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sabato 3 ottobre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.
Il 3 ottobre 1866 viene siglato il Trattato di Vienna, che pone fine alla Terza Guerra d'Indipendenza Italiana.
Quando il 17 marzo 1861, a seguito dell’Impresa dei Mille, il re di Sardegna Vittorio Emanuele II di Savoia divenne re d'Italia, il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo. Da un lato, infatti, il Veneto, il Trentino e Trieste appartenevano ancora all'Austria e dall'altro Roma era saldamente nelle mani di papa Pio IX.
Per completare l’unità d’Italia era necessario trovare nuovi alleati. In quegli anni il Regno di Prussia aspirava a diventare la principale potenza del mondo germanico. Entrò quindi in contrasto con l’Austria. Nell’aprile del 1866 Italia e Prussia stipularono un trattato che prevedeva la guerra contro l’Austria. L’Italia avrebbe ottenuto in cambio il Veneto.
Poco dopo, nel giugno del 1866, la Prussia attaccò l’Austria, e subito l’Italia si schierò al suo fianco: iniziava così la terza guerra d’indipendenza. L’esercito italiano era numerosissimo, ma male armato e poco organizzato.
A Custoza fu duramente sconfitto. Il governo italiano cercò di rifarsi della brutta figura, e volle ingaggiare una battaglia navale a Lissa, un’isola di fronte alla Dalmazia, nel mare Adriatico. La flotta italiana, benché superiore come mezzi, subì gravi perdite e due grandi corazzate furono affondate. Il comandante Persano fu destituito e degradato. Nonostante le sconfitte italiane, l’esito della guerra fu positivo, grazie alla vittoria dei Tedeschi sugli Austriaci a Sadowa (luglio 1866).
Solo Garibaldi riuscì a tenere alto l’onore italiano. Dopo aver battuto gli Austriaci a Bezzecca, prese a dirigersi verso Trento. Ma nell’agosto del 1866 venne firmata la pace, e Garibaldi ricevette l’ordine di fermarsi. A quest’ordine Garibaldi, per nulla d’accordo, rispose con un celebre telegramma di una sola parola: “Obbedisco”. In base agli accordi stabiliti in precedenza, l’Austria fu costretta a cedere il Veneto all’Italia.
Trento e Trieste restavano però all’Austria.
Il papa, Pio IX, era rimasto profondamente dispiaciuto dalla diminuzione del suo Stato. Ma c’era di più. Tutto il Risorgimento appariva ostile ed inaccettabile agli occhi della Chiesa. Nel 1864 il Papa pubblicò il Sillabo degli errori del tempo: si trattava di un elenco di tutte le idee che la Chiesa considerava sbagliate. In sintesi la Chiesa condannava tutte quelle riforme che dalla Rivoluzione francese si erano diffuse in Italia ed in Europa:
-          la libertà di pensiero, di stampa e d’espressione;
-          il principio di sovranità popolare;
-          la separazione della Chiesa dallo Stato.
Il Sillabo approfondì il divario fra i liberali ed i cattolici. Tra i liberali crebbe il numero degli anticlericali, cioè di coloro che erano contrari al clero ed alla Chiesa. I cattolici liberali, che nei decenni precedenti avevano contato grandi personalità come Manzoni e Gioberti, si trovarono isolati e senza appoggi da parte della Chiesa.
La Chiesa cattolica non riconobbe il nuovo Stato italiano
Particolarmente sentita  era la questione romana: cioè il problema che riguardava l’annessione di Roma all’Italia. La città era considerata la naturale capitale d’Italia. Ma i cattolici erano contrari ad un attacco allo Stato pontificio.
Soprattutto Napoleone III non voleva dispiacere ai cattolici francesi, e si era impegnato fin dal 1849 a difendere la sede papale. Il governo italiano doveva per forza adeguarsi all’imposizione del suo principale alleato. Nel 1864 fu stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, un trattato in base al quale l’Italia rinunciava ad ogni pretesa su Roma. Per dimostrare di aver accettato definitivamente questa situazione, il governo decise anche di spostare la capitale del regno da Torino a Firenze.
La conquista di Roma era sostenuta con particolare energia da Giuseppe Garibaldi. Questi aveva un enorme seguito fra le masse popolari: il suo motto era: << O Roma, o morte! >>. I volontari garibaldini tentarono più volte di entrare in Roma. Nel 1862 furono bloccati dall’esercito italiano mentre si organizzavano in Aspromonte. Nel 1867 l’armata francese intervenne direttamente per respingere a Mentana un nuovo attacco.
L’unità era ancora da portare a termine: la questione romana venne inizialmente affrontata senza successo.
Anche per Roma la soluzione venne dalla mutata situazione internazionale. Nel 1870 scoppiò la guerra franco-prussiana, e la vittoria tedesca portò al crollo dell’Impero di Napoleone III. Ne approfittò il governo italiano, che si sentì libero di agire.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri italiani entrarono in Roma e la occuparono dopo brevissimi combattimenti. Dopo circa 12 secoli, lo Stato della Chiesa non esisteva più. Pio IX si rifugiò nei Palazzi Vaticani e dichiarò di essere prigioniero.
Pochi mesi dopo, nel 1871 Roma fu proclamata capitale d’Italia. Nel maggio dello stesso anno il Parlamento italiano votò una legge che regolava il rapporto tra Stato e Chiesa. Questa legge, detta legge delle guarentigie, cioè delle garanzie, stabiliva:
-          l’assegnazione al Papa dei palazzi del Vaticano e del Laterano, oltre ad alcune residenze nei dintorni di Roma. A questi edifici veniva riconosciuta l’extraterritorialità. Formavano cioè uno Stato indipendente, la Città del Vaticano, di cui il Papa era il capo;
-          l’impegno da parte dello Stato italiano a versare ogni anno una somma di denaro adeguata al mantenimento della Città del Vaticano;
-          il riconoscimento per la Chiesa cattolica dell’assoluta libertà di organizzazione e di propaganda all’interno dello Stato italiano.
Ma il Papa rifiutò il riconoscimento dello Stato italiano, e quindi della legge delle guarentigie. Ribadì d’essere prigioniero in Vaticano, scomunicò il Re, il governo italiano e vietò ai cattolici di partecipare all’attività politica nazionale. Persino di andare a votare.
Da quel momento, per circa cinquant’anni, i cattolici furono impegnati soprattutto in attività culturali o sociali, in aiuto dei più poveri. Bisognerà attendere il 1919 prima di veder nascere un partito cattolico.

domenica 20 settembre 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 settembre.
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri guidati dal generale Cadorna aprivano con l'artiglieria una breccia di circa 30 metri nelle mura di Roma, all'altezza di Porta Pia.
Il processo di unificazione dell’Italia si innesca, inesorabile, nel 1848, quando sommosse spontanee si verificano un po’ dovunque, dalla Lombardia alla Liguria, al Veneto fino alla Sicilia, passando per la Toscana, dando vita a governi locali.
Sollecitato dai liberali piemontesi, Carlo Alberto di Savoia, che aveva simpatizzato per le idee illuministiche, dichiara guerra all’Austria con l’intento di liberare le aree del nord Italia dalla sua oppressione. Nasce la prima guerra d’indipendenza, ma gli accadimenti che ci interessa porre in rilievo in questo frangente sono quelli che attengono allo Stato Pontificio.
Pio IX, infatti, che in un primo momento si mostra favorevole ai moti rivoluzionari inviando un proprio esercito a sostegno di Carlo Alberto, poco dopo si rende conto che la guerra contro l’Austria, potenza cattolica, potrebbe determinare uno scisma nella chiesa. Il 29 aprile 1848, dunque, abbandona l’alleanza. Il popolo romano, che aveva accolto con grande entusiasmo la partecipazione al conflitto, ora è preda di un furore cieco che porta all’assassinio del ministro pontificio Pellegrino Rossi e minaccia lo stesso Papa.
Pio IX lascia Roma e si rifugia a Gaeta, mentre nella città viene proclamata la Repubblica Romana che adotta il tricolore “per ispirare nell’animo delle truppe l’amore all’Italia”, e alla cui guida è posto un triumvirato composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. Ma per la neonata Repubblica i problemi iniziano immediatamente: con un esercito composto da 14.700 uomini, compresi gli “irregolari” di Garibaldi, deve far fronte a quelli, in arrivo, delle potenze amiche del Papa: Francia, Regno di Napoli, impero asburgico e Spagna. Anche se a difesa della repubblica giungono a Roma forze costituite da patrioti provenienti da tutt’Italia, i rapporti di forza rimangono notevolmente sproporzionati.
Iniziato il conflitto, la difesa della città assume in molti casi un carattere epico. Garibaldi ottiene molti successi sui nemici, pur con forze risicate, a Porta Angelica, Porta Cavalleggeri, Castel Guido, Tivoli, Velletri, Palestrina. Così scrive alla sua Anita: “Noi combattiamo sul Gianicolo e questo popolo è degno della passata grandezza. Qui si vive, si muore, si sopportano le amputazioni al grido di ‘Viva la Repubblica’. Un’ora della nostra vita in Roma vale un secolo di vita!” Ma ogni resistenza è vana. Fra le tantissime vittime vi sono Enrico Dandolo, Luciano Manara, Emilio Morosini, Goffredo Mameli morto in seguito all’amputazione di una gamba.
Pio IX, che aveva lasciato Roma il 24 novembre 1848, vi fa ritorno il 12 aprile 1850. La caduta della Repubblica non fa che congelare per circa un ventennio, per quel che riguarda la città di Roma, il processo di unificazione nazionale. Negli anni che seguono lo Stato Pontificio è scosso da ripetute sommosse un po’ dovunque, fino al 1859, quando la Romagna viene annessa al regno di Sardegna. Questo evento determina la rottura dei rapporti diplomatici fra lo Stato Pontificio e il regno di Sardegna, e segna l’apertura della cosiddetta “questione romana”.
Il 14 giugno 1859 a Perugia esplodono moti popolari che le truppe papaline reprimono nel sangue saccheggiando la città. Nel marzo 1860 anche la Toscana autodetermina la propria annessione al regno sardo.
Il 18 settembre Vittorio Emanuele II, succeduto nel 1849 a Carlo Alberto, nella battaglia di Castelfidardo sconfigge l’esercito pontificio conquistando l’Umbria e le Marche e annettendole al regno di Sardegna. I territori del Papa sono ormai ridotti al solo Lazio. Con la spedizione dei Mille, Garibaldi annette il sud dell’Italia determinando un quadro politico che vede lo stivale ormai praticamente unificato, ad eccezione del Veneto e di quel che resta dello Stato Pontificio.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele prende il titolo di Re d’Italia e la soluzione della “questione romana” assume ormai carattere improrogabile. Anche nel mondo ecclesiastico è nata da tempo una considerevole fronda liberale che si rivela in tutta la sua consistenza con l’”Indirizzo” del sacerdote Carlo Passaglia la cui petizione – con la quale si chiede al Papa di rinunciare al potere temporale – raccoglie le firme di circa 10.000 sacerdoti liberali.
Per tutta risposta Pio IX intraprende l’unica via di cui dispone: chiama a raccolta tutto il mondo della Chiesa cattolica con un Giubileo straordinario seguito dal ventesimo Concilio ecumenico della storia per ribadire e rinsaldare i concetti di inviolabilità del potere spirituale e temporale della Chiesa di Roma e per condannare quanto sta avvenendo. Ma il Pontefice sa che può fare la voce grossa perché protetto dalla Francia, non potendo prevedere la caduta di Napoleone III che, sconfitto a Sedan, è fatto prigioniero dai prussiani.
Vittorio Emanuele II si preoccupa subito di informare tutte le potenze straniere delle sue intenzioni di occupare Roma garantendo al Papa la sua indipendenza. Subito dopo scrive al Papa, al quale si rivolge “con affetto di figlio, con fede di cattolico, con lealtà di re, con animo d’italiano”, informandolo che sta inviando a Roma proprie truppe per evitare disordini di piazza ed assicurare la sicurezza del Pontefice. Dalla Santa Sede giunge una risposta nella quale si stigmatizza l’arbitrarietà delle decisioni del sovrano e la conseguente impossibilità a condividerne i principi ispiratori. Pio IX, del resto, già nel dicembre 1864 aveva esternato tutta la sua rigorosa intransigenza verso le istanze liberali – ma non solo – con la pubblicazione del “Sillabo”, un elenco dei principali “errori del secolo”. E’ l’11 settembre 1870 quando al generale Raffaele Cadorna, di stanza in Umbria con 50.000 uomini, giunge perentorio l’ordine di entrare nello Stato Pontificio e quindi in Roma, dove le forze avverse contano appena 13.000 soldati al comando del generale Hermann Kanzler.
Il 19 settembre Roma viene circondata e la mattina del 20 settembre 1870 inizia l’assalto. Edmondo De Amicis, che partecipa alle operazioni, così descrive quelle ore:
“Via via che ci avviciniamo (a piedi s’intende) vediamo tutte le terrazze delle ville affollate di gente che guarda verso le mura. Presso la villa Casalini incontriamo i sei battaglioni bersaglieri della riserva che stanno aspettando l’ordine di avanzarci contro Porta Pia. Nessun corpo di fanteria aveva ancora assalito. L’artiglieria stava ancora bersagliando le porte e le mura per aprire le brecce. Non ricordo bene che ora fosse quando ci fu annunziato che una larga breccia era stata aperta vicino a Porta Pia, e che i cannoni dei pontifici appostati là erano stati smontati. Quando la Porta Pia fu affatto libera, e la breccia vicina aperta sino a terra, due colonne di fanteria furono lanciate all’assalto… I soldati erano tutti accalcati intorno alla barricata; non si sentiva più rumore di colpi; le colonne a mano a mano entravano… Entrammo in città… È impossibile esprimere la commozione che provammo in quel momento; vedevamo tutto in confuso, come dietro una nebbia. Alcune case arse la mattina fumavano, parecchi zuavi prigionieri passavano in mezzo alle file dei nostri, il popolo romano ci correva incontro. Salutammo, passando, il colonnello dei bersaglieri Pinelli; il popolo gli si serrò intorno gridando… Giungiamo in piazza del Quirinale (allora residenza del Papa). Arrivano di corsa i nostri reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta fra i soldati gridando e plaudendo… Nel Corso non possono più passare le carrozze. I caffé di piazza Colonna sono tutti stipati di gente; ad ogni tavolino si vedono signore, cittadini e bersaglieri alla rinfusa. Una parte dei bersaglieri accompagna via gli zuavi in mezzo ai fischi del popolo; tutti gli altri sono lasciati in libertà. Allora il popolo si precipita in mezzo alle loro file. Ogni cittadino ne vuole uno, se lo piglia a braccetto e lo conduce con sè. Molti si lamentano che non ce n’è abbastanza, famiglie intere li circondano, se li disputano, li tirano di qua e di là, affollandoli di preghiere e d’istanze. I soldati prendono in collo i bambini vestiti da guardie nazionali. Le signore domandano in regalo le penne.”
Va detto che la difesa della città Eterna è volutamente blanda, per ordine del Papa: alle 14,00, a villa Albani, i due generali firmano la resa di Roma. Ed è così che la più antica diplomazia del mondo cede il passo, inerme e sgomenta, all’impeto travolgente della storia. Pio IX si rifugia in Vaticano dichiarandosi prigioniero politico ed impedendo, in tal modo, che la “questione romana”, sebbene risolta sul piano pratico, venga definita anche su quello formale.
La sua risoluzione si avrà soltanto con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi, nel 1929, che daranno vita alla città del Vaticano e con i quali si perfezionerà, tra l’altro, il grande progetto di Cavour, racchiuso nel motto “Libera Chiesa in libero Stato”. Pio IX continuerà a dirsi “prigioniero dello Stato italiano” per il resto della sua vita, respingendo la “Legge delle Guarentigie” che regola i diritti e i doveri dell’autorità papale.
Intanto a Roma nasce la “Giunta provvisoria di governo di Roma e sua provincia”, riconosciuta dal Cadorna. Il referendum del 2 ottobre 1870 sancisce l’annessione al regno d’Italia della città che, subito dopo, ne viene proclamata capitale. La breccia di porta Pia rimarrà a simboleggiare una svolta storica della massima importanza, una pietra miliare che segna l’inizio della storia di Roma come capitale d’Italia e, soprattutto, la fine, dopo circa duemila anni, dello Stato Pontificio.
Nel punto esatto in cui fu aperta la breccia, una cinquantina di metri ad ovest della porta, è stata innalzata una scultura commemorativa in marmo e bronzo; di fronte alla porta, al centro del piazzale di Porta Pia, si trova il Monumento al Bersagliere, opera di Publio Morbiducci, collocato nel 1932 su richiesta di Mussolini.

giovedì 2 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 ottobre.

Il 2 ottobre 1870, a seguito della Breccia di Porta Pia, a Roma si vota il plebiscito per l'annessione al regno d'Italia.

Una targa commemorativa affissa sulla facciata di Palazzo Senatorio, sul Campidoglio, sede oggi del Sindaco di Roma, ricorda un evento abbastanza recente che ha profondamente cambiato gli equilibri politici e sociali di questa millenaria città: l’annessione, mediante plebiscito, di Roma al neonato Regno d’Italia. Siamo alla domenica del 2 Ottobre del 1870, poco tempo dopo la Breccia di Porta Pia che sancì la conquista militare di Roma. Il Governo Italiano proclamò l’intenzione di permettere ai cittadini, così come fatto con le altre regioni e città italiane, di scegliere da che parte stare. Se rimanere indipendenti o meno. E la formula scelta, quella che comparve sulla schede usate per votare, fu:"Desideriamo essere uniti al Regno d’Italia, sotto la monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori". Da aggiungere anche come il Pontefice, che da subito si proclamò prigioniero di guerra, fece numerosi appelli all’astensione, consigliando ai cattolici di non partecipare al voto, abbandonando completamente la vita politica in generale. Si arrivò addirittura a non permettere la votazione nel Rione Borgo, scelta poi in tempo revocata. Il Pontefice dell’epoca, Pio IX, temeva molto il voto, anche perché la sua buona stella ed il consenso popolare erano gravemente collassate dopo alcune esperienze non felici in cui il Papa stesso, fuggito da Roma, bombardò la città per ritornare in possesso del suo trono. Nonostante tutto comunque, ecco quali furono o risultati: il 98,89% fu per il sì, l’1,11% per il no. Un totale di 40.785 romani votò per l’annessione, contro i soli 46 no. Ecco la ragione per cui si parla di plebiscito. In tempi di elezioni o referendum vari, ricordiamoci come ce ne furono alcuni che modificarono radicalmente la nostra storia. Un semplice voto modificò e alterò completamente il volto e la storia di Roma, che passò dall’essere una città a guida teocratica, considerando che il leader religioso, il Papa, era anche regnante, ad una città controllata ed amministrata da un Re. Questo perdurò fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando con un altro referendum l’Italia intera decise di abbandonare la Monarchia in favore di una Repubblica. 

 

domenica 10 agosto 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 10 agosto.

Il 10 agosto 1849 il garibaldino Ciceruacchio viene fucilato dagli austriaci.

Angelo Brunetti detto Ciceruacchio (Roma, settembre 1800 – Porto Tolle, 10 agosto 1849), figlio di un maniscalco di Campo Marzio, era di mestiere carrettiere del porto di Ripetta e trasportava vino dai Castelli romani e gestiva una taverna nei pressi di Porta del Popolo.

Il soprannome “ciceruacchio”, datogli dalla madre da bambino, è la corruzione dell’originale romanesco ciruacchiotto (grassottello). Popolano verace e dall’intelligenza assai vivida, dotato di straordinaria capacità dialettica che non poté mai coltivare con l’istruzione (parlava solo ed unicamente in romanesco), divenne presto un rappresentante informale dei sentimenti popolari.

Già beneamato dal popolo romano, per il suo comportamento durante l’epidemia di colera del 1837, con l’avvento al soglio pontificio di Papa Pio IX nel 1846, si fece portavoce dell’entusiasmo popolare per le riforme annunciate dal nuovo pontefice, tanto da divenire uno dei più strenui sostenitori, tanto che, nel luglio dello stesso anno, durante una manifestazione popolare, ringraziò il Papa per aver concesso la libertà ai detenuti politici e donò alla gente che si era ivi raccolta, alcune botti di vino, accendendo anche un grande fuoco presso Porta del Popolo.

Egli fu spesso organizzatore di queste adunate popolari, al fine di continuare ad esortare Pio IX nella prosecuzione del proficuo cammino di riforme politiche nello Stato Pontificio.

Quando alla fine del 1847 ed agli inizi del 1848, gli elementi più conservatori ebbero il sopravvento all’interno della Curia, divenendo ispiratori di provvedimenti impopolari, Angelo Brunetti assunse un atteggiamento di forte e manifesta opposizione nei confronti del Papa, divenendo uno dei più significativi esponenti dell’anticlericalismo.

Abbracciata la causa mazziniana dopo il voltafaccia del pontefice avvenuto con l’allocuzione del 29 aprile 1848, aderì alla Rivoluzione del 1849. Partecipò attivamente ai combattimenti contro l’assediante francese e si premurò di organizzare il trasporto delle armi e delle munizioni per la difesa della Repubblica, prodigandosi per riuscire a far passare attraverso l’assedio della città da parte dei francesi, bestiame e cibo per la popolazione.

Dopo la caduta della Repubblica Romana, nel luglio dello stesso anno, Ciceruacchio insieme ai due figli, il primogenito Luigi, e Lorenzo, appena tredicenne, decise di partire da Roma al seguito di Garibaldi con l’intento di raggiungere Venezia, che ancora resisteva agli Austriaci.

Con Garibaldi, Anita e Ugo Bassi ed altri fedelissimi del generale, fece tappa a San Marino e Cesenatico da dove si imbarcarono  per Venezia. In prossimità del delta del Po furono intercettati da una vedetta austriaca e costretti all’approdo. Ciceruacchio e i suoi compagni chiesero l’aiuto di alcuni abitanti del posto per raggiungere Venezia ma questi li denunciarono alle autorità.

Brunetti fu così arrestato dagli Austriaci e fucilato a mezzanotte del 10 agosto 1849, insieme al figlio Lorenzo di tredici anni, all’altro figlio Luigi ed altri patrioti e sepolti nella golena del Po. Solo nel 1879, su espressa volontà di Garibaldi, del Comune di Roma e della Società Veterani del 1848-49, i resti dei patrioti vennero uniti agli altri caduti del 1849, nell’ossario al Gianicolo a Roma.

Nel marzo 2011, in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia, il monumento a Ciceruacchio, già spostato nel 1960 in occasione della creazione del sottovia di Passeggiata di Ripetta, è stato trasferito al Gianicolo. La nuova collocazione, poco prima dell’uscita verso San Pancrazio, accanto al viale intitolato al figlio Lorenzo, ha restituito al monumento a Ciceruacchio, prima sistemato ai margini di un’arteria di rapido scorrimento, il giusto decoro, trasferendolo nel luogo simbolo del Risorgimento romano.


giovedì 20 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 giugno.
Il 20 giugno 1859 le truppe papali compiono le cosiddette "stragi di Perugia".
Un episodio poco noto delle vicende risorgimentali, è quello delle “stragi di Perugia”, un orrendo massacro di civili inermi da parte della soldataglia pontificia dell'allora papa Pio IX.
I fatti si svolgono nel 1859 durante la Seconda Guerra di Indipendenza, quando i franco-piemontesi stavano combattendo in Lombardia per cacciare gli austriaci; fino a quel momento la campagna aveva visto gli alleati sempre vincitori: Montebello (20 maggio), Palestro (31 maggio), Magenta (4 giugno), suscitando l'entusiasmo di quanti con trepidazione seguivano gli avvenimenti della guerra, nella speranza che fosse la volta buona per liberare l'Italia dal dominio straniero. La prima città ad insorgere per sposare la causa italiana fu Firenze, seguita poco dopo da Bologna.
Nella città di Perugia (allora nel territorio dello Stato della Chiesa) esisteva un comitato legato alla Società Nazionale, un'associazione che sosteneva la necessità per l'Italia di arrivare all'indipendenza e all'unità appoggiandosi a Casa Savoia.
Fu così che il 14 giugno il comitato si presentò a monsignor Luigi Giordani, rappresentante del pontefice in città, per chiedere allo Stato Pontificio di abbandonare la politica di neutralità e di appoggiare apertamente la causa italiana. Vedendosi opporre un netto rifiuto, il comitato prese possesso del governo cittadino offrendo l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II.
La reazione non si fece attendere: Pio IX inviò il 1° reggimento estero, duemila mercenari svizzeri al comando del colonnello Schmidt, con l'ordine di riprendere la città ad ogni costo. Ma non bastava: bisognava dare alla cittadinanza una dura lezione, che fosse da monito per chiunque altro avesse in animo di sposare la causa italiana e di ribellarsi all'autorità del papa; in parole povere, la città doveva essere saccheggiata.
Le forze papaline giunsero davanti a Perugia il 20 giugno, e dato che gran parte degli uomini in grado di combattere erano partiti per arruolarsi nell'esercito piemontese (la città umbra fornì per la causa italiana ben ottocento volontari), i pontifici ebbero gioco facile dei difensori, che furono travolti presso Porta San Pietro. A quel punto i soldati del papa entrarono in città.
Le testimonianze su quanto accadde con l'ingresso a Perugia delle forze pontificie sono agghiaccianti. Decine di case furono saccheggiate e chi vi si trovava all'interno fu barbaramente ucciso; furono presi d'assalto persino monasteri, chiese e ospedali, gli stupri non si contarono e parecchi civili inermi furono uccisi a baionettate dai soldati del papa.
In quei giorni a Perugia si trovava una famiglia statunitense, i Perkins, testimoni oculari di quegli avvenimenti, che furono malmenati e derubati dai pontifici; il New York Times riportò la loro testimonianza: “Le truppe infuriate parevano aver ripudiato ogni legge e irrompevano a volontà in tutte le case, commettendo omicidi scioccanti e altre barbarità sugli ospiti indifesi, uomini, donne e bambini”; questa invece la testimonianza dell'ambasciatore statunitense Stockton: “Una soldatesca brutale e mercenaria fu sguinzagliata contro gli abitanti che non facevano resistenza; quando fu finito quel poco di resistenza che era stata fatta, persone inermi e indifese, senza riguardo a età o sesso furono, violando l'uso delle nazioni civili, fucilate a sangue freddo”.
Gli avvenimenti di Perugia ebbero una larga diffusione sui quotidiani di tutto il mondo, e l'immaginario collettivo ne fu fortemente colpito. Giosuè Carducci scrisse il sonetto “Per le stragi di Perugia”, e il poeta statunitense John Whitter scrisse “From Perugia”, per ricordare quanto accaduto.
Pio IX cercò di far passare il messaggio per cui non fu lui ad autorizzare la strage, ma fu iniziativa di altri. E' altamente improbabile però che il pontefice potesse non sapere quanto fosse stato ordinato alle truppe; e comunque in seguito Pio IX istituì la medaglia “Benemerenti per la Presa di Perugia”, riconoscimento da assegnarsi ai soldati che presero parte alla presa della città e quindi alle stragi. Infine, come ricompensa per i suoi servigi, il colonnello Schmidt fu nominato generale di brigata.
Il 24 giugno, pochi giorni dopo i tragici fatti di Perugia, si svolse la battaglia di San Martino e Solferino, che sancì la vittoria definitiva dei franco-piemontesi sull'Austria, inizio della serie di avvenimenti che portarono alla nascita della nuova Italia libera e indipendente. Circa un anno e mezzo dopo, il 4 novembre del 1860, un plebiscito sancì l'annessione dell'Umbria al Regno di Sardegna: votanti 97.708, favorevoli all'annessione 97.040; e il Regio Decreto del 17 dicembre del 1860 citava: “le provincie dell'Umbria fanno parte del Regno d'Italia”.
Nessun Papa, inclusi i contemporanei, ha mai chiesto scusa per questa barbarie.

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