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lunedì 2 febbraio 2015

#SonettodellaScienza #EdgarAllanPoe




imm. da bluemountain.com edgar allan poe

Scienza, vera figlia ti mostri del Tempo annoso,
tu che ogni cosa trasmuti col penetrante occhio!
Ma dimmi, perche' al poeta cosi' dilani il cuore,
avvoltoio dalle ali grevi e opache?
Come potrebbe egli amarti? E giudicarti savia,
se mai volesti che libero n' andasse errando
a cercar tesori per i cieli gemmati?
Pure, si librava con intrepide ali.
Non hai tu sbalzato Diana dal suo carro?
E scacciato l' Amadriade dal bosco,
che in piu' felice stella trovo' riparo?
Non hai tu strappato la Naiade ai suoi flutti,
l' Elfo ai verdi prati e me stesso infine
al mio sogno estivo all' ombra del tamarindo?
(Edgar Allan Poe, "Sonetto alla Scienza")

mercoledì 3 settembre 2014

#ArteInItaly #OpereDi #Giotto: La Deposizione della Croce

 imm. da it.wikipedia.org
La Deposizione dalla croce è un affresco (300x300 cm) attribuito al giovane Giotto,  databile al 1291-1295 circa e situato nella fascia superiore della parete sinistra della Basilica Superiore di Assisi 

Tratto da It. wikipeedia.org

venerdì 29 agosto 2014

#AntroDella #SibillaCumana

 L'Antro della Sibilla imm. da incampania.com


L’Antro della Sibilla Cumana è uno dei luoghi più famosi e misteriosi dei Campi Flegrei. Collocato nella rinomata Acropoli di Cuma, l’antro è un’imponente galleria scavata nel tufo, lunga 131 metri e alta 5, di forma trapezoidale. Questo lungo corridoio, il dromos, è attraversato da sei lame di luce che creano un effetto particolarmente suggestivo e termina nel cosiddetto Oikos Endotatos: la stanza dove la Sibilla pronunciava i suoi vatocini. 

L’Antro della Sibilla di Cuma è il luogo dove secondo la tradizione risiedeva la Sibilla Cumana, famosa per i suoi oracoli e per essere parte integrante del VI libro dell’Eneide di Virgilio. Quest’ultimo la descrisse come una maestose e orrenda sacerdotessa di Apollo, custode sia degli oracoli che delle porte dell’Ade.



Apollo e la Sibilla Cumana imm. da  it.wikipedia.org

La Sibilla era un’interprete della parola divina non soggetta al passare del tempo. Questo perchè Apollo si invaghì di questa giovane e bella ragazza con capacità divinatorie. Pur di conquistarla esaudì il suo desiderio: la ragazza prese un pugno di sabbia e chiese di vivere tanti anni quanti fossero stati i granelli. Apollo esaudì la sua richiesta che però aveva un difetto: quegli anni non li avrebbe vissuti in eterna giovinezza! Per questo motivo la Sibilla Cumana divenne vittima della sua longevità.

Questo santuario si presenta privo dell’ingresso originario, con una galleria trapezoidale lunga 131 metri con sei aperture nel lato destro che conduce all’antro vero e proprio. un tempo questi ambienti erano percorsi da gas vulcanici e psicotropi che giustificherebbero la diverse leggende sulla visioni degli antichi visitatori. Sul lato sinistro si apre un’altra galleria con tre grandi ambienti disposti a croce, che si crede fossero cisterne. Continuando lungo l’antro si arriva in una camera rettangolare. Qui troviamo tre volte e un vestibolo, il quale porta ad una piccola aula: l’Oikos Endotatos, ovvero la stanza oracolare.

L’Antro della Sibilla nel corso dei secoli ha subito delle modifiche, delle trasformazioni architettoniche soprattutto per mano dei romani, che ne fecero una struttura militare difensiva. Infatti, alcuni studiosi reputano l’origine dell’Antro della Sibilla come struttura militare e non come santuario o sede della Sibilla Cumana.
  
 Parco Archeologico di Cuma imm. da 2.citynews-napolitoday.stgy.it

Il sito si trova all’interno del Parco Archeologico di Cuma. Qui avrete la possibilità di visitare i restidell’acropoli e della città bassa: il famoso Tempio di Giove, il centro abitato, le Terme, il Tempio di Apollo, il Capitolium e tutta la zona del Foro. La città di Cuma è considerata la più antica colonia greca dell’Occidente, scelta per la sua bellezza e la perfetta composizione morfologica del territorio per la difese militari.

fonte del testo imperatoreblog.it

P. S.  Cuma: sito archeologico della provincia di Napoli, nel territorio dei comuni di Bacoli e di Pozzuoli

’Antro della Sibilla Cumana è uno dei luoghi più famosi e misteriosi dei Campi Flegrei. Collocato nella rinomata Acropoli di Cuma, l’antro è un’imponente galleria scavata nel tufo, lunga 131 metri e alta 5, di forma trapezoidale. Questo lungo corridoio, il dromos, è attraversato da sei lame di luce che creano un effetto particolarmente suggestivo e termina nel cosiddetto Oikos Endotatos: la stanza dove la Sibilla pronunciava i suoi vatocini. 
L’Antro della Sibilla di Cuma è il luogo dove secondo la tradizione risiedeva la Sibilla Cumana, famosa per i suoi oracoli e per essere parte integrante del VI libro dell’Eneide di Virgilio. Quest’ultimo la descrisse come una maestose e orrenda sacerdotessa di Apollo, custode sia degli oracoli che delle porte dell’Ade.
Apollo e la Sibilla CumanaLa Sibilla era un’interprete della parola divina non soggetta al passare del tempo. Questo perchè Apollo si invaghì di questa giovane e bella ragazza con capacità divinatorie. Pur di conquistarla esaudì il suo desiderio: la ragazza prese un pugno di sabbia e chiese di vivere tanti anni quanti fossero stati i granelli. Apollo esaudì la sua richiesta che però aveva un difetto: quegli anni non li avrebbe vissuti in eterna giovinezza! Per questo motivo la Sibilla Cumana divenne vittima della sua longevità.
L'antro della Sibilla Questo santuario si presenta privo dell’ingresso originario, con una galleria trapezoidale lunga 131 metri con sei aperture nel lato destro che conduce all’antro vero e proprio. un tempo questi ambienti erano percorsi da gas vulcanici e psicotropi che giustificherebbero la diverse leggende sulla visioni degli antichi visitatori. Sul lato sinistro si apre un’altra galleria con tre grandi ambienti disposti a croce, che si crede fossero cisterne. Continuando lungo l’antro si arriva in una camera rettangolare. Qui troviamo tre volte e un vestibolo, il quale porta ad una piccola aula: l’Oikos Endotatos, ovvero la stanza oracolare.
L’Antro della Sibilla nel corso dei secoli ha subito delle modifiche, delle trasformazioni architettoniche soprattutto per mano dei romani, che ne fecero una struttura militare difensiva. Infatti, alcuni studiosi reputano l’origine dell’Antro della Sibilla come struttura militare e non come santuario o sede della Sibilla Cumana.
Antro della Sibilla  Oikos Endotatos
Il sito si trova all’interno del Parco Archeologico di Cuma. Qui avrete la possibilità di visitare i resti dell’acropoli e della città bassa: il famoso Tempio di Giove, il centro abitato, le Terme, il Tempio di Apollo, il Capitolium e tutta la zona del Foro. La città di Cuma è considerata la più antica colonia greca dell’Occidente, scelta per la sua bellezza e la perfetta composizione morfologica del territorio per la difese militari.
Oggi sia l’Acropoli di Cuma che l’Antro della Sibilla sono visitabili tutti i giorni dalle 9:00 fino a poco prima del tramonto. Il biglietto d’ingresso è di soli 4€, gratuito l’ingresso per gli under 18 e gli over 65.
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mercoledì 4 giugno 2014

#SignificatoDi #Crescere


 
 im. da myfantasypdf.altervista.org



Era questo il vero significato della parola crescere: quando cominciavi a capire che le persone che pensavi ti sarebbero rimaste per sempre accanto, se ne andavano una dopo l’altra lasciandoti sola.”

  Federica Bosco " Il mio angelo segreto "

domenica 11 maggio 2014

La #Madonna della #Cornabusa



Santuario della Madonna della Cornabusa imm.turismovalleimagna.it


  Il Santuario della Madonna della Cornabusa ricavato da una grotta naturale, sorge  a circa  a 700 metri di altitudine e si trova a "frazione Cornabusa"  Cepino S. Omobono Imagna in provincia di Bergamo, la grotta santuario e' seminascosta  dal torrente  della montagna. 

 Vi racconto in poche righe cio' che io ho appreso su questo bellissimo  santuario che si trova in una vera oasi di verde. 

La storia vuole che, nel  XV secolo durante la guerra  fra Guelfi e Ghibellini, una  anziana  donna  nascose in una caverna la statuetta della Madonna Addolorata. In seguito, una ragazza sordomuta fin dalla sua nascita, mentre pascolava le pecore nei paraggi vi entrò ( forse per un temporale improvviso o forse per curiosità) e vide la statuetta della Vergine Maria. Una volta tornata a casa disse ai famigliari  cio' che aveva trovato nella grotta  fu cosi si accorsero che la ragazza aveva riacquistato non solo la voce, ma anche l'udito, questo fu il primo miracolo che la Madonna compì, dopodiche' i miracoli si sono moltiplicati  e fu edificato il santuario.



 
 interno della grotta santuario 


La statuetta  della Vergine che si trova  nel santuario è scolpita nel legno ed  è alta 80 cm. Le analisi scientifiche effettuate su di essa  hanno accertato  che risale alla prima parte del XV secolo ed è di provenienza toscana.   Ancora oggi non si conosce il percorso che abbia potuto fare nè come sia finita nelle mani della anziana signora che trovo rifugio nella grotta (ora santuario) durante la guerra tra Guelfi e Ghibellini.







martedì 21 gennaio 2014

#OltreLaSoglia #AldiLa' #DellaVita... di Francesca Girotto



E’ davvero immortale la nostra anima?
Cosa c’è oltre la vita?
Dove va l’anima quando si separa dal corpo?
Ma poi, cos’è l’anima?
E’ qualcosa di etereo o si può vedere?
E’ da un po’ di tempo che mi pongo queste ed altre domande. Forse perché in una recente e dolorosa vicissitudine ho dovuto confrontarmi con il “mai più” e non riesco a rassegnarmi al pensiero. E allora mi dibatto in mille interrogativi, in una vertigine di domande che restano senza risposta, in un confine invisibile, impossibile da pronunciare, perfino da pensare.
E i miei pensieri si rivoltano quasi con rancore verso un’entità sconosciuta, quasi un’invisibile essenza sovrumana che, divertendosi alle nostre spalle, ha permesso questo.
Poi arriva la quiete e la ragione cerca pace nell’imponderabile infinito disegno, a noi sconosciuto, della vita.
E penso che nulla appartiene di più alla vita, come la morte.
Oggi che si dibatte e si scrive di tutto, la morte e il lutto sono rimasti gli unici argomenti tabù. Ma il dolore va metabolizzato e c’è un bisogno estremo di parole da dedicare a chi, per noi, non c’è più. A chi, varcando quella soglia, ha chiesto di “lasciarlo andare”, di “lasciarlo essere”. Ma per fare questo ci vuole una grande dose di coraggio e tanta, tanta fede.
La soglia che separa la vita dalla morte è un passaggio naturale (viene varcata milioni di volte al giorno), e allora perché è così difficile da raccontare, da rappresentare?
E’ difficile per noi, che crediamo di essere immortali, immaginare un termine alla nostra vita. Noi che viviamo in una specie di illusione eterna abbiamo un concetto del fattore tempo come di qualcosa di infinito. E’ il nostro vissuto storico che dovrebbe darci la consapevolezza di non essere immortali, ma noi non abbiamo mai il tempo per questi confronti, abbiamo sempre ancora qualcosa da fare.
E nel vagare all’interno della mente mi chiedo cosa si prova nel momento in cui si ha la consapevolezza di non farcela? Nel momento in cui avrò la chiara certezza che la vita mi sta abbandonando, e non potrò più vedere né abbracciare le persone care. Che tutti i miei progetti, i miei sogni, i miei obiettivi non contano più nulla perchè non saranno mai più realizzabili. Che tutto quello che avrei voluto dire a chi amo non potrò più farlo, che è troppo tardi per tornare indietro perché la vita ha deciso diversamente e adesso si sta facendo beffe di me.
Mi dicono che l’anima è immortale, ma lo spirito allora? E la nostra personalità? E tutto ciò che vi è contenuto, tutto quello che noi, da mortali, decidiamo di essere, di fare, di costruire? Tutto inutile? Bene o male non fa distinzione?
Qual’è allora lo scopo della nostra vita? Risposte non ne ho ancora trovate. Posso solo pensare che lo scopo della vita è la vita stessa.
Platone ha voluto dimostrare che l’anima è immortale in questo modo:
" IN QUALUNQUE COSA ENTRI, L’ANIMA PORTA IL VIVERE, POICHE’ CIO’ E’ AD ESSA CONNATURATO. MA CIO’ CHE PORTA IL VIVERE NON PUO’ ACCOGLIERE LA MORTE, DUNQUE L’ANIMA E’ IMMORTALE".
CREDERE SENZA PROVE. Sta forse qui il segreto?
Qualcuno di voi può dirmi il proprio pensiero?
Francesca Girotto

http://thosemen.files.wordpress.com/



martedì 14 gennaio 2014

#LaSentinellaDella #Vallata di Francesca Girotto

Quando, per la prima volta, sono salita lassù, tra le Alpi Cozie e il Rocciamelone, ammirando incantata quel gigantesco “guerriero” di pietra che domina la sottostante vallata, qualcuno mi ha raccontato una storia che mi ha affascinata. E’ la leggenda della “Bell’Alda” che da molti secoli i piemontesi hanno racchiuso all’interno della SACRA DI SAN MICHELE.




 Ve la voglio raccontare.





 Si racconta che Alda, una fanciulla di rara bellezza, attorno al XVI secolo, per sfuggire all’inseguimento dei soldati e salvare la sua verginità, si rifugiò dentro la “Sacra” e si gettò, da una torre, nel sottostante dirupo. Miracolosamente si salvò e i soldati, spaventati, fuggirono. Orgogliosamente fiera della grazia ricevuta tentò nuovamente il “volo” ma questa volta si sfracellò contro le rocce.
 
 Devo dirvi che, visitando questo luogo, la mescolanza tra leggenda e storia mi ha trasportata in una sottile atmosfera di mistero e inusitata bellezza come di un luogo fatto di presenze affascinanti e, al tempo stesso, inquietanti.
Ma partiamo dall’inizio.
Questo imponente monumento, costruito fra il 984 e il 990 è situato all’imbocco della Valle di Susa.
Lasciata la tangenziale che da Torino si immette sulla strada del Frejus, sullo sfondo già si staglia la scura sagoma dell’abbazia. Ancora confusa per la lontananza, sembra che la natura, in un momento di bizzarria, abbia “costruito” sulle rocce le torri e i muraglioni. Costeggiando uno dei due laghi di Avigliana si inizia la salita e questo gigante di pietra appare e scompare, a tratti, animandosi improvvisamente stagliato contro un cielo azzurro che ne addolcisce le forme e creando uno strano contrasto fra le pietre e il vuoto che sembra sostenerle. 
 


  Tutt’intorno boschi di castagni e betulle alternano salite erte e brevi discese. Arriviamo finalmente sul piazzale del “sepolcro dei monaci”. Uno spazio che pare sospeso nel vuoto. Qui i Frati Benedettini avevano il loro cimitero, eretto sulle rovine di un antico tempio pagano.
Imbocchiamo il viale che porta all’entrata dell’abbazia. Le pareti laterali della montagna, a strapiombo, mi danno la sensazione di entrare in una dimensione non abituale, quasi di sospensione sul vuoto e di distacco dal paesaggio circostante. Sensazione che aumenta con il vento che soffiando tra le chiome dei cipressi, compone voci e rumori e crea un’invisibile barriera che separa dal resto del mondo.




  La “Porta di Ferro” ci dà il benvenuto al primo incontro con il patrono del monastero: San Michele Arcangelo dipinto nei resti di due affreschi raffigurato nell’atto di trafiggere il demonio, sull’arco esterno della torretta.




   Usciamo e siamo a diretto confronto con la facciata dell’abbazia. L’emozione è intensa e misteriosa. Sostiamo. Sopra di noi, le pietre squadrate del basamento grigio-ferro sembrano in fuga verso il cielo e sostengono le absidi verdognole della chiesa in un vortice di eleganza e di forza, di raffinata essenzialità. 




 
Superato il portone abbiamo di fronte lo “Scalone” e l’”Atrio dei Morti”, due rampe di scale ripidissime da togliere il respiro

Qui venivano sepolti, fino al 1890, gli abati e i benefattori del monastero. Lo “Scalone” è in pura arte romanica, mentre tutt’intorno vi è un miscuglio di stili dove prevale il gotico. Regna il silenzio dell’eternità e delle ombre di chi ci ha preceduti nell’aldilà, eppure l’atmosfera non è cupa, direi serenamente spirituale.  Lo “Scalone” acquista il significato simbolico della salita liberatoria verso l’alto.
 


Varchiamo la “Soglia dello Zodiaco” e dopo le ombre e i chiaroscuri dello Scalone, la salita alla chiesa assume la luminosità di un’ascesa mattutina. Quasi come passare da un tempo carico di inquietudini e domande alla distensione di una risposta che sta per arrivare. Ed eccola qui, in uno splendido portale romanico, l’entrata alla chiesa mi scioglie i nodi che imprigionavano i miei pensieri ed è quasi come ricevere una spinta a guardare le cose e le persone da quella pace e da quella serenità. Il silenzio intorno a me è perfetto, tutto diventa essenziale. Devo fare una precisazione che mi è d’obbligo: quel giorno non era né festivo né domenicale. I turisti e i pellegrini erano pochissimi, quasi assenti. Il tempo giusto e perfetto per visitare questo luogo.

E adesso, difesa da quella pace regalatami dalla salita, entro nella chiesa, un magnifico esempio del progressivo trasformarsi dell’arte romanica in gotica


 
Divisa in tre navate, la chiesa ha tre absidi, rivestite di caldi mattoni che creano un’atmosfera raccolta ed intima. Molti gli affreschi, a cominciare dalla Sepoltura di Gesù, la Madonna morta e la Madonna Assunta.



Sull’Altare Maggiore ammiro estasiata una dolcissima Vergine Maria avvolta in un lungo abito azzurro-verde che tiene i piedi sopra un arco di luna e allatta Gesù Bambino posato su di un lino bianco.  






Nella chiesa vi sono sedici sarcofagi di pietra verde, Vi riposano ventiquattro salme di principi reali di casa Savoia.





 Dalla chiesa, attraverso lo splendido “Portale dei monaci” in stile romanico si esce su un vasto terrazzo che offre una vista indimenticabile sulla Valle di Susa. Di fianco c’è il ballatoio roccioso dal quale si sarebbe buttata la “Bell’Alda” della leggenda. Da questo terrazzo, un tempo, si accedeva al sottostante monastero costruito alla fine del X secolo, non solo per ospitare i monaci, ma anche i pellegrini che da nord si dirigevano a Roma.


I Liguri e i Celti, i Romani e i Goti, i Franchi e i Bizantini, i Longobardi e i Carolingi e infine i Saraceni, passarono di lì, lasciando tracce della loro presenza e dei loro saccheggi. In una stanza ristrutturata del monastero soggiornò Clemente Rebora, rosminiano poeta che veniva spesso qui a trascorrere alcuni mesi d’estate. Nel 1943-44. durante la guerra partigiana, otto Rosminiani tennero a bada tedeschi e fascisti. La “Sacra” in quegli anni divenne rifugio non solo di partigiani, ma anche di uomini della valle, e i Rosminiani, più volte, durante le perquisizioni, rischiarono la vita.

Ogni anno quassù vengono migliaia di persone ma sono in pochi a ricordare che questa è anche un’abitazione sacra.

Ecco, il mio viaggio all’interno della “Sacra di San Michele” è terminato. Non è stata una scampagnata, ho avuto la fortuna di evitare chiassose e alquanto fastidiose carovane di turisti come fiumi in piena. Scendo lentamente verso la valle lasciando rocce, monti, vento e cipressi alla loro guardia eterna.   

Francesca Girotto


imm dal web :www.rosmini.it   - www.it. wikipedia.org

venerdì 6 dicembre 2013

#LeStesse #Persone


 
imm. da images.wikia.com/nonciclopedia


Quando si vedono sempre le stesse persone alla fine queste cominciano a far parte della nostra vita, e quando divengono parte della nostra vita, cominciano anche a volerla modificare. Se non ci comportiamo come loro si aspettano, si irritano. Sembra che tutti abbiano l’idea esatta di come dobbiamo vivere la nostra vita. E non sanno mai come vivere la loro.

Paulo Coelho, "L’Alchimista"

martedì 26 marzo 2013

#Racconti saggi: Le pietre della vita

 imm. da .utas.edu.au/__data/assets/image/0008/58148/Hand-holding-stones.JPG

 

 Le pietre della vita

Un esperto in time management, tenendo un seminario ad un gruppo di studenti, usò un’illustrazione che rimase per sempre impressa nelle loro menti.
Per colpire nel segno il suo uditorio di menti eccellenti, propose un quiz, poggiando sulla cattedra di fronte a se’ un barattolo di vetro, di quelli solitamente usati per la conserva di pomodoro.
Chinatosi sotto la cattedra, tiro’ fuori una decina di pietre, di forma irregolare, grandi circa un pugno, e con attenzione, una alla volta, le infilo’ nel barattolo. Quando il barattolo fu riempito completamente e nessun’altra pietra poteva essere aggiunta, chiese alla classe:
- “Il barattolo e pieno?”.
- Tutti risposero di si’.
- “Davvero?”.
Si chino’ di nuovo sotto il tavolo e tiro’ fuori un secchiello di ghiaia.
Verso’ la ghiaia agitando leggermente il barattolo, di modo che i sassolini scivolassero negli spazi tra le pietre.
Chiese di nuovo,
- “Adesso il barattolo e’ pieno?”.
A questo punto, la classe aveva capito.
- “Probabilmente no” rispose uno.
- “Bene” replico’ l’insegnante.
Si chino’ sotto il tavolo e prese un secchiello di sabbia, la verso’ nel barattolo, riempiendo tutto lo spazio rimasto libero.
Di nuovo,
- “Il barattolo e’ pieno?”.
- “No!” rispose in coro la classe.
- “Bene!” riprese l’insegnante.
Tirata fuori una brocca d’acqua, la verso’ nel barattolo riempiendolo fino
all’orlo.
- “Qual e’ la morale della storia?”, chiese a questo punto.
Una mano si levo’ all’istante
“La morale e’: non importa quanto fitta di impegni sia la tua agenda, se lavori sodo ci sarà sempre un buco per aggiungere qualcos’altro!”.
- “No, il punto non e’ questo”.
“La verità che questa illustrazione ci insegna e’: se non metti dentro prima le pietre, non ce le metterai mai.”
Quali sono le “pietre” della tua vita?
I tuoi figli, i tuoi cari, il tuo grado di istruzione, i tuoi sogni, una giusta causa. Insegnare o investire nelle vite di altri, fare altre cose che ami, avere tempo per te stesso, la tua salute, la persona della tua vita.
Ricorda di mettere queste “pietre” prima, altrimenti non entreranno mai.
Se ti esaurisci per le piccole cose (la ghiaia, la sabbia), allora riempirai la tua vita con cose minori di cui ti preoccuperai non dando mai veramente “quality time” alle cose grandi e importanti (le pietre).
Questa sera, o domani mattina, quando rifletterai su questa storiella, chiediti:
“Quali sono le ‘pietre’ nella mia vita?” Metti nel barattolo prima quelle.

fonte web: nostripensieri.altervista.org/wordpress/?tag=racconti-saggi
 

giovedì 28 febbraio 2013

#RaccontiSaggi: La lezione della farfalla

http://www.ilromanziere.com/ilromanziere/farfalle_porcellana.jpg
Un giorno, apparve un piccolo buco in un bozzolo; un uomo che passava per caso, si mise a
guardare la farfalla che per varie ore, si sforzava per uscire da quel piccolo buco.
Dopo molto tempo, sembrava che essa si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa
dimensione. Sembrava che la farfalla ormai avesse fatto tutto quello che poteva, e che non
avesse più la possibilità di fare niente altro. Allora l’uomo decise di aiutare la farfalla: prese un temperino ed aprì il bozzolo.La farfalla uscì immediatamente. Però il suo corpo era piccolo e rattrappito e le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento. L’uomo continuò ad osservare perché sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero e fossero capaci di sostenere il corpo, e che essa cominciasse a volare. Non successe nulla! In quanto, la farfalla passò il resto della sua esistenza trascinandosi per terra con un corpo rattrappito e con le ali poco sviluppate.Non fu mai capace di volare. Ciò che quell’uomo, con il suo gesto di gentilezza e con l’intenzione di aiutare non capiva, era che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali, così che essa potesse volare.
Era la forma con cui Dio la faceva crescere e sviluppare.
A volte, lo sforzo é esattamente ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita.
Se Dio ci permettesse di vivere la nostra esistenza senza incontrare nessun ostacolo, saremmo limitati. Non potremmo essere così forti come siamo. Non potremmo mai volare.
Chiesi la forza…e Dio mi ha dato le difficoltà per farmi forte. Chiesi la sapienza… e Dio mi ha dato problemi da risolvere. Chiesi la prosperità… e Dio mi ha dato cervello e muscoli per lavorare. Chiesi di poter volare… e Dio mi ha dato ostacoli da superare.
Chiesi l’amore… e Dio mi ha dato persone con problemi da poter aiutare. Chiesi favori… e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto niente di quello che chiesi…
Però ho ricevuto tutto quello di cui avevo bisogno.

fonte web:  http://nostripensieri.altervista.org/wordpress/?tag=racconti-saggi

giovedì 15 novembre 2012

Italy #Milano #Monumenti: Arco della Pace

http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brogi,_Giacomo_%281822-1881%29_-_Milano_-_Arco_della_pace,_costruito_col_disegno_di_Cagnola_-n._3831.jpg

Arco della Pace

L'impressione che offre di sé è quella della solennità, anche grazie all'imponente slancio della sovrastante Sestigia della Pace e alle ricche decorazioni che fanno da contrappunto all'eleganza dei soffitti. L'arcata maggiore è larga m.7,13, alta dalla soglia al ciglio m.14,23, e all'imposta m.10,78; le arcate minori sono larghe m.3,11, alte m.8,67 al ciglio, e all'imposta m.7,08. Fu Napoleone a spingere il Consiglio Comunale di Milano ad erigere un Arco di trionfo che costituisse un nuovo ingresso alla città verso Parigi in corrispondenza della strada del Sempione, affinché l'Imperatore potesse varcarlo ogni volta che si recava a Milano. L'opera fu iniziata nel 1807 su progetto del marchese Luigi Cagnola. Bonaparte non fece però in tempo a vederlo concluso e, ironia della sorte, l'Arco venne inaugurato il 10 settembre 1838 da Ferdinando I, Imperatore asburgico. Le scritte ed i fregi previsti erano stati ovviamente adeguati ai tempi, come poi avvenne anche con l'arrivo dei Savoia dopo la metà del secolo. L' Arco della Pace fu una tra le maggiori realizzazioni della edilizia pubblica milanese ottocentesca. Alla sua costruzione nel 1807 si istituì la "Commissione di Ornato", composta da un gruppo di architetti tra i più importanti del momento (Cagnola, Canonica, Zanoja, Landriani, Albertolli), che pianificarono gli interventi urbanistici e architettonici nella città e nel suo territorio. Luigi Cagnola progettò il complesso monumentale dell'Arco composto da due caselli daziari costruiti secondo una insolita tipologia "passante", che consentiva il transito attraverso gli edifici. L'impressione che offre di sé è quella della solennità, anche grazie all'imponente slancio della sovrastante Sestigia della Pace e alle ricche decorazioni che fanno da contrappunto all'eleganza dei soffitti. L'arcata maggiore è larga m.7,13, alta dalla soglia al ciglio m.14,23, e all'imposta m.10,78; le arcate minori sono larghe m.3,11, alte m.8,67 al ciglio, e all'imposta m.7,08. L’Arco della Pace non è stato il primo in città. In precedenza ne era stato innalzato uno vicino a Porta Orientale, accanto ai Giardini Pubbilici. Si chiamava Amalia, in onore di Amalia di Baviera, moglie del Vicerè d’Italia Eugenio Beauharnais. Nel 1807, quando si decise di celebrare le vittorie di Napoleone con la costruzione di un arco, si prese a modello proprio Amalia, l’arco in cartapesta.

fonte web:http://www.istitutocalvino.it/studenti/siti/lombardia/milanomonumenti.html

martedì 13 novembre 2012

#Racconti #Saggi Taoisti: Il prezzo della compassione

http://it.wikipedia.org/wiki/Taoismo

Durante una caccia, il principe Mong Suen e alcuni cortigiani avevano braccato una cerva con un suo cerbiatto. Stavano già per catturarli quando, all'ultimo istante, la madre riusci a fuggire saltando d'un balzo un rusciello fangoso e dileguandosi tra i cespugli. Il piccolo, invece, aveva esitato un attimo a seguirla e l'impetuoso principe gli piombo addosso come una tigre, riuscendo a catturarlo. Senza nascondere  un sorriso di soddisfazione, l'affidò a Qin Ba Xi, un membro del seguito, affiché lo portasse a palazzo. Mentre costui legava una corda al collo dell'animale per tirarselo dietro, il principe rimontò a cavallo e prese la via del ritorno con il resto della scorta.
Alcune ore dopo, mandò a chiamare Qin Ba Xi per chiedergli come stesse il cerbiatto e in quale parte del parco l'avesse sistemato.
Il cortigiano si prosternò tre volte faccia a terra e, senza alzare la testa rispose:
- Altezza, vogliate perdonare il vostro miserabile servitore. L'ho lasciato scappare!
- Com'e' possibile?
- lL cerva ci ha seguiti e, incurante del pericolo, è venuta a leccare il suo piccolo. Non ho avuto cuore a separarli e ho lasciato andare il cerbiatto.
Il principe sbatté il pugno contro il bracciolo del sedile e, fuori di sé, gridò:
- Hai disobbedito ai miei ordini! Che insolenza! Sei bandito dai miei stati! Vattene via all'istante!
Tre mesi dopo, il principe fece rientrare dall'esilio Qin Ba Xi per affidargli l'incarico di precettore.
A un cortigiano invidioso, meravigliato di una simile ricompensa concessa all'impertinente che gli aveva sfacciatamente disobbedito, il principe rispose:
- Se ha provato compassione per un cerbiatto, ne proverà sicuramente anche per mio figlio.  Non è forse questo nobile sentimento il più prezioso da trasmettere? E il venerabile Laozi non ha forse detto: Essere saggio significa conoscere gli uomini, essere umano significa amarli...?

tratto da: racconti dei saggi taoisti pag. 211, 212, 213 - Pascal Fauliot- L'ippocampo

sabato 23 giugno 2012

#Mitologia #Ebe Dea della Giovinezza

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Dea della giovinezza greca e romana, Ebe ricorre di rado, ma con costanza, nella storia dell'arte, dall'antichità fino alle opere degli artisti Art Nouveau.
Secondo la mitologia greca Ebe (o Hébé, in francese) è la dea della giovinezza, figlia di Zeus ed Era, menzionata nell’Iliade come sposa di Eracle; fu ribattezzata “Juventas” (“giovinezza” in latino, appunto) dai romani, i quali affidavano a lei i giovani che assumevano la toga virile per entrare nel mondo degli adulti. In terra ellenica un tempio eretto a suo nome si trovava a Flio, mentre, in area latina, un’edicola a lei dedicata fu collocata nel Tempio di Giove Ottimo Massimo, al Campidoglio (fonte: Wikipedia).
Al termine dell’epoca antica, la figura di Ebe subì un totale oscuramento a causa del mancato riutilizzo con cui i cristiani erano soliti riproporre, attraverso nuovi significati, le figure dell’antico pantheon per rendere la loro religione più familiare alle persone da convertire (sorte riservata ebbe in tal senso, invece, il fratello Ares / Marte, che divenne San Marziano martire).

 Solo nel Settecento, la figura di Ebe tornò a circolare nuovamente, grazie alla ritrattistica e, in particolar modo, alla pittura allegorica: di gran moda divennero, infatti, nelle corti europee le immagini di dame rappresentate nelle vesti dell’antica divinità, di cui si voleva indicarne le qualità di bellezza, grazia e giovinezza (come nell’esempio di Piere Gobert, “Ritratto della Duchessa di Modena”), ma frequenti furono anche, in età napoleonica, le immagini allegoriche in cui fu rappresentata slegata dalle effigi di una persona particolare. Da questo punto in avanti, tuttavia, Ebe (s)comparve nuovamente: sempre più di rado, fu recuperata dal repertorio iconografico classico come un tema erudito e insolito con cui si voleva richiamare l’antichità.
 L’iconografia usuale della dea la vede nell’atto di versare nettare da una brocca, ora verso il marito, ora verso il padre rappresentato nelle varianti zoomorfe di cigno o di aquila (di fianco, l’esempio di François Rude (1784-1855) al Museo delle Belle Arti di Digione).
Una delle immagini più celebri dell’età moderna fu scolpita nel 1816 da Antonio Canova (1757-1822) in marmo bianco ed è, oggi, conservata a Forlì (sopra) - quarta versione del modello realizzato, per la prima volta, nel 1796 e di cui esiste anche un esemplare in gesso al Museo di Civico di Milano. Canova rappresentò la dea mentre avanza con passo leggero e lievemente inarcata in avanti, nell’atto di servire i convitati di un invisibile banchetto olimpico, al quale ella rivolge lo sguardo.
Agathon Lèonard   (1841-1923), fra i maggiori esponenti dell’Art Nouveau in scultura, immaginò invece la dea (1897) nel tradizionale atto e con l’elegante compagnia del cigno-Zeus; più slanciata, ma meno sontuosa che quella di Canova, la statua subì numerose peripezie, che le costarono un braccio. Oggi, l'opera  è conservata al al Musée d' Orsay  assieme ad altri esemplari dell’artista.

Fonte veb: http://guide.supereva.it/liberty_e_deco/interventi/2010/02/la-divina-ebe

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