruttibile e così nessuno può prevedere il crollo verticale che nel 1989 sarebbe avvenuto in pochissimi mesi.
Ogni tentativo di lasciare la DDR in direzione ovest equivaleva ancora a un suicidio, ma nell'estate del '89 la gente della DDR trovò un'altra via di fuga: erano le ambasciate della Germania Federale a Praga, Varsavia e Budapest il territorio occidentale dove si poteva arrivare molto più facilmente!
Cominciò un assalto in massa a queste tre ambasciate che dovevano ospitare migliaia di persone stanche di vivere nella DDR. Ma il colpo decisivo all'esistenza della DDR arrivò quando l'Ungheria, il 10 settembre del 1989, aprì i suoi confini con l'Austria. Ora, la strada dalla Germania dell'est all'ovest (attraverso l'Ungheria e l'Austria) era libera!
Mentre il flusso di persone che arrivò nella Germania dell'ovest attraverso l'Ungheria e l'Austria aumentò di giorno in giorno, anche nella DDR crescevano le proteste e la gente si fece più coraggiosa. Ogni lunedì a Lipsia decine di migliaia di persone manifestavano contro il governo ed ogni lunedì le manifestazioni erano più affollate - anche se manifestare apertamente contro il governo era ancora un rischio enorme dato che il regime aveva ancora il pieno controllo della polizia, dell'esercito e dell'intero apparato repressivo.
Ma anche l'ultimo tentativo da parte del governo della DDR di salvare il salvabile, cioè il cambiamento dei vertici del partito comunista e del governo non servì a nulla. Quando la sera del 9 novembre un portavoce del governo della DDR annunciò una riforma piuttosto ampia della legge sui viaggi all'estero, la gente di Berlino est lo interpretò a modo suo: il muro doveva sparire. Migliaia di persone si riunivano all'est davanti al muro, ancora sorvegliato dai soldati, ma migliaia di persone stavano anche aspettando dall'altra parte del muro, all'ovest, con ansia e preoccupazione. Nell'incredibile confusione di quella notte, qualcuno, e ancora oggi non si sa esattamente chi sia stato, dette l'ordine ai soldati dei posti di blocco di ritirarsi e, tra lacrime ed abbracci, migliaia di persone dall'est e dall'ovest, scavalcando il muro, si incontravano per la prima volta dopo 29 anni.
Il muro era caduto ma esistevano ancora due stati tedeschi, due stati con sistemi politici ed economici completamente diversi. Le leggi, le scuole, le università, tutta l'organizzazione della vita pubblica era diversa. La riunificazione era di colpo diventata possibile, ma nelle prime settimane dopo il 9 novembre dell'89 nessuno sapeva ancora come realizzarla e quando. Tutti, anche i più ottimisti, prevedevano un periodo di alcuni anni, ma ancora gli eventi stravolsero tutti i progetti.
Adesso la libertà tanto a lungo desiderata c'era, mancava però il benessere e la gente all'est non voleva più aspettare: infatti, dopo la caduta del muro il flusso dall'est all'ovest non diminuì, anzi aumentò di colpo e di nuovo si poneva il problema di un dissanguamento dell'est, di nuovo erano soprattutto i giovani che volevano tutto e lo vogliono subito, e non fra dieci anni. "Se il marco non viene da noi, saremo noi ad andare dov'è il marco" era uno degli slogan più gridati contro quelli che chiedevano pazienza.
Nella DDR cominciò a regnare il caos. Già dopo pochi mesi la riunificazione non era più una possibilità, ma una necessità, era diventata l'unico modo per poter fermare il degrado dell'est. Ma riunire due stati non è così facile e nel caso della Germania si doveva considerare anche il fatto che la DDR faceva ancora parte di un sistema di sicurezza militare con l'Unione Sovietica e che anche la Germania Federale non poteva agire senza il consenso degli ex-alleati della Seconda Guerra Mondiale. Questo rendeva la riunificazione un problema internazionale e solo dopo trattative non facili tra Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Britannia e dopo il "sì" definitivo di Gorbaciov, la strada per la riunificazione era libera.
Il modo in cui alla fine i due stati vennero unificati era senz'altro dettato più dalla fretta che da considerazioni ragionevoli, ma probabilmente non c'era altra possibilità. Infatti, il 3 ottobre del 1990, i due stati non vengono riuniti, ma uno dei due stati, cioè la DDR, si auto-scioglie e le regioni della DDR vengono annesse in blocco alla Repubblica Federale.
Nessun politico dell'ovest può reclamare alcun merito concreto per quanto riguarda gli eventi che portarono alla riunificazione. Tutti, compreso il cancelliere Helmut Kohl, erano trascinati e travolti dai fatti, Kohl ebbe solo la fortuna di essere cancelliere della Germania quando si verificarono questi eventi. Kohl ha comunque avuto il fiuto giusto di scavalcare la valanga che si era messa in movimento senza nessuna guida politica. L'unico uomo politico che, in realtà, ha contribuito in modo decisivo a iniziare e ad accelerare il processo della caduta del muro è stato Gorbaciov, che con la sua politica ha reso possibile tutto quello che è successo. I tedeschi lo sanno bene, e ancora oggi, Gorbaciov gode di una straordinaria popolarità in Germania.
mercoledì 12 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 agosto.
Il 12 agosto 2000, durante un'esercitazione nel mare di Barents, il sommergibile nucleare russo Kursk affondò, uccidendo tutti i 118 marinai imbarcati.
Il K-141 Kursk era uno dei migliori sottomarini della marina russa. Fu varato nel 1995 e apparteneva alla Classe Oscar II, nome in codice dato dalla Nato ai sottomarini russi dotati di missili antinave e di testate nucleari. Era lungo154 metri, largo 18,2 metri e alto 9,2 metri. Poteva raggiungere una velocità di 32 nodi. L’equipaggio era formato da 118 uomini di cui 52 ufficiali. Il suo utilizzo abituale era il pattugliamento dei mari direttamente controllati dalla Russia e lo svolgimento di alcune esercitazioni che potevano riguardare manovre di attacco e difesa e il lancio di siluri a salve.
Nell’agosto del 2000 il sottomarino Kursk si trovava nel mare di Barens e la sua missione consisteva in una esercitazione durante la quale avrebbe dovuto sparare alcuni siluri a salve contro l’incrociatore “Pietro il Grande” appartenente alla classe Kirov.
Il 12 agosto durante le operazioni balistiche ci fu un’esplosione nella zona di lancio dei siluri, il sommergibile fu gravemente danneggiato ed iniziò ad imbarcare acqua, il sistema di controllo andò in tilt e una parte consistente dell’equipaggio morì. Una seconda esplosione, più deflagrante della prima, seppellì il Kursk, che si era già adagiato sul fondo marino, di detriti che intralciarono in seguito le operazioni di recupero.
Quando il sottomarino fu coperto dai detriti quasi tutti i membri dell’equipaggio erano morti. Solo 23 persone si spostarono in una zona non ancora invasa dall'acqua che tuttavia aveva delle forti infiltrazioni. Le comunicazioni con i superstiti erano impossibili ma in seguito, quando i soccorritori riuscirono a riportare in superficie il Kursk, trovarono alcuni lettere lasciate da alcuni di loro. Le ultime ore furono terribili perché, mentre l’ossigeno veniva consumato e l’acqua saliva di livello, poche erano le luci accese che si affievolirono nel giro di alcune ore e i marinai sopravvissuti morirono al buio.
La commozione fu intensissima in tutta la Russia e in gran parte del mondo anche perché l’allarme, a livello internazionale, fu dato dopo 48 ore poiché il governo russo voleva tenere nascosta la notizia; questo affievolì ulteriormente le speranze dei superstiti che, infatti, furono recuperati già morti da una nave norvegese chiamata troppo tardi per effettuare un intervento di salvataggio.
La questione del salvataggio fu controversa, i tentativi russi fallirono tutti: prima si cercò di raggiungere il sottomarino con due capsule ma le condizioni del mare impedirono il successo dell’operazione che comunque si effettuò con una strumentazione inadeguata. Dopo questi fallimenti il Ministro degli Esteri Motsak ammise ufficialmente le difficoltà del suo governo e chiese aiuto a livello internazionale per un recupero veloce e urgente del relitto. La Norvegia inviò due navi predisposte per le operazioni di salvataggio la “Normand Pioneer” e la “Seaway Eagle”. Un mini sommergibile guidato da norvegesi e inglesi riuscì, il 19 agosto, ad introdursi nel relitto e a constatare che tutti gli uomini dell’equipaggio erano morti.
Nei giorni in cui si tentò di arrivare al sottomarino le polemiche, soprattutto all'interno della Russia, raggiunsero livelli molto acuti in particolare quando sembrò che il governo volesse nascondere le verità sull'incidente. In seguito, infatti, si parlò di una ipotesi completamente diversa da quella ufficiale sulle cause del disastro.
La versione ufficiale fu che il Kursk aveva subito l’esplosione di uno dei suoi siluri che causò una reazione a catena dirompente all'interno della struttura del sottomarino comportando una seconda esplosione fortissima e micidiale. La causa dell’esplosione fu la perdita di perossido d’idrogeno che veniva utilizzato come propellente per i siluri.
Il governo russo, tuttavia, aveva dichiarato, prima di dare questa versione ufficiale, che il sommergibile era stato colpito da un altro battello non di nazionalità russa. I primi sospetti, legati a questa ipotesi, caddero sulle due navi americane che seguivano a distanza l’esercitazione della marina russa: la “USS Memphis” e la “USS Toledo”. Il governo americano smentì immediatamente la notizia che peraltro alcuni giornali sia europei che americani avevano rilanciato senza alcuna prova, a parte le foto del sottomarino in cui appariva un foro circolare che poteva essere stata causata da un siluro.
Per insabbiare rapidamente tali sospetti e non consentire una libera analisi dei fatti, alcuni giornali ipotizzarono che il governo russo e il governo americano si fossero accordati economicamente: alla Russia sarebbe stato annullato un debito di diversi miliardi di dollari.
Questa teoria in seguito fu abbandonata sia per mancanza di prove sia perché il governo russo, dopo un’inchiesta ufficiale, decretò la tragedia del Kursk conseguenza di un incidente interno al sottomarino.
Il governo promise di trasformare la torre centrale del Kursk in un monumento nazionale ma nel 2009 il canale 21 di nazionalità russa scoprì il relitto in condizioni pietose e abbandonato in una discarica sulla penisola di Kala; tale notizia suscitò un moto di sdegno nell'opinione pubblica e l’intervento del comandante della flotta del Nord che promise di prendersi cura della torretta.
Non si ebbero notizie, in seguito, sulla fine ultima della torretta; tuttavia, con dolorosa ironia, si venne a sapere che il motivo principale del fallimento di questo progetto era stata la mancanza di fondi.
Il 12 agosto 2000, durante un'esercitazione nel mare di Barents, il sommergibile nucleare russo Kursk affondò, uccidendo tutti i 118 marinai imbarcati.
Il K-141 Kursk era uno dei migliori sottomarini della marina russa. Fu varato nel 1995 e apparteneva alla Classe Oscar II, nome in codice dato dalla Nato ai sottomarini russi dotati di missili antinave e di testate nucleari. Era lungo154 metri, largo 18,2 metri e alto 9,2 metri. Poteva raggiungere una velocità di 32 nodi. L’equipaggio era formato da 118 uomini di cui 52 ufficiali. Il suo utilizzo abituale era il pattugliamento dei mari direttamente controllati dalla Russia e lo svolgimento di alcune esercitazioni che potevano riguardare manovre di attacco e difesa e il lancio di siluri a salve.
Nell’agosto del 2000 il sottomarino Kursk si trovava nel mare di Barens e la sua missione consisteva in una esercitazione durante la quale avrebbe dovuto sparare alcuni siluri a salve contro l’incrociatore “Pietro il Grande” appartenente alla classe Kirov.
Il 12 agosto durante le operazioni balistiche ci fu un’esplosione nella zona di lancio dei siluri, il sommergibile fu gravemente danneggiato ed iniziò ad imbarcare acqua, il sistema di controllo andò in tilt e una parte consistente dell’equipaggio morì. Una seconda esplosione, più deflagrante della prima, seppellì il Kursk, che si era già adagiato sul fondo marino, di detriti che intralciarono in seguito le operazioni di recupero.
Quando il sottomarino fu coperto dai detriti quasi tutti i membri dell’equipaggio erano morti. Solo 23 persone si spostarono in una zona non ancora invasa dall'acqua che tuttavia aveva delle forti infiltrazioni. Le comunicazioni con i superstiti erano impossibili ma in seguito, quando i soccorritori riuscirono a riportare in superficie il Kursk, trovarono alcuni lettere lasciate da alcuni di loro. Le ultime ore furono terribili perché, mentre l’ossigeno veniva consumato e l’acqua saliva di livello, poche erano le luci accese che si affievolirono nel giro di alcune ore e i marinai sopravvissuti morirono al buio.
La commozione fu intensissima in tutta la Russia e in gran parte del mondo anche perché l’allarme, a livello internazionale, fu dato dopo 48 ore poiché il governo russo voleva tenere nascosta la notizia; questo affievolì ulteriormente le speranze dei superstiti che, infatti, furono recuperati già morti da una nave norvegese chiamata troppo tardi per effettuare un intervento di salvataggio.
La questione del salvataggio fu controversa, i tentativi russi fallirono tutti: prima si cercò di raggiungere il sottomarino con due capsule ma le condizioni del mare impedirono il successo dell’operazione che comunque si effettuò con una strumentazione inadeguata. Dopo questi fallimenti il Ministro degli Esteri Motsak ammise ufficialmente le difficoltà del suo governo e chiese aiuto a livello internazionale per un recupero veloce e urgente del relitto. La Norvegia inviò due navi predisposte per le operazioni di salvataggio la “Normand Pioneer” e la “Seaway Eagle”. Un mini sommergibile guidato da norvegesi e inglesi riuscì, il 19 agosto, ad introdursi nel relitto e a constatare che tutti gli uomini dell’equipaggio erano morti.
Nei giorni in cui si tentò di arrivare al sottomarino le polemiche, soprattutto all'interno della Russia, raggiunsero livelli molto acuti in particolare quando sembrò che il governo volesse nascondere le verità sull'incidente. In seguito, infatti, si parlò di una ipotesi completamente diversa da quella ufficiale sulle cause del disastro.
La versione ufficiale fu che il Kursk aveva subito l’esplosione di uno dei suoi siluri che causò una reazione a catena dirompente all'interno della struttura del sottomarino comportando una seconda esplosione fortissima e micidiale. La causa dell’esplosione fu la perdita di perossido d’idrogeno che veniva utilizzato come propellente per i siluri.
Il governo russo, tuttavia, aveva dichiarato, prima di dare questa versione ufficiale, che il sommergibile era stato colpito da un altro battello non di nazionalità russa. I primi sospetti, legati a questa ipotesi, caddero sulle due navi americane che seguivano a distanza l’esercitazione della marina russa: la “USS Memphis” e la “USS Toledo”. Il governo americano smentì immediatamente la notizia che peraltro alcuni giornali sia europei che americani avevano rilanciato senza alcuna prova, a parte le foto del sottomarino in cui appariva un foro circolare che poteva essere stata causata da un siluro.
Per insabbiare rapidamente tali sospetti e non consentire una libera analisi dei fatti, alcuni giornali ipotizzarono che il governo russo e il governo americano si fossero accordati economicamente: alla Russia sarebbe stato annullato un debito di diversi miliardi di dollari.
Questa teoria in seguito fu abbandonata sia per mancanza di prove sia perché il governo russo, dopo un’inchiesta ufficiale, decretò la tragedia del Kursk conseguenza di un incidente interno al sottomarino.
Il governo promise di trasformare la torre centrale del Kursk in un monumento nazionale ma nel 2009 il canale 21 di nazionalità russa scoprì il relitto in condizioni pietose e abbandonato in una discarica sulla penisola di Kala; tale notizia suscitò un moto di sdegno nell'opinione pubblica e l’intervento del comandante della flotta del Nord che promise di prendersi cura della torretta.
Non si ebbero notizie, in seguito, sulla fine ultima della torretta; tuttavia, con dolorosa ironia, si venne a sapere che il motivo principale del fallimento di questo progetto era stata la mancanza di fondi.
martedì 11 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 agosto.
L'11 agosto 480 a.C. re Serse I di Persia vinceva contro la lega greca guidata da Sparta la battaglia delle Termopili, vendicando così la disfatta di suo padre Dario nella battaglia di Maratona.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, nel 480 a. C. si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migiiori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. QuIndi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondatili li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
L'11 agosto 480 a.C. re Serse I di Persia vinceva contro la lega greca guidata da Sparta la battaglia delle Termopili, vendicando così la disfatta di suo padre Dario nella battaglia di Maratona.
Dopo un viaggio lunghissimo, Serse re dei re di Persia, nel 480 a. C. si trovava ad un passo dal proprio obiettivo: sottomettere i turbolenti e rissosi greci.
La sua diplomazia e le sue spie avevano seminato con successo la discordia tra i nemici e oggi c'erano più greci nel suo esercito che contro di lui: i pochi che resistevano si erano segnalati per l'irritualità con la quale avevano risposto alla sua offerta di cedergli la terra e l'acqua, la formula con la quale egli chiedeva la sottomissione. Gli ateniesi avevano scaraventato i suoi emissari in una fossa e gli spartani in un pozzo, e avevano aggiunto, per colmo di misura, che se volevano la terra e l'acqua le scavassero fuori da lì.
La campagna si sarebbe comunque presto conclusa con l'invasione tanto dell'Attica e quanto del Peloponneso, le ultime aree di resistenza: un'armata mai vista prima in Grecia sarebbe avanzata inarrestabile, seppure a fatica vista la sua mole, lungo le frastagliate coste della Grecia, seguita a distanza da una flotta dalla quale dipendeva il suo sostentamento.
L'unico problema per i Persiani era riuscire a muoversi perché un esercito tanto grande avrebbe dovuto marciare su più strade per essere meno lento. Ma da un lato la Grecia non ne forniva molte e dall'altro la presenza del re dei re rendeva in qualche misura anche "coreografica" (avrebbero detto i greci) la colonna persiana che si estendeva per decine di chilometri.
Così, quando Serse giunse ad un passaggio obbligato del percorso costiero, chiamato le Termopili per via delle fonti calde che vi sgorgavano, luogo scelto dai suoi avversari per sbarrargli la strada, decise di offrire loro l'occasione di andarsene indisturbati: 5 giorni di tempo, quanto a lui serviva affinché la lunga colonna del suo esercito si radunasse.
Le Termopili oggi ricordano appena quello che erano 25 secoli fa. La terra ha preso il posto del mare ed è quindi difficile rendersi conto di quanto fosse stretto allora il passaggio: non più di 15 metri.
In una simile condizione, i persiani non avrebbero potuto impiegare altro piano di battaglia che l'attacco frontale, ammesso che si possa definire tale: sarebbe stato come fare una battaglia in un corridoio.
DI fronte a loro un esercito sicuramente risibile ma comunque nelle migiiori condizioni possibili per resistere a lungo.
Erodoto enumera con una certa precisione le forze greche presenti al comando del re spartano Leonida: 300 Lacedemoni (l'Hippeis spartana, ovvero la cavalleria, in effetti la guardia di fanteria montata del re), 500 di Tegeia e altri 500 di Mantineia, 120 dall'Orcomeno, 1.000 dall'Arcadia, 400 da Corinto, 200 da Pilos e 80 da Micene. Quindi 700 da Tespi, 400 da Tebe, 1.000 dalla Focide ai quali si deve aggiungere un numero sconosciuto ma consistente dalla Locride. QuIndi oltre 5.200, forse 6.200, secondo Erodoto.
Le cifre di Diodoro Siculo riducono i greci a 4.000, mentre Pausania arriva ad 11.000.
Dovendo aggiungere alle cifre di Erodoto anche gli Iloti al servizio dei Lacedemoni e un po' di truppe ausiliarie non si dovrebbe andare molto lontano dai 7,500 uomini.
Quanti fossero i Persiani non si sa. Per Erodoto tra esercito e truppe di supporto in Grecia entrarono oltre 4 milioni di nemici: un numero che l'avrebbe fatta sprofondare solo per il loro peso.
Erodoto cita però 29 comandanti di Baivabaram, un'unità dell'esercito persiano composta da 10.000 uomini, e quindi in linea teorica i persiani non dovevano essere più di 290.000, probabilmente molti di meno, considerando la fatica compiuta per arrivare fino alle Termopili.
Nonostante la sproporzione dei numeri, i greci non accettarono la proposta di Serse e lasciarono trascorrere i 5 giorni di tregua. Alcuni se ne sarebbero andati volentieri ma non re Leonida e gli Spartani: e il loro esempio valse a trattenere i più titubanti.
Giunto il quinto giorno Serse fece un ultimo tentativo di accordo: offrì a Leonida di nominarlo re di tutta la Grecia, con l'unica condizione di essere subordinato allo stesso re dei re.
Ricevuto il rifiuto di Leonida, Serse allora gli ingiunse di cedere le armi, ma lo Spartano rispose semplicemente "vieni a prenderle".
I Persiani si infilavano nell'imbuto costituito da quella lingua di sabbia tra mare e dirupo: in una colonna lunga quasi un chilometro, 10 mila alla volta, settecento tonnellate di carne umana si gettavano contro uno sbarramento irto di punte di lancia: già dopo poche ore davanti ai Greci dovevano esserci centinaia e centinaia di cadaveri.
La schiera degli opliti greci sembrava inattaccabile: la loro compattezza e le loro armature li difendevano dagli attacchi persiani che si succedevano uno dietro l'altro, e nelle pause i Greci si alternavano al combattimento.
I Persiani avrebbero potuto bersagliare i Greci con giavellotti e frecce, ma l'attacco corpo a corpo sembrò non solo la soluzione più rapida, ma anche l'unica praticabile.
Contro gli arcieri, infatti, i Greci avrebbero potuto chiudere la distanza con una carica e la folla di nemici si sarebbe trasformata in un caotico ingorgo di uomini ancora peggiore.
Per due giorni, Serse insistette negli attacchi, provando anche ad inviare gli Immortali, la sua guardia personale. Ma l'unico risultato visibile era l'innalzarsi della montagna di morti davanti alla posizione dei Greci.
In realtà le fila dei Greci si stavano assottigliando, la loro resistenza fisica doveva essere allo stremo perché non erano abituati a combattimenti così prolungati. Il caldo e il sudore dovevano rendere impossibile l'uso delle armature e degli elmi e persino reggere il pesante scudo oplitico doveva essere una tortura.
Alla fine del secondo giorno, un Greco di nome Efialte spiegò a Serse che il valico delle Termopili poteva essere aggirato percorrendo un sentiero sulle colline. Era un colpo di fortuna inatteso ed era l'unico modo per scardinare la posizione.
Il re dei re non perse tempo e inviò immediatamente truppe sufficienti a prendere i Greci in una tenaglia.
Sulla strada incontrarono un contingente di Focesi che Leonida aveva appositamente collocato a cavallo di un passo proprio per impedire simili eventualità.
La sorpresa fu reciproca: ma i Persiani reagirono per primi inondando di frecce i Focesi che non seppero fare di meglio che ritirarsi su un colle per apprestarsi a resistere.
Ma i Persiani non avevano tempo da perdere e un nemico più importante che li attendeva, e proseguirono per loro strada.
Avvisato dell'imminente apertura di un secondo fronte alle sue spalle Leonida permise a chi voleva di lasciare in tempo la posizione per mettersi in salvo.
Lui con gli Spartani e i loro Iloti, i Tespiesi e i Tebani, sarebbe rimasto a trattenere i Persiani.
Che i Persiani fossero tutt'altro che sprovveduti si può capire dall'abilità con cui gestirono questo doppio attacco: in entrambe le direttrici avevano un'enorme superiorità numerica ma, visto i precedenti, le cose sarebbero potute comunque andare storte.
Invece i due attacchi furono ben coordinati e i Greci furono costretti a trovare rifugio per un'ultima disperata resistenza su un poggio alle spalle del muro.
Leonida era già morto, il suo cadavere conteso cambiò di mano 4 volte e quando alla fine rimase nelle mani di Serse questi lo oltraggiò decapitandolo e facendone crocifiggere il corpo.
Per impadronirsene aveva dovuto vincere l'ultima resistenza dei Greci e sterminarli lì dove si erano arroccati: circondatili li fece sommergere di frecce per evitare di subire altre perdite.
La battaglia era finita, ma non la guerra di Serse che però non si sarebbe risolta con una battaglia di terra, ma con lo scontro navale a Salamina.
lunedì 10 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 agosto.
Il 10 agosto 1867 veniva ucciso con un colpo di archibugio mentre tornava a casa in calesse Ruggero Pascoli, padre di Giovanni.
La poesia pascoliana ha reso Ruggero il padre più famoso della letteratura italiana, e questo proprio in virtù della sua morte, più che della sua vita. E si sa, una morte spesso può essere più significativa di un’intera esistenza. Quella di Ruggero fu una fine inaspettata e violenta, fulminato, come fu, da un colpo di archibugio sparatogli da dietro una siepe mentre, guidando il suo calesse, stava facendo ritorno a casa. I fatti si svolgono in terra di Romagna, più precisamente sulla Via Emilia nel tragitto che va da Cesena a San Mauro (paese natale del poeta, oggi San Mauro Pascoli). Ruggero era l’amministratore della tenuta “La Torre”, un latifondo dei principi Torlonia, presso la quale viveva con la sua famiglia, allora composta dalla moglie Caterina, e dai figli Margherita, Giacomo, Luigi, Giovanni, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria. E Giovanni, classe 1855, aveva quindi solo dodici anni quel 10 agosto del ’67, mentre Ida e Maria, le sorelle adorate, le compagne di una vita (almeno fino al 1895, anno in cui Ida andrà sposa), di anni ne avevano rispettivamente quattro e due.
Da un punto di vista di immaginario collettivo, la vita di Pascoli e la parte più famosa della sua opera restano indissolubilmente legate alla morte del padre, a quella, e alle morti dei membri della sua famiglia che perirono immediatamente dopo Ruggero: Margherita, Caterina, Luigi, Giacomo, a creare una sorta di rapporto di causa-effetto tra il delitto paterno e i successivi lutti familiari. Un rapporto di causalità che di fatto non esisteva, dal momento che la madre e i fratelli moriranno tutti per cause naturali, e dunque è lecito ipotizzare che sarebbero morti comunque, anche a prescindere dalla scomparsa di Ruggero. Forse ci si può impegnare a individuare un legame di dipendenza solo nel caso di Caterina, la quale morì per un problema cardiaco, e quindi, nell’impreciso lessico medico di metà Ottocento e con un vago ricordo del melodramma, di crepacuore: “pianse poco più di un anno, e poi morì. Seguì mio padre”, scrive il poeta nella prefazione ai Canti di Castelvecchio del 1903. Ma quanto possono contare le ragioni del buon senso e dell’intelligenza di fronte a quelle del cuore? Per Pascoli e i fratelli la loro percezione aveva l’inoppugnabilità di un dato di realtà: l’omicidio di Ruggero era stato la causa della morte degli altri membri della famiglia. E in questa convinzione non c’era buon senso che potesse tenere: “tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morì un anno e poco più dopo, tre fratelli più grandi di me morirono a non molta distanza”, scriverà a Leopoldo Notarbartolo il 10 agosto 1904; e ancora nella prefazione a Myricae del 1892: “Li uccise tutti, nel mio padre, la malvagità degli uomini”. La morte era stata risvegliata dal sangue innocente della “santa vittima”, e, dopo essersene abbeverata, si era avventata contro i componenti dell’incolpevole nido: chi era rimasto in vita davvero a buon diritto poteva ritenersi un superstite.
Ma chi era Ruggero Pascoli? Ruggero, nato nel 1815, era diventato amministratore del latifondo dei Torlonia nel 1855, dopo la scomparsa prematura del cugino che rivestiva quel ruolo prima di lui, e nel 1867 erano quindi dodici anni che svolgeva questo incarico seppur (e il perché di questo fatto risulta ad oggi inspiegabile) con una nomina provvisoria. Ma Ruggero era anche un uomo che almeno in gioventù aveva nutrito accese passioni politiche, giacché aveva fatto parte della Repubblica Romana: nelle sue memorie Maria riporta una lettera scritta di pugno del padre in qualità di Capitano della Guardia Civica del Comune di San Mauro, datata 3 maggio 1849; in seguito alla fallimentare parabola di questa esperienza, dopo alcuni anni di purgatorio politico per i suoi trascorsi repubblicani, aveva rivestito ruoli di primo piano nell’amministrazione comunale di San Mauro, divenendo sindaco, assessore e consigliere tra il 1859 e il 1867. In veste di amministratore della “Torre” era noto e stimato dal principe don Alessandro Torlonia per lo zelo, lo scrupolo e l’onestà con cui adempiva alle sue mansioni: “Pascoli segnava persino i limoni!”, era solito esclamare il principe, e Pascoli chioserà, in una lettera a Luigi Pietrobono del 19 settembre 1899: “Piccola rendita in verità di tre o quattro piante tenute per belluria più che per altro”.
La mattina del 10 agosto 1867 Ruggero con il suo calesse - trainato dalla famosa cavalla storna dell’omonima poesia - si era recato alla stazione di Cesena perché sapeva che sarebbe dovuto arrivare da Roma l’ingegner Petri, un emissario dei Torlonia, a rendere finalmente ufficiale il suo incarico di amministratore: ma il Petri quel giorno non arrivò, e appunto tornando a casa Ruggero venne ucciso da un colpo sparatogli da dietro una siepe lungo la Via Emilia, a circa due chilometri dall’inizio del paese di San Mauro. Alcuni sammauresi intercettarono la corsa della cavallina storna ormai senza più guida, e portarono il cadavere dell’uomo all’ospedale. Di fatto Ruggero non fece mai più ritorno alla “Torre”. Probabilmente il suo corpo era ancora caldo, quando nel paese si iniziò a mormorare sui possibili moventi e sul possibile responsabile di quel gesto, e su questo punto anche il poeta e i suoi familiari si fecero subito un’idea: “il perché del delitto [stava] nella bramosia di succedergli e diventare ricco, dove a Ruggero Pascoli bastava restar galantuomo” (da una lettera di Pascoli al marchese Guiccioli del marzo 1912). La morte del capofamiglia portò con sé anche la rovina economica del suo nucleo familiare, perché Caterina e i figli subito dopo furono cacciati dalla tenuta e andarono incontro a tempi di ristrettezze economiche, quando non di vera e propria indigenza.
Dunque, stando alla vox populi, il mandante dell’omicidio era stato Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente di Savignano che bramava di prendere il posto di Ruggero come amministratore del latifondo, un posto che poteva garantire larghi margini di guadagno personale se svolto non limpidamente: “Mio padre era di un’onestà unica, […] che i successori di lui (che la voce pubblica in Romagna accusa del suo assassinio) non imitarono davvero! e lasciarono o lasceranno ricchi i loro figli”, scrive Pascoli nella lettera al Pietrobono prima ricordata. Le indagini di polizia vennero fatte, ma vennero fatte male, in modo superficiale e approssimativo, quasi non ci si volesse dar troppa pena di fare luce su un omicidio che per le autorità era solo uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria e che, a detta loro, era banalmente ascrivibile al clima di tumulti e violenze legate alle speculazioni sul grano da parte dei proprietari terrieri. Ci fu anche chi allora ipotizzò che Ruggero fosse stato ucciso da qualche contrabbandiere di sale perché impediva loro di attraversare la tenuta da lui amministrata per trasportare i sacchi di sale dalla costa alle zone interne del paese. Tuttavia l’ipotesi più interessante resta quella che vedeva nel delitto Pascoli la volontà di punire un uomo che non aveva esitato a passare da posizioni repubblicane a una compromissione politica con il neonato governo monarchico. Un traditore insomma, un “sacco rivoltato”, come si diceva allora in Romagna. E in Romagna nessuna accusa era più infamante che quella di essere un voltagabbana.
È vero che il padre del poeta aveva messo da parte i suoi trascorsi repubblicani per partecipare in prima persona all’amministrazione comunale del suo paese all’indomani dell’unità d’Italia; ma è altrettanto vero che il suo era stato un atteggiamento di realismo politico di tanti altri come lui e prima di lui, senza per questo dover arrivare a parlare di tradimento. L’accusa di tradimento fu piuttosto sfruttata dal mandante come pretesto per alimentare una sorta di campagna diffamatoria contro la sua persona, ammantando l’omicidio di moventi ideali e garantendosi così la connivenza dei sammauresi. Cacciaguerra era infatti un influente esponente del partito repubblicano, e dalle fila di questo partito provenivano anche i due sicari, Luigi Paglierani (colui che sparò) e Michele Della Rocca: non dovette essere difficile sobillare gli animi dei compaesani, considerando che già Ruggero, in qualità di amministratore del latifondo, svolgeva incarichi impopolari come decretare l’escomio, cioè la cacciata dei contadini dalla tenuta, oppure denunciare alle autorità i giovani in età di leva militare. Il “sacco rivoltato”, l’affamatore del popolo doveva essere punito, doveva essere eliminato. Peraltro andrà ricordato che questa collusione dei repubblicani del suo paese con il delitto avrà una ricaduta anche sulle successive scelte di vita del giovane Pascoli: a parità di rivendicazioni sociali, infatti, il fatto che negli anni universitari scelga di avvicinarsi all’Internazionale anarchica piuttosto che al repubblicanesimo (nonostante suo padre fosse stato un repubblicano della prima ora), andrà imputato alla consapevolezza che frange repubblicane non erano estranee all’assassinio paterno.
Ma che Cacciaguerra prese il suo posto come amministratore della “Torre” poco tempo dopo fu una coincidenza che non sfuggì a nessuno. È Pascoli stesso a raccontare al Notarbartolo in poche righe efficaci lo stato di cose di quegli anni: “La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non volle approfondire. In Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l’orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando, giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le traccie disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!”
Oggi non può non provocare un certo stupore sentire la Romagna associata alla Sicilia mafiosa: ma nella seconda metà del Ottocento in parlamento era all’ordine del giorno affrontare le problematiche politico-sociali legate a una questione romagnola così come si faceva con quelle della più tristemente nota questione meridionale. Naturalmente Pascoli ci ha abituati a pensare al delitto paterno come se si trattasse di un evento unico e straordinario, e così fu vissuto dai suoi familiari, ma non si deve dimenticare che negli stessi anni si contavano a decine i morti ammazzati sulle strade romagnole. Il clima di violenza era innegabile, ed era il sintomo di un profondo disagio sociale ed economico, mentre esisteva una propaganda governativa che tale clima presentava all’opinione pubblica come frutto dell’indole corrotta e sanguinaria dei romagnoli per poter così giustificare interventi armati in quella regione dove stavano sorgendo nuovi movimenti politici come l’anarchismo e il socialismo.
Il silenzio omertoso dei sammauresi, così doloroso e frustrante per Pascoli e i suoi familiari, che li rendeva oltre tutto isolati rispetto al resto del paese, va forse più correttamente interpretato all’interno di questo contesto, sia che fosse dettato dalla paura di ritorsioni in una realtà priva di tutele legali, sia che fosse originato da una effettiva solidarietà con le ragioni di chi il delitto aveva organizzato. Certe distinzioni possono valere per gli studiosi che cercano di ricostruire i retroscena di quel giorno di sangue, ma certo non per il poeta, che di fronte alla tenace consegna del silenzio dei compaesani non poteva davvero avere la lucidità e il senso critico per spiegarlo e magari giustificarlo: è proprio in questi risvolti che va cercata la motivazione più profonda del rapporto sempre conflittuale che Pascoli ebbe con la sua terra d’origine finché fu in vita.
Si è detto che le indagini furono condotte male, e quel poco che fu fatto andò a infrangersi contro il muro del silenzio del paese di San Mauro. Nel corso degli anni a Forlì vennero fatti – contro ignoti – anche tre processi, i quali, in mancanza di prove se non indiziarie, si conclusero con un nulla di fatto, senza vedere neanche chiamato alla sbarra il supposto mandante dell’omicidio. E gli incartamenti di quelle udienze oggi non esistono più, essendo stati mandati al macero per decreto luogotenenziale nel 1916, quattro anni dopo la morte di Pascoli.
Il poeta ha sempre sostenuto in lettere private e testi ufficiali che lui e la sua famiglia non dovevano niente a una giustizia umana che non aveva potuto, o, quel che è peggio, non aveva voluto adempiere al suo compito. E in questo contesto trova la sua spiegazione la genesi di un mito come quello della cortesia del bandito Passatore, resa immortale nella celeberrima poesia Romagna, mito che, gioverà ribadirlo, è invenzione tutta pascoliana, dal momento che fonti e testimonianze coeve sono concordi nel ricordare piuttosto la violenza e la crudeltà del Passatore. Ma a un certo punto per Pascoli questo brigante ribelle all’autorità e alle leggi dello stato dovette palesarsi come una sorta di bandito gentiluomo, come il campione di una giustizia alternativa cui affidare la propria struggente ansia di riscatto là dove la giustizia ufficiale aveva meschinamente fallito.
A partire dall’edizione myricaea del 1892 che gli è dedicata, Ruggero diventerà forse il principale nume tutelare della poesia pascoliana, e insieme a lui entreranno nell’opera tutti i morti della sua sventurata famiglia. Perché, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è esistito un tempo in cui la morte non era la tematica principale della poesia di Pascoli. Le stesse Myricae nella prima edizione del 1891 sono un libro sostanzialmente diverso rispetto all’edizione dell’anno successivo, la quale, non a caso, si apre proprio con una dedica alla memoria di Ruggero. Le ragioni di questo mutamento sono state ben indagate da Cesare Garboli, e andranno ricercate in questioni intime e in travagliate dinamiche familiari, e alle pagine garboliane appunto rimandiamo.
Quello che conta è che almeno dal 1892 il poeta dichiara di indirizzare il suo lavoro e il suo studio, con la gloria che gliene può derivare, a farsi approvare, lodare e benedire dai suoi morti, primo fra tutti Ruggero. Come se niente altro avesse importanza. I suoi morti, come non ebbero un destino comune essendo periti per la nequizia degli uomini, così conoscono una sorte singolare anche post mortem: per loro la morte non segna la fine delle sofferenze terrene o corporali, bensì una prosecuzione del dolore che conobbero in vita.
Nel cimitero a mezza strada tra San Mauro e Savignano sta raccolta tutta una famiglia, triste di una tristezza che non si sa dire, con gli occhi ancora pieni di pianto: “non hanno essi della morte la requie, non si spense d’essi con la vita il dolore; questo (oh; solo questo) rimane d’essi. […] Infelicissimi io vi sento e so tutti, e ho sempre contristata la vita dai vostri gemiti, che odo; poiché in me voi avete conservata metà della vostra vita, come io in voi ho perduta metà della mia” (prefazione di Myricae, 1892). Questa è la ragione per cui la poesia per Pascoli diventa non tanto o non solo un mezzo di affermazione individuale, quanto l’unico strumento per sottrarre all’oblio la memoria dei suoi cari e per lanciare un estremo monito, stante l’inefficienza della giustizia umana, contro coloro che di quelle morti erano stati più o meno direttamente responsabili.
Il 10 agosto 1867 veniva ucciso con un colpo di archibugio mentre tornava a casa in calesse Ruggero Pascoli, padre di Giovanni.
La poesia pascoliana ha reso Ruggero il padre più famoso della letteratura italiana, e questo proprio in virtù della sua morte, più che della sua vita. E si sa, una morte spesso può essere più significativa di un’intera esistenza. Quella di Ruggero fu una fine inaspettata e violenta, fulminato, come fu, da un colpo di archibugio sparatogli da dietro una siepe mentre, guidando il suo calesse, stava facendo ritorno a casa. I fatti si svolgono in terra di Romagna, più precisamente sulla Via Emilia nel tragitto che va da Cesena a San Mauro (paese natale del poeta, oggi San Mauro Pascoli). Ruggero era l’amministratore della tenuta “La Torre”, un latifondo dei principi Torlonia, presso la quale viveva con la sua famiglia, allora composta dalla moglie Caterina, e dai figli Margherita, Giacomo, Luigi, Giovanni, Raffaele, Giuseppe, Ida e Maria. E Giovanni, classe 1855, aveva quindi solo dodici anni quel 10 agosto del ’67, mentre Ida e Maria, le sorelle adorate, le compagne di una vita (almeno fino al 1895, anno in cui Ida andrà sposa), di anni ne avevano rispettivamente quattro e due.
Da un punto di vista di immaginario collettivo, la vita di Pascoli e la parte più famosa della sua opera restano indissolubilmente legate alla morte del padre, a quella, e alle morti dei membri della sua famiglia che perirono immediatamente dopo Ruggero: Margherita, Caterina, Luigi, Giacomo, a creare una sorta di rapporto di causa-effetto tra il delitto paterno e i successivi lutti familiari. Un rapporto di causalità che di fatto non esisteva, dal momento che la madre e i fratelli moriranno tutti per cause naturali, e dunque è lecito ipotizzare che sarebbero morti comunque, anche a prescindere dalla scomparsa di Ruggero. Forse ci si può impegnare a individuare un legame di dipendenza solo nel caso di Caterina, la quale morì per un problema cardiaco, e quindi, nell’impreciso lessico medico di metà Ottocento e con un vago ricordo del melodramma, di crepacuore: “pianse poco più di un anno, e poi morì. Seguì mio padre”, scrive il poeta nella prefazione ai Canti di Castelvecchio del 1903. Ma quanto possono contare le ragioni del buon senso e dell’intelligenza di fronte a quelle del cuore? Per Pascoli e i fratelli la loro percezione aveva l’inoppugnabilità di un dato di realtà: l’omicidio di Ruggero era stato la causa della morte degli altri membri della famiglia. E in questa convinzione non c’era buon senso che potesse tenere: “tutta la famiglia fu spezzata, mia madre morì un anno e poco più dopo, tre fratelli più grandi di me morirono a non molta distanza”, scriverà a Leopoldo Notarbartolo il 10 agosto 1904; e ancora nella prefazione a Myricae del 1892: “Li uccise tutti, nel mio padre, la malvagità degli uomini”. La morte era stata risvegliata dal sangue innocente della “santa vittima”, e, dopo essersene abbeverata, si era avventata contro i componenti dell’incolpevole nido: chi era rimasto in vita davvero a buon diritto poteva ritenersi un superstite.
Ma chi era Ruggero Pascoli? Ruggero, nato nel 1815, era diventato amministratore del latifondo dei Torlonia nel 1855, dopo la scomparsa prematura del cugino che rivestiva quel ruolo prima di lui, e nel 1867 erano quindi dodici anni che svolgeva questo incarico seppur (e il perché di questo fatto risulta ad oggi inspiegabile) con una nomina provvisoria. Ma Ruggero era anche un uomo che almeno in gioventù aveva nutrito accese passioni politiche, giacché aveva fatto parte della Repubblica Romana: nelle sue memorie Maria riporta una lettera scritta di pugno del padre in qualità di Capitano della Guardia Civica del Comune di San Mauro, datata 3 maggio 1849; in seguito alla fallimentare parabola di questa esperienza, dopo alcuni anni di purgatorio politico per i suoi trascorsi repubblicani, aveva rivestito ruoli di primo piano nell’amministrazione comunale di San Mauro, divenendo sindaco, assessore e consigliere tra il 1859 e il 1867. In veste di amministratore della “Torre” era noto e stimato dal principe don Alessandro Torlonia per lo zelo, lo scrupolo e l’onestà con cui adempiva alle sue mansioni: “Pascoli segnava persino i limoni!”, era solito esclamare il principe, e Pascoli chioserà, in una lettera a Luigi Pietrobono del 19 settembre 1899: “Piccola rendita in verità di tre o quattro piante tenute per belluria più che per altro”.
La mattina del 10 agosto 1867 Ruggero con il suo calesse - trainato dalla famosa cavalla storna dell’omonima poesia - si era recato alla stazione di Cesena perché sapeva che sarebbe dovuto arrivare da Roma l’ingegner Petri, un emissario dei Torlonia, a rendere finalmente ufficiale il suo incarico di amministratore: ma il Petri quel giorno non arrivò, e appunto tornando a casa Ruggero venne ucciso da un colpo sparatogli da dietro una siepe lungo la Via Emilia, a circa due chilometri dall’inizio del paese di San Mauro. Alcuni sammauresi intercettarono la corsa della cavallina storna ormai senza più guida, e portarono il cadavere dell’uomo all’ospedale. Di fatto Ruggero non fece mai più ritorno alla “Torre”. Probabilmente il suo corpo era ancora caldo, quando nel paese si iniziò a mormorare sui possibili moventi e sul possibile responsabile di quel gesto, e su questo punto anche il poeta e i suoi familiari si fecero subito un’idea: “il perché del delitto [stava] nella bramosia di succedergli e diventare ricco, dove a Ruggero Pascoli bastava restar galantuomo” (da una lettera di Pascoli al marchese Guiccioli del marzo 1912). La morte del capofamiglia portò con sé anche la rovina economica del suo nucleo familiare, perché Caterina e i figli subito dopo furono cacciati dalla tenuta e andarono incontro a tempi di ristrettezze economiche, quando non di vera e propria indigenza.
Dunque, stando alla vox populi, il mandante dell’omicidio era stato Pietro Cacciaguerra, un ricco possidente di Savignano che bramava di prendere il posto di Ruggero come amministratore del latifondo, un posto che poteva garantire larghi margini di guadagno personale se svolto non limpidamente: “Mio padre era di un’onestà unica, […] che i successori di lui (che la voce pubblica in Romagna accusa del suo assassinio) non imitarono davvero! e lasciarono o lasceranno ricchi i loro figli”, scrive Pascoli nella lettera al Pietrobono prima ricordata. Le indagini di polizia vennero fatte, ma vennero fatte male, in modo superficiale e approssimativo, quasi non ci si volesse dar troppa pena di fare luce su un omicidio che per le autorità era solo uno dei tanti fatti di sangue che travagliavano la Romagna post-unitaria e che, a detta loro, era banalmente ascrivibile al clima di tumulti e violenze legate alle speculazioni sul grano da parte dei proprietari terrieri. Ci fu anche chi allora ipotizzò che Ruggero fosse stato ucciso da qualche contrabbandiere di sale perché impediva loro di attraversare la tenuta da lui amministrata per trasportare i sacchi di sale dalla costa alle zone interne del paese. Tuttavia l’ipotesi più interessante resta quella che vedeva nel delitto Pascoli la volontà di punire un uomo che non aveva esitato a passare da posizioni repubblicane a una compromissione politica con il neonato governo monarchico. Un traditore insomma, un “sacco rivoltato”, come si diceva allora in Romagna. E in Romagna nessuna accusa era più infamante che quella di essere un voltagabbana.
È vero che il padre del poeta aveva messo da parte i suoi trascorsi repubblicani per partecipare in prima persona all’amministrazione comunale del suo paese all’indomani dell’unità d’Italia; ma è altrettanto vero che il suo era stato un atteggiamento di realismo politico di tanti altri come lui e prima di lui, senza per questo dover arrivare a parlare di tradimento. L’accusa di tradimento fu piuttosto sfruttata dal mandante come pretesto per alimentare una sorta di campagna diffamatoria contro la sua persona, ammantando l’omicidio di moventi ideali e garantendosi così la connivenza dei sammauresi. Cacciaguerra era infatti un influente esponente del partito repubblicano, e dalle fila di questo partito provenivano anche i due sicari, Luigi Paglierani (colui che sparò) e Michele Della Rocca: non dovette essere difficile sobillare gli animi dei compaesani, considerando che già Ruggero, in qualità di amministratore del latifondo, svolgeva incarichi impopolari come decretare l’escomio, cioè la cacciata dei contadini dalla tenuta, oppure denunciare alle autorità i giovani in età di leva militare. Il “sacco rivoltato”, l’affamatore del popolo doveva essere punito, doveva essere eliminato. Peraltro andrà ricordato che questa collusione dei repubblicani del suo paese con il delitto avrà una ricaduta anche sulle successive scelte di vita del giovane Pascoli: a parità di rivendicazioni sociali, infatti, il fatto che negli anni universitari scelga di avvicinarsi all’Internazionale anarchica piuttosto che al repubblicanesimo (nonostante suo padre fosse stato un repubblicano della prima ora), andrà imputato alla consapevolezza che frange repubblicane non erano estranee all’assassinio paterno.
Ma che Cacciaguerra prese il suo posto come amministratore della “Torre” poco tempo dopo fu una coincidenza che non sfuggì a nessuno. È Pascoli stesso a raccontare al Notarbartolo in poche righe efficaci lo stato di cose di quegli anni: “La polizia seppe, probabilmente, tutto; ma non volle approfondire. In Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l’orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando, giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le traccie disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!”
Oggi non può non provocare un certo stupore sentire la Romagna associata alla Sicilia mafiosa: ma nella seconda metà del Ottocento in parlamento era all’ordine del giorno affrontare le problematiche politico-sociali legate a una questione romagnola così come si faceva con quelle della più tristemente nota questione meridionale. Naturalmente Pascoli ci ha abituati a pensare al delitto paterno come se si trattasse di un evento unico e straordinario, e così fu vissuto dai suoi familiari, ma non si deve dimenticare che negli stessi anni si contavano a decine i morti ammazzati sulle strade romagnole. Il clima di violenza era innegabile, ed era il sintomo di un profondo disagio sociale ed economico, mentre esisteva una propaganda governativa che tale clima presentava all’opinione pubblica come frutto dell’indole corrotta e sanguinaria dei romagnoli per poter così giustificare interventi armati in quella regione dove stavano sorgendo nuovi movimenti politici come l’anarchismo e il socialismo.
Il silenzio omertoso dei sammauresi, così doloroso e frustrante per Pascoli e i suoi familiari, che li rendeva oltre tutto isolati rispetto al resto del paese, va forse più correttamente interpretato all’interno di questo contesto, sia che fosse dettato dalla paura di ritorsioni in una realtà priva di tutele legali, sia che fosse originato da una effettiva solidarietà con le ragioni di chi il delitto aveva organizzato. Certe distinzioni possono valere per gli studiosi che cercano di ricostruire i retroscena di quel giorno di sangue, ma certo non per il poeta, che di fronte alla tenace consegna del silenzio dei compaesani non poteva davvero avere la lucidità e il senso critico per spiegarlo e magari giustificarlo: è proprio in questi risvolti che va cercata la motivazione più profonda del rapporto sempre conflittuale che Pascoli ebbe con la sua terra d’origine finché fu in vita.
Si è detto che le indagini furono condotte male, e quel poco che fu fatto andò a infrangersi contro il muro del silenzio del paese di San Mauro. Nel corso degli anni a Forlì vennero fatti – contro ignoti – anche tre processi, i quali, in mancanza di prove se non indiziarie, si conclusero con un nulla di fatto, senza vedere neanche chiamato alla sbarra il supposto mandante dell’omicidio. E gli incartamenti di quelle udienze oggi non esistono più, essendo stati mandati al macero per decreto luogotenenziale nel 1916, quattro anni dopo la morte di Pascoli.
Il poeta ha sempre sostenuto in lettere private e testi ufficiali che lui e la sua famiglia non dovevano niente a una giustizia umana che non aveva potuto, o, quel che è peggio, non aveva voluto adempiere al suo compito. E in questo contesto trova la sua spiegazione la genesi di un mito come quello della cortesia del bandito Passatore, resa immortale nella celeberrima poesia Romagna, mito che, gioverà ribadirlo, è invenzione tutta pascoliana, dal momento che fonti e testimonianze coeve sono concordi nel ricordare piuttosto la violenza e la crudeltà del Passatore. Ma a un certo punto per Pascoli questo brigante ribelle all’autorità e alle leggi dello stato dovette palesarsi come una sorta di bandito gentiluomo, come il campione di una giustizia alternativa cui affidare la propria struggente ansia di riscatto là dove la giustizia ufficiale aveva meschinamente fallito.
A partire dall’edizione myricaea del 1892 che gli è dedicata, Ruggero diventerà forse il principale nume tutelare della poesia pascoliana, e insieme a lui entreranno nell’opera tutti i morti della sua sventurata famiglia. Perché, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, è esistito un tempo in cui la morte non era la tematica principale della poesia di Pascoli. Le stesse Myricae nella prima edizione del 1891 sono un libro sostanzialmente diverso rispetto all’edizione dell’anno successivo, la quale, non a caso, si apre proprio con una dedica alla memoria di Ruggero. Le ragioni di questo mutamento sono state ben indagate da Cesare Garboli, e andranno ricercate in questioni intime e in travagliate dinamiche familiari, e alle pagine garboliane appunto rimandiamo.
Quello che conta è che almeno dal 1892 il poeta dichiara di indirizzare il suo lavoro e il suo studio, con la gloria che gliene può derivare, a farsi approvare, lodare e benedire dai suoi morti, primo fra tutti Ruggero. Come se niente altro avesse importanza. I suoi morti, come non ebbero un destino comune essendo periti per la nequizia degli uomini, così conoscono una sorte singolare anche post mortem: per loro la morte non segna la fine delle sofferenze terrene o corporali, bensì una prosecuzione del dolore che conobbero in vita.
Nel cimitero a mezza strada tra San Mauro e Savignano sta raccolta tutta una famiglia, triste di una tristezza che non si sa dire, con gli occhi ancora pieni di pianto: “non hanno essi della morte la requie, non si spense d’essi con la vita il dolore; questo (oh; solo questo) rimane d’essi. […] Infelicissimi io vi sento e so tutti, e ho sempre contristata la vita dai vostri gemiti, che odo; poiché in me voi avete conservata metà della vostra vita, come io in voi ho perduta metà della mia” (prefazione di Myricae, 1892). Questa è la ragione per cui la poesia per Pascoli diventa non tanto o non solo un mezzo di affermazione individuale, quanto l’unico strumento per sottrarre all’oblio la memoria dei suoi cari e per lanciare un estremo monito, stante l’inefficienza della giustizia umana, contro coloro che di quelle morti erano stati più o meno direttamente responsabili.
domenica 9 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1974 il presidente americano Richard Nixon si dimette per evitare una procedura di empeachment a seguito dello scandalo Watergate.
Durante un difficile periodo per l'America, mentre la guerra in Vietnam è in pieno svolgimento, alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali (dove però i sondaggi danno come favorito proprio il Partito Repubblicano), negli uffici della Casa Bianca individui senza scrupoli e agenti della CIA stroncano con qualsiasi mezzo, anche illegale, ogni forma di dissenso.
Per bloccare una fuga di notizie scottanti sulle operazioni belliche in Vietnam, e screditarne il presunto responsabile, l'analista militare Daniel Ellsberg, viene devastato lo studio dello psichiatra di quest'ultimo a Los Angeles.
Ma il 17 giugno 1972, la squadra degli "idraulici" creata all'ombra del Presidente e incaricata di condurre le operazioni di sabotaggio e spionaggio viene sorpresa in flagranza di reato all'interno degli uffici del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington.
Lo scandalo scoppia immediatamente, appena i colpevoli (in particolare James McCord, ex FBI e CIA) si qualificano come agenti governativi, e viene alimentato dall'inchiesta giornalistica condotta da due reporter del "Washington Post", Carl Bernstein e Bob Woodward, che pubblicano le rivelazioni di una misteriosa fonte, chiamata "gola profonda", svelando il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale nelle attività illegali. Tra gli "idraulici" arrestati, protagonisti di numerose effrazioni, figurano infatti Howard Hunt e Gordon Liddy, membri del comitato per la rielezione di Nixon, presieduto dal Ministro della Giustizia John Mitchell.
Nel novembre 1972, Nixon è, come previsto, riconfermato alla presidenza, ma i successivi tentativi di insabbiare le responsabilità sul 'caso Watergate', comprando il silenzio delle spie catturate, entrano in contrasto non solo con il procedimento giudiziario nel frattempo indetto, ma anche con il crescente sdegno di gran parte dell'opinione pubblica.
L'evidenza dei fatti e la gravità della minaccia alla vita democratica del Paese spingono nel 1973 all'istituzione di una Commissione Senatoriale d'inchiesta, creata con lo scopo di vagliare il coinvolgimento della Casa Bianca nello "sporco affare" e le colpe dello stesso Presidente. Nixon, pur rendendosi conto che la propria posizione e sempre piu precaria e minacciata, non si rassegna e, anzi, prosegue con ostinazione la battaglia contro i suoi accusatori.
Dal 17 maggio 1973 al 27 giugno 1974, durante le udienze che tutti i cittadini seguono con intensa partecipazione, sono via via sottoposti alle interrogazioni del Senatore Sam Ervin, Presidente della Commissione, tutti gli uomini del presidente: il capo dello staff Bob Haldeman, il consigliere John Ehrlichman, il vicedirettore del comitato di rielezione Jeb Stuart Magruder e il consigliere legale presidenziale John Dean: solo gli ultimi due, però, ammettono le gravi responsabilità della Casa Bianca.
Dean, licenziato dal Presidente per la sua "inaffidabilità" il 30 aprile 1973, rivela inoltre l'esistenza di nastri segreti, sui quali Nixon è solito registrare ogni conversazione. La confessione di Dean viene confermata il 16 luglio 1973 da Alexander Butterfield, aiutante alla Casa Bianca: il sistema di registrazione, installato su ordine dello stesso Presidente, può provare l'attendibilità delle testimonianze e risulterà in effetti determinante negli sviluppi dell'inchiesta, nonostante il ripetuto rifiuto di Nixon si protragga per circa un anno e manchino, perché cancellate, notevoli parti delle conversazioni registrate.
Rigettando la pretesa di un "privilegio dell'esecutivo", la Corte Suprema impone la consegna dei nastri che, finalmente esaminati alla fine del luglio 1974, dimostrano il consapevole coinvolgimento di Nixon nel Watergate e nella successiva opera di insabbiamento.
Negli stessi giorni (27, 29 e 30 luglio), il Congresso vota l'avvio della procedura di impeachment contro il Presidente per le gravi accuse formulate, ma Nixon, prima ancora di essere destituito, comunica le proprie dimissioni in diretta televisiva e rimette definitivamente il proprio mandato il 9 agosto (1974).
Si chiude così una contestatissima presidenza, ma non gli effetti dello scandalo: sebbene Nixon, a differenza dei suoi collaboratori, tutti condannati, riceva le garanzie del perdono dal suo successore Gerald Ford, le polemiche sul Watergate si trascinano per anni, compromettendo il margine di vantaggio elettorale dei Repubblicani e segnando profondamente la fiducia degli Americani nella propria classe dirigente.
Un'ombra inquietante ha finito col gettare discredito sull'operato dell'amministrazione Nixon, sui metodi della CIA e anche sulla politica estera del Segretario di Stato Henry Kissinger. D'altra parte, la portata dello scandalo ha offerto anche lo spunto per un successivo rinnovamento, mirato alla trasparenza delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento elettorale.
Senza dubbio, dopo la vicenda del Watergate, il giornalismo d'inchiesta riconquista un ruolo di primaria importanza e alla stampa è restituita la funzione di arbitro, di guardia rispetto al potere politico: il suffisso -gate, nel frattempo divenuto sinonimo di 'scandalo', è destinato a ripresentarsi con una regolarità impressionante nella storia degli Stati Uniti.
Il 9 agosto 1974 il presidente americano Richard Nixon si dimette per evitare una procedura di empeachment a seguito dello scandalo Watergate.
Durante un difficile periodo per l'America, mentre la guerra in Vietnam è in pieno svolgimento, alla vigilia della campagna per le elezioni presidenziali (dove però i sondaggi danno come favorito proprio il Partito Repubblicano), negli uffici della Casa Bianca individui senza scrupoli e agenti della CIA stroncano con qualsiasi mezzo, anche illegale, ogni forma di dissenso.
Per bloccare una fuga di notizie scottanti sulle operazioni belliche in Vietnam, e screditarne il presunto responsabile, l'analista militare Daniel Ellsberg, viene devastato lo studio dello psichiatra di quest'ultimo a Los Angeles.
Ma il 17 giugno 1972, la squadra degli "idraulici" creata all'ombra del Presidente e incaricata di condurre le operazioni di sabotaggio e spionaggio viene sorpresa in flagranza di reato all'interno degli uffici del Partito Democratico, nel complesso del Watergate a Washington.
Lo scandalo scoppia immediatamente, appena i colpevoli (in particolare James McCord, ex FBI e CIA) si qualificano come agenti governativi, e viene alimentato dall'inchiesta giornalistica condotta da due reporter del "Washington Post", Carl Bernstein e Bob Woodward, che pubblicano le rivelazioni di una misteriosa fonte, chiamata "gola profonda", svelando il diretto coinvolgimento dello staff presidenziale nelle attività illegali. Tra gli "idraulici" arrestati, protagonisti di numerose effrazioni, figurano infatti Howard Hunt e Gordon Liddy, membri del comitato per la rielezione di Nixon, presieduto dal Ministro della Giustizia John Mitchell.
Nel novembre 1972, Nixon è, come previsto, riconfermato alla presidenza, ma i successivi tentativi di insabbiare le responsabilità sul 'caso Watergate', comprando il silenzio delle spie catturate, entrano in contrasto non solo con il procedimento giudiziario nel frattempo indetto, ma anche con il crescente sdegno di gran parte dell'opinione pubblica.
L'evidenza dei fatti e la gravità della minaccia alla vita democratica del Paese spingono nel 1973 all'istituzione di una Commissione Senatoriale d'inchiesta, creata con lo scopo di vagliare il coinvolgimento della Casa Bianca nello "sporco affare" e le colpe dello stesso Presidente. Nixon, pur rendendosi conto che la propria posizione e sempre piu precaria e minacciata, non si rassegna e, anzi, prosegue con ostinazione la battaglia contro i suoi accusatori.
Dal 17 maggio 1973 al 27 giugno 1974, durante le udienze che tutti i cittadini seguono con intensa partecipazione, sono via via sottoposti alle interrogazioni del Senatore Sam Ervin, Presidente della Commissione, tutti gli uomini del presidente: il capo dello staff Bob Haldeman, il consigliere John Ehrlichman, il vicedirettore del comitato di rielezione Jeb Stuart Magruder e il consigliere legale presidenziale John Dean: solo gli ultimi due, però, ammettono le gravi responsabilità della Casa Bianca.
Dean, licenziato dal Presidente per la sua "inaffidabilità" il 30 aprile 1973, rivela inoltre l'esistenza di nastri segreti, sui quali Nixon è solito registrare ogni conversazione. La confessione di Dean viene confermata il 16 luglio 1973 da Alexander Butterfield, aiutante alla Casa Bianca: il sistema di registrazione, installato su ordine dello stesso Presidente, può provare l'attendibilità delle testimonianze e risulterà in effetti determinante negli sviluppi dell'inchiesta, nonostante il ripetuto rifiuto di Nixon si protragga per circa un anno e manchino, perché cancellate, notevoli parti delle conversazioni registrate.
Rigettando la pretesa di un "privilegio dell'esecutivo", la Corte Suprema impone la consegna dei nastri che, finalmente esaminati alla fine del luglio 1974, dimostrano il consapevole coinvolgimento di Nixon nel Watergate e nella successiva opera di insabbiamento.
Negli stessi giorni (27, 29 e 30 luglio), il Congresso vota l'avvio della procedura di impeachment contro il Presidente per le gravi accuse formulate, ma Nixon, prima ancora di essere destituito, comunica le proprie dimissioni in diretta televisiva e rimette definitivamente il proprio mandato il 9 agosto (1974).
Si chiude così una contestatissima presidenza, ma non gli effetti dello scandalo: sebbene Nixon, a differenza dei suoi collaboratori, tutti condannati, riceva le garanzie del perdono dal suo successore Gerald Ford, le polemiche sul Watergate si trascinano per anni, compromettendo il margine di vantaggio elettorale dei Repubblicani e segnando profondamente la fiducia degli Americani nella propria classe dirigente.
Un'ombra inquietante ha finito col gettare discredito sull'operato dell'amministrazione Nixon, sui metodi della CIA e anche sulla politica estera del Segretario di Stato Henry Kissinger. D'altra parte, la portata dello scandalo ha offerto anche lo spunto per un successivo rinnovamento, mirato alla trasparenza delle istituzioni e dei meccanismi di finanziamento elettorale.
Senza dubbio, dopo la vicenda del Watergate, il giornalismo d'inchiesta riconquista un ruolo di primaria importanza e alla stampa è restituita la funzione di arbitro, di guardia rispetto al potere politico: il suffisso -gate, nel frattempo divenuto sinonimo di 'scandalo', è destinato a ripresentarsi con una regolarità impressionante nella storia degli Stati Uniti.
sabato 8 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 agosto.
L'8 agosto Bologna ricorda la battaglia della Montagnola, avvenuta l'8 agosto 1848.
Successe proprio un '48. Quel '48. La più genuina sollevazione popolare che Bologna ricordi, l'emblema del Risorgimento sotto le due torri. Quell'Otto agosto di 172 anni fa alla Montagnola, la città prese la storia sulle proprie spalle trascinandola avanti coi fucili e le baionette. E fu il popolo a farsene motore in un vuoto di potere che aveva liquefatto ogni autorità.
Il dominio del Papa svanito nelle sembianze pavide del cardinal legato Luigi Amat in fuga verso Porretta, la Guardia civica tentennante in una città in ebollizione, finanzieri, carabinieri e altre forze disorientate. E sullo sfondo, come un nembo, l'aquila degli Asburgo pronta a calare sulla città dopo aver inghiottito Carlo Alberto e il suo esercito. Ma Bologna, già in fortissima fibrillazione risorgimentale, si ribella.
In realtà l'otto agosto rivoluzionario comincia nelle osterie in un crescendo di scaramucce che aumentano la tensione fino alla deflagrazione della battaglia. A essa parteciparono una parte minima della nobiltà liberale e una fetta rilevante della borghesia, ma l'ossatura della rivolta era rappresentata dalla "bassa gente" fra la quale ribolliva da tempo il rancore verso il potere tout court, in particolare quello straniero come in parte era considerato quello della Roma papalina. Di questa giornata sono rimaste tre memorabili testimonianze. La prima è rappresentata dalle Cronachette bolognesi di Pompeo Bertolazzi, commerciante di spirito liberale che, quando le campane a distesa chiamano alle armi, indossa il berretto della Guardia civica e armato scende in strada arrivando alla Montagnola. Lì si combatte tra morti e feriti e il Bertolazzi confessa di aver "provato un gusto e una voluttà indicibile" nello sparare agli austriaci. Ma un colpo lo colpisce ferendolo e nel retrocedere per cercare aiuto, incappa in un gruppo di facchini che vorrebbero il suo fucile.
L'episodio narrato nelle Cronachette è emblematico di come si mischiassero nel tumulto autentiche passioni risorgimentali e un generico ribellismo. Bertolazzi confesserà che nella sua breve guerra, fu quello dei facchini "il maggior pericolo". Del resto è proprio una nobildonna come Carolina Piepoli a confessare che "fu del popolo il merito della vittoria" contrapposto a una certa vile neghittosità del nobilato e di parte della borghesia. Fu lei a mischiarsi coi facchini nella costruzione delle barricate a porta Santo Stefano e a medicare i feriti. Compito a cui si dedicò anche uno strano popolano che sarà annoverato fra i meritevoli della medaglia commemorativa di quella battaglia. Luigi Paioli, detto il matto dei bastoni, è un esempio di eroismo pacifista dentro la più efferata disumanità della guerra. In una lingua ibrida tra l'italiano sgangherato e la veracità del dialetto bolognese, ha lasciato la sua testimonianza della giornata al Marchese Gioacchino Piepoli che l'ha salvata trascrivendola come un resoconto stenografico. La formidabile giornata comincia all'osteria quando al caffè Dei Grigioni, un paio di austriaci, arrogantemente, chiedono due caffè e tre colori.
All'insulto, i popolani prendono a botte gli ufficiali: benzina sul fuoco in una città già in subbuglio. Si accendono baruffe e più tardi cominciano a fischiare i proiettili. Il Paioli finisce nella sarabanda della Montagnola e vede cadere i feriti a uno a uno. D'istinto si mette a fare il barelliere consegnandoli al rudimentale pronto soccorso delle retrovie. Ma in questo trambusto s'innesca un conflitto a fucilate con un austriaco che ha la peggio. Ferito a un braccio, viene fatto prigioniero dal Paioli. A questo punto, mentre tutti intorno i popolani gridavano di ammazzarlo, avviene il miracolo. Al matto di bastoni spunta l'aureola. Nell'anima più semplice della sanguinosa rivolta, sopravvive una fiamma d'umanità. Paioli spinge l'austriaco, ormai preda della folla, contro il portone della chiesa della Pioggia dov'erano arrivati nel frattempo e si pone lui davanti col suo fucile e la baionetta innestata a difendere il nemico. Al '48 non poteva mancare anche uno spiraglio di pietà.
Fu una vittoria breve, gli austriaci in poco tempo tornarono e fucilarono i capi della rivolta, tra cui Ugo Bassi e Giovanni Livraghi. A ricordo di quell'evento la piazza del mercato dove furono più forti gli scontri fu ribattezzata piazza dell'8 agosto, e vi fu eretto un monumento commemorativo, detto "il popolano", opera di Pasquale Rizzoli nel 1903, ancora oggi visibile davanti all'ingresso del parco della Montagnola.
L'8 agosto Bologna ricorda la battaglia della Montagnola, avvenuta l'8 agosto 1848.
Successe proprio un '48. Quel '48. La più genuina sollevazione popolare che Bologna ricordi, l'emblema del Risorgimento sotto le due torri. Quell'Otto agosto di 172 anni fa alla Montagnola, la città prese la storia sulle proprie spalle trascinandola avanti coi fucili e le baionette. E fu il popolo a farsene motore in un vuoto di potere che aveva liquefatto ogni autorità.
Il dominio del Papa svanito nelle sembianze pavide del cardinal legato Luigi Amat in fuga verso Porretta, la Guardia civica tentennante in una città in ebollizione, finanzieri, carabinieri e altre forze disorientate. E sullo sfondo, come un nembo, l'aquila degli Asburgo pronta a calare sulla città dopo aver inghiottito Carlo Alberto e il suo esercito. Ma Bologna, già in fortissima fibrillazione risorgimentale, si ribella.
In realtà l'otto agosto rivoluzionario comincia nelle osterie in un crescendo di scaramucce che aumentano la tensione fino alla deflagrazione della battaglia. A essa parteciparono una parte minima della nobiltà liberale e una fetta rilevante della borghesia, ma l'ossatura della rivolta era rappresentata dalla "bassa gente" fra la quale ribolliva da tempo il rancore verso il potere tout court, in particolare quello straniero come in parte era considerato quello della Roma papalina. Di questa giornata sono rimaste tre memorabili testimonianze. La prima è rappresentata dalle Cronachette bolognesi di Pompeo Bertolazzi, commerciante di spirito liberale che, quando le campane a distesa chiamano alle armi, indossa il berretto della Guardia civica e armato scende in strada arrivando alla Montagnola. Lì si combatte tra morti e feriti e il Bertolazzi confessa di aver "provato un gusto e una voluttà indicibile" nello sparare agli austriaci. Ma un colpo lo colpisce ferendolo e nel retrocedere per cercare aiuto, incappa in un gruppo di facchini che vorrebbero il suo fucile.
L'episodio narrato nelle Cronachette è emblematico di come si mischiassero nel tumulto autentiche passioni risorgimentali e un generico ribellismo. Bertolazzi confesserà che nella sua breve guerra, fu quello dei facchini "il maggior pericolo". Del resto è proprio una nobildonna come Carolina Piepoli a confessare che "fu del popolo il merito della vittoria" contrapposto a una certa vile neghittosità del nobilato e di parte della borghesia. Fu lei a mischiarsi coi facchini nella costruzione delle barricate a porta Santo Stefano e a medicare i feriti. Compito a cui si dedicò anche uno strano popolano che sarà annoverato fra i meritevoli della medaglia commemorativa di quella battaglia. Luigi Paioli, detto il matto dei bastoni, è un esempio di eroismo pacifista dentro la più efferata disumanità della guerra. In una lingua ibrida tra l'italiano sgangherato e la veracità del dialetto bolognese, ha lasciato la sua testimonianza della giornata al Marchese Gioacchino Piepoli che l'ha salvata trascrivendola come un resoconto stenografico. La formidabile giornata comincia all'osteria quando al caffè Dei Grigioni, un paio di austriaci, arrogantemente, chiedono due caffè e tre colori.
All'insulto, i popolani prendono a botte gli ufficiali: benzina sul fuoco in una città già in subbuglio. Si accendono baruffe e più tardi cominciano a fischiare i proiettili. Il Paioli finisce nella sarabanda della Montagnola e vede cadere i feriti a uno a uno. D'istinto si mette a fare il barelliere consegnandoli al rudimentale pronto soccorso delle retrovie. Ma in questo trambusto s'innesca un conflitto a fucilate con un austriaco che ha la peggio. Ferito a un braccio, viene fatto prigioniero dal Paioli. A questo punto, mentre tutti intorno i popolani gridavano di ammazzarlo, avviene il miracolo. Al matto di bastoni spunta l'aureola. Nell'anima più semplice della sanguinosa rivolta, sopravvive una fiamma d'umanità. Paioli spinge l'austriaco, ormai preda della folla, contro il portone della chiesa della Pioggia dov'erano arrivati nel frattempo e si pone lui davanti col suo fucile e la baionetta innestata a difendere il nemico. Al '48 non poteva mancare anche uno spiraglio di pietà.
Fu una vittoria breve, gli austriaci in poco tempo tornarono e fucilarono i capi della rivolta, tra cui Ugo Bassi e Giovanni Livraghi. A ricordo di quell'evento la piazza del mercato dove furono più forti gli scontri fu ribattezzata piazza dell'8 agosto, e vi fu eretto un monumento commemorativo, detto "il popolano", opera di Pasquale Rizzoli nel 1903, ancora oggi visibile davanti all'ingresso del parco della Montagnola.
venerdì 7 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno . Oggi è il 7 agosto.
Il 7 agosto 1990 veniva uccisa, in una stanza degli uffici della ditta A.I.A.G. di via Poma 2 a Roma, presso la quale lavorava, Simonetta Cesaroni, una bella ragazza di 21 anni. Il delitto passò alle cronache italiane come il delitto di Via Poma.
Simonetta fu ritrovata nuda, con soltanto addosso i calzini, il reggiseno abbassato a scoprire i seni e la maglietta alzata al collo, coperta del suo sangue a seguito di 21 coltellate, alcune sul viso, alcune sul seno e sui fianchi, la maggior parte sul pube e nel basso ventre. Un capezzolo risultava escoriato da un morso, mentre non furono trovate tracce di violenza sessuale.
Le indagini si indirizzarono subito verso il portiere dello stabile, Pietro Vanacore, che quel pomeriggio non era presente alla mangiata di cocomero organizzata dai portieri del complesso, sostenendo di essere andato ad assistere un condomino molto anziano a cui badava, Cesare Valli, il quale però dichiarò di averlo visto solo alle 23, mentre il delitto si colloca tra le 17,30 (ora dell'ultima telefonata di Simonetta) e le 18,30, in cui la vittima doveva telefonare al suo capo come da accordi. Vanacore fu arrestato, ma successivamente scagionato perché il DNA ritrovato sul reggiseno, sul morso e su una macchia di sangue su una maniglia della porta non corrispondevano al suo profilo biologico. Le indagini ricominciarono da zero e tra mille ipotesi smentite (tra cui una fantasiosa che chiamava in causa addirittura la banda della Magliana) nel 2005 nuove indagini del ris chiamano in causa Raniero Busco, fidanzato della vittima all'epoca dei fatti, il cui DNA corrisponde. Viene istituito il processo nel 2010; 3 mesi prima del suo inizio Vanacore si suicida lasciando un biglietto con scritto "20 anni di sospetti portano al suicidio".
Il 26 gennaio 2011 Raniero Busco viene dichiarato colpevole di omicidio di primo grado, con l'aggravante di crudeltà, e condannato a 24 anni di reclusione, con sentenza di primo grado.
il 27 febbraio 2012 la prima corte d'assise d'Appello di Roma dichiara Raniero Brusco assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto.
Il 26 febbraio 2014 la Corte di Cassazione, alla quale era ricorsa la Procura dopo l'assoluzione in appello, conferma in via definitiva l'estraneità ai fatti di Busco.
Il delitto di via Poma è ancora senza un colpevole.
Il 7 agosto 1990 veniva uccisa, in una stanza degli uffici della ditta A.I.A.G. di via Poma 2 a Roma, presso la quale lavorava, Simonetta Cesaroni, una bella ragazza di 21 anni. Il delitto passò alle cronache italiane come il delitto di Via Poma.
Simonetta fu ritrovata nuda, con soltanto addosso i calzini, il reggiseno abbassato a scoprire i seni e la maglietta alzata al collo, coperta del suo sangue a seguito di 21 coltellate, alcune sul viso, alcune sul seno e sui fianchi, la maggior parte sul pube e nel basso ventre. Un capezzolo risultava escoriato da un morso, mentre non furono trovate tracce di violenza sessuale.
Le indagini si indirizzarono subito verso il portiere dello stabile, Pietro Vanacore, che quel pomeriggio non era presente alla mangiata di cocomero organizzata dai portieri del complesso, sostenendo di essere andato ad assistere un condomino molto anziano a cui badava, Cesare Valli, il quale però dichiarò di averlo visto solo alle 23, mentre il delitto si colloca tra le 17,30 (ora dell'ultima telefonata di Simonetta) e le 18,30, in cui la vittima doveva telefonare al suo capo come da accordi. Vanacore fu arrestato, ma successivamente scagionato perché il DNA ritrovato sul reggiseno, sul morso e su una macchia di sangue su una maniglia della porta non corrispondevano al suo profilo biologico. Le indagini ricominciarono da zero e tra mille ipotesi smentite (tra cui una fantasiosa che chiamava in causa addirittura la banda della Magliana) nel 2005 nuove indagini del ris chiamano in causa Raniero Busco, fidanzato della vittima all'epoca dei fatti, il cui DNA corrisponde. Viene istituito il processo nel 2010; 3 mesi prima del suo inizio Vanacore si suicida lasciando un biglietto con scritto "20 anni di sospetti portano al suicidio".
Il 26 gennaio 2011 Raniero Busco viene dichiarato colpevole di omicidio di primo grado, con l'aggravante di crudeltà, e condannato a 24 anni di reclusione, con sentenza di primo grado.
il 27 febbraio 2012 la prima corte d'assise d'Appello di Roma dichiara Raniero Brusco assolto con formula piena, per non aver commesso il fatto.
Il 26 febbraio 2014 la Corte di Cassazione, alla quale era ricorsa la Procura dopo l'assoluzione in appello, conferma in via definitiva l'estraneità ai fatti di Busco.
Il delitto di via Poma è ancora senza un colpevole.
giovedì 6 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 agosto.
Il 6 agosto 2001 George W. Bush riceve un documento riservato da parte della Cia dal titolo "Bin Laden è deciso a compiere un attacco negli Stati Uniti". Il documento fu ignorato ed accantonato.
George Walker Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti d'America, nasce il 6 luglio 1946 a New Haven, nel Connecticut. La sua è una famiglia dalle solide tradizioni politiche, basti considerare il fatto che il padre, George Bush senior, è stato anch'egli presidente degli Stati Uniti dal 1988 al 1992, mentre la madre, Barbara Bush, ha un fratello minore ex governatore della Florida.
Se il percorso politico di Bush junior si è sviluppato sulla scia degli esempi familiari, in questo confermando la sua immagine di persona integrata e fedele alle tradizioni (al contrario di altri "ribelli"), tradizioni che si rifanno alla morale protestante di stampo metodista, anche la carriera scolastica ricalca fedelmente le orme dell'impostazione paterna, essendosi laureato nel 1968 all'università di Yale, stesso ateneo del padre. In seguito, proseguendo gli studi, ha conseguito un master in business administration all'università di Harvard. Tuttavia all'interno di questo edificante quadretto, grazie allo scavo di giornalisti intraprendenti, alcune ombre hanno fatto capolino nella biografia del giovane Bush, "macchiata" da qualche ragazzata episodica a cui non è estraneo, secondo alcuni giornali americani, anche l'uso di alcune blande sostanze stupefacenti.
Il suo approccio alla dimensione politica è comunque estremamente pragmatico e tende anzi a guardare con occhio critico il mondo politico proprio dall'interno. E' nota l'avversione di Bush verso tutto ciò che è eccessivamente intellettualistico, a cominciare dalle analisi troppo sofisticate che si leggono nei saggi dedicati all'argomento. Così com'è nota, parallelamente, la sua avversione per la categoria dei politici in genere. Egli si avvale, per corroborare questo tipo di atteggiamento, delle sue esperienze professionali avulse dal settore strettamente politico, accreditandosi agli occhi dell'elettorato come un professionista che si presta alla politica per servire il suo Paese. Ecco allora i richiami al lungo periodo in cui ha lavorato nella società petrolifera "Spectrum Corporation" nel Midland e, fino al 1986, nell'industria energetica Harken Energy Corporation. Oppure, al suo staff piace sottolineare che è stato pilota della Guardia Nazionale Aerea del Texas. Infine, la sua immagine si è costruita a partire da un modello che corrisponde in tutto e per tutto alla dimensione media dell'elettorato americano, a partire dalla grande passione per il baseball (nel 1989 ha addirittura acquistato, con un gruppo di soci, la squadra di baseball dei Texas Rangers).
La carriera politica comincia nel 1978 quando si candida nel partito Repubblicano per farsi eleggere alla Camera dei rappresentanti del Texas, cosa che gli riesce. Nel 1988, ormai pratico di quel mondo che tanto detesta, cura come consigliere la campagna elettorale per le presidenziali del padre.
Nel 2000 si candida alle elezioni presidenziali, contro il democratico Al Gore. Si tratta di una delle campagne in assoluto più sofferte della storia americana, non solo per l'esiguo scarto di voti fra i due, ma anche per alcune deficienze del sistema elettorale che in alcuni paesi costringono a una nuova verifica delle schede, con conseguente strascico di polemiche e sospetti di brogli (si scatenò una polemica sul meccanismo di punzonatura e di perforazione delle schede, un metodo "tecnologico" di recente introdotto). Si presenta così una situazione inedita, con ricorsi da una parte e dall'altra ai vari gradi di giudizio e con il rischio di una delegittimazione della carica presidenziale.
Ad ogni modo, benché inizialmente Al Gore sembrasse favorito (seppur di pochissimo, come si è detto), i voti sanciscono, dopo più di un mese di polemiche e di conteggi, la vittoria di strettissima misura di Bush jr.
Nel gennaio 2001 il neo presidente si insedia alla Casa Bianca. Il programma prevede una massiccia riduzione delle tasse (particolarmente sui redditi più alti), una riforma della scuola che attribuisce maggiori poteri e fondi agli Stati federali, una politica di contrasto contro l'aborto, un decentramento dei controlli anti-inquinamento e l'ampliamento di ricerche petrolifere in Alaska.
Sul piano internazionale è favorevole alla ripresa del piano per lo "scudo stellare", a un ripensamento dei rapporti con la Russia, al disimpegno nei Balcani. Nei mesi successivi le linee di Bush trovano applicazione in alcuni importanti momenti istituzionali: la richiesta (contrastata dall'UE e dal Giappone) di ridiscutere il protocollo di Kyoto sull'ambiente e l'opposizione, in sede ONU, alla regolamentazione della vendita delle armi leggere.
Ancora sul versante estero, dichiara subito linea dura con la Cina e con l'Iraq, oltre all'incentivazione delle spese militari. Saggiamente però pensa subito a rassicurare le mamme americane sull'utilizzo dei loro figlioli in missioni di guerra, memore delle ferite psicologiche riportate in esperienze precedenti (guerra del Vietnam "in primis"). In sostanza, promette l'utilizzo di truppe solo nei casi in cui sia in gioco l'interesse nazionale.
Durante il discorso nella sede della camera dei rappresentati del Texas, Bush dice di voler creare: "un'America che sia istruita, così che ogni bambino abbia le chiavi per poter realizzare quel sogno; e un'America che sia unita nelle nostre diversità e nei nostri valori condivisi che sono più grandi della razza o dell'appartenenza di parte. L'America - dice ancora - deve incoraggiare la stabilità da una posizione di forza, mettendo la sicurezza nazionale al primo posto e impegnandosi a sviluppare il sistema di difesa missilistico".
George Bush jr si è inoltre trovato ad affrontare una delle crisi più gravi a cui sia andato incontro il suo Paese, ossia gli squilibri derivanti dagli attacchi terroristici e dalla loro lotta.
George W. Bush viene poi rieletto alle elezioni del novembre 2004 battendo il candidato democratico John Kerry con oltre 59 milioni di voti, con la maggioranza per i repubblicani sia alla Camera che al Senato: meglio di ogni presidente che l'ha preceduto.
Dopo l'11 settembre, la guerra in Iraq, l'intervento militare in Afghanistan, il suo mandato termina nel novembre 2008, in piena crisi economica mondiale.
Il suo successore sarà il democratico Barack Obama.
Nel novembre del 2010 pubblica un libro biografico dove inserisce le sua memorie presidenziali, dal titolo "Decision Points".
Il 6 agosto 2001 George W. Bush riceve un documento riservato da parte della Cia dal titolo "Bin Laden è deciso a compiere un attacco negli Stati Uniti". Il documento fu ignorato ed accantonato.
George Walker Bush, 43esimo presidente degli Stati Uniti d'America, nasce il 6 luglio 1946 a New Haven, nel Connecticut. La sua è una famiglia dalle solide tradizioni politiche, basti considerare il fatto che il padre, George Bush senior, è stato anch'egli presidente degli Stati Uniti dal 1988 al 1992, mentre la madre, Barbara Bush, ha un fratello minore ex governatore della Florida.
Se il percorso politico di Bush junior si è sviluppato sulla scia degli esempi familiari, in questo confermando la sua immagine di persona integrata e fedele alle tradizioni (al contrario di altri "ribelli"), tradizioni che si rifanno alla morale protestante di stampo metodista, anche la carriera scolastica ricalca fedelmente le orme dell'impostazione paterna, essendosi laureato nel 1968 all'università di Yale, stesso ateneo del padre. In seguito, proseguendo gli studi, ha conseguito un master in business administration all'università di Harvard. Tuttavia all'interno di questo edificante quadretto, grazie allo scavo di giornalisti intraprendenti, alcune ombre hanno fatto capolino nella biografia del giovane Bush, "macchiata" da qualche ragazzata episodica a cui non è estraneo, secondo alcuni giornali americani, anche l'uso di alcune blande sostanze stupefacenti.
Il suo approccio alla dimensione politica è comunque estremamente pragmatico e tende anzi a guardare con occhio critico il mondo politico proprio dall'interno. E' nota l'avversione di Bush verso tutto ciò che è eccessivamente intellettualistico, a cominciare dalle analisi troppo sofisticate che si leggono nei saggi dedicati all'argomento. Così com'è nota, parallelamente, la sua avversione per la categoria dei politici in genere. Egli si avvale, per corroborare questo tipo di atteggiamento, delle sue esperienze professionali avulse dal settore strettamente politico, accreditandosi agli occhi dell'elettorato come un professionista che si presta alla politica per servire il suo Paese. Ecco allora i richiami al lungo periodo in cui ha lavorato nella società petrolifera "Spectrum Corporation" nel Midland e, fino al 1986, nell'industria energetica Harken Energy Corporation. Oppure, al suo staff piace sottolineare che è stato pilota della Guardia Nazionale Aerea del Texas. Infine, la sua immagine si è costruita a partire da un modello che corrisponde in tutto e per tutto alla dimensione media dell'elettorato americano, a partire dalla grande passione per il baseball (nel 1989 ha addirittura acquistato, con un gruppo di soci, la squadra di baseball dei Texas Rangers).
La carriera politica comincia nel 1978 quando si candida nel partito Repubblicano per farsi eleggere alla Camera dei rappresentanti del Texas, cosa che gli riesce. Nel 1988, ormai pratico di quel mondo che tanto detesta, cura come consigliere la campagna elettorale per le presidenziali del padre.
Nel 2000 si candida alle elezioni presidenziali, contro il democratico Al Gore. Si tratta di una delle campagne in assoluto più sofferte della storia americana, non solo per l'esiguo scarto di voti fra i due, ma anche per alcune deficienze del sistema elettorale che in alcuni paesi costringono a una nuova verifica delle schede, con conseguente strascico di polemiche e sospetti di brogli (si scatenò una polemica sul meccanismo di punzonatura e di perforazione delle schede, un metodo "tecnologico" di recente introdotto). Si presenta così una situazione inedita, con ricorsi da una parte e dall'altra ai vari gradi di giudizio e con il rischio di una delegittimazione della carica presidenziale.
Ad ogni modo, benché inizialmente Al Gore sembrasse favorito (seppur di pochissimo, come si è detto), i voti sanciscono, dopo più di un mese di polemiche e di conteggi, la vittoria di strettissima misura di Bush jr.
Nel gennaio 2001 il neo presidente si insedia alla Casa Bianca. Il programma prevede una massiccia riduzione delle tasse (particolarmente sui redditi più alti), una riforma della scuola che attribuisce maggiori poteri e fondi agli Stati federali, una politica di contrasto contro l'aborto, un decentramento dei controlli anti-inquinamento e l'ampliamento di ricerche petrolifere in Alaska.
Sul piano internazionale è favorevole alla ripresa del piano per lo "scudo stellare", a un ripensamento dei rapporti con la Russia, al disimpegno nei Balcani. Nei mesi successivi le linee di Bush trovano applicazione in alcuni importanti momenti istituzionali: la richiesta (contrastata dall'UE e dal Giappone) di ridiscutere il protocollo di Kyoto sull'ambiente e l'opposizione, in sede ONU, alla regolamentazione della vendita delle armi leggere.
Ancora sul versante estero, dichiara subito linea dura con la Cina e con l'Iraq, oltre all'incentivazione delle spese militari. Saggiamente però pensa subito a rassicurare le mamme americane sull'utilizzo dei loro figlioli in missioni di guerra, memore delle ferite psicologiche riportate in esperienze precedenti (guerra del Vietnam "in primis"). In sostanza, promette l'utilizzo di truppe solo nei casi in cui sia in gioco l'interesse nazionale.
Durante il discorso nella sede della camera dei rappresentati del Texas, Bush dice di voler creare: "un'America che sia istruita, così che ogni bambino abbia le chiavi per poter realizzare quel sogno; e un'America che sia unita nelle nostre diversità e nei nostri valori condivisi che sono più grandi della razza o dell'appartenenza di parte. L'America - dice ancora - deve incoraggiare la stabilità da una posizione di forza, mettendo la sicurezza nazionale al primo posto e impegnandosi a sviluppare il sistema di difesa missilistico".
George Bush jr si è inoltre trovato ad affrontare una delle crisi più gravi a cui sia andato incontro il suo Paese, ossia gli squilibri derivanti dagli attacchi terroristici e dalla loro lotta.
George W. Bush viene poi rieletto alle elezioni del novembre 2004 battendo il candidato democratico John Kerry con oltre 59 milioni di voti, con la maggioranza per i repubblicani sia alla Camera che al Senato: meglio di ogni presidente che l'ha preceduto.
Dopo l'11 settembre, la guerra in Iraq, l'intervento militare in Afghanistan, il suo mandato termina nel novembre 2008, in piena crisi economica mondiale.
Il suo successore sarà il democratico Barack Obama.
Nel novembre del 2010 pubblica un libro biografico dove inserisce le sua memorie presidenziali, dal titolo "Decision Points".
mercoledì 5 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1962 l'attrice Marilyn Monroe viene trovata morta nella sua casa di Los Angeles, apparentemente per un'overdose di barbiturici.
Marilyn Monroe nasce il 1° giugno 1926 alle 9.30, presso il General Hospital di Los Angeles,
come Norma Jeane (ma doveva essere Jean) Baker Mortenson.
Baker come Jasper Baker e Mortenson come Edward Mortenson (ma nessuno dei due è il vero padre) rispettivamente primo e secondo marito di Gladys Pearl Monroe, madre di Jeane.
Gladys aveva sposato appena sedicenne, nel 1917, Jasper detto Jack o Jap Baker, un uomo molto violento dal quale aveva avuto due figli, Robert Kermit detto Jackie, e Berniece, e dal quale dopo anni di pesanti percosse aveva divorziato nel maggio del 1922. Nonostante avesse ottenuto la custodia dei figli il marito li rapì portandoli a vivere nel suo paese natale nel Kentucky. Gladys non rivide più il figlio maschio morto tredicenne per malattia.
Nell'autunno del 1924 Gladys sposa Edward Mortenson, l'unione dura meno di un anno e quando Gladys dà alla luce Norma Jeane, si sono già lasciati da un pezzo.
L'uomo che con maggiore probabilità è il padre biologico di Norma Jeane è C. Stanley Gifford, un collega di lavoro con cui Gladys aveva allacciato una relazione. Gifford se ne andò e lasciò Gladys per sempre a Natale del 1925, presumibilmente perchè Gladys gli aveva annunciato di essere incinta.
Una volta, quando Gladys dava già segni di turbe mentali e Norma Jeane era ancora piccola, le mostrò la foto di Gifford dicendole che era suo padre. In età adulta l'unico ricordo di quel volto furono un paio di baffetti alla Clark Gable, che gli conferivano una vaga somiglianza con l'attore; per questo motivo Marilyn provò sempre una grande ammirazione per Gable, nel quale le sembrava di riscontrare la figura paterna e quando lavorarono insieme sul set de "Gli Spostati" (The Misfits) ne fu felicissima.
Quando Norma Jeane viene al mondo la madre ha appena 24 anni, è graziosa anche se di una bellezza un po' spigolosa, fa lunghi turni in un laboratorio di montaggio di pellicole per mantenersi e nel tempo libero desidera divertirsi.
In accordo con sua madre Della, la nonna di Norma Jeane, una donna con disturbi mentali (si dice che per paranoia, tentò addirittura di soffocare Norma Jeane con un cuscino, mentre dormiva nel suo lettino) Gladys affida Norma Jeane, quando non ha ancora un mese di vita, ai coniugi Albert e Ida Bolender, per 5 dollari la settimana.
Albert è un postino e la moglie si occupa della casa e del figlio adottivo Lester, sono molto religiosi e si affezionano davvero a Norma Jeane, tanto da tentare di adottarla, ma Gladys non rinunciò mai alla figlia. Andava a trovarla saltuariamente e frettolosamente il sabato, riuscendo solo, con la sua presenza e i suoi modi, a destabilizzare la bambina, che aveva cominciato a chiamare mamma la donna a cui era stata affidata. Certo Ida cercava continuamente di scoraggiare quest'abitudine anche in modo severo, dicendole che sua madre era "la donna dai capelli rossi" che veniva a trovarla, ma Norma Jeane sembrava non voler sentir ragioni.
Il 20 ottobre 1934 quando Norma Jeane ha 8 anni, Gladys firma il contratto di acquisto di una piccola casa per 6 mila dollari, versando un anticipo di 750 dollari. La casa ha un giardinetto sul retro ed è tutta dipinta di bianco, si trova al 64812 di Arbol Drive su Cahuenga Pass vicino all' Hollywood Boulevard. Tra il mobilio della casa che Gladys ha preso per sè e la figlia c'è un pianoforte bianco, abbastanza malridotto, che si diceva fosse appartenuto a Fredric March. Una volta divenuta famosa, Marilyn assunse un investigatore privato per ritrovare quel pianoforte, e da allora non se ne separò mai più. Nel 2000, molti beni di Marilyn sono stati messi all'asta da Christie's e quel pianoforte bianco fu comprato dalla cantante Mariah Carey per 600.000 dollari.
Per comprare e arredare la casa Gladys si era indebitata davvero molto e questo aveva aumentato le sue crisi d'ansia e gli attacchi di panico, e l'anno successivo dopo una grave crisi nervosa, dovuta anche ai debiti, il lavoro eccessivo e i lutti in famiglia, viene ricoverata in ospedale psichiatrico, dove viene dichiarata affetta da paranoia e schizofrenia e internata, perché considerata non in grado di intendere e volere.
Norma Jeane viene presa in custodia da un'amica della madre, Grace Mckee, che ben presto però, a causa del suo matrimonio con Ervin detto "Doc" Goddard che non vuole prendersi in casa la bambina, non è più in grado di occuparsi di lei.
Da questo momento per Norma Jeane inizia un pellegrinaggio dentro e fuori dall'orfanotrofio, il Children Home Society di Los Angeles, e non essendo adottabile visto che la madre non intende rinunciare alla figlia, viene data in affidamento e trasferita da una famiglia all'altra, dove sopporta violenze, umiliazioni, disattenzioni e presumibilmente anche abusi.
Quando ha da poco compiuto 11 anni, Norma Jeane torna a vivere con Grace Goddard e il marito, ma la loro situazione finanziaria è davvero precaria e inoltre Doc non la vuole tra i piedi e così a novembre del 1937 è spedita a casa di zia Olive Monroe, moglie di Marion il fratello minore di Gladys, dal quale ha avuto tre figli e da cui è stata abbandonata. Olive vive da sua madre Ida Martin a Lankershim.
Nel marzo 1938 a causa dell'inondazione nella San Fernando Valley, Lankershim è invasa dalle acque del Los Angeles River e Norma Jeane è costretta a sfollare e va a vivere con la zia di Grace Goddard, Ana Lower che vive all'11348 di Nebraska Avenue a Los Angeles Ovest e qui si iscrive alla Emerson Junior High School.
Norma Jeane con zia Ana si trova bene e le si affeziona molto, ma la donna è cardiopatica e nel 1941 deve lasciarla. Torna a vivere da Grace Goddard, che intanto è diventata alcolizzata come il marito, a Van Nuys e comincia a frequentare il Van Nuys High School.
A gennaio del 1942 Grace e il marito Doc Goddard comunicano a Norma Jeane che hanno deciso di trasferirsi in Virginia, dove Doc ha accettato un posto di lavoro, spiegandole che non potrà seguirli e discutendo su ciò che sarà meglio per lei nel prossimo futuro.
Grace le combina un matrimonio col vicino di casa, un ragazzo con cui Norma Jeane ha cominciato a flirtare e con cui è uscita qualche volta: venerdì 19 giugno 1942 a 16 anni, con l'unica alternativa di rivivere l'incubo dell'orfanotrofio, Norma Jeane contrae matrimonio, destinato però al fallimento, con l'allora ventunenne James Dougherty.
Nel 1944 mentre il marito è arruolato in Marina e Norma Jeane lavora come operaia presso un'industria aeronautica alla produzione di paracaduti e alla verniciatura delle fusoliere, viene notata dal fotografo David Conover, impegnato a documentare il lavoro femminile nel periodo bellico, che la convince ad iscriversi ad una scuola per intraprendere la carriera di modella e Norma Jeane si iscrive alla Blue Book Modeling Agency.
Sotto la guida di un altro fotografo, Andrè de Dienes, conquista le copertine delle riviste.
Nel 1945 dopo quasi 10 anni di internamento Gladys Monroe è dichiarata in grado di tornare a vivere nella società e Norma Jeane, che non vede l'ora di lasciare la casa della suocera ed è pronta per il divorzio, affitta un'appartamento per se e la madre, sotto quello di Ana Lower.
Dopo sette mesi di convivenza, la situazione si fa insostenibile, tra le due donne non ci sono legami affettivi a tenerle unite e Norma Jeane che vede profilarsi all'orizzonte la prospettiva di una dorata carriera, si trasferisce allo Studio Club di Hollywood, mentre Gladys chiede di ritornare in clinica.
La carriera di modella di Norma Jeane va a gonfie vele, le sue foto raggiungono le cover dei magazine più prestigiosi, diventa testimonial per numerose pubblicità, finché viene notata dalla Fox e le si aprono le porte di Hollywood.
A vent'anni, nel 1946, divorzia, si schiarisce i capelli e si cambia il nome in Marilyn Monroe (Monroe è il cognome da nubile della madre), il più famoso sex-symbol internazionale del 20° secolo e oltre.
Nel 1947 partecipa e vince il concorso di bellezza Miss California Artichoke Queen (regina dei carciofi). Inizia la sua carriera nel cinema con parti da comparsa in "The Shocking Miss Pilgrim", "You Were Meant for Me", "Dangerous Years" e "I verdi pascoli del Wyoming" (Green Grass of Wyoming) nel 1947 e "Scudda Hoo! Scudda Hay!" nel 1948.
Nel 1949 le viene affidata una parte da protagonista in un film musicale di serie B "Orchidea Bionda" (Ladies of the chorus) e si aggiudica una particina in "Una notte sui tetti" (Love Happy) l'ultima pellicola dei fratelli Marx.
Nel 1950 è in "La figlia dello sceriffo" (A Ticket to Tomahawk) e "Lo spaccone vagabondo", ma soprattutto si aggiudica una parte nel capolavoro noir "Giungla d'asfalto" (The Asphalt Jungle) e in uno dei migliori film di tutti i tempi "Eva contro Eva" (All about Eve). Seguono una serie di piccole parti che si fanno via via più importanti in "Il Messicano" (Right Cross) del 1950, "Hometown Story", "L'affascinante bugiardo" (As young as you feel), "Le memorie di un dongiovanni" (Love Nest) e "Mia moglie si sposa" (Let's make it legal) del 1951.
Nel 1952 è in "La Giostra Umana" (O'Henry's Full House), "La confessione della Signora Doyle" (Clash by night), "Matrimoni a sorpresa" (We're not married), lavora con Cary Grant e Ginger Rogers in "Il magnifico scherzo" (Monkey Business) e ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una baby-sitter psicolabile, in "La tua bocca brucia" (Don't bother to knock).
Nel 1953 con "Niagara", al fianco di Joseph Cotten, nella parte di una conturbante dark lady, ottiene il successo mondiale.
Sempre lo stesso anno recita anche in "Gli uomini preferiscono le bionde" (Gentlemen prefer blondes) e "Come sposare un milionario" (How to marry a millionaire), con i quali si conferma trionfalmente, nell'olimpo delle star più amate e desiderate dal pubblico.
Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe Di Maggio, di dodici anni più vecchio di lei. Questo matrimonio oltre a coronare il loro amore è anche un "investimento" sul piano professionale, neanche il press-agent più intraprendente avrebbe potuto immaginare un evento migliore per consolidare e dare slancio alla fama di Marilyn: il campione più amato d'America sposa la star più ammirata del momento! Joe Di Maggio ha appena smesso di giocare, ma è ancora il re del baseball con un livello di popolarità altissimo, Marilyn è reduce da tre film di grande successo con cui ha ammaliato milioni di fan.
Nel 1954 recita in "La magnifica preda" (River of no return) e nel 1955 in "Quando la moglie è in vacanza" (The seven year itch) ottenendo un vero trionfo.
Poi, dopo meno di un anno di matrimonio, soprattutto a causa della grande gelosia di lui, Marilyn e Joe Di Maggio divorziano e lei si trasferisce a New York per studiare all'Actor's Studio.
A New York conosce l'affermato commediografo, Arthur Miller, che sposa nel 1956.
Sempre nel '56 con il fotografo Milton Green, che allora era un suo grande amico e che aveva conosciuto sul set de "Gli uomini preferiscono le bionde", fonda la Marilyn Monroe Productions con la quale l'anno seguente produce "Il principe e la ballerina" (The Prince and the Showgirl), che interpreta al fianco di Laurence Olivier.
Il primo e unico film della sua casa di produzione non ha il successo sperato, ma nel 1959 è di nuovo in testa ai botteghini col capolavoro "A qualcuno piace caldo" (Some like it hot) di Billy Wilder sotto la cui regia aveva già girato "Quando la moglie è in vacanza".
Nel 1960 è protagonista di "Facciamo l'amore" (Let's make love) col francese Yves Montand, con cui avrà un breve, ma intenso e chiacchieratissimo flirt.
L'instabilità emotiva della diva si aggrava, a causa delle tormentate storie d'amore, prima con John e poi con Bob Kennedy, per l'incapacità di avere figli, per la mancanza di un amore vero da un uomo in grado di amarla come donna e non solo di ammirarla come una dea.
Comincia a ricorrere sempre più spesso ad alcool e barbiturici per curarsi i malumori. Entra ed esce dalle cliniche di disintossicazione.
Nel 1962 esce il suo ultimo film: "Gli spostati" (The Misfits), scritto appositamente per lei dal marito Miller e nello stesso anno divorziano.
A causa dei continui ritardi, delle ripetute crisi nervose, delle sbornie, viene licenziata dal set del film "Something's got to give" e, un mese più tardi, nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962, viene trovata morta nella sua casa, apparentemente suicida per un' overdose di barbiturici, ma sono in molti a credere che sia stata uccisa.
Il mistero sulla sua morte non è mai stato completamente svelato, ma ha sicuramente contribuito a fare entrare Marilyn nel mito.
Il 5 agosto 1962 l'attrice Marilyn Monroe viene trovata morta nella sua casa di Los Angeles, apparentemente per un'overdose di barbiturici.
Marilyn Monroe nasce il 1° giugno 1926 alle 9.30, presso il General Hospital di Los Angeles,
come Norma Jeane (ma doveva essere Jean) Baker Mortenson.
Baker come Jasper Baker e Mortenson come Edward Mortenson (ma nessuno dei due è il vero padre) rispettivamente primo e secondo marito di Gladys Pearl Monroe, madre di Jeane.
Gladys aveva sposato appena sedicenne, nel 1917, Jasper detto Jack o Jap Baker, un uomo molto violento dal quale aveva avuto due figli, Robert Kermit detto Jackie, e Berniece, e dal quale dopo anni di pesanti percosse aveva divorziato nel maggio del 1922. Nonostante avesse ottenuto la custodia dei figli il marito li rapì portandoli a vivere nel suo paese natale nel Kentucky. Gladys non rivide più il figlio maschio morto tredicenne per malattia.
Nell'autunno del 1924 Gladys sposa Edward Mortenson, l'unione dura meno di un anno e quando Gladys dà alla luce Norma Jeane, si sono già lasciati da un pezzo.
L'uomo che con maggiore probabilità è il padre biologico di Norma Jeane è C. Stanley Gifford, un collega di lavoro con cui Gladys aveva allacciato una relazione. Gifford se ne andò e lasciò Gladys per sempre a Natale del 1925, presumibilmente perchè Gladys gli aveva annunciato di essere incinta.
Una volta, quando Gladys dava già segni di turbe mentali e Norma Jeane era ancora piccola, le mostrò la foto di Gifford dicendole che era suo padre. In età adulta l'unico ricordo di quel volto furono un paio di baffetti alla Clark Gable, che gli conferivano una vaga somiglianza con l'attore; per questo motivo Marilyn provò sempre una grande ammirazione per Gable, nel quale le sembrava di riscontrare la figura paterna e quando lavorarono insieme sul set de "Gli Spostati" (The Misfits) ne fu felicissima.
Quando Norma Jeane viene al mondo la madre ha appena 24 anni, è graziosa anche se di una bellezza un po' spigolosa, fa lunghi turni in un laboratorio di montaggio di pellicole per mantenersi e nel tempo libero desidera divertirsi.
In accordo con sua madre Della, la nonna di Norma Jeane, una donna con disturbi mentali (si dice che per paranoia, tentò addirittura di soffocare Norma Jeane con un cuscino, mentre dormiva nel suo lettino) Gladys affida Norma Jeane, quando non ha ancora un mese di vita, ai coniugi Albert e Ida Bolender, per 5 dollari la settimana.
Albert è un postino e la moglie si occupa della casa e del figlio adottivo Lester, sono molto religiosi e si affezionano davvero a Norma Jeane, tanto da tentare di adottarla, ma Gladys non rinunciò mai alla figlia. Andava a trovarla saltuariamente e frettolosamente il sabato, riuscendo solo, con la sua presenza e i suoi modi, a destabilizzare la bambina, che aveva cominciato a chiamare mamma la donna a cui era stata affidata. Certo Ida cercava continuamente di scoraggiare quest'abitudine anche in modo severo, dicendole che sua madre era "la donna dai capelli rossi" che veniva a trovarla, ma Norma Jeane sembrava non voler sentir ragioni.
Il 20 ottobre 1934 quando Norma Jeane ha 8 anni, Gladys firma il contratto di acquisto di una piccola casa per 6 mila dollari, versando un anticipo di 750 dollari. La casa ha un giardinetto sul retro ed è tutta dipinta di bianco, si trova al 64812 di Arbol Drive su Cahuenga Pass vicino all' Hollywood Boulevard. Tra il mobilio della casa che Gladys ha preso per sè e la figlia c'è un pianoforte bianco, abbastanza malridotto, che si diceva fosse appartenuto a Fredric March. Una volta divenuta famosa, Marilyn assunse un investigatore privato per ritrovare quel pianoforte, e da allora non se ne separò mai più. Nel 2000, molti beni di Marilyn sono stati messi all'asta da Christie's e quel pianoforte bianco fu comprato dalla cantante Mariah Carey per 600.000 dollari.
Per comprare e arredare la casa Gladys si era indebitata davvero molto e questo aveva aumentato le sue crisi d'ansia e gli attacchi di panico, e l'anno successivo dopo una grave crisi nervosa, dovuta anche ai debiti, il lavoro eccessivo e i lutti in famiglia, viene ricoverata in ospedale psichiatrico, dove viene dichiarata affetta da paranoia e schizofrenia e internata, perché considerata non in grado di intendere e volere.
Norma Jeane viene presa in custodia da un'amica della madre, Grace Mckee, che ben presto però, a causa del suo matrimonio con Ervin detto "Doc" Goddard che non vuole prendersi in casa la bambina, non è più in grado di occuparsi di lei.
Da questo momento per Norma Jeane inizia un pellegrinaggio dentro e fuori dall'orfanotrofio, il Children Home Society di Los Angeles, e non essendo adottabile visto che la madre non intende rinunciare alla figlia, viene data in affidamento e trasferita da una famiglia all'altra, dove sopporta violenze, umiliazioni, disattenzioni e presumibilmente anche abusi.
Quando ha da poco compiuto 11 anni, Norma Jeane torna a vivere con Grace Goddard e il marito, ma la loro situazione finanziaria è davvero precaria e inoltre Doc non la vuole tra i piedi e così a novembre del 1937 è spedita a casa di zia Olive Monroe, moglie di Marion il fratello minore di Gladys, dal quale ha avuto tre figli e da cui è stata abbandonata. Olive vive da sua madre Ida Martin a Lankershim.
Nel marzo 1938 a causa dell'inondazione nella San Fernando Valley, Lankershim è invasa dalle acque del Los Angeles River e Norma Jeane è costretta a sfollare e va a vivere con la zia di Grace Goddard, Ana Lower che vive all'11348 di Nebraska Avenue a Los Angeles Ovest e qui si iscrive alla Emerson Junior High School.
Norma Jeane con zia Ana si trova bene e le si affeziona molto, ma la donna è cardiopatica e nel 1941 deve lasciarla. Torna a vivere da Grace Goddard, che intanto è diventata alcolizzata come il marito, a Van Nuys e comincia a frequentare il Van Nuys High School.
A gennaio del 1942 Grace e il marito Doc Goddard comunicano a Norma Jeane che hanno deciso di trasferirsi in Virginia, dove Doc ha accettato un posto di lavoro, spiegandole che non potrà seguirli e discutendo su ciò che sarà meglio per lei nel prossimo futuro.
Grace le combina un matrimonio col vicino di casa, un ragazzo con cui Norma Jeane ha cominciato a flirtare e con cui è uscita qualche volta: venerdì 19 giugno 1942 a 16 anni, con l'unica alternativa di rivivere l'incubo dell'orfanotrofio, Norma Jeane contrae matrimonio, destinato però al fallimento, con l'allora ventunenne James Dougherty.
Nel 1944 mentre il marito è arruolato in Marina e Norma Jeane lavora come operaia presso un'industria aeronautica alla produzione di paracaduti e alla verniciatura delle fusoliere, viene notata dal fotografo David Conover, impegnato a documentare il lavoro femminile nel periodo bellico, che la convince ad iscriversi ad una scuola per intraprendere la carriera di modella e Norma Jeane si iscrive alla Blue Book Modeling Agency.
Sotto la guida di un altro fotografo, Andrè de Dienes, conquista le copertine delle riviste.
Nel 1945 dopo quasi 10 anni di internamento Gladys Monroe è dichiarata in grado di tornare a vivere nella società e Norma Jeane, che non vede l'ora di lasciare la casa della suocera ed è pronta per il divorzio, affitta un'appartamento per se e la madre, sotto quello di Ana Lower.
Dopo sette mesi di convivenza, la situazione si fa insostenibile, tra le due donne non ci sono legami affettivi a tenerle unite e Norma Jeane che vede profilarsi all'orizzonte la prospettiva di una dorata carriera, si trasferisce allo Studio Club di Hollywood, mentre Gladys chiede di ritornare in clinica.
La carriera di modella di Norma Jeane va a gonfie vele, le sue foto raggiungono le cover dei magazine più prestigiosi, diventa testimonial per numerose pubblicità, finché viene notata dalla Fox e le si aprono le porte di Hollywood.
A vent'anni, nel 1946, divorzia, si schiarisce i capelli e si cambia il nome in Marilyn Monroe (Monroe è il cognome da nubile della madre), il più famoso sex-symbol internazionale del 20° secolo e oltre.
Nel 1947 partecipa e vince il concorso di bellezza Miss California Artichoke Queen (regina dei carciofi). Inizia la sua carriera nel cinema con parti da comparsa in "The Shocking Miss Pilgrim", "You Were Meant for Me", "Dangerous Years" e "I verdi pascoli del Wyoming" (Green Grass of Wyoming) nel 1947 e "Scudda Hoo! Scudda Hay!" nel 1948.
Nel 1949 le viene affidata una parte da protagonista in un film musicale di serie B "Orchidea Bionda" (Ladies of the chorus) e si aggiudica una particina in "Una notte sui tetti" (Love Happy) l'ultima pellicola dei fratelli Marx.
Nel 1950 è in "La figlia dello sceriffo" (A Ticket to Tomahawk) e "Lo spaccone vagabondo", ma soprattutto si aggiudica una parte nel capolavoro noir "Giungla d'asfalto" (The Asphalt Jungle) e in uno dei migliori film di tutti i tempi "Eva contro Eva" (All about Eve). Seguono una serie di piccole parti che si fanno via via più importanti in "Il Messicano" (Right Cross) del 1950, "Hometown Story", "L'affascinante bugiardo" (As young as you feel), "Le memorie di un dongiovanni" (Love Nest) e "Mia moglie si sposa" (Let's make it legal) del 1951.
Nel 1952 è in "La Giostra Umana" (O'Henry's Full House), "La confessione della Signora Doyle" (Clash by night), "Matrimoni a sorpresa" (We're not married), lavora con Cary Grant e Ginger Rogers in "Il magnifico scherzo" (Monkey Business) e ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una baby-sitter psicolabile, in "La tua bocca brucia" (Don't bother to knock).
Nel 1953 con "Niagara", al fianco di Joseph Cotten, nella parte di una conturbante dark lady, ottiene il successo mondiale.
Sempre lo stesso anno recita anche in "Gli uomini preferiscono le bionde" (Gentlemen prefer blondes) e "Come sposare un milionario" (How to marry a millionaire), con i quali si conferma trionfalmente, nell'olimpo delle star più amate e desiderate dal pubblico.
Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe Di Maggio, di dodici anni più vecchio di lei. Questo matrimonio oltre a coronare il loro amore è anche un "investimento" sul piano professionale, neanche il press-agent più intraprendente avrebbe potuto immaginare un evento migliore per consolidare e dare slancio alla fama di Marilyn: il campione più amato d'America sposa la star più ammirata del momento! Joe Di Maggio ha appena smesso di giocare, ma è ancora il re del baseball con un livello di popolarità altissimo, Marilyn è reduce da tre film di grande successo con cui ha ammaliato milioni di fan.
Nel 1954 recita in "La magnifica preda" (River of no return) e nel 1955 in "Quando la moglie è in vacanza" (The seven year itch) ottenendo un vero trionfo.
Poi, dopo meno di un anno di matrimonio, soprattutto a causa della grande gelosia di lui, Marilyn e Joe Di Maggio divorziano e lei si trasferisce a New York per studiare all'Actor's Studio.
A New York conosce l'affermato commediografo, Arthur Miller, che sposa nel 1956.
Sempre nel '56 con il fotografo Milton Green, che allora era un suo grande amico e che aveva conosciuto sul set de "Gli uomini preferiscono le bionde", fonda la Marilyn Monroe Productions con la quale l'anno seguente produce "Il principe e la ballerina" (The Prince and the Showgirl), che interpreta al fianco di Laurence Olivier.
Il primo e unico film della sua casa di produzione non ha il successo sperato, ma nel 1959 è di nuovo in testa ai botteghini col capolavoro "A qualcuno piace caldo" (Some like it hot) di Billy Wilder sotto la cui regia aveva già girato "Quando la moglie è in vacanza".
Nel 1960 è protagonista di "Facciamo l'amore" (Let's make love) col francese Yves Montand, con cui avrà un breve, ma intenso e chiacchieratissimo flirt.
L'instabilità emotiva della diva si aggrava, a causa delle tormentate storie d'amore, prima con John e poi con Bob Kennedy, per l'incapacità di avere figli, per la mancanza di un amore vero da un uomo in grado di amarla come donna e non solo di ammirarla come una dea.
Comincia a ricorrere sempre più spesso ad alcool e barbiturici per curarsi i malumori. Entra ed esce dalle cliniche di disintossicazione.
Nel 1962 esce il suo ultimo film: "Gli spostati" (The Misfits), scritto appositamente per lei dal marito Miller e nello stesso anno divorziano.
A causa dei continui ritardi, delle ripetute crisi nervose, delle sbornie, viene licenziata dal set del film "Something's got to give" e, un mese più tardi, nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962, viene trovata morta nella sua casa, apparentemente suicida per un' overdose di barbiturici, ma sono in molti a credere che sia stata uccisa.
Il mistero sulla sua morte non è mai stato completamente svelato, ma ha sicuramente contribuito a fare entrare Marilyn nel mito.
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