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giovedì 28 maggio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 28 maggio.
Il 28 maggio del 1974 scoppia una bomba a Brescia, in piazza della Loggia. L’ordigno era stato nascosto dentro un cestino dei rifiuti, poco distante da una manifestazione antifascista indetta dai sindacati. L’esplosione uccide otto persone e ne ferisce centodue.
Non si può giudicare efficacemente la strage di Brescia senza tenere conto del paese in cui eravamo. Erano sì gli anni della strategia della tensione, certo. Ma era forse anche qualcosa in più: persino nei casini di quegli anni, il 1974 non è come il 1973 o il 1975. “Fu un terribile anno per la nostra Repubblica”, scrive Corrado Stajano sul Corriere. La fase dei governi di centrosinistra era in corso di esaurimento: di lì a pochissimo tempo sarebbero iniziati i governi di solidarietà nazionale e il progressivo coinvolgimento del PCI nelle maggioranze parlamentari. Erano quindi anni di grande instabilità politica. Il 12 maggio, due settimane prima della strage, gli italiani avevano bocciato il referendum abrogativo della legge sul divorzio. Il 4 agosto ci sarà la strage sul treno Italicus, in provincia di Bologna: dodici morti. Sempre quell’estate verrà alla luce il tentato golpe della “Rosa dei venti”, e gli stati maggiori di alcuni corpi d’armata saranno trasferiti proprio nel timore che potessero parteciparvi. Poi l’altro tentativo di golpe, quello di Edgardo Sogno.
Dicevamo però del 28 maggio. “La bomba del 28 maggio”, scrive Benedetta Tobagi su Repubblica, “colpì al cuore una manifestazione antifascista indetta per protestare contro una serie di attentati di marca fascista, culminati nella morte del giovanissimo terrorista di destra Silvio Ferrari, ucciso dall’esplosivo che lui stesso stava trasportando in motorino nel centro di Brescia, a Piazza del Mercato”.
Si aprono le indagini e, come spesso accade in questi casi, inizialmente vanno molto rapide. Nel 1979 alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana vengono condannati perché considerati responsabili dell’attentato. Vanno in carcere, in attesa della condanna d’appello, ed è in carcere che uno di questi, Ermanno Buzzi, viene ucciso da altri due detenuti vicini all’estrema destra. Lo uccidono male: lo strangolano con i lacci delle scarpe, gli schiacciano gli occhi. Ermanno Buzzi era la figura chiave dell’intero processo, e muore non appena viene trasferito nel carcere speciale di Novara, alla vigilia del processo di appello. Che comincia nel 1981 e un anno dopo assolve gli imputati. Un anno dopo ancora, nel 1983, la Cassazione annulla le assoluzioni. Si fa un nuovo processo di appello, quindi, e gli imputati vengono nuovamente assolti. E stavolta la Cassazione conferma le assoluzioni. Siamo nel 1985.
Un anno prima era stato aperto un nuovo filone delle indagini, a causa delle rivelazioni di alcuni pentiti. Stavolta il principale imputato è Cesare Ferri, estremista di destra del gruppo di Ordine Nuovo e accusato anche dalla testimonianza di un prete che dice di averlo visto nei paraggi di piazza della Loggia il 28 maggio. Poi l’inchiesta si allarga e coinvolge tutta Ordine Nuovo, la stessa organizzazione neofascista che sarà ritenuta responsabile della strage di piazza Fontana, a Milano. Insieme a Ordine Nuovo è coinvolto anche il cosiddetto gruppo della Fenice, altra organizzazione eversiva. Vanno a processo Cesare Ferri e il suo amico Alessandro Stepanoff, che gli aveva fornito un alibi. Saranno entrambi assolti, prima con formula dubitativa e poi, nel 1989, con formula piena in appello e in Cassazione.
Le inchieste e le condanne sono complicate perché praticamente si basano solo su parole, testimonianze. Che possono essere contraddittorie, che possono essere ritrattate, che possono sparire. Di prove fattuali ce ne sono pochissime, e non per caso. Per fare l’esempio più clamoroso: due ore dopo la strage qualcuno -- qualcuno che non si riesce a scoprire chi -- impartisce ai pompieri l’ordine di ripulire con le autopompe il luogo dell’esplosione, cancellando tutto. Impronte, oggetti, reperti: tutto. Spariscono dall’ospedale anche i reperti prelevati dai corpi dei morti e dei feriti, che avrebbero potuto dire molto sulla fattura dell’ordigno. Poi c’è il ruolo di Maurizio Tramonte, giovane militante del Movimento Sociale Italiano e di Ordine Nuovo che faceva da informatore per i servizi segreti (lo chiamavano “fonte Tritone”). Le sue rivelazioni e le sue informazioni passate ai servizi segreti saranno fondamentali per l’apertura del terzo processo, anche se finirà lui stesso accusato di aver partecipato alla strage. Il giudice istruttore dirà che questi elementi sono l’ulteriore ”riprova, se mai ve ne fosse bisogno, dell’esistenza e costante operatività di una rete di protezione pronta a scattare in qualunque momento e in qualunque luogo”.
Nel 2008 si apre un terzo processo. Il primo grado si è concluso con l’assoluzione per tutti gli imputati: questo vuol dire che comunque non è ancora finita, e ci sarà il ricorso in appello. Gli imputati stavolta sono Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino, Giovanni Maifredi. Di Maurizio Tramonte abbiamo detto: insieme a Maggi e Zorzi facevano parte di Ordine Nuovo, di cui Rauti era il fondatore. Delfino è un ex generale dei carabinieri, responsabile del nucleo investigativo ai tempi della strage. Giovanni Maifredi all’epoca della strage era un collaboratore dell’allora ministro degli interni Paolo Emilio Taviani. I procuratori avevano chiesto l’ergastolo per tutti gli imputati, con l’accusa di concorso in strage, eccetto che per Pino Rauti, per il quale era stata chiesta l’assoluzione per insufficienza di prove. Sono stati assolti tutti con formula dubitativa, una volta si diceva “insufficienza di prove”. L’impianto accusatorio salta anche perché quattro anni prima uno dei tre pentiti su cui si basava l’indagine, Carlo Digilio, muore a causa di un ictus. E perché l’altro, il Maurizio Tramonte di cui sopra, si rimangia tutto. Nelle veline che lui girava ai servizi segreti si parlava del coinvolgimento di Ordine Nuovo e dei militanti di estrema destra del Veneto, nella strage di Brescia. Il terzo pentito, Maurizio Siciliano, dirà cose molto contraddittorie.
Uno degli imputati, Delfo Zorzi, non vive più in Italia proprio dal 1974, poco dopo la strage di Brescia. Vive in Giappone, fa l’imprenditore, nel 1989 ha ottenuto la cittadinanza e ha cambiato nome. Oggi si chiama Hagen Roi e in ragione della sua cittadinanza giapponese non è estradabile. Durante i processi il suo avvocato è stato Gaetano Pecorella, giurista, deputato, consigliere e noto alleato di Silvio Berlusconi. Nel 2002 Gaetano Pecorella è accusato dalla procura di Brescia di aver pagato Maurizio Siciliano per ottenere una sua ritrattazione. A un certo punto, nel 2005, durante un’indagine che non ha niente a che fare con la strage di Brescia ma riguarda invece la compravendita dei diritti televisivi di Fininvest, i pm di Milano trovano tracce del pagamento di una piccola somma, eseguito da una società riconducibile a Fininvest e diretto a Martino Siciliano. Alla fine, però, i pm non riusciranno a provare l’esistenza di un tentativo di corruzione da parte di Pecorella, che nel 2009 sarà prosciolto dall’accusa.
Il 14 aprile 2012 la Corte d'Appello conferma l'assoluzione per tutti gli imputati, condannando le parti civili al rimborso delle spese processuali.
Il 21 febbraio 2014 la Corte di Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte e conferma quelle di Zorzi e Delfino. Viene così istruito un nuovo processo d'appello contro Tramonti e Maggi.
Il 22 luglio 2015 Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi vengono condannati, in appello, all'ergastolo.
Il 20 giugno 2017 la Corte di Cassazione conferma in via definitiva la condanna all'ergastolo inflitta a Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Dopo la condanna Tramonte ha cercato rifugio in Portogallo, ma è stato estradato in Italia.
Carlo Maria Maggi, dopo la condanna definitiva, è rimasto agli arresti domiciliari a causa di una neuropatia congenita che lo ha costretto su una sedia a rotelle per decenni, è deceduto a Venezia il 26 dicembre 2018.
Marzo Toffaloni, all'epoca dei fatti sedicenne, è stato riconosciuto colpevole nel 2025 come uno degli esecutori materiali e condannato a 30 anni di carcere. 

domenica 22 febbraio 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 22 febbraio.
Il 22 febbraio del 1980 a Roma tre ragazzi armati e con il volto coperto fanno irruzione in casa Verbano, al quarto piano di Via Montebianco 114 al quartiere Montesacro. Legano e imbavagliano il padre e la madre e attendono l’arrivo del loro unico figlio Valerio, 18 anni, attivista di Autonomia Operaia, che in quel momento è ancora a scuola. Ai genitori dicono che devono solo fare delle domande a Valerio, vogliono sapere dei nomi. Sono le ore 13 circa.
Passano 50 minuti, durante i quali gli assassini rovistano nella camera da letto di Valerio, 50 minuti in cui la madre spera che il figlio faccia un incidente con la vespetta e non rientri a casa. Ma Valerio torna. Appena apre la porta i genitori sentono i rumori di una colluttazione, le grida del figlio e uno sparo soffocato. I tre assassini scappano di corsa per le scale, quasi subito accorrono i vicini che slegano i genitori e soccorrono Valerio, ma ormai non c’e’ più niente da fare, l’unico proiettile e’ entrato nella spalla sinistra, dall’alto verso il basso e ha reciso l’aorta uccidendo il ragazzo. Nella fuga i banditi lasciano un paio d’occhiali da sole, un bottone, una pistola con silenziatore e quasi inspiegabilmente un guinzaglio per cani.
L’omicidio di Valerio Verbano è uno dei grandi enigmi degli anni di piombo. Un assassinio dalle mille ipotesi rivendicato sia da destra che da sinistra, che apre squarci improvvisi su anni inquieti e che rimane ancora oggi insoluto. “ Molti sono stati i pentiti di destra e di sinistra che hanno cercato di ricostruire le dinamiche che avvenivano in quegli anni. Solo alcuni omicidi non hanno trovato una paternità nonostante le numerose confessioni rese da moltissime persone e tra i pochissimi quello di Valerio Verbano” (Antonio Capaldo, magistrato).
Lo stesso giorno dell’omicidio arrivano due rivendicazioni; la prima è di una formazione di sinistra “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” che afferma di aver ucciso Verbano perchè è una spia, un delatore, un “servo della polizia” anche se dicono “è stato un errore, volevamo solo gambizzarlo”. Un’ora dopo verso le 21 arriva una seconda rivendicazione dei “Nuclei Armati Rivoluzionari, avanguardia di fuoco” (NAR), la sigla di punta dell’estrema destra:
“Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. In tarda serata arriva un'altra telefonata del Movimento Popolare Rivoluzionario, una formazione di destra.
Il giorno dopo arrivano le smentite: la prima è del “Gruppo Proletario Rivoluzionario Armato” con un volantino, poi quella dei NAR: “Non avevamo nessun interesse a suscitare una guerra tra movimenti rivoluzionari”. Un altro volantino recapitato verso mezzogiorno, sempre dei NAR (“comandi Thor, Balder e Tir”), non parla esplicitamente di Verbano ma del “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”. Dieci giorni dopo compare un altro volantino a Padova ancora a firma NAR che smentisce categoricamente qualsiasi coinvolgimento nel delitto Verbano. Ma per gli inquirenti la rivendicazione più probabile è la prima telefonata dei NAR, che fa a riferimento al calibro 38. Quando arrivò quella telefonata infatti non c’era ancora la conferma del medico legale sul calibro che aveva ucciso Valerio. Come potevano saperlo?
Valerio era figlio unico, si interessava di politica, ma in casa, ricorda la mamma Carla, non se ne parlava mai. I genitori non erano dunque a conoscenza del coinvolgimento e del grado d’impegno di Valerio. Il rapporto in casa era comunque tranquillo; Valerio studiava, usciva con gli amici, aveva la sua fidanzata: un ragazzo normale come tanti.
La militanza politica di Valerio Verbano comincia nel 1975 al liceo scientifico Archimede sezione D. Una militanza attiva che non evita lo scontro fisico e diretto con l’avversario. Valerio va in palestra, pratica il judo e il karate dall’età di otto anni. I suoi interessi comprendono anche la musica: i Beatles i Pink Floyd e la Roma, la sua squadra, una vera fissazione. La fotografia è una sua altra grande passione che metterà presto al servizio del suo impegno politico.
Ma il 20 aprile 1979 lo arrestano, viene sorpreso in un casolare abbandonato insieme a quattro amici mentre fabbricano ordigni incendiari. Le istruzioni sono contenute nel libro Il sangue dei Leoni edito da Feltrinelli nel 1969, un manuale di guerriglia urbana molto diffuso all’epoca. Nella perquisizione della sua stanza gli agenti trovano anche una pistola: una berretta 765 con la matricola limata. I genitori cascano dalle nuvole quando vedono la pistola. "Le armi all’epoca giravano, ne giravano parecchie, era facile procurarsele. Era difficile non accorgersene" ricorda un amico. Valerio sconta sette mesi a Regina Coeli. Quando entra in carcere ha diciotto anni e due mesi, è forse il detenuto più giovane di tutto il carcere romano.
Durante la perquisizione gli agenti trovano infatti anche una grande quantità di materiale, un archivio con centinaia di foto e nomi di militanti dell’estrema destra romana. Un lavoro iniziato nel 1977 quando Valerio aveva soltanto sedici anni. Valerio aveva formato il collettivo autonomo dell’Archimede, un gruppo che si specializza, ricorda un amico “ nella controinformazione, documentavamo, fotografavamo..…eravamo organizzati come un piccolo servizio segreto, nel nostro piccolo estremamente efficiente. Ci avvicinavamo a manifestazioni dell’estrema destra o ai loro luoghi di ritrovo. Scattavamo foto e poi cercavamo d’identificarli…veniva fatta la raccolta di tutti gli articoli di giornale che parlavano dell’estrema destra, degli arresti. Avevamo un archivio fotografico e uno storico con tutti i fatti dell’estrema destra e degli informatori infiltrati negli ambienti dell’estrema destra. Tutto finiva in un quaderno in cui venivano catalogate tutte queste persone…in quel momento c’era la sensazione che ci potesse essere da un momento all’altro un colpo di stato della destra in Italia. Quindi ci si doveva preparare a contrastarlo in qualche maniera. Avevamo l’esempio del Cile, dell’Argentina. I dati servivano se succedeva qualcosa”.
Dell'esistenza di questo "dossier" è a conoscenza, e probabilmente lo ha tra le mani, anche un giudice che indaga sull'eversione nera, Mario Amato. Il giudice Amato morirà per mano dei NAR il 23 giugno 1980 a Roma in Viale Jonio a pochi passi dall’abitazione di Valerio Verbano.
La Roma di quegli anni è una città dura e violenta dove ogni giorno si scontrano ragazzi di destra e di sinistra armati e pronti allo scontro. I quartieri su cui ruota questa storia e anche molte altre di quel tragico periodo sono due: Montesacro, zona rossa per eccellenza e Trieste roccaforte dei giovani di destra di Terza Posizione, nel mezzo quasi a segnare una divisione ideologica e geografica scorre un piccolo fiume, l’Aniene, affluente del grande Tevere.
Ci si accanisce contro le sezione dei rispettivi partiti di riferimento: PCI e MSI. Centinaia di azioni intimidatorie da l’una e l’altra parte per il controllo del territorio, per non permettere al nemico di prevalere.
All’interno di questi confini dal 1976 al 1983 si consumano ben nove omicidi a sfondo politico: Vittorio Occorsio magistrato, 45 anni, 10 luglio 1976, ore 8.15, via Mogadiscio; Stefano Cecchetti, studente, 19 anni, 10 gennaio 1979, ore 19.30, Largo Rovani ; Francesco Cecchin, 17 anni, studente, 28 maggio 1979, ore 24, Via Montebuono ; Valerio Verbano studente, 18 anni, 22 febbraio 1980 ore 14.00, via Montebianco; Angelo Mancia, fattorino, 27 anni, 12 marzo 1980, ore 8, Via Federico Tozzi; Franco Evangelista, appuntato di Polizia, 37 anni, 28 maggio 1980 ore 8.10, Corso Trieste; Mario Amato, 42 anni, magistrato, 23 giugno 1980, ore 8.00, Viale Jonio; Luca Perucci, studente, 18 anni, 6 gennaio 1981 ore 17.15, Via Lucrino; Paolo di Nella, studente, 20 anni, 2 febbraio 1983, ore 22.45, Viale Libia.
Gli inquirenti sembrano partire con il piede giusto. Un vicino di casa ha visto quei ragazzi, viene costruito un identikit. Afferma anche di aver visto Valerio parlare proprio a quei ragazzi il giorno prima dell’omicidio davanti alla sala giochi. Ma questa preziosa testimonianza verrà poi ritrattata, l’uomo telefona al padre di Valerio e si scusa: “Mi dispiace, ho un figlio di quindici anni…”, forse è stato minacciato. Dopo poco tempo comunque cambia casa e se ne va dal quartiere.
Il padre di Valerio, Sardo Verbano, comunque non ha intenzione di aspettare gli eventi: è un assistente sociale che lavora per il Ministero degli Interni e pochi mesi dopo la morte del figlio decide di svolgere delle indagini in proprio. Nasce così una sorta di memoriale in cui fa tre ipotesi precise sulla morte di suo figlio Valerio.
Un primo possibile movente, scrive Sardo, potrebbe essere legato allo scontro avvenuto il 19 settembre 1978 a Piazza Annibaliano al quartiere Trieste tra quattro autonomi e un gruppo di Terza Posizione facente parte dei Nar e della cosiddetta “Legione”. Valerio per difendere un compagno aggredito ferisce con una coltellata un ragazzo di destra Nanni De Angelis. Valerio riceve una martellata nel petto. Dopo la colluttazione tutti fuggono, ma rimane a terra la borsa di tolfa di Valerio. Secondo Marcello de Angelis, il fratello di Nanni, in quella borsa non c’era nulla che potesse far risalire al proprietario: solo un goniometro e una penna. Secondo la madre di Valerio c’erano i documenti del figlio e così gli aggressori hanno potuto sapere chi era e dove abitava.
Il padre di Valerio dopo l’assassinio chiede un incontro con Nanni De Angelis, che accetta, dal dialogo i genitori si convincono che De Angelis non abbia nulla a che fare con la morte di Valerio.
Un altro movente che ipotizza il padre Sardo è legato a quel dossier che Valerio stava preparando sui NAR, Terza Posizione e sull’estrema destra romana. Forse vennero a sapere del dossier dopo l’arresto di Valerio nel 1979. Riapparso e poi scomparso, che cosa ci fosse in quel dossier e che importanza avesse per la destra eversiva non è ancora chiaro. Degli appunti di Valerio Verbano restano solo delle fotocopie, l’originale è stato sequestrato dagli inquirenti nel 1979 al momento dell’arresto, poi è scomparso.
Dalle poche fotocopie fatte dalla Digos è possibile comunque ricostruire una mappa della Destra a Roma. Un materiale prezioso che avrebbe potuto portare gli inquirenti sulla pista giusta.
Nel 1981 nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna vengono fuori quasi per caso delle informazioni interessanti anche per il caso Verbano. A parlare è Laura Lauricella, compagna di un personaggio di spicco dell’estrema destra di quel periodo Egidio Giuliani. La Lauricella decide di parlare: tra le cose che racconta fa riferimento a un silenziatore che il Giuliani avrebbe dato all’assassino di Verbano. Lo scambio avvenne al poligono di Tor di Quinto a Roma, dove molti neofascisti si incontrano. La Lauricella racconta che Giuliani le avrebbe confidato che lui stesso aveva costruito quel silenziatore e che lo avrebbe dato a un ragazzo che quel giorno sparava vicino a lui . Quel ragazzo è Roberto Nistri membro di spicco di Terza Posizione.
Il giudice Claudio d’Angelo che indaga sull’omicidio Verbano interroga sia Nistri che Giuliani; entrambi negano ogni addebito e chiedono un confronto con la Lauricella, ma quel confronto non ci sarà mai. Il 30 settembre 1982 Walter Sordi, ex terrorista dei Nar pentito, fa nuove rivelazioni sul delitto Verbano: dice di aver raccolte le confidenze di un altro esponente dei Nar Pasquale Belsito: “ fu Belsito a dirmi che a suo avviso gli autori dell’omicidio Verbano erano da identificarsi nei fratelli Claudio e Stefano Bracci e in Carminati Massimo. Il 25 gennaio 1984 nell’unico interrogatorio a cui è sottoposto Claudio Bracci nega ogni addebito e smentisce di conoscere Pasquale Belsito. In ottobre Massimo Carminati rilascia identiche risposte.
Ai pentiti e ai collaboratori si unisce anche Angelo Izzo, detenuto dal 1975, per i fatti del Circeo. Izzo afferma di aver raccolto in carcere le confidenze di Luigi Ciavardini, militante di terza Posizione poi passato ai Nar. “Luigi Ciavardini mi disse che l’omicidio era da far risalire a militanti di Terza Posizione, mi disse che il mandante era sicuramente Nanni de Angelis, per quanto riguarda gli esecutori mi disse che sicuramente si trattava di componenti del gruppo capeggiati da Fabrizio Zani. Solo un pasticcione come Zani poteva perdere la pistola durante la colluttazione con Verbano”.
Ma anche le parole di Izzo non trovano nessun riscontro. Da tutta questa serie di pentiti non uscirà nessun elemento concreto e tutti gli indiziati verranno prosciolti nel 1989, l’inchiesta è chiusa.
Il padre di Verbano indica anche un altro possibile movente: “ nei giorni precedenti al suo assassinio, mio figlio Valerio, potrebbe essere venuto a conoscenza di un gruppo composto da autonomi e neofascisti che svolgevano traffici di armi e droga. Questo gruppo, venuto a conoscenza che Valerio indagava su di loro, avrebbe inviato i tre assassini per interrogare Valerio e sapere quali nomi e fatti conoscesse”. Nel memoriale Sardo Verbano scrive un nome che è la perfetta sintesi di questa alleanza criminale tra rossi e neri, si tratta di Marco Guerra, un informatore di Valerio.
Sentito dal giudice il 20 marzo del 1987, Marco Guerra dichiara: “All’epoca del delitto Verbano facevo parte di un gruppo di giovani che si riconoscevano nel Movimento Comunista rivoluzionario, fino al 1978 avevo militato nella destra extraparlamentare, ma poi confluimmo nel movimento comunista rivoluzionario”. Prima di aderire all’estrema sinistra Marco Guerra frequenta il gruppo di estrema destra capeggiato da Egidio Giuliani e Armando Colantoni. Secondo gli investigatori questo gruppo avrebbe tentato un approccio con formazioni del terrorismo rosso per esaminare la possibilità di una strategia comune.
Questa terza ipotesi non è stata mai presa in considerazione e non c’è comunque nessuna prova che Valerio Verbano sia stato ucciso da un gruppo misto rosso e nero, uniti per eliminare un ragazzo troppo curioso che forse aveva scoperto troppo.
Il 28 maggio del 1980 tre mesi dopo l’omicidio Verbano un commando dei NAR uccide Franco Evangelista, detto "Serpico", agente di guardia davanti al liceo Giulio Cesare. Da queste indagini esce un elemento che potrebbe essere significativo anche per l’omicidio Verbano. Durante le indagini finisce nella rete un ragazzino di sedici anni Elio De Scala, soprannominato “Kapplerino”, nella sua abitazione viene trovato un vero e proprio arsenale: tre pistole, dieci silenziatori centinaia di pallottole, sul comodino le chiavi di un auto rubata usata per due sanguinose rapine.
Ma c’è un elemento che non quadra: la rivendicazione di quelle due rapine sono firmate dai NAR, ma la rivendicazione del furto di quell’automobile era stata firmata dalla sigla “Proletari Organizzati. Gruppo Valerio Verbano” in un linguaggio intriso del linguaggio dell’estrema sinistra. Il gruppo “Proletari organizzati” scrivono i giornali è una sigla per depistare le indagini. E’ una novità che potrebbe gettare luce sul delitto di Via Montebianco. Eppure non si muove nulla, non ci sono indagini mirate, interrogatori; nel fascicolo dell’istruttoria non c’è alcun riferimento.
Nel febbraio del 2011 la Procura della Repubblica di Roma ha dichiarato la riapertura delle indagini.
Per quel che al momento è possibile ricostruire, due uomini oggi sulla cinquantina, la stessa età che avrebbe avuto la loro vittima se non la avessero giustiziata con un colpo di 38 special alla schiena. Il primo, riparato da tempo all'estero. L'altro, insospettabile professionista con una vita in Italia. Entrambi, già militanti della destra romana, sconosciuti alle cronache del tempo e - almeno a stare all'ipotesi investigativa - costituiti in un gruppo di fuoco deciso, nel febbraio di quel maledetto 1980, ad accreditarsi, con un cadavere di forte valore simbolico come quello di Valerio Verbano, agli occhi dei neofascisti Nuclei armati rivoluzionari di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.
Nel settembre 2019 il PM Erminio Amelio ha chiesto l'archiviazione del caso. Il delitto Verbano rimane irrisolto.

giovedì 25 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 25 aprile.
Alle sette di sera del 25 aprile 1969, a uffici ormai chiusi, un'esplosione scuote le vie attorno alla Fiera Campionaria di Milano: un ordigno, fatto brillare nello stand della Fiat, provoca una ventina di feriti ma per fortuna nessun morto.
Le indagini, affidate al giovane vice dirigente dell'Ufficio politico Luigi Calabresi, si dirigono verso il mondo anarchico anche se l'episodio in sé non sembra destare più di tanto allarme. Le paure del Paese in quel periodo sono rivolte verso l'Alto Adige, dove terroristi sudtirolesi martellano il territorio con attentati a tralicci e caserme dei carabinieri. Invece sarà l'inizio di una delle stagioni più buie per l'Italia, gli «anni di piombo», punteggiati da agguati e attentati con centinaia di morti e migliaia di feriti. Con Milano spesso epicentro del dramma a partire dalla strage di piazza Fontana del 12 dicembre dello stesso anno.
Non era la prima volta del resto che la Fiera entrava nel mirino degli attentatori, e sempre nel mese di aprile. Alle 9.45 di giovedì 12 infatti un bomba «accolse» re Vittorio Emanuele III che, appena arrivato in stazione, si stava recando a inaugurare la Campionaria del 1928. Il bilancio fu terribile, sedici persone morte sul colpo, altre quattro nei giorni successivi. Benito Mussolini da Roma telegrafò alle autorità di polizia: «Trovate subito i responsabili». Nei giorni successivi verranno arrestati centinaia di sospetti senza mai arrivare a individuare i colpevoli: anche quella prima strage, non avrà mai colpevoli.
Un salto di 40 anni ci porta ora alla fine degli anni Sessanta, con il Paese scosso da un ondata di contestazioni operaie e studentesche. Fabbriche e università vengono occupate a ritmo quasi quotidiano, scioperi e manifestazioni si susseguono e spesso terminano in duri scontri con le forze dell'ordine. Proprio all'inizio del 1969 si registrano i primi morti. Il 27 febbraio la visita del presidente degli Usa Richard Nixon scatena violenti incidenti che portarono alla morte di uno studente di 24 anni. Il 9 aprile altri disordini a Battipaglia durante uno sciopero, la polizia apre il fuoco uccidendo due persone e ferendone 200.
Pochi giorni ancora e il 25 aprile un gran botto scuote lo stand Fiat all'interno della Fiera, provocando 19 feriti. Luigi Calabresi, non ancora trentenne, venne incaricato di scovare i colpevoli. Lui indirizza subito le sue attenzioni verso i circoli anarchici, nonostante la data del 25 aprile lasci pensare ad altre ipotesi, e viene subito accusato di svolgere indagini a senso unico. Arrivato da poco in città, era stato infatti aggregato all'Ufficio politico, come allora si chiamava la Digos, incaricato in particolare di seguire gli ambienti estremisti di sinistra.
L'indagine di Calabresi porta all'arresto di quindici persone della sinistra extraparlamentare, rimaste in carcere per sette mesi prima di venire scarcerate per mancanza di indizi. I veri colpevoli saranno individuati, e condannati, qualche anno dopo: i neofascisti Franco Freda e Giovanni Ventura che poi entreranno nelle indagini per la strage di piazza Fontana.
Ma siamo ancora ben lontano dal precipitare degli eventi dei mesi successivi. Tra l'8 e il 9 agosto otto bombe scoppiano su altrettanti treni, altre due vengono trovate inesplose. Anche in questo caso solo feriti ma nessun morto e per questo sembra che gli attentatori puntino non alla strage ma a spaventare il Paese. Ben diversa invece è la situazione in Alto Adige, dove gli attentati dinamitardi hanno già causato una ventina di morti. Ma con l'arrivo dell'autunno caldo la situazione precipita bruscamente. Il 27 ottobre a Pisa durante violenti scontri tra manifestanti di sinistra muore Cesare Pardini, studente di Legge di 22 anni. Il 19 ottobre i manifestanti dell'Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco colpiscono a morte l'agente Antonio Annaruma, anche lui 22enne.
Infine arriviamo al 12 dicembre. A Roma scoppiano bombe alla Banca nazionale del lavoro, all'Altare della Patria e in piazza Venezia, provocando 18 feriti. Un ordigno viene trovato a Milano all'interno della Banca commerciale di piazza della Scala e fatta brillare dagli artificieri. Ma soprattutto alle 16.37 c'è quel tremendo boato che scuote piazza Fontana e uccide 17 persone. È l'inizio di una stagione buia che si concluderà solo agli inizi degli anni Ottanta dopo aver provocato quasi 400 morti e oltre duemila feriti. Il bilancio di una guerra, quella che l'Italia aveva dichiarato a se stessa.

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