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martedì 14 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 ottobre.

Il 14 ottobre 1980 la città di Torino si svegliò con un’invasione di 40mila persone in corteo nelle vie del centro. Erano i colletti bianchi e le tute blu, impiegati, quadri, ma anche operai della Fiat che sfilavano contro i picchettaggi che da 35 giorni impedivano di entrare in fabbrica. Ciò che caratterizzò quella marcia, nota come “La marcia dei quarantamila”, oltre al numero di partecipanti, fu la straordinaria capacità di organizzarla in una sola notte, con un giro di telefonate, e senza far trapelare nulla, lasciando il sindacato a bocca aperta. Da tempo, infatti, si era creato un braccio di ferro tra il sindacato e la Fiat, e, dopo scioperi interni in cui avvenivano anche minacce fisiche, si era deciso di picchettare, bloccando l’accesso all’azienda torinese.

La manifestazione, che divenne il simbolo della frattura tra i colletti bianchi e chi lavorava alla catena di montaggio, le tute blu, spinse il sindacato a chiudere la vertenza con un accordo favorevole alla Fiat, portando, inoltre, a un radicale cambio di relazioni tra grandi aziende e sindacati in Italia. Allo scopo di comprendere le motivazioni della marcia, bisogna ricordare che non era la prima volta che la Fiat metteva in cassa integrazione migliaia di dipendenti, soprattutto operai, e, quando capitò nuovamente il 5 settembre 1980, la reazione, dopo difficili trattative, sfociò nello sciopero con decorrenza immediata, cui fecero seguito il blocco dei cancelli di Mirafiori e il picchettaggio davanti agli accessi.

Il clou della protesta si verificò il 26 settembre di quell’anno, quando Enrico Berlinguer, a Torino per un comizio, espresse agli scioperanti il pieno appoggio del Partito Comunista Italiano e l’impegno a costringere il governo a dichiarare quale fosse la sua posizione in merito. Ciò che accadde il giorno dopo fu la sospensione, da parte della Fiat, delle procedure di licenziamento, e l’accordo con i sindacati per la messa in cassa integrazione di 24mila dipendenti, più l’uscita dal lavoro degli anziani tramite i prepensionamenti. Furono oltre 22mila gli operai di tutte le fabbriche del Paese che ricevettero gli avvisi di cassa integrazione ordinaria a zero ore fino al 31 dicembre, e, il conseguente picchettaggio a Mirafiori portò anche alla morte sul posto per infarto di un caporeparto di 48 anni, Vincenzo Bonsignore. Alla fine Fiat ritirò i licenziamenti, mantenendo però la cassa integrazione a zero ore per gli operai.

venerdì 6 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 6 giugno.

Il 6 giugno 1453, secondo la tradizione cattolica, ha luogo il Miracolo Eucaristico di Torino.

Questa storia inizia a metà del 1400 a Exilles, un paese della Val di Susa in cui è sita una poderosa fortificazione. Allora non era territorio sabaudo, bensì francese: era uno di quei paesi di confine che le vicende storiche portano a fortificarsi per respingere gli assalti ora di una ora dell'altra fazione.

Perciò spesso truppe piemontesi e savoiarde saccheggiavano la cittadina. E’ in questo incerto contesto che la notte del 3 giugno 1453 alcuni ladri entrarono nella chiesa del paese di San Pietro Apostolo e tra le altre cose sottrassero l’ostensorio custodito nel tabernacolo e nel cui interno era contenuta l’ostia consacrata. Dopo aver nascosto la refurtiva in un sacco di granaglie posto su di un mulo si diressero verso Torino dove intendevano venderla. E’ difficile capire se i ladri fossero professionisti che avevano approfittato della confusione o occasionali furfanti facenti parte di truppe mercenarie e irregolari. Attraversato l’incerto confine giunsero in Piemonte dove quei giorni vi era scarsa attività di polizia poiché l’epidemia di peste del 1451 (endemica in quegli anni ) serpeggiava e le guardie daziarie guardavano con riluttanza le merci in transito per la paura di contagiarsi con oggetti infetti. Cosi superarono facilmente il posto di controllo di Susa per poi nascondersi in un bosco nei pressi di Bussoleno per far riposare e pascolare l’animale.

Per sicurezza  transitarono per disagevoli viottoli campestri per evitare incontri con le guardie a cavallo. Sul loro mulo vi era una refurtiva che se scoperta li avrebbe condotti a morte certa con l’accusa di convivenza con il diavolo avendo recato offesa al corpo di Gesù. Evitarono la stazione di posta delle diligenze di Rivoli luogo di compravendite, poiché ritennero pericoloso trattare con i  ricettatori del luogo. Torino allora era una città rurale di circa 5000 abitanti dove maiali e galline giravano per le strade insieme a mandrie mucche e greggi di pecore. Ancora circondata dalle mura di origine romana conservava vie tortuose e selciate. Quattro erano le porte principali: Porta Castello già Decumana o Pretoria  (conglobata ora nel Palazzo Madama), Porta Segusina, posta all’incrocio fra via Garibaldi e Corso Siccardi, Porta Marmorea, situata all’incrocio fra via Santa Teresa e Arsenale e la Porta Palatina detta anche Doranea perché guardava verso la Dora, l’unica ancora esistente. Era un caldo pomeriggio quando entrarono in città da Porta Segusina. Percorsero un tratto di via Dora Grossa (l’attuale via Garibaldi),  e raggiunsero piazza San Silvestro o piazza del grano (oggi Piazza Corpus Domini).

Era il 6 giugno del 1453, qualche minuto prima delle cinque pomeridiane. A quel punto il mulo si bloccò sul posto ed a nulla valsero i tentativi di far rialzare l’ animale da parte dei ladri. Mentre la bestia subiva una bella dose di bastonate senza batter ciglio dal sacco di granaglie uscirono diversi oggetti preziosi  fra i quali l’ostensorio che miracolosamente cominciò a sollevarsi da terra fino all’ altezza del secondo piano delle case che circondavano la piazza.  

L’ostia sembrava un piccolo sole ed emanava raggi abbaglianti. Mentre si verificava questo singolare fenomeno, un ragazzo che si appurò fosse un chierichetto in duomo corse ad avvertire il vescovo Monsignor Ludovico dei marchesi di Romagnano che, dopo aver prelevato  un calice dalla cattedrale di San Giovanni, si diresse velocemente presso Piazza del Grano. Intanto l’ostia che era uscita dall’ostensorio ancora sospeso in aria lentamente scese verso il basso entrando nel calice che Monsignor Romagnano stringeva fra le mani. Grida e canti di gioia  segnarono la fine dello straordinario avvenimento. Approfittando della calca i ladri riuscirono a dileguarsi, prima di essere scoperti. Al miracolo assistettero molte persone che senza indugi confermarono il fatto. Si hanno i nomi di numerosi testimoni del miracolo registrati in un documento autenticato da un notaio e nell’archivio della confraternita dello Spirito Santo si conserva una relazione del fatto. Per ricordare lo straordinario evento fu posto sul sito un pilone commemorativo. Negli anni a seguire sul posto si registrarono numerosi miracoli. Nel 1510 il pilone venne demolito e fu costruita una chiesa, opera affidata all’architetto Michele Sanmicheli (1484-1559). L'oratorio del Sanmicheli, di piccole dimensioni (tre arcate di lunghezza totale inferiore a 11 metri, 6 metri e mezzo di altezza e 3,30 di profondità, con un altare centrale) venne completato nel 1529, per essere poi distrutto nel 1609 per far posto a una chiesa più grande.

Infatti per sciogliere un voto fatto dalla città di Torino in occasione dell’ epidemia di peste del 1598, nel 1603 si diede inizio alla costruzione dell’attuale basilica. Il cantiere fu affidato ad Ascanio Vitozzi che già stava ridisegnando Torino per volontà del duca Carlo Emanuele I di Savoia. L’interno ad unica navata termina con il maestoso altare maggiore realizzato nel 1664 da Francesco Lanfranchi.

 Suggestivo è l’utilizzo di marmi rossi e neri con inserti di bronzo dorato e colonne tortili. Alla facciata in marmo scandita da tre ordini e decorate con statue di Bernardo Falconi lavorò anche Amedeo di Castellamonte.  Quasi al centro della chiesa, circondata da una cancellata di ferro battuto, si trova la lapide scritta in latino dettata da Emanuele Thesauro (1592-1675) e che ricorda il miracolo dell’ ostia:

Qui cadde il giumento che trasportava

Il corpo divino

Qui la sacra ostia scioltasi dai lacci

Si librò nell'aria

Qui nelle mani supplichevoli dei torinesi

Discese clemente

Qui dunque il luogo sacro al prodigio

Memore supplice chino

Venera e temi

Il 6 di giugno dell'anno del Signore 1453

Il futuro Santo Giuseppe Benedetto Cottolengo il 2 settembre del 1827 in questa chiesa ebbe l’intuizione dalla quale scaturì l’istituzione indissolubilmente legata al suo nome, cioè la Piccola Casa della Divina Provvidenza; egli iniziò la sua opera davanti alla chiesa in una casa detta della Volta Rossa.  A questa storia se ne è aggiunta un altra più recente: il calice in argento del suddetto miracolo che aveva raccolto l’ostia, dalla forma semplice, dotato di un’elegante bolla sullo stelo e un piede a base esagonale era conservato fino agli anni quaranta del novecento nella chiesa del Corpus Domini; fu nascosto da un premuroso sacerdote (il prevosto del capitolo del duomo, il canonico Don Luigi Benna),  che ritenne di metterlo al sicuro. Individuò pare un punto sicuro del Duomo di Torino, fece scavare in una parete una piccola nicchia sufficiente a contenere la reliquia, poi fece murare il nascondiglio. Nel dicembre del 1944 il sacerdote venne colto da morte improvvisa per polmonite senza aver rivelato a nessuno, almeno fra quanti oggi potessero ricordarlo, il punto in cui il calice era stato occultato e cosi da allora non si ha più notizia di dove sia finito o dove sia stato nascosto. Questo è Il "Graal" torinese, che aspetta ancora di essere ritrovato. Speriamo un giorno di poterlo ritrovare.

martedì 3 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 3 giugno.

Il 3 giugno 2017 in piazza San Carlo, a Torino, oltre 30mila persone si sono date appuntamento per assistere alla proiezione della finale di Champions League tra bianconeri e Real Madrid, in programma a Cardiff. 

Alle 22.15, il  Real Madrid segna il terzo gol: la delusione in piazza San Carlo è grande. La Juventus è sotto per 3-1 e sta per dire addio al sogno di conquistare la Champions League.  Quattro giovani approfittano dello scoramento dei tifosi per tentare una rapina con lo spray urticante. Uno di loro poggia il dito sulla bomboletta che ha portato da casa e spruzza in aria una sostanza urticante che colpisce le persone che gli sono accanto. Lo spray al peperoncino spruzzato in aria provoca la fuga delle persone che si trovano accanto ai quattro rapinatori. È il panico: a migliaia cercano di scappare dalla piazza ma molti di loro cadono a terra e vengono calpestati dalla folla impazzita.

I rapinatori fuggono a loro volta ma vengono ripresi dalle telecamere: le tracce si perdono in via XX Settembre. In piazza c'è sangue ovunque. Nessuno dei presenti, quasi tutti ragazzi, sa spiegare cosa sia davvero accaduto. C'è chi parla di un attacco terroristico, qualcuno addirittura sostiene di aver udito frasi pronunciate in arabo. 

l bilancio è da incubo: oltre 1500 feriti, alcuni gravissimi. Fra questi Erika Pioletti, 38 anni, in piazza per vedere la partita insieme al compagno. Erika morirà in ospedale dopo dodici giorni di agonia. Un’altra donna, Marisa Amato, morirà il 25 gennaio 2019 per le ferite riportate in piazza: era rimasta tetraplegica.

Dieci le persone colpite - dopo alcuni mesi dalla tragedia - dai provvedimenti dell’autorità giudiziaria torinese nell’ambito dell’inchiesta. Per sei scattò la custodia cautelare in carcere. Si tratta di una banda di giovani tra i 18 e i 20 anni. Quattro dei dieci, erano presenti in piazza San Carlo la sera del 3 giugno. Il primo a confessare è stato Sohaib Bouimadaghen, nato a Cirié nel 1998, cittadino italiano residente a Torino.  Gli indagati, inizialmente 21, sono diventati 15, accusati di omicidio, lesioni e disastro colposi. Tra i primi vertici istituzionali ad essere coinvolti nell’inchiesta anche la allora sindaca di Torino Chiara Appendino, il suo ex capo di gabinetto Paolo Giordana, l’ex questore di Torino Angelo Sanna, il suo ex capo di gabinetto Michele Mollo e i dirigenti di Turismo Torino, l’ente comunale che materialmente organizzò la manifestazione: il presidente Maurizio Montagnese e il suo vice Danilo Bessone.

Per i fatti del 3 giugno a Torino ci sono stati più tronconi di indagine. Il complesso processo è iniziato nel 2018. Il 17 maggio 2019, i ragazzi responsabili dello scatenarsi del panico a scopo di rapina sono stati condannati a 10 anni di carcere dal Tribunale di Torino per omicidio preterintenzionale.

Per Chiara Appendino e Paolo Giordana la corte d'assise d'appello di Torino il 20 gennaio 2025 ha confermato le condanne e disposto una pena di un anno, 5 mesi e 23 giorni di carcere.

venerdì 16 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 maggio.

Il 16 maggio 1884 Angelo Moriondo deposita il brevetto per la macchina del caffè espresso.

Il caffè espresso italiano, quello che la maggior parte di noi beve almeno uno volta al giorno e conosciuto in tutto il mondo, è nato nella città di Torino. Non parliamo di varietà di caffè o di particolari miscele, ma della macchina che ha dato vita al tanto amato caffè espresso all’italiana.

All’ombra della Mole, nel 1884, il torinese Angelo Moriondo diede vita al primo caffè espresso della storia. Moriondo discendeva da una famiglia di imprenditori che si occupava principalmente di liquori e cioccolato (il padre, Giacomo, fondò insieme al fratello e al cugino la fabbrica di cioccolato “Moriondo & Gariglio” che fu fornitore ufficiale della Real Casa Savoia tanto da trasferirsi nel 1870 a Roma al seguito dei sovrani ).

Angelo Moriondo si occupava anche di ristorazione essendo proprietario del Grand-Hotel Ligure in piazza Carlo Felice e dell’American Bar nella Galleria Nazionale di via Roma. Proprio le esigenze legate alla ristorazione lo spinsero ad ideare una macchina per produrre caffè in modo più rapido per poter rispondere in maniera più efficiente alla fretta della clientela in alcuni momenti della giornata.

Nella macchina per il caffè espresso ideata dall’imprenditore torinese l’acqua veniva fatta bollire e poi, attraverso un sistema di serpentine, raggiungeva il contenitore con il caffè. L’acqua veniva dunque portata in pressione consentendo di preparare la calda bevanda italiana in modo molto più rapido. Come riportano le cronache del tempo, con questa geniale macchina si potevano fare ben 10 tazze di caffè ogni 2 minuti e fino a 300 tazze in un’ora (Gazzetta Piemontese del 24 luglio 1884). Da qui l’appellativo di “espresso”. Il caffè risultava più concentrato e, dunque, conservando meglio gli aromi ed i profumi, ancora più gustoso. Un vero successo al salone che valse a Moriondo la medaglia di bronzo.

Moriondo costruì la prima macchina per il caffè espresso in collaborazione con il meccanico Martina e depositò il primo brevetto il 16 maggio del 1884. Successivamente furono fatte altre migliorie e depositati altri brevetti fino ad ottenere il brevetto internazionale. Moriondo, tuttavia, non sfruttò mai la sua idea per commercializzarla preferendo creare artigianalmente solo alcuni esemplari utilizzati nei suoi esercizi commerciali. Forse per questa ragione il suo nome non è così famoso, ma fu proprio lui ad inventare la macchina che ha rivoluzionato una delle abitudini più diffuse degli italiani.

Successivamente, nei primi anni del XX secolo, il milanese Desiderio Pavoni acquistò tutti i brevetti ed iniziò la produzione in serie di queste macchine fondando la Ditta Pavoni. La diffusione fu rapida ed il successo enorme.

Nel corso degli anni sono state create tantissime macchine per il caffè espresso, sempre più belle e sofisticate, in grado di soddisfare la sempre maggiore richiesta di questa bevanda ormai irrinunciabile per gli italiani (e non solo). Il meccanismo di tutte queste macchine è sempre quello nato a Torino nella seconda metà dell’Ottocento dall’idea di Angelo Moriondo. Insomma, c’è un po’ di Torino in ogni tazzina di caffè espresso che ogni giorno si beve in Italia e nel mondo.

 

mercoledì 14 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 maggio.

Il 14 maggio 1706 le forze francesi giungono nella pianura a nord di Torino e si schierano sulla Dora dal castello di Lucento al Po sotto il comando del La Feuillade e del generalissimo Vendôme. Da lì a poco inizierà l'assedio di Torino.

La storia del Piemonte è in genere assai poco conosciuta se non per alcuni fatti entrati nella leggenda o nell'iconografia. Dell'assedio di Torino e della battaglia che lo concluse si ricorda per esempio la morte di Pietro Micca in una galleria sotterranea della cittadella o la salita a Superga di Vittorio Amedeo II e del principe Eugenio che guardano dall'alto la città assediata. In realtà questi episodi acquistano un ben maggiore significato se si conosce anche la loro posizione storica e si studia quel periodo molto particolare in cui il Piemonte, che allora si identificava in gran parte con il ducato di Savoia, poté influenzare gli equilibri europei dell'epoca e contribuì a determinare l'assetto politico italiano di quel secolo e del successivo.

All'inizio del 1700 il quadro europeo era dominato da due grandi dinastie: da un lato i Borboni rappresentati dal Re Sole Luigi XIV e dal nipote Filippo d'Angiò, divenuto proprio allora re di Spagna, dall'altro gli Asburgo, imperatori d'Austria e Ungheria. Gli altri paesi si collegavano a seconda delle circostanze con l'una o con l'altra. Sia i Borboni, in particolare il Re Sole, sia gli Asburgo tentavano di estendere la propria influenza e consideravano indispensabile in questo senso il dominio sul Nord Italia.

In tale contesto il ducato di Savoia, piccolo ma militarmente efficiente e retto da una dinastia ben radicata nella popolazione e in grado quindi di garantire stabilità politica ed economica, assumeva un ruolo determinante per mantenere l'equilibrio tra le maggiori potenze o spostarlo in una direzione o nell'altra.

L'ascesa al trono di Filippo d'Angiò che era succeduto a Carlo II di Spagna morto senza eredi colse di sorpresa le potenze europee e radicalizzò i contrasti tra le nazioni perché di fatto comportava l'unificazione dei regni francese e spagnolo e favoriva quindi la Francia e la sua politica espansionistica.

Si poneva inoltre il problema della spartizione dei territori dell'impero spagnolo il cui smembramento era stato deciso molto prima della morte di Carlo II, sui quali molte nazioni tra cui il ducato di Savoia accampavano i propri diritti. La guerra, che fu detta di successione spagnola, divenne inevitabile.

Intorno all'imperatore d'Austria Leopoldo I si formò la Grande Alleanza dell'Aia in cui erano comprese anche l'Inghilterra, l'Olanda e alcuni principi tedeschi. Dall'altra parte erano schierati inizialmente la Francia, la Spagna e il Portogallo insieme con la Baviera e il ducato di Savoia che successivamente cambiarono campo.

La posizione del ducato di Savoia di Vittorio Amedeo II, chiuso tra le due aree borboniche della Francia e del possedimento spagnolo di Milano, lasciava scarsa possibilità di manovra e la scelta iniziale di appoggiare i Borboni era dettata soprattutto dal fatto che i ripetuti tentativi di giungere ad un accordo con l'imperatore sul possesso di alcuni territori, in particolare del Milanese, non avevano avuto alcun esito. In realtà già dal 1686, anno della sua ascesa al trono, il Duca aveva tentato invano di staccarsi dalla pesante tutela del potente vicino che condizionava anche le sue scelte di politica interna e minacciava continuamente di assorbirlo. Comunque l'alleanza con i Borboni fu conclusa, col suggello del matrimonio di Filippo V con Maria Luisa, la figlia minore del duca, e il 6 aprile 1701 fu firmato un trattato di alleanza.

Vittorio Amedeo, nominato capo supremo di tutto l'esercito borbonico in Italia, continuò però a mantenere contatti segreti con Leopoldo d'Austria.

All'inizio i Borboni occuparono i territori spagnoli in Lombardia senza trovare opposizione alcuna.

Alla fine di maggio tuttavia il principe Eugenio di Savoia, generale dell'imperatore, attraversò le Alpi a capo di un esercito di 30.000 uomini e costrinse i nemici a retrocedere. All'inizio di settembre a Chiari si scontrò vittoriosamente con l'esercito avversario e lo costrinse a ritirarsi fino quasi a Milano.

Vittorio Amedeo, che aveva combattuto questa battaglia a capo dell'esercito borbonico, fu accusato di fare il doppio gioco e di essere in contatto con il cugino e fu di fatto sostituito nella sua carica da Filippo V.

Il comandante delle truppe franco-spagnole dell'Italia settentrionale, il generale Catinat, venne sostituito a sua volta dal duca di Vendôme. L'esercito fu riorganizzato e a partire dall'estate del 1702 recuperò una buona parte dei territori perduti. A questo punto si era fatta precaria la posizione dell'imperatore, che in quel periodo doveva anche domare una rivolta che dilagava in Ungheria. Egli si convinse quindi della necessità di staccare dall'alleanza borbonica il duca di Savoia in cambio di concessioni territoriali sull'eredità spagnola. Anche le potenze marittime alleate, l'Inghilterra e l'Olanda, premevano in questa direzione, perché entrambe consideravano l'accordo con il Piemonte il fattore indispensabile per la vittoria in Italia e la conseguente espansione navale nel Mediterraneo.

I colloqui dell'inviato segreto di Leopoldo con Vittorio Amedeo si intensificarono dopo i rovesci dell'estate del 1702 e della successiva campagna del 1703. Nel luglio del 1703 si arrivò a delle trattative per un patto di alleanza in cui al duca di Savoia venivano riconosciute concessioni territoriali come compenso dei suoi diritti all'eredità spagnola. Vittorio Amedeo chiese anche dei sussidi per le spese militari che gli vennero concessi dal governo inglese e da quello olandese. La firma della bozza d'accordo avvenne nel novembre 1703 ma solo nel giugno 1704, dopo lunghe trattative, si giunse alla ratifica dell'accordo definitivo che prevedeva l'acquisizione del Monferrato, dell'area lombarda compresa tra Alessandria e Valenza, della Lomellina e della Valsesia ed eventualmente del Vigevanese. Alla difesa del ducato avrebbe collaborato un esercito di 20.000 soldati imperiali.

Le trattative tra il duca e l'imperatore non erano passate inosservate e Luigi XIV, comprendendo che la rottura con i sabaudi era imminente, dette ordine al Vendôme di agire di conseguenza.

Il 29 settembre 1703 a San Benedetto Po 4.500 dei migliori soldati del duca vennero catturati e disarmati. Venti giorni dopo il generale Vendôme raggiunse Casale e richiese il disarmo totale dei suoi reggimenti e la consegna dei forti di Cuneo e Verrua in pegno di fedeltà alla Francia. Pertanto il 24 ottobre Vittorio Amedeo dichiarò guerra alla Francia. Gli eserciti francesi si prepararono ad invadere il ducato e la guerra di successione dilagò anche in Piemonte.

Il patto garantì a Vittorio Amedeo gli aiuti di cui aveva estremo bisogno ma la situazione era comunque molto rischiosa e metteva in gioco la sopravvivenza stessa del suo stato, poiché l'obiettivo di Luigi XIV era ormai il dominio totale del Piemonte e la distruzione del suo esercito. I francesi cercarono perciò di isolare le forze sabaude da quelle imperiali in Lombardia. Ciononostante un corpo di truppe imperiali comandate dal conte Staremberg riuscì con marce forzate a raggiungere il Piemonte e il 12 gennaio 1704 a Canelli si congiunsero con i piemontesi comandati dal Parrella. L'arrivo dello Staremberg e dei suoi 14.000 soldati permise al duca di aumentare i reparti a sua disposizione e impedì l'immediata occupazione del Piemonte. La maggior parte dei reggimenti perduti fu velocemente ricostituita con le reclute della milizia. Vennero inoltre reclutate delle compagnie di irregolari valdesi, due reggimenti di truppe protestanti (principalmente ugonotti esiliati) ed altri due di mercenari svizzeri e tedeschi, con il che Vittorio Amedeo si trovò a comandare un esercito piuttosto efficiente che con le truppe dello Staremberg arrivava a quasi 35.000 uomini. Si poneva però il problema del suo mantenimento, che non poteva essere sostenuto per molto tempo dalle finanze del duca. I sussidi arrivarono, come era stato stabilito dal trattato con l'imperatore, dall'Inghilterra e dall'Olanda in cambio di garanzie di tolleranza per i valdesi e gli altri gruppi protestanti delle aree sabaude e di alcuni accordi commerciali. Vittorio Amedeo riuscì a mantenere i contatti con gli alleati attraverso la Svizzera e ricevette i loro sussidi con l'aiuto dei banchieri di Ginevra.

A partire dall'estate del 1704 viene messa in atto l'invasione del Piemonte da tutti i fronti.

In giugno l'esercito francese comandato dal duca de la Feuillade dopo aver occupato la Savoia, passò le Alpi dal Moncenisio, conquistò Susa e le vallate circostanti e ottenne la resa di Pinerolo. L'esercito del Vendôme unitosi con altre forze francesi giunte dal Piccolo San Bernardo occupò rapidamente Ivrea e la Valle d'Aosta interrompendo tutte le comunicazioni con la Svizzera, con il che si bloccarono anche le sovvenzioni che il duca riceveva dalle potenze marittime.

All'inizio dell'inverno assediò la fortezza di Verrua che resistette validamente e si arrese solo sei mesi dopo. Per tutto l'inverno il Piemonte occupato subì le scorrerie dei soldati francesi che misero a dura prova la possibilità di sopravvivenza nelle campagne. Nel marzo 1705 il La Feuillade occupò il Nizzardo dove resistette per molti mesi soltanto la cittadella. Nell'estate il Vendôme conquistò le fortezze di Crescentino e di Chivasso e poi si spostò in Lombardia per fronteggiare l'avanzata degli imperiali del principe Eugenio e lo sconfisse a Cassano d'Adda il 16 agosto.

Ritornò quindi in Piemonte per iniziare l'assedio di Torino ricongiungendosi con l'esercito del La Feuillade che già dall'8 agosto era accampato a Venaria Reale e stava bloccando la città. Insieme annunciarono a Versailles l'imminente caduta della piazzaforte. Nel settembre La Feuillade tenne Torino per sei giorni sotto un fuoco continuo di cannoni e di mortai ma non riuscì a scalfire le sue ottime difese e la capacità di resistenza del presidio militare e dei cittadini. Nel mese di ottobre i generali francesi decisero quindi di ritirarsi per procurarsi nuovi mezzi per l'assedio, anche perché il sopraggiungere della stagione invernale rendeva più difficili tutti i movimenti.

Malgrado questa tregua la situazione di Vittorio Amedeo era disperata. Quando nel dicembre caddero le fortezze di Nizza e di Montmélian in Savoia si trovò circondato da ogni lato e nell'impossibilità di ricevere aiuti dagli alleati, con un esercito dimezzato che non riceveva ormai nessuna paga e quindi si autofinanziava con scorrerie e saccheggi. La situazione si sbloccò solo con le vittorie degli inglesi e degli imperiali nelle Fiandre, che costrinsero Luigi XIV ad allentare la pressione sull'Italia e permisero invece agli alleati di potenziare l'esercito di Eugenio di Savoia che dalla Lombardia doveva portare aiuto al Piemonte assediato.

Comunque l'esercito che il 13 maggio arrivò a Torino sotto il comando del duca de La Feuillade e del generalissimo Vendôme era formidabile e munito di un gran numero di cannoni, mortai e pezzi d'artiglieria. Contro il parere del generale Vauban, che l'anno precedente aveva fatto un piano per un'azione dalla parte della collina, i due comandanti francesi preferirono attaccare dalla parte della cittadella e cominciarono dei massicci lavori di scavo per passare sotto le mura fortificate attraverso gallerie e giungere direttamente al cuore della piazzaforte. Le fortificazioni di Torino però, iniziate già nel 1564 per volere del duca Emanuele Filiberto e potenziate nel corso dei due secoli, erano state costruite proprio in vista di attacchi di questo genere. Sotto la superficie della città e per un buon tratto anche fuori delle mura, si svolgeva su due piani sovrapposti una fitta rete di gallerie e camminamenti sotterranei che dovevano permettere ai difensori li intercettare i lavori di scavo nemici e far saltare le batterie di breccia piazzate in superficie. Secondo la ricostruzione fatta dal generale Amoretti, al momento dell'assedio la rete di gallerie raggiungeva un'estensione di ventuno chilometri e la profondità di quattordici metri, la massima possibile, il che rendeva la piazzaforte inespugnabile dal basso. In questo labirinto vigilavano giorno e notte i minatori pronti ad intervenire al primo segno di irruzione nemica, come fece Pietro Micca che nella notte tra il 29 e il 30 agosto rimase sepolto nel crollo di un fornello di mina fatto esplodere per bloccare il passaggio di una pattuglia francese. Fu per questo che gli assedianti, benché raggiungessero spesso delle posizioni avanzate in superficie, in realtà non poterono mai trarne un reale vantaggio e subirono gravissime perdite.

Nei due mesi successivi Torino subì un assedio durissimo in una condizione di assoluto isolamento che rendeva molto problematica la sua possibilità di resistenza soprattutto per la difficoltà del rifornimento di polvere e munizioni. Il duca ne era uscito alla metà di giugno, quando aveva avuto notizia che il cerchio nemico era stato chiuso e le strade stavano per essere bloccate. Lasciò in città un presidio di circa 10.500 soldati al comando del generale Daun, oltre alla milizia urbana formata da 5.000 uomini e partì per raggiungere la sua cavalleria e compiere azioni dall'esterno con cui alleggerire la pressione sugli assediati in attesa dei rinforzi del principe Eugenio. Per tutto il mese di luglio compì continue irruzioni sulla città e sulle linee francesi di rifornimento eludendo i tentativi del La Feuillade di catturarlo e tentò anche vanamente di far giungere rifornimenti di polvere al generale Daun. Nel frattempo il Vendôme era stato inviato in Fiandra ed era stato sostituito con il duca di Orléans. Questi giunse alla fine di agosto e insieme al La Feuillade intensificò gli assalti per conquistare Torino prima dell'arrivo dell'esercito imperiale. Ma la città non cadde e finalmente il 29 agosto, quando ormai gli abitanti erano alle fame e le polveriere vuote, le truppe di Eugenio di Savoia arrivarono a Carmagnola e si congiunsero con quelle di Vittorio Amedeo.

Insieme salirono sulla collina di Superga e decisero il piano d'attacco che teneva conto della loro inferiorità numerica (30.000 uomini contro i 41.000 dei francesi). Due giorni dopo condussero l'esercito da Carmagnola verso lo schieramento francese attestandosi tra Venaria e Lucento, nel punto più debole delle linee d'assedio francesi che per un errore inspiegabile li lasciarono passare. Di qui il 7 settembre i corpi prussiani e la cavalleria imperiale di Eugenio andarono all'assalto e dopo diverse ore di duri scontri in cui lo stesso duca d'Orléans rimase ferito riuscirono a conquistare un punto d'appoggio nelle trincee nemiche. Vittorio Amedeo alla testa della sua cavalleria ruppe le linee francesi e contemporaneamente il presidio di Torino uscì dalla città. A questo punto gli assedianti si sbandarono e si dispersero, poi si ritirarono verso ovest, abbandonando tutto il materiale bellico. L'assedio di Torino era terminato, il Piemonte fu liberato da un'invasione e la una guerra che l'avevano ridotto allo stremo non solo per gli scontri militari ma soprattutto per le devastazioni operate per anni nelle campagne dagli eserciti nemici e da quelli alleati.

Nel 1713 ad Utrecht venne firmato un trattato che riconosceva a Vittorio Amedeo gli ampliamenti territoriali già pattuiti, come il Monferrato ed altri territori lombardi, e in più gli concedeva anche la Sicilia e con essa il titolo regio. Con il che il suo stato, pur piccolo, si inseriva di diritto in mezzo alle grandi potenze, con la possibilità di intervenire in maniera autonoma nella gestione della politica europea. Tuttavia la battaglia di Torino e l'esito favorevole ai Savoia della guerra di successione spagnola ebbero conseguenze che andarono oltre i confini del Piemonte, poiché costrinsero definitivamente i Borboni a rinunciare al potere in Lombardia e posero un freno alle mire espansionistiche del Re Sole. Furono invece gli Asburgo a imporre il loro predominio, che avrebbe condizionato la storia europea per un secolo e mezzo.

Intanto il Piemonte oltre al proprio ruolo nella storia aveva ormai conquistato la sua identità di nazione e il suo spirito di popolo. 

giovedì 13 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 febbraio.

Il 13 febbraio 1983 l'incendio del Cinema Statuto a Torino provoca la morte di 64 persone.

Il 13 febbraio del 1983 era un giorno buio per la città di Torino. Una tipica domenica pomeriggio d’inverno, fuori la neve alta ricopriva le strade e la città un po’ dormiva e un po’ festeggiava il carnevale. Tutti i torinesi conoscono i fatti di quel giorno, ne abbracciano ancora lo sgomento. Sessantaquattro persone morte in pochi istanti di terrore

 Al cinema si proiettava un film comico: La Capra con Gérard Depardieu, ma dopo pochi minuti dall’inizio non si rise più. Un corto circuito provocò delle scintille che diedero fuoco ad una tenda, quella che separava il corridoio di destra dal quale si accedeva in platea che, cadendo, diede fuoco alle sedie adiacenti. Tanto fumo, tanto buio.

Le persone urlavano, cercavano di scappare. Erano circa 100 gli spettatori presenti quella sera al Cinema Statuto, in via Cibrario. Nonostante una delle vie d’uscita principali fosse invasa dalle fiamme, alcuni di loro riuscirono a mettersi in salvo recandosi alle varie uscite di emergenza, ma le trovarono quasi tutte chiuse. Cinque uscite su sei erano chiuse a chiave per evitare l’ingresso di persone senza biglietto dall’esterno. Le mani battenti sulle porte risuonano ancora. Il gestore, nell’atrio della biglietteria, sentì quelle mani che, freneticamente, sferravano colpi, ma decise di non accendere la luce per evitare il panico. Decisione fatale. Il buio, il fuoco, le porte bloccate e, sullo schermo, ancora il film. Intanto le persone in galleria, non si accorsero di nulla se non quando ormai era troppo tardi. Morirono tutti; molti corpi furono ritrovati ancora seduti, due fidanzati di vent’anni abbracciati, molti ammassati nei bagni, nel tentativo di ripararsi dalle fiamme. In galleria non si vide il fuoco, arrivò solo il fumo, quello tossico, quello assassino.

La combustione dei vari materiali usati per l’arredamento e quella del tessuto che ricopriva le poltrone emanò ossido di carbonio e acido cianidrico. La galleria si trasformò in una camera a gas e bastarono meno di tre minuti per far spegnere tutte quelle vite. Un mese prima, raccontò Raimondo Capella, proprietario del cinema, erano stati fatti tutti i controlli necessari per rendere “sicuro” quel posto. Era stato, infatti, ristrutturato da poco e i lavori erano stati diretti dal geometra Amos Donisotti, che aveva già curato la ristrutturazione di molti cinema.

Ai controlli effettuati da una Commissione di esperti, non fu riscontrata nessuna anomalia: il cinema era, sotto ogni aspetto, a norma di legge e fu rilasciata una regolare certificazione che attestava la totale sicurezza del luogo. Ma dopo questo nefasto evento ci si rese conto che la legge stessa era sbagliata. I maniglioni antipanico già esistevano, ma non erano obbligatori. La norma che sanciva la presenza di uscite di sicurezza nei luoghi pubblici affermava solo che esse dovevano essere nella condizione di poter essere aperte, il ché non escludeva la chiusura a chiave della porta perché avendo la chiave è possibile comunque aprirla. Da quel momento in poi cambiò radicalmente l’idea di sicurezza e l’Italia intera cominciò un’opera di risanazione dei luoghi pubblici. Ovviamente sempre dopo una tragedia. Ma cosa scatenò l’incendio quel triste pomeriggio? Le indagini intraprese dagli inquirenti si diressero su vari fronti.

Fu un processo difficile. Furono condannati definitivamente 6 persone degli 11 imputati, tra cui il proprietario (una condanna a 8 anni, ridotta poi a due), il geometra, il tappezziere e una maschera. Il reato: omicidio colposo plurimo. Quanta reale responsabilità ci sia poi dietro questa tragedia è tutta da vedersi. Se esperti ingegneri, geometri, elettricisti avevano certificato la “sicurezza” di quel posto,  quanta responsabilità attribuire al proprietario, uomo semplice e morto, qualche anno fa, mangiato dalla colpa? Quell’evento ha cambiato l’idea di sicurezza nei luoghi pubblici, è vero, ma una cosa che ancora oggi nei vari corsi sulla sicurezza che si propongono a dipendenti pubblici e privati (e che, diciamocela tutta, il più delle volte annoiano) non si affronta quasi mai è la gestione del panico, la capacità delle persone di fronteggiare le situazioni di emergenza. Le nozioni tecniche aiutano fino ad un certo punto. Il temperamento personale e la capacità di reagire alle situazioni di pericolo in modo ottimale fa il resto. Raimondo Capella è stato assolutamente incapace di fronteggiare una situazione di emergenza. Non era in grado, non era stato formato per questo. E probabilmente questa è stata la causa principale di tutte quelle morti. Ma siamo sicuri che, però, il cortocircuito sia stato accidentale? L’impianto elettrico era a norma, ogni filo completamente rivestito. Fuori nevicava, è probabile ci sia stata un’infiltrazione d’acqua che l’abbia causato. Ma perché gli investigatori per molto tempo non abbandonarono l’idea che fu un piromane? Nel giugno del 1982 ben tre cinema torinesi erano stati incendiati dolosamente. Non fu mai trovato nessun collegamento con l’incendio del Cinema Statuto. C’è un’altra cosa che non torna in tutta questa vicenda. In riferimento all’ interrogatorio sostenuto durante le indagini, l’ex proprietario dirà in un’intervista al giornale la Repubblica, testuali parole «In questura le domande me le faceva la dottoressa De Martino. Ma alle sue spalle c´era il procuratore capo Bruno Caccia. Quando raccontai di quell´ispezione, fu proprio Caccia ad ordinare l´immediato sequestro del rapporto. Andarono in Prefettura. Ricordo ancora le sue parole precise: “E´ andata bene che siamo andati subito – disse – il fascicolo era già fuori posto”. Qualcuno voleva farlo sparire».

Quell’ispezione a cui si riferisce l’uomo è appunto quella effettuata dagli esperti un mese prima dell’incendio. Era il 1983. Erano gli anni di piombo. Gli anni del terrorismo e della corruzione. Gli anni in cui la legalità era ancora un’utopia di pochi magistrati che combattevano per essa. L’omicidio colposo è un reato che spesso lascia attonito anche chi lo commette. La colpa c’è, ma spesso anche il senso di colpa. Raimondo Capella si è ridotto al lastrico pur di ripagare tutte le famiglie delle vittime, costituitesi parti civili. Per la commissione di vigilanza che aveva emesso il referto, nessuna condanna. A favore dei membri, infatti, nel 1995, si pronunciò la Corte dei Conti.

 I fatti però ci dicono che alle ore 18.15 del 13 febbraio 1983 sessantaquattro persone sono morte. La legge ci dice che la colpa è del caso e punisce la negligenza perché non può punire il destino. E Torino ricorda ancora i 64 corpi inermi allineati sul marciapiede di Via Cibrario.

lunedì 10 febbraio 2025

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 10 febbraio.

Il 10 febbraio 2006 si inaugurano i Giochi Olimpici Invernali di Torino.

Venerdì 10 febbraio 2006. Erano passate da poco le 20, quando, con un colpo di maglio, Yuri Chechi dava inizio alla Cerimonia d’apertura della XX edizione dei Giochi Olimpici invernali. Un momento che presto sarebbe entrato nella storia. Torino e il Piemonte si trovarono improvvisamente al centro del mondo, con un successo in termini promozionali e d’immagine che proseguì ben oltre le settimane di gare, rafforzato dai risultati delle Paralimpiadi.

Eppure la candidatura per organizzare l’Olimpiade era partita quasi per scommessa, sull’entusiasmo dei Mondiali di sci alpino 1997 di Sestriere. Tra i fautori di un progetto che all’inizio era stato considerato quasi un azzardo, il generale dei Carabinieri Franco Romano. L’idea venne incoraggiata dall’avvocato Giovanni Agnelli e il dossier olimpico prese forma fino alla vittoria finale, ottenuta durante l’assemblea plenaria del Comitato olimpico internazionale tenutasi il 19 giugno 1999 a Seul, quando il presidente Samaranch pronunciò le parole “The winner is Torino”.

Ottenere l’organizzazione dei Giochi a scapito della favorita svizzera Sion fu un successo anche della nostra diplomazia sportiva, oltre che di un dossier accattivante per i suoi contenuti innovativi e per il coinvolgimento di una metropoli e della sua corona di montagne: Torino e dieci sedi alpine di gara o di allenamento nelle valli Susa e Chisone.

Sul piano sportivo, le emozioni per l’Italia non sono state poche: le imprese di Armin Zoeggeler nello slittino, di Enrico Fabris nei 1500 metri e della squadra azzurra nell’inseguimento a squadre del pattinaggio di velocità e dei fondisti, la medaglia nella staffetta 4x10 km e l’inebriante trionfo di Giorgio Di Centa nella 50 km. Come sono indimenticabili le cerimonie di apertura e chiusura nello Stadio Olimpico di Torino: spettacoli di musiche, colori e scenografie, una bambina che canta l’inno di Mameli, l’esibizione di grandi artisti.

A Sergio Chiamparino, allora sindaco di Torino, brillano gli occhi quando si ricorda quel periodo: “Avverto ancora l’emozione di aver vissuto un’esperienza straordinaria, iniziata con il ritiro della bandiera a cinque cerchi a Salt Lake City e culminata con la sua consegna agli organizzatori di Vancouver 2010. Mi rimangono la soddisfazione e l’orgoglio per aver contribuito a realizzare un evento che ha comportato un salto di qualità nella percezione a livello internazionale di Torino e del Piemonte e che ha lasciato alla città e al territorio una cospicua eredità”.

“I vari palazzetti del capoluogo - puntualizza Chiamparino - sono stati da subito impiegati per grandi eventi, concerti, convention e manifestazioni sportive. Il villaggio olimpico è per metà adibito ad abitazione ed è sede dell’Arpa, l’altra metà dovrà essere ristrutturata e la sua vicinanza con il grattacielo della Regione e il nuovo Parco della Salute e della Scienza ne farà una collocazione ambita. Forzando l’indebitamento della Città al limite consentito si sono potuti effettuare importanti investimenti a livello culturale e costruire la linea 1 della metropolitana, che si attendeva da decenni e che senza le Olimpiadi forse non sarebbe mai stata realizzata. Mi rendo conto che la gestione degli impianti montani ha comportato invece alcuni problemi”.

Ma il presidente non dimentica quella che definisce “l’eredità immateriale: è sotto gli occhi di tutti che il turismo a Torino e in Piemonte è cresciuto proprio grazie al nuovo posizionamento internazionale dovuto alle Olimpiadi, che hanno consentito di far conoscere ed apprezzare le eccellenze storiche, culturali e paesaggistiche di tutto il territorio”.

Giovanni Malagò, attuale presidente del Coni, ritiene che i Giochi del 2006 “sono passati alla storia come un’Olimpiade riuscita, con un livello organizzativo eccellente che ci ha dato credito anche negli anni successivi e che oggi rappresenta uno dei pilastri per dimostrare che noi italiani siamo capaci di fare le cose fatte bene. Sono state Olimpiadi con tantissime luci e poche ombre, con risultati finanziari molto positivi e investimenti che oggi rimangono sul territorio e che sono oggettivamente un pilastro della vita non solo sportiva ma anche sociale ed economica della città”.

Evelina Christillin, oggi presidente di Enit e del Museo Egizio ed allora presidente esecutivo del comitato promotore di Torino 2006, la sensazione più intensa la provò a Seul: “Avevamo portato a casa un risultato che sembrava impossibile, battendo la grande favorita Sion. Eravamo una ventina a lavorare in quel comitato, ci avevamo messo l’anima per un anno e mezzo, ma sembrava talmente difficile spuntarla e pochi al di fuori di noi ci credevano davvero. Ma ce l’abbiamo fatta e sono stati Giochi apprezzati in tutto il mondo, preparati in sette anni molti intensi, che hanno evitato di fare sprofondare Torino nel declino ed hanno restituito orgoglio e senso di appartenenza ai suoi cittadini.

Prima delle Olimpiadi invernali pochi in Asia o in America sapevano davvero dov’erano Torino ed il Piemonte, ora la città e la regione sono diventate una meta turistica. Ed un altro bellissimo lascito olimpico sono stati i volontari: è stata costruita una rete sociale straordinaria che è ancora in buona parte attiva per tante manifestazioni”. Un altro motivo di orgoglio è il fatto che “il comitato organizzatore di Pechino 2022 si rivolga proprio a noi per avere indicazioni sull’allestimento dei loro Giochi: vuol dire che Torino 2006 è una best practice riconosciuta”.

Stefania Belmondo, pluricampionessa dello sci di fondo con all’attivo 10 medaglie olimpiche e 13 mondiali, ha un altro trofeo di cui va fiera: aver portato la fiaccola nell’ultimo tratto della cerimonia di apertura. “Essere l’ultima tedofora ed accendere il tripode di un’Olimpiade nella mia regione – racconta - è stata un’emozione incredibile. Era una possibilità e lo sapevo, naturalmente, ma non ero affatto certa che sarebbe toccato proprio a me. C’era la concorrenza di Alberto Tomba e di altri atleti. Perciò è stata grandissima l’emozione quando mi è stata comunicata dai responsabili la decisione”.

Belmondo ricorda poi la concentrazione degli ultimi metri una volta arrivata vicino al braciere olimpico, nonostante tutti i chilometri percorsi sulle piste da sci. “Portare una fiaccola non è un’impresa così difficile, ma con tutta quella gente a guardarti l’emozione diventa enorme, specie se ti trovi nella tua terra. Per Torino e il Piemonte le Olimpiadi sono state una vetrina eccezionale, un susseguirsi di eventi bellissimi che di sicuro hanno lasciato un segno”.

Per lo svolgimento dei Giochi vennero realizzati o ristrutturati diversi impianti: a Torino l’Oval per il pattinaggio di velocità, il Palavela per il pattinaggio artistico, il Palasport per l’hockey su ghiaccio e lo Stadio Olimpico per le cerimonie di apertura e chiusura, a Pinerolo lo Stadio del ghiaccio per il curling, a Cesana le piste per bob, slittino e skeleton, a Bardonecchia quella per lo snowboard, a Pragelato la pista per lo sci di fondo e salto con gli sci, mentre Sestriere e Sansicario ospitarono lo sci alpino. Ad essi si affiancarono i villaggi olimpici di Torino, Bardonecchia, Pragelato e Sestriere. Vennero realizzate anche diverse “opere connesse”, infrastrutture necessarie allo svolgimento dei Giochi pensate per qualificare l’offerta turistico-sportiva dei comprensori sciistici, come le seggiovie di Cesana, Claviere, Prali e Chiomonte, il centro sportivo di Giaveno, il parco urbano di Pinerolo.

Dopo le gare le maggiori criticità si registrarono in montagna, a causa dei costi di gestione elevati e dello scarso utilizzo di alcune strutture, come la pista di bob, il cui impianto di refrigerazione è stato svuotato e messo in sicurezza nell’autunno 2012, ed i trampolini per il salto con gli sci.

Proprio per amministrare il patrimonio mobiliare ed immobiliare delle Olimpiadi, Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino, ora Città metropolitana, e Coni costituirono la Fondazione 20 marzo 2006 (la data è quella successiva alla fine delle Paralimpiadi), nota anche come Torino 2006 Olympic Park - TOP, nella quale furono poi inseriti anche i Comuni olimpici e che è attualmente presieduta da Francesco Avato della Regione Piemonte.

Il 5 ottobre dello stesso anno venne costituita la società Parcolimpico srl, attualmente partecipata per il 90% da Set Up e per il 10% dalla Fondazione, alla quale è stata affidata la gestione dei siti olimpici mediante l’organizzazione di attività ed eventi di natura sportiva, culturale e sociale. Un esempio su tutti, i numerosi concerti di grandi artisti internazionali che si sono succeduti a Torino in questi anni.

Con l’entrata in vigore della legge n.65/2012 alla Fondazione è stato affidato il compito di utilizzare le risorse rimaste per la manutenzione straordinaria e la riqualificazione degli impianti, con particolare riguardo all’efficientamento energetico. L’esecuzione dei lavori viene invece demandata a Scr Piemonte, la società di committenza della Regione.

Il primo stralcio, ammontante a 33 milioni di euro, ha consentito di avviare il rinnovo degli impianti energetici dei Palaghiaccio di Torino, Pinerolo e Torre Pellice, dove il ricorso alle energie rinnovabili permetterà di dimezzare i costi di gestione, la costruzione di una centralina idroelettrica a Prali per favorire l’innevamento artificiale, la riqualificazione degli stadi del freestyle e del biathlon, la messa in sicurezza delle piste di Chiomonte, il ripristino della pista Orsiera a Sestriere, la sostituzione di numerosi generatori di neve con materiale di nuova generazione che ne aumentano del 30% il rendimento. 

Gli stanziamenti della legge hanno generato anche importanti investimenti dei gestori privati, come gli 11 milioni della Sestrieres spa per la riqualificazione del comprensorio della Via Lattea ed i 4 milioni della Colomion spa per il miglioramento del comprensorio di Bardonecchia. Con gli 8 milioni di disponibilità finanziaria del 2015 sono stati decisi ulteriori interventi a Bardonecchia, nella Via Lattea ed a Torino. La Fondazione ha inoltre deliberato l’avvio di uno studio di fattibilità per la riqualificazione della pista da bob di Cesana e del trampolino e della pista di fondo di Pragelato.

Per estendere la ricaduta economica e di immagine dei Giochi a tutto il territorio venne elaborato il Programma regionale delle infrastrutture sportive e turistiche Piemonte 2006, con lo scopo di realizzare interventi capaci di promuovere e strutturare turisticamente e sportivamente anche le aree non olimpiche, con particolare attenzione ai comprensori sciistici. Oltre 100 le opere finanziate: il lungo elenco comprende, tra gli altri, l’impianto polivalente di Novara, la piscina scoperta di Arona, l’approvvigionamento idrico di Orta San Giulio e Pella, seggiovie e nuovi impianti a Limone Piemonte, Entracque, Frabosa Soprana e Sottana e nelle valli del Canavese, la ristrutturazione dell’ex Enofila ad Asti, la sistemazione della viabilità intorno al Colle don Bosco, la riqualificazione del sistema escursionistico biellese e dl piazzale di accesso al Santuario di Oropa, la messa in sicurezza delle strade che portano alla stazione sciistica di Bielmonte, la riqualificazione del comprensorio Domobianca con impianti di risalita, postazioni per l’innevamento artificiale e interventi sulle piste, il recupero del monastero di Santa Chiara a Vercelli e dell’abbazia di Lucedio a Trino.

domenica 18 dicembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 18 dicembre.
Il 18 Dicembre del 1922 inizia quella che viene ricordata come "La strage di Torino": nelle giornate tra il 18 ed il 20, le squadre fasciste aggrediscono diversi militanti delle organizzazioni popolari, uccidendo 11 antifascisti e causando decine di feriti.
 A partire dalla marcia su Roma di un paio di mesi prima, a Torino la violenza squadrista si era già manifestata più volte con particolare ferocia.
Ad essere colpiti nelle tre giornate di Dicembre sono operai, sindacalisti, militanti comunisti.
 Tutto ha inizio la sera del 17, quando l'operaio e militante comunista Francesco Prato subisce un agguato da parte di un gruppo di tre fascisti che gli sparano ad una gamba; Prato si difende prontamente e uccide due degli squadristi, mentre il terzo riesce a mettersi in fuga.
 La rappresaglia fascista non tarda a farsi sentire: la mattina del 18 Dicembre una cinquantina di camicie nere, capitanate dal federale Pietro Brandimarte, fa irruzione all'interno della Camera di Lavoro di Torino, dove il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, Pietro Ferrero, vengono picchiati dagli squadristi e poi lasciati andare.
 Di qui ha inizio una serie di incursioni (sia nelle strade che nelle abitazioni) a danno di diversi personaggi "scomodi". Ora i fascisti attaccano con il chiaro intento di uccidere, forti della garanzia di non intervento che le autorità cittadine hanno deciso di adottare in un vertice in Prefettura che si conclude poche ore prima dell'inizio degli eccidi.
 Il primo ad essere colpito è Carlo Berruti, segretario del Sindacato ferrovieri e consigliere comunale comunista, che viene caricato in una macchina e portato in aperta campagna, dove viene fatto incamminare lungo un sentiero per essere poi colpito alla schiena da diversi proiettili.
 Nel primo pomeriggio un gruppo di squadristi fa irruzione in un'osteria di via Nizza, perquisendo ed identificando tutti i presenti: Ernesto Ventura, trovato in possesso della tessera del partito Socialista, viene colpito con una revolverata, mentre il gestore del locale, Leone Mazzola, dopo aver tentato di opporsi all'attacco dei fascisti, viene colpito a coltellate e poi freddato da un colpo di pistola. Nel frattempo l'operaio Giovanni Massaro scappa dal locale ma viene rincorso fin dentro la sua abitazione e ucciso.
 In serata è il turno di Matteo Chiolero, fattorino e comunista, che, rientrato a casa propria dopo il lavoro, sente bussare alla porta, apre e viene freddato senza una parola da tre colpi alla testa, sotto gli occhi terrorizzati della moglie e della figlia di due anni.
 Il comunista Andrea Chiomo viene prelevato poco dopo da sette fascisti, trascinato in strada e massacrato di botte; con le ultime energie rimastegli riesce a scappare per pochi metri ma viene raggiunto da una fucilata alla schiena.
 Pietro Ferrero, già vittima della violenza fascista consumatasi durante la mattinata, aveva deciso di lasciare la città la mattina successiva, ma viene scoperto mentre passa di fronte alla Camera del Lavoro, assediata ormai da ore dalle camicie nere, che lo portano in una stanza dell'edificio adibita a prigione e lo picchiano selvaggiamente. Verso mezzanotte il corpo di Ferrero, incapace di muoversi ma ancora vivo, viene legato ad un camion e trascinato sull'asfalto per diversi metri per essere poi abbandonato in mezzo alla strada.
 Le ultime due vittime di quella giornata di terribile violenza sono Emilio Andreoni e Matteo Tarizzo.
 Il primo, operaio di 24 anni, viene prelevato dalla sua abitazione e ucciso poco fuori Torino; successivamente gli squadristi tornano a casa di Andreoni e, con la moglie e il figlio di un anno presenti, la devastano.
 Matteo Tarizzo, 34 anni, viene sorpreso nel sonno dall'irruzione dei fascisti, prelevato e ucciso a bastonate poco lontano da casa sua.
 Durante la giornata del 18 Dicembre molte altre persone vengono ferite, anche in modo grave.
 I vili attacchi squadristi proseguirono ancora per tutti e due i giorni successivi.
 Fu chiaro da subito che l'omicidio dei due fascisti ad opera di Francesco Prato era stato solo un pretesto per mettere in atto un piano preordinato che vedeva la connivenza delle autorità cittadine e delle forze dell'ordine, che durante diversi attacchi squadristi consumatisi nei tre giorni rimasero impassibili a guardare.
 L'obiettivo era quello di dare un segnale a tutta la città di Torino, che da subito si distinse per la sua forte resistenza al fascismo.
 Lo stesso Brandimarte dichiarerà due anni dopo che l'operazione era stata «ufficialmente comandata e da me organizzata [...] noi possediamo l'elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia».
 Alle vittime di quei tre giorni è stata intitolata la piazza XVIII Dicembre su cui si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa di Torino.

giovedì 15 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 settembre.
Il 15 settembre 1578 la Sacra Sindone viene portata a Torino.
La Sacra Sindone è uno dei grandi misteri della religione cristiana. È un lenzuolo funerario di lino su cui si può scorgere l’immagine di un uomo, torturato e crocefisso. I tratti e i segni di questa figura sono compatibili con quelli descritti nella Passione di Gesù, di conseguenza i fedeli e anche alcuni esperti sostengono che quel lenzuolo sia stato usato per avvolgere il corpo di Cristo nel sepolcro. Ovviamente, non esiste una prova certa della sua autenticità ed è considerato un oggetto di grande fascino, mistero e un segno di fede.
La Sindone è conservata nel Duomo di Torino e periodicamente viene mostrata. L’esposizione si chiama ostensione.  La Sindone è un lenzuolo color giallo ocra con trama a spina di pesce (tessitura tipica di duemila anni fa), con forma rettangolare (4,41m per 1,13m), tagliato su uno dei lati lunghi. Secondo una tesi accreditata, il lenzuolo dovrebbe risalire al Primo secolo e provenire dalla Palestina: la dimostrazione sono i ritrovamenti nelle fibre del lino di pollini di diverse specie vegetali originari della Palestina. Ma c’è di più. Il lenzuolo è davvero un pezzo di storia che ha attraversato i secoli, non solo della religione; infatti, presenta diversi segni che datano alcuni eventi e che purtroppo lo hanno parzialmente danneggiato. Tra questi, ci sono le bruciature causate dall’incendio della Sainte-Chapelle du Saint-Suaire, in cui era conservato, nel 1532.
Ciò che però rende davvero particolare questo lenzuolo sono le immagini riportate sulla tela: troviamo una doppia “fotografia” di un corpo umano nudo di grandezza naturale. Si parla di doppia immagine, perché abbiamo il lato frontale del corpo e quello posteriore. Questo fa supporre che Cristo sia stato avvolto. C’è anche il segno della testa, perfettamente allineata con la figura, ma sollevata però dal busto.  È una cosa plausibile, perché il collo per posizione potrebbe non aver lasciato segni. Iniziano, però, proprio dall’analisi di queste immagini i primi dubbi. I segni presenti sembrano la proiezione di una figura umana, non quella che si potrebbe ottenere avvolgendo il corpo nel lenzuolo.
La presenza della Sindone è stata accertata nel 1353, quando il cavaliere Goffredo di Charny annunciò a Lirey, in Francia, di essere in possesso del telo che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Margherita di Charny, discendente di Goffredo, vendette nel 1453 il telo ai duchi di Savoia che lo portarono a Chambéry. Gli esami sull’autenticità arrivarono diversi secoli dopo. La Sindone fu fotografata per la prima volta nel 1898 ed è stata proprio in quest’occasione che si capì che quell’immagine era un negativo (e non un positivo). Apparve chiaro che si trattava della figura di uomo, con la barba e i capelli lunghi. Molto evidenti erano i segni delle torture subite: i tagli su costato, le ferite ai polsi e la piaga causata dallo sfregamento di una grossa trave di legno portata a spalle (la croce probabilmente). È ovvio che la comunità scientifica si stia, ancora oggi, interrogando sull’autenticità.
Una prova molto interessante è quella ricavata nel 1988 dall’analisi del carbonio 14, che ha permesso di datare il lenzuolo tra il 1260 e il 1390.  La datazione potrebbe però dipendere dal prelievo dei campioni analizzati da parti rammendate dopo l’incendio, che colpì il lino, nel 1532 a Chambéry.
Ecco dunque che anche qui non si può essere sicuri. Dopo la rovina di Chambéry, la Sacra Sindone, il 15 settembre 1578, è stata portata a Torino dalla famiglia Savoia. Purtroppo nel 1997 un altro incendio ha minacciato l’incolumità del lenzuolo, quando le fiamme nella notte tra l’11 e il 12 aprile hanno devastando la Cappella del Guarini nel Duomo, dove era conservata.
Nel corso degli anni molti studi e molti esperti hanno analizzato la Sindone e hanno cercato una prova sull’autenticità. La questione è estremamente delicata e dibattuta, tanto che la Chiesa Cattolica non si è mai espressa all’unisono sull’autenticità. Ci sono però gesti, che a volte hanno più peso delle parole. Roma, infatti, ha autorizzato il culto della reliquia nel 1506, con il Papa Giulio II, mentre Giovanni Paolo II e Pio XI si sono espressi in modo ancor più chiaro, ammettendo di credere nell’autenticità del lenzuolo.  Ricordiamo l’invito del 24 maggio 1998, di Papa Giovanni Paolo II in visita alla Sindone: “La Chiesa esorta [gli scienziati] ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della sensibilità dei credenti“.
Sulla Sindone, è estremamente interessante la tesi di Lillian Schwartz, docente alla “School of Visual Arts” di New York, che attraverso la raffigurazione grafica, ha supposto che quel viso, con barba e capelli lunghi, sia il volto di Leonardo da Vinci e che quel telo sia un esperimento del maestro per mettere appunto tecniche “pre-fotografiche”. Questa teoria però è stata sfatata dalla datazione della Sindone, che anticipa la nascita di Da Vinci di circa 100 anni. Ma ricordiamo quanto detto prima, sono solo studi e ipotesi, nulla è sicuro. Ad aggiungere mistero, infine, è stato il pittore e restauratore veneto, Luciano Buso, che il 6 giugno 2011 ha affermato che sul lenzuolo è visibile la firma di Giotto (con la data 1315).  L’artista avrebbe utilizzato una tecnica di scrittura nascosta, ma la data avrebbe in questo caso più senso perché confermerebbe l’analisi al carbonio 14. Anche quest’ipotesi è stata smentita.
Le ultime ostensioni della Sindone sono state nel 2010 (dal 10 aprile al 23 maggio), il 30 marzo 2013 e, più di recente, dal 19 aprile al 24 giugno 2015.

lunedì 30 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 agosto.
Il 30 agosto 1706 Pietro Micca si sacrifica per salvare la città di Torino, diventandone così un indelebile eroe.
Pietro Micca nacque a Sagliano, in provincia di Biella, il 6 marzo 1677.
Non si hanno molte notizie su di lui prima del suo eroico gesto: si sa solo che la sua famiglia era modesta.
Durante l'assedio di Torino, la notte tra il 29 e il 30 agosto 1706, alcuni granatieri francesi di La Feuillade riuscirono ad entrare in una delle gallerie sotterranee della cittadella, dopo aver sopraffatto le guardie. Pietro Micca e un suo commilitone erano di guardia ad una delle porte che conducevano dalla galleria dove si trovavano i francesi ad una galleria inferiore.
Quando sentirono i colpi che tentavano di abbatterla, intuendo che non avrebbero potuto resistere per molto, decisero di far esplodere un barilotto da 20 kg di polvere da sparo in un anfratto della galleria, allo scopo di farla crollare impedendo così il passaggio alle truppe nemiche.
Non potevano impiegare una miccia lunga, perchè avrebbe richiesto troppo tempo. Così Pietro Micca decise di utilizzare una miccia corta, pur consapevole del rischio che stava correndo. Quindi, allontanò il compagno (con una frase che sarebbe diventata storica: "Alzati, vai e salvati, che sei più lungo di una giornata senza pane") e diede fuoco alla miccia.
L'esplosione fu quasi immediata: fece crollare la volta, travolgendo l'esercito nemico e scaraventando il corpo del minatore a una distanza di quaranta passi, uccidendolo.
Anche se probabilmente l'episodio non fu decisivo, come altrove si sostiene, testimonia comunque un atto di eroismo che diventò poi il simbolo del sacrificio di quanti furono chiamati a combattere per la difesa della cittadella durante le lunghe giornate d'assedio.
Fu sepolto in una fossa comune. L'ubicazione della scala su cui avvenne il gesto si è avuta soltanto nel 1958 grazie alle ricerche del generale Guido Amoretti (1920-2008), appassionato archeologo e studioso di storia patria.
Secondo il conte Giuseppe Maria Solaro della Margherita, all'epoca comandante della guarnigione di Torino, la morte di Micca è da addebitarsi più ad un errore di calcolo della lunghezza della miccia che ad una deliberata volontà di sacrificare la propria vita. Nel suo Journal historique du siège de Turin, del 1708, non sono presenti i dettagli dell'azione di Pietro Micca, che sono il risultato di un'elaborazione successiva.
In una supplica inviata al duca Vittorio Amedeo II il 26 febbraio 1707, la vedova di Pietro Micca chiese una pensione. Nella richiesta è scritto che il marito eseguì un ordine del colonnello Giuseppe Amico di Castellalfero, magari offrendosi volontario «invitato dalla generosità del suo animo a portarsi a dare il fuoco a detta mina, non ostante l'evidente pericolo di sua vita». La vedova Maria Bonino ottenne un vitalizio di due pani al giorno e si risposò nel 1709 con un certo Lorenzo Pavanello, da cui ebbe il figlio Francesco.
L'esaltazione della figura di Pietro Micca iniziò con la pubblicazione nel 1781 del suo elogio, scritto dal conte Durando di Villa, e con la novella L'amor della patria di Francesco Soave, del 1782. Trovò la consacrazione nel 1828, con grandi festeggiamenti in onore di un Giovanni Antonio Micca (1758-1834) - in realtà non suo discendente diretto - e l'esposizione del primo quadro rappresentante Pietro Micca, opera di Stefano Chiantore, ritrattista ufficiale del Regno.
A Sagliano esiste ancora la casa nativa, situata all'interno di uno dei tipici cortili del Piemonte. Fu visitata da Garibaldi nel 1859, nel 1880 da Umberto I, che inaugurò il monumento di Micca nella piazza del paese, e nel 1906 dalla regina Margherita.
Alla sua memoria il Comune di Torino ha intitolato nel 1897 la via omonima che collega la vicina piazza Solferino alla centralissima piazza Castello. Un Museo a lui intitolato, ideato dal generale Amoretti e dedicato al suo gesto e all'assedio del 1706, si trova a Torino, nell'edificio della Cittadella.


venerdì 27 agosto 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 agosto.
Il 27 agosto del 1950 Cesare Pavese si toglie la vita.
Cesare Pavese nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Il padre di Cesare muore quasi subito: questo episodio inciderà molto sull’indole del ragazzo, già di per sé scontroso e introverso.
Molti si sono occupati dell’adolescenza di Cesare, di questo ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi.
Davide Laiolo, suo grande amico, in un libro intitolato Il vizio assurdo tende a evidenziare due elementi fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della madre che, con la sua freddezza e il suo riserbo, attuerà un sistema educativo più da padre asciutto e aspro che non da madre affettuosa e dolce. L’altro elemento è la tendenza al «vizio assurdo», la vocazione suicida. Ritroviamo infatti sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo liceale, soprattutto quelle dirette all’amico Mario Sturani.
Questo mondo adolescente di Cesare, così difficile, così traboccante di solitudine e di isolamento per Monti sarebbe invece il risultato della introversione tipica della adolescenza, per Fernandez la risultante di traumi infantili (morte del padre e mondo femminile in cui viene allevato, desiderio inconscio di autopunizione). Per altri ancora invece il dramma della impotenza sessuale, indimostrabile forse, ma a momenti rintracciabile in alcune pagine de Il mestiere di vivere.
Qualunque sia l’interpretazione che si vuole dare a questi primi anni, non si può negare che si profila subito in essi la storia di un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni interpersonali, destino di solitudine, di amarezza, di disperata sconfitta. Una grande dicotomia tra l’attrazione per la solitudine e il bisogno di non essere solo.
Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura «come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori.
Studia nell’Istituto Sociale dei Gesuiti e nel Ginnasio moderno, quindi passa al Liceo D’Azeglio, dove avrà come professore un maestro d’umanità, Augusto Monti, al quale molti intellettuali torinesi di quegli anni devono tanto. L’ingresso al liceo D’Azeglio è di somma importanza per la vita di Cesare, il quale tra il 1923 e il 1926 partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che non solo esercitava l’azione educatrice di Monti ma che trovava concretezza e palpabilità nell’opera di Gramsci e Gobetti. Dapprima Pavese è assai riluttante a impegnarsi attivamente nella lotta politica, verso la quale egli non nutre grande interesse, anche perché tende a fondere sempre il motivo politico con quello più propriamente letterario. È però attratto dai giovani che seguono Monti: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Tullio Pinelli, Massimo Mila, i quali non aderiscono né al movimento di Strapaese (legato al fascismo) né a quello di Stracittà (movimento apparentemente progressivo ma in realtà anch’esso trincerato dietro lo scudo fascista), in opposizione ai quali essi coniano la sigla Strabarriera.
Cesare trova gusto nelle discussioni, si trova a suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi saranno un giorno protagonisti dei suoi romanzi. Ha la sensazione di essere giovane, rinato e, negli ultimi anni dell’Università, nella sua vita privata entra colei che sarà al centro della sua anima, «la donna dalla voce rauca». Cesare appare addirittura trasformato: per tutto il tempo durante il quale ha la sensazione che questa donna gli sia vicina, diventa cordiale, umano, affettuoso, aperto al colloquio con gli altri. Quella donna gli riporta l’incanto dell’infanzia, il suo viso, quando non la sente sua non è più il mattino chiaro, è una nube, ma una nube dolcissima e, anche se vive altrove, gli riflette sempre «lo sfondo antico». Quelle colline e quel cielo tornano ancora umanissimi come il «dolce incavo della sua bocca».
Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Gli anni del liceo e poi dell’università portano nella vita del ragazzo solitario il suggello dell’amicizia: tutto contribuisce ad umanizzare le sue rabbiose letture: le dispute letterarie, l’eccitante accostamento al mondo vietato della politica, i caffè concerto, i miti sfolgoranti dell’industria cinematografica, le marce in collina, le vogate sul Po che rinvigoriscono il suo corpo, precocemente squassato dall’asma. In confronto al paese, la città si presenta come una grande fiera, come una festa continua. Di giorno la vita è piena, i negozi sono tanti, i tram sferragliano e dovunque si ascolta musica.
Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la laurea: per l’ammirazione mai manifestata e per il rimorso di non aver mai saputo dimostrare il suo affetto e la sua tenerezza per lei, la sua morte segna un altro solco amaro nella vita dello scrittore. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte.
Intanto sempre nel 1931 viene stampata a Firenze la sua prima traduzione: Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis. Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio a un periodo nuovo nella narrativa italiana. Con le sue traduzioni, egli dà la misura di quanto sia grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche e aprire a sé e agli altri nuovi orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto ammalare la società italiana. Egli vuole presentare coscientemente «il gigantesco teatro dove, con maggior franchezza che altrove, veniva recitato il dramma di tutti». Il fascismo negava ogni iniziativa alle grandi masse, condannava e impediva gli scioperi, mentre in quei romanzi americani si leggeva la possibilità di creare nuovi rapporti sociali.
Contro la monotonia della prosa d’arte e diversamente dall’Ermetismo, Pavese dimostrava come il contatto con le grandi masse americane attraverso quei romanzi vivificasse anche il linguaggio, con l’inserimento della parlata popolare, sì da renderlo congeniale con i nuovi contenuti. Di tutti, quello che diventa la coscienza del suo destino è Peter Mathiessen (lo scrittore della Natura: Il leopardo delle nevi, L’albero dove è nato l’uomo, Il silenzio africano), per la comune ricerca del linguaggio, per il senso tragico e per il considerare inutile la vita, nonché per l’estremo gesto suicida.
Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista: Cesare accetta di far giungere al proprio domicilio lettere fortemente compromettenti sul piano politico: scoperto, non fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 viene condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tre anni che si ridurranno poi a meno di uno, per richiesta di grazia: torna infatti dal confino nel marzo del 1936, ma questo ritorno coincide con un’amara delusione: l’abbandono della donna e il matrimonio di lei con un altro. L’esperienza (che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il carcere), e la delusione giocano insieme per farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio.
Si richiude in un isolamento forse peggiore di quello adolescenziale ma ancora una volta a salvarlo è la letteratura, il suo «valere alla penna».
Nel 1936 compare a Firenze, per le edizioni Solaria, la prima raccolta di poesie Lavorare stanca che comprendeva le poesie scritte dal 1931 al 1935 e che fu letta da pochi. Una seconda edizione, comprendente anche le poesie scritte fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi. In quegli anni scrive ancora racconti, romanzi brevi, saggi. Esce nel 1941 la sua prima opera narrativa, Paesi tuoi, «ambientata in quelle colline e vigne delle Langhe, che accanto alla Torino dei viali e dei caffè, dei fiumi e delle osterie, costituisce l'altro grande luogo mitico della poetica pavesiana» (Emilio Cecchi). Sembra aver riacquistato la fiducia in se stesso e nella vita e, soprattutto frequentando gli intellettuali antifascisti della sua città, pare aver maturato anche una coscienza politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra né alla Resistenza: chiamato alle armi, viene dimesso perché malato di asma.
Destinato a Roma per aprire una sede della Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato presso la sorella, dove vivrà per due anni «recluso tra le colline» con un accenno di crisi religiosa e soprattutto con la certezza di essere diverso, di non sapere partecipare alla vita, di non riuscire a essere attivo e presente, di non essere capace di avere ideali concreti per vivere (motivi che ritorneranno nel Corrado de La casa in collina e che in un certo senso riportano alla inettitudine sveviana e quindi al Decadentismo).
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista ma anche questa scelta, come la crisi religiosa, altro non era se non un ennesimo equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se stesso, di illudersi di possedere quella capacità di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno che invece gli mancavano. La sua probabilmente era una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di mettere a posto la coscienza e del resto ancora il suo impegno è sempre letterario: scrive articoli e saggi di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale, riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò.
Recatosi a Roma per lavoro (dove soggiornerà per un periodo stabilmente, a parte qualche periodica evasione nelle Langhe) conosce una giovane attrice: Constance Dowling. È di nuovo l’amore. La giovane con le sue efelidi rosse e forse in qualche modo con una sincera ammirazione per un uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e capace di una forte emotività, accende ancora una volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona. Costance torna in America e Pavese scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…
A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo sgomento e all’angoscia che lo assalgono nonostante i successi letterari (nel 1938 Il compagno vince il premio Salento; nel 1949 La bella estate ottiene il premio Strega; pubblica La luna e i falò, considerato il suo miglior racconto) alla nuova ondata di solitudine e di senso di vuoto non riesce più a reagire. Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell' albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un'annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».
Aveva solo 42 anni.

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