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lunedì 18 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 maggio.
Il 18 maggio 1993 fu arrestato dopo una lunga latitanza Benedetto Santapaola, detto Nitto, uno dei più feroci capomafia siciliani.
"Nitto" Santapaola nacque il 4 giugno del 1938 in una famiglia di modeste condizioni sociali, residente nel degradato quartiere San Cristofaro di Catania. Da ragazzo studiò dai salesiani e frequentò l'oratorio, ma abbandonò presto la scuola e, attratto dai facili guadagni, realizzò le prime rapine. Venditore ambulante di scarpe e articoli da cucina prima, titolare di una concessionaria di auto poi, in realtà Santapaola, soprannominato "il cacciatore", fu uno dei capi mafia più potenti e sanguinari della Sicilia orientale.
La sua fedina penale iniziò a riempirsi nel 1962 con una denuncia per furto e associazione per delinquere. Dopo essere stato diffidato dalla questura di Catania nel 1968 e inviato al soggiorno obbligato dopo due anni, nel 1975 fu invece denunciato per contrabbando di sigarette. Nel 1980 fu fermato durante le indagini sull'omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari, ma l'accusa non fu provata e anche la successiva proposta di soggiorno obbligato non fu accolta. Del tutto indisturbato, Santapaola portò così a termine la scalata ai vertici di Cosa Nostra, eliminando prima Giuseppe Calderone, il capo mafia più influente di Catania (8 settembre 1978) e poi commissionando ai corleonesi la cosiddetta "strage della circonvallazione" a Palermo, quando il rivale Alfio Ferlito fu ucciso insieme ai carabinieri che lo stavano scortando in carcere (16 giugno 1982). Furono questi i due episodi più sanguinosi che contraddistinsero la feroce guerra per il predominio a Catania e nella Sicilia orientale.
L'ascesa del "cacciatore" fu senza dubbio agevolata dal patto di ferro stretto con Totò Riina. Per ricambiare il favore ricevuto con l'omicidio Ferlito, Santapaola organizzò l'uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo. Condannato all'ergastolo per la strage della circonvallazione, per quella di via Carini, invece, Santapaola fu riconosciuto colpevole in primo grado ma assolto in appello; successivamente la Corte di cassazione decise di far ripetere il processo. Nel 1982 si diede alla latitanza, pur essendo malato di diabete e affetto da strani disturbi riconducibili ad una rara forma di licantropia, tanto da essere chiamato "il licantropo" perfino dai suoi due figli, traditi da una intercettazione telefonica, avvenuta poco prima della sua cattura. Dopo undici anni di latitanza, fu catturato all'alba del 18 maggio 1993 in una masseria di Mazzarone, nelle campagne tra Catania e Ragusa, al termine dell'operazione denominata in codice "Luna Piena".
I collaboratori di giustizia, primo fra tutti Antonino Calderone, fratello di Giuseppe, rivelarono le commistioni tra "il cacciatore" e il "comitato d'affari "composto da politici, imprenditori e anche magistrati corrotti che controllò Catania negli anni Ottanta: Santapaola fu, infatti, in stretti rapporti con i "cavalieri del lavoro" catanesi, messi sotto accusa dal giornalista Giuseppe Fava che pagò con la vita le sue coraggiose denunce. Ormai in carcere, Santapaola subì un doloroso sfregio: il boss rivale Giuseppe Ferone, divenuto un collaboratore di giustizia, approfittò del regime di semilibertà e gli uccise la moglie Carmela Minniti (1 settembre 1995). Il 26 settembre 1997, la Corte d'assise di Caltanissetta lo ho condannato di nuovo all'ergastolo: questa volta per la strage di Capaci.
Nitto Santapaola è morto nel carcere di Opera, presso Milano, il 2 marzo 2026, senza mai lasciare il regime del 41bis. In seguito alla cremazione, è stato tumulato nella tomba di famiglia nel cimitero di Catania.

domenica 17 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 maggio.
Il 17 maggio 1902 l'archeologo Spyridon Stais, esaminando i reperti recuperati dal relitto di un'enorme nave affondata nell'87 a.C., e ritrovata presso l'isola greca di Anticitera nel 1900, notò che un blocco di pietra presentava un ingranaggio inglobato all'interno. Con un più approfondito esame si scoprì che quella che era sembrata inizialmente una pietra era in realtà un meccanismo  di cui erano sopravvissute tre parti principali e decine di frammenti minori.
I frammenti, costituiti di rame e bronzo erano fortemente corrosi; ciononostante si riuscì a ricomporli e, in parte, a interpretare le iscrizioni ivi incise. Queste indagini permisero di appurare che essi facevano parte di un congegno a orologeria che riproduceva, tramite complicati meccanismi, il moto dei pianeti attorno al Sole e anche le fasi della Luna. Attualmente si ritiene che il Calcolatore di Anticitera (o Antikythera) fosse un preciso calcolatore astronomico, costruito per "monitorare" i rapporti ciclici tra il sole, le stelle ed i pianeti. Poteva servire sia come strumento per la navigazione sia come strumento per indagini astronomiche.
La macchina era delle dimensioni di circa 30 cm per 15 cm, dello spessore di un libro, costruita in bronzo e originariamente montata in una cornice in legno. Era ricoperta da oltre 2.000 caratteri di scrittura, dei quali circa il 95% è stato decifrato (il testo completo dell'iscrizione non è ancora stato pubblicato).
Il meccanismo è attualmente conservato nella collezione di bronzi del Museo archeologico nazionale di Atene, assieme alla sua ricostruzione.
Ad un primo esame delle caratteristiche del Calcolatore di Antikythera si poteva pensare ad una macchina "fuori dal tempo": gli archeologi concordavano nell'affermare che in quel tempo non era possibile produrre apparecchiature di tale complessità cinematica. Del resto si è dovuto aspettare oltre 19 secoli per realizzare un primo esempio di rotismo epicicloidale o differenziale, presente invece nel rotismo principale del Calcolatore di Antikythera.
L’invenzione del rotismo differenziale è stata ufficialmente attribuita all'orologiaio francese Onésiphore Pécqueur (1792-1852), che lo brevettò nel 1828. Per il calcolo analitico, invece, ci si avvale della formula di Robert Willis, enunciata nel 1841 nel suo libro Principles of Mechanism.
Dopo il “Calcolatore di Antikythera”, i rotismi epicicloidali o differenziali sono stati applicati in epoca moderna per la prima volta, circa un secolo fa, nel differenziale delle automobili. Il differenziale, ora quasi universalmente adottato su tutti gli autoveicoli, consente di variare la velocità angolare delle ruote motrici in curva, evitando che si verifichi strisciamento tra le ruote stesse e il terreno. I rotismi epicicloidali sono utilizzati attualmente anche nei cambi automatici automobilistici e ferroviari e nei riduttori delle eliche degli elicotteri. Oltre quanto appena detto, per secoli non c’è stata traccia di meccanismi epicicloidali.
La complessità cinematica dell'apparato inoltre faceva pensare, erroneamente, a un moderno strumento a orologeria affondato con la nave; ma non era possibile ipotizzare due affondamenti separati che, casualmente, avessero posto questi due oggetti così differenti l'uno vicino all'altro, perché le iscrizioni datavano inesorabilmente anche il meccanismo allo stesso periodo, ovvero la prima metà del I secolo a.C. La nave, infatti, è di epoca romana e certamente non poteva avere a bordo un congegno moderno.
Tuttavia, la forma dei denti era piuttosto semplice in quanto erano a forma triangolare mentre il profilo dei denti degli attuali ingranaggi è ad evolvente di cerchio per evitare interferenze o giochi fra le ruote ingranate.
Il Calcolatore di Antikythera ha destato reazioni contrastanti tra i ricercatori e gli scienziati sia per la presenza di soluzioni tecniche d’avanguardia, ma anche perché è possibile supporre che gli antichi Greci o Romani non avessero sufficienti nozioni di Astronomia per poter descrivere i moti dei pianeti attorno al Sole, piuttosto che attorno alla Terra. C'è, infatti, chi sosteneva che tale livello di raffinatezza e precisione non è compatibile con le conoscenze di allora del mondo ellenistico; al contrario c'è invece chi sostiene che è possibile - se non addirittura certo - che i Greci avessero tali conoscenze. Spesso ci si dimentica, infatti, che la civiltà greca in quel periodo non era quella del periodo classico o di Pericle, comunemente immaginata, in cui primeggiavano le scuole artistiche, umanistiche e filosofiche. Dopo le conquiste di Alessandro Magno, che aveva fuso insieme le più antiche civiltà orientali con quella greca, quest’ultima si era evoluta nella ben diversa civiltà ellenistica in cui le nozioni scientifiche erano estremamente sviluppate. In particolare lo erano molto più di quelle dei Romani, che riuscirono a prevalere sul piano militare e del diritto civile ma non in campo scientifico. Trae quindi in inganno immaginare il periodo antico come una continua crescita in tutti i campi: sembra ormai accertato che il contributo specifico di Roma alla scienza greca alessandrina è stato pressoché nullo, determinando così una complessiva decadenza della cultura scientifica per molti secoli successivi.
Per quel che riguarda il moto dei pianeti attorno al Sole, basti ricordare che già con Aristarco di Samo, nel III secolo a.C., venne sviluppata una teoria eliocentrica, e che, a quanto sembra, anche altri scienziati come Archimede avevano ben capito il relativo modello teorico.
Lo scopritore vero e proprio di questo prezioso reperto fu Valerios Staïs, archeologo del Museo Nazionale di Atene, che catalogando i reperti provenienti dal veliero sommerso, fu incuriosito da ciò che - a prima vista - gli sembrò un orologio. Su alcuni lati di questo blocco di bronzo era possibile notare delle iscrizioni che parlavano di avvenimenti astronomici risalenti all'anno 77 a.C.
Ciò che oggi si conosce riguardo a questo Calcolatore si deve, invece, all'archeologo e ricercatore Derek John De Solla Price (1922-1983), professore di Storia della scienza presso la Yale University (Connecticut - USA), che nel 1951 cominciò a studiare il meccanismo e dopo circa 20 anni di ricerche riuscì a capire come funzionava. .
Il lavoro di Derek J. De Solla Price, può essere riassunto in tre fasi principali. Nel corso della prima fase, egli si dedicò al restauro del congegno, ripulendolo dalle incrostazioni e cercando di sanare le evidenti corrosioni.
La seconda fase fu quella dedicata alla traduzione e decifrazione delle iscrizioni. Questa fase fu molto proficua perché svelò, al di là di ogni dubbio, la funzione astronomica del Calcolatore. Nelle iscrizioni ritrovate e tradotte, il Sole è nominato parecchie volte, Venere almeno una volta ed è nominata l'eclittica. Un'iscrizione interessante fu quella che riportava "76 anni, 19 anni", un chiaro riferimento - secondo gli astronomi - a cicli astronomici di grande importanza (callippico e metonico). La riga sottostante a questa appena menzionata, riporta il numero 223, che con elevata probabilità si riferisce al ciclo delle eclissi, costituito - appunto - da 223 mesi lunari.
La terza fase fu impiegata per cercare di svelare il funzionamento e - quindi - la meccanica dello strano reperto. Con l'ausilio dei raggi X e gamma, in grado di penetrare il blocco calcareo in cui gli ingranaggi sono stati incastonati, Derek De Solla Price riuscì ad ottenere fotografie interne dell'oggetto svelandone particolari importanti.
Secondo Derek De Solla Price, l'intero congegno era racchiuso in una scatola di circa 30 cm di altezza, 15 di larghezza e 7,5 di profondità. Più piccolo di una scatola di scarpe. All'interno di questa scatola erano alloggiati almeno 30 ingranaggi di bronzo. Forse è stato realizzato a Rodi dall’astronomo Gemino o dal suo maestro Posidonio (135-51 a.C.).
Si trattava di un complesso planetario, mosso da vari ingranaggi, che serviva per calcolare il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei 5 pianeti allora conosciuti e visibili ad occhio nudo, gli equinozi, i mesi e i giorni della settimana. La funzione di alcuni quadranti non è stata ancora ben chiarita. Per farlo funzionare bastava girare una piccola manovella posta lateralmente alla scatola.
Il rotismo principale è costituito da oltre una ventina di ruote dentate che, secondo altri studiosi, hanno la funzione di riprodurre il rapporto fisso 254:19 necessario per ricostruire il moto siderale della Luna in rapporto al Sole (la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari). Tale rotismo, chiamato differenziale, permette di produrre una rotazione di velocità pari alla differenza, o alla somma, di due rotazioni date.
Tutto il meccanismo, costruito attorno ad un asse centrale, azionava un sistema di alberi e di ingranaggi che faceva muovere delle - probabili - lancette a diverse velocità intorno ad una serie di quadranti.
Il Calcolatore di Antikythera, contenuto in una scatola di legno costituente il telaio, presenta tre quadranti: uno sulla facciata anteriore e due sulla facciata posteriore. Di questi quadranti ben poco ci è dato sapere per via della corrosione. L'unico quadrante che resta comprensibile è quello anteriore definito: "l'unico grande esemplare noto di uno strumento graduato dell'antichità"; esso mostra in modo inequivocabile il moto del sole e della luna rispetto alle costellazioni dello zodiaco ed il sorgere ed il tramontare di stelle o di costellazioni importanti.
Gli altri due quadranti, sul lato opposto, - più complessi ma meno leggibili - riguardavano forse la Luna o i moti degli altri pianeti.
Sulla facciata posteriore un quadrante riporta la durata del mese sinodico e dell'anno lunare mentre dell'altro, posto proprio in corrispondenza della zona da ricostruire, non si sa praticamente nulla. I resti relativi a questa zona sono talmente scarsi da non consentire di ricostruire con esattezza le indicazioni astronomiche in essa contenute; ciò nondimeno, analizzando astrolabi realizzati nello stesso periodo e tenendo conto delle conoscenze astronomiche proprie dei popoli occupanti le zone limitrofe a quelle del ritrovamento, si può ragionevolmente supporre che nel quadrante in questione siano racchiuse informazioni relative al moto di Venere, Marte, Giove e Saturno rispetto alla Terra, oppure relative al periodo di 18 anni e 11 giorni (223 lunazioni) proprio del ciclo delle eclissi.
Possono essere plausibili entrambe le ipotesi, ma resta un dubbio riguardo alla interessantissima ruota differenziale che presenta due dentature, una a 192 denti e l'altra a 225 denti.
Nella parte di meccanismo finora chiarito è utilizzata solo la ruota di 192 denti, ma è inverosimile che la ruota da 225 denti non fosse utilizzata. Secondo alcune ipotesi, sembra che tutto il meccanismo, azionato dalla manovella, avesse il suo motore centrale nella ruota di 225 denti. La manovella aziona una ruota da 45 denti e, poiché 225/45=5, bisogna far fare a questa ruota 5 giri affinché la grande ruota da 225 denti ne faccia uno completo. Se a questo punto si vuole supporre che il quadrante relativo a questa manovella rappresentasse i giorni (è verosimile infatti ipotizzare uno spostamento giornaliero di tale manovella per verificare la situazione astronomica in tempo reale), è ragionevole pensarlo diviso in 73 parti, poiché 73 parti x 5 giri danno un totale di 365 posizioni, cioè 365 giorni.
Le analisi condotte da Derek De Solla Price hanno permesso di capire il funzionamento della maggior parte degli ingranaggi interni del Calcolatore di Antikythera, ma il problema che ci si pone adesso è quello di ricostruire le ipotesi sui frammenti mancanti. Lo studioso si è dovuto arrendere innanzi alla totale mancanza di riferimenti circa una piccola porzione interna del meccanismo. Un'altra serie di studi e raffronti è necessaria per chiarire il funzionamento di tutto il Calcolatore di Antikythera.
 Nessun oggetto, sia pur vagamente somigliante al Calcolatore di Antikythera, è mai stato rinvenuto altrove e niente di simile ci è mai stato descritto nei testi scientifici. Probabilmente questo reperto è una delle poche testimonianze di un vasto campo di conoscenze per noi ormai andate perdute per sempre.
Anche se le attuali conoscenze sono ancora incomplete, il calcolatore di Antikythera è da considerare il primo regolo calcolatore della storia. La sua logica di funzionamento, infatti, è quella di un calcolatore analogico matematico.
L’aspetto rilevante del Calcolatore di Antikythera è l’idea che sta alla base del meccanismo, comunque realizzato poco "tecnologicamente”, che attesta l’elevato livello del “pensiero scientifico” raggiunto dalla cultura ellenistica.
Per concepire un oggetto come Antikythera, in cui occorrono complessi calcoli matematici e una conoscenza dettagliata di astronomia, bisognava essere un esperto di matematica e di ingegneria: un genio, avanti di secoli rispetto al suo tempo, se non addirittura di millenni.
A destare stupore, non è tanto la tecnologia con cui è stato costruito, che è molto bassa rispetto a quella attuale e comunque insufficiente per un meccanismo così complesso cinematicamente, quanto piuttosto l’elevato livello di conoscenze scientifiche, da quelle astronomiche a quelle matematiche, che Antikythera presuppone.
La sua scoperta ci porta a riflettere e a rivedere non poco le attuali scarse conoscenze scientifiche attribuite al mondo ellenistico. Ma cosa diversa è la sua realizzazione.
Quanto detto anche al fine di fare chiarezza su una dicotomia che spesso non viene riconosciuta come tale tra “cultura tecnologica”, che certamente il mondo ellenistico possedeva in misura molto limitata e che invece troppo spesso, studiosi anche autorevoli, continuano ad attribuirgli, e “cultura scientifica” che, invece, aveva raggiunto in Grecia un livello molto elevato già prima dell’avvento di Cristo. Pensare che “duemila anni fa c’era un mondo tecnologicamente più avanzato di quanto mai avessimo osato pensare” è pura fantasia.
Il Calcolatore di Antikythera è l’unico planetario giunto fino a noi, ma la letteratura latina cita un altro planetario ben più antico, costruito da Archimede nel III secolo a.C., anch’esso presumibilmente con meccanismi ad ingranaggi.
Cicerone (106-43 a.C., contemporaneo all’affondamento del Calcolatore di Antikythera) riferisce che, dopo la conquista di Siracusa nel 212 a.C., il console romano Marcello aveva portato a Roma un globo celeste e un planetario costruiti da Archimede (287-212 a.C.).
Questo planetario è menzionato anche da Ovidio (I sec. a.C.) nei Fasti, da Lattanzio (IV sec. d.C.) nelle Divinae institutiones e in un epigramma di Claudiano (IV sec. d.C.) intitolato In sphaeram Archimedis. In particolare, Claudiano aggiunge che lo strumento era racchiuso in una sfera stellata di vetro. Purtroppo non è rimasta alcuna descrizione dettagliata dei meccanismi che animavano il planetario in quanto l’opera di Archimede Sulla costruzione della Sfera, in cui descriveva i principi seguiti nella costruzione, è andata perduta. Tali citazioni letterarie comunque provano che la costruzione di questi meccanismi è stata molto diffusa per alcuni secoli.
Con la scoperta del Calcolatore di Antikythera e con le conoscenze scientifiche che esso presuppone, non è da escludere che gli studi del sistema planetario eliocentrico fossero molto più fondati di quanto storicamente sia emerso finora.
Il sistema planetario eliocentrico, proposto in epoca moderna da Niccolò Copernico (1473-1543) nel 1543 (De revolutionibus orbium coelestium), è stato anticipato nell’antichità da Aristarco di Samo (310 ca.-230 a.C.).
Gli studi di quest’ultimo furono però osteggiati per molti secoli successivi, consentendo l’affermazione della teoria geocentrica di Aristotele (384-322 a.C.) e di Claudio Tolomeo (100 ca.-170 ca. d.C.), che quest’ultimo riporta nel suo Almagesto. Aristarco fu sostenuto solo da pochi scienziati, alcuni suoi contemporanei, come Archimede di Siracusa (287-212 a.C.), che cita la teoria eliocentrica di Aristarco nel suo libro L’Arenario, e da Seleuco di Seleucia (II sec. a.C.).
La maggior parte degli scritti di Aristarco sono andati perduti, e non è possibile sapere quali sono gli elementi da lui addotti in favore della sua teoria.
La conoscenza del moto planetario, necessaria per la progettazione del rotismo epicicloidale presente nel Calcolatore di Antikythera potrebbe essere stato, invece, uno dei motivi che ha indotto Aristarco e uno sparuto numero di scienziati ellenistici a sostenere la teoria eliocentrica. Può darsi che il rotismo epicicloidale possa essere stato utilizzato, per la peculiare similitudine cinematica, come modello matematico per il calcolo del moto planetario celeste.
Si presume pertanto che alcune menti sublimi dell’antichità, con le conoscenze delle equazioni dei rotismi epicicloidali che la costruzione del Calcolatore di Antikythera presuppone, fossero in grado di calcolare anche la distanza della Terra dal Sole e di conseguenza le velocità della Terra e della Luna e le loro forze di gravità, conseguendo gli stessi risultati a cui si perviene applicando la legge di Newton.
Infatti, così come è stato numericamente dimostrato, i valori delle velocità e delle forze gravitazionali calcolate con entrambi gli algoritmi convergono agli stessi risultati, e lo scarto è assolutamente trascurabile. In tal caso, certamente hanno anticipato di 19 secoli anche i risultati della legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton nel 1687 nella sua pubblicazione Philosophiae Naturalis Principia Mathematica.
Pertanto la prova dell’utilizzo del modello epicicloidale nella costruzione del Calcolatore di Antikythera e le analogie cinematiche riscontrate, portano a ipotizzare che le idee degli scienziati moderni e contemporanei sull’origine dell’universo debbano essere retrodatate di molti secoli.
Il valore scientifico di questo meccanismo ad ingranaggi è indiscutibile perché, come già detto, l'inventore del Calcolatore di Antikythera potrebbe aver anticipato di 19 secoli i risultati della legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton nel 1687 (Philosophiae Naturalis Principia Mathematica), ha precorso ed utilizzato la teoria eliocentrica proposta da Niccolò Copernico nel 1543 (De revolutionibus orbium coelestium), ed ha anticipato lo studio cinematico dei rotismi epicicloidali pubblicato da Robert Willis nel 1841 (Principles of mechanism).

sabato 16 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.
Il 16 maggio 1920 Papa Benedetto XV canonizza Giovanna d'Arco, che da allora diviene la santa più amata in terra di Francia.
Giovanna d'Arco era la figlia minore in una famiglia di contadini in un villaggio della Lorenadi,  Domrémy  e nacque il 6 Gennaio 1412.
In quegli anni la Francia si trovava nel pieno della Guerra dei Cent'anni, divisa in due, il nord con Parigi occupato dagli Inglesi e dai Borgognoni ed a sud sotto il controllo  del re Carlo VI e dai suoi sostenitori, gli Armagnacchi.
Nel 1422 muoiono entrambe i contendenti: Enrico V di Inghilterra e Carlo VI di Francia.
Gli inglesi approfittano della guerra civile fra i Borgognoni ed Almagnacchi per proclamare Enrico VI, allora ancora bambino, re di Inghilterra e di Francia.
 Il figlio di Carlo VI, il legittimo erede al trono francese, Carlo VII, si rifiuta di abdicare, ma non può farsi incoronare re, secondo il rito ufficiale, perché per tradizione il rito si deve tenere nella Cattedrale di Reims, allora sotto il dominio inglese.
Giovanna d'Arco, come i suoi conterranei del tempo, viene cresciuta con un'educazione severamente religiosa ed a tredici anni rivela una certa propensione mistica.
Giovanna prega e si confessa più volte al giorno e confida ai familiari di udire spesso voci di santi: l'Arcangelo Michele , Caterina di Alessandria, Margherita di Antiochia, che la esortano a pratiche religiose.
Nel 1428, mentre la guerra si trascina con le sue atrocità, Giovanna d'Arco confida che le "voci" le ordinano  di salvare la Francia, liberando prima di tutto Orlèans, che in quel momento si trova sotto assedio inglese, ed aiutare il Delfino Carlo VII, a conquistare il trono.
Subito viene presa per matta, ma pur essendo una ragazzina di sedici anni che non sa andare a cavallo e non conosce niente di strategie di guerra, non sa leggere e scrivere, sorprende i notabili francesi con la predizione, azzeccata, di una sconfitta delle truppe francesi e riesce a ottenere udienza dal Delfino.
 Giovanna d'Arco, che rivela una capacità dialettica sorprendente, chiede al Delfino di Francia il comando dell'esercito per liberare Orlèans.
Con le sue parole ispirate, Giovanna, dopo aver convinto il Delfino, rincuora anche le truppe francesi, sfiduciate e stanche, convincendole che la vittoria è possibile, che Orlèans li sta aspettando.
L'8 maggio del 1429 indossa abiti maschili, impugna le armi e combatte nelle trincee al fianco dei suoi uomini, conducendo l'esercito a liberare Orlèans, da qui il titolo "Pulzella d'Orlèans".
Forte di questa vittoria l'esercito francese ritrova vigore e voglia di combattere, con estrema fiducia nella loro Pulzella, incalza gli inglesi e, di vittoria in vittoria, libera buona parte del paese.
Giovanna d'Arco, che sul campo di battaglia indossa un'armatura bianca e porta un proprio bianco vessillo, il 17 Luglio 1429 accompagna il Delfino a Rouen, nella cui cattedrale viene incoronato come Carlo VII Re di Francia.
A questo punto, ormai leggendaria per l'esercito e per il popolo, Giovanna diventa ingombrante per i nobili e per il Re stesso; molte città che si erano sottomesse agli Inglesi ed ai Borgognoni, spontaneamente giurarono fedeltà al legittimo Re Francese che si ritiene soddisfatto e che non vorrebbe continuare nella guerra.
Parte delle truppe francesi all'Ordine di vari Generali stanno cercando di riconquistare Parigi, operazione che dura parecchi mesi e dà vita a molte battaglie .
Durante una di queste battaglie, nel settembre del 1429,  la Pulzella d'Orlèans viene ferita ed il suo esercito sconfitto. Portata in salvo dai suoi uomini le viene tolto il comando dell'esercito.
Ma Giovanna non rinuncia a partecipare alla guerra, raccoglie intorno a sé un piccolo manipolo di uomini mal armati e, contro il parere dei Generali del Re e della Corte, ritorna sul campo di battaglia a Compiègne dove, nel marzo del 1430, ha luogo uno scontro durante la quale viene fatta prigioniera dai Borgognoni, un gruppo di mercenari francesi che sostengono gli inglesi;
I Borgognoni vendono Giovanna D'Arco agli inglesi che decidono di sottoporla ad un processo per eresia.
Carlo VII pienamente soddisfatto della corona e dei risultati conseguiti, non vuole più continuare la guerra e non  muove un dito per liberarla, approfittando della situazione per eliminare una persona che è diventata sempre più scomoda  perché determinata a combattere fino a quando le "voci" non le ordineranno di fermarsi.
Sottoposta a processo come strega  davanti a un tribunale presieduto da Pierre Cauchon, vescovo di Beauvais e da quaranta tra inglesi e francesi anglofili, Giovanna si trova sola, senza difensori.
 Dopo quattordici mesi di umilianti interrogatori la pulzella d'Orleans è accusata di eresia, per aver creduto di poter comunicare direttamente con Dio,  senza la mediazione della Chiesa Cattolica e di atti illeciti, per aver indossato abiti maschili.
Poco prima della conclusione del processo, i giudici  propongono a Giovanna d'Arco di rinunciare a quella che considera la sua missione e di giurare di non indossare mai più armi o abiti maschili, pena la morte sul rogo. Giovanna accetta e viene condannata alla prigione a vita.
All'ultimo momento, però, la pulzella si rifiuta, lei francese, di sottomettersi al giudizio di una corte inglese, la quale immediatamente la giudica un'eretica impenitente.
Condannata a morte, viene  bruciata sul rogo nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen il 30 maggio del 1431: aveva  solo diciannove anni.
Nel 1437 si concluse la conquista di Parigi e negli anni seguenti gli inglesi persero via via il loro potere sulla Francia.
Nel 1453 la Guerra dei Cent'anni era praticamente finita e nel 1456 la Chiesa Cattolica volle riesaminare gli atti del processo contro Giovanna D'Arco riconoscendo la sua innocenza.
La personalità poliedrica di Giovanna d’Arco ha dato luogo, nei secoli, alle più diverse interpretazioni del personaggio, spesso contrastanti, alcune fondate su elementi storici, altre su dicerie e leggende che circolavano in Francia e in Inghilterra già durante la sua vita. Il culmine dell’emozione popolare fu raggiunto dapprima nella vittoriosa, rapida ed imprevista liberazione di Orléans dall’assedio, poi dalla morte sul rogo a Rouen. Nel tempo intercorso tra la morte della Pulzella e la sua riabilitazione, nel 1456, molti la considerarono come una persona fuori dell’ordinario o, comunque, ammantata di mistero. Fra questi è da annoverare lo stesso Carlo VII, se realmente le due "imprese segrete", iniziate nell’aprile del 1430, di cui incaricò il cugino, il Bastardo d’Orléans, riguardavano il salvataggio di Giovanna. Il carisma della ragazza, tuttavia, fu avvertito inizialmente dalla stessa folla che presenziò all’esecuzione.
Nel XVI secolo la memoria storica iniziò a lasciare sempre più spazio per una caratterizzazione semplicistica di Giovanna, aderente allo stereotipo dell’eroina prode, valorosa, salvatrice della patria. Sempre più un simbolo, sempre meno una persona. Si perdevano le sfaccettature del suo carattere così come tramandatoci dai processi, quello di condanna quanto quello di riabilitazione, Giovanna essendo di volta in volta collerica (così come durante il primo incontro col Bastardo d’Orléans, sulle rive della Loira), pressante (quando insiste senza tregua, a Loches, perché il Delfino si diriga immediatamente a Reims), esperta in arte militare (quando organizza l’assedio alla città di Troyes), coraggiosa (quando continua a combattere, a Orléans, nonostante una freccia le si sia conficcata profondamente nelle carni), stanca e malinconica (quando a Crépy-en-Valois esprime il desiderio di ritornare dai suoi genitori ed abbandonare le armi), umile (quando abbraccia il Delfino alle ginocchia), allegra e pronta al riso (quando scherza con i soldati), ironica (quando a Poitiers, al frate che, con forte accento limosino, le domanda quale lingua parlino le voci che dice di sentire, risponde: «Migliore della vostra!»), sarcastica (quando, ai giudici che, a Rouen, le domandano se l’Arcangelo Michele le appaia nudo, replica: «Credete che Nostro Signore non abbia di che vestirlo?»). In questo modo, entrando a far parte dell’iconografia, Giovanna divenne una figura allegorica, priva di spessore, invocata ora come protettrice dell’unità nazionale, ora come bandiera dei Cattolici in lotta con la Riforma protestante. D'oltremanica giungevano invece, alimentate dal ricordo e dal rancore della guerra, immagini denigratorie di Giovanna, spesso sgualdrina e, a volte, strega, anche queste stereotipate quanto quelle che la elogiavano. Alla fine del XVI secolo William Shakespeare avrebbe raffigurato con questi tratti la Pulzella.
Sotto Napoleone Bonaparte Giovanna divenne il simbolo non solo del patriottismo ma anche del nazionalismo francese; una combattente non per la libertà né per una giusta causa ma, semplicemente, per la Francia, sempre e comunque. Durante il Romanticismo, Giovanna ritornò in auge insieme al Medio Evo; patriota o fanciulla ispirata, tutti vollero appropriarsi della sua figura, repubblicani e monarchici, laici ed ecclesiastici. Alla metà del secolo, Jules Quicherat pubblicò in cinque volumi i testi dei processi e una mole notevole di materiale che, lentamente, restituirono spessore storico alla sua figura.
Al principio del XX secolo, durante il processo di beatificazione di Giovanna, iniziato nel 1897 e conclusosi il 18 aprile 1909, la fama di Giovanna si era nuovamente diffusa fra tutti gli strati della popolazione, sia per l'iniziativa della Chiesa, sia per la minuziosa opera di ricostruzione storica di Jules Quicherat, ormai ampiamente conosciuta. Tuttavia, ancora una volta, i movimenti che agitavano la società (e la politica) si appropriarono in qualche modo della sua figura prediligendone un singolo aspetto e tralasciandone l'«inesauribile» profondità. Da un lato, Giovanna era divenuta l'emblema dei Cattolici, dall'altro, la sinistra laica ne celebrava l'immagine della ragazza del popolo abbandonata dal potere e dal re al rogo della Chiesa; gli antisemiti vedevano in lei una «fanciulla celtica». Nel frattempo, l'ascesa al potere politico, in Francia, di un leader del calibro di Émile Combes, fortemente anticlericale, determinò la completa separazione fra Stato e Chiesa ma, anche, lo scioglimento di oltre cento congregazioni religiose, incluse quelle a carattere caritatevole ed assistenziale, nonché l'espropriazione di alcuni beni, come le biblioteche ecclesiastiche. La divisione politica e religiosa del Paese si sarebbe risolta, di necessità, solo durante la Prima guerra mondiale. Giovanna divenne, allora, il simbolo stesso della resistenza contro l'invasore; circolavano immagini della Beata Giovanna d'Arco che inneggiavano alla lotta in nome dell'unità nazionale della Francia e, quando l'offensiva tedesca fu arrestata nella Prima battaglia della Marna, tra i caduti vi fu, emblematicamente, uno scrittore come Charles Péguy, che aveva legato a doppio filo la sua opera con la vita - e la morte - di Giovanna d'Arco.
Nel 1920 il Papa la dichiara Santa, la Chiesa Cattolica la festeggia,  come martire, il 30 Maggio e la Francia la considera la sua eroina.


venerdì 15 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 maggio.
Il 15 maggio 1886 muore ad Amherst (Massachussets), luogo in cui era nata 56 anni prima, Emily Dickinson.
Trascorre tutta la vita nel paese natale, in pressoché completo isolamento culturale, se si esclude il notevole epistolario. Di carattere fiero ed indipendente non accetta l'imposizione paterna a sospendere gli studi e prosegue a casa da autodidatta. Nel 1858 entra in amicizia con Samuel Bowles, direttore dello Springfiel Daily Republican, giornale su cui appariranno (a partire dal 1861) alcune sue poesie. Il 1860 è l'anno del massimo furore poetico, scriverà 365 liriche in parte ispirate dall'amore, mai corrisposto per Bowles. Nello stesso anno avvia una corrispondenza con lo scrittore scrittore Thomas W. Higginson, a cui si affida per un giudizio letterario: egli rimarrà impressionato dall'eccezionalità dello spirito, dell'intelligenza e del genio della poetessa, pur ritenendo "impubblicabili" le sue opere. Verso il 1870 Emily prende la decisione di autorecludersi. Il resto della sua vita sarà segnato dall'amore, l'unico corrisposto, per l'anziano giudice Otis Lord, che morirà nel 1884, e da una serie di tragedie famigliari, tra cui la morte della madre (1882) e dell'amato nipote Gilbert (1883).
Le sue 1775 poesie, che ebbero un'edizione critica solo nel 1955 (vennero stampate post-mortem in versione "edulcorata", solo sette fra loro erano apparse quando la scrittrice era in vita), ne fanno una delle voci più significative della letteratura americana.
La riflessione sui grandi temi dell'amore, della morte, della natura, di Dio, si sviluppa con accenti fortemente metafisici nella ricerca di un possibile equilibrio tra eternità e contingenza, tra immortalità e disfacimento, tra individualismo e puritanesimo, e trova forme metriche, sintattiche e ritmiche inusuali e trasgressivamente libere.
Malinconica, fiera, ironica, dura la Dickinson fa della sua solitudine strumento privilegiato allo scopo di sondare l’animo umano, trasformando il silenzio della sua stanza in spietato interlocutore da ascoltare ed interrogare col coraggio di chi sa percepire ogni attimo in modo intenso e febbrile, lasciandosi attrarre con grande trasporto dalla magia delle piccole cose che popolano il quotidiano e, al contempo, dimostrandosi in grado di rivolgere, senza timore, il proprio sguardo verso l’infinito, lo sconosciuto il trascendente, con la consapevolezza che “scrivere è rendersi immortale nell’atto stesso di imprimere il proprio segno”.

giovedì 14 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 maggio.
Il 14 maggio 1939 Lina Medina diede alla luce un bambino.
Lina aveva meno di sei anni.
Era nata il 27 settembre 1933 a Paurange, un piccolo villaggio andino in Perù.
Lina era una tipica bambina della sua età; amava giocare con i suoi amici nel villaggio e imparare cose nuove. In fondo era solo una bambina. All'età di 5 anni il suo stomaco cominciò a crescere e il suo corpo a maturare in modo abnorme per la sua età. Per mesi la sua famiglia vide il suo stomaco dilatarsi finchè i genitori giunsero alla conclusione che fosse gravemente ammalata e che un tumore stesse crescendo velocemente nella sua pancia.
I genitori la portarono nella città di Pisco, dove vennero a sapere con stupore che non aveva un cancro, bensì che stava per partorire un bambino. Lastre a raggi X confermarono la diagnosi: era di almeno 7 mesi.      I medici di Pisco non vollero perdere l'occasione di studiare questo autentico miracolo medico; il dottor Gerardo Lozada portò con se Lina all'ospedale di Lima per poterla osservare costantemente.
A Lima fu subito chiaro che la bambina avrebbe avuto bisogno di un taglio cesareo. Non sarebbe stato infatti possibile per lei un parto vaginale, a causa dell'esilità delle ossa del bacino. Dunque il 14 maggio 39, all'età di 5 anni, 7 mesi e 21 giorni, diede alla luce un bambino sano di 2,7 kg, chiamandolo Gerardo in onore del dottor Lozada.
Il padre di Gerardo non fu mai individuato. Il padre di Lina fu arrestato per incesto e stupro, ma fu poi scarcerato per mancanza di prove. La stessa Lina non diede mai risposte ai dottori su chi l'avesse messa incinta.
Una volta dato alla luce Gerardo, lei e la sua famiglia pensarono che il caso venisse chiuso. Invece i dottori vollero continuare a studiare il miracolo di Lina. Le fu assegnato un nuovo medico, il dottor Edmundo Escomel, uno tra i più bravi medici peruviani. Il suo ruolo era quello di pubblicare il caso e mostrare al mondo che non si trattava di un falso.
Le scoperte del dottor Escomel ebbero eco in tutto il mondo. Scoprì che Lina aveva regolari mestruazioni dall'età di 8 mesi; le sue ovaie erano perfettamente sviluppate e il suo corpo era maturato a causa di un disordine ormonale. Gli scritti di Escomel, ottimamente documentati, hanno rappresentato un punto fisso per gli studi a venire nei decenni successivi.
Ben presto i genitori rifiutarono di vedere la bambina e suo figlio crescere tra le mura di un ospedale, e la portarono a casa, dove crebbero lei e Gerardo facendogli credere di essere il fratello minore, fino all'età di 10 anni, quando gli dissero la verità.
I Medina ebbero poi una vita tranquilla. Quando Gerardo aveva 33 anni Lina portò alla luce un suo fratellino, avuto dal marito col quale nel frattempo si era sposata. Purtroppo, 7 anni più tardi Gerardo morì, per una patologia del midollo osseo, nel 79.
Lina oggi ha 93 anni e vive col marito in un quartiere povero di Lima. Il figlio vivente è in Messico. Nel 2002 tornò brevemente alla ribalta per aver rifiutato di concedere un'intervista televisiva sulla sua storia.


mercoledì 13 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 maggio.
Il 13 maggio 1981 è un mercoledì come tanti in piazza San Pietro a Roma, un giorno come al solito dedicato all'udienza papale. Giovanni Paolo II, quel mercoledì, si offre ad un bagno di folla. Su di una vettura scoperta per due volte fa il giro del sagrato, a dire il vero non molto affollato. Tra le teste dei fedeli spunta una pistola. Il killer in agguato è un ottimo tiratore. Spara due colpi. Un primo proiettile spezza l'indice della mano sinistra del pontefice e gli penetra profondamente nel ventre. La seconda pallottola lo colpisce di striscio al gomito e, rimbalzando, ferisce leggermente due pellegrine americane. La veste bianca del papa si macchia di sangue. In fretta Giovanni Paolo II viene ricoverato agonizzante al policlinico Gemelli: resterà in camera operatoria per più di cinque ore. Un'operazione delicatissima per quel proiettile che penetrando nell'addome ha perforato l'osso sacro, tranciando in più punti l'intestino. L'attentatore, braccato dalla folla, è un turco, Ali Agca, un musulmano fanatico,  legato ai  Lupi Grigi, un gruppo dell'estrema destra, implicato nel traffico di stupefacenti. Evaso dalle carceri turche, Agca nel suo paese è stato condannato a morte in contumacia per aver assassinato il direttore di un quotidiano turco, Milliyet, che due anni prima aveva pubblicato una sua lettera nella quale annunciava di voler uccidere il Papa, se lo stesso non avesse rinunciato ad un suo viaggio in Turchia.
Il 22 luglio 1981, dopo tre giorni di processo per direttissima, i giudici della corte di Assise condannarono Mehmet Ali Ağca all’ergastolo per "Tentato omicidio di Capo di Stato Estero". Ali Ağca rinunciò a presentare appello contro la sentenza di condanna che motivava la pena, esplicitando che l’attentato "non fu opera di un maniaco, ma venne preparato da un’organizzazione eversiva rimasta nell’ombra". La difesa sostenne, invece, che Ali Ağca aveva agito da solo, in preda ad una schizofrenia paranoica, mossa dal desiderio di diventare un eroe del mondo musulmano. Il 12 marzo 1982 il Consiglio nazionale di sicurezza turco confermò la condanna a morte di Ali Ağca per l’uccisione del giornalista. Una successiva amnistia commuta la pena in dieci anni di detenzione. Nel 1982, tuttavia, Ali Ağca cambiò versione ed iniziò a parlare di una pista bulgara che avrebbe collegato l’attentato al Papa ai servizi segreti della Bulgaria. Venne anche individuato un presunto complice, Oral Celik, che sarebbe intervenuto in caso di fallimento di Ali Ağca. Nel 1983 Giovanni Paolo II, due giorni dopo Natale fece visita all'attentatore nel carcere di Rebibbia. I due parlarono da soli per lungo tempo e la loro conversazione è rimasta ancora oggi privata. La sentenza del 29 marzo 1986 non riusci a dimostrare la tesi del complotto bulgaro. Il 20 febbraio 1987 il Papa ricevette in udienza la madre ed il fratello di Ali Ağca i quali gli chiesero di intercedere per la grazia. La buona condotta in carcere diminuì ulteriormente la pena: infatti il 25 maggio 1989 il Tribunale di sorveglianza di Ancona gli concesse una riduzione di 720 giorni di reclusione; il 9 gennaio 1994 la riduzione fu di altri 405 giorni; il 18 dicembre 1995 di 180 giorni. Tali provvedimenti consentirono di abbreviare il termine di 26 anni di reclusione, scontati i quali un ergastolano in base al diritto italiano può chiedere la libertà condizionata.
Ali Ağca, nel settembre del 1996, presentò nuovamente la domanda di grazia o in subordine l’espiazione della pena in Turchia. Il 13 giugno 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse la grazia dopo che la Santa Sede si era dichiarata "non contraria" al provvedimento. In questo modo, il giorno successivo Ali Ağca viene estradato dall’Italia e giunge ad Istanbul. In Turchia, nel carcere di massima sicurezza di Kartal, Ali Ağca da questo momento in poi dovrà scontare 3.492 giorni, cioè i dieci anni per l'assassinio del giornalista Abdi Ipekci, durante i quali era evaso in precedenza. Il 18 luglio 2001 un provvedimento del Tribunale costituzionale turco predispose un allargamento dei reati beneficiari di amnistia. L’avvocato di Ali Ağca, Şevket Can Ozbay, ritenne che in base al provvedimento fosse possibile scontare completamente la pena dei dieci anni di detenzione per l’omicidio del giornalista. Se tale interpretazione fosse risultata valida ad Ali Ağca non sarebbero rimasti che altri cinque anni di prigione, avendo già scontato due anni e due mesi.
Il 12 gennaio 2006 uscì dal carcere di Kartal a Istanbul. Per un breve periodo se ne persero le tracce dal momento che non si presentò in questura come avrebbe dovuto, asserendo in seguito di aver voluto evitare la calca dei giornalisti. Dopo soli nove giorni di libertà la Corte suprema turca ordinò che Ali Ağca fosse nuovamente imprigionato per un errato computo nella diminuzione della pena.  Ali Ağca è stato scarcerato il 18 gennaio 2010 dall'istituto di pena di Sincan, alla periferia di Ankara. All'atto della scarcerazione ha dichiarato di essere in realtà il Cristo, di voler riscrivere la Bibbia ed ha preannunciato l'apocalisse. Nel febbraio del medesimo anno ha incontrato Pietro Orlandi (fratello di Emanuela) rivelandogli che la sorella, rapita nel lontano 1983, è ancora viva e sta bene. Lo stesso Ali Ağca si è impegnato a contattare i suoi carcerieri per provvedere alla sua liberazione.
Le inchieste, soprattutto quella sulla cosiddetta «pista bulgara», che attribuiva ai servizi segreti di Sofia – in combutta con Mosca – l’attentato contro il Papa polacco diventato una minaccia, non hanno portato a nulla di fatto. Non si sono individuati i mandanti, non ha un nome chi ideò l’uccisione del Pontefice venuto dall’Est.
È vero che molti pensano che l’attentato al Papa sia stato ordito a Mosca. È peraltro innegabile che Wojtyla desse fastidio ai sovietici, come pure è fuori dubbio che i sovietici, in quel momento non certo governati da una squadra di mammolette, fossero preoccupati perché avevano cominciato a vedere che cosa il Papa polacco stesse significando per il suo Paese, la Polonia. Convinti della matrice sovietica dell’attentato (seppure ordito attraverso la manovalanza dei bulgari) erano collaboratori stretti di Giovanni Paolo II, come il cardinale Agostino Casaroli, deceduto nel 1998 e l’allora monsignor Achille Silvestrini, poi divenuto cardinale, deceduto l'anno scorso. Convinto dell’esistenza di mandanti a Mosca era anche il segretario del Papa, Stanislaw Dziwisz.
C’è da chiedersi perché, anche dopo la caduta del Muro di Berlino e il successivo dissolversi dell’Unione Sovietica, dagli archivi non fossero mai emerse prove convincenti e consistenti del coinvolgimento sovietico nel tentato assassinio di Giovanni Paolo II. Nulla è emerso neanche dopo la morte di Papa Wojtyla. Quell’attentato, più di quarant’anni dopo, è consegnato alla storia, eppure rimane ancora avvolto nel mistero perché l’unico uomo che conosce la verità, l’intelligentissimo Alì Agca, ha raccontato un’infinità di versioni diverse, finendo per confondere tutto e tutti.


martedì 12 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 maggio.
Il 12 maggio 1932 venne ritrovato il corpicino senza vita del bambino di Charles Lindbergh, il famoso transvolatore atlantico. Era stato rapito 2 mesi prima, la notte del 2 marzo.
In quel freddo week-end di inizio marzo del 1932, nella grande casa tra le montagne del New Jersey, immersa nel silenzio e nel verde, la giornata era trascorsa tranquilla; i Lindbergh, Charles, Anne e il piccolo Charles Junior, di 20 mesi, erano attesi, a New York, dai nonni materni, ma la visita era stata rimandata: Junior aveva l’influenza, il medico aveva consigliato tranquillità e riposo e la famiglia era rimasta così nella villa, con Betty, la baby sitter, e una coppia di domestici. Nessuno avrebbe dovuto sapere che i Lindbergh si trovavano lì, nel loro rifugio di lusso nei dintorni di East Amwell, una cittadina a metà strada tra New York e Philadelphia. L’eroe della prima trasvolata atlantica senza scalo New York-Parigi, l’intrepido aviatore che, con la giovane moglie, si era avventurato su nuove rotte nel nord del Pacifico e in Oriente, sentiva la pressione della notorietà: la villa di pietra tra i boschi lo nascondeva dalla curiosità della stampa e dei suoi ammiratori e gli permetteva di dedicarsi alla sua vera, grande passione, il volo.
Erano da poco passate le dieci di sera, Charles e Anne, fedeli al rito della buona società americana, prendevano il caffè in salotto quando, con grande sgomento, la baby sitter, salita a vegliare sul sonno del piccolo, si era accorta che Charles Junior era scomparso. Nella stanzetta al secondo piano, accanto al lettino vuoto, aveva trovato un messaggio: in un inglese incerto e sgrammaticato, il rapitore chiedeva un riscatto di 50.000 dollari per il rilascio del bambino; una somma decisamente notevole nell'America della Grande Depressione, con i suoi milioni di americani gettati sul lastrico dal crollo di Wall Street nel 1929. Una cifra pari a quanto i Lindbergh avevano investito per costruire la loro residenza: quelle venti stanze, simbolo della fortuna e della fama conquistate da Charles "aquila solitaria" con il suo leggendario volo attraverso l’Atlantico, si trasformavano ora nel palcoscenico di un dramma. Perché, nel momento in cui, fallite le prime frenetiche ricerche, Lindbergh decideva di chiedere l’intervento della polizia di stato, i riflettori si sarebbero riaccesi su tutta la famiglia; una decisione sofferta dato che Anne era di nuovo incinta e, ora più che mai, bisognava proteggere lei e il bambino che stava per nascere. Quella notte, al seguito dei poliziotti, guidati dal colonnello Norman Schwarzkopf, i giornalisti erano piombati a casa Lindbergh; si erano gettati letteralmente sulla notizia: un eroe nazionale protagonista di una vicenda tanto drammatica assicurava la prima pagina. Ma il loro arrivo alla villa aveva messo in difficoltà gli investigatori e aveva cancellato eventuali orme lasciate dal rapitore durante la fuga, sicuramente visibili sul leggero strato di neve che era caduta nella notte.
Un particolare importante vista la scarsità di indizi: oltre alla domanda di riscatto, la polizia non aveva trovato altro che una scala, realizzata a mano e utilizzata per accedere alla finestra della nursery, al secondo piano, e un martello, che erano stati abbandonati nei pressi dell’abitazione; nessuna traccia esterna e niente impronte digitali all'interno.
Come previsto, il giorno dopo, il 2 marzo, la notizia apparve su tutti i principali quotidiani e il clamore suscitato travolse i Lindbergh: nei giorni successivi, il flusso di lettere e di telefonate di possibili intermediari, che lasciavano intendere diretti contatti con il sequestratore; di veri e propri sciacalli che cercavano di speculare sulla vicenda, ma anche di quanti esprimevano la loro solidarietà e offrivano sincero aiuto, fu ininterrotto. E mentre gli investigatori lavoravano, senza risultato, per vagliare la veridicità delle segnalazioni, le ipotesi sviluppate dai giornali complicavano ulteriormente le indagini. Gli occhi dell’opinione pubblica, in quel periodo, erano puntati sui gangster, responsabili dell’ondata criminale che aveva investito il paese. E chi, se non il pericolo pubblico numero 1, il famigerato Al Capone, poteva essere responsabile di un tale efferato rapimento? Detenuto a Chicago, per una condanna a undici anni per evasione fiscale, il gangster italo-americano, forse seriamente intenzionato al gesto eclatante, forse semplicemente per sfruttare le accuse a suo vantaggio, offrì una ricompensa di 10.000 dollari in cambio di informazioni utili alla liberazione di "baby Lindbergh"; non solo, chiese anche di essere rilasciato per poter attivamente collaborare, con tutti i suoi uomini, alla ricerca del colpevole. Una proposta che suscitò un vero e proprio dibattito a livello nazionale e divise gli americani in pro e contro; finché non intervenne l’agente Elmer Irey, colui che era finalmente riuscito ad assicurare il gangster alla giustizia; convinse Lindbergh della malafede di Al Capone che, una volta rilasciato, non avrebbe fatto altro che darsi alla fuga.
Era passato poco più di un mese dal rapimento e il caso sembrava senza via d’uscita; gli investigatori non facevano passi avanti e la pressione della stampa se da un lato intralciava le ricerche, dall'altro ne denunciava anche l’inefficienza. Ottenuta finalmente dalla polizia libertà di azione nella trattativa con i rapitori, Lindbergh accettava l’offerta di un insegnante in pensione di New York, John Condon che, con un annuncio su un giornale, aveva messo a disposizione mille dollari dei suoi risparmi come aiuto alla liberazione del piccolo Charles. E fu proprio Condon che, accompagnato dallo stesso Lindbergh, consegnò il riscatto all'appuntamento fissato: gli accordi erano stati presi per telefono con un uomo che si identificava come John e parlava con forte accento tedesco. Nel cimitero del Bronx, 50.000 dollari, tra banconote e certificati del tesoro, erano stati scambiati con le indicazioni per il ritrovamento di "baby Lindbergh" nascosto, secondo il rapitore, in una barca lungo la costa del Massachusetts.
Perseguitato da fotografi e giornalisti, Lindbergh aveva dato il via personalmente alle ricerche, sorvolando, ai comandi del suo aereo, miglia e miglia di costa, per diversi giorni finché, il 12 maggio 1932, un camionista, fermatosi a riposare nei boschi lungo la strada verso Princeton, a sole due miglia dalla casa dei Lindbergh, scopriva con raccapriccio i resti del corpo di Charles Lindbergh Junior. Il bambino, verrà appurato in seguito, era deceduto per frattura cranica.
Saranno i numeri di serie delle banconote del riscatto a portare all'arresto, due anni dopo, di Bruno Richard Hauptmann, un carpentiere di origine tedesca fuggito dal suo paese per evitare il carcere; in Germania, negli anni venti, aveva scontato tre anni di prigione per rapina a mano armata e furto con scasso, arrestato una seconda volta, era riuscito a scappare negli Stati Uniti prima del processo. Un immigrato clandestino quindi che, agli inizi, aveva vissuto di lavori saltuari e con il ricavato di piccole speculazioni in Borsa; poi, negli anni trenta, il suo tenore di vita era decisamente aumentato. Nel 1934 era stato individuato perché, a un distributore di benzina, aveva pagato con alcune banconote identificate e il gestore aveva annotato il numero di targa della sua automobile. Dopo l’arresto e la perquisizione, la polizia aveva trovato altri 14.000 dollari contrassegnati, nascosti nel garage della sua casa e lo stesso materiale utilizzato per costruire la scala. Pochi dubbi quindi sulla sua colpevolezza e, a poche ore dall'arresto, i giornali invocavano la pena di morte. Oltre alle prove, apparentemente schiaccianti, pesavano come aggravanti i precedenti penali e l’origine tedesca dell’accusato, in un momento in cui l’America, dopo l’ascesa di Hitler al potere, guardava con preoccupazione alla Germania.
A nulla valsero i tentativi di Hauptmann di giustificare la presenza del denaro, sostenendo che gli era stato lasciato da un socio in affari, tale Isidor Fish, morto ormai da tempo.
Il 2 gennaio 1935, 700 tra giornalisti e cameraman invadevano la piccola cittadina di Fleminton, nel New Jersey, per documentare l’apertura del "processo del secolo", improvvisando studi radiofonici e sale stampa nelle hall degli alberghi, completamente esauriti. Oltre ai reporter, una folla di curiosi assediava l’ingresso della Corte di giustizia in Main Street per vedere in faccia l’imputato.
Era evidente, fin dalla prima udienza, che si voleva giustizia a tutti i costi; il destino di Hauptmann era segnato: lo stesso avvocato difensore, Edward Reilly, ormai alcolizzato dopo una brillante carriera, lo riteneva colpevole; condusse male la difesa, basata su testimoni-chiave che non vennero mai a deporre. Fu così facile all'accusa, condotta dal procuratore David Willentz, convincere i 12 giurati che Hauptmann non solo aveva rapito "baby Lindbergh" ma lo aveva deliberatamente ucciso.
Il 13 febbraio 1935 la giuria, dopo 11 ore di camera di consiglio, condannava l’imputato, con verdetto unanime, alla sedia elettrica. Hauptmann si era sempre proclamato innocente. L’esecuzione avvenne il 2 aprile 1936.

lunedì 11 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarca a Marsala con la spedizione dei Mille, iniziando così la campagna per la unificazione dell'Italia.
Giuseppe Capuzzi, un bresciano che fece parte della spedizione, tenne in quel periodo un diario, scritto nei pochi momenti di riposo tra marce e battaglie, che pubblicò a Palermo in giugno, quando ancora le sorti della spedizione non erano ancora chiare.
Ecco quel che scrisse a proposito di quel giorno di sbarco:
Verso le ore tre pomeridiane dell’undici maggio noi eravamo già nel porto di Marsala ed attendevamo a sbarcare, quando alcuni legni della marina napolitana comparvero. I cannoni erano stati trasportati e noi pressoché tutti avevamo toccata la terra ... Sfilavamo lungo la via per entrare in Marsala, quando i legni nemici ci mandarono palle e mitraglia; erano salve di gioia pel nostro arrivo, alle quali abbiamo risposto col grido entusiastico di Viva l’Italia, Viva Garibaldi. Nessuno fu ferito, onde in bell’ordine entrammo in città. I regi, non avendo potuto nuocerci in modo alcuno, vollero vendicarsi calando a fondo uno dei nostri vascelli e trasportando l’altro seco loro; rappresaglia degna di anime codarde ! Appena entrati in Sicilia ci fermammo lungo la via, e si fecero i fasci d’armi; la popolazione, sorpresa per la nostra inaspettata venuta, sbigottita dal tempestare dei cannoni, ci ricevette freddamente; poche persone del volgo si avvicinarono a noi, ma nulla ci fu dato comprendere del loro dialetto. Avevamo bisogno di cibo, ma la disciplina militare non permetteva che potessimo staccarci dalle nostre armi, onde ben pochi poterono avere del pane. Un ordine venne in breve di marciare fuori della porta ed io fui messo colla mia squadra di avamposto all’oriente della città, altri vennero mandati vicino al porto, onde garantirci da uno sbarco dei regi e da un attacco. La vita militare incominciava con tutti i suoi pesi, ma noi prima di abbandonare le case nostre sapevamo a quali fatiche, a quali abnegazioni andavamo incontro, onde non ci tornò grave l’acconciarvisi. Alla mia volta venni posto a guardare la spiaggia del mare colla consegna di chiamare all’armi, ove qualche nemico comparisse di là. Era tetro il sito e vi regnava un silenzio sepolcrale, solo il vento sibilava fra le erbe. Un’ora corre veloce vicino alla persona che si ama, o in lieta brigata, ma col fucile in ispalla e facendo sentinella passa lentamente. Cogli occhi fissi alla riva del mare, a stomaco digiuno, stanco dei disagi sofferti, io ricordava gli ozi della paterna casa, paragonava il passato col presente, ma la virtù sta nei sacrifici onde alzava il volto al cielo superbo del compito che mi era assunto, chiedendo a Dio la forza di poter reggere alla vita disastrosa che imprendeva, e perseverare nel santo proposito. Smontato di guardia riparai coi miei compagni in una casetta senza finestre, dove, sdraiatomi con loro sulla terra, dormii saporitamente fino alle due ore. Un sergente venne dipoi ad ordinarmi di seguirlo in unione ad altri quattro; era notte ancora, una splendida luna illuminava il creato e noi per sentieri tortuosi e mal noti, dilungandoci due miglia dal corpo di guardia, fecimo una ricognizione sulla spiaggia del mare. Eravamo a metà del nostro cammino quando il raggio solare indorava le vette delle circostanti colline, e tutta la natura siccome risorta a novella vita si vestiva dei suoi mirabili colori. Gli uccelli salutavano la luce, le campane coi loro tocchi chiamavano alla preghiera, mentre le genti di contado, lasciando gli abituri, guidavano le greggi al pascolo. Il nostro sguardo allora spaziò fra i vigneti, fra gli ulivi, ammirammo la profusione dei doni che la natura avea largiti a quella contrada diletta. Pittoresco era il sito, alla terga avevamo un castelletto, abitazione di qualche ricco proprietario, di fronte il mare, alla destra un colle. L’anima incantata sognava le gioie dei fortunati abitatori del luogo; qui era il silenzio, la meditazione, le segrete dolcezze di una vita solitaria note solo a chi ha sofferto, e il cuore con uno slancio ardente le desiderava, ma il tempo del riposo non è giunto per chi nacque nella terra di Dante; solo quando l’italiana famiglia sarà riunita avremo posa. Di là, ricalcando le nostre orme, in breve fummo riuniti ai compagni, ma appena giunti venne l’ordine della partenza. Tornammo in città, furono dispensate le razioni di pane, ci si diede un franco di paga, poi dopo una breve rivista ci incamminammo. Muovevamo innanzi il piede sbocconcellando, si mangiava pensando ai ricchi che di tutto sazi trovavano insipido ogni cibo, mentre per noi quel pane avea il più grande sapore, condito come era dalla fame. Dopo cinque miglia di cammino vi fu una fermata di pochi minuti, la quale tornò molto accetta dacché la sferza del sole ci avea alquanto molestati e non eravamo peranco abituati alle marce. Il generale per tutto quel giorno viaggiò a piedi: eravamo divisi in due file sui cigli della strada ed egli camminava in mezzo a noi, scambiando cortesi parole con l’uno o con l’altro. Era consolante il vedere quell’uomo raro conversare familiarmente coi gregari, dividendo seco loro la fatica del viaggio. Dopo aver percorso un tratto di strada ci siamo internati nelle campagne, e si progredì fra gli sterpi e le erbe; da un lato ci stavano campi interi di frumento vicino a maturanza, dall’altro terre ripiene di fave. La marcia si faceva sempre più disastrosa, sia per la stanchezza, sia per la crescente difficoltà del viaggio. La sete ci tormentava, rare erano le fonti che si incontrarono lungo la via, e ci era stato proibito il bere acqua, temendo potesse nuocere sudati come eravamo. Si aveva ricorso pero a dei succhi di erbe e a qualche grano di fava, che sembrava confortasse un poco le arse fauci. In sul mezzogiorno abbiamo volto il passo fuori della strada che percorrevamo; ad una cascina era stato posto un grande recipiente pieno di vino misto coll’acqua, mano mano passavamo ci veniva data una scodella per bere. Lo champagne, il bordeaux, i vini del Reno non parvero mai a palato d’uomo più prelibati di questa mistura d’acqua e vino. Dopo un tale conforto vi ebbe un po’ di sosta, poi si riprese la marcia.

domenica 10 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 maggio.
Il 10 maggio 1933 avvenne nella piazza di Berlino Opernplatz il tristemente noto rogo dei libri.
Goebbels lanciò la sua campagna propagandistica contro i libri "non tedeschi" e contro la cosiddetta "arte degenerata". Si trattava di una iniziativa senza precedenti, che rivelava, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, il grado di imbarbarimento della vita politica e culturale tedesca dopo l'avvento del regime nazista. L'intento dichiarato di Goebbels era quello di cancellare qualunque testimonianza delle «basi intellettuali della Repubblica di Novembre», eliminando fisicamente le tracce più rilevanti che gli intellettuali tedeschi del XIX e del XX secolo avevano dato allo sviluppo della moderna cultura europea.
Nei roghi finirono migliaia di opere letterarie e artistiche di autori che secondo la rozza e incolta ideologia del nuovo regime avevano "corrotto" e "giudaizzato" una presunta "cultura tedesca" pura: opere di autori lontani nel tempo, come Heinrich Heine (1797-1856) e Karl Marx (1818-1883), ma soprattutto dei grandi intellettuali del periodo weimariano: gli scrittori Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Alfred Döblin, Joseph Roth, i filosofi Ernst Cassirer, Georg Simmel, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin, Herbert Marcuse, Max Horkheimer, Ernst Bloch, Ludwig Wittgenstein, Max Scheler, Hannah Arendt, Edith Stein, Edmund Husserl, Max Weber, Erich Fromm, Martin Buber, Karl Löwith, l'architetto Walter Gropius, i pittori Paul Klee, Wassili Kandinsky e Piet Mondrian, gli scienziati Albert Einstein e Sigmund Freud, i musicisti Arnold Schönberg e Alban Berg, i registi cinematografici Georg Pabst, Fritz Lang e Franz Murnau e centinaia di altri artisti e pensatori che avevano gettato le basi intellettuali dell'intera cultura del Novecento.
Diventata "Judenrein" ("depurata dagli ebrei") e depurata da quella che i nazisti ritenevano essere l'"influenza giudaica" sull'"intellettualismo esagerato", la Germania hitleriana divenne, dopo il 1933, un vero e proprio deserto culturale. I pochissimi intellettuali che, per una iniziale simpatia verso il nuovo regime, restarono in Germania (è il caso di Martin Heidegger, uno dei più importanti filosofi del Novecento), videro presto spegnerla e dovettero rassegnarsi ad una cieca neutralità, chiudendo occhi e orecchie per non vedere e non sentire quanto accadeva intorno a loro. I migliori tra gli intellettuali tedeschi se ne andarono dal Paese, spesso precipitosamente, talvolta costretti (è il caso di Einstein e di Freud). Ebbe inizio, nel 1933, il più massiccio esodo intellettuale che la storia moderna abbia conosciuto: una vera e propria diaspora dell'intelligenza tedesca.
La piazza è stata in seguito ribattezzata nel 1947 dalle autorità della RDT (Repubblica Democratica Tedesca) August Bebel Platz, in onore del cofondatore del Partito operaio socialdemocratico, per non ricordare il famigerato rogo del 33.
Al centro della piazza vi è tutt’oggi un pannello di vetro nel pavimento che lascia intravedere una camera piena di scaffali vuoti. Accanto è posta una targa che riporta una citazione di Heinrich Heine “Chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani” . Il poeta tedesco, nato a Düsseldorf  il 13 dicembre 1797 e morto a Parigi il 17 febbraio 1856, era di origini ebraiche e fu anche un importante filosofo collocato nelle file della sinistra hegeliana. Le sue lungimiranti parole si possono ora leggere attraverso quella lastra di vetro su di una targa ricordante l’accaduto.

sabato 9 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 maggio.
Il 9 maggio 1946 Re Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio Umberto II, che diviene così l'ultimo re d'Italia.
Non c'è dubbio che il fato fu molto avverso a Umberto; il suo regno durò un mese, dal 9 maggio al 18 giugno del 46, nonostante avesse dato prova di di essere un re efficiente e di buon cuore.
Il suo regno fu così corto che venne scherzosamente ribattezzato "il re di maggio".
Umberto salì al trono poco prima che il 2 giugno gli italiani decidessero di diventare una repubblica, nel referendum popolare. Fu dunque costretto ad abdicare e a lasciare l'Italia per l'esilio, che trovò in Portogallo a Cascais. La nuova Costituzione della Repubblica Italiana non solo esiliò il re per sempre, ma vietò in perpetuo a qualsiasi discendente maschile della casa dei Savoia di mettere piede in Italia. Questo divieto venne eliminato solo nel 2002.
Umberto II nacque il 15 settembre 1904 come Principe di Piemonte a Racconigi, vicino Torino, secondo figlio di Vittorio Emanuele III.
Umberto sposò Marie Jose, la più giovane figlia di Alberto I del Belgio l'8 gennaio 1930. Ebbero quattro figli. Il principe fu addestrato all'arte militare e ben presto divenne comandante delle Armate del Nord e del Sud, un incarico soprattutto di rappresentanza, giacchè era in effetti il Primo Ministro Mussolini ad avere l'ultima parola sulle questioni militari. Voci di corridoio sostenevano che Mussolini avesse un corposo dossier su Umberto, e che questo gli consentisse di trattarlo come una marionetta. Umberto non poteva nemmeno avere voce in capitolo nella politica del paese, giacchè un codice non scritto stabiliva che "regna un solo Savoia alla volta". Questa regola fu disattesa una sola volta, allorchè Umberto tentò di incontrare Hitler durante un matrimonio reale in Germania. Sebbene molti sostenessero che questo incontro fu più casuale che pianificato, dopo questo fatto i controlli sui movimenti del principe divennero ancora più marcati.
Quando il regime di Mussolini fu rovesciato nel 43, Umberto II fu nominato Luogotenente Generale del Regno dal padre Re Vittorio Emanuele III, e mandato in Egitto. In quei tre anni Umberto si distinse come un buon leader e mostrò di avere eccellenti doti per agire come Re. Alcuni sostengono che se il padre lo avesse incoronato Re nel 43 dopo la fine di Mussolini, invece che Luogotenente Generale, forse la monarchia sarebbe sopravvissuta al referendum e oggi l'Italia sarebbe ancora un regno. Ma purtroppo il vecchio Re volle tenere per sè la corona e la Storia ebbe un esito diverso.
Molti membri della casa reale ebbero da ridire sulla trasparenza durante le operazioni di voto nel referendum consultivo. Secondo loro l'elettorato non fu correttamente registrato, poichè a molti abitanti delle campagne non fu dato abbastanza tempo per giungere in città a farlo. Ciò, secondo loro, portò ad avere liste elettorali imcomplete e in molti casi errate. Un'altra accusa al comitato elettorale riguardava gli italiani che vivevano in regioni di confine in cui i territori non erano ancora stati ben definiti, e che sempre secondo loro erano stati esclusi dalle liste e a cui fu negato il voto. Infine altre accuse riguardavano il conteggio dei voti. Nonostante ciò la maggioranza del paese era per la Repubblica, e le voci della minoranza favorevole alla Monarchia rimasero inascoltate.
Il Re lasciò l'Italia il 12 giugno del 46, per non mettervi mai più piede. Il primo ministro Alcide De Gasperi assunse ad interim la carica di Capo di Stato.
Umberto non dovette affrontare solo i problemi del suo esilio. Subito dopo l'abdicazione e la fuga dall'Italia, dovette separarsi dalla moglie Marie Jose. Da parecchio tempo girava la voce che il re detronizzato fosse un playboy ed avesse gusti bisessuali. Molti pensano che questa fosse la ragione per cui il Vaticano non si schierò dalla parte della monarchia durante il referendum.
Umberto trascorse buona parte del suo esilio tra il Portogallo e la Svizzera. Marie Jose e le sue figlie, durante la vita del Re, non misero mai piede in Italia, nonostante ciò non fosse vietato per i membri femminili della Casa Reale. Vollero così mostrare la propria solidarietà al re e a suo figlio. La ex regina visitò il paese solo dopo la morte del marito, nel 1983.
Quando il re esiliato era sul letto di morte, il Presidente Sandro Pertini si prodigò perchè venisse tolto il divieto e fosse consentito a Umberto di tornare e morire nel suo paese, ma egli morì prima che potessero essere approntate le modifiche costituzionali, e i funerali si svolsero in Savoia. Nessun membro del Governo Italiano si presentò ai funerali; successivamente il primo ministro Giulio Andreotti si dispiacque di ciò ammettendo che fu un errore, una mancanza nei confronti di un uomo buono che avrebbe potuto essere un ottimo re per l'Italia, se le circostanze non lo avessero impedito. In fondo Umberto pagò le colpe dei suoi predecessori.
Le spoglie dell'ultimo sovrano d'Italia riposano, per suo espresso volere, nell'Abbazia di Altacomba a fianco di quelle del re Carlo Felice, nel dipartimento francese della Savoia dalla quale Casa Savoia ha tratto le sue origini storiche.
Marie Jose morì in Svizzera nel 2001 a 94 anni e per suo volere fu sepolta a fianco del marito.


venerdì 8 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 maggio.
L'8 maggio 1886, un sedicente farmacista, John Stith Pemberton, inventa un medicinale al quale in seguito darà il nome di Coca-Cola.
È il 1886, siamo all’apice dell’età dell’oro negli Stati Uniti. La guerra civile americana è appena finita e la grande nazione si prepara per l’era moderna che è ormai alle porte.
Tutto è veloce e futuristico, un clima di gioia e speranza come mai si era visto prima. E’ in questo periodo che con una piccola inserzione pubblicitaria su un quotidiano di Atlanta nasce uno dei più famosi marchi al mondo: Coca Cola.
La Coca Cola viene inventata infatti da un farmacista di Atlanta, John Stith Pemberton. “Farmacista” è però per l’epoca una parola grossa: all’epoca negli Stati Uniti non c’erano praticamente regole per quanto riguarda la somministrazione di farmaci e si faceva a gara per chi tirava fuori il liquido, crema o unguento più miracoloso e curativo.
Tutte queste medicine o presunte tali venivano vendute da “dottori” o “farmacisti” agli angoli delle strade in un chiassoso circo medico che animava i quartieri della grandi città. Pemberton non fa eccezione: comprata la sua “licenza” per 5 dollari si fa chiamare dottore e faceva credere di riuscire a guarire praticamente ogni malattia facendo bere veleni e purghe ai poveri malcapitati dell’epoca.
Molti di questi farmaci contengono elevati contenuti di alcool e droghe pesanti.. o spesso di entrambi. Il Laudano per esempio, un diffuso antidolorifico dell’epoca, è una soluzione di Oppio e Alcool. Altri ancora contengono dosi fortissime della nuovissima sostanza delle meraviglie nel 1886: la Cocaina.
La Cocaina, praticamente sconosciuta all’epoca, diventa famosa nel 1884, quando un famoso generale della guerra civile si ammala di cancro e comincia ad usarla per “tirarsi un po’ su”.. effettivamente la cocaina lo aiuta parecchio prima della morte e la notizia si diffonde in tutti gli Stati Uniti: se il Generale Grant, la figura più popolare del paese, l’ha usata con successo allora deve essere proprio un rimedio miracoloso!
Pemberton cominciò ad usare Cocaina e Caffeina in molte delle sue prime creazioni, tra cui ne spiccò subito una: il famoso “vino francese di Coca” o “Pemberton’s French Wine Coca”.
Fu il suo più grande successo prima di dedicarsi alla Coca Cola ed era una combinazione di Cocaina, Alcool e Caffeina.
Il vino francese di coca vende bene in tutta la Georgia, ma purtroppo il prodotto ha vita breve: arriva infatti nel 1885 la prima epoca del proibizionismo negli Stati Uniti e l’ingrediente principale, l’Alcool, viene messo fuori legge.
Pemberton è disperato: il vino francese di coca era appena uscito e stava andando alla grande. Decide così di abbandonare il mercato dei farmaceiutici miracolosi e di darsi ad un nuovo e fiorente settore: quello delle bibite analcoliche.
La competizione è fortissima: ci sono 5 grandi bar ad Atlanta in quel periodo che servono solo (per ovvi motivi) bitite analcoliche rinfrescanti durante l’afosa estate del 1885.
Queste bibite vengono create direttamente al banco e ne esistono fino a 300 varietà diverse, tutte pubblicizzate da strani ed altisonanti nomi, come l’Hires Root Beer, il White Rock Ginger Ale.. e così via.
La sfida di Pemberton è trasformare la sua mistura di Alcool e Cocaina in una bibita analcolica e rinfrescante.
Il risultato è tutt’altro che leggero: massicce dosi di Cocaina e di estratto di Cola, una noce africana il cui principio attivo è la caffeina, vengono mischiate per ottenere una bibita che, non contenendo Alcool, poteva essere venduta nei bar.
Il gusto non era però certo buono e così vi aggiunse anche dello zucchero e un po’ di acidi che coprissero il sapore della Cocaina e della Cola.. ne venne fuori la prima Coca Cola.
L’idea del nome Coca Cola è dovuta al contabile di Pemberton, Frank Robinson.
Robinson inventò il marchio Coca Cola sfruttando la sua bella calligrafia da contabile e ne modificò il nome utilizzando la “C” in “Cola”. In inglese infatti la Cola si chiamerebbe “Kola”.
Passò settimane a modificare e perfezionare la scritta “Coca Cola” e la sua calligrafia divenne così il marchio che oggi conosciamo in tutto il mondo.
Le vendite vanno però a rilento, solo 95 litri il primo anno. Pemberton era un pessimo uomo d’affari, aveva dichiarato banca rotta svariate volte e nessuno voleva fare affari con lui.
Oltre tutto come molti dei finti dottori dell’epoca soffriva di un male ancora sconosciuto: era diventato dipendente dalla Cocaina, lo stesso ingrediente che utilizzava in grandi quantità ogni giorno lo stava uccidendo.
Pemberton era un cocainomane terminale e questo non aiutava certo i suoi affari.
Nell’inverno del 1888 Pemberton muore. La Coca Cola sembra destinata a morire con lui, ma un imprevisto sopraggiunge ad aiutare la nostra bibita preferita.
Un intraprendente imprenditore e apprendista farmacista acquisterà infatti la formula della Coca Cola e fonderà la moderna Coca Cola Company: è Asa Griggs Candler.
Candler non era certo un genio, era piuttosto un arrampicatore sociale: era arrivato 4 anni prima ad Atlanta in cerca di fortuna e aveva girato ogni farmacia della città in cerca di lavoro, era stato anche dallo stesso Pemberton che però non lo aveva assunto.
In quattro anni riuscì a mettersi in proprio e a farsi il proverbiale “gruzzoletto”.
Le lunghe ore di lavoro lo portarono però ad avere frequentissimi mal di testa. Provò ogni rimedio possibile senza risultato finché non ricapitò per caso al negozio di Pemberton che gli fece provare la Coca Cola: fu un colpo di fulmine, la Coca Cola fece passare il mal di testa a Candler che si offrì subito di acquistare la formula del rimedio miracoloso.
Completamente al verde e prossimo alla morte Pemberton accetta l’offerta di Candler e cede la Coca Cola Company per 230 dollari nel maggio 1889.
La prima mossa di Candler fu quella di aggiungere più zucchero e anche prodotti citrici per mascherare il sapore medicinale che aveva all’epoca la Coca Cola.
La nuova Coca Cola ha ora un buon sapore e rimane di grande effetto grazie alle grandi dosi di caffeina e zucchero.
Frank Robinson, il vecchio contabile di Pemberton ora responsabile della pubblicità per Candler, ne fa un’altra delle sue inventando quella che è riconosciuta come la prima campagna di direct marketing della storia: entra nelle principali farmacie e bar della città e si fa dare gli indirizzi dei clienti migliori.
Invia a questi indirizzi un buono per ottenere una bevuta gratuita di Coca Cola: è un successo strepitoso, chi può resistere ad una bevuta gratis? e se poi il prodotto è buono.. un nuovo cliente è assicurato.
Sotto la spinta di questa campagna la Coca Cola diventa famosa in tutto il paese: nel 1901 le vendite salgono a 2 milioni di litri, 60 milioni di boccali venduti.
L’America è dipendente dalla Coca Cola. Ma purtroppo ci si cominciò a chiedere se questa dipendenza non fosse solo figurativa, ma reale: cominciarono ad uscire su varie riviste nazionali del paese articoli che dimostravano come la Cocaina desse dipendenza fisica e la sostanza che tanto era in voga fino a vent’anni prima cominciò ad essere vista come un veleno, quale in effetti è.
C’erano storie di persone dipendenti dalla Coca Cola e da altre bevante contenenti Cocaina.. non certo una buona pubblicità per la società di Candler.
Nel 1906 Candler torna quindi in laboratorio per elaborare un complicatissimo procedimento che elimini qualsiasi traccia di droga dalla Coca Cola.
La decocainizzazione della Coca Cola coincide anche con un taglio netto nella strategia pubblicitaria: non si preme più sulle favolose e presunte proprietà curative del prodotto, ma lo si pubblicizza ora solo come bibita analcolica rinfrescante: è la nascita della Coca Cola moderna.
La Coca Cola diventa un vero e proprio fenomeno di massa, il successo è strepitoso, si può trovare letteralmente ovunque. Dal 1899 si comincia anche ad imbottigliarla: mentre prima era possibile bere Coca Cola solo spinata nei tanti bar di paese o cittadini è ora possibile comprarla anche in bottiglia negli alimentari e nelle drogherie.
Ma il tanto successo nazionale attira ovviamente una folta schiera di imitatori che con nomi, ingredienti e gusti molto simili alla Coca Cola vogliono approfittare della sua fama per fare un po’ di soldi facili.
La Coca Cola si rivela fin da subito molto combattiva nella lotta alle imitazioni, porta in causa tutti i suoi concorrenti, vincendo e facendone fallire la maggior parte, e soprattutto Candler ne tira fuori un’altra delle sue: fa creare una confezione unica ed inconfondibile per il suo prodotto, nasce la leggendaria bottiglietta in vetro della Coca Cola.
Talmente riconoscibile che “anche un cieco potrebbe riconoscerla” come ama ribadire lo stesso Candler.
Il risultato diventa un vero e proprio simbolo americano, è il 1916.
La stessa bottiglia venduta ovunque, un brand forte in un packaging unico e riconoscibile: non si può certo dire che la Coca Cola e Candler non furono i precursori del Marketing moderno!
Lo stesso Candler attribuisce l’enorme successo della Coca Cola sia al suo buon sapore quanto all’ottima strategia di marketing intrapresa negli anni dalla sua società.
Nonostante il successo Candler decide nel 1919 di vendere la Coca Cola Company. Si reputa un uomo d’affari arrivato e vuole concedersi il dovuto riposo negli ultimi anni della sua vita.
E’ un ricco finanziere e faccendiere dell’epoca il primo ad interessarsi all’acquisto della Coca Cola: Ernest Woodruff.
Woodruff non era molto amato. Era una specie di Ebenezer Scrooge dell’epoca. Poco socievole e con la testa solo nei suoi affari, Ernest era quello che si dice uno squalo senza scrupoli.
Candler lo conosce per fama e non vorrebbe vendere la sua azienda ad una persona di così pochi principi. Mette sul mercato la Coca Cola per una cifra spropositata, 25 milioni di dollari, cercando di mettere fuori gara Woodruff.
Ma Woodruff grazie a varie e riuscite operazioni finanziarie riesce a racimolare l’investimento e compra la Coca Cola Company. Chiude l’affare pensando solo ad un buono, ottimo, investimento, non ha intenzioni di prendere in mano la società in prima persona.
Nel 1924 Ernest passa la guida della Coca Cola Company a suo figlio, Robert Woodroof.
Robert accetta l’incarico solo dopo aver chiarito con suo padre che aveva intenzione di essere un vero manager e che sarebbe stato l’unico ad avere l’ultima parola su ogni decisione che riguardasse l’azienda.
Robert è molto interessato alla gestione dell’azienda e supervisiona ogni aspetto, dalla produzione al marketing: la Coca Cola Company ha ora un nuovo ed intraprendente timoniere che la porterà a successi assolutamente fuori da ogni aspettattiva.
La Coca Cola è frequentemente citata come l’inventrice del “Babbo Natale moderno” e cioè di quello classico, che a noi tutti viene in mente quando pensiamo a Babbo Natale: un uomo anziano, ben piazzato, con barba e capelli bianchi e il vestito rosso.. ecc.
Al contrario di quello che si pensa questa immagine di Babbo Natale era già largamente in uso negli anni 30 quando la Coca Cola cominciò ad usarla per le sue campagne natalizie.
Non solo: la prima azienda produttrice di bibite che usò il Babbo Natale moderno fu in realtà la White Rock Beverages, prima nel 1915 per vendere acqua minerale e poi nel 1923 per vendere il suo Ginger Ale.
Insomma, tutte le storie che parlano di un Babbo Natale diventato rosso per volere della Coca Cola sono purtroppo non veritiere, rimane comunque il merito alla Coca Cola di aver fatto entrare questa immagine nell’immaginario collettivo attraverso un uso costante negli anni.
Quindi, magari non l’avranno inventato, ma di sicuro l’hanno reso universale.
La Pepsi Cola nasce nello stesso periodo della Coca Cola, da un altro farmacista, Caleb Bradham, a New Bern nel North Carolina.
Al contrario della Coca Cola la Pepsi Cola nasce immediatamente come bibita rinfrescante, non come medicinale, anche se inizialmente viene pubblicizzata come “la bibita rinfrescante che ti aiuta a digerire”.
Il “Pepsi” in “Pepsi Cola” fa infatti riferimento alla Pepsina, un prodotto che effettivamente aiuta la digestione. Peccato che come per la Coca Cola il nome è ingannevole anche per la Pepsi Cola: non ci sono infatti tracce di Pepsina nella famosa bibita, fin dalla sua nascita.
Fatto sta che la Pepsi è l’unico concorrente della Coca Cola a farsi strada nei gusti degli americani ad inizio secolo. Il successo della Pepsi Cola è secondo solo a quello della Coca Cola fino a quando non scoppia la Prima Guerra Mondiale, nel 1915.
Il prezzo dello zucchero, elemento fondamentale nella Pepsi come nella Coca Cola, sale a dismisura e mette in crisi la produzione di entrambi le famose bevande rinfrescanti.
Bradham si prende un rischio enorme acquistando grandi quantità di zucchero ed investendo forti somme in borsa sicuro che lo zucchero non potrà che proseguire a salire.
Sfortunatamente il prezzo dello zucchero crolla improvvisamente, da 22 centesimi a meno di 3: Bradham e la Pepsi Cola Company si ritrovano in banca rotta.
Bradham torna alla sua farmacia e chiude l’azienda. La storia della Pepsi finirebbe qui se non fosse per un clamoroso errore della Coca Cola.
Negli anni venti, anche grazie al proibizionismo, la vendita di analcolici ha un boom semplicemente inarrestabile. Anche durante la prima recessione le vendite di Coca Cola non fanno altro che salire, chiunque non vuole togliersi il piacere di una buona e fresca bevuta per un solo nichelino (5 centesimi, il costo di una spillata di Coca Cola).
I Loft Candy Stores, una catena di bar con sede a New York, da sola vende quasi 4 milioni di Coca Cole l’anno.
Nel 1932 il presidente della Loft, Charles Guth, si rivolge a Robert Woodruff chiedendo uno sconto.
Woodruff gli nega qualsiasi tipo di agevolazione, forte del successo nazionale che ha con il suo prodotto e per ripicca Guth decide di acquistare Pepsi Cola, da poco fallita, e di venderla nei suoi popolari bar al posto della Coca Cola.
La decisione però non ri rivela delle migliori: venduta solo nei bar di Guth la Pepsi Cola non ha abbastanza successo per tenere in piedi un impianto produttivo e una distribuzione adeguata e si ritrova una seconda volta in bancarotta.
Guth decide così di proporre a Coca Cola di acquistare Pepsi Cola: è qui che Robert Woodruff, presidente di Coca Cola Company fa il suo più grande errore: rimanda a casa Guth dicendogli che non ha in mano niente, che la Coca Cola non è interessa all’acquisto di quella che è ora solo una società fallita.
Woodruff perde l’occasione d’oro di acquistare e distruggere Pepsi Cola prima che diventi una vera minaccia e non solo: la sua arroganza rafforza la determinazione di Guth che si rimette in carreggiata deciso a rimettere in piedi la Pepsi Cola Company.
E’ un errore storico di proporzioni ancora impensabili per la Coca Cola Company.
Nel 1934 l’America è nella tenaglia della Grande Depressione. Milioni di disoccupati fanno la fila per avere un pasto caldo gratuito e 5 centesimi, il costo di una bevuta di Coca Cola, sono un mucchio di soldi per un affamato consumatore.
Guth, il proprietario di Pepsi Cola, decide quindi a puntare sul prezzo per spingere la sua bevanda: compra in tutta la nazione bottiglie di birra usata, da cui può facilmente togliere l’etichetta e sostituirla con quella della Pepsi, e si mette a vendere bottiglie da 36 centilitri a 5c: la Coca Cola per lo stesso prezzo offriva da sempre la sua bottiglietta da 18 centrilitri.
Pepsi stava vendendo un prodotto simile, ugualmente buono, allo stesso prezzo, ma in quantità doppia.
In pochi giorni una intera partita di Pepsi Cola va a ruba: la gente adora la formula 36 centilitri per un nichelino e la pubblicità di Pepsi spinge in questa direzione: “il doppio per un nichelino!”, “il più grande analcolico per un nichelino!” e così via.
In soli sei mesi Pepsi passa dalla bancarotta ad un utile di centomila dollari. Certo le vendite di Pepsi Cola sono ancora una minima frazione di quelle di Coca Cola, ma ciononostante la concorrenza è concorrenza la Coca Cola sente di avere ora un concorrente forte e deciso.
Quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale Coca Cola fu pesantemente minacciata dal razionamento dello zucchero che avrebbe dimezzato le vendite nazionali e portato la società al rischio di fallimento.
Robert Woodruff decide così di recarsi a Washington per parlare al governo. Il messaggio per i politici di Washington è chiaro: la Coca Cola è una necessità in tempo di guerra in quanto la bibita rinfrescante più famosa d’America non solo è un simbolo nazionale, ma una esperienza che fa parte oramai della vita quotidiana.
Incredibilmente Woodruff ha successo e convince il governo non solo a dargli tutto lo zucchero di cui ha bisogno, ma addirittura a diventare il fornitore ufficiale dell’esercito americano! milioni di casse di Coca Cola vengono distribuite prima in tutti i campi di addestramento dell’esercito e poi spediti in tutti i luoghi in giro per il mondo dove l’America sta combattendo.
Non esiste campo militare nel mondo che non abbia un piccolo impianto per spinare e conservare al fresco la Coca Cola che diventa ora non solo una ottima bibita, ma il vero ricordo di casa per i militari che combattono a migliaia di miglia da casa.
Bere una Coca Cola al ritorno da una missione è per i soldati come tornare nel cortile di casa a sorseggiare la propria bibita preferita all’ombra di una bella quercia. Coca Cola porta il sapore di casa ai soldati.
La Coca Cola entra così definitivamente nel cuore degli americani, in Patria come all’estero: è senza dubbio alcuno una delle mosse di marketing più azzeccate e riuscite della storia.
Oltre a questo Coca Cola sferra un attacco letale a Pepsi Cola: non solo il suo prodotto è ora bevuto e pubblicizzato in tutto il pianeta, ma oltretutto può disporre in tempo di guerra di tutto lo zucchero che vuole, cosa che la Pepsi Cola Company non può fare!
Durante la Seconda Guerra Mondiale i militari americani in giro per il mondo consumano 10 miliardi di bottigliette di Coca Cola. C’erano degli ispettori, detti Colannelli Coca Cola, che controllavano che il prodotto fosse prodotto ed imbottigliato correttamente. E’ il sogno di ogni direttore marketing al mondo.
All’ingresso degli anni cinquanta e sessanta Coca Cola è praticamente invincibile: è diventata un simbolo americano, tutti l’adorano, è presente in tutto il mondo con vendite annue pari a quasi un miliardo di dollari.
Il successo però, come spesso succede, porta a scelte sbagliate. Woodruff si ostina per esempio a non volere cambiare più niente da un punto di vista marketing: se aveva funzionato fino ad ora perché cambiare?
Il prezzo di 5c rimase invariato nonostante gli ingredienti salissero di prezzo, la Coca Cola era l’unico prodotto distribuito dai distributori automatici dell’azienda mentre la concorrenza stava differenziando molto e in più veniva ancora distribuita unicamente e solo nelle famose bottigliette da 18 centilitri.
L’industria degli analcolici però in quel periodo, come in tutto il resto, cambia e si espande rapidamente. Servono nuove idee e qualità imprenditoriali come il coraggio per reggere in questo nuovo mercato, tutte cose su cui Woodruff, ormai invecchiato e soprattutto appagato dal successo, non può più contare.
Pepsi è più dinamica, propone nuovi prodotti e nuovi tipi di distribuzione, differenzia il mercato e lancia campagne pubblicitare aggressive.
Per più di 70 anni (dal 1886 al 1959) il prezzo di una bottiglia di Coca-Cola è rimasto bloccato a 5 centesimi di dollaro; un caso davvero eccezionale di quella che gli economisti chiamano la “rigidità del prezzo nominale”, ampiamente studiato ed analizzato. Una parte della risposta sta nel problema del costo di adeguare ad un nuovo prezzo i distributori automatici ma si deve tenere presente anche la difficoltà di convincere i consumatori ad accettare un aumento del 100%, con il passaggio del prezzo da 5 a 10 centesimi di dollaro (il taglio di moneta superiore). In effetti il presidente della Coca- Cola nel 1953 scrisse al Presidente Eisenhower per suggerirgli una moneta da 7 centesimi e mezzo. Nel 1960 infine il prezzo si spostò da 5 a 10 centesimi; per giustificare il nuovo prezzo Coca Cola introdusse una bottiglia più grande, “King Size Coke”, lanciò una campagna pubblicitaria ad hoc e introdusse nuovi distributori automatici.
La guerra tra le Cole è però solo all’inizio e c’è una nuova arma nelle mani delle due aziende che è appena arrivata nelle case di tutti gli americani: la televisione.
La Pepsi è la prima ad usare la televisione efficacemente: ignora l’amore per la Coca Cola dei reduci dalla Seconda Guerra Mondiale e si concentra sui loro figli.
Figli ribelli, stufi di sentire le storie di guerra dei genitori, proiettati al futuro e in piena epoca Hippie. Il 68 e il clima di cambiamento posiziona Pepsi come la bibita del nuovo e Coca Cola come il simbolo della tradizione e, di conseguenza, del vecchio.
Chi beve Coca Cola è un tradizionalista, un vecchio, chi beve Pepsi al contrario è un figo, uno sveglio, uno che vuole provare cose nuove e non ha paura del futuro.
Pepsi invece di parlare del prodotto si concentra sul target: invece di dire quanto è buona la sua bibita fa vedere negli spot televisivi chi la beve. Giovani hippie accampati in mezzo alla natura e con i fiori in testa sorseggiano Pepsi al tramonto: sono questi gli spot dell’epoca che più entrano nell’immaginario dei giovani.
E’ la tecnica del marketing moderno: puntare al target, non al prodotto.
Pepsi per prima sposta la comunicazione dal prodotto al suo target, è una mossa vincente che gli fa guadagnare importanti quote di mercato e fa tremare Coca Cola.
Ovviamente ci vuole poco a capire che se si lascia il mercato dei giovani alla concorrenza non si avranno più clienti in futuro (pensiamo a quanto fa McDonalds per i bambini, non certo a caso!) e Coca Cola risponde con uno degli spot televisivi più famosi della storia.
Nonostante la nuova verve pubblicitaria di Coca Cola abbia successo, Pepsi continua a guadagnare quote di mercato e sferra un attacco decisivo alla sua concorrente: inventa il Pepsi Challenge.
Nel 1984 lancia una enorme campagna pubblicitaria in tutta la nazione in cui Coca Cola e Pepsi venivano servite in confezioni non riconoscibili, alla stessa temperatura, e in sequenze casuali.
Furono eseguiti 11 milioni di questi test e alla fine il risultato fu sorprendente: La Pepsi se non riconosciuta veniva preferita dalla stragrande maggioranza dei consumatori.
La campagna ha un successo senza precedenti e Pepsi si ritrova a inseguire Coca Cola per meno di 3 punti percentuali.
Non era mai successo prima. In alcuni mercati addirittura la Pepsi vendeva più della Coca Cola. Per i dirigenti della grande azienda di Atlanta è il panico. Agli inizi degli anni ottanta è avvenuto l’impossibile.
Robert Woodruff è ormai alla fine dei suoi anni, vecchio e non più in grando di reggere l’azienda, passa la mano ad uno dei suoi luogotenenti. Il giovane ed intraprendente Roberto Goizueta diventa l’amministratore delegato della Coca Cola Company.
Goizueta come prima operazione per rilanciare il marchio e il prodotto pensa e realizza l’impensabile: modifica la storica formula della Coca Cola e si accinge a lanciare sul mercato una nuova Coca Cola, The New Coke.
Il gusto della nuova Coca Cola si avvicina scandalosamente a quello della Pepsi, è più dolce e meno acida, proprio come la Pepsi, e non è certo un caso: i dirigenti di Coca Cola pensano che cambiare il proprio gusto ed avvicinarsi a quello della concorrenza sia una buona mossa. Niente di più sbagliato.
Nella primavera del 1985 Robert Woodruff muore. E’ la fine di un’era.
Il 23 aprile 1985 viene lanciata sul mercato la nuova formula. Nonostante ci si affanni a proclamare la “New Coke” come un prodotto nuovo ed innovativo è subito chiaro a tutti i consumatori che ci si ritrova di fronte ad una imitazione riuscita male della Pepsi. Il gusto simile scontenta tutti: chi preferiva il gusto Coca Cola e chi ovviamente preferiva il gusto Pepsi.
Non solo: in pochi giorni la sede della Coca Cola Company riceve migliaia e migliaia di telefonate da consumatori adirati che minacciano azioni legali e rappresaglie contro l’azienda.. perché aveva cambiato uno dei simboli di america.
Psicologi messi in ascolto in certe telefonate descrivono questi consumatori come padri a cui è stato tolto un figlio, talmente arrabbiati da minacciare pesantemente i dirigenti Coca Cola.
Nascono gruppi di attivisti ed sostenitori della vecchia formula, in tutto il Paese si insorge contro la New Coke. insomma una vera e propria rivoluzione. Cartelli con “The Real Taste is Gone” spuntano ovunque.
La Pepsi ovviamente non può che ridersela e le sue quote di mercato aumentano esponenzialmente fino a superare quelle della Coca Cola in tutti gli Stati Uniti.
Già a luglio è chiaro che la mossa di Goizueta non è stata quella che si dice una mossa intelligente.
La Coca Cola ha perso quote di mercato e le vendite sono in picchiata, la Pepsi Cola è la bibita analcolica più venduta negli Stati Uniti e guadagna quote in tutto il mondo.
La soluzione è solo una: tornare indietro. Viene reintrodotta la vecchia e amata formula della Coca Cola che da allora è la “Coca Cola Classic” e con la vecchia formula magicamente tornano a volare le vendite e le quote di mercato ritornano a sorridere all’azienda di Atlanta.
Il ritorno della Coca Cola Classic è un grande successo. Gira addirittura la leggenda che lo storico fiasco della New Coke sia stata una enorme e programmata manovra di marketing per preparare il ritorno alla vecchia formula e rilanciare pomposamente un prodotto oramai visto come vecchio.
Non sapremo mai se questa leggenda è vera o no, certo sarebbe bello pensare che gli stessi uomini che hanno scritto interi capitoli del grande libro del marketing moderno si siano spinti tanto in là da programmare il più grande fiasco del secolo.. solo per poi avere tra le mani il più grande rilancio di un prodotto del secolo.
Tutto il resto, come si dice, è storia.

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