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mercoledì 5 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 febbraio.

Il 5 febbraio 1949 viene pubblicato in Usa il Rapporto Hoffman nel quale si critica aspramente l'uso che ha fatto l'Italia delle risorse stanziate col "Piano Marshall".

Dopo la Grande Guerra le potenze vincitrici, in particolare la Francia che aveva subito l’aggressione della Germania, furono molto esigenti nell’ansia di essere pienamente risarcite per i danni subiti. La Germania, nel tentativo di stare dietro a questi obblighi, attraversò un periodo tormentatissimo il cui esito fu nel 1933 l’ascesa del nazismo e nel 1939 l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Nel 1945, terminata la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti non vollero commettere lo stesso errore commesso dalla Francia alla fine della Grande Guerra, e fecero l’opposto; il Piano Marshall è stato così un piano di aiuto alle potenze che avevano perso la guerra e a quelle limitrofe: “Fu geniale – sottolinea Paolo Mieli, giornalista e storico – perché anziché vendicarsi della Germania e probabilmente costringerla di nuovo in una situazione potenzialmente esplosiva gli Usa crearono nell’Europa il principale interlocutore di mercato e politico”, proprio nel momento in cui l’Unione Sovietica ascendeva come altra grande potenza mondiale. “Fu una delle idee più innovatrici del secolo”.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era infatti un continente distrutto e stremato dai sei anni di conflitto, oltre ad essere diviso. Se la parte occidentale fu liberata dall’alleanza anglo-americana, la parte orientale era stata liberata e occupata dall’Unione Sovietica.

Si scontrarono dunque la visione liberal-democratica abbinata al libero mercato e quella del socialismo reale. In questo contesto gli Stati Uniti d’America, usciti dal conflitto in buone condizioni economiche non avendo avuto la guerra “in casa” e, anzi, avendo potuto esaltare la propria industria bellica, lanciarono un grande programma di ricostruzione europea. Ad annunciarlo fu il Segretario di Stato americano George Catlett Marshall in un discorso ad Harvard nel giugno del 1947.

Gli Usa, intervenendo con il loro supporto in Europa, crearono una forte integrazione tra le economie delle due sponde dell’Atlantico. La proposta americana era in origine estesa anche ai Paesi europei dell’est, un intento che non era visto per nulla di buon occhio dal leader sovietico Stalin. L’URSS non aveva certo le risorse per pareggiare lo sforzo americano ed ebbe paura che il Piano Marshall fosse uno strumento in grado di far arretrare la sua influenza nel Vecchio Continente. L’Unione Sovietica impose così ai suoi “stati satellite” il rifiuto degli aiuti statunitensi (che fu così sostanzialmente osteggiato anche dai partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso il PCI italiano).

“Se dunque da una parte – sottolinea Antonio Carioti, giornalista – il Piano Marshall fu lo strumento per la ripresa economica dell’Europa occidentale e la premessa per il miracolo economico dei suoi principali Paesi, dall’altro approfondì il solco tra i due blocchi destinati a durare mezzo secolo”.

“Oggi alcuni storici sostengono che in qualche modo il Piano Marshall generò una dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti – afferma Mieli – facendo dell’Europa una sorta di continente di serie B rispetto all’America. Non è vero; il Piano Marshall aiutò l’Europa a rimettersi in piedi e se il Vecchio Continente nel secondo dopoguerra ha avuto un ruolo subalterno nei confronti degli Usa questo è solo perché gli Stati Uniti ebbero un ruolo di gigante in opposizione all’Unione Sovietica, ruolo che la stessa Europa non era in grado di recitare. Allo stesso tempo, non si possono attribuire al Piano Marshall le colpe delle degenerazioni europee della seconda metà del Novecento: il Piano non era cioè pensato come strumento della Guerra Fredda”.

Tuttavia il rapporto Hoffman avanzò critiche durissime circa l’utilizzo dei fondi del Piano Marshall da parte dell’Italia. In effetti, una parte cospicua delle risorse (circa 15 miliardi di lire in 7 anni) venne stanziata, col celebre “Piano INA-Casa”, promosso da Amintore Fanfani, per la costruzione di case popolari per i lavoratori. L’indirizzo sociale delle risorse non fu gradito agli Stati Uniti, che avrebbero preferito una destinazione tesa all’aumento del potere d’acquisto della popolazione, per favorire l’importazione di prodotti industriali americani. 

lunedì 18 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 novembre.
Il 18 novembre è la Giornata europea degli antibiotici, promossa dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) per aumentare la consapevolezza dell’importanza degli antibiotici e del loro uso appropriato tra la popolazione e i professionisti sanitari. La Giornata è celebrata all’interno della Settimana mondiale sull’uso consapevole degli antibiotici (World Antibiotics Awareness week, 12-18 novembre), a sua volta organizzata da Oms, Fao e Organizzazione mondiale della sanità animale (Oie).
I dati raccolti nel 2017 da EARS-Net,(European Antimicrobial Resistance Surveillance Network) la rete di sorveglianza della resistenza agli antibiotici in Europa, coordinata da Ecdc, alla quale partecipa anche l’Italia, mostrano che la resistenza agli antibiotici rimane una seria minaccia per l’Europa e per il nostro Paese.
Ad oggi si stima che siano oltre 33 mila i decessi annui legati a questo problema. Tra le resistenze più critiche, quella ai carbapenemi, soprattutto in Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter baumannii. Si segnala anche un preoccupante aumento della resistenza ai glicopeptidi in Enterococcus faecium.
Riguardo al consumo di antibiotici, monitorato dalla rete ESAC-Net (European Surveillance of Antimicrobial Consumption Network), questo appare sostanzialmente stabile in Europa, con una lieve diminuzione in alcuni paesi, tra cui l'Italia.
Tra gli interventi messi in campo per contrastare il problema della resistenza agli antibiotici, il ministero della Salute ha varato nel 2017 il Piano nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza 2017-2020 (Pncar), con lo scopo di affrontare e contrastare il fenomeno in modo efficace, attraverso un approccio “one health”, cioè integrato tra medicina umana, medicina veterinaria, agricoltura e ambiente.
Gli antibiotici sono un bene prezioso che si sta esaurendo nel tempo. Un loro uso scorretto potrebbe portarci indietro negli anni, quando gli antibiotici non esistevano e le malattie infettive potevano anche essere mortali.
Affinché la loro efficacia possa rimanere inalterata in futuro è necessario che tutti contribuiscano ad un uso corretto e responsabile degli antibiotici, anche negli animali e adottino alcuni semplici accorgimenti, come lavarsi le mani, che aiutano a prevenire le infezioni.
Questi gli obiettivi della campagna:
favorire la diffusione di informazioni corrette
aumentare la consapevolezza sui rischi associati all’uso inappropriato degli antibiotici
promuoverne un uso responsabile
Tutti possiamo fare la nostra parte per affrontare questa minaccia per la salute umana: pazienti, medici, infermieri, farmacisti, veterinari, agricoltori, cittadini e politici.

giovedì 9 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 giugno.
Il 9 giugno 1815 viene firmato l'atto finale del Congresso di Vienna.
Il Congresso di Vienna arrivava dopo ventidue anni di timore per un’Europa unita, controllata e governata dalla Francia. Si trattava di formare un ordine legittimo dopo che la rivoluzione francese aveva scardinato il principio secondo il quale i re governavano per diritto divino. I vecchi sovrani e i loro ministri acquistavano nuovamente un ruolo fondamentale e come prima cosa imponevano alla Francia la restaurazione dei Borbone, col legittimo erede: Luigi XVIII.
Si apriva un acceso dibattito politico tra sostenitori della vecchia Europa e quelli della nuova Europa; tra i più lungimiranti sostenitori del ripristino della situazione pre-rivoluzionaria era però evidente la necessità di scendere a compromessi. Non era possibile dare un colpo di spugna alle conquiste della rivoluzione diffusesi grazie all’imperialismo napoleonico. Conquiste come la nazionalizzazione dei beni del clero e l’idea della libertà (fosse questa di stampa, riunione o associazione) erano ormai assimilate e fatte proprie da gran parte della popolazione europea.
Simbolo di questa libertà era diventata la Costituzione, scritta nella maggior parte dei casi, sulla quale i sostenitori di vecchia e nuova Europa si confrontavano in un dibattito che evidenziava le maggiori differenze in relazione alla natura della sovranità. I primi propendevano per una Costituzione concessa dal sovrano come atto di bontà nei confronti dei sudditi e i secondi intendevano la Costituzione come un diritto dei sudditi, detentori della sovranità.
In quest’atmosfera si apriva, il 3 Ottobre del 1814, il Congresso di Vienna. Per la prima volta nella storia dell’Europa moderna, tutti i sovrani e i loro ministri partecipavano ai dibattiti di un grande congresso in prima persona. I protagonisti erano Charles Maurice Talleyrand-Pèrigord per la Francia, Robert Stewart visconte di Castlereagh per l’Inghilterra, Klemens Wenzel Lothar principe di Metternich per l’Austria, barone Karl August von Hardenberg per la Prussia e lo zar Alessandro I Pavlovic per la Russia.
La presenza degli esponenti di maggior spicco dell’aristocrazia europea provocava un clima di euforia tale da trasformare il congresso in un evento mondano di grande importanza, mentre il tipo di incontri tra governanti, invece che plenario, era soprattutto di tipo bilaterale. Lo svolgimento del Congresso può essere ben compreso dalle parole di uno dei protagonisti, Metternich lo descriveva così: “grazie a un concorso di circostanze unico negli annali del mondo, i principali attori di questo dramma si sono trovati riuniti negli stessi luoghi […] il capo del gabinetto inglese quasi ogni giorno ha avuto contatti con i suoi colleghi d’Austria, di Prussia e di Russia […] e le usanze diplomatiche hanno dovuto per forza di cose adeguarsi alle circostanze. Gli affari più complessi, le questioni più ardue vengono trattati in vari modi in questa o quella sala: niente corrieri, niente scambi di note scritte, niente intermediari tra le corti […] i problemi più gravi erano sempre agitati e discussi durante le riunioni familiari che avevano luogo fra i tre sovrani oltre che fra i capi di gabinetto, e solo allorché queste questioni fossero giunte a un certo grado di maturità i ministri tenevano conferenze regolari e stendevano verbali”.
Il personaggio che più influenzava lo svolgersi del Congresso di Vienna, anche perché in rappresentanza della parte perdente, era certamente Talleyrand, ex vescovo di Autun, che dopo aver avuto un ruolo importante sotto Napoleone, si era messo al servizio dei Borbone. Suo obiettivo era quello di tenere la Francia, pur sconfitta, nella cerchia delle grandi potenze. Per far ciò sosteneva con fermezza che il colpevole degli avvenimenti dell’ultimo ventennio era stato solo e soltanto Napoleone e non il popolo francese. Talleyrand riusciva a far accettare i propri principi, arrivando perfino a concludere un’alleanza con Inghilterra e Austria contro Russia e Prussia (Gennaio 1815) rompendo così il fronte, sino a quel momento unito, dei vincitori.
Per comprendere il nuovo sistema di principi è necessario prioritariamente esaminare i fondamenti ideali che Talleyrand sfruttava per far uscire la Francia dalla posizione difficile in cui si trovava alla vigilia del Congresso. I due grandi assiomi che guidavano i negoziatori erano: legittimità ed equilibrio europeo. Dove per legittimità non si intendeva giustizia, ma accordo internazionale sui modi e sui fini della politica estera. In base a questi principi, risultava indispensabile restituire ai legittimi sovrani i propri territori e laddove non era possibile farlo si sarebbe dovuto procedere secondo le regole dell’equilibrio.
Talleyrand era il più logico difensore della legittimità e scriveva così: “l’equilibrio sarebbe dunque solo una vana parola se non si tenesse conto dell’effettiva forza morale, che consiste nella virtù, anziché di quella effimera e ingannevole prodotta dalle passioni. Ora, nei rapporti tra un popolo e l’altro la prima virtù è la giustizia”. La giustizia di Talleyrand non era determinata dai diritti dei popoli, dal diritto di autodeterminazione, dal diritto di scegliersi la forma statuale, bensì dalla giustizia della legittimità, infatti affermava che “la confisca, bandita nei rispettivi codici dalle nazioni illuminate, nel XIX secolo debba essere consacrata dal diritto generale dell’Europa […] e che la sovranità si perda e si acquisisca per il solo fatto della conquista; che le nazioni dell’Europa siano unite loro solo da nessi morali […] in una parola che tutto sia legittimo per chi è il più forte”. Con queste parole Talleyrand esprimeva con estrema forza il concetto secondo il quale la solidarietà europea fondata sulla legittimità e l’equilibrio fossero i fondamenti più saldi per garantire la pace.
Henry Kissinger esemplificherà molto bene il concetto di legittimismo dicendo che “un ordine la cui struttura è accettata da tutte le grandi potenze è legittimo; un ordine che includa una potenza che ne considera oppressiva la struttura è rivoluzionario” e continuando in relazione all’equilibrio affermerà che “in politica interna, la sicurezza è data dal predominio dell’autorità; in un sistema internazionale, è data dalla parità dei rapporti di forza e dalla sua espressione, cioè l’equilibrio”.
Il principale antagonista del Talleyrand era il Metternich, Cancelliere austriaco e figura autorevole nel panorama politico europeo, meno cinico del francese e certamente molto pragmatico, egli stesso si definiva “l’uomo della prosa e non della poesia”. Un suo collaboratore, il diplomatico Gentz scriveva: “coloro che avevano colto la natura e gli obiettivi del Congresso, non potevano certo ingannarsi circa i suoi sviluppi, quale che fosse il giudizio sui risultati […] i grandi proclami di ricostruzione dell’ordine sociale, rigenerazione del sistema politico europeo, pace durevole erano proclami per tranquillizzare i popoli ma il vero scopo del Congresso era quello di dividere tra i vincitori le spoglie dell’Impero sconfitto”. Il Metternich era però molto meno scettico del suo consigliere ed era estremamente sensibile al problema dell’equilibrio e infatti si esprimeva così: “l’Austria non nutre gelosie nei confronti della Prussia, ma al contrario considera questa potenza quale uno dei paesi più utili sulla bilancia delle forze in Europa […] situate tra i grandi imperi di est e ovest, la Prussia e l’Austria sono complementari quanto a sistemi di difesa: unite le due monarchie formano infatti una barriera invalicabile contro le iniziative di qualsiasi sovrano conquistatore che forse un giorno tornerà a occupare il trono di Francia o quello di Russia”.
Il Metternich fautore dell’equilibrio europeo, non intendeva soffocare il perdente, spingeva invece verso una politica di concerto europeo per il governo del continente al fine di garantire una pace duratura e su questo trovava il pieno appoggio del Castlereagh. Il Ministro degli Esteri inglese, infatti, teorizzava il non intervento nelle questioni interne agli altri Stati e grazie al vantaggio dato dalla posizione insulare della Gran Bretagna dava pieno appoggio alla teoria dell’equilibrio. Le posizioni dell’asse Austria-Inghilterra riscuotevano il maggior consenso e in effetti passava la nuova linea di condotta dell’equilibrio degli Stati, pur con la restaurazione delle vecchie dinastie. Ciò che Metternich e Castlereagh erano riusciti a fare altro non era che la stabilizzazione di un ordine accettato da tutti che tenesse latenti le tensioni e che riducesse al minimo la necessità di utilizzare la forza nelle questioni internazionali interne all’Europa, proprio in virtù dell’equilibrio nei rapporti di forza.
Metternich, anima razionale e ostile al romanticismo, era stato il primo politico europeo a vedere un progresso dominato dall’ordine e dall’uguaglianza (intesa davanti alla Legge) e a basare il suo ragionamento sulla forza del diritto, cosa per nulla scontata sino a quel momento. A parte lo statista austriaco, che prestava attenzione estrema all’equilibrio e la pace ma ignorava peraltro il progresso interno dei singoli Stati, nessuno dei partecipanti al Congresso riusciva a cogliere la vera portata storica di quell’evento epocale.
Nel 1814 il Conte Charles-Henri de Saint-Simon coglieva l’occasione del Congresso di Vienna per far conoscere le proprie idee: inviava a tutti i negoziatori un opuscolo intitolato Riorganizzazione della società europea, ovvero della necessità e dei modi di raccogliere i popoli dell’Europa in un unico corpo politico, conservando a ciascuno la propria nazionalità. Il Congresso era però rimasto sostanzialmente indifferente alle tesi del filosofo francese. Simon aveva poi cessato di essere europeista per trasformarsi in universalista, ma le sue idee illumineranno molte menti su quella che sarebbe diventata la sostanza dell’Europa: ferrovie, gallerie transalpine, grandi imprese, diffusione del commercio e del libero scambio sono tutti aspetti impliciti, anche inconsapevolmente, delle teorie del francese.
Finito il Congresso, i governanti d’Europa, nel rispetto del principio di legittimità ispiratore di gran parte delle decisioni scaturite dai negoziati, avevano l’onere di stabilizzare e bloccare la situazione di compromesso raggiunta al fine di garantire la pace. Erano necessarie garanzie contro il pericolo francese e contro pericoli esterni all’Europa, ma obiettivo primario era garantire il regime degli Stati europei. A parte poche eccezioni, tutti gli Stati avevano regimi monarchici, solo alcuni dei quali con Costituzioni concesse dai sovrani. Ma nella maggior parte delle situazioni le monarchie continuavano ad essere assolute: sciolte cioè da ogni vincolo coi propri sudditi o, come si iniziava a intendere dopo la rivoluzione francese, coi cittadini.
Garantire i regimi esistenti significava garantire il principio di legittimità, contro i liberali e contro tutti coloro che parlavano di volontà nazionale o popolare nel tentativo di limitare il potere regio. Metternich campione dell’immobilismo interno agli Stati era però riuscito nell’intento di garantire una pace quasi secolare e un equilibrio europeo che sarebbe durato a lungo. Infatti solo nella seconda metà dell’ottocento praticamente tutti i sovrani d’Europa saranno costretti a concedere le Costituzioni.
Andando quindi oltre l’analisi della storiografia del diciottesimo secolo, il Congresso di Vienna può essere inquadrato in due modi contradditori tra loro, ma ugualmente validi: da un lato era stato certamente un momento di restaurazione politica interna agli Stati nazionali, ma allo stesso tempo era stato un momento di progresso grazie soprattutto alla teoria del “concerto europeo” del Metternich e alle proposte ancora utopiche del visionario Saint-Simon, tra le quali quella di un Parlamento europeo.
I risultati raggiunti a Vienna tra il 1814 e il 1815 saranno ben descritti da Henry Kissinger che dirà come “stupisce non quanto fosse imperfetto l’accordo raggiunto, ma quanto fosse ragionevole; non quanto fosse reazionario secondo le ipocrite teorie della storiografia del XIX secolo, ma quanto equilibrato” e continuerà affermando che “non corrisponde alle speranze di una generazione di idealisti, ma diede loro qualcosa di più prezioso: un periodo di stabilità che diede alle loro speranze la possibilità di realizzarsi senza un’altra guerra e senza una rivoluzione permanente”.
In sostanza nella prima metà dell’Ottocento veniva costruito un ordine legittimo, condiviso da tutte le potenze europee, che garantiva per la prima volta nella storia un equilibrio tra gli Stati e una pace duratura, ovvero un momento cruciale per il continente. Il 9 giugno 1815 nella riunione plenaria dell’Europa (unica riunione ufficiale di tutto il Congresso) veniva sottoscritto l’Atto finale di Vienna: era stato inconsapevolmente piantato il seme per un’Europa pacificata e unita, praticamente l’inizio di una nuova era.

domenica 7 febbraio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.
Il 7 febbraio 1992 viene firmato a Maastricht, dai 12 membri della CEE, l'omonimo trattato per la creazione dell'Unione Europea.
Il trattato sull'Unione europea (TUE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, è entrato in vigore il 1º novembre 1993. Fattori esterni e interni hanno contribuito alla sua nascita. Sotto il profilo esterno, il crollo del comunismo nell'Europa dell'Est e la prospettiva dell'unificazione tedesca hanno determinato l'impegno a rafforzare la posizione internazionale della Comunità. Sul piano interno, gli Stati membri intendevano estendere con altre riforme i progressi realizzati dall' Atto unico europeo.
Con il trattato di Maastricht, risulta chiaramente sorpassato l'obiettivo economico originale della Comunità - ossia la realizzazione di un mercato comune - e si afferma la vocazione politica.
In tale ambito, il trattato di Maastricht consegue cinque obiettivi essenziali:
    rafforzare la legittimità democratica delle istituzioni;
    rendere più efficaci le istituzioni;
    instaurare un'unione economica e monetaria;
    sviluppare la dimensione sociale della Comunità;
    istituire una politica estera e di sicurezza comune.
Il trattato ha una struttura complessa. Il preambolo è seguito da sette titoli. Il titolo I contiene le disposizioni comuni alle Comunità, alla politica esterna comune e alla cooperazione giudiziaria. Il titolo II contiene le disposizioni che modificano il trattato CEE e il titoli III e IV modificano rispettivamente i trattati CECA e CEEA. Il titolo V introduce le disposizioni relative alla politica estera e di sicurezza comune (PESC). Il titolo VI contiene le disposizioni relative alla cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (JAI). Le disposizioni finali figurano al titolo VII.
Il trattato di Maastricht crea l'Unione Europea, costituita da tre pilastri: le Comunità europee, la politica estera e di sicurezza comune, nonché la cooperazione di polizia e la cooperazione giudiziaria in materia penale.
Il primo pilastro è costituito dalla Comunità europea, dalla Comunità europea del carbone e dell'acciao (CECA) e dall' Euratom e riguarda i settori in cui gli Stati membri esercitano congiuntamente la propria sovranità attraverso le istituzioni comunitarie. Vi si applica il cosiddetto processo del metodo comunitario, ossia proposta della Commissione europea, adozione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo e controllo del rispetto del diritto comunitario da parte della Corte di giustizia.
Il secondo pilastro instaura la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) prevista al titolo V del trattato sull'Unione europea. Esso sostituisce le disposizioni contenute nell'Atto unico europeo e consente agli Stati membri di avviare azioni comuni in materia di politica estera. Tale pilastro prevede un processo decisionale intergovernativo, che fa ampiamente ricorso all'unanimità. La Commissione e il Parlamento svolgono un ruolo modesto e tale settore non rientra nella giurisdizione della Corte di giustizia.
Il terzo pilastro riguarda la cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (JAI), prevista al titolo VI del trattato sull'Unione europea. L'Unione deve svolgere un'azione congiunta per offrire ai cittadini un livello elevato di protezione in uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Anche in questo caso il processo decisionale è intergovernativo.
Sulla scia dell'Atto unico europeo, il ruolo del Parlamento europeo viene ulteriormente potenziato dal trattato di Maastricht. Il campo d'applicazione della procedura di cooperazione e della procedura di parere conforme viene esteso a nuovi settori. Inoltre, il trattato crea una nuova procedura di codecisione, che consente al Parlamento europeo di adottare atti insieme al Consiglio. Questa procedura comporta maggiori contatti tra il Parlamento e il Consiglio per giungere a un accordo. Inoltre, il trattato associa il Parlamento alla procedura d'investitura della Commissione. Viene riconosciuto il ruolo svolto nell'integrazione europea dai partiti politici europei, che contribuiscono alla formazione di una coscienza europea e all'espressione della volontà politica degli europei. Per quanto riguarda la Commissione, la durata del suo mandato passa da quattro a cinque anni per uniformarsi a quella del Parlamento europeo.
Come l'Atto unico, questo trattato potenzia il ricorso al voto a maggioranza qualificata in sede di Consiglio per la maggior parte delle decisioni contemplate dalla procedura di codecisione e per tutte le decisioni adottate secondo la procedura di cooperazione.
Per riconoscere l'importanza della dimensione regionale, il trattato istituisce il Comitato delle regioni. Composto da rappresentanti degli enti regionali, esso ha carattere consultivo.
Il trattato instaura politiche comunitarie in sei nuovi settori:
    reti transeuropee;
    politica industriale;
    tutela dei consumatori;
    istruzione e formazione professionale;
    gioventù;
    cultura.
Il mercato unico viene completato dall'instaurazione dell'UEM. La politica economica comporta tre elementi. Gli Stati membri devono garantire il coordinamento delle loro politiche economiche ed istituire una sorveglianza multilaterale di tale coordinamento, e sono soggetti a norme di disciplina finanziaria e di bilancio. La politica monetaria mira ad istituire una moneta unica e a garantirne la stabilità grazie alla stabilità dei prezzi e al rispetto dell'economia di mercato.
Il trattato prevede l'instaurazione di una moneta unica in tre fasi successive:
    la prima fase, che liberalizza la circolazione dei capitali, iniziata il 1º luglio 1990;
    la seconda fase, incominciata il 1º gennaio 1994, permette la convergenza delle politiche economiche degli Stati membri;
    la terza fase iniziò il 1º gennaio 1999 con la creazione di una moneta unica e la costituzione di una Banca centrale europea (BCE).
La politica monetaria poggia sul Sistema europeo delle banche centrali (SEBC), costituito dalla BCE e dalle banche centrali nazionali. Tali istituzioni sono indipendenti dalle autorità politiche nazionali e comunitarie.
Esistono disposizioni particolari per due Stati membri. Il Regno Unito non si è impegnato a passare alla terza fase dell'UEM. La Danimarca ha ottenuto un protocollo che subordina il suo impegno nei confronti della terza fase all'esito di un referendum specifico, che finora ha dato esito negativo.
Con il protocollo sulla politica sociale allegato al trattato, le competenze comunitarie vengono estese al settore sociale. Il Regno Unito non aderisce al protocollo, che si prefigge gli obiettivi seguenti:
    promuovere l'occupazione;
    migliorare le condizioni di vita e di lavoro;
    garantire un'adeguata protezione sociale;
    promuovere il dialogo sociale;
    sviluppare le risorse umane per garantire un livello elevato e sostenibile d'occupazione;
    integrare le persone escluse dal mercato del lavoro.
Tra le grandi innovazioni del trattato figura l'istituzione di una cittadinanza europea, che si aggiunge a quella nazionale. Chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro è anche cittadino dell'Unione. Tale cittadinanza conferisce nuovi diritti degli europei, ossia:
    il diritto di circolare e risiedere liberamente nella Comunità;
    il diritto di votare e di essere eletti alle elezioni europee e comunali nello Stato di residenza;
    il diritto alla tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di uno Stato membro diverso da quello d'origine nel territorio di un paese terzo nel quale lo Stato membro di cui hanno la cittadinanza non è rappresentato;
    il diritto di petizione dinanzi al Parlamento europeo e il diritto di sporgere denuncia al mediatore europeo.
Il trattato sull'Unione adotta come norma generale il principio di sussidiarietà, applicato alla politica dell'ambiente nell'Atto unico europeo. Tale principio precisa che nei settori che non sono di sua esclusiva competenza, la Comunità interviene soltanto se gli obiettivi possono essere realizzati meglio a livello comunitario che a livello nazionale. L'articolo A prevede che l'Unione prenda decisioni "il più vicino possibile ai cittadini".
Il trattato di Maastricht rappresenta una tappa determinante della costruzione europea. Attraverso l'istituzione dell'Unione europea, la creazione di un'unione economica e monetaria e l'estensione dell'integrazione europea a nuovi settori, la Comunità entra in una dimensione politica.
Consapevoli dell'evoluzione dell'integrazione europea, degli ampliamenti futuri e delle necessarie modifiche istituzionali, gli Stati membri hanno inserito una clausola di revisione del trattato. A tal fine, l'articolo N prevede la convocazione di una conferenza intergovernativa nel 1996.
Tale conferenza è culminata nella firma del trattato di Amsterdam nel 1997.
    Il trattato di Amsterdam permette di rafforzare i poteri dell'Unione attraverso la creazione di una politica comunitaria in materia di occupazione, il trasferimento sotto competenza comunitaria di alcune materie precedentemente disciplinate dalla cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni, le misure volte ad avvicinare l'Unione ai suoi cittadini, la possibilità di una più stretta cooperazione tra alcuni Stati membri (cooperazioni rafforzate). Esso estende inoltre la procedura di codecisione e il voto a maggioranza qualificata e procede a una semplificazione e a una rinumerazione degli articoli dei trattati.
    Il successivo trattato di Nizza del 2001 è destinato essenzialmente a risolvere le questioni lasciate aperte dal trattato di Amsterdam nel 1997, ossia i problemi istituzionali legati all'ampliamento. Si tratta della composizione della Commissione, della ponderazione dei voti al Consiglio e dell'estensione del voto a maggioranza qualificata. Esso semplifica il ricorso alla procedura di cooperazione rafforzata e rende più efficace il sistema giurisdizionale.
    Il trattato di Lisbona del 2007 procede all’attuazione di vaste riforme. Esso pone fine alla Comunità europea, abolisce la precedente architettura dell’UE ed attua una nuova ripartizione delle competenze tra l’UE e Stati membri. Ha altresì modificato il funzionamento delle istituzioni europee e il processo decisionale. L’obiettivo è migliorare il processo decisionale in un’Unione allargata a 27 Stati membri. Il trattato di Lisbona riforma inoltre molte politiche interne ed esterne dell'UE. In particolare, esso consente alle istituzioni di legiferare e di adottare misure in nuovi settori politici.
Il trattato è stato modificato altresì dai seguenti trattati di adesione:
    Trattato di adesione di Austria, Finlandia e Svezia (1994), che porta a 15 il numero degli Stati membri della Comunità europea.
    Trattato di adesione di Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria (2003)
    Tale trattato porta a 25 il numero degli Stati membri della Comunità europea.
    Trattato di adesione della Bulgaria e della Romania (2005).
    Questo trattato porta il numero degli Stati membri da 25 a 27.
Trattato di Adesione della Croazia (2011).
Il 1 gennaio 2021 il Regno Unito ha completato l'iter per uscire dall'Unione Europea, che oggi dunque conta nuovamente 27 membri.

mercoledì 14 marzo 2012

#Economia #Massimo Giannini #Grecia #Europa #default


LA GRECIA È SALVA, L’EUROPA NON ANCORA

MASSIMO GIANNINI
Alla fine, le tanto esecrate «tecnocrazie» hanno fatto quello che dovevano. Ci hanno messo tre anni. Ma alla fine la Grecia l’hanno quasi salvata. Il grande successo dell’operazione swap sui titoli del debito pubblico di Atene scongiura il pericolo di un default incontrollato, che avrebbe finito per travolgere l’intera Eurozona. Banche e istituzioni finanziarie, dopo aver bellamente lucrato aiuti pubblici e plusvalenze private, si sono convinte che è meglio portare a casa un’entrata certa oggi, sia pure svalutata del 53,5%, piuttosto che inseguire una scommessa incerta, che avrebbe finito per azzerare i guadagni di tutti. Dunque, cinici e opportunisti quanto si vuole, ma alla fine i creditori privati hanno fatto la loro parte.
La stessa cosa si può dire per la Bce. Stretta tra l’ortodossia monetaria della Bundesbank e la schizofrenia comunitaria dei governi, l’Eurotower è riuscita a fare almeno l’unica cosa sensata. Con la duplice maxioperazione di rifinanziamento da 1.000 miliardi, Mario Draghi ha messo in sicurezza il sistema bancario di Eurolandia per un triennio. Un’iniezione di liquidità fin troppo generosa con le banche, visto lo spread enorme tra l’interesse sul prestito contratto e quello sull’impiego in titoli. Ma insomma: è il prezzo da pagare per evitare il fallimento di qualche dozzina di istituti di credito grandi e piccoli. Siamo sempre nella logica della «riduzione del danno». Semmai la Bce ora deve vigilare sulla quantità di denaro che attraverso il doppio «Ltro» rifluisce sul sistema produttivo, e non resta chiuso nei caveau delle banche, come troppo spesso è accaduto.
A questo punto, per uscire davvero dalla «zona pericolo», serve che anche l’Europa politica faccia quel che deve. In tre direzioni. La prima è il famoso «Firewall»: il Fondo SalvaStati va decisamente rimpinguato, per evitare che altri Paesi periferici contraggano la sindrome ateniese. La seconda è lo strumento degli eurobond: piaccia o no alla Cancelliera di ferro in campagna elettorale, anche questa è un’arma di cui l’Eurozona si deve dotare, per trasformare il debito dei singoli nel debito di una «comunità di destino». La terza è la convergenza delle politiche fiscali. Molto di più del «Fiscal compact», perché non si può limitare al pur necessario rispetto dei vincoli di bilancio, ma si deve estendere alle strategie sulla crescita. Il solco l’ha tracciato la lettera dei Dodici, di cui Monti è stato tra i primi firmatari.
Si riparta da lì. A questo punto, senza se e senza ma. È un’urgenza e un’emergenza per tutti. E soprattutto per l’Italia, che sconta il crollo della produzione industriale a gennaio, il nuovo boom della Cassa Integrazione, l’ulteriore caduta dei consumi di beni durevoli. Se la Grecia forse è salva, l’Europa non lo è ancora. E l’Italia meno che mai.
Dalla rassegna stampa del 14.3.2012, curata da Manlio Lo Presti

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