Buongiorno, oggi è il 19 luglio.
Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 64 d.C., sotto il principato di uno degli imperatori più scellerati passati alla guida di Roma, avvenne il più grande incendio della storia della città.
L'immagine di Nerone che ci è stata tramandata nel corso del tempo lo disegna come un uomo ostile, megalomane, controverso e dittatore. Degno dello zio Caligola, durante il suo impero, concentrato unicamente su una tendenza teocratica, Nerone si procurò le inimicizie di molti a causa del suo carattere ambiguo e odioso, tanto che fino a non molto tempo fa si credeva che mentre la sua Roma veniva distrutta da un terribile incendio, egli, alla vista di tale tragedia, stesse traendo ispirazione per cantare la distruzione della città di Troia.
E' controversa la storia sull'incendio di Roma. Tra gli autori antichi si sono aperte diverse teorie: Tacito ci fornisce una descrizione oggettiva dell'episodio, menzionando gli efficaci interventi riparatori di Nerone; d'altro canto Svetonio narra di una disgrazia voluta e cercata dall'imperatore per lasciare il segno nella storia. Nei secoli successivi è stata confutata questa teoria, ma ancora non si ha la certezza assoluta che Nerone sia stato innocente.
L'unica certezza che abbiamo è di come si sia propagato l'incendio a partire dall'alba del 19 luglio del 64, quando le prime fiamme cominciarono a divampare nella zona del Circo Massimo e a diffondersi mano a mano lungo un vastissimo territorio. Si protrasse per ben nove giorni, distruggendo completamente tre delle quattordici regioni (gli odierni quartieri) della città: l'attuale Colle Oppio, il Circo Massimo e il Palatino. Le altre riscontrarono danni minori.
Nerone si trovava ad Anzio quando scoppiò l'incendio. Tornò affrettatamente in città dove soccorse i senza tetto e cercò di risanare la situazione, ma a nulla valsero i suoi sforzi e la città ben presto si tramutò in un cumulo di macerie. Nonostante i numerosi provvedimenti - che secondo molti Nerone attuò per accattivarsi la benevolenza del popolo e per smentire le accuse nei suoi confronti - l'imperatore venne sospettato di essere il fautore dell'incendio. Di conseguenza, per sopire le voci, Nerone accusò i cristiani dando inizio ad una violenta persecuzione, mettendo a morte moltissimi credenti - già non ben visti dalla popolazione - nonché i vertici stessi della chiesa di allora.
Placata in questo modo l'ira del popolo, Nerone pensò bene di realizzare i suoi progetti megalomani, a partire dalla sua nuova residenza, la Domus Aurea. Edificato nel segno della maestosità e della grandezza, il complesso occupava circa un quarto dell'intera città, estendendosi dal Palatino, al Celio e all'Esquilino e comprendendo, oltre al palazzo imperiale, un insieme di laghetti, statue e giardini, dove nell'80 Tito fece costruire il Colosseo.
Fortunatamente gli altri progetti che nacquero nella mente perversa di Nerone non furono realizzati.
Nel corso del tempo le accuse rivolte all'imperatore risultarono infondate, ma rimangono ancora molti i misteri riguardo alla vicenda e a questo regnante scellerato. La costruzione della Domus Aurea ha portato a pensare che egli abbia organizzato l'incendio per avere la scusa di erigere la propria residenza; inoltre si narra che, mentre l'incendio dilagava, alcuni uomini, comandati da non si sa chi, avevano il compito di alimentare le fiamme.
Secondo le fonti antiche si è trattato di un incendio di origine dolosa a causa del suo andamento - si è espanso in tutte le direzioni senza seguire la velocità dei venti - e della velocità di propagazione; la storiografia moderna, invece, sostiene la tesi di un'origine accidentale.
Tacito è l'autore che più di ogni altro si è dedicato con attenzione alla storia del violento incendio, circa mezzo secolo dopo, e dalla sua opera Annales - nella quale viene descritta la vicenda- si possono trarre molti dettagli utili a ricostruire l'avvenimento. Egli narra in particolar modo degli edifici, dei monumenti e delle opere d'arte distrutti, dei quartieri andati in rovina e di quelli rimasti intatti, solo tre per l'esattezza; prosegue spiegando dettagliatamente la ricostruzione della città.
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domenica 19 luglio 2026
sabato 18 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 18 luglio 1925 Hitler pubblica la prima edizione del suo "Mein Kamft".
Il libro del folle dittatore nazista raccoglie, accanto alla sua autobiografia, il pensiero e il programma politico del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il Partito Nazista. Il Mein Kampf fu definito il catechismo della Gioventù hitleriana che, fondata nel 1926, raccoglieva bambini a partire dai dieci anni per istruirli e addestrarli militarmente al servizio nelle forze armate tedesche.
Il primo volume del libro, intitolato Eine Abrechnung (“Una resa dei conti”) fu pubblicato il 18 luglio 1925; il secondo, Die nationalsozialistische Bewegung (“Il movimento nazional-socialista”), nel 1926. Il titolo originale scelto da Hitler era “Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia”. Durante i dodici anni del regime si stima ne siano state vendute oltre dieci milioni di copie. Al termine della guerra, milioni di esemplari del Mein Kampf furono distrutti insieme ai molti altri simboli del nazismo. In Germania la stampa del libro è rimasta proibita fino al 2016.
Hitler, in una prosa che passa dal pedante alla chiarezza cristallina, parla della fine della prima guerra mondiale, della sconfitta della Germania e del trattato di Versailes.
La lettura è difficoltosa perché noiosa, lenta ed egli continua ad insistere su come sia stato vessato il popolo tedesco e su come debba vendicarsi dei torti subiti.
Sorprende per il marketing. Nei primi anni del ’900, Hitler afferma che è inutile scrivere sui quotidiani di partito perché i loro membri sono già convinti e quindi insiste perché si usino i volantini, la radio ed il cinema per ampliare la base di elettori, con immagini e concetti semplici ed efficaci.
Sul Razzismo, Hitler è sorprendentemente ignorante. Lui è innanzitutto anticomunista, e definisce i bolscevichi il male assoluto. Quindi compie una associazione mentale ardita: Marx ha inventato il Comunismo, Marx era ebreo, quindi io odio gli Ebrei perché sono responsabili del Comunismo e con il Comunismo cercano di conquistare il mondo.
La delirante idea della lobby mondiale ebraica che vuole dominare il mondo, a cui qualcuno ancora crede, nasce da questo assurdo collegamento logico di Hitler nel Mein Kampf.
Nel trattato l'autore disprezza neri, zingari e sostanzialmente chiunque non tanto per la razza ma perché vengono a togliere lavoro ai tedeschi, vengono a cambiare le tradizioni e quindi se ne dovrebbero restare a casa loro.
La Soluzione Finale, di cui non c’è traccia nel libro, è la conseguenza pratica di questa idea nella quale un’orda di esseri umani parassiti si avventa sul popolo tedesco.
Hitler poi parla di politica, e la sua visione è molto semplice. I politici sono tutti uguali e tutti rubano, quindi bisogna sterminarli ed avere una guida forte per fare ripulisti della corruzione.
Il libro è corto ma pesante da leggere. A volte il Fuhrer è involontariamente comico; quello che emerge è una persona con tanta voglia di vendetta verso chi ritiene abbia oppresso la sua nazione (Francia ed Inghilterra) e verso chi ritiene rubi le risorse (politici e non, tedeschi). Hitler aveva una straordinaria intelligenza, dal libro è evidente, ed è evidente che se gli statisti dell’epoca si fossero letti la sua opera avrebbero capito che, con tutto l'odio che provava la guerra era inevitabile.
Hitler è stato un pericolo per il mondo non per la sua pazzia, ma perché era un fanatico, paragonabile ai fondamentalisti islamici che fanno gli attentati suicidi; non era possibile negoziare con lui, la guerra era inevitabile come i forni e tutte le atrocità, la cosa che colpisce del libro è che Hitler si sente nel giusto, e probabilmente per questo motivo è morto con la coscienza a posto.
venerdì 17 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 luglio.
Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, avvenne la cosiddetta "strage dei Romanov".
All'inizio del Ventesimo secolo la Russia aveva una composizione sociale molto diversa da quella dei paesi industrializzati in Europa. La popolazione agricola costituiva la grande massa umana, almeno tre quarti del totale, ed appariva del tutto lontana dal godere di qualunque forma di benessere. La povertà era dilagante e i contadini vivevano nella frustrazione di non poter acquistare i terreni che lavoravano poiché i prezzi erano in continua ascesa.
Inoltre il fisco imponeva loro di pagare imposte mediamente dieci volte più alte dei membri della nobiltà. Il sistema di produzione era arcaico e non erano previsti incentivi statali per migliorarlo. Nella società contadina il germe dell'insoddisfazione e della acuta sfiducia verso il governo aveva attecchito profondamente.
Oltre ai contadini, si era formato un consistente proletariato industriale in seguito all'industrializzazione degli ultimi decenni del XIX secolo, il quale, distaccatosi dai piccoli villaggi, ora affollava le periferie delle grandi città. Le condizioni di lavoro e di vita nelle periferie erano massacranti, all'interno delle fabbriche gli operai subivano spesso soprusi, erano sfruttati e malpagati. Proprio da questi presupposti i proletari incominciarono ad organizzarsi in sindacati, dichiarati illegali e fortemente ostacolati dal governo di Nicola II, e diedero vita ai primi scioperi, il più importante dei quali culminò nella rivoluzione del 1905 e nella formazione del primo Soviet di Pietroburgo.
C'era anche una classe media che tuttavia era molto debole sia per consistenza numerica sia per peso politico. La borghesia industriale e commerciale aveva scarsissima autorevolezza, mentre invece tra i professionisti, grazie all'ottenuto riconoscimento di alcuni diritti politici, c'era un gran fermento liberale.
Naturalmente l'unico gruppo i cui interessi erano largamente favoriti dal governo, era l'aristocrazia, che costituiva la percentuale più bassa della popolazione dell'impero zarista.
Nicola II si mostrò incapace di analizzare e fronteggiare i bisogni della collettività e guardava con orrore verso ogni sovvertimento dell'assetto statale. Era stato educato al più totale rispetto della disciplina e dell'ordine, della integrità fisica e morale. Questa formazione, unita al carattere sommesso e mansueto di Nicola, aveva generato una personalità del tutto inadatta al governo della Russia in quella fase storica.
Per dirla con Steinberg, la Russia all'alba del XX secolo non conosceva parola che avesse maggior valenza magica di "rivoluzione". I russi sentivano di aver bisogno di un'inversione radicale dello status quo ed erano ormai già sulla strada del cambiamento. Nicola era sordo a questi richiami. Dedicava il suo tempo alla cura del corpo, all'esercizio fisico, trascorreva le sue giornate con la famiglia, trascurando gli affari di stato se non per occuparsi delle parate militari che tanto gli erano care e che lo proiettavano in quel mondo in cui era cresciuto, dove si sentiva al sicuro, oppure di lanciarsi in disastrose campagne belliche, come la guerra contro il Giappone. Ambiva a vivere una vita tranquilla e armoniosa in famiglia, lontano dalla mondanità alla quale era costretto.
Alla fatale debolezza del sovrano si aggiungeva l'influenza che la moglie esercitava su di lui. La zarina aveva una mentalità bigotta e retrograda che poggiava su un carattere irritabile, pessimista e tendente alla depressione.
Si prodigava in opere filantropiche, spesso si recava negli ospedali per curare i malati ed infatti molte fotografie la ritraggono con la divisa da infermiera, ma tale fervore caritatevole deve essere attribuito ad uno sfrenato fanatismo religioso e reazionario. Con queste premesse la zarina, che possedeva un temperamento più autoritario del marito, impose la sua linea conduttrice al governo, sostituendosi spesso al consorte in ciò che considerava a tutti gli effetti una missione: la guida della Russia.
Un'esaltazione mistica che spesso sfiorò il delirio, considerando che Alessandra Fëdorovna aveva eletto a consigliere privilegiato, una figura assurda come Rasputin.
Il monaco Grigorj Rasputin, ambiguo personaggio proveniente da un piccolo villaggio, esercitava un carisma oscuro, personale e politico, su Alessandra che vi si era affidata inizialmente per le cure del giovane zarevic. Lo zarevic Aleksej, ultimo figlio dello Zar e unico maschio, concepito dopo quattro figlie femmine e lunghe attese per poter assicurare un erede, era affetto da emofilia, una malattia del sangue che gli procurava dolorose emorragie interne in seguito ad urti o cadute anche di scarsa entità. La preoccupazione dei genitori e delle sorelle verso questo bambino così fragile, aveva reso la famiglia esposta agli influssi di Rasputin che li confortava e li sollevava, dandogli false speranze di guarigione ed esortandoli a confidare in lui. Inoltre spronava Alessandra a mantenere posizioni politiche anacronistiche, e ciò accentuò ulteriormente la frattura tra i Romanov e i loro sudditi, tra i valori di corte e la necessità di un ragionevole cambiamento.
Chiaramente i vantaggi che Rasputin ne traeva erano notevoli e i privilegi di cui godeva a corte erano guardati con invidia dalla maggioranza dell'entourage imperiale. Fu così che nel dicembre del 1916 venne ordito un complotto ai suoi danni che si concluse con la sua uccisione.
Agli inizi del 1917 comunque gli animi russi erano ormai esacerbati. La partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale aveva generato un'insanabile frattura tra l'autorità e la gente; la guerra stava stremando il popolo e aveva provocato la perdita di almeno 1.650.000 uomini. Il proletariato acquistò coscienza di sé aprendosi alla solidarietà di classe e organizzò un movimento rivoluzionario fondato sui dogmi del socialismo.
Con tali premesse la rivoluzione scoppiò l'8 marzo del 1917 a Pietrogrado, si formò un governo provvisorio che vedeva L'vov presidente del consiglio dei ministri e Kerenskij ministro della giustizia. Nicola tentò in un primo momento di agire con la repressione ma la rivoluzione si era già diffusa in Russia, cosicché decise di abdicare in favore del fratello Mikhail, il quale il giorno seguente, il 16 marzo, rinunciò al trono ponendo fine al dominio dei Romanov in Russia dopo oltre trecento anni. Nicola II e la sua famiglia furono fatti prigionieri del Soviet e trascorsero i mesi successivi in residenze coatte site in diverse città della Russia, alle quali venivano di volta in volta trasferiti, tuttavia sempre in modo relativamente confortevole.
Il governo bolscevico dovette però affrontare un crescente malcontento popolare, dovuto principalmente al fatto che le speranze di un cambiamento sociale si andavano via via affievolendo, una volta che appariva sempre più evidente che in fin dei conti si era sostituita una tirannia con un'altra. Le spinte reazionarie e di ripristino della monarchia stavano crescendo, e fu dunque deciso che lo Zar e il suo entourage andava eliminato.
Jakov Michajlovič Jurovskij fu incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell'esecuzione e del successivo occultamento dell'eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l'avevano seguita, in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della Casa a destinazione speciale, ossia della Casa Ipatiev, ove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia, e nelle loro ultime settimane di vita gestì i ritmi della casa.
A mezzanotte, Jurovskij svegliò i Romanov e ordinò loro di prepararsi per una partenza; spiegò che, in concomitanza dell'arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa, e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz'ora più tardi Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, il medico dott. Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej, e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e Jurovskij li invitò ad entrare nella stanza del pianterreno.
Lì, mentre i prigionieri lo guardavano ansiosamente, Jurovskij lesse la loro condanna a morte: «Considerato il fatto che i vostri parenti continuano l'offensiva contro la Russia Sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarvi ». Si iniziò a sparare. Dopo venti minuti di fuoco incessante alcune delle vittime erano ancora assurdamente vive. Le guardie erano sgomente, non riuscivano ad uccidere Aleksej che strisciava sul pavimento insanguinato, tre granduchesse si muovevano percettibilmente, i soldati le trafissero con le baionette ma non riuscivano a farle morire. Più tardi si scoprirà che i loro corsetti erano imbottiti di pietre preziose che le ragazze vi avevano cucito all'interno per non farsele sottrarre dalle guardie. Dunque le pallottole incontravano resistenza nel trapassare i corpi. Tutto il plotone di esecuzione aveva assistito incredulo alla inaspettata difficoltà nell'uccidere persone inermi. Gli uomini erano in uno stato confusionale. Le circostanze apparivano misteriosissime, inverosimili, pregne di infausti presagi e le guardie erano sconvolte. La portata emotiva dell'eccidio li aveva davvero colpiti.
Solo alle tre del mattino, assicuratisi della morte di tutti i prigionieri, gli uomini deposero i cadaveri su un furgone Fiat e partirono alla volta della foresta dei Koptjaki a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Costretto ad agire in fretta e senza ordini precisi, Jurovskij pensò di disfarsi dei corpi gettandoli nella vecchia miniera ma prima li cosparse di acido solforico per renderli irriconoscibili e per evitare le esalazioni delle salme. Poi, una volta sepolti i cadaveri, gli uomini di Jurovskij fecero esplodere qualche granata per colmare la buca che fu infine ricoperta di travi e fango. I cadaveri vennero danneggiati al punto di compromettere ogni futura analisi per la loro identificazione.
Tuttavia la morte dei Romanov, anche se portata a termine con la massima segretezza, aveva generato voci che si stavano diffondendo a Ekaterinburg e che tormentavano Jurovskij; ecco perché fu stabilito di cambiare il luogo della sepoltura e di dar fuoco a due dei cadaveri. Ma perché mai Jurovskij ordinò di bruciare quei corpi? Un fitto mistero avvolge i fatti di quella notte e molte domande rimangono insolute. Una di queste è direttamente collegata ad un'avvincente caso che ebbe luogo in Europa qualche tempo dopo. Accadde che il 17 febbraio del 1920, diciannove mesi dopo il massacro di Ekaterinburg, una giovane donna saltò da un ponte, nel canale di Landwehr a Berlino. Salvata miracolosamente e portata in ospedale, la Fräulein Unbekannt, la signorina sconosciuta, dichiarò di essere la Granduchessa Anastasia Romanov.
La storia di questa donna, che successivamente prese il nome di Anna Anderson, ritrae uno degli episodi più seducenti del mistero legato ai Romanov e ha lasciato il mondo sospeso nel dubbio. Solo molti anni dopo, attraverso la comparazione del suo DNA con quello del Granduca di Edimburgo, discendente dei Romanov da parte di madre, si accertò che Anna Anderson non apparteneva alla famiglia uccisa a Ekaterinburg.
Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, a Ekaterinburg, avvenne la cosiddetta "strage dei Romanov".
All'inizio del Ventesimo secolo la Russia aveva una composizione sociale molto diversa da quella dei paesi industrializzati in Europa. La popolazione agricola costituiva la grande massa umana, almeno tre quarti del totale, ed appariva del tutto lontana dal godere di qualunque forma di benessere. La povertà era dilagante e i contadini vivevano nella frustrazione di non poter acquistare i terreni che lavoravano poiché i prezzi erano in continua ascesa.
Inoltre il fisco imponeva loro di pagare imposte mediamente dieci volte più alte dei membri della nobiltà. Il sistema di produzione era arcaico e non erano previsti incentivi statali per migliorarlo. Nella società contadina il germe dell'insoddisfazione e della acuta sfiducia verso il governo aveva attecchito profondamente.
Oltre ai contadini, si era formato un consistente proletariato industriale in seguito all'industrializzazione degli ultimi decenni del XIX secolo, il quale, distaccatosi dai piccoli villaggi, ora affollava le periferie delle grandi città. Le condizioni di lavoro e di vita nelle periferie erano massacranti, all'interno delle fabbriche gli operai subivano spesso soprusi, erano sfruttati e malpagati. Proprio da questi presupposti i proletari incominciarono ad organizzarsi in sindacati, dichiarati illegali e fortemente ostacolati dal governo di Nicola II, e diedero vita ai primi scioperi, il più importante dei quali culminò nella rivoluzione del 1905 e nella formazione del primo Soviet di Pietroburgo.
C'era anche una classe media che tuttavia era molto debole sia per consistenza numerica sia per peso politico. La borghesia industriale e commerciale aveva scarsissima autorevolezza, mentre invece tra i professionisti, grazie all'ottenuto riconoscimento di alcuni diritti politici, c'era un gran fermento liberale.
Naturalmente l'unico gruppo i cui interessi erano largamente favoriti dal governo, era l'aristocrazia, che costituiva la percentuale più bassa della popolazione dell'impero zarista.
Nicola II si mostrò incapace di analizzare e fronteggiare i bisogni della collettività e guardava con orrore verso ogni sovvertimento dell'assetto statale. Era stato educato al più totale rispetto della disciplina e dell'ordine, della integrità fisica e morale. Questa formazione, unita al carattere sommesso e mansueto di Nicola, aveva generato una personalità del tutto inadatta al governo della Russia in quella fase storica.
Per dirla con Steinberg, la Russia all'alba del XX secolo non conosceva parola che avesse maggior valenza magica di "rivoluzione". I russi sentivano di aver bisogno di un'inversione radicale dello status quo ed erano ormai già sulla strada del cambiamento. Nicola era sordo a questi richiami. Dedicava il suo tempo alla cura del corpo, all'esercizio fisico, trascorreva le sue giornate con la famiglia, trascurando gli affari di stato se non per occuparsi delle parate militari che tanto gli erano care e che lo proiettavano in quel mondo in cui era cresciuto, dove si sentiva al sicuro, oppure di lanciarsi in disastrose campagne belliche, come la guerra contro il Giappone. Ambiva a vivere una vita tranquilla e armoniosa in famiglia, lontano dalla mondanità alla quale era costretto.
Alla fatale debolezza del sovrano si aggiungeva l'influenza che la moglie esercitava su di lui. La zarina aveva una mentalità bigotta e retrograda che poggiava su un carattere irritabile, pessimista e tendente alla depressione.
Si prodigava in opere filantropiche, spesso si recava negli ospedali per curare i malati ed infatti molte fotografie la ritraggono con la divisa da infermiera, ma tale fervore caritatevole deve essere attribuito ad uno sfrenato fanatismo religioso e reazionario. Con queste premesse la zarina, che possedeva un temperamento più autoritario del marito, impose la sua linea conduttrice al governo, sostituendosi spesso al consorte in ciò che considerava a tutti gli effetti una missione: la guida della Russia.
Un'esaltazione mistica che spesso sfiorò il delirio, considerando che Alessandra Fëdorovna aveva eletto a consigliere privilegiato, una figura assurda come Rasputin.
Il monaco Grigorj Rasputin, ambiguo personaggio proveniente da un piccolo villaggio, esercitava un carisma oscuro, personale e politico, su Alessandra che vi si era affidata inizialmente per le cure del giovane zarevic. Lo zarevic Aleksej, ultimo figlio dello Zar e unico maschio, concepito dopo quattro figlie femmine e lunghe attese per poter assicurare un erede, era affetto da emofilia, una malattia del sangue che gli procurava dolorose emorragie interne in seguito ad urti o cadute anche di scarsa entità. La preoccupazione dei genitori e delle sorelle verso questo bambino così fragile, aveva reso la famiglia esposta agli influssi di Rasputin che li confortava e li sollevava, dandogli false speranze di guarigione ed esortandoli a confidare in lui. Inoltre spronava Alessandra a mantenere posizioni politiche anacronistiche, e ciò accentuò ulteriormente la frattura tra i Romanov e i loro sudditi, tra i valori di corte e la necessità di un ragionevole cambiamento.
Chiaramente i vantaggi che Rasputin ne traeva erano notevoli e i privilegi di cui godeva a corte erano guardati con invidia dalla maggioranza dell'entourage imperiale. Fu così che nel dicembre del 1916 venne ordito un complotto ai suoi danni che si concluse con la sua uccisione.
Agli inizi del 1917 comunque gli animi russi erano ormai esacerbati. La partecipazione della Russia alla prima guerra mondiale aveva generato un'insanabile frattura tra l'autorità e la gente; la guerra stava stremando il popolo e aveva provocato la perdita di almeno 1.650.000 uomini. Il proletariato acquistò coscienza di sé aprendosi alla solidarietà di classe e organizzò un movimento rivoluzionario fondato sui dogmi del socialismo.
Con tali premesse la rivoluzione scoppiò l'8 marzo del 1917 a Pietrogrado, si formò un governo provvisorio che vedeva L'vov presidente del consiglio dei ministri e Kerenskij ministro della giustizia. Nicola tentò in un primo momento di agire con la repressione ma la rivoluzione si era già diffusa in Russia, cosicché decise di abdicare in favore del fratello Mikhail, il quale il giorno seguente, il 16 marzo, rinunciò al trono ponendo fine al dominio dei Romanov in Russia dopo oltre trecento anni. Nicola II e la sua famiglia furono fatti prigionieri del Soviet e trascorsero i mesi successivi in residenze coatte site in diverse città della Russia, alle quali venivano di volta in volta trasferiti, tuttavia sempre in modo relativamente confortevole.
Il governo bolscevico dovette però affrontare un crescente malcontento popolare, dovuto principalmente al fatto che le speranze di un cambiamento sociale si andavano via via affievolendo, una volta che appariva sempre più evidente che in fin dei conti si era sostituita una tirannia con un'altra. Le spinte reazionarie e di ripristino della monarchia stavano crescendo, e fu dunque deciso che lo Zar e il suo entourage andava eliminato.
Jakov Michajlovič Jurovskij fu incaricato di occuparsi personalmente della preparazione, dell'esecuzione e del successivo occultamento dell'eccidio della famiglia imperiale e delle persone che l'avevano seguita, in totale sarebbero morte 11 persone. Venne nominato comandante della Casa a destinazione speciale, ossia della Casa Ipatiev, ove erano detenuti lo zar deposto Nicola II e tutta la sua famiglia, e nelle loro ultime settimane di vita gestì i ritmi della casa.
A mezzanotte, Jurovskij svegliò i Romanov e ordinò loro di prepararsi per una partenza; spiegò che, in concomitanza dell'arrivo imminente dei bianchi in città era scoppiata una sommossa, e che sarebbe stato più sicuro trasferirli altrove. Mezz'ora più tardi Nicola II, la moglie Aleksandra Fëdorovna, il medico dott. Botkin, l'inserviente Trupp, il cuoco Charitonov, poi i cinque figli, Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija, Aleksej, e la dama di compagnia Anna Demidova scesero le scale e Jurovskij li invitò ad entrare nella stanza del pianterreno.
Lì, mentre i prigionieri lo guardavano ansiosamente, Jurovskij lesse la loro condanna a morte: «Considerato il fatto che i vostri parenti continuano l'offensiva contro la Russia Sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarvi ». Si iniziò a sparare. Dopo venti minuti di fuoco incessante alcune delle vittime erano ancora assurdamente vive. Le guardie erano sgomente, non riuscivano ad uccidere Aleksej che strisciava sul pavimento insanguinato, tre granduchesse si muovevano percettibilmente, i soldati le trafissero con le baionette ma non riuscivano a farle morire. Più tardi si scoprirà che i loro corsetti erano imbottiti di pietre preziose che le ragazze vi avevano cucito all'interno per non farsele sottrarre dalle guardie. Dunque le pallottole incontravano resistenza nel trapassare i corpi. Tutto il plotone di esecuzione aveva assistito incredulo alla inaspettata difficoltà nell'uccidere persone inermi. Gli uomini erano in uno stato confusionale. Le circostanze apparivano misteriosissime, inverosimili, pregne di infausti presagi e le guardie erano sconvolte. La portata emotiva dell'eccidio li aveva davvero colpiti.
Solo alle tre del mattino, assicuratisi della morte di tutti i prigionieri, gli uomini deposero i cadaveri su un furgone Fiat e partirono alla volta della foresta dei Koptjaki a circa venti chilometri da Ekaterinburg. Costretto ad agire in fretta e senza ordini precisi, Jurovskij pensò di disfarsi dei corpi gettandoli nella vecchia miniera ma prima li cosparse di acido solforico per renderli irriconoscibili e per evitare le esalazioni delle salme. Poi, una volta sepolti i cadaveri, gli uomini di Jurovskij fecero esplodere qualche granata per colmare la buca che fu infine ricoperta di travi e fango. I cadaveri vennero danneggiati al punto di compromettere ogni futura analisi per la loro identificazione.
Tuttavia la morte dei Romanov, anche se portata a termine con la massima segretezza, aveva generato voci che si stavano diffondendo a Ekaterinburg e che tormentavano Jurovskij; ecco perché fu stabilito di cambiare il luogo della sepoltura e di dar fuoco a due dei cadaveri. Ma perché mai Jurovskij ordinò di bruciare quei corpi? Un fitto mistero avvolge i fatti di quella notte e molte domande rimangono insolute. Una di queste è direttamente collegata ad un'avvincente caso che ebbe luogo in Europa qualche tempo dopo. Accadde che il 17 febbraio del 1920, diciannove mesi dopo il massacro di Ekaterinburg, una giovane donna saltò da un ponte, nel canale di Landwehr a Berlino. Salvata miracolosamente e portata in ospedale, la Fräulein Unbekannt, la signorina sconosciuta, dichiarò di essere la Granduchessa Anastasia Romanov.
La storia di questa donna, che successivamente prese il nome di Anna Anderson, ritrae uno degli episodi più seducenti del mistero legato ai Romanov e ha lasciato il mondo sospeso nel dubbio. Solo molti anni dopo, attraverso la comparazione del suo DNA con quello del Granduca di Edimburgo, discendente dei Romanov da parte di madre, si accertò che Anna Anderson non apparteneva alla famiglia uccisa a Ekaterinburg.
giovedì 16 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 16 luglio.
Il 16 luglio 1951 viene pubblicato "Il giovane Holden", di J. D. Salinger.
Il giovane Holden tratta la storia di un ragazzo sedicenne molto sensibile e irrequieto descritto dall’autore soprattutto nei suoi stati d’animo e nei suoi sentimenti, tralasciando in parte il suo aspetto fisico solamente accennato. È un ragazzo poco robusto, abbastanza alto, con capelli corti ed in certi punti addirittura bianchi, ed è piuttosto debole per via della sua magrezza.
Ha un carattere molto complicato: è bugiardo, insofferente alle ipocrisie, ribelle e anticonformista e afferma più volte di essere un codardo e di non sopportare gli snob e i ricconi.
È figlio di una benestante famiglia di New York. Frequenta con scarsi risultati un college in Pennsylvania al quale i suoi genitori lo hanno iscritto dopo alcuni insuccessi maturati in altre scuole del paese, infatti lui non ama studiare. Ha il vizio di fumare, di bere ed è comunque un ragazzo come tanti altri che attraversa il periodo dell’adolescenza.
Tutti sono preoccupati della sua situazione ma lui sembra non pensarci affatto; ama molto leggere i libri e stare in compagnia di determinati amici che cambiano a seconda del suo stato d’animo. La persona con cui sta più volentieri è la sorella.
Un’altra cosa che fa volentieri è viaggiare in treno, preferibilmente di notte. Si diverte a fare lo "scemo" affermando di farlo per non annoiarsi.
Questo racconto dimostra come l'adolescenza sia un periodo difficile per ogni giovane che chiede attenzione, comprensione e lealtà soprattutto dalla famiglia; solidarietà, il bisogno di sentirsi qualcuno al proprio fianco e di cui fidarsi (il protagonista riesce in questo con la giovane sorella) e il desiderio di libertà.
Holden è molto attaccato alla sua famiglia, soprattutto al fratello maggiore che è uno sceneggiatore di successo a Hollywood, alla sorella di nome Phoebe, che lui consulta molto spesso nei momenti più difficili, e infine a un fratello più piccolo, di pochi anni, venuto a mancare per leucemia.
I fatti si sviluppano nell'arco di un solo week-end, iniziando il sabato prima della vigilia di Natale.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale Holden viene espulso dal college per scarso rendimento e decide di abbandonare anzitempo l’istituto che frequenta. All'insaputa degli insegnanti e degli stessi genitori, che ignorano ancora il provvedimento disciplinare al quale è stato sottoposto, Holden si reca nella sua città con l’intento di trascorrere cinque giorni in assoluta autonomia e indipendenza. In questi giorni avrà nuove e molte esperienze, tra cui un incontro con una prostituta e una sua vecchia amica. In questi giorni passerà la notte in una camera a buon mercato di uno scadente albergo del centro. Inizia a nascere in lui il desiderio di abbandonare tutto e andare a vivere a ovest e ricominciare una nuova vita spensierata e senza preoccupazioni. Il tutto si concluderà il lunedì mattina successivo quando il ragazzo si reca allo zoo con sua sorella. Sarà proprio il richiamo affettivo rappresentato dalla fidata sorella che porterà il nostro giovane protagonista ad accettare di sottoporsi a un breve periodo di cura in una struttura psichiatrica.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. È più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai pluridecennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all'edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all'opera. É terribile».
«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. È, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettante parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell'ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall'arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt'a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall'altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all'altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Salinger è un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all'invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.
Il 16 luglio 1951 viene pubblicato "Il giovane Holden", di J. D. Salinger.
Il giovane Holden tratta la storia di un ragazzo sedicenne molto sensibile e irrequieto descritto dall’autore soprattutto nei suoi stati d’animo e nei suoi sentimenti, tralasciando in parte il suo aspetto fisico solamente accennato. È un ragazzo poco robusto, abbastanza alto, con capelli corti ed in certi punti addirittura bianchi, ed è piuttosto debole per via della sua magrezza.
Ha un carattere molto complicato: è bugiardo, insofferente alle ipocrisie, ribelle e anticonformista e afferma più volte di essere un codardo e di non sopportare gli snob e i ricconi.
È figlio di una benestante famiglia di New York. Frequenta con scarsi risultati un college in Pennsylvania al quale i suoi genitori lo hanno iscritto dopo alcuni insuccessi maturati in altre scuole del paese, infatti lui non ama studiare. Ha il vizio di fumare, di bere ed è comunque un ragazzo come tanti altri che attraversa il periodo dell’adolescenza.
Tutti sono preoccupati della sua situazione ma lui sembra non pensarci affatto; ama molto leggere i libri e stare in compagnia di determinati amici che cambiano a seconda del suo stato d’animo. La persona con cui sta più volentieri è la sorella.
Un’altra cosa che fa volentieri è viaggiare in treno, preferibilmente di notte. Si diverte a fare lo "scemo" affermando di farlo per non annoiarsi.
Questo racconto dimostra come l'adolescenza sia un periodo difficile per ogni giovane che chiede attenzione, comprensione e lealtà soprattutto dalla famiglia; solidarietà, il bisogno di sentirsi qualcuno al proprio fianco e di cui fidarsi (il protagonista riesce in questo con la giovane sorella) e il desiderio di libertà.
Holden è molto attaccato alla sua famiglia, soprattutto al fratello maggiore che è uno sceneggiatore di successo a Hollywood, alla sorella di nome Phoebe, che lui consulta molto spesso nei momenti più difficili, e infine a un fratello più piccolo, di pochi anni, venuto a mancare per leucemia.
I fatti si sviluppano nell'arco di un solo week-end, iniziando il sabato prima della vigilia di Natale.
All'approssimarsi delle vacanze di Natale Holden viene espulso dal college per scarso rendimento e decide di abbandonare anzitempo l’istituto che frequenta. All'insaputa degli insegnanti e degli stessi genitori, che ignorano ancora il provvedimento disciplinare al quale è stato sottoposto, Holden si reca nella sua città con l’intento di trascorrere cinque giorni in assoluta autonomia e indipendenza. In questi giorni avrà nuove e molte esperienze, tra cui un incontro con una prostituta e una sua vecchia amica. In questi giorni passerà la notte in una camera a buon mercato di uno scadente albergo del centro. Inizia a nascere in lui il desiderio di abbandonare tutto e andare a vivere a ovest e ricominciare una nuova vita spensierata e senza preoccupazioni. Il tutto si concluderà il lunedì mattina successivo quando il ragazzo si reca allo zoo con sua sorella. Sarà proprio il richiamo affettivo rappresentato dalla fidata sorella che porterà il nostro giovane protagonista ad accettare di sottoporsi a un breve periodo di cura in una struttura psichiatrica.
Fra tutti i candidi e torbidi personaggi in cui si è incarnato il mito dell’adolescente, abisso di nequizia e di aromatica innocenza, Holden è, insieme, il più esposto e il più scaltro, il più ingenuo e il più cosciente. È più che un protagonista : è una figura collettiva – come ci avverte lo straordinario successo, ormai pluridecennale, di questo libro senza trama, senza amore, senza sesso, senza imprevisti – è un mito. Il personaggio che vive un mito – sia esso Odisseo, o questo loquace Telemaco – deve acconciarsi ad una dura, rigorosa disciplina: non gli sono consentite passioni private e arbitrarie, né potrà trattare se stesso come contingente; le sue prove di esperienza avranno la grazia e la tristezza della spersonalizzazione. Holden non si sottrae a questa legge. La sua solitudine – confermata dai suoi inetti conati di dialogo – ha la qualità del destino. Consapevole di ciò, il ragazzo non se ne lamenta, non si compiange. Di molte cose Holden è consapevole: in primo luogo, di sé medesimo. Non si ama, né si ammira: anzi convive con un certo fastidio, una irritazione senza eroismo.
«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra. È spaventoso. Perfino se vado all'edicola a comprare un giornale, e qualcuno mi domanda cosa faccio, come niente dico che sto andando all'opera. É terribile».
«Io quando comincio a dire bugie posso andare avanti per ore, se mi sento in vena. Senza scherzi. Ore».
«Ma io sono pazzo. Giuro su Dio che sono pazzo. A metà strada cominciai a far finta che avevo una pallottola nel ventre. Il vecchio Maurice mi aveva impiombato…»
Holden si conosce assai bene: ma non per analisi di sé; ma perché si è inventato, si è fabbricato. È, alla lettera, un personaggio: la vitalità dei suoi gesti, delle sue parole si alimenta di altro, che gli preesiste e gli sottostà. Holden è una maschera, una recitazione, una tecnica protettiva: ma la tecnica è inadeguata, la maschera per fessure e discontinuità mostra sotto la dura fibra la giovane epidermide; e il fascino del libro è appunto in questa commistione di vero e falso, in questa costante ambiguità e duplicità di sensi. Si veda in primo luogo questo delizioso impasto di gergo, ammiccamenti, clichés: il linguaggio di un liceale, con la sua pretestuosa audacia, colmo di interiezioni variamente empie e indecenti, ma in realtà innocente e inetto. Sonovabitch, crap, moron, ass, phony, lousy, e altrettante parole «che non si debbono dire» sono gesti apotropaici, scongiuri intelligibili ed efficaci nell'ambito di un rituale collettivo; ma ecco la patetica contraddizione: il gergo collettivo di Holden è parlato da lui solo; l’adozione di un gergo evoca l’immagine di una collettività; ma questa non va oltre un’esistenza puramente allucinatoria; e quel gergo diventa il segno di una solitudine perfetta. Come i matti, Holden «parla da solo».
A codesta recitazione, Holden è costretto dalla necessità di proteggersi, non tanto dagli altri, quanto da se stesso; lo minaccia infatti una rovinosa discontinuità psicologica, anzi la sua vita si svolge in condizione di morte imminente. In qualunque istante potrebbe dissolversi; e codesta labilità egli cerca di contrastare col discorso eccitato, l’angoscioso cerimoniale dei gesti impersonali.
Tema che ricorre in altri racconti di Salinger, v’è nel Giovane Holden un fratello morto; e con questa forma di divinità privata, non ricordabile, non nota ad altri, Holden ha continui dialoghi, e gli offre le sole preghiere esplicite di un libro che costantemente allude umiltà dell’invocazione. Ormai prossimo al crollo finale, Holden è colto con atroce chiarezza dal senso della propria inconsistenza, dall'arbitrarietà assoluta tanto della continuità che della sparizione.
«… continuai a camminare per la Quinta Avenue… Poi, tutt'a un tratto, cominciò a succedere una cosa dell’altro mondo. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato e scendevo da quel maledetto marciapiede, avevo la sensazione che non sarei mai arrivato dall'altra parte della strada. Mi pareva che avrei continuato ad andare giù, giù, giù, e che nessuno mi avrebbe più rivisto. Ragazzi, mi venne un accidente. Non potete nemmeno immaginarvelo. Cominciai a sudare come dio sa che – tutta la camicia e la biancheria, tutto ! Poi cominciai a fare un’altra cosa. Ogni volta che arrivavo alla fine di un isolato, facevo finta di parlare con mio fratello Allie. ‘Allie – gli dicevo – non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Allie, non farmi scomparire. Per piacere, Allie’. E poi, quando raggiungevo l’altro marciapiede senza essere scomparso, gli dicevo ‘grazie’. E poi tutto daccapo non appena arrivavo all'altra cantonata. Ma io continuavo a camminare eccetera eccetera».
Non sappiamo quanto sarà efficace questa minima divinità: sappiamo che Holden, egli stesso appena diversificato dal fantasma, ne trae alimento per quel gesto vitale, il rifiuto, il «no», che contrappone al mondo dell’esistenza certa e ottusa. Altra squisita ambiguità del libro: Holden ricorre ad un linguaggio, a modi collettivi per esorcizzare valori collettivi. Tiene a bada il mondo degli adulti, rozzo e fatuo: vero mondo di adolescenza ideologica e sentimentale, proterva e senza pateticità, saldamente ancorata al mediocre cerimoniale di una convenzione noiosa e senza stile; non per caso praticamente l’unico intervento della madre di Holden è il monito a Phoebe, la figlia minore, che non dica una certa parola, perché papà «non vuole». In codesta condizione, le menzogne fantasiose e innecessarie, le recitazioni, la codardia, sono verità, autenticità, eroismo.
Salinger è un «mistificatore tragico»: in questo romanzo, e soprattutto in certi racconti, come lo straordinario Zooey, l’obiettivo di Salinger potrebbe essere descritto all’incirca in questo modo: costruire una tragedia autentica utilizzando esclusivamente ciarpame. Il linguaggio di Holden è ciarpame, e solo perchè tale può essere estremamente individuale; solo perché stereotipato, è idoneo ad accogliere l’ambigua e instabile ricchezza delle cose vive.
Per estremo, conclusivo paradosso, il discontinuo, l’adolescente Holden è pietra di paragone, unità di misura degli adulti, del mondo della storia. A questa, come a tutta la realtà sociale, Holden è estraneo: in qualche modo la precede, ad essa è irriducibile; è dumb, come dice di sé, è lo sciocco, lo stultus, e forse su di lui si rintracciano i segni – le stimmate – del fool, del matto shakespeariano. Salinger ama queste figure costrette ad una perenne, simbolica attesa di destino: ragazzi, bambini, pazzi; esseri fragili e sinistri, come la bambina miope di Uncle Wiggily in Connecticut, che dorme accosto alla sponda del letto, per far posto all'invisibile compagno allucinatorio; o l’altra che gioca sulla spiaggia con l’uomo che deve uccidersi. In costoro i tratti umani sono imperfetti, larvali: esseri forse definitivamente aurorali, si alimentano di un continuo, inconsapevole, fiducioso rapporto con la morte: e ad ogni istante noi ci attendiamo di vederli scomparire definitivamente.
mercoledì 15 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 luglio.
Il 15 luglio 1799, nei pressi della città di Rosetta (l'attuale Rashid), il capitano francese Pierre-François Bouchard, dell'esercito di Napoleone, rinveniva una lastra in basalto parzialmente rovinata con delle incisioni antiche.
Se oggi siamo in grado di leggere i geroglifici è grazie a questa stele nera.
Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. Fra gli oggetti raccolti durante la spedizione napoleonica c’era questo blocco di basalto su cui era incisa una dedica al faraone Tolomeo V Epifore in tre differenti caratteri: geroglifica, la prima scrittura usata in Egitto, demotica e in lingua greca, parlata dalla dinastia regnante, e che ebbe grande importanza per interpretare la scrittura egiziana.
Poiché la pietra fu ritrovata presso la città di Rosetta, sul Nilo, venne chiamata Stele di Rosetta.
Le due grandi personalità che si impegnarono nel lavoro di decifrazione della stela furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista francese Jean-Francois Champollion.
Nel 1819 Young era più avanti rispetto al suo rivale francese, aveva infatti già decifrato il testo demotico, identificando i simboli per Cleopatra e Tolomeo.
Qualche anno dopo, nel 1822, tramite accurati confronti con altri testi, Champollion (vero genio linguistico che cominciò lo studio delle lingue orientali ad undici anni, conoscendo già quelle europee diventando professore a diciannove), fu in grado di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio, il copto, e capì di essere di fronte a più tipi di geroglifici con diverse funzioni: scoprì la base del sistema di scrittura geroglifica.
Nella sua riuscita fu determinante una scoperta successiva avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae due piccoli obelischi: una seconda stele con un doppio testo geroglifico e greco, e una con il nome di un altro faraone, Tolomeo (Evergete II), con la consorte Cleopatra III . Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici insieme a due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion mise in ordine le lettere del nome di Tolomeo, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettera del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato.
Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola. Dedusse che essi non erano ne pittogrammi ne ideogrammi, in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti, ma all’interno di un identico testo potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. In seguito Champollion trascrisse un alfabeto che pubblicò nel suo libro "Le Lettre à M. Dacier" ponendo così le basi per la nascita della scienza dell’egittologia moderna.
La Stele di Rosetta, di cui una copia fedele si trova murata nella grande sala del pianterreno del Museo Egizio del Cairo, è tuttora in possesso del British Museum di Londra, a dispetto delle reiterate richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane di competenza.
Gli argomenti contro la sua restituzione sono gli stessi di quelli a cui gli Inglesi si affidano per i Marmi di Elgin. “Può dare il suo massimo” nella sua attuale sede, dove è vista in un contesto storico di dimensioni molto ampio. Essendo la punta di diamante della collezione egiziana del British Museum, se fosse riportata al Museo del Cairo, che ha meno della metà del numero dei visitatori del British Museum, sarebbe vista da meno persone.
I geroglifici consistono di tre tipi di caratteri: caratteri fonetici, inclusi quelli di un unico fonema, come un alfabeto, ma anche molti caratteri rappresentanti una o più sillabe; ideogrammi, rappresentanti una parola; determinativi, i quali indicano la categoria semantica della pronuncia di una parola senza specificarne il significato preciso.
La scrittura geroglifica consta di 24 caratteri principali (simboli per un singolo fonema), ai quali si aggiungono molti più segni biconsonantici (simboli per due fonemi combinati). Vi sono anche segni triconsonantici (tre fonemi), anche se sono meno comuni degli altri. In totale la scrittura geroglifica consta di più di 6900 caratteri, compresi raggruppamenti e varianti.
L'orientamento dei segni geroglifici può essere in linea od in colonna. I geroglifici scritti in orizzontale possono essere letti in maniera destrorsa o sinistrorsa secondo l’orientamento delle figure descritte (se sono rivolte a destra la lettura è da destra verso sinistra). Nel caso fossero disposti verticalmente vanno letti dall’alto verso il basso. Anche nel caso di più simboli presenti in una stessa riga e disposti "uno sopra l'altro", vanno letti dall'alto verso il basso
Siccome il sistema di scrittura egizio non trascriveva le vocali, la maggior parte di esse è oggi ignota e la lettura è aiutata dall’aggiunta di una e interconsonantica puramente convenzionale. Per esempio: nfr -> nefer = bello, buono.
Il 15 luglio 1799, nei pressi della città di Rosetta (l'attuale Rashid), il capitano francese Pierre-François Bouchard, dell'esercito di Napoleone, rinveniva una lastra in basalto parzialmente rovinata con delle incisioni antiche.
Se oggi siamo in grado di leggere i geroglifici è grazie a questa stele nera.
Al seguito dell’imperatore viaggiavano scienziati con l’incarico di scoprire e studiare i resti delle antiche civiltà egiziane. Fra gli oggetti raccolti durante la spedizione napoleonica c’era questo blocco di basalto su cui era incisa una dedica al faraone Tolomeo V Epifore in tre differenti caratteri: geroglifica, la prima scrittura usata in Egitto, demotica e in lingua greca, parlata dalla dinastia regnante, e che ebbe grande importanza per interpretare la scrittura egiziana.
Poiché la pietra fu ritrovata presso la città di Rosetta, sul Nilo, venne chiamata Stele di Rosetta.
Le due grandi personalità che si impegnarono nel lavoro di decifrazione della stela furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista francese Jean-Francois Champollion.
Nel 1819 Young era più avanti rispetto al suo rivale francese, aveva infatti già decifrato il testo demotico, identificando i simboli per Cleopatra e Tolomeo.
Qualche anno dopo, nel 1822, tramite accurati confronti con altri testi, Champollion (vero genio linguistico che cominciò lo studio delle lingue orientali ad undici anni, conoscendo già quelle europee diventando professore a diciannove), fu in grado di decifrare i geroglifici basandosi su un’altra lingua utilizzata nel tardo egizio, il copto, e capì di essere di fronte a più tipi di geroglifici con diverse funzioni: scoprì la base del sistema di scrittura geroglifica.
Nella sua riuscita fu determinante una scoperta successiva avvenuta nel 1815, quando furono rinvenuti nell’isola di Philae due piccoli obelischi: una seconda stele con un doppio testo geroglifico e greco, e una con il nome di un altro faraone, Tolomeo (Evergete II), con la consorte Cleopatra III . Lo scienziato, leggendo il testo greco, aveva notato che per otto volte ricorreva un anello ovale chiamato cartiglio, contenente numerosi geroglifici insieme a due segni che non vengono letti: uno determinativo che indica la categoria maschile o femminile cui il nome appartiene e un altro indicante la desinenza dello stesso. Champollion mise in ordine le lettere del nome di Tolomeo, osservando la posizione degli ideogrammi, sotto i corrispondenti segni del cartiglio e potè comprendere ad ogni segno quale lettera del nostro alfabeto corrispondessero. Lo stesso fece per Cleopatra, l’altro nome raffigurato.
Percepì dunque che per ciascun geroglifico non corrispondeva necessariamente una parola. Dedusse che essi non erano ne pittogrammi ne ideogrammi, in quanto non rappresentavano esclusivamente oggetti o concetti, ma all’interno di un identico testo potevano avere sia valore simbolico sia fonetico. In seguito Champollion trascrisse un alfabeto che pubblicò nel suo libro "Le Lettre à M. Dacier" ponendo così le basi per la nascita della scienza dell’egittologia moderna.
La Stele di Rosetta, di cui una copia fedele si trova murata nella grande sala del pianterreno del Museo Egizio del Cairo, è tuttora in possesso del British Museum di Londra, a dispetto delle reiterate richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane di competenza.
Gli argomenti contro la sua restituzione sono gli stessi di quelli a cui gli Inglesi si affidano per i Marmi di Elgin. “Può dare il suo massimo” nella sua attuale sede, dove è vista in un contesto storico di dimensioni molto ampio. Essendo la punta di diamante della collezione egiziana del British Museum, se fosse riportata al Museo del Cairo, che ha meno della metà del numero dei visitatori del British Museum, sarebbe vista da meno persone.
I geroglifici consistono di tre tipi di caratteri: caratteri fonetici, inclusi quelli di un unico fonema, come un alfabeto, ma anche molti caratteri rappresentanti una o più sillabe; ideogrammi, rappresentanti una parola; determinativi, i quali indicano la categoria semantica della pronuncia di una parola senza specificarne il significato preciso.
La scrittura geroglifica consta di 24 caratteri principali (simboli per un singolo fonema), ai quali si aggiungono molti più segni biconsonantici (simboli per due fonemi combinati). Vi sono anche segni triconsonantici (tre fonemi), anche se sono meno comuni degli altri. In totale la scrittura geroglifica consta di più di 6900 caratteri, compresi raggruppamenti e varianti.
L'orientamento dei segni geroglifici può essere in linea od in colonna. I geroglifici scritti in orizzontale possono essere letti in maniera destrorsa o sinistrorsa secondo l’orientamento delle figure descritte (se sono rivolte a destra la lettura è da destra verso sinistra). Nel caso fossero disposti verticalmente vanno letti dall’alto verso il basso. Anche nel caso di più simboli presenti in una stessa riga e disposti "uno sopra l'altro", vanno letti dall'alto verso il basso
Siccome il sistema di scrittura egizio non trascriveva le vocali, la maggior parte di esse è oggi ignota e la lettura è aiutata dall’aggiunta di una e interconsonantica puramente convenzionale. Per esempio: nfr -> nefer = bello, buono.
martedì 14 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1811 Amedeo Avogadro pubblica i suoi studi sul contenuto molecolare dei gas e sulla sua famosa legge: Volumi uguali di gas diversi, a parità di pressione e temperatura, contengono lo stesso numero di molecole; il volume è di circa 22,4 litri, in condizioni normali di pressione e temperatura e il numero di molecole si chiama numero di Avogadro, appunto (circa 6,022 per 10 elevato alla 23) e che corrisponde a una quantità di materia di una mole.
Quando nel 1808 Gay Lussac (1778-1850) enunciò le leggi di combinazione degli elementi allo stato gassoso, Avogadro mise in relazione queste con l’ipotesi atomica di John Dalton (1766-1844) apparsa nel New System of Chemical Philosophy (1808). Indubbiamente gli anni compresi tra il 1800 e il 1811 furono straordinariamente fecondi per la chimica e la scienza in genere. I progressi, in quel periodo, si poterono realizzare grazie anche all’opera del Lavoisier (1743-1794), che negli ultimi anni del settecento aveva perfezionato e completato i suoi studi sulla combinazione degli elementi allo stato solido, sulla combustione e la conservazione della massa nelle reazioni chimiche. Ma la teoria di Dalton degli atomi indivisibili non poteva accordarsi con i risultati di Gay-Lussac. I rapporti semplici dei volumi di combinazione non si spiegavano se si ammetteva che gli elementi gassosi potessero essere solo allo stato atomico. D’altronde, la teoria del chimico inglese aveva trovato in Jons Jacob Berzelius (1779-1848), un tenace sostenitore. In una pubblicazione del 1812, Berzelius, ispirandosi agli studi di A. Volta, affermò che non potevano esistere molecole di elementi gassosi, come l’idrogeno o l’ossigeno o l’azoto in quanto gli atomi si aggregavano seguendo le leggi dell’elettrostatica comportandosi, alcuni da positivi, ed altri da negativi. La tenace opposizione alla teoria atomica del chimico svedese Berzelius, il quale godeva di indiscussa autorità presso la comunità scientifica internazionale, fu la principale causa della “congiura del silenzio” perpetrata ai danni di Amedeo Avogadro. La verifica sperimentale della legge di Avogadro fu ottenuta infatti solo nel 1858 grazie a Cannizzaro, tramite la misura del peso dei gas stessi, per ricavare i rispettivi pesi molecolari. Inoltre nella storia della scienza, “il caso Avogadro” rappresenta un esempio eclatante di come un lavoro scientifico estremamente importante, non sia riconosciuto tale, anzi osteggiato e poi dimenticato per un lungo periodo. Fino al 1901 in Italia nessun libro, o pubblicazione di chimica e di fisica citava la comunicazione scientifica del 1811 del chimico torinese. Questa grave omissione assume un particolare significato negativo per la scienza italiana , se si pensa che la memoria di Avogadro era già stata tradotta in inglese e in francese.
Il 14 luglio 1811 Amedeo Avogadro pubblica i suoi studi sul contenuto molecolare dei gas e sulla sua famosa legge: Volumi uguali di gas diversi, a parità di pressione e temperatura, contengono lo stesso numero di molecole; il volume è di circa 22,4 litri, in condizioni normali di pressione e temperatura e il numero di molecole si chiama numero di Avogadro, appunto (circa 6,022 per 10 elevato alla 23) e che corrisponde a una quantità di materia di una mole.
Quando nel 1808 Gay Lussac (1778-1850) enunciò le leggi di combinazione degli elementi allo stato gassoso, Avogadro mise in relazione queste con l’ipotesi atomica di John Dalton (1766-1844) apparsa nel New System of Chemical Philosophy (1808). Indubbiamente gli anni compresi tra il 1800 e il 1811 furono straordinariamente fecondi per la chimica e la scienza in genere. I progressi, in quel periodo, si poterono realizzare grazie anche all’opera del Lavoisier (1743-1794), che negli ultimi anni del settecento aveva perfezionato e completato i suoi studi sulla combinazione degli elementi allo stato solido, sulla combustione e la conservazione della massa nelle reazioni chimiche. Ma la teoria di Dalton degli atomi indivisibili non poteva accordarsi con i risultati di Gay-Lussac. I rapporti semplici dei volumi di combinazione non si spiegavano se si ammetteva che gli elementi gassosi potessero essere solo allo stato atomico. D’altronde, la teoria del chimico inglese aveva trovato in Jons Jacob Berzelius (1779-1848), un tenace sostenitore. In una pubblicazione del 1812, Berzelius, ispirandosi agli studi di A. Volta, affermò che non potevano esistere molecole di elementi gassosi, come l’idrogeno o l’ossigeno o l’azoto in quanto gli atomi si aggregavano seguendo le leggi dell’elettrostatica comportandosi, alcuni da positivi, ed altri da negativi. La tenace opposizione alla teoria atomica del chimico svedese Berzelius, il quale godeva di indiscussa autorità presso la comunità scientifica internazionale, fu la principale causa della “congiura del silenzio” perpetrata ai danni di Amedeo Avogadro. La verifica sperimentale della legge di Avogadro fu ottenuta infatti solo nel 1858 grazie a Cannizzaro, tramite la misura del peso dei gas stessi, per ricavare i rispettivi pesi molecolari. Inoltre nella storia della scienza, “il caso Avogadro” rappresenta un esempio eclatante di come un lavoro scientifico estremamente importante, non sia riconosciuto tale, anzi osteggiato e poi dimenticato per un lungo periodo. Fino al 1901 in Italia nessun libro, o pubblicazione di chimica e di fisica citava la comunicazione scientifica del 1811 del chimico torinese. Questa grave omissione assume un particolare significato negativo per la scienza italiana , se si pensa che la memoria di Avogadro era già stata tradotta in inglese e in francese.
lunedì 13 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 13 luglio.
Il 13 luglio 1977 alle 20,37 ora locale, a New York City saltano due circuiti di una sottostazione elettrica sul fiume Hudson, deputata a convertire i 345000 volt provenienti da Indian Point in corrente a basso voltaggio per uso commerciale.
Un secondo corto circuito causò la perdita di altre due linee a 345000 volt provenienti dalla centrale nucleare di Indian Point. A causa di queste avarie, altre due linee si sovraccaricarono oltre il consentito. La procedura di emergenza prevedeva che la Con Edison, il fornitore elettrico di NYC e della Westchester County, tentasse di far partire un generatore di emergenza. Questa operazione avvenne alle 20,45; tuttavia, in assenza di personale nella stazione, la procedura remota fallì.
Alle 20,55 un terzo corto circuito tagliò fuori altre due linee, con il ripristino automatico di solo una delle due. A questo punto il sovraccarico per le rimanenti non era più accettabile e la Con Edison fu costretta a ridurre manualmente il carico del generatore presso l'East River.
Alle 21,14, più di 30 minuti dopo l'evento iniziale, Con Edison fu costretta a ridurre la produzione di energia di oltre 1500 MegaWatt, ma nonostante ciò alle 21,19 vi fu un sovraccarico della linea proveniente dal New Jersey.
Alle 21,24 i sistemi automatici di riduzione dei sovraccarichi cominciarono in sequenza a fermare i propri generatori, e alle 21,36 l'intero sistema di produzione e gestione della corrente elettrica di New York City fu spento, e con lui l'intera città.
Era un'estate calda e molto difficile per la Grande Mela. La città stava attraversando un periodo di forte crisi economica e l'amministrazione tagliava le spese. Come se non bastasse, in quei giorni, per le strade di New York si aggirava un terribile serial killer: il famoso David Berkowitz, detto "Sam" che andava in giro a uccidere giovani fanciulle bionde. Quell'estate si chiamò "l'estate di Sam" e, qualche anno fa ne è stato fatto anche un film.
Insomma, quando poco prima delle 10 di sera, la città piombò nel buio, cominciò una vera e propria notte di terrore. La luce tornò dopo molto tempo: in alcune aree addirittura, ci vollero 25 ore.
A Brooklyn, Harlem e nel South Bronx, bande di giovinastri si buttarono nelle strade approfittando dell'oscurità a saccheggiare negozi, rubare automobili, rapinare persone. La polizia effettuò 3.776 arresti, i pompieri dovettero intervenire per spegnere 1.037 incendi, ma ci furono anche 1.700 false chiamate per depistare le forze dell'ordine.
Nello stesso tempo, in altre parti della città, come al Greenwich Village, la gente scese nelle strade dando vita a vere e proprie feste. Si cantò e si ballò tutta la notte a lume di candela e, quando tornò la luce, sembrò quasi spezzarsi un incantesimo e molti ancora ricordano con piacere quella notte.
Alle richieste di spiegazioni da parte del sindaco Abraham Beame, la "Con Edison" non seppe darne. I dirigenti del gruppo elettrico parlarono confusamente di "fenomeni naturali" di cui non avevano il controllo e arrivarono a dire che, forse, era stata "la mano di Dio". Il sindaco ebbe vita facile ad accollare tutta la colpa alla "Con Edison".
Il 13 luglio 1977 alle 20,37 ora locale, a New York City saltano due circuiti di una sottostazione elettrica sul fiume Hudson, deputata a convertire i 345000 volt provenienti da Indian Point in corrente a basso voltaggio per uso commerciale.
Un secondo corto circuito causò la perdita di altre due linee a 345000 volt provenienti dalla centrale nucleare di Indian Point. A causa di queste avarie, altre due linee si sovraccaricarono oltre il consentito. La procedura di emergenza prevedeva che la Con Edison, il fornitore elettrico di NYC e della Westchester County, tentasse di far partire un generatore di emergenza. Questa operazione avvenne alle 20,45; tuttavia, in assenza di personale nella stazione, la procedura remota fallì.
Alle 20,55 un terzo corto circuito tagliò fuori altre due linee, con il ripristino automatico di solo una delle due. A questo punto il sovraccarico per le rimanenti non era più accettabile e la Con Edison fu costretta a ridurre manualmente il carico del generatore presso l'East River.
Alle 21,14, più di 30 minuti dopo l'evento iniziale, Con Edison fu costretta a ridurre la produzione di energia di oltre 1500 MegaWatt, ma nonostante ciò alle 21,19 vi fu un sovraccarico della linea proveniente dal New Jersey.
Alle 21,24 i sistemi automatici di riduzione dei sovraccarichi cominciarono in sequenza a fermare i propri generatori, e alle 21,36 l'intero sistema di produzione e gestione della corrente elettrica di New York City fu spento, e con lui l'intera città.
Era un'estate calda e molto difficile per la Grande Mela. La città stava attraversando un periodo di forte crisi economica e l'amministrazione tagliava le spese. Come se non bastasse, in quei giorni, per le strade di New York si aggirava un terribile serial killer: il famoso David Berkowitz, detto "Sam" che andava in giro a uccidere giovani fanciulle bionde. Quell'estate si chiamò "l'estate di Sam" e, qualche anno fa ne è stato fatto anche un film.
Insomma, quando poco prima delle 10 di sera, la città piombò nel buio, cominciò una vera e propria notte di terrore. La luce tornò dopo molto tempo: in alcune aree addirittura, ci vollero 25 ore.
A Brooklyn, Harlem e nel South Bronx, bande di giovinastri si buttarono nelle strade approfittando dell'oscurità a saccheggiare negozi, rubare automobili, rapinare persone. La polizia effettuò 3.776 arresti, i pompieri dovettero intervenire per spegnere 1.037 incendi, ma ci furono anche 1.700 false chiamate per depistare le forze dell'ordine.
Nello stesso tempo, in altre parti della città, come al Greenwich Village, la gente scese nelle strade dando vita a vere e proprie feste. Si cantò e si ballò tutta la notte a lume di candela e, quando tornò la luce, sembrò quasi spezzarsi un incantesimo e molti ancora ricordano con piacere quella notte.
Alle richieste di spiegazioni da parte del sindaco Abraham Beame, la "Con Edison" non seppe darne. I dirigenti del gruppo elettrico parlarono confusamente di "fenomeni naturali" di cui non avevano il controllo e arrivarono a dire che, forse, era stata "la mano di Dio". Il sindaco ebbe vita facile ad accollare tutta la colpa alla "Con Edison".
domenica 12 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 luglio.
Il 12 Luglio 1991 viene fondato a Roma il "partito dell'Amore" dai sostenitori di Ilona Staller e da Riccardo Schicchi.
Nel 1987 Ilona Staller, in arte Cicciolina, viene eletta alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito Radicale; nel 1991 i suoi sostenitori sotto l'egida di Riccardo Schicchi fondano il Partito dell'amore. Fondamentalmente gli elettori del PDA sono cittadini delusi dalla classe politica che cercano con un voto di protesta di contrapporsi alla staticità della politica italiana di quel periodo. Ilona Staller però è troppo impegnata come pornodiva e ben presto lascerà la guida carismatica del partito alla sua collega Moana Pozzi. Sulla figura del nuovo leader del PDA si sono dette molte cose ma alcune frasi sono certamente curiose anche perchè in un certo senso, fatti i dovuti distinguo, stanno tanto bene a Moana Pozzi quanto a politici come Silvio Berlusconi o Mara Carfagna, cioè personaggi che vengono dal mondo dello spettacolo e che per le loro origini o supposti scandali sono soggetti a critiche e battute di satira:
"Usando me stessa e la mia popolarità, ho deciso di battermi insieme a voi per dare un piccolo contributo alla costruzione di un mondo migliore"
Lo disse Moana Pozzi nel suo appello al voto in tv.
"Perchè lei no e Ronald Reagan si? La politica spettacolo. Se poi la si vuole escludere per violazioni della morale sessuale, allora ci son ben altre violazioni dei Dieci comandamenti che escluderebbero tanti candidati"
Francesco D'Onofrio.
Fra le battaglie più note del Partito dell'amore si ricordano l'uso dello spogliarello come strumento di comunicazione politica ai comizi, la revisione del concetto di oscenità su cui si fondava l'operato della Commissione Censura, l'idea di una tassa ecologica sulla fabbricazione di automobili da destinare a opere di rimboschimento e la proposta di creazioni di "Parchi dell'amore" destinati all'esercizio di attività sessuali a pagamento o gratis.
Alle elezioni del 1992 il partito si presentò alla Camera dei deputati solo nella circoscrizione laziale (Rieti esclusa) e ottenne 22.401 voti (0.6%). La capolista Pozzi ottenne più preferenze (12.393) di Francesco Rutelli, ma la lista non ebbe accesso ai seggi. Si presentò anche per l'elezione del Senato solo nel Lazio.
Dopo la sconfitta elettorale del 1992 il Comitato Direttivo, riunito in conferenza stampa all’Hotel Nazionale a Roma, ratificò il cambiamento di rotta rispetto alla precedente linea libertaria e scandalistica, uscita sconfitta dalle urne, con la firma pubblica del documento di revoca delle cariche nel partito a Schicchi e alla Staller e le promozioni di Moana a Segretario nazionale e di Mauro Biuzzi a vice segretario e capolista per le successive elezioni amministrative del 1993.
Il Partito dell'Amore tornò nelle schede elettorali per le elezioni comunali di Roma del 21 novembre 1993, le prime con elezione diretta del sindaco. Moana Pozzi si candidò (senza illusioni) a sindaco di Roma ove, nonostante il netto cambio d'immagine verso un movimento civico serio, non scandalistico (la Pozzi era l'unica attrice hard candidata) e quindi meno spettacolare, il partito con 8.977 voti e una percentuale pari allo 0,52%, confermò la percentuale elettorale ottenuta alle politiche nel 1992.
Al successivo ballottaggio del 5 dicembre, il PdA dette indicazione di sostenere Francesco Rutelli, poi eletto.
Il termine "partito dell'amore" è stato riportato di moda da Marco Travaglio che ha così definito ironicamente il PDL per gli scandali inerenti il suo Premier Silvio Berlusconi.
Il 12 Luglio 1991 viene fondato a Roma il "partito dell'Amore" dai sostenitori di Ilona Staller e da Riccardo Schicchi.
Nel 1987 Ilona Staller, in arte Cicciolina, viene eletta alla Camera dei Deputati nelle liste del Partito Radicale; nel 1991 i suoi sostenitori sotto l'egida di Riccardo Schicchi fondano il Partito dell'amore. Fondamentalmente gli elettori del PDA sono cittadini delusi dalla classe politica che cercano con un voto di protesta di contrapporsi alla staticità della politica italiana di quel periodo. Ilona Staller però è troppo impegnata come pornodiva e ben presto lascerà la guida carismatica del partito alla sua collega Moana Pozzi. Sulla figura del nuovo leader del PDA si sono dette molte cose ma alcune frasi sono certamente curiose anche perchè in un certo senso, fatti i dovuti distinguo, stanno tanto bene a Moana Pozzi quanto a politici come Silvio Berlusconi o Mara Carfagna, cioè personaggi che vengono dal mondo dello spettacolo e che per le loro origini o supposti scandali sono soggetti a critiche e battute di satira:
"Usando me stessa e la mia popolarità, ho deciso di battermi insieme a voi per dare un piccolo contributo alla costruzione di un mondo migliore"
Lo disse Moana Pozzi nel suo appello al voto in tv.
"Perchè lei no e Ronald Reagan si? La politica spettacolo. Se poi la si vuole escludere per violazioni della morale sessuale, allora ci son ben altre violazioni dei Dieci comandamenti che escluderebbero tanti candidati"
Francesco D'Onofrio.
Fra le battaglie più note del Partito dell'amore si ricordano l'uso dello spogliarello come strumento di comunicazione politica ai comizi, la revisione del concetto di oscenità su cui si fondava l'operato della Commissione Censura, l'idea di una tassa ecologica sulla fabbricazione di automobili da destinare a opere di rimboschimento e la proposta di creazioni di "Parchi dell'amore" destinati all'esercizio di attività sessuali a pagamento o gratis.
Alle elezioni del 1992 il partito si presentò alla Camera dei deputati solo nella circoscrizione laziale (Rieti esclusa) e ottenne 22.401 voti (0.6%). La capolista Pozzi ottenne più preferenze (12.393) di Francesco Rutelli, ma la lista non ebbe accesso ai seggi. Si presentò anche per l'elezione del Senato solo nel Lazio.
Dopo la sconfitta elettorale del 1992 il Comitato Direttivo, riunito in conferenza stampa all’Hotel Nazionale a Roma, ratificò il cambiamento di rotta rispetto alla precedente linea libertaria e scandalistica, uscita sconfitta dalle urne, con la firma pubblica del documento di revoca delle cariche nel partito a Schicchi e alla Staller e le promozioni di Moana a Segretario nazionale e di Mauro Biuzzi a vice segretario e capolista per le successive elezioni amministrative del 1993.
Il Partito dell'Amore tornò nelle schede elettorali per le elezioni comunali di Roma del 21 novembre 1993, le prime con elezione diretta del sindaco. Moana Pozzi si candidò (senza illusioni) a sindaco di Roma ove, nonostante il netto cambio d'immagine verso un movimento civico serio, non scandalistico (la Pozzi era l'unica attrice hard candidata) e quindi meno spettacolare, il partito con 8.977 voti e una percentuale pari allo 0,52%, confermò la percentuale elettorale ottenuta alle politiche nel 1992.
Al successivo ballottaggio del 5 dicembre, il PdA dette indicazione di sostenere Francesco Rutelli, poi eletto.
Il termine "partito dell'amore" è stato riportato di moda da Marco Travaglio che ha così definito ironicamente il PDL per gli scandali inerenti il suo Premier Silvio Berlusconi.
sabato 11 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
11 luglio 1982, stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Si affrontano nella finale della dodicesima edizione dei campionati del mondo di calcio l'Italia e la Germania Ovest, arbitro il brasiliano Coelho. Gli azzurri avevano cominciato male il loro cammino, ottenendo solo tre miseri pareggi in altrettanti incontri nel girone eliminatorio di Vigo, contro Polonia (0-0), Perù (1-1) e, infine, Camerun (1-1), qualificandosi solo grazie ad una rete in più segnata, a parità di differenza reti, nei confronti della compagine africana.
Poi, però, l'undici guidato dal friulano Enzo Bearzot aveva preso a macinare gioco e avversari: incluso in un raggruppamento di ferro a Barcellona assieme ad Argentina e Brasile, si era reso protagonista di due clamorose imprese, sconfiggendo prima Maradona e soci (2-1) e poi addirittura quello che sembrava uno squadrone imbattibile, guidato da Zico, Falcao, Socrates, Eder, Junior, Edinho, Cerezo e chi più ne ha più ne metta (3-2). In occasione di quest'ultima partita l'Italia aveva assistito all'improvviso risveglio del Pablito nazionale, Paolo Rossi, autore di una tripletta. In semifinale gli azzurri si erano trovati di fronte nuovamente la Polonia e Rossi aveva confermato il suo ritrovato feeling col gol, mettendo a segno le due reti decisive (2-0).
Ora, dopo gli inni, è il momento del calcio d'inizio contro i temibili tedeschi guidati da Karl-Heinz Rummenigge. Bearzot, che purtroppo non ha a disposizione Antognoni, schiera: Zoff, Bergomi, Cabrini; Gentile, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi; Oriali, Graziani. Subito una brutta tegola per i nostri: al 7' si infortuna Graziani ed è costretto ad abbandonare il campo. Al suo posto entra Altobelli. Al 24', però, abbiamo una nitida opportunità di passare in vantaggio: Bruno Conti se ne va sulla fascia destra, irresistibile come sempre, entra in area e viene falciato da Briegel. È calcio di rigore. Sul dischetto si presenta Cabrini. Davanti a lui c'è Schumacher. L'Italia è col fiato sospeso. Il "Bell'Antonio" prende la rincorsa, tira e il pallone sibila a lato del palo sinistro della porta. Siamo ancora sullo 0-0. Potremmo crollare psicologicamente, ma, invece, reggiamo alla grande e così si conclude il primo tempo.
Alla ripresa siamo più convinti che mai. Al 56', su cross di Conti, Rossi insacca di testa. 1-0! Il Santiago Bernabeu esplode. Ma non è finita. Tredici minuti più tardi, al termine di una insistita azione sulla fascia destra, Tardelli riceve palla da Scirea ed esplode un sinistro micidiale, potente, preciso. Gooooooooooolllllllllll!!! Tardelli grida correndo come un forsennato e tutta l'Italia con lui. 2-0! Altri undici minuti ed arriva il tris: Conti si invola sulla destra, irraggiungibile, mette una palla d'oro in mezzo e Spillo Altobelli sigla il 3-0. In tribuna il presidente della repubblica Sandro Pertini, accanto al re di Spagna Juan Carlos, è esaltato, si alza felice e grida "Non ci prendono più".
E, infatti, non ci prendono più, malgrado il gol della bandiera firmato da Breitner all'83'. Mentre si aspetta solo il fischio finale, c'è gloria anche per il vecchio Causio, che sostituisce Altobelli all'89'. Poi Coelho ferma il pallone con le mani e sancisce la fine delle ostilità. L'Italia è campione del mondo per la terza volta nella sua storia. Nando Martellini, il grande telecronista della Rai, esulta: "campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!" Al centro del terreno di gioco, il nostro capitano quarantenne Dino Zoff alza la Coppa: l'immagine farà il giro del mondo e sarà immortalata anche in un francobollo.
11 luglio 1982, stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Si affrontano nella finale della dodicesima edizione dei campionati del mondo di calcio l'Italia e la Germania Ovest, arbitro il brasiliano Coelho. Gli azzurri avevano cominciato male il loro cammino, ottenendo solo tre miseri pareggi in altrettanti incontri nel girone eliminatorio di Vigo, contro Polonia (0-0), Perù (1-1) e, infine, Camerun (1-1), qualificandosi solo grazie ad una rete in più segnata, a parità di differenza reti, nei confronti della compagine africana.
Poi, però, l'undici guidato dal friulano Enzo Bearzot aveva preso a macinare gioco e avversari: incluso in un raggruppamento di ferro a Barcellona assieme ad Argentina e Brasile, si era reso protagonista di due clamorose imprese, sconfiggendo prima Maradona e soci (2-1) e poi addirittura quello che sembrava uno squadrone imbattibile, guidato da Zico, Falcao, Socrates, Eder, Junior, Edinho, Cerezo e chi più ne ha più ne metta (3-2). In occasione di quest'ultima partita l'Italia aveva assistito all'improvviso risveglio del Pablito nazionale, Paolo Rossi, autore di una tripletta. In semifinale gli azzurri si erano trovati di fronte nuovamente la Polonia e Rossi aveva confermato il suo ritrovato feeling col gol, mettendo a segno le due reti decisive (2-0).
Ora, dopo gli inni, è il momento del calcio d'inizio contro i temibili tedeschi guidati da Karl-Heinz Rummenigge. Bearzot, che purtroppo non ha a disposizione Antognoni, schiera: Zoff, Bergomi, Cabrini; Gentile, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi; Oriali, Graziani. Subito una brutta tegola per i nostri: al 7' si infortuna Graziani ed è costretto ad abbandonare il campo. Al suo posto entra Altobelli. Al 24', però, abbiamo una nitida opportunità di passare in vantaggio: Bruno Conti se ne va sulla fascia destra, irresistibile come sempre, entra in area e viene falciato da Briegel. È calcio di rigore. Sul dischetto si presenta Cabrini. Davanti a lui c'è Schumacher. L'Italia è col fiato sospeso. Il "Bell'Antonio" prende la rincorsa, tira e il pallone sibila a lato del palo sinistro della porta. Siamo ancora sullo 0-0. Potremmo crollare psicologicamente, ma, invece, reggiamo alla grande e così si conclude il primo tempo.
Alla ripresa siamo più convinti che mai. Al 56', su cross di Conti, Rossi insacca di testa. 1-0! Il Santiago Bernabeu esplode. Ma non è finita. Tredici minuti più tardi, al termine di una insistita azione sulla fascia destra, Tardelli riceve palla da Scirea ed esplode un sinistro micidiale, potente, preciso. Gooooooooooolllllllllll!!! Tardelli grida correndo come un forsennato e tutta l'Italia con lui. 2-0! Altri undici minuti ed arriva il tris: Conti si invola sulla destra, irraggiungibile, mette una palla d'oro in mezzo e Spillo Altobelli sigla il 3-0. In tribuna il presidente della repubblica Sandro Pertini, accanto al re di Spagna Juan Carlos, è esaltato, si alza felice e grida "Non ci prendono più".
E, infatti, non ci prendono più, malgrado il gol della bandiera firmato da Breitner all'83'. Mentre si aspetta solo il fischio finale, c'è gloria anche per il vecchio Causio, che sostituisce Altobelli all'89'. Poi Coelho ferma il pallone con le mani e sancisce la fine delle ostilità. L'Italia è campione del mondo per la terza volta nella sua storia. Nando Martellini, il grande telecronista della Rai, esulta: "campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!" Al centro del terreno di gioco, il nostro capitano quarantenne Dino Zoff alza la Coppa: l'immagine farà il giro del mondo e sarà immortalata anche in un francobollo.
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venerdì 10 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 10 luglio.
Verso le 12:37 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società ICMESA sito nel territorio del comune di Meda, al confine con quello di Seveso, il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, andò in avaria e la temperatura salì oltre i limiti previsti. La causa prima fu probabilmente l'arresto volontario della lavorazione senza che fosse azionato il raffreddamento della massa, e quindi senza contrastare l'esotermicità della reazione, aggravato dal fatto che nel processo di produzione l'acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima.
L'esplosione del reattore venne evitata dall'apertura delle valvole di sicurezza, ma l'alta temperatura raggiunta aveva causato una modifica della reazione che comportò una massiccia formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), sostanza comunemente nota come diossina, una delle sostanze chimiche più tossiche.
La TCDD fuoriuscì nell'aria in quantità non definita e venne trasportata verso sud dal vento in quel momento prevalente. Si formò quindi una nube tossica, che colpì i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio. Il comune maggiormente colpito fu Seveso, in quanto si trova immediatamente a sud della fabbrica.
Le prime avvisaglie furono l'odore acre e le infiammazioni agli occhi. Non vi furono morti, ma circa 240 persone vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall'esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee. Per quanto riguarda gli effetti sulla salute generale, essi sono ancora oggi oggetto di studi. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell'alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell'evento solamente 8 giorni dopo la fuoriuscita della nube.
Ricerche effettuate verso la fine degli anni novanta sulla popolazione femminile hanno mostrato, a venti anni di distanza, una relazione tra esposizione alla TCDD in periodo prepuberale e alcuni disturbi.
Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 33 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione fossero elevati. Nello studio, in sintesi, la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali conseguenti alla residenza nella zona più colpita dalla nube delle madri era 6,6 volte maggiore che nel gruppo di controllo. Le alterazioni ormonali vertono sul TSH, la cui alterazione, largamente studiata in epidemiologia ambientale, è causa di deficit fisici ed intellettuali durante lo sviluppo.
È stato rivelato inoltre che negli anni novanta sono nate molte più bambine che bambini. Ciò è stato correlato al fatto che molti dei genitori di questi neonati erano adolescenti all'epoca del disastro e quindi si presume che la diossina abbia in qualche modo alterato lo sviluppo dell'apparato riproduttivo, prevalentemente quello maschile.
L'ipotesi dell'aumento di tumori riscontrati nella zona è invece controversa. All'epoca del disastro, molti scienziati avevano sollevato la possibilità di un considerevole aumento dei casi tumorali nell'area, ma ricerche scientifiche hanno evidenziato invece che il numero di morti per tumore si sia mantenuto relativamente nella media della Brianza; i risultati di tali ricerche sono però contestati da alcuni comitati civici.
Tre imputati su cinque mandati assolti, e due consistenti riduzioni di pena. Arrivata al traguardo del processo d'appello, la vicenda della diossina di Seveso ha perso per strada gran parte delle condanne inflitte in primo grado. Dopo sette ore di camera di consiglio, la seconda sezione della Corte d'Appello ha riconosciuto come soli colpevoli di disastro colposo il direttore generale dell' Icmesa, la fabbrica della nube tossica, Hervig Von Zwehl, e il direttore tecnico della Givaudan, Jorg Sambeth. Due anni di reclusione al primo, e un anno e mezzo al secondo. Gli altri tre imputati, che pure avevano avuto condanne dai quattro ai due anni e mezzo in primo grado, sono stati assolti. E' poi caduta per tutti l'imputazione di omissione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro. La sentenza di appello ha pure cancellato dal processo la presenza, come parte civile, del sindacato, dichiarandola inammissibile. Von Zwehl e Sambeth dovranno risarcire le parti civili ancora presenti nel processo: poche, perchè in questi anni la Givaudan ha tacitato a suon di miliardi la maggior parte dei danneggiati dalla diossina di Seveso. Così come nel primo processo, nessuno dei cinque imputati si è mai presentato in aula davanti ai giudici.
Verso le 12:37 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società ICMESA sito nel territorio del comune di Meda, al confine con quello di Seveso, il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, andò in avaria e la temperatura salì oltre i limiti previsti. La causa prima fu probabilmente l'arresto volontario della lavorazione senza che fosse azionato il raffreddamento della massa, e quindi senza contrastare l'esotermicità della reazione, aggravato dal fatto che nel processo di produzione l'acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima.
L'esplosione del reattore venne evitata dall'apertura delle valvole di sicurezza, ma l'alta temperatura raggiunta aveva causato una modifica della reazione che comportò una massiccia formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), sostanza comunemente nota come diossina, una delle sostanze chimiche più tossiche.
La TCDD fuoriuscì nell'aria in quantità non definita e venne trasportata verso sud dal vento in quel momento prevalente. Si formò quindi una nube tossica, che colpì i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio. Il comune maggiormente colpito fu Seveso, in quanto si trova immediatamente a sud della fabbrica.
Le prime avvisaglie furono l'odore acre e le infiammazioni agli occhi. Non vi furono morti, ma circa 240 persone vennero colpite da cloracne, una dermatosi provocata dall'esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee. Per quanto riguarda gli effetti sulla salute generale, essi sono ancora oggi oggetto di studi. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell'alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell'evento solamente 8 giorni dopo la fuoriuscita della nube.
Ricerche effettuate verso la fine degli anni novanta sulla popolazione femminile hanno mostrato, a venti anni di distanza, una relazione tra esposizione alla TCDD in periodo prepuberale e alcuni disturbi.
Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 33 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione fossero elevati. Nello studio, in sintesi, la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali conseguenti alla residenza nella zona più colpita dalla nube delle madri era 6,6 volte maggiore che nel gruppo di controllo. Le alterazioni ormonali vertono sul TSH, la cui alterazione, largamente studiata in epidemiologia ambientale, è causa di deficit fisici ed intellettuali durante lo sviluppo.
È stato rivelato inoltre che negli anni novanta sono nate molte più bambine che bambini. Ciò è stato correlato al fatto che molti dei genitori di questi neonati erano adolescenti all'epoca del disastro e quindi si presume che la diossina abbia in qualche modo alterato lo sviluppo dell'apparato riproduttivo, prevalentemente quello maschile.
L'ipotesi dell'aumento di tumori riscontrati nella zona è invece controversa. All'epoca del disastro, molti scienziati avevano sollevato la possibilità di un considerevole aumento dei casi tumorali nell'area, ma ricerche scientifiche hanno evidenziato invece che il numero di morti per tumore si sia mantenuto relativamente nella media della Brianza; i risultati di tali ricerche sono però contestati da alcuni comitati civici.
Tre imputati su cinque mandati assolti, e due consistenti riduzioni di pena. Arrivata al traguardo del processo d'appello, la vicenda della diossina di Seveso ha perso per strada gran parte delle condanne inflitte in primo grado. Dopo sette ore di camera di consiglio, la seconda sezione della Corte d'Appello ha riconosciuto come soli colpevoli di disastro colposo il direttore generale dell' Icmesa, la fabbrica della nube tossica, Hervig Von Zwehl, e il direttore tecnico della Givaudan, Jorg Sambeth. Due anni di reclusione al primo, e un anno e mezzo al secondo. Gli altri tre imputati, che pure avevano avuto condanne dai quattro ai due anni e mezzo in primo grado, sono stati assolti. E' poi caduta per tutti l'imputazione di omissione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro. La sentenza di appello ha pure cancellato dal processo la presenza, come parte civile, del sindacato, dichiarandola inammissibile. Von Zwehl e Sambeth dovranno risarcire le parti civili ancora presenti nel processo: poche, perchè in questi anni la Givaudan ha tacitato a suon di miliardi la maggior parte dei danneggiati dalla diossina di Seveso. Così come nel primo processo, nessuno dei cinque imputati si è mai presentato in aula davanti ai giudici.
giovedì 9 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 1997 a Mike Tyson viene sospesa la licenza di pugile, per aver staccato a morsi un pezzo di orecchio a Evander Holyfield, durante un incontro il 28 giugno precedente.
Michael Gerard Tyson nasce il 30 giugno 1966 a Southington, Ohio (USA), in un ghetto nero di Brooklyn. Approda nel settore professionistico del pugilato a diciannove anni. Il suo primo incontro è datato 23 marzo 1985: alla fine del primo round batte Hector Mercedes. E' esploso nel mondo della boxe fin dai sui primi incontri, nei quali esprimeva tutta la selvaggia energia che le sue misere e difficili origini avevano contribuito ad inasprire.
Il Mike Tyson degli esordi faceva impressione per quanto era aggressivo ed efficace, lasciando i commentatori esterrefatti per la potenza che era in grado di esprimere. Dopo una serie di mirabolanti vittorie arriva inarrestabile al suo primo successo davvero importante. Solo un anno dopo l'esordio ufficiale diviene il più giovane campione del mondo dei pesi massimi nella storia del pugilato. Un rapido sguardo a questo primo carnet-record di vittorie la dice lunga: 46 incontri vinti, di cui 40 per k.o., e sole tre sconfitte.
Da questi dati sbalorditivi inizia la sua inarrestabile ascesa che lo porterà a diventare uno dei più celebri pugili di tutti i tempi, anche se ne seguì un declino inesorabile. Una cosa è certa: per tutta la metà degli anni '80 Tyson domina la categoria mettendo fuori combattimento tutti i migliori pesi massimi dell'epoca: Trevor Berbick, Tyrell Biggs, Larry Holmes, Frank Bruno, Buster Douglas. A mettere un freno a questa corsa all'inserimento a forza negli albi dei record ci pensa per la prima volta James Douglas nel 1990, che lo mette al tappeto alla decima ripresa, a sorpresa e contro tutte le aspettative dei bookmakers. Lo stop è brusco ma Tyson, retrospettivamente, non ha nulla da rimproverarsi e soprattutto può considerarsi, sportivamente parlando, soddisfatto di se stesso.
Sul piano umano le cose vanno un po' diversamente. Il 9 febbraio 1988 aveva sposato a New York l'attrice Robin Givens che però poco dopo inizia le pratiche di divorzio dichiarando più volte di essere stata picchiata dal marito. I due poi divorzieranno nella Repubblica Dominicana il 14 febbraio dell'anno successivo.
A chiusura di questo ciclo, Tyson si porta comunque a casa quindici mondiali sostenuti e dodici vinti, oltre a un pacchetto di svariati miliardi accumulati grazie alle borse messe in palio nei match. I media si divertono a calcolare il valore monetario di un suo pugno, o di un secondo di ogni suo combattimento.
Purtroppo la sfortuna di Tyson si chiama "carattere". A dispetto della sua aria da duro in realtà è una persona piuttosto fragile e facilmente preda di tentazioni di vario genere. Nel 1992 cade una seconda pesante tegola sul suo capo: una sua fiamma (Desiree Washington "reginetta di bellezza" locale) lo accusa di stupro, i giudici le danno retta e il giudice Patricia Gifford condanna Mike a dieci anni, di cui quattro con la sospensione della pena; il pugile finisce dunque in carcere per un lasso di tempo non indifferente, salvo poi uscire di prigione su cauzione. Tre anni di carcere (dal 1992 al 1995) che lo segnano irrimediabilmente e che faranno del campione un uomo diverso.
Il 19 agosto 1995 torna a combattere contro Mc Neeley vincendo per k.o. al primo round. In prigione il campione non si era lasciato andare, continuando ad allenarsi: la mente fissa al suo riscatto e al momento in cui metterà finalmente piede fuori dal carcere per dimostrare a tutti che è tornato.
Come puntualmente accade, ben presto ha l'opportunità di dimostrare che gli anni passati in una cella non lo hanno fiaccato. Gli incontri sostenuti nel 1996 lo vedono vincente. Non sufficientemente soddisfatto, in tre round si sbarazza di Bruce Seldon poi in cinque di Frank Bruno e si aggiudica anche il titolo WBA. Da quel momento inizia però la sua parabola discendente.
Il 9 novembre dello stesso anno perde il titolo WBA per opera di Evander Holyfield. E nella rivincita del 28 giugno 1997 è nuovamente sconfitto per squalifica per aver morso l'avversario ad un orecchio.
Sospeso dal 1997 al 1998, Tyson sembra sull'orlo della fine professionale. Nuovamente in carcere per aggressione all'inizio del 1999, torna sul ring il 16 gennaio 1999, sconfiggendo per k.o. al quinto round Frank Botha. Quindi il 24 ottobre dello stesso anno, a Las Vegas, l'incontro con il californiano Orlin Norris conclusosi con un nulla di fatto. Il match è da ripetere.
E' l'8 giugno 2002 quando all'ottava ripresa del match contro Lennox Lewis, Tyson cade al tappeto. Il Tyson che faceva tanta paura agli avversari e che incuteva timore solo a guardarlo non c'è più. Il resto è amara storia recente. Come già accennato, Tyson ha fatto di tutto per recuperare la corona WBA di campione del mondo, sfidando con proclami assurdi e violentemente intimidatori il detentore del titolo, Lennox Lewis.
Tyson nel 2003 dichiara bancarotta non essendo in grado di far fronte ai debiti maturati nei confronti del fisco americano che ammontano a 38 milioni di dollari. Il pugile arriva a questo dopo aver dilapidato circa 300 milioni di dollari guadagnati in carriera con spese folli, due matrimoni falliti, figli da mantenere, parcelle di avvocati che lo difendono nelle sue svariate cause, un esemplare di tigre bianca in giardino, macchine di lusso, gioielli.
Il 31 luglio 2004, all'età di 38 anni, Iron Mike è tornato sul ring per combattere contro l'inglese Danny Williams. Pur dimostrando discreta forza e tecnica, Tyson è sembrato incapace di reagire e di imporsi. E' finito al tappeto per k.o. alla quarta ripresa.
La fine definitiva del pugile americano viene posticipata: il 12 giugno 2005 a Washington Mike Tyson subisce ancora una sconfitta, contro l'irlandese Kevin McBride. Alla sesta ripresa dell'incontro, l'ex campione dei pesi massimi non ce la fa più.
Alla fine del match, psicologicamente molto provato, Tyson annuncia il ritiro: "Non posso più farcela, non posso più mentire a me stesso. Non voglio più mettere in imbarazzo questo sport. È semplicemente la mia fine. Questa è la mia fine. Finisce qui".
Nel mese di maggio 2009 perde tragicamente la figlia Exodus: la bambina, di quattro anni, rimane vittima di un incidente domestico, impigliata con il collo in una corda appesa su un attrezzo ginnico.
Due settimane più tardi si è sposato con Lakiha Spicer dalla quale ha avuto la figlia Milan e, il 26 gennaio 2011, il secondo figlio Morocco Elijah, che porta a otto il totale dei figli dell'ex Campione.
Nel novembre del 2013 esce la sua autobiografia Undisputed truth nella quale racconta: "Ero sotto l'effetto della cocaina durante gli ultimi incontri più importanti. Agli esami del doping avevo sotto i pantaloncini un pene finto con la pipì fatta da un mio amico. Usavo quella per riempire le boccette degli esami ed è sempre andata bene. Sono 90 giorni che non sto toccando nulla. Ho iniziato a frequentare gli alcolisti anonimi che mi stanno aiutando. Sto soffrendo ma ho ritrovato mia moglie Kiki al mio fianco. Voglio continuare a vivere la boxe come promoter, a occuparmi di spettacolo e cinema. Non ho mai abusato di Desiree Washington, le conseguenze della sua azione sono una cosa con la quale dovrà convivere per il resto della sua vita".
Il 9 luglio 1997 a Mike Tyson viene sospesa la licenza di pugile, per aver staccato a morsi un pezzo di orecchio a Evander Holyfield, durante un incontro il 28 giugno precedente.
Michael Gerard Tyson nasce il 30 giugno 1966 a Southington, Ohio (USA), in un ghetto nero di Brooklyn. Approda nel settore professionistico del pugilato a diciannove anni. Il suo primo incontro è datato 23 marzo 1985: alla fine del primo round batte Hector Mercedes. E' esploso nel mondo della boxe fin dai sui primi incontri, nei quali esprimeva tutta la selvaggia energia che le sue misere e difficili origini avevano contribuito ad inasprire.
Il Mike Tyson degli esordi faceva impressione per quanto era aggressivo ed efficace, lasciando i commentatori esterrefatti per la potenza che era in grado di esprimere. Dopo una serie di mirabolanti vittorie arriva inarrestabile al suo primo successo davvero importante. Solo un anno dopo l'esordio ufficiale diviene il più giovane campione del mondo dei pesi massimi nella storia del pugilato. Un rapido sguardo a questo primo carnet-record di vittorie la dice lunga: 46 incontri vinti, di cui 40 per k.o., e sole tre sconfitte.
Da questi dati sbalorditivi inizia la sua inarrestabile ascesa che lo porterà a diventare uno dei più celebri pugili di tutti i tempi, anche se ne seguì un declino inesorabile. Una cosa è certa: per tutta la metà degli anni '80 Tyson domina la categoria mettendo fuori combattimento tutti i migliori pesi massimi dell'epoca: Trevor Berbick, Tyrell Biggs, Larry Holmes, Frank Bruno, Buster Douglas. A mettere un freno a questa corsa all'inserimento a forza negli albi dei record ci pensa per la prima volta James Douglas nel 1990, che lo mette al tappeto alla decima ripresa, a sorpresa e contro tutte le aspettative dei bookmakers. Lo stop è brusco ma Tyson, retrospettivamente, non ha nulla da rimproverarsi e soprattutto può considerarsi, sportivamente parlando, soddisfatto di se stesso.
Sul piano umano le cose vanno un po' diversamente. Il 9 febbraio 1988 aveva sposato a New York l'attrice Robin Givens che però poco dopo inizia le pratiche di divorzio dichiarando più volte di essere stata picchiata dal marito. I due poi divorzieranno nella Repubblica Dominicana il 14 febbraio dell'anno successivo.
A chiusura di questo ciclo, Tyson si porta comunque a casa quindici mondiali sostenuti e dodici vinti, oltre a un pacchetto di svariati miliardi accumulati grazie alle borse messe in palio nei match. I media si divertono a calcolare il valore monetario di un suo pugno, o di un secondo di ogni suo combattimento.
Purtroppo la sfortuna di Tyson si chiama "carattere". A dispetto della sua aria da duro in realtà è una persona piuttosto fragile e facilmente preda di tentazioni di vario genere. Nel 1992 cade una seconda pesante tegola sul suo capo: una sua fiamma (Desiree Washington "reginetta di bellezza" locale) lo accusa di stupro, i giudici le danno retta e il giudice Patricia Gifford condanna Mike a dieci anni, di cui quattro con la sospensione della pena; il pugile finisce dunque in carcere per un lasso di tempo non indifferente, salvo poi uscire di prigione su cauzione. Tre anni di carcere (dal 1992 al 1995) che lo segnano irrimediabilmente e che faranno del campione un uomo diverso.
Il 19 agosto 1995 torna a combattere contro Mc Neeley vincendo per k.o. al primo round. In prigione il campione non si era lasciato andare, continuando ad allenarsi: la mente fissa al suo riscatto e al momento in cui metterà finalmente piede fuori dal carcere per dimostrare a tutti che è tornato.
Come puntualmente accade, ben presto ha l'opportunità di dimostrare che gli anni passati in una cella non lo hanno fiaccato. Gli incontri sostenuti nel 1996 lo vedono vincente. Non sufficientemente soddisfatto, in tre round si sbarazza di Bruce Seldon poi in cinque di Frank Bruno e si aggiudica anche il titolo WBA. Da quel momento inizia però la sua parabola discendente.
Il 9 novembre dello stesso anno perde il titolo WBA per opera di Evander Holyfield. E nella rivincita del 28 giugno 1997 è nuovamente sconfitto per squalifica per aver morso l'avversario ad un orecchio.
Sospeso dal 1997 al 1998, Tyson sembra sull'orlo della fine professionale. Nuovamente in carcere per aggressione all'inizio del 1999, torna sul ring il 16 gennaio 1999, sconfiggendo per k.o. al quinto round Frank Botha. Quindi il 24 ottobre dello stesso anno, a Las Vegas, l'incontro con il californiano Orlin Norris conclusosi con un nulla di fatto. Il match è da ripetere.
E' l'8 giugno 2002 quando all'ottava ripresa del match contro Lennox Lewis, Tyson cade al tappeto. Il Tyson che faceva tanta paura agli avversari e che incuteva timore solo a guardarlo non c'è più. Il resto è amara storia recente. Come già accennato, Tyson ha fatto di tutto per recuperare la corona WBA di campione del mondo, sfidando con proclami assurdi e violentemente intimidatori il detentore del titolo, Lennox Lewis.
Tyson nel 2003 dichiara bancarotta non essendo in grado di far fronte ai debiti maturati nei confronti del fisco americano che ammontano a 38 milioni di dollari. Il pugile arriva a questo dopo aver dilapidato circa 300 milioni di dollari guadagnati in carriera con spese folli, due matrimoni falliti, figli da mantenere, parcelle di avvocati che lo difendono nelle sue svariate cause, un esemplare di tigre bianca in giardino, macchine di lusso, gioielli.
Il 31 luglio 2004, all'età di 38 anni, Iron Mike è tornato sul ring per combattere contro l'inglese Danny Williams. Pur dimostrando discreta forza e tecnica, Tyson è sembrato incapace di reagire e di imporsi. E' finito al tappeto per k.o. alla quarta ripresa.
La fine definitiva del pugile americano viene posticipata: il 12 giugno 2005 a Washington Mike Tyson subisce ancora una sconfitta, contro l'irlandese Kevin McBride. Alla sesta ripresa dell'incontro, l'ex campione dei pesi massimi non ce la fa più.
Alla fine del match, psicologicamente molto provato, Tyson annuncia il ritiro: "Non posso più farcela, non posso più mentire a me stesso. Non voglio più mettere in imbarazzo questo sport. È semplicemente la mia fine. Questa è la mia fine. Finisce qui".
Nel mese di maggio 2009 perde tragicamente la figlia Exodus: la bambina, di quattro anni, rimane vittima di un incidente domestico, impigliata con il collo in una corda appesa su un attrezzo ginnico.
Due settimane più tardi si è sposato con Lakiha Spicer dalla quale ha avuto la figlia Milan e, il 26 gennaio 2011, il secondo figlio Morocco Elijah, che porta a otto il totale dei figli dell'ex Campione.
Nel novembre del 2013 esce la sua autobiografia Undisputed truth nella quale racconta: "Ero sotto l'effetto della cocaina durante gli ultimi incontri più importanti. Agli esami del doping avevo sotto i pantaloncini un pene finto con la pipì fatta da un mio amico. Usavo quella per riempire le boccette degli esami ed è sempre andata bene. Sono 90 giorni che non sto toccando nulla. Ho iniziato a frequentare gli alcolisti anonimi che mi stanno aiutando. Sto soffrendo ma ho ritrovato mia moglie Kiki al mio fianco. Voglio continuare a vivere la boxe come promoter, a occuparmi di spettacolo e cinema. Non ho mai abusato di Desiree Washington, le conseguenze della sua azione sono una cosa con la quale dovrà convivere per il resto della sua vita".
mercoledì 8 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 luglio.
L'8 luglio 1947 Il quotidiano Roswell Daily Record riporta la notizia del ritrovamento di un oggetto non identificato nei pressi della cittadina di Roswell nelle vicinanze di un ranch nella zona di Socorro da parte del 509º Gruppo bombardieri consegnato alla base aerea Wright Petterson. Il 509º Gruppo bombardieri dichiarava di aver rinvenuto sul luogo dell'incidente un Ufo.
Il giorno dopo, il 9 luglio 1947 l'Aeronautica Militare statunitense descrisse l'oggetto come un "pallone sonda aerostatico" destinato all'uso meteorologico, affermò che non si trattava di un UFO di origine extraterrestre e questa all'epoca fu la versione ufficiale dell'accaduto e lo rimane tutt'ora, furono divulgate dal Generale Roger Ramey immagini dei resti del pallone sonda.
Questo incidente diede origine "al caso Ufo"più importante e ricco di testimonianze del momento insieme al caso Majestic-12
I militari e i testimoni che assistettero al ritrovamento non descrivono l'oggetto come un pallone sonda disintegrato al contatto con il suolo, ma danno spiegazioni differenti, indicano l'oggetto come un ufo di origine extraterrestre di forma discoidale, probabilmente vittima di un Ufo_crash (termine che indica lo schianto sul suolo terrestre di un Ufo).
Il governo statunitense ha sempre sostenuto la teoria del pallone sonda precipitato al suolo. Il caso scivolò nell'ombra e da notizia sconvolgente divenne una notizia di poca importanza.
Mac Brazel, il proprietario del terreno in cui si verificò l'incidente fu colui che avvisò i militari dell'accaduto e prelevò alcuni rottami che si trovavano sul posto.
Dopo l'incidente si diffusero voci del ritrovamento di corpi di extraterrestri che si trovavano al'interno dell'Ufo. Fu Glenn Dennis che lavorava presso le pompe funebri di Roswell ad affermare di aver visto di persona i corpi degli alieni in seguito all'incidente, fu chiamato sul posto perché secondo i militari poteva trattarsi di un aliante schiantatosi con due persone a bordo, entrambe morte che presentavano dimensioni non superiori ai 150 cm di altezza con testa ovale (degli alieni grigi?) e necessitavano di una bara particolare.
Nonostante tutto il caso Roswell non fu più un caso straordinario e non si sentì più nulla in merito né da mezzi di comunicazione come giornali o radio fino all'anno 1991 in cui un libro (uscito anche in Italia) “UFO-crash a Roswell” di Kevin Randle e Donald Schimtt, entrambi ufologi, analizzò nuovamente il caso Roswell. L'attenzione dell' opinione pubblica fu di nuovo attratta fino al 1995 dal "Caso Roswell" in cui teorie di corpi alieni umanoidi conservati e studiati nelle basi aeree militari dell'epoca ed il cover_up (termine che indica insabbiamento dei fatti da parte delle autorità) effettuato in America mantenevano alta l'attenzione sul caso.
Kenneth Arnold dichiarò di aver avvistato "nove oggetti simili ad ali volanti, muoversi a velocità elevata, velocità impossibile da raggiungere per i mezzi dell'epoca"; alianti come era stato comunicato in primis a Glenn Dennis riguardo al caso Roswell o qualcos'altro? Vi è un collegamento tra i due fatti?
Nel 1995 Ray Santilli, produttore britannico, affermò di possedere alcuni filmati dello schianto dell'ufo: due filmati delle autopsie degli alieni che si trovavano all'interno del mezzo; una sola è stata resa pubblica, la seconda non è mai stata trasmessa in televisione.
Fox TV trasmise il filmato dell'autopsia ed in seguito tutto il mondo vide i filmati ed in rete è possibile visionarli interamente.
La pellicola sottoposta a studi risale effettivamente all'anno 1947, nessuno è riuscito a riprodurre allo stesso modo il filmato ed i corpi sono reali (secondo l'analisi del video). E riguardo ai corpi? Il governo affermò che si trattava di due manichini che si trovavano in sperimentazione sul pallone sonda, scambiati per dei corpi reali dai testimoni. Il caso Roswell rimane un mistero legato al mondo degli Ufo_crash e del cover_up del governo statunitense.
L'8 luglio 1947 Il quotidiano Roswell Daily Record riporta la notizia del ritrovamento di un oggetto non identificato nei pressi della cittadina di Roswell nelle vicinanze di un ranch nella zona di Socorro da parte del 509º Gruppo bombardieri consegnato alla base aerea Wright Petterson. Il 509º Gruppo bombardieri dichiarava di aver rinvenuto sul luogo dell'incidente un Ufo.
Il giorno dopo, il 9 luglio 1947 l'Aeronautica Militare statunitense descrisse l'oggetto come un "pallone sonda aerostatico" destinato all'uso meteorologico, affermò che non si trattava di un UFO di origine extraterrestre e questa all'epoca fu la versione ufficiale dell'accaduto e lo rimane tutt'ora, furono divulgate dal Generale Roger Ramey immagini dei resti del pallone sonda.
Questo incidente diede origine "al caso Ufo"più importante e ricco di testimonianze del momento insieme al caso Majestic-12
I militari e i testimoni che assistettero al ritrovamento non descrivono l'oggetto come un pallone sonda disintegrato al contatto con il suolo, ma danno spiegazioni differenti, indicano l'oggetto come un ufo di origine extraterrestre di forma discoidale, probabilmente vittima di un Ufo_crash (termine che indica lo schianto sul suolo terrestre di un Ufo).
Il governo statunitense ha sempre sostenuto la teoria del pallone sonda precipitato al suolo. Il caso scivolò nell'ombra e da notizia sconvolgente divenne una notizia di poca importanza.
Mac Brazel, il proprietario del terreno in cui si verificò l'incidente fu colui che avvisò i militari dell'accaduto e prelevò alcuni rottami che si trovavano sul posto.
Dopo l'incidente si diffusero voci del ritrovamento di corpi di extraterrestri che si trovavano al'interno dell'Ufo. Fu Glenn Dennis che lavorava presso le pompe funebri di Roswell ad affermare di aver visto di persona i corpi degli alieni in seguito all'incidente, fu chiamato sul posto perché secondo i militari poteva trattarsi di un aliante schiantatosi con due persone a bordo, entrambe morte che presentavano dimensioni non superiori ai 150 cm di altezza con testa ovale (degli alieni grigi?) e necessitavano di una bara particolare.
Nonostante tutto il caso Roswell non fu più un caso straordinario e non si sentì più nulla in merito né da mezzi di comunicazione come giornali o radio fino all'anno 1991 in cui un libro (uscito anche in Italia) “UFO-crash a Roswell” di Kevin Randle e Donald Schimtt, entrambi ufologi, analizzò nuovamente il caso Roswell. L'attenzione dell' opinione pubblica fu di nuovo attratta fino al 1995 dal "Caso Roswell" in cui teorie di corpi alieni umanoidi conservati e studiati nelle basi aeree militari dell'epoca ed il cover_up (termine che indica insabbiamento dei fatti da parte delle autorità) effettuato in America mantenevano alta l'attenzione sul caso.
Kenneth Arnold dichiarò di aver avvistato "nove oggetti simili ad ali volanti, muoversi a velocità elevata, velocità impossibile da raggiungere per i mezzi dell'epoca"; alianti come era stato comunicato in primis a Glenn Dennis riguardo al caso Roswell o qualcos'altro? Vi è un collegamento tra i due fatti?
Nel 1995 Ray Santilli, produttore britannico, affermò di possedere alcuni filmati dello schianto dell'ufo: due filmati delle autopsie degli alieni che si trovavano all'interno del mezzo; una sola è stata resa pubblica, la seconda non è mai stata trasmessa in televisione.
Fox TV trasmise il filmato dell'autopsia ed in seguito tutto il mondo vide i filmati ed in rete è possibile visionarli interamente.
La pellicola sottoposta a studi risale effettivamente all'anno 1947, nessuno è riuscito a riprodurre allo stesso modo il filmato ed i corpi sono reali (secondo l'analisi del video). E riguardo ai corpi? Il governo affermò che si trattava di due manichini che si trovavano in sperimentazione sul pallone sonda, scambiati per dei corpi reali dai testimoni. Il caso Roswell rimane un mistero legato al mondo degli Ufo_crash e del cover_up del governo statunitense.
martedì 7 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 7 luglio.
Il 7 luglio 1881 comincia la pubblicazione a puntate, sul "Giornale per i bambini", della versione definitiva di Pinocchio, scritto da Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi.
Successivamente, le Avventure di Pinocchio venne pubblicato in forma completa e definitiva nel 1893, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Il lungo lavoro di composizione copre anni cruciali per l’Italia, che da poco aveva conquistato l’indipendenza e sentiva fortissimo il problema di creare dal nulla un’identità nazionale, con un sistema ideologico comune. Non a caso, in questo stesso periodo (1886) vide la luce un romanzo destinato a diventare il «manuale del perfetto cittadino» ad uso dei fanciulli: stiamo ovviamente parlando di Cuore, di Edmondo De Amicis. Anche il libro di Collodi può a buon diritto essere inserito in questo filone «nazional-pedagogico»: non bisogna però dimenticare che in Pinocchio confluì un ben più vasto patrimonio di esperienze e culture, dalla tradizione orale al teatro popolare, dalla fiaba al romanzo picaresco.
La storia è arcinota, segno inoppugnabile di una duratura popolarità, che ha fatto di quest’opera un classico della letteratura, e non solo per l’infanzia. Nelle vivaci peripezie del celebre burattino è possibile riconoscere il ripetersi di uno schema fisso, che richiama uno dei movimenti tipici del romanzo di formazione: messo alla prova, vuoi dal Gatto e la Volpe, vuoi dall’amico tentatore Lucignolo, Pinocchio cede, trasgredisce le regole e di conseguenza subisce una degradazione, il cui punto più basso sarà la trasformazione in asino, di apuleiana memoria; segue quindi il pentimento e la riabilitazione fisica e morale del personaggio, fino all’esito finale, che vede il burattino di legno trasformarsi definitivamente in un ragazzo in carne ed ossa. È un modello di racconto elementare, facile da mandare a memoria e ripetibile come una filastrocca, tanto semplice e lineare da permettere di spostare i diversi blocchi narrativi all’interno della favola senza che l’economia generale ne venga disturbata più di tanto, senza stravolgere o perdere il senso: l’importante, il "succo" della storia lo si afferra comunque, ed è che per diventare veri uomini, per abbandonare il nimbo dell’infanzia dove l’individuo è come un burattino in balìa degli eventi, occorre comportarsi bene, ossia rispettare le norme della morale comune. Osserva Paul Hazard: «Se si dovessero riassumere i precetti del libro, ecco ciò che si avrebbe: vi è una giustizia immanente che ricompensa il bene e punisce il male; e poiché il bene è vantaggioso, bisogna preferirlo». Una sorta di opportunismo morale, insomma, che ben rispecchia la temperie politica e sociale dell’Italia post-unitaria, preoccupata di fondare uno statuto etico e ideologico buono per tutti i cittadini, quei neo-italiani che ancora non avevano un’idea di patria o di società in cui potersi riconoscere.
Ma Pinocchio è uno di quei casi in cui la vitalità dell’opera supera di gran lunga il progetto narrativo che la sottende: nessuno ricorda il simpatico pupazzo di legno come «latore di valori morali» o come simbolo del bene che trionfa sul male. In realtà, se questa favola continua ad essere letta in tutto il mondo, dopo centotrenta anni, è per la simpatia senza riserve suscitata dal suo protagonista, così vicino, nelle sue debolezze e incoerenze, ai lettori piccoli e grandi: diciamo la verità, la trasformazione in ragazzino vero lascia un po’ l’amaro in bocca... Ci immaginiamo il suo futuro di figlio e scolaro modello, così grigio e monotono se paragonato alle mirabolanti peripezie della sua precedente vita burattinesca. Un cambiamento che diventa l’emblema malinconico del passaggio dalla magica libertà infantile ai doveri e alle responsabilità della vita adulta: il principio di realtà che prevale sul principio di piacere, potremmo dire con Freud.
L'accoglienza riservata all'opera non fu immediatamente cordiale: l'allora imperante perbenismo, rappresentato dalla moderata critica letteraria allora avvezza a testi più borghesi, ne sconsigliò, addirittura, la lettura ai ragazzi "di buona famiglia" (per i quali, taluno soggiunse, poteva trattarsi di una perniciosa potenziale fonte d'ispirazione).
Su tutt'altro versante, le istituzioni rabbrividirono nel vedere, per la prima volta, dei carabinieri coinvolti in un'opera di fantasia, e reagirono ricercando eventuali motivazioni per il sequestro del libro, scoprendo però che non ve ne era alcuna.
Come evidente, il libro incontrò invece un successo popolare di difficile paragone.
Il calcolo delle copie vendute di Pinocchio in Italia e nel resto del mondo è praticamente impossibile, anche perché i diritti d'autore sono scaduti nel 1940, e quindi a partire da quella data chiunque ha potuto riprodurre liberamente l'opera di Collodi. Una ricerca degli anni settanta condotta da Luigi Santucci annoverava 220 traduzioni in altrettante lingue. Ciò significa che, all'epoca, si trattava del libro più tradotto e venduto della storia della letteratura italiana. Una stima più recente fornita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi alla fine degli anni novanta, e basata su fonti UNESCO, parla di oltre 240 traduzioni.
Il 7 luglio 1881 comincia la pubblicazione a puntate, sul "Giornale per i bambini", della versione definitiva di Pinocchio, scritto da Carlo Lorenzini, in arte Carlo Collodi.
Successivamente, le Avventure di Pinocchio venne pubblicato in forma completa e definitiva nel 1893, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Il lungo lavoro di composizione copre anni cruciali per l’Italia, che da poco aveva conquistato l’indipendenza e sentiva fortissimo il problema di creare dal nulla un’identità nazionale, con un sistema ideologico comune. Non a caso, in questo stesso periodo (1886) vide la luce un romanzo destinato a diventare il «manuale del perfetto cittadino» ad uso dei fanciulli: stiamo ovviamente parlando di Cuore, di Edmondo De Amicis. Anche il libro di Collodi può a buon diritto essere inserito in questo filone «nazional-pedagogico»: non bisogna però dimenticare che in Pinocchio confluì un ben più vasto patrimonio di esperienze e culture, dalla tradizione orale al teatro popolare, dalla fiaba al romanzo picaresco.
La storia è arcinota, segno inoppugnabile di una duratura popolarità, che ha fatto di quest’opera un classico della letteratura, e non solo per l’infanzia. Nelle vivaci peripezie del celebre burattino è possibile riconoscere il ripetersi di uno schema fisso, che richiama uno dei movimenti tipici del romanzo di formazione: messo alla prova, vuoi dal Gatto e la Volpe, vuoi dall’amico tentatore Lucignolo, Pinocchio cede, trasgredisce le regole e di conseguenza subisce una degradazione, il cui punto più basso sarà la trasformazione in asino, di apuleiana memoria; segue quindi il pentimento e la riabilitazione fisica e morale del personaggio, fino all’esito finale, che vede il burattino di legno trasformarsi definitivamente in un ragazzo in carne ed ossa. È un modello di racconto elementare, facile da mandare a memoria e ripetibile come una filastrocca, tanto semplice e lineare da permettere di spostare i diversi blocchi narrativi all’interno della favola senza che l’economia generale ne venga disturbata più di tanto, senza stravolgere o perdere il senso: l’importante, il "succo" della storia lo si afferra comunque, ed è che per diventare veri uomini, per abbandonare il nimbo dell’infanzia dove l’individuo è come un burattino in balìa degli eventi, occorre comportarsi bene, ossia rispettare le norme della morale comune. Osserva Paul Hazard: «Se si dovessero riassumere i precetti del libro, ecco ciò che si avrebbe: vi è una giustizia immanente che ricompensa il bene e punisce il male; e poiché il bene è vantaggioso, bisogna preferirlo». Una sorta di opportunismo morale, insomma, che ben rispecchia la temperie politica e sociale dell’Italia post-unitaria, preoccupata di fondare uno statuto etico e ideologico buono per tutti i cittadini, quei neo-italiani che ancora non avevano un’idea di patria o di società in cui potersi riconoscere.
Ma Pinocchio è uno di quei casi in cui la vitalità dell’opera supera di gran lunga il progetto narrativo che la sottende: nessuno ricorda il simpatico pupazzo di legno come «latore di valori morali» o come simbolo del bene che trionfa sul male. In realtà, se questa favola continua ad essere letta in tutto il mondo, dopo centotrenta anni, è per la simpatia senza riserve suscitata dal suo protagonista, così vicino, nelle sue debolezze e incoerenze, ai lettori piccoli e grandi: diciamo la verità, la trasformazione in ragazzino vero lascia un po’ l’amaro in bocca... Ci immaginiamo il suo futuro di figlio e scolaro modello, così grigio e monotono se paragonato alle mirabolanti peripezie della sua precedente vita burattinesca. Un cambiamento che diventa l’emblema malinconico del passaggio dalla magica libertà infantile ai doveri e alle responsabilità della vita adulta: il principio di realtà che prevale sul principio di piacere, potremmo dire con Freud.
L'accoglienza riservata all'opera non fu immediatamente cordiale: l'allora imperante perbenismo, rappresentato dalla moderata critica letteraria allora avvezza a testi più borghesi, ne sconsigliò, addirittura, la lettura ai ragazzi "di buona famiglia" (per i quali, taluno soggiunse, poteva trattarsi di una perniciosa potenziale fonte d'ispirazione).
Su tutt'altro versante, le istituzioni rabbrividirono nel vedere, per la prima volta, dei carabinieri coinvolti in un'opera di fantasia, e reagirono ricercando eventuali motivazioni per il sequestro del libro, scoprendo però che non ve ne era alcuna.
Come evidente, il libro incontrò invece un successo popolare di difficile paragone.
Il calcolo delle copie vendute di Pinocchio in Italia e nel resto del mondo è praticamente impossibile, anche perché i diritti d'autore sono scaduti nel 1940, e quindi a partire da quella data chiunque ha potuto riprodurre liberamente l'opera di Collodi. Una ricerca degli anni settanta condotta da Luigi Santucci annoverava 220 traduzioni in altrettante lingue. Ciò significa che, all'epoca, si trattava del libro più tradotto e venduto della storia della letteratura italiana. Una stima più recente fornita dalla Fondazione Nazionale Carlo Collodi alla fine degli anni novanta, e basata su fonti UNESCO, parla di oltre 240 traduzioni.
lunedì 6 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 luglio.
Il 6 luglio 2003 le gemelle siamesi Ladan e Laleh Bijani, due corpi e due cervelli diversi, ma uniti per la calotta cranica si sottopongono a Singapore a un delicato intervento per separarle. Le ragazze hanno 29 anni, per tutta la vita hanno dovuto convivere con la necessità di scegliere un lavoro che piacesse ad entrambe, amicizie in comune, e tutto quel che ne consegue.
Le gemelle iraniane avevano voluto molto fortemente questo intervento, avevano consultato tanti chirurghi, nessuno era disponibile a operare. L’ultima volta nel 1996 un neurochirurgo tedesco, bravissimo, aveva detto no: troppi rischi. C’era in comune fra i due cervelli uniti lo scarico venoso principale. Loro, Ladan e Laleh (colte, laureate in Legge, una pronta a fare l’avvocato, l’altra con la passione del giornalismo) lo sapevano e hanno continuato a cercare. Che cosa? Qualcuno che quel rischio lo volesse correre, e l’hanno trovato a Singapore: un neurochirurgo dell’Australia Keith Goh che ha messo insieme un gruppo formidabile di neurochirurghi, chirurghi vascolari, chirurghi plastici, e un centinaio di altri tecnici ad aiutarli. Ha fatto venire Ben Carson, direttore della neurochirurgia pediatrica del Johns Hopkins di Baltimora. Goh e Carson non erano alla prima esperienza insieme, avevano separato nel 2001 due neonati del Nepal, anche loro uniti per la testa. L’intervento era riuscito, i due bambini ora stanno benino, hanno problemi, si capisce, ma vivono ciascuno la sua vita. Ladan e Laleh volevano vivere la loro vita e avevano detto esplicitamente, qualche settimana prima dell’intervento: “Non vogliamo pensare a chi di noi vivrà e a chi invece dovesse morire”. Sapevano anche perfettamente che una o entrambe avrebbe potuto svegliarsi con un danno permanente al cervello. Paralizzate, magari, ma libere finalmente ciascuno con la sua vita, con le sue idee, con la sua intelligenza, con il suo desiderio di affermarsi in campi diversi. E di questo probabilmente si deve solo prendere atto. Chi può dire se sia meglio una vita di sacrifici e di privazioni, ogni ora del giorno, tutti i giorni dell’anno, per sempre, o non piuttosto rischiare per riuscire a vivere una vita diversa? E i medici? Anche qui stiamo ai fatti. Sul cervello, sono in assoluto i più competenti al mondo, si sono preparati con uno scrupolo straordinario. L’intervento è stato lunghissimo, segno di grande attenzione ai minimi dettagli, erano in tanti e si davano il cambio. Per loro è stata sul piano tecnico una grande sfida. Lo sapevano benissimo le sorelle Bijani. Una sfida che con queste premesse era giusto correre, che qualche volta in passato è riuscita, che fra qualche anno riuscirà sempre. Interventi sulla vena principale del cervello, se hanno successo possono aprire frontiere straordinarie nella chirurgia dei tumori. La medicina va avanti anche così.
Goh ha voluto tenere sotto osservazione le gemelle per mesi per rendersi conto se la qualità della loro vita attuale fosse così bassa da consigliare comunque di affrontare i rischi di un intervento. ''Negli ultimi mesi le abbiamo tenute d'occhio quasi tutti i giorni - ha detto Goh - osservando le reazioni della gente intorno a loro, bambini e adulti. Penso che la qualita' della vita sia un argomento importante che meriti i rischi dell'operazione''.
Purtroppo non ce l'hanno fatta e sono morte, l'8 luglio 2003, dopo un intervento durato 53 ore all'ospedale "Raffles" di Singapore. L'operazione (la più sosfisticata nel suo genere finora affrontata al mondo) non ha avuto il successo sperato. Laden, la più debole delle due, è stata la prima a morire. Sua sorella Laleh, in condizioni disperate dopo l'intervento, è deceduta circa tre ore dopo. Durante l'intervento, lunghissimo e delicatissimo (si è trattato di separare i due cervelli procedendo millimetro per millimetro), le gemelle avevano perso una grande quantità di sangue. Disperazione e lacrime all'ospedale di Singapore da parte di parenti, amici e semplici cittadini commossi dalla storia delle due donne. Le autorità iraniane, che hanno preso a cuore la storia delle due sorelle, decidendo anche di finanziare per intero l'operazione, hanno espresso "un profondo dolore", come ha solennemente proclamato Abdollah Ramezanzadeh, portavoce dell'esecutivo.
Il 6 luglio 2003 le gemelle siamesi Ladan e Laleh Bijani, due corpi e due cervelli diversi, ma uniti per la calotta cranica si sottopongono a Singapore a un delicato intervento per separarle. Le ragazze hanno 29 anni, per tutta la vita hanno dovuto convivere con la necessità di scegliere un lavoro che piacesse ad entrambe, amicizie in comune, e tutto quel che ne consegue.
Le gemelle iraniane avevano voluto molto fortemente questo intervento, avevano consultato tanti chirurghi, nessuno era disponibile a operare. L’ultima volta nel 1996 un neurochirurgo tedesco, bravissimo, aveva detto no: troppi rischi. C’era in comune fra i due cervelli uniti lo scarico venoso principale. Loro, Ladan e Laleh (colte, laureate in Legge, una pronta a fare l’avvocato, l’altra con la passione del giornalismo) lo sapevano e hanno continuato a cercare. Che cosa? Qualcuno che quel rischio lo volesse correre, e l’hanno trovato a Singapore: un neurochirurgo dell’Australia Keith Goh che ha messo insieme un gruppo formidabile di neurochirurghi, chirurghi vascolari, chirurghi plastici, e un centinaio di altri tecnici ad aiutarli. Ha fatto venire Ben Carson, direttore della neurochirurgia pediatrica del Johns Hopkins di Baltimora. Goh e Carson non erano alla prima esperienza insieme, avevano separato nel 2001 due neonati del Nepal, anche loro uniti per la testa. L’intervento era riuscito, i due bambini ora stanno benino, hanno problemi, si capisce, ma vivono ciascuno la sua vita. Ladan e Laleh volevano vivere la loro vita e avevano detto esplicitamente, qualche settimana prima dell’intervento: “Non vogliamo pensare a chi di noi vivrà e a chi invece dovesse morire”. Sapevano anche perfettamente che una o entrambe avrebbe potuto svegliarsi con un danno permanente al cervello. Paralizzate, magari, ma libere finalmente ciascuno con la sua vita, con le sue idee, con la sua intelligenza, con il suo desiderio di affermarsi in campi diversi. E di questo probabilmente si deve solo prendere atto. Chi può dire se sia meglio una vita di sacrifici e di privazioni, ogni ora del giorno, tutti i giorni dell’anno, per sempre, o non piuttosto rischiare per riuscire a vivere una vita diversa? E i medici? Anche qui stiamo ai fatti. Sul cervello, sono in assoluto i più competenti al mondo, si sono preparati con uno scrupolo straordinario. L’intervento è stato lunghissimo, segno di grande attenzione ai minimi dettagli, erano in tanti e si davano il cambio. Per loro è stata sul piano tecnico una grande sfida. Lo sapevano benissimo le sorelle Bijani. Una sfida che con queste premesse era giusto correre, che qualche volta in passato è riuscita, che fra qualche anno riuscirà sempre. Interventi sulla vena principale del cervello, se hanno successo possono aprire frontiere straordinarie nella chirurgia dei tumori. La medicina va avanti anche così.
Goh ha voluto tenere sotto osservazione le gemelle per mesi per rendersi conto se la qualità della loro vita attuale fosse così bassa da consigliare comunque di affrontare i rischi di un intervento. ''Negli ultimi mesi le abbiamo tenute d'occhio quasi tutti i giorni - ha detto Goh - osservando le reazioni della gente intorno a loro, bambini e adulti. Penso che la qualita' della vita sia un argomento importante che meriti i rischi dell'operazione''.
Purtroppo non ce l'hanno fatta e sono morte, l'8 luglio 2003, dopo un intervento durato 53 ore all'ospedale "Raffles" di Singapore. L'operazione (la più sosfisticata nel suo genere finora affrontata al mondo) non ha avuto il successo sperato. Laden, la più debole delle due, è stata la prima a morire. Sua sorella Laleh, in condizioni disperate dopo l'intervento, è deceduta circa tre ore dopo. Durante l'intervento, lunghissimo e delicatissimo (si è trattato di separare i due cervelli procedendo millimetro per millimetro), le gemelle avevano perso una grande quantità di sangue. Disperazione e lacrime all'ospedale di Singapore da parte di parenti, amici e semplici cittadini commossi dalla storia delle due donne. Le autorità iraniane, che hanno preso a cuore la storia delle due sorelle, decidendo anche di finanziare per intero l'operazione, hanno espresso "un profondo dolore", come ha solennemente proclamato Abdollah Ramezanzadeh, portavoce dell'esecutivo.
domenica 5 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 5 luglio.
Il 5 luglio 1810 veniva inaugurato a Bologna il teatro "Arena del Sole".
L'Arena del Sole, luogo dato agli spettacoli diurni, secondo l'iscrizione che ne sovrasta l'ingresso, fu costruita per iniziativa di Pietro Bonini, commerciante di pellame, come teatro all'aperto in muratura. Sorgeva nell'area del cinquecentesco convento delle monache Domenicane di S. Maria Maddalena, abbandonato in seguito alla soppressione delle corporazioni religiose durante l'occupazione napoleonica di Bologna. Ancora oggi permangono alcune parti originarie dell'antico convento, quali il chiostro, utilizzato durante l'estate per iniziative spettacolari. La sua architettura era di ispirazione neoclassica, antagonista a quella barocca ritenuta classista, in applicazione dell'ideologia giacobina che assegnava al teatro un ruolo cruciale nell'educazione culturale e politica del popolo.
Per tutto l'Ottocento e per la prima parte del Novecento l'Arena fu meta ambita dalle grandi compagnie durante il periodo che da Pasqua arrivava alla fine di settembre. Per citare solo alcuni tra i grandi interpreti che ne hanno calcato il palcoscenico: Tommaso Salvini, Eleonora Duse, Giovanni Emanuel, Irma Gramatica,Ermete Zacconi, Ermete Novelli, Ruggero Ruggeri, Dina Galli, Virginia Marini, Lyda Borelli, Ettore Petrolini, Maria Melato, Paola Borboni, Marta Abba, Renzo Ricci. A partire dal 1916 il teatro si dotò di coperture smontabili, via via sempre più perfezionate, che permisero lo svolgimento di una programmazione invernale, anche cinematografica. La proiezione di film si intensificò negli anni 30, avvisaglia di quella drastica trasformazione del teatro in cinema nel 1949. Nel 1984 il Comune di Bologna acquista l'immobile. Il teatro ospita provvisoriamente due stagioni teatrali, 1984/85 e 1985/86, sotto la direzione artistica di Yuri Lyubimov, e poi, dal 1986, grazie all'impegno del Comune stesso e della Regione Emilia Romagna, ha inizio la radicale ristrutturazione che lo ha portato nel 1995 a rinascere a nuova vita sotto la direzione di Nuova Scena-Teatro Stabile di Bologna: da quella Nuova Scena ha prodotto circa 70 allestimenti e ospitato circa 1000 spettacoli per un totale di oltre 1 milione 500 mila spettatori.
Il 5 luglio 1810 veniva inaugurato a Bologna il teatro "Arena del Sole".
L'Arena del Sole, luogo dato agli spettacoli diurni, secondo l'iscrizione che ne sovrasta l'ingresso, fu costruita per iniziativa di Pietro Bonini, commerciante di pellame, come teatro all'aperto in muratura. Sorgeva nell'area del cinquecentesco convento delle monache Domenicane di S. Maria Maddalena, abbandonato in seguito alla soppressione delle corporazioni religiose durante l'occupazione napoleonica di Bologna. Ancora oggi permangono alcune parti originarie dell'antico convento, quali il chiostro, utilizzato durante l'estate per iniziative spettacolari. La sua architettura era di ispirazione neoclassica, antagonista a quella barocca ritenuta classista, in applicazione dell'ideologia giacobina che assegnava al teatro un ruolo cruciale nell'educazione culturale e politica del popolo.
Per tutto l'Ottocento e per la prima parte del Novecento l'Arena fu meta ambita dalle grandi compagnie durante il periodo che da Pasqua arrivava alla fine di settembre. Per citare solo alcuni tra i grandi interpreti che ne hanno calcato il palcoscenico: Tommaso Salvini, Eleonora Duse, Giovanni Emanuel, Irma Gramatica,Ermete Zacconi, Ermete Novelli, Ruggero Ruggeri, Dina Galli, Virginia Marini, Lyda Borelli, Ettore Petrolini, Maria Melato, Paola Borboni, Marta Abba, Renzo Ricci. A partire dal 1916 il teatro si dotò di coperture smontabili, via via sempre più perfezionate, che permisero lo svolgimento di una programmazione invernale, anche cinematografica. La proiezione di film si intensificò negli anni 30, avvisaglia di quella drastica trasformazione del teatro in cinema nel 1949. Nel 1984 il Comune di Bologna acquista l'immobile. Il teatro ospita provvisoriamente due stagioni teatrali, 1984/85 e 1985/86, sotto la direzione artistica di Yuri Lyubimov, e poi, dal 1986, grazie all'impegno del Comune stesso e della Regione Emilia Romagna, ha inizio la radicale ristrutturazione che lo ha portato nel 1995 a rinascere a nuova vita sotto la direzione di Nuova Scena-Teatro Stabile di Bologna: da quella Nuova Scena ha prodotto circa 70 allestimenti e ospitato circa 1000 spettacoli per un totale di oltre 1 milione 500 mila spettatori.
sabato 4 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 luglio.
Il 4 luglio 1865 Charles Ludwige Dogson pubblica, con lo pseudonimo di Lewis Carroll, il libro "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie".
“«Oh, non puoi evitarlo» ribatté il Gatto: «siamo tutti matti qui. Io sono matto, tu sei matta.» «E da cosa giudichi che io sono matta?» «Devi esserlo perchè altrimenti non saresti qui. »”
Il viaggio di Alice inizia nella tana del Bianco Coniglio: nascosta nella dimensione confusa e precaria, dove tutto può essere reale, l’immaginazione esercita un potere assoluto, influenza e condiziona le percezioni sensoriali. La convinzione d’appartenere al tempo e allo spazio va via via sgretolandosi. Si piomba nella dimensione del sogno e, attendendo il magico accesso nel giardino oltre la serratura, la memoria è ormai dimenticata.
La lucidità dapprima atterrisce, quindi corrode, infine impone quasi d’essere rifiutata. Niente è ciò che sembra: la logica è stata sbaragliata su ogni fronte.
“Il Bianco Coniglio cavò dalla tasca del panciotto un orologio.” Ecco l’errore del sistema per sedurre, per affascinare e per imprigionare la mente nel nuovo, fantastico mondo: il paese delle meraviglie, in cui l’assurdo può essere vero, come reale sarà anche il consiglio di un bruco saccente.
Il Bianco Coniglio, animali che nuotano in un pozzo di lacrime, il Gatto del Cheshire. La Lepre Marzolina, il Cappellaio Matto, le Rose e le Carte sprigionano luminosità e vivacità; ogni visitatore cambia forma, aspetto e neanche il suo essere rimane immutato. Si è proiettati nel regno del nonsense, del paradosso, del grottesco.
È il Reverendo Charles Ludwige Dogson, conosciuto con lo pseudonimo di Lewis Carroll, che ha illuminato di dolcezza e fantasia la caduta della mente nella tana del Bianco Coniglio. Alice si divincola dalle catene del metodo, delle consuetudini e della conoscenza: dimostra di poter credere a tutto quel che incontra. “Le erano già accadute tante cose straordinarie che ormai tutto le pareva possibile.”
Un libro con figure e dialoghi, così come piace ad Alice. Un tuffo in un mondo dominato dalla fantasia: è la sterminata e incontaminata essenza del sogno, spogliatasi della realtà conosciuta.
Lewis Carroll, matematico e assertore di nuove e deliranti logiche, scrittore borghese di metà ottocento, innamorato cantore dell’innocenza e nostalgico poeta dell’immaginazione perduta, si oppose alla mediocrità e alla prosaicità del sistema e della società, regalando ai suoi contemporanei, in forma di favola, una chiave di accesso al giardino, dove rose e carte possono parlare e il viaggiatore può dimenticare d’essere esistito e di aver conosciuto perché tutto ciò che vede è novità senza nome.
All’interno del libro molte sono le disposizioni matematico-logiche operate dall'autore. Esse affascinano ancor di più il lettore e lo fanno scivolare in un mondo esponenzialmente meraviglioso.
In particolare, nel capitolo Un the di matti, il Cappellaio Matto inizia col porre un indovinello ad Alice: “Why is a raven like a writing-desk?” (“Sai dirmi perché un corvo assomigli ad uno scrittoio?”). Le chiavi di lettura della proposizione sono due: like e is. In matematica, la similitudine è una corrispondenza biunivoca tale che sempre due coppie di elementi omologhi siano proporzionali; il rapporto tra questi elementi (rapporto di similitudine) si indica solitamente con la lettera k. In casi particolari, quando k=1, si ha un rapporto di congruenza. Like e is rappresentano questa duplicazione semantica. Su questa base, l'indovinello di Carroll si biforca: "Perché un corvo è come uno scrittoio?" oppure "Perché un corvo assomiglia ad uno scrittoio?". La seconda domanda, per trovare risposta, necessita dell'aiuto sia della logica che dell'immaginazione: immersi in uno stato ipnagogico (stato onirico di semi-coscienza che precede il risveglio) si potrebbe rispondere che ciò che fa assomigliare un corvo ad uno scrittoio sia il colore nero; sebbene uno scrittoio tutto nero possa non piacere, il non-senso dell'indovinello si esaurisce nella sua significazione. Il primo indovinello, così com'è stato formulato, rappresenta una questione prettamente geometrica. In linea di principio, l'uguaglianza è quella relazione fra due enti che godono delle stesse proprietà e, più precisamente in geometria, è la relazione tra due figure che, sovrapposte, coincidono punto per punto. Ora, come può un corvo coincidere punto per punto con uno scrittoio?
Detto questo, non si può tacere nemmeno della friabilità della risoluzione del secondo indovinello: essa è logicamente fantastica e non fantasticamente logica. In definitiva, essa non è fondata su niente.
Il quesito del Cappellaio è, nel libro di Carroll, irrisolto: esso è nonsense allo stato puro. Alice non vi risponde, non trova niente; né tantomeno ne sa niente il Cappellaio che, da parte sua, risponde alla bambina di non averne la più pallida idea.
Lo studioso Deleuze, filosofo francese del XX secolo ed importante critico del libro di Carroll, a questo proposito risponde così: “La domanda si svolge in problemi, e i problemi si avvolgono in una domanda fondamentale. E così come le soluzioni non sopprimono i problemi, ma al contrario vi trovano le condizioni sussistenti senza le quali esse non avrebbero alcun senso, le risposte non sopprimono affatto la domanda né la soddisfano, e questa persiste attraverso tutte le risposte. Vi è dunque un aspetto per cui i problemi restano senza soluzione e la domanda senza risposta.”
Successivamente il Cappellaio, assieme alla Lepre Marzolina, espone esempi nei quali il valore semantico di una proposizione cambia se l’ordine degli addendi viene invertito (proprio come nella divisione): “«Allora, dì quello che intendi» continuò la Lepre. «Certo» rispose Alice; «almeno… almeno… intendo ciò che dico; che è poi tutt'uno, mi pare». «Tutt'uno un cavolo!» esclamò il Cappellaio. «In egual modo, potresti sostenere che <io vedo quello che mangio, > sia lo stesso che dire: <io mangio quello che vedo!>»”
“E qui la conversazione cadde, e la compagnia stette per qualche minuto in silenzio, mentre Alice passava in rivista tutto quel che sapeva riguardo ai corvi e agli scrittoi.
Il primo a rompere il silenzio fu il Cappellaio: «Sai a quanti del mese siamo?»”. Si passa dunque a discutere riguardo l’orologio del Cappellaio che segna solo i giorni del mese.
“E’ un pezzo che è pazzo; mettiamolo in un pozzo” dice la Lepre riferendosi all'orologio: un orologio strano che si cerca di riparare, sempre se realmente rotto, con il burro.
Il tempo è, nella sua essenza originaria, un desiderio. Il desiderio che a qualcuno venga tagliata la testa; il desiderio che a qualcuno venga sottratto il potere di cambiare.
Esso non si fa battere dalla musica né formulare da un’equazione: “«Potreste impiegare molto meglio il vostro tempo» osservò Alice «e non sprecarlo in siffatto modo, proponendo degli indovinelli che non hanno spiegazione». «Ah, se tu conoscessi il tempo come lo conosco io!» ribatté il Cappellaio. «Scommetto che tu non gli hai mai parlato.» «Non credo» disse Alice prudentemente. «So che lo devo battere, quando faccio gli esercizi di musica.» «Ah, no! Egli non sopporta le bastonate! Bisogna avergli riguardo. Soltanto a questa condizione, egli farà camminare il tuo orologio come desideri. Supponi, per esempio, che sono le 9 di mattina, l’ora delle lezioni: tu lo trattieni in bel modo, gli dai una spintarella, ed ecco che l’orologio in un attimo gira, e segna il mezzogiorno, l’ora del pranzo!» «Volesse il cielo che fosse l’ora del pranzo!» sospirò la Lepre.”
Sono sempre le sei del pomeriggio. La tavola è grande, ma non c’è tempo per lavare le tazze; bisogna scalare di posto per averne qualcuna pulita. E’ certo che non si può bere dalla stessa tazza. Eppure le tazze finiranno e sarà sempre l’ora del tè.
Ecco la sostituzione del tempo con lo spazio: lo spazio "scorre" (infatti, si cambia posto sul tavolo) ed il tempo "resta fermo" (infatti, è sempre l'ora del tè).
Anche la tavola è finita: bisognerebbe ricominciare.
Che ore sono? Sempre le sei. L’orologio è come prima.
Del resto si tratta di una questione di tempo e si sta sognando...
“«Chi sei?» domandò il Bruco «Io…» balbettò Alice, e il suo fare era imbarazzato e timido; «non lo so, signore; so chi ero quando mi sono alzata questa mattina, ma penso che da allora sono stata cambiata più di una volta»”
Alice è una bambina molto curiosa: “da una situazione iniziale di indolenza e di noia, Alice scatta alla rincorsa del Coniglio, mossa unicamente dalla curiosità, la stessa molla che la porterà ad aprire tutte le porte, a mangiare o a bere tutto ciò che trova, ad avventurarsi in dialoghi rischiosi: è la curiosità dello scienziato, della mente libera e indipendente, che affronta l’oggetto nella più totale assenza di pregiudizi”. Tuttavia, solitamente, la mente di uno scienziato non è libera e indipendente, è erede di una serie di leggi e di fenomeni vincolati ai «nomi propri» di altri scienziati; tale scienziato è legato ad una tradizione. Questo è un fisico archivista , e l’unica alternativa ad esso sta in una nuova figura: il fisico-Alice.
Il fisico archivista rimuove il piano di referenza attraverso una schematizzazione fisica del mondo e crede di poter intrappolare tutta la realtà in una semplice equazione. È il potere che rende allo scienziato in questione la facoltà di concepirsi come il solo a poter tracciare la via d’accesso a questo mondo reale, l’unico a poter produrre gli enti che vanno poi ad abitare questo mondo: è ciò che gli fa dire io sono l’unico a poter capire la legge, “che ha potuto sposar gli elementi senza farli scoppiare” . Il fisico archivista, allora, solo dopo essersi riconosciuto in questo io, assicura di essere in grado di strappare alla profondità della Natura i suoi segreti e di riversare quella stessa profondità in una legge. Questa è una situazione in cui il fisico alza la voce e non riconosce la singolarità della propria pratica. Alice può allora suggerire una strada diversa da percorrere.
L’itinerario che segue Alice, così come viene suggerito da Gilles Deleuze, è molto preciso. Vi è una prima parte (cap. I-III) dedicata alle profondità (si pensi che il titolo iniziale dell’opera era Le avventure di Alice nel sottosuolo) in cui Alice è immersa in un mondo di rovesci; persino lo stesso processo della crescita diventa un paradossale e incontrollabile disarticolarsi tra il grande e il piccolo. Tutto ciò finisce per ripercuotersi sul concetto stesso che Alice ha della propria identità (“«Ma allora, » pensava la povera Alice «non mi servirebbe a niente fingere di essere due persone. Di me è rimasto tanto poco, che basta appena a fare una sola persona che si rispetti!»”).
Vi è poi una seconda parte (cap. IV-VII) in cui si osserva qualche cambiamento. Anche qui Alice cresce e rimpicciolisce, ma la sua crescita non è più finalizzata ad alcun obiettivo da raggiungere (una chiave da prendere o una porta da aprire). Tutto comincia ad essere riunito in una sola direzione: “Se prima la crescita-decrescita si sviluppava lungo i poli definiti dal bere-mangiare, ora è solo il fungo che determina questo continuo crescere-decrescere” . È questa la chiave di lettura che bisogna usare per episodi come quello in cui Alice parla col Gatto del Cheshire (cap. VI) quando si trova ad un bivio e deve scegliere che strada intraprendere. Il Gatto dice ad Alice che da una parte abita il Cappellaio e dall'altra la Lepre Marzolina; e non ha importanza a chi Alice decida di far visita, se alla Lepre o al Cappellaio, tanto “sono pazzi tutti e due”. E l’essere pazzi, come evento che li accomuna, glieli farà trovare nello stesso luogo, disposti attorno ad una tavola rettangolare. Tale è “la simultaneità del divenire” : “la non distinzione delle due direzioni” , è come se Alice stesse andando a destrasinistra quando decide di raggiungere la Lepre Marzolina. Sembra, inoltre, che per Alice non sia più così strano trovarsi al cospetto degli eventi puri: se nella prima parte era spaventata dal suo continuo crescere-decrescere, ora non si meraviglia più di tanto se il Gatto scompare e riappare continuamente. È il sogghigno senza gatto il vero evento: il mero evento svuotato dalla dimensione fisica di profondità. “Un gatto senza riso, si capisce, ma un riso senza Gatto! No davvero, non ho mai visto nulla di più straordinario in vita mia.” È anche vero, tuttavia, che Alice avverte ancora un po’ di timore nei riguardi di questo Gatto (Alice nota le “unghie molto lunghe e i denti numerosi.” )
È solo nell'ultima parte (cap. VIII-XII) che il Gatto diventa un suo amico. D'altronde tutti gli animali che popolano il paese delle meraviglie sono, ora, solo strumenti di gioco inoffensivi (i fenicotteri con cui Alice gioca a palla dalla Regina) e fra gli abitanti del giardino i più numerosi sono “carte senza spessore, figure piane” . Alice si eleva al di sopra di tali figure, è in grado di rilevare lo stato delle cose senza modificazione alcuna: rileva, cioè, l’evento puro. Ha finalmente guadagnato la superficie degli eventi.
In definitiva, il tentativo di mettere in scena una breve e scarna storia della fisica seguendo l’itinerario di Alice vuol dire immettere in questa storia la possibilità di un nuovo fisico, il fisico-Alice; egli rimuove la singolarità della sua pratica in nome di un’immagine unificata, e non importa se essa venga dichiarata impossibile da realizzare. Il divenire del mondo, in caso contrario, verrebbe meno. La Scienza non è sacrosanta, per il fisico archivista, invece, “la Ragione si unisce alla sorte di tutti quegli altri mostri astratti come l'Obbligo, il Dovere, la Morale, la Verità ed i loro predecessori più concreti, gli Dèi, che furono usati un tempo per incutere timore nell'uomo e per limitarne il libero e naturale sviluppo.” Al contrario, secondo il fisico-Alice, “i procedimenti della scienza non si conformano ad alcuno schema comune, non sono "razionali" in riferimento a nessuno schema del genere. Gli uomini intelligenti non si lasciano limitare da norme, regole, metodi, ma sono opportunisti, ossia utilizzano quei mezzi mentali e materiali che, all'interno di una determinata situazione, si rivelano i più idonei al raggiungimento del proprio fine.”
E’ ora che “il fisico smetta di precipitare e tonfi senza farsi del male.” Si ritrova nelle realtà microscopiche della Natura, all'inizio di un lungo corridoio. Tutto questo per seguire un Bianco Coniglio.
Il Coniglio, contrapponendosi ad Alice, rappresenta il fisico archivista; egli ha nel panciotto un orologio: questo è lo strumento per eccellenza della meccanica classica, si potrebbe ipotizzare che gli sia stato dato da Sir Isaac Newton in persona.
Nella storia di Carroll, infatti, il Coniglio Bianco è la figura dell’adulto ossessionato dal Tempo: il tempo scandito al ritmo del mondo di chi è sveglio. Questo scansione temporale si può evincere da alcuni passi in cui il Coniglio sembra essere l’unico a seguire un comportamento pienamente «normale». Per esempio, nel capitolo XI (Chi ha rubato le torte?), quello del processo, è proprio il Coniglio che ricorda al Re che prima di emettere il verdetto bisogna seguire un determinato iter processuale: “«Pronunciate il verdetto» disse il Re alla giuria. «Non ancora! Non ancora!» interruppe il Coniglio Bianco. «prima bisogna discutere.»”
In base alle teorie della meccanica quantistica, ogni osservazione di un determinato stato di cose (a livello microscopico) modifica il suddetto stato. Il principio d’indeterminazione di Heisenberg ne è la più lucida espressione, sia a livello fisico che filosofico. Si può dimostrare che i corpi dipendono dagli eventi e non sussistono di per sé, ossia non sono sostanza: piuttosto esse sono cose potenziali. Tra un’osservazione e l’altra è sospeso ogni giudizio circa la natura dell’oggetto in questione: non si può dire cosa esso sia a priori, si deve osservarlo, il che significa cambiarlo. Non ha più senso la domanda circa l’essenza (immobile) della cosa.
“Possiamo paragonare lo scienziato, che abbandona il campo dell’intuizione viva per scoprire più vasti rapporti, con l’alpinista che vuole scalare la più alta cima di una ponderosa catena di montagne per abbracciare con lo sguardo , nel suo insieme, il paese sottostante. Anche l’alpinista deve abbandonare le fertili valli abitate dagli uomini. Quanto più egli sale tanto più vasto si apre il paesaggio al suo sguardo, e tanto più si rarefa la vita che lo circonda. Infine egli giunge in una limpida e abbagliante regione di nevi e di ghiacci, in cui tutta la vita è spenta, in cui anch'egli non può respirare che con grande difficoltà.”
L’ontologia della fisica delle particelle, ovvero lo studio dell’essere secondo questa scienza, è un’ontologia difettosa: ogni concezione della realtà è eventuale, anche l’esistenza stessa. Questo tipo di ontologia sfugge ad una rigorosa formulazione logica, fa implodere i canoni del vecchio scientifichese, le cui regole sintattiche erano fondate su una concezione deterministica della realtà (rigido meccanismo causa-effetto).
La teoria quantistica consegna il mondo al suo paradosso: il paradosso “distrugge il senso comune come assegnazione di identità fisse.” Alice, nel libro di Carroll, lascia il sottosuolo e comincia a giocare con le carte, che sono prive di spessore. A tavola dal Cappellaio ci si muove lateralmente, anche se c’è ancora spazio per la verticalità del profondo.
“In tutta l’opera di Carroll si tratta degli eventi nella loro differenza con gli esseri, le cose e gli stati di cose.” Il soggetto sfugge al presente, dilaniandosi tra futuro e passato, percorrendo il limite superficiale dell’evento.
La chiave è l’evento. La realtà, nel suo paradosso, necessita di un’altra logica e, forse, tutto ciò produrrà un nuovo soggetto, un uomo diverso: il fisico-Alice.
E' straordinario, leggendo il libro di Carroll, sentirsi Alice e, come lei, rimanere coinvolti e stravolti in quel meraviglioso paese. È come essere inghiottiti e trascinati in un mondo surreale ma non per questo falso, perché la verità non è nella forma che ci appare.
Risulta evidente, inoltre, la componente inconscia. Alice, infatti, può essere paragonata all'acqua la quale, in chiave freudiana, simboleggia l'inconscio.
L’acqua è vista come elemento pericoloso, come sostanza che bevuta la fa sviluppare esageratamente di statura e quindi la fa "crescere", trasformandola in un adulto, perciò in qualcosa di negativo. Le sue lacrime diventano così grandi e copiose che arrivano a formare un mare, nonostante imponesse a se stessa di smettere: “Le lagrime venivano giù, grosse, insistenti, una dietro all'altra, benché di quando in quando si riprendesse, e si dicesse che era vergognoso piangere così.”
È come se, trovandosi impreparata ad una situazione di crisi, Alice facesse la cosa più naturale che capita in situazioni di paura e smarrimento: mettersi a piangere; ma le hanno insegnato che una bambina grande non piange. L’universo è costruito in modo pragmatico, caotico e Alice, obbedendo ai canoni della società, cerca di impartirgli un ordine, necessita di esso anche se consapevole del fatto che l’ordine non può appartenere al paese delle meraviglie. Il mondo “reale” pretende da lei controllo, esige che indossi una, anzi centomila maschere, tante quante sono le situazioni, i luoghi, i tempi e i personaggi che si trova dinanzi.
“La vita è un flusso continuo[…]. Le forme, in cui cerchiamo d’arrestare, di fissare in noi questo flusso continuo, sono i concetti, sono gli ideali a cui vorremmo serbarci coerenti, tutte le finzioni che ci creiamo, le condizioni, lo stato in cui tendiamo a stabilirci.”
La frammentarietà del reale si riflette anche nell'uomo che si ritrova privo di identità: egli riveste un ruolo e da persona diventa personaggio. Tuttavia il soggetto non ne è cosciente e, perché lo diventi, è necessario sovvertire tutte le certezze, demistificare le verità assolute: tutto è probabile. “È stato un attimo, ma dura a lungo in noi l’impressione di esso, come di vertigine, con la quale contrasta la stabilità, pur così vana, delle cose: ambiziose o misere apparenze. La vita, allora, che s’aggira piccola, solita, tra queste apparenze ci sembra quasi che non sia più per davvero, che sia come una fantasmagoria meccanica. E come darle importanza? Come portarle rispetto?”
La possibilità di salvezza è incarnata in colui che è cosciente della molteplicità delle maschere che ognuno indossa e riesce a sfuggire alle limitazioni imposte dalla convenzionalità: questa è proprio Alice. “E tutto, attimo per attimo, è com'è, che s’avviva per apparire. Volto subito gli occhi per non vedere più nulla fermarsi nella sua apparenza e morire. Così soltanto io posso vivere, ormai. Rinascere attimo per attimo. Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni. […] Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, e se ne fanno voce le campane. Io non ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, e rinasco nuovo senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”
Alice è pura coscienza, diventa una maschera nuda: tutto quello che le succede lo avverte come sensazione, non riesce a razionalizzare: quello che i diversi animali o strane creature incontrati le dicono, non corrisponde a quello che dovrebbe essere (così come le è stato insegnato) realmente giusto. Ma è realmente possibile stabilire cosa è giusto?
In verità, sia nel mondo “reale” (in maniera occultata), che nel paese delle meraviglie, è impossibile stabilire una logica onniesplicativa. Nel primo la realtà caotica delle cose fluisce inarrestabile e l’uomo raziocinante tenta di fermarla costringendola in delle forme; nel secondo, invece, l’unica regola vigente è non avere alcuna regola. Alice cade dunque in continua contraddizione e confusione; le creature che incontra le pongono strane domande e subito dopo la aggrediscono verbalmente, mettendo in discussione le sue risposte, il suo essere. Indecisa tra quello che le hanno insegnato, tra quello che è diverso e quello che lei sa che è vero. È come se tutte le varie trasformazioni e mutamenti interiori che, naturalmente accadono ad ognuno, diventassero, per Alice, tangibili.
Carroll tende così ad identificarsi con Alice, per mezzo della quale (come attraverso lo Specchio), vive nel modo in cui vorrebbe vivere, essendo se stesso: il candido desiderio di Alice di far parte del paese delle meraviglie rappresenta, infatti, l'utopia dell’autore di evadere il rigido rigore vittoriano.
Considerato che “l’artista sa trovare la strada di ritorno dal mondo della fantasia alla realtà” e che “le sue creazioni, le opere d’arte, sono soddisfazioni fantastiche di desideri inconsci, come i sogni” , il libro di Carroll può essere assimilabile ad un sogno e diviene un manifesto dell'assoluto mistero dell'inconscio; questo è un luogo senza confini, non c'è un riferimento, un inizio e una fine, non si può afferrare, perché è in continuo movimento con leggi proprie e apparentemente incomprensibili, ma, in realtà, meno disordinate del gran caos che è la vita fuori (ecco perché viene associato all'acqua).
“Le carte si sollevavano, le volavano addosso, la perseguitavano. Un piccolo grido, un grido di angoscia mista a sdegno, le sfuggì dalle labbra, mentre cercava da cacciarle indietro e di liberarsene; e ad un tratto, si trovò sulla panca, con la testa in grembo alla sorella, che dolcemente le scoteva dai capelli alcune foglie secche cadute dall'albero. «Svegliati, Alice cara» le disse sua sorella. Che dormita hai fatto!» «Ho sognato un sogno così strano, se sapessi!»”
Ecco, negli ultimi passi del libro, che il segreto viene svelato: è stato tutto un sogno.
Il sogno che Alice vive è, in termini freudiani, una produzione psichica caratterizzata da immagini, percezioni, emozioni che si svolgono in maniera irreale, svincolandosi dalla normale catena logica degli eventi reali. La realtà nella quale Alice cade è, difatti, una realtà governata dall'irrazionalità, nella quale tutto è possibile (anche aggiustare un orologio imbevendolo in una tazza di thé).
Per Freud “i sogni non devono essere paragonati ai suoni discordanti che provengono da uno strumento musicale percosso da un tocco estraneo invece che dalla mano del musicista; non sono privi di significato, non sono assurdi; non implicano che una parte delle nostre rappresentazioni sia addormentata, mentre un’altra parte comincia a svegliarsi. Al contrario, sono fenomeni psichici pienamente validi, […] i sogni si rivelano, senza alcuna maschera, come appagamenti di desideri.”
Nel sonno viene meno il controllo della coscienza sui pensieri dell’uomo e può quindi liberamente emergere il suo inconscio travestendosi in immagini di tipo simbolico. Il sogno è, quindi, la via régia verso la scoperta dell’inconscio: una forza attiva, dotata di proprie finalità e operante con una propria logica, diversa dalla logica della vita cosciente (che è basata ad esempio sul principio di causalità, di non contraddizione, sulle sequenze temporali ordinate di passato, presente e futuro).
D'altronde anche Breton condanna la ricerca calcolata della felicità limitata alla realtà prudente e senza sorprese, che rinuncia al sogno e al desiderio e, asserendo che solo nel sogno l'uomo è completamente libero, tutto è possibile.
Il paese delle meraviglie è la meta che ognuno vorrebbe raggiungere, anche se solo nel lontano inconscio: un paese senza regole né limiti nel quale, senza maschere, l’uomo fluirebbe libero nella felicità come una nuvola, ascensione sublime dell’acqua ormai slegata da vincoli terreni, è sospinta dal vento.
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