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mercoledì 25 febbraio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 febbraio 2008, a Gravina di Puglia, vengono ritrovati per caso, in fondo alla cisterna di una casa abbandonata, i corpi senza vita e ormai mummificati di Francesco e Salvatore Pappalardi, Ciccio e Tore, come ormai erano stati ribattezzati dalla stampa nazionale.
Erano scomparsi il 5 di giugno del 2006. Al tramonto, verso le 17,30. Francesco tredici anni, Salvatore undici, escono da via Casale numero 123. Bimbi che scappavano per sopravvivere. Campagne magnifiche, città sotterranee, grotte, cisterne, anfratti e inconfessabili abitudini familiari. Il padre li ha uccisi, diceva la madre. La madre li ha rapiti, diceva il padre. Il compagno di lei è un porco, dicevano tutti. Quando Francesco e Salvatore spariscono i sospetti sono solo due: Filippo Pappalardi e Rosa Carlucci, il papà e la mamma di quei bambini bruciati dalla vita da quando sono nati.
Il paese di Gravina in Puglia sapeva tutto di quei due bambini. E non sapeva niente. Sapeva del loro padre padrone, sapeva della madre sbandata, sapeva della maledetta esistenza che si dovevano trascinare addosso giorno dopo giorno i due fratellini. Le voci giravano in paese. Tutti conoscevano perché il Tribunale aveva preso quella decisione, perché aveva affidato Ciccio e Tore a un padre così violento che viveva già con un´altra donna, in un´altra casa, con altri figli. Con la madre non ci potevano stare più. E non perché Rosa – nonostante le sue fragilità - non fosse più una buona madre. Non ci potevano stare da quando lei aveva quel nuovo compagno, Nicola, «il vecchio» sussurravano a Gravina in Puglia. «Il vecchio» che poi è finito dentro per violenza su una bambina.
Il padre padrone e il patrigno con quel «vizio», Rosa disperata prima quando era moglie di Filippo il violento e disperata dopo quando ha scoperto il segreto di Nicola. E poi Maria Ricupero, la nuova compagna del padre, le nuove sorelline. L´inferno di Francesco e Salvatore. L´inferno in famiglia. «Non cercateli in Romania, non cercate sette sataniche, non cercate niente fuori da quelle case dove vivevano», avevano fatto sapere i confidenti e i pregiudicati della Murgia.
Erano spariti. Tutti sapevano tutto di Francesco e Salvatore ma quella sera nessuno li aveva visti. Solo la telecamera di una banca, un´immagine di pochi secondi che cattura il viso di Francesco alle 18,03 del 5 giugno. Passeggia da solo, in via Casale, pochi passi da casa. È vestito come la mattina, la felpa rossa. I due «testimoni» e il «testimone chiave» anche loro diranno di averli visti – confusamente - molto tempo dopo.
Il paese di Gravina in Puglia si schiera, si divide. È stato il padre. Taciturno, aggressivo, un incubo per quei due bambini. È stata la madre con quella sua complice, la romena che se n´è appena andata dall'Italia per tornare a casa. Con loro, con Francesco e Salvatore. Il vescovo scivola nella trappola. Depistaggi? Voci più che altro, voci di voci di voci. I poliziotti il 3 luglio le inseguono e volano a Bucarest. Cercano. Cercano ombre.
Li hanno cercati a Gravina di Puglia? Li hanno cercati come avrebbero dovuto, pozzo dopo pozzo, grotta dopo grotta? Quando l´estate è quasi finita l´inchiesta poliziesca si avvita in una spirale che segnerà per sempre il caso. Il padre mente. O forse non mente ma «omette», dimentica, non spiega. Per esempio non spiega perché spegne il suo cellulare per due ore proprio quella sera, la sera che scompaiono i suoi figli e lui dovrebbe andare alla loro caccia, telefonare di qui e di là, informarsi, chiedere, bussare, ricevere informazioni. Ma quello che diventerà «l´assassino» è un muro di silenzi, una sfinge. È un uomo difficile, contorto, diffidente. Parla soltanto quando è in campagna con qualche parente, a volte anche con l´ex moglie. Gli sfuggono dalla bocca parole che lo fanno diventare «l'assassino». Filippo Pappalardi entra ufficialmente come indagato nell´inchiesta giudiziaria la mattina del 6 settembre 2007. Sequestro di persona, è l´ipotesi di reato. I sequestrati sono due, i suoi figli, Francesco e Salvatore.
È un «avvistamento» quello che lo inchioda. In piazza delle Quattro Fontane, verso le 21,30 di quella sera. Un ragazzino che vede Filippo Pappalardi con i figli, racconta ai poliziotti – però due mesi dopo la loro scomparsa – che erano là a giocare con i palloncini pieni d´acqua, alle Quattro Fontane. Il 27 novembre il padre è in carcere: è lui che li ha trasportati da qualche parte, è lui che li ha uccisi, è lui che ha nascosto i loro cadaveri. L´inchiesta è poco robusta, c´è qualche indizio, soprattutto c´è Filippo Pappalardi che sembra un omicida troppo perfetto. Lui che di sera – il 5 giugno – e di notte – all´1,40 del 6 giugno – va a denunciare la sparizione dei suoi figli ma l´indomani mattina è regolarmente al lavoro sul suo camion, «non ha tempo» per andare al commissariato di Gravina e firmare una denuncia di scomparsa. Sospetti sopra sospetti. L´indagine insegue i sospetti, si fa confondere dai sospetti, intrappolare. «Invece di arrestare me cercate i miei figli», urla il padre quando lo trascinano in galera. «Sono morti, quei bambini non li troveremo mai più vivi», dice Emilio Marzano, il procuratore capo della repubblica di Bari.
Li abbiamo ritrovati morti ad un altro tramonto. Il 25 febbraio del 2008. A due chilometri dalla loro casa, in un antico caseggiato abbandonato. In fondo a un pozzo. Sono morti. Sono morti da quel giugno del 2006. Sono morti in fondo al pozzo dove è scivolato anche un altro bambino. Sono morti dove non li hanno mai cercati mentre cercavano dappertutto. «Tore ha vegliato il fratello due giorni», «Ciccio ha lasciato graffi sul muro», «Uno era disteso a un lato della cisterna e l´altro a quindici metri». «Ciccio ha provato a salvare il fratello». Tutti i dettagli più macabri, tutte le supposizioni più fantasiose si sono rincorse poi. Poi, dopo il 25 febbraio. I corpi ritrovati, i resti dei cadaveri. Erano passati da lì i «soccorritori», avevano dato un´occhiata nel pozzo ma il pozzo era buio. Nessuno è sceso a vedere, non hanno calato neanche una corda. Il caseggiato abbandonato, il luogo ideale per un delitto che non c´è mai stato.
L´assassino è ancora un assassino e il giallo è ancora un giallo. Si incaponiscono gli investigatori sul «loro» indiziato, sul padre violento. Sbagliano due volte. E sbagliano più dopo che prima. Tenendolo dentro «in attesa dei risultati dell´esame autoptico», lasciandolo in prigione nonostante quelle «prove» che stavano svanendo intorno ai cadaveri di Francesco e Salvatore.
Fino a quando il GIP Giulia Romanazzi, di fronte alle evidenze offerte dall’autopsia (sui corpi dei bambini non vi erano segni di violenze e che le ferite erano compatibili con l’ipotesi di una caduta accidentale) riconosce che non vi sono più i presupposti necessari per la carcerazione cautelare e concede a Filippo Pappalardi gli arresti domiciliari derubricando l’accusa da duplice omicidio e accultamento di cadavere ad abbandono di minore. E poi, in seguito, lo scioglimento di ogni accusa e l'archiviazione del caso.
Ma la vicenda non è finita; Rosa Carlucci, la madre, ha fatto riaprire l'inchiesta: di una cosa è certa, che quella sera i corridoi delle centostanze fossero attraversati da un gruppo di adolescenti impegnati in una prova di coraggio. Quella alla quale i suoi figli non sopravvissero.
Almeno cinque, secondo la donna gravinese, sarebbero stati i testimoni di quella tragica caduta. Cinque ragazzi oggi maggiorenni, le cui posizioni, a seguito della ripresa delle indagini, sarebbero già finite sotto i riflettori della Procura del Tribunale dei minorenni, chiamata a verificare se davvero qualcuno vide e poi tenne per sè quanto visto, evitando di dare l'allarme e di allertare i soccorritori, il cui intervento avrebbe forse potuto rivelarsi provvidenziale.
Ma neppure il passo avanti della Procura pare bastare a Rosa Carlucci, madre in cerca di giustizia. "Mi interessa raggiungere il mio obbiettivo e, se sarà necessario, chiederò la riesumazione delle salme", dichiara ora la donna. "Ci sono verità nascoste in un maledetto fascicolo che nessuno ha mai preso in considerazione: ecco perché non mi fermo". Altri particolari, riportando il discorso sui binari del codice di procedura penale, non sempre coincidenti con quelli del cuore, aggiunge Domenico Ciocia, avvocato dalla Carlucci: "Nessuna richiesta di riesumazione dei fratellini è stata finora formalmente avanzata. L'intenzione, in ogni caso, è quella di ripercorrere tutto l'iter a 360 gradi. E se dovessero emergere dei dubbi, li rappresenteremo al magistrato col quale, questa volta, possiamo colloquiare".
Avanti adagio, dunque, ma avanti. "Una volta che mio marito Filippo fu scagionato dall'accusa di omicidio", chiosa Rosa Carlucci, "l'inchiesta perse di stimolo. Nessuno indagò in altre direzioni". E la verità rimase confinata in fondo ad un pozzo al quale, fossero vere le ipotesi adesso al vaglio della Procura barese, sarebbero stati in molti ad affacciarsi. Impauriti, silenti, reticenti.
Nel 2014 Filippo Pappalardi è stato risarcito per l'importo di 65000 euro, 20000 per i tre mesi di carcere e 45000 per i danni esistenziali.
martedì 3 giugno 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 3 giugno.
Il 3 giugno 2017 in piazza San Carlo, a Torino, oltre 30mila persone si sono date appuntamento per assistere alla proiezione della finale di Champions League tra bianconeri e Real Madrid, in programma a Cardiff.
Alle 22.15, il Real Madrid segna il terzo gol: la delusione in piazza San Carlo è grande. La Juventus è sotto per 3-1 e sta per dire addio al sogno di conquistare la Champions League. Quattro giovani approfittano dello scoramento dei tifosi per tentare una rapina con lo spray urticante. Uno di loro poggia il dito sulla bomboletta che ha portato da casa e spruzza in aria una sostanza urticante che colpisce le persone che gli sono accanto. Lo spray al peperoncino spruzzato in aria provoca la fuga delle persone che si trovano accanto ai quattro rapinatori. È il panico: a migliaia cercano di scappare dalla piazza ma molti di loro cadono a terra e vengono calpestati dalla folla impazzita.
I rapinatori fuggono a loro volta ma vengono ripresi dalle telecamere: le tracce si perdono in via XX Settembre. In piazza c'è sangue ovunque. Nessuno dei presenti, quasi tutti ragazzi, sa spiegare cosa sia davvero accaduto. C'è chi parla di un attacco terroristico, qualcuno addirittura sostiene di aver udito frasi pronunciate in arabo.
l bilancio è da incubo: oltre 1500 feriti, alcuni gravissimi. Fra questi Erika Pioletti, 38 anni, in piazza per vedere la partita insieme al compagno. Erika morirà in ospedale dopo dodici giorni di agonia. Un’altra donna, Marisa Amato, morirà il 25 gennaio 2019 per le ferite riportate in piazza: era rimasta tetraplegica.
Dieci le persone colpite - dopo alcuni mesi dalla tragedia - dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria torinese nell’ambito dell’inchiesta. Per sei scattò la custodia cautelare in carcere. Si tratta di una banda di giovani tra i 18 e i 20 anni. Quattro dei dieci, erano presenti in piazza San Carlo la sera del 3 giugno. Il primo a confessare è stato Sohaib Bouimadaghen, nato a Cirié nel 1998, cittadino italiano residente a Torino. Gli indagati, inizialmente 21, sono diventati 15, accusati di omicidio, lesioni e disastro colposi. Tra i primi vertici istituzionali ad essere coinvolti nell’inchiesta anche la allora sindaca di Torino Chiara Appendino, il suo ex capo di gabinetto Paolo Giordana, l’ex questore di Torino Angelo Sanna, il suo ex capo di gabinetto Michele Mollo e i dirigenti di Turismo Torino, l’ente comunale che materialmente organizzò la manifestazione: il presidente Maurizio Montagnese e il suo vice Danilo Bessone.
Per i fatti del 3 giugno a Torino ci sono stati più tronconi di indagine. Il complesso processo è iniziato nel 2018. Il 17 maggio 2019, i ragazzi responsabili dello scatenarsi del panico a scopo di rapina sono stati condannati a 10 anni di carcere dal Tribunale di Torino per omicidio preterintenzionale.
Per Chiara Appendino e Paolo Giordana la corte d'assise d'appello di Torino il 20 gennaio 2025 ha confermato le condanne e disposto una pena di un anno, 5 mesi e 23 giorni di carcere.
sabato 4 maggio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
La piccola frazione di Ribolla, nel comune di Roccastrada, in provincia di Grosseto, il 4 maggio 1954 fu il teatro della più grande sciagura mineraria in Italia dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Da allora, sono passati sessantacinque anni e, a differenza dell’Italia intera, Ribolla non ha mai dimenticato: anzi, la memoria si fa di anno in anno più forte e viva. In tutto morirono 43 minatori, in una giornata iniziata come sempre alle 08.17, tra picconi e carrelli: pochi minuti più tardi, un boato forte e sordo scosse le viscere della terra. E, mentre un fumo acre e nero cominciava a uscire dai pozzi di discesa, si delineavano i tratti di una tragedia immane. La miniera di Ribolla, nel corso dei decenni, era diventata uno dei principali centri di estrazione italiano di lignite, il carbone utilizzato nelle attività industriali, tanto che durante il secondo conflitto mondiale ne venivano estratte fino ad oltre 270.000 tonnellate all’anno, per le esigenze belliche. Eppure, delle avvisaglie che potevano preannunciare una grave tragedia ce ne erano state, e tante. Ma in Italia, si sa, i provvedimenti per la sicurezza non vengono mai presi per tempo, oggi come sessant’anni fa. Lo scrittore Luciano Bianciardi, che in un saggio del 1954 ha narrato le vicende della miniera, ricorda come dai 150 incidenti lievi e 35 gravi del 1951, nel 1952 se ne erano avuti ben 200 lievi e 50 gravi, per non parlare di dodici frane nei soli primi sei mesi del 1953.
Anche le operazioni di soccorso furono condotte malamente. Le squadre di intervento, a causa della mancanza di maschere antigas, furono poco incisive, dovendo tornare quasi immediatamente in superficie per non rimanere intossicate: l’esplosione, infatti, che aveva investito moltissime gallerie, aveva saturato l’aria di un gas, il grisù, tristemente noto per altri gravi disastri. Fu questo gas che, nel 1907, nella miniera di Monongah, negli Stati Uniti, uccise 956 minatori e quasi 1100 nella catastrofe di Courrières, in Francia, nello stesso anno. Solo nel pomeriggio, intorno alle 17.00, i primi corpi poterono essere riportati in superficie: uno, due, cinque, dieci corpi. Fino alla drammatica “conta” di 43 vittime. Al processo, nessuno venne condannato, nessuno scontò un giorno di carcere per la mancanza di sicurezza all’interno dei profondi pozzi, cosicché la tragedia venne archiviata come “mera fatalità”. Ai funerali parteciparono oltre 50.000 persone, tra la commozione dei familiari e dei colleghi delle vittime. Ma partecipò anche tanta gente comune, unita nel dolore di quell’Italia che stava cercando di rinascere dalle macerie della guerra. E che continuava a morire. Quel maledetto 4 maggio 1954 era un martedì. Ribolla, e l’Italia tutta, non dimenticano.
sabato 10 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 10 giugno 1981 l'Italia intera si ferma per tre giorni, nella speranza di vedere riaffiorare in superficie il piccolo Alfredino Rampi.
Sono da poco passate le 19.00, Ferdinando Rampi, 41enne romano passeggia con un paio di amici lungo un viottolo sterrato in mezzo alle vigne. Abita a piazza Bologna, nel centro di Roma, ma d’estate cerca rifugio con la sua famiglia in una villetta di campagna, tirata su mattone dopo mattone, in via di Vermicino, a pochi chilometri da Frascati. Il figlio maggiore Alfredo, un bambino di sei anni con una malformazione al cuore e in attesa di intervento, nel frattempo gioca. Ma vuole tornare a casa da solo e papà acconsente. Si tratta di percorrere pochi metri, perché non lasciarlo andare? Mamma Francesca e nonna Veja, invece, stanno preparando la cena. Riccardo, il fratellino più piccolo, dorme. Il racconto è quello di una giornata qualunque, di inizio estate. Ma…
Alle 19.20 quando papà Nando fa ritorno a casa, Alfredo non c’è. Lo cercano ovunque, sembra sparito nel nulla. Per circa tre ore, gli agenti della polizia immediatamente allertati dai genitori preoccupati, battono le campagne circostanti, con l’aiuto delle unità cinofile. Metro dopo metro. Anche alcuni residenti della zona, hanno deciso di dare una mano. Poi, mezz’ora dopo la mezzanotte, la terribile notizia: un agente ha sentito dei lamenti provenire da un pozzo artesiano. Basta tendere l’orecchio per sentire che qualcuno urla «Mamma». Alfredino è lì, in quel cunicolo, incastrato a circa 36 metri di profondità. Sotto i suoi piedi altri 44 metri di vuoto. Bisogna tirarlo fuori, e bisogna tirarlo fuori il prima possibile.
Era il 10 giugno del 1981, giorno in cui l’Italia cambiò volto, forse per sempre.
Il resto è una triste storia nota a tutti. Una tv locale si precipita sul posto a registrare il tentativo di salvataggio con una tavoletta di legno, metodo proposto da un gruppo di speleologi: si rivelerà un fallimento totale. Sarà il primo di una lunga serie di «errori», di soluzioni sbagliate, inutili. Prima si decide di scavare un pozzo parallelo usando una trivella in grado di bucare il terreno, si cerca addirittura un nano che possa entrare nel foro a prenderlo, poi un contorsionista. Persino un ragazzino di 15 anni si offrì di calarsi in quel buco strettissimo, salvo poi essere bloccato già imbragato dal magistrato presente sul posto. Sono state tante le persone che hanno tentato di tirarlo fuori, alcune sono riuscite addirittura a toccare il piccolo, ricoperto dal fango, stremato, al limite. Non si lasciò niente di intentato, ma quanta incertezza e quanta angoscia in quella drammatica altalena di speranze e delusioni. Il tutto mentre riecheggiano ancora nell'aria circostante le parole del piccolo Alfredo «sfondate la porta ed entrate nella stanza buia».
L’epilogo si avrà sabato 13 giugno. Sarà Donato Caruso, questa volta, a scendere nel pozzo maledetto, con delle manette per evitare che scivoli ancora, ancora più giù: è giovane, ha sangue freddo, è magrissimo, può farcela, deve farcela. Sarà l’ultimo disperato tentativo: alle 6.40, il volontario riuscì a raggiungere Alfredino, al secondo tentativo. «Lo senti respirare? Si muove? Il bambino si è mosso?». Niente. Dopo 63 ore di agonia un giornalista comunicò in lacrime che il bambino era morto. Il corpicino del piccolo Alfredo fu recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano, l'11 luglio, ben 28 giorni dopo.
«Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi». Furono queste le parole, di Giancarlo Santalmassi durante l'edizione straordinaria del Tg2 del 13 giugno 1981.
A Vermicino lo spettacolo era finito, altrove invece era solo iniziato. Sulla vicenda, infatti, si accesero ben altri riflettori come se quelli dell’interminabile diretta a reti unificate non fossero bastati. Ed è questa l’altra faccia di questa triste tragedia, in cui si è mescolato il meglio ed il peggio dell’Italia. Per la prima volta nella storia della televisione italiana un dramma privato era diventato spettacolo, un reality show a cui assistere con il fiato sospeso. 21 milioni di persone rimasero incollate per ore davanti al televisore, tutte con le lacrime agli occhi a cominciare dall'allora presidente della repubblica, Sandro Pertini, che volle assistere di persona alle operazioni di soccorso.
Un evento straziante e una lunga agonia durata circa tre giorni che, nonostante siano passati molti anni, pochi possono dire d’aver dimenticato. Nonostante ciò, in quell’angolo di Vermicino - a quasi 40 anni di distanza - non c’è nulla che ricordi l’accaduto. Tutto lì pare quasi essere stato cancellato: quasi una profonda rimozione sociale dell’evento. Nel luogo in cui la terra si portò via la vita di Alfredino non ci sono oggi nemmeno dei fiori o una semplice croce. Accanto al pozzo - chiuso da anni - il degrado regna sovrano. Solo sacchi d’immondizia, erbacce, bottiglie di plastica e incuria come a rimuovere il clamore e la commozione che accompagnarono le ultime ore di vita del bimbo che commosse una nazione. Una statua di Alfredino è stata eretta nel cortile della Parrocchia dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Vermicino.
Alfredino è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma, accanto al fratello Riccardo (nato a Roma nel 1979), morto nel 2015 all'età di 36 anni per un improvviso infarto.
Angelo Licheri, l'uomo che si offrì di calarsi nel pozzo per raggiungere Alfredino, si è spento a 77 anni il 17 ottobre 2021.
sabato 3 giugno 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 3 giugno 1928 un radioamatore russo capta l'SOS dei superstiti della tragedia del Dirigibile Italia, al polo Nord.
Umberto Nobile è stato tra i più importanti inventori e progettisti del XX secolo. Le sue invenzioni e testi scientifici hanno dato un grandissimo contributo alla ricerca scientifica, ma dai più è ricordato per la drammatica tragedia del dirigibile "Italia" che tra il maggio e luglio del 1928 ha tenuto in apprensione milione di italiani, per la sorte di Nobile e del suo equipaggio sui ghiacci del Circolo polare artico.
Umberto Nobile nasce a Lauro (Avellino) il 21 gennaio 1885; dopo gli studi classici frequenta l'Università e la Scuola d'Ingegneria di Napoli, laureandosi nel 1908, a pieni voti e con lode, ingegnere industriale meccanico. Si specializza nello studio e costruzione dei dirigibili e nel 1923 entra nei ranghi della Regia Aeronautica nel Corpo Ingegneri con il grado di Tenente Colonnello.
Da civile aveva progettato nel 1918 il primo paracadute italiano e nel 1922 promosse con l'ingegner Gianni Caproni, la costruzione del primo aeroplano metallico italiano.
Il 10 aprile 1926 il Norge lascia l'aeroporto di Ciampino e dopo aver fatto scalo alla Baia del Re (Isole Svalbard), nella notte tra l'11 e il 12 maggio sorvola il Polo Nord; il viaggio si conclude due giorni dopo con l'approdo senza scalo a Telier in Alaska. La trasvolata di Nobile dimostra l'inesistenza della terra di Gillis e l'assenza di terra ferma all'interno del circolo polare artico.
In seguito al successo della spedizione sorgono polemiche per i meriti tra Amundsen e Nobile.
Al rientro in Italia Nobile è promosso Generale e dà vita ad una nuova spedizione con equipaggio e mezzi interamente italiani. Nasce così il dirigibile "Italia", che Nobile costruisce con finanziamenti privati poiché il governo fascista indirizza i fondi nella costruzione di aerei da guerra e idrovolanti.
L'obiettivo di Nobile questa volta è viaggiare su rotte inesplorate e cercare di atterrare sui ghiacci del Polo al fine di effettuare rilevazioni sul posto.
Il 15 aprile 1928 il dirigibile Italia parte dall'aerodromo milanese di Baggio e con un volo di circa 6000 km, facendo tappa a Stolp (Pomerania) e Vadsö (Norvegia), giunge nella Baia del Re il 6 maggio.
Alle 4.28 del 23 maggio 1928 l'Italia si alza in volo con sedici persone a bordo e, nonostante una violenta perturbazione, raggiunge il Polo Nord all'1.30 del 24 maggio. I forti venti (che portarono ad una bufera nelle ore successive) rendono impossibile la discesa sui ghiacci. Nobile ordina la via del ritorno e alle 10.30 del 24 maggio l'Italia perde improvvisamente quota fino a schiantarsi sul pack del Mar Glaciale Artico per cause tuttora sconosciute, a quasi 100 km dalle isole Svalbard.
Sul ghiaccio cade la cabina di pilotaggio con all'interno dieci uomini, (tra questi Nobile ferito ad una gamba) e generi vari tra cui una tenda da campo che viene tinta di rosso con l'anilina (la mitica "Tenda rossa"), e una radio (Ondina 33) che sarà l'unica ancora di salvezza per Nobile e i suoi compagni. Del resto dell'involucro del dirigibile con a bordo sei persone a tutt'oggi non se ne sa nulla. Molto probabilmente si è inabissato nelle acque del Mare di Barents.
Per giorni i deboli segnali di SOS mandati dal radiotelegrafista Biagi non sono captati dalla nave appoggio "Città di Milano", fino a quando il 3 giugno un giovane radioamatore russo nella città di Arcangelo riceve l'SOS riaccendendo le speranze dei superstiti (che ascoltano le trasmissioni italiane) e del governo italiano.
Prende dunque il via una gigantesca operazione di soccorso che coinvolge uomini e mezzi di molte nazioni e che costerà la vita a diversi soccorritori tra cui lo stesso Roald Amundsen.
Il 19 giugno il Tenente Colonnello Umberto Maddalena, a bordo di un idrovolante SM55, riesce a localizzare la "tenda rossa" ma senza poter atterrare. Il 24 giugno l'aviere svedese Einar Lundborg riesce ad atterrare con il suo Fokker nei pressi della "tenda rossa". Nobile avrebbe voluto che fosse portato via per primo il capo meccanico Natale Cecioni, anche lui ferito seriamente ad una gamba. Lundborg é irremovibile adducendo ordini superiori che gli imponevano di prelevare per primo Umberto Nobile che avrebbe così potuto meglio coordinare le operazioni di soccorso.
Dopo aver portato in salvo Nobile e la cagnetta Titina, Lundborg torna indietro ma nell'atterraggio il suo aereo si ribalta e il pilota svedese resta anch'egli prigioniero dei ghiacci; verrà poi salvato da una successiva spedizione.
Gli svedesi non organizzano altri voli e tutte le speranze sono affidate al rompighiaccio russo "Krassin", che prima trae in salvo gli ufficiali Mariano e Zappi, fuoriusciti dalla tenda insieme al meteorologo svedese Malmgren (morto durante il tragitto) alla ricerca di soccorsi a piedi, e raggiunge la "tenda rossa" il 12 luglio dopo quarantotto giorni di sopravvivenza sui ghiacci.
Al ritorno in Italia una commissione di inchiesta condanna Nobile per aver abbandonato per primo la "tenda rossa". Per protesta nel 1929 il "Generale" lascia l'Aeronautica e presta le sue conoscenze nell'Urss, Stati Uniti e Spagna.
Nel 1945 Nobile torna in Italia ed è eletto come indipendente all'interno dell'Assemblea Costituente. Una nuova commissione militare scagiona Nobile e gli restituisce il grado e il prestigio che merita.
Chiude la parentesi politica nel 1948 per dedicarsi solo agli insegnamenti di aerodinamica presso l'Università di Napoli.
Per il resto dei suoi giorni sarà comunque costretto a difendersi dalla accuse di coloro che giudicarono egoistico il suo comportamento nei tragici momenti della "tenda rossa".
Scrive vari libri in cui racconta la sua versione dei fatti ma non bastano a convincere l'intera opinione pubblica ed anche una certa parte di specialisti e militari.
Umberto Nobile muore a Roma il 30 luglio 1978.
Solo molto anni dopo si arriverà ad una opinione condivisa circa la buona fede di Nobile, valoroso e audace aeronauta ed esploratore italiano.
mercoledì 15 febbraio 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 febbraio 1955, in un incidente aereo, muore Marcella Mariani, miss Italia 1953.
«E come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose». Marinella di Fabrizio De Andrè sembra scritta su misura per Marcella Mariani. Prima reginetta di bellezza, poi attrice. Infine creatura sfortunata. Tutto in meno di mille giorni.
Romana, classe 1936, Marcella nel 1953 partecipa a Miss Italia. Per lei è solo un gioco: non ha pretese, una volta terminato il concorso conta di tornare al lavoro di cassiera . Sul palco si veste con la freschezza dei suoi 17 anni. E vince: sarà Alberto Sordi ad incoronarla.
Per i produttori cinematografici è amore a prima vista. Mariani è bella e umile, può fare strada. Sensibilità d’attrice e formazione accademica si intrecciano: un corso al Centro Sperimentale di Roma, poi via, sul set. Dove gli esordi sono vincenti. In Senso di Luchino Visconti (1954) è la prostituta Clara, rivale della contessa Livia Serpieri (Alida Valli). Il ruolo è marginale, ma Marcella riesce ad emergere. Sarà invece protagonista del pratoliniano Le ragazze di San Frediano (sempre nel 1954), diretta da Valerio Zurlini.
Il dramma però è alle porte. Marcella Mariani non assisterà all’uscita del suo ultimo film, Mai ti scorderò (1956), di Giuseppe Guarino. Se la porterà via un incidente aereo. È il 15 febbraio 1955, l’attrice ha da poco compiuto 19 anni. Sta ritornando a casa da Bruxelles, dove ha rappresentato il cinema italiano ad una kermesse internazionale. Viaggia a bordo di un DC6 che non arriverà a Roma. La tragedia si consuma vicino a Rieti. Uno schianto mortale, ventinove vittime. Tra loro c’è anche Miss Italia. Si spengono le luci, la favola della cassiera diventata star finisce alle pendici del monte Terminillo. Il relitto dell'aereo fu trovato dopo 9 giorni di ricerche. I passeggeri furono trovati avvolti in lastre di ghiaccio.
Al Terminillo, nella ex scuola di Pian de' Valli, oggi palazzina Marcella Mariani, il 25 febbraio 2017 è stata inaugurata la "Saletta dei ricordi" Marcella Mariani. Si tratta di un'esposizione di memorie, reperti, manifesti e pezzi originali a celebrazione e ricordo della giovane attrice romana e Miss Italia 1953 Marcella Mariani ed in memoria delle vittime della cosiddetta "Superga reatina". L'allestimento è realizzato dal Comitato promotore in collaborazione con gli Enti partner, che ha provveduto anche alla ristrutturazione dei locali. Il progetto vede la collaborazione anche di diverse associazioni. La mostra è arricchita di contenuti e curiosità multimediali, con filmati d’epoca e audio-ricostruzioni.
venerdì 25 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 25 novembre 1990 un elicottero dell'Agip che trasportava operai su una piattaforma petrolifera precipita in mare nei pressi di Marina di Ravenna.
I tralicci da queste parti sono diventati un'attrazione turistica. "Salite sulla motonave, vi portiamo a visitare le piattaforme petrolifere, potrete pescare gli sgombri", annunciano gli altoparlanti sui lidi d'estate. Ce ne sono ventisei, di queste piattaforme, tra le Marche e l'Emilia Romagna, tutte usate per la produzione di metano. Vi lavorano gli operai che "vivono sul ferro".
Sei giorni in piattaforma, a sorvegliare gli impianti e fare manutenzione, poi quattro giorni a casa. Alla fine, passi su quei ferri più di metà della tua vita.
Quel 25 novembre il cambio turno capitò di domenica. Quattro operai specializzati dovranno andare alla piattaforma davanti Porto Corsini, gli altri quattro a quella davanti a Cervia, entrambe a undici miglia dalla spiaggia. Ci sono poi due cuochi della ditta Ligabue, che ha vinto l'appalto per le piattaforme Agip. Per gli operai tecnici il salario è di 1.850.000 lire, per il capo piattaforma 2.200.000.
L'elicottero, un "Puma" costruito dalla francese Aerospatiale, appartiene a un'altra società che effettua il servizio in appalto, la Elitos di Firenze.
Il primo pilota ha seimila ore di volo, il secondo tremila. Sono quasi le nove del mattino, il volo inizia.
"Ho sentito uno scoppio", racconta Marcello Mandrini, che a Marina gestisce il bagno Trieste, "come un tuono. L'elicottero si è impennato, si è spaccato ed è caduto giù. Le pale si sono staccate, l'elicottero è venuto giù di colpo".
Nessuna comunicazione con la torre di controllo, nessun allarme. Alla fine moriranno in 13.
Due corpi affiorano e vengono recuperati dai sommozzatori nel mare in tempesta. Degli altri e dei resti del velivolo non v'è traccia.
Alle quattro del pomeriggio di mercoledì le reti di due pescherecci strappano all' Adriatico i morti ed i resti della sciagura dell' elicottero. I cavi trascinati dai barconi si impigliano nella carlinga e, più distante, nel motore dell' Sa 330 Puma in cui hanno perso la vita precipitando in mare tre piloti, due cuochi ed otto operai dell' Agip. I rottami stanno a dieci metri di profondità e ad ottocento dalla spiaggia di Marina di Ravenna. La zona è lontana mezzo chilometro da quella dove per due giorni una flottiglia di venti battelli e decine di sommozzatori hanno cercato invano. Le carcasse appaiono quasi sommerse dalla sabbia, occorreranno ore per recuperarle. Alle otto di sera arriva l' ordine: Sospendere il recupero, si riprende domani mattina. Una scelta obbligata. Sul fondo l' acqua è torbida e i sub a fatica riescono solo ad individuare dei corpi. Non si sa ancora se tutti e undici i cadaveri (quelli dei due cuochi erano già stati raccolti in mare domenica) sono imprigionati fra le lamiere. Alcuni sembrano ancora legati ai seggiolini dalle cinture di sicurezza e per liberarli le squadre di soccorso devono spostare motori e pezzi del velivolo. L' operazione è complicata dal buio, i sub lavorano alla luce delle fotoelettriche prima dello stop. L' importante ora è che ci restituiscano i nostri cari, aspetteremo fino all'alba pur di rivederli è il coro doloroso dei familiari in attesa sulla spiagga. Per loro è la fine di un'angosciosa attesa durata cinquantacinque ore. Adesso coi rottami emergono possibili verità su una sciagura che per Giuseppe Voltolina, presidente dell' Associazione nazionale piloti d'elicottero, non ha precedenti e non ha spiegazioni nella letteratura aeronautica. Ma l'incubo svanisce anche per il piccolo esercito di soccorritori che fra ricerche e risultati nulli rischiava un naufragio sul fronte dell' efficienza. La situazione cambia quando alla mattina del terzo giorno i tecnici simulano con un altro elicottero il viaggio del Puma della morte. Alcuni indizi e ritrovamenti di oggetti fanno pensare che la zona in cui il velivolo si è inabissato non sia quella indicata dai testimoni oculari. Così, alla fine della prova, flottiglia e sommozzatori cominciano a setacciare qualche centinaio di metri più a sud. Per le ricerche entrano in azione anche le sofisticate apparecchiature dei vigili del fuoco e della capitaneria di porto. Ma il nuovo spiegamento di forze è reso inutile cinquantacinque ore dopo, quando due vecchi barconi, servendosi dell'antica, tradizionale pesca a strascico scovano i resti del Sa 330. Ora le tre inchieste avviate da magistratura, Agip e Civilavia avranno undici cadaveri e uno scheletro di elicottero per scoprire la verità su quanto avvenuto domenica a duecento metri d'altezza sul mare, quando il fumo e un boato hanno provocato la caduta improvvisa. Con le ricerche ancora in corso, Mimmo Carise, pilota dell'Elitos, la società che gestiva i servizi di collegamento aereo fra lo stabilimento di Marina di Ravenna e le piattaforme metanifere, apre un dubbio: L' elicottero dal '72 ha avuto continue modifiche e potenziamenti. Queste modifiche hanno compromesso la tenuta? L'ipotesi di un cedimento strutturale si affianca a quella della rottura del rotore che muove le pale. E il mistero sulla sciagura continua mentre la magistratura ha disposto il sequestro delle carte di bordo e dei registri di manutenzione del Puma.
martedì 7 giugno 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 7 giugno 1981 a San Benedetto del Tronto si sviluppa un incendio nella curva dello stadio poco prima dell'inizio di Sambenedettese-Matera: due giovani donne, Maria Teresa Napoleoni e Carla Bisirri, perderanno la vita, un centinaio i feriti. Un giorno di festa che si trasformò in tragedia.
Era tutto pronto per la festa promozione della Sambenedettese. Ai rossoblù di Nedo Sonetti sarebbe bastato pareggiare, contro il già spacciato Matera, per approdare in serie B. Domenica 7 giugno 1981 allo stadio “Fratelli Ballarin” c’era il pienone: oltre dodicimila spettatori. Nella formazione marchigiana spiccavano il giovanissimo portiere Walter Zenga, di scuola interista, Cagni e Speggiorin.
L’entusiasmo del pubblico di casa aveva portato allo stadio circa sette quintali di piccole strisce di carta da giornale da utilizzare come coreografia per la festa della terza promozione in B nella storia della Sambenedettese. I tifosi si erano dati da fare sin dalla mattina. Allo stadio c’era una nutrita rappresentanza di donne, tifosissime della Samb. Dal Chicco d’Oro partì il torpedone verso il “Ballarin”. Un solo grido lungo il tragitto: Samba, Samba. La Curva Sud, la Fossa dei Leoni, risultò gremita all’inverosimile. Dopo un anno, il ritorno in B è vicinissimo. Lo speaker dello stadio, il mitico Sciarretta, era già in posizione. Clima ideale per un giorno di festa sportiva.
Poco prima del calcio d’inizio, si sviluppò un incendio proprio in curva sud. La notevole quantità di carta agevolò le fiamme e 3.500 persone rimasero intrappolate. Le chiavi dei cancelli d’emergenza non vennero subito trovate. Scattò un fuggi fuggi generale, la calca fu tremenda e parecchie persone finirono proprio dentro l’incendio, inghiottiti dalle fiamme.
Un quarto d’ora di panico, poi le fiamme furono domate mentre i feriti venivano trasportati in ospedale con ambulanze, taxi e auto private. Lo speaker dello stadio cominciò una tragica sequela di annunci: uomini, donne e giovani erano attesi all’uscita dalla tribuna. Gli occupanti del settore Distinti capirono subito la gravità dell’accaduto.
I giocatori erano entrati in campo in anticipo per il lancio dei fiori al pubblico e per i festeggiamenti preliminari. L’arbitro dell’incontro, il promettente bolognese Paolo Tubertini, si stava apprestando a lanciare la monetina con i due capitani per la scelta del campo quando, improvvisamente, si alzò un evidente falò dalla curva sud. “Secondo me erano stati venduti molti biglietti, - aggiunse l’arbitro dell’incontro - il pubblico era stipatissimo, uno spettatore sopra l’altro”.
E poi, quintali di carta per trarne coriandoli e supporti coreografici ed un caldo notevole.
Fu, forse, lo scoppio di un bengala a scatenare l’apocalisse, o un banale fiammifero. L’incendio divampò in un batter d’occhio. Qualcuno pensò ad un atto terroristico, una bomba probabilmente.
Arbitro e giocatori si avvicinarono alla curva incendiata e la scena fu agghiacciante: due donne erano diventate torce umane, alcuni cercavano di sfuggire alle fiamme buttandosi oltre il filo spinato, verso il rettangolo di gioco.
Alcuni furono salvati dalla rete di recinzione che attutì l’impatto con il terreno al momento del salto. Un bambino di dieci anni fu salvato dal gesto eroico di un adulto che, prima di allontanarsi dal rogo, riuscì a liberare il bambino, ormai destinato a morte sicura.
“Chiesi ai dirigenti locali dove fosse la chiave del cancelletto che separa la gradinata dal campo, - aggiunse l’arbitro Tubertini - ma questa chiave non saltava fuori. L’acqua è arrivata con un serio ritardo, il bocchettone presso la curva non funzionava e si è dovuto usare quello del centro del campo”. Solo la fortuna evitò un bilancio peggiore in termini di morti e feriti. Il Messaggero, nelle pagine dell’edizione marchigiana, parlò di soccorsi tempestivi.
Con sedici minuti di ritardo, Tubertini fischiò il calcio d’inizio. “Le due squadre erano d’accordo a giocare, anche i dirigenti”, affermò ai giornali il direttore di gara. La scelta di disputare l’incontro, come avverrà quattro anni dopo in una ancor più tragica giornata, quella dell’Heysel ’85, fu motivata da ragioni di ordine pubblico. Non far disputare la partita poteva creare ulteriori tensioni.
In campo regnava un’atmosfera mesta, i giocatori sembravano più attenti a captare novità sulle condizioni dei feriti che a fare la partita. Con lo 0-0 finale la Sambenedettese ottenne la promozione in B ma nessuno aveva voglia di festeggiare. Un pomeriggio di festa si trasformò in tragedia ed il dettaglio calcistico non contava più.
Tredici persone rimasero gravemente ustionate. Per loro fu necessario il trasferimento nei centri grandi ustionati sparsi per l’Italia: alcuni a Roma, altri a Cesena, Padova e Brindisi. Due ragazze di San Benedetto del Tronto persero la vita: Maria Teresa Napoleoni, 23 anni, deceduta all’alba del 13 giugno ’81, e Carla Bisirri, 21 anni, la cui agonia si protrasse per altri quattro giorni. Entrambe morirono nel “Centro Grandi Ustioni” dell'Ospedale Sant'Eugenio di Roma dove erano state ricoverate con ustioni del I, II e III grado sul 70% del corpo. La Napoleoni lavorava come segretaria in una ditta di calzature, la Pisirri aveva appena iniziato l’attività di parrucchiera.
Il bilancio finale del rogo del Ballarin fu di 2 morti, 64 ustionati (undici dei quali gravi) ed un centinaio di feriti. La più grande tragedia accaduta in uno stadio italiano di calcio. Una tragedia che portò, poco meno di otto anni dopo, alla condanna, tra gli altri, del presidente della Sambenedettese e di un commissario di polizia.
Il Comune, proprietario dello stadio, fu condannato, dai giudici del Tribunale di Ascoli Piceno, a risarcire i danni alle famiglie delle vittime. Un monito, per il futuro, ad avere grande attenzione verso la sicurezza degli spettatori negli stadi. Il sindaco di San Benedetto tuonò contro la sentenza poichè, all’epoca dei fatti, il Comune era proprietario dello stadio ma con la gestione affidata alla società calcistica, ad eccezione della manutenzione del manto erboso. Dei sedici imputati, quattordici vennero giudicati colpevoli di incendio ed omicidio colposo.
I vertici della Lega Calcio, nel commentare la sentenza dei giudici, parlarono di “forzatura”. Il vicepresidente juventino Chiusano chiarì che la condanna al presidente della Samb non poteva scaturire da un’eventuale responsabilità oggettiva che, pur riconosciuta dalla giustizia sportiva, era anticostituzionale in ambito penale.
Di quel 7 giugno ’81 c’è chi conserva, ancora oggi, la bandiera, il drappo portato allo stadio quel giorno per festeggiare la promozione della sua squadra del cuore e subito avvolto per sfuggire alle fiamme e ad una fine atroce in un pomeriggio che doveva essere di gioia e spensieratezza e che si trasformò in un giorno di morte.
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