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domenica 28 dicembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 dicembre.

Il 28 dicembre 1870 si verifica a Roma una grandissima inondazione dovuta allo straripamento del Tevere.

Quando Roma fu colpita da una violenta alluvione, nel dicembre 1870, l’opinione pubblica rimase particolarmente impressionata dall’evento. Addirittura il Re, Vittorio Emanuele II, arrivò in treno per ispezionare personalmente la Città Eterna e visitarla per la prima volta.

Roma però non era nuova a episodi simili: infatti ha sempre dovuto fare i conti con le piene del Tevere, sin dalla sua fondazione, anche se storicamente furono documentate solo dalla fine del V secolo a.C.

Se nell’antichità le piene erano viste come un fenomeno cui adattarsi più che da combattere, nei secoli successivi, la decadenza dell’impero, le invasioni barbariche e la crisi generale di Roma produssero gravi danni dovuti all’abbandono di ogni forma di controllo del fiume. In particolare dal 1450 al 1700 si verificarono una dozzina di piene eccezionali, che causarono migliaia di morti e feriti. Fu però l’inondazione del 1870 a creare un decisivo spartiacque nella storia di Roma e nel suo rapporto con il Tevere.

L’alluvione del 1870 rimase negli annali non solo per la portata eccezionale dell’evento, ma anche per la sua natura simbolica. Roma infatti fu sottratta al Papa il 20 settembre 1870, creando così un’aura di fatalismo intorno all’avvenimento.

Ancora oggi però viene ricordata perché fu più violenta rispetto alle precedenti, in quanto il Tevere superò abbondantemente i 17 metri, allagando diverse zone. Ad esempio via del Corso, Piazza del Popolo e Piazza Navona si ritrovarono sommerse dall’acqua. Nemmeno il quartiere di Trastevere e il Ghetto furono risparmiati, causando vittime e disagi ingenti alla popolazione.

Il fango ingombrò strade e scantinati e in alcuni casi furono inondati anche i primi piani delle case. L’acqua paralizzò la città devastando abitazioni e botteghe, arrecando danni consistenti a monumenti, affreschi, arazzi e opere architettoniche.

I soccorsi furono immediati, anche se improvvisati, tanto è vero che le istituzioni si attivarono immediatamente per trovare soluzioni adeguate.

Subito dopo l’alluvione, lo Stato italiano infatti decise di intervenire nominando una commissione, a cui affidò particolari compiti. Innanzitutto bisognava esaminare le condizioni del Tevere e dei principali affluenti, quindi indicare provvedimenti da attuare per difendere la città dalle piene. Nel febbraio 1871 la commissione approvò un progetto che prevedeva la realizzazione di muraglioni, ovvero argini in grado di controllare il fiume.

Tutto ciò non ebbe però seguito. Così nel 1875 Giuseppe Garibaldi, allora deputato di Roma, presentò dapprima un disegno di legge e poi un progetto vero e proprio. Il Generale avvertì la necessità di proteggere la città dalle inondazioni convertendo il Tevere in canale navigabile fino al mare e di risanare l’Agro Romano.

Nel dettaglio, il Progetto Garibaldi avrebbe deviato il Tevere verso nord, nei pressi dell’odierno aeroporto dell’Urbe. Quindi lo avrebbe canalizzato girando attorno alla città verso sud, in zona Magliana. Attraverso il centro storico e sotto gli antichi ponti sarebbe invece rimasto un piccolo rio inserito in un parco cittadino.

Nonostante i lunghi dibattiti, il progetto non vide mai la luce, forse per i costi elevati.

Tuttavia il governo italiano capì l’importanza di costruire opere idrauliche necessarie, in modo definitivo, a preservare Roma dalle alluvioni. Nel luglio 1875 promulgò una legge in tal senso e venne coinvolta nuovamente una commissione insediata presso il Ministero dei Lavori Pubblici.

La commissione esaminò diverse proposte, tra cui quella del professor Alessandro Betocchi, che consisteva nella costruzione di un canale da Ponte Milvio fino all’ospedale di Santo Spirito. L’ingegnere Raffaele Canevari propose di allargare il Tevere dandogli una larghezza uniforme, eliminando gran parte degli ingombri presenti, tra cui l’Isola Tiberina. L’idea di Carlo Possenti, presidente della commissione, prevedeva invece la realizzazione di alcuni canali a valle di Roma.

Alla fine la spuntò il progetto di Canevari, secondo cui si sarebbe regolarizzato il corso del fiume demolendo case, palazzi e persino antiche rovine per far posto ai muraglioni, salvando almeno l’Isola Tiberina. I lavori iniziarono nel 1876 e già all’inizio del 1900 la zona centrale della città era difesa dagli argini. L’opera in tutto il territorio urbano fu completata definitivamente nel 1925.

Parallelamente vennero realizzati anche due grandi collettori fognari per lo smaltimento delle acque, risolvendo così il problema degli allagamenti.

La costruzione dei muraglioni ha certamente ridotto i rischi di inondazione, ma ha privato Roma di alcune opere, tra cui il Porto di Ripetta. Proprio a Ripetta, alla fine del ‘700, venne installato l’unico idrometro, utile per monitorare regolarmente i livelli del Tevere. Prima di allora era usanza apporre una targa sugli edifici per indicare il livello massimo raggiunto dalle acque.

A partire dal 1871 poi vennero impiantate ulteriori stazioni idrometriche sul Tevere, utili per comprenderne l’attività. L’obiettivo infatti era quello di ottenere dati scientifici abbastanza attendibili dalle osservazioni sistematiche effettuate lungo il fiume. Tali osservazioni potevano essere giornaliere in condizioni normali, oppure orarie in caso di piena.

Il nuovo sistema di contenimento e le frequenti osservazioni idrometriche si sono quindi rivelati strumenti utili per evitare nuove inondazioni, come quella del 1870. Nel corso degli anni infatti, come pure in tempi recenti, le piogge abbondanti hanno messo a dura prova la città, creando però danni contenuti rispetto al passato.

venerdì 14 novembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 14 novembre.

Il 14 novembre 1951 il Po rompe gli argini e il Polesine viene travolto dall'alluvione.

Il 1951 fu un anno particolare. Da gennaio a ottobre su tutto il territorio nazionale si susseguirono piogge, inondazioni e frane che complessivamente causarono oltre 150 morti, 90 dei quali nel solo mese di ottobre in Calabria (72), Sicilia (12) e Sardegna (6). Nei primi giorni di novembre il nord Italia venne colpito da piogge intense e persistenti che in val Padana raggiunsero l’apice tra il 6 e il 12. In questi sei giorni sul bacino del Po vennero misurati mediamente circa 30 millimetri di pioggia al giorno, con picchi che superarono anche di quattordici volte la media mensile dei cinque anni precedenti. Una tale quantità di acqua, caduta su terreni già saturati dalle piogge del mese di ottobre, determinò la piena di tutti i corsi d’acqua del bacino. I primi fenomeni di dissesto geo-idrogeologico si verificarono in Piemonte e in Lombardia, dove si registrarono anche alcune vittime. Il Po crebbe velocemente, ingrossato dalle acque di tutti i suoi affluenti di destra e sinistra e col deflusso verso il mare ostacolato da venti di Scirocco. Tra l’11 e il 12 novembre il fiume ruppe nella zona del parmense, sommergendo migliaia di ettari di terreno. Due giorni dopo la piena raggiunse il Polesine. Con questo nome si identifica l’area del Veneto compresa tra i corsi inferiori dell’Adige e del Po, e comprende l’intera provincia di Rovigo e la zona del cavarzerano in provincia di Venezia. Questo territorio pianeggiante è caratterizzato da ampie depressioni, con molti ettari a quote inferiori al livello del mare. Per fronteggiare i ripetuti allagamenti nel tempo erano stati costruiti canali e argini che, danneggiati durante il periodo bellico e malridotti per la scarsa manutenzione, si trovavano in precarie condizioni. Particolarmente critica era la situazione nel tratto fra Santa Maria Maddalena e Occhiobello, e fu proprio in questa zona che il giorno 14 novembre l’argine cedette, dando inizio alla più estesa alluvione del XX secolo in Italia. Le rotte furono tre, in rapida successione: la prima, che raggiunse i 220 metri di lunghezza, si verificò nel tardo pomeriggio nel territorio di Canaro, a Paviole; le altre due, lunghe rispettivamente 312 e 204 metri, si aprirono nel comune di Occhiobello, a Bosco e a Malcantone. In poche ore le acque dilagarono e raggiunsero, rimanendovi bloccate, l’argine della Fossa Polesella, un canale navigabile di comunicazione tra il fiume Po e il Canalbianco che produsse una sorta di effetto diga. Per favorire il deflusso verso il mare, sarebbe stato opportuno aprire dei varchi nell’argine, ma le autorità tergiversarono e così le acque iniziarono a risalire anche verso monte. L’enorme quantità di acqua proveniente dalle rotte ben presto superò la quota dell’argine della Fossa e si riversò anche nel Canalbianco, dove si aprirono alcune rotte in sinistra mettendo a rischio i due maggiori centri del Polesine, Adria e il capoluogo Rovigo. Adria venne completamente inondata. Oltre 20 mila persone rimasero bloccate in città e isolate per diverse ore, prima di essere tutte evacuate. A Rovigo, dove era stato organizzato il quartier generale dei soccorsi ed erano stati ospitati molti sfollati, le acque furono in parte trattenute dall’argine del canale Adigetto che, fungendo da diga, salvò il centro storico.

Difficile quantificare il volume delle acque che per undici giorni sommersero almeno 1.170 chilometri quadrati di terreno, raggiungendo in alcuni punti la profondità di sei metri; le stime oscillano fra i tre e gli otto miliardi di metri cubi. Dopo circa una settimana dalle rotte del Po le acque raggiunsero finalmente l’Adriatico e il livello dell’esondazione iniziò a scendere. Tuttavia gli argini della Fossa Polesella costituivano ancora un ostacolo al deflusso e si decise di farli saltare. L’operazione venne portata a termine tra il 24 e il 26 novembre, dopo alcuni tentativi e con oltre 70 quintali di tritolo. I tre varchi di Canaro e Occhiobello furono chiusi poco più di un mese dopo le rotte, mentre le strutture arginali vennero ricostruite nel corso del 1952. Il numero totale delle persone coinvolte fu molto alto: 101 morti, sette dispersi e circa 180.000 tra sfollati e senzatetto. La maggior parte delle vittime si registrò a Frassinelle, nella notte fra il 14 e il 15 novembre. La dinamica dell’accaduto è ancora oggi non del tutto chiara. Di sicuro si sa che un camion adibito al trasporto degli sfollati, inadeguato ad accogliere il gran numero di persone che vi erano salite, finì per impantanarsi e venne completamente sommerso dalle acque. Alla fine persero la vita 84 persone, molti annegati, altri per sfinimento e per il freddo. Dei 180.000 che dovettero lasciare la propria casa, 80.000 non vi fecero più ritorno, con un conseguente impatto sociale ed economico negativo di lungo periodo in un’area geografica già prima dell’alluvione economicamente depressa. I danni materiali furono ingentissimi: 60 km di argini e oltre 950 km di strade distrutti o danneggiati, 52 ponti crollati o danneggiati; 4100 abitazioni, 13.800 aziende agricole, 5.000 fabbricati e 2.500 macchinari agricoli distrutti o danneggiati. Furono allagati 1.130 chilometri quadrati di terreno agricolo, che sebbene prosciugati nel tempo relativamente breve di sei mesi, rimasero sterili per molto più tempo a causa dei consistenti depositi sabbiosi. Andarono persi oltre 16.000 capi di bestiame e due milioni di quintali di derrate. Secondo quanto riportato da Botta, i danni causati dell’alluvione del Polesine del 1951 furono stimati (ex-post) in 400 miliardi di Lire, corrispondenti a più di 6,5 miliardi di Euro di oggi. Immediatamente dopo l’evento, lo Stato stanziò 35 miliardi di Lire (quasi 600 milioni di Euro) per gli interventi urgenti. A meno di un anno dall’accaduto, l’ingegner Tortarolo, presidente del Magistrato delle Acque, dichiarò che “il problema di fondo poteva dirsi ormai risolto” e che “alla completa ricostruzione del Polesine” mancava “la soluzione di pochi marginali problemi”. Una dichiarazione a dir poco ottimistica in quanto fra il 1952 e il 1981 (30 anni) lo Stato ha complessivamente erogato 1.868 miliardi di Lire (più di 30,5 miliardi di Euro) attraverso undici diverse Leggi nazionali.

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