Buongiorno, oggi è il 16 febbraio.
Il 16 febbraio 1907 muore a Bologna Giosuè Carducci.
Giosue Carducci nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in Toscana. Il padre è un medico dal carattere impetuoso, costretto a cambiare più volte residenza soprattutto a causa delle sue idee politiche liberali., la mamma è una donna di grande equilibrio e dignità.
L'infanzia di Carducci si svolge principalmente in Maremma, nella campagna di Bolgheri. Da subito, Giosue manifesta una spiccata propensione per gli studi, in questo incoraggiato dal padre. Nel 1855 si laurea in Lettere e Filosofia alla Normale di Pisa. Nel 1857 lo colpisce il primo significativo lutto familiare: il fratello Dante, che conduceva una vita oziosa, si suicida; nel 1858 gli muore il padre; nel 1859 sposa Elvira Menicucci, conosciuta quando Giosue era ancora quattordicenne.
Nel 1860, in seguito alla rinuncia di Giovanni Prati, ottiene la cattedra di Italiano all'Università di Bologna. Insegna con impegno e brillantezza.
Nel 1870 lo colpiscono altri due lutti: muore l'amata madre e il figlioletto Dante, di tre anni, cui il poeta dedica la lirica Pianto antico.
Nel 1871 imbastisce una tempestosa relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, non nascondendo l'infatuazione nemmeno ai familiari. Il 1876 lo vede deputato di fresca nomina.
In seguito conoscerà l'amicizia di Annie Vivanti, una giovane poetessa, che gli rallegrerà e vivacizzerà la vita.
Gabriele D’Annunzio, studente di liceo, gli scrive una lettera nella quale riconosce una scintilla nuova nella poetica del Maestro:
«Illustre signore, quando ne le passate sere d’inverno leggevo avidamente i suoi bei versi, e gli ammiravo dal profondo dell’animo e sentivo il cuore battermi forte di affetti nuovi e liberi, mi venne mille volte il desiderio di scriverle una letterina in cui si racchiudessero tutti questi sentimenti e questi palpiti giovanili… Io voglio seguire le sue orme: voglio anch’io combattere coraggiosamente per questa scuola che chiamano nuova… anch’io mi sento nel cervello una scintilla di genio battagliero, che mi scuote tutte le fibre, e mi mette nell’anima una smania tormentosa di gloria e di pugne…»
Nel 1885 una paralisi gli colpisce l'emisoma destro. Soffre anche di vertigini e di esaurimento nervoso. Soggiorna per diverse estati, a scopo terapeutico, in numerose località alpine. Eletto senatore nel 1890, si impegna per migliorare l'istruzione del popolo. Nel 1898 viene colpito da un secondo attacco di paralisi. Lascia a malincuore l'insegnamento. Nel 1906 ottiene il premio Nobel per la letteratura. Muore il 16 febbraio 1907 in seguito alla complicanza broncopolmonare di un'influenza, curato dall'allora famosissimo clinico Augusto Murri e circondato dall'affetto dei familiari.
Con Carducci si ebbe una reazione al tardo romanticismo (Prati, Aleardi) avversato anche dagli Scapigliati.
In particolare la sua reazione vide il ritorno ai classici e la ricerca di una lingua che avesse dignità letteraria.
Il sentimento della vita, con i suoi valori di gloria, amore, bellezza ed eroismo, è senza dubbio la maggior fonte d'ispirazione del poeta, ma accanto a questo tema, non meno importante è quello del paesaggio.
Un altro grande tema dell'arte carducciano è quello della memoria che non fa disdegnare al poeta vate la nostalgia delle speranze deluse e il sentimento di tutto quello che non c'è più, anche se tutto viene accettato come forma della vita stessa.
La costruzione della poesia del Carducci fu di ampio respiro, spesso impetuosa e drammatica, espressa in una lingua aulica senza essere sfarzosa o troppo evidenziata. Carducci sentì vivamente il clima di fermo impegno morale del Risorgimento e volle, in un momento di crisi di valori, far rinascere quella forza interiore che aveva animato le generazioni del primo Ottocento. La ricostruzione storica per i romantici era pretesto di esortazione all'azione, mentre per lui è solo ripensamento nostalgico di un tempo eroico che ormai non c'è più (per esempio esalta la civiltà romana in "Dinanzi alle terme di Caracalla" o gli ideali del libero Comune medievale in "Comune rustico". In "Nell'annuale della fondazione di Roma" mostra il suo spirito retorico, come nel verso "cantici di gloria di gloria correran per l'infinito azzurro"). Carducci manifesta anche la concezione della nemesi storica, secondo cui le colpe dei tiranni sono scontate dai discendenti anche più lontani ("Per la morte di Napoleone Eugenio; "Miramar"). Nelle "Rime Nuove" egli contempla la natura che gli appare ora irta e selvaggia ("Traversando la Maremma toscana"), ora dolcemente malinconica poiché è testimone di un tempo felice oramai trascorso ("Nostalgia"), ora luminosa e piena di forza e serenità ("Santa Maria degli Angeli").
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta Gabriele D'Annunzio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabriele D'Annunzio. Mostra tutti i post
lunedì 16 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Etichette:
almanacco quotidiano,
Bolgheri,
Carducci,
Gabriele D'Annunzio,
Giosuè Carducci,
Mario Battacchi,
Nobel per la letteratura,
Pianto antico,
Rime Nuove,
Risorgimento,
Università di Bologna,
UnMario
mercoledì 11 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'11 febbraio.
Nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918, Gabriele D'Annunzio, insieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, che comandava il mezzo, compirono un attacco alla flotta austriaca di stanza in Croazia, in seguito definita "la beffa di Buccari" (da Bakar, in croato, il nome della baia in cui fu effettuata).
Gli italiani mossero 3 MAS nella baia, superando senza che il nemico se ne accorgesse le difese austriache. Il MAS, acronimo di motoscafo armato silurante o motoscafo anti sommergibile, era una piccola e veloce imbarcazione usata come mezzo d'assalto dalla Regia Marina durante la prima e la seconda guerra mondiale. Derivava originariamente dalla motobarca armata SVAN, dove SVAN era il nome dell'azienda veneziana che li produceva.
Fondamentalmente si trattava di un motoscafo da 20 - 30 tonnellate di dislocamento (a seconda della classe), con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri e alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino.
Una volta giunti indisturbati nella baia, i MAS lanciarono i loro siluri contro le navi ormeggiate, tuttavia senza creare grossi danni. Scattato l'allarme i mezzi riuscirono lo stesso ad uscire dalla baia senza essere intercettati dal nemico, e D'Annunzio gettò in mare davanti alle coste nemiche tre bottiglie ornate di nastri tricolore contenenti questo messaggio: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
Dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. D'altro canto però le navi, non riportarono alcun danno materiale. L'impresa costrinse il nemico ad un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.
Ma l'impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un'incredibile importanza. D'Annunzio ebbe un ruolo principale in questo, il messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell'esercito impegnato sul Piave.
Per l'Italia, che si stava riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, l'eco della riuscita nell'impresa fu notevole e rinvigorì lo spirito dei soldati e della popolazione. L'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine pochi mesi dopo con il famoso Volo su Vienna.
In quella occasione poi D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla di quei mezzi, che divenne il motto dei MAS e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane, “Memento Audere Semper”.
Nella notte tra il 10 e l'11 febbraio 1918, Gabriele D'Annunzio, insieme a Luigi Rizzo e Costanzo Ciano, che comandava il mezzo, compirono un attacco alla flotta austriaca di stanza in Croazia, in seguito definita "la beffa di Buccari" (da Bakar, in croato, il nome della baia in cui fu effettuata).
Gli italiani mossero 3 MAS nella baia, superando senza che il nemico se ne accorgesse le difese austriache. Il MAS, acronimo di motoscafo armato silurante o motoscafo anti sommergibile, era una piccola e veloce imbarcazione usata come mezzo d'assalto dalla Regia Marina durante la prima e la seconda guerra mondiale. Derivava originariamente dalla motobarca armata SVAN, dove SVAN era il nome dell'azienda veneziana che li produceva.
Fondamentalmente si trattava di un motoscafo da 20 - 30 tonnellate di dislocamento (a seconda della classe), con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri e alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino.
Una volta giunti indisturbati nella baia, i MAS lanciarono i loro siluri contro le navi ormeggiate, tuttavia senza creare grossi danni. Scattato l'allarme i mezzi riuscirono lo stesso ad uscire dalla baia senza essere intercettati dal nemico, e D'Annunzio gettò in mare davanti alle coste nemiche tre bottiglie ornate di nastri tricolore contenenti questo messaggio: “In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’italia, che si ridono di ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre ad osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto, il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro, è venuto con loro a beffarsi della taglia”.
Dal punto di vista tattico-operativo, l'azione fece emergere la totale mancanza di coordinamento nel sistema di vigilanza costiero austriaco e le numerose lacune difensive presenti, che resero possibile questa audace azione dei marinai italiani. D'altro canto però le navi, non riportarono alcun danno materiale. L'impresa costrinse il nemico ad un maggiore impegno di energie in nuovi adattamenti difensivi e di vigilanza e comunque ebbe una pesante influenza negativa sul morale austriaco.
Ma l'impresa di Buccari ebbe una grande risonanza in Italia, in una fase della guerra in cui gli aspetti psicologici stavano acquistando un'incredibile importanza. D'Annunzio ebbe un ruolo principale in questo, il messaggio lasciato nelle tre bottiglie ebbe grande diffusione e contribuì a risollevare il morale dell'esercito impegnato sul Piave.
Per l'Italia, che si stava riorganizzando dopo il disastro di Caporetto, l'eco della riuscita nell'impresa fu notevole e rinvigorì lo spirito dei soldati e della popolazione. L'entusiasmo avrebbe raggiunto il culmine pochi mesi dopo con il famoso Volo su Vienna.
In quella occasione poi D’Annunzio coniò il motto, utilizzando la sigla di quei mezzi, che divenne il motto dei MAS e che ancora oggi è il motto delle forze veloci costiere italiane, “Memento Audere Semper”.
venerdì 21 aprile 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 21 aprile.
Il 21 aprile 1924 muore a Pittsburgh la grande attrice Eleonora Duse.
Definita meritatamente la più grande attrice teatrale di tutti i tempi, Eleonora Duse è stata un "mito" del teatro italiano: a cavallo tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, ha rappresentato con la sua profonda sensibilità recitativa e la sua grandissima naturalezza, opere di grandi autori come D'Annunzio, Verga, Ibsen e Dumas. Nata il 3 ottobre 1858 in una stanza d'albergo di Vigevano (Pavia) dove la madre, attrice girovaga, sostò per partorire, Eleonora Duse non frequenta una scuola, ma a quattro anni è già sul palcoscenico: per farla piangere, come richiede la parte, qualcuno dietro le quinte la picchia sulle gambe.
A dodici anni sostituisce la madre ammalata nei ruoli di protagonista della "Francesca da Rimini" di Pellico, e della "Pia dé Tolomei" di Marenco. Nel 1873 ottiene il primo ruolo stabile; sosterrà parti da "ingenua" nella compagnia paterna; nel 1875 sarà invece "seconda" donna nella compagnia Pezzana-Brunetti.
All'età di vent'anni Eleonora Duse viene assunta con il ruolo di "prima amorosa" nella compagnia Ciotti-Belli-Blanes. Ottiene il primo grande successo nel 1879, interpretando con struggente sensibilità, a capo di una compagnia con Giacinto Pezzana, la "Teresa Raquin" di Zola.
A ventitré anni è già prima attrice, e a ventinove capocomica: è lei a scegliere il repertorio e la troupe, e ad interessarsi della produzione e delle finanze. E tutta la vita avrebbe imposto le sue scelte, portando al successo autori di rottura, come il Verga di "Cavalleria rusticana", che rappresenta con enorme successo nel 1884. Tra i maggiori successi di quegli anni troviamo "La principessa di Bagdad", "La moglie di Claudio", "La signora delle camelie" e molti altri drammi di Sardou, Dumas e Renan.
Attrice sensibilissima, Eleonora Duse si preoccupa di rafforzare con lo studio e con la cultura le sue doti innate: per far questo si sarebbe rivolta ad un repertorio di livello artistico sempre più alto, interpretando opere come "Antonio e Cleopatra" di Shakespeare (1888), "Casa di bambola" di Ibsen (1891) e alcuni drammi di Gabriele D'Annunzio ("La città morta", "La Gioconda", "Sogno di un mattino di primavera", "La gloria"), col quale avrebbe avuto un'intensa quanto tormentata storia d'amore, durata diversi anni.
Nei primi anni del Novecento la Duse aggiunge al suo repertorio altre opere di Ibsen, quali "La donna del mare", "Edda Gabler", "Rosmersholm", che rappresenterà per la prima volta a Firenze nel 1906. Nel 1909 avviene il suo ritiro dalle scene. In seguito la grande attrice appare in un film muto, "Cenere" (1916), diretto ed interpretato da Febo Mari, tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda.
La "Divina" tornerà sulle scene nel 1921 con "La donna del mare", portato anche a Londra nel 1923.
Si spegne a causa di una polmonite nel corso di una lunghissima tournée negli Stati Uniti, all'età di sessantacinque anni, il 21 aprile 1924 a Pittsburgh. Viene poi sepolta secondo volontà nel cimitero di Asolo (TV).
È sfumata, nella Duse, la separazione tra donna e attrice. Come lei stessa scrisse a un critico teatrale: "Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre io m'ingegno di farle capire alla meglio a quelli che m'ascoltano, quasi volessi confortarle, sono esse che adagio adagio hanno finito per confortare me".
La "Divina" non si truccava mai in scena o fuoriscena, né temeva di indossare il viola, aborrito dalla gente di spettacolo, né amava le prove, che preferiva nei foyer degli alberghi piuttosto che in teatro. Aveva una passione per i fiori, che spargeva sul palcoscenico, indossava sui vestiti, e teneva in mano giocherellandoci sopra pensiero. Dal carattere determinato recitava spesso in piedi con le mani sui fianchi e seduta con i gomiti sulle ginocchia: atteggiamenti sfrontati per quei tempi, che tuttavia l'hanno fatta conoscere e amare dal pubblico, e che la fanno ricordare come la più grande di tutte.
Il 21 aprile 1924 muore a Pittsburgh la grande attrice Eleonora Duse.
Definita meritatamente la più grande attrice teatrale di tutti i tempi, Eleonora Duse è stata un "mito" del teatro italiano: a cavallo tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, ha rappresentato con la sua profonda sensibilità recitativa e la sua grandissima naturalezza, opere di grandi autori come D'Annunzio, Verga, Ibsen e Dumas. Nata il 3 ottobre 1858 in una stanza d'albergo di Vigevano (Pavia) dove la madre, attrice girovaga, sostò per partorire, Eleonora Duse non frequenta una scuola, ma a quattro anni è già sul palcoscenico: per farla piangere, come richiede la parte, qualcuno dietro le quinte la picchia sulle gambe.
A dodici anni sostituisce la madre ammalata nei ruoli di protagonista della "Francesca da Rimini" di Pellico, e della "Pia dé Tolomei" di Marenco. Nel 1873 ottiene il primo ruolo stabile; sosterrà parti da "ingenua" nella compagnia paterna; nel 1875 sarà invece "seconda" donna nella compagnia Pezzana-Brunetti.
All'età di vent'anni Eleonora Duse viene assunta con il ruolo di "prima amorosa" nella compagnia Ciotti-Belli-Blanes. Ottiene il primo grande successo nel 1879, interpretando con struggente sensibilità, a capo di una compagnia con Giacinto Pezzana, la "Teresa Raquin" di Zola.
A ventitré anni è già prima attrice, e a ventinove capocomica: è lei a scegliere il repertorio e la troupe, e ad interessarsi della produzione e delle finanze. E tutta la vita avrebbe imposto le sue scelte, portando al successo autori di rottura, come il Verga di "Cavalleria rusticana", che rappresenta con enorme successo nel 1884. Tra i maggiori successi di quegli anni troviamo "La principessa di Bagdad", "La moglie di Claudio", "La signora delle camelie" e molti altri drammi di Sardou, Dumas e Renan.
Attrice sensibilissima, Eleonora Duse si preoccupa di rafforzare con lo studio e con la cultura le sue doti innate: per far questo si sarebbe rivolta ad un repertorio di livello artistico sempre più alto, interpretando opere come "Antonio e Cleopatra" di Shakespeare (1888), "Casa di bambola" di Ibsen (1891) e alcuni drammi di Gabriele D'Annunzio ("La città morta", "La Gioconda", "Sogno di un mattino di primavera", "La gloria"), col quale avrebbe avuto un'intensa quanto tormentata storia d'amore, durata diversi anni.
Nei primi anni del Novecento la Duse aggiunge al suo repertorio altre opere di Ibsen, quali "La donna del mare", "Edda Gabler", "Rosmersholm", che rappresenterà per la prima volta a Firenze nel 1906. Nel 1909 avviene il suo ritiro dalle scene. In seguito la grande attrice appare in un film muto, "Cenere" (1916), diretto ed interpretato da Febo Mari, tratto dal romanzo omonimo di Grazia Deledda.
La "Divina" tornerà sulle scene nel 1921 con "La donna del mare", portato anche a Londra nel 1923.
Si spegne a causa di una polmonite nel corso di una lunghissima tournée negli Stati Uniti, all'età di sessantacinque anni, il 21 aprile 1924 a Pittsburgh. Viene poi sepolta secondo volontà nel cimitero di Asolo (TV).
È sfumata, nella Duse, la separazione tra donna e attrice. Come lei stessa scrisse a un critico teatrale: "Quelle povere donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre io m'ingegno di farle capire alla meglio a quelli che m'ascoltano, quasi volessi confortarle, sono esse che adagio adagio hanno finito per confortare me".
La "Divina" non si truccava mai in scena o fuoriscena, né temeva di indossare il viola, aborrito dalla gente di spettacolo, né amava le prove, che preferiva nei foyer degli alberghi piuttosto che in teatro. Aveva una passione per i fiori, che spargeva sul palcoscenico, indossava sui vestiti, e teneva in mano giocherellandoci sopra pensiero. Dal carattere determinato recitava spesso in piedi con le mani sui fianchi e seduta con i gomiti sulle ginocchia: atteggiamenti sfrontati per quei tempi, che tuttavia l'hanno fatta conoscere e amare dal pubblico, e che la fanno ricordare come la più grande di tutte.
domenica 12 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 marzo.
Il 12 marzo 1863 nasce Gabriele D'Annunzio.
Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara da famiglia borghese, che vive grazie alla ricca eredità dello zio Antonio D'Annunzio. Compie gli studi liceali nel collegio Cicognini di Prato, distinguendosi sia per la sua condotta indisciplinata che per il suo accanimento nello studio unito ad una forte smania di primeggiare. Già negli anni di collegio, con la sua prima raccolta poetica Primo vere, pubblicata a spese del padre, ottiene un precoce successo, in seguito al quale inizia a collaborare ai giornali letterari dell'epoca. Nel 1881, iscrittosi alla facoltà di Lettere, si trasferisce a Roma, dove, senza portare a termine gli studi universitari, conduce una vita sontuosa, ricca di amori e avventure. In breve tempo, collaborando a diversi periodici, sfruttando il mercato librario e giornalistico e orchestrando intorno alle sue opere spettacolari iniziative pubblicitarie, il giovane D'Annunzio diviene figura di primo piano della vita culturale e mondana romana.
Dopo il successo di Canto novo e di Terra vergine (1882), nel 1883 hanno grande risonanza la fuga e il matrimonio con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, unione da cui nasceranno tre figli, ma che, a causa dei suoi continui tradimenti, durerà solo fino al 1890. Compone i versi l'Intermezzo di rime ('83), la cui «inverecondia» scatena un'accesa polemica; mentre nel 1886 esce la raccolta Isaotta Guttadàuro ed altre poesie, poi divisa in due parti L'Isottèo e La Chimera (1890).
Ricco di risvolti autobiografici è il suo primo romanzo Il piacere (1889), che si colloca al vertice di questa mondana ed estetizzante giovinezza romana. Nel 1891 assediato dai creditori si allontana da Roma e si trasferisce insieme all'amico pittore Francesco Paolo Michetti a Napoli, dove, collaborando ai giornali locali trascorre due anni di «splendida miseria». La principessa Maria Gravina Cruyllas abbandona il marito e va a vivere con il poeta, dal quale ha una figlia. Alla fine del 1893 D'Annunzio è costretto a lasciare, a causa delle difficoltà economiche, anche Napoli.
Ritorna, con la Gravina e la figlioletta, in Abruzzo, ospite ancora del Michetti. Nel 1894 pubblica, dopo le raccolte poetiche Le elegie romane ('92) e Il poema paradisiaco ('93) e dopo i romanzi Giovanni Episcopo ('91) e L'innocente ('92), il suo nuovo romanzo Il trionfo della morte. I suoi testi inoltre cominciano a circolare anche fuori dall'Italia.
Nel 1895 esce La vergine delle rocce, il romanzo in cui si affaccia la teoria del superuomo e che dominerà tutta la sua produzione successiva. Inizia una relazione con l'attrice Eleonora Duse, descritta successivamente nel romanzo «veneziano» Il Fuoco (1900); e avvia una fitta produzione teatrale: Sogno d'un mattino di primavera ('97), Sogno d'un tramonto d'autunno, La città morta ('98), La Gioconda ('99), Francesca da Rimini (1901), La figlia di Jorio (1903).
Nel '97 viene eletto deputato, ma nel 1900, opponendosi al ministero Pelloux, abbandona la destra e si unisce all'estrema sinistra (in seguito non verrà più rieletto). Nel '98 mette fine al suo legame con la Gravina, da cui ha avuto un altro figlio. Si stabilisce a Settignano, nei pressi di Firenze, nella villa detta La Capponcina, dove vive lussuosamente prima assieme alla Duse, poi con il suo nuovo amore Alessandra di Rudinì. Intanto escono Le novelle della Pescara (1902) e i primi tre libri delle Laudi: Maia, Elettra, Alcyone (1903).
Il 1906 è l'anno dell'amore per la contessa Giuseppina Mancini. Nel 1910 pubblica il romanzo Forse che sì, forse che no, e per sfuggire ai creditori, convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, si rifugia in Francia.
Vive allora tra Parigi e una villa nelle Lande, ad Arcachon, partecipando alla vita mondana della belle époque internazionale. Compone opere in francese; al «Corriere della Sera» fa pervenire le prose Le faville del maglio; scrive la tragedia lirica La Parisina, musicata da Mascagni, e anche sceneggiature cinematografiche, come quella per il film Cabiria (1914).
Nel 1912, a celebrazione della guerra in Libia, esce il quarto libro delle Laudi (Merope. il quinto, Asterope, sarà completato nel 1918 e i restanti due, sebbene annunciati, non usciranno mai). Nel 1915, nell'imminenza dello scoppio della prima guerra mondiale, torna in Italia. Riacquista un ruolo di primo piano, tenendo accesi discorsi interventistici e, traducendo nella realtà il mito letterario di una vita inimitabile, partecipa a varie e ardite imprese belliche, ampiamente autocelebrate. Durante un incidente aereo viene ferito ad un occhio. A Venezia, costretto a una lunga convalescenza, scrive il Notturno, edito nel 1921.
Nonostante la perdita dell'occhio destro, diviene eroe nazionale partecipando a celebri imprese, quali la beffa di Buccari e il volo nel cielo di Vienna. Alla fine della guerra, conducendo una violenta battaglia per l'annessione all'Italia dell'Istria e della Dalmazia, alla testa di un gruppo di legionari nel 1919 marcia su Fiume e occupa la città, instaurandovi una singolare repubblica, la Reggenza italiana del Carnaro, che il governo Giolitti farà cadere nel 1920. Negli anni dell'avvento del Fascismo, nutrendo una certa diffidenza verso Mussolini e il suo partito, si ritira, celebrato come eroe nazionale, presso Gardone, sul lago di Garda, nella villa di Cargnacco, trasformato poi nel museo-mausoleo del Vittoriale degli Italiani. Qui, pressoché in solitudine, nonostante gli onori tributatigli dal regime, raccogliendo le reliquie della sua gloriosa vita, il vecchio esteta trascorre una malinconica vecchiaia sino alla morte avvenuta il primo marzo 1938.
Non c'è critico letterario esaltatore o detrattore italiano che non si è soffermato sull'opera dannunziana. Dall'analisi minuta del Palmieri, che ha commentato i Versi d'amore e di Gloria, alla riduttiva visione di Sapegno, che di D'Annunzio salva soltanto poche pagine (L'Alcyone, innanzitutto), la critica ha sviscerato ogni opera di D'Annunzio, giungendo spesso a tesi contrapposte.
I critici letterari di solito inquadrano, nel suo complesso, l'opera di D'Annunzio nell'ambito del decadentismo, come forma di "esaltazione orgogliosa del proprio Io" richiamando pure alla sua opera motivi di ispirazione quali l'amore del poeta per oggetti arcaici, mistico-superstiziosi e colorostici della terra d'Abruzzo, l'estetismo raffinato e prezioso, l'esaltazione eroica e sovrumana, alimentata sia dall'ammirazione per gli eroi del mondo classico e del Rinascimento Italiano, sia dalle dottrine di Nietzsche, da lui spogliate da ogni vigore speculativo, chiuse entro i limiti di compartimenti estetizzanti.
Ricordiamo che col termine "decadentismo" si designò da principio un movimento letterario ed artistico nato a Parigi nel 1880 (Verlaine); fu in seguito che tale termine cominciò ad indicare atteggiamenti di poetica e di poesia di gran parte della lirica francese, a partire da Baudelaire. In Italia la parola "decadentismo" venne usata per indicare tutta la letteratura nata in contrasto con il positivismo e la società "borghese". Nel "Breviario dell'estetica" (1912) Benedetto Croce scrisse che "i raffinamenti voluttuosi e la sensualità animalesca dell'odierno internazionale decadentismo hanno avuto forse la migliore espressione nelle prose e nei versi di un italiano, il D'Annunzio".
Tali motivi hanno indotto taluno a dire che l'arte di D'Annunzio è da considerarsi come testimonianza di una raffinata e consumata abilità letteraria. Per il Flora D'Annunzio volle fare della sua vita un poema, una rappresentazione pagana: "Così egli empi del suo uomo un vasto periodo della storia italiana, né soltanto per le opere di poesia, di prosa e di teatro, ma per il rilievo che diede alla sua persona civile, nella vita pubblica, nell'impresa di Fiume, nella guerra e fin nella vita mondana". Anche da qui si deduce come sia stata frammentaria l'arte dannunziana, affidata spesso ad una fugace impressione, ad una incantata suggestione della parola, di cadenze e di ritmi.
Il Flora ha scritto: "Il poeta adoperò "La Divina" parola in due modi di opposta natura: l'uno immediato, volto all'azione tutta senso ed effetto; l'altro liricamente mediato, volto a schiarire l'azione, già diventata soltanto memoria o desiderio nella trasparenza del canto".
Se da scrittori della classicità e del suo tempo trasse motivi e parole, non lo fece per puro gusto delle lettere, perché - continua il Flora - "l'animo ch'egli portò nell'apprendere e scovare i testi del passato non fu veramente letterario; fu nei casi migliori di quella natura fonica aderente alla propria capacità di miti sonori. Nei casi più frequenti fu un modo sensuoso di richiamare o ripetere i piaceri visivi o olfattivi o auditivi e tattili che le parole evocarono: animo che tende meglio alla magia del senso che non alla lirica apprensione delle pure lettere".
Se i miti, che D'Annunzio ha inventati, sono l'immaginazione di una metamorfosi di D'Annunzio medesimo così come: "Il fiume è la mia vena. Il monte è la mia fronte", la massima trasfigurazione è per lui mutare un oggetto in un suono che lo ricordi. Eppure, malgrado la creazione dei miti, un vago sgomento della Morte "nemica" indusse D'Annunzio a popolare di solitudine la vita. "La sua solitudine fu soprattutto quel non sentirsi in armonia morale con l'Universo, lui che, specie in giovinezza, poteva vivere col mondo in armonia muscolare". E sempre il Flora continua: "Ma non basta, per non fare scadere l'arte, sentirsi tutt'uno con la terra, bisogna sentirsi in armonia con l'anima stessa del mondo; accordare il proprio canto su quell'armonia Universale che, all'esterno, è un fatto morale; è, anzi, l'essenza religiosa dell'Uomo". Per questo fatto si ha un primo ed ultimo D'Annunzio a seconda del genio poetico, del mondo creativo più o meno felice. E' difficile comunque tracciare uno spartiacque tra l'una o l'altra opera poetica o in prosa perché nelle une e nelle altre si trovano il genio dannunziano più o meno felice.
D'Annunzio influenzò la cultura italiana in diverso modo, con differente intensità a seconda che uno o più dei suoi caratteri del momento spirituale-storico diveniva prevalente, così egli è l'artefice laborioso ne "Il trionfo della morte", il superuomo ritagliato dalla dottrina del filosofo Nietzsche e l'esteta che il Croce ne precisa gli ambiti: "C'è nel D'Annunzio gran profusione di sensazioni elementari: odori di mare, di muschi, di fieni, di erbe in fiore, di capelli, di cose vive; sapori di arance, di pesche; impressioni dell'umidore vuluttuoso di turgide frutta, di movimenti dell'organismo, come del sangue che fermenta nelle arterie, al sentire "rapide" gorgogliare e "rosse le scaturigini della vita"; e poi di colori, di tanti colori di tante gradazioni, specialmente metalliche, che, a quel tempo porsero facile appicco a scherzare parodie". D'Annunzio fu certamente lo scrittore ed il poeta che ebbe fra i due secoli vasta risonanza in Italia ed anche in Europa e che influì sulla letteratura e sul costume del tempo.
Certo D'Annunzio uomo e poeta può essere anche discusso perché passioni ed avventure umane e letterarie hanno attraversato la irrepetibile vita, ma egli è stato cantore della "diversità della vita" per cui una è la vita, nel suo ardore, nel suo eroismo, nella sua sensualità, ma tante sono le esperienze. E il poeta vuole provarle tutte "Tutto fu ambito / e tutto fu tentato"; "Nessuna cosa mi fu aliena / nessuna mi sarà / Mai".
Infatti, in D'Annunzio si trovano pagine realistiche, veristiche, naturalistiche, decadentistiche, liriche, romantiche, compostamente classiche, simbolistiche e, volendo, talune futuristiche. Sono assai rilevanti le tracce lasciate da questo poeta nella letteratura, in particolare nella poesia italiana del Novecento, come testimonia il Montale ricordando che "tutti sono passati attraverso il D'Annunzio, foss'anche solo per negarlo!" "Questo nostro contemporaneo, scrive Rinaldo Orengo, che pare uomo da leggenda, dominò spiritualmente per oltre mezzo secolo l'Italia e con l'Italia almeno una parte della vecchia Europa".
La durevole influenza di D'Annunzio sul pubblico fu dovuta e alle sue doti di scrittore e alla sua capacità di seguire l'evoluzione del gusto, ma anche e soprattutto alla coincidenza tra la sua ideologia e gli atteggiamenti di pensiero e di sentimenti che al suo tempo si venivano definendo, prima in un pubblico ristretto poi, sempre di più, in larghi strati di un ceto medio.
"D'Annunzio - scrive Petronio Marando - fu tra i primi a partecipare alla dissoluzione del positivismo". Infatti, il Nostro scrisse nel 1893: "La scienza è incapace di ripopolare il disertato cielo, di rendere la felicità alle anime di cui ella ha distrutto l'ingenua pace". Così, D'Annunzio divenne il predicatore di un vago spiritualismo, aristocratico quanto generico. "E fu tra i polemisti più acri contro la democrazia, contro la borghesia al potere, proclama la necessità di una nuova oligarchia, che poi cambia ed i suoi eroi non sono più gli aristocratici che debbono generare il futuro "re di Roma", ma, sono mitici eroi del passato, robusti fondatori di città capaci di affascinare le folle, oppure il borghese d'eccezione, esploratore, dispregiatore del mondo circostante, capace, per realizzare il suo sogno d'azione, di infrangere le leggi e di affrontare il delitto e il disonore ("Più che l'amore"). Ma D'Annunzio fu anche tra i primi poeti del colonialismo ed il cantore della spedizione libica per cui, per la sua capacità retorica, ha certamente favorito l'affermarsi di un nazionalismo bellicoso. Con "Forse che si, forse che no" (1910) celebrò le nuove macchine, l'automobile, e l'aeroplano, che stavano ormai cambiando la vita dell'uomo."
D'Annunzio cercò anche di recuperare una parte del mondo operaio propugnando una sorta di alleanza fra capitale e aristocrazia operaia. Ci sembra di potere dire che fu questa specifica evoluzione che portò D'Annunzio ad accostarsi alla "folla", anche se lo fece con modi estetizzanti (Parola, Poesia, Verso, Bellezza, usati come strumenti di un'azione capace di incidere sulla realtà del mondo) ed anche attraverso l'azione della sua opera letteraria ed artistica, dietro la quale vivevano le tesi dello scrittore le quali incontravano, se non proprio combaciavano, certe tendenze del pubblico.
Questo complesso movimento di azione e di opere coagulò attorno a D'Annunzio folle di intellettuali e di gente comune le quali si specchiarono e talvolta finirono con l'identificarsi. Comunque sia, le tracce di cui si parlava all'inizio assurgono, ora a semplici punti di riferimento ora invece ad importanti capisaldi, a seconda della visione che si ha della vita e dei contenuti spirituali ed artistici di Gabriele D'Annunzio. Però una cosa è certa: egli ha comunque attraversato tutta la cultura del primo Novecento lasciando segnali dappertutto.
Un'ultima nota, tra le tante che si potrebbero fare, ci sembra possa essere questa: benché D'Annunzio sia stato l'uomo delle contraddizioni, in bilico tra esibizionismo e ricerca della verità, il mito della parola ha preso il sopravvento con il metro dell'utilizzazione sonora con una forza talmente esplodente che si manifesterà anche nella musica, appunto in D'Annunzio come musicologo. Inoltre, D'Annunzio si potrebbe anche ascrivere tra i letterati mitteleuropei del suo tempo, ciò in quanto ha tentato di sprovincializzare la cultura facendola assurgere a rango superiore. Vi è chi ha visto riferimenti dannunziani nelle opere di molti autori europei, specialmente in Pirandello e in Musil. A parte ciò, l'opera di D'Annunzio ha certamente affascinato molte fasce culturali se è stata tradotta in ben 18 lingue differenti.
V'è da segnalare infine un D'Annunzio attento all'arte e scopritore di un autoritratto di Luca Signorelli. Sentiamo in proposito il racconto che fa lo studioso Corrado Gizzi nel suo saggio "Luca Signorelli e la versatilità della sua tematica": "D'Annunzio visitò gli affreschi signorelliani nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto. Nella scena urlante dei Dannati, un diavolo, in atto di abbracciare una bionda formosa, a differenza di tutti gli altri, ha un solo corno in fronte e capelli spioventi sulla spalla. La sua identità è solo apparentemente dissimulata dalle ispide e lunghe sopracciglia. Ad un esame attento, non sfugge che i connotati del volto rimandano all'autoritratto del Signorelli nell'affresco con l'Anticristo, nella stessa Cappella. Nessuno si accorse di tale identità, nemmeno Maria Luisa Fiume che pure scrisse "Il romanzo di Signorelli", riservando non poca attenzione alla bella peccatrice, da lei indicata col nome di Ginevra. Non sfuggì invece al D'annunzio "sia che la scena gli venisse mostrata da qualche erudito locale, cui poteva essere nota, sia che il poeta lo scoprisse da sé" (Scarpellini). Ne è testimonianza il primo sonetto da lui dedicato a Cortona e compreso nel secondo libro delle "Laudi".
Il 12 marzo 1863 nasce Gabriele D'Annunzio.
Gabriele D'Annunzio nasce a Pescara da famiglia borghese, che vive grazie alla ricca eredità dello zio Antonio D'Annunzio. Compie gli studi liceali nel collegio Cicognini di Prato, distinguendosi sia per la sua condotta indisciplinata che per il suo accanimento nello studio unito ad una forte smania di primeggiare. Già negli anni di collegio, con la sua prima raccolta poetica Primo vere, pubblicata a spese del padre, ottiene un precoce successo, in seguito al quale inizia a collaborare ai giornali letterari dell'epoca. Nel 1881, iscrittosi alla facoltà di Lettere, si trasferisce a Roma, dove, senza portare a termine gli studi universitari, conduce una vita sontuosa, ricca di amori e avventure. In breve tempo, collaborando a diversi periodici, sfruttando il mercato librario e giornalistico e orchestrando intorno alle sue opere spettacolari iniziative pubblicitarie, il giovane D'Annunzio diviene figura di primo piano della vita culturale e mondana romana.
Dopo il successo di Canto novo e di Terra vergine (1882), nel 1883 hanno grande risonanza la fuga e il matrimonio con la duchessina Maria Hardouin di Gallese, unione da cui nasceranno tre figli, ma che, a causa dei suoi continui tradimenti, durerà solo fino al 1890. Compone i versi l'Intermezzo di rime ('83), la cui «inverecondia» scatena un'accesa polemica; mentre nel 1886 esce la raccolta Isaotta Guttadàuro ed altre poesie, poi divisa in due parti L'Isottèo e La Chimera (1890).
Ricco di risvolti autobiografici è il suo primo romanzo Il piacere (1889), che si colloca al vertice di questa mondana ed estetizzante giovinezza romana. Nel 1891 assediato dai creditori si allontana da Roma e si trasferisce insieme all'amico pittore Francesco Paolo Michetti a Napoli, dove, collaborando ai giornali locali trascorre due anni di «splendida miseria». La principessa Maria Gravina Cruyllas abbandona il marito e va a vivere con il poeta, dal quale ha una figlia. Alla fine del 1893 D'Annunzio è costretto a lasciare, a causa delle difficoltà economiche, anche Napoli.
Ritorna, con la Gravina e la figlioletta, in Abruzzo, ospite ancora del Michetti. Nel 1894 pubblica, dopo le raccolte poetiche Le elegie romane ('92) e Il poema paradisiaco ('93) e dopo i romanzi Giovanni Episcopo ('91) e L'innocente ('92), il suo nuovo romanzo Il trionfo della morte. I suoi testi inoltre cominciano a circolare anche fuori dall'Italia.
Nel 1895 esce La vergine delle rocce, il romanzo in cui si affaccia la teoria del superuomo e che dominerà tutta la sua produzione successiva. Inizia una relazione con l'attrice Eleonora Duse, descritta successivamente nel romanzo «veneziano» Il Fuoco (1900); e avvia una fitta produzione teatrale: Sogno d'un mattino di primavera ('97), Sogno d'un tramonto d'autunno, La città morta ('98), La Gioconda ('99), Francesca da Rimini (1901), La figlia di Jorio (1903).
Nel '97 viene eletto deputato, ma nel 1900, opponendosi al ministero Pelloux, abbandona la destra e si unisce all'estrema sinistra (in seguito non verrà più rieletto). Nel '98 mette fine al suo legame con la Gravina, da cui ha avuto un altro figlio. Si stabilisce a Settignano, nei pressi di Firenze, nella villa detta La Capponcina, dove vive lussuosamente prima assieme alla Duse, poi con il suo nuovo amore Alessandra di Rudinì. Intanto escono Le novelle della Pescara (1902) e i primi tre libri delle Laudi: Maia, Elettra, Alcyone (1903).
Il 1906 è l'anno dell'amore per la contessa Giuseppina Mancini. Nel 1910 pubblica il romanzo Forse che sì, forse che no, e per sfuggire ai creditori, convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, si rifugia in Francia.
Vive allora tra Parigi e una villa nelle Lande, ad Arcachon, partecipando alla vita mondana della belle époque internazionale. Compone opere in francese; al «Corriere della Sera» fa pervenire le prose Le faville del maglio; scrive la tragedia lirica La Parisina, musicata da Mascagni, e anche sceneggiature cinematografiche, come quella per il film Cabiria (1914).
Nel 1912, a celebrazione della guerra in Libia, esce il quarto libro delle Laudi (Merope. il quinto, Asterope, sarà completato nel 1918 e i restanti due, sebbene annunciati, non usciranno mai). Nel 1915, nell'imminenza dello scoppio della prima guerra mondiale, torna in Italia. Riacquista un ruolo di primo piano, tenendo accesi discorsi interventistici e, traducendo nella realtà il mito letterario di una vita inimitabile, partecipa a varie e ardite imprese belliche, ampiamente autocelebrate. Durante un incidente aereo viene ferito ad un occhio. A Venezia, costretto a una lunga convalescenza, scrive il Notturno, edito nel 1921.
Nonostante la perdita dell'occhio destro, diviene eroe nazionale partecipando a celebri imprese, quali la beffa di Buccari e il volo nel cielo di Vienna. Alla fine della guerra, conducendo una violenta battaglia per l'annessione all'Italia dell'Istria e della Dalmazia, alla testa di un gruppo di legionari nel 1919 marcia su Fiume e occupa la città, instaurandovi una singolare repubblica, la Reggenza italiana del Carnaro, che il governo Giolitti farà cadere nel 1920. Negli anni dell'avvento del Fascismo, nutrendo una certa diffidenza verso Mussolini e il suo partito, si ritira, celebrato come eroe nazionale, presso Gardone, sul lago di Garda, nella villa di Cargnacco, trasformato poi nel museo-mausoleo del Vittoriale degli Italiani. Qui, pressoché in solitudine, nonostante gli onori tributatigli dal regime, raccogliendo le reliquie della sua gloriosa vita, il vecchio esteta trascorre una malinconica vecchiaia sino alla morte avvenuta il primo marzo 1938.
Non c'è critico letterario esaltatore o detrattore italiano che non si è soffermato sull'opera dannunziana. Dall'analisi minuta del Palmieri, che ha commentato i Versi d'amore e di Gloria, alla riduttiva visione di Sapegno, che di D'Annunzio salva soltanto poche pagine (L'Alcyone, innanzitutto), la critica ha sviscerato ogni opera di D'Annunzio, giungendo spesso a tesi contrapposte.
I critici letterari di solito inquadrano, nel suo complesso, l'opera di D'Annunzio nell'ambito del decadentismo, come forma di "esaltazione orgogliosa del proprio Io" richiamando pure alla sua opera motivi di ispirazione quali l'amore del poeta per oggetti arcaici, mistico-superstiziosi e colorostici della terra d'Abruzzo, l'estetismo raffinato e prezioso, l'esaltazione eroica e sovrumana, alimentata sia dall'ammirazione per gli eroi del mondo classico e del Rinascimento Italiano, sia dalle dottrine di Nietzsche, da lui spogliate da ogni vigore speculativo, chiuse entro i limiti di compartimenti estetizzanti.
Ricordiamo che col termine "decadentismo" si designò da principio un movimento letterario ed artistico nato a Parigi nel 1880 (Verlaine); fu in seguito che tale termine cominciò ad indicare atteggiamenti di poetica e di poesia di gran parte della lirica francese, a partire da Baudelaire. In Italia la parola "decadentismo" venne usata per indicare tutta la letteratura nata in contrasto con il positivismo e la società "borghese". Nel "Breviario dell'estetica" (1912) Benedetto Croce scrisse che "i raffinamenti voluttuosi e la sensualità animalesca dell'odierno internazionale decadentismo hanno avuto forse la migliore espressione nelle prose e nei versi di un italiano, il D'Annunzio".
Tali motivi hanno indotto taluno a dire che l'arte di D'Annunzio è da considerarsi come testimonianza di una raffinata e consumata abilità letteraria. Per il Flora D'Annunzio volle fare della sua vita un poema, una rappresentazione pagana: "Così egli empi del suo uomo un vasto periodo della storia italiana, né soltanto per le opere di poesia, di prosa e di teatro, ma per il rilievo che diede alla sua persona civile, nella vita pubblica, nell'impresa di Fiume, nella guerra e fin nella vita mondana". Anche da qui si deduce come sia stata frammentaria l'arte dannunziana, affidata spesso ad una fugace impressione, ad una incantata suggestione della parola, di cadenze e di ritmi.
Il Flora ha scritto: "Il poeta adoperò "La Divina" parola in due modi di opposta natura: l'uno immediato, volto all'azione tutta senso ed effetto; l'altro liricamente mediato, volto a schiarire l'azione, già diventata soltanto memoria o desiderio nella trasparenza del canto".
Se da scrittori della classicità e del suo tempo trasse motivi e parole, non lo fece per puro gusto delle lettere, perché - continua il Flora - "l'animo ch'egli portò nell'apprendere e scovare i testi del passato non fu veramente letterario; fu nei casi migliori di quella natura fonica aderente alla propria capacità di miti sonori. Nei casi più frequenti fu un modo sensuoso di richiamare o ripetere i piaceri visivi o olfattivi o auditivi e tattili che le parole evocarono: animo che tende meglio alla magia del senso che non alla lirica apprensione delle pure lettere".
Se i miti, che D'Annunzio ha inventati, sono l'immaginazione di una metamorfosi di D'Annunzio medesimo così come: "Il fiume è la mia vena. Il monte è la mia fronte", la massima trasfigurazione è per lui mutare un oggetto in un suono che lo ricordi. Eppure, malgrado la creazione dei miti, un vago sgomento della Morte "nemica" indusse D'Annunzio a popolare di solitudine la vita. "La sua solitudine fu soprattutto quel non sentirsi in armonia morale con l'Universo, lui che, specie in giovinezza, poteva vivere col mondo in armonia muscolare". E sempre il Flora continua: "Ma non basta, per non fare scadere l'arte, sentirsi tutt'uno con la terra, bisogna sentirsi in armonia con l'anima stessa del mondo; accordare il proprio canto su quell'armonia Universale che, all'esterno, è un fatto morale; è, anzi, l'essenza religiosa dell'Uomo". Per questo fatto si ha un primo ed ultimo D'Annunzio a seconda del genio poetico, del mondo creativo più o meno felice. E' difficile comunque tracciare uno spartiacque tra l'una o l'altra opera poetica o in prosa perché nelle une e nelle altre si trovano il genio dannunziano più o meno felice.
D'Annunzio influenzò la cultura italiana in diverso modo, con differente intensità a seconda che uno o più dei suoi caratteri del momento spirituale-storico diveniva prevalente, così egli è l'artefice laborioso ne "Il trionfo della morte", il superuomo ritagliato dalla dottrina del filosofo Nietzsche e l'esteta che il Croce ne precisa gli ambiti: "C'è nel D'Annunzio gran profusione di sensazioni elementari: odori di mare, di muschi, di fieni, di erbe in fiore, di capelli, di cose vive; sapori di arance, di pesche; impressioni dell'umidore vuluttuoso di turgide frutta, di movimenti dell'organismo, come del sangue che fermenta nelle arterie, al sentire "rapide" gorgogliare e "rosse le scaturigini della vita"; e poi di colori, di tanti colori di tante gradazioni, specialmente metalliche, che, a quel tempo porsero facile appicco a scherzare parodie". D'Annunzio fu certamente lo scrittore ed il poeta che ebbe fra i due secoli vasta risonanza in Italia ed anche in Europa e che influì sulla letteratura e sul costume del tempo.
Certo D'Annunzio uomo e poeta può essere anche discusso perché passioni ed avventure umane e letterarie hanno attraversato la irrepetibile vita, ma egli è stato cantore della "diversità della vita" per cui una è la vita, nel suo ardore, nel suo eroismo, nella sua sensualità, ma tante sono le esperienze. E il poeta vuole provarle tutte "Tutto fu ambito / e tutto fu tentato"; "Nessuna cosa mi fu aliena / nessuna mi sarà / Mai".
Infatti, in D'Annunzio si trovano pagine realistiche, veristiche, naturalistiche, decadentistiche, liriche, romantiche, compostamente classiche, simbolistiche e, volendo, talune futuristiche. Sono assai rilevanti le tracce lasciate da questo poeta nella letteratura, in particolare nella poesia italiana del Novecento, come testimonia il Montale ricordando che "tutti sono passati attraverso il D'Annunzio, foss'anche solo per negarlo!" "Questo nostro contemporaneo, scrive Rinaldo Orengo, che pare uomo da leggenda, dominò spiritualmente per oltre mezzo secolo l'Italia e con l'Italia almeno una parte della vecchia Europa".
La durevole influenza di D'Annunzio sul pubblico fu dovuta e alle sue doti di scrittore e alla sua capacità di seguire l'evoluzione del gusto, ma anche e soprattutto alla coincidenza tra la sua ideologia e gli atteggiamenti di pensiero e di sentimenti che al suo tempo si venivano definendo, prima in un pubblico ristretto poi, sempre di più, in larghi strati di un ceto medio.
"D'Annunzio - scrive Petronio Marando - fu tra i primi a partecipare alla dissoluzione del positivismo". Infatti, il Nostro scrisse nel 1893: "La scienza è incapace di ripopolare il disertato cielo, di rendere la felicità alle anime di cui ella ha distrutto l'ingenua pace". Così, D'Annunzio divenne il predicatore di un vago spiritualismo, aristocratico quanto generico. "E fu tra i polemisti più acri contro la democrazia, contro la borghesia al potere, proclama la necessità di una nuova oligarchia, che poi cambia ed i suoi eroi non sono più gli aristocratici che debbono generare il futuro "re di Roma", ma, sono mitici eroi del passato, robusti fondatori di città capaci di affascinare le folle, oppure il borghese d'eccezione, esploratore, dispregiatore del mondo circostante, capace, per realizzare il suo sogno d'azione, di infrangere le leggi e di affrontare il delitto e il disonore ("Più che l'amore"). Ma D'Annunzio fu anche tra i primi poeti del colonialismo ed il cantore della spedizione libica per cui, per la sua capacità retorica, ha certamente favorito l'affermarsi di un nazionalismo bellicoso. Con "Forse che si, forse che no" (1910) celebrò le nuove macchine, l'automobile, e l'aeroplano, che stavano ormai cambiando la vita dell'uomo."
D'Annunzio cercò anche di recuperare una parte del mondo operaio propugnando una sorta di alleanza fra capitale e aristocrazia operaia. Ci sembra di potere dire che fu questa specifica evoluzione che portò D'Annunzio ad accostarsi alla "folla", anche se lo fece con modi estetizzanti (Parola, Poesia, Verso, Bellezza, usati come strumenti di un'azione capace di incidere sulla realtà del mondo) ed anche attraverso l'azione della sua opera letteraria ed artistica, dietro la quale vivevano le tesi dello scrittore le quali incontravano, se non proprio combaciavano, certe tendenze del pubblico.
Questo complesso movimento di azione e di opere coagulò attorno a D'Annunzio folle di intellettuali e di gente comune le quali si specchiarono e talvolta finirono con l'identificarsi. Comunque sia, le tracce di cui si parlava all'inizio assurgono, ora a semplici punti di riferimento ora invece ad importanti capisaldi, a seconda della visione che si ha della vita e dei contenuti spirituali ed artistici di Gabriele D'Annunzio. Però una cosa è certa: egli ha comunque attraversato tutta la cultura del primo Novecento lasciando segnali dappertutto.
Un'ultima nota, tra le tante che si potrebbero fare, ci sembra possa essere questa: benché D'Annunzio sia stato l'uomo delle contraddizioni, in bilico tra esibizionismo e ricerca della verità, il mito della parola ha preso il sopravvento con il metro dell'utilizzazione sonora con una forza talmente esplodente che si manifesterà anche nella musica, appunto in D'Annunzio come musicologo. Inoltre, D'Annunzio si potrebbe anche ascrivere tra i letterati mitteleuropei del suo tempo, ciò in quanto ha tentato di sprovincializzare la cultura facendola assurgere a rango superiore. Vi è chi ha visto riferimenti dannunziani nelle opere di molti autori europei, specialmente in Pirandello e in Musil. A parte ciò, l'opera di D'Annunzio ha certamente affascinato molte fasce culturali se è stata tradotta in ben 18 lingue differenti.
V'è da segnalare infine un D'Annunzio attento all'arte e scopritore di un autoritratto di Luca Signorelli. Sentiamo in proposito il racconto che fa lo studioso Corrado Gizzi nel suo saggio "Luca Signorelli e la versatilità della sua tematica": "D'Annunzio visitò gli affreschi signorelliani nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto. Nella scena urlante dei Dannati, un diavolo, in atto di abbracciare una bionda formosa, a differenza di tutti gli altri, ha un solo corno in fronte e capelli spioventi sulla spalla. La sua identità è solo apparentemente dissimulata dalle ispide e lunghe sopracciglia. Ad un esame attento, non sfugge che i connotati del volto rimandano all'autoritratto del Signorelli nell'affresco con l'Anticristo, nella stessa Cappella. Nessuno si accorse di tale identità, nemmeno Maria Luisa Fiume che pure scrisse "Il romanzo di Signorelli", riservando non poca attenzione alla bella peccatrice, da lei indicata col nome di Ginevra. Non sfuggì invece al D'annunzio "sia che la scena gli venisse mostrata da qualche erudito locale, cui poteva essere nota, sia che il poeta lo scoprisse da sé" (Scarpellini). Ne è testimonianza il primo sonetto da lui dedicato a Cortona e compreso nel secondo libro delle "Laudi".
sabato 12 settembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 12 settembre.
il 12 settembre 1919 Gabriele D'Annunzio, a capo di 2500 arditi, chiamati da lui "legionari" partirono da Ronchi di Monfalcone alla volta di Fiume, che gli accordi alla fine della prima guerra mondiale non avevano assegnato all'Italia, conquistandola.
La si potrebbe definire la spedizione di un manipolo di avventurieri, ed effettivamente l’esperienza breve della celebre "Impresa di Fiume" è una delle pagine più trascurate della recente storia italiana, ad un anno dalla chiusura del primo conflitto mondiale del 15-18.
Dopo che i trattati di pace avevano stabilito che la città istriana di Fiume restasse alla Jugoslavia il celebre poeta Gabriele d’Annunzio, insieme con un gruppo di legionari, ex combattenti ed arditi la occupò nel settembre del 1919, senza che le truppe italiane di stanza nella città opponessero resistenza all’improvvisato esercito.
Erano anni difficili per il paese italiano, uscito si vittorioso dalla guerra ma con una estrema instabilità interna, con migliaia di soldati che, fatto ritorno a casa non trovarono alcun beneficio dall’aver trascorso tanti anni al fronte, Mancava il lavoro, la fame e la povertà dilagavano, si facevano sentire fortemente le spinte rivoluzionarie e nazionaliste.
L’intenzione di D’Annunzio era di spingere con una sorta di provocazione il governo italiano a ribadire la sua volontà di acquisire i territori istriani, ma in effetti sia il governo che i rappresentanti allora più importanti delle varie forze politiche e sociali, trai quali stava emergendo anche Mussolini, snobbarono l’impresa, ed isolarono D’annunzio e la città senza prendere alcuna decisione in merito.
Da subito per contro la città fiumana diventò la meta di una serie di personaggi molto particolari, dagli anarchici ai socialisti, dagli sbandati di guerra agli arditi, da ex aviatori avventurieri e giovani artisti futuristi, un crogiolo di giovani che, a differenza delle diplomazie europee vedevano nell’esperienza il seme di qualcosa di nuovo.
La città resistette per circa un anno alle pressioni dello Stato Italiano, finchè, nel natale del 1920 venne sgomberata da truppe italiane su ordine di Giovanni Giolitti.
A ricordo dell'impresa, da allora Ronchi di Monfalcone fu ribattezzata "Ronchi dei legionari", nome tuttora in vigore.
il 12 settembre 1919 Gabriele D'Annunzio, a capo di 2500 arditi, chiamati da lui "legionari" partirono da Ronchi di Monfalcone alla volta di Fiume, che gli accordi alla fine della prima guerra mondiale non avevano assegnato all'Italia, conquistandola.
La si potrebbe definire la spedizione di un manipolo di avventurieri, ed effettivamente l’esperienza breve della celebre "Impresa di Fiume" è una delle pagine più trascurate della recente storia italiana, ad un anno dalla chiusura del primo conflitto mondiale del 15-18.
Dopo che i trattati di pace avevano stabilito che la città istriana di Fiume restasse alla Jugoslavia il celebre poeta Gabriele d’Annunzio, insieme con un gruppo di legionari, ex combattenti ed arditi la occupò nel settembre del 1919, senza che le truppe italiane di stanza nella città opponessero resistenza all’improvvisato esercito.
Erano anni difficili per il paese italiano, uscito si vittorioso dalla guerra ma con una estrema instabilità interna, con migliaia di soldati che, fatto ritorno a casa non trovarono alcun beneficio dall’aver trascorso tanti anni al fronte, Mancava il lavoro, la fame e la povertà dilagavano, si facevano sentire fortemente le spinte rivoluzionarie e nazionaliste.
L’intenzione di D’Annunzio era di spingere con una sorta di provocazione il governo italiano a ribadire la sua volontà di acquisire i territori istriani, ma in effetti sia il governo che i rappresentanti allora più importanti delle varie forze politiche e sociali, trai quali stava emergendo anche Mussolini, snobbarono l’impresa, ed isolarono D’annunzio e la città senza prendere alcuna decisione in merito.
Da subito per contro la città fiumana diventò la meta di una serie di personaggi molto particolari, dagli anarchici ai socialisti, dagli sbandati di guerra agli arditi, da ex aviatori avventurieri e giovani artisti futuristi, un crogiolo di giovani che, a differenza delle diplomazie europee vedevano nell’esperienza il seme di qualcosa di nuovo.
La città resistette per circa un anno alle pressioni dello Stato Italiano, finchè, nel natale del 1920 venne sgomberata da truppe italiane su ordine di Giovanni Giolitti.
A ricordo dell'impresa, da allora Ronchi di Monfalcone fu ribattezzata "Ronchi dei legionari", nome tuttora in vigore.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(169)
-
▼
giugno
(18)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
giugno
(18)




