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domenica 19 gennaio 2014

#Racconti #Saggi taoisti: L'arte del tiro con l'arco


http://artedelloshiatsu.files.wordpress.com/2010/12/zen.jpg

 Qi Chang voleva imparare l'arte del tiro con l'arco che, a quanto si dice, è un accellente metodo per accedere al Dao. Andò a trovare il maestro Fei Wei che godeva di grande reputazione. Questi gli disse:
- Quando sarai capace di non sbattere le palpebre, ti insegnerò la mia arte.
Tornato a casa, Qi Chang si infilò sotto il telaio della moglie e si allenò a seguire senza battere ciglio    il va e vieni della spoletta. Dopo due anni di quell'esercizio, riusciva a non chiudere le palpebre neanche quando la punta della spoletta gli sfiorava l'occhio! Torno quindi ad annunciarlo al vecchio Fei Wei:
- Bene, disse il maestro. Ora devi imparare a vedere.  Devi arrivare  a distinguere nettamente  la minima percezione. Acchiappa un pidocchio, legalo con un filo di seta e quando sarai capace di contare i battiti del suo cuore torna a trovarmi.
 A Qi Chang ci vollero dieci giorni per acchiappare un pidoccio e sei mesi per riuscire a legarlo. Poi trascorse varie ore al giorno fissando intensamente  l'insetto. In capo a un anno lo vedeva grande  come una scodella, in capo a tre anni grande come una ruota di carro. Trionfante, corse allora alla casa del maestro.
- Bene, disse il vecchio arciere adesso puoi esercitarti a mirare. Appendi il pidocchio  a un ramo d'albero, arretra cinquanta passi, e qundo riuscirai a trapassare l'insetto senza toccare il filo di seta, torna pure a trovarmi. E gli tese arco e faretra.
Qi Chang ci mise tre mesi tendere l'arco senza tremare, un anno per centrare il tronco dell'albero e due per toccare il filo di seta. Cento volte spezzo il filo senza sfiorare il pidocchio. Solo alla fine del terzo anno, la freccia trapassò l'insetto senza toccare il filo.
- Bene, disse il vecchio Fei Wei, ci sei quasi. Ormai non ti resta  che tentare la stessa cosa con un vento impetuoso. A quel punto, non avrò più niente da insegnarti.
In capo a tre anni, Qi Chang era riuscito anche in quella impresa. Si disse che a quel punto gli restava una cosa sola: misurarsi con il maestro, scoprire se fosse capace di superarlo e, infine,prenderne il posto. Si armo d'arco e di frecce e ando a trovare Fei Wei.
Quasi lo stesse aspettando, il vecchio arciere gli stava venendo incontro con l'arco in mano e le maniche rimboccate. Uno a un capo del prato e uno all'altro, si salutarono senza una parola, incoccarono una freccia nell'arco e si presero accuratamente la mira. Le corde vibravano all'unisono, le due freccie si scontrarono in volo e ricaddero nell'erba. Sei volte fischiarono e sei volte si toccarono. Fei Wei aveva svuotato la sua faretra, ma a Qi Chang era rimasta un ultima freccia. Pronto a tutto pur di sbarazzarsi del suo rivale e di farla finita con il maestro, tirò. Al sibilo della freccia rispose la risata del vecchio che, con il mignolo della mano destra, aveva deviato il dardo mortale mandandolo a infilarsi nell'erba. Fei Wei fece tre passi, raccolse la freccia, la pose sull'arco e prese a sua volta di mira il discepolo.
Qi Chang non si mosse, ma la freccia si limito a sfiorarle la vita, come se il maestro l'avesse mancato o... risparmiato di proposito. Ma appena  fece per muovere un passo, i pantaloni gli scivolarono fino ai piedi. Il colpo magistrale del vecchio Fei Wei ne aveva tagliato di netto il cordone.
Allora Qi Chang si prosternò ed esclamò:
- O mio grande Maestro!
Fei Wei si inchino a sua volta e disse:
O mio gran Discepolo!


tratto da: Racconti dei saggi taoisti  da pag.79 a pag. 83 -  di Pascal Fauliot - L'ippocampo

domenica 5 maggio 2013

#Racconti #Saggi taoisti: L'eleganza della scimmia

http://upload.wikimedia.org 
Nel corso delle sue peregrinazione tra i cinque picchi incappucciati di brume scintillanti, Zhuang Zhou incrocio il re di Wei e il suo seguito, venuti a fare un picnic in riva al lago della Tranquillità celeste. Il saggio indossava una veste di tela rattoppata alla meglio e i suoi sandali sfondati erano tenuti insieme con pezzi di spago.
- In quale miseria sei caduto, Maestro! esclamo il monarca.
- Ristrettezza non è disgrazia, rispose Zhuang Zhou. L'unica disgrazia che puo' capitare al saggio è di non poter trasmettere la propia comprensione del Dao. L'epoca non è propizia ai filosofi, ecco tutto.
- Che intendi dire? chiese il re.
- La scimmia che sta tra gli alberi volteggia di ramo in ramo con la grazie di un uccello, ma quando si sposta in un bosco ceduo o tra l'erba alta, i suoi movimenti sono ridicoli. Allo stesso modo, il saggio che non conta adepti tra i principi del suo tempo va in giro stracciato. Ma che importa? Basta che abbia dei discepoli che mettono in pratica le sue parole, e il suo cuore è felice. E' quella la sua vera ricchezza, poiché la conoscenza che trasmetti ti appartiene per l'eternità!

tratto da Racconti dei saggi taoisti - pag. 103/104  - Pascal Fauliot - L'ippocampo

venerdì 15 febbraio 2013

#Racconti #Saggi Taoisti: L'ombra del ciliegio

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All'uscita di un borgo, sulla riva di un lago che lambiva i piedi dì una serena montagna, stava delicatamente adagiata nel suo scrigno di verzura una grande casa civettuola. Aveva un basamento di pietra ocra, ravvivato da paratie in legno dalle larghe aperture finemente lavorate. La circondava un grazioso giardino circondato da un muro di mattoni imbiancati a calce e coperto con tegole verniciate di rosa. Era la dimora di vecchio commerciante grassoccio, cui il senso degli affari aveva assicurato un più che confortevole benessere.
Nel giardino, al confine della propietà si ergeva un annoso ciliegio che dispensava all'intorno un'ombra generosa. D'estate, fuggendo la fornace di casa, il riccone amava andarvi a riposare e a farsi rinfrescare dalla brezza. Apprezzava in modo particolare il momento in cui l'ombra scavalcava il muro della sua propietà per andare ad allungarsi sulla riva del lago. La restava distevo per delle ore, cullato dal mormorio del flutti
 e dal canto dei canneti e stregato dal riflesso delle montagne nello specchio del lago.

Un giorno di canicola, mentre il mercante varcava il portone per andarsene all'ombra del suo amato ciliegio, ebbe la brutta sorpresa di vedere qualcuno sdraiato al suo posto. Non poteva trattarsi che di uno straniero: chi mai, nel circondario, avrebbe osato fare una cosa del genere?  Il suo posto estivo era conosciuto e rispettato da tutti e nessuno aveva interesse a contrariare quel potente signore.
 Il vecchio riccone apostofrò lo sconosciuto:
- Levati di mezzo! Il posto è mio!
- Vostro? chiese lo straniero sollevando la testa su cui troneggiava un ciuffo di capelli annodati alla meglio. Ma queso non è forse un luogo pubblico?
- Puo' essere, disse il commerciante, ma l'ombra è quella del mio ciliegio, quindi mi appartiene.
L'uomo, dagli abiti e dalla corporatura di un avventuriero, si alzo con un sorriso ironico e disse:
- In tal caso vendetemela cosi ci posso restare! E tirò fuori la borsa, facendone tintinnare le monete.
Quella musica, tanto cara e famigliare al ricco mercante, ebbe l'effetto di smorzargli i bollori e di lasciarlo soprappensiero.
Non aveva mai pensato di poter fare commercio di un ombra, una materia inconsistente, impalpabile e inafferrabile per eccellenza! Fedele alla principale regola degli affari secondo cui, piccolo o grande, ogni guadagno è buono, e accecato dalla sua leggendaria cupidigia, nota in tutto il paese, accettò la proposta, non prima di aver stabilito che l'ombra valeva dieci tael d'argento. Una somma modesta, ma appropiata a un bene che di solito non veniva venduto! Si era guadagnato la giornata.
Il viaggiatore non stette a mercanteggiare: chiese solo che l'atto di vendita venisse messo in debita forma per iscritto e in duplice copia. Tutto contento del colpo messo a segno, il vecchio riccone rientrò a casa e ne torno con carta, inchiostro e sigillo. L'affare fu concluso e l'acquisto dell'ombra pagato in contanti.
Su quella riva del lago non c'erano altri alberi per cui il mercante, rientrato in giardino, si accontento dell'ombra di un albicocco. Non era fresca come quella del ciliegio e non oltrepassava il muro permettendogli di contemplare il paesaggio, ma lo spilorcio vi si sdraiò con il sorriso di chi ha fatto un buon affare. Tanto più
che tra qualche giorno lo sconosciuto di passaggio se ne sarebbe sicuramente ripartito. Gli venne addirittura in mente che avrebbe potuto rivendere l'ombra a qualche altro imbecille.

Mentre le nuvole cominciavano a farsi rosee come le guancie di una vergine alla vista un bel ragazzo, il ricco mercante vid:e a un tratto l'avventuriero varcare il portone. Temette che, rientrato in sè fosse venuto a richiedergli il propio denaro. Fortuna che esisteva un contratto scritto!
L'avventuriero gli fece un amichevole cenno con la mano prima di sedersi senza complimenti in giardino e aprire la borsa, estraendone un picnic. Il padrone di casa si precipitò di corsa a scacciare quello sfacciato dalla sua propietà.
- Vi ho venduto solo l'ombra del ciliegio, mica tutto il giardino. Levatevi di torno al piu' presto!                      - E secondo voi, dove sto seduto? chiese lo straniero. Guardate sull'ombra del ciliegio che adesso si e' spostata qui. Voi me l'avete venduta, e adesso e' mia.
Sbalordito, il riccone girò i tacchi e rientro in casa sbattendosi la porta alle spalle. Mezz'ora dopo, l'avventuriero era seduto sulla veranda, dove ora veniva a proiettarsi l'ombra del ciliegio.
Al crepuscolo, il vecchio mercante, per poco non soffocò di rabbia vedendo l'imponente figura dell'importuno scavalcare la finestra del salotto per venire a sedersi sulla poltrona dove l'ombra aveva eletto domicilio. Il vecchio ordinò al seccatore di andarsene, minacciando di farlo buttare fuori dai servi. Ma quello apri con calma il contratto e lo rilesse a voce alta, dichiarando che se non avesse potuto godere della sua propietà, si sarebbe rivolto al tribunale pretendendo risarcimenti e interessi. Arresosi a quell'inopugnabile argomento, il mercante battè in ritirata in camera sua, barricandosi dentro in attesa che la notte spegnesse l'ombra de ciliegio.
Ma era una notte di luna piena. Attraverso la tapparella di carta, l'ombra del ciliegio scivolò nella camera della giovane concubina del mercante. L'ombra sfiorò forse il suo giacilio, la sua pelle di pesca?
Pur lasciandolo intendere, la storia non lo dice e neanche il vecchio riccone si lasciò sfuggire una parola, forse troppo sordo per essere riuscito a sentire qualcosa di preciso...

Il maneggio durò parecchi giorni. Ogni mattina, l'avventuriero era immancabilmente in camera della giovane concubina, visto che il primo sole vi proiettava l'ombra del ciliegio...
Sta di fatto che il vecchio. sull'orlo del travaso di bile, fini per denunciare egli stesso la cosa alla giustizia, protestando contro l'uso abusivo del diritto di propietà. Ritenedolo un caso alquanto imbarazzante, giuridicamente interessante e quanto mai delicato, il giudice si riservò di deliberare il consiglio.
La storia non dice neanche se il magistrato appartenesse alla razza degli uomini onesti, dei giusti che impediscono al mondo di precipitare definitivamente nel caos, o se invece fosse uno di quei funzionari corrotti che volevano evitare la delusione di non ricevere un soldo da quell' esimo taccagno. Sia come sia, il verdetto decretò che l'atto di ventita era perfettamente valido e che il diritto di propietà era sacro e imprescrittibile. Dette quindi partita vinta al propietario dell'ombra e condannò il ricco al pagamento delle spese, nonché a una grossa multa ogni volta che avesse impedito alla controparte di godere della sua propietà.

L'indomani con la morte nell'anima e tra l'ilarità dei vicini, l'avaro lasciò la civettuola dimora in riva al lago per andare a vivere in una casa  che possedeva in città.
L'avventuriero si sistemò nell'abitazione abbandonata e in capo a dieci anni ne divenne legittimo propietario.
Quanto alla giovane concubina, sulla quale si sarebbe posata l'ombra del ciliegio, l'anziano mercante la lasciò insieme alle mura della vecchia casa, su insistenza, pare, di quella megera della sua legittima moglie che, con la scusa dell'evidente incuria del marito, avrebbe preso in mano gli affari domestici. E il nuovo propietario della casa in riva al lago non tardò a sposare la bella compagna abbandonata con grande gioia della medesima.

Ed ecco come fu che vendendo un ombra, vale a dire niente, per una manciata di monete d'argento, vale a dire quasi niente, Il nostro uomo d'affari perse casa e concubina, entrambe acquistate a peso d'oro.
Meglio sarebbe stato per lui frequentare i classici, nei quali avrebbe trovato la seguente ammonizione:

Chi non sa andare lontano col pensiero vedrà i guai da vicino.

tratto daRacconti dei saggi taoisti pag. 201/210 di Pascal Fauliot  - L'ippocampo
 

martedì 13 novembre 2012

#Racconti #Saggi Taoisti: Il prezzo della compassione

http://it.wikipedia.org/wiki/Taoismo

Durante una caccia, il principe Mong Suen e alcuni cortigiani avevano braccato una cerva con un suo cerbiatto. Stavano già per catturarli quando, all'ultimo istante, la madre riusci a fuggire saltando d'un balzo un rusciello fangoso e dileguandosi tra i cespugli. Il piccolo, invece, aveva esitato un attimo a seguirla e l'impetuoso principe gli piombo addosso come una tigre, riuscendo a catturarlo. Senza nascondere  un sorriso di soddisfazione, l'affidò a Qin Ba Xi, un membro del seguito, affiché lo portasse a palazzo. Mentre costui legava una corda al collo dell'animale per tirarselo dietro, il principe rimontò a cavallo e prese la via del ritorno con il resto della scorta.
Alcune ore dopo, mandò a chiamare Qin Ba Xi per chiedergli come stesse il cerbiatto e in quale parte del parco l'avesse sistemato.
Il cortigiano si prosternò tre volte faccia a terra e, senza alzare la testa rispose:
- Altezza, vogliate perdonare il vostro miserabile servitore. L'ho lasciato scappare!
- Com'e' possibile?
- lL cerva ci ha seguiti e, incurante del pericolo, è venuta a leccare il suo piccolo. Non ho avuto cuore a separarli e ho lasciato andare il cerbiatto.
Il principe sbatté il pugno contro il bracciolo del sedile e, fuori di sé, gridò:
- Hai disobbedito ai miei ordini! Che insolenza! Sei bandito dai miei stati! Vattene via all'istante!
Tre mesi dopo, il principe fece rientrare dall'esilio Qin Ba Xi per affidargli l'incarico di precettore.
A un cortigiano invidioso, meravigliato di una simile ricompensa concessa all'impertinente che gli aveva sfacciatamente disobbedito, il principe rispose:
- Se ha provato compassione per un cerbiatto, ne proverà sicuramente anche per mio figlio.  Non è forse questo nobile sentimento il più prezioso da trasmettere? E il venerabile Laozi non ha forse detto: Essere saggio significa conoscere gli uomini, essere umano significa amarli...?

tratto da: racconti dei saggi taoisti pag. 211, 212, 213 - Pascal Fauliot- L'ippocampo

venerdì 2 novembre 2012

#Racconti #Saggi Taoisti: Il ladro d'ascia

http://www.promiseland.it/2009/04/24/investire-in-perdita/

Un contadino che aveva della legna da spaccare,  non riusciva più a trovare la sua scure.
Pelustro, in lungo e in largo il cortile, lanciò occhite furibonde in direzione del ceppo, della rimessa e del granaio, Niente da fare: sparita, probabilmente rubata! Un ascia nuova di zeccha, acquistata con i suoi ultimi risparmi! La collera, quel breve raptus di follia gli traboccava dal cuore e gli tingeva lo spirito di un inchiostro più nero della pece.                
A un certo punto, vedendo passare per strada il propio vicino, gli parve che il suo passo fosse quello di chi non ha la coscienza tranquilla, che il suo volto lasciasse trasparire l'espressione imbarazzata del colpevole di fronte alla propia vittima e che il suo modo di salutarlo tradisse la tipica astuzia del ladro d'ascia, E quando l'altro apri bocca per snocciolargli le solite banalità meteorologiche in uso tra i vicini, la sua era senza dubbio l voce di chi ha rubato un ascia nuova fiammante.
Non riuscendo a resistere, il nostro contadino attraverso il portico a grandi falcate  per andare a dire il fatto suo a quel ladruncolo, che oltretutto  aveva la faccia tosta di prenderlo in giro! Durante il percorso inciampò in una bracciata di rami secchi abbandonati sul ciglio della strada. Vacillo, strangolandosi con la sfilza  d'insulti destinati al propio vicino, e ando' a sbattere  il naso contro il manico della scure, sicuramente caduta poco prima dalla cariola!

tratto da: Racconti dei saggi taoisti pag, 77 - Pascal Fauliot - L' ippocampo

domenica 28 ottobre 2012

#Racconti #Saggi Taoisti: La diceria





Zen Shen, un discepolo di Confucio, era andato a fare un viaggio nel regno di Fei. Volle il caso che, in quel paese un uomo che portava il suo stesso nome commettese un delitto.
 Un vicino della madre del discepolo che stava tornando  dal viaggio, si recò dalla vecchia e disse:
http://blog.thaisoriente.com/2009/01/lao-tze-il-fondatore-del-taoismo/


- Ho saputo che vostro figlio è stato arrestato per omicidio.
Seduta davanti al suo telaio, senza smettere di lavorare  e senza nemmeno voltare la testa, la signora Zeng rispose:
- impossibile. Mio figlio non è capace di una cosa del genere 
Un pò più tardi, una vicina caccio la punta del naso attraverso la finestra:
- Dicono che tuo figlio abbia ucciso un qualcuno.
Stavolta, la vecchia  smise di tessere e rimase silenziosa.
La sera davanti alla porta della sua casa, uno sconosciuto chiese a un passante:
- Abita qui Zeng Shen, l'assasino?
L'indomani mattina, la madre di Zeng Shen aveva fatto fagotto ed era partita in fretta e furia per il regno di Fei


* Pui afferrare in tempo la mano che sta per colpirti * Ma la lingua che ti accusa, come fai a fermarla ?

Tratto da: Racconti dei saggi taoisti pag. 135 - Pascal Fauliot
 L'ippocampo





lunedì 14 maggio 2012

#Racconti #Saggi #Taoisti #Parola di Carradore::

http://home.comcast.net/~taoistresource/imagesa.html--

Un principe, fine letterato, si stava facendo leggere un testo dal suo segretario personale. La lettura aveva luogo in una sala del primo piano, sotto un tetto di tegole arroventate dal sole. La finestra era spalancata. Nel cortile, un vecchio carratore riparava la ruota. Il mastro artigiano depose il martello, si asciugo' la fronte, sali la scala, entro nella sala e interruppe la lettura con queste parole.
- Che significano tutte queste chiacchere sul Dao?
- Taci ignorante! Sono le parole degli antichi saggi!
- Ma perchè, non sono più vivi?
- No sono morti da un pezzo.
- Quindi, signor mio, vi state bevendo la feccia della loro saggezza.
- Sarai tu ad aver bevuto, brutto cafone, ignorante della malora! Come osi importunarmi? Dammi subito una   spiegazione delle tue parole, o la tua testa finirà per caderti ai piedi!
Il carradore si fregò una contro l'altra le mani callose e disse:
- Bè, signore, volevo solo condividere con voi il frutto di una lunga esperienza. Se costruendo una ruota,  vado troppo piano, il lavoro risulta meno faticoso, però non è solido.Se vado troppo in fretta, il lavoro è più redditizio, però è abborracciato. Per cui devo trovare un giusto ritmo, in armonia con il Dao. Bisogna che la mano sia guidata dal cuore, e questo non si impara dalle paole. E non essendo riuscito a trasmettere l'arte a mio figlio, alla mia età sono ancora costretto a lavorare. Ciò che antichi saggi non sono riusciti a trasmettere da vivi è roba morta: ecco perchè dico che le parole che bevete sono la feccia del loro verbo!
Il principe offri un sedile al vechio carradore e prese un gran gusto a intrattenersi ogni giorno con lui, assaporando l'acqua sorgiva della sua saggezza che fluiva dall'insondabile caverna del Dao.

tratto da : Racconti dei saggi taoisti - Pascal Fauliot - L'ippocampo

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