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sabato 1 agosto 2026

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il primo agosto.
Il primo agosto 1944, per l'ultima volta, Anna Frank scrive un brano sul suo Diario.
“Il diario di Anna Frank” è il racconto autobiografico di una bambina, che per il suo tredicesimo compleanno riceve in dono un quaderno che diventerà il suo migliore amico. Anna, infatti, inizia a scrivere la sua Storia.
Lei è una ragazza ebrea che, nel 1942, in pieno regime Nazista, assieme alla famiglia, scappa dalla Germania ad Amsterdam per sfuggire alla persecuzione. Anna, sentendosi sola, senza qualcuno della sua età con cui parlare, trova sfogo nel suo diario e scrive ad un’amica immaginaria, Kitty, a cui si confida mettendosi a nudo.
Nel frattempo la guerra dilaga a macchia d’olio e quando i tedeschi arrivano in Olanda, Anna, con la sua famiglia, è costretta alla clandestinità e si nasconde in un posto segreto, che si trova sopra una fabbrica di proprietà del padre.
Alla sua famiglia si aggiungono altre persone e Anna sul suo diario comincia a raccontare tutto quello che avviene nel loro rifugio, spiegando le difficoltà della convivenza e il peso delle giornate che proseguono diffondendo il panico. Anna racconta la paura in ogni sua forma, quella per la guerra, per la clandestinità, per la violenza psicologica subita.
Scrive del terrore che prova nel temere che qualcuno parli e sveli il loro segreto, che qualcuno tradisca la loro fiducia e li faccia arrestare. Scrive del distacco che sente da parte di sua madre, delle solite incomprensioni con il padre, incomprensioni che sono esasperate, poiché la convivenza in un momento così estremo, porta delle conseguenze ancora più invasive e difficili da gestire. E poi racconta la sua paura più grande: quella di morire.
Ma ci sono anche momenti in cui lei descrive le strane sensazioni che prova verso Peter, uno degli abitanti del nascondiglio. Parla di questo ragazzo che le fa vivere un amore ricco di emozioni fino ad allora sconosciute.
Intanto i mesi passano e tra i bombardamenti, lo spavento e la voglia di cancellare quegli attimi, c’è spazio per sensazioni normali, contrastanti. C’è posto per i discorsi semplici, per quelli che fanno arrabbiare e c’è persino il tempo per mostrare la propria incapacità e la propria delusione nel non riuscire a farsi capire dagli altri.
Nel suo diario, ingenuamente, Anna sogna la libertà e dà sfogo al suo desiderio, quello che le fa sperare una vita al di fuori di quello spazio ristretto, in cui lei e i suoi familiari sono costretti a nascondersi.
Nel 1944 il Ministro dell’Educazione olandese annuncia alla radio il suo intento di pubblicare le testimonianze del suo popolo, ed Anna, che da sempre desidera diventare una scrittrice, si convince che alla fine della guerra il suo diario possa diventare realmente un libro.
E’ in quello stesso anno che in seguito ad una segnalazione, quattro olandesi e un tedesco irrompono nel rifugio della famiglia Frank, arrestando tutti e portandoli nei campi di concentramento.
Anna muore di tifo a Bergen-Belsen nel marzo 1945, pochi giorni dopo sua sorella; non aveva ancora compiuto 15 anni. Appena tre settimane dopo, il loro campo di sterminio viene liberato dagli inglesi.
Due anni dopo, nel 1947, il padre, unico superstite della famiglia, fece in modo che il sogno di Anna si realizzasse facendo pubblicare il suo diario che, tutt’oggi a distanza di più di mezzo secolo, resta una delle testimonianze più importanti e toccanti del dolore subito dagli ebrei durante il Nazismo.
La casa dove Anna e la famiglia si nascondevano è ora un museo. Si trova al 263 di Prinsengracht, nel centro della città, raggiungibile a piedi dalla stazione centrale, dal palazzo reale e dal Dam.

venerdì 30 settembre 2022

Tre città rom per due giorni

 La 29° edizione del Concorso "Amico Rom", per la prima volta, oltre che nella sede storica, Lanciano, si terrà anche a Laterza e Campobasso. L'evento sarà onorato dalla presenza di personaggi della politica, della cultura e dell'arte di fama internazionale, tra cui il già sindaco di Riace Mimmo Lucano, l'artista teatrale Moni Ovadia, il vignettista Vauro, il politico croato Veljko Kajtazi, il musicista spagnolo Paco Suarez, il musicista Enrico Fink e i giornalisti Sigrfrido Ranucci ed Ennio Bellucci.
 Numerosi i premi che saranno conferiti. Vincitore assoluto di questa edizione è Neziri Nedzmedin, scrittore, intellettuale e attivista rom kosovaro che vive a Strasburgo.

 La manifestazione inizierà il 3 ottobre e si dividerà tra le città di Laterza e Lanciano, gemellate fra loro sulla base dell’accoglienza dei rom e sinti, e il 4 sera si concluderà con il concerto dell'Alexian Group a Campobasso. Palazzo Marchesale, Teatro Fenaroli e Teatro Savoia ospiteranno le tre tappe della cerimonia di premiazione.

 La mattina del 4 sarà reso omaggio al Monumento al Samudaripen, al Parco delle Memorie di Lanciano. Sono grato all'Associazione Thèm Romanò di avermi invitato a partecipare, in quanto già personalmente onorato del Premio Phralipè, membro dell'Unione delle Comunità Rom in Italia e in rappresentanza dell'Accademia dei Sensi, che orgogliosamente si è impegnata per l'erezione del monumento.

 Arrivederci dunque a Laterza, Lanciano e Campobasso, il 3 e 4 ottobre prossimi!

venerdì 5 novembre 2021

Amico Rom, Rom Amico

 

Anniversario dell'inaugurazione del Monumento al Samudaripen e 28° Concorso internazionale Amico Rom
 Chi mi conosce sa bene che avverso ogni forma di discriminazione. Chi mi segue - e segue l'Accademia dei Sensi - osserva l'attenzione che da alcuni anni si rivolge alla vasta e multiforme cultura delle genti romanès (Rom, Sinti, Kale, Manouches, Romanichals sono le denominazioni dei principali gruppi). Ebbene: posso dire di aver raggiunto una tappa importante di questo lungo cammino di incontro e conoscenza, proprio sabato 30 ottobre.
 Quel giorno, a Lanciano, si sono rinnovati due appuntamenti congiunti che portano a riflettere sulla "questione Rom" che tanto implica, talvolta interessa, smodatamente affligge gli Europei in generale, gli italiani in particolare.
 Gli stermini di metà secolo scorso sono generalmente ricordati - dico: con crescente, in apparenza, fastidio - per la Shoah. In realtà oggetto di quelle azioni terrificanti sono stati umani delle categorie più disparate ritenute reiette: sì Ebrei ma anche prigionieri di guerra, oppositori politici, omosessuali, apolidi, testimoni di Geova e, infine, zingari (nota),
 Al mattino di sabato, al Parco delle Memorie di Lanciano, l'associazione Them Romano in collaborazione con la Regione Abruzzo, l’UCRI (Unione delle Comunità Romanès in Italia), l’ANPI, l’ARCI, l’associazione Logos Cultura, l’Associazione Il Sorriso, la Novagro hanno celebrato l'anniversario dell'inaugurazione del Monumento al Samudaripen.
Anniversario dell'inaugurazione del Monumento al Samudaripen
 Emozionante la partecipazione di molti Rom, alcuni di origine slava, che hanno reso sentito omaggio al monumento insieme a rappresentanze internazionali e di vari Comuni, tra cui quello di Lanciano e Laterza, gemellati proprio per l'edificazione del monumento, complesso scultoreo ad opera del Maestro Tonino Santeusanio e una maiolica laertina riportante i versi di "Auschwitz", scritti dal Commendatore Santino Spinelli, in lingua romanì, italiano ed inglese.
 L'evento più coinvolgente è stato senza dubbio al pomeriggio, con la celebrazione del 28° Concorso Internazionale "Amico Rom".
28° Concorso internazionale Amico Rom
 Al Teatro Fenaroli di Lanciano i premi sono stati assegnati a numerose categorie.
 La scrittrice rom serba Maja Jovanovic è stata vincitrice assoluta. Il Premio alla Carriera è stato attribuito alla kali/gitana spagnola Ana Gimenez Alentado, docente universitaria di antropologia presso l’Università Jaume I di Valencia, autrice di numerosi saggi sulla educazione e sul contesto sociale e culturale dei gitani in Europa, e al parlamentare macedone rom Samka Ibraimoski.
 Premio Eccellenza Romanì al ristoratore Giuseppe Barbetta di Laterza (Taranto), al chimico e farmacista Moreno Di Rocco di Montesilvano, al pugile campione europeo Michele Di Rocco e all’avvocato Romeo Tiberiade, Presidente del Centro di Cultura Rom di Craiova in Romania.
 Premio Phralipé (Solidarietà, Fratellanza, Cittadinanza Onoraria Rom) al ricercatore del CNR Sandro Turcio (Castellammare di Stabia), al violinista Marco Bartolini (Pesaro), alla presidente dell’ISTORECO Fausta Messa (Sondrio), alla scrittrice per i diritti umani Maria Angela Zecca (Lecce) e...
 Beh, è stato davvero emozionante ricevere questo premio, sinceramente inatteso e non cercato. Sono molto onorato di essere stato nominato Fratello Rom.
 Come ho avuto modo di dire nel mio discorso cerimoniale, essere lì è comunque stato sofferto e impegnativo. Perché tanti accadimenti sono occorsi a impedirmi di essere lì e perché superarli è stato anche faticoso. Ho sentito doveroso esserci, così come l'ho sentito ogni volta che mi sono impegnato, anche con piccoli gesti, a sostenere la dignità umana di un amico, di un conoscente, di uno sconosciuto, anche lontano, Perché la dignità umana è un diritto di ogni umano. Nessuno può negarlo. Per nessun motivo.

sabato 31 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 31 luglio.
Il 31 luglio del 1919 nasce a Torino Primo Levi.
Nato da genitori di religione ebraica, Primo Levi si diploma nel 1937 al liceo classico Massimo D’Azeglio e si iscrive al corso di laurea in chimica presso la facoltà di Scienze dell’Università di Torino. Nel '38, con le leggi razziali, si istituzionalizza la discriminazione contro gli ebrei, cui è vietato l’accesso alla scuola pubblica. Levi, in regola con gli esami, ha notevoli difficoltà nella ricerca di un relatore per la sua tesi: si laurea nel 1941, a pieni voti e con lode, ma con una tesi in Fisica. Sul diploma di laurea figura la precisazione: «di razza ebraica». Comincia così la sua carriera di chimico, che lo porta a vivere a Milano, fino all’occupazione tedesca: il 13 dicembre del '43 viene catturato a Brusson e successivamente trasferito al campo di raccolta di Fossoli, dove comincia la sua odissea. Nel giro di poco tempo, infatti, il campo viene preso in gestione dai tedeschi, che convogliano tutti i prigionieri ad Auschwitz.
È il 22 febbraio del '44: data che nella vita di Levi segna il confine tra un "prima" e un "dopo".
«Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi» (P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi 1998, p. 15).
L’autore è deportato a Monowitz, vicino Auschwitz, in un campo di lavoro i cui prigionieri sono al servizio di una fabbrica di gomma. Al lager, persi nei loro pensieri, presi da mille domande, da ipotesi continue che per quanto catastrofiche, non si avvicinano neanche lontanamente alla verità, si ritrovano in pochissimo tempo rasati, tosati, disinfettati e vestiti con pantaloni e giacche a righe. Su ogni casacca c’è un numero cucito sul petto. I prigionieri vengono marchiati come bestie. Il loro compito: lavorare, mangiare, dormire, OBBEDIRE. Il loro intento: sopravvivere. Dietro quel numero non c’è più un uomo, ma solo un oggetto: häftling, cioè “pezzo”. Se funziona, va avanti. Se si rompe, è gettato via.
Levi è l’häftling 174517. Funzionante.
Primo Levi è tra i pochissimi a far ritorno dai campi di concentramento. Ci riesce fortunosamente, grazie a una serie di circostanze e solo dopo un lungo girovagare nei Paesi dell'est.
Quale testimone di tante assurdità, sente il dovere di raccontare, descrivere l’indescrivibile, affinchè tutti sappiano, tutti si domandino un perché, tutti interroghino la propria coscienza: comincia a scrivere, elaborando così il suo dolore, il suo annientamento, il suo avventuroso ritorno a casa. Nel '47, rifiutato dalla Einaudi, il manoscritto Se questo è un uomo è pubblicato dalla De Silva editrice.
Il lager nazista è pensato appositamente per trasformare gli uomini in vere e proprie bestie, costretti a lottare gli uni contro gli altri per la sopravvivenza. I suoi abitanti sono obbligati ai lavori forzati, denutriti e privati persino del nome, spogliati di qualsiasi bene e divisi dalle proprie famiglie.
La vita nel lager è descritta come una realtà incredibilmente alienante, in cui gli uomini e le donne subivano ogni tipo di sopruso. Torturati, costretti a soffrire ogni tipo di dolore, da quello fisico a quello mentale e morale, sempre più massacrante, le persone si trascinano nel campo di concentramento fino a non provare più emozioni.
E’ così che l’autore di “Se questo è un uomo” descrive il proprio tempo trascorso nei lager. Il romanzo è estremamente toccante, perché al di là delle crude descrizioni di ciò che ha visto accadere ai propri compagni di sventura, al sangue versato, ai bisogni primari insoddisfatti, l’autore racconta di una coscienza che cerca di reagire.
Primo Levi racconta di come, in un luogo in cui la morte era una compagna di viaggio quasi desiderata, per quanto tremende erano le condizioni di vita, scopre un’incredibile forza che smuove una passione naturale e pura per la vita.
Il coraggio, la necessità di non lasciarsi andare, un amore celato dalla sofferenza, ma pur sempre esistente, lo hanno indotto istintivamente a reagire, e questa reazione ha trovato significato nella scrittura, in parole da nascondere perché, nel campo, non era concesso neppure scrivere.
Primo Levi oltre a raccontarsi, cerca di dare una spiegazione, una parvenza di ragionamento per trovare la causa che ha spinto degli essere umani ad annullare la personalità, l’individualità e l’esistenza dei loro simili.
Nonostante la brutalità, dietro quest’azione violenta che priva lentamente della vita un altro individuo, non ci sono animali domati soltanto dall’istinto, ma uomini, persone qualunque, di quelle che s’incontrano per strada o al lavoro.
Non c’è nessuna forma di normalità dietro il dolore gratuito che viene inflitto, ed è questo il male radicale, quello perverso, che non può essere spiegato né gestito, ma che in qualche modo deve essere contenuto dentro il petto di chi ha subito l’esproprio della propria anima.
E quando il protagonista di “Se questo è un uomo” riesce a sopravvivere e ad uscire da Auschwitz con le proprie gambe, non riesce a lasciare la propria sofferenza dietro il filo spinato del campo di concentramento, ma se lo porta addosso, oltre, per tutto il tempo che gli resta da vivere.
Lo stile di Primo Levi è asciutto, descrittivo, molto diretto, tipico di chi ha la necessità di far arrivare immediatamente un concetto ai suoi lettori. E il pensiero di quest’uomo sopravvissuto alla più grande sciagura della storia d’Europa, resta impresso negli occhi e nel cuore di chiunque legga questo libro.
Il libro ottiene un discreto successo di critica ma non di vendita. Solo nel '56 la Einaudi comincia a pubblicare tutti i suoi lavori: Se questo è un uomo è tradotto in diverse lingue, La Tregua vince la prima edizione del Premio Campiello. Nel '67 Levi raccoglie i suoi racconti in un volume intitolato Storie naturali adottando lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Nel '71 esce Vizio di forma, nuova serie di racconti e nel '78 La chiave a stella che vince il Premio Strega. Nel '81 viene edita un’antologia personale dal titolo La ricerca delle radici nella quale sono raccolti tutti gli autori che hanno contato nella formazione culturale dell’autore. Nel novembre dello stesso anno esce Lilìt e altri racconti e l’anno successivo Se non ora quando? che vince il Premio Viareggio e il Premio Campiello. Nel frattempo Levi lavora anche come traduttore. Nell’ottobre del '84 pubblica Ad ora incerta e a dicembre Dialogo in cui riporta una conversazione avuta con il fisico Tullio Regge. Nel novembre dello stesso anno esce l’edizione americana del Sistema periodico e nel gennaio del '85 una cinquantina di scritti pubblicati precedentemente su diverse testate, raccolti in un volume unico intitolato L’altrui mestiere. Nel 1986 pubblica I sommersi e i salvati.
L’11 aprile del 1987 Primo Levi muore. Dirà di lui Claudio Toscani: «L’ultimo appello di Primo Levi non dice non dimenticatemi, bensì non dimenticate».

sabato 31 marzo 2012

Nessuno nasce una volta sola #Anne Michaels #In fuga #olocausto #shoah #ebrei #Biskupin #bambino #citazione

Il tempo è una guida cieca.
Figlio della palude, nacqui dalle strade fangose della città sommersa. Per più di mille anni, soltanto i pesci avevano passeggiato sui marciapiedi di legno di Biskupin. Le case, costruite rivolte verso il sole, furono allagate dalla limacciosa oscurità del fiume Gasawaka. I giardini fiorirono magnifici nel silenzio subacqueo; ninfee, giunchi, stramonio.
Nessuno nasce una volta sola. Chi è fortunato, vedrà di nuovo la luce tra le braccia di qualcuno; oppure, se sfortunato, si sveglierà quando la lunga coda del terrore sfiorerà l'interno del suo cranio.
Io guizzai fuori da quell'acquitrino come l'Uomo di Tollund, l'Uomo di Grauballe, come il ragazzo che sradicarono in mezzo a Franz Josef Strasse mentre riparavano il fondo stradale, seicento conchiglie come perle intorno al collo, sulla testa un elmetto di fango. Grondava dei succhi color prugna della palude fradicia di torba. La placenta della terra.



Vidi un uomo in ginocchio sul terreno saturo d'acido. Stava scavando. La mia comparsa improvvisa lo spaventò. Per un attimo pensò che fossi una delle anime perdute di Biskupin, o forse il ragazzo del racconto, quello che scava una buca così profonda da venir fuori dall'altra parte del mondo.
Biskupin era stata dissotterrata con cura per quasi un decennio. Gli archeologi continuavano a estrarre con delicatezza resti dell'Età della Pietra o del Ferro da morbide sacche di torba bruna. La passerella di quercia massiccia che una volta collegava Biskupin alla terraferma era stata ricostruita, così come le case di legno col loro ingegnoso sistema di incastri che rendeva inutili i chiodi, e così come i bastioni e le porte della città con le loro alte torri. Le strade di legno, affollate venticinque secoli prima di mercanti e artigiani, le stavano tirando su dal fondo paludoso del lago.

Baskupin (Polonia), Ricostruzione dell’antico insediamento slavo (700 a.C. – 150 d.C. ca.)


Quando i soldati arrivarono esaminarono le ciotole di argilla perfettamente conservate; stimarono il valore delle collane di vetro e dei bracciali di bronzo e ambra prima di gettarli sul pavimento e farli a pezzi. A passi lieti invasero quella splendida città di tronchi dove una volta avevano abitato cento famiglie. Poi i soldati seppellirono Biskupin nella sabbia.
Mia sorella crescendo si era fatta molto più grande del nascondiglio. Bella aveva quindici anni e perfino io dovevo ammettere che era incantevole, con sopracciglia folte e splendidi capelli che erano come uno sciroppo nero, spessi, magnifici, un muscolo lungo la schiena. "Un'opera d'arte", diceva nostra madre, e Bella si sedeva e lei glieli spazzolava. Io ero ancora abbastanza piccolo da scomparire dietro la carta da parati nell'armadio, e incastravo la testa mettendola di sbieco tra l'intonaco che mi soffocava e le travi che sfregavo con le ciglia.
Erano bastati pochi minuti dentro al muro, perché mi convincessi che i morti perdevano ogni senso tranne l'udito.




La porta sfondata. Il legno divelto dai cardini, che cede come ghiaccio sotto le urla. Rumori mai sentiti prima, strappati alla gola di mio padre. Poi silenzio. Mia madre era intenta a riattaccarmi un bottone sulla camicia. Sentii il bordo del piattino disegnare cerchi sul pavimento e poi fermarsi. Sentii la pioggerella di bottoni, come dentini bianchi.
L'oscurità mi riempì, si diffuse da dietro la testa fino agli occhi come se mi avessero perforato il cervello. Si diffuse dallo stomaco alle gambe. Presi a deglutire e seguitai, inghiottendola tutta. Il muro si riempì di fumo. Uscii a fatica, con gli occhi sbarrati, mentre l'aria si incendiava.
Volevo andare dai miei genitori, toccarli. Ma non potevo, a meno di calpestare il loro sangue.
L'anima abbandona il corpo all'istante, come se non vedesse l'ora di liberarsene: il volto di mia madre non era il suo. Mio padre era caduto bocconi. Due forme in quel mucchio di carne, le sue mani.


Isbran, Madre e figlia


Correvo e cadevo, correvo e cadevo. Poi il fiume: così freddo che sembrava tagliente.
Il fiume era parte della stessa oscurità che era dentro di me; soltanto la sottile membrana della mia pelle mi teneva a galla.


(Anne Michaels, In fuga, Firenze Giunti, 1997,







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