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venerdì 25 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 novembre.
Il 25 novembre 1990 un elicottero dell'Agip che trasportava operai su una piattaforma petrolifera precipita in mare nei pressi di Marina di Ravenna.
I tralicci da queste parti sono diventati un'attrazione turistica. "Salite sulla motonave, vi portiamo a visitare le piattaforme petrolifere, potrete pescare gli sgombri", annunciano gli altoparlanti sui lidi d'estate. Ce ne sono ventisei, di queste piattaforme, tra le Marche e l'Emilia Romagna, tutte usate per la produzione di metano. Vi lavorano gli operai che "vivono sul ferro".
Sei giorni in piattaforma, a sorvegliare gli impianti e fare manutenzione, poi quattro giorni a casa. Alla fine, passi su quei ferri più di metà della tua vita.
Quel 25 novembre il cambio turno capitò di domenica. Quattro operai specializzati dovranno andare alla piattaforma davanti Porto Corsini, gli altri quattro a quella davanti a Cervia, entrambe a undici miglia dalla spiaggia. Ci sono poi due cuochi della ditta Ligabue, che ha vinto l'appalto per le piattaforme Agip. Per gli operai tecnici il salario è di 1.850.000 lire, per il capo piattaforma 2.200.000.
L'elicottero, un "Puma" costruito dalla francese Aerospatiale, appartiene a un'altra società che effettua il servizio in appalto, la Elitos di Firenze.
Il primo pilota ha seimila ore di volo, il secondo tremila. Sono quasi le nove del mattino, il volo inizia.
"Ho sentito uno scoppio", racconta Marcello Mandrini, che a Marina gestisce il bagno Trieste, "come un tuono. L'elicottero si è impennato, si è spaccato ed è caduto giù. Le pale si sono staccate, l'elicottero è venuto giù di colpo".
Nessuna comunicazione con la torre di controllo, nessun allarme. Alla fine moriranno in 13.
Due corpi affiorano e vengono recuperati dai sommozzatori nel mare in tempesta. Degli altri e dei resti del velivolo non v'è traccia.
Alle quattro del pomeriggio di mercoledì le reti di due pescherecci strappano all' Adriatico i morti ed i resti della sciagura dell' elicottero. I cavi trascinati dai barconi si impigliano nella carlinga e, più distante, nel motore dell' Sa 330 Puma in cui hanno perso la vita precipitando in mare tre piloti, due cuochi ed otto operai dell' Agip. I rottami stanno a dieci metri di profondità e ad ottocento dalla spiaggia di Marina di Ravenna. La zona è lontana mezzo chilometro da quella dove per due giorni una flottiglia di venti battelli e decine di sommozzatori hanno cercato invano. Le carcasse appaiono quasi sommerse dalla sabbia, occorreranno ore per recuperarle. Alle otto di sera arriva l' ordine: Sospendere il recupero, si riprende domani mattina. Una scelta obbligata. Sul fondo l' acqua è torbida e i sub a fatica riescono solo ad individuare dei corpi. Non si sa ancora se tutti e undici i cadaveri (quelli dei due cuochi erano già stati raccolti in mare domenica) sono imprigionati fra le lamiere. Alcuni sembrano ancora legati ai seggiolini dalle cinture di sicurezza e per liberarli le squadre di soccorso devono spostare motori e pezzi del velivolo. L' operazione è complicata dal buio, i sub lavorano alla luce delle fotoelettriche prima dello stop. L' importante ora è che ci restituiscano i nostri cari, aspetteremo fino all'alba pur di rivederli è il coro doloroso dei familiari in attesa sulla spiagga. Per loro è la fine di un'angosciosa attesa durata cinquantacinque ore. Adesso coi rottami emergono possibili verità su una sciagura che per Giuseppe Voltolina, presidente dell' Associazione nazionale piloti d'elicottero, non ha precedenti e non ha spiegazioni nella letteratura aeronautica. Ma l'incubo svanisce anche per il piccolo esercito di soccorritori che fra ricerche e risultati nulli rischiava un naufragio sul fronte dell' efficienza. La situazione cambia quando alla mattina del terzo giorno i tecnici simulano con un altro elicottero il viaggio del Puma della morte. Alcuni indizi e ritrovamenti di oggetti fanno pensare che la zona in cui il velivolo si è inabissato non sia quella indicata dai testimoni oculari. Così, alla fine della prova, flottiglia e sommozzatori cominciano a setacciare qualche centinaio di metri più a sud. Per le ricerche entrano in azione anche le sofisticate apparecchiature dei vigili del fuoco e della capitaneria di porto. Ma il nuovo spiegamento di forze è reso inutile cinquantacinque ore dopo, quando due vecchi barconi, servendosi dell'antica, tradizionale pesca a strascico scovano i resti del Sa 330. Ora le tre inchieste avviate da magistratura, Agip e Civilavia avranno undici cadaveri e uno scheletro di elicottero per scoprire la verità su quanto avvenuto domenica a duecento metri d'altezza sul mare, quando il fumo e un boato hanno provocato la caduta improvvisa. Con le ricerche ancora in corso, Mimmo Carise, pilota dell'Elitos, la società che gestiva i servizi di collegamento aereo fra lo stabilimento di Marina di Ravenna e le piattaforme metanifere, apre un dubbio: L' elicottero dal '72 ha avuto continue modifiche e potenziamenti. Queste modifiche hanno compromesso la tenuta? L'ipotesi di un cedimento strutturale si affianca a quella della rottura del rotore che muove le pale. E il mistero sulla sciagura continua mentre la magistratura ha disposto il sequestro delle carte di bordo e dei registri di manutenzione del Puma.

lunedì 11 aprile 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 aprile.
L'11 aprile 1512 fu combattuta a Ravenna una tra le più importanti battaglie della Guerra d'Italia.
 Era il giorno di Pasqua del 1512, l'11 aprile.
Da una parte l'esercito francese, comandato da Gastone de Foix appena ventitreenne, in rappresentanza di Luigi XII e dall'altra l'esercito della Lega Santa, formato da Giulio II e comandato da Raimondo de Cardona, si affrontarono in una battaglia, estremamente cruenta, che verrà ricordata come l'ultima del Medioevo, storicamente rilevante per il  nuovo uso delle artiglierie e perchè vi avvenne l'ultimo grande scontro di cavalleria della storia.
L'esercito francese era composto da francesi, svizzeri, spagnoli del regno di Navarra, lanzichenecchi e due schiere di greci e stava avvicinandosi a Ravenna passando dalle terre bolognesi.
L'esercito della Lega Santa era composto da spagnoli, italiani e greci del reame di Napoli e stava marciando per difendere la città di Ravenna attraversando le terre forlivesi e costeggiando il fiume Ronco.
La città di Ravenna era allora stretta tra due fiumi: il Montone a nord e il Ronco a sud. (il loro corso era diverso da quello attuale).
Ma procediamo con ordine.
Il 9 aprile del 1512, l'esercito francese tentò di assalire la città di Ravenna utilizzando dell'artiglieria piazzata a 200 metri dalle mura, bersagliando il tratto fra Porta Gaza e porta San Mamante (oggi detta San Mama). Le artiglierie erano quelle del Duca di Ferrara Alfonso I D'Este, alleato dei francesi, e riuscirono ad aprire una breccia nelle mura a sinistra della porta San Mama; ma l'assalto quel giorno non riuscì per l'accanita difesa dei cittadini assediati, che costò 1500 morti fra le due parti. Una colubrina di bronzo era stata posta sulle mura nei pressi di Porta Gaza, e colpiva sul fianco gli attaccanti facendone strage.
Nel frattempo, l'esercito papalino della Lega Santa si stava avvicinando a Ravenna per portare soccorso alla città, e decise di accamparsi poco prima delle postazioni francesi, in località "Molinaccio" presso il fiume Ronco. Il campo era protetto sulla destra dall'argine del fiume Ronco, sul fronte da un fossato opportunamente scavato, e sulla sinistra da un terreno paludoso su cui era impossibile fare muovere qualsiasi esercito
Le cronache narrano che la mattina dell'11 aprile del 1512 i due eserciti si affrontarono: 16.000 spagnoli contro 23.000 francesi.
Gli spagnoli, in inferiorità numerica, attesero l'attacco dei francesi, i quali, forti dell'artiglieria estense, iniziarono a fare fuoco dapprima sul fronte e poi sul fianco del campo nemico, in modo da potere facilmente colpire la cavalleria spagnola che, stanca di subire perdite senza poter reagire, caricò frontalmente verso la cavalleria francese, lasciando lo spazio alle due fanterie ed ai picchieri di affrontarsi nel fossato.
La battaglia fu vinta dai francesi, che però perdettero il loro capitano, Gastone de Foix, rimasto tragicamente ucciso mentre eseguiva la carica alla ritirata spagnola.
Al posto di Gastone de Foix successe al comando delle truppe francesi il generale La Palisse, (si, proprio quello che ha dato suo malgrado il nome al famoso aggettivo) che, dopo aver invaso e terribilmente saccheggiato la città attraverso il varco aperto nelle mura due giorni prima, decise di ritirarsi, viste le numerose perdite subìte ed il sopraggiungere da nord di un'armata svizzera nemica.
Le cronache riportano un bilancio di circa 20.000 vittime fra entrambe le armate.
La battaglia di Ravenna inaugurò un'era nuova nel modo di guerreggiare, per la prima volta si era ricorsi al massiccio utilizzo di artiglierie da campo. Fino a quel momento l'arte della guerra espressa dai condottieri italiani si basava sulla difesa, sull'opportunità di disporre di un campo ben fortificato che permettesse di assorbire l'urto nemico per poi passare repentinamente al contrattacco. Tale tattica aveva portato più volte a risultati incredibili, come fu per la schiacciante vittoria di Cerignola, quando dietro consiglio di Prospero Colonna, Consalvo de Cordoba schierò i suoi uomini, inferiori di numero, dietro un fosso e il relativo terrapieno. L'utilizzo dei cannoni sconvolse questa teoria e soprattutto ribaltò i rapporti etici che stavano alla base della cavalleria. Il cannone schiantava indistintamente cavalieri e fanti, nobili e popolani. Da questa data il ricorso alle artiglieria sarebbe stato sempre più frequente, non a caso il vero vincitore delle giornata fu Alfonso d'Este che diede prova inequivocabile del valore bellico delle sue artiglierie.
Oggi sull'argine sinistro del fiume Ronco, in località Madonna dell'Albero, si trova una colonna in sasso d'Istria, eretta nel 1557 e circondata da cipressi, che ricorda l'avvenimento.
Oscar Wilde, di passaggio, la descrisse così: «solitaria, alta sulla pianura. Segna dove il prode cavaliere di Francia fu ucciso, dove la sua luminosa giovinezza sgorgò sul terreno».
Sembra che alla battaglia parteciparono, tra gli altri, anche il Baiardo e Ludovico Ariosto.
Una curiosità: la leggenda vuole che nel marzo del 1512, un parto focomelico verificatosi a Ravenna, venisse interpretato come un "segno delle minacce celesti", puntualmente avveratosi con la sanguinosa battaglia dell'11 aprile.
La descrizione riportava che la creatura avesse "un corno in testa, delle ali e un unico piede simile a quello di un uccello da preda, e un occhio che si apriva nel ginocchio, e il resto del corpo come quello di un uomo".


martedì 8 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'8 giugno.
L'8 giugno 452 Attila e le sue orde di Unni invadono l'Italia.
Attila nacque nel Caucaso intorno all'anno 406. Orfano di padre fin da bambino, secondo il costume unno imparò ad andare a cavallo prima ancora di camminare. All'età di soli cinque anni già aveva appreso l'arte del combattimento con arco e frecce.
All'inizio del V secolo Roma conclude un trattato di pace con il re Rua, zio di Attila, in base al quale l'Urbe doveva pagare un tributo annuale di 160 chili d'oro; inoltre entrambi gli schieramenti avrebbero trattenuto ostaggi di alto rango come garanzia. Tra gli ostaggi c'è anche Attila, mandato a vivere a Ravenna, nell'Impero Romano d'Occidente. Qui il futuro re degli Unni impara il latino e diviene testimone oculare del declino e della corruzione dell'Impero Romano. Durante il suo soggiorno Attila inizia a disprezzare i costumi decadenti dei Romani, maturando nel contempo un forte odio che lo farà diventare il più pericoloso nemico di Roma.
Attila ha vent'anni quando torna tra la sua gente. Partecipa a numerose invasioni scatenate dallo zio Rua. Alla morte di Rua, nell'anno 434, Bleda, fratello ventisettenne di Attila, diventa re: Bleda fin da subito si costruisce una reputazione di spietato capo militare.
Grazie ad un vantaggioso accordo con i Romani, Bleda e Attila lasciano i territori di Costantinopoli che erano inizialmente nelle loro mire. Gli Unni non hanno scontri con i Romani durante i cinque anni successivi; mirano all'invasione della Persia. Una sconfitta subita in Armenia costringe a rinunciare alla conquista dei territori persiani. Nel 440 tornano sui confini dell'impero romano. Aggrediscono i mercanti sulla sponda settentrionale del Danubio, minacciando così una nuova guerra. Passano il fiume e devastano le città dell'Illiria. L'esercito degli Unni, dopo aver saccheggiato Margus e Viminacium occupa Sigindunum (l'attuale Belgrado) e Sirmium (l'attuale Sremska Mitrovica), per poi sospendere le operazioni militari. Segue un periodo di calma fino al 442, anno in cui Teodosio richiama le truppe dal nord Africa ed ordina che venga coniata una nuova moneta, con lo scopo di finanziare l'azione offensiva contro gli Unni.
In risposta, Attila e Bleda nel 443 riprendono la campagna d'invasione. Compiono razzie lungo il Danubio sottomettendo i campi militari con l'uso di arieti e torri d'assedio, equipaggiamenti militari di nuova concezione. Gli Unni poi affrontano e sconfiggono l'esercito romano alle porte di Costantinopoli e soltanto la mancanza di mezzi di combattimento in grado di far breccia nelle mura massicce della città li costringe a fermarsi. Teodosio ammette la sconfitta. Soddisfatte per un po' le pretese, gli Unni fanno ritorno nel loro impero. Intorno al 445 Bleda muore ed Attila diviene l'unico re; divenuto indiscusso capo e condottiero degli Unni, rivolge nuovamente le sue mire espansionistiche verso l'Impero Romano d'Oriente.
Ovunque portasse il suo esercito, le conseguenze erano devastanti: Attila faceva massacrare ostaggi e prigionieri; anche durante le ritirate veniva perpetrata ogni tipo di tortura o violenza: le leggende che ne seguivano non facevano che accrescere la popolarità e l'ego di Attila.
I metodi erano selvaggi e brutali, il terrore veniva portato ovunque, e le città rase al suolo. La sua fama di crudeltà era così grande che bastava pronunciare il nome di Attila per terrorizzare le popolazioni delle città verso cui si dirigeva con le sue truppe, sopprimendo qualsiasi loro resistenza e inducendole ad aprirgli le porte senza colpo ferire.
Dopo aver attraversato le terre germaniche e francesi, Attila torna in Italia nel 452: l'esercito, composto soprattutto da truppe germaniche, avanza su Trieste ma viene fermato ad Aquileia, città fortificata di grande importanza strategica: il suo possesso permetteva di controllare gran parte dell'Italia settentrionale. Attila cinse la città d'assedio per ben tre mesi, tuttavia inutilmente. Una leggenda racconta che proprio mentre era sul punto di ritirarsi, da una torre delle mura si sarebbe levata in volo una cicogna bianca, abbandonando la città con il piccolo sul dorso. Re Attila, superstizioso, a quella vista avrebbe ordinato al suo esercito di rimanere: poco dopo, la parte delle mura dove si trovava la torre lasciata dalla cicogna, sarebbe crollata.
Attila si impossessa così della città, che rade al suolo senza lasciare più nessuna traccia della sua esistenza. Si dirige poi verso Padova, che saccheggia completamente. Prima del suo arrivo molti abitanti della città cercano rifugio nelle paludi, dove fonderanno la città di Venezia. Nessun'altra città tenta la resistenza e Attila può avanzare fino a Milano senza difficoltà.
Attila conquista Milano e si stabilisce per qualche tempo nel palazzo reale. Famoso è rimasto il modo singolare con cui affermò la propria superiorità su Roma: nel palazzo reale c'èra un dipinto in cui erano raffigurati i Cesari seduti in trono e ai loro piedi i principi sciti. Attila, colpito dal dipinto, lo fece modificare: i Cesari vennero raffigurati nell'atto di vuotare supplici borse d'oro davanti al trono dello stesso Attila.
Scacciato da Ravenna l'imperatore Valentiniano III, lascia l'Italia e fa ritorno al suo palazzo attraversando il Danubio. Pianifica un nuovo attacco a Costantinopoli, ma muore nei primi mesi del 453 (proabilmente il 16 marzo). I guerrieri Unni di Attila, dopo aver scoperto la sua morte, tagliano le loro chiome e si sfregiano con le proprie spade in segno di lutto. Re Attila viene seppellito in un triplo sarcofago d'oro, argento e ferro con il bottino delle sue conquiste; il corteo funebre viene ucciso per mantenere segreto il suo luogo di sepoltura. Secondo alcune leggende ungheresi il sarcofago si troverebbe tra il Danubio e il Tibisco, in Ungheria.
L'ultimo e più potente sovrano degli Unni, governò un vastissimo impero che si estendeva dall'Europa Centrale al Mar Caspio, e dal Danubio al Baltico, unificando - per la prima ed unica volta nella storia - la maggior parte dei popoli barbarici dell'Eurasia settentrionale, dai Germani agli Slavi, ai così detti Ugro-Finni.
Sebbene il suo regno sia durato solo otto anni, in questo periodo ispirò un tale terrore che ancora oggi il suo nome è simbolo di morte e distruzione. Soprannominato flagellum Dei ("flagello di Dio") per la sua ferocia, si diceva che dove fosse passato non sarebbe più cresciuta l'erba. Ancora oggi è considerato tra i personaggi più malvagi della storia.
Nonostante il suo impero si sia disgregato alla sua morte, è diventato una figura leggendaria nella storia europea, che lo ricorda in modo diverso a seconda della zona: guerriero feroce, avido e crudele nell'area al tempo sotto Roma; condottiero impavido e coraggioso nei paesi che facevano parte del suo impero. In alcuni racconti viene celebrato come un grande e nobile re ed è il personaggio principale di tre saghe islandesi-norvegesi (Etzel, nella Saga Nibelunga; Atli, nella Saga Volsunga; e infine nell'Edda poetica).

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