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venerdì 5 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 5 settembre.

Il 5 settembre 1918 inizia in Russia il periodo del "Terrore rosso".

Il Terrore Rosso fu una campagna di arresti di massa, deportazioni ed esecuzioni indirizzata ai controrivoluzionari durante la Guerra civile russa. Dichiarata ufficialmente il 5 settembre 1918 in una risoluzione speciale adottata dalla leadership dei bolscevichi, questa campagna affermava che “tutti coloro che avessero a che fare con organizzazioni Bianche, cospirazioni e rivolte sarebbero stati uccisi”.

La campagna venne ufficialmente abolita nell’arco di due mesi, ma il termine Terrore Rosso viene utilizzato per indicare tutte le repressioni politiche del governo sovietico nel corso della guerra civile in Russia: dall’ottobre del 1917, quando i bolscevichi rovesciarono il governo provvisorio, fino al 1922, quando l’intera opposizione venne eliminata.

Subito dopo essere saliti al potere, i bolscevichi non rivelarono una particolare crudeltà. I loro avversari venivano spesso rilasciati, salvo poi essere inseriti in cima alla lista dei loro peggiori nemici. Quando la lotta si fece più intensa, però, questo scenario cambiò radicalmente.

Il Terrore Rosso venne annunciato dai Bolscevichi subito dopo un attentato al proprio leader, Vladimir Lenin, il 30 agosto. Al termine di un discorso davanti agli operai di una fabbrica di Mosca, Lenin venne raggiunto da tre volpi di pistola.

Questo episodio fu seguito da una serie di omicidi e tentativi di colpire gli alti funzionari. Nel complesso, solamente nel luglio del 1918, mentre la Guerra Civile stava prendendo piede, furono assassinati nel paese 4.110 funzionari sovietici. I bolscevichi consideravano il Terrore Rosso la risposta legittima agli attacchi dei loro nemici.

Subito dopo il tentato omicidio di Lenin e l’uccisione del dirigente della Cheka Uritskij, 512 rappresentati della borghesia e delle classi alte fino a quel momento tenuti in ostaggio dai bolscevichi (una pratica ampiamente utilizzata all’epoca) furono uccisi a Pietrogrado. Nella seconda metà di settembre altre 300 persone vennero eliminate.

Il 5 settembre a Mosca quasi 80 persone vennero giustiziate pubblicamente. Fra coloro che finirono fucilati, c’erano anche due ministri degli Interni e l’ultimo presidente della camera alta del parlamento imperiale, Ivan Shcheglovitov.

Secondo gli storici, quell’autunno in tutto il paese vennero uccise tra le 1.600 e le 8.000 persone.

Non tutta la leadership bolscevica era allineata con la politica del terrore. Già in ottobre, molti funzionari del partito, fra cui un ministro degli Interni, chiedevano di fermare la repressione. Il 6 novembre questa campagna venne ufficialmente conclusa.

Ma più si avvicinava lo scoppio della guerra civile, più l’ondata di violenza sembrava rafforzarsi. E molti leader bolscevichi ricominciarono a sostenere la pratica del Terrore Rosso. “Bisogna sterminare le classi inutili. Non serve cercare le prove che una persona abbia agito contro i sovietici per mezzo di un atto o delle parole. La prima domanda da porsi è: a quale classe appartiene? Quali sono le sue origini? Quale la sua educazione, l’istruzione, la sua professione? Queste domande potranno definire il destino dell’imputato. È questo il senso del Terrore Rosso”, disse uno dei più influenti funzionari della Cheka, Martin Latsis.

Lenin rispose alle parole di Latsis definendole “delle assurdità”. E aggiunse che il compito non era quello di sterminare fisicamente tutta la borghesia, ma di eliminare le condizioni sociali che portarono alla formazione di questa classe sociale.

Le cifre variano molto. Secondo lo storico Sergej Volkov, tra il 1917 e il 1922 i bolscevichi fecero fuori almeno due milioni di persone. Dall’altro lato, gli storici che fanno riferimento ai materiali d’archivio degli organi responsabili delle politiche repressive, affermano che le vittime furono circa 50.000. Alcuni tendono a moltiplicare questa cifra per due, includendo le vittime delle rivolte contro il regime sovietico avvenute nelle campagne.

100.000 morti è un numero impressionante. Ma si tratta di una cifra incompleta, che non tiene conto di tutte le vittime della guerra civile, che si stima siano pari a 10 o 12 milioni di persone.

Ufficialmente, tra i motivi principali che causarono l’inizio della repressione bolscevica ci fu l’esistenza del Terrore Bianco. Quando la lotta ai bolscevichi si fece più intensa, nella metà del 1918, giunse anche la risposta dei comunisti.

Il numero di vittime della repressione dei bianchi non ha cifre precise. Risulta molto più difficile avanzare delle ipotesi, giacché, a differenza dei rossi, i bianchi non avevano una struttura statale organizzata, ma erano solo delle forze in lotta contro i bolscevichi.

Non venne proclamata nessuna campagna ufficiale di terrore e per questo i crimini commessi dai Bianchi attirarono meno l’attenzione. Secondo molti storici, la repressione fu però pari a quella dei loro nemici comunisti.

Così come afferma l’autore di un recente studio, per mano dei Bianchi vennero uccise almeno 500.000 persone, anche se le stime degli storici indicano cifre minori.

venerdì 30 agosto 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 agosto.
Il 30 agosto 1918 in un attentato viene ucciso Moisei Uritski e ferito gravemente Vladimir Lenin.
Lenin (pseudonimo di Vladimir Ilic Uianov) nasce il 22 aprile 1870 a Simbirsk (oggi Uianovks). Gli anni di studio e di adolescenza coincisero con uno dei periodi più travagliati della storia sociale e politica della Russia, con il governo zarista che, dopo l'uccisione dello zar Alessandro II nel 1881 da parte dei populisti, si affretta ad annullare quelle limitate riforme che erano state introdotte durante il decennio precedente.
Studia giurisprudenza presso la facoltà di Kazan, ma dopo poco tempo viene espulso dall'università a causa di manifestazioni studentesche; decide allora di continuare i suoi studi a San Pietroburgo, dove, nel 1883, fonda il primo nucleo operaio russo.
Si avvicina allo studio del marxismo, e in particolare al "Capitale" di Marx, poi nel 1893 si trasferisce a Pietroburgo entrando in contatto con il movimento fondato da Plechanov, "Emancipazione nel lavoro". Movimento che confluisce nel 1898 al Congresso di Minsk, nel partito operaio socialdemocratico di Russia (POSDR). Lenin sempre sotto stretta sorveglianza politica, viene alla fine arrestato e condannato a tre anni con la deportazione in Siberia.
E' qui che nel 1899, porta a compimento il suo primo saggio: "Lo sviluppo del capitalismo in Russia", che rappresenta l'ennesima polemica contro i populisti, iniziata nel 1894 con l'articolo " Che cosa sono "Gli amici del Popolo" e come lottano contro i socialdemocratici ". Il nocciolo della questione era che i populisti ritenevano che la Russia sarebbe passata dal feudalesimo al socialismo (senza in pratica attraversare la fase dello sviluppo capitalistico), mentre Lenin era del parere che l'agricoltura russa fosse di fatto già entrata nella fase del suo sviluppo capitalistico. Senza contare che per Lenin la Russia faceva parte dell'Europa (contrariamente a quanto pensavano altri intellettuali), ed era quindi sottilmente intrisa di capitalismo.
Questo, in altri termini, significava che fosse già presente nel tessuto sociale quella classe operaia indispensabile per guidare la rivoluzione, spinta che non sarebbe mai potuta venire, a detta del teorico russo, dalla sola classe contadina, esaltata da larghe frange rivoluzionarie. Gli operai, insomma, sono per Lenin indispensabili per scatenare una reazione al capitalismo, soprattutto attraverso un lavoro effettuato da intellettuali "organici" che fossero in grado di rendere consapevole questa classe circa le sue reali condizioni di sfruttamento. E' questa, in sostanza, l'opzione rivoluzionaria che prenderà il nome di "bolscevismo". Al successivo congresso del partito socialdemocratico russo, tenutosi a Londra nel 1903, il partito si spaccò in due fazioni; quella maggioritaria (bolscevica) capeggiata da Lenin e quella minoritaria (menscevica) capeggiata da Plechanov e altri.
Intanto, nel 1901, Lenin emigra in Svizzera, dove fonda un periodico intitolato "Iskra" ("La scintilla"): lo scopo è quello di guidare e organizzare all'estero le lotte e le agitazioni degli operai russi. Lenin intendeva creare l'organizzazione del partito con una struttura fortemente centralizzata alla quale dovevano essere ammessi solo i "rivoluzionari di professione" e non le masse popolari. La divisione interna si approfondì in occasione della rivoluzione del 1905, scoppiata a seguito alla sconfitta inflitta dai Giapponesi ai Russi. I menscevichi intendevano lasciare la guida della rivoluzione alle forze della borghesia liberale russa, mentre Lenin pur riconoscendo il carattere democratico-borghese della rivoluzione, sosteneva che essa dovesse essere capeggiata dalla classe operaia e dai contadini, giudicando che la borghesia russa, per la sua debolezza, sarebbe stata incapace di portare la rivoluzione sino all'abbattimento dello zarismo e avrebbe sempre ripiegato su un compromesso con la monarchia e con l'aristocrazia terriera.
Dopo il fallimento della rivoluzione del 1905 (conclusasi in un bagno di sangue), le polemiche fra bolscevichi e menscevichi si inasprirono sempre di più, con questi ultimi sempre più propensi ad identificarsi ed aderire ai movimenti di "revisione" del marxismo rivoluzionario. La rottura definitiva giunge a compimento nella II Internazionale, in concomitanza con lo scoppio della prima guerra mondiale. Lenin, infatti, punta a trasformare quella che interpreta come "guerra imperialista" in una "guerra civile", vedendo in questo uno degli aspetti positivi della guerra in sé e per sé. In buona sostanza insomma, per Lenin quella poteva essere un'occasione propizia per mettere finalmente in pratica le sue idee rivoluzionarie, cercando di trasformare la guerra in rivoluzione. I moti russi del '17 possono considerarsi il successo annunciato di questa precisa prospettiva.
Ad ogni modo, quando scoppia la Rivoluzione in Russia, nel febbraio del 1917 appunto, Lenin era ancora esule in Svizzera. Rientrato a Pietroburgo traccia il programma per l'abbattimento del governo liberal-democratico nel frattempo salito al potere e per il passaggio della rivoluzione alla sua fase socialista. Nei successivi mesi compone la famosa opera "Stato e Rivoluzione", poi guida l'insurrezione di Ottobre che si conclude con la formazione del primo governo sovietico da lui capeggiato. Gli anni successivi sono quelli della costruzione del nuovo stato comunista e dei forti contrasti con Stalin, che Lenin non può più avversare ma di cui ha già presagito la pericolosità (celebre è lo scritto "Quello Stalin è pericoloso"). Gravemente ammalato muore il 21 gennaio del 1924, all'età di 54 anni.
Subito dopo la morte il 23 gennaio la salma fu trasferita da Gorkij a Mosca, dove ricevette l'ultimo saluto dalla folla che sfidò il gelido inverno russo per l'ultimo omaggio al capo della rivoluzione. Il 26 gennaio fu celebrata una cerimonia nel grande teatro di Mosca e all'uscita, mentre il feretro percorreva la Piazza Rossa, l'enorme folla accorsa intonò L'Internazionale. In tutta la Russia le attività cessarono, la città natale di Lenin, Simbirsk, fu chiamata in sua memoria Uljanovsk, e Pietrogrado (l'antica Pietroburgo) prese il nome di Leningrado.
Stalin e soprattutto Feliks Dzeržinskij, capo della Čeka, vollero fare del corpo di Lenin un simbolo da esporre e da venerare in un apposito mausoleo ai piedi delle mura del Cremlino, nonostante egli avesse espressamente dichiarato di voler essere seppellito accanto ai suoi compagni. All'inizio si pensò di congelare il corpo, ma il rapido deteriorarsi nell'attesa che venisse costruita un'apposita camera refrigerata ne rese necessaria l'imbalsamazione. Neppure i ripetuti appelli della vedova di rispettare le ultime volontà del marito servirono a far cambiare idea a Stalin.
L'anatomista ucraino Vladimir Vorobiov e il dottor Boris Zbarsky, a capo di un gruppo di medici, utilizzarono una tecnica che non è stata ancora completamente svelata. Da più di novant'anni la salma viene fatta oggetto di trattamenti periodici e attenzioni costanti affinché conservi sempre un aspetto "da vivente": oltre a essere ispezionata settimanalmente per rivelare eventuali tracce di muffa o fenomeni degenerativi, ogni anno e mezzo viene immersa per trenta giorni in un bagno di glicerolo e acetato di potassio.

lunedì 13 marzo 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 marzo.
Il 13 marzo 1992 Boris Elstin ordina la chiusura definitiva del giornale "Pravda".
Dal 1912 ha rappresentato per milioni di comunisti il «verbo» di Mosca.
La «Pravda» ossia «Verità» a onor del vero, fu fondata nel 1905 dalla Spilka, l'Unione socialdemocratica ucraina, ma dopo alcune uscite fu ceduta a Trockij che dal 3 ottobre 1908 la fece stampare a Vienna per evitare la censura zarista. Inizialmente Trockij lo concepì come giornale di impostazione socialdemocratica poi nel 1910, fallito il tentativo di ricomporre la scissione del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, divenne l'organo della corrente Bolscevica.
Le mutate condizioni politiche interne, consentirono l'inizio delle pubblicazioni a San Pietroburgo e il 22 aprile 1912 per la prima volta la «Pravda» comparve nelle edicole russe. Nei due anni che seguirono il quotidiano fu però costretto a cambiare per ben 8 volte nome a causa della repressione poliziesca. Nei mesi seguenti divenne «Rabochaya Pravda» (Verità degli operai), «Severnaya Pravda» (Verità del nord), «Pravda Truda» (Verità del lavoro), «Za Pravdu» (Per la verità), «Proletarskaya Pravda» (Verità Proletaria), «Put' Pravdy» (Strada della verità), «Rabochy» (Operai) e ancora «Trudovaya Pravda», altro modo per dire «Verità del lavoro» per poi tornare definitivamente «Pravda». Ma solo per pochi mesi, perché nel luglio del 1914, scoppiata la Prima guerra mondiale, il governo zarista impose la chiusura della testata.
Dopo quasi tre anni di silenzio, il giornale riprese le pubblicazioni nel febbraio del 1917 quando la «Rivoluzione di febbraio» aveva spodestato lo zar Nicola II e creato un governo di salvezza pubblica. Vladimir Lenin poté così rientrare dal suo esilio in Svizzera e pubblicare sul numero del 3 aprile le famose «Tesi di Aprile» in cui tracciava le linee guida dell'azione politica dei Bolscevichi per sfruttare la situazione rivoluzionaria nel Paese, prendere il potere e instaurare lo stato socialista.
Appena un mese dopo l'arrivo in edicola, il 13 marzo del 1917 la «Pravda» venne affiancato da «Izvestia», su iniziativa della componente menscevica e socialrivoluzionaria del partito. Nell'agosto assunse la sottotestata di «Giornale del comitato centrale dei soviet dei lavoratori e dei soldati di San Pietroburgo» per poi diventare «Organo del Comitato esecutivo centrale del soviet supremo», vale a dire del Governo. «Izvestia» in russo sta per «Notizie» per cui abbinandolo al nome dell'altra testata, venne fuori un gioco di parole molto popolare in epoca sovietica: «Nella Verità non ci sono Notizie e nelle Notizie non c'è Verità».
Nel 1918 la redazione della «Pravda» venne trasferita da San Pietroburgo a Mosca e ben presto affiancata da altre pubblicazioni come «Komsomolskaya Pravda» e «Pionerskaya Pravda» rispettivamente organi della Gioventù comunista e dei Giovani Pionieri. Senza contare le «edizioni locali» come «Kazakhstanskaya Pravda» in Kazakhstan, «Polyarnaya Pravda» nell'oblasta di Murmansk, «Pravda Severa» in quello di Arcangelo, «Moskovskaya Pravda» nella capitale.
Tra le varie testate però negli anni successivi sarà sempre alla «Pravda» organo del Pcus che si rivolgeranno gli osservatori politici. Soprattutto negli anni della guerra fredda, i cremlinologi dovevano leggere con attenzione ogni singola riga nel tentativo di intuire i movimenti all'interno del Pcus e prevedere i cambi al vertice del potere. Almeno fino al rapido evolversi della situazione nell'intero mondo comunista dalla caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 fino al tentativo di colpo di stato della componente conservatrice del Pcus contro Michail Gorbacëv nell'agosto del 1991. Sciolta l'Unione sovietica, dissolto il Pcus  Boris Eltsin decretò la fine delle pubblicazioni del glorioso quotidiano. Diversi giornalisti fondarono allora un quotidiano dallo stesso titolo, oggi testata d'informazione formato tabloid, mentre qualche anno dopo apparve in internet una sito online con il nome «Pravda». Ma nessuno è in grado di reclamare l'eredità storica e culturale del giornale.

sabato 28 gennaio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 gennaio.
Il 28 gennaio 1918 ebbe inizio la guerra civile finlandese.
Sotto la pressione delle poderose armate germaniche, l’allora piccolo Granducato di Finlandia, parte integrante del morente Impero russo, proclamò la sua indipendenza. Era il 6 dicembre 1917. Lo zar Nicola II era stato collocato agli arresti da pochi mesi e Kerenskij era succeduto al principe L’vov in qualità di Capo del Governo provvisorio russo. Tale cambiamento, dovuto più che altro alla caduta dello zar, collante dell’unione personale con il Granducato, aveva spinto la giovane dieta scandinava a dichiarare unilateralmente l’indipendenza dalla Russia. Il Granducato, a differenza degli altri territori amministrati dai Romanov, non era retto da un sistema autocratico, bensì da una monarchia costituzionale, la quale, nel 1903, fu affiancata da un moderno parlamento – la Eduskunta – che consentiva anche, per la prima volta in Europa, il suffragio universale (esteso anche alle donne) per l’elezione diretta dei membri della Camera Bassa. Un vero e proprio laboratorio progressista posto ai confini occidentali del vasto impero zarista.
Ma se da un lato la volontà di scindersi dalla Russia era univoca e riscontrava una vasto appoggio, dall’altro le elezioni politiche dell´ottobre 1917 avevano consegnato al paese un risultato ambiguo: la vittoria, almeno numerica, del Partito Socialdemocratico finlandese (a trazione bolscevica) che, ovviamente, fu estromesso ed isolato dalle leve del potere. La parallela sollevazione bolscevica contro il governo provvisorio di Russia creò poi i presupposti per un successivo scontro tra forze democratiche, liberali e conservatrici contro i “Rossi”, sfociato nella guerra civile finlandese che sarà il preludio, in piccola scala, di ciò che accadde in Russia pochi mesi più avanti. Le armate comuniste di Finlandia, foraggiate e direttamente appoggiate dai bolscevichi, riuscirono a cingere d’assedio Helsinki fino a costringere lo stesso governo di unità nazionale e anti-bolscevico a rifugiarsi nella città di Vaasa, situata poco più a nord sul Golfo di Botnia. La guerra interna si andava così a sommare al problema istituzionale, molto dibattuto nella Finlandia dell’epoca: monarchia o repubblica. A partire dal 15 gennaio 1918, il nuovo capo del governo provvisorio finlandese, Pehr Evind Svinhufvud, di concerto con l’abilissimo ex-ufficiale di cavalleria zarista e futuro eroe nazionale, Carl Gustav Mannerheim, organizzò il nuovo esercito, composto quasi unicamente dai membri della milizia della Guardia Bianca anti-bolscevica.
Contrariamente alla Guardia Rossa – la milizia che aveva preso Helsinki e aveva proclamato la Repubblica Socialista dei Lavoratori di Finlandia – , parte degli effettivi dei controrivoluzionari “bianchi” godeva di un’ottima preparazione militare e di efficienti armamenti . Gli Jager finlandesi, una piccola fetta di volontari, addestrati nelle fila dell’esercito imperiale tedesco, erano partiti nel 1914 per combattere contro l’oppressore russo sul Fronte Orientale. Oltre a ciò, il nuovo esercito di Finlandia poteva contare su contingenti zaristi in rotta dopo la Rivoluzione, alcune migliaia di volontari svedesi e dall’appoggio diretto dell’esercito del Kaiser. Quest’ultimo fu l’elemento decisivo che, il 16 maggio 1918, condusse rapidamente i Bianchi alla vittoria e costrinse la fiaccata Russia bolscevica a riconoscere ufficialmente l’indipendenza finlandese.
Con la fine delle ostilità e le truppe tedesche presenti sul territorio finlandese – praticamente padroni dell’Est Europa dopo la capitolazione russa – il presidente provvisorio Svinhufvud propose al parlamento di dare continuità all´istituto monarchico, precedentemente vigente nel Granducato. Opzione questa molto gradita ai tedeschi che, non paghi, alzarono la posta in gioco “consigliando” al presidente finlandese, divenuto in quei giorni reggente, di proporre in parlamento uno dei vari principi tedeschi legati con la famiglia imperiale. La scelta cadde su Federico Carlo di Assia-Kassel, cognato del Kaiser, al quale rapidamente venne offerta la corona il 9 ottobre dello stesso anno.
Il tentativo di germanizzare la Finlandia – de facto divenuta un protettorato tedesco – fu solo il primo passo per una serie di stati, pur di breve durata, filo-tedeschi (come il Ducato Unito dei Paesi Baltici, la Repubblica ucraina o il Regno di Polonia) nati dalle ceneri dei possedimenti occidentali dell’Impero russo, sui quali i tedeschi avevano avuto mano libera dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk nel marzo del 1918. Il sistema egemonico istituito dalla Germania nell’Est Europa ebbe però vita breve: la firma dell’Armistizio di Compiègne sopraggiunta l’11 novembre 1918 e la fine della monarchia in Germania fecero cadere uno dopo l’altro tutti gli avamposti germanici in oriente. Nessuno degli Alleati avrebbe tollerato la presenza di un principe tedesco sul trono finlandese o di qualsiasi altro stato sorto sotto i colpi di obice tedeschi. Il 14 dicembre 1918, concordata l’abdicazione “a distanza” – Federico Carlo non prese mai effettivamente possesso del trono – con il parlamento, il novello re formalizzò la rinuncia al trono di Finlandia. I poteri di capo dello stato passarono così al generale Mannerheim che, nel 1919, proclamò la Repubblica di Finlandia.
La breve parentesi monarchica (indipendente) volgeva così al termine, anche se, bisogna ricordarlo, qualcuno, nei tumultuosi giorni che seguirono la proclamazione della giovane repubblica scandinava, tentò addirittura di convincere il barone Mannerheim a prendersi la corona e divenire re. Il barone declinò, salvo poi subire una tremenda débâcle alle elezioni presidenziali del luglio del 1919 e ritirarsi, temporaneamente, a vita privata. Almeno fino alla nuova minaccia sovietica.

venerdì 5 marzo 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 marzo.
Il 5 marzo 1953 Stalin muore a Mosca, a seguito di un malore.
La caratteristica dei capi bolscevichi è quella di provenire da famiglie prestigiose dalla nobiltà, dalla borghesia o dall'intelligencija. Stalin invece nasce a Gori, piccolo borgo rurale non lontano da Tiblisi, in Georgia, da una famiglia miserabile di contadini servi. In questa parte dell'impero russo sul confine con l'Oriente, la popolazione - quasi tutta cristiana - conta non più di 750.000 abitanti. Secondo i registri della chiesa parrocchiale di Gori la sua data di nascita è il 6 dicembre del 1878, ma egli dichiara di essere nato il 21 dicembre 1879 e in tale data veniva festeggiato ufficialmente il suo compleanno nell'Unione Sovietica.
La Georgia sotto gli zar è sottomessa ad un progressivo processo di "russificazione". Come quasi tutti i georgiani anche la famiglia Dzugasvili è povera, senza istruzione, analfabeta ma non conosce la schiavitù che opprime tanti russi, poiché non dipendono da un singolo padrone, ma dallo Stato. Quindi, pur essendo servi, non sono una proprietà privata di qualcuno. Il padre Vissarion Dzhugashvili nasce bracciante, poi farà il ciabattino. La madre, Ekaterina Geladze, è lavandaia e pare non essere georgiana per una caratteristica somatica non da poco: ha i capelli rossi, ed è una cosa rarissima nella zona. Pare che appartenga agli Osseti, tribù montanara di origine iraniana. Nel 1875 la coppia lascia la campagna e si stabilisce a Gori, un villaggio di circa 5.000 abitanti. In affitto occupano un tugurio.
L'anno dopo mettono al mondo un figlio, ma muore subito dopo la nascita. Ne nasce un secondo nel 1877 ma muore anche questo in tenera età. Diverso destino ha invece il terzo figlio, Josif.
Nella peggiore miseria questo unico figlio cresce in un ambiente disgraziato ed il padre invece di reagire, si rifugia nell'alcolismo; nei momenti d'ira scatena la sua violenza senza ragione su moglie e figlio che, benché fanciullo, in una di queste liti non esita a lanciargli addosso un coltello. Durante l'infanzia il padre impedisce a Josif di frequentare la scuola per farlo lavorare come ciabattino. La situazione casalinga diventa insostenibile e spinge l'uomo a cambiare aria: si trasferisce così a Tiflis per lavorare in una fabbrica di scarpe, non manda soldi alla famiglia e pensa bene di spenderli in bere; fino al giorno in cui, in una rissa fra ubriachi, viene accoltellato al costato e muore.
Rimane solo la madre ad occuparsi della sopravvivenza del suo unico figlio, che si ammala prima di vaiolo (malattia che lascia terribili segni) e in seguito contrae una terrificante infezione del sangue, curata poi alla meno peggio, lasciandogli dei postumi nel braccio sinistro, che rimane offeso. Il futuro Josif sopravvive alla prima malattia venendo fuori dalla seconda in un modo stupefacente, diventa bello e robusto tanto che con un certo orgoglio il ragazzo comincia a dire di essere forte come l'acciaio (stal, da cui Stalin).
Josif eredita tutta la forza dalla madre che, rimasta sola, per guadagnarsi da vivere prima inizia a cucire per qualche vicino, poi con il capitale accumulato compra una modernissima macchina da cucire che le fa aumentare ulteriormente i guadagni e naturalmente ad avere qualche ambizione per il figlio. Terminate le quattro classi elementari, Josif frequenta la scuola religiosa ortodossa di Gori, l'unica scuola superiore esistente nel villaggio, riservata a pochi.
L'ambizione della madre si trasferisce al figlio che dagli altri alunni della scuola si distingue per intelligenza (anche se termina la scuola due anni dopo), volontà, memoria e come per incanto anche in prestanza fisica. La miseria e la disperazione provata da fanciullo compiono questo miracolo della volontà che colpisce anche il direttore della scuola di Gori, che suggerisce alla madre (la quale non desidera altro che Josif diventi prete) di farlo entrare nell'autunno del 1894 (a quindici anni) al seminario teologico di Tiflis; Josif frequenta l'istituto fino al maggio del 1899, quando - con tanta disperazione della madre (nel 1937 prima di morire non se ne dava ancora pace - famosa una sua intervista) - viene espulso. Il futuro capo di un immenso Paese che diventerà "L'Impero dei senza Dio" (Pio XII), e che farà chiudere tutte le chiese, non ha di certo la vocazione per fare il prete.
Il giovane dopo aver speso una buona dose di quella forte determinazione per dimenticare il suo ambiente di miseria e disperazione adolescenziale, inizia ad usare questa volontà per quelli che erano nelle medesime condizioni. Mentre frequenta il seminario si introduce nelle riunioni clandestine dei lavoratori della ferrovia di Tiflis, città che sta diventando il centro del fermento nazionale di tutta la Georgia, con gli ideali politici liberali della popolazione presi a prestito dall'Europa occidentale.
L'impronta nella formazione del giovane è stata impressa nei due anni precedenti quando, al "credo" evangelico e a quello "socialista georgiano" si interpone il "credo" di Marx e di Engels. Il contatto con le idee e con l'ambiente dei deportati politici l'aveva avvicinato alle dottrine socialiste. Entra nel movimento marxista clandestino di Tiblisi nel 1898, rappresentato dal Partito socialdemocratico o POSDR (all'epoca illegale), cominciando un'intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale che lo porta ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime.
Josif assume lo pseudonimo di Stalin (d'acciaio) proprio per i suoi legami con l'ideologia comunista e gli attivisti rivoluzionari (tra i quali era peraltro comune l'assunzione di falsi nomi per tutelarsi verso la polizia russa), sconfessati e condannati entrambi dal governo zarista.
La conversione all'ideologia marxista di Stalin è immediata, totale e definitiva. Proprio per la giovane età, la concepisce a suo modo: grossolana, ma in un modo così impetuoso che si infervora fino al punto tale che, a pochi mesi dalla cacciata dal seminario, viene sbattuto fuori anche dall'organizzazione del movimento nazionalista georgiano.
Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, nel 1902 Stalin lascia Tiflis e si trasferisce a Batum, sul Mar Nero. Ricomincia a fare l'agitatore guidando un gruppetto di autonomi, scavalcando Ccheidze, il capo dei socialdemocratici georgiani. Nell'aprile del 1902 in una manifestazione di scioperanti degenerata in una rivolta con scontri con la polizia, Stalin è accusato di averla organizzata, è imprigionato e condannato a un anno di carcere a Kutaisi seguito da un triennio di deportazione in Siberia, a Novaja Uda, a più di 6.000 chilometri dalla Georgia.
Durante il periodo carcerario conosce un famoso agitatore marxista, Uratadze, seguace del fondatore del marxismo georgiano Zordanija. Il compagno - che prima d'allora ne ignorava l'esistenza - rimane impressionato: piccolo di statura, il volto segnato dal vaiolo, barba e capelli sempre lunghi; l'insignificante nuovo arrivato era un duro, energico, imperturbabile, non si arrabbiava, non imprecava, non gridava, non rideva mai, aveva un carattere glaciale. Il Koba ("indomabile", suo altro pseudonimo) era già diventato Stalin, il "ragazzo d'acciaio" anche in politica.
Nel 1903 si tiene il secondo congresso del partito con l'episodio della defezione di Lev Trochij, un giovane ventitreenne seguace di Lenin, che passa nelle file degli avversari accusando Lenin di "giacobinismo". A questo periodo risale l'immaginaria lettera al carcere di Lenin inviata proprio nel 1903 quando Stalin è in galera. Lenin gli comunica che c'è stata una scissione e che si deve scegliere tra le due fazioni. E lui sceglie la sua.
Fugge nel 1904 e torna inspiegabilmente a Tiblisi. Sia amici che nemici iniziano a pensare che faccia parte della polizia segreta; che magari con un accordo è stato mandato in Siberia in mezzo ad altri detenuti solo per fare da spia, e nei mesi successivi partecipa con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vede la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Passano poche settimane e Stalin fa già parte della fazione bolscevica maggioritaria che fa capo a Lenin. L'altra fazione era la menscevica, cioè la minoritaria, che in prevalenza è composta da georgiani (ovvero i suoi amici marxisti prima a Tiflis poi a Batum). Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio "A proposito dei dissensi nel partito", diventa direttore del periodico "Notiziario dei lavoratori caucasici". In Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, avviene l'incontro con Lenin, che cambierà totalmente la vita al Koba georgiano, e la farà cambiare anche alla Russia che, da Paese arretrato e caotico zarista, sarà trasformato dal dittatore nella seconda potenza industriale del mondo. Stalin accetta le tesi di Lenin in merito al ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.
Passato a Baku, partecipa agli scioperi del 1908; Stalin viene di nuovo arrestato e deportato in Siberia; fugge ma viene ripreso e internato (1913) a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimane per quattro anni, fino al marzo del 1917. Nei brevi periodi di attività clandestina, riesce progressivamente a imporre la sua personalità e a emergere come dirigente, tanto da essere chiamato da Lenin, nel 1912, a far parte del Comitato centrale del partito.
Facendo un'analisi sull'evoluzione della storia della Russia al di là di ogni discussione e di ogni giudizio dei modi e della corrente di pensiero, va riconosciuto il merito alla forza di personalità e all'opera di Stalin che hanno avuto nel bene come nel male, un'influenza determinante nel corso della storia contemporanea, pari alla Rivoluzione Francese e a Napoleone. Influenza che si è estesa oltre la sua morte e la fine del suo potere politico.
Lo stalinismo è l'espressione di grandi forze storiche e di volontà collettive: Stalin rimane al potere trent'anni e nessun capo può governare così a lungo se la società non gli promette il consenso. Le polizie, i tribunali, le persecuzioni possono servire ma non bastano per governare così a lungo. La maggior parte della popolazione voleva lo Stato forte. Tutta l'intelligencija russa (dirigenti, professionisti, tecnici, militari ecc.) che era ostile o estranea alla rivoluzione, ritiene Stalin un capo in grado di assicurare una crescita della società, e gli riconosce tutto l'appoggio. Non molto diverso da quell'appoggio che la stessa intelligencija e la grande borghesia tedesca diede a Hitler, o come in Italia a Mussolini.
Stalin converte il potere in una dittatura e come tutti i regimi è favorito da comportamenti collettivi di stampo fascista anche se è uno comunista e l'altro nazista. Nel 1917 contribuisce alla rinascita della Pravda a Pietroburgo, mentre definisce nel saggio "Il marxismo e il problema nazionale", le sue posizioni teoriche non sempre in linea con quelle di Lenin. Torna a San Pietroburgo (nel frattempo ribattezzata Pietrogrado) subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista; Stalin, insieme a Lev Kamenev ed a Murianov assume la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Questa conduzione viene sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi, Stalin, membro del comitato militare, non appare in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entra a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell'ambito dello stato sovietico.
Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin nell'aprile del 1918 è nominato plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi" viene incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali. Il modo barbaro ed insensibile con cui Stalin guida queste lotte solleva delle riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui lo accusa pesantemente di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento. Lenin è tormentato dal pensiero che il governo perda sempre più la sua matrice proletaria, e diventi esclusivamente espressione dei burocrati di partito, sempre più lontani dall'esperienza attiva di lotta vissuta in clandestinità prima del 1917. Oltre a questo prevede una supremazia incontrastata del Comitato Centrale, ed è per questo che propone nei suoi ultimi scritti una riorganizzazione dei sistemi di controllo, scongiurando una formazione prevalentemente operaia che possa tenere a bada la smisurata classificazione di funzionari di partito.
Nel 1922 è nominato segretario generale del Comitato centrale, si unisce a Zinov'ev e Kamenev (la famosa troika), e trasforma questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per dichiarare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin.
A questo punto il contesto russo è devastato dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati; diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppia violento il dissidio con Lev Trochij, ostile alla Nuova Politica Economica e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sostiene che la "rivoluzione permanente" è una mera illusione e che l'Unione Sovietica deve dirigere alla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un Paese solo").
Trockij, sulla falsariga degli ultimi scritti di Lenin, crede che con l'appoggio della crescente opposizione creatasi internamente al partito, serva un rinnovamento all'interno degli organi dirigenti. Esprime queste sue considerazioni al XIII congresso del partito, ma viene sgominato ed accusato di frazionismo da Stalin e dal "triumvirato" (Stalin, Kamenev, Zinovev).
Il 15° congresso del partito nel 1927 segna il trionfo di Stalin che diventa il capo assoluto; Bucharin passa in secondo piano. Con l'avvio della politica dell'industrializzazione accelerata e della collettivizzazione forzata, Bucharin si distacca da Stalin ed afferma che questa politica genera conflitti terribili con il mondo contadino. Bucharin diventa oppositore di destra, mentre Trockij, Kamenev e Zinovev sono oppositori di sinistra. Al centro naturalmente c'è Stalin che al congresso condanna qualsiasi deviazione dalla sua linea. Ora può operare la totale emarginazione dei suoi ex-alleati, ora avversari.
Trockij è senza ombra di dubbio il più temibile per Stalin, viene prima espulso dal partito, poi per renderlo innocuo viene cacciato dal paese. Kamenev e Zinovev, che avevano preparato il terreno dell'esautorazione di Trockij, se ne pentono e Stalin può tranquillamente concludere l'opera.
Dall'estero Trockij lotta contro Stalin e scrive il libro "La Rivoluzione tradita". Con il 1928 inizia l'"era di Stalin": da quell'anno la vicenda della sua persona si identificherà con la storia dell'URSS. Ben presto nell'URSS il nome di quello che fu il braccio destro di Lenin diventa sinonimo di spia e di traditore. Nel 1940 Trockij, finito in Messico, viene ucciso da un emissario di Stalin con un colpo di piccozza.
Viene terminata la NEP con la collettivizzazione forzata e la meccanizzazione dell'agricoltura, e viene soppresso il commercio privato. Viene dato l'avvio al primo piano quinquennale (1928-1932), che dà la precedenza all'industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale è riservato all'opera di trasformazione di un paese povero ed arretrato in una grande potenza industriale. Vengono fatte corpulente importazioni di macchinari e chiamati migliaia di tecnici stranieri. Sorgono nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passano dal 17 al 33 percento della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debella l'analfabetismo e prepara i nuovi tecnici.
Anche per il secondo piano quinquennale (1933-1937) dà la precedenza all'industria che compie un ulteriore sviluppo.
Gli anni Trenta sono caratterizzati dalle terribili "purghe" in cui sono condannati a morte o vengono rinchiusi a lunghi anni di carcere i componenti di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinovev, Radek, Sokolnikov e J. Pjatakov; da Bucharin e Rykov, a G. Jagoda e M. Tuchacevskij (1893-1938): in totale 35.000 ufficiali su 144.000 che compongono l'Armata Rossa.
Nel 1934 l'URSS è ammessa nella Società delle Nazioni ed inoltra proposte di disarmo generale cercando di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi, sia al loro interno (politica dei "fronti popolari"). Nel 1935 stipula patti di amicizia e di reciproca assistenza con Francia e Cecoslovacchia; nel 1936 l'URSS appoggia con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Francisco Franco. Il Patto di Monaco del 1938 impartisce un duro colpo alla politica "collaborazionista" di Stalin che a Litvinov sostituisce Vyacheslav Molotov ed alla linea possibilista alterna una politica di tipo realistica.
Al temporeggiamento occidentale, Stalin avrebbe preferito la "concretezza" tedesca (Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939) che non reputa più di essere all'altezza di salvare la pace europea, ma almeno assicura la pace all'URSS.
La guerra alla Germania (1941-1945) costituisce una pagina ingloriosa della vita di Stalin: sotto la sua guida l'URSS riesce sì a bloccare l'attacco nazista, ma a causa delle purghe che avevano ucciso quasi tutti i vertici militari, le battaglie, seppur vinte, causano all'esercito russo perdite per molti milioni di persone. Tra le battaglie principali si ricorda l'assedio di Leningrado e la battaglia di Stalingrado.
Più che l'apporto - diretto e notevole - alla conduzione della guerra, fu comunque estremamente significativo il ruolo di Stalin come grande diplomatico, evidenziato dalle conferenze al vertice: un negoziatore rigoroso, logico, tenace, non privo di ragionevolezza. Fu assai stimato da Franklin Delano Roosevelt, meno da Winston Churchill cui fece velo la vecchia ruggine anticomunista.
Il dopoguerra trova l'URSS impegnata nuovamente su un doppio fronte: la ricostruzione all'interno e l'ostilità occidentale all'esterno, resa questa volta assai più drammatica dalla presenza della bomba atomica. Sono gli anni della "guerra fredda", che vedono Stalin irrigidire ancor più il monolitismo del Partito comunista fuori e dentro i confini, di cui è espressione evidente la creazione del Cominform e la "scomunica" della deviazionista Jugoslavia.
Stalin, ormai avanti con gli anni, patisce un colpo apoplettico nella sua villa suburbana di Kuntsevo la notte tra il 1 e 2 marzo 1953, ma le guardie di ronda davanti alla sua camera da letto, pur se allarmate dalla sua mancata richiesta del pasto notturno non osano forzarne la porta blindata fino alla mattina dopo, quando Stalin è già in condizioni disperate: metà del corpo è paralizzato, ha inoltre perso l'uso della parola. Josif Stalin muore all'alba del 5 marzo, dopo che i suoi fedelissimi avevano fino all'ultimo sperato in un miglioramento delle sue condizioni.
Il funerale è imponente. Il corpo, dopo essere stato imbalsamato e vestito in uniforme, è solennemente esposto al pubblico nella Sala Delle Colonne del Cremlino (dove era già stato esposto Lenin). Almeno un centinaio di persone muoiono schiacciate nel tentativo di rendergli omaggio. Viene sepolto accanto a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.
Dopo la morte rimane intatta la popolarità di Stalin come capo del movimento di emancipazione delle masse oppresse di tutto il mondo: bastano però tre anni perché al XX Congresso del PCUS (1956) il suo successore, Nikita Khruščёv, denunci i crimini da lui commessi contro gli altri membri del partito dando il via al processo di "destalinizzazione". Primo provvedimento di tale nuova politica sarà la rimozione della mummia di Stalin dal Mausoleo di Lenin: le autorità non potevano tollerare la vicinanza di un tale sanguinario a quella di una mente così illustre. Da allora la salma riposa in una tomba poco distante, sotto le mura del Cremlino.

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