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lunedì 20 aprile 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1998 ha inizio il processo per l'uccisione di Marta Russo.
Tra le 11:35 e le 11:40 del 9 maggio 1997 Marta Russo, 22 anni, studentessa del terzo anno della facoltà di Giurisprudenza, viene colpita alla testa da un proiettile e si accascia al suolo accanto all'amica Iolanda Ricci che le cammina a fianco. Il suo ferimento avviene nella città universitaria di Roma, nei pressi di un’aiuola che si trova fra le facoltà di Scienze statistiche e Scienze politiche. Le condizioni della ragazza appaiono subito disperate.
Appare subito chiaro agli investigatori che la ragazza non era l'obiettivo di chi ha sparato: si pensa che il colpo sia partito dai bagni a piano terra della facoltà di Statistica. Impossibile stabilire il calibro del proiettile, frantumato nell'impatto. Tutte le piste sono aperte.
Dopo cinque giorni di agonia Marta Russo muore. I suoi organi vengono espiantati e donati.
Le analisi della polizia scientifica scoprono “tracce significative” di polvere da sparo sul davanzale della finestra dell'aula 6 dell'Istituto di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche. Le indagini vengono estese ai dipendenti di questa facoltà. Si apprende che le persone indagate per omicidio sono più di 40; si tratta di docenti, assistenti e amministrativi che lavorano all'Istituto di Filosofia del diritto.
L'esame del puntamento laser conferma che il colpo è partito dall'aula 6. Questa conclusione balistica verrà contestata ed in seguito risulterà fortemente dubbia.
Il professor Bruno Romano, direttore dell'Istituto di Filosofia del diritto della facoltà di Giurisprudenza, viene posto agli arresti domiciliari con l'accusa di favoreggiamento nei confronti dell'omicida. Secondo l'accusa, Romano avrebbe fatto pressioni sui testimoni perché non rivelassero chi era presente il 9 maggio nell'aula 6; si apprende che la testimonianza chiave è stata resa agli inquirenti da Maria Chiara Lipari, assistente di Bruno Romano. La donna subito dopo il ferimento a morte di Marta Russo, aveva riferito al prof. Romano di avere visto un gruppo di persone nell'aula 6 dell'istituto, tra cui un assistente. Il prof. Romano avrebbe detto alla Lipari: “Andare cauti con le dichiarazioni agli inquirenti e non rovinate il buon nome dell'istituto”.
Il 14 giugno, a un mese esatto dalla morte di Marta, sono arrestati gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, oltre all’usciere Francesco Liparota. Questi, arrestato per concorso in omicidio, ritratta completamente la versione dei fatti fornita al Gip, Gugliemo Muntoni, e al pm Carlo Lasperanza. Non è vero, avrebbe detto Liparota, che la mattina del 9 maggio alle 11,42 mi trovavo nella stanza n.6 dell' istituto di Filosofia del diritto, non è vero che ho visto Giovanni Scattone sparare e poi riporre la pistola nella cartella di Salvatore Ferraro.
Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro negano tutto: la loro parola contro quella dei testimoni.
Dopo una settimana di arresti domiciliari, il direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto, il professor Bruno Romano, è di nuovo un libero cittadino ed insieme a lui il direttore della biblioteca Maurizio Basciu e la segretaria Maria Urilli. Anche se la pistola (e il bossolo) non è stata trovata, gli investigatori sono convinti che ormai le indagini sono nella fase conclusiva. Affermano di avere in mano tutti gli elementi per provare che il 9 maggio nell’aula sei, sotto gli occhi della segretaria Gabriella Alletto, dell'usciere Francesco Liparota e dell'assistente Salvatore Ferraro, l'altro assistente, Giovanni Scattone, ha impugnato un’arma e ha sparato.
Dalle carte dell’inchieste emerge che Gabriella Alletto fino al 14 giugno ha sempre negato di essere entrata nella stanza n. 6 dell'’Istituto di Filosofia del Diritto. Comparsa per otto volte davanti a magistrati e investigatori, la segretaria dell'’Istituto aveva sempre detto di non essere mai entrata nella stanza da dove sarebbe partito il proiettile che uccise Marta Russo. Emerge anche che fino al 14 giugno gli inquirenti avevano insistito sulle modalità attraverso le quali era stata assunta all’Università. In particolare il 27 maggio, in questura, l’Alletto affermava di aver ottenuto il lavoro “per chiamata nominativa” in virtù dell’interessamento di una persona “che non ha niente a che vedere con questa storia”. Sui motivi della sua assunzione, la Alletto, il 29 maggio successivo cambiava versione e dichiarava di essere stata assunta per un’invalidità “pari al 35% alla schiena riconosciuta dalla commissione di prima istanza di Atripalda (Avellino)”.
La procura incarica due nuovi periti balistici di ripetere da zero gli accertamenti. Il proiettile sparato risulta compatibile con ben nove tipi di arma, compresa una carabina. Per quanto riguarda le tracce di sparo, i periti hanno rilevato sul davanzale della finestra dell’aula n. 6: una particella contenente Antimonio più Bario e una contenente Piombo e Antimonio, appartenenti alla classe residui dello sparo. In una breve nota, i periti affermano che “la particella contenente Antimonio e Bario è ritenuta in letteratura univocamente caratteristica dei residui dello sparo”.
Errori “di rilevazione merceologica”, valutazioni errate o “assurde”, “macroscopiche negligenze compiute dagli operatori”: la difesa di Ferraro e Scattone contrattacca con una perizia balistica fortemente critica nei confronti dei rilievi della Polizia scientifica. I tecnici della polizia giudiziaria avrebbero commesso “un errore grossolano” nel valutare il diametro del proiettile che ha colpito Marta Russo, che, in base alle dimensioni delle impronte di rigatura riferite dagli stessi tecnici, sarebbe di 5.13 mm. e non di 5.5 mm. Questo comporterebbe, di conseguenza, un'errata individuazione delle caratteristiche generali dell'arma che ha sparato. Per la difesa anche l'ipotesi che si tratti di un proiettile “hollow point”, ossia a punta cava (indicata come “verosimile” dall'accusa) non regge.
Nel frattempo i giudici del Tribunale del Riesame stabiliscono che Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro devono restare in carcere in quanto l'omicidio di Marta Russo è "uno scellerato ed irragionevole gioco criminale". E ancora: “Il delitto ascritto agli indagati è di una gravità sconcertante proprio perché il movente che ha determinato l’azione omicida é l’assenza di un movente specifico direttamente connesso alla vittima”. Nell’ordinanza i giudici fanno riferimento anche all’”assoluta attendibilità” dei tre testi chiave, Maria Chiara Lipari, Gabriella Alletto e Francesco Liparota.
Il 19 luglio salta fuori un video dell’interrogatorio di Gabriella Alletto nell’ufficio del pubblico ministero Carlo Lasperanza. Si riferisce a quando la teste negava di essere stata all’interno dell’aula 6 al momento dello sparo. In quel frangente Lasperanza aveva convocato sia la Alletto sia il cognato, il vice ispettore di Ps, Luigi Di Mauro. Nel video si vede il magistrato uscire dalla stanza con una scusa, lasciando soli i due. La donna, anche di fronte alle sollecitazioni del cognato, dice di non essere entrata nella stanza al momento del delitto. Nei giorni successivi la donna però modificò il suo atteggiamento, accusando Scattone e Ferraro del delitto.
Il 31 luglio 1997, al termine di un incidente probatorio le dichiarazioni di Gabriella Alletto acquisiscono valore di prova e saranno acquisite agli atti del dibattimento. La Alletto conferma tutto: “Scattone era nell'aula 6 e aveva una pistola in mano”. Ma alleggerisce la posizione di Ferraro: “Era scostato dalla finestra, non poteva vedere quello che succedeva di sotto”.
Sono nove le richieste di rinvio a giudizio presentate dalla procura di Roma a conclusione dell’inchiesta. Omicidio volontario e porto illegale di armi sono i reati contestati a Giovanni Scattone, Salvatore Ferraro e Francesco Liparota. Il reato di favoreggiamento riguarda il direttore dell’Istituto di filosofia del diritto Bruno Romano, il direttore della biblioteca Maurizio Basciu, la segretaria Maria Urilli, Gabriella Alletto (che e' anche la supertestimone dell’inchiesta) e l’amica di Ferraro, Marianna Marcucci. Il rinvio a giudizio è chiesto anche per il bibliotecario della facoltà di Lettere Rino Zingale, al quale la procura contesta i reati di falso, abuso e violazione sulla legge sulle armi.
Dal processo che procede senza sorprese arriva la notizia che una perizia ordinata dalla corte d’Assise sostiene che sono quattro i punti della zona in cui cadde Marta Russo compatibili con la traiettoria del proiettile che uccise la studentessa. Dei quattro punti, tre sono finestre sulla facciata dove si trova quella dell'Aula 6, mentre la quarta si troverebbe nell'edificio di Fisiologia. La perizia aggiunge anche che non ci sono “elementi tecnici che indichino il coinvolgimento degli imputati in quello sparo”. Le indagini chimiche, condotte dal professor Carlo Torre, rilevano che “tra tutti i prelievi eseguiti su indumenti e borse degli imputati è stata rinvenuta solo una particella classificabile come esclusiva dello sparo ed essa è stata individuata su di una superficie esposta a facili inquinamenti”.
“La particella prodotta da uno sparo è sferica, quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 sono tutto meno che tonde”. E' questa una delle tante ragioni, esposte in aula dai tecnici nominati dalla corte d’Assise, autori della perizia che ha messo in crisi l’accusa, per cui secondo gli esperti d'ufficio non si può indicare con certezza l'aula 6 come il luogo dove maturò l'omicidio di Marta Russo.
Il professor Carlo Torre spiega che particelle della stessa natura di quelle trovate sul davanzale dell'aula 6 (cioè, binarie) sono state trovate “diffuse sugli edifici circostanti”. Inoltre, il professore sostiene che “solo le particelle ternarie sono giudicate affidabili, dunque esclusive dello sparo”. Nessun elemento di certezza sull'aula 6 proviene dalla perizia balistica esposta in aula dal professor Paolo Romanini. Il perito spiega che “se il killer avesse sparato dalle finestre 1, 3, 4 e 6 si sarebbe dovuto sporgere”. Inoltre, in questo caso il bossolo sarebbe stato in ogni caso espulso all’esterno.
Il professore precisa che se l'omicida avesse sparato dalle finestre 7 e 8 (il bagno degli uomini e i locali in ristrutturazione, entrambi al piano terra) poteva rimanere all'interno senza sporgersi, il rumore del colpo sarebbe stato attutito dai locali e la distanza dalla vittima sarebbe stata congrua.
Ciononostante i pubblici ministeri chiedono la condanna di Scattone e Ferraro per omicidio volontario, a 18 anni di reclusione. Chiesta l’assoluzione per tutti gli altri imputati ad eccezione di Francesco Liparota per il quale la procura chiede una condanna a cinque anni e nove mesi. Per la superteste, Gabriella Alletto, viene chiesto un solo mese di reclusione per favoreggiamento.
Il 1° giugno 1999 la Corte d’Assise condanna Giovanni Scattone a 7 anni di reclusione per il reato di omicidio colposo. 4 anni a Salvatore Ferraro per favoreggiamento personale. I due vengono immediatamente scarcerati per decorrenza dei termini di custodia cautelare. Assolti tutti gli altri imputati.
Evidente la sconfitta della procura di Roma che per i due principali imputati aveva chiesto una condanna a 18 anni per omicidio volontario. Per Liparota erano stati chiesti 5 anni e 9 mesi (assolto). Per il prof. Romano addirittura 4 anni (assolto).
Nel processo d'appello il procuratore generale Luciano Infelisi (era sostituto procuratore ai tempi del caso Moro) chiede 22 anni per Scattone e 16 per Ferraro. Quattro anni per Liparota, accusato di favoreggiamento.
Il 6 dicembre 2000 il procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni ed il sostituto Carlo Lasperanza, grandi accusatori di Ferraro e Scattone, vengono prosciolti dal gip di Perugia Giancarlo Massei dall'accusa di avere commesso i reati di abuso di ufficio e violenza privata nell'interrogatorio di Gabriella Alletto, testimone chiave dell’inchiesta. Secondo la procura di Perugia i due magistrati romani avevano sottoposto la testimone ad una “pressione psicologica” che esulava “da un legittimo contesto investigativo”. Quando basta guardare il video di quell'interrogatorio per convincersene.
Il 7 febbraio 2001 la Prima corte d’Appello condanna Giovanni Scattone ad otto anni di reclusione per omicidio colposo e due milioni di euro di multa. Salvatore Ferraro a sei anni e a una multa di due milioni di euro; Francesco Liparota a quattro anni di reclusione per il reato di favoreggiamento personale. Inoltre Ferraro e Scattone dovranno rifondere le spese sostenute in questo processo dalle parti civili: 20 milioni all'Università La Sapienza; circa 61 milioni al padre; circa 71 milioni alla madre e circa 67 milioni alla sorella di Marta Russo.
Al processo in Cassazione il procuratore generale Vincenzo Geraci considera “contraddittoria e illogica” e “non sostenuta da alcuna motivazione” la sentenza di secondo grado e chiede l’annullamento della stessa con rinvio ad altra corte d’Appello.
Il 6 dicembre 2001 la corte di Cassazione gli dà ragione. Il processo è da rifare.
Il 15 ottobre 2002 comincia il secondo processo d’Appello per l’omicidio di Marta Russo davanti ai giudici della seconda Corte presieduta da Enzo Trivellese. Il procuratore generale Antonio Marini insiste e ribadisce la richiesta di condanna a 22 anni per Scattone e Ferraro già avanzata nel primo processo d’Appello del suo collega Luciano Infelisi.
La seconda Corte d’Appello di Roma condanna Giovanni Scattone a sei anni di reclusione per omicidio colposo, Salvatore Ferraro a 4 anni e 6 mesi per favoreggiamento e Francesco Liparota a 2 anni, sempre per favoreggiamento.
Il 15 dicembre 2003 la V sezione penale della Cassazione condanna definitivamente Scattone a 5 anni e 4 mesi di reclusione; Ferraro a 4 anni e 2 mesi; assolve Liparota. Eliminata la interdizione dai pubblici uffici. Lo stesso giorno Scattone viene arrestato e condotto in carcere. Con il carcere preventivo Ferraro ha già scontato la pena.
Il 2 aprile 2004, dopo 28 mesi di reclusione tra carcere preventivo e detenzione, torna in libertà Giovanni Scattone. Il Tribunale di Sorveglianza lo ammette all'affidamento in prova ai servizi sociali, attività che gli consentirà di scontare in libertà il residuo di pena.
Nel 2011, scontata la pena e non più interdetto dai pubblici uffici, Giovanni Scattone va a insegnare storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour di Roma - dove aveva studiato a suo tempo Marta Russo - generando pareri contrastanti tra insegnanti, genitori e studenti, che non tutti condividevano l'interdizione dall'insegnamento. Dopo un periodo di polemiche accese, il supplente decide di abbandonare l'incarico. Oggi lavora come traduttore e ghost writer, e ha scritto due libri di divulgazione filosofica.
La salma di Marta riposa a Roma nel cimitero del Verano.

sabato 20 aprile 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 20 aprile.
Il 20 aprile 1303 Bonifacio VIII istituisce lo "Studium Urbis", ossia l'odierna università La Sapienza.
Il passato della Sapienza comincia allora. Benedetto Caetani convince il suo predecessore Celestino V ad abdicare e diventa papa con il nome di Bonifacio VIII. Sostenitore della supremazia universale del papato, Bonifacio si scontra con Filippo IV di Francia e dopo aver redatto la bolla Unam Sanctam, dove ribadisce la supremazia del pontefice su tutte le podestà della terra, lo scomunica nel 1303. Nello stesso anno Bonifacio con la bolla In suprema praeminentia dignitatis fonda lo Studium Urbis, l’Università di Roma. L’Università viene collocata fuori dalle mura vaticane, ubicazione che, se non risolve i vincoli esistenti tra l’università e il clero, segna tuttavia l’inizio di un nuovo rapporto tra la città di Roma e gli studiosi che in essa giungevano da tutte le parti del mondo.
Lo Studium Urbis acquista man mano importanza e prestigio e dal 1363 riceve dalla città di Roma un contributo stabile. La sede di Trastevere non è più sufficiente; così nel 1431 papa Eugenio IV, per dare all’Università una struttura più articolata, affianca al Rettore quattro amministratori e provvede all’acquisto di alcuni edifici nel rione Sant’Eustachio, tra piazza Navona e il Pantheon. In quell’area sorgerà duecento anni dopo lo storico palazzo della Sapienza, oggi sede dell'Archivio di Stato.
Nei primi anni del Cinquecento fu il figlio di Lorenzo De’ Medici, papa Leone X a dare un forte impulso all’Università romana, chiamando a Roma da tutta Europa studiosi famosi che le conferirono prestigio. È a Roma che per la prima volta in Europa vengono introdotte materie come i simplicia medicamenta, base della spagirica, un sistema di cure che a partire dall’energia presente nell’uomo cerca di ristabilirne l’equilibrio turbato dalla malattia. È in quegli anni che lavora nello Studium Urbis Bartolomeo Eustachio, uno dei fondatori della scienza anatomica moderna. Fu sempre papa Leone X a dare impulso agli insegnamenti storici, umanistici, archeologici e scientifici. Nel 1592 papa Clemente VIII chiama a Roma Andrea Cesalpino che l'anno dopo fornisce la prova della circolazione sanguigna e dimostra che esiste una corrente centripeta opposta rispetto a quella che, tramite l'aorta e i suoi rami, porta il sangue dal cuore alla periferia.
Nel 1660 lo Studium Urbis si trasferisce nella nuova sede, il palazzo in Corso Rinascimento che prende il nome di Sapienza dall’iscrizione posta sopra il portone principale: Initium Sapientiae timor Domini. Presso quella sede prestigiosa, che oggi ospita l’Archivio di Stato, nel 1670 viene fondata da Alessandro VII Chigi la biblioteca Alessandrina. Messi papali sono inviati nei paesi del vicino Oriente per procurare testi, volumi, alfabeti e grammatiche. A metà del Settecento un nuovo impulso viene dato all’Università da Benedetto XIV che regolamenta i percorsi di studio e i concorsi a cattedra, introduce nuovi insegnamenti come fisica sperimentale, chimica e matematiche sublimi, porta da tre a cinque i corsi di laurea: materie sacre, giurisprudenza, medicina e chirurgia, arti e filosofia e lingue. Benedetto ritiene ragionevole anche stanziare adeguate risorse per attrezzature e gabinetti scientifici mostrando l’utilità di accompagnare le riforme con le risorse necessarie per portarle avanti.
Quando lo spirito della Rivoluzione francese raggiunge Roma e, nel 1798, viene proclamata la prima Repubblica romana, si cerca di dare una nuova impostazione all’Università fondando l’Istituto nazionale per le scienze e per le arti e di rendere culturalmente più autonomi gli insegnamenti. Ma la speranza legata a Napoleone dura poco e lo spirito laico degli studenti deve aspettare la repubblica romana della primavera dei popoli. Nel 1849 un battaglione di studenti universitari si copre di gloria combattendo a difesa della Roma repubblicana di Mazzini, Saffi e Armellini, contro Napoleone III e le truppe francesi. Quando nel 1870 i bersaglieri completano l’unità d’Italia, sollevando i pontefici dall’ingrato e pur così difeso compito di esercitare il potere temporale, inizia un periodo di riforme significative per l’università romana. L’Italia in quegli anni è immersa nello spirito europeo e il ministro dell’Istruzione del nuovo Stato è Terenzio Mamiani, filosofo e intellettuale di altissimo livello. Con la sua azione e quella dei suoi successori la Sapienza ha modo di aprirsi in senso laico alle nuove correnti del pensiero moderno europeo.
Lo spirito patriottico che caratterizza la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento contiene in sé elementi diversi, tra i quali anche i germi del nazionalismo. Così, a ridosso della prima guerra mondiale, lo scontro tra interventisti e internazionalisti si ripropone nell’Università con manifestazioni anti tedesche, costringendo il rettore Alberto Tonelli, lui stesso convinto interventista, a sospendere le lezioni e a chiudere l’Ateneo. La guerra lascia un segno profondo nella vita dell’Università tanto che, terminato il conflitto, viene conferita la laurea per onore a tutti gli studenti caduti.
Gli anni del dopoguerra e lo scontro sociale che ne segue avviano il nostro paese verso la dittatura fascista. Il regime, che considera l’università e la scuola luoghi privilegiati per la propaganda, impone nel 1931 a tutti i docenti l’obbligo di un giuramento di fedeltà al duce pena la sospensione dall’insegnamento per chi avesse rifiutato. Su 1200 professori italiani solo dodici hanno il coraggio di opporsi rifiutando il giuramento. Fra questi quattro professori della Sapienza: Ernesto Buonaiuti, professore di storia del cristianesimo, Giorgio Levi della Vida, professore di studi orientali, Vito Volterra, professore di matematica e fisica, Gaetano De Sanctis, professore di storia antica. Tutti perdono il lavoro. Qualche altro docente preferisce chiedere il pensionamento anticipato piuttosto che sottomettersi all'obbligo del giuramento, come Antonio de Viti De Marco, professore di scienza delle finanze. Gli altri si piegano e il regime li ricompensa edificando una prestigiosa città universitaria: la nuova sede, progettata da Marcello Piacentini, viene inaugurata nel 1935 con cerimonie grandiose alla presenza della famiglia reale. Ma il clima in Italia diventa sempre più difficile per gli studiosi e inizia la migrazione dei cervelli. Enrico Fermi rimane a Roma fino al 1938. Quando riceve il premio Nobel, il fascismo ha appena promulgato le leggi razziali; Fermi, la cui moglie è di religione ebraica, dopo aver ritirato il premio a Stoccolma, emigra a New York. Lo segue un suo allievo, Emilio Segrè, che era salito in cattedra alla Sapienza dieci anni prima. L’anno dopo lascia Roma per gli Stati Uniti anche un giovane laureato in giurisprudenza della nostra università, Franco Modigliani, che riceverà nel 1985 il Nobel per l’economia.
Dopo la seconda guerra mondiale inizia una nuova ricostruzione: i docenti che avevano perso il posto per motivi politici o razziali vengono reintegrati nell’insegnamento e si ripristina l’elezione diretta del rettore e delle altre cariche accademiche.
Con gli anni Sessanta inizia una nuova fase. L’Italia vive il boom economico e si comincia a respirare un’aria nuova, il primo governo di centrosinistra apre una stagione di riforme, la Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II realizza una svolta più attenta al contributo della scienza al progresso dell’umanità, il partito comunista italiano dopo i fatti di Ungheria rompe con l’Unione Sovietica e accentua una sua elaborazione politica autonoma. Gli studenti aumentano in modo significativo, l’università invece rimane ancorata alle logiche tradizionali, il fermento studentesco si traduce in scontri violenti tra studenti di destra e di sinistra. Il 27 aprile del 1966 lo studente Paolo Rossi muore sulle scalinate di Lettere e filosofia durante una incursione di studenti di destra. Gli studenti e i professori per protesta occupano in modo non violento diverse facoltà. Per la prima volta nella storia il rettore Ugo Papi si trova costretto a dimettersi.
Poi il sessantotto, la contestazione, le occupazioni, Valle Giulia, il movimento studentesco e insieme le proteste e le attese di studenti e operai per un mondo più giusto. Nel 1969 sotto la spinta della protesta studentesca il Governo liberalizza l’accesso alle università.
Si apre una fase di grandi speranze e di grande partecipazione. In questi anni le scienze sociali, che in Italia erano state compresse dall’impostazione gentiliana, trovano finalmente uno sbocco accademico: nascono negli anni ’70  i corsi di laurea in psicologia e sociologia che diventeranno facoltà nel 1991.
Gli avvenimenti successivi fanno parte della storia recente: la burrascosa stagione del 1977, la rottura tra il movimento degli studenti e il sindacato, a cui segue una fase di disincanto e di scarsa partecipazione degli studenti che si riscuotono solo negli anni novanta con il movimento della Pantera. L’Italia vive i cosiddetti anni di piombo; l'università è colpita con gli assassini di due illustri docenti: Vittorio Bachelet nel 1980 e Ezio Tarantelli nel 1985.
La preoccupazione per la dimensione eccessiva della Sapienza porta a promuovere lo sviluppo di altre due importanti università statali: l’Università di Tor Vergata e Roma Tre che negli anni si affermano raggiungendo anch’esse dimensioni considerevoli.
È un rettore ingegnere a riportare la Sapienza a un ruolo centrale nello sviluppo delle politiche universitarie italiane: Antonio Ruberti. È a lui che si deve il recupero del nome Sapienza. Il suo impegno lo porta negli anni successivi a diventare il primo ministro dell’Università e della ricerca scientifica nel nostro Paese.
Dopo una lieve flessione nelle iscrizioni la Sapienza ha ripreso a crescere e rimane il più grande ateneo d’Europa, con circa 112.000 studenti e 8.000 dipendenti tra professori, impiegati e tecnici. Le riforme che hanno riguardato il sistema universitario alla fine degli anni Novanta hanno portato a una forte espansione dell’offerta formativa e delle strutture della Sapienza. A partire dal 2009 è iniziato un processo di riordino che ha portato all’adozione nel 2010 del nuovo Statuto, ispirato a criteri di razionalizzazione e a principi meritocratici. Le facoltà, oggi 11, hanno assunto un ruolo di coordinamento e di supervisione, mentre i dipartimenti, ridotti a 63, si occupano di didattica e ricerca.
Il futuro della Sapienza comincia oggi dal suo passato e dal contributo di tutte le componenti della comunità universitaria.

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