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sabato 1 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo agosto.
Il primo agosto 1944, per l'ultima volta, Anna Frank scrive un brano sul suo Diario.
“Il diario di Anna Frank” è il racconto autobiografico di una bambina, che per il suo tredicesimo compleanno riceve in dono un quaderno che diventerà il suo migliore amico. Anna, infatti, inizia a scrivere la sua Storia.
Lei è una ragazza ebrea che, nel 1942, in pieno regime Nazista, assieme alla famiglia, scappa dalla Germania ad Amsterdam per sfuggire alla persecuzione. Anna, sentendosi sola, senza qualcuno della sua età con cui parlare, trova sfogo nel suo diario e scrive ad un’amica immaginaria, Kitty, a cui si confida mettendosi a nudo.
Nel frattempo la guerra dilaga a macchia d’olio e quando i tedeschi arrivano in Olanda, Anna, con la sua famiglia, è costretta alla clandestinità e si nasconde in un posto segreto, che si trova sopra una fabbrica di proprietà del padre.
Alla sua famiglia si aggiungono altre persone e Anna sul suo diario comincia a raccontare tutto quello che avviene nel loro rifugio, spiegando le difficoltà della convivenza e il peso delle giornate che proseguono diffondendo il panico. Anna racconta la paura in ogni sua forma, quella per la guerra, per la clandestinità, per la violenza psicologica subita.
Scrive del terrore che prova nel temere che qualcuno parli e sveli il loro segreto, che qualcuno tradisca la loro fiducia e li faccia arrestare. Scrive del distacco che sente da parte di sua madre, delle solite incomprensioni con il padre, incomprensioni che sono esasperate, poiché la convivenza in un momento così estremo, porta delle conseguenze ancora più invasive e difficili da gestire. E poi racconta la sua paura più grande: quella di morire.
Ma ci sono anche momenti in cui lei descrive le strane sensazioni che prova verso Peter, uno degli abitanti del nascondiglio. Parla di questo ragazzo che le fa vivere un amore ricco di emozioni fino ad allora sconosciute.
Intanto i mesi passano e tra i bombardamenti, lo spavento e la voglia di cancellare quegli attimi, c’è spazio per sensazioni normali, contrastanti. C’è posto per i discorsi semplici, per quelli che fanno arrabbiare e c’è persino il tempo per mostrare la propria incapacità e la propria delusione nel non riuscire a farsi capire dagli altri.
Nel suo diario, ingenuamente, Anna sogna la libertà e dà sfogo al suo desiderio, quello che le fa sperare una vita al di fuori di quello spazio ristretto, in cui lei e i suoi familiari sono costretti a nascondersi.
Nel 1944 il Ministro dell’Educazione olandese annuncia alla radio il suo intento di pubblicare le testimonianze del suo popolo, ed Anna, che da sempre desidera diventare una scrittrice, si convince che alla fine della guerra il suo diario possa diventare realmente un libro.
E’ in quello stesso anno che in seguito ad una segnalazione, quattro olandesi e un tedesco irrompono nel rifugio della famiglia Frank, arrestando tutti e portandoli nei campi di concentramento.
Anna muore di tifo a Bergen-Belsen nel marzo 1945, pochi giorni dopo sua sorella; non aveva ancora compiuto 15 anni. Appena tre settimane dopo, il loro campo di sterminio viene liberato dagli inglesi.
Due anni dopo, nel 1947, il padre, unico superstite della famiglia, fece in modo che il sogno di Anna si realizzasse facendo pubblicare il suo diario che, tutt’oggi a distanza di più di mezzo secolo, resta una delle testimonianze più importanti e toccanti del dolore subito dagli ebrei durante il Nazismo.
La casa dove Anna e la famiglia si nascondevano è ora un museo. Si trova al 263 di Prinsengracht, nel centro della città, raggiungibile a piedi dalla stazione centrale, dal palazzo reale e dal Dam.

martedì 27 gennaio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 27 gennaio, giorno ufficialmente dedicato in quasi tutto il mondo alla memoria della "shoah", cioè dello sterminio ebraico ad opera dei nazisti.
Il 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche entravano ad Auschwitz, liberando i pochi prigionieri superstiti e mostrando al mondo la reale portata dell'aberrazione nazista, relativamente alla "soluzione finale del problema ebraico".
Nei pressi del villaggio polacco di Oswjecim fu individuato un vasto terreno demaniale che circondava una caserma d'artiglieria in disuso. Questo complesso di 32 edifici poteva costituire il nucleo ideale per l'installazione del Lager.
Visti i piani e sentiti i pareri degli esperti, Himmler dette l'ordine di costruire un campo della capacità di almeno 100.000 persone, al quale fu dato il nome, in tedesco, di Auschwitz. Nello stesso tempo fu anche deciso di costruirvi uno stabilimento per la produzione di gomma sintetica della IG Farben, che avrebbe assorbito i primi contingenti di deportati.
Da Sachsenhausen 30 «triangoli verdi», accuratamente scelti, furono trasferiti sul posto, per assumervi le funzioni di Kapo e presiedere ai lavori di sistemazione e alla costruzione delle officine, dei depositi e delle altre installazioni. Intanto si stendevano le recinzioni di filo spinato, si costruivano altre baracche, cucine, magazzini, caserme per i corpi di guardia, strade e raccordi ferroviari.
Migliaia di prigionieri russi e polacchi cominciarono ad affluire ad Auschwitz, per contribuire ai lavori, per lavorare a loro volta nelle aziende agricole e nelle fabbriche che sorgevano come funghi intorno al campo. Si trattava di imprese allettate dai bassi costi di produzione, dato che la manodopera era quella pressoché gratuita fornita dal Lager. Poi c'erano i vantaggiosi contratti di appalto, dai quali l'Amministrazione delle SS ritagliava generosamente la propria fetta di guadagno.
Il campo principale, in breve, non fu più sufficiente. Accanto ad Auschwitz I sorsero prima Birkenau, cioè Auschwitz II poi Monowitz, ossia Auschwitz III. Ma, oltre a questi Lager, man mano che aumentavano le esigenze della produzione, si moltiplicavano i comandi esterni, permanenti o temporanei.
Un immenso territorio, rigorosamente isolato dal resto del mondo, brulicava di deportati, uomini e donne, provenienti da tutti i paesi invasi ed occupati dai nazisti. Auschwitz era una vera e propria zona industriale, in pieno fervore di attività. La manodopera non mancava, continuamente sostituita da nuovi arrivi dato che la disciplina, la denutrizione, il clima, la fatica contribuivano alla falcidia dei deportati. Per coloro che, arrivando al campo, erano considerati abili al lavoro, le prospettive di sopravvivenza non superavano i tre mesi. Poi c'erano le fucilazioni in massa, per supposti sabotaggi, le punizioni individuali cui ben pochi poterono resistere, e le camere a gas.
Queste hanno funzionato ininterrottamente, ad Auschwitz ed a Birkenau, ingoiando convogli interi di ebrei, provenienti dalla Germania, dalla Polonia, dalla Francia, dall'Ungheria, dal Belgio, dall'Olanda, dalla Grecia, dall'Italia. Treni e treni di uomini, donne e bambini, stipati in carri bestiame, scaricati sulle rampe dei Lager ed avviati alle finte docce dove venivano uccisi con un gas letale, il famigerato Zyklon B, un conglomerato di cristalli di silicio saturati con acido cianidrico, prodotto dalle consociate di quella stessa IG Farben che impiegava il maggior numero di prigionieri nello stesso campo di Auschwitz. Perché Auschwitz era stato progettato, costruito, organizzato per questo: da un lato sfruttare la manodopera che le SS vendevano a condizioni di favore alle industrie installate nei dintorni, dall'altro procedere allo sterminio soprattutto degli ebrei, ma anche degli zingari, a ritmi accelerati. Nel frattempo specialisti delle SS studiavano gli effetti delle infezioni, degli aborti, delle pratiche di sterilizzazione, usando come cavie uomini, donne, bambini attinti dai convogli, prima di mandarli nelle camere a gas. Quando il crematorio non riusciva a smaltire la razione giornaliera di cadaveri, questi venivano bruciati in grandi cataste nei dintorni del Lager, appestando l'aria di un lezzo nauseante.
Per quantità e qualità, Auschwitz è stato il Lager dove l'inventario dei crimini, degli orrori e della morte ha assunto dimensioni apocalittiche. Lo stesso Rudolf Höss, che fu comandante di quel Lager, ammise l'uccisione di centinaia di migliaia di deportati. Quanti esattamente è ancora impossibile dirlo. Gli studi più recenti concordano nel fissare il numero delle vittime - nella stragrande maggioranza ebrei di ogni età e di ogni condizione - tra 1.300.000 e un milione e mezzo. Di certo l'ecatombe continuò a ritmo sostenuto fino agli ultimi giorni, e cessò solo con la chiusura del campo.
Alle SS il Lager rendeva anche quando gli schiavi erano morti. C'erano le loro spoglie da dividere. Treni interi di indumenti sottratti ai deportati, camion carichi di casse di gioielli e denaro furono spediti da Auschwitz a Berlino, al quartier generale delle SS: anche questi erano i proventi della «soluzione finale».
Nel clima di terrore e di morte, vi furono però alcuni che ebbero il coraggio di organizzare una resistenza clandestina; uomini e donne di diversa provenienza, militanza politica, religione, non esitarono a favorire il sabotaggio, ad aiutare i più deboli, a proteggere i perseguitati sottraendoli alla violenza dei Kapò e delle SS.
Vi furono alcuni che tentarono la fuga, specie polacchi e russi, che in qualche caso poterono contare sull'omertà delle popolazioni. Per ogni fuggiasco che non veniva ripreso le SS procedevano a feroci decimazioni dei loro compagni. In occasione di una di queste fughe, padre Massimiliano Kolbe, un sacerdote polacco, si offrì spontaneamente di sostituire un compagno condannato a morire di fame nel famigerato Bunker n. 11. Esempio fulgido di coraggio e di solidarietà, per cui fu proclamato prima martire poi santo. Il suo sacrificio non fu il solo esempio di coraggio e di solidarietà, perché ad Auschwitz, come negli altri Lager, resistere non era facile, ma necessario. Lo dimostrarono anche quelli di un Sonderkommando che si rivoltarono con le armi sottratte ai loro carcerieri e tentarono l'impossibile. Furono sopraffatti e caddero da eroi.
Auschwitz è il simbolo della follia e della barbarie nazista.
Nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2009 l'insegna posta all'ingresso del campo "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi) è stata rubata. Momentaneamente era stata sostituita con una copia ma è stata rinvenuta pochi giorni dopo, spaccata in tre parti, nel nord della Polonia.

lunedì 29 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 29 settembre.

Il 29 settembre 1941 ha luogo il massacro di Babij Jar.

Gli ucraini hanno pagato un prezzo di sangue altissimo negli anni, infernali, in cui furono stretti nella morsa russo-tedesca. I morti furono 11 milioni su una popolazione di 40 milioni. Prima Stalin con le sue Purghe, poi Hitler, finita la guerra fu di nuovo il turno di Stalin di calare una coltre asfittica sul Confine. Ucraina significa questo: confine. Un nome un destino.

Appena fuori Kiev si trova Babij Jar, una grande fossa naturale di morbida terra sabbiosa, di un bianco candido che risplende in un meraviglioso gioco di colori con il cielo blu. Qui l’uomo ha scritto una delle pagine peggiori della sua storia.

29 settembre 1941 – i tedeschi iniziano il loro lavoro di sterminio degli ebrei. Metodico e organizzato. Hanno pianificato tutto, due giorni sono sufficienti per eliminare 33.771 esseri umani, uomini, donne bambini, ebrei. E’ prevista anche la pausa pranzo per i soldati impegnati nella carneficina. Un’ora. Tanto basta per mangiare qualcosa, fumare una sigaretta, liberare la vescica, e riprendere a falciare vite. 

Per evitare che si diffondesse il panico le persone in attesa della morte era convinte di essere in attesa di un treno che li avrebbe portati chissà dove, ma vivi. Tenuti a debita distanza perché non vedessero né sentissero chiaramente il crepitio delle armi, venivano fatti passare, pochi per volta, da un baffuto ucraino lieto di aiutare i nuovi padroni.

Costretti a spogliarsi, dovevano passare in mezzo a due file di sadici aguzzini che li bastonavano senza pietà. Giunti sul limite della grande fossa bianca, arrivava il comando secco dell’ufficiale nazista, un colpo di pistola alla nuca e il corpo cadeva giù. Due ucraini muniti di pala gettavano un sottile strato di terra sui cadaveri. Un tedesco nella fossa camminava per sincerarsi che nessuno fosse in grado di muoversi e fuggire, per i moribondi non si sprecavano munizioni, un altro strato di cadaveri e terra li avrebbe sepolti vivi.

La sera del 30 settembre, puntuali come da programma, i telegrafi batterono l’informazione attesa a Berlino prima di andare a cena. Kiev judenfrei. Il massacro di Babij Jar è una macchia che l’uomo non potrà mai cancellare.

lunedì 8 settembre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è l'8 settembre.

L'8 settembre 1944, colpito da un bombardamento inglese, il Transatlantico Rex affonda al largo di Capo d'Istria.

La vita del Transatlantico REX inizia il 27 Aprile del 1930 sullo scalo del cantiere navale Ansaldo di Sestri Ponente a Genova, con la cerimonia della prima lamiera dello scafo. Costruito in soli 15 mesi, è varato il 1 Agosto del 1931, presente il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena del Montenegro come madrina, alla presenza di circa 200.000 persone.

Completato l’allestimento, partì da Genova per il primo viaggio il 27 Settembre 1932, alla presenza di 35.000 persone, per il servizio transatlantico tra Genova, Napoli, Villefranche-Cannes, Gibilterra, New York. Al primo approdo a New York fu accolto trionfalmente e venne visitato da oltre 50.000 persone.

Fu la più grande nave costruita in Italia prima della guerra, con 51.062 tonnellate di stazza, lunga 268,80 metri, larga 31 metri, alta 37 metri, con motori a turbina di 145.000 CV che azionavano 4 eliche di 4,70 metri di diametro. Accoglieva 2.258 passeggeri (604 in 1 Classe, 378 in 2 Classe, 410 in Classe Speciale, 866 in 3 Classe) e 756 persone di equipaggio con il massimo comfort, con cabine climatizzate e dotate di telefono.

Le sue dimensioni erano simili al Titanic, molto più avanzato tecnicamente, con una chiglia fluidodinamica studiata alla vasca navale di Vienna, un esempio di tecnologia unita allo stile, alla ricercatezza nei particolari, al lusso. Era potente, bello, elegante, confortevole, veloce ed innovativo. Una rara foto del 1933 del porto di New York riprende il REX accanto all’Olympic (gemella del Titanic) ed evidenzia le dimensioni simili. Le navi avevano 20 anni di differenza e l’Olympic sarà smantellato poco tempo dopo.

A bordo erano disponibili due piscine, palestre, cinema e teatri, biblioteca con 2.000 volumi, studio fotografico, la chiesa con dignità di parrocchia, studio per la fisioterapia, diversi negozi. Il Salone delle Feste di 500 metri quadrati in stile barocco aveva anche un tappeto kilim prodotto artigianalmente in Anatolia di 170 metri quadrati. La ristorazione era d’eccellenza e molto curata per tutte le classi di passeggeri ed ogni giorno serviva 8.700 pasti, con menù di 12 portate in prima classe.

Il REX fu la prima nave di linea italiana ad essere utilizzata nelle crociere. Degne di nota quelle nei Caraibi e nel Centro America (Panama, Cuba, Colon, La Guayra, Trinidad, Rio, Barbados) e nel Mediterraneo (Rodi, Cipro, Haifa, Porto Said ed Egitto). Si potevano anche fare delle mini-crociere tra Genova e Napoli e viceversa a prezzi popolari.

Il 16 Agosto 1933, percorrendo le 3.129 miglia da Tarifa Point (Gibilterra) alla nave faro di Ambrose (New York) in 4 giorni, 13 ore e 58 minuti a una velocità media di 28,92 nodi, conquistò il Nastro Azzurro, l’ambito trofeo per la più veloce attraversata dell’Atlantico dall’Europa all’America del Nord, strappando il record detenuto in precedenza dalla coppia di transatlantici tedeschi “Bremen – Europa” e provocando l’ira di Hitler. Fu l’unica nave italiana a conquistare questo primato, entrando nella storia della marineria mondiale e rilanciando l’eccellenza e la qualità della cantieristica italiana, ancora oggi molto considerata ed attuale.

Arrivò a New York con ben 28 ore d’anticipo facendo una rotta atlantica più a Nord del consueto, affrontando mare grosso ed un giorno di nebbia, senza mai rallentare. Come da ordini del Comandante Francesco Tarabotto, proseguì nella nebbia (non esisteva ancora il Radar) confermando al Direttore di Macchina Luigi Risso di mantenere la massima velocità e facendo funzionare le sirene della nave ad intermittenza e trasmettere via radio dal marconista Landini l’ordine di lasciare libera la sua rotta verso New York su cui procedeva a 30 nodi.

Il REX è entrato nella storia USAF per la leggendaria intercettazione dell’ 8 Maggio 1938 in pieno Atlantico a 700 miglia da New York effettuata da tre prototipi di bombardieri B17 (fortezze volanti), che localizzarono la nave e la sorvolarono, dimostrando la loro abilità di intercettazione, prima riservata solo alla US Navy. Il navigatore Kurtis LeMay divenne generale e consigliere del presidente USA per le operazioni aeree della seconda guerra mondiale. Un tributo a questo evento avvenne il 24 Agosto 2007 con la replica dell’intercettazione al largo delle Bermuda da parte di tre B52 USAF (operazione REX REPLAY) della nave appoggio John P. Bobo di stazza simile al REX.

Nel Maggio 1940, terminò il servizio transatlantico in quanto i passeggeri erano ormai ridotti, le traversate erano diventate pericolose perché la nave veniva fermata e perquisita più volte dalle navi militari francesi ed inglesi appena si avvicinava allo Stretto di Gibilterra, oltre ad essere intercettata e fermata dai convogli militari inglesi di passaggio in Atlantico.

Con l’entrata in guerra dell’Italia, per salvarlo dai bombardamenti di Genova fu trasferito nel porto di Trieste, facendo l’unico suo viaggio nell’Adriatico, preceduto dal caccia-sommergibili Albatros della Regia Marina, con luci ridotte e schermate e non scintillanti come ricostruito dal regista Fellini nel film Amarcord.

L’8 Settembre del 1944, il REX fu spostato dal porto di Trieste, per evitare i bombardamenti della città, e rimorchiato tra Isola e Capodistria, incagliandosi vicino alla riva. Su indicazione dei partigiani, venne localizzato da quattro Spitfire dell’USAF che sganciarono i loro serbatori ausiliari e subito attaccato in due ondate successive dalle squadriglie dei bombardieri Beaufighter della Royal Air Force con 123 razzi aria-terra e 4.000 colpi di cannone, che provocarono l’inclinazione sul fianco sinistro ed un violento incendio che durò quattro giorni.

Dopo la guerra, rimasto in zona iugoslava, fu smantellato per recuperare i metalli che lo componevano. Sono state conservate le lettere del nome e la campana. Una delle sue quattro eliche in bronzo è ancora nascosta nella sabbia del fondale, a circa 150 metri dalla costa ed a 20 metri di profondità e potrebbe essere recuperabile.

Il REX era nel porto di New York all’arrivo dei trasvolatori atlantici di Italo Balbo il 19 Luglio 1933 alle 19,30 con gli idrovolanti che lo sorvolarono prima di atterrare nello Huston, salutati dall’equipaggio che partecipò anche ai festeggiamenti americani. Era anche presente quando il dirigibile Hindermburg si incendiò durante l’atterraggio nel 1937, notizia tempestivamente annunciata dalle insegne scorrevoli in Times Square.

Il REX trasportò sui suoi ponti due littorine della Breda per esporle alla fiera mondiale di New York del 1939 con tema “The world of tomorrow": le auto elettriche trasportavano i visitatori, una enorme macchina da scrivere della Underwood pesava 14 tonnellate, il Futurama nella sfera centrale presentava un immaginario futuro, erano presenti moderne cucine con frigoriferi, lavatrici e lavapiatti, e funzionavano i robot umanoidi ELEKTRO ed il suo cane SPARKO della Westinghouse.

Il traffico automobilistico americano era già rilevante, con le auto che dal 1932 al 1940 diventavano più moderne ed aereodinamiche, il metrò, i bus ed i traghetti sempre affollati, oltre ai grandi grattacieli, tra cui l’Empire State Building che al tempo era il più alto del mondo e su cui venne installata la prima antenna di trasmissione televisiva della NBC per irradiare il segnale nella maggior area possibile, ed i primi apparecchi TV con lo schermo circolare accesi nelle vetrine.

Le serate di gala ed i programmi di intrattenimento serale a bordo iniziavano e terminavano sempre con “L’inno del REX” che ne era la sigla. Spesso I passeggeri famosi (attori, cantanti, musicisti) partecipavano con entusiasmo. Il direttore d’orchestra Arturo Toscanini invece rifiutò sempre qualsiasi esibizione a bordo. L’orchestra del REX veniva ospitata per esibizioni al Radio City ed al Metropolitan Opera a New York. A bordo furono create l’ Orchestra Tipica Argentina e l’ Orchestra Mandolinistica.

Come su tutte le navi, si ebbero episodi di clandestini a bordo e di diserzione del personale, per lo più piccoli di camera e camerieri che si imbarcavano in Italia ed abbandonavano la nave appena giunti in America, viaggiando gratis nella loro emigrazione.

I viaggi transatlantici erano spesso turbati da burrasche ed uragani, più frequenti nella zona caraibica. La nave, anche se grande e stabile, iniziava il beccheggio e/o il rollio e grandi ondate invadevano il ponte a prua, oppure riuscivano anche a rompere vetrate o danneggiare qualche scialuppa. Interi servizi di stoviglie distrutte, passeggeri caduti od infortunati. Ma accadevano anche situazioni dolorose, come l’incidente alla vigilia di Natale 1937 che costò la vita al nostromo Roberto Sbolgi e ferì due marinai durante l’approdo in rada a Villefranche, ove l’ancora precipitò in un basso fondale non segnalato, trascinando tutte le maglie della catena. Venne poi recuperata il 6 Aprile 1938 dalla famosa nave Artiglio con i suoi palombari. Ma anche consulenze mediche via radio richieste da altre navi, interventi chirurgici nell’ attrezzato ospedale di bordo o funerali in mare.

Nel periodo del suo servizio atlantico, dal Settembre 1932 al Maggio 1940, il REX fece oltre 100 viaggi Italia-USA e ritorno, ed una dozzina di crociere trasportando oltre 300.000 passeggeri di ogni tipo e nazionalità.

Nei decenni tra la prima e la seconda guerra mondiale, il maggior numero degli ebrei europei risiedeva in Russia e nei paesi dell’Europa orientale, la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Germania e l’Austria. Gli ebrei italiani erano circa 45.000 oltre ad altri 10.000 residenti di nazionalità estera.

Il 1933, con l’avvento al potere di Hitler, segna l’inizio dell’esodo dalla Germania dei cinquecentomila ebrei tedeschi che vi risiedevano. Prima del 1938, circa duecentocinquantamila ebrei lasciarono la Germania, molti dei quali per la Palestina (nel solo 1933, circa 35.000). Nel 1938, l’annessione dell’Austria alla Germania obbligava gli ebrei che lo potevano a lasciare anche quel paese.

Nel Maggio del 1938 Hitler visitò Roma per ricambiare la visita di Mussolini ed il mese dopo esperti tedeschi di razzismo vennero in Italia per istruire i funzionari italiani su questa pseudo-scienza. Due mesi dopo, il 14 luglio del 1938, venne pubblicato il “Manifesto della razza”, con la teoria della razza ariana italiana ed il 1° settembre 1938 venne emanata la legge: tutti gli ebrei italiani furono banditi dalla vita pubblica e le scuole furono precluse ai bambini ebrei. All’interno del partito fascista, tra i pochi ad opporsi fu Italo Balbo.

Dopo pochi giorni venne emanato il decreto che a bordo delle navi italiane le leggi razziali erano sospese. Nel 1939, Dante Almansi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, è autorizzato a creare un’organizzazione per assistere i rifugiati ebrei giunti in Italia da altre parti d’Europa, conosciuta come DelAsEm, (Delegazione Assistenza Emigranti Ebrei) con l’ importante sede di Genova che tra il 1939 e il 1943 aiuterà oltre 5.000 rifugiati ebrei a lasciare l’Italia e raggiungere paesi neutrali. A Vienna invece operava la HIAS (Hebrew Immigration Assistance Society) specializzata ad ottenere nuovi documenti o visti di espatrio.

I passeggeri ebrei sul REX, distribuiti in tutte le classi con imbarco a Genova od a Cannes, iniziarono ad essere notati già nel 1934, con un graduale incremento sino a raggiungere numeri elevati negli anni successivi, sino al 20 Maggio 1940 con l’ultimo viaggio del REX. Nei viaggi verso gli USA la nave era completa, mentre in direzione Europa trasportava solo qualche centinaio di passeggeri.

Dal 18 Marzo 1936, a cura dell’ Union of Orthodox Jewish Congregations of America, per far fronte al grande numero di passeggeri ebrei in fuga dall’Europa, sul REX furono imbarcati il rabbino americano Max Green ed il cuoco Philip Klein. A bordo fu allestita una cucina Kosher con menù personalizzati e piatti con scritte in caratteri ebraici.

Nello United States Holocaust Memorial Museum di Washington sono raccolte parecchie testimonianze fotografiche, scritte e registrate degli ebrei europei fuggiti a bordo del REX. Tutti confermano la grande cura con cui furono accolti dall’equipaggio ed il perfetto trattamento ricevuto durante la traversata, che compensava le pene subite e li aiutava a dimenticarle.

Le vie di fuga più usate erano il passaggio dall’Austria a Trieste in Italia, per proseguire in treno sino a Genova ove si attendeva l’imbarco sul REX. In alternativa si passava in Francia per raggiungere la nave allo scalo di Cannes.

Dal numero di viaggi transatlantici della nave, considerando una media ridotta di passeggeri a bordo, circa 30.000 ebrei viaggiarono sul REX verso gli Stati Uniti.

Quella che molti consideravano la nave dell’orgoglio fascista, divenne invece la “nave della salvezza” grazie all’equipaggio del transatlantico italiano REX che meriterebbe a pieno titolo di essere ricordato nel “Giardino dei Giusti tra le Nazioni”. 

mercoledì 16 aprile 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 aprile.

Il 16 aprile 1947 il criminale tedesco Rudolf Ferdinand Höß, primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz, viene impiccato all'ingresso dei forni crematori.

La notte dell’11 marzo 1946 una squadra della Field Security Britannica fece irruzione in una cascina di Gottrupel, una località della Germania del nord ai confini con la Danimarca. Trovarono un contadino che dormiva tranquillamente nella stalla: prima che avesse il tempo di capire quanto accadeva, l’uomo vide la faccia severa del capitano Hanns Alexander, un ebreo tedesco fuggito in Gran Bretagna, e arruolatosi nelle forze speciali di Sua Maestà. L’ufficiale gli chiese il nome. La risposta fu: «Franz Lang». «No - rispose il capitano – la tua carta d’identità è falsa, tu ti chiami Rudolf Hoss. Mostrami la fede di matrimonio». Il prigioniero tergiversò, lamentandosi che l’anello era incastrato, e non riusciva a sfilarlo. «Nessun problema - replicò Alexander - basta tagliarti il dito». Ed estrasse la baionetta affilata. L’amputazione non fu necessaria, l’uomo consegno l’anello, e l’inglese lesse la dedica all’interno. Assestò al tedesco un paio di ceffoni e ripeté la domanda. L’uomo rispose «Sì, sono Rudolf Höss, già comandante di Auschwitz».

Alexander annuì soddisfatto. I componenti della sua squadra erano quasi tutti ebrei che avevano avuto vari parenti sterminati nei campi nazisti, e chiesero una piccola soddisfazione personale. Il capitano capì e concesse dieci minuti, raccomandò cautela e si allontanò a fumare. Quando tornò, Höss era stato coscienziosamente sottoposto a un “passage à tabac”, ma senza gravi conseguenze: non si lamentò nemmeno del trattamento, lo considerò inevitabile e anche giustificato. Fu portato a Norimberga, dove fu sentito come testimone, citato a difesa del capo della Gestapo e del SD, Ernest Kaltenbrunner. Fu un boomerang per la difesa. Höss descrisse con minuzia gli ordini ricevuti e la loro diligente esecuzione, concludendo cosi: «Stimo che ad Auschwitz siano state giustiziate e sterminate almeno due milioni e mezzo di vittime, gasandole e bruciandole, e che un altro mezzo milione di individui sia morto di fame e malattia, per un ammontare di circa tre milioni di decessi». I moderni negazionisti dovrebbero rifletterci sopra. Kaltenbrunner fu impiccato, e Höss fu estradato in Polonia dove, in un carcere vicino a Cracovia, scrisse un lungo memoriale. L’11 Marzo 1947 comparve come imputato davanti alla Corte criminale di Varsavia. L’atto di accusa era di novantotto pagine: i reati più gravi, lo sterminio di trecentomila prigionieri russi e polacchi, e di quattro milioni di ebrei.

Fu un processo diverso dagli altri analoghi. Norimberga aveva giudicato i massimi gerarchi, sempre prudentemente lontani dai luoghi dei massacri. A Dachau venivano portati alla sbarra medici, giudici e altri funzionari minori. Gli alleati in realtà miravano essenzialmente a punire gli assassini dei loro prigionieri: in Italia, mentre Kappler e Reder, sottoposti alla nostra giurisdizione sfuggivano alla forca, gli americani fucilavano il generale Dostler, che aveva firmato l’esecuzione di un gruppo di commando catturato in divisa. Con Höss la vicenda era diversa. Qui si sarebbe visto in carne ed ossa il comandante del campo di sterminio più grande che la Storia avesse mai conosciuto: Auschwitz Birkenau, dove l’infernale catena di montaggio aveva incenerito, nell’estate del 44, diecimila persone al giorno. Dall’arrivo dei treni dei deportati fino al recupero dei denti d’oro delle vittime, e alla loro cremazione, tutto avveniva sotto la direzione vigile ed efficiente di Rudolf Höss. 

Lui viveva accanto al perimetro del campo, con la moglie e tre bambini. Coltivavano piante e fiori, anche per mitigare l’acre odore che usciva dagli incombenti camini. Era un padre tenero, e, al netto di qualche infedeltà, un marito premuroso: le sue ultime lettere incoraggiano i futuri orfanelli a curarsi della madre, «perché l’amore e la cura della mamma è la cosa più bella del mondo», e a «conservare un cuore buono, guidati da affetto e umanità». Si stenta a credere che tanta delicatezza si esaurisse tra le mura domestiche, per trasformarsi in gelida indifferenza davanti alle lunghe file di morituri. Eppure Höss non era uno schizofrenico dissociato: come molti suoi colleghi era convinto di due cose: che gli ordini andassero eseguiti, e che i nemici del Reich andassero fisicamente eliminati. Se poi tra questi figuravano vecchi, donne e neonati, ciò faceva parte del piano: il nemico non era l’ebreo con le armi in pugno, e nemmeno quello «plutocratico e usuraio». Era proprio il giudeo in quanto tale, una “razza” da sradicare con una macchina perfetta. E la macchina funzionò. Nelle sue memorie Höss descrisse con ordine e metodo le procedure di accoglimento, smistamento, e selezione dei nuovi arrivi: i pochi adatti, spediti allo sfruttamento delle residue energie fino alla morte. Gli altri, la maggioranza, direttamente intruppati verso le camere a gas. Poi l’accumulo dei corpi, la raccolta dei capelli e dell’oro delle dentiere, e infine la cremazione: un lavoro eseguito da altri internati, che pagavano questa breve e temporanea sopravvivenza con l’anticipazione della sorte che di lì a poco anche loro avrebbero subito.

In queste memorie non c’è traccia né di compiacimento né di rimorso. Sono pagine straordinariamente anodine, come il burocratico resoconto dei tempi e metodi di produzione industriale. Nei suoi interrogatori Hoss si disse consapevole della sua terribile opera, ed anche dispiaciuto di tanta morte. Il paradosso è che era sincero: personalmente non era un sadico, e a differenza di Mengele non gli piaceva veder morire. Nei rari film delle udienze, il suo volto non manifesta né il vergognoso rimorso di Hans Frank né lo sprezzante cinismo di Hermann Goering. È piuttosto pietrificato dalla rassegnazione: lui ammette di avere sbagliato, ma insiste di non aver avuto altra scelta.

La Corte fece quello che era giusto e prevedibile: lo condannò a morte per impiccagione. L’imputato ascoltò la sentenza con dignitosa compostezza: era un fanatico, non uno stupido, e sapeva perfettamente cosa lo aspettava. Non immaginava invece che il patibolo sarebbe stato eretto proprio ad Auschwitz, vicino al primo dei tanti forni che vi aveva fatto costruire. Il mattino del 16 Aprile 1947, davanti a un esiguo pubblico selezionato, Rudolf Höss salì sulla forca, e scambiò qualche parola con padre Tadeusz Zarembea, un prete locale di cui aveva chiesto la presenza. Mentre la botola si apriva, il sacerdote stava recitando una preghiera di perdono. Hanns Alexander, che lo aveva catturato, non perdonò né a lui né alla sua Patria di origine. Restituì la croce di ferro del padre, e si rifiutò di tornare in Germania anche per l’inaugurazione del museo di Bergen Belsen. «Non ho mai parlato della guerra con i miei bambini - disse - perché i bambini non devono esser cresciuti nell’odio. Ma io ne sono pieno». Visitando Auschwitz, se ne capisce il perché.

venerdì 6 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 settembre.
Il 6 settembre 1941 viene stabilito l'obbligo per tutti gli ebrei di indossare la stella di David sui propri indumenti, in tutti i territori occupati dalla Germania nazista.
Una Stella di David, spesso di colore giallo, venne utilizzata dai nazisti durante l’olocausto come metodo di identificazione degli ebrei, e venne chiamata la Stella Ebrea. L’obbligo di portare la Stella di Davide con la parola “Jude” (giudeo in tedesco) scritta sopra venne esteso a tutti gli ebrei al di sopra dei 6 anni nelle zone occupate dalla Germania dal 6 settembre 1941. In altri luoghi vennero utilizzate le parole della lingua locale (per esempio “Juif” in francese, “Jood” in olandese).
Venne così esteso ad altri paesi l’uso introdotto già nel 1939 nella Polonia occupata in cui gli ebrei vennero costretti a portare una fascia sul braccio con una Stella di Davide sopra, come anche una pezza davanti e dietro i propri indumenti. Splendida e toccante la ribellione di Janusz Korczack che girava nel ghetto di Varsavia rifiutandosi di portare quel segno.
Gli ebrei internati nei campi di concentramento vennero in seguito costretti a portare simili distintivi. I nazisti obbligavano gli ebrei ad indossare vestiti con cucita la stella di David per farsi riconoscere.
L’uso di un “segno distintivo” per gli ebrei, tremenda violazione dei Diritti Umani, risale indietro negli anni.
Fu imposto per la prima volta nel 1215, sotto il pontificato di Innocenzo III, quando il IV Concilio Lateranense sancì per gli ebrei l’obbligo di portare un segno distintivo sugli abiti (per le donne era un velo giallo, il contrassegno delle meretrici) e il divieto di ricoprire pubblici uffici.
Il 17 giugno 1430 Amedeo VIII di Savoia fa pubblicare “Statuta sabaudiae“, in cui largo spazio è riservato al “problema ebraico”. Viene fatto obbligo agli ebrei di abitare in luogo separato e obbligo di portare sulla spalla sinistra un contrassegno di panno bianco con raffigurata una ruota bianca e rossa, sembra fosse una moneta…
Il 15 luglio 1555 esce la bolla “Cum nimis absurdum” emessa dal papa Paolo IV. In essa si dice che “è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani da oltraggiarli per la loro misericordia e da pretendere dominio invece di sottomissione“. Questi ebrei, si legge ancora, osano “vivere in mezzo ai cristiani” e perfino “nelle vicinanze delle chiese“, si vestono come gli altri, senza perciò potersi fare riconoscere, comprano case, …. La bolla papale impone agli ebrei di abitare in una o più strade, dove non ci sia possibilità di contatto con i cristiani: è l’istituzionalizzazione del ghetto. Gli uomini sono obbligati a portare un berretto che li distingua; le donne un velo o uno scialle.
Oggi quella stessa Stella, il 'Magen David', campeggia al centro della bandiera di Israele.

mercoledì 12 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 12 giugno.
Il 12 giugno 1942 Anna Frank riceve un diario come regalo per il suo tredicesimo compleanno.
Anneliese Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno (Germania) il 12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, proveniva da una famiglia molto agiata ed ebbe un'educazione di prim'ordine. Purtroppo gran parte del patrimonio familiare andò perduto, a causa dell'inflazione, durante la prima guerra mondiale, in cui combatté valorosamente. In seguito alle leggi razziali emanate da Hitler, nel 1933 la famiglia Frank si trasferì ad Amsterdam. Qui, il padre di Anna trovò lavoro come dirigente in un'importante azienda grazie al cognato. Anna è una ragazza vivace, arguta ed estroversa.
La situazione comincia a precipitare già a partire dal maggio del 1940. I nazisti invadono l'Olanda e, per gli ebrei, iniziarono tempi assai amari. Fra le tante vessazioni, sono costretti a cucire sugli abiti la stella giudaica, oltre ad essere privati di tutti i mezzi e beni propri. Anna e la sorella vengono iscritte al Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni, continuano a condurre una vita sociale intensa, grazie soprattutto allo sforzo dei genitori, impegnati a non far pesare questo stato di cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di essere spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e, sempre più insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei nazisti, delle "camere a gas".
Nel mese di luglio del 1942 una lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, con l'ordine di presentarsi per un lavoro ad "est". Non c'era più tempo da perdere: l'intera famiglia si trasferisce nel "rifugio" trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta, nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri rifugiati. Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell'alloggio segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno per via dell'oscuramento alle finestre, l'unico pezzetto di cielo poteva essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tenevano ammucchiati i viveri "a lunga scadenza", come fagioli secchi e patate.
Il diario di Anna è una cronaca preziosissima di quei tragici due anni: una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i caratteri degli abitanti, le piccole manie di ognuno, gli scontri, le liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, sopra di tutto, il costante terrore di essere scoperti: "...mi sono terribilmente spaventata, ebbi un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene..." (1 ottobre 1942). Del resto le notizie che arrivavano dall'esterno erano spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei Frank e dei Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di concentramento, da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla BBC ne davano conferma.
Ma come trascorrevano le giornate di questi poveri reclusi? Sempre grazie al diario abbiamo una descrizione minuziosa di come si svolgeva un giornata-tipo. La mattina era uno dei momenti più difficili: dalle 8.30 alle 12.30, bisognava stare fermi e zitti per non far trapelare il minimo rumore al personale estraneo dell'ufficio sottostante, non camminare, bisbigliare solo per stretta necessità, non usare la toilette, ecc. Durante queste ore, con l'aiuto del padre di Anna, uomo colto e preparato, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle materie scolastiche. Anna detestava la matematica, la geometria, e l'algebra, mentre adorava la storia e le materie letterarie. Inoltre, seguiva un corso di stenografia per corrispondenza. Aveva poi i suoi interessi personali: la mitologia greca e romana, la storia dell'arte, studiava meticolosamente tutti gli alberi genealogici delle famiglie reali europee e nutriva una passione per il cinema, fino al punto di tappezzare le pareti della sua cameretta di foto delle star.
Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la polizia nazista, con l'aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano ogni sorta di razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o una donna dalla spesa e trovavano la casa deserta, ed i familiari scomparsi, i bambini tornavano a casa da scuola e non trovavano più i genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al mondo senza nemmeno sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o loro parenti, erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che aiutavano queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i Frank per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L'Olanda versava in uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere era diventato un'impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera. Inoltre i rifugiati, essendo "civilmente scomparsi" non avevano nemmeno diritto ai tagliandi annonari per ricevere i viveri razionati. Si arrangiavano dunque attraverso le conoscenze prebelliche e la distribuzione clandestina. Anna racconta che la dieta dei reclusi era basata su ortaggi (anche marci), fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi pezzetti di carne, e, soprattutto, patate. Pelare le patate occupava gran parte dei pomeriggi dei rifugiati.
Al primo agosto risale l'ultima pagina del diario di Anna, poi più nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che sembrava come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer, un collaborazionista olandese, fa irruzione nell'ufficio e nell'alloggio segreto, grazie ad una soffiata: tutti i rifugiati ed i loro soccorritori vengono arrestati. Si salvarono solo Elli Vossen, perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini viennesi, il marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep Gies che si occupò di salvare il salvabile: nel disordine dell'irruzione nell'alloggio segreto tutto era gettato per terra, fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò.
L'8 agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork, nella regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento da cui, il 3 settembre 1944, partì l'ultimo convoglio di deportati per il campo di sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano in tutto 1019 persone. Solo 200 chilometri li separavano, in linea d'area, dalle truppe alleate, che avevano occupato Bruxelles. Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso giorno, furono mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui tutti i bambini al di sotto dei quindici anni. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in un reparto apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole. Rimase con loro fino al 28 ottobre, quando le due sorelle furono trasferite a Bergen Belsen (Hannover, Germania).
Edith rimase ad Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il 6 gennaio 1945. Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di salvezza sia per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita insieme a loro. Nel mese di febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne sopravvissute si ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna, nelle allucinazioni provocate dalla febbre, aveva gettato via tutti i vestiti e si teneva stretta addosso solo una coperta delirando di alcune bestioline che le camminavano addosso, poi mormorava in maniera desolata: "...non ho più la mamma né il papà, non ho più niente...". Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni giorno di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai rigida, Anna resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le truppe Alleate inglesi liberarono il campo di prigionia.
L'unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda, direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte della moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due figlie: aveva perso tutta la sua famiglia.
Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel 1947, con il nome di "Het Achterhuis", cioè il Retrocasa. Ancora oggi è possibile visitare l'alloggio segreto in Prinsengracht 263, che la Fondazione Anna Frank mantiene intatto, come allora.

venerdì 29 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 marzo.
Il 29 marzo 1516 a Venezia viene deliberata la creazione del ghetto, il primo in tutta Europa, ove gli ebrei sarebbero stati costretti a risiedere.
La parola ghetto, così diffusa in tutte le lingue, trae origine proprio da qui, dalla parola veneziana “geto”. Anticamente, nel primo medioevo, si trovava infatti in questa parte della città un’antica fonderia (un “geto” in veneziano) che serviva a forgiare le bombarde, i piccoli cannoni delle navi veneziane. Quando, per motivi politici, nel 1516 la Repubblica della Serenissima stabilì per legge che tutti gli ebrei dovessero vivere e risiedere qui, la popolazione proveniva per lo più dall’Europa Centrorientale e fu proprio a causa della loro pronuncia che il termine veneziano “geto”, venne storpiato in “gheto” (letto alla tedesca), originando il termine che oggi usiamo in tutto il mondo.
La presenza ebraica a Venezia è attestata già prima dell’anno mille, anche se bisognerà aspettare il tardo Trecento per poter apprezzare un insediamento consistente e stabile. A poco a poco, nonostante l’alternarsi di permessi e divieti di soggiorno in città, gli ebrei divennero a Venezia un nucleo considerevole e avvertendo la necessità di organizzarne la presenza, il governo della Repubblica, con decreto del 29 marzo 1516, stabilì obblighi e restrizioni per tutta la popolazione ebraica. Si decise così, che tutti, dovessero vivere in una sola zona della città, senza poter uscirne né di notte né durante le festività cristiane.
La zona del ghetto già a quel tempo si presentava come al giorno d’oggi: una piccola isola, circondata da canali, i cui accessi avvengono solo tramite due ponti. In corrispondenza di questi, un tempo, c’erano dei robusti cancelli, che venivano chiusi e sorvegliati di notte, poiché agli abitanti era permesso uscire dal quartiere solo di giorno e con appositi segni distintivi. Se fate attenzione, ancora oggi, si possono vedere i fori dove affondavano i cardini dei cancelli.
L’area del ghetto ebraico è distinta in 3 parti: il gheto vechio, il gheto novo e il gheto novissimo e per quanto possa sembrarci strano il gheto novo è paradossalmente la zona ebraica più antica di Venezia. L’aggettivo vecchio o nuovo non c’entra nulla infatti come anticipato con il periodo storico della zona ma è semplicemente collegato all’età della fonderia (del geto) che vi era ubicata.
Al tempo del decreto, fu infatti, proprio la zona del ghetto nuovo ad essere utilizzata come prima dimora per la popolazione ebraica. Poco tempo dopo, tuttavia, non fu più sufficiente a ospitare tutti e le autorità veneziane si trovarono costrette ad ampliare il ghetto nuovo. Nel 1541 venne aggiunto il ghetto vecchio, concesso ai cosiddetti ebrei Levantini, giunti dalla penisola Iberica e dall’impero Ottomano e nel 1633 venne aperto il ghetto nuovissimo, una piccola area a est del ghetto nuovo, al di là del canale.
Nel campo del gheto novo, incastonato tra le due più antiche sinagoghe veneziane, si trova anche il Museo Ebraico: un piccolo, ma ricchissimo museo fondato nel 1954 dalla Comunità Ebraica veneziana. Il museo visitabile al costo di 8€ è suddiviso in due aree tematiche: la prima dedicata al ciclo delle festività ebraiche ed alla liturgia, contiene libri e manoscritti antichi, manifattura orafa e tessile databile tra il XVI e il XIX secolo e oggetti propri della vita religiosa della comunità; la seconda, racconta la storia del ghetto ebraico e della persecuzione degli ebrei, dalle origini ai campi di concentramento della Seconda Guerra Mondiale, attraverso immagini e oggetti. Aggiungendo pochi euro al prezzo del biglietto è anche possibile visitare con guida alcune delle sinagoghe del ghetto.
Oggi il termine usuraio assume la connotazione negativa che tutti conosciamo, ma un tempo non era così. Nel Medioevo il termine “usura” indicava qualsiasi interesse preteso per prestiti in denaro o in natura.
A Venezia tale attività fu inizialmente svolta dai Cristiani nei Monti di Pietà, quest’ultimi però vennero ben presto considerati contrari ai dettami della religione cristiana e quindi chiusi. La chiusura dei Monti di Pietà rappresentava un importante problema nella città lagunare, in quanto erano numerose le persone che vi facevano uso, per cui tale lavoro venne imposto per legge alla comunità ebraica.
All’interno del ghetto vennero quindi istituiti tre Banchi di Pegno: il Rosso, Verde e Nero, presumibilmente per via del colore delle ricevute che venivano consegnate ai clienti.
Questi tre banchi sopravvissero fino alla fine della Repubblica (1797), poi se ne perse il ricordo. Fortunatamente, oggi è possibile visitare di nuovo uno di questi banchi, il Banco Rosso, che recentemente è stato restaurato e aperto ai visitatori.
Una curiosità: a Venezia, si dice che il termine bancario “andare in rosso”, derivi proprio da questo antico Banco di Pegni veneziano!
Non ci si può accostare all’anima del quartiere ebraico se non partendo dalle sue sinagoghe.
All’ interno del Gheto Novo si possono vedere tre delle cinque sinagoghe del ghetto. La più antica è la sinagoga (o Schola) Tedesca, quella degli ebrei ashkenaziti, che si trova nello stesso edificio del museo ebraico. All’angolo della piazza si trova invece la sinagoga Canton (dell’angolo appunto) e lì vicina la Schola Italiana. Spostandosi nel ghetto vecchio ci sono le due sinagoghe più recenti: quella spagnola e la sinagoga o Schola levantina.
Le sinagoghe del ghetto sono difficilmente riconoscibili dall’esterno, essendo ricavate all’ interno di palazzi preesistenti e si trovano tutte all’ ultimo piano, giacché per religione non può esserci nulla di terreno al di sopra della sinagoga.
La sinagoga è considerata qualcosa di più complesso di un luogo di preghiera. Sono luoghi di aggregazione dove vengono prese le decisioni più importanti per la comunità, si celebrano i passi più importanti per la persona e ci si ritrova per leggere e commentare pezzi del libro sacro, la Torah. Perché le “riunioni” possano avere luogo, è necessario che ci siano almeno 10 uomini presenti. Tutti i presenti possono inoltre leggere pezzi della Bibbia, ma solo il rabbino può commentarli. Le donne che desiderano prender parte a questi incontri possono assistere da una zona separata rispetto agli uomini, in un matroneo sopraelevato o separate da apposite grate.
Se volete calarvi ancor più nello spirito del quartiere e l’ora è quella giusta per una sosta, potreste assaggiare delle specialità tipiche ebraiche presso il ristorante “Gam Gam Kosher”, oppure, per uno spuntino veloce, al “panificio Giovanni Volpe” potrete trovare pane fresco e dolci tipici della tradizione ebraica.
Come segno di rispetto quando si visitano le sinagoghe, è necessario coprirsi il capo con la Kippah, un piccolo cappellino solitamente di stoffa che si trova vicino all’entrata. La popolazione ebraica usa coprirsi la testa non solo nelle sinagoghe, ma anche nella vita quotidiana. Si indossa al mattino con la preghiera del mattino e si toglie  a fine giornata con la preghiera della sera. Ma per quale motivo è tradizione indossare la Kippah? Ecco le parole del rabbino Chabad Abraham Shemtov in risposta al presidente degli Stati Uniti R. Reagan che nel 1984 fece la stessa domanda:
“Signor Presidente, la Kippah per noi è un segno di riverenza. Abbiamo posto la Kippah sul punto più alto del nostro essere – sulla nostra testa, il vascello del nostro intelletto – per ricordare a noi stessi e al mondo che esiste qualcosa che è al di sopra dell’intelletto umano – la sapienza infinita di Dio.”
Nel ghetto, pare che un tempo, ci fosse una certa rivalità tra ebrei di origini diverse. I levantini, ad esempio, gli ultimi arrivati nel ghetto, hanno ricevuto la residenza molto tempo dopo esservi stabiliti. Pare infatti, che gli ebrei “originari”, essendo già il ghetto molto affollato, fecero di tutto, anche con persistenti lettere al doge, per impedire che i levantini ottenessero il permesso di residenza.
LA TORAH che viene letta in sinagoga è scritta rigorosamente a mano, con un inchiostro naturale e con penne speciali che si tramandano da secoli. Chi compie il lavoro di trascrizione, ha un compito sacro e non può sbagliare. Per poter seguire più agevolmente la lettura della Torah in sinagoga, si utilizzano dei bastoncini di argento che segnano il punto a cui si è arrivati con la lettura.

giovedì 24 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi



Buongiorno, oggi è il 24 agosto.
Il 24 agosto 1349 a Magonza vengono uccisi 6000 ebrei perchè ritenuti gli artefici dell'epidemia di peste che in quel periodo decimò la popolazione europea.
La peste nera che si diffonde in Europa nel 1348 è nuovo motivo di persecuzione. Gli ebrei – già accusati dai cristiani di deicidio poiché la morte di Cristo sarebbe stata causata dal popolo ebraico – sono infatti incolpati di diffondere la malattia avvelenando i pozzi, rimanendone essi immuni. Se la prima accusa è falsa, la seconda nasce da un’osservazione probabilmente fondata. Gli ebrei vivono già raccolti e isolati in un’unica zona della città (il ghetto) e seguono, per motivi religiosi, particolari e rigorose norme alimentari ed igieniche. È possibile quindi che, proprio grazie a questi elementi, la pestilenza non trovi terreno fertile nelle loro comunità.
L’accusa che gli ebrei avvelenassero fonti e pozzi cominciò a circolare agli inizi del 1348: in Savoia alcuni ebrei, inquisiti, sotto tortura avevano ovviamente ammesso questo reato. La loro confessione si diffuse rapidamente in tutta Europa, e scatenò un’ondata di violenze, soprattutto in Alsazia, in Svizzera e in Germania. Il 9 gennaio 1349, a Basilea, venne uccisa una parte degli ebrei che vi abitavano.
Il consiglio cittadino della città aveva allontanato i più agitati tra quelli che istigavano alla violenza, ma la popolazione si rivoltò, costringendo gli amministratori a togliere il bando e a cacciare gli ebrei. Una parte di loro venne rinchiusa in un edificio su di un’isola sul Reno, cui poi venne dato fuoco. A Strasburgo il governo cittadino aveva tentato di proteggere gli ebrei, ma venne esautorato dalle corporazioni. Il nuovo governo si mostrò tollerante verso l’annunciato massacro, che ebbe luogo nel febbraio 1349, quando la peste ancora non aveva raggiunto la città. Vennero uccisi 900 ebrei, sui 1884 residenti a Strasburgo.
Nel marzo 1349, 400 ebrei di Worms preferirono appiccare il fuoco alle loro case e morirvi che finire nelle mani della folla in rivolta. Lo stesso fecero in luglio agli ebrei di Francoforte. A Magonza gli ebrei si difesero, e uccisero 200 dei cittadini che li stavano attaccando. Ma alla fine anche a Magonza, che all’epoca era la più grande comunità ebraica d’Europa, gli ebrei si suicidarono incendiando le proprie case. I pogrom proseguirono sino alla fine del 1349. Gli ultimi ebbero luogo ad Anversa e Bruxelles. Quando la peste cessò, ben pochi ebrei erano rimasti in vita tra Germania e Paesi Bassi. Molti ebrei fuggono dal centro Europa e trovano rifugio anche nell’Italia settentrionale, in particolare nelle comunità di Venezia, Padova, Ferrara e Mantova.

martedì 4 aprile 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 4 aprile.
Il 4 aprile 1944 entra in funzione alla Risiera di San Sabba, presso Trieste, il forno crematorio.
 Unico campo di sterminio realizzato dai nazisti in Italia, la Risiera di San Sabba si trova alla periferia di Trieste. Oggi museo della memoria, la Risiera tra l'inverno del 1943 e il marzo del 1944 è stata luogo di eliminazione fisica e campo di transito. Qui hanno trovato la morte tra le 4 e le 5 mila persone, per lo più oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati. Per gli ebrei triestini e italiani la Risiera è stata invece quasi sempre una sistemazione temporanea, in attesa della deportazione finale ad Auschwitz o in altri lager.
Proclamata monumento nazionale della memoria nel 1965, con un decreto del presidente Giuseppe Saragat, la struttura, riadattata su progetto dell'architetto Romano Boico, è stata inaugurata nella sua attuale veste il 24 aprile 1975 come Civico museo. La Risiera di San Sabba, grande complesso di edifici del 1913 adibito alla pilatura del riso e poi a caserma, è dapprima utilizzata dall'occupante nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l'8 settembre 1943 e quindi strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. A gestirla sono chiamati militari e ufficiali già sperimentati nelle atrocità dello sterminio ebraico in Polonia.
Il forno crematorio viene messo in funzione nel cortile interno, al posto dell'essiccatoio preesistente utilizzato fino allora, il 4 aprile 1944. Le uccisioni, per fucilazione, gassazione all'interno di un grosso automezzo di trasporto pesante, colpo di mazza ferrata alla nuca dei prigionieri, avvenivano di sera, dopo il coprifuoco imposto al popoloso rione di Servola. Le operazioni di cremazione si concludevano al mattino presto col trasbordo della cenere, raccolta in grossi sacchi, su un automezzo col quale veniva portata fino ad un punto isolato del porto di Trieste, caricata su motobarcone e quindi abbandonata al largo del golfo. La Risiera rimane attiva per oltre quindici mesi. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945 i nazisti in fuga fanno saltare con la dinamite il forno crematorio, così da cancellare le prove dei loro crimini.
A contrassegnare quest'area nel cortile centrale è ora un basamento metallico che collega il forno all'edificio usato per le eliminazioni. E a commemorare quanti qui hanno trovato la morte, sull'impronta della ciminiera sorge una simbolica Pietà costituita da tre profilati metallici a segno della spirale di fumo che usciva dal camino.
Oggi nel complesso della Risiera di San Sabba, cui si accede da un lungo e angoscioso corridoio di cemento, si possono visitare le strutture destinate ai prigionieri, le terribili celle d'isolamento, dove le pareti recano i messaggi e i graffiti dei detenuti, le celle di tortura e la cosiddetta cella della morte. La storia e la realtà di quegli anni sono ripercorse da un'esposizione che propone documenti, oggetti personali dei prigionieri. Tra questi, alcuni di quelli razziati agli ebrei triestini dai nazisti, donati dalla Comunità ebraica di Trieste nel 2000 dopo il ritrovamento in un sotterraneo del Ministero del Tesoro delle bisacce di iuta che li contenevano. La Risiera, sede ogni anno di commemorazioni (in particolare le celebrazioni del Giorno della Memoria ed della Liberazione), ospita anche spettacoli, concerti, conferenze e convegni di studio. Ogni anno è visitata da quasi 100 mila persone.

giovedì 6 ottobre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 6 ottobre.
Il 6 ottobre 3761 a.C. è la data da cui prende inizio l'anno 1 del calendario ebraico.
Il calendario ebraico è un calendario lunisolare, cioè calcolato su base sia solare che lunare. L'anno è composto di 12 o 13 mesi di 29 o 30 giorni ciascuno. Le festività ebraiche sono definite in relazione al calendario ebraico: poiché alcune di queste sono legate strettamente alla stagione, esse devono cadere nella stagione giusta.
I nomi dei mesi del calendario ebraico derivano dalla lingua col calcolo nel confronto babilonese, con il quale gli ebrei vennero in contatto nel VI secolo a.C. Originariamente la durata dei mesi non era stabilita in anticipo, ma l'inizio di ogni mese veniva fissato tramite l'osservazione diretta della Luna nuova; nel 358 il sommo sacerdote Hillel II codificò un sistema matematico che fissa l'inizio dei mesi e la durata degli anni in base a regole di calcolo precise e immutabili.
Il calendario ebraico è oggi il calendario ufficiale dello Stato d'Israele.
Il calendario ebraico è basato sul ciclo metonico di 19 anni divisi tra normali (peshutim) ed embolismici (meubbarim) nei quali viene aggiunto un tredicesimo mese. Gli anni embolismici sono il 3º, il 6º, l' 8º. l'11º, il 14º, il 17º ed il 19º anno del ciclo. Se ne ricava che il ciclo è composto di 12 anni di 12 mesi (144 mesi) e da sette anni di 13 mesi (91 mesi) per complessivi 235 mesi lunari. Il tredicesimo mese si chiama Adar Sheni.
Il mese lunare dura circa 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi (il valore usato per i calcoli è 29 giorni, 12 ore e 793/1080 di ora, con uno scarto di pochi decimi di secondo). L'anno solare, invece, dura circa 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Da questo deriva che nell'arco di un anno il calendario lunare di 12 mesi resta indietro di circa 10 giorni e 21 ore rispetto a quello solare. Alternando anni di 12 e 13 mesi come specificato, però, si riesce a compensare quasi esattamente la differenza: lo scarto tra 19 anni solari e 235 mesi lunari è appena di 2 ore e 5 minuti circa, pari a circa 7 minuti per anno.
Oggi si sa che la velocità della Luna è in continuo, anche se infinitesimale, aumento con una conseguente riduzione del periodo lunare: questo introduce un'ulteriore fonte di errore.
Come per gli anni anche i mesi possono avere durate differenti per compensare l'errore presente nella durata del ciclo lunare. Vi sono, quindi, i mesi completi (di 30 giorni) e quelli mancanti (di 29 giorni): in genere essi si alternano, ma vi sono delle eccezioni.
La sequenza dei mesi del calendario ebraico è la seguente:
    Tishrì (30 giorni): sett-ott;
    Cheshvan (29 o 30 giorni): ott-nov;
    Kislev (29 o 30 giorni): nov-dic;
    Tevet (29 giorni): dic-genn;
    Shevat (30 giorni): genn-febb;
    Adar (29 o 30 giorni): febb-mar;
    (Adar Shenì) (29 giorni) ...
    Nisan (30 giorni): mar-apr;
    Iyar (29 giorni): apr-magg:
    Sivan (30 giorni): magg-giu;
    Tammuz (29 giorni): giu-lug;
    Av (30 giorni): lug-ag;
    Elul (29 giorni): ag-sett.
Il mese di Adar Sheni - detto anche Veadar - manca negli anni normali ed è presente negli anni embolismici. I mesi di Cheshvan e Kislev variano di durata a seconda del tipo di anno.
Gli anni normali possono durare 353, 354 o 355 giorni; gli anni embolismici 383, 384 o 385. Il ciclo di 19 anni può durare da 6939 a 6942 giorni.
Il calendario ebraico si ripete esattamente dopo un ciclo di 689.472 anni, pari a 251.827.457 giorni.
La durata media dell'anno è quindi di circa 365,2468 giorni (365 giorni, 5 ore, 55 minuti e 25 secondi): la deviazione rispetto all'anno solare medio è di circa 6 minuti e 39 secondi, quindi il calendario ebraico rimane indietro di un giorno rispetto all'anno solare ogni circa 216 anni (per confronto, il calendario giuliano perde un giorno ogni 128 anni, quello gregoriano ogni 3323 anni).
Secondo il calendario ebraico, e l'ebraismo in generale, il giorno inizia con il tramonto. Nei primi versi della Genesi, infatti, si recita:
    « Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno »   (Genesi 1;3-5)       
Da qui si deduce che l'inizio del tempo fosse nell'oscurità e terminasse con il sopraggiungere della nuova oscurità.
L'istante esatto del tramonto è definito come il momento in cui il cielo è diventato abbastanza scuro perché vi si vedano tre stelle (evidentemente questa definizione può essere utilizzata in pratica soltanto quando il cielo non è coperto da nuvole).
I giorni della settimana, nel calendario ebraico, non hanno nomi particolari ma vengono indicati con i numerali, dove il sabato viene considerato contemporaneamente il primo e l'ultimo giorno (giorno 0 o 7º)
Ogni sette anni cade un anno sabbatico, ovvero un anno durante il quale i campi devono essere lasciati a riposo, i crediti ed i debiti vengono annullati, gli schiavi ebrei recuperano la libertà.
Questa usanza deriva da due passi della Torah:
    « Alla fine di ogni sette anni celebrerete l'anno di remissione. Ecco la norma di questa remissione: ogni creditore che abbia diritto a una prestazione personale in pegno per un prestito fatto al suo prossimo, lascerà cadere il suo diritto: non lo esigerà dal suo prossimo, dal suo fratello, quando si sarà proclamato l'anno di remissione per il Signore. Potrai esigerlo dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello, lo lascerai cadere »   (Deuteronomio 15;1-3)       
ed ancora
    « Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto. Se è entrato solo, uscirà solo; se era coniugato, sua moglie se ne andrà con lui. Se il suo padrone gli ha dato moglie e questa gli ha partorito figli o figlie, la donna e i suoi figli saranno proprietà del padrone ed egli se ne andrà solo. »   (Esodo 21;2-4)
Oltre all'anno sabbatico, un altro anno particolare è comandato: il giubileo. Ogni 50 anni la "libertà" viene restituita a tutti i "servi", le proprietà tornano in mano agli originali padroni (l'Halakhah risulta chiara ed è precisa) e i campi vengono lasciati riposare come nell'anno sabbatico. Questo precetto è descritto nel Levitico:
    « Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest'anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo. »   (Levitico 25;10-13)
Secondo il calendario ebraico esistono 3 occorrenze di Capodanno ognuna con un significato diverso. Il Capodanno, così come lo si considera nella cultura occidentale, si identifica con la festa di Rosh haShana che cade il primo giorno di Tishrì. Questo primo capodanno introduce ai dieci giorni penitenziali che precedono lo Yom Kippur durante i quali il popolo ebraico prende coscienza del proprio comportamento nell'anno precedente invocando la grazia al Signore.
Un secondo capodanno cade il 15 di Shevat, in occasione di Tu BiShvat, il capodanno degli alberi che ha un richiamo prevalente all'anno agricolo.
Il terzo capodanno, che cade il giorno 14 del mese di Nisan, la festa di Pesach, considerato come il capodanno religioso. È infatti con l'uscita del popolo ebraico dall'Egitto che si forma una vera coscienza religiosa ebraica.
Il calendario ebraico conta gli anni a partire dalla presunta data della creazione, che in base alle indicazioni della Bibbia è stata calcolata dalla tradizione rabbinica al 3760 a.C. Precisamente l'anno 1 inizia il 6 ottobre 3761 a.C.; la creazione viene posta al 25 Elul o 25 Adar di tale anno (22 settembre o 29 marzo 3760 a.C.). Perciò ad esempio nel settembre dell'anno gregoriano 2010 inizia l'anno ebraico 5771. (Bisogna tener conto che non esiste l'anno zero.)


martedì 13 settembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 settembre,
Il 13 settembre 1944 il questore di Fiume Giovanni Palatucci, che avrebbe salvato quasi 5000 ebrei falsificandone i documenti, viene arrestato dai tedeschi e successivamente deportato a  Dachau, dove muore il 10 febbraio dell'anno successivo.
Giovanni Palatucci viene ricordato come il commissario di pubblica sicurezza che salvò dalla deportazione migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale e fu per questo deportato egli stesso nel campo di concentramento di Dachau, dove morì. Per le sue gesta, Giovanni Palatucci è Medaglia d'oro al merito civile, Giusto tra le nazioni per lo Yad Vashem (12 settembre 1990) e Servo di Dio per la Chiesa cattolica.
Ma a dar retta al crescente coro di storici e ricercatori che da anni studiano il più celebrato tra i «giusti» italiani, il mito di Palatucci non sarebbe altro che una truffa clamorosa orchestrata da amici e parenti del presunto eroe che si dice abbia salvato oltre 5.000 ebrei in una regione dove non ve n’erano neanche la metà. L’ipotesi di un salvataggio di massa da parte di Palatucci era già stata categoricamente esclusa dal Ministero degli Interni in un memorandum del luglio 1952 e successivamente dalla commissione dell’Istituto dei Giusti di Yad Vashem nel 1990. In una tavola rotonda organizzata dal Centro Primo Levi alla Casa Italiana Zerilli Merimò di New York, l’ex direttore di Yad Vashem Mordecai Paldiel ha spiegato che sotto la sua supervisione, nel 1990 Palatucci fu riconosciuto «giusto fra le nazioni» per aver aiutato «una sola donna», Elena Aschkenasy, nel 1940, e che la commissione «non ha rinvenuto alcuna prova né testimonianza che avesse prestato assistenza al di là di questo caso».
Eppure nel 1955 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane gli conferisce una decorazione e nel 1995 lo Stato italiano la Medaglia d'oro al merito civile. Durante la cerimonia ecumenica Giubilare del 7 maggio 2000, papa Giovanni Paolo II lo annovera tra i martiri del XX Secolo. Nel 2004 si conclude la fase diocesana del processo di canonizzazione con la proclamazione a Servo di Dio dell’eroe morto a Dachau nel ’45, all’età di 35 anni. Ma chi ha condotto la ricerca storica sulla quale si sono basati questi riconoscimenti? Come nasce il mito del «Schindler italiano»? Le biografie ufficiali - di cui l’ultima, Giovanni Palatucci: un giusto e martire cristiano di Antonio De Simone e Michele Bianco con la prefazione del Cardinale Camillo Ruini - parlano di migliaia di ebrei da lui inviati nel campo di internamento di Campagna dove sarebbero stati protetti dal Vescovo Giuseppe Maria Palatucci, zio di Giovanni. Il famigerato campo che proprio il vescovo, nel 1953, definì un «luogo di villeggiatura». «Impossibile», replica Anna Pizzuti, curatrice del database degli ebrei stranieri internati in Italia, «Quaranta in tutto sono i fiumani internati a Campagna. Un terzo del gruppo finì ad Auschwitz».
Le biografie ricordano poi gli 800 reduci ebrei che nel 1939 si sarebbero clandestinamente imbarcati sul battello greco Agia Zoni che salpò da Fiume il 17 marzo 1939 diretto in Palestina e sarebbe stato allestito personalmente dall’eroico commissario. Ma dal diario della guida del gruppo conservato a Yad Vashem e dai documenti della capitaneria di porto raccolti presso l’Archivio di Stato, si scopre che fu un’operazione dell’Agenzia Ebraica di Zurigo, avvenuta sotto lo stretto controllo dei superiori di Palatucci che non solo innescarono un penoso processo di estorsione ma fecero respingere al confine i più bisognosi dei rifugiati, gli apolidi e i fuoriusciti da Dachau.
Dagli archivi si scopre che Palatucci fu funzionario di pubblica sicurezza presso la Questura di Fiume dal 1937 al 1944, dove era addetto all’ufficio stranieri e si occupò dei censimenti dei cittadini ebrei sulla cui base la Prefettura applicava le leggi razziali. Proprio a Fiume i censimenti furono condotti con una capillarità ineguagliabile e le leggi applicate con un accanimento che provocò proteste internazionali e la reazione dello stesso Ministero degli Interni. Secondo la monografia di Silva Bon Le Comunità ebraiche della Provincia italiana del Carnaro Fiume e Abbazia (1924-1945) e i dati raccolti nel Libro della Memoria di Liliana Picciotto, durante la breve reggenza di Palatucci la percentuale di ebrei deportati da Fiume fu tra le più alte d’Italia. L’affresco familiare recentemente pubblicato da Silvia Cuttin mostra con lucidità e accuratezza l’esperienza tragica degli ebrei fiumani.
In "Giovanni Palatucci, Una Giusta Memoria" Marco Coslovich ricostruisce l’ambiguo profilo professionale di un vice commissario di polizia che appena trentenne giura fedeltà alla Repubblica di Salò. «Palatucci non fu mai questore di Fiume», rivela Coslovich, «ma vice commissario aggiunto sotto il controllo di superiori notoriamente antisemiti». Tutt’altro che in conflitto con essi, le carte mostrano che egli era considerato un funzionario modello. Definito «insostituibile» dal prefetto Testa, godeva appieno dei suoi favori. Tra aprile e inizio settembre 1944 fu reggente alle dirette dipendenze dei gerarchi di Salò Tullio Tamburini ed Eugenio Cerruti. Anche lo storico Michele Sarfatti nel programma tv "La storia siamo noi" dedicato a Palatucci, nel 2008 ha espresso dubbi sulla plausibilità di numeri sproporzionati rispetto a una comunità di poco più di un migliaio di persone che tra emigrazione e internamento era ridotta a poco più di 500 persone nell’ottobre del 1943.
Secondo lo storico veneziano Simon Levis Sullam l’affaire Palatucci s’inserisce nella questione più vasta di come la persecuzione antiebraica nell’Italia Fascista e il ruolo degli italiani sono stati rappresentati negli anni dalla fine della guerra. Spiega Sullam, co-curatore dell’ultima grande opera sulla Shoah in Italia edita dalla UTET (2012): «Il mito del bravo italiano ha costituito dopo la Seconda guerra mondiale una fonte di auto-assoluzione collettiva rispetto al sostegno offerto a politiche antisemite e razziste nel periodo 1937-1945, cui migliaia di italiani parteciparono direttamente». Coslovich sottolinea come più della metà del fascicolo personale di Palatucci riguarda gli sforzi compiuti dal padre Felice e dallo zio Vescovo per la riabilitazione completa del commissario rispetto all’epurazione, la concessione di una pensione di guerra che la legge accordava solo a vedove e orfani dei caduti (Palatucci era invece celibe) e il coinvolgimento del governo italiano nel designare il loro congiunto come «salvatore di ebrei».
Tra il 1952 e il 1953, il Vescovo Giuseppe Maria Palatucci si avvale della collaborazione scritta di Rodolfo Grani, un ebreo fiumano di origine ungherese che aveva conosciuto durante il suo breve internamento a Campagna. Eppure lo storico Mauro Canali, esperto di storia del sistema di polizia fascista all’Università di Camerino, sostiene che nella copiosa fonte documentaria riguardante Grani non vi è segno che abbia mai incontrato Giovanni Palatucci. Aveva invece conosciuto Palatucci il Barone Niel Sachs de Gric, anch’egli ebreo fiumano di origine ungherese, avvocato della curia e rappresentante della Santa Sede per il Concordato con la Jugoslavia. Nel 1952 il vescovo gli invia un articolo da pubblicare sull’Osservatore Romano con «l’invito» a firmarlo al suo posto. I documenti attribuiti a Grani e Sachs, la cui autenticità è tutta da verificare e nessuno dei quali ricevette l’aiuto del commissario, sono all’origine dell’epica palatucciana. L’ultimo tassello della leggenda a cadere è quello relativo alle circostanze della sua morte. La motivazione dell’arresto firmata da Herbert Kappler e depositata all’Archivio Centrale dello Stato non lascia dubbi: Palatucci fu accusato di tradimento dai tedeschi per aver trasmesso al nemico (gli inglesi), documenti della Repubblica Sociale di Salò che chiedevano di trattare l’indipendenza di Fiume, non per aver protetto gli ebrei di quella città.

martedì 9 agosto 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 agosto.
Il 9 agosto 1942 Edith Stein viene uccisa nel campo di concentramento di Auschwitz.
Edith Stein nacque a Breslavia il 12 ottobre 1891, quale ultima di 11 figli: la famiglia stava festeggiando lo Yom Kippur, la maggior festività ebraica, il giorno dell'espiazione. " Più di ogni altra cosa ciò ha contribuito a rendere particolarmente cara alla madre la sua figlia più giovane ". Proprio questa data della nascita fu per la carmelitana quasi un vaticinio.
Il padre, commerciante in legname, venne a mancare quando Edith non aveva ancora compiuto il secondo anno d'età. La madre, una donna molto religiosa, solerte e volitiva, rimasta sola dovette sia accudire alla famiglia sia condurre la grande azienda; non riuscì però a mantenere nei figli una fede vitale. Edith perse la fede in Dio. " In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare ".
Consegui brillantemente la maturità nel 1911 ed iniziò a studiare germanistica e storia all'Università di Breslavia, più per conseguire una base di futuro sostentamento che per passione. Il suo vero interesse era invece la filosofia. S'interessava molto anche di questioni riguardanti le donne. Entrò a far parte dell'organizzazione " Associazione Prussiana per il Diritto Femminile al Voto ". Più tardi scrisse: " Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista. Persi poi l'interesse a tutta la questione. Ora sono alla ricerca di soluzioni puramente obiettive ".
Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea. A quel tempo Edmund Husserl affascinava il pubblico con un nuovo concetto della verità: il mondo percepito esisteva non solamente in maniera kantiana della percezione soggettiva. I suoi discepoli comprendevano la sua filosofia quale svolta verso il concreto. " Ritorno all'oggettivismo ". La fenomenologia condusse, senza che lui ne avesse l'intenzione, non pochi dei suoi studenti e studentesse alla fede cristiana. A Gottinga Edith Stein incontrò anche il filosofo Max Scheler.
Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Però non dimenticò quello studio che le doveva procurare il pane futuro. Nel gennaio del 1915 superò con lode l'esame di stato. Non iniziò però il periodo di formazione professionale.
Allo scoppiare della prima guerra mondiale scrisse: " Ora non ho più una mia propria vita". Frequentò un corso d'infermiera e prestò servizio in un ospedale militare austriaco. Per lei furono tempi duri. Accudisce i degenti del reparto malati di tifo, presta servizio in sala operatoria, vede morire uomini nel fior della gioventù. Alla chiusura dell'ospedale militare, nel 1916, seguì Husserl a Friburgo nella Brisgovia, ivi conseguì nel 1917 la laurea " summa cum laude " con una tesi "Sul problema dell'empatia".
A quel tempo accadde che osservò come una popolana, con la cesta della spesa, entrò nel Duomo di Francoforte e si soffermò per una breve preghiera. " Ciò fu per me qualcosa di completamente nuovo. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti, che ho frequentato, i credenti si recano alle funzioni. Qui però entrò una persona nella chiesa deserta, come se si recasse ad un intimo colloquio. Non ho mai potuto dimenticare l'accaduto ". Nelle ultime pagine della sua tesi di laurea scrisse: " Ci sono stati degli individui che in seguito ad un'improvvisa mutazione della loro personalità hanno creduto di incontrare la misericordia divina". Come arrivò a questa asserzione?
Edith Stein era legata da rapporti di profonda amicizia con l'assistente di Husserl a Gottinga, Adolf Reinach e la sua consorte. Adolf Reinach muore in Fiandra nel novembre del 1917. Edith si reca a Gottinga. I Reinach si erano convertiti alla fede evangelica. Edith aveva una certa ritrosia rispetto all'incontro con la giovane vedova. Con molto stupore incontrò una credente. " Questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori ... Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse ". Più tardi scriverà: " Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che - visto dal lato di Dio - non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta".
Nell'autunno del 1918 Edith Stein cessò l'attività di assistente presso Edmund Husserl. Questo poiché desiderava di lavorare indipendentemente. Per la prima volta dopo la sua conversione Edith Stein visitò Husserl nel 1930. Ebbe con lui una discussione sulla sua nuova fede nella quale lo avrebbe volentieri voluto partecipe. Poi scrisse la sorprendente frase: " Dopo ogni incontro che mi fa sentire l'impossibilità di influenzare direttamente, s'acuisce in me l'impellenza di un mio proprio olocausto ".
Edith Stein desiderava ottenere l'abilitazione alla libera docenza. A quel tempo ciò era cosa irraggiungibile per una donna. Husserl si pronunciò in una perizia: " Se la carriera universitaria venisse resa accessibile per le donne, potrei allora caldamente raccomandarla più di qualsiasi altra persona per l'ammissione all'esame di abilitazione ". Più tardi le venne negata l'abilitazione a causa della sua origine giudaica.
Edith Stein ritorna a Breslavia. Scrive articoli a giustificazione della psicologia e discipline umanistiche. Legge però anche il Nuovo Testamento, Kierkegaard e il libriccino d'esercizi di Ignazio di Loyola. Percepisce che un tale scritto non si può semplicemente leggere, bisogna metterlo in pratica.
Nell'estate del 1921 si recò per alcune settimane a Bergzabern (Palatinato), nella tenuta della Signora Hedwig Conrad-Martius, una discepola di Husserl. Questa Signora si era convertita, assieme al proprio coniuge, alla fede evangelica. Una sera Edith trovò nella libreria l'autobiografia di Teresa d'Avila. La lesse per tutta la notte. " Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità ". Considerando retrospettivamente la sua vita scrisse più tardi: " Il mio anelito per la verità era un'unica preghiera".
Il l° gennaio del 1922 Edith Stein si fece battezzare. Era il giorno della Circoncisione di Gesù, l'accoglienza di Gesù nella stirpe di Abramo. Edith Stein stava eretta davanti alla fonte battesimale, vestita con il bianco manto nuziale di Hedwig Conrad-Martius che funse da madrina. "Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio". Ora sarà sempre cosciente, non solo intellettualmente ma anche tangibilmente, di appartenere alla stirpe di Cristo. Alla festa della Candelora, anche questo un giorno la cui origine risale al Vecchio Testamento, venne cresimata dal Vescovo di Spira nella sua cappella privata.
Dopo la conversione, per prima cosa si recò a Breslavia. "Mamma, sono cattolica". Ambedue piansero. Hedwig Cornrad Martius scrisse: "Vedi, due israelite e nessuna è insincera" (confr. Giovanni 1, 47).
Subito dopo la sua conversione Edith Stein aspira al Carmelo ma i suoi interlocutori spirituali, il Vicario generale di Spira e il Padre Erich Przywara SJ, le impediscono questo passo. Fino alla Pasqua del 1931 assume allora un impiego d'insegnante di tedesco e storia presso il liceo e seminario per insegnanti del convento domenicano della Maddalena di Spira. Su insistenza dell'Arciabate Raphael Walzer del Convento di Beuron intraprende lunghi viaggi per indire conferenze, soprattutto su temi femminili. " Durante il periodo immediatamente prima e anche per molto tempo dopo la mia conversione ... credevo che condurre una vita religiosa significasse rinunciare a tutte le cose terrene e vivere solo nel pensiero di Dio. Gradualmente però mi sono resa conto che questo mondo richiede ben altro da noi ... io credo persino: più uno si sente attirato da Dio e più deve "uscire da se stesso", nel senso di rivolgersi al mondo per portare ivi una divina ragione di vivere ". Enorme è il suo programma di lavoro. Traduce le lettere e i diari del periodo precattolico di Newmann e l'opera " Quxstiones disputati de veritate " di Tommaso d'Aquino e ciò in una versione molto libera, per amore del dialogo con la moderna filosofia. Il Padre Erich Przywara SJ la spronò a scrivere anche proprie opere filosofiche. Imparò che è possibile " praticare la scienza al servizio di Dio ... solo per tale ragione ho potuto decidermi ad iniziare serie opere scientifiche ". Per la sua vita e per il suo lavoro ritrova sempre le necessarie forze nel convento dei Benedettini di Beuron dove si reca a trascorrere le maggiori festività dell'anno ecclesiastico.
Nel 1931 termina la sua attività a Spira. Tenta nuovamente di ottenere l'abilitazione alla libera docenza a Breslavia e Friburgo. Invano. Dà allora forma ad un'opera sui principali concetti di Tommaso d'Aquino: " Potenza ed azione ". Più tardi farà di questo saggio la sua opera maggiore elaborandolo sotto il titolo " Endliches un ewiges Sein " (Essere finito ed Essere eterno) e ciò nel convento delle Carmelitane di Colonia. Una stampa dell'opera non fu possibile durante la sua vita.
Nel 1932 le venne assegnata una cattedra presso una istituzione cattolica, l'Istituto di Pedagogia Scientifica di Miinster, dove ha la possibilità di sviluppare la propria antropologia. Qui ha il modo di unire scienza e fede e di portare alla comprensione d'altri quest'unione. In tutta la sua vita vuole solo essere " strumento di Dio ". " Chi viene da me desidero condurlo a Lui ".
Nel 1933 la notte scende sulla Germania. " Avevo già sentito prima delle severe misure contro gli ebrei. Ma ora cominciai improvvisamente a capire che Dio aveva posto ancora una volta pesantemente la Sua mano sul Suo popolo e che il destino di questo popolo era anche il mio destino". L'articolo di legge sulla stirpe ariana dei nazisti rese impossibile la continuazione dell'attività d'insegnante. " Se qui non posso continuare, in Germania non ci sono più possibilità per me ". " Ero divenuta una straniera nel mondo ".
L'Arciabate Walzer di Beuron non le impedì più di entrare in un convento delle Carmelitane. Già al tempo in cui si trovava a Spira aveva fatto il voto di povertà, di castità e d'ubbidienza. Nel 1933 si presenta alla Madre Priora del Monastero delle Carmelitane di Colonia. "Non l'attività umana ci può aiutare ma solamente la passione di Cristo. Il mio desiderio è quello di parteciparvi ".
Ancora una volta Edith Stein si reca a Breslavia per prendere commiato dalla madre e dalla sua famiglia. L'ultimo giorno che trascorse a casa sua fu il 12 ottobre, il giorno del suo compleanno e contemporaneamente la festività ebraica dei tabernacoli. Edith accompagna la madre nella sinagoga. Per le due donne non fu una giornata facile. " Perché l'hai conosciuta (la fede cristiana)? Non voglio dire nulla contro di Lui. Sarà anche stato un uomo buono. Ma perché s'è fatto Dio?". La madre piange. Il mattino dopo Edith prende il treno per Colonia. " Non poteva subentrare una gioia impetuosa. Quello che lasciavo dietro di me era troppo terribile. Ma io ero calmissima - nel porto della volontà di Dio ". Ogni settimana scriverà poi una lettera alla madre. Non riceverà risposte. La sorella Rosa le manderà notizie da casa.
Il 14 ottobre Edith Stein entra nel monastero delle Carmelitane di Colonia. Nel 1934, il 14 aprile, la cerimonia della sua vestizione. L'Arciabate di Beuron celebrò la messa. Da quel momento Edith Stein porterà il nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Nel 1938 scrive: " Sotto la Croce capii il destino del popolo di Dio che allora (1933) cominciava ad annunciarsi. Pensavo che capissero che si trattava della Croce di Cristo, che dovevano accettarla a nome di tutti gli altri. Certo, oggi comprendo di più su queste cose, che cosa significa essere sposa del Signore sotto il segno della Croce. Certo, non sarà mai possibile di comprendere tutto questo, poiché è un segreto ". Il 21 aprile del 1935 fece i voti temporali. Il 14 settembre del 1936, al tempo del rinnovo dei voti, muore la madre a Breslavia. " Fino all'ultimo momento mia madre è rimasta fedele alla sua religione. Ma poiché la sua fede e la sua ferma fiducia nel suo Dio ... fu l'ultima cosa che rimase viva nella sua agonia, ho fiducia che ha trovato un giudice molto clemente e che ora è la mia più fedele assistente, in modo che anch'io possa arrivare alla meta".
Sull'immagine devozionale della sua professione perpetua dei voti, il 21 aprile del 1938, fa stampare le parole di San Giovanni della Croce al quale lei dedicherà la sua ultima opera: " La mia unica professione sarà d'ora in poi l'amore".
L'entrata di Edith Stein nel convento delle Carmelitane non è stata una fuga. " Chi entra nel Carmelo non è perduto per i suoi, ma in effetti ancora più vicino; questo poiché è la nostra professione di rendere conto a Dio per tutti ". Soprattutto rese conto a Dio per il suo popolo. " Devo continuamente pensare alla regina Ester che venne sottratta al suo popolo per renderne conto davanti al re. Io sono una piccola e debole Ester ma il Re che mi ha eletto è infinitamente grande e misericordioso. Questa è una grande consolazione" (31-10-1938).
Il giorno 9 novembre 1938 l'odio portato dai nazisti verso gli ebrei viene palesato a tutto il mondo. Le sinagoghe bruciano. Il terrore viene sparso fra la gente ebrea. Madre Priora delle Carmelitane di Colonia fa tutto il possibile per portare Suor Teresa Benedetta della Croce all'estero. Nella notte di capodanno del 1938 attraversa il confine dei Paesi Bassi e viene portata nel monastero delle Carmelitane di Echt, in Olanda. In quel luogo stila il 9 giugno 1939 il suo testamento: " Già ora accetto con gioia, in completa sottomissione e secondo la Sua santissima volontà, la morte che Iddio mi ha destinato. Io prego il Signore che accetti la mia vita e la mia morte ... in modo che il Signore venga riconosciuto dai Suoi e che il Suo regno venga in tutta la sua magnificenza per la salvezza della Germania e la pace del mondo... ".
Già nel monastero delle Carmelitane di Colonia a Edith Stein era stato concesso il permesso di dedicarsi alle opere scientifiche. Fra l'altro scrisse in quel luogo "Dalla vita di una famiglia ebrea". " Desidero semplicemente raccontare che cosa ho sperimentato ad essere ebrea ". Nei confronti " della gioventù che oggi viene educata già dall'età più tenera ad odiare gli ebrei ... noi, che siamo statì educati nella comunità ebraica, abbiamo il dovere di rendere testimonianza ".
In tutta fretta Edith Stein scriverà ad Echt il suo saggio su " Giovanni della Croce, il mistico Dottore della Chiesa, in occasione del quattrocentesimo anniversario della sua nascita, 1542-1942 ". Nel 1941 scrisse ad una religiosa con cui aveva rapporti d'amicizia: " Una scientia crucis (la scienza della croce) può essere appresa solo se si sente tutto il peso della croce. Dì ciò ero convinta già dal primo attimo e di tutto cuore ho pronunciato: Ave, Crux, Spes unica (ti saluto, Croce, nostra unica speranza) ". Il suo saggio su San Giovanni della Croce porta la didascalia: " La scienza della Croce ".
Il 2 agosto del 1942 arriva la Gestapo. Edith Stein si trova nella cappella, assieme alla altre Sorelle. Nel giro di 5 minuti deve presentarsi, assieme a sua sorella Rosa che si era battezzata nella Chiesa cattolica e prestava servizio presso le Carmelitane di Echt. Le ultime parole di Edith Stein che ad Echt s'odono, sono rivolte a Rosa: " Vieni, andiamo per il nostro popolo ".
Assieme a molti altri ebrei convertiti al cristianesimo le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork. Si trattava di una vendetta contro la comunicazione di protesta dei vescovi cattolici dei Paesi Bassi contro i pogrom e le deportazioni degli ebrei. " Che gli esseri umani potessero arrivare ad essere così, non l'ho mai saputo e che le mie sorelle e i miei fratelli dovessero soffrire così, anche questo non l'ho veramente saputo ... in ogni ora prego per loro. Che oda Dio la mia preghiera? Con certezza però ode i loro lamenti ". Il prof. Jan Nota, a lei legato, scriverà più tardi. " Per me lei è, in un mondo di negazione di Dio, una testimone della presenza di Dio ".
All'alba del 7 agosto parte un carico di 987 ebrei in direzione Auschwitz. Fu il giorno 9 agosto nel quale Suor Teresa Benedetta della Croce, assieme a sua sorella Rosa ed a molti altri del suo popolo, morì nelle camere a gas di Auschwitz.
Con la sua beatificazione nel Duomo di Colonia, il 1° maggio del 1987, la Chiesa onorò, per esprimerlo con le parole del Pontefice Giovanni Paolo II, " una figlia d'Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea".

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