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lunedì 28 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 aprile.

Il 28 aprile 1990 va in scena a Broadway l'ultima replica del Musical "a chorus line", dopo quasi 15 anni dalla prima.

Quando è storia, è storia. "A CHORUS LINE", da quella leggendaria sera del 25 luglio 1975 in cui andò in scena al Public Theatre, dove 300 persone sedute sui 300 posti "off broadway" si passarono subito parola, è diventato il re dei "musical". Non solo perché ha battuto tutti i record di gradimento e programmazione (trasferitosi subito "in" Broadway per merito dell’impresario shakespeariano Joseph Papp, è rimasto in scena alla Shubert Theatre 15 anni fino al 28 aprile ’90, 6137 repliche), diventando nell’85 anche un film di Sir Richard Attenborough con Michael Douglas, ma perché ha rivoluzionato la tecnica, e, si può dire, la morale di questo genere di spettacolo che nasce direttamente dalla costola del teatro americano.

Il musical si è così creato sera per sera, adattandosi ai suoi protagonisti che sono mutati nel corso del tempo: giacché si tratta di teatro nel teatro, ovvero come un regista "manhattese" passa un pomeriggio di audizioni per scegliere il balletto di un nuovo spettacolo. Ragazzi e ragazze pronti a sgambettare sotto i riflettori traslocando da una città all’altra, col cuore protetto dalle insegne al neon (in americano li chiamano "gipsies", zingari) si "confessano" in palcoscenico sulla "chorus line", la linea bianca che delimita lo spazio del balletto di fila da quello delle star.

"A CHORUS LINE" è soprattutto un omaggio al teatro, all’etica del "si va in scena", dei sacrifici occulti che gli attori sostengono e dei traumi che vivono, perché ogni volta che si apre il sipario ciascuno porta alla ribalta un pezzo della propria vita. Nel musical probabilmente sapete come va a finire, qualcuno verrà scelto, qualcun altro no (tu, tu, tu, tu e gli altri a casa, la prossima volta, grazie), ma tutti alla fine, come per magia, appariranno in lustrini, paillettes a dirci cantando "one", il motivo più orecchiabile dello show, che si tratta comunque di una "singular sensation".

Una singolare sensazione che prende anche il pubblico. Il musical infatti ci commuove ribaltando le classiche convinzioni del genere, che ha fatto i primi passi (vedi i film hollywoodiani degli anni ruggenti) proprio curiosando dietro le quinte, quando anonime "girls" uscivano tremanti in palcoscenico e tornavano in camerino "stelle", come ha sempre insegnato "Quarantaduesima Strada". Ma Michael Bennett, il regista che per primo mise in scena "A CHORUS LINE" non solo ha intuito un potenziale di attori, ma ha adeguato la grande trovata del testo di Kirkwood e Dante, ritmato dalle bellissime musiche di Marvin Hamlish, ai tempi interiori ed esteriori del teatro moderno. Poche scene, anzi nessuna, solo uno specchio sullo sfondo, ed un gioco "elettrico" che cambia continuamente voltaggio tra finzione e realtà.

Se insomma "Quarantaduesima Strada" raccontava i pettegolezzi dei camerini, "A CHORUS LINE" ha un modo di esprimersi netto, preciso, diverso, in cui ogni aspirante ballerino racconta, già esibendosi, come e perché si trova lì.

Ed ecco quindi brandelli di vita vissuta, ora amari, ora buffi, ora divertenti, come una seduta psicoanalitica cantata e ballata.

E dopo il verdetto del regista, il musical si impenna, sogna, e diventa per un attimo fuggente sfarzoso: il doppio sogno di un musical alla sera della prima. Lo spettacolo che ha vinto 9 Tony Awards ed il premio Pulitzer, ha rivoluzionato il musical, perché davvero, per la prima volta, adopera sullo stesso piano il testo, la musica, la coreografia ed il personale carisma degli attori, che diventano subito amici e nostri complici, portandoci per mano in una visita guidata tra illusioni e delusioni del teatro moltiplicati all’infinito dallo specchio. La simpatia sta nell’affiatamento che nasce sul palcoscenico, dove i nuovi talenti si fanno le ossa e magari utilizzano un poco di autobiografia. Perché il fascino di questo show appartiene all’eterno della domanda sul bisogno della finzione, quando la curva del teatro incontra, complice un refrain, quello della poesia.


sabato 29 marzo 2025

Concerto etno-sinfonico rom al San Carlo

 Al Teatro di San Carlo di Napoli si celebra la Giornata Internazionale dei Rom e Sinti con un Concerto Unico. 
 Per la prima volta nella storia due solisti di etnia rom suonano nel teatro più antico del mondo in occasione della Romanì Week il Teatro di San Carlo di Napoli ospiterà un evento musicale di rilevanza internazionale.

 Venerdì 4 aprile, alle ore 15:00, il Salone degli Specchi ospiterà un concerto straordinario che vedrà esibirsi il virtuoso violinista Gennaro Spinelli e il compositore Santino Spinelli, che si esibiranno insieme da solisti in una performance che unisce la musica etnica e la sinfonica.
 Accompagnati da alcuni musicisti del Teatro di San Carlo guidati dal violinista Salvatore Lombardo e dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini di Pesaro guidati dal violinista Marco Bartolini, i due solisti daranno vita a un viaggio musicale che spazia dal repertorio classico rivisitato in chiave etnica a composizioni originali ispirate dalla tradizione romanì. 

 L'evento è stato finanziato dall'UNAR ufficio nazionale Antidiscriminazione razziale all'interno della seconda settimana romanì 

 «La musica parla a tutti ed è il linguaggio più immediato per l’integrazione e lo scambio culturale», ha dichiarato Gennaro Spinelli, noto violinista di fama internazionale e ambasciatore dell'International Romanì Union per l’arte e la cultura romanì nel mondo.
 “La musica è un ponte che unisce i popoli e le culture. Questo concerto rappresenta per me non solo una celebrazione della musica romanì, ma anche un'opportunità per promuovere l'inclusione e il rispetto per le comunità Rom e Sinti. Siamo orgogliosi di portare la nostra arte nei luoghi più prestigiosi, come il Teatro San Carlo di Napoli, per dimostrare che la cultura romanì è parte integrante della storia musicale europea” ha dichiarato Santino Spinelli. 
 Un traguardo significativo, questo, che non solo celebra l’arte e la cultura romanì, ma segna anche un passo importante verso una maggiore inclusione sociale e culturale delle comunità Rom e Sinti. 

 Il concerto si inserisce all’interno di una serie di eventi che si svolgeranno su tutto il territorio nazionale in occasione della Giornata dell’8 aprile, un’iniziativa che quest’anno coincide con la seconda Settimana (romanì week) della Cultura Rom e Sinta lanciata dall’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Raziali (UNAR), con il supporto dell’Unione delle Comunità Romanès in Italia (UCRI), e dell’Associazione Them Romano.
«Questo evento rappresenta un passo fondamentale per promuovere una conoscenza non stereotipata delle minoranze. Promuovere il dialogo attraverso l’arte e la cultura è essenziale per il percorso di inclusione e partecipazione delle comunità rom e sinti», ha affermato Mattia Peradotto, Direttore dell’UNAR.

 Il concerto di Napoli arriva dopo il grande successo del al Teatro alla Scala di Milano dello scorso anno, consolidando ulteriormente l’importanza e la visibilità internazionale di questa iniziativa. 

 L’evento al Teatro San Carlo si preannuncia come una tappa fondamentale nel panorama musicale internazionale per celebrare la musica e la cultura romanì, con la partecipazione di artisti di spicco.

 L’iniziativa punta a valorizzare la musica romanì etno-sinfonica a livello internazionale, attirando l’attenzione mediatica e sociale sulla cultura e sull’arte romanì. 

 Con l’obiettivo di contrastare le discriminazioni etniche, l’iniziativa si arricchisce della partecipazione di partner prestigiosi come TIM/Timvision, che lancerà in anteprima un cartone animato ispirato alla cultura romanì e curato da UCRI.

 Il concerto vedrà l’esecuzione di composizioni come la “Czarda” di V. Monti e le “Danze Ungheresi” di J. Brahms, insieme a brani originali di Santino Spinelli, che attraverso la sua musica innalza la tradizione romanì a un livello artistico elevato, distillando la sua essenza più autentica, lontana dai tratti folklorici regionalisti.
L’evento si preannuncia come uno dei più significativi del panorama europeo per celebrare la Giornata internazionale dei Rom e Sinti, con la partecipazione di esponenti delle comunità rom e sinti provenienti da tutta Europa.

venerdì 14 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 febbraio.

Il 14 febbraio 1895 va in scena per la prima volta a Londra "L'importanza di chiamarsi Ernesto", di Oscar Wilde.

Algernoon e Jack sono due amici aristocratici che vivono nella menzogna. Algernoon ha creato un personaggio di nome Bunbury, un amico molto malato che gli permette di sfuggire ad eventi mondani con la scusa di andare ad accudirlo.

Jack, tutore della giovane Cecily, ha inventato l’esistenza di Earnest, suo scapestrato fratello e ogni volta che si annoia nella sua tenuta in campagna fugge via, con la scusa di andare a rimediare all’ennesima bravata del fratello immaginario. Jack, che quando fugge in città è conosciuto col nome di Earnest, ama Gwendolyn, la cui madre lo rifiuta come pretendente, in quanto orfano senza passato. Algernoon, fingendo di essere lo sbandato fratello di Jack, piomba nella sua villa di campagna e si innamora di Cecily, ragazza sognante che ha sempre desiderato fidanzarsi con un uomo che si chiamasse Earnest.

Da qui, inizia una serie di equivoci, scambi di personalità e incastri che rendono la commedia esilarante e avvincente, fino alla sua ironica e lieta conclusione.

L’umorismo di Wilde è pieno di nonsense, equivoci, ironia, giochi di parole. Il nome Earnest, tradotto in italiano corrisponderebbe al nome Franco, sinonimo di onesto, sincero ed è proprio questo che rende interessante la commedia, basata fin dal titolo su un contro-senso che vedrebbe i protagonisti, due bugiardi abitudinari, conosciuti col nome di Earnest. Cecily e Gwendolyn non li avrebbero mai sposati se non si fossero chiamati così: Earnest è un nome che le fa vibrare, fremere di gioia e soddisfa le loro fantasticherie adolescenziali, durante le quali favoleggiavano di un uomo che le amasse, sincero, onesto, ma soprattutto un uomo che corrispondesse a quel nome che ispira loro cieca fiducia. Ed è questo quadretto che rende la commedia ancora più divertente. Da una parte le donne, superficiali, vendicative, passionali, ma anche volubili e dall’altra gli uomini, bugiardi, vittimisti, manipolatori.

L’importanza di chiamarsi Ernesto racchiude un quadretto che attacca con stile le convenzioni del suo tempo, la stupidità delle etichette sociali, la comica ipocrisia dell’alta società, la vacuità che si annida nel romanticismo infantile di alcune adolescenti. Il tutto in una commedia frizzante e briosa, mordace, ma allegra, ironica, ma profonda.

venerdì 1 novembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo novembre.
Il primo novembre 1611, alla Whitehall di Londra, viene rappresentata per la prima volta La tempesta di Shakespeare.
Una delle sue ultime opere ricca di contenuti magici e alchemici che intreccia l'impianto avventuroso, fiabesco ed estremamente elaborato è la Tempesta.
Shakespeare fa uso del soprannaturale ricorrendo al mondo meraviglioso dei maghi, degli elfi e delle fate fondendone le azioni con la vicende umane per la massima espressione di una magia nuova, una magia rinascimentale opposta a quella medievale, considerata superstiziosa e stregonesca.
Una magia colta, un sistema per studiare e conoscere l'universo e l'uomo. Costituita da temi comuni del male, dell'innocenza, della colpa dell'espiazione del perdono e della giovinezza incorrotta che distrugge il male e dà origine a una nuova vita.
Prospero e la Tempesta sono tra i vertici più alti e irraggiungibili della storia del teatro e della carriera dei grandi mattatori. Quest'opera - composta nel 1611 da William Shakespeare, un Autore cui tutto il teatro contemporaneo riconosce il merito di essere la fonte perenne della propria ispirazione. Prospero - duca di Milano - spodestato dal fratello Antonio è lasciato su di una piccola barca in balia delle onde insieme alla figlioletta Miranda; approda su un isola deserta dove aveva trovato rifugio la strega Sicorace, madre dell'unico abitante della isola, il mostro Calibano. Teatro dell'azione è l'isola bagnata dall'acqua purificatrice del mare e abitata da presenze misteriose e inquietanti. L'isola è un luogo geografico di una dimensione indefinita: una proiezione della mente che entra in rapporto con le forze di un mondo superiore e di queste forze, dominandole.
"La tempesta" collocata in un ambiente di memoria, accanto al mago, alla sua dolce figlia Miranda (principio femminile-mercuriale della materia necessaria all'Opus per il previsto finale delle nozze alchemiche) all'etero Ariele, agli spiriti che il signore dell'isola fa apparire e scomparire con un gesto, a coloro che Prospero ha costretto a mettere piede sull'isola vediamo muovere le immagini talismaniche di Ermete, Iside e Osiride, Medea e Giasone, Orfeo e Euridice, Amore e Pische, Endimione e Selene, Teseo e Arianna e i sette dei-astri "ombre" delle idee superiori che dai cieli discendono ad infondere magia alla magia dello spettacolo.
L'isola di cui Prospero è il padrone incontrastato non è una comune isola, in quanto non è soggetta alle comuni leggi del destino umano, poiché Prospero controlla ogni forza con la magia e può dare alla vicenda la soluzione desiderata. Prospero non ha affinità con gli altri personaggi, rimane fuori dall'azione e la dirige con l'aiuto di Ariele. L'innocenza e la giustizia possono trionfare. Il perdono non nasce da una sconfitta ottimistica ma il male in tutto il suo orrore viene mostrato e la salvezza giunge per effetto di magia o per pura coincidenza. Il rito del perdono viene celebrato da un ministro che non ha egli stesso bisogno di venire perdonato.
Prospero può essere visto come un autoritratto di Shakespeare che da addio alle scene mentre rimane quasi il creatore degli altri personaggi della commedia: come un dio egli li dirige dall'alto rinunziando alla sua divinità solo alla fine del dramma quando spezza la bacchetta magica per ritornare fra i comuni mortali. Miranda, sua figlia, è la giovinezza e l'innocenza che è anche l'ignoranza del mondo esterno. Stephano e Trinculo rappresentano l'animalità rozza, il livello più basso dell'uomo. Hanno al loro servizio non spiriti come Ariele ma fantasmi generati dalle bevande alcoliche. Ariele è lo spirito dell'uomo saggio e rappresenta il controllo del sapiente sulla natura.
Calibano, un turpe individuo in cui si mescolano i terrifici tratti esteriori che ne lasciano intravedere la natura maligna e qualcosa di buono che gli proviene dal non essere stato ancora corrotto dalla civiltà, una figura sconcertante, composita poliedrica è il figlio selvaggio di una strega ridotto in soggezione.
L'antico padrone sconfitto e reso schiavo per aver rifiutato l'educazione del suo nuovo padrone. L'uomo rozzo che si oppone alla civiltà tradizionalmente e moralmente intesa, fa parte di una categoria inferiore che Prospero, esponente di una categoria moralmente superiore, ha il diritto di soggiogare. Malvagio e innocente al tempo stesso, è civile e rozzo, è buono e perfido, a modo suo.
La malvagità di Calibano è rozza e in un certo senso naturale, è il risultato della sua primitiva bestialità, meno grave della reciproca violenza morale perpetrata dagli uomini a danno degli altri uomini.
L'isola è il giardino dell'Eden in cui Prospero-Dio impedisce al male di prevalere anche se alla fine tutti i personaggi si allontanano dal sicuro mondo del paradiso per andare a provare la loro virtù nel mondo malvagio.
Shakespeare si serve della magia dell'isola - attraverso la magia della scena che la rappresenta, del teatro che la contiene come spettacolo, è il luogo della mente in cui Shakespeare ci invita ad entrare per poi uscirne trasformati e rinnovati. La tempesta è un opera che con il suo travaglio spirituale vuole trasmettere i valori magico-esoterici e l'isola della Tempesta - inesistente sulla carta geografica - ha la sua piena collocazione nella mente di ognuno di noi, vive nella nostra fantasia e con essa - come i personaggi della commedia - l'isola è il luogo occulto dove gli elementi ambiscono ad unirsi e Prospero - uomo ricompensato dunque per le sue sofferenze - alla fine perde, o comunque ha voluto perdere i suoi beni materiali per un bene ancora più ricco e prezioso : la sapienza.

giovedì 24 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 ottobre.
Il 24 ottobre 1658 la compagnia di Molière si esibisce nel "dottore amoroso" alla corte di Re Luigi XIV, che ne resta estasiato.
Drammaturgo e attore teatrale francese, il vero nome di Molière è Jean-Baptiste Poquelin. Nato a Parigi il 15 gennaio 1622 assumerà lo pseudonimo all'età di ventidue anni. Il padre Jean era un tappezziere e un artigiano di classe agiata; la madre Marie Cressé morì quando il figlio aveva solamente dieci anni. Nel 1633 il padre si sarebbe risposato con Catherine Fleurette, morta poi tre anni più tardi.
L'infanzia del piccolo Jean-Baptiste è quindi segnata da lutti ed inquietudini, che però spiegano solo in parte il fondo di tristezza del suo umore e la rarità dei ruoli materni nella sua futura opera teatrale. Nella fanciullezza sono invece fondamentali la vivacità popolare, l'animazione, il rumore, l'accanito lavoro oltre agli spettacoli, con i quali da piccolo sarebbe stato ogni giorno a contatto grazie alla passione trasmessagli da Louis Cressé, il nonno materno, che spesso lo portava all'Hotel de Bourgogne e al Pont Neuf, per assistere alle rappresentazioni dei comici italiani e alle tragedie dei comédien.
Vissuto a lungo nel quartiere parigino di Halles, il vivace spirito del futuro Molière qui fa conoscenza della varietà della realtà umana. La condizione sociale del padre gli permette di frequentare scuole molto più prestigiose di quelle destinate ai figli degli altri commercianti. Tra il 1635 e il 1639 compie i suoi studi al Collège de Clermont, collegio di gesuiti, considerato il migliore della capitale e frequentato da nobili e ricchi borghesi. Qui studia la filosofia, il latino e impara ad avere una perfetta padronanza della retorica.
Nel 1637 presta giuramento come futuro erede della carica di tappezziere del re, prima di lui ricoperta dal padre.
Nel 1641 porta a termine gli studi di diritto, e diviene avvocato. Comincia a frequentare gli ambienti teatrali, conosce il famoso Scaramuccia Tiberio Fiorilli e intrattiene una relazione con la ventiduenne Madeleine Béjart, giovane attrice rossa di capelli, già madre di un figlio avuto dalla precedente relazione con il Barone di Modène Esprit de Raymond de Mormoiron. Con l'aiuto di tale donna colta e capace di condurre con intelligenza i propri affari, leale e devota, organizza una compagnia teatrale che servirà a Molière per capire la propria vocazione di attore.
Il 6 gennaio dell'anno 1643 Molière rinuncia alla carica di tappezziere reale. Il mese successivo Madeleine dà alla luce Armande Béjart, la quale diverrà in futuro sposa del drammaturgo. Il 30 giugno firma il contratto per costituire una troupe teatrale di dieci membri chiamata l'"Illustre Théâtre", di cui facevano parte Madeleine Béjart, in qualità di prima attrice, il fratello Joseph e la sorella Geneviève.
La piccola compagnia prende in affitto il "Jeu de Paume des Métayers" (sala dei mezzadri) di Parigi, e nell'attesa della conclusione del lavori per adattare la sala alle rappresentazioni teatrali, si stabilisce a Rouen, inscenando spettacoli di ogni tipo, dalle tragedie alle farse. Il primo giorno di gennaio del 1644 l'"Illustre Théatre" debutta a Parigi: il pubblico non apprezza il gruppo di artisti e in breve iniziano ad accumularsi debiti, fino ad arrivare all'arresto di Molière per insolvenza. Nel 1645 la compagnia si scioglie. Una volta tornato in libertà grazie all'interessamento del padre e di Madeleine, Molière assieme ad alcuni membri della compagnia abbandonano la capitale francese per iniziare la carriera di attori ambulanti.
Negli anni tra il 1645 e il 1658 lavora con i suoi compagni assieme alla compagnia di Charles Dufresne, rinomata e finanziata dal duca di Epernon, governatore della Guienna. Nel 1650 Molière ottiene la direzione di una troupe e inizia a rappresentare lavori teatrali a Pézenas (dove ogni anno si tengono gli Stati della Linguadoca) e nel sud della Francia. La compagnia, ormai ben affermata, a partire dal 1652 inizia ad avere un pubblico regolare a Lione.
Durante questo girovagare Molière approfondisce la conoscenza degli ambienti di provincia, ma soprattutto impara il mestiere di attore, impara a capire i gusti del pubblico e le sue reazioni. In questo periodo inizia inoltre a scrivere alcune farse e due commedie: "Lo stordito" (L'Etourdi), commedia di intrigo rappresentata a Lione nel 1655 e "Il dispetto amoroso" (Le dépit amoureux) rappresentata a Narbona nel 1656.
Dopo un soggiorno a Rouen con la sua compagnia, la Troupe de Monsieur, nome accordatole da Filippo d'Orléans, torna a Parigi nel 1658.
Il 24 ottobre 1658 la compagnia recita davanti a re Luigi XIV, il quale si entusiasma solo con la farsa "Il dottore amoroso" (Le Docteur amoureux), scritta dallo stesso Molière (il testo dell'opera sarebbe stato ritrovato e pubblicato solo nel 1960).
La compagnia in seguito viene autorizzata ad occupare il teatro del Petit-Bourbon, alternandosi con la troupe degli Italiani; quando nel 1659 gli Italiani lasciano il teatro, questo rimane a completa disposizione di Molière. Inizia così a mettere in scena delle tragedie, che ottengono tuttavia scarsi successi.
Scrive poi l'opera "Don Garcia de Navarre" che non sarebbe stata né una tragedia né una commedia, incentrata sul tema della gelosia: la rappresentazione è un vero fiasco. Molière capisce che la sua vera aspirazione è la commedia: in questo genere eccelle già con la sua prima opera "Le preziose ridicole" (Les précieuses ridicules), nel 1659. In questa farsa mette in luce gli effetti comici di una precisa realtà contemporanea, le bizzarrie tipiche della vita mondana e ne ridicolizza le espressioni ed il linguaggio. Nonostante l'interruzione delle rappresentazioni per motivi politici e sociali, non si fermano gli inviti a corte e nelle case dei grandi signori.
Nel 1660 arriva il grande successo di "Sganarello o il cornuto immaginario". Nel frattempo viene demolito il salone Petit-Bourbon, ma il re fa prontamente assegnare alla compagnia la sala del Palais-Royal; così nel mese di giugno arriva la prima presentazione de "La scuola dei mariti" (École des maris). In questa commedia attraverso le buffonerie, vengono ancora presentati problemi gravi e scottanti come l'educazione dei figli e la libertà da concedere alle mogli.
In onore di una festa offerta a Luigi XIV, in quindici giorni Molière scrive e mette in scena la commedia "Gli importuni" (Fâcheux).
Il 20 febbraio 1662 sposa Armande Béjart, ufficialmente sorella, ma quasi sicuramente figlia di Madeleine. Anche Armande entra a far parte della troupe.
In dicembre viene rappresentata "La scuola delle mogli" (École des femmes) che in termini di successo e valore supera tutte le commedie precedenti.
L'opera porta tuttavia Molière allo scontro con i rigoristi cristiani, tanto che passa un anno intero, il 1663, occupato a risolvere la querelle de "La scuola delle mogli". Il 12 maggio 1664 mette in scena "Tartufo o l'Impostore".
Ispirandosi ad "Aulularia", commedia in prosa di Tito Maccio Plauto, e prendendo spunti anche da altre commedie ("I suppositi" dell'Ariosto; "L'Avare dupé" di Chappuzeau, del 1663; "La Belle plaideuse" di Boisrobert, del 1654; "La Mère coquette" di Donneau de Vizé, del 1666), Molière tra il 1667 e 1668 scrive "L'avaro" (L'Avare ou l'École du mensonge). L'opera viene rappresentata per la prima volta a Parigi, al Palais-Royal, il 9 settembre 1668 dalla "Troupe de Monsieur, frère unique du Roi" che è la compagnia di Molière stesso, che in quell'occasione recita la parte di Harpagon.
Molière muore di tubercolosi il 17 febbraio 1673 mentre recita "Il malato immaginario"; prima di morire aveva recitato a fatica, coprendosi la tosse - si dice - con una risata forzata. Da questa circostanza pare sia nata la superstizione di non indossare il giallo in scena, in quanto Molière indossava un abito proprio dello stesso colore.
Su intercessione del Re presso l'Arcivescovo viene aggirato il divieto di inumazione cattolica per gli attori e commedianti che all'epoca vigeva: Molière viene quindi sepolto nel cimitero di Saint-Eustache, ma ad una profondità di più di quattro piedi, misura che fissava l'estensione in profondità della terra consacrata. Oggi la tomba di Molière si trova nel noto cimitero parigino di Père-Lachaise, proprio accanto alla tomba di Jean de La Fontaine.
Mentre era in vita l'Accademia di Francia non accettò mai Molière tra gli immortali, perché il commediante, ancora definito guitto, era considerato culturalmente inferiore. L'Accademia avrebbe riparato in seguito dedicandogli una statua con l'iscrizione "Nulla mancò alla sua gloria, Egli mancò alla nostra".
Molière può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di quel rinnovamento teatrale che comincerà ad esprimersi compiutamente solo un secolo dopo, con Carlo Goldoni, fino a raggiungere la piena maturità nel teatro di Anton Cechov. Anche l'italiano Dario Fo indicherà Molère tra i suoi maestri e modelli.

mercoledì 9 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 ottobre.
Il 9 ottobre 1949 nasce a Bolzano Ottavia Piccolo.
E' una delle attrici più raffinate ed eleganti del mondo teatrale e cinematografico nazionale. Ottavia Piccolo aveva solo undici anni quando calcò per la prima volta le scene, tenuta per mano da Luigi Squarzina. Accanto alla Proclemer (nel ruolo dell'istitutrice) interpretò la parte di Helen, la ragazzina cieca e sordomuta di "Anna dei miracoli", la commedia di William Gibson. Quel debutto non rappresentò solo la prova eccellente di una bambina prodigio, ma segnò l'inizio della sua lunga e prestigiosa carriera di attrice.
Nata a Bolzano il 9 ottobre 1949, ancora giovanissima approfondisce la sua formazione artistica comparendo in televisione in "Le notti bianche" di Dostoevskij e, contemporaneamente, esordisce sul grande schermo ne "Il gattopardo", il celebre film di Luchino Visconti (1963). In seguito, dopo varie esperienze teatrali sempre con Visconti, recita a teatro sotto la guida di maestri come Giorgio Strehler ("Le baruffe chiozzotte", "Re Lear") e Luca Ronconi (un memorabile "Orlando Furioso" successivamente adattato per il grande schermo nel 1974).
Il cinema rimane comunque al centro dei suoi interessi e infatti la vediamo protagonista di qualche pellicola dell'epoca, come "Madamigella di Maupin" e "Metello", entrambi con la regia di Mauro Bolognini (per "Metello" verrà anche incoronata con la Palma d'Oro come migliore attrice al Festival di Cannes del 1970) o in quel classico che è "Serafino" di Pietro Germi (al fianco di un Adriano Celentano d'annata, siamo nel 1968).
A questo punto, dopo aver dato prova di saper indossare i panni di qualunque personaggio (passare dalla dimensione aristocratica del "Gattopardo" a quella contadina di "Serafino" non è cosa da tutti), la carriera di Ottavia Piccolo diventa internazionale, ma è soprattutto il cinema francese che adotta con benevolenza la nostra attrice, utilizzandola nei ruoli più disparati. Compare ne "L'evaso" di Pierre Granier-Deferre (tratto dal romanzo di Simenon "La vedova Couderc"), al fianco di Simone Signoret e Alain Delon e nel difficile ruolo di una prostituta che si concede ad un uomo d'affari integerrimo in "Mado" di Claude Sautet.
Nel 1974 sposa il giornalista Claudio Rossoni da cui avrà il figlio Nicola, nato nel 1975. Successivamente Ottavia Piccolo si dedica soprattutto al teatro attraverso impegnative rappresentazioni di autori immortali come Shakespeare, Pirandello, Alfieri e Hoffmansthal, mentre sul piccolo schermo prende parte a numerosi sceneggiati televisivi (incarna ad esempio un'indimenticabile Augusta nella riduzione de "La coscienza di Zeno", realizzata da Sandro Bolchi nel 1988).
Dopo dieci anni di assenza torna al cinema per interpretare la dolce Adelina che invecchia al fianco dei parenti ne "La famiglia" (Ettore Scola, 1987) e subito dopo, accanto ad Alessandro Haber, soffre per la sparizione di un figlio pasticcione e turbolento ("Da grande", Franco Amurri, 1987).
Negli anni '90 è particolarmente attiva in televisione. In Italia compare nella fortunata serie di telefilm "Chiara e gli altri " (Andrea Barzini, 1989 e Gianfrancesco Lazotti, 1991) fino a "Donna" (Gianfranco Giagni, 1995). Anche in Francia continua a mantenere una grande popolarità televisiva, mentre al cinema figura più volte nei film diretti da Felice Farina ("Condominio", 1991 e "Bidoni", 1994).
Ottavia Piccolo è anche bravissima doppiatrice: sua, ad esempio, è la voce della principessa Leila nella prima trilogia di "Guerre stellari", di George Lucas.

martedì 24 ottobre 2023

Wunderkammer 11

La meraviglia del teatro nella Napoli profonda 

 C'è un fenomeno nel panorama culturale di Napoli che è giunto all'undicesimo anno di vita. Lo conosciamo da un po' di tempo e l'unica cosa che ci duole è aver deciso di iniziare a parlarne solo adesso.
 Wunderkammer è una rassegna teatrale e musicale itinerante che organizza spettacoli in luoghi di elevato pregio artistico e storico di Napoli. In 10 edizioni ha allestito oltre 200 rappresentazioni teatrali e musicali, coinvolgendo 42 registi, oltre 120 attori, 105 musicisti e 30 drammaturghi. Tra i luoghi frequentati il museo Cappella Sansevero, il MANN, il MADRE, il Museo del Tessile, il Museo Diocesano, Villa Pignatelli, San Martino, le Gallerie d'Italia, la stazione Darwin-Dohrn. Oltre 30 chiese, 10 gallerie d'arte, due sedi universitarie, numerosi alberghi, giardini, siti archeologici, chiostri e illustri residenze private, ville, studi professionali, case editrici e perfino un cimitero e un ospedale.
 Spesso ha avuto occasione di valorizzare siti meno noti al grande pubblico, grazie al patrocinio morale di importanti enti come il Fondo Ambiente Italiano, l'Accademia di Belle Arti di Napoli e l'Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia, oltre che del Comune di Napoli e della Città Metropolitana.

 Il 23 ottobre è stata presentata l'undicesima stagione, ricca di teatro e musica, promessa da artisti fedeli dalla nascita del progetto e esordienti nella rassegna: 14 rappresentazioni e 7 concerti che si terranno rigorosamente di venerdì sera, da fine ottobre a fine maggio.
 Wunderkammer va però oltre l'impegno concreto di venerdì. Ancora è aperta la raccolta fondi per l'edizione di due dischi ottici per due concerti dal vivo cui invitiamo a partecipare: sono la registrazione di due appuntamenti della scorsa stagione, New York Stories e The song book: chapter two.

 Il progetto si distingue per l'attenzione al benessere sociale: rinnova l'impegno a riservare il 10% dei posti disponibili per assegnarli gratuitamente ai minori di 28 anni e ancora adotta una politica plastic free. Inoltre da questa stagione simbolicamente riserva un posto per manifestare contro la violenza alle donne.
 Auguriamo altri decenni felici ad una iniziativa che rende lustro a Napoli, alla cultura, all'arte, alla bellezza goduta in buona compagnia.

venerdì 21 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1924 muore a Pittsburgh la grande attrice Eleonora Duse.
Definita meritatamente la più grande attrice teatrale di tutti i tempi, Eleonora Duse è stata un "mito" del teatro italiano: a cavallo tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, ha rappresentato con la sua profonda sensibilità recitativa e la sua grandissima naturalezza, opere di grandi autori come D'Annunzio, Verga, Ibsen e Dumas. Nata il 3 ottobre 1858 in una stanza d'albergo di Vigevano (Pavia) dove la madre, attrice girovaga, sostò per partorire, Eleonora Duse non frequenta una scuola, ma a quattro anni è già sul palcoscenico: per farla piangere, come richiede la parte, qualcuno dietro le quinte la picchia sulle gambe.
A dodici anni sostituisce la madre ammalata nei ruoli di protagonista della "Francesca da Rimini" di Pellico, e della "Pia dé Tolomei" di Marenco. Nel 1873 ottiene il primo ruolo stabile; sosterrà parti da "ingenua" nella compagnia paterna; nel 1875 sarà invece "seconda" donna nella compagnia Pezzana-Brunetti.
All'età di vent'anni Eleonora Duse viene assunta con il ruolo di "prima amorosa" nella compagnia Ciotti-Belli-Blanes. Ottiene il primo grande successo nel 1879, interpretando con struggente sensibilità, a capo di una compagnia con Giacinto Pezzana, la "Teresa Raquin" di Zola.
A ventitré anni è già prima attrice, e a ventinove capocomica: è lei a scegliere il repertorio e la troupe, e ad interessarsi della produzione e delle finanze. E tutta la vita avrebbe imposto le sue scelte, portando al successo autori di rottura, come il Verga di "Cavalleria rusticana", che rappresenta con enorme successo nel 1884. Tra i maggiori successi di quegli anni troviamo "La principessa di Bagdad", "La moglie di Claudio", "La signora delle camelie" e molti altri drammi di Sardou, Dumas e Renan.
Attrice sensibilissima, Eleonora Duse si preoccupa di rafforzare con lo studio e con la cultura le sue doti innate: per far questo si sarebbe rivolta ad un repertorio di livello artistico sempre più alto, interpretando opere come "Antonio e Cleopatra" di Shakespeare (1888), "Casa di bambola" di Ibsen (1891) e alcuni drammi di Gabriele D'Annunzio ("La città morta", "La Gioconda", "Sogno di un mattino di primavera", "La gloria"), col quale avrebbe avuto un'intensa quanto tormentata storia d'amore, durata diversi anni.
Nei primi anni del Novecento la Duse aggiunge al suo repertorio altre opere di Ibsen, quali "La donna del mare", "Edda Gabler", "Rosmersholm", che rappresenterà per la prima volta a Firenze nel 1906. Nel 1909 avviene il suo ritiro dalle scene. In seguito la grande attrice appare in un film muto, "Cenere" (1916), diretto ed interpretato da Febo Mari, tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda.
La "Divina" tornerà sulle scene nel 1921 con "La donna del mare", portato anche a Londra nel 1923.
Si spegne a causa di una polmonite nel corso di una lunghissima tournée negli Stati Uniti, all'età di sessantacinque anni, il 21 aprile 1924 a Pittsburgh. Viene poi sepolta secondo volontà nel cimitero di Asolo (TV).
È sfumata, nella Duse, la separazione tra donna e attrice. Come lei stessa scrisse a un critico teatrale: "Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre io m'ingegno di farle capire alla meglio a quelli che m'ascoltano, quasi volessi confortarle, sono esse che adagio adagio hanno finito per confortare me".
La "Divina" non si truccava mai in scena o fuoriscena, né temeva di indossare il viola, aborrito dalla gente di spettacolo, né amava le prove, che preferiva nei foyer degli alberghi piuttosto che in teatro. Aveva una passione per i fiori, che spargeva sul palcoscenico, indossava sui vestiti, e teneva in mano giocherellandoci sopra pensiero. Dal carattere determinato recitava spesso in piedi con le mani sui fianchi e seduta con i gomiti sulle ginocchia: atteggiamenti sfrontati per quei tempi, che tuttavia l'hanno fatta conoscere e amare dal pubblico, e che la fanno ricordare come la più grande di tutte.

giovedì 24 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 24 febbraio.
Il 24 febbraio 1922 fu rappresentata per la prima volta al Teatro Manzoni di Milano la tragedia in tre atti Enrico IV di Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936), drammaturgo, scrittore e poeta italiano, che nel 1934 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura.
L’opera appartiene a quella che viene definita la Terza Fase del teatro pirandelliano, il “teatro nel teatro”, dopo il “teatro siciliano” ed il “teatro umoristico/grottesco”, e prima del “teatro dei miti”.
Enrico IV fu scritto per Ruggero Ruggeri (Fano, 14 novembre 1871 – Milano, 20 luglio 1953), uno degli attori più noti del periodo, che faceva parte della “Compagnia del Teatro D’arte”, fondata a Roma dallo stesso Pirandello il 6 ottobre 1924.
La tragedia inizia con il racconto dell’antefatto. Un nobile del primo ‘900, di cui non viene mai fatto il nome, partecipa ad una festa in maschera travestito da Enrico IV. Egli ha scelto di vestire i panni di quel sovrano per poter stare vicino alla donna amata, Matilde di Spina, mascherata da Matilde di Canossa.
All’evento partecipa anche il barone Belcredi, suo rivale in amore, che disarciona da cavallo Enrico IV, il quale cade battendo violentemente la testa. A seguito del trauma subìto, Enrico IV si convince di essere davvero il personaggio storico di cui portava le vesti.
Credendolo pazzo, tutti lo assecondano ed il nipote di Nolli cerca di alleviare le sue sofferenze per dodici anni ricostruendo l’ambientazione in cui aveva vissuto il vero sovrano. Trascorso questo tempo, Enrico guarisce e si accorge che era stato Belcredi a farlo cadere intenzionalmente per toglierlo di mezzo e poter sposare la donna contesa da entrambi. Infatti, dopo l’incidente, Matilde era scappata con Belcredi, si erano sposati ed avevano avuto una figlia. Enrico decide di continuare a fingersi pazzo per riuscire a sopportare in qualche modo il dolore che gli procura la presa di coscienza della realtà.
Dopo venti anni dall’incidente, si ritorna al presente, come all’inizio. Matilde con Belcredi, la loro figlia, Frida, e uno psichiatra fanno visita ad Enrico. Lo psichiatra è molto incuriosito dal suo caso, e , per farlo guarire, consiglia di ricostruire l’ambientazione di venti anni prima e di ripetere la caduta da cavallo.
Durante la messa in scena, Enrico si trova davanti la figlia della donna che ama da sempre e per la quale è costretto a fingersi pazzo. La giovane Frida è identica alla madre, quando aveva la sua età, ed Enrico non può fare a meno di abbracciarla. Belcredi non tollera che Enrico si avvicini alla figlia, ma, quando tenta di opporsi, Enrico sguaina la spada e lo ferisce a morte. Per sfuggire alla realtà di dolore, che per di più lo costringerebbe anche ad un processo e alla prigione, Enrico si rassegna a vivere per sempre fingendosi pazzo.
Preferii restare pazzo e vivere con la più lucida coscienza la mia pazzia [...] questo che è per me la caricatura, evidente e volontaria, di quest’altra mascherata, continua, d’ogni minuto, di cui siamo i pagliacci involontarii quando senza saperlo ci mascheriamo di ciò che ci par d’essere [...] Sono guarito, signori: perché so perfettamente di fare il pazzo, qua; e lo faccio, quieto! – Il guajo è per voi che la vivete agitatamente, senza saperla e senza vederla la vostra pazzia. [...] La mia vita è questa! Non è la vostra! – La vostra, in cui siete invecchiati, io non l’ho vissuta! (Enrico IV, atto terzo)
Questa tragedia mette in evidenza il relativismo psicologico in cui credeva Pirandello. Tutti gli uomini nascono liberi, ma il Caso interviene impedendo loro di esprimere le proprie volontà, imprigionati come sono dalle convenzioni di società precostituite, in cui ciascuno ha un ruolo prefissato.
L’io non riesce a venire fuori, e così non c’è comunicazione tra esseri umani, perché ciascuno è costretto ad indossare una maschera, dietro la quale si nascondono infiniti io. Un concetto che viene espresso nel romanzo Uno, nessuno, centomila: l’individuo è uno, perché ogni persona crede di essere unica e avere caratteristiche peculiari; centomila, perché ciascuno ha, dietro la maschera che indossa, tante personalità quante sono le persone che lo giudicano; nessuno, perché nel suo continuo cambiare personalità non può dare mai spazio al suo vero io.
Da qui deriva inevitabilmente l’incomunicabilità tra individui, perché ciascuno ha un proprio modo di vedere, e non esiste un criterio oggettivo ed universale su cui basare uno scambio di opinioni. Questo crea solitudine ed emarginazione dalla società, ma anche da se stessi, in quanto l’io è sempre frammentato, nonostante gli sforzi per trovare un senso all’esistenza e all’identificazione di un ruolo che vada oltre la maschera.
Pirandello pone tre tipi di reazioni degli individui a questo relativismo: una reazione passiva, in cui si accetta la maschera e l’infelicità che ne consegue, senza opporre resistenza, come nel caso de Il fu Mattia Pascal; oppure una reazione ironico-umoristica, come ne La patente, in cui si accetta la maschera con un atteggiamento ironico e aggressivo, cercando almeno di trarne vantaggio.
Oppure c’è una reazione drammatica, come nel caso di Enrico IV: l’uomo si rende conto che l’immagine che ha sempre avuto di sé non corrisponde a quella che gli altri hanno di lui, e cerca di comprendere questo lato sconosciuto del suo io.
Vuole togliersi la maschera che gli hanno imposto, ma non riesce a strapparsela di dosso, ed egli sarà sempre come gli altri lo vogliono, anche se continuerà a lottare per impedirlo, arrivando fino alle tragiche conseguenze delle pazzia, del dramma e del suicidio.
L’unico modo per vivere e trovare il proprio io è accettare il fatto di non avere un’identità, ma tanti frammenti, essere consapevoli di essere completamente alieni da se stessi. Eppure, la società non accetta questo relativismo, e chi lo fa è ritenuto pazzo.
Dell’Enrico IV sono state fatte due trasposizioni cinematografiche, una del 1943, per la regia di Giorgio Pàstina, e uno del 1984, per la regia di Marco Bellocchio.

lunedì 7 febbraio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 7 febbraio.
Il 7 febbraio 1925 nasce a Reggio Emilia Romolo Valli.
Dopo la laurea in Giurisprudenza comincia a lavorare in teatro al seguito del Carrozzone di Fantasio Piccoli e poi si esibisce al Piccolo di Milano con Giorgio Strehler che lo dirige in molti lavori, compreso 'Sei personaggi in cerca d'autore' di Pirandello, che resterà uno dei suoi cavalli di battaglia. Debutta nel cinema con Policarpo, ufficiale di scrittura, (Mario Soldati, 1959) e nel 1961 è nel cast di tre film importanti (La ragazza con la valigia, Valerio Zurlini; La viaccia, Mauro Bolognini; Un giorno da leoni, Nanni Loy).
Anche se negli anni successivi il suo nome non compare ai primi posti nei titoli di testa, dimostra di essere all'altezza di qualsiasi protagonista, fosse anche il principe di Salina de Il Gattopardo (Visconti, 1963). Impeccabile direttore del Grand Hotel des Bains, si dilunga a spiegare a Von Aschenbach le direzioni dei venti invece di dare ragguagli su una preoccupante epidemia di colera (Morte a Venezia, Visconti, 1971).
Fu Vittorio De Sica ad affidare a Romolo Valli uno dei ruoli più maturi e positivi di tutta le sua carriera cinematografica, esattamente quello del capofamiglia ebreo ne Il giardino dei Finzi Contini (1970). Al contrario, questo grande attore italiano ha spesso impersonato sullo schermo personaggi complessi, viscidi o vigliacchi.
 In compenso a teatro è sempre il protagonista fino a Prima del silenzio (1979) di Giuseppe Patroni Griffi, la commedia che può apparire una sorta di testamento spirituale, sottoscritto appena in tempo prima della sua improvvisa scomparsa, avvenuta il 1 febbraio 1980 in un incidente stradale sulla Via Appia Antica a Roma nella notte al rientro dal teatro Eliseo dove aveva interpretato, assieme a Fabrizio Bentivoglio, l'ultima recita della commedia.
Anche se nel corso della sua carriera cinematografica viene diretto da registi stranieri come Roger Vadim (Barbarella, 1968), Roman Polanski (Che?, 1972) o Costa-Gavras (con cui girerà il suo ultimo film, Chiaro di donna, 1979), restano comunque gli italiani a dare risalto alle sue poliedriche qualità artistiche. Costretto a suicidarsi per aver fatto la spia (Giù la testa, Sergio Leone, 1971), è complice delle nefandezze di Attila e Regina in Novecento (Bernardo Bertolucci, 1976) e anche vicino ad Alberto Sordi (Un borghese piccolo piccolo, Mario Monicelli, 1977) trova il modo di mantenersi ostinatamente viscido, nei panni di un capoufficio massone.
È sepolto nel famedio del Cimitero Monumentale di Reggio Emilia accanto a Maria Melato e al suo nome è intitolato il Teatro Municipale della sua città natale.

domenica 20 marzo 2016

RadioScena - Le sedie di Eugène Ionesco

Il teatro come non lo avete mai ascoltato
di Alessandro Toppi

ASCOLTACI QUI

Le sedie, di Eugène Ionesco
Conduce Lina Morselli

Collegamento di rete: Nino Marinaio
Missaggio e messa in onda:
Masaniello il Làzzaro

mercoledì 24 dicembre 2014

Buone feste!

© 2014 Accademia dei Sensi
 Siamo arrivati all'ottava occasione di feste natalizie. Anche questa volta vivremo con i propri cari momenti di gioia conviviale, tuttavia sempre presenti nei nostri appuntamenti.
 Quest'anno è iniziato di gran carriera con l'implementazione del progetto ART3.0. Forti della collaborazione di tanti anni con mostre e rassegne d'arte e dell'esperienza di Artintervista, abbiamo deciso di promuovere gli artisti con la pubblicazione sotto la testata de Il Pickwick di interviste e con la pagina Facebook ART3.0.
 Il gran lavoro che ci ha chiesto non ci ha impedito di preparare i prossimi progetti.
 Con l'esperienza del LibroForum dell'anno scorso avvieremo nelle prossime settimane Radioscena, una rubrica per Radio Accademia dei Sensi dedicata al teatro curata dal critico Alessandro Toppi in cui all'esegesi dei testi si alternerà l'interpretazione di alcune battute.
 Partirà anche la nuova edizione di Girotondo di racconti, il programma che porta in radio il dibattito dei ragazzi su racconti non necessariamente per ragazzi.
 Tante altre le iniziative annunciate ed in preparazione. Seguiteci sempre e non esitate a chiederci di prendervi parte!
 Buone feste!

mercoledì 7 agosto 2013

Rassegna #stampa: Intervista a Nadia, regista dell'Accademia dei Sensi

 Onoratissimi diffondiamo l'intervista che Il Giornale di Vicenza ha pubblicato ieri nella rubrica dedicata al teatro e all'arte, Tamtam.
 Protagonista è la nostra Accademica Nadia, peraltro regista e conduttrice del Laboratorio Teatrale dell'Accademia che ha già messo in scena, o, meglio, audiodiffusa la rappresentazione teatrale Profondo Giallo.
 Ed è proprio in questa veste che Nadia è stata intervistata. Cliccate sull'immagine dell'articolo per leggerlo meglio.

giovedì 13 giugno 2013

#Teatro: Ultimoteatro

ultimoteatro.wordpress.com
 Dopo il Festival “vellaNOarte on tour”, la compagnia pistoiese riprende la sua attività ordinaria.
 Dal 29 giugno al 15 luglio sarà nel centro nord Italia e dal 16 luglio a fine agosto nel sud Italia. Sempre disponibile per qualche replica, vi invitiamo ad iscrivervi alla sua newsletter tramite il sito o a contattarla tramite Facebook. 
Nel repertorio RESTIAMO UMANI, spettacolo dedicato alle vittime del conflitto sionista, ed IL MAIALE E L'AIUTO CHEF, dedicato all'alimentazione per bambini e genitori. Da agosto si unirà anche il nuovo spettacolo IN GINOCCHIO, dedicato a mafia e mafiosità.
 Se può interessarvi sono disponibili i laboratori di incursione urbana.

lunedì 13 maggio 2013

#Teatro: Cantharide

cantharide.it
 Compagnia essenzialmente stabile in Zola Predosa, attivissima sul territorio, vanta una completezza di competenze in organico al punto di essere riferimento non solo nella produzione teatrale, ma anche nella formazione.
 Sabato 18 e domenica 19 maggio metterà in atto il progetto PASSAGGIO A SUD OVEST, un progetto culturale assai articolato in collaborazione con il Teatro delle Ariette, Carta|Bianca e il Teatrino Giullare.

domenica 12 maggio 2013

#Teatro: Anà-Thema


anathemateatro.com

 Nata un anno prima di noi per volontà di giovani attori professionisti, la compagnia Anà-Thema anche quest'anno propone il Campus Teatrale Internazionale “Progetto Boccaccio”.
 Rivolto ad attori ed allievi con età maggiore di 18 anni, uomini e donne, che abbiano già avuto esperienze in campo teatrale, esso impegnerà i partecipanti per tutto il mese di luglio nello studio del “Decamerone di Boccaccio”.
 Questa e tante altre iniziative fanno di questa compagnia un polo teatrale importante nel panorama nazionale, riferimento culturale importante della città di Udine.

venerdì 28 dicembre 2012

Microviaggio a #Barcellona: #Figueres e il Museo #Dalì

Confesso subito la mia ignoranza in fatto di arte, vivo in una città provinciale che da 500 anni gode di una fama che si basa proprio sui grandi capolavori artistici voluti da una  famiglia di viaggiatori e mercanti che per celebrare se stessi hanno usato il mecenatismo.
Quindi sono immersa dalla mattina alla sera nel bello classico, lineare, pulito ed essenziale. Detto questo mi sono avvicinata con grande curiosità al museo Dalì perchè molte delle sue pitture ammirate nei musei di Parigi, Berlino e Amsterdam mi sono rimaste nel cuore.



Dalì scelse questo teatro distrutto dalla guerra e da lui ricostruito per farne il suo museo. Durante tutta la visita resta la sensazione di stare in uno strano  teatro con sipari e siparietti che si aprono ovunque. 

La sala del teatro coperta da un geoide in vetro presenta un tendone rosso sotto il quale campeggia un grande affresco e

ai lati una serie di altre inserzioni tra cui una rivisitazione del particolare delle mani del Giudizio Universale e sculture e altro ancora in tutti quegli anfratti che prima permettevano i cambi di scenografia. 
(i sacchi che facevano da contrappeso alle scene)





La parte centrale a cielo aperto presenta una Cadillac con una donnona di due metri dalle forme assai rotonde al posto del piccolo simbolo utilizzato da Jaguar, Rolls Royce e altri. Alla donna sono appese due catenoni che arrivano ad una nave situata a una quindicina di metri di altezza su un piedistallo che emerge da una pila di pneumatici.


 



Al primo piano un altro ingresso inquietante una porta a forma di bocca di donna con al posto del naso un bambolotto senza testa rovesciato, al posto degli occhi una serie di parrucche che circondano una sagoma a mandorla dentro la quale si trova la testa di un bambolotto.



Nella tromba delle scale a ricordare il teatro le maschere appese lunghe figure mascherate una in fila all'altra fino a terra.

In quello che forse poteva essere il foyer un affresco dove si vedono piedi di uomo e donna e sulla parte esterna la decadenza dell'uomo ben espresso con scheletri e sostegni di vario genere posti a puntello di una virilità svanita che qui non riporto. 









Tra le stanze che suscitano curiosità quella dedicata ad uno strano divano, due quadri e una cornice fatta da materiale simil stoppa che dal basso non dice molto ma che salendo sulla scaletta e attraverso una lenta ricreano l'immagine di un volto femminile




 Sempre nella stessa stanza buia, dietro la parete sulla quale sono affissi i due quadri degli occhi e il naso, si intravedono due  piccoli opercoli di varia dimensione dai quali è possibile ammirare un gioco di specchi



Nell'accesso a quelli che dovevano essere i palchi molte opere 























Si conclude la visita con il passaggio nella sezione dei gioielli  


















In questo Museo, a celebrare nel tempo la sua fama e la sua follia è sepolto Salvador Dalì i Domenech (1904-1989).






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