Buongiorno, oggi è il 3 luglio.
Il 3 luglio 1988 il capitano Will Rogers Terzo è al comando della USS Vincennes, la più sofisticata nave da guerra dell'epoca, mentre naviga nello stretto di Hormuz, in territorio iraniano. La situazione non è tranquilla, non più di mezz'ora prima la Vincennes e la Elmer Montgomery hanno avuto un incontro ravvicinato con alcune navi da guerra iraniane. Dalla sofisticata plancia di controllo viene avvisato che un velivolo è decollato da Bandar Abbas, un aeroporto iraniano sia civile che militare. Rogers ha 7 minuti di tempo per decidere che fare con quell'aereo che sta dirigendosi verso la Vincennes. Man mano che passano i minuti si persuade che l'aereo sia un F-14 iraniano. L'aereo non risponde alle richieste di identificarsi, e la Vincennes capta trasmissioni nella frequenza militare iraniana. Quando l'aereo giunge a 20 miglia dalla nave, il radar mostra che sta cominciando a scendere dai 9000 piedi (in verità altre rilevazioni da terra hanno contraddetto questo dato).
Ad una distanza di 9 miglia, Rogers ordina di lanciare due missili terra-aria SM2. Almeno un missile colpisce l'aereo, che si dimostra essere il volo 655 della Iran Air, un aereo civile con a bordo 290 persone. L'aereo si disintegra e tutti i 290 civili, inclusi 66 bambini, periscono nell'esplosione.
L'evento ebbe come conseguenza una violenta polemica internazionale, con l'Iran che condannò l'attacco degli Stati Uniti definendolo un "atto barbarico". A metà del luglio 1988 il Ministro degli Esteri iraniano Ali Akbar Velayati chiese al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di condannare gli Stati Uniti dicendo che l'attacco compiuto dal Vincennes "non poteva essere stato un errore" e lo definì "un atto criminale, un'atrocità e un massacro". George H. W. Bush, all'epoca Vice Presidente degli Stati Uniti nell'amministrazione Reagan, difese il suo paese presso le Nazioni Unite sostenendo che l'attacco del Vincennes era da considerare un incidente di guerra avendo l'equipaggio agito in maniera appropriata in base alla situazione che si era venuta a creare; il delegato dell'Unione Sovietica chiese invece agli Stati Uniti di ritirarsi dal Golfo Persico e chiese al Consiglio di Sicurezza maggiori sforzi per porre fine alla guerra Iran-Iraq. Gli altri 13 delegati, che in un primo momento avevano preso le difese degli Stati Uniti, ammisero che il problema principale era costituito dal fatto che la risoluzione emanata nel 1987 per porre fine alla guerra Iran-Iraq era stata ignorata da tutte le parti in causa. A seguito del dibattimento venne approvata la risoluzione 616, nella quale veniva espressa "profonda angoscia" per l'attacco degli Stati Uniti, "profondo rammarico" per la perdita di vite umane e veniva sottolineata la necessità di porre fine alla guerra Iran-Iraq, così come già deliberato nel 1987.
Il governo degli Stati Uniti espresse rammarico per la perdita di vite umane, ma non ammise mai di aver commesso errori né si assunse alcuna responsabilità e non presentò mai scuse ufficiali al Governo iraniano.
Nel febbraio del 1996 gli Stati Uniti accettarono di pagare all'Iran 131,8 milioni di dollari per risolvere il contenzioso intrapreso dal Governo iraniano presso la Corte Internazionale di Giustizia; 61,8 milioni di dollari furono devoluti a titolo di risarcimento per i 248 iraniani rimasti uccisi (300.000 dollari per ogni vittima lavoratrice, 150.000 dollari per le altre), mentre non fu rivelato come furono ripartiti i rimanenti 70 milioni. Un ulteriore risarcimento fu versato per le 38 vittime non iraniane. Il pagamento dell'indennizzo è stato esplicitamente considerato dagli Stati Uniti su base ex gratia, cioè a titolo di favore, senza quindi nessuna assunzione di responsabilità.
L'incidente rese difficili le relazioni USA-Iran per molti anni. Dopo l'attentato al volo Pan Am 103, avvenuta sei mesi dopo, i governi britannico e americano accusarono inizialmente il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina - Comando Generale, un gruppo militare palestinese sostenuto dalla Siria e dall'Iran, di aver agito in rappresaglia per il Volo Iran Air 655. In seguito fu determinato che i mandanti furono i servizi segreti libici.
Dopo l'incidente il capitano Rogers rimase al comando della USS Vincennes fino al 27 maggio 1989. Nel 1990, Bush Senior, divenuto nel frattempo presidente, premiò il capitano Rogers con la decorazione di Legione di Merito "per una condotta eccezionalmente meritoria nel servire la patria come comandante dall'aprile del 1987 al maggio del 1989". Il riconoscimento fu dato per i suoi servizi come Ufficiale in Comando della Vincennes, senza menzionare in alcun modo l'abbattimento del volo 655.
Rogers fu poi incaricato di comandare lo United States Navy Tactical Training Group a Point Loma, un'organizzazione militare dedita all'addestramento degli ufficiali per la gestione di situazioni di combattimento. E' poi andato in pensione nell'agosto del 91. Nel 92, ha scritto con la moglie Sharon un libro, intitolato "Storm Center: una visione personale di Tragedie & Terrorismo", che descrive gli eventi che circondarono l'abbattimento del volo 655 dalla loro prospettiva personale.
William Rogers è deceduto il 30 giugno 2025 all'età di 86 anni.
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venerdì 3 luglio 2026
giovedì 2 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 luglio.
Il 2 luglio 1839 alcuni schiavi trasportati sulla nave negriera Amistad diedero vita a un famoso ammutinamento, che diede il via al processo di abolizione dello schiavismo.
Nella prima metà del XIX secolo il trasporto illegale degli schiavi dall'Africa a L'Avana (Cuba, all'epoca di proprietà della Spagna) era cosa abituale. Durante il tragitto i prigionieri vivevano in uno stato di malnutrizione e maltrattamento, ammassati e incatenati in spazi molto ristretti. Queste condizioni erano ancora più gravi su La Amistad, in quanto non era nata allo scopo di trasportare schiavi ma merce per il commercio costiero.
Nel giugno del 1839, trasportati illegalmente dalla nave portoghese Tecora, giunsero a L'Avana 56 schiavi Mendi (52 adulti e 4 bambini) catturati in Sierra Leone, i quali vennero comprati dagli spagnoli José Ruiz e Pedro Montez e il 26 giugno furono imbarcati su La Amistad, capitanata da Ramón Ferrer. La destinazione del viaggio era Puerto Principe (Cuba).
Il 2 luglio, durante il viaggio in mare, si verificò l'ammutinamento degli schiavi capitanati dal nero Sengbe Pieh (successivamente noto negli Stati Uniti come Joseph Cinque), mediante il quale i prigionieri riuscirono ad impadronirsi della nave. Dei membri dell'equipaggio rimasero in vita Ruiz, Montez e lo schiavo personale del capitano deceduto, Antonio, utilizzato dagli insorti come interprete. Gli schiavi ordinarono agli spagnoli di cambiare rotta per dirigersi verso l'Africa, ma i due non lo fecero e il 26 agosto, dopo aver navigato lungo le coste americane all'insaputa degli africani, vennero abbordati dalla nave americana USS Washington, capitanata dal luogotenente Thomas Gadney, al largo di Long Island. I Mendi vennero tutti catturati e portati a New Haven nel Connecticut.
Il 7 gennaio 1840 i prigionieri vennero sottoposti ad un processo da cui risultò non essere importante il motivo per cui si trovassero sulla nave, cioè essere schiavi, ma venne evidenziato il fatto che avessero assunto il controllo con la forza. Non tutti gli statunitensi accettarono il primo verdetto e nacque, oltre ad un movimento di dissenso molto importante per l'epoca essendo il periodo antecedente la guerra di secessione, un gruppo chiamato Comitato dell'Amistad che lottò nel processo per ottenere la libertà dei prigionieri e l'abolizione della schiavitù dagli Stati Uniti. Uno degli uomini più attivi all'interno di questo gruppo fu l'avvocato Roger Baldwin.
Per poter comunicare con gli schiavi un membro del comitato, professore Josiah Willard Gibbs, Sr., imparò a contare fino a dieci nella lingua Mende e si recò al porto di New York contando ad alta voce. In questo modo si fece notare da James Covey, un marinaio africano della flotta britannica in grado di comprendere e parlare tale lingua, che divenne il tramite tra il comitato e gli schiavi.
Grazie al dialogo che finalmente si riuscì ad instaurare tra difensori e difesi, il comitato dimostrò che gli africani erano stati catturati illegalmente e che quindi l'ammutinamento venne compiuto per rivendicare il loro diritto alla libertà, con il risultato che tale azione non poteva essere condannata. Secondo questa sentenza, emessa nel gennaio 1840, nemmeno la Spagna di Isabella II, che rivendicava la restituzione degli schiavi come merce in base al Trattato di Pinckney del 1795, poté averli in quanto uomini liberi.
In quel periodo l'interesse principale del Presidente degli Stati Uniti d'America, Martin Van Buren, fu quello di mantenere buone relazioni con la Spagna e non provocare un attacco diretto allo sfruttamento della schiavitù, in modo da evitare uno scontro con il sud del Paese favorevole allo schiavismo; con questa politica avrebbe potuto sperare in una sua rielezione come presidente. Per questi motivi supportò la decisione dell'accusa di fare appello alla sentenza, portando il caso dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America il 23 febbraio 1841. Per la difesa degli schiavi si schierò l'ex presidente degli Stati Uniti d'America John Quincy Adams (espose la sua arringa il 24 febbraio, supportato da Baldwin), il quale riuscì a convincere la Corte a decretare il 9 marzo 1841 lo stato di libertà agli imputati.
Poiché il governo degli Stati Uniti rifiutò di sobbarcarsi le spese per rimandare in Africa i Mendi sopravvissuti, un gruppo di abolizionisti e gli africani stessi trovarono i fondi necessari ad affittare la nave Gentleman, che li riportò in Patria nel novembre del 1841. Arrivarono in Sierra Leone nel gennaio del 1842, dove trovarono le loro dimore distrutte e le loro famiglie scomparse, probabilmente in seguito ad altre razzie perpetrate dallo schiavismo.
In seguito al caso della La Amistad, la Spagna per molti anni richiese un indennizzo al governo degli Stati Uniti per il danno economico riportato, dovuto alla perdita degli schiavi.
Da questa vicenda fu tratto un romanzo e un film nel 97, diretto da Steven Spielberg.
Il 2 luglio 1839 alcuni schiavi trasportati sulla nave negriera Amistad diedero vita a un famoso ammutinamento, che diede il via al processo di abolizione dello schiavismo.
Nella prima metà del XIX secolo il trasporto illegale degli schiavi dall'Africa a L'Avana (Cuba, all'epoca di proprietà della Spagna) era cosa abituale. Durante il tragitto i prigionieri vivevano in uno stato di malnutrizione e maltrattamento, ammassati e incatenati in spazi molto ristretti. Queste condizioni erano ancora più gravi su La Amistad, in quanto non era nata allo scopo di trasportare schiavi ma merce per il commercio costiero.
Nel giugno del 1839, trasportati illegalmente dalla nave portoghese Tecora, giunsero a L'Avana 56 schiavi Mendi (52 adulti e 4 bambini) catturati in Sierra Leone, i quali vennero comprati dagli spagnoli José Ruiz e Pedro Montez e il 26 giugno furono imbarcati su La Amistad, capitanata da Ramón Ferrer. La destinazione del viaggio era Puerto Principe (Cuba).
Il 2 luglio, durante il viaggio in mare, si verificò l'ammutinamento degli schiavi capitanati dal nero Sengbe Pieh (successivamente noto negli Stati Uniti come Joseph Cinque), mediante il quale i prigionieri riuscirono ad impadronirsi della nave. Dei membri dell'equipaggio rimasero in vita Ruiz, Montez e lo schiavo personale del capitano deceduto, Antonio, utilizzato dagli insorti come interprete. Gli schiavi ordinarono agli spagnoli di cambiare rotta per dirigersi verso l'Africa, ma i due non lo fecero e il 26 agosto, dopo aver navigato lungo le coste americane all'insaputa degli africani, vennero abbordati dalla nave americana USS Washington, capitanata dal luogotenente Thomas Gadney, al largo di Long Island. I Mendi vennero tutti catturati e portati a New Haven nel Connecticut.
Il 7 gennaio 1840 i prigionieri vennero sottoposti ad un processo da cui risultò non essere importante il motivo per cui si trovassero sulla nave, cioè essere schiavi, ma venne evidenziato il fatto che avessero assunto il controllo con la forza. Non tutti gli statunitensi accettarono il primo verdetto e nacque, oltre ad un movimento di dissenso molto importante per l'epoca essendo il periodo antecedente la guerra di secessione, un gruppo chiamato Comitato dell'Amistad che lottò nel processo per ottenere la libertà dei prigionieri e l'abolizione della schiavitù dagli Stati Uniti. Uno degli uomini più attivi all'interno di questo gruppo fu l'avvocato Roger Baldwin.
Per poter comunicare con gli schiavi un membro del comitato, professore Josiah Willard Gibbs, Sr., imparò a contare fino a dieci nella lingua Mende e si recò al porto di New York contando ad alta voce. In questo modo si fece notare da James Covey, un marinaio africano della flotta britannica in grado di comprendere e parlare tale lingua, che divenne il tramite tra il comitato e gli schiavi.
Grazie al dialogo che finalmente si riuscì ad instaurare tra difensori e difesi, il comitato dimostrò che gli africani erano stati catturati illegalmente e che quindi l'ammutinamento venne compiuto per rivendicare il loro diritto alla libertà, con il risultato che tale azione non poteva essere condannata. Secondo questa sentenza, emessa nel gennaio 1840, nemmeno la Spagna di Isabella II, che rivendicava la restituzione degli schiavi come merce in base al Trattato di Pinckney del 1795, poté averli in quanto uomini liberi.
In quel periodo l'interesse principale del Presidente degli Stati Uniti d'America, Martin Van Buren, fu quello di mantenere buone relazioni con la Spagna e non provocare un attacco diretto allo sfruttamento della schiavitù, in modo da evitare uno scontro con il sud del Paese favorevole allo schiavismo; con questa politica avrebbe potuto sperare in una sua rielezione come presidente. Per questi motivi supportò la decisione dell'accusa di fare appello alla sentenza, portando il caso dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America il 23 febbraio 1841. Per la difesa degli schiavi si schierò l'ex presidente degli Stati Uniti d'America John Quincy Adams (espose la sua arringa il 24 febbraio, supportato da Baldwin), il quale riuscì a convincere la Corte a decretare il 9 marzo 1841 lo stato di libertà agli imputati.
Poiché il governo degli Stati Uniti rifiutò di sobbarcarsi le spese per rimandare in Africa i Mendi sopravvissuti, un gruppo di abolizionisti e gli africani stessi trovarono i fondi necessari ad affittare la nave Gentleman, che li riportò in Patria nel novembre del 1841. Arrivarono in Sierra Leone nel gennaio del 1842, dove trovarono le loro dimore distrutte e le loro famiglie scomparse, probabilmente in seguito ad altre razzie perpetrate dallo schiavismo.
In seguito al caso della La Amistad, la Spagna per molti anni richiese un indennizzo al governo degli Stati Uniti per il danno economico riportato, dovuto alla perdita degli schiavi.
Da questa vicenda fu tratto un romanzo e un film nel 97, diretto da Steven Spielberg.
mercoledì 1 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo luglio.
Il primo luglio 1863 ebbe inizio la battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa della guerra di secessione americana, e quella che decise gli esiti dell'intero conflitto.
Dopo la decisiva vittoria contro l’Armata del Potomac nella battaglia di Chancellorsville (1-3 maggio 1863) alla fine di maggio del 1863 la situazione generale della guerra che si mostrava favorevole ai Confederati convinse il generale Lee a sferrare un'offensiva su larga scala al di là del Potomac, per portare la guerra in territorio nordista. Una svolta nelle sorti del conflitto poteva rafforzare la posizione della Confederazione e la reazione dell'opinione pubblica nordista avrebbe, forse, costretto Lincoln a venire a patti.
Il 3 giugno 1863 le forze confederate, divise in tre corpi di fanteria più la cavalleria del generale J. E. B. Stuart, avanzarono da Fredericksburg senza che, sul momento, i Nordisti si accorgessero della manovra. L’8 giugno l'esercito si concentrò nei dintorni di Culpeper in Virginia e, il giorno successivo a Brandy Station, ci fu il più lungo scontro di cavalleria della guerra. La cavalleria confederata fu quasi sopraffatta dai federali ma Start alla fine riuscì a prevalere, mostrando, però, che la cavalleria dell’Unione era ormai equivalente a quella confederata. In seguito il grosso della cavalleria fu distaccata per una finta offensiva su Washington; questo diversivo alla fine privò i Confederati del suo aiuto proprio nel momento dello scontro decisivo. Nel Frattempo Lee, senza incontrare eccessiva resistenza, attraversava il Potomac all'altezza di Hagerstown e, marciando verso nord, iniziava l'invasione della Pennsylvania dirigendo su Chamersburg e Carlisle.
Da queste posizioni intendeva, con una conversione verso sud, minacciare la capitale federale e costringere l'armata unionista ad accettare battaglia in campo aperto.
Quando il generale Joseph Hooker che comandava l'armata del Potomac si rese conto che i Confederati si erano sganciati, chiese di marciare su Richmond ormai quasi scoperta; ma il comando supremo unionista, pressato dall'opinione pubblica che temeva l'invasione, ritenne la mossa troppo pericolosa e lo rimosse dal comando. Hooker fu sostituito dal generale George Gordon Meade, che ebbe l'ordine di dirigere con tutto l'esercito verso nord, con il compito di intercettare i Sudisti e difendere Washington.
Le due armate nemiche si incontrarono nei pressi di Gettysburg, una cittadina allora sconosciuta, che per tre giorni sarebbe stata teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra civile.
L’armata della Virginia settentrionale che il generale Robert Lee portò sul campo di Gettysburg contava nelle sue divisioni circa 75.000 uomini, tutti veterani esperti e col morale alto per le vittorie ottenute nei mesi precedenti, accompagnati da 272 cannoni. Organizzati in brigate e reggimenti, i "Johnny Rebb" si apprestavano con orgoglio e decisione alla battaglia.
L'Armata nordista del Potomac del generale George Meade aveva circa 94.000 uomini e 362 cannoni che però, a causa dell'affannoso ripiegamento verso Nord, era dispersa su una lunga e disordinata colonna. Le giacche blu dell'Armata del Potomac più volte avevano conosciuto e subito l'irruento slancio offensivo dei "Johnny Rebb" ma, questa volta, c’era in gioco la difesa delle loro famiglie e delle loro proprietà.
La mattina del 1° Luglio alle prime luci dell'alba i cavalleggeri del generale John Buford, che costituivano l'avanguardia del I corpo unionista, avevano occupato la cittadina e, smontati da cavallo, si erano schierati sul Mc Pherson Ridge, Herr Ridge e Seminary Ridge (tre crinali a ovest di Gettysburg). L’idea era quella di bloccare lungo la strada di Chambersburg l'avanzata delle forze confederate, che erano superiori in numero, e guadagnare tempo per permettere alla fanteria in arrivo di occupare le posizioni difensive a sud della città.
Si scontrarono con due brigate del III corpo confederato mandate in avanguardia dal generale Ambrose Hill nonostante l'ordine del generale Lee fosse quello di evitare uno scontro su larga scala prima di aver radunato l'intero esercito; la scaramuccia iniziale si allargò man mano che sopraggiungevano gli altri reggimenti confederati. A sostegno dei cavalleggeri di Buford giunsero il I e il XI corpo d'armata unionisti che si schierarono a difesa di Gettysburg in formazione a mezzaluna, mentre a nord e a nord-est le truppe del II e III corpo confederati iniziavano ad attaccare l'abitato.
Le forze unioniste, cannoneggiate senza pietà e inferiori di numero, non furono in grado di tenere la linea difensiva.
Intorno alle tre del pomeriggio le truppe del Nord, sconfitte (era caduto anche il generale Reynolds), dovettero ritirarsi a sud della cittadina per attestarsi sulla Collina del Cimitero e sulla Cresta del Cimitero che, da ovest, proteggevano la strada maestra diretta a Washington, qui scavarono delle trincee intorno alle mura del cimitero cittadino e misero in posizione la loro artiglieria.
A questo punto Lee capì il potenziale difensivo dell'Unione se avessero mantenuto quelle posizioni e mandò ordini al tenente generale Richard S. Ewell del II corpo confederato, dicendogli di prendere la Collina del Cimitero "se possibile". Ewell scelse di non tentare l'assalto, mancando così l’opportunità di affrontare i federali prima che fossero sopraggiunte le altre divisioni.
Al cadere della notte le divisioni unioniste, che nella giornata erano affluite sul campo, assunsero una formazione difensiva simile a una L rovesciata sulle colline, rafforzate con lavori di sterramento. Le divisioni dell'armata della Virginia settentrionale tenevano invece la città e occupavano, a est, la Cresta del Seminario che correva parallela alla Cresta del Cimitero.
Lungo tutta la sera del 1 e la mattina del 2, la maggior parte della fanteria di entrambe le armate arrivò sul campo, compresi il II, III, V, VI e il XII corpo dell'Unione.
Il 2 Luglio ci furono una serie di attacchi sudisti alla ricerca di un punto debole dove fare breccia.
La mattina iniziò con una grave imprudenza da parte dei Nordisti. Il generale Daniel Sickles, comandante del III corpo, abbandonò la forte posizione in collina, senza ordini diretti, per spostarsi più avanti di 800 metri a ovest, in un pescheto protetto da muri; lasciò così scoperto il fianco sinistro dell'armata del Potomac che rischiava l'accerchiamento. Sarebbero finiti a fronteggiarsi con il I corpo confederato guidato dal generale James Longstreet che secondo il piano di Lee si sarebbe dovuto posizionare di nascosto per attaccare le forze dell’unione sul lato sinistro. A causa di alcuni ritardi dovuti allo schieramento delle truppe, Longstreet attaccò solo attorno alle ore 15 e verso le 18, nonostante i rinforzi inviati da Meade, le truppe di Sickles erano in fuga, con l'intera armata sul punto di essere accerchiata dai Confederati che muovevano verso il Little Round Top, una formazione rocciosa che chiudeva la Cresta della Collina.
Nel Frattempo, dall'abitato di Gettysburg i Confederati avevano attaccato la Collina del Cimitero e su tutto il fronte la battaglia aveva raggiunto il suo culmine con pesanti perdite da entrambe le parti.
Sul lato sinistro sembrava che niente potesse fermare la marea confederata, ma sul Little Round Top erano schierate due brigate di fanteria e una batteria di cannoni unioniste che da sole si trovarono a difendere quella che, al momento, era la posizione chiave di tutta la battaglia. I veterani confederati della divisione Hood si lanciarono all'attacco di questa posizione ma, falciati dal tiro ad alzo zero dell'artiglieria, furono costretti a ritirarsi. Anche altrove i tentativi sudisti di scalzare i nemici dalle colline fallirono e la seconda giornata si concluse con un nulla di fatto.
Al mattino del 3 luglio, dopo avere rinforzato la difesa del Little Round Top, il generale Meade decise di anticipare le mosse di Lee che tentava I'aggiramento di entrambe le ali del suo schieramento e ordinò un attacco contro le posizioni che i Sudisti avevano guadagnato il giorno precedente sulla Collina del Cimitero. Dopo un breve ma preciso cannoneggiamento le fanterie federali scattarono all'attacco, ricacciando il II corpo del generale Richard Ewell che, a sua volta, si apprestava ad avanzare.
Resosi conto dell'impossibilità di concludere l'aggiramento, Lee decise di giocare il tutto per tutto, e cercò di sfondare al centro con un attacco massiccio alla Cresta del Cimitero. Fece muovere verso le posizioni di partenza a sud di Gettysburg la divisione del generale George Pickett (una delle migliori unità dell'armata della Virginia settentrionale che non aveva ancora partecipato alla battaglia) e davanti a essa dispose 150 pezzi d'artiglieria. La manovra richiese tutta la mattinata, ma a mezzogiorno le batterie aprirono il fuoco contro le posizioni nordiste.
Alle tre del pomeriggio, dopo tre ore di cannoneggiamento, 12.500 uomini mossero all'attacco sotto il tiro dei cannoni unionisti, riportati in tutta fretta in linea dopo essere stati arretrati per sottrarli al bombardamento confederato. Fu un bagno di sangue, percorsi i primi ottocento metri dei 1.200 che li separavano da Cemetery Ridge 5.000 uomini erano rimasti sul terreno, ma i veterani virginiani di Pickett continuarono ad avanzare inesorabili verso le linee nemiche. Qui li attendevano i fanti del II corpo dell'Unione, anch'essi veterani e decisi a tenere duro a ogni costo. I Confederati furono investiti da un micidiale fuoco di moschetteria, ma con un ultimo eroico sforzo riuscirono ad arrivare sulle linee nemiche, ricacciando al centro due reggimenti unionisti. Le sorti della battaglia sembrarono pendere in favore della Confederazione, finché Meade scagliò nella breccia una brigata della Pennsylvania che, con un attacco disperato, ricacciò in disordine i Sudisti.
Fallita così la manovra di Pickett, svaniva per Lee l'ultima possibilità di vincere la battaglia. Per dissimulare la gravità della situazione il generale sudista mantenne le posizioni sul campo, ma 23.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri senza riuscire a cacciare i Nordisti dalle loro posizioni costituivano una sconfitta ingente.
ll 4 luglio gli eserciti erano schierati alle due parti dei campi insanguinati, Lee modificò le sue linee in posizione difensiva, sperando che Meade avesse attaccato. Il cauto comandante dell'Unione, tuttavia, decise di non assumersene il rischio. La sera del 4 luglio le colonne di Lee iniziarono la ritirata verso sud, non molestate dal nemico, e il 10 luglio riattraversavano il Potomac per rientrare in Virginia.
Gettysburg fu la battaglia con il maggior numero di vittime nella guerra civile.
I tre giorni di battaglia costarono ai Confederati circa 23.000 uomini tra morti, feriti e dispersi; di questi i morti furono 4.708, 12.693 i feriti e 5.830 tra dispersi e catturati.
Le perdite dell’Unione furono di 3.155 morti, 14.531 feriti e 5.369 tra dispersi e catturati.
La sconfitta subita da Lee sul campo di Gettysburg, di fatto, segnò il destino della Confederazione. Il generale Grant, mentre Meade sconfiggeva Lee in Pennsylvania, conquistava Vicksburg, in Mississippi e, in seguito, la conquista di Chattanooga, in Tennessee, diede inizio alle grandi scorrerie negli stati confederati che inasprirono la guerra.
Il primo luglio 1863 ebbe inizio la battaglia di Gettysburg, la più sanguinosa della guerra di secessione americana, e quella che decise gli esiti dell'intero conflitto.
Dopo la decisiva vittoria contro l’Armata del Potomac nella battaglia di Chancellorsville (1-3 maggio 1863) alla fine di maggio del 1863 la situazione generale della guerra che si mostrava favorevole ai Confederati convinse il generale Lee a sferrare un'offensiva su larga scala al di là del Potomac, per portare la guerra in territorio nordista. Una svolta nelle sorti del conflitto poteva rafforzare la posizione della Confederazione e la reazione dell'opinione pubblica nordista avrebbe, forse, costretto Lincoln a venire a patti.
Il 3 giugno 1863 le forze confederate, divise in tre corpi di fanteria più la cavalleria del generale J. E. B. Stuart, avanzarono da Fredericksburg senza che, sul momento, i Nordisti si accorgessero della manovra. L’8 giugno l'esercito si concentrò nei dintorni di Culpeper in Virginia e, il giorno successivo a Brandy Station, ci fu il più lungo scontro di cavalleria della guerra. La cavalleria confederata fu quasi sopraffatta dai federali ma Start alla fine riuscì a prevalere, mostrando, però, che la cavalleria dell’Unione era ormai equivalente a quella confederata. In seguito il grosso della cavalleria fu distaccata per una finta offensiva su Washington; questo diversivo alla fine privò i Confederati del suo aiuto proprio nel momento dello scontro decisivo. Nel Frattempo Lee, senza incontrare eccessiva resistenza, attraversava il Potomac all'altezza di Hagerstown e, marciando verso nord, iniziava l'invasione della Pennsylvania dirigendo su Chamersburg e Carlisle.
Da queste posizioni intendeva, con una conversione verso sud, minacciare la capitale federale e costringere l'armata unionista ad accettare battaglia in campo aperto.
Quando il generale Joseph Hooker che comandava l'armata del Potomac si rese conto che i Confederati si erano sganciati, chiese di marciare su Richmond ormai quasi scoperta; ma il comando supremo unionista, pressato dall'opinione pubblica che temeva l'invasione, ritenne la mossa troppo pericolosa e lo rimosse dal comando. Hooker fu sostituito dal generale George Gordon Meade, che ebbe l'ordine di dirigere con tutto l'esercito verso nord, con il compito di intercettare i Sudisti e difendere Washington.
Le due armate nemiche si incontrarono nei pressi di Gettysburg, una cittadina allora sconosciuta, che per tre giorni sarebbe stata teatro di una delle battaglie più sanguinose della guerra civile.
L’armata della Virginia settentrionale che il generale Robert Lee portò sul campo di Gettysburg contava nelle sue divisioni circa 75.000 uomini, tutti veterani esperti e col morale alto per le vittorie ottenute nei mesi precedenti, accompagnati da 272 cannoni. Organizzati in brigate e reggimenti, i "Johnny Rebb" si apprestavano con orgoglio e decisione alla battaglia.
L'Armata nordista del Potomac del generale George Meade aveva circa 94.000 uomini e 362 cannoni che però, a causa dell'affannoso ripiegamento verso Nord, era dispersa su una lunga e disordinata colonna. Le giacche blu dell'Armata del Potomac più volte avevano conosciuto e subito l'irruento slancio offensivo dei "Johnny Rebb" ma, questa volta, c’era in gioco la difesa delle loro famiglie e delle loro proprietà.
La mattina del 1° Luglio alle prime luci dell'alba i cavalleggeri del generale John Buford, che costituivano l'avanguardia del I corpo unionista, avevano occupato la cittadina e, smontati da cavallo, si erano schierati sul Mc Pherson Ridge, Herr Ridge e Seminary Ridge (tre crinali a ovest di Gettysburg). L’idea era quella di bloccare lungo la strada di Chambersburg l'avanzata delle forze confederate, che erano superiori in numero, e guadagnare tempo per permettere alla fanteria in arrivo di occupare le posizioni difensive a sud della città.
Si scontrarono con due brigate del III corpo confederato mandate in avanguardia dal generale Ambrose Hill nonostante l'ordine del generale Lee fosse quello di evitare uno scontro su larga scala prima di aver radunato l'intero esercito; la scaramuccia iniziale si allargò man mano che sopraggiungevano gli altri reggimenti confederati. A sostegno dei cavalleggeri di Buford giunsero il I e il XI corpo d'armata unionisti che si schierarono a difesa di Gettysburg in formazione a mezzaluna, mentre a nord e a nord-est le truppe del II e III corpo confederati iniziavano ad attaccare l'abitato.
Le forze unioniste, cannoneggiate senza pietà e inferiori di numero, non furono in grado di tenere la linea difensiva.
Intorno alle tre del pomeriggio le truppe del Nord, sconfitte (era caduto anche il generale Reynolds), dovettero ritirarsi a sud della cittadina per attestarsi sulla Collina del Cimitero e sulla Cresta del Cimitero che, da ovest, proteggevano la strada maestra diretta a Washington, qui scavarono delle trincee intorno alle mura del cimitero cittadino e misero in posizione la loro artiglieria.
A questo punto Lee capì il potenziale difensivo dell'Unione se avessero mantenuto quelle posizioni e mandò ordini al tenente generale Richard S. Ewell del II corpo confederato, dicendogli di prendere la Collina del Cimitero "se possibile". Ewell scelse di non tentare l'assalto, mancando così l’opportunità di affrontare i federali prima che fossero sopraggiunte le altre divisioni.
Al cadere della notte le divisioni unioniste, che nella giornata erano affluite sul campo, assunsero una formazione difensiva simile a una L rovesciata sulle colline, rafforzate con lavori di sterramento. Le divisioni dell'armata della Virginia settentrionale tenevano invece la città e occupavano, a est, la Cresta del Seminario che correva parallela alla Cresta del Cimitero.
Lungo tutta la sera del 1 e la mattina del 2, la maggior parte della fanteria di entrambe le armate arrivò sul campo, compresi il II, III, V, VI e il XII corpo dell'Unione.
Il 2 Luglio ci furono una serie di attacchi sudisti alla ricerca di un punto debole dove fare breccia.
La mattina iniziò con una grave imprudenza da parte dei Nordisti. Il generale Daniel Sickles, comandante del III corpo, abbandonò la forte posizione in collina, senza ordini diretti, per spostarsi più avanti di 800 metri a ovest, in un pescheto protetto da muri; lasciò così scoperto il fianco sinistro dell'armata del Potomac che rischiava l'accerchiamento. Sarebbero finiti a fronteggiarsi con il I corpo confederato guidato dal generale James Longstreet che secondo il piano di Lee si sarebbe dovuto posizionare di nascosto per attaccare le forze dell’unione sul lato sinistro. A causa di alcuni ritardi dovuti allo schieramento delle truppe, Longstreet attaccò solo attorno alle ore 15 e verso le 18, nonostante i rinforzi inviati da Meade, le truppe di Sickles erano in fuga, con l'intera armata sul punto di essere accerchiata dai Confederati che muovevano verso il Little Round Top, una formazione rocciosa che chiudeva la Cresta della Collina.
Nel Frattempo, dall'abitato di Gettysburg i Confederati avevano attaccato la Collina del Cimitero e su tutto il fronte la battaglia aveva raggiunto il suo culmine con pesanti perdite da entrambe le parti.
Sul lato sinistro sembrava che niente potesse fermare la marea confederata, ma sul Little Round Top erano schierate due brigate di fanteria e una batteria di cannoni unioniste che da sole si trovarono a difendere quella che, al momento, era la posizione chiave di tutta la battaglia. I veterani confederati della divisione Hood si lanciarono all'attacco di questa posizione ma, falciati dal tiro ad alzo zero dell'artiglieria, furono costretti a ritirarsi. Anche altrove i tentativi sudisti di scalzare i nemici dalle colline fallirono e la seconda giornata si concluse con un nulla di fatto.
Al mattino del 3 luglio, dopo avere rinforzato la difesa del Little Round Top, il generale Meade decise di anticipare le mosse di Lee che tentava I'aggiramento di entrambe le ali del suo schieramento e ordinò un attacco contro le posizioni che i Sudisti avevano guadagnato il giorno precedente sulla Collina del Cimitero. Dopo un breve ma preciso cannoneggiamento le fanterie federali scattarono all'attacco, ricacciando il II corpo del generale Richard Ewell che, a sua volta, si apprestava ad avanzare.
Resosi conto dell'impossibilità di concludere l'aggiramento, Lee decise di giocare il tutto per tutto, e cercò di sfondare al centro con un attacco massiccio alla Cresta del Cimitero. Fece muovere verso le posizioni di partenza a sud di Gettysburg la divisione del generale George Pickett (una delle migliori unità dell'armata della Virginia settentrionale che non aveva ancora partecipato alla battaglia) e davanti a essa dispose 150 pezzi d'artiglieria. La manovra richiese tutta la mattinata, ma a mezzogiorno le batterie aprirono il fuoco contro le posizioni nordiste.
Alle tre del pomeriggio, dopo tre ore di cannoneggiamento, 12.500 uomini mossero all'attacco sotto il tiro dei cannoni unionisti, riportati in tutta fretta in linea dopo essere stati arretrati per sottrarli al bombardamento confederato. Fu un bagno di sangue, percorsi i primi ottocento metri dei 1.200 che li separavano da Cemetery Ridge 5.000 uomini erano rimasti sul terreno, ma i veterani virginiani di Pickett continuarono ad avanzare inesorabili verso le linee nemiche. Qui li attendevano i fanti del II corpo dell'Unione, anch'essi veterani e decisi a tenere duro a ogni costo. I Confederati furono investiti da un micidiale fuoco di moschetteria, ma con un ultimo eroico sforzo riuscirono ad arrivare sulle linee nemiche, ricacciando al centro due reggimenti unionisti. Le sorti della battaglia sembrarono pendere in favore della Confederazione, finché Meade scagliò nella breccia una brigata della Pennsylvania che, con un attacco disperato, ricacciò in disordine i Sudisti.
Fallita così la manovra di Pickett, svaniva per Lee l'ultima possibilità di vincere la battaglia. Per dissimulare la gravità della situazione il generale sudista mantenne le posizioni sul campo, ma 23.000 uomini tra morti, feriti e prigionieri senza riuscire a cacciare i Nordisti dalle loro posizioni costituivano una sconfitta ingente.
ll 4 luglio gli eserciti erano schierati alle due parti dei campi insanguinati, Lee modificò le sue linee in posizione difensiva, sperando che Meade avesse attaccato. Il cauto comandante dell'Unione, tuttavia, decise di non assumersene il rischio. La sera del 4 luglio le colonne di Lee iniziarono la ritirata verso sud, non molestate dal nemico, e il 10 luglio riattraversavano il Potomac per rientrare in Virginia.
Gettysburg fu la battaglia con il maggior numero di vittime nella guerra civile.
I tre giorni di battaglia costarono ai Confederati circa 23.000 uomini tra morti, feriti e dispersi; di questi i morti furono 4.708, 12.693 i feriti e 5.830 tra dispersi e catturati.
Le perdite dell’Unione furono di 3.155 morti, 14.531 feriti e 5.369 tra dispersi e catturati.
La sconfitta subita da Lee sul campo di Gettysburg, di fatto, segnò il destino della Confederazione. Il generale Grant, mentre Meade sconfiggeva Lee in Pennsylvania, conquistava Vicksburg, in Mississippi e, in seguito, la conquista di Chattanooga, in Tennessee, diede inizio alle grandi scorrerie negli stati confederati che inasprirono la guerra.
martedì 30 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 30 giugno.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova. Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.
Il 30 giugno 1960 a Genova una manifestazione di protesta si tramuta in una battaglia tra popolo di sinistra e forze dell'ordine, per quelli che vennero in seguito chiamati "i fatti di Genova".
Nell’aprile del 1960 si insedia il nuovo governo democristiano di Tambroni, che ottiene la fiducia coi voti determinanti dei fascisti del Movimento sociale italiano.
Per riconoscenza la Dc concede ai fascisti il diritto a svolgere il proprio congresso a Genova, la città che fu medaglia d’oro della resistenza. La rivalsa dell’Msi assume i contorni di una provocazione quando annuncia la presenza del boia Basile al congresso, l’ultimo prefetto fascista di Genova, responsabile della fucilazione e della deportazione di molti antifascisti liguri. La notizia si sparge rapidamente fra gli operai e gli ex partigiani che iniziano a discutere il modo per impedire il congresso, che si dovrebbe svolgere il 2 luglio nel centralissimo teatro Margherita.
Sotto la spinta dei lavoratori il 13 giugno la Camera del Lavoro di Genova invita formalmente ad impedire lo svolgimento del congresso fascista.
Il 15 ed il 25 giugno si svolgono due cortei dove diverse migliaia di persone sfilano per protestare, e dove si verificano i primi scontri con i fascisti e con la polizia.
Il movimento cresce di settimana in settimana, anche in risposta alla repressione dello stato. Saranno in trentamila i genovesi presenti al comizio di Pertini il 29 giugno.
Il giorno seguente la Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale in tutta la provincia. Il 30 giugno un corteo di 100 mila persone sfila per il centro, in una Genova piena di polizia, grate e di filo spinato, steso a difendere la zona dove si svolgerà il congresso dell’Msi. Per il G8 di Genova del 2001 lo Stato blinderà la città sull’esempio del 1960.
La manifestazione si svolgerà senza incidenti, ma l’inferno si scatena quando il corteo si sta disperdendo, e nascono i primi scontri. Alcuni manifestanti si rivoltano verso le camionette della polizia, la quale aziona gli idranti d’acqua verso gli operai in Piazza de Ferrari. Dalle jeep calano le prime manganellate sulla testa dei manifestanti. Tutta la zona nel giro di poco tempo si trasforma in un campo di battaglia.
Ad animare i lavoratori sono i portuali, i “camalli” che scendono in piazza con i ganci da lavoro e con le magliette a strisce che rimarranno fra i simboli di quelle giornate. Il segretario del sindacato dei marittimi, presente nella piazza racconta: “…il successo della polizia durò poco, solo un quarto d’ora. Dopo di che ci fu una silenziosa reazione popolare: appena svanito l’effetto dei lacrimogeni, i lavoratori, e i portuali in particolare, iniziarono a tornare verso piazza De Ferrari. Gradualmente la polizia cominciò a ritirarsi perché non riusciva a tenere tutte le strade… e poi, come nel film di John Ford Ombre Rosse, ci fu un urlo immenso nella piazza e da via XX Settembre almeno 5000 manifestanti entrarono in piazza.”
Vengono erette delle barricate nel centro e per tutta la sera vanno avanti gli scontri. La polizia spara e ferisce un manifestante. Alcuni lavoratori si fanno inseguire dalla polizia nei vicoli stretti del centro, i famosi “carruggi”, dove si fanno aiutare dagli abitanti del centro storico genovese che dalle finestre fanno volare sulle teste dei poliziotti pietre e vasi di terracotta.
Alla fine della giornata il bilancio vedrà 160 feriti fra gli agenti contro una quarantina di antifascisti contusi.
La Cgil convoca per il 2 luglio un nuovo sciopero generale, ma il governo e i fascisti non sono intenzionati a cedere. Settemila poliziotti accorrono in città per proteggere il congresso del Msi.
Fra il movimento operaio monta una rabbia ed una determinazione impressionante. Si prepara un’insurrezione nel caso il congresso sia confermato. Mezzo milione di persone sono mobilitate e pronte ad entrare in azione. Vengono preparati una ventina di trattori per penetrare nel centro e per abbattere il filo spinato e le grate della polizia. I portuali fabbricano centinaia di molotov e si preparano barricate alte due metri fatte con legname e pietre. Anche gli ex partigiani ricompongono le brigate e dissotterrano le armi che avevano nascosto ai tempi della lotta di liberazione.
Anche nelle città del nord ci sono manifestazioni in solidarietà ai fatti di Genova e il clima si surriscalda. La stampa parla di violenti estremisti e di attacco allo stato.
Iniziano delle trattative con le burocrazie del Pci e della Cgil. Viene proposto lo spostamento del congresso a Nervi, fuori quindi dal centro di Genova. Il Pci sembra disposto al compromesso, ma la Cgil, che sente maggiormente la pressione degli operai, si mantiene sulla linea dell’annullamento del congresso.
La polizia in città è in assetto da guerra. Sono presenti corpi scelti specializzati in tecniche di lotta anti-guerriglia fatti arrivare da Padova. Alla fine Tambroni si vede costretto a vietare il congresso.
All’alba del 2 luglio arriva la notizia che il congresso è revocato ed immediatamente il sindacato annulla lo sciopero, per paura che la situazione gli scappi dalle mani, e che la determinazione degli operai si ponga ben altri obiettivi che non il semplice annullamento del congresso fascista.
La Dc in seguito decise di scaricare la collaborazione con l’Msi, che aveva posto a rischio la pace sociale; tolto di mezzo Tambroni, si decise di provare l’alleanza col Partito Socialista: nacque in questo contesto il primo governo di centrosinistra in Italia.
La lotta dei genovesi contro il fascismo fu animata da un sentimento di rivalsa contro i padroni e il governo che nel dopoguerra avevano schiacciato brutalmente le condizioni di vita dei lavoratori. La rabbia contro il dominio democristiano, per i bassi salari e per la disoccupazione erano forti motivi di insoddisfazione che si fondevano nell’esplosione di odio contro il ritorno fascista. Davanti all’arroganza dei fascisti e alla repressione dello stato la protesta degli operai portò nel giro di poche settimane a conclusioni rivoluzionarie un’intera città. Ma gli operai genovesi e di tutta l’Italia nel giro di qualche anno diverranno nuovamente protagonisti di una lunga stagione di lotta, il ’68 e gli anni settanta, in cui nuovamente studenti e lavoratori scenderanno sul terreno della lotta per migliorare le proprie condizioni di vita e con l’illusoria ambizione di costruire una società alternativa al capitalismo.
lunedì 29 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 2009, poco prima di mezzanotte, in stazione a Viareggio transita un treno merci, che si muove da nord verso sud, da La Spezia in direzione di Pisa, col suo convoglio di quattordici vagoni cisterna carichi di gas. "Non è che andasse proprio piano, almeno a 90 all'ora" racconta qualcuno. "Il treno sferragliava sui binari, ho visto delle scintille" è la testimonianza di un altro. Più tardi le Ferrovie dello Stato spiegheranno che ha ceduto il carrello del carro cisterna. Poche decine di metri ed è la catastrofe.In quel punto la linea ferrata è costeggiata dai palazzi, in parallelo corre via Ponchielli. Il merci 50325 Trecate-Gricignano deraglia. Il primo carro cisterna trascina fuori dai binari altri quattro dei quattordici vagoni che non sono proprietà delle Fs ma appartengono a una società straniera, la Gatx, con sede a Vienna. Solo uno si spezza. Purtroppo basta a causare l'immane disastro. Le esplosioni e le fiammate investono i palazzi e la strada. Una palazzina, dove vivono 18 persone, si sbriciola. Una più piccola, monofamiliare, prende fuoco. Alla fine, crollate o gravemente danneggiate, le case coinvolte saranno cinque. Come un proiettile, un grosso pezzo di metallo investe un uomo - che risulterà essere un quarantenne extracomunitario - e lo scaraventa ad una decina di metri uccidendolo. Per lo spostamento d'aria un'altra persona vola contro un cassonetto e avrà le gambe maciullate. Una ragazza, avvolta dalle fiamme, corre in strada, grida, cerca di strapparsi i vestiti.
Una scena apocalittica. Scene così ce ne sono tante. Le fiamme avvolgono un gazebo dove stanno cenando alcune persone. Scattano i soccorsi. I primi arrivano dalla vicinissima sede della Croce Verde che è stata gravemente danneggiata dall'esplosione: quasi tutte le ambulanze sono distrutte, un volontario è ferito ma non in gravi condizioni, altri hanno riportato contusioni.
Per timore che possano esplodere anche gli altri vagoni rimasti integri, vengono evacuati altri tre palazzi. "La cabina è stata invasa dal gas, siamo riusciti a scappare - raccontano i due macchinisti dl treno, feriti in modo non grave - Siamo vivi per miracolo".
I soccorsi sono stati tempestivi. Centocinquanta persone della Protezione Civile hanno lavorato tutta la notte. All'alba, in una luce irreale, con il fumo che si è diradato e i focolai quasi del tutto spenti, lo scenario ricorda un attentato a Baghdad. Si scava, si cercano le persone che dovrebbero esserci e di cui non si hanno notizie. Secondo il sindaco di Viareggio sono una trentina. Poi, però, Bertolaso (il capo della Protezione Civile) precisa che non dovrebbero essere più di tre o quattro: "Gli altri erano scappati".
L'intervento dei soccorritori si concentra adesso sulla ricerca di persone che potrebbero essere rimaste sotto le macerie e, in particolare, sul travaso del Gpl. Ci sono tre squadre specializzate al lavoro. Dovranno svuotare e mettere in sicurezza otto cisterne alcune delle quali non hanno subito danni. Altre sono cadute su un fianco e andranno trattate con la massima prudenza: "Non è un'operazione semplice e comporta qualche rischio - ha spiegato a Sky l'ingegner Antonio Gambardella, comandante nazionale dei Vigili del Fuoco - Agiremo in contemporanea". Ci vorrà qualche giorno per mettere in sicurezza la stazione di Viareggio.
Un ulteriore disastro è stato evitato grazie all'accortezza del capostazione che ha fermato due treni passeggeri in arrivo nella stazione di Viareggio nei minuti immediatamente successivi all'incidente. "Se quei treni fossero arrivati in stazione sarebbe stata una vera ecatombe - ha detto il consigliere regionale Marco Montemagni -. A bordo c'erano centinaia di passeggeri. Il comportamento del capostazione conferma che Ferrovie dello Stato deve desistere dalla sfrenata corsa verso l'automazione. Il fattore umano resta decisivo".
In totale si contano 31 morti (33 contando due deceduti per infarto) e 25 feriti. I funerali di Stato ai quali hanno partecipato almeno 30.000 persone si sono tenuti il 7 luglio allo Stadio Torquato Bresciani per 15 defunti, altri 7 hanno ricevuto le esequie con rito musulmano in Marocco. Due altri morti, avvenuti indirettamente per infarto, non sono stati messi nella lista ufficiale.
A 3 anni dalla strage, la procura di Lucca ha chiuso le indagini. Lo rende noto, con un comunicato, il procuratore Aldo Cicala, spiegando che gli indagati sono 32 - più nove enti - e che i reati contestati sono disastro ferroviario colposo, incendio colposo, omicidio e lesioni colpose plurime. Inizialmente, gli indagati erano 38, più 8 enti. Fra i destinatari dell'avviso chiusura indagini c'è l'Ad delle Ferrovie Mauro Moretti.
Se all'indomani dell'incidente le Ferrovie sospesero i contratti con la Gatx e con la Cima, con la quale lavoravano dal 1945, poco hanno fatto per sanzionare o sospendere dall'incarico gli imputati al loro interno. Che hanno fatto carriera, complici i governi.
Mauro Moretti, all'epoca della strage a.d. del Gruppo F.S., è stato accusato di “inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline” e di “omissioni progettuali, tecniche, valutative, propositive e dispositive”. Dopo il disastro ha ricevuto il cavalierato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La politica ha rinnovato il suo mandato sia quand'era indagato (governo Berlusconi) che quando è diventato imputato (esecutivo di Enrico Letta). Sotto Matteo Renzi è stato promosso amministratore delegato di Finmeccanica. Al suo posto in Ferrovie è andato un altro imputato nella strage: Michele Mario Elia, già capo di Rfi. Immediate le proteste dei familiari, che il 29 maggio 2014 hanno fermato un treno sul binario 4, quello dell'incidente, manifestando la loro indignazione.
Anche Vincenzo Soprano, a.d. di Trenitalia, è rimasto al suo posto. Giulio Margarita dalla direzione tecnica di Rfi è passato all'Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria, mentre Emilio Maestrini, responsabile della Direzione ingegneria, sicurezza e qualità di sistema di Trenitalia, venti giorni dopo il disastro ferroviario fu sostituito con Donato Carillo, stretto collaboratore di Moretti, anche se questi ha negato un rapporto tra l'incidente e il trasferimento.
Il 31 gennaio 2017 il tribunale collegiale di Lucca (presidente Gerardo Boragine, a latere Nidia Genovese e Valeria Marino) ha emesso la sentenza di primo grado condannando a 7 anni e 6 mesi di carcere Michele Mario Elia, a 7 anni di carcere Mauro Moretti e a 7 anni e 6 mesi Vincenzo Soprano, ex amministratore delegato di Trenitalia e di FS Logistica. Tutti e 33 gli imputati sono accusati, a vario titolo, di disastro ferroviario, incendio colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni personali. La sentenza ha in parte ribaltato le richieste di condanna dei Pm, il cui impianto accusatorio attribuiva le principali responsabilità ai vertici delle ferrovie, per cui era stato chiesto fino al massimo della pena per i reati contestati (16 anni). La corte lucchese ha ritenuto di comminare le pene più elevate ai responsabili di Gatx Rail e a quelli dell'officina Jungenthal responsabili dei problemi di meccanica alla base dell'incidente di Viareggio.
domenica 28 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 28 giugno.
Il 28 giugno 1914 un nazionalista serbo spara e uccide a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie Sofia.
Questo omicidio fu la scintilla che infiammò la prima guerra mondiale.
Fra ‘800 e ‘900 l’uccisione di regnanti in Europa in seguito ad atti di terrorismo non era un evento raro; nel 1881 era stato ucciso lo zar Alessandro II Romanov e nel 1900, a Monza, il re d’Italia Umberto I. In entrambi i casi si era trattato di fatti circoscritti per cause e conseguenze ai confini interni degli Stati, ma così non avvenne per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914) erede al trono dell’impero austro-ungarico e di sua moglie la contessa Sofia. L’omicida Gavrilo Princip, l’unico dei sette attentatori che venne arrestato insieme al compagno N. Cabrinovic, faceva parte di un’organizzazione segreta, la Mano Nera, che si batteva per l’unificazione degli slavi della Serbia con quelli che abitavano nel sud dell’impero austro-ungarico. Per la verità si trattava di un gruppo di giovani alquanto sprovveduti che nella mattina del 28 giugno 1914 tentarono per ben due volte l'attentato, prima con una bomba a mano poi, a distanza di pochi minuti, con una pistola Browning calibro 7,65 con la quale Princip colpì a morte l’Arciduca e sua moglie. L’Impero dell’Austria-Ungheria era, all'inizio del ‘900, uno Stato che aveva al suo interno molte nazionalità, una caratteristica tipica degli imperi, ma che in quel preciso momento storico costituiva un nucleo di tensioni formidabili e di forze centrifughe. Infatti, dopo la Prima guerra mondiale, l'effetto disgregante dei diversi nazionalismi avrebbe portato al completo dissolvimento di un organismo statale secolare come l’impero d’Austria. Tali movimenti rivendicavano, infatti, l’indipendenza per tutti quei popoli - cechi, slovacchi, ungheresi, italiani, serbi, croati - che, a vario titolo, facevano parte del vasto impero di Francesco Giuseppe d’Austria. Le stesse forze nazionalistiche avevano, ormai dai primi decenni del XIX secolo (guerra per l’indipendenza della Grecia), avviato alla disgregazione l'impero turco. Le spoglie di questo vasto e secolare impero (dall'Adriatico al Mar Rosso), infatti, erano e sarebbero state oggetto di guerre e contese diplomatiche fra le potenze europee. Due momenti di crisi nella penisola balcanica si ebbero nel 1908 e soprattutto nel 1912-13 (le cosiddette guerre balcaniche), periodo di scontri e annessioni che ridisegnò gli equilibri geopolitici della regione con queste conseguenze: 1. ridimensionamento della presenza turca alle porte dell’Europa dalle quali è praticamente espulsa; 2. sconfitta delle ambizioni austriache di dominio nella penisola e controllo dell’Adriatico; 3. ulteriore rafforzamento in chiave antiaustriaca dell’alleanza fra Serbia e Russia e dell’espansione di interessi finanziari francesi in Serbia; 4. aumento delle preoccupazioni austriache nei confronti dei nazionalismi interni all'impero; 5. rafforzamento dell’asse Austria-Germania in funzione antirussa. In questo contesto la dinastia che nel 1903 si era impadronita della Serbia puntava a inglobare tutti i serbi che vivevano sotto il dominio straniero nel sud dell’impero d’Austria. Oltre alle rivendicazioni nazionalistiche, un’altra variabile di contesto era quella religiosa: i serbi come i russi appartengono alla Chiesa ortodossa di ascendenza bizantina, mentre l’Austria era in Europa, l’erede del Sacro romano impero cattolico. È bene ricordare questa fondamentale distinzione culturale e religiosa poiché sarà una delle cause dei molti genocidi che si verificheranno negli anni ‘90 del XX secolo dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, nelle guerre che vedranno opporsi nella penisola balcanica serbi, croati, bosniaci e kosovari.
A seguito dell'omicidio il 23 luglio l’Austria dà un ultimatum alla Serbia. Al di là dell’atto di per sé gravissimo dell’uccisione dell’erede al trono, questo assassinio fornì un eccellente pretesto all'Austria per avviare una definitiva iniziativa contro la Serbia ed eliminare alla radice questa minaccia separatista. Il pretesto, dunque, fu l’ultimatum che conteneva tutta una serie di richieste che limitavano fortemente la sovranità serba all'interno del proprio Stato, fra le quali quella dell’arresto di un certo numero di ufficiali dell’esercito serbo accusati di cospirazione, e di far partecipare rappresentanti dell’impero austro-ungarico alle indagini su Princip e sul suo gruppo terroristico. La risposta era attesa entro 48 ore. Quando il testo dell’ultimatum venne conosciuto nelle cancellerie degli altri Stati europei, il commento degli uomini politici del vecchio continente fu quasi unanime: “la guerra sta per cominciare”. E non si trattava di una guerra circoscritta; il gioco delle alleanze, quella franco-russa e quella austro-tedesca, disegnarono uno scenario che apparve subito agli occhi di molti assolutamente catastrofico. La guerra che gli Stati maggiori degli eserciti di mezza Europa preparavano da almeno trent'anni (il più famoso di questi “piani” era quello tedesco che prese il nome dal generale Schlieffen) stava per concretizzarsi.
Il 30 luglio la Russia ordina la mobilitazione del proprio esercito, convinta che questo atto di forza avrebbe frenato l’Austria e, soprattutto, la Germania. Ciononostante il 1 agosto la Germania dichiara la guerra alla Russia. Oggi non appare strano che, in effetti, la prima a entrare in guerra fosse stata la Germania contro la Russia, due Stati che inizialmente non erano affatto direttamente coinvolti nella crisi successiva a Sarajevo. Soprattutto la Germania colse l’occasione per dispiegare la politica di potenza mondiale voluta dal Kaiser tedesco Guglielmo II almeno a partire dall'epoca successiva alla guerra franco-prussiana del 1870.
Il 3 agosto la Germania dichiara la guerra alla Francia, convinta di potere avere la meglio, rapidamente, in una guerra su due fronti. Questa previsione verrà meno con il passaggio, durante le operazioni militari del 1915, dalla guerra di movimento alla guerra di trincea.
Quella che scaturì fu invece una guerra su vasta scala lunga e logorante, come non se ne erano mai viste prima.
Il 28 giugno 1914 un nazionalista serbo spara e uccide a Sarajevo l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e sua moglie Sofia.
Questo omicidio fu la scintilla che infiammò la prima guerra mondiale.
Fra ‘800 e ‘900 l’uccisione di regnanti in Europa in seguito ad atti di terrorismo non era un evento raro; nel 1881 era stato ucciso lo zar Alessandro II Romanov e nel 1900, a Monza, il re d’Italia Umberto I. In entrambi i casi si era trattato di fatti circoscritti per cause e conseguenze ai confini interni degli Stati, ma così non avvenne per l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando (1863-1914) erede al trono dell’impero austro-ungarico e di sua moglie la contessa Sofia. L’omicida Gavrilo Princip, l’unico dei sette attentatori che venne arrestato insieme al compagno N. Cabrinovic, faceva parte di un’organizzazione segreta, la Mano Nera, che si batteva per l’unificazione degli slavi della Serbia con quelli che abitavano nel sud dell’impero austro-ungarico. Per la verità si trattava di un gruppo di giovani alquanto sprovveduti che nella mattina del 28 giugno 1914 tentarono per ben due volte l'attentato, prima con una bomba a mano poi, a distanza di pochi minuti, con una pistola Browning calibro 7,65 con la quale Princip colpì a morte l’Arciduca e sua moglie. L’Impero dell’Austria-Ungheria era, all'inizio del ‘900, uno Stato che aveva al suo interno molte nazionalità, una caratteristica tipica degli imperi, ma che in quel preciso momento storico costituiva un nucleo di tensioni formidabili e di forze centrifughe. Infatti, dopo la Prima guerra mondiale, l'effetto disgregante dei diversi nazionalismi avrebbe portato al completo dissolvimento di un organismo statale secolare come l’impero d’Austria. Tali movimenti rivendicavano, infatti, l’indipendenza per tutti quei popoli - cechi, slovacchi, ungheresi, italiani, serbi, croati - che, a vario titolo, facevano parte del vasto impero di Francesco Giuseppe d’Austria. Le stesse forze nazionalistiche avevano, ormai dai primi decenni del XIX secolo (guerra per l’indipendenza della Grecia), avviato alla disgregazione l'impero turco. Le spoglie di questo vasto e secolare impero (dall'Adriatico al Mar Rosso), infatti, erano e sarebbero state oggetto di guerre e contese diplomatiche fra le potenze europee. Due momenti di crisi nella penisola balcanica si ebbero nel 1908 e soprattutto nel 1912-13 (le cosiddette guerre balcaniche), periodo di scontri e annessioni che ridisegnò gli equilibri geopolitici della regione con queste conseguenze: 1. ridimensionamento della presenza turca alle porte dell’Europa dalle quali è praticamente espulsa; 2. sconfitta delle ambizioni austriache di dominio nella penisola e controllo dell’Adriatico; 3. ulteriore rafforzamento in chiave antiaustriaca dell’alleanza fra Serbia e Russia e dell’espansione di interessi finanziari francesi in Serbia; 4. aumento delle preoccupazioni austriache nei confronti dei nazionalismi interni all'impero; 5. rafforzamento dell’asse Austria-Germania in funzione antirussa. In questo contesto la dinastia che nel 1903 si era impadronita della Serbia puntava a inglobare tutti i serbi che vivevano sotto il dominio straniero nel sud dell’impero d’Austria. Oltre alle rivendicazioni nazionalistiche, un’altra variabile di contesto era quella religiosa: i serbi come i russi appartengono alla Chiesa ortodossa di ascendenza bizantina, mentre l’Austria era in Europa, l’erede del Sacro romano impero cattolico. È bene ricordare questa fondamentale distinzione culturale e religiosa poiché sarà una delle cause dei molti genocidi che si verificheranno negli anni ‘90 del XX secolo dopo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, nelle guerre che vedranno opporsi nella penisola balcanica serbi, croati, bosniaci e kosovari.
A seguito dell'omicidio il 23 luglio l’Austria dà un ultimatum alla Serbia. Al di là dell’atto di per sé gravissimo dell’uccisione dell’erede al trono, questo assassinio fornì un eccellente pretesto all'Austria per avviare una definitiva iniziativa contro la Serbia ed eliminare alla radice questa minaccia separatista. Il pretesto, dunque, fu l’ultimatum che conteneva tutta una serie di richieste che limitavano fortemente la sovranità serba all'interno del proprio Stato, fra le quali quella dell’arresto di un certo numero di ufficiali dell’esercito serbo accusati di cospirazione, e di far partecipare rappresentanti dell’impero austro-ungarico alle indagini su Princip e sul suo gruppo terroristico. La risposta era attesa entro 48 ore. Quando il testo dell’ultimatum venne conosciuto nelle cancellerie degli altri Stati europei, il commento degli uomini politici del vecchio continente fu quasi unanime: “la guerra sta per cominciare”. E non si trattava di una guerra circoscritta; il gioco delle alleanze, quella franco-russa e quella austro-tedesca, disegnarono uno scenario che apparve subito agli occhi di molti assolutamente catastrofico. La guerra che gli Stati maggiori degli eserciti di mezza Europa preparavano da almeno trent'anni (il più famoso di questi “piani” era quello tedesco che prese il nome dal generale Schlieffen) stava per concretizzarsi.
Il 30 luglio la Russia ordina la mobilitazione del proprio esercito, convinta che questo atto di forza avrebbe frenato l’Austria e, soprattutto, la Germania. Ciononostante il 1 agosto la Germania dichiara la guerra alla Russia. Oggi non appare strano che, in effetti, la prima a entrare in guerra fosse stata la Germania contro la Russia, due Stati che inizialmente non erano affatto direttamente coinvolti nella crisi successiva a Sarajevo. Soprattutto la Germania colse l’occasione per dispiegare la politica di potenza mondiale voluta dal Kaiser tedesco Guglielmo II almeno a partire dall'epoca successiva alla guerra franco-prussiana del 1870.
Il 3 agosto la Germania dichiara la guerra alla Francia, convinta di potere avere la meglio, rapidamente, in una guerra su due fronti. Questa previsione verrà meno con il passaggio, durante le operazioni militari del 1915, dalla guerra di movimento alla guerra di trincea.
Quella che scaturì fu invece una guerra su vasta scala lunga e logorante, come non se ne erano mai viste prima.
sabato 27 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 27 giugno.
Alle ore 20, 59 minuti e 45 secondi del 27 giugno 1980 sul punto di coordinate 39 43’N e 12 55’E scompare dalla schermo radar un velivolo civile. E’ il Dc9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH870, con a bordo 81 persone, 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Lo chiama disperatamente una, due, tre volte. A rispondergli solo un silenzio di morte. Scatta l’allarme, ma non scattano i soccorsi che arriveranno sul punto di inabissamento dell’aereo, a metà tra le isole di Ponza ed Ustica, soltanto la mattina dopo. Un ritardo sospetto. Così come misteriosa è la causa della scomparsa del Dc9. La cosa più facile? Attribuire il disastro ad un difetto strutturale dell’aereo, un cedimento. La tesi del cedimento strutturale del Dc9 dell’Itavia resterà per quasi due anni la spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell’aereo diventerà il primo capo espiatorio e sarà costretta a sciogliersi. Ma in ambienti giornalistici la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. Che qualcosa in questa storia non quadri dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale l’inchiesta è affidata. Per consegnare al pubblico ministero Santacroce i nastri di Roma Ciampino, sui quali era impressa tutta la sequenza del volo del Dc9, fino alla scomparsa dagli schermi radar, l’aeronautica militare impiega ben 26 giorni. Addirittura 99 per consegnargli i nastri di Marsala. Senza contare il materiale che gli verrà tenuto nascosto. Insomma il fatto che l’arma azzurra giochi sporco di fronte alla morte di 81 persone e che, specie all'inizio, il governo italiano sia più di ostacolo che di aiuto all'inchiesta giudiziaria è la prima vera risposta ad una domanda che ancora oggi in molti si pongono: chi ha abbattuto il Dc9 di Ustica?
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura) dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore (i primi dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo), dopo la prima inchiesta da parte della commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento fino a quel momento delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale la sentenza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all'interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta - il raggiungimento della comprensione dei fatti….Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull'ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull'esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell'intento per anni.”
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’Aeronautica Bartolucci e Ferri, assolti in appello dall'accusa di alto tradimento nel processo relativo al depistaggio dell'inchiesta giudiziaria sulla strage. Il reato loro contestato, "Attentato contro organi costituzionali" ai sensi dell'articolo 289 del codice penale, è stato infatti modificato con la legge 85/2006, che lo prevede ora solo quando siano stati commessi "atti violenti" diretti ad impedire agli organi costituzionali l'esercizio delle loro funzioni. Nessun responsabile nemmeno per gli ostacoli all'inchiesta: Ustica rimane uno dei tanti misteri italiani irrisolti, come se il caso non fosse mai esistito, una situazione paradossale.
Ancora Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica che era presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini, intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
Il 2 settembre 2014, sono stati rivelati gli appunti segreti, le informative e i carteggi segreti del Ministero degli Affari Esteri, contenuti nel Memorandum che ha per oggetto la strage di Ustica in relazione alle questioni informative aperte con gli Stati Uniti.
Sempre nel 2014, stando ad alcune intercettazioni emerse durante le indagini sulla cosiddetta Mafia Capitale uno dei boss della cupola mafiosa, Massimo Carminati, conversando con un suo collaboratore avrebbe affermato che "la responsabilità di Ustica era degli Stati Uniti". Il 10 settembre 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal giudice civile Paola Proto Pisani, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 (quarantadue) familiari delle vittime della Strage di Ustica.
Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro (il tribunale ha stabilito che il cielo di Ustica non era controllato a sufficienza dai radar italiani, militari e civili, talché non fu garantita la sicurezza del volo e dei suoi occupanti) e fu ostacolato l’accertamento dei fatti.
Infatti, secondo le conclusioni del giudice di Palermo, nessuna bomba esplose a bordo del DC-9, bensì l'aereo civile fu abbattuto durante una vera e propria azione di guerra che si svolse nei cieli italiani senza che nessuno degli enti controllori preposti intervenisse. Inoltre, secondo la sentenza, vi sono responsabilità e complicità di soggetti dell'Aeronautica Militare Italiana che impedirono l'accertamento dei fatti attraverso una innumerevole serie di atti illegali commessi successivamente al disastro.
Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione, nel respingere i ricorsi dell'avvocatura dello Stato ha confermato la precedente condanna, sentenziando che il DC-9 Itavia cadde non per un'esplosione interna, bensì a causa di un missile o di una collisione con un aereo militare, essendosi trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra. I competenti ministeri furono dunque condannati a risarcire i familiari delle 81 vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. La sentenza fu accolta favorevolmente dall'associazione dei familiari delle vittime.
Il 28 giugno 2017 un ulteriore ricorso dell'avvocatura dello Stato è stato rigettato dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha nuovamente additato a causa dell'incidente un atto ostile perpetrato da un aereo militare straniero.
Alle ore 20, 59 minuti e 45 secondi del 27 giugno 1980 sul punto di coordinate 39 43’N e 12 55’E scompare dalla schermo radar un velivolo civile. E’ il Dc9 I-TIGI della società Itavia, in volo da Bologna a Palermo, nominativo radio IH870, con a bordo 81 persone, 78 passeggeri e tre uomini di equipaggio. Il controllore di turno cerca di ristabilire il contatto con il pilota del Dc9. Lo chiama disperatamente una, due, tre volte. A rispondergli solo un silenzio di morte. Scatta l’allarme, ma non scattano i soccorsi che arriveranno sul punto di inabissamento dell’aereo, a metà tra le isole di Ponza ed Ustica, soltanto la mattina dopo. Un ritardo sospetto. Così come misteriosa è la causa della scomparsa del Dc9. La cosa più facile? Attribuire il disastro ad un difetto strutturale dell’aereo, un cedimento. La tesi del cedimento strutturale del Dc9 dell’Itavia resterà per quasi due anni la spiegazione ufficiale della tragedia, tanto che la società proprietaria dell’aereo diventerà il primo capo espiatorio e sarà costretta a sciogliersi. Ma in ambienti giornalistici la tesi semplicistica della sciagura comincia quasi subito a fare acqua. Che qualcosa in questa storia non quadri dovrebbe capirlo anche il magistrato romano al quale l’inchiesta è affidata. Per consegnare al pubblico ministero Santacroce i nastri di Roma Ciampino, sui quali era impressa tutta la sequenza del volo del Dc9, fino alla scomparsa dagli schermi radar, l’aeronautica militare impiega ben 26 giorni. Addirittura 99 per consegnargli i nastri di Marsala. Senza contare il materiale che gli verrà tenuto nascosto. Insomma il fatto che l’arma azzurra giochi sporco di fronte alla morte di 81 persone e che, specie all'inizio, il governo italiano sia più di ostacolo che di aiuto all'inchiesta giudiziaria è la prima vera risposta ad una domanda che ancora oggi in molti si pongono: chi ha abbattuto il Dc9 di Ustica?
Il primo elemento che emerge nel 1990 (dieci anni dopo la sciagura) dalle indagini penali intraprese dal giudice Priore (i primi dieci anni di indagini di altri giudici si sono svolti senza apparente successo), dopo la prima inchiesta da parte della commissione Stragi nel 1989, presieduta dal repubblicano Gualtieri, è che il sostanziale fallimento fino a quel momento delle precedenti indagini fosse dovuto a “depistaggi e inquinamenti operati da soggetti ed entità molteplici.”
Scrive nel capitolo iniziale la sentenza del giudice Priore: ”Il disastro di Ustica ha scatenato, non solo in Italia, processi di deviazione o comunque di inquinamento delle indagini. Gli interessi dietro l’evento e di contrasto di ogni ricerca sono stati tanti e non solo all'interno del Paese, ma specie presso istituzioni di altri Stati, da ostacolare specialmente attraverso l’occultamento delle prove e il lancio di sempre nuove ipotesi -questo con il chiaro intento di soffocare l’inchiesta - il raggiungimento della comprensione dei fatti….Non può perciò che affermarsi che l’opera di inquinamento è risultata così imponente da non lasciar dubbi sull'ovvia sua finalità: impedire l’accertamento della verità. E che, va pure osservato, non può esserci alcun dubbio sull'esistenza di un legame tra coloro che sono a conoscenza delle cause che provocarono la sciagura e i soggetti che, a vario titolo, hanno tentato di inquinare il processo, e sono riusciti nell'intento per anni.”
Le indagini del giudice Priore, che appaiono le più pertinenti e approfondite grazie anche alla quasi totale ricostruzione del relitto dell’aereo e a un notevole impegno di fondi, uomini e mezzi di vari governi, si concludono il 31 agosto del 1999 con una ordinanza di rinvio a giudizio e sentenza istruttoria di proscioglimento che esclude una bomba a bordo e un cedimento strutturale dell’aereo circoscrivendo le cause della sciagura a un evento esterno al DC-9.
I giudizi che si susseguono in corte di Assise nel 2000, di Assise di Appello nel 2005 e della Cassazione nel 2007 si concludono con il proscioglimento dei generali dell’Aeronautica Bartolucci e Ferri, assolti in appello dall'accusa di alto tradimento nel processo relativo al depistaggio dell'inchiesta giudiziaria sulla strage. Il reato loro contestato, "Attentato contro organi costituzionali" ai sensi dell'articolo 289 del codice penale, è stato infatti modificato con la legge 85/2006, che lo prevede ora solo quando siano stati commessi "atti violenti" diretti ad impedire agli organi costituzionali l'esercizio delle loro funzioni. Nessun responsabile nemmeno per gli ostacoli all'inchiesta: Ustica rimane uno dei tanti misteri italiani irrisolti, come se il caso non fosse mai esistito, una situazione paradossale.
Ancora Francesco Cossiga, già presidente della Repubblica che era presidente del Consiglio al momento della strage, nel febbraio 2007 dichiara che ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato dai francesi. Ma le indagini, intraprese dalla procura della repubblica di Roma, non portano a nessun risultato.
Il 26 luglio del 2010, il presidente della repubblica Napolitano, ha chiesto” il contributo di tutte le istituzioni per pervenire a una ricostruzione esauriente e veritiera di quanto è accaduto, che rimuova le ambiguità e dipani le ombre e i dubbi accumulati in questi anni.”
Il 2 settembre 2014, sono stati rivelati gli appunti segreti, le informative e i carteggi segreti del Ministero degli Affari Esteri, contenuti nel Memorandum che ha per oggetto la strage di Ustica in relazione alle questioni informative aperte con gli Stati Uniti.
Sempre nel 2014, stando ad alcune intercettazioni emerse durante le indagini sulla cosiddetta Mafia Capitale uno dei boss della cupola mafiosa, Massimo Carminati, conversando con un suo collaboratore avrebbe affermato che "la responsabilità di Ustica era degli Stati Uniti". Il 10 settembre 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal giudice civile Paola Proto Pisani, ha condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di 42 (quarantadue) familiari delle vittime della Strage di Ustica.
Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro (il tribunale ha stabilito che il cielo di Ustica non era controllato a sufficienza dai radar italiani, militari e civili, talché non fu garantita la sicurezza del volo e dei suoi occupanti) e fu ostacolato l’accertamento dei fatti.
Infatti, secondo le conclusioni del giudice di Palermo, nessuna bomba esplose a bordo del DC-9, bensì l'aereo civile fu abbattuto durante una vera e propria azione di guerra che si svolse nei cieli italiani senza che nessuno degli enti controllori preposti intervenisse. Inoltre, secondo la sentenza, vi sono responsabilità e complicità di soggetti dell'Aeronautica Militare Italiana che impedirono l'accertamento dei fatti attraverso una innumerevole serie di atti illegali commessi successivamente al disastro.
Il 28 gennaio 2013 la Corte di Cassazione, nel respingere i ricorsi dell'avvocatura dello Stato ha confermato la precedente condanna, sentenziando che il DC-9 Itavia cadde non per un'esplosione interna, bensì a causa di un missile o di una collisione con un aereo militare, essendosi trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra. I competenti ministeri furono dunque condannati a risarcire i familiari delle 81 vittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. La sentenza fu accolta favorevolmente dall'associazione dei familiari delle vittime.
Il 28 giugno 2017 un ulteriore ricorso dell'avvocatura dello Stato è stato rigettato dalla Corte d'Appello di Palermo, che ha nuovamente additato a causa dell'incidente un atto ostile perpetrato da un aereo militare straniero.
venerdì 26 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 26 giugno.
Il 26 giugno 1963 il presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy, tenne un discorso, nella città di Berlino Ovest, che passò alla storia. "Ich bin ein Berliner": "io sono un berlinese", la frase più celebre dell'orazione. Il discorso era strettamente politico, una mossa fondamentale nell'ambito della Guerra Fredda. Il suo intento di base era quello di confermare apertamente l'appoggio degli USA alla Germania Occidentale, rispondendo al tempo stesso alla costruzione del Muro da parte dell'Unione Sovietica. Ma la potenza del discorso sta proprio in quelle parole: "io sono un berlinese" è un frase che scavalca il Muro e abbraccia tutta la popolazione di Berlino, seppur divisa. Kennedy esprime così la propria vicinanza anche alla popolazione di Berlino Est, sottolineando come quella sovietica sia una vera e propria occupazione anti democratica. Le parole utilizzate inoltre estendono il discorso ad un livello globale: "Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!". L'opposizione di fondo, presente in ogni forma di comunicazione, non è Berlino Ovest vs Berlino Est, non è Occidente vs Oriente, è Libertà vs Oppressione.
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese". Quanta retorica in questa frase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata. Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo. Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".» In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire: «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".» Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà. Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»: «Che vengano a Berlino.» È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie: Coppia uno. «Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista. Che vengano a Berlino.» Coppia due. «Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino.» Coppia tre. «E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti. Che vengano a Berlino.» Coppia quattro. «E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico. Che vengano a Berlino.» È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
In un discorso di ruoli gli Stati Uniti, nella persona del Presidente, incarnano l'ideale di "mondo libero", il ruolo dell'eroe. L'Unione Sovietica rappresenta la "non libertà", l'anti eroe.
Non bisogna dimenticare che il discorso resta, di fondo, un discorso politico. Da abile comunicatore, Kennedy, gioca con valori alti e nobili per perseguire il suo scopo. Mettendo da parte i valori di Libertà e Democrazia, infatti, l'immediata conseguenza a livello politico e concreto dei fatti fu quella di riconoscere la divisione di Berlino. In modo particolare, di riconoscere l'appartenenza di Berlino Est al blocco sovietico. Se le folle osannarono Kennedy per questo discorso dai così alti valori, i critici più accorti lessero in quella orazione un errore del Presidente americano che aveva così ceduto alla politica Sovietica.
Col senno di poi, non si può certo rimproverare nulla a Kennedy, e questo discorso resta uno dei più celebri mai pronunciati. Parole che hanno scritto la storia tanto quanto gli eventi delle due guerre mondiali, tanto quanto l'atomica su Hiroshima e Nagasaki, tanto quanto la caduta del Muro stesso.
Potenza delle parole, potenza della comunicazione.
Il 26 giugno 1963 il presidente degli Stati Uniti J.F. Kennedy, tenne un discorso, nella città di Berlino Ovest, che passò alla storia. "Ich bin ein Berliner": "io sono un berlinese", la frase più celebre dell'orazione. Il discorso era strettamente politico, una mossa fondamentale nell'ambito della Guerra Fredda. Il suo intento di base era quello di confermare apertamente l'appoggio degli USA alla Germania Occidentale, rispondendo al tempo stesso alla costruzione del Muro da parte dell'Unione Sovietica. Ma la potenza del discorso sta proprio in quelle parole: "io sono un berlinese" è un frase che scavalca il Muro e abbraccia tutta la popolazione di Berlino, seppur divisa. Kennedy esprime così la propria vicinanza anche alla popolazione di Berlino Est, sottolineando come quella sovietica sia una vera e propria occupazione anti democratica. Le parole utilizzate inoltre estendono il discorso ad un livello globale: "Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole Ich bin ein Berliner!". L'opposizione di fondo, presente in ogni forma di comunicazione, non è Berlino Ovest vs Berlino Est, non è Occidente vs Oriente, è Libertà vs Oppressione.
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese". Quanta retorica in questa frase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata. Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo. Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua: «Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".» In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire: «Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".» Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà. Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»: «Che vengano a Berlino.» È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie: Coppia uno. «Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista. Che vengano a Berlino.» Coppia due. «Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Che vengano a Berlino.» Coppia tre. «E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti. Che vengano a Berlino.» Coppia quattro. «E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico. Che vengano a Berlino.» È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
In un discorso di ruoli gli Stati Uniti, nella persona del Presidente, incarnano l'ideale di "mondo libero", il ruolo dell'eroe. L'Unione Sovietica rappresenta la "non libertà", l'anti eroe.
Non bisogna dimenticare che il discorso resta, di fondo, un discorso politico. Da abile comunicatore, Kennedy, gioca con valori alti e nobili per perseguire il suo scopo. Mettendo da parte i valori di Libertà e Democrazia, infatti, l'immediata conseguenza a livello politico e concreto dei fatti fu quella di riconoscere la divisione di Berlino. In modo particolare, di riconoscere l'appartenenza di Berlino Est al blocco sovietico. Se le folle osannarono Kennedy per questo discorso dai così alti valori, i critici più accorti lessero in quella orazione un errore del Presidente americano che aveva così ceduto alla politica Sovietica.
Col senno di poi, non si può certo rimproverare nulla a Kennedy, e questo discorso resta uno dei più celebri mai pronunciati. Parole che hanno scritto la storia tanto quanto gli eventi delle due guerre mondiali, tanto quanto l'atomica su Hiroshima e Nagasaki, tanto quanto la caduta del Muro stesso.
Potenza delle parole, potenza della comunicazione.
giovedì 25 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 25 giugno.
Il 25 giugno 1876 nelle vicinanze del fiume Little Big Horn nel Montana, ci fu una delle battaglie più famose della storia degli Stati Uniti d'America. Il 7° cavalleria comandato dal generale Custer attaccò un grande villaggio indiano composto per la maggior parte da Lakota e Cheyenne. Custer ed i suoi soldati furono stretti in una morsa e annientati. Nessun superstite che prese parte alla battaglia riuscì a raccontare quello che avvenne effettivamente. Da questo prese forma una leggenda che al giorno d'oggi coinvolge moltissimi lettori. Ad oltre un secolo di distanza gli archeologi cercano di svelare il mistero dell'ultima resistenza di Custer. Fu davvero eroica? O si tratta di un mito? Quando il 25 giugno Custer guidò i suoi uomini sul Little Big Horn e rimasero tutti uccisi il paese rimase scioccato. Il miglior reparto della cavalleria americana umiliato e sconfitto da semplici primitivi!? Custer era il generale più famoso d'America ed il suo mito commosse tutta la nazione. La stampa ne fece un martire. Ma come morirono Custer ed i suoi uomini? La leggenda della battaglia rimase un mistero finché nell'agosto 1983 un grande incendio nel Montana centrale colpisce proprio la zona dove avvenne la battaglia. Bruciano km. di prateria e di bosco, viene così alla luce il sito archeologico. Ad interessarsi è l'archeologo Richard Fox. Perlustrando la zona si trovano pallottole, cartucce, ossa... Altri archeologi si uniscono a Fox, oltre 240 ettari vengono passati con il metal detector. Vengono trovati e registrati oltre 5000 reperti tra cui un orologio da taschino svizzero, una fede nuziale d'oro, cartucce inesplose, un piede ancora nel suo stivale, un cranio colpito posteriormente da un ascia (segno evidente di un esecuzione). Ogni reperto viene trattato come una prova. La battaglia fu crudele, si capì come avvenne il combattimento. Negli anni successivi gli archeologi tentano di ricostruire passo per passo la dinamica della battaglia. I teschi e le ossa ritrovate forniscono importanti indicazioni e con la medicina legale l'antropologo Willey che lavora per la polizia eseguendo autopsie sugli omicidi riesce a stabilire che: l'altezza media di un soldato era di circa un m.e 50, il peso non superiore ai 70kg (questo per ridurre lo sforzo dei cavalli), che avevano la spina dorsale deteriorata a causa delle lunghe ore trascorse in sella, ed inoltre i denti in un cattivo stato per la scarsa igiene e la cattiva alimentazione. Vi erano anche soldati minorenni e malnutriti. L’età minima per arruolarsi era di 21 anni, Willey analizzando gli scheletri rileva che alcuni di loro erano molto più giovani. Ora con l'aiuto della scienza da parte di archeologi ed antropologi cerchiamo di fare un analisi di quelle vicende e di come si svolse la battaglia. Il 25 giugno 1876 Custer va verso il Little Big Horn a capo di 31 ufficiali, 566 soldati e 35 guide indiane, tra cui Mitch Bouyer, il sanguemisto interprete e capo degli scout, uno dei più esperti cercatori di piste del West. Custer forza i suoi uomini al limite e il suo comportamento innervosisce tutti, rifiutando mitragliatrici e truppe di rinforzo. La vittoria deve andare esclusivamente al suo settimo cavalleria. All'alba del 25 giugno raggiungono un'alta collina sul fiume. A malapena visibile le guide avvistano un grandissimo campo indiano e qui M. Bouyer insieme agli altri esploratori dice al generale che i nemici sono troppo numerosi, sono come i fili dell'erba... e che in caso di battaglia non sarebbero vissuti a lungo. Custer con il suo cannocchiale dato che la visibilità era peggiorata non riesce a scorgere né il fumo del campo indiano né la grandissima mandria di cavalli. Nota una grande nuvola di polvere e crede che gli indiani stiano smontando il campo. In realtà la polvere è dovuta al gran numero di cavalli, circa 10-15 mila. Custer incurante dei consigli decide di attaccare. Divide il suo 7° in tre gruppi. Il maggiore Reno con 11 ufficiali, 129 soldati e 33 esploratori si dirige a sud del campo nemico, Custer con 13 ufficiali 200 soldati e 9 civili a nord, infine il capitano Benteen con 115 soldati deve bloccare una possibile via di fuga. Custer dall'alto della collina si accorge che il nemico lo sovrasta numericamente, ma arrendersi non è nella sua natura. Manda un messaggio a Benteen (diventato poi famoso) e gli dice di rientrare con i suoi uomini. Custer non aspetta i rinforzi, si dirige verso il fiume ed il campo indiano. A questo punto qual è il fuoco nemico che Custer si trova di fronte e che armi avevano i suoi uomini? Gli archeologi cercano indizi e trovano migliaia di cartucce. Gli uomini di Custer avevano carabine Springfield 1873 molto precise e a lunga gittata e colt 45 a 6 cartucce (ottima per i combattimenti ravvicinati). Poi la sorpresa, si scoprono pallottole e cartucce non governative, le munizioni indiane. Gli scienziati iniziano così a studiare, pulendo le cartucce da un secolo di sporco e le spediscono al laboratorio di polizia di stato del Nebraska. Si trovano pallottole di carabine Spencer, Sharp, Henry Rifle, per un totale di circa 47 tipi di armi differenti. Nessuno avrebbe immaginato che gli indiani erano così bene armati. Almeno 200 guerrieri possedevano fucili a ripetizione. La carabina H. Rifle dotata di 16 colpi sparava molto velocemente, a differenza dei fucili del 7°, quest'arma in un combattimento ravvicinato riusciva a sparare tutti e 16 i colpi prima che un soldato riuscisse a ricaricare il suo fucile. I bossoli rivelano la portata della battaglia: anche sulle rive del fiume si trovano tracce di combattimento, poche pallottole e bossoli, e questo smentisce l'eroica leggenda che il reggimento fosse stato accerchiato in questo guado e trascinato dalle orde di indiani verso il campo di battaglia. Tutto falso, dicono gli archeologi. Fox fa di più, confronta i suoi ritrovamenti con le testimonianze indiane dell'epoca. Non si combatté in riva al fiume. Cosa è successo davvero? Secondo Fox, Custer raggiunge il fiume con metà dei suoi uomini ma trova il villaggio deserto, i guerrieri si sono diretti verso il M.Reno. Custer sceglie allora di catturare le donne e i bambini che sono fuggiti dalla parte opposta, poiché il suo obiettivo è di portare gli indiani nelle riserve; catturare donne e bambini significa rendere impotenti i guerrieri e occuparsi di loro più tardi. Tornando al fiume spera di catturare gli ostaggi, ma quando si accorge che sono troppo numerosi per essere trasportati decide di rinunciare. La battaglia ha inizio con Custer diretto verso il fiume, l'attacco è furioso, gli indiani lo respingono verso la collina. Combattono fino allo stremo, sono in netta minoranza numerica. Per capire l'ultima resistenza gli archeologi esaminano passo dopo passo la riva del fiume. Si trovano centinaia di reperti, fibbie, speroni, ferri di cavallo, bossoli. In base a questi ritrovamenti si stabilisce che i 220 uomini coprono una superficie di 2 kmq nei luoghi oggi chiamati Calhoun Hill, Custer Hill, Keogh. Per gli archeologi è una formazione d'attacco. Perché Custer si sente sicuro di sé? E' convinto che il M.Reno abbia avuto la meglio, Custer ha inviato Benteen per ricevere rinforzi, ma quello che non sa è che i guerrieri hanno respinto Reno. Benteen accorre in aiuto di Reno e lascia Custer da solo. I guerrieri concentrano la loro attenzione su Calhoun Hill , qui ha inizio il primo e più sanguinoso combattimento. Su questa collina i soldati si schierano a 4m. di distanza l'uno dall'altro, è il tipico schieramento della cavalleria. Ma sotto c'è un'altra postazione di indiani nel luogo una volta chiamato Greasy Grass Ridge. Qui vengono ritrovate cartucce calibro 44 e 50. Sono le cartucce degli indiani, la collina ne è completamente ricoperta. Gli indiani si avvicinano sempre di più sul crinale. Il panico e la paura si diffondono tra i soldati che iniziano a disperdersi, la difesa crolla e i guerrieri conquistano Calhoun Hill. Crolla la prima roccaforte di Custer. Anche qui vengono ritrovate ossa, un proiettile in un anca dx, e un cranio. I guerrieri fecero in modo che non vi fossero sopravvissuti. Si ricostruiscono i movimenti dei soldati seguendo i bossoli sparati dallo stesso percussore. Ogni fucile ha una sua impronta digitale. Pochi fortunati si salvano e si dirigono verso Keogh. I guerrieri da Greasy Grass si spostano verso Keogh. Qui è un punto esposto e la battaglia è disastrosa. In meno di 30 minuti cadono due posizioni. Rimane solo Custer Hill. Ora gli scienziati si domandano: fu una eroica resistenza quella degli uomini di Custer? O si tratta di una leggenda senza fondamento? Gli ultimi soldati sono bloccati sul crinale, gli indiani li circondano dal basso. Man mano che il numero dei soldati diminuisce i guerrieri si avvicinano sempre di più. Anche su Custer Hill si analizzano i bossoli, ne vengono rinvenuti pochi e non si riesce a tracciare nessuna mappa. Non viene adottata nessuna strategia. La battaglia è stata breve, nessuna strenua resistenza. Gli archeologi commentano: si trattava sì di soldati valorosi, ma la componente psicologica prevalse sul resto, si trovarono in una situazione di caos, panico, paura, disperazione... I soldati vivono attimi di terrore, i guerrieri si preparano per l'ultimo attacco. è la fine. Come confermano i racconti dei testimoni indiani la battaglia fu di breve durata. Oggi le lapidi segnano il campo di battaglia del L.B.Horn, furono sistemate dove vennero ritrovati i corpi dei soldati, ed offrono un'ultima chiave di lettura su ciò che successe. Tracciano una linea immaginaria che da Custer Hill scende fino ad un burrone profondo. Gli archeologi stabiliscono che la battaglia finale non si tenne su Custer Hill. Nella gola dove si svolgono gli ultimi atti della battaglia vengono trovate alcune cartucce sparate da un soldato e prove evidenti che almeno 6 guerrieri che lo circondano fanno fuoco su di lui. Il fatto che in 6 avessero il tempo di sparare ad un solo soldato suggerisce che egli fu uno degli ultimi a morire. Oltre alle cartucce si fa una scoperta interessante: un bottone di perla probabilmente indossato da una delle guide e un frammento di cranio con le ossa della mascella molto ampia. Si tratta di un uomo di razza mista. L'unico che corrisponde alla descrizione è Mitch Bouyer. Gli scienziati sovrappongono il frammento di cranio con l'unica foto dello scout, ed essa corrisponde esattamente. La supposta profezia di Bouyer che lui e Custer non sarebbero sopravvissuti a lungo si avverò. Tra la lunga fila di lapidi dei soldati la scienza ha dato sepoltura ai resti di Bouyer. La fine di Custer con i suoi uomini fu più terribile di quanto noi potessimo immaginare. Le analisi di Willey parlano di orrende e ampie mutilazioni. Un amara conclusione sulla fine della battaglia... Lo spettacolo che si trova di fronte il tenente James Bradley la mattina del 27 giugno è raccapricciante. Decine e decine di corpi distesi al sole, alcuni già gonfi e neri, altri senza braccia e/o testa. Era usanza degli indiani delle pianure mutilare i cadaveri. In un punto della valle alla base della collina più alta Bradley trova il corpo di G.A.Custer. Era appoggiato di schiena su altri due soldati morti,con una gamba ripiegata sotto il corpo. Era spogliato completamente, non era stato scalpato ed aveva 2 fori di proiettili, uno all'altezza del cuore un altro alla tempia sinistra e non presentava alcuna mutilazione. Sicuramente non era stato riconosciuto da nessun guerriero visto che pochi giorni prima della battaglia si era tagliato i capelli. Questa fu la fine di Custer con il suo 7° cavalleria... Gli archeologi da veri detective sono riusciti a smontare uno dei più grandi miti del West americano, con il loro lavoro (circa 20 anni) e le loro scoperte sono riusciti a modificare l'immagine del reggimento di Custer, gran parte di loro erano degli inesperti soldati e la battaglia non fu una strenua resistenza, ma una breve e devastante sconfitta. I reperti hanno permesso di conoscere bene a fondo anche i guerrieri, ben lontani da essere avversari primitivi e privi di qualsiasi tattica militare. Erano bene armati e profondi conoscitori del terreno di guerra. Inoltre quel giorno, sebbene fossero presenti molti capi valorosi e famosi, le due figure principali furono Toro Seduto, guida spirituale (il quale non prese parte alla battaglia per via delle ferite riportate nella danza del sole svoltasi poco prima della battaglia), e Cavallo Pazzo. Quest’ultimo aveva già galvanizzato i guerrieri con la battaglia del Rosebud il 17 giugno, sconfiggendo il generale Crook (fu militarmente merito suo). Quel 25 giugno Cavallo Pazzo con la sua grande ascendenza sui guerrieri cambiò il loro modo di combattere, spingendoli a non cercare il corpo a corpo, a contare i colpi o catturare armi e cavalli del nemico. Sul Little Big Horn gli indiani combatterono per uccidere chi stava minacciando la loro esistenza, le loro famiglie, le loro donne e i loro bambini.
Il 25 giugno 1876 nelle vicinanze del fiume Little Big Horn nel Montana, ci fu una delle battaglie più famose della storia degli Stati Uniti d'America. Il 7° cavalleria comandato dal generale Custer attaccò un grande villaggio indiano composto per la maggior parte da Lakota e Cheyenne. Custer ed i suoi soldati furono stretti in una morsa e annientati. Nessun superstite che prese parte alla battaglia riuscì a raccontare quello che avvenne effettivamente. Da questo prese forma una leggenda che al giorno d'oggi coinvolge moltissimi lettori. Ad oltre un secolo di distanza gli archeologi cercano di svelare il mistero dell'ultima resistenza di Custer. Fu davvero eroica? O si tratta di un mito? Quando il 25 giugno Custer guidò i suoi uomini sul Little Big Horn e rimasero tutti uccisi il paese rimase scioccato. Il miglior reparto della cavalleria americana umiliato e sconfitto da semplici primitivi!? Custer era il generale più famoso d'America ed il suo mito commosse tutta la nazione. La stampa ne fece un martire. Ma come morirono Custer ed i suoi uomini? La leggenda della battaglia rimase un mistero finché nell'agosto 1983 un grande incendio nel Montana centrale colpisce proprio la zona dove avvenne la battaglia. Bruciano km. di prateria e di bosco, viene così alla luce il sito archeologico. Ad interessarsi è l'archeologo Richard Fox. Perlustrando la zona si trovano pallottole, cartucce, ossa... Altri archeologi si uniscono a Fox, oltre 240 ettari vengono passati con il metal detector. Vengono trovati e registrati oltre 5000 reperti tra cui un orologio da taschino svizzero, una fede nuziale d'oro, cartucce inesplose, un piede ancora nel suo stivale, un cranio colpito posteriormente da un ascia (segno evidente di un esecuzione). Ogni reperto viene trattato come una prova. La battaglia fu crudele, si capì come avvenne il combattimento. Negli anni successivi gli archeologi tentano di ricostruire passo per passo la dinamica della battaglia. I teschi e le ossa ritrovate forniscono importanti indicazioni e con la medicina legale l'antropologo Willey che lavora per la polizia eseguendo autopsie sugli omicidi riesce a stabilire che: l'altezza media di un soldato era di circa un m.e 50, il peso non superiore ai 70kg (questo per ridurre lo sforzo dei cavalli), che avevano la spina dorsale deteriorata a causa delle lunghe ore trascorse in sella, ed inoltre i denti in un cattivo stato per la scarsa igiene e la cattiva alimentazione. Vi erano anche soldati minorenni e malnutriti. L’età minima per arruolarsi era di 21 anni, Willey analizzando gli scheletri rileva che alcuni di loro erano molto più giovani. Ora con l'aiuto della scienza da parte di archeologi ed antropologi cerchiamo di fare un analisi di quelle vicende e di come si svolse la battaglia. Il 25 giugno 1876 Custer va verso il Little Big Horn a capo di 31 ufficiali, 566 soldati e 35 guide indiane, tra cui Mitch Bouyer, il sanguemisto interprete e capo degli scout, uno dei più esperti cercatori di piste del West. Custer forza i suoi uomini al limite e il suo comportamento innervosisce tutti, rifiutando mitragliatrici e truppe di rinforzo. La vittoria deve andare esclusivamente al suo settimo cavalleria. All'alba del 25 giugno raggiungono un'alta collina sul fiume. A malapena visibile le guide avvistano un grandissimo campo indiano e qui M. Bouyer insieme agli altri esploratori dice al generale che i nemici sono troppo numerosi, sono come i fili dell'erba... e che in caso di battaglia non sarebbero vissuti a lungo. Custer con il suo cannocchiale dato che la visibilità era peggiorata non riesce a scorgere né il fumo del campo indiano né la grandissima mandria di cavalli. Nota una grande nuvola di polvere e crede che gli indiani stiano smontando il campo. In realtà la polvere è dovuta al gran numero di cavalli, circa 10-15 mila. Custer incurante dei consigli decide di attaccare. Divide il suo 7° in tre gruppi. Il maggiore Reno con 11 ufficiali, 129 soldati e 33 esploratori si dirige a sud del campo nemico, Custer con 13 ufficiali 200 soldati e 9 civili a nord, infine il capitano Benteen con 115 soldati deve bloccare una possibile via di fuga. Custer dall'alto della collina si accorge che il nemico lo sovrasta numericamente, ma arrendersi non è nella sua natura. Manda un messaggio a Benteen (diventato poi famoso) e gli dice di rientrare con i suoi uomini. Custer non aspetta i rinforzi, si dirige verso il fiume ed il campo indiano. A questo punto qual è il fuoco nemico che Custer si trova di fronte e che armi avevano i suoi uomini? Gli archeologi cercano indizi e trovano migliaia di cartucce. Gli uomini di Custer avevano carabine Springfield 1873 molto precise e a lunga gittata e colt 45 a 6 cartucce (ottima per i combattimenti ravvicinati). Poi la sorpresa, si scoprono pallottole e cartucce non governative, le munizioni indiane. Gli scienziati iniziano così a studiare, pulendo le cartucce da un secolo di sporco e le spediscono al laboratorio di polizia di stato del Nebraska. Si trovano pallottole di carabine Spencer, Sharp, Henry Rifle, per un totale di circa 47 tipi di armi differenti. Nessuno avrebbe immaginato che gli indiani erano così bene armati. Almeno 200 guerrieri possedevano fucili a ripetizione. La carabina H. Rifle dotata di 16 colpi sparava molto velocemente, a differenza dei fucili del 7°, quest'arma in un combattimento ravvicinato riusciva a sparare tutti e 16 i colpi prima che un soldato riuscisse a ricaricare il suo fucile. I bossoli rivelano la portata della battaglia: anche sulle rive del fiume si trovano tracce di combattimento, poche pallottole e bossoli, e questo smentisce l'eroica leggenda che il reggimento fosse stato accerchiato in questo guado e trascinato dalle orde di indiani verso il campo di battaglia. Tutto falso, dicono gli archeologi. Fox fa di più, confronta i suoi ritrovamenti con le testimonianze indiane dell'epoca. Non si combatté in riva al fiume. Cosa è successo davvero? Secondo Fox, Custer raggiunge il fiume con metà dei suoi uomini ma trova il villaggio deserto, i guerrieri si sono diretti verso il M.Reno. Custer sceglie allora di catturare le donne e i bambini che sono fuggiti dalla parte opposta, poiché il suo obiettivo è di portare gli indiani nelle riserve; catturare donne e bambini significa rendere impotenti i guerrieri e occuparsi di loro più tardi. Tornando al fiume spera di catturare gli ostaggi, ma quando si accorge che sono troppo numerosi per essere trasportati decide di rinunciare. La battaglia ha inizio con Custer diretto verso il fiume, l'attacco è furioso, gli indiani lo respingono verso la collina. Combattono fino allo stremo, sono in netta minoranza numerica. Per capire l'ultima resistenza gli archeologi esaminano passo dopo passo la riva del fiume. Si trovano centinaia di reperti, fibbie, speroni, ferri di cavallo, bossoli. In base a questi ritrovamenti si stabilisce che i 220 uomini coprono una superficie di 2 kmq nei luoghi oggi chiamati Calhoun Hill, Custer Hill, Keogh. Per gli archeologi è una formazione d'attacco. Perché Custer si sente sicuro di sé? E' convinto che il M.Reno abbia avuto la meglio, Custer ha inviato Benteen per ricevere rinforzi, ma quello che non sa è che i guerrieri hanno respinto Reno. Benteen accorre in aiuto di Reno e lascia Custer da solo. I guerrieri concentrano la loro attenzione su Calhoun Hill , qui ha inizio il primo e più sanguinoso combattimento. Su questa collina i soldati si schierano a 4m. di distanza l'uno dall'altro, è il tipico schieramento della cavalleria. Ma sotto c'è un'altra postazione di indiani nel luogo una volta chiamato Greasy Grass Ridge. Qui vengono ritrovate cartucce calibro 44 e 50. Sono le cartucce degli indiani, la collina ne è completamente ricoperta. Gli indiani si avvicinano sempre di più sul crinale. Il panico e la paura si diffondono tra i soldati che iniziano a disperdersi, la difesa crolla e i guerrieri conquistano Calhoun Hill. Crolla la prima roccaforte di Custer. Anche qui vengono ritrovate ossa, un proiettile in un anca dx, e un cranio. I guerrieri fecero in modo che non vi fossero sopravvissuti. Si ricostruiscono i movimenti dei soldati seguendo i bossoli sparati dallo stesso percussore. Ogni fucile ha una sua impronta digitale. Pochi fortunati si salvano e si dirigono verso Keogh. I guerrieri da Greasy Grass si spostano verso Keogh. Qui è un punto esposto e la battaglia è disastrosa. In meno di 30 minuti cadono due posizioni. Rimane solo Custer Hill. Ora gli scienziati si domandano: fu una eroica resistenza quella degli uomini di Custer? O si tratta di una leggenda senza fondamento? Gli ultimi soldati sono bloccati sul crinale, gli indiani li circondano dal basso. Man mano che il numero dei soldati diminuisce i guerrieri si avvicinano sempre di più. Anche su Custer Hill si analizzano i bossoli, ne vengono rinvenuti pochi e non si riesce a tracciare nessuna mappa. Non viene adottata nessuna strategia. La battaglia è stata breve, nessuna strenua resistenza. Gli archeologi commentano: si trattava sì di soldati valorosi, ma la componente psicologica prevalse sul resto, si trovarono in una situazione di caos, panico, paura, disperazione... I soldati vivono attimi di terrore, i guerrieri si preparano per l'ultimo attacco. è la fine. Come confermano i racconti dei testimoni indiani la battaglia fu di breve durata. Oggi le lapidi segnano il campo di battaglia del L.B.Horn, furono sistemate dove vennero ritrovati i corpi dei soldati, ed offrono un'ultima chiave di lettura su ciò che successe. Tracciano una linea immaginaria che da Custer Hill scende fino ad un burrone profondo. Gli archeologi stabiliscono che la battaglia finale non si tenne su Custer Hill. Nella gola dove si svolgono gli ultimi atti della battaglia vengono trovate alcune cartucce sparate da un soldato e prove evidenti che almeno 6 guerrieri che lo circondano fanno fuoco su di lui. Il fatto che in 6 avessero il tempo di sparare ad un solo soldato suggerisce che egli fu uno degli ultimi a morire. Oltre alle cartucce si fa una scoperta interessante: un bottone di perla probabilmente indossato da una delle guide e un frammento di cranio con le ossa della mascella molto ampia. Si tratta di un uomo di razza mista. L'unico che corrisponde alla descrizione è Mitch Bouyer. Gli scienziati sovrappongono il frammento di cranio con l'unica foto dello scout, ed essa corrisponde esattamente. La supposta profezia di Bouyer che lui e Custer non sarebbero sopravvissuti a lungo si avverò. Tra la lunga fila di lapidi dei soldati la scienza ha dato sepoltura ai resti di Bouyer. La fine di Custer con i suoi uomini fu più terribile di quanto noi potessimo immaginare. Le analisi di Willey parlano di orrende e ampie mutilazioni. Un amara conclusione sulla fine della battaglia... Lo spettacolo che si trova di fronte il tenente James Bradley la mattina del 27 giugno è raccapricciante. Decine e decine di corpi distesi al sole, alcuni già gonfi e neri, altri senza braccia e/o testa. Era usanza degli indiani delle pianure mutilare i cadaveri. In un punto della valle alla base della collina più alta Bradley trova il corpo di G.A.Custer. Era appoggiato di schiena su altri due soldati morti,con una gamba ripiegata sotto il corpo. Era spogliato completamente, non era stato scalpato ed aveva 2 fori di proiettili, uno all'altezza del cuore un altro alla tempia sinistra e non presentava alcuna mutilazione. Sicuramente non era stato riconosciuto da nessun guerriero visto che pochi giorni prima della battaglia si era tagliato i capelli. Questa fu la fine di Custer con il suo 7° cavalleria... Gli archeologi da veri detective sono riusciti a smontare uno dei più grandi miti del West americano, con il loro lavoro (circa 20 anni) e le loro scoperte sono riusciti a modificare l'immagine del reggimento di Custer, gran parte di loro erano degli inesperti soldati e la battaglia non fu una strenua resistenza, ma una breve e devastante sconfitta. I reperti hanno permesso di conoscere bene a fondo anche i guerrieri, ben lontani da essere avversari primitivi e privi di qualsiasi tattica militare. Erano bene armati e profondi conoscitori del terreno di guerra. Inoltre quel giorno, sebbene fossero presenti molti capi valorosi e famosi, le due figure principali furono Toro Seduto, guida spirituale (il quale non prese parte alla battaglia per via delle ferite riportate nella danza del sole svoltasi poco prima della battaglia), e Cavallo Pazzo. Quest’ultimo aveva già galvanizzato i guerrieri con la battaglia del Rosebud il 17 giugno, sconfiggendo il generale Crook (fu militarmente merito suo). Quel 25 giugno Cavallo Pazzo con la sua grande ascendenza sui guerrieri cambiò il loro modo di combattere, spingendoli a non cercare il corpo a corpo, a contare i colpi o catturare armi e cavalli del nemico. Sul Little Big Horn gli indiani combatterono per uccidere chi stava minacciando la loro esistenza, le loro famiglie, le loro donne e i loro bambini.
mercoledì 24 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 24 giugno.
Il 24 giugno è convenzionalmente collocata la nascita di Giovanni Battista, in quanto le scritture dicono che la madre fosse incinta di 6 mesi quando l'Arcangelo Gabriele diede a Maria la notizia dell'arrivo di Gesù. Dunque sarebbe da intendersi teoricamente che Giovanni Battista sia nato il 24 giugno del primo anno dopo Cristo.
Giovanni Battista è il santo più raffigurato nell’arte di tutti i secoli; non c’è si può dire, pala d’altare o quadro di gruppo di santi, da soli o intorno al trono della Vergine Maria, in cui non sia presente questo santo, rivestito di solito con una pelle d’animale e con in mano un bastone terminante a forma di croce.
Senza contare le tante opere pittoriche dei più grandi artisti come Raffaello, Leonardo, ecc. che lo raffigurano bambino, che gioca con il piccolo Gesù, sempre rivestito con la pelle ovina e chiamato affettuosamente “San Giovannino”.
Ciò testimonia il grande interesse, che in tutte le epoche ha suscitato questo austero profeta, così in alto nella stessa considerazione di Cristo, da essere da lui definito “Il più grande tra i nati da donna”.
Egli è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. È tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella liturgia, oltre che nel giorno della sua morte (29 agosto), anche nel giorno della sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come loro santo patrono.
Inoltre fra i nomi maschili, ma anche usato nelle derivazioni femminili (Giovanna, Gianna) è il più diffuso nel mondo, tradotto nelle varie lingue; e tanti altri santi, beati, venerabili della Chiesa, hanno portato originariamente il suo nome; come del resto il quasi contemporaneo s. Giovanni l’Evangelista e apostolo, perché il nome Giovanni, al suo tempo era già conosciuto e nell’ebraico Iehóhanan, significava: “Dio è propizio”.
Nel Vangelo di s. Luca (1, 5) si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.
Un giorno, mentre Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.
Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il ‘messaggero celeste’, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è impossibile a Dio”.
Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia.
Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.
Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza.
Da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè dava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato.
Anche i soldati del re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare se il loro mestiere era così disgraziato e malvisto dalla popolazione; e lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13).
Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
E alla delegazione ufficiale, inviatagli dai sommi sacerdoti disse, che egli non era affatto il Messia, il quale era già in mezzo a loro, ma essi non lo conoscevano; aggiungendo “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.
Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
Allora Giovanni acconsentì e lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui come una colomba, mentre una voce diceva: “Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli “Ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 29-30).
La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione, aveva formato il gruppo degli apostoli e discepoli ed era seguito da una gran folla; egli aveva predicato proprio per questo, preparare un popolo degno, che accogliesse Gesù e il suo messaggio di Redenzione.
Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, neanche davanti al re d’Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica, la “Torà”, perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè.
Per questo motivo un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici.
Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato.
Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista.
A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia.
Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.
Molti testi apocrifi, come anche i libri musulmani, fra i quali il Corano, parlano di lui; dai suoi discepoli si staccarono Andrea e Giovanni apostoli per seguire Gesù. Il suo culto come detto all’inizio si diffuse in tutto il mondo conosciuto di allora, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.
La festa della Natività di S. Giovanni Battista fin dal tempo di s. Agostino (354-430), era celebrata al 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.
Le celebrazioni devozionali, folkloristiche, tradizionali, sono diffuse ovunque, legate alla sua venerazione; come tanti proverbi popolari sono collegati metereologicamente alla data della sua festa.
S. Giovanni Battista, tanto per citarne alcune, è patrono di città come Torino, Firenze, Imperia, Ragusa, ecc. Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore; nel 361-362 ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata, il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.
Ma a Genova nella cattedrale di S. Lorenzo, si venerano proprio quelle ceneri (?), portate dall’Oriente nel 1098, al tempo delle Crociate, con tutti i dubbi collegati.
Per la testa che si trovava a Costantinopoli, per alcuni invece ad Emesa, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII sec.
A Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di S. Silvestro in Capite, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Risparmiamo la descrizione di braccia, dita, denti, diffusi in centinaia di chiese europee.
Al di là di queste storture, frutto del desiderio di possedere ad ogni costo una reliquia del grande profeta, ciò testimonia alla fine, la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone-apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, eremita, predicatore e trascinatore di folle, istitutore di un Battesimo di perdono dei peccati, martire per la difesa della legge giudaica, ecc.
Il 24 giugno è convenzionalmente collocata la nascita di Giovanni Battista, in quanto le scritture dicono che la madre fosse incinta di 6 mesi quando l'Arcangelo Gabriele diede a Maria la notizia dell'arrivo di Gesù. Dunque sarebbe da intendersi teoricamente che Giovanni Battista sia nato il 24 giugno del primo anno dopo Cristo.
Giovanni Battista è il santo più raffigurato nell’arte di tutti i secoli; non c’è si può dire, pala d’altare o quadro di gruppo di santi, da soli o intorno al trono della Vergine Maria, in cui non sia presente questo santo, rivestito di solito con una pelle d’animale e con in mano un bastone terminante a forma di croce.
Senza contare le tante opere pittoriche dei più grandi artisti come Raffaello, Leonardo, ecc. che lo raffigurano bambino, che gioca con il piccolo Gesù, sempre rivestito con la pelle ovina e chiamato affettuosamente “San Giovannino”.
Ciò testimonia il grande interesse, che in tutte le epoche ha suscitato questo austero profeta, così in alto nella stessa considerazione di Cristo, da essere da lui definito “Il più grande tra i nati da donna”.
Egli è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. È tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella liturgia, oltre che nel giorno della sua morte (29 agosto), anche nel giorno della sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come loro santo patrono.
Inoltre fra i nomi maschili, ma anche usato nelle derivazioni femminili (Giovanna, Gianna) è il più diffuso nel mondo, tradotto nelle varie lingue; e tanti altri santi, beati, venerabili della Chiesa, hanno portato originariamente il suo nome; come del resto il quasi contemporaneo s. Giovanni l’Evangelista e apostolo, perché il nome Giovanni, al suo tempo era già conosciuto e nell’ebraico Iehóhanan, significava: “Dio è propizio”.
Nel Vangelo di s. Luca (1, 5) si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.
Un giorno, mentre Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: “Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore” e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.
Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il ‘messaggero celeste’, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è impossibile a Dio”.
Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del “Magnificat”, per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia.
Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.
Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza.
Da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè dava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato.
Anche i soldati del re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare se il loro mestiere era così disgraziato e malvisto dalla popolazione; e lui rispondeva: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe” (Lc 3, 13).
Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: “Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
E alla delegazione ufficiale, inviatagli dai sommi sacerdoti disse, che egli non era affatto il Messia, il quale era già in mezzo a loro, ma essi non lo conoscevano; aggiungendo “Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia”.
Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!” e a Gesù: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù: “Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia”.
Allora Giovanni acconsentì e lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui come una colomba, mentre una voce diceva: “Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto”. Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli “Ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire” (Gv 3, 29-30).
La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione, aveva formato il gruppo degli apostoli e discepoli ed era seguito da una gran folla; egli aveva predicato proprio per questo, preparare un popolo degno, che accogliesse Gesù e il suo messaggio di Redenzione.
Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, neanche davanti al re d’Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica, la “Torà”, perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè.
Per questo motivo un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici.
Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato.
Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: “Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò”; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista.
A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia.
Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.
Molti testi apocrifi, come anche i libri musulmani, fra i quali il Corano, parlano di lui; dai suoi discepoli si staccarono Andrea e Giovanni apostoli per seguire Gesù. Il suo culto come detto all’inizio si diffuse in tutto il mondo conosciuto di allora, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.
La festa della Natività di S. Giovanni Battista fin dal tempo di s. Agostino (354-430), era celebrata al 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.
Le celebrazioni devozionali, folkloristiche, tradizionali, sono diffuse ovunque, legate alla sua venerazione; come tanti proverbi popolari sono collegati metereologicamente alla data della sua festa.
S. Giovanni Battista, tanto per citarne alcune, è patrono di città come Torino, Firenze, Imperia, Ragusa, ecc. Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore; nel 361-362 ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata, il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.
Ma a Genova nella cattedrale di S. Lorenzo, si venerano proprio quelle ceneri (?), portate dall’Oriente nel 1098, al tempo delle Crociate, con tutti i dubbi collegati.
Per la testa che si trovava a Costantinopoli, per alcuni invece ad Emesa, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII sec.
A Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di S. Silvestro in Capite, mentre la cattedrale di S. Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Risparmiamo la descrizione di braccia, dita, denti, diffusi in centinaia di chiese europee.
Al di là di queste storture, frutto del desiderio di possedere ad ogni costo una reliquia del grande profeta, ciò testimonia alla fine, la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone-apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, eremita, predicatore e trascinatore di folle, istitutore di un Battesimo di perdono dei peccati, martire per la difesa della legge giudaica, ecc.
martedì 23 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 23 giugno.
La notte del 23 giugno 1993 Lorena Gallo, moglie di John Wayne Bobbit, evira il marito.
Lorena e John Wayne Bobbitt conquistano gli onori della cronaca mondiale nella notte del 23 giugno del 1993. Lorena è una giovane di 23 anni originaria dell’Ecuador, John invece è un ex-marine, dedito all’alcol e a una vita senza regole. Quella notte, secondo il racconto di Lorena, il marito rincasa a notte fonda come da sua abitudine, e, dopo aver abusato di lei, si addormenta come se non fosse accaduto nulla. La donna, stanca delle continue violenze domestiche, evira il marito con un coltello da cucina e fugge immediatamente dopo a bordo della sua automobile. Durante la fuga Lorena viene colta dal panico, e lancia il pene del marito dal finestrino.
Dopo accurate ricerche la polizia locale – siamo a Manassan, in Virginia – recupera la parte evirata che sarà impiantata con un lungo intervento chirurgico della durata di dieci ore.
Il processo che vede al banco degli imputati Lorena si conclude nel 1997 con l’assoluzione della donna per temporanea infermità mentale derivante dai continui abusi di cui è stata vittima. La corte le ingiunge, però, la permanenza in un ospedale psichiatrico per un periodo di quarantacinque giorni.
La notizia del gesto di Lorena fa il giro del mondo investendo i due coniugi di un’improvvisa popolarità. I due cominciano così a frequentare separatamente talk show e salotti televisivi.
Lorena Bobbit dopo il processo tentò di tenere un basso profilo, abbandonando il cognome Bobbit per riprendere il suo da ragazza, Gallo. Nel dicembre 1997 tornò nelle pagine della cronaca perchè incriminata di aver colpito a pugni sua madre, Elvia Gallo, mentre guardavano la televisione. Fu poi scagionata e la madre rimase a vivere con lei.
Nel 2007 lavorava in un salone di bellezza di Washington, e nello stesso anno ha fondato un'organizzazione chiamata "Lorena's red wagon", che aiuta a prevenire le violenze domestiche con attività orientate alla famiglia.
Nel giugno 2008, nel corso di un'intervista televisiva, ha raccontato di avere una relazione di lunga data con un certo Dave Bellinger col quale ha dato luce a una bambina nel 2006.
Dopo l'incidente John Bobbitt ha cercato di guadagnare soldi dalla notorietà in vari modi. Ha formato una banda per pagare le ingenti spese mediche, senza successo. Nel 94 ha partecipato a un film porno, "John Wayne Bobbitt: uncut", con un evidente gioco di parole, e nel 96 ad un altro film porno chiamato "Frankenpenis".
Successivamente si è trasferito a Las Vegas dove ha fatto una miriade di lavori: barista, autista di limousine, facchino, consegna di pizze a domicilio, autista di carro attrezzi. Ha persino servito come aiutante di un Ministro della Chiesa della Vita Universale.
Dopo il divorzio, John ha avuto ancora problemi con la legge. E' stato più volte arrestato per atti di violenza nei confronti delle sue fidanzate, nonchè accusato di furto di vestiti in un magazzino nel Nevada per un importo di oltre 140.000 dollari.
Si è sposato altre due volte, ed altre due volte ha divorziato, principalmente a seguito delle accuse di violenza domestica delle sue mogli.
Nel maggio del 2009 Lorena e John si incontrarono per la prima volta dal divorzio, avvenuto 16 anni prima, nel corso di uno show televisivo. In questo show John ha chiesto scusa a Lorena per come la aveva trattata durante il matrimonio, e Lorena disse che John l'amava ancora, poichè ha continuato a mandarle fiori e cartoline ad ogni giorno di San Valentino.
La notte del 23 giugno 1993 Lorena Gallo, moglie di John Wayne Bobbit, evira il marito.
Lorena e John Wayne Bobbitt conquistano gli onori della cronaca mondiale nella notte del 23 giugno del 1993. Lorena è una giovane di 23 anni originaria dell’Ecuador, John invece è un ex-marine, dedito all’alcol e a una vita senza regole. Quella notte, secondo il racconto di Lorena, il marito rincasa a notte fonda come da sua abitudine, e, dopo aver abusato di lei, si addormenta come se non fosse accaduto nulla. La donna, stanca delle continue violenze domestiche, evira il marito con un coltello da cucina e fugge immediatamente dopo a bordo della sua automobile. Durante la fuga Lorena viene colta dal panico, e lancia il pene del marito dal finestrino.
Dopo accurate ricerche la polizia locale – siamo a Manassan, in Virginia – recupera la parte evirata che sarà impiantata con un lungo intervento chirurgico della durata di dieci ore.
Il processo che vede al banco degli imputati Lorena si conclude nel 1997 con l’assoluzione della donna per temporanea infermità mentale derivante dai continui abusi di cui è stata vittima. La corte le ingiunge, però, la permanenza in un ospedale psichiatrico per un periodo di quarantacinque giorni.
La notizia del gesto di Lorena fa il giro del mondo investendo i due coniugi di un’improvvisa popolarità. I due cominciano così a frequentare separatamente talk show e salotti televisivi.
Lorena Bobbit dopo il processo tentò di tenere un basso profilo, abbandonando il cognome Bobbit per riprendere il suo da ragazza, Gallo. Nel dicembre 1997 tornò nelle pagine della cronaca perchè incriminata di aver colpito a pugni sua madre, Elvia Gallo, mentre guardavano la televisione. Fu poi scagionata e la madre rimase a vivere con lei.
Nel 2007 lavorava in un salone di bellezza di Washington, e nello stesso anno ha fondato un'organizzazione chiamata "Lorena's red wagon", che aiuta a prevenire le violenze domestiche con attività orientate alla famiglia.
Nel giugno 2008, nel corso di un'intervista televisiva, ha raccontato di avere una relazione di lunga data con un certo Dave Bellinger col quale ha dato luce a una bambina nel 2006.
Dopo l'incidente John Bobbitt ha cercato di guadagnare soldi dalla notorietà in vari modi. Ha formato una banda per pagare le ingenti spese mediche, senza successo. Nel 94 ha partecipato a un film porno, "John Wayne Bobbitt: uncut", con un evidente gioco di parole, e nel 96 ad un altro film porno chiamato "Frankenpenis".
Successivamente si è trasferito a Las Vegas dove ha fatto una miriade di lavori: barista, autista di limousine, facchino, consegna di pizze a domicilio, autista di carro attrezzi. Ha persino servito come aiutante di un Ministro della Chiesa della Vita Universale.
Dopo il divorzio, John ha avuto ancora problemi con la legge. E' stato più volte arrestato per atti di violenza nei confronti delle sue fidanzate, nonchè accusato di furto di vestiti in un magazzino nel Nevada per un importo di oltre 140.000 dollari.
Si è sposato altre due volte, ed altre due volte ha divorziato, principalmente a seguito delle accuse di violenza domestica delle sue mogli.
Nel maggio del 2009 Lorena e John si incontrarono per la prima volta dal divorzio, avvenuto 16 anni prima, nel corso di uno show televisivo. In questo show John ha chiesto scusa a Lorena per come la aveva trattata durante il matrimonio, e Lorena disse che John l'amava ancora, poichè ha continuato a mandarle fiori e cartoline ad ogni giorno di San Valentino.
lunedì 22 giugno 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 22 giugno.
Il 22 giugno 1983 scompare, in circostanze misteriose, Emanuela Orlandi, una ragazza di 15 anni.
Da allora ad oggi diventerà un caso incredibilmente misterioso e ricco di intrighi internazionali, noto come il "caso Orlandi".
Emanuela Orlandi, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.
Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.
Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.
L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II, affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.
Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.
Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.
Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.
Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.
Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).
La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.
Il 17 giugno 2011 durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio 2012 l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.Il 3 aprile 2013 la trasmissione Chi l’ha visto? ha mostrato in tv un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della scomparsa. È stato trovato dopo una segnalazione, inizialmente anonima, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis in un ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma: era avvolto in alcuni fogli di giornale uno dei quali del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi, il padre di Emanuela.
Ad aver indicato la posizione del flauto è stato Marco Fassoni Accetti, autore indipendente di cinema di 60 anni, che si è autodenunciato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pubblico ministero Simona Maisto. A loro, in una serie di interrogatori, ha raccontato che il sequestro Orlandi sarebbe stato organizzato da un gruppo che compiva operazioni segrete per conto di ambienti vaticani interessati a esercitare pressioni sulla Santa Sede. Ne facevano parte, oltre a lui, anche esponenti dei servizi segreti italiani e della banda della Magliana.
Fassoni Accetti ha dichiarato di aver partecipato direttamente all’ideazione e all’organizzazione logistica del sequestro Orlandi che, inizialmente, doveva essere solo «dimostrativo»: Emanuela avrebbe dovuto essere liberata dopo poco tempo, ma il piano fallì soprattutto a causa «dell’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». Fassoni Accetti ha raccontato di come la ragazza abbia vissuto «in due appartamenti e in due camper», fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva».
Nonostante le molte perplessità emerse dai primi interrogatori (sul motivo che ad esempio avrebbe portato Marco Fassoni Accetti a parlare dopo 30 anni), il 27 aprile 2013 il Messaggero ha pubblicato un articolo che dimostra il suo coinvolgimento nel caso Orlandi: gli investigatori hanno infatti recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei, molto arrabbiata, dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».
Alcune affermazioni di Fassoni Accetti sono state verificate dagli inquirenti. La prima riguarda un episodio del 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di cui Fassoni Accetti si è dichiarato responsabile: un pescatore, Carlo Lazzari, disse di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Disse anche di averli visti spingere la macchina in mare e che sopra c’era una persona: «in quell’istante ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell’auto fu cercata per settimane, ma non venne mai ritrovata. Fassoni Accetti ha dichiarato: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…».
Nell’ottobre 2018, il Vaticano aveva dato il via libera all’analisi del Dna su alcune ossa ritrovate durante dei lavori di restauro nella sede della Nunziatura Vaticana di via Po a Roma. Le indagini, affidate dalla Santa Sede all'Italia, e in particolare alla procura di Roma e alla Polizia scientifica, erano finalizzate a comparare quelle ossa con il Dna di Emanuela Orlandi. Le ossa ritrovate nella Nunziatura non appartenevano tuttavia né a Emanuela Orlandi, né a Mirella Gregori. Dalle analisi della Scientifica era emerso che i reperti della Nunziatura risalivano, senza dubbio, a un periodo precedente al 1964, quando le due quindicenni romane scomparse non erano ancora nate. E soprattutto erano riconducibili allo scheletro di un uomo.
La soluzione del caso sembra ancora lontana.
Il 22 giugno 1983 scompare, in circostanze misteriose, Emanuela Orlandi, una ragazza di 15 anni.
Da allora ad oggi diventerà un caso incredibilmente misterioso e ricco di intrighi internazionali, noto come il "caso Orlandi".
Emanuela Orlandi, che all'epoca aveva appena compiuto 15 anni, sparì in circostanze misteriose il 22 giugno del 1983. La ragazza era una cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia. Quella che all'inizio poteva sembrare la "normale" sparizione di un'adolescente, magari per un allontanamento volontario da casa, divenne presto uno dei casi più oscuri della storia italiana. Alla scomparsa di Emanuela da subito fu collegata la sparizione di un'altra adolescente romana, Mirella Gregori, scomparsa il 7 maggio 1983 e mai più ritrovata.
Vari testimoni la videro salire su un'auto. Dall'identikit che fu tracciato, un carabiniere del Nucleo Operativo di via in Selci notò la somiglianza con Enrico De Pedis, membro della Banda della Magliana, ma la cosa, stranamente, non ebbe un immediato seguito investigativo; pare che una giustificazione sarebbe nel fatto che all'epoca si riteneva il soggetto criminale latitante all'estero, ma un riscontro approfondito in merito non venne effettuato. Poiché le forze dell'ordine avevano inizialmente pensato ad una scappatella, le prime ricerche furono condotte autonomamente dalla famiglia.
Domenica 3 luglio 1983 il Papa di allora, Giovanni Paolo II, durante l'Angelus, rivolse un appello ai responsabili della scomparsa di Emanuela Orlandi, ufficializzando per la prima volta l'ipotesi del sequestro. Il 5 luglio, giunse una chiamata alla sala stampa vaticana. All'altro capo del telefono un uomo, che parlava con uno spiccato accento anglosassone (e per questo subito ribattezzato dalla stampa "l'Amerikano"), affermò di tenere in ostaggio Emanuela Orlandi.
L'uomo chiamava in causa Mehmet Ali Ağca, che aveva sparato al Papa in Piazza San Pietro un paio di anni prima, chiedendo un intervento del pontefice, Giovanni Paolo II, affinché venisse liberato entro il 20 luglio. Un'ora dopo, l'uomo chiamò a casa Orlandi, e fece ascoltare ai genitori un nastro con una voce di ragazza, forse di Emanuela che diceva di frequentare la Scuola Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, e di dover iniziare a settembre il terzo liceo scientifico. L'8 luglio 1983 un uomo con inflessione mediorientale telefonò a una compagna di classe di Emanuela, dicendo che la ragazza era nelle loro mani, che avevano 20 giorni di tempo per fare lo scambio con Alì Agca, e chiedendo una linea telefonica diretta con il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli. In totale, le telefonate dell'"Amerikano" furono 16, tutte da cabine telefoniche. Nonostante le richieste di vario tipo, e le presunte prove, l'uomo (mai rintracciato) non aprì nessuna reale pista.
Secondo alcuni giornali e pubblicazioni, l'identikit dell'Amerikano corrisponderebbe a monsignor Paul Marcinkus, che all'epoca era presidente dello Ior, la "banca" vaticana: gli specialisti del Sisde, il servizio segreto italiano, analizzando i messaggi e le telefonate pervenute alla famiglia, per un totale di 34 comunicazioni, ne ritennero affidabili e legati a chi aveva effettuato il sequestro 16, che riguardavano una persona con una conoscenza approfondita della lingua latina. Probabilmente di cultura anglosassone e con un elevato livello culturale e una conoscenza del mondo ecclesiastico e del Vaticano.
Nel luglio del 2005, alla redazione del programma «Chi l'ha visto?», in onda su Rai 3, arrivò una telefonata anonima in cui si diceva che per risolvere il caso di Emanuela Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scoprì così che "l'illustre" defunto altri non era che il capo della Banda della Magliana, Enrico De Pedis. L'inviata Raffaella Notariale era riuscita a ottenere le foto della tomba e i documenti originali relativi alla sepoltura del boss in territorio vaticano, voluta dal cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei.
Il 20 febbraio 2006, un pentito della Banda, Antonio Mancini, sostenne di aver riconosciuto nella voce di Mario quella di un killer al servizio di De Pedis, tale "Rufetto". Le indagini condotte dalla Procura della Repubblica però, non confermarono quanto dichiarato da Mancini. Il 30 giugno 2008, «Chi l'ha visto?» trasmise la versione integrale della telefonata anonima del luglio 2005, lasciata inedita fino ad allora. Dopo le rivelazioni sulla tomba di De Pedis e del cardinal Poletti, la voce aggiungeva «E chiedete al barista di via Montebello, che pure la figlia stava con lei...con l'altra Emanuela». Il bar si rivelò appartenere alla famiglia di Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa a Roma il 7 maggio 1983 in circostanze misteriose ed il cui rapimento venne collegato a quello Orlandi.
Nel 2006 la giornalista Raffaella Notariale raccolse un'intervista di Sabrina Minardi, ex-moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano, che tra la primavera del 1982 ed il novembre del 1984 ebbe una relazione con Enrico De Pedis. Due anni e mezzo dopo, il 23 giugno del 2008, la stampa italiana riportò le dichiarazioni che Sabrina Minardi aveva reso agli organi giudiziari che avevano deciso di ascoltarla: Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa ed il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, gettato in una betoniera a Torvaianica. In quella occasione, secondo la Minardi, De Pedis si sarebbe sbarazzato anche del cadavere di un bambino di 11 anni ucciso per vendetta, Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della banda. Il piccolo Nicitra fu però ucciso il 21 giugno 1993, ben dieci anni dopo l'epoca alla quale la Minardi fa risalire l'episodio, e tre anni dopo la morte dello stesso De Pedis, avvenuta all'inizio del 1990.
Stando a quanto riferito da Sabrina Minardi, il rapimento di Emanuela Orlandi sarebbe stato effettuato materialmente da Enrico De Pedis, su ordine del monsignor Paul Marcinkus «come se avessero voluto dare un messaggio a qualcuno sopra di loro». Nel particolare, la Minardi ha raccontato di essere arrivata in auto (una Autobianchi A112 bianca) al bar del Gianicolo, dove De Pedis le aveva detto di incontrare una ragazza che avrebbe dovuto «accompagnare al benzinaio del Vaticano». All'appuntamento arrivarono una BMW scura, con alla guida "Sergio", l'autista di De Pedis e una Renault 5 rossa con a bordo una certa "Teresina" (la governante di Daniela Mobili, amica della Minardi) e una ragazzina confusa, riconosciuta dalla testimone come Emanuela Orlandi. "Sergio" l'avrebbe messa nella BMW alla cui guida andò la Minardi stessa. Rimasta sola in auto con la ragazza, la donna notò che questa «piangeva e rideva insieme» e «sembrava drogata». Arrivata al benzinaio, trovò ad aspettare in una Mercedes targata Città del Vaticano, un uomo «che sembrava un sacerdote» che la prese in consegna. La ragazza avrebbe quindi trascorso la sua prigionia a Roma, in un'abitazione di proprietà di Daniela Mobili in via Antonio Pignatelli 13 a Monteverde nuovo - Gianicolense, che aveva «un sotterraneo immenso che arrivava quasi fino all'Ospedale San Camillo» (la cui esistenza, oltre ad un piccolo bagno ed un lago sotterraneo, è stata accertata dagli inquirenti il 26 giugno 2008).
La pubblicazione dei verbali resi alla magistratura dalla Minardi ha suscitato le proteste del Vaticano, che, per bocca di padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato che oltre alla «mancanza di umanità e rispetto per la famiglia Orlandi, che ne ravviva il dolore», ha poi definito come «infamanti le accuse rivolte a Mons. Marcinkus, morto da tempo e impossibilitato a difendersi». Il 19 novembre 2009 Sabrina Minardi, interrogata presso la Procura di Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pubblico ministero Simona Maisto, sembrerebbe aver riconosciuto l'identità di "Mario", ossia l'uomo che nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Emanuela Orlandi telefonò ripetutamente alla famiglia.
Il 17 giugno 2011 durante un dibattito sul libro di Pietro Orlandi "Mia sorella Emanuela" in diretta tv su Roma Uno un uomo dichiaratosi ex-agente del Sismi afferma che «Emanuela è viva, si trova in un manicomio in Inghilterra ed è sempre stata sedata». Aggiunge che causa del rapimento fu la conoscenza da parte di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, di attività di riciclaggio di denaro "sporco" legate ad Antonveneta, essendo quindi il rapimento collegato a Calvi e al crack dell'Ambrosiano. Il 24 luglio 2011 Antonio Mancini, in un'intervista a La Stampa, dichiara che effettivamente la Orlandi fu rapita dalla Banda della Magliana per ottenere la restituzione del denaro investito nello Ior attraverso il Banco Ambrosiano, come ipotizzato dal giudice Rosario Priore. Mancini aggiunge di ritenere sottostimata la cifra di 20 miliardi e che fu Enrico De Pedis a far cessare gli attacchi contro il Vaticano, malgrado i soldi non fossero stati tutti restituiti, ottenendo in cambio, fra le altre cose, la possibilità di essere sepolto nella Basilica di Sant'Apollinare. Il 14 maggio 2012 l'apertura della tomba di Renatino De Pedis riapre di nuovo mille scenari sul caso più clamoroso di sparizione che la storia italiana ricordi.Il 3 aprile 2013 la trasmissione Chi l’ha visto? ha mostrato in tv un flauto che potrebbe essere quello che Emanuela Orlandi aveva con sé il giorno della scomparsa. È stato trovato dopo una segnalazione, inizialmente anonima, sotto una formella raffigurante una stazione della Via Crucis in un ex stabilimento cinematografico De Laurentis di Roma: era avvolto in alcuni fogli di giornale uno dei quali del 29 maggio 1985 con un’intervista a Ercole Orlandi, il padre di Emanuela.
Ad aver indicato la posizione del flauto è stato Marco Fassoni Accetti, autore indipendente di cinema di 60 anni, che si è autodenunciato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al pubblico ministero Simona Maisto. A loro, in una serie di interrogatori, ha raccontato che il sequestro Orlandi sarebbe stato organizzato da un gruppo che compiva operazioni segrete per conto di ambienti vaticani interessati a esercitare pressioni sulla Santa Sede. Ne facevano parte, oltre a lui, anche esponenti dei servizi segreti italiani e della banda della Magliana.
Fassoni Accetti ha dichiarato di aver partecipato direttamente all’ideazione e all’organizzazione logistica del sequestro Orlandi che, inizialmente, doveva essere solo «dimostrativo»: Emanuela avrebbe dovuto essere liberata dopo poco tempo, ma il piano fallì soprattutto a causa «dell’appello del Papa all’Angelus, il 3 luglio, che diede risalto mondiale al caso». Fassoni Accetti ha raccontato di come la ragazza abbia vissuto «in due appartamenti e in due camper», fino a dicembre 1983. Poi, «il gruppo la trasferì all’estero, nei sobborghi di Parigi», «dove potrebbe essere ancora viva».
Nonostante le molte perplessità emerse dai primi interrogatori (sul motivo che ad esempio avrebbe portato Marco Fassoni Accetti a parlare dopo 30 anni), il 27 aprile 2013 il Messaggero ha pubblicato un articolo che dimostra il suo coinvolgimento nel caso Orlandi: gli investigatori hanno infatti recuperato gli atti di una vecchia indagine in cui Marco Fassoni Accetti parla al telefono con la sua fidanzata. Lei, molto arrabbiata, dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi».
Alcune affermazioni di Fassoni Accetti sono state verificate dagli inquirenti. La prima riguarda un episodio del 23 giugno 1983, 19 ore dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi e di cui Fassoni Accetti si è dichiarato responsabile: un pescatore, Carlo Lazzari, disse di aver visto «a valle del ponte della Magliana, alle 14.30, due giovani che si guardavano attorno con circospezione vicino a una Fiat 127, sopra la scarpata che sovrasta la sponda». Disse anche di averli visti spingere la macchina in mare e che sopra c’era una persona: «in quell’istante ho notato un braccio penzolare dal finestrino posteriore». Quell’auto fu cercata per settimane, ma non venne mai ritrovata. Fassoni Accetti ha dichiarato: «Era un sequestro sceneggiato, no? Non dimenticate che io sono un artista. E che con le scenografie, i manichini ho sempre lavorato…».
Nell’ottobre 2018, il Vaticano aveva dato il via libera all’analisi del Dna su alcune ossa ritrovate durante dei lavori di restauro nella sede della Nunziatura Vaticana di via Po a Roma. Le indagini, affidate dalla Santa Sede all'Italia, e in particolare alla procura di Roma e alla Polizia scientifica, erano finalizzate a comparare quelle ossa con il Dna di Emanuela Orlandi. Le ossa ritrovate nella Nunziatura non appartenevano tuttavia né a Emanuela Orlandi, né a Mirella Gregori. Dalle analisi della Scientifica era emerso che i reperti della Nunziatura risalivano, senza dubbio, a un periodo precedente al 1964, quando le due quindicenni romane scomparse non erano ancora nate. E soprattutto erano riconducibili allo scheletro di un uomo.
La soluzione del caso sembra ancora lontana.
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