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sabato 27 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 27 settembre.

Il 27 settembre 1943 hanno inizio le quattro giornate di Napoli.

Ogni anno Napoli celebra in maniera potente e carica di ricordi, racconti, suggestioni, l'anniversario di quelle che sono passate alla storia come le Quattro Giornate di Napoli. Dal 27 al 30 settembre del 1943 i cittadini di Partenope insorsero e, con coraggio e determinazione, da soli cacciarono via le truppe naziste. Quando, il primo ottobre, gli Alleati fecero il loro ingresso in città, la trovarono sì devastata, ma già liberata: Napoli divenne così la prima città in tutta l'Europa occupata a cacciare via i soldati del Terzo Reich. L'intera città, inoltre, è stata insignita della medaglia d'oro al valore militare.

Quando i napoletani decidono di insorgere contro gli occupanti nazisti, il popolo è stremato da anni di guerra, da privazioni, dalla fame e dalla carestia: tra il 1940 e il 1943, inoltre, Napoli è oggetto di pesanti bombardamenti da parte degli Alleati. La scintilla che accende la rivolta, appunto, il 27 settembre del '43: nel corso di una retata tedesca vengono catturati migliaia di napoletani; centinaia di uomini, così, si armano e danno vita all'insurrezione. Uno dei primi scontri tra i napoletani e i tedeschi avvenne al Vomero, quartiere collinare della città, dove gli insorti arrestarono una vettura nazista, uccidendo il maresciallo alla guida. Sempre al Vomero, i napoletani assaltarono l'armeria di Castel Sant'Elmo e, al termine della prima giornata di scontri, anche gli arsenali delle caserme di via Foria e via Carbonara.

Fondamentale alla causa il contributo di Enzo Stimolo, tenente del Regio Esercito Italiano, considerato forse la vera e propria guida dell'insurrezione. Nei giorni successivi il popolo in rivolta – il numero dei cittadini armati cresceva sempre più – impedirono l'esecuzione di alcuni prigionieri sia al Bosco di Capodimonte che allo Stadio del Littorio (l'attuale Stadio Collana), mentre gli scontri proseguivano in tutta la città – causando ingenti vittime da una parte e dall'altra – che, nonostante l'insurrezione, i tedeschi continuavano a bombardare a colpi di cannone.

Il 29 settembre, forse, quella che può essere definita la svolta: il tenente Stimolo si recò presso il quartier generale tedesco in corso Vittorio Emanuele per trattare con il colonnello Walter Scholl. In cambio della liberazione dei cittadini prigionieri nello Stadio Collana, Stimolo concedeva a Scholl e alle truppe naziste di lasciare Napoli senza pericolo di ritorsioni, imboscate o rappresaglie. Il 30 settembre, nonostante avessero iniziato lo sgombero della città, i tedeschi continuarono a bombardare Napoli, colpendo soprattutto Materdei e Port'Alba, mentre nelle altre zone della città continuavano i combattimenti. In ritirata, i tedeschi non si fermarono con uccisioni, stragi e incendi. Quando, nella mattinata del primo ottobre, i primi carri Alleati provenienti da Nocera Inferiore entrarono in città, trovarono i cittadini stremati, le case rase al suolo, ma nemmeno l'ombra delle truppe della Wehrmacht: Napoli divenne così la prima città Europea a liberarsi dall'occupazione nazista.


lunedì 21 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 21 aprile.

Il 21 aprile 272 d.C., secondo alcune agiografie, è la data in cui nacque San Gennaro.

Fra i santi dell’antichità è certamente uno dei più venerati dai fedeli e se poi consideriamo che questi fedeli, sono primariamente napoletani, si può comprendere per la nota estemporaneità e focosa fede che li distingue, perché il suo culto, travalicando i secoli, sia giunto intatto fino a noi, accompagnato periodicamente dal misterioso prodigio della liquefazione del suo sangue, che tanto attira i napoletani.

Prima di tutto il suo nome diffuso in Campania e anche nel Sud Italia, risale al latino ‘Ianuarius’ derivato da ‘Ianus’ (Giano) il dio bifronte delle chiavi del cielo, dell’inizio dell’anno e del passaggio delle porte e delle case.

Il nome era in genere attribuito ai bambini nati nel mese di gennaio “Ianuarius”, undicesimo mese dell’anno secondo il calendario romano, ma il primo dopo la riforma del II secolo d.C.

Gennaro appartenne alla gens Ianuaria, perché Ianuarius che significa “consacrato al dio Ianus” non era il suo nome, che non ci è pervenuto, ma il gentilizio corrispondente al nostro cognome.

Vi sono ben sette antichi ‘Atti’, ‘Passio’, ‘Vitae’, che parlano di Gennaro, fra i più celebri gli “Atti Bolognesi” e gli “Atti Vaticani”. Da questi documenti si apprende che Gennaro nato a Napoli (?) nella seconda metà del III secolo, fu eletto vescovo di Benevento, dove svolse il suo apostolato, amato dalla comunità cristiana e rispettato anche dai pagani per la cura, che impiegava nelle opere di carità a tutti indistintamente; si era nel primo periodo dell’impero di Diocleziano (243-313), il quale permise ai cristiani di occupare anche posti di prestigio e una certa libertà di culto.

Nella sua vecchiaia però, sotto la pressione del suo cesare Galerio (293), firmò ben tre editti contro i cristiani, provocando una delle più feroci persecuzioni, colpendo la Chiesa nei suoi membri e nei suoi averi per impedirle di soccorrere i poveri e spezzare così il favore popolare.

E in questo contesto s’inserisce la storia del martirio di Gennaro; egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno, importante porto romano sulla costa occidentale del litorale flegreo; Sosso fu incarcerato dal giudice Dragonio, proconsole della Campania, per le funzioni religiose che quotidianamente venivano celebrate nonostante i divieti.

In quel periodo il vescovo di Benevento Gennaro, accompagnato dal diacono Festo e dal lettore Desiderio, si trovava a Pozzuoli in incognito, visto il gran numero di pagani che si recavano nella vicinissima Cuma ad ascoltare gli oracoli della Sibilla Cumana e aveva ricevuto di nascosto anche qualche visita del diacono di Miseno (località tutte vicinissime tra loro).

Gennaro, saputo dell’arresto di Sosso, volle recarsi insieme ai suoi due compagni Festo e Desiderio a portargli il suo conforto in carcere e anche con alcuni scritti, per esortarlo insieme agli altri cristiani prigionieri a resistere nella fede.

Il giudice Dragonio informato della sua presenza e intromissione, fece arrestare anche loro tre, provocando le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli e di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio.

Anche questi tre furono arrestati e condannati insieme agli altri a morire nell’anfiteatro, ancora oggi esistente, per essere sbranati dagli orsi, in un pubblico spettacolo. Ma durante i preparativi, il proconsole Dragonio si accorse che il popolo dimostrava simpatia verso i prigionieri e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione e il 19 settembre del 305 fece decapitare i prigionieri cristiani nel Foro di Vulcano, presso la celebre Solfatara di Pozzuoli.

Si racconta che una donna di nome Eusebia riuscì a raccogliere in due ampolle (i cosiddetti lacrimatoi) parte del sangue del vescovo e conservarlo con molta venerazione; era usanza dei cristiani dell’epoca di cercare di raccogliere corpi o parte di corpi, abiti, ecc. per poter poi venerarli come reliquie dei loro martiri.

I cristiani di Pozzuoli nottetempo seppellirono i corpi dei martiri nell’agro Marciano presso la Solfatara; si presume che s. Gennaro avesse sui 35 anni, come pure giovani erano i suoi compagni di martirio. Oltre un secolo dopo, nel 431 (13 aprile) si trasportarono le reliquie del solo s. Gennaro da Pozzuoli nelle catacombe di Capodimonte a Napoli, dette poi “Catacombe di S. Gennaro”, per volontà del vescovo di Napoli, s. Giovanni I e sistemate vicino a quelle di s. Agrippino vescovo.

Le reliquie degli altri sei martiri hanno una storia a parte per le loro traslazioni, ma in maggioranza ebbero culto e spostamento nelle loro zone di origine.

Durante il trasporto delle reliquie di s. Gennaro a Napoli, la suddetta Eusebia o altra donna, alla quale le aveva affidate prima di morire, consegnò al vescovo le due ampolline contenenti il sangue del martire; a ricordo delle tappe della solenne traslazione vennero erette due cappelle: S. Gennariello al Vomero e San Gennaro ad Antignano.

Il culto per il santo vescovo si diffuse fortemente con il trascorrere del tempo, per cui fu necessario l’ampliamento della catacomba. Affreschi, iscrizioni, mosaici e dipinti, rinvenuti nel cimitero sotterraneo, dimostrano che il culto del martire era vivo sin dal V secolo, tanto è vero che molti cristiani volevano essere seppelliti accanto a lui e le loro tombe erano ornate di sue immagini.

Va notato che già nel V secolo il martire Gennaro era considerato ‘santo’ secondo l’antica usanza ecclesiastica, canonizzazione poi confermata da papa Sisto V nel 1586. La tomba divenne, come già detto, meta di continui pellegrinaggi per i grandi prodigi che gli venivano attribuiti; nel 472 ad esempio, in occasione di una violenta eruzione del Vesuvio, i napoletani accorsero in massa nella catacomba per chiedere la sua intercessione, iniziando così l’abitudine ad invocarlo nei terremoti e nelle eruzioni, e mentre aumentava il culto per s. Gennaro, diminuiva man mano quello per s. Agrippino vescovo, fino allora patrono della città di Napoli; dal 472 s. Gennaro cominciò ad assumere il rango di patrono principale della città.

Durante un’altra eruzione nel 512, fu lo stesso vescovo di Napoli, s. Stefano I, ad iniziare le preghiere propiziatorie; dopo fece costruire in suo onore, accanto alla basilica costantiniana di S. Restituta (prima cattedrale di Napoli), una chiesa detta Stefania, sulla quale verso la fine del secolo XIII, venne eretto il Duomo; riponendo nella cripta il cranio e la teca con le ampolle del sangue.

Questa provvidenziale decisione preservò le suddette reliquie dal furto operato dal longobardo Sicone, che durante l’assedio di Napoli dell’831, penetrò nelle catacombe, allora fuori della cinta muraria della città, asportando le altre ossa del santo che furono portate a Benevento, sede del ducato longobardo.

Le ossa restarono in questa città fino al 1156, quando vennero traslate nel santuario di Montevergine (AV), dove rimasero per tre secoli; addirittura se ne persero le tracce, finché durante alcuni scavi effettuati nel 1480 furono ritrovate casualmente sotto l’altare maggiore, insieme a quelle di altri santi, ma ben individuate da una lamina di piombo con il nome.

Il 13 gennaio 1492, dopo interminabili discussioni e trattative con i monaci dell’abbazia verginiana, le ossa furono riportate a Napoli nel succorpo del Duomo ed unite al capo ed alle ampolle. Intanto le ossa del cranio erano state sistemate in un preziosissimo busto d’argento, opera di tre orafi provenzali, dono di Carlo II d’Angiò nel 1305, al Duomo di Napoli.

Successivamente nel 1646 il busto d’argento con il cranio e le ormai famose ampolline col sangue furono poste nella nuova artistica Cappella del Tesoro, ricca di capolavori d’arte d’ogni genere. Le ampolle erano state incastonate in una teca preziosa fatta realizzare da Roberto d’Angiò, in un periodo imprecisato del suo lungo regno (1309-1343).

La teca assunse l’aspetto attuale nel XVII secolo: racchiuse fra due vetri circolari di circa dodici centimetri di diametro, vi sono le due ampolline, una più grande di forma ellittica schiacciata, ripiena per circa il 60% di sangue e quella più piccola cilindrica con solo alcune macchie rosso-brunastre sulle pareti; la liquefazione del sangue avviene solo in quella più grande.

Le altre reliquie poste in un’antica anfora sono rimaste nella cripta del Duomo, su cui s’innalza l’abside e l’altare maggiore della grande Cattedrale. San Gennaro è conosciuto in tutto il mondo, grazie anche al culto esportato insieme ai tantissimi emigranti napoletani, suoi fedeli, non solo per i suoi prodigiosi interventi nel bloccare le calamità naturali, purtroppo ricorrenti che colpivano Napoli, come pestilenze, terremoti e le numerose eruzioni del vulcano Vesuvio, croce e vanto di tutto il Golfo di Napoli; ma anche per il famoso prodigio della liquefazione del sangue contenuto nelle antiche ampolle, completamente sigillate e custodite in una nicchia chiusa con porte d’argento, situata dietro l’altare principale, della già menzionata Cappella del Tesoro.

Il Tesoro è oggi custodito in un caveau di una banca, essendo ingente e preziosissimo, quale testimonianza dei doni fatti al santo patrono da sovrani, nobili e quanti altri abbiano ricevuto grazie per sua intercessione, o alla loro persona e famiglia o alla città stessa.

Le chiavi della nicchia sono conservate dalla Deputazione del Tesoro di S. Gennaro, da secoli composta da nobili e illustri personaggi napoletani con a capo il sindaco della città. Il miracolo della liquefazione del sangue, che è opportuno dire non è un’esclusiva del santo vescovo, ma anche di altri santi e in altre città, ma che a Napoli ha assunto una valenza incredibile, secondo un antico documento è avvenuto per la prima volta nel lontano 17 agosto 1389; non è escluso, perché non documentato, che sia avvenuto anche in precedenza.

Detto prodigio avviene da allora tre volte l’anno; nel primo sabato di maggio, in cui il busto ornato di preziosissimi paramenti vescovili e il reliquiario con la teca e le ampolle viene portato in processione, insieme ai busti d’argento dei numerosi santi compatroni di Napoli, anch’essi esposti nella suddetta Cappella del Tesoro, dal Duomo alla Basilica di S. Chiara, in ricordo della prima traslazione da Pozzuoli a Napoli, e qui dopo le rituali preghiere, avviene la liquefazione del sangue raggrumito; la seconda avviene il 19 settembre, ricorrenza della decapitazione; una volta avveniva nella Cappella del Tesoro, ma per il gran numero di fedeli il busto e le reliquie sono oggi esposte sull’altare maggiore del Duomo, dove anche qui dopo ripetute preghiere, con la presenza del cardinale arcivescovo, autorità civili e fedeli, avviene il prodigio tra il tripudio generale.

Avvenuta la liquefazione, la teca sorretta dall’arcivescovo viene mostrata quasi capovolgendola ai fedeli e al bacio dei più vicini; il sangue rimane sciolto per tutta l’ottava successiva e i fedeli sono ammessi a vedere da vicini la teca e baciarla con un prelato che la muove per far constatare la liquidità, dopo gli otto giorni viene di nuovo riposta nella nicchia e chiusa a chiave.

Una terza liquefazione avviene il 16 dicembre “festa del patrocinio di s. Gennaro”, in memoria della disastrosa eruzione del Vesuvio nel 1631, bloccata dopo le invocazioni al santo. Il prodigio così puntuale non è sempre avvenuto, esiste un diario dei Canonici del Duomo che riporta nei secoli anche le volte che il sangue non si è sciolto, oppure con ore e giorni di ritardo, oppure a volte è stato trovato già liquefatto quando sono state aperte le porte argentee per prelevare le ampolle; il miracolo a volte è avvenuto al di fuori delle date solite, per eventi straordinari.

Il popolo napoletano nei secoli ha voluto vedere nella velocità del prodigio un auspicio positivo per il futuro della città, mentre una sua assenza o un prolungato ritardo è visto come fatto negativo per possibili calamità da venire. La catechesi costante degli ultimi arcivescovi di Napoli ha convinto la maggioranza dei fedeli che anche la mancanza del prodigio o il ritardo vanno vissuti con serenità e intensificazione semmai di una vita più cristiana.

Del resto questo “miracolo ballerino”, imprevedibile, è stato oggetto di profondi studi scientifici, l’ultimo nel 1988, con i quali usando l’esame spettroscopico, non potendosi aprire le ampolline sigillate da tanti secoli, si è potuto stabilire la presenza nel liquido di emoglobina, dunque sangue.

La liquefazione del sangue è innegabile e spiegazioni scientifiche finora non se ne sono trovate, come tutte le ipotesi contrarie formulate nei secoli, non sono mai state provate. È singolare il fatto che a Pozzuoli, contemporaneamente al miracolo che avviene a Napoli, la pietra conservata nella chiesa di S. Gennaro vicino alla Solfatara e che si crede sia il ceppo su cui il martire poggiò la testa per essere decapitato, diventa più rossa.

Pur essendo venuti tanti papi a Napoli in devoto omaggio, baciando personalmente la teca e lasciando doni, la Chiesa, è bene ricordarlo, non si è mai pronunciata ufficialmente sul miracolo di s. Gennaro.

Papa Paolo VI nel 1966, in un discorso ad un gruppo di pellegrini partenopei, richiamò chiaramente il prodigio: “…come questo sangue che ribolle ad ogni festa, così la fede del popolo di Napoli possa ribollire, rifiorire ed affermarsi”.


sabato 29 marzo 2025

Concerto etno-sinfonico rom al San Carlo

 Al Teatro di San Carlo di Napoli si celebra la Giornata Internazionale dei Rom e Sinti con un Concerto Unico. 
 Per la prima volta nella storia due solisti di etnia rom suonano nel teatro più antico del mondo in occasione della Romanì Week il Teatro di San Carlo di Napoli ospiterà un evento musicale di rilevanza internazionale.

 Venerdì 4 aprile, alle ore 15:00, il Salone degli Specchi ospiterà un concerto straordinario che vedrà esibirsi il virtuoso violinista Gennaro Spinelli e il compositore Santino Spinelli, che si esibiranno insieme da solisti in una performance che unisce la musica etnica e la sinfonica.
 Accompagnati da alcuni musicisti del Teatro di San Carlo guidati dal violinista Salvatore Lombardo e dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini di Pesaro guidati dal violinista Marco Bartolini, i due solisti daranno vita a un viaggio musicale che spazia dal repertorio classico rivisitato in chiave etnica a composizioni originali ispirate dalla tradizione romanì. 

 L'evento è stato finanziato dall'UNAR ufficio nazionale Antidiscriminazione razziale all'interno della seconda settimana romanì 

 «La musica parla a tutti ed è il linguaggio più immediato per l’integrazione e lo scambio culturale», ha dichiarato Gennaro Spinelli, noto violinista di fama internazionale e ambasciatore dell'International Romanì Union per l’arte e la cultura romanì nel mondo.
 “La musica è un ponte che unisce i popoli e le culture. Questo concerto rappresenta per me non solo una celebrazione della musica romanì, ma anche un'opportunità per promuovere l'inclusione e il rispetto per le comunità Rom e Sinti. Siamo orgogliosi di portare la nostra arte nei luoghi più prestigiosi, come il Teatro San Carlo di Napoli, per dimostrare che la cultura romanì è parte integrante della storia musicale europea” ha dichiarato Santino Spinelli. 
 Un traguardo significativo, questo, che non solo celebra l’arte e la cultura romanì, ma segna anche un passo importante verso una maggiore inclusione sociale e culturale delle comunità Rom e Sinti. 

 Il concerto si inserisce all’interno di una serie di eventi che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale in occasione della Giornata dell’8 aprile, un’iniziativa che quest’anno coincide con la seconda Settimana (romanì week) della Cultura Rom e Sinta lanciata dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Raziali (UNAR), con il supporto dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI), e dell’Associazione Them Romano.
«Questo evento rappresenta un passo fondamentale per promuovere una conoscenza non stereotipata delle minoranze. Promuovere il dialogo attraverso l’arte e la cultura è essenziale per il percorso di inclusione e partecipazione delle comunità rom e sinti», ha affermato Mattia Peradotto, Direttore dell’UNAR.

 Il concerto di Napoli arriva dopo il grande successo del al Teatro alla Scala di Milano dello scorso anno, consolidando ulteriormente l’importanza e la visibilità internazionale di questa iniziativa. 

 L’evento al Teatro San Carlo si preannuncia come una tappa fondamentale nel panorama musicale internazionale per celebrare la musica e la cultura romanì, con la partecipazione di artisti di spicco.

 L’iniziativa punta a valorizzare la musica romanì etno-sinfonica a livello internazionale, attirando l’attenzione mediatica e sociale sulla cultura e sull’arte romanì. 

 Con l’obiettivo di contrastare le discriminazioni etniche, l’iniziativa si arricchisce della partecipazione di partner prestigiosi come TIM/Timvision, che lancerà in anteprima un cartone animato ispirato alla cultura romanì e curato da UCRI.

 Il concerto vedrà l’esecuzione di composizioni come la “Czarda” di V. Monti e le “Danze Ungheresi” di J. Brahms, insieme a brani originali di Santino Spinelli, che attraverso la sua musica innalza la tradizione romanì a un livello artistico elevato, distillando la sua essenza più autentica, lontana dai tratti folklorici regionalisti.
L’evento si preannuncia come uno dei più significativi del panorama europeo per celebrare la Giornata internazionale dei Rom e Sinti, con la partecipazione di esponenti delle comunità rom e sinti provenienti da tutta Europa.

martedì 18 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 18 marzo.

Il 18 marzo 1944 i soldati americani di stanza a Napoli filmano l'eruzione del Vesuvio. Questa è l'unica eruzione del vulcano che sia stata documentata con foto e filmati.

Questa eruzione è considerata come il termine di un periodo eruttivo iniziato nel 1913. L'attività stromboliana cominciò da allora a costituire un conetto di scorie all'interno del cratere che aveva raggiunto, nel marzo del '44, un'altezza di 100 m., portando l'altezza del vulcano a 1260 m.

L'eruzione del 1944, descritta in maniera dettagliata da Giuseppe Imbò, allora direttore dell'Osservatorio Vesuviano, fu preceduta da chiari segni premonitori a partire dal 13 marzo, quando si ebbe il collasso del cono di scorie presente all'interno del cratere.

L'eruzione iniziò il 18 Marzo con un aumento dell'attività stromboliana e con piccole colate laviche sul versante orientale e verso Sud. Subito dopo un altro flusso lavico si riversò nell'Atrio del Cavallo e si fermò a 1,2 km da Cercola, dopo aver invaso e parzialmente distrutto gli abitati di Massa di Somma e di S. Sebastiano. Nel pomeriggio del 21 marzo iniziò la seconda fase dell'eruzione caratterizzata da fontane di lava che determinarono l'arresto dell'alimentazione lavica.

A partire da mezzogiorno del 22 marzo si verificò un sensibile cambiamento nello stile eruttivo: la nube eruttiva raggiunse un'altezza di 5 km, mentre lungo i fianchi del cono si innescarono valanghe di detriti caldi e piccoli flussi piroclastici.

Si verificò, inoltre, una intensa attività sismica fino al mattino del 23 in cui l'attività eruttiva si ridusse alla sola emissione di cenere. L'emissione di cenere chiara che ebbe luogo il 24 marzo preannunciò il termine dell'attività eruttiva, imbiancando il Gran Cono come dopo una nevicata. Le esplosioni gradualmente si ridussero fino a scomparire il giorno 29, quando l'attività si ridusse a nubi di polvere, da attribuire prevalentemente a frane dell'orlo craterico.

I paesi più danneggiati dai depositi piroclastici da caduta furono Terzigno, Pompei, Scafati, Angri, Nocera, Poggiomarino e Cava. Gli abitanti di S. Sebastiano, di Massa e di Cercola, circa 12.000 persone, furono costretti all'evacuazione. Napoli fu favorita dalla direzione dei venti che allontanarono dalla città la nuvola di cenere e lapilli. 

L'eruzione del 1944 è l'ultima eruzione del Vesuvio e segna la transizione del vulcano da stato di attività caratterizzato da condizioni di condotto aperto a condizioni di condotto ostruito, in cui ci troviamo attualmente.

I danni prodotti dall'eruzione furono:

26 persone morte nell'area interessata da ricaduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti delle abitazioni;

2 centri abitati in parte distrutti dalle colate laviche;

3 anni di raccolti persi nelle aree interessate da ricaduta di ceneri.

L'agente dell'Intelligence Service britannico Norman Lewis, testimone dell'eruzione, nel suo libro "Naples '44" (1978), fornisce un'interessante descrizione dell'avanzata del fronte lavico nella città di San Sebastiano:

[...] la lava si stava inoltrando tranquillamente lungo la strada principale, e ad una cinquantina di metri dal margine di questo cumulo di scorie che lentamente avanzava, una folla di diverse centinaia di persone, in gran parte vestite di nero, pregava inginocchiata. [...] La lava si muoveva alla velocità di pochi metri all'ora, e aveva coperto metà della città con uno spessore di circa 10 metri. La cupola di una chiesa, emergendo intatta dall'edificio sommerso, veniva verso di noi sobbalzando sul suo letto di cenere. L'intero processo era stranamente tranquillo. La nera collina di scorie si scosse, tremò e vibrò un poco e blocchi cinerei rotolarono lungo i suoi pendii. Una casa, prima accuratamente circondata e poi sommersa, scomparve intatta dalla nostra vista. Un rumore da macina, debole e distante, indicò che la lava aveva cominciato a stritolarla. Vidi un grande edificio con diversi appartamenti, che ospitava quello che chiaramente era stato il miglior caffè della città, affrontare la spinta della lava in movimento. Riuscì a resistere per quindici o venti minuti, poi il tremito, gli spasmi della lava sembrarono passare alle sue strutture e anch'esso cominciò a tremare, finché le sue mura si gonfiarono e anch'esso crollò. 

Su tutte le statue che affrontavano la lava dominava in tutti i sensi, per dimensioni, per numero di persone che reggevano la piattaforma, quella dello stesso San Sebastiano.

La scrittrice Maria Orsini Natale nel suo libro "La bambina dietro la porta" ricorda il trenino per il Vesuvio: La funicolare del Vesuvio

Prima dell'eruzione del 1944 partiva da Pugliano, una stazione della Circumvesuviana, il trenino per il Vesuvio.

In un tratto di forte pendenza veniva preso a rimorchio da una motrice con ruota a cremagliera.

Passava poi per la fermata dell'Osservatorio e dell'Eremo e arrivava alla base del gran cono, alla stazione della funicolare per il cratere: quella mitica, quella di Funiculì funiculà, che fu sepolta dalle ceneri dell'eruzione.

I binari del trenino, sempre in quell'ultima catastrofe, furono invasi dalla lava e chi sa dove è andata perduta la fotografia che nella mia casa raccontò quella rovina.

Una rotaia divelta sporgeva dal mare di pietra come naufrago disperato.

domenica 29 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 settembre.
Il 29 settembre 1538 avvenne una devastante eruzione nei Campi Flegrei che portò alla nascita di Monte Nuovo.
I Campi Flegrei sono stati definiti da molti esperti del settore il vulcano più pericoloso al mondo. Non ci vuol molto a dimostrarlo, ma sembra che la storia e la scienza non forniscano motivazioni sufficienti a chi ha il dovere di elaborare un piano di evacuazione per più di quattro milioni di persone. Sembra che un vulcano in grado di far nascere Monte Nuovo nel giro di 24 ore non sia considerato abbastanza pericoloso per i tanti abitanti che vivono sulla sua bocca smisurata, facendo finta di no.
Eppure i Campi Flegrei hanno vette di pericolosità elevatissime. Non solo per le dimensioni e le caratteristiche del vulcano, ma anche e soprattutto per la sua imprevedibilità. Vulcani come l’Etna o il Vesuvio, nonostante tra loro siano molto diversi, forniscono elementi utili alla previsione delle relative attività eruttive. I Campi Flegrei no. Sono in tale costante succedersi di eventi, che il momento nel quale questi eventi diventano catastrofici è del tutto insondabile.
La nascita di Monte Nuovo, in questo senso, è emblematica. Dall’età romana all’anno 1000 l’area flegrea si abbassò progressivamente, inabissando nel mare molte strutture portuali romane e arretrando la linea di costa. Improvvisamente, dopo 10 secoli di abbassamento, la terra ricominciò a sollevarsi, fino al 1500 circa.
Già a partire dal 1400 i documenti testimoniano editti con i quali i regnanti assegnano le terre emerse a comuni o istituzioni, segno che le nuove terre che spuntavano dal mare in seguito al risollevarsi del suolo consistevano in aree piuttosto rilevanti. E’ il caso delle “terre che vanno dal Cantarello al mare”, concesse nel 1429 dalla regina Giovanna II di Napoli all’Ospedale dell’Annunziata.
Un fenomeno allarmante? Non per chi sapeva che erano 3000 anni che in zona flegrea non si verificavano eruzioni. Decisamente più allarmanti i fenomeni sismici che cominciarono ad affiancare il sollevamento del suolo e a terrorizzare la popolazione. Due violente scosse si percepirono chiaramente già nel 1456 e nel 1488.
A queste seguirono scosse di minore entità, ma molto frequenti, nell’area di Pozzuoli, tali da causare danni ingenti persino alle solidissime chiese della zona. Particolarmente terribili furono i terremoti del 1507 e del 1511. Tremori di minore intensità continuarono fino al 1536, abituando di fatto la popolazione alla convivenza con questo genere di fenomeni.
Ma nel 1536 la situazione divenne nuovamente critica. Le scosse si fecero frequentissime, anche nell’ordine di una decina al giorno. Interessavano il territorio di Pozzuoli, di Napoli, e dell’intera Terra di Lavoro, ed alcune erano così violente che la popolazione, in preda al terrore, si riversava nelle strade con o senza vestiti, con o senza familiari.
Fino a quando, il 28 Settembre del 1538, cominciarono ad accadere cose davvero strane. La mattina di quel giorno gli abitanti della zona trovarono la costa interamente tappezzata di pesci morti. Il letto del mare era improvvisamente emerso, ricacciando indietro le acque ed allungando la linea di costa di ben 300 metri. “Carrate di pesce” furono ritrovate anche in occasione dell’esplosione del Vesuvio nel 79 d.C.
Il giorno dopo, tra il Monte Barbaro e il Lago Averno cominciò a formarsi una valle, all’interno della quale sgorgarono acque ora fresche e cristalline, ora bollenti e sulfuree. Sempre nella giornata del 29, la stessa valle sembrò produrre al suo interno una specie di bolla, un rigonfiamento, un uovo roccioso che cresceva a vista d’occhio, finché a sera esplose. Cominciava così il processo che portò alla formazione di Monte Nuovo.
Affidiamo la descrizione di quei momenti alla testimonianza diretta di Antonio Russo: “E come fu verso un’ora in due di notte, uscì una bocca di fuoco, vicino al detto Ospedale, (di Tripergole ndr) nel luogo nominato la Fumosa da dentro mare, e menava gran moltitudine di pietre pomici, e di arena, e si sentivano gran tuoni, e lampi; ed in cambio di acqua pioveva arena, e venne detta bocca di fuoco così aperta ad accostarsi al Castello, ed Ospedale di Tripergole, e tutto lo sconquassò, e rovinò, e poi lo empì di arena, e di pietre, e vi fece una montagna nuova in ventiquattro ore, dove infino ad oggi si vede”.
E ora le parole di un altro testimone diretto, che visse l’eruzione di Monte Nuovo fronte popolo: “si sentì per detta Città un gran terremoto, lo quale allo stesso pigliava, e lasciava, e tutta la Città si mise in rivolta, e quasi tutta disabitò, ed andò in Napoli, e per le campagne, chi fuggiva in un luogo, e chi in un altro, e pareva, che il mondo volesse subissare; e le genti fuggivano etiam alla nuda, e tutti piangevano, e gridavano: Misericordia!”
Il giorno successivo a questa prima eruzione, Monte Nuovo era già quale lo vediamo oggi, frutto del materiale sputato dall’uovo e colato o precipitato sui suoi fianchi. Incredibilmente, a questo punto del processo, non si registrò un solo morto a Pozzuoli. I morti arrivarono il 6 ottobre, quando alcuni temerari, pensando il fenomeno ormai ultimato, si recarono sui bordi del cratere, venendo brutalmente investiti da una nuova esplosione. Morirono in 24.
I due laghi di Lucrino e Averno vennero ridimensionati, si interruppe il loro collegamento col mare, ed in generale tutta la costa assunse una nuova conformazione. Tripergole, una piccola località che viveva di attività termali in zona, venne completamente schiacciata. Pozzuoli rasa al suolo. Baia pure. Una catastrofe che la popolazione riuscì ad evitare con una fuga massiccia verso Napoli. Oggi non sarebbe possibile.

mercoledì 5 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 giugno.
Il 5 giugno 1224 Federico II di Svevia fonda l'università di Napoli.
È dal 1992 che l’Università di Napoli è stata intitolata a Federico II, a sottolineare le sue antichissime origini, risalenti al 5 giugno 1224, quando l’imperatore svevo, nonché re di Sicilia, da Siracusa emanò l’editto istitutivo. A differenza che a Bologna e in altre città, lo Studio napoletano nacque con un atto imperiale, volto a formare i gruppi dirigenti necessari al governo dello Stato. Questa origine laica non avrebbe però impedito pesanti intromissioni della Chiesa nella sua vita culturale. La storia plurisecolare dell’Università di Napoli ebbe molti momenti oscuri e battute d’arresto, ma anche slanci innovativi che attirarono sui suoi docenti l’attenzione del mondo universitario e accademico europeo. Anche nelle fasi più difficili mai perse la forza di attrazione su una popolazione studentesca provinciale che nella formazione universitaria vedeva delle prospettive di ascesa sociale e di elevazione culturale. Napoli fu l’unica città meridionale sede di studi universitari (a parte la scuola medica salernitana) fin dopo l’Unità. Ciò contribuì alla sua crescita demografica e al suo prestigio di città capitale. A Napoli studiarono Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca. Particolarmente importante fu la scuola di diritto civile, soprattutto la feudistica, che ebbe risonanza europea. Dopo l’avvento degli spagnoli, ai primi del Cinquecento, lo Studio napoletano non subì più sospensioni e chiusure, tranne brevi periodi legati a moti, pesti e carestie. Le sue condizioni rimasero però stentate, senza una sede fissa, e con stipendi tra i più bassi in Italia e in Europa. L’assolutismo regio e i timori ecclesiastici di diffusione dei movimenti di riforma religiosa portarono a un clima di pesante controllo sulle istituzioni culturali. Una bolla pontificia del 1564 impose a tutti i lettori e dottori dell’università il giuramento di fede cattolica. A questo il viceré Ossuna nel 1618 aggiunse il giuramento di fede nell’Immacolata Concezione. Il viceré Fernandez de Castro conte di Lemos (1610-1616), fece costruire un’apposita sede fuori della porta di Costantinopoli (l’attuale Museo nazionale). L’edificio ospitò gli Studi fino al 1680, quando fu destinato a uso militare e l’Università fu di nuovo trasferita in S. Domenico.  Alla fine del Seicento, la ripresa delle istituzioni accademiche favorì lo sviluppo delle scienze e la diffusione delle maggiori correnti innovative del pensiero europeo, che subito suscitarono l’intervento repressivo della Chiesa (i processi ai cosiddetti «ateisti»). Il rinnovamento culturale esterno all’Università rese sempre più evidente la necessità di una riforma degli studi, che fu ripetutamente dibattuta nel corso del XVIII secolo. Un progetto di Celestino Galiani del 1732 per il potenziamento degli studi scientifici, l’introduzione di insegnamenti meno dottrinari, come la Storia ecclesiastica e il diritto della natura e delle genti, la perequazione degli stipendi, l’attribuzione all’Università stessa della facoltà di dottorare, sottraendola ai Collegi. Ma solo dopo l’avvento di Carlo di Borbone, nel 1734, fu possibile realizzare alcune delle sue proposte. La maggiore novità di quegli anni fu l’istituzione della cattedra di «meccanica e di commercio», cioè di economia politica, la prima in Europa, affidata nel 1754 ad Antonio Genovesi. Il suo insegnamento, svolto in italiano e fondato sui principali testi del pensiero economico e politico europeo, formò migliaia di giovani che a loro volta diffusero le nuove conoscenze nelle province, in scuole private o nelle scuole regie create dopo l’espulsione dei Gesuiti (1767).  Nel 1777 lo Studio fu trasferito nell’edificio del Salvatore o Gesù Vecchio, già sede del Collegio Massimo gesuitico. Dopo alcuni interventi parziali, una trasformazione radicale e per larga parte irreversibile fu realizzata durante il cosiddetto Decennio francese (1806-1815), con Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. La nuova Università si articolava nelle cinque facoltà di lettere e filosofia, matematica e fisica, medicina, giurisprudenza, teologia. Collegati all’Università e diretti da professori erano l’osservatorio astronomico, l’orto botanico, i musei di mineralogia e di zoologia. All’Università erano collegati anche il Collegio medico-cerusico presso l’Ospedale degli Incurabili e la clinica ostetrica. La Scuola veterinaria, già fondata da Ferdinando IV nel 1798,  fu ristabilita da Murat nel 1812. L’Università riaprì le porte a decine di scienziati e letterati costretti all’esilio dopo gli eventi rivoluzionari del 1799. Creato il 6 marzo 1848 il Ministero della Pubblica Istruzione, l’Università fu posta alle sue dipendenze. Una Commissione provvisoria, della quale fecero parte Salvatore Tommasi, Francesco De Sanctis, Luca de Samuele Cagnazzi, si mise a lavorare per il suo riordinamento. Ma le aule erano svuotate dagli eventi politici, molti studenti erano partiti volontari per la guerra o impegnati sulle barricate. La reazione portò a nuove destituzioni, al carcere e all’esilio, e a un ancor più severo controllo politico sul mondo della cultura. Nel 1852 si pensò a dotare l’Università di un santo protettore, S. Tommaso d’Aquino, effigiato su medaglia dorata da portare al collo con il nastro celeste dell’Immacolata. Nel 1857 furono imposti agli studenti provenienti dalle province una carta di soggiorno da rinnovare ogni due mesi e un certificato di pietà religiosa. Napoli arrivava all’unificazione italiana con una Università «decaduta e deserta», come scriveva Alfredo Zazo a settecento anni dalla sua fondazione. Dopo l’Unità, Francesco De Sanctis, Direttore e poi Ministro della Pubblica istruzione, si disse fermamente intenzionato a «fare dell’Università di Napoli la prima Università di Europa». De Sanctis difese alcuni aspetti peculiari della tradizione universitaria napoletana, contro una rigida uniformazione alla legge Casati del 1859. Le leggi Bonghi e Coppino del 1875 e 1876 uniformarono poi lo statuto dell’Università napoletana a quello delle altre Università italiane. Mentre la popolazione studentesca raddoppiava, portandola al terzo posto in Europa dopo Berlino e Vienna, restavano gli annosi problemi delle sedi, cliniche, laboratori scientifici, nonché delle risorse finanziarie: tema costante delle prolusioni e delle relazioni inaugurali dei rettori negli anni seguenti, nonché della loro azione presso il Ministero. Il colera del 1884 mise a nudo le terribili conseguenze dell’alta concentrazione in quartieri malsani, dove erano ubicate anche le sedi universitarie: queste divennero parte integrante del piano per il Risanamento della città, e della relativa legge del 15 gennaio 1885. Il 16 dicembre 1908 fu solennemente inaugurato il nuovo edificio sul Corso Umberto. Secondo i dati forniti dal rettore Giovanni Paladino, l’Ateneo napoletano aveva allora 6471 studenti, che lo collocavano tra i più popolosi in Europa.  Nuovi indirizzi furono fissati con la riforma Gentile del 1923. Molti professori aderirono al Manifesto di Croce del 1925 e numerose manifestazioni studentesche furono organizzate tra il 1923 e il 1930. Ma con il rettore Arnaldo Bruschettini (1927-1931), della Facoltà giuridica, si ebbe l’esplicita adesione alle direttive del partito fascista su La funzione politica dell’Università, come recitava il titolo della sua relazione del 1928-29. Attivata l’Opera Universitaria, contributi furono erogati al Gruppo Universitario Fascista e alla Milizia Fascista Universitaria. Anche l’Università di Napoli fu colpita dalle leggi razziali. Studenti e docenti continuarono a crescere nonostante il plurisecolare monopolio napoletano degli studi universitari fosse stato infranto nel 1925 dalla nascita dell’Ateneo di Bari. Le devastazioni della guerra colpirono direttamente l’Ateneo. Laboratori e gabinetti scientifici furono requisiti dagli alleati. L’edificio centrale di Corso Umberto fu incendiato dai tedeschi il 12 settembre 1943. Nel 1944 il nuovo rettore Adolfo Omodeo, poi scomparso nel 1946, presentava un bilancio catastrofico. Dopo Gaetano Quagliariello, toccò a un altro storico, Ernesto Pontieri, rettore tra il 1950 e il 1959, affrontare il compito immane della ricostruzione, mentre il numero degli studenti balzava dai 14.398 iscritti del 1940-41 a 20.033 nel 1950-51 e 26.514 nel 1951-52. Mutava profondamente l’Università, che non solo per il numero degli studenti ma anche per la loro provenienza sociale perdeva definitivamente il carattere elitario che aveva conservato nell’Ottocento.  Ristrutturazioni, restauri, progettazione e costruzione di nuove sedi caratterizzarono la politica universitaria dei vent’anni successivi. Con dieci Facoltà, due Policlinici, circa 75.000 studenti, più della metà dei quali a Medicina, Giurisprudenza e Scienze, quello di Napoli negli anni Settanta era ormai un Mega-ateneo, che la creazione di nuove Università (Salerno 1968, Basilicata 1979) non valse a decongestionare: dagli anni Ottanta la popolazione studentesca avrebbe superato le 100.000 unità, per poi attestarsi intorno a questa cifra anche dopo la nascita, nel 1992-93, di un secondo Ateneo. Non solo per i numeri, ma anche e soprattutto per le profonde trasformazioni del contesto sociale e culturale di provenienza, nel 1968 il filosofo Pietro Piovani, grande educatore di schiere di studenti, decretava la fine dell’Università nazionale moderna nata nell’età napoleonica, in precario equilibrio tra scienza e professione. Non «si può pretendere – scriveva – che l’Università fornisca un’universalità che la cultura circostante non possiede». 

sabato 9 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 marzo.
Il 9 marzo 1562 a Napoli vengono banditi i baci in pubblico, pena la morte!
Che mondo sarebbe senza baci? Oggi possiamo solo immaginarcelo, ma il  9 marzo 1562, Napoli poteva rispondere a questa domanda. In quel giorno infatti vengono banditi i baci dalla città.
 Chi veniva colto a scambiarsi effusioni alla luce del sole sarebbe stato punito addirittura con la morte.
L’operazione nacque per proteggere le donne che subivano aggressioni e violenze, e per regolamentare lo spazio che divide la violenza sessuale dal semplice approccio. All’epoca venivano infatti paragonati a stupri tentati, tutti quegli atti esercitati “contro l’altrui pudicizia e che non consistevano nella congiunzione carnale“. Mancava dunque una regolamentazione verso tutti gli atti che non potevano essere perseguitati come atti di violenza e che quindi venivano usati come pretesto dagli aggressori. Da qui il divieto del 9 marzo 1562, attuato in tutta la città.
Sì, perché nella Napoli spagnola, una Napoli ricca che sta vivendo una grande crescita culturale, tanto da far concorrenza a Venezia e alla nascente Madrid, i baci in pubblico vengono puniti con la condanna a morte. Sarebbe impensabile ai giorni d’oggi, in cui tutti, almeno una volta, ci siamo scambiati un bacio in pubblico con la nostra metà. Sarebbe una strage. Proviamo ad immaginare due ragazzi al tramonto su una spiaggia partenopea che dopo essersi scambiati il loro tanto atteso primo bacio, si vedono assaliti da gendarmi o vecchie signore bigotte che li additano per il loro gesto. E poi in fila, lì, tra tanti innamorati condannati alla pena di morte. Eppure un gendarme del tempo ai giorni nostri su una spiaggia, ad un parco pubblico fuori un liceo resterebbe fedele ai suoi doveri o si farebbe travolgere anche lui dalla follia dei baci?

martedì 24 ottobre 2023

Wunderkammer 11

La meraviglia del teatro nella Napoli profonda 

 C'è un fenomeno nel panorama culturale di Napoli che è giunto all'undicesimo anno di vita. Lo conosciamo da un po' di tempo e l'unica cosa che ci duole è aver deciso di iniziare a parlarne solo adesso.
 Wunderkammer è una rassegna teatrale e musicale itinerante che organizza spettacoli in luoghi di elevato pregio artistico e storico di Napoli. In 10 edizioni ha allestito oltre 200 rappresentazioni teatrali e musicali, coinvolgendo 42 registi, oltre 120 attori, 105 musicisti e 30 drammaturghi. Tra i luoghi frequentati il museo Cappella Sansevero, il MANN, il MADRE, il Museo del Tessile, il Museo Diocesano, Villa Pignatelli, San Martino, le Gallerie d'Italia, la stazione Darwin-Dohrn. Oltre 30 chiese, 10 gallerie d'arte, due sedi universitarie, numerosi alberghi, giardini, siti archeologici, chiostri e illustri residenze private, ville, studi professionali, case editrici e perfino un cimitero e un ospedale.
 Spesso ha avuto occasione di valorizzare siti meno noti al grande pubblico, grazie al patrocinio morale di importanti enti come il Fondo Ambiente Italiano, l'Accademia di Belle Arti di Napoli e l'Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia, oltre che del Comune di Napoli e della Città Metropolitana.

 Il 23 ottobre è stata presentata l'undicesima stagione, ricca di teatro e musica, promessa da artisti fedeli dalla nascita del progetto e esordienti nella rassegna: 14 rappresentazioni e 7 concerti che si terranno rigorosamente di venerdì sera, da fine ottobre a fine maggio.
 Wunderkammer va però oltre l'impegno concreto di venerdì. Ancora è aperta la raccolta fondi per l'edizione di due dischi ottici per due concerti dal vivo cui invitiamo a partecipare: sono la registrazione di due appuntamenti della scorsa stagione, New York Stories e The song book: chapter two.

 Il progetto si distingue per l'attenzione al benessere sociale: rinnova l'impegno a riservare il 10% dei posti disponibili per assegnarli gratuitamente ai minori di 28 anni e ancora adotta una politica plastic free. Inoltre da questa stagione simbolicamente riserva un posto per manifestare contro la violenza alle donne.
 Auguriamo altri decenni felici ad una iniziativa che rende lustro a Napoli, alla cultura, all'arte, alla bellezza goduta in buona compagnia.

venerdì 4 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 novembre.
Il 4 novembre 1812 Carolina Bonaparte posa la prima pietra dell'Osservatorio Astronomico di Capodimonte.
L'istituzione dell'Osservatorio fu programmata in largo anticipo e con meticolosità. Nel 1809 si decise di scegliere un giovane e promettente astronomo da formare attraverso un soggiorno d'istruzione all'estero e a cui affidare poi la direzione della Specola. La scelta cadde su Federico Zuccari (1784-1817), che in quell'anno insegnava Geografia Matematica nel Collegio Militare. Il venticinquenne professore napoletano venne inviato presso la Specola milanese di Brera, dove rimase per circa due anni, per perfezionarsi sotto la guida dell'illustre astronomo Barnaba Oriani. Al suo rientro in città, in un primo momento egli attese ancora all'allestimento dell'Osservatorio di San Gaudioso, impiantando sulla terrazza del Belvedere del Monastero, grazie all'ausilio del meccanico Augusto Aehenelt , alcuni strumenti che aveva portato con sé dal soggiorno milanese. Tuttavia l'impresa non ebbe seguito, perché si riconobbe il luogo non idoneo alle osservazioni a causa della vicinanza delle luci della città e dell'instabilità del suolo. Fu così che nel 1812, essendosi decisa la costruzione ex-novo di un edificio espressamente dedicato a Specola - scelta del tutto nuova nel panorama italiano, dominato dalle "ristrutturazioni" -, iniziarono le ricognizioni per la scelta del sito. Infine, lo Zuccari scelse la collina di Miradois, un'altura vicina alla nuova reggia borbonica di Capodimonte, che prendeva il nome dalla villa cinquecentesca del marchese di Miradois, reggente della Gran Corte della Vicaria. La scelta si rivelò indovinata: nel 1817 Piazzi la approvò, e nel 1819 il nuovo direttore, il milanese Carlo Brioschi , diede la seguente delicata descrizione del luogo. L'edificio fu ideato dallo stesso Zuccari e l'architetto Stefano Gasse ne elaborò il progetto: un progetto grandioso e monumentale che mancava però di funzionalità, perché non contemplava i locali di studio e le abitazioni degli astronomi. Sia Barnaba Oriani, consultato per un parere, sia Giuseppe Piazzi non seppero approvarlo del tutto. A favore si pronunciò invece il barone Franz Xaver von Zach, astronomo di buona reputazione e fondatore della prima rivista astronomica internazionale, il "Corrispondance astronomique, géographique, hydrographique et statistique". Il von Zach aveva messo in contatto il costruttore tedesco Georg von Reichenbach (1772-1826), che con Joseph von Utzschneider, Joseph Liebherr e Joseph Fraunhofer era il miglior ingegnere e tecnico di strumenti ottici in Europa, con lo Zuccari, durante il soggiorno milanese di quest'ultimo, per l'acquisto di alcuni strumenti. I lavori iniziarono il 4 novembre del 1812, ma proseguirono molto a rilento e con eccessiva spesa, a causa della disonestà della ditta appaltatrice e dell'incapacità di Zuccari a gestire e controllare i fondi, tanto che, quando nel febbraio del 1815 il barone von Zach giunse a Napoli per curare l'installazione degli strumenti commissionati a Reichenbach, la fabbrica non era ancora completata. Intanto, tornati i Borbone dopo la restaurazione sancita dal Congresso di Vienna, re Ferdinando - ora I delle Due Sicilie -, in un piano globale di revisione urbanistica della capitale, decise anche di far riprendere i lavori della Specola, che tuttavia si interruppero nuovamente nel 1816 per mancanza di fondi. Finalmente, su invito del sovrano, nell'aprile del 1817 giunse a Napoli padre Giuseppe Piazzi, per esprimere un giudizio sullo stato delle cose e dare un suggerimento sul da farsi.
Il piano di Piazzi fu approvato e i lavori, stanziati i fondi con decreto del 27 giugno 1817, ripresero con nuova lena. Tuttavia, il padre teatino dovette faticare non poco ad affermare il suo concetto di utile sull'orientamento prettamente estetico dei tecnici locali. Nei primi mesi del 1819 si iniziò la sistemazione degli spazi esterni (piazzale, muro di cinta, fossato), si terminarono le stanze sotterranee e si provvide alla decorazione; nello stesso anno l'edificio fu solennemente inaugurato. Sul frontone dell'edificio monumentale campeggia ancora oggi l'iscrizione "FERDINANDUS I / ASTRONOMIAE INCREMENTO / MDCCCXIX" , e nell'atrio un bassorilievo di Claudio Monti raffigura Ferdinando incoronato da Urania, musa dell'astronomia, seguita da Cerere: esaltazione in chiave apologetica della dinastia borbonica. Terminata la fabbrica, alla Specola di Capodimonte iniziò l'attività di ricerca. Primo direttore, morto lo Zuccari nel 1818, fu Carlo Brioschi (1781-1833), milanese, "segnalato" al Piazzi da Barnaba Oriani. Con Brioschi, che fu alla guida dell'Osservatorio dal 1819 al 1833, gli astronomi Ernesto Capocci ed Antonio Nobile compirono nel 1820 la prima misurazione delle distanze meridiane di undici stelle e del Sole, e nel 1821 fecero le prime osservazioni meteorologiche.
Al Brioschi successe nel 1833 il nipote di Federico Zuccari, Ernesto Capocci (1798-1864), che già nel 1819 era stato nominato da Piazzi astronomo in seconda e che dal 1824 si era dedicato ad osservazioni cometarie, pubblicate nei "Commentarj" del 1826. Acquistò presto fama internazionale, e nel 1827 fu incaricato con padre Inghirami di Firenze, su proposta di Friedrich Wilhelm Bessel all'Accademia di Berlino, di partecipare alla compilazione della grande carta celeste, con l'assegnazione di una regione da osservare compresa tra -15° e +15° di declinazione e 18 e 19 ore di ascensione retta. Utilizzando il cerchio meridiano di Reichenbach, Capocci, con il suo aiutante Leopoldo Del Re , misurò in tre anni le posizioni di circa 7900 stelle e riscontrò la posizione relativa di alcune centinaia di stelle doppie.
Uomo di molteplici interessi, aperto anche agli studi letterari, convinto sostenitore di una scienza da divulgare per il progresso ed il benessere della comunità, Capocci fu anche letterato ed intellettuale impegnato politicamente sul fronte antiborbonico, e pagò questo suo aperto schieramento con la destituzione dall'incarico nel 1850. Fu sostituito da Leopoldo Del Re, che rivestì la carica fino al 1860 quando, con l'avvenuta unità d'Italia, Capocci fu reintegrato nel ruolo fino al giorno della sua morte, sopraggiunta il 6 gennaio del 1864.
Durante la direzione di Leopoldo Del Re , che è cronologicamente l'ultima dell'età preunitaria, era emersa la personalità di spicco di Annibale De Gasparis (1819-1889), direttore poi dal 1864 al 1889, che fu il maggiore protagonista della scienza astronomica alla Specola di Capodimonte negli anni Sessanta-Novanta. Furono anni difficili, con pochi fondi a disposizione ed un parco di strumenti non adeguato. La Specola napoletana, dotata inizialmente degli strumenti all'avanguardia per la pratica dell'astronomia di posizione, già alle soglie degli anni Cinquanta aveva mostrato di avere attrezzature ormai superate. In realtà gli astronomi di Capodimonte continuavano a muoversi sul filone classico dell'astronomia di posizione e rispondevano alla vocazione "pratica e quotidiana" del tipico Osservatorio ottocentesco: la misura e regolazione del tempo "civile", ossia l'indicazione del tempo esatto, e le rilevazioni di carattere meteorologico. Questo perché la cultura scientifico-astronomica a Napoli rimase a lungo legata ad una tradizione di studi matematici; l'apertura verso altre scienze, come ad esempio la chimica, non fu favorita: eppure, è proprio dagli interscambi tra matematica, chimica e fisica che nacque e si sviluppò a livello internazionale il nuovo settore dell'astrofisica. Con estrema lentezza e superando molte difficoltà, la Specola di Capodimonte s'inserì in un circuito di lavoro internazionale unicamente grazie alla geniale intuizione di alcuni personaggi di spicco. E' il caso di Arminio Nobile (1838-1897), che nel 1855 fu il primo ad ipotizzare le variazioni di latitudine a corto periodo, fenomeno che trent'anni dopo l'astronomo dell'Osservatorio di Berlino Küstner "riscoprì", attribuendosene il merito. In seguito a quest'episodio, Nobile pubblicò nel 1891 un saggio dal titolo Sopra una rivendicazione di proprietà scientifica . Egli lavorò in collaborazione stretta con Faustino Brioschi , Francesco Contarino e Filippo Angelitti , come lui protagonisti in quegli anni della ricerca astronomica a Napoli. Con loro, tra il 1893 ed il 1894 il direttore Emanuele Fergola eseguì una serie di osservazioni giornaliere in contemporanea con il Columbia College Observatory di New York, per determinare la variazione della latitudine a Napoli. Il Fergola, di formazione prettamente matematica, s'interessò di problemi d'astronomia a partire dagli anni Sessanta, collaborando con padre Angelo Secchi del Collegio Romano a misurare la differenza di longitudine tra Napoli e Roma e utilizzando in tale occasione per la prima volta in Italia il telegrafo per la trasmissione sincronica dei dati della ricerca. I risultati di questo lavoro furono pubblicati nel saggio Sulla differenza di longitudine fra Napoli e Roma determinata per mezzo della trasmissione telegrafica delle osservazioni dei passaggi . A lui si devono anche le prime ipotesi sull'esistenza del moto del Polo, presentate nella relazione dal titolo Determinazione novella della latitudine del Reale Osservatorio di Capodimonte.
Tale rimase l'orientamento degli studi astronomici a Napoli fino al 1912, quando, per il personale interesse del direttore Azeglio Bemporad (1912-1932) ci si incominciò ad interessare di astrofisica. Convinto che il settore astrofisico fosse ricco di sviluppi, Bemporad dovette lottare contro il tradizionalismo del mondo accademico. Alle soglie del primo conflitto mondiale la Specola napoletana è ai suoi primi passi nel settore astrofisico. La guerra e poi la difficile ripresa segnano una battuta d'arresto negli investimenti che porta ad un progressivo invecchiamento delle strutture ed impoverimento delle risorse umane e strumentali. Nel 1926, lo stesso Bemporad deve riconoscere che far funzionare l'Osservatorio con gli strumenti e gli uomini che si hanno a disposizione è impresa difficile, se non disperata, e che la concorrenza delle strutture europee ed americane è notevolissima. Da questa situazione di stallo, che si protrae a lungo, la Specola di Capodimonte esce a partire dagli anni Settanta del XX secolo, ed oggi può annoverarsi tra gli istituti internazionali più attivi e prestigiosi.

lunedì 28 marzo 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 marzo.
Il 28 marzo 1943 l'esplosione della nave Costa Caterina nel porto di Napoli produce circa 600 morti.
Uno dei fiori all’occhiello della flotta dell’armatore genovese Giacomo Costa, la nave cargo Caterina Costa venne requisita dopo lo scoppio della guerra dalla Marina Regia per essere adibita al trasporto di mezzi e risorse lungo la rotta per il Nord Africa. Era ancorata nel porto di Napoli, carica di munizioni, carburante e mezzi militari destinati in Tunisia, quando, verso le 15, un incendio divampò improvvisamente a bordo, non si sa se doloso o accidentale. Nonostante il pronto intervento dei vigili del fuoco le fiamme furono incontrollabili; i militari decisero allora di far affondare la nave, dato il suo pericolosissimo carico, ma purtroppo nella zona l’acqua non era abbastanza fonda. Dopo una serie di errori di gestione dell’emergenza, alle 17,39 le fiamme raggiunsero le bombe stivate e la nave saltò in aria in una fragorosa esplosione avvertita in tutta la città. Gran parte del molo sprofondò, due rimorchiatori che si trovavano nelle vicinanze, il Cavour e l’Oriente, colarono a picco, mentre pezzi dell’imbarcazione e del suo carico furono  scaraventati in un lungo raggio distruggendo abitazioni, edifici e persino la Stazione Centrale; ancora oggi sulla facciata est del Maschio Angioino ci sono segni dell’accaduto. Una lamiera veloce quanto un proiettile trafisse l’orologio della chiesa di Sant’Eligio ubicata nel centro storico della città a ridosso della zona di piazza Mercato. L’edificio gotico, costruito nel 1270, è la più antica costruzione di epoca angioina. Dopo circa settecento anni dalla sua creazione, dopo essere stato edificio di culto, educandato femminile e caserma, rischiò di essere distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale. L’ora dell’orologio si fermò nel momento dell’esplosione e ricominciò a contare i secondi solo nel 1991, anno in cui rientrò in funzione grazie a un restauro finanziato dall’associazione culturale Nea Ghenesis e dalla Parrocchia di Sant’Eligio Maggiore. E’ stato il peggior incidente avvenuto durante la Seconda Guerra Mondiale, alla fine i morti furono più di 600 e oltre 3000 i feriti.

mercoledì 13 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.
Il 13 ottobre 1815 Gioacchino Murat viene giustiziato a Pizzo Calabro dall'esercito borbonico.
Gioacchino Murat nasce a Labastide-Fortunière, Cahors, il 25 marzo 1767. Destinato dal padre locandiere alla vita ecclesiastica, a vent'anni lascia il seminario per abbracciare quella militare. Si arruola come postiglione in un reggimento di cacciatori a cavallo e già sei anni dopo, nel 1793, raggiunge lo status di ufficiale, iniziando a collaborare con Napoleone Bonaparte che gli conferisce, nel 1796, il grado di generale di brigata fino a diventare suo aiutante di campo.
In tale veste, il 21 luglio 1798, partecipa e contribuisce in modo decisivo alla vittoria nella battaglia delle Piramidi e l'anno successivo guida la spedizione in Siria. Rientrato in Francia è fra i più efficaci collaboratori nel colpo di Stato attuato da Napoleone nel novembre 1799 quando, alla guida dei granatieri, estromette da Saint-Cloud i deputati del Consiglio dei Cinquecento guadagnandosi la nomina di Comandante della Guardia Consolare. Rinsalda ulteriormente il legame con l'imperatore sposandone la sorella Carolina Bonaparte, il 22 gennaio 1800.
Nel 1804 ottiene l'altissimo riconoscimento di Maresciallo di Francia. Quattro anni dopo l'imperatore gli offre la corona di Napoli, lasciata libera da Giuseppe Bonaparte chiamato al trono di Spagna. Si insedia, dunque, con il nome di Gioacchino Napoleone e, anche in funzione della dichiarazione dell'imperatore di riconoscere piena autonomia al regno, all'atto della sua conquista, avvia una politica di progressivo affrancamento dall'influenza - vista sempre più come ingerenza - della Francia.
In questa missione, che egli immagina proiettata verso l'unificazione nazionale italiana, trova utile supporto nel prefetto di polizia e consigliere di Stato Antonio Maghella il quale si occupa, tra l'altro, degli allacciamenti con la Carboneria.
Nel 1812 combatte in Russia al fianco dell'imperatore ma due anni dopo, in seguito alle sorti avverse di Napoleone, avvia segretamente contatti con l'Austria, inviandovi il principe di Cariati, e con gli inglesi, incontrando personalmente un delegato di lord Bentinck, a Ponza. Da tali manovre scaturisce un accordo con le due potenze che gli garantiscono la conservazione della corona. Ma il Congresso di Vienna, che apre l'età della Restaurazione, decide la restituzione ai Borboni del regno di Napoli: Murat dichiara guerra all'Austria, si riavvicina a Napoleone, che nel frattempo è fuggito dall'esilio dell'Elba, e parte con il suo esercito alla conquista dell'Italia del nord.
Al suo comando annovera, fra gli altri, i generali Caracciolo, Pignatelli, Pepe, D'Ambrosio. Dalle Marche entra nelle Romagne ed il 20 marzo del 1815, giunto a Rimini, lancia un accorato appello, redatto da Pellegrino Rossi, con il quale chiama tutti gli italiani a stringersi intorno a lui esortandoli alla rivolta per la conquista dell'unità e dell'indipendenza nazionale.
Il gesto del Murat riaccende le speranze del trentenne Alessandro Manzoni, da sempre animato da grande spirito patriottico, il quale avvia di getto la stesura della canzone "Il proclama di Rimini", rimasta poi inconclusa proprio come l'iniziativa murattiana. Manzoni a parte, però, la diffidenza italiana verso i francesi fa sì che l'appello cada inascoltato. Dopo un primo successo sugli austriaci, presso il Panaro, re Gioacchino viene sconfitto il 3 maggio, a Tolentino. Arretra fino a Pescara, dove promulga una costituzione nel tentativo di ottenere l'agognato sostegno popolare, ma tutto si rivela vano. Incarica allora i generali Carrosca e Colletta - futuro autore, quest'ultimo, della celebre "Storia del reame di Napoli" - di trattare la resa, che avviene il 20 maggio, con la sottoscrizione della convenzione di Casalanza, presso Capua, con la quale si riconsegnano ai Borboni i territori del regno.
Ripara in Corsica, mentre Napoleone si avvia verso la definitiva caduta che avverrà pochi giorni dopo, a Waterloo. In Corsica gli giungono notizie di malcontento nella popolazione del suo ex regno per cui, nel settembre 1815, riparte alla volta della Campania con sei barche a vela e duecentocinquanta uomini, con l'obiettivo di far leva sul malessere della gente per riprendere il trono perduto. Ma una tempesta disperde la piccola flotta: la sua barca, insieme ad un'altra superstite, approda l'8 ottobre a Pizzo Calabro.
Entrato in paese con una trentina di uomini trova, da parte della gente del posto, l'indifferenza di alcuni e l'ostilità di altri; mentre si appresta ad incamminarsi verso un paese vicino, con la speranza di trovare migliore accoglienza, sopraggiungono le truppe regie. Catturato, viene processato e condannato a morte da una corte marziale.
Non gli rimane che compiere un ultimo atto: scrivere poche, drammatiche righe di commiato alla moglie ed ai figli. Viene giustiziato con sei colpi di fucile, il 13 ottobre 1815, nella corte del castello di Pizzo, che da allora è detto anche castello di Murat. Ha soltanto 48 anni.
Gli anni del regno murattiano rappresentano per l'Italia Meridionale, una fase di risveglio e di rinascita: re Gioacchino porta a compimento l'Eversione della feudalità, già avviata da Giuseppe Bonaparte, favorendo la nascita della borghesia terriera e sviluppando relazioni commerciali con la Francia; attua il riordinamento amministrativo e giudiziario, con l'introduzione dei codici napoleonici; istituisce il "Corpo di Ingegneri di ponti e strade", dando così un forte impulso ai lavori pubblici; incoraggia la cultura e l'istruzione pubblica, introducendo principi di uguaglianza e di uniformità.
Il suo attaccamento viscerale al regno ed al popolo e la sua dedizione totale all'idea di unificazione nazionale lo rendono un personaggio di primo piano nella storia italiana. Il primo documento ufficiale che parla di Italia unita e libera è rappresentato proprio dal suo proclama di Rimini: per alcuni storici è proprio con il "proclama" che nasce formalmente il Risorgimento italiano.
La sua figura di sovrano rimane contrassegnata da due aspetti: la buona fede, che tanti rimbrotti gli ha procurato da parte di Napoleone e che, dalla Corsica, lo determina a credere che le popolazioni meridionali attendono il suo ritorno, e l'ardimento, che sempre agli occhi di Napoleone fa di lui un grande soldato, un eroe, ma che lo induce anche a tentare l'impresa impossibile che gli costerà la vita.

domenica 3 ottobre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 ottobre.
Il 3 ottobre 1839 veniva inaugurata la prima ferrovia italiana, la Napoli-Portici.
 La costruzione della ferrovia Napoli-Portici, pur nella brevità del suo percorso, fu importante dal punto di vista psicologico e dell'immagine, in quanto pose il regno delle Due Sicilie al rango delle più grandi potenze europee.
Un ingegnere francese, Armando Bayard de la Vingtrie, nel mese di gennaio del 1836 espose un suo progetto ferroviario al ministro di Ferdinando II, marchese Nicola Santangelo. Il piano industriale del francese era allettante: egli intendeva costruire la linea ferrata a proprie spese, in cambio della concessione della gestione per 99 anni. Evidentemente il Bayard pensava che fra gli Stati italiani quello delle Due Sicilie era il più aperto al progresso, vantando già la maggiore e più moderna flotta mercantile d'Italia.
La strada ferrata avrebbe collegato Napoli con Nocera, con una diramazione per Castellammare. Il ministro Santangelo sottopose la proposta al Re, appassionato promotore del progresso tecnologico, che approvò la concessione (per l'intera linea Napoli-Nocera con diramazione per Castellammare) con decreto del 19 giugno 1836, dietro versamento di una cauzione di 100.000 ducati. Seguirono altri due decreti, uno del 3 febbraio 1838, che rimodulava la durata della concessione ad 80 anni ed un altro definitivo del 19 aprile 1838 che sanciva il diritto di proprietà dello Stato dopo 80 anni di gestione e stabiliva le tariffe dei prezzi per il trasporto sia dei viaggiatori che delle mercanzie.
I lavori, diretti dall'ingegnere francese, incominciarono l'8 agosto 1838 e dopo tredici mesi il primo tratto a un solo binario giungeva al Granatello di Portici. Ma secondo la concessione i binari dovevano essere due, sicché Ferdinando II fece sorvegliare l'avanzamento dell'opera da due rappresentanti del governo: l'ingegner Ercole Lauria e l'ispettore generale dei Ponti e Strade Luigi Giura.
I vagoni furono costruiti a Napoli, nello stabilimento di San Giovanni a Teduccio, le locomotive acquistate dalla società inglese Longridge Starbuck e Co. di Newcastle-Upon Tyne. In seguito, anche le locomotive furono costruite a Pietrarsa, ed esportate anche in altri stati italiani. Il Piemonte, ad esempio, acquistò nel 1847 sette locomotive napoletane.
Il primo tratto della Ferrovia fu inaugurato il 3 ottobre del 1839 con grande solennità. Il re precedette il convoglio ferroviario facendosi trovare nella villa del Carrione a Portici ed a mezzogiorno diede il segnale di partenza egli stesso davanti a tutte le autorità, pronunziando un discorso in cui disse: "Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando come tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico". Partì quel giorno il primo convoglio ferroviario italiano, composto da varie vetture che portavano 48 invitati oltre ad una rappresentanza dell'armata di Sua Maestà Siciliana costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell'ultima vettura vi era la banda della guardia reale.
La stazione di Napoli fu costruita nell'antica via detta «dei fossi» appena fuori le mura aragonesi che in quel tempo ancora esistevano tra la Porta del Carmine e la Porta Nolana, era costituita da un'ampia sala d'aspetto per i passeggeri, di uffici, magazzini, rimesse per le vetture e le macchine e di un'attrezzata officina di riparazione.
La linea attraversava le paludi napoletane e la real strada delle Calabrie giungendo nei pressi della spiaggia di Portici, al Granatello. All'intersezione con la strada delle Calabrie fu costruito anche un ponte a due archi, per permettere il passaggio dei mezzi stradali.
In questo primo tronco, di ponti ne furono costruiti ben 33, con 2.958 metri di mura di sostegno e m. 541 di ringhiere di ferro a difesa del mare e dei caseggiati che si trovavano lungo la strada. C'è da immaginarsi, quale fosse l'entusiasmo e l'orgoglio di avere nel regno il primo tratto di strada ferrata.
Nel 1840 la via ferrata arrivò a Torre del Greco, nel 1842 a Castellammare di Stabia. I lavori furono continuati per portare la Ferrovia fino a Nocera e terminarono il 18 maggio del 1844. Fu necessario ordinare altre locomotive che vennero dall'Inghilterra con macchinisti inglesi, poiché già alla fine dell'ottobre del 1839 la ferrovia napoletana aveva trasportato circa 58.000 persone fruttando un utile netto del 14 %. La compagnia ritenne allora di poter ribassare i prezzi (che tempi!) e nel 1840 furono previsti biglietti ridotti per i cittadini meno abbienti, vale a dire «alle persone di giacca e coppola, alle donne senza cappello, ai domestici in livrea ed ai soldati e bassi ufficiali del real esercito».
Frattanto un secondo tronco ferroviario, finanziato direttamente dallo Stato, raggiunse Caserta nel 1843 e nel 1844 Capua. Nel 1853 fu concessa in appalto la costruzione del tronco Nola-Sarno-Sanseverino, che avrebbe dovuto poi proseguire per Avellino. Il 16 aprile 1855 Ferdinando Il approvò due decreti di Salvatore Murena, Direttore di Stato dei Lavori Pubblici: "Accordiamo concessione al signor Emmanuele Melisburgo di costruire ... una ferrovia da Napoli a Brindisi ... Accordiamo concessione al Barone D. Panfilo de Riseis, di costruire ... una ferrovia da Napoli agli Abruzzi fino al Tronto, con una diramazione per Ceprano, una per Popoli, una per Teramo ed un'altra per Sansevero ... ".
Il programma prevedeva poi che la linea Napoli-Capua dovesse essere prolungata a Cassino, e quindi allacciarsi con la ferrovia dello Stato Pontificio. La linea Napoli-Avellino doveva proseguire da un lato per Bari-Brindisi-Lecce, da un altro per la Basilicata e Taranto. Furono programmate anche le linee per Reggio e la tratta da Pescara al Tronto. In Sicilia erano previste le linee Palermo-Catania-Messina, e Palermo-Girgenti-Terranova. Nel 1860, al momento dell’annessione al Piemonte, erano in funzione 124 km di ferrovia (tutti nell'attuale Campania) ed altri 132 erano in costruzione o in preparazione (gallerie e ponti erano già stati realizzati). Il 15 Ottobre del 1860 Garibaldi, insediatosi da circa un mese a Napoli come dittatore, annullò tutte le convenzioni in atto per le costruzioni ferroviarie, e ne stipulò una nuova con la Società Adami e Lemmi di Livorno.
Non è quindi vero, come si sostiene ancora oggi, che la ferrovia fu realizzata solo per collegare le residenze reali, o per poter spostare più velocemente le truppe di stanza a Capua, in caso di disordini a Napoli. Essa invece fornì un servizio regolare a numerosi utenti, specialmente lavoratori ed artigiani, che si recavano al lavoro a Napoli. Occorre peraltro ammettere che i tempi di realizzazione del programma ferroviario risultarono troppo lunghi (basti pensare che al 1860 il Piemonte aveva approntato 866 km di ferrovie, il Lombardo Veneto 240 km, la Toscana 324 km, i ducati emiliani 180 km). Da un lato questi dati dimostrano che non basta essere i primi ad iniziare, se poi ci si lascia superare dagli altri. Dall'altro lato c'è da dire che il ritardo nello sviluppo delle ferrovie, va inquadrato nella concezione economico-fiscale-sociale del Regno delle Due Sicilie. Qui accenniamo solo come, in tale concezione, i programmi di sviluppo dovessero essere "sostenibili", cioè proporzionati a risorse ed esigenze, e non viceversa. Fatto sta, il Piemonte è ancora ricordato per quei 866 km di ferrovie, sottacendo che contribuirono all'enorme Debito Pubblico che quello Stato lasciò in eredità all'Italia. Le conquistate due Sicilie invece si videro portar via i materiali ed i macchinari allestiti per le costruzioni ferroviarie, che vennero adoperati al Nord, ed i suoi soldi andarono a turare le larghe falle delle casse del novello regno d'Italia.
Con l’unità d’Italia, il progetto di re Ferdinando II di realizzare una rete ferroviaria dal Tirreno all’Adriatico fu abbandonato e non venne più realizzato. I governi unitari del re sabaudo e del duce del fascismo non si interessarono a sviluppare agevoli collegamenti all’interno del Sud, anzi si concentrarono sullo sviluppo delle linee Sud-Nord per agevolare il trasferimento della mano d’opera meridionale al Nord.

martedì 29 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 1620 nasce a Napoli Tommaso Aniello d'Amalfi, meglio noto come Masaniello.
Nei primi decenni del Seicento la Spagna è ancora una grande potenza militare, ma è talmente invischiata in conflitti bellici che le sue finanze vacillano pericolosamente. In realtà è iniziata una fase di decadenza economica che presto si rivelerà irreversibile.
Il re Filippo IV della dinastia degli Asburgo, che è anche sovrano del Portogallo, delle Due Sicilie e di Sardegna, per fronteggiare tali difficoltà inasprisce fino all'esasperazione la fiscalità nei suoi domini. L'inevitabile malumore del popolo, frammisto a tendenze indipendentiste, sfocia ben presto in sollevazioni un po' dovunque.
A Napoli, dove il commercio al minuto è controllato e sistematicamente taglieggiato dalle gabelle, la scintilla scocca con l'istituzione di un nuovo balzello su frutta e verdura. Il 7 luglio 1647 la protesta della gente provoca una colluttazione che rapidamente si estende ai rioni più prossimi. Fra gli agitatori risalta un giovane particolarmente focoso, Tommaso Aniello detto Masaniello, nato a Napoli 27 anni prima, il 29 giugno 1620, pescatore e pescivendolo ad Amalfi.
Masaniello insieme ad altri capipopolo, all'urlo "viva il re di Spagna e mora il malgoverno", guida i rivoltosi "lazzaroni" all'assalto degli uffici daziari e della stessa reggia del vicerè, forzando le carceri e liberandone i reclusi.
In realtà la sommossa è stata accuratamente organizzata dall'ottantenne Giulio Genoino, giurista e presbitero, che ha dedicato l'intera vita alla lotta all'oppressione fiscale del popolo e che, tramite un suo stretto collaboratore e seguace, aveva conosciuto Masaniello e deciso di farne il braccio operativo del suo piano rivoluzionario.
Dopo queste azioni Masaniello si ritrova unico capo della rivolta, e procede a dare un'organizzazione alla milizia popolare. Un fallito attentato subìto il 10 luglio ne accresce l'autorevolezza al punto che il vicerè, don Rodrigo Ponce de Leon, duca d'Arcos, per tenerlo dalla sua parte, lo nomina "capitan generale del fedelissimo popolo napoletano".
Nel frattempo Genoino, con un'azione diplomatica ma forte degli eventi in corso, ottiene dallo stesso vicerè una sorta di costituzione. L'umile pescatore di Amalfi, intanto, che da un giorno all'altro si è visto - dopo aver giurato fedeltà al re di Spagna - proiettato sostanzialmente verso il governo della città, perde in qualche modo il senso della realtà avviando una serie di epurazioni dei suoi avversari ed assumendo in generale comportamenti illiberali, stravaganti ed arroganti.
Lo stesso Genoino si accorge di non aver più alcun ascendente sul giovane, il quale non ascolta più nessuno e comincia addirittura a manifestare segni di squilibrio mentale.
Non è chiaro se è per mano dei sicari del vicerè, di quelli di Genoino o degli stessi rivoluzionari che il 16 luglio 1647 - a soli 27 anni di età - Masaniello viene assassinato nel monastero del Carmine di Napoli, dove aveva tentato di rifugiarsi.
La sua testa tagliata è consegnata da un popolo esultante e con toni trionfali al vicerè. Il giorno seguente un nuovo aumento del pane determina una presa di coscienza da parte della gente che va a recuperarne il corpo, lo riveste con la divisa di capitano e gli dà sepoltura solenne.
Così ne parla il barone Giuseppe Donzelli, studioso, storico e combattente nella rivolta napoletana, nella sua cronaca degli eventi intitolata "Partenope liberata ovvero racconto dell'heroica risoluzione fatta dal popolo di Napoli per sottrarsi con tutto il Regno dall'insopportabile giogo degli Spagnoli", dopo aver descritto l'invito a corte che Masaniello riceve insieme a sua moglie ed il trattamento di massimo riguardo che viene loro riservato dal vicerè e dalla viceregina, oltre a lussuosissimi doni:
"Dopo questo convito, fu osservato, che Tomaso Anello non operò più con sano giudizio, perché cominciò a fare molte azioni da frenetico: o fosse, perché gli havesse alterato il sentimento il vedersi pari al Vicerè; ovvero che per il soverchio discorrere, che di continuo non meno la notte che il giorno faceva col Popolo, e il più delle volte senza poco, o niente cibarsi, havesse dato in tale svanimento, sì come anche ne haveva perduto la voce".
Ma più verosimilmente Donzelli conclude insinuando il sospetto che gli spagnoli si siano vendicati facendogli ingerire qualcosa che lo ha portato alla follia.
La Repubblica Napoletana, nata il 22 ottobre 1647 come effetto della rivolta che, dopo Masaniello, è rinfocolata da Gennaro Annese, viene soppressa il 5 aprile 1648. Genoino verrà arrestato e morirà di lì a poco.
La figura di Masaniello, ribelle e martire la cui storia è tutta raccolta in appena nove giorni, è assurta nei secoli a vessillo della lotta dei deboli contro i potenti e, nello specifico, la si è voluta a simboleggiare la lotta italiana contro le dominazioni straniere. La forza evocativa del suo nome è tale da essere divenuta un modo di dire: l'espressione "fare il Masaniello", infatti, è utilizzata per indicare un comportamento audace, ribelle, ma anche un po' demagogico.
La sua storia ha attratto i più grandi storici (alcuni dei quali, in verità, non ne hanno tracciato un quadro edificante), ed ha ispirato pittori, scultori, letterati ed autori musicali e teatrali. In particolare "La muta di Portici", opera lirica in cinque atti musicata da Daniel Auber, su libretto di Eugène Scribe, in scena nel teatro di Bruxelles il 25 agosto 1830, costituisce la scintilla dei moti che porteranno alla dichiarazione di indipendenza del Belgio dall'Olanda.

sabato 1 febbraio 2014

NEAPOLIS #Napoli di Donatella Farina


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NEAPOLIS

 La più antica presenza protourbana nell'area fu probabilmente un emporio dorico sull'isolotto di Megaride, attivo dal IX secolo a.C.; in un secondo momento, grazie all'intervento cumano, l'insediamento di Partenope sarebbe stato esteso anche al Monte Echia: Lutazio Catulo, console romano e autore di testi storici, parla di una sua distruzione per mano cumana. Neapolis (città nuova), la nuova zona urbana si colloca nel periodo di Aristodemo; i ritrovamenti archeologici dimostrano che il pianoro prospiciente alla collina di Pizzofalcone era diffusamente frequentato già dalla metà del VI secolo a.C. e che la "Città Nuova" sia sorta alla fine dello stesso. Il nucleo più antico acquisì via via il nome di Palepolis (città vecchia).La rinnovata città seppe in breve tempo sia sostituirsi a Cuma nei commerci marittimi, sia assumere il controllo sul golfo. Dopo la parentesi Osco-Sannita e i disordini interni ad essa collegati, che vide oltremodo l'accentuarsi delle differenze tra il nucleo antico e la nuova zona urbana sorta sul pianoro, nel 327 a.C. Neapolis venne conquistata dai Romani, assumendo tuttavia il rango di civitas foederata e conservando la lingua greca almeno fino al II secolo d.C. Nei secoli seguenti Neapolis ritornò l'unico centro propulsore della zona e Palepolis divenne soltanto un luogo periferico in cui vennero erette grandi ville. Punto focale della filosofia epicurea, Neapolis fu infatti luogo e residenza degli imperatori Claudio, Tiberio e Nerone che trascorsero qui le pause dall'attività di governo.Nel II secolo d.C., Augusto la scelse come sede dei giochi Isolimpici, una specie di giochi Olimpici italici, poiché era la città più "grecizzata d'Italia". Nel 476 l'ultimo imperatore romano d'occidente Romolo Augusto fu imprigionato nel Castel dell'Ovo. Con il termine dell'età antica e l'incalzare delle invasioni barbariche, la città si chiuse nelle sue mura. Le zone periferiche di Palepolis e Pausilypon, un tempo mete dell'aristocrazia romana, caddero preda delle razzie e dell'incuria.

Donatella Farina

sabato 4 maggio 2013

Evviva il Giro d'Italia...

Il precedente e l'attuale percorso
www.laboratorionapoletano.com
 Potrei dire di seguire il Giro d'Italia da quando ho coscienza del Sé. Da una vita. Insomma: da sempre. Tante volte mi sono affrettato, soprattutto in gioventù, ad assistere all'arrivo in volata, come fu intorno a Quercianella una trentina d'anni fa, insieme a mio cugino che mi ci portò in moto, o con il mio piccolo fratellino, pochissimi anni dopo, ad Aversa, o i passaggi di percorso, come fu tra Marcianise e Maddaloni o addirittura al Valico di Chiunzi, dove vidi sfrecciare Marco Pantani poche centinaia di metri prima che compromise la sua gara con una caduta.
 Oggi, come non mai in vita mia, il Giro inizia con una tappa tutta napoletana, che mi sto godendo ancora adesso - meno di 25 km all'arrivo - ma dalla TV, che ho riacceso straordinariamente per l'occasione.
 Il vantaggio da qui è che puoi anche studiarti tutte le retrospettive di una gara tanto importante che richiede il lavoro di un anno intero tra ideazione, trattative, proposte, progettazione, preparazione, attuazione, celebrazione e narrazione.
Le strade di Posillipo
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 La formula eccezionale di questa tappa mi ha lasciato perplesso e alla fine ho scoperto le motivazioni che probabilmente sottostanno al doppio percorso con giri ripetuti. Il percorso originario, dichiarato fino a pochi giorni fa, era molto diverso. E così la tappa che avrebbe dovuto rilanciare nel mondo la violenza subita con la distruzione dolosa della Città della Scienza, ha completamente snobbato i quartieri cittadini tra i più umili come Fuorigrotta e Bagnoli, per arroccarsi sullo splendido "Lungomare Liberato", come ama chiamarlo il Primo Cittadino De Magistris, di sicuro di recente dalla logistica della precedente manifestazione sportiva internazionale quale l'America's Cup.
 E così oggi, con la sola digressione per Posillipo, della carovana Rosa, anche il Giro è stato tenuto per le strade dei quartieri più esclusivi della città, meglio tenute rispetto alla media generale cittadina.
Via Francesco Caracciolo
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 Qualcuno potrebbe pensare che furbamente De Magistris sarebbe riuscito a garantirsi fino all'ultimo la tappa nonostante non abbia potuto riparare le strade, abbandonate da almeno un'amministrazione e mezzo almeno - la sua metà e tutta quella della sua predecessora, Iervolino - e il cui ripristino avrebbe potuto giovare a tutta la cittadinanza. Certamente la gara si sta tenendo e questo indubbiamente è un fatto positivo. Forse meglio che abbia dato al mondo solo l'immagine retorica del sole e del mare, a beneficio del turismo dei grandi alberghi, ma forse anche dei piccoli, ma forse no. E comunque, dopo numerose cadute, siamo alla volata finale, vinta da Cavendish su Viviani. Tutto come da pronostico. Il resto è affare di Napoli. Ce la vedremo noi.

Riferimenti

© 2013 Accademia dei Sensi - Licenza CC BY-NC-ND 3.0

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