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mercoledì 5 agosto 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 agosto 1962 l'attrice Marilyn Monroe viene trovata morta nella sua casa di Los Angeles, apparentemente per un'overdose di barbiturici.
Marilyn Monroe nasce il 1° giugno 1926 alle 9.30, presso il General Hospital di Los Angeles,
come Norma Jeane (ma doveva essere Jean) Baker Mortenson.
Baker come Jasper Baker e Mortenson come Edward Mortenson (ma nessuno dei due è il vero padre) rispettivamente primo e secondo marito di Gladys Pearl Monroe, madre di Jeane.
Gladys aveva sposato appena sedicenne, nel 1917, Jasper detto Jack o Jap Baker, un uomo molto violento dal quale aveva avuto due figli, Robert Kermit detto Jackie, e Berniece, e dal quale dopo anni di pesanti percosse aveva divorziato nel maggio del 1922. Nonostante avesse ottenuto la custodia dei figli il marito li rapì portandoli a vivere nel suo paese natale nel Kentucky. Gladys non rivide più il figlio maschio morto tredicenne per malattia.
Nell'autunno del 1924 Gladys sposa Edward Mortenson, l'unione dura meno di un anno e quando Gladys dà alla luce Norma Jeane, si sono già lasciati da un pezzo.
L'uomo che con maggiore probabilità è il padre biologico di Norma Jeane è C. Stanley Gifford, un collega di lavoro con cui Gladys aveva allacciato una relazione. Gifford se ne andò e lasciò Gladys per sempre a Natale del 1925, presumibilmente perchè Gladys gli aveva annunciato di essere incinta.
Una volta, quando Gladys dava già segni di turbe mentali e Norma Jeane era ancora piccola, le mostrò la foto di Gifford dicendole che era suo padre. In età adulta l'unico ricordo di quel volto furono un paio di baffetti alla Clark Gable, che gli conferivano una vaga somiglianza con l'attore; per questo motivo Marilyn provò sempre una grande ammirazione per Gable, nel quale le sembrava di riscontrare la figura paterna e quando lavorarono insieme sul set de "Gli Spostati" (The Misfits) ne fu felicissima.
Quando Norma Jeane viene al mondo la madre ha appena 24 anni, è graziosa anche se di una bellezza un po' spigolosa, fa lunghi turni in un laboratorio di montaggio di pellicole per mantenersi e nel tempo libero desidera divertirsi.
In accordo con sua madre Della, la nonna di Norma Jeane, una donna con disturbi mentali (si dice che per paranoia, tentò addirittura di soffocare Norma Jeane con un cuscino, mentre dormiva nel suo lettino) Gladys affida Norma Jeane, quando non ha ancora un mese di vita, ai coniugi Albert e Ida Bolender, per 5 dollari la settimana.
Albert è un postino e la moglie si occupa della casa e del figlio adottivo Lester, sono molto religiosi e si affezionano davvero a Norma Jeane, tanto da tentare di adottarla, ma Gladys non rinunciò mai alla figlia. Andava a trovarla saltuariamente e frettolosamente il sabato, riuscendo solo, con la sua presenza e i suoi modi, a destabilizzare la bambina, che aveva cominciato a chiamare mamma la donna a cui era stata affidata. Certo Ida cercava continuamente di scoraggiare quest'abitudine anche in modo severo, dicendole che sua madre era "la donna dai capelli rossi" che veniva a trovarla, ma Norma Jeane sembrava non voler sentir ragioni.
Il 20 ottobre 1934 quando Norma Jeane ha 8 anni, Gladys firma il contratto di acquisto di una piccola casa per 6 mila dollari, versando un anticipo di 750 dollari. La casa ha un giardinetto sul retro ed è tutta dipinta di bianco, si trova al 64812 di Arbol Drive su Cahuenga Pass vicino all' Hollywood Boulevard. Tra il mobilio della casa che Gladys ha preso per sè e la figlia c'è un pianoforte bianco, abbastanza malridotto, che si diceva fosse appartenuto a Fredric March. Una volta divenuta famosa, Marilyn assunse un investigatore privato per ritrovare quel pianoforte, e da allora non se ne separò mai più. Nel 2000, molti beni di Marilyn sono stati messi all'asta da Christie's e quel pianoforte bianco fu comprato dalla cantante Mariah Carey per 600.000 dollari.
Per comprare e arredare la casa Gladys si era indebitata davvero molto e questo aveva aumentato le sue crisi d'ansia e gli attacchi di panico, e l'anno successivo dopo una grave crisi nervosa, dovuta anche ai debiti, il lavoro eccessivo e i lutti in famiglia, viene ricoverata in ospedale psichiatrico, dove viene dichiarata affetta da paranoia e schizofrenia e internata, perché considerata non in grado di intendere e volere.
Norma Jeane viene presa in custodia da un'amica della madre, Grace Mckee, che ben presto però, a causa del suo matrimonio con Ervin detto "Doc" Goddard che non vuole prendersi in casa la bambina, non è più in grado di occuparsi di lei.
Da questo momento per Norma Jeane inizia un pellegrinaggio dentro e fuori dall'orfanotrofio, il Children Home Society di Los Angeles, e non essendo adottabile visto che la madre non intende rinunciare alla figlia, viene data in affidamento e trasferita da una famiglia all'altra, dove sopporta violenze, umiliazioni, disattenzioni e presumibilmente anche abusi.
Quando ha da poco compiuto 11 anni, Norma Jeane torna a vivere con Grace Goddard e il marito, ma la loro situazione finanziaria è davvero precaria e inoltre Doc non la vuole tra i piedi e così a novembre del 1937 è spedita a casa di zia Olive Monroe, moglie di Marion il fratello minore di Gladys, dal quale ha avuto tre figli e da cui è stata abbandonata. Olive vive da sua madre Ida Martin a Lankershim.
Nel marzo 1938 a causa dell'inondazione nella San Fernando Valley, Lankershim è invasa dalle acque del Los Angeles River e Norma Jeane è costretta a sfollare e va a vivere con la zia di Grace Goddard, Ana Lower che vive all'11348 di Nebraska Avenue a Los Angeles Ovest e qui si iscrive alla Emerson Junior High School.
Norma Jeane con zia Ana si trova bene e le si affeziona molto, ma la donna è cardiopatica e nel 1941 deve lasciarla. Torna a vivere da Grace Goddard, che intanto è diventata alcolizzata come il marito, a Van Nuys e comincia a frequentare il Van Nuys High School.
A gennaio del 1942 Grace e il marito Doc Goddard comunicano a Norma Jeane che hanno deciso di trasferirsi in Virginia, dove Doc ha accettato un posto di lavoro, spiegandole che non potrà seguirli e discutendo su ciò che sarà meglio per lei nel prossimo futuro.
Grace le combina un matrimonio col vicino di casa, un ragazzo con cui Norma Jeane ha cominciato a flirtare e con cui è uscita qualche volta: venerdì 19 giugno 1942 a 16 anni, con l'unica alternativa di rivivere l'incubo dell'orfanotrofio, Norma Jeane contrae matrimonio, destinato però al fallimento, con l'allora ventunenne James Dougherty.
Nel 1944 mentre il marito è arruolato in Marina e Norma Jeane lavora come operaia presso un'industria aeronautica alla produzione di paracaduti e alla verniciatura delle fusoliere, viene notata dal fotografo David Conover, impegnato a documentare il lavoro femminile nel periodo bellico, che la convince ad iscriversi ad una scuola per intraprendere la carriera di modella e Norma Jeane si iscrive alla Blue Book Modeling Agency.
Sotto la guida di un altro fotografo, Andrè de Dienes, conquista le copertine delle riviste.
Nel 1945 dopo quasi 10 anni di internamento Gladys Monroe è dichiarata in grado di tornare a vivere nella società e Norma Jeane, che non vede l'ora di lasciare la casa della suocera ed è pronta per il divorzio, affitta un'appartamento per se e la madre, sotto quello di Ana Lower.
Dopo sette mesi di convivenza, la situazione si fa insostenibile, tra le due donne non ci sono legami affettivi a tenerle unite e Norma Jeane che vede profilarsi all'orizzonte la prospettiva di una dorata carriera, si trasferisce allo Studio Club di Hollywood, mentre Gladys chiede di ritornare in clinica.
La carriera di modella di Norma Jeane va a gonfie vele, le sue foto raggiungono le cover dei magazine più prestigiosi, diventa testimonial per numerose pubblicità, finché viene notata dalla Fox e le si aprono le porte di Hollywood.
A vent'anni, nel 1946, divorzia, si schiarisce i capelli e si cambia il nome in Marilyn Monroe (Monroe è il cognome da nubile della madre), il più famoso sex-symbol internazionale del 20° secolo e oltre.
Nel 1947 partecipa e vince il concorso di bellezza Miss California Artichoke Queen (regina dei carciofi). Inizia la sua carriera nel cinema con parti da comparsa in "The Shocking Miss Pilgrim", "You Were Meant for Me", "Dangerous Years" e "I verdi pascoli del Wyoming" (Green Grass of Wyoming) nel 1947 e "Scudda Hoo! Scudda Hay!" nel 1948.
Nel 1949 le viene affidata una parte da protagonista in un film musicale di serie B "Orchidea Bionda" (Ladies of the chorus) e si aggiudica una particina in "Una notte sui tetti" (Love Happy) l'ultima pellicola dei fratelli Marx.
Nel 1950 è in "La figlia dello sceriffo" (A Ticket to Tomahawk) e "Lo spaccone vagabondo", ma soprattutto si aggiudica una parte nel capolavoro noir "Giungla d'asfalto" (The Asphalt Jungle) e in uno dei migliori film di tutti i tempi "Eva contro Eva" (All about Eve). Seguono una serie di piccole parti che si fanno via via più importanti in "Il Messicano" (Right Cross) del 1950, "Hometown Story", "L'affascinante bugiardo" (As young as you feel), "Le memorie di un dongiovanni" (Love Nest) e "Mia moglie si sposa" (Let's make it legal) del 1951.
Nel 1952 è in "La Giostra Umana" (O'Henry's Full House), "La confessione della Signora Doyle" (Clash by night), "Matrimoni a sorpresa" (We're not married), lavora con Cary Grant e Ginger Rogers in "Il magnifico scherzo" (Monkey Business) e ottiene il suo primo ruolo da protagonista, nei panni di una baby-sitter psicolabile, in "La tua bocca brucia" (Don't bother to knock).
Nel 1953 con "Niagara", al fianco di Joseph Cotten, nella parte di una conturbante dark lady, ottiene il successo mondiale.
Sempre lo stesso anno recita anche in "Gli uomini preferiscono le bionde" (Gentlemen prefer blondes) e "Come sposare un milionario" (How to marry a millionaire), con i quali si conferma trionfalmente, nell'olimpo delle star più amate e desiderate dal pubblico.
Nel 1954 Marilyn sposa il famoso giocatore di baseball, Joe Di Maggio, di dodici anni più vecchio di lei. Questo matrimonio oltre a coronare il loro amore è anche un "investimento" sul piano professionale, neanche il press-agent più intraprendente avrebbe potuto immaginare un evento migliore per consolidare e dare slancio alla fama di Marilyn: il campione più amato d'America sposa la star più ammirata del momento! Joe Di Maggio ha appena smesso di giocare, ma è ancora il re del baseball con un livello di popolarità altissimo, Marilyn è reduce da tre film di grande successo con cui ha ammaliato milioni di fan.
Nel 1954 recita in "La magnifica preda" (River of no return) e nel 1955 in "Quando la moglie è in vacanza" (The seven year itch) ottenendo un vero trionfo.
Poi, dopo meno di un anno di matrimonio, soprattutto a causa della grande gelosia di lui, Marilyn e Joe Di Maggio divorziano e lei si trasferisce a New York per studiare all'Actor's Studio.
A New York conosce l'affermato commediografo, Arthur Miller, che sposa nel 1956.
Sempre nel '56 con il fotografo Milton Green, che allora era un suo grande amico e che aveva conosciuto sul set de "Gli uomini preferiscono le bionde", fonda la Marilyn Monroe Productions con la quale l'anno seguente produce "Il principe e la ballerina" (The Prince and the Showgirl), che interpreta al fianco di Laurence Olivier.
Il primo e unico film della sua casa di produzione non ha il successo sperato, ma nel 1959 è di nuovo in testa ai botteghini col capolavoro "A qualcuno piace caldo" (Some like it hot) di Billy Wilder sotto la cui regia aveva già girato "Quando la moglie è in vacanza".
Nel 1960 è protagonista di "Facciamo l'amore" (Let's make love) col francese Yves Montand, con cui avrà un breve, ma intenso e chiacchieratissimo flirt.
L'instabilità emotiva della diva si aggrava, a causa delle tormentate storie d'amore, prima con John e poi con Bob Kennedy, per l'incapacità di avere figli, per la mancanza di un amore vero da un uomo in grado di amarla come donna e non solo di ammirarla come una dea.
Comincia a ricorrere sempre più spesso ad alcool e barbiturici per curarsi i malumori. Entra ed esce dalle cliniche di disintossicazione.
Nel 1962 esce il suo ultimo film: "Gli spostati" (The Misfits), scritto appositamente per lei dal marito Miller e nello stesso anno divorziano.
A causa dei continui ritardi, delle ripetute crisi nervose, delle sbornie, viene licenziata dal set del film "Something's got to give" e, un mese più tardi, nella notte fra il 4 e il 5 agosto 1962, viene trovata morta nella sua casa, apparentemente suicida per un' overdose di barbiturici, ma sono in molti a credere che sia stata uccisa.
Il mistero sulla sua morte non è mai stato completamente svelato, ma ha sicuramente contribuito a fare entrare Marilyn nel mito.
mercoledì 8 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 luglio 1947 Il quotidiano Roswell Daily Record riporta la notizia del ritrovamento di un oggetto non identificato nei pressi della cittadina di Roswell nelle vicinanze di un ranch nella zona di Socorro da parte del 509º Gruppo bombardieri consegnato alla base aerea Wright Petterson. Il 509º Gruppo bombardieri dichiarava di aver rinvenuto sul luogo dell'incidente un Ufo.
Il giorno dopo, il 9 luglio 1947 l'Aeronautica Militare statunitense descrisse l'oggetto come un "pallone sonda aerostatico" destinato all'uso meteorologico, affermò che non si trattava di un UFO di origine extraterrestre e questa all'epoca fu la versione ufficiale dell'accaduto e lo rimane tutt'ora, furono divulgate dal Generale Roger Ramey immagini dei resti del pallone sonda.
Questo incidente diede origine "al caso Ufo"più importante e ricco di testimonianze del momento insieme al caso Majestic-12
I militari e i testimoni che assistettero al ritrovamento non descrivono l'oggetto come un pallone sonda disintegrato al contatto con il suolo, ma danno spiegazioni differenti, indicano l'oggetto come un ufo di origine extraterrestre di forma discoidale, probabilmente vittima di un Ufo_crash (termine che indica lo schianto sul suolo terrestre di un Ufo).
Il governo statunitense ha sempre sostenuto la teoria del pallone sonda precipitato al suolo. Il caso scivolò nell'ombra e da notizia sconvolgente divenne una notizia di poca importanza.
Mac Brazel, il proprietario del terreno in cui si verificò l'incidente fu colui che avvisò i militari dell'accaduto e prelevò alcuni rottami che si trovavano sul posto.
Dopo l'incidente si diffusero voci del ritrovamento di corpi di extraterrestri che si trovavano al'interno dell'Ufo. Fu Glenn Dennis che lavorava presso le pompe funebri di Roswell ad affermare di aver visto di persona i corpi degli alieni in seguito all'incidente, fu chiamato sul posto perché secondo i militari poteva trattarsi di un aliante schiantatosi con due persone a bordo, entrambe morte che presentavano dimensioni non superiori ai 150 cm di altezza con testa ovale (degli alieni grigi?) e necessitavano di una bara particolare.
Nonostante tutto il caso Roswell non fu più un caso straordinario e non si sentì più nulla in merito né da mezzi di comunicazione come giornali o radio fino all'anno 1991 in cui un libro (uscito anche in Italia) “UFO-crash a Roswell” di Kevin Randle e Donald Schimtt, entrambi ufologi, analizzò nuovamente il caso Roswell. L'attenzione dell' opinione pubblica fu di nuovo attratta fino al 1995 dal "Caso Roswell" in cui teorie di corpi alieni umanoidi conservati e studiati nelle basi aeree militari dell'epoca ed il cover_up (termine che indica insabbiamento dei fatti da parte delle autorità) effettuato in America mantenevano alta l'attenzione sul caso.
Kenneth Arnold dichiarò di aver avvistato "nove oggetti simili ad ali volanti, muoversi a velocità elevata, velocità impossibile da raggiungere per i mezzi dell'epoca"; alianti come era stato comunicato in primis a Glenn Dennis riguardo al caso Roswell o qualcos'altro? Vi è un collegamento tra i due fatti?
Nel 1995 Ray Santilli, produttore britannico, affermò di possedere alcuni filmati dello schianto dell'ufo: due filmati delle autopsie degli alieni che si trovavano all'interno del mezzo; una sola è stata resa pubblica, la seconda non è mai stata trasmessa in televisione.
Fox TV trasmise il filmato dell'autopsia ed in seguito tutto il mondo vide i filmati ed in rete è possibile visionarli interamente.
La pellicola sottoposta a studi risale effettivamente all'anno 1947, nessuno è riuscito a riprodurre allo stesso modo il filmato ed i corpi sono reali (secondo l'analisi del video). E riguardo ai corpi? Il governo affermò che si trattava di due manichini che si trovavano in sperimentazione sul pallone sonda, scambiati per dei corpi reali dai testimoni. Il caso Roswell rimane un mistero legato al mondo degli Ufo_crash e del cover_up del governo statunitense.
sabato 18 gennaio 2025
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 18 gennaio.
Il 18 gennaio 1967 Albert De Salvo, il presunto strangolatore di Boston, viene condannato all'ergastolo.
Confessò spontaneamente di essere «Lo strangolatore di Boston» responsabile di aver ucciso 13 donne in due anni, ma non fu creduto e quindi assolto. Anche se la giuria comunque non mandò libero Albert De Salvo: lo ritenne infatti comunque colpevole, di un numero imprecisato di stupri, forse 300, forse addirittura 2mila.
E il 18 gennaio del 1967, battendo il martelletto, celebrato da centinaia di film, il giudice lo spedì all'ergastolo. Il resto lo fece la «giustizia interna» al carcere: fu trovato il 26 novembre del 1973 pugnalato nell'infermeria da una mano rimasta ignota. Portando con se il suo segreto: era davvero lui il maniaco omicida che aveva terrorizzato la capitale del Massachusetts oppure di trattava di un mitomane? Anche se la palma di più famoso serial killer della storia rimane a «Jack lo Squartatore» salito agli onori della cronaca e della leggenda con «appena» cinque vittime accertate, anche lo «strangolatore» ebbe il suo momento di notorietà e la sua vicenda venne persino romanzata in un film. De Salvo ebbe il volto di Tony Curtis, gli investigatori che lo arrestarono quello di Henry Fonda e George Kennedy. Ma fu veramente De Salvo l'assassino? L'opinione pubblica in proposito si divise, come in tutti i gialli che si rispettino.
Albert Henry De Salvo, di chiare origini italiane, era nato a Chelsea in Massachusetts il 3 settembre 1931. Il padre Frank era un uomo di rara violenza e dissolutezza: picchiava a sangue la madre e si fa faceva guardare dal figlio mentre faceva l'amore con delle prostitute portate a casa. Un'adolescenza che non poteva non aver riflessi sulla sua vita futura. Da piccolo infatti si divertiva a torturare gli animali mentre da adolescente iniziò a commettere piccoli furti e già a 13 anni finì in riformatorio. Chiamato alle armi qualche anno dopo, fu spedito in Germania dove conobbe e sposò una donna tedesca che gli diede una figlia. Successivamente si congedò, tornò in America, per arruolarsi nuovamente dopo pochi mesi. Venne però denunciato per aver molestato una bambina di 9 anni: evitò il processo ma nel 1958 dovette lasciare l'uniforme. Nel 1960 venne nuovamente arrestato per furto, condannato a due anni, di cui solo uno scontato.
Nella primavera del 1961 De Salvo si trasferì a Boston dove il 14 giugno 1962 iniziò la scia di sangue. In un anno e mezzo, ultimo delitto gennaio 1964, 13 donne tra i 19 e gli 85 anni furono assassinate tra città e dintorni. Quasi tutte violentate e poi strangolate con calze, sciarpe o sottovesti. Solo la vittima più anziana morì per infarto. Altre due furono accoltellate a morte, una dopo essere stata selvaggiamente picchiata. Dalle indagini emerse poi che nessuna abitazione aveva porte o finestre forzate, come se le vittime conoscessero l'assassino e l'avessero fatto entrare volontariamente. La città cadde in preda al panico, si parlò di un serial killer subito ribattezzato lo «Strangolatore di Boston». Ipotesi che non convinceva però la polizia poiché non trovava nei diversi delitti lo stesso «rituale», caratteristica dell'omicida seriale. Il 3 novembre del 1964 De Salvo venne arrestato per una violenza sessuale ai danni di una giovane donna che però, dopo l'aggressione, venne stranamente risparmiata. Non solo, lo stupratore non le fece del male e prima di andarsene chiese anche scusa. Comportamento non certo compatibile con quello dello «strangolatore». Appena la sua foto venne pubblica sui giornali fu tutto un accorrere di donne che lo riconobbero come il loro aggressore. Alla fine furono circa 300 anche se gli investigatori arrivarono a ipotizzare che il numero reale potesse arrivare a 2mila.
Durante l'istruttoria improvvisamente De Salvo confessò. «Sono io lo strangolatore» e fornì, pur se con qualche imprecisione, particolari che la polizia non aveva mai divulgato. Versione che venne ripetuta e confermata anche sotto ipnosi, senza però convincere gli investigatori. Venne ipotizzato che, avendo ormai capito di non potere sfuggire all'ergastolo, avrebbe potuto trovare una certa celebrità, e quindi racimolare denaro con interviste e memorie per aiutare economicamente moglie e figlia. Non fu quindi creduto e il 18 gennaio del 1987 venne condannato all'ergastolo, ma solo per le violenze carnali. Assolto invece per gli omicidi. Finì al manicomio criminale dove però riuscì a fuggire a febbraio con altri due detenuti, proprio mentre a Hollywood si stava girando il film sulla sua vita. Si scatenò una clamorosa caccia all'uomo, vista la sua estrema pericolosità, e qualche giorno dopo De Salvo venne riacciuffato e spedito al carcere di massima sicurezza di Walpole. Qui rimase fino al 26 novembre del 1973 quando venne trovato pugnalato all'interno dell'infermeria della prigione. Lasciando aperto l'inquietante interrogativo: era veramente lui il feroce serial killer che per un paio d'anni aveva terrorizzato le donne di Boston?
lunedì 22 luglio 2024
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 22 luglio 1587 coloni inglesi arrivano nell'isola di Roanoke, nella Carolina del Nord, per rifondare la colonia abbandonata. Saranno in seguito protagonisti di un mistero che dura da oltre 400 anni.
È un mistero che affascina gli americani da secoli: che cosa è successo agli abitanti della colonia perduta di Roanoke Island, nel North Carolina?
I coloni, che arrivarono nel 1587, scomparvero nel 1590 lasciando dietro di sé solo due indizi: le parole "Croatoan" e "Cro" incise rispettivamente sul pilastro di un forte e su un albero.
Le ipotesi sulla misteriosa sparizione spaziano da una epidemia agli scontri con tribù di nativi americani locali. Scavi precedenti avevano fornito alcuni dati e qualche manufatto dei coloni, ma nessuna informazione su ciò che era stato di loro.
Ora, grazie ai progressi tecnologici e a una mappa con indizi nascosti, i ricercatori stanno finalmente scoprendo cosa accadde ai coloni di Roanoke.
I coloni furono il terzo gruppo di inglesi ad arrivare su Roanoke Island, in North Carolina, e si stabilirono vicino all'attuale città di Manteo.
Il primo gruppo era giunto nel 1584 per esplorare e mappare il terreno per futuri insediamenti. Un secondo gruppo, arrivato nel 1585, era incaricato di una missione militare e scientifica. Ma l'esito della missione fu tutt'altro che pacifico.
"Fu allora che iniziarono le tensioni [con le tribù dei nativi americani locali]", spiega Argilla Swindell dell'Albemarle Museum di Elizabeth City, North Carolina, uno degli archeologi che studiano la colonia. Questo secondo gruppo, dice Swindell, fu cacciato nel 1586 dalle tribù locali, infuriate perché i coloni si stavano impadronendo delle risorse e delle terre migliori.
Nel 1587 giunse la terza ondata di inglesi. Stavolta sbarcarono intere famiglie: 17 donne e 11 bambini accompagnati da circa 90 uomini, segno inequivocabile che intendevano stabilirsi nel Nuovo Mondo.
È stato un indizio scoperto in un'antica mappa chiamata "La Virginea Pars", tracciata da John White, a mettere in moto le nuove ricerche sul destino dei coloni perduti. White, un artista alle dipendenze dell'esploratore Sir Walter Raleigh, venne nominato governatore delle nuove terre; era anche il nonno del primo bambino inglese nato nel Nuovo Mondo, Virginia Dare.
Due "toppe" scoperte sulla mappa hanno indotto Brent Lane della First Colony Foundation (il gruppo che conduce le recenti ricerche archeologiche, beneficiario di un fondo di ricerca NGS) a chiedersi che cosa potessero celare.
Gli scienziati del British Museum le hanno esaminate scoprendo che nascondevano un piccolo simbolo rosso e blu. Quel simbolo poteva forse indicare un forte o un rifugio segreto?
"L'ipotesi più probabile è che l'esplorazione nel Nord America condotta da Raleigh fosse almeno in parte coperta dal segreto di Stato, e che la mappa 'coperta' rappresentasse il tentativo di nascondere le informazioni raccolte a possibili agenti stranieri", dice lo storico Eric Klingelhofer della Mercer University di Macon, Georgia, responsabile del progetto di ricerca.
Per la maggior parte dei ricercatori, l'ipotesi più probabile è che i coloni abbiano contratto una malattia - causata da qualche microbo del Nuovo Mondo a cui non erano preparati - o che siano stati attaccati. In ogni caso, qualunque sia stata la calamità che li colpì, i coloni probabilmente si divisero in gruppi più piccoli e si dispersero.
"È una buona strategia", commenta Klingelhofer, spiegando che questo era ciò che era stato ordinato di fare al gruppo precedente - quello del 1585 - in caso di disastro. "Non siamo certi che è ciò che fecero, ma di sicuro era l'unico modo in cui avrebbero potuto sopravvivere. Erano troppi, un centinaio di persone, nessuna tribù avrebbe potuto sfamarli".
L'ipotesi più accreditata è che i coloni abbandonarono Roanoke, viaggiando per una settantina di chilometri a sud verso Hatteras Island, in seguito nota come Croatoan Island. E se invece, si è chiesto Klingelhofer, fossero andati in un'altra direzione? Che cosa sarebbe successo se alcuni dei coloni si fossero mossi verso ovest, lungo l'Albemarle Sound, per raggiungere la foce del fiume Chowan, dove viveva una tribù amichevole?
A conferma di questa ipotesi, gli archeologi hanno identificato il sito di un piccolo insediamento di nativi americani di nome Mettaquem, che potrebbe aver "adottato" parte dei coloni.
"È un posto molto strategico, proprio alla fine dell'Albemarle Sound", spiega Klingelhofer. "Da lì si può andare a nord fino al fiume Chowan in Virginia, oppure a ovest, verso le Blue Ridge Mountains. Da questo sito partivano intensi scambi commerciali" con le tribù di nativi americani.
Dopo la scoperta dell'indizio segreto sulla mappa, Klingelhofer, insieme con la First Colony Foundation (che studia i primi tentativi di colonizzazione del Nuovo Mondo), ha proposto di tornare sul sito sul fiume, ma con strumenti del XXI secolo: magnetometri e georadar (GPR, ground penetrating radar), una metodologia non invasiva utilizzata in geofisica nello studio del primo sottosuolo.
Malcolm LeCompte, ricercatore associato presso la Elizabeth City State University in North Carolina, è stato il responsabile delle analisi GPR nella ricerca archeologica sui coloni perduti di Roanoke. Lo studio è iniziato all'inizio del 2013 con un sondaggio satellitare del sito alla foce del fiume.
"Quello che facciamo è prendere le mappe più antiche che possiamo trovare, in modo da avere un riferimento storico, e confrontare ciò che potrebbe essere stato in passato con quello che c'è adesso". I ricercatori insomma cercano somiglianze tra le vecchie mappe e l'attuale geografia della zona; una volta identificate le corrispondenze, si crea una griglia e si iniziano le ricerche con il georadar.
Il GPR emette onde radio nel terreno e misura l'eco del segnale che rimbalza su vari oggetti sepolti nel sottosuolo, indicandone l'eventuale presenza. Gli oggetti in metallo, come i cannoni in ferro trovati presso il sito, funzionano come "antenne giganti", dice LeCompte. Anche le tombe sono individuabili, perché contengono vuoti con differenti densità e minori proprietà conduttive rispetto al suolo circostante.
LeCompte e colleghi hanno rilevato delle anomalie che potrebbero indicare la presenza di una o più strutture, forse in legno, a circa un metro di profondità.
"Non so se si tratta di una o più [strutture]", dice, aggiungendo che "potrebbero essere unite o molto vicine". Forse il legno delle strutture si è disintegrato nel corso del tempo, lasciando però tracce nel terreno circostante, ipotizza LeCompte.
Swindell dell'Albemarle ha proposto anche l'uso di un magnetometro per verificare i dati del georadar. Molto più sensibile di un metal detector, il dispositivo può individuare oggetti sepolti fino a quattro metri nel sottosuolo. Il dispositivo misura distorsioni del campo magnetico causate dalla presenza di oggetti interrati.
Swindell è convinta che vi siano anche resti di palizzate utilizzate dagli agricoltori per tenere lontano dalle colture gli animali selvatici.
La presenza della struttura sepolta e della recinzione indicano l'elevata probabilità che nel sito fossero presenti anche dei coloni. Ciò che complica ulteriormente la vicenda è la presenza di successivi siti coloniali nella zona risalenti al 1700.
Purtroppo, nessuna tecnologia è in grado di rivelare il ruolo giocato nella vicenda dalle popolazioni native americane, che resta un enigma tutto da risolvere.
Al tempo della colonia di Roanoke, le relazioni con i nativi americani erano piuttosto tese. Roanoke era situata geograficamente nel punto dove si incontravano i Secotan - che dominavano Roanoke - e i Chowanoke, che controllavano i corsi d'acqua nelle vicinanze. Ma la tensione era particolarmente alta tra i coloni e i Secotan.
"Non c'è dubbio che ci fosse molta ostilità", dice Klingelhofer. "Non tutte le tribù erano nemiche, ma alcune si. Si sentivano invasi. C'erano scontri sia tra le tribù, e tra alcuni dei popoli nativi e i coloni inglesi.
Il fatto che gli inglesi fossero già venuti più volte a esplorare la zona non fece che complicare le cose. Il secondo gruppo di inglesi - quello giunto prima dei coloni con donne e bambini - era stato respinto in Inghilterra, e l'arrivo dei coloni trovò una situazione già inasprita. "Non mi sorprenderebbe che i Secotan volessero sbarazzarsi in qualunque modo degli inglesi", commenta Swindell.
Le testimonianze archeologiche scoperte nella zona sembrano comunque indicare scambi fra tribù locali e coloni europei nel XVI e XVII secolo. Per saperne di più, bisognerà però armarsi di pala e scavare, dice Swindell.
martedì 5 dicembre 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 dicembre 1945 cinque aerei del volo 19 della Us Air Force scompaiono misteriosamente nel triangolo delle Bermude.
Il triangolo delle Bermude è un’area dell’Oceano Atlantico settentrionale compresa tra Miami, le isole Bermuda e Porto Rico. Per decenni il leggendario Triangolo dell’Atlantico ha catturato l’immaginazione umana con sparizioni inspiegabili di navi, aerei e persone. Già dai primi anni ’50, fonti di cronaca riportarono numerose imbarcazioni e velivoli drammaticamente scomparsi, inclusa la sparizione del Volo 19 e di un gruppo di cinque navi della United States Navy. Famosa, nel 1974, l’opera “Bermuda, il triangolo maledetto, 1974” di Charles Berlitz. Nel tempo si sono susseguite ipotesi più o meno fantasiose, includendo persino forze sconosciute di entità aliene o l’influenza di oggetti appartenenti al continente perduto di Atlantide. Vortici spazio-temporali e idee stravaganti che suscitano un fascino particolare, ma che con la realtà hanno ben poco da condividere. Sono tante anche le interpretazioni scientifiche che hanno trovato spazio negli ultimi anni, alcune delle quali convincenti. Le intemperie, prime tra tutte, potrebbero spiegare tanti incidenti avvenuti in questo luogo così avvolto dal mistero. La maggior parte delle tempeste tropicali atlantiche e gli uragani passano proprio attraverso il triangolo delle bermude, mettendo a dura prova le abilità di piloti e comandanti. Alcuni ricercatori hanno anche incluso la possibilità che il gas metano in risalita dai sedimenti oceanici sia in grado di inghiottire le imbarcazioni a causa della formazione di bolle di gas che determinano una diminuzione della densità dell’acqua. Un nesso non accertato, ma probabile, dal momento che i fondali del triangolo delle Bermuda hanno concentrazioni di idrati di metano elevatissime, tra le più alte al mondo.
Secondo la US Navy e la US Coast Guard, tuttavia, il triangolo delle Bermuda non sarebbe un luogo misterioso, dal momento che il numero di incidenti non è affatto superiore a quello di una qualsiasi altra regione ad alta densità di traffico aeronavale. L’incidentalità, sempre secondo la Guardia Costiera degli Stati uniti, è nella norma per la quantità di traffico, e molti degli incidenti avvenuti sarebbero derivati da normali cause fisiche e meccaniche. La forza della natura, la fallibilità umana e la grande popolarità conferita dai media, supererebbero di gran lunga anche la fantascienza. Sempre secondo le autorità locali, non esistono mappe ufficiali che delineano i confini del Triangolo, per cui molti degli incidenti avvenuti al largo dell’arcipelago sarebbero stati “spostati” nel cuore dell’area. L’istituto U.S. Board of Geographic Names, tra le altre cose, non include il triangolo delle Bermude tra i nomi ufficiali e non possiede alcun file sul territorio, includendo i vertici come immaginari. Quello che appariva come uno dei luoghi più misteriosi del globo è in realtà un’area oceanica come tante, resa celebre da scrittori e registi. Caratterizzata da condizioni meteorologiche talvolta proibitive, l’area non è altro che una delle zone più belle del nostro pianeta, che va rispettata e tutelata. Il mistero è risolto.
sabato 19 novembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 19 novembre 1924, a Los Angeles, in California, il famoso regista e attore di film muti, Thomas Ince muore per un attacco di cuore nel suo letto. Di li a poco, però, iniziarono ad affiorare delle voci secondo le quali non era morto di cause naturali ma per colpa di un incidente: il magnate dell’editoria William Randolph Hearst gli aveva sparato. La sua morte è ancora un mistero.
Ince è stato un regista cinematografico, produttore cinematografico e sceneggiatore statunitense, uno dei pionieri del cinema muto statunitense. A lui si devono almeno un centinaio di interpretazioni in film, tra cui moltissimi western: era conosciuto, infatti, come il “padre del western". Inventò anche dei sistemi innovativi di ripresa cinematografica.
Il 19 novembre 1924, però, Thomas H. Ince morì, secondo la versione ufficiale, per un attacco cardiaco, mentre era a bordo dello yacht “Oneida“ di William Randolph Hearst.
Ma le chiacchiere a Hollywood trovarono subito luogo e si parlò di un omicidio: Ince, secondo le voci, sarebbe stato colpito da un proiettile destinato a Charlie Chaplin; colpa di una relazione con Marion Davies, amante di Hearst. La copertina del Los Angeles Times del 22 novembre, però, titolò: “Produttore cinematografico sparato sullo yacht di Hearst!”. Una versione che, misteriosamente, cambia nell’edizione della sera.
Pure la Davies contribuì a confondere le indagini, negando l'incidente. Non riconobbe mai che Chaplin, Louella Parsons (una giornalista d'assalto di Hollywood) o il dottor Daniel Goodman (manager della casa di produzione di Hearst) fossero a bordo dello yacht quel fine settimana. Insistette sempre che aveva saputo della morte di Ince, informata da Nell Ince, la moglie, che l'aveva chiamata il lunedì pomeriggio agli United Studios.
Quando l'Oneida salpò, la Parsons lavorava a New York per i giornali di Hearst occupandosi delle cronache degli spettacoli. Dopo il caso Ince, Hearst le firmò un contratto a vita, aumentandole lo stipendio. Hearst riconobbe anche alla vedova Nell Ince un fondo fiduciario prima che lei se ne partisse per l'Europa. Nell rifiutò l'autopsia e ordinò l'immediata cremazione del corpo del marito.
L'ultimo film prodotto da Ince, Enticement, una storia romantica ambientata nelle Alpi francesi, fu distribuito dopo la sua morte, nel 1925.
Nel 1996, venne pubblicato un romanzo dal titolo Murder at San Simeon (Omicidio a San Simeon) di Patricia Hearst (nipote di William Randolph Hearst) e di Cordelia Frances Biddle. Una versione romanzata dell'omicidio che sposa la tesi della relazione tra Chaplin e Marion Davies, presentando la figura di un Hearst, anziano, geloso e possessivo.
Nel 2001, Peter Bogdanovich ha girato Hollywood Confidential (The Cat's Meow), che riprende questa versione della storia. Il regista ha dichiarato che ne era venuto a conoscenza attraverso quello che gli aveva riferito Orson Welles il quale, a sua volta, l'aveva saputa da Herman J. Mankiewicz mentre stava lavorando con lui alla stesura della sceneggiatura di Quarto potere.
giovedì 14 aprile 2022
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Il 14 aprile 1561 si ebbe il cosiddetto "fenomeno celeste di Norimberga".
Il fenomeno celeste di Norimberga è un evento accaduto a Norimberga il 14 aprile 1561, quando, secondo le cronache del tempo, la popolazione vide comparire in cielo numerosi oggetti volanti, di varie forme, che ingaggiarono fra di loro una sorta di combattimento.
Qualcosa di analogo si verificò, cinque anni più tardi, anche a Basilea.
Le cronache del tempo riportarono l'accaduto con dovizia di particolari, affinché della vicenda ne rimanesse chiara memoria. Inoltre, furono eseguite diverse incisioni su legno e stampe su carta. L'avvenimento durò circa un'ora e terminò quando diversi oggetti precipitarono al suolo, alla periferia della città, causando un incendio.
Secondo l'incisore Hans Glaser, che, insieme a «numerosissime persone, uomini e donne», assistette al combattimento, la mattina del 14 aprile apparvero vicini al Sole «due oggetti a forma di falce, simili alla Luna calante, di colore rosso. Questi oggetti si spostavano dal centro ai lati del Sole, e poi sopra e sotto». Glaser aggiunge che «C'erano anche delle sfere di colore rosso, blu e nero, e dei dischi tondeggianti. Volavano a file di tre, o a quattro formando dei quadrati, e alcuni dischi volavano da soli. Mescolate a questi oggetti sono state viste anche molte croci di colore rosso, e fra di esse c'erano oggetti di forma allungata con la parte posteriore più spessa e la parte anteriore più snella. In mezzo a tutto questo c'erano due grandi oggetti cilindrici, uno sulla destra ed uno sulla sinistra, e dentro ognuno di essi c'erano numerose sfere, e tutti iniziarono a combattere fra di loro».
Sempre secondo il racconto di Glaser, «la battaglia nei cieli durò circa un'ora e fu vista da numerosissime persone, sia nella città che nelle campagne circostanti, poi alcuni oggetti caddero in fiamme sulla terra, alla periferia della città, provocando un vasto incendio ed una grande nube di fumo. I presenti videro anche, vicino alle sfere volanti, una specie di grande lancia nera». Il testo di Glaser, attualmente conservato presso la Wickiana della Biblioteca Centrale di Zurigo, venne pubblicato insieme ad un breve commento di stampo religioso sul Giudizio Universale e sul peccato nella gazzetta della città di Norimberga, corredato da una stampa a colori.
E' possibile che la narrazione sia una sorta di metafora?
Probabilmente no: nella seconda metà del 1500 l’Europa risolse positivamente il periodo di crisi generale che l’aveva colpita e diede inizio ad una profonda trasformazione culturale e politica, che sfociò nella formazione degli Stati nazionali e delle Signorie in Italia. Nel 1400 scomparve definitivamente la civiltà medioevale e si affermò una nuova visione del mondo. Le varie corti ospitarono uomini di cultura appartenenti a tutti i settori: artistico, scientifico, musicale, filosofico, letterario, politico. In Italia i Signori che diedero impulso alla nuova cultura, indicata per il Quattrocento con il nome di Umanesimo e per i primi decenni del Cinquecento con il nome di Rinascimento, furono gli Aragonesi a Napoli, i Montefeltro ad Urbino, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i papi a Roma, gli Sforza a Milano. Lorenzo dei Medici, Signore di Firenze, riunì attorno a sé filosofi come Marsilio Ficino e Pico della Mirandola; letterati come Angelo Poliziano e Luigi Pulci; artisti come Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti.
Si riscoprirono gli autori classici latini e greci (le Humanae litterae), da cui derivò il nome di Umanesimo, allo scopo di rintracciare modelli da additare ai contemporanei e si esaltarono le qualità dell’uomo, come la dignità, la libertà e la creatività del pensiero;
si diffuse un’immensa fiducia nell’intelligenza umana, nella capacità di penetrare nei segreti della natura con gli strumenti scientifici e di allargare i confini del mondo conosciuto. Non a caso il 1492, anno della scoperta dell’America, segnò il passaggio dall’età medioevale a quella moderna;
gli autori dei vari settori artistici cercarono di realizzare gli ideali di bellezza e di armonia;
si estese sempre più l’uso della lingua volgare, affinché gli scritti fossero accessibili ad un vasto pubblico.
Nel Cinquecento nacque la “questione della lingua”, per cui si ricercò una lingua letteraria nobile, distinta da quella comune e si assunsero come modelli Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa; in pratica si propose la tradizione del “fiorentino illustre”. Allo scopo di difendere il patrimonio linguistico nazionale, nel 1583 venne fondata l’Accademia della Crusca, tuttora esistente.
Molti furono gli autori importanti del Quattrocento e del Cinquecento e tra i tanti vanno ricordati Poliziano, Lorenzo il Magnifico, Ariosto, Tasso.
Era l'epoca del protestantesimo con Martin Lutero che diffondeva il suo paradigma (agevolato dalla chiesa cattolica in pieno decadimento). Inoltre le prime proto-narrazioni di una fantascienza embrionale sono del 1608.
Ma allora cosa è successo nei cieli di Norimberga?
È impossibile stabilire con certezza cosa accadde quel giorno nei cieli di Norimberga. Alcuni ufologi ipotizzano che si sia trattato di un avvistamento UFO, interpretando le cronache del tempo come la descrizione di un combattimento nei cieli con grandi "navette-madri" dalle quali partivano moduli di dimensioni minori.
Altri, invece, attribuiscono l'evento a fenomeni solari di tipo naturale come pareli (Il parelio, comunemente noto anche come "cani solari", è un fenomeno ottico atmosferico dovuto alla rifrazione della luce solare da parte dei piccoli cristalli di ghiaccio sospesi nell'atmosfera e che solitamente costituiscono i cirri), comuni nell'Europa del nord, e raggi crepuscolari. Anche questa ipotesi, tuttavia, risulta contestata.
Carl Gustav Jung manifestò il suo interesse per l'avvenimento, così come per il fenomeno celeste di Basilea del 1566, nel saggio Ein moderner Mythus: Von Dingen, die am Himmel gesehen werden ("Un mito moderno. Le cose che si vedono nel cielo") del 1958, soffermandosi sull'interpretazione che i presenti diedero all'avvenimento.
venerdì 16 luglio 2021
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Il 16 luglio 1999 precipita in mare un piper con a bordo John Fitzerald Kennedy Jr, figlio dell'ex presidente degli Stati Uniti.
La morte di John John Kennedy Junior è avvolta dal mistero. Nella notte del 16 luglio del 1999 un piccolo aereo, un Piper 32 Saratoga 2HP, monoelica e a sei posti si desintegra. Nessuno ha potuto accertare se il Piper si è fatto a pezzi per l’impatto con il mare o, addirittura prima di precipitare in acqua. A bordo dei veivolo John John di 39 anni figlio amatissimo di John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti d’America, morto assassinato a Dallas nel 1963, la moglie di John, Carolyn Bessett di 33 anni e Lauren di 34 anni, sorella di Carolyn. Tutti morti.
Il Piper era diretto a Martha’s Vineyard , nel Massachusettes, dove i tre dovevano partecipare alle nozze di una cugina di John Jhon, Rory Elizabhet, la figlia più giovane di Bob Kennedy. L’aereo era stato acquistato usato dal giovane Kennedy che aveva il brevetto di pilota da soli 4 mesi. Cosa sia accaduto in quei pochi minuti di volo resta un mistero anche perchè il Saratoga non prevede la presenza a bordo della “scatola nera” che avrebbe potuto ricostruire esattamente cosa effettivamente sia successo. Il mare ha inghiottito tutto cancellando ogni possibile traccia di un attentato.
Un complotto, quindi, ai danni del giovane Kennedy? John Fitgerald Kennedy, meglio conosciuto col soprannome John John, era nato a Washington il 25 novembre del 1960. Si era laureato in legge e presto era diventato una delle figure di punta della vita americana. Era stato anche eletto da People come l’”uomo più sexy dell’anno“. Abile editore nel 1995 aveva fondato la rivista “George”. Nel 1996 aveva sposato Carolyn Besset. Presto la rivista era diventata una delle più apprezzate d’America. Il mensile parlava di politica in un modo inconsueto e a volte anche irriverente.
Un complotto, dicevamo, una tesi possibile suffragata dal fatto, come dichiarato da fonti molto attendibili e molte vicine al giovane Kennedy, che John aveva deciso di presentarsi alle vicine elezioni come Presidente degli USA. E la sua vittoria appariva certa. Avrebbe molto probabilmente battuto tutti gli avversari: Al Gore, George Bush Junior ed Elizabeth Dole.
Ma John era ossessionato dalla morte di suo padre e dello zio Robert. Una sua amica giornalista. Lauren Lawrence, all’indomani del disastro aereo, ha affermato : <.... era ossessionato dall’idea che qualcuno lo volesse assassinare>.. Gli investigatori hanno dato colpa della disgrazia alle pessime condizioni del tempo e l’inesperienza del pilota. Ma è una tesi che non convince. Secondo alcune “voci di corridoio” la morte di John era stata studiata a tavolino. Secondo questa ipotesi a bordo del Piper era stato sistemato un ordigno a tempo che avrebbe fatto esplodere l’areo nel momento in cui attraversava l’Oceano. Se questo fosse vero chi è stato ad organizzare il tutto e perchè?
E c’è ancora un’altra ipotesi altrettando inquietante. Secondo i rapporti dell’inchiesta svolta dal Cooperative Institute of Marine and Atmopheric Studies degli USA, a far precipitare il Piper è stata una nube tossica. Il veivolo ha incontrato sulla sua rotta una nube di inquinanti provocata dalle fabbriche del Midwest che funzionano ancora a carbone. La nube tossica era formata da microscopiche goccioline di acido solforico non rivelabili dai radar meteorogici. La caratteristica delle goccioline è che sono completamente oscuranti.
Il pilota, quindi, attravversando la nube, ha perso ogni visibilità essendo anche sera. La nube, sempre secondo l’inchiesta dell’Istituto, stagnava tra i 2 mila e 500 metri dal mare. Nel momento in cui John ha iniziato la manovra per l’atterraggio ne è stato immerso, perdendo ogni riferimento e molto probabilmente, preso dal panico, ha perso il controllo dei veivolo e si è schiantato sulle onde. L’impatto è stato fatale. Il suo corpo e stato trovato dopo 4 giorni ancora prigioniero della carlinga, mentre i cadaveri delle due donne, sbalzate fuori dall’abitacolo, sono stati ritrovati dopo alcuni giorni.
Cosa è veramente successo quella notte? Forse non si saprà mai. E’ la Maledizione che insegue la famiglia Kennedy?
sabato 5 giugno 2021
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Il 5 giugno 1968 Sirhan Sirhan spara a Robert Kennedy, candidato democratico alle presidenziali, durante un comizio. Il fratello di John Kennedy morirà poco dopo.
All'Ambassador Hotel di Los Angeles è passata da poco la mezzanotte del 5 Giugno, quando Robert Kennedy conclude il suo discorso di ringraziamento alla platea che lo festeggia per la vittoria nelle primarie, che gli vale anche la candidatura alle presidenziali. A quel punto il programma prevede che il Senatore lasci il palco alla sua sinistra, per raggiungere la sala stampa dove lo attendono i giornalisti. Ma una sua guardia del corpo, Bill Barry, annuncia che il percorso è completamente bloccato dalla folla, e invita tutti ad uscire invece dal lato opposto. Dopo un corridoio ci sono due porte metalliche "a molla", che danno alle cucine dell'albergo. Kennedy è preceduto dal maitre dell'hotel, Karl Uecker, che lo tiene per il polso e gli apre la strada fra la gente che gli viene incontro. Sul lato destro di Kennedy cammina Thane Eugene Ceasar, la nuova guardia del corpo che ha sostituito all'ultimo momento quella abituale del Senatore. L'altra guardia del corpo di Kennedy, Bill Barry appunto, è rimasto inspiegabilmente indietro.
Mentre procedono, Kennedy risponde alle domande di un giornalista, che sta trasmettendo via radio, senza saperlo, gli ultimi istanti della sua vita. Una volta nelle cucine, Kennedy si ferma a stringere la mano a camerieri e cuochi che lo festeggiano. L'ultimo a farlo è un bus-boy di 18 anni, John Romero, che resterà immortalato con lo sguardo fisso nel vuoto, accanto al Senatore morente.
In quel momento Uecker "sente qualcosa insinuarsi fra lui e il tavolo metallico che ha davanti". E' il braccio di Shiran, che punta verso Kennedy una calibro 22 ed inizia a sparare. Kennedy lo vede, e alza le mani davanti a sè, in un gesto instintivo di protezione. Uecker ed altri si avventano sul polso di Shiran, e cominciano a sbatterlo furiosamente contro il bordo del tavolo metallico. Ma Shiran non molla la presa, e ne nasce una colluttazione che sembra non finire mai, con le urla di chi ha paura, le urla di Shiran, e quelle di chi grida agli altri cosa fare per immobilizzarlo.
Quando Shiran viene finalmente disarmato, Kennedy si ritrova a terra con tre pallottole in corpo. Una quarta gli ha forato la giacca, sotto l'ascella destra, senza ferirlo. Il Senatore fa ancora in tempo a chiedere "is everybody allright?" (stanno tutti bene?), e poi crolla in una pozza di sangue. Viene operato d'urgenza al vicino Good Samaritan Hospital, mentre l'intera nazione attende, col fiato in sospeso, davanti ai televisori. Ma l'incubo di Dallas si ripete: Kennedy non supera la crisi, e muore, alle 1.44 del mattino, senza aver più ripreso conoscenza.
Dalla registrazione dell'intervista in corso, si sente con chiarezza solo il primo colpo, e forse il secondo sovrapposto (subito dopo la parola "camouflage"), poi le urla dei presenti coprono tutto ciò che accade. Nel parapiglia risulteranno ferite 5 altre persone: Ira Goldstein, che ha ricevuto due colpi (uno gli ha attraversato il pantalone, senza ferirlo, l'altro l'ha colpito alla natica), Paul Schrade (che si trovava immediatamente dietro a Kennedy, e ha ricevuto una pallottola in testa), William Weisel, Richard Lubic ed Elizabeth Evans, anche lei colpita alla testa ma, come gli altri quattro, miracolosamente sopravvissuta.
Shiran viene arrestato, giudicato e condannato in tempi molto brevi. Basti dire che il referto autoptico, rallentato a sua volta da strani problemi burocratici, arrivò in tribunale quando già Shiran, pur non ricordando assolutamente nulla dell'attentato, aveva ammesso la propria colpevolezza, nella speranza di ricevere una pena più mite.
Sembrò a tutti un caso chiuso.
Ma se si prova a fare il conteggio dei proiettili, scopriamo che dovremmo averne quattro per Kennedy, due per Goldstein, e uno ciascuno per gli altri quattro feriti, il che porta ad un totale di dieci proiettili, quando la pistola di Shiran - ammesso e non concesso che li abbia sparati tutti - poteva contenerne soltanto otto.
In realtà furono poi sette i proiettili estratti dal corpo delle varie vittime, due risultarono conficcati nello stipite della porta alle spalle di Kennedy, e due fori furono trovati nel pannello del soffitto proprio sopra di lui, portando il minimo a undici proiettili sparati.
Decisamente troppi per il solo Shiran.
Di fronte alla necessità di scovare un secondo sparatore - e quindi di ammettere anche una "cospirazione" - inizia a questo punto, nella versione ufficiale della polizia, un balletto di proiettili di fronte al quale il famoso "magic bullet" di Dallas è una certezza statistica inconfutabile.
Qui infatti l'unico modo per fare tutti quei danni con otto proiettili è che a) il proiettile che ha forato la giacca di Kennedy sotto l'ascella, abbia poi compiuto una deviazione di 80 gradi verso l'alto, per colpire la testa di Shrade che era subito dietro di lui (non a caso Paul Schrade, che non è mai stato indennizzato, è stato fra i più instancabili nel chiedere una riapertura del caso). Che b) il proiettile che ha colpito il pantalone di Ira Goldman dal davanti sia poi rimbalzato su una piastrella dietro di lui, per rientrargli nella natica in direzione opposta, ma soprattutto che c) un colpo imprecisato abbia subito anch'esso una deviazione verso l'alto di 90 gradi, per forare il pannello del soffitto sopra Kennedy, rimbalzare su "qualcosa" di non meglio indentificato nell'interstizio, tornare indietro praticando un secondo foro accanto al primo, e ferire infine Kennedy dall'alto. Insomma, una specie di cartone animato, in cui le pallottole instancabili rimbalzano dappertutto, mentre nessuno riesce a impedire a Shiran di sparare nemmeno uno degli otto colpi che aveva in canna.
Ci si domanderà a questo punto come sia stato possibile condannare il solo Shiran, di fronte ad una contraddizione matematica così lampante.
La risposta è che tutte queste informazioni non arrivarono mai alla giuria. Non dimentichiamo che nel sistema americano il giudice ha enormi poteri nel condurre il processo a suo piacimento, e questo ovviamente torna molto comodo nell'ipotesi di una cospirazione. Inoltre, l'avvocato d'ufficio di Shiran, che fu scelto dallo stesso giudice, mostrò una scarsissima predilezione per il semplice calcolo aritmetico, preferendo concentrare tutti i suoi sforzi per far apparire Shiran come uno psicopatico. Ciò appariva ai giurati come un nobile tentativo per alleviarne i termini di una condanna ormai sicura, ma in realtà sviava radicalmente il processo da quello che avrebbe dovuto essere il suo corso naturale. Vi fu poi un grosso "intoppo procedurale", come già detto, per cui la giuria non potè nemmeno vedere l'autopsia sul corpo di Kennedy, che avrebbe smentito in pieno - come vedremo in seguito - la versione ufficiale dei fatti.
A questa procedura chiaramente deformata, si aggiunga il fatto che tutti gli elementi rimossi dal luogo del delitto (lo stipite della porta, i pannelli del soffitto, e la pistola stessa di Shiran) o "andarono perduti" dopo il processo, oppure "furono buttati via" dalla polizia di Los Angeles, perchè "occupavano spazio inutilmente". Che nessuno si sognasse mai, in altre parole, di riaprire un caso chiuso così abilmente sotto gli occhi di tutti.
(Sorte simile era toccata agli appunti di 7 ore di interrogatorio a Lee Harvey Oswald, che furono "buttati via" dalla polizia di Dallas, subito dopo la sua morte, perchè "tanto era chiaro che era stato lui." Strano paese, dove ti registrano su nastro persino la deposizione per una multa non pagata, ma poi se ammazzano il presidente buttano via tutto quello che ha detto l'assassino).
"Pochi sono disposti a sfidare la disapprovazione dei compagni, la critica dei colleghi, e la rabbia della società, in nome della semplice verità." - RFK
Ma il problema più grosso, per la versione ufficiale, si chiama Thomas Noguchi. Noguchi non è stato semplicemente un coroner (il medico legale, responsabile dell'autopsia), ma colui che ha trasformato alla radice il concetto stesso di indagine post-mortem, nella storia della criminologia americana. Soprannominato "Coroner of the Stars", per aver operato da sempre su Los Angeles, Noguchi partecipò già all'autopsia di Marylin Monroe (in cui suggerì la soluzione all'enigma del finto suicidio), condusse quelle di Robert Kennedy, di Sharon Tate (la moglie di Polansky uccisa dai seguaci di Manson), di John Belushi e di tanti altri personaggi dello spettacolo, e fu inoltre colui che dimostrò, per conto della famiglia Calvi, l'impossibilità del suicidio del "banchiere di Dio", trovato impiccato sotto un ponte di Londra.
La differenza fra Noguchi e gli altri coroners sta nell'approccio globale con cui affronta i casi a lui affidati. Noguchi non esamina semplicemente il cadavere sul tavolo della morgue, ma vuole arrivare a "ricollocarlo" (idealmente, s'intende) nella precisa dinamica dell'azione. E' quindi in realtà un investigatore a sè stante, che tende ad integrare le osservazioni sul cadavere con i rilevamenti sul luogo del delitto. (Ad esempio: muovendo nelle varie posizioni il braccio destro di Kennedy, Noguchi notò che solo ad una certa angolazione il foro di entrata di un proiettile sotto l'ascella risultava perfettamente rotondo. Grazie a questo dedusse che quel colpo poteva essere giunto solo quando il Senatore aveva già alzato il braccio davanti a sè, arrivando a stabilire con precisione in che punto della sequenza fosse partito quel colpo).
Purtroppo il suo metodo, invece di venire apprezzato per l'evidente contributo che può dare alle indagni, è stato spesso osteggiato dalla polizia di Los Angeles, che ha sempre visto in Noguchi un personaggio troppo ingombrante e difficile da controllare. E avevano tutt'altro che torto.
A differenza di Dallas, dove l'FBI tolse di forza la giurisdizione del caso alla polizia locale (storico l'episodio in cui lo sceriffo di Dallas si mette di traverso nel corridoio dell'ospedale, cercando di bloccare gli uomini di Kennedy che se lo stanno portando via nella bara) la polizia di Los Angeles seppe prendere in mano il caso e portarlo fino alla conclusione senza alcun intervento federale. Questo ha reso molto più facile controllare, ad esempio, certe testimonianze scomode, come quelle di chi inizialmente aveva sentito la famosa "ragazza in polka-dot" dire "abbiamo ucciso Kennedy", ma poi al processo, stranamente, non si ricordava più di nulla. Ma soprattutto, non dovendo spiegazioni a nessuno, hanno potuto concedersi tutte le "distrazioni" già citate, alle quali si possono aggiungere episodi come l'incenerimento "accidentale" di 2400 fotografie, "convinti che fossero solo dei duplicati". La misura della sfacciataggine è qui anche la misura dell'impunità in cui sapevano di muoversi gli alti livelli del dipartimento di polizia.
Tutto questo ha da sempre tagliato le gambe in partenza ad un'eventuale riapertura del processo: oggi di quegli elementi esistono solo alcune fotografie.
Nove anni dopo però l'FBI fu costretta ad entrare in gioco, quando il giudice indipendente Thomas Kranz fu incaricato dal procuratore della Contea di Los Angeles di una revisione del caso, in seguito alle montanti proteste da parte di un numero crescente di voci pubbliche, a cui stava a cuore la verità. Il rapporto fu il solito atto di equilibrismo verbale - molto simile a quello della commissione HSCA nel caso JFK - che tendeva a ristabilire almeno una parte di verità, per accontentare le voci più esigenti, senza per questo smentire pubblicamente le stesse autorità che avevano agito inizialmente per coprirla del tutto.
Nel 1977 Kranz consegnò ai suoi superiori un rapporto completo sull'assassinio di Robert Kennedy nel quale riportava, fra le altre cose, i risultati dell'autopsia di Noguchi. Leggendoli, diventa più facile capire perchè quest'ultima faticò così tanto ad arrivare in tempo utile al processo.
Ecco cosa dice, in sintesi, il passaggio sopra citato (che compare a pagina 7 del I Volume): il colpo mortale ha penetrato il cranio dietro all'orecchio destro, frantumandosi poi al suo interno. Bruciature di polvere da sparo sull'orecchio indicano che il colpo è stato sparato da circa 3-4 cm. di distanza. (Tutti i presenti hanno testimoniato che Shiran non si è mai avvicinato a meno di un metro da Kennedy).
Altri due colpi sono penetrati accanto alla scapola e sotto l'ascella destra (il primo si è piantato nelle vertebre cervicali di Kennedy, il secondo è fuoriuscito all'altezza della spalla).
Anche i colpi penetrati nella giacca di Kennedy risultarono sparati da distanza ravvicinata.
Il paradosso è impossibile da ignorare. Shiran spara da davanti, in orizzontale, e Kennedy viene colpito da dietro, tre volte, in verticale dal basso verso l'alto (da cui i buchi nel soffitto).
Che Shiran sia stato il classico "patsy" della situazione è evidente almeno quanto il fatto che non possa aver fatto tutti quei disastri da solo. A conferma di ciò, notiamo la "solita" fantasia sfrenata della polizia (sempre dal rapporto Kranz, sotto), che per rafforzare la colpevolezza di Shiran non ha trovato di meglio che scoprire, nel cruscotto della sua macchina, un biglietto da visita e una ricevuta, datata pochi giorni prima, per l'acquisto di munizioni per una calibro .22. Per un totale di 200 proiettili, più altri proiettili sparsi un pò dappertutto, e scatole vuote sempre per proiettili rigorosamente di quel calibro. A questo si aggiunga la testimonianza di una persona che avrebbe udito Shiran dire a voce alta, mentre li acquistava, "mi raccomando, mi dia dei proiettili di quelli che non fanno mai cilecca, è importante che questi non facciano assolutamente cilecca".
Come dire, quando il troppo storpia. Anche Oswald si era dimenticato di buttare via la ricevuta con cui avrebbe acquistato il fucile di Dallas, così come fece Timothy Mc Veigh con la ricevuta per i composti chimici che avrebbe usato per fabbricarsi la bomba di Oklahoma City. (Noi invece siamo più sofisticati, e abbiamo gli anarchici che prendono il taxi per fare cento metri, con la bomba già innescata nella borsa, pur di farsi riconoscere dal taxista subito dopo la strage).
Vi è però una cosa che non si è ancora riuscito a capire di Shiran, e cioè la misura esatta del suo coinvolgimento nell'attentato, poichè di fatto tutti lo videro sparare a Kennedy col chiaro intento di ucciderlo.
Negli anni si sono venute accavallando le tesi più fantasiose, arrivando anche ad ipotizzare una specie di "Manchurian Candidate" programmato per uccidere e poi dimenticare tutto. Ma anche se non a quei livelli, qualcosa del genere deve essere successo, poichè lo stesso Shiran sostiene, a tutt'oggi, di non ricordare assolutamente nulla di quei momenti. Conserva un buco di memoria totale, che va dall'ingresso nell'albergo, fino al "risveglio" nella macchina della polizia.
Egli stesso si dice convinto di essere stato vittima di una macchinazione in cui, dopo averlo condizionato mentalmente, l'avrebbero drogato perchè arrivasse a commettere l'omicidio in uno stato di tale confusione mentale da non registrare nemmeno gli eventi di cui era protagonista. In effetti Shiran fu visto bere, poco prima dell'omicidio, un vistosissimo intruglio alcolico, per quanto tutti sappiano che fosse astemio sin dalla nascita.
Shiran inoltre non aveva un solo precedente penale, non aveva motivi particolari per uccidere Kennedy (anzi, disse che intendeva votare per lui alle presidenziali), ed è sempre stato un detenuto modello, nei quasi 40 anni trascorsi in prigione. (Inizialmente Shiran fu condannato a morte, ma nel 1978 la sentenza fu commutata in ergastolo, quando la California abolì la pena capitale).
Su sua richiesta, Shiran si è anche sottoposto ad una seduta ipnotica, per cercare di ritrovare nella memoria qualche fotogramma di quegli istanti fatali. Ma mentre alla domanda "parlami di Bob Kennedy", Shiran reagiva scrivendo ripetutamente "Bob Kennedy deve morire", alla domanda "chi ha ucciso Bob Kennedy" dall'incoscio di Shiran è emerso un disarmante "Non lo so, non lo so, non lo so".
Shiran è stato descritto da tutti i testimoni come un invasato che sparava a Kennedy urlando meccanicamente "Robert Kennedy must die!" "Robert Kennedy must die!"
Il fratello e l'attuale avvocato di Shiran, Lawrence Teeter, non hanno ancora perso tutte le speranze per far riaprire il processo, anche se non si rischia molto a scommettere che questo non avverrà mai.
Molto meno rumore ha fatto invece la storia di Thane Cesar, l'uomo verso il quale puntano il dito tutti gli indizi emersi finora. Presto scomparso nel nulla, fu lo stesso capo della polizia di Los Angeles a suggerire a Kennedy questa guardia del corpo privata, dopo che una delle sue aveva improvvisamente dato forfait per la serata all'Ambassador. Thane Cesar risultò poi essere un fervente sostenitore di George Wallace, il governatore del Texas a sua volta candidato presidenziale di quell'anno per l'estrema destra. Un dichiarato sostenitore del Ku-Klux-Klan, Wallace, che combatteva praticamente ogni riforma propugnata da Kennedy, sarebbe finito a sua volta su una sedia rotelle, nel 1972, in seguito ad un attentato. (L'elezione del 1968 fu poi vinta da Nixon, contro Wallace appunto, e contro Hubert Humphrey, il candidato democratico che Kennedy aveva appena sconfitto nelle primarie, e che era rientrato in lizza dopo l'assassinio).
Notiamo inoltre come la società di detectives che aveva fornito le prestazioni di Cesar a Kennedy, la Ace Security, fosse di proprietà della Lockeed Corporation, un ambiente tutt'altro che "liberal" dal punto di vista ideologico. Stupisce infatti che nell'entourage di Kennedy non abbiano pensato di rivolgersi a organizzazioni più "amiche", nell'affrontare il delicato problema della sostituzione. Ma non va dimenticato che fu proprio Bill Barry, la prima guardia del corpo di Kennedy, a suggerire all'ultimo momento la deviazione attraverso le cucine dell'Ambassador (dove si trovava Shiran in attesa), e che lui stesso poi "non riuscì" ad essere accanto all'uomo che doveva proteggere, nel momento del bisogno.
Thane invece marciava immediatamente alla destra di Kennedy, e lo tirò a terra "per proteggerlo" - come da manuale - immediatamente dopo i primi spari. E' quindi l'unico ad aver potuto sparare a Kennedy da dietro, a bruciapelo e verso l'alto, e fu anche l'unico a farsi ritrovare con una pistola in mano, alla fine della sparatoria. Non disse però se la pistola avesse sparato o meno, e nessuno si preoccupò mai di chiederglielo. E nonostante questa fosse una calibro .22 - esattamente come quella di Shiran - non fu mai esaminata al processo, e scomparve poi nel nulla, insieme agli altri mille elementi "scomodi" sequestrati dalla polizia di Los Angeles. Stessa fine fece la pistola di Shiran, a causa di una "confusione fra due buste", in cui fu gettata naturalmente quella sbagliata.
C'è infatti chi ha suggerito che la pistola di Shiran fosse caricata a salve (nel qual caso basterebbe un rapido esame per scoprirlo), per evitare di ferire Thane Cesar mentre svolgeva il suo lavoro, coperto dalle urla e dai suoi colpi a vuoto. Questo sarebbe possibile, nonostante gli 11 colpi (che a sua volta non può aver sparato Thane da solo), se si considerano due testimonianze colte sul momento, ma poi significativamente ignorate dal giudice al processo: una certa Lisa Urso disse di aver notato, subito dopo la sparatoria, un uomo biondo, vestito di grigio, che riponeva la pistola in una fondina, mentre un altro testimone disse di aver visto un uomo coi capelli scuri, vestito di scuro, sparare due colpi e allontanarsi in fretta dalla cucina. (Con Thane, e forse altri, che sparavano a Kennedy da dietro, diventa anche pù facile spiegare il colpo ricevuto nella natica da Ira Goldsten, che invece prima obbligava a suggerire un improbabile "rimbalzo su una piastrella alle sue spalle").
Qualunque sia stata la dinamica effettiva dell'omicidio, è chiaro che ruota tutta intorno a Thane Cesar, ed alla sua posizione privilegiata al fianco di Kennedy.
Troppo idealista forse, per poter accettare i compromessi necessari a guidare una nazione come l'America, e forse troppo delicato caratterialmente, per poter reggere il peso di un ruolo così impegnativo, non sapremo mai se Robert Kennedy avrebbe saputo portare a termine con successo un'eventuale sua presidenza. Difficile immaginare in lui la fermezza - o perlomeno la grandiosa capacità di bluff - che il fratello John aveva messo in mostra in occasione della crisi dei missili nel 1962, oppure quando promise, all'inizio della gara spaziale con i Russi, di "piazzare un uomo sulla Luna entro la fine del decennio".
Sta di fatto che la morte di Bob Kennedy aprì la strada ad un periodo di predominio della destra repubblicana - guerrafondaia, razzista e restauratrice - che iniziò con Nixon e si protrasse, fatto salvo per la parentesi Carter 1976-80, attraverso lo stesso Nixon, rieletto nel '72, Jerry Ford che ne completò il mandato (in seguito a Watergate), Ronald Reagan, che stravinse sia nel 1980 che nel 1984, e George H. Bush, che vinse nell'88, pur perdendo contro Clinton, nel 1992.
In seguito alla morte di Bob Kennedy ci sarebbero stati quindi ben 20 anni su 24 di dominio repubblicano alla Casa Bianca.
Se poi si considera l'intero periodo post-bellico, le presidenze Kennedy-Johnson, Carter e Clinton appaiono in realtà come piccole "macchie" democratiche in un arco compatto di predominio repubblicano, che iniziò con Eisenhower, passò per il periodo sopra descritto, e riprese infine, dopo gli 8 anni di Clinton, con le due vittorie consecutive del presidente George W. Bush (2000 e 2004).
Solo 24 anni su 60 di Casa Bianca, da Eisenhower fino ad Obama, sono sfuggiti al controllo dei grandi gruppi di potere rappresentati dal partito repubblicano.
In questo senso il 1968 fu un anno cruciale per la storia americana, con la drammatica escalation in Vietnam (a cui Kennedy avrebbe immediatamente posto fine), e l'esplosione contemporanea dei movimenti giovanili e di quelli per i diritti civili, che lo stesso Kennedy e Martin Luther King rischiavano di unificare in una miscela inarrestabile di rinnovamento, se il giovane Senatore avesse conquistato la presidenza (non è escluso che intendesse scegliere proprio King come vicepresidente). Un'ipotesi evidentemente inaccettabile, per chi decise prima di far uccidere Martin Luther King, nell'Aprile di quell'anno, e poi determinò che in ogni caso Robert Kennedy non dovesse arrivare vivo alle elezioni del Novembre 1968.
Chiunque sia stato costui, di certo non fu Shiran Bishara Shiran.
domenica 8 novembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'8 novembre del 1888 viene ritrovato, sul letto della camera dove viveva, il corpo orrendamente mutilato di Mary Jane Kelly, l'ultima delle 5 vittime accertate di Jack lo Squartatore.
La gola era squarciata, il viso severamente mutilato e irriconoscibile, il petto e l'addome aperti, molti organi interni erano stati rimossi, il fegato giaceva tra le gambe e l'intestino arrotolato presso le mani, era inoltre stata asportata la carne che ricopriva gli arti. Il cuore non venne trovato e si crede possa essere stato bruciato nel camino o persino cotto e mangiato.
La prima delle vittime accertata fu uccisa il 31 agosto, la seconda l'8 settembre, le altre 2 il 30 settembre.
Vi sono poi altre donne la cui morte violenta potrebbe essere riconducibile a Jack, ma non ve ne fu certezza. In totale le vittime potrebbero essere state anche sedici. Tutte erano accomunate dall'essere state prostitute o comunque donne di infimo retaggio sociale, e tutte orribilmente seviziate e mutilate nel volto, nel petto e negli organi genitali.
La reale identità di Jack lo Squartatore rimase un mistero; la polizia ricevette centinaia di lettere di persone che si autoaccusavano dei delitti, nessuna delle quali fu presa seriamente in considerazione. Gli investigatori dell'epoca indagarono seriamente su 4 possibili serial killer: Montague John Druitt, figlio di un noto medico londinese e valente avvocato, morto suicida nel dicembre 88 (poco dopo l'uccisione dell'ultima vittima accertata); Aaron Kosminski, parrucchiere affetto da turbe schizofreniche e ricoverato in manicomio a partire dal 1891; Michael Ostrog, un medico russo rilasciato da un ospedale psichiatrico sei mesi prima del primo delitto; George Chapman, chirurgo russo giunto a Londra nel 1888 e in seguito ritenuto colpevole dell'uccisione delle sue tre mogli (nessuna delle quali risultò mai effettivamente sposata).
Nel ventesimo secolo furono poi negli anni avanzate nuove ipotesi, che vedevano coinvolto il nipote della regina Vittoria, Alberto Vittorio di Sassonia, ammalatosi in gioventù di sifilide con una prostituta, e ancora William Gull, il medico personale di Alberto, ed altri ancora. La più recente, elaborata dopo che nel 2006 furono analizzate le tracce di DNA trovate dietro i francobolli con cui Jack spedì le lettere alla polizia contenute nella saliva, mostra che tale DNA potrebbe appartenere a una donna, subito ribattezzata Jill the Ripper (Jill la Squartatrice).
Ad oggi, la reale identità di Jack lo Squartatore rimane ancora un mistero.
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