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martedì 2 maggio 2023
#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 2 maggio.
Il 2 maggio 1869 viene inaugurato a Parigi il teatro Folies Bergére.
Le Folies Bergère è uno dei più famosi locali di intrattenimento della capitale francese, ed è tutt’oggi funzionante: si trova in Rue Richer 32, IX arrondissement. All’epoca era la music hall più importante di Parigi, punto di riferimento per gli artisti nel corso della Belle Epoque. Oggi è aperta al pubblico e ospita spettacoli di ballerini e artisti oltre che un ristorante, conservando tutta la magia che si respirava tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nel corso del suo periodo d’oro.
L’inaugurazione ufficiale avvenne il 2 maggio 1869 e il nome originale era Folies Trévise, come quello della strada adiacente all’edificio. Fu costruito su un grande magazzino che venne demolito per far spazio al nuovo edificio progettato dall’architetto Plumeret.
Il teatro probabilmente nacque grazie all’interessamento dell’attrice francese Madame Cornelie, socia della Comedie Francaise, teatro di Stato francese che disponeva di una compagnia di attori fissa. Ella riuscì, grazie alle intime conoscenze con i vertici della municipalità francese, ad evitare le restrizioni che affliggevano i nuovi teatri, aiutando finalmente il varietà a prendere il largo nella Parigi del tempo. La situazione dei teatri infatti era molto dura: bisognava sottostare a norme e regole che venivano redatte dalla municipalità parigina e pertanto era complicato aprire un nuovo teatro.
La Comedie Francaise dominava le scene ed era impegnativo proporre qualcosa di diverso, di più leggero e frizzante senza incorrere a sanzioni e chiusure. Le Folies Bergère nacque proprio come teatro di varietà che si ispirava ai cafè – chantant, letteralmente caffè – concerto, ovvero locali molto diffusi nella Parigi di fine Ottocento inizio Novecento che offrivano rappresentazioni teatrali nel corso delle quali si poteva anche mangiare o bere qualcosa al bar.
Nacquero nel XVIII secolo ma conobbero un periodo buio nel corso della Rivoluzione Francese e dell’Impero napoleonico: molti di essi infatti vennero chiusi perché ritrovo abituale dell’alta borghesia e di qualche esponente meno conservatore dell’aristocrazia. La riscoperta di questi luoghi di intrattenimento avvenne proprio alla fine dell’Ottocento quando si instaurò un regime più democratico che concedeva maggiori libertà: conobbero così un immediato successo anche all’estero: basti pensare al famoso varietà italiano che si diffuse in particolare a Napoli.
Il cafè- chantant o concert era composto da una sala concerto e da una sala da thé, gli spettatori potevano infatti pagare la consumazione e ascoltare un brano di opera lirica, canzoni o canzonette e brevi recitazioni drammatiche.
Nonostante non venisse praticato il ballo, questo tipo di locali veniva guardato con molti pregiudizi dai fautori delle grandi opere liriche, mentre gli attori rivendicavano l’importanza e l’artisticità di questi luoghi. In seguito all’abolizione dei privilegi dei teatri, i cafè chantant si diffusero molto velocemente in tutta la Francia e divennero il luogo simbolo del divertimento alto borghese.
Qui si riunivano artisti, intellettuali e aristocratici che amavano il teatro e la musica. Molte attrici acquisirono fama nazionale e divennero conosciutissime, tra queste ricordiamo Thereza e Susanne Lagier. Nel 1896 però iniziò la diffusione del cinema e i cafè chantant vennero rapidamente sostituiti, mentre riuscirono a sopravvivere solo le music-hall che si trasformarono in cinema-teatri. Le persone cercavano già un intrattenimento diverso e le modalità di spettacolo stavano cambiando. Le Folies Bergere fu uno dei pochi che resistette perché seppe adeguarsi al cambiamento, diventando teatro e ristorante.
Il 13 settembre 1872 il Folies Trévise cambiò nome adottando Bergère, in quanto una famiglia di nobili che aveva lo stesso cognome si sentiva oltraggiata ad essere accostata ad un teatro di varietà. Per questo si decise di optare per un nome sempre di una strada nei dintorni del locale ma che non avesse legami con nessuno. Cominciò così ufficialmente il periodo d’oro del locale.
All’interno si poteva bere, fumare, mangiare grazie ad un fornito bar. Nella sala teatro si alternavano dibattiti politici, riunioni ma soprattutto balletti, operette, spettacoli di varietà, pantomime (piccole storie raccontate attraverso le tecniche di un mimo) vaudeville (commedie leggere che alternavano prosa recitata e strofe cantate su arie conosciute).
Molti furono gli artisti che si distinsero sul palco del teatro e sono tutt’oggi da ricordare. In primis Loie Fuller, ballerina e attrice teatrale statunitense. E’ considerata la pioniera della danza moderna, insieme ad Isadora Dunkan. Proponeva infatti spettacoli ricchi di suggestioni di luci e si vestiva con abiti ricoperti di veli che muoveva in modo suggestivo, raccogliendo grandi consensi di pubblico. Debuttò nel 1893 e fu attiva a Parigi fino agli anni Venti del Novecento.
protagonisti storici
Tra gli spettacoli che riscossero maggiore successo dobbiamo ricordare il numero di illusionismo dei fratelli Isola, il canguro pugile, l’incantatrice di serpenti Nala Damajenti.
Nel primo Novecento lavorarono il cantante Maurice Chevalier, che debuttò nel 1909, il comico Raimu che lavorò dal 1910 al 1914, Jean Gabin, uno dei nomi più importanti della storia del cinema francese, che debuttò nel 1922 a soli 18 anni.
Tra i nomi internazionali accostabili al teatro va ricordato Charlie Chaplin, attore e regista tra i nomi più influenti del XX secolo. Egli presentò qui una delle sue prime tournee europee come attore all’inizio del Novecento.
Tra i primi clienti abituali del bar sono da annoverare i pittori impressionisti francesi, come Toulouse Lautrec, assiduo frequentatore dal 1894 al 1896, e Manet.
L’ambiente alla moda della Parigi borghese del tempo venne ritratto da Manet in uno dei suoi più famosi quadri il bar delle Folies Bergère. Egli scelse infatti proprio questa ambientazione per dare immagine al realismo quotidiano impressionista, ai colori suggestivi e soprattutto ai riflessi dello specchio dietro al bancone.
Il quadro rappresenta l’ambiente del bar del locale con una barista in primo piano e sullo sfondo l’ambiente affollato di persone che aspettano di essere servite o sorseggiano da bere. La ragazza in primo piano ha l’aria triste e stanca e la tipica luminosità impressionista rende ancora più particolari i colori del quadro. L’autore in realtà non dipinse il quadro in loco ma nella sua stanza, però da cliente abituale aveva ben impresso quell’ambiente avanti agli occhi.
Da questo quadro si evince proprio come doveva essere l’atmosfera di quel tempo: studenti, intellettuali, artisti e la creme della borghesia parigina che si riuniva e discuteva assistendo ad una commedia o una canzone. Così è rimasta quell’atmosfera impressa per sempre grazie alle impressioni di Manet.
Oggi le Folies Bergère è diventato un teatro che offre musical, commedie leggere, one man show, concerti, cori gospel e lo spettacolo della famosa attrice Regine, che ogni anno organizza una serie di cabaret improntati sulla sua forte personalità.
È possibile anche cenare al punto ristoro. Chissà se l’atmosfera è rimasta la stessa della Belle Epoque. Certo gli anni saranno anche passati ma la magia in quei luoghi è sempre percepibile.
giovedì 1 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il primo dicembre.
Il primo dicembre 1986 si inaugura a Parigi il Musée d'Orsay.
L'edificio in cui si trova ora il museo ha avuto una bellissima vicenda costruttiva: fu edificato dapprima come stazione ferroviaria dall'architetto Victor Laloux dal 1898 al 1900 nel luogo in cui in precedenza sorgeva una caserma di cavalleria e il vecchio Palazzo d'Orsay. I lavori furono terminati in soli due anni perché la stazione d’Orsay fosse pronta per l’Esposizione Universale del 1900.
Nel 1939 le grandi linee ferroviarie furono spostate e la stazione continuò a servire solo il traffico locale. Negli anni successivi, lo stabile fu adibito a vari usi: negli anni 50 cessò il servizio.
Nel ‘61 ne fu decisa la demolizione, ma gli sforzi di molti cittadini illustri che si mobilitarono per la sua salvaguardia fecero sì che la stazione venisse risparmiata e classificata come monumento nazionale.
Nel ‘78, sotto la presidenza di Giscard d’Estaing, ne fu finalmente decisa la trasformazione in museo.
Il restauro venne affidato al gruppo ACT-Architecture, i cui componenti decisero di rispettare il più possibile la struttura e i materiali preesistenti.
Alla famosissima architetto italiana Gae Aulenti vennero invece affidati gli spazi interni e la progettazione dei percorsi espositivi (come al Pompidou).
A lei si deve la scelta della pietra calcarea chiara, che dà luminosità alle sale ottimizzando l’effetto della luce proveniente dalla volta in vetro e metallo, e nello stesso tempo rende unitario e coerente l'insieme.
Il percorso si articola su tre livelli, utilizzando la navata centrale, dove un tempo c’erano i binari, come corridoio principale su cui si aprono terrazze e passaggi.
Ad 86 anni dall'inaugurazione della stazione ferroviaria, il Museo D'Orsay venne aperto al pubblico nel 1986.
E’ dunque una storia urbana, civile, di restauro, di valorizzazione, ma anche un bell’esempio di archeologia industriale, ossia di riutilizzo di un vecchio spazio funzionale (in questo caso una stazione) come sede museale.
Il Museo d’Orsay, insieme al Louvre, è una delle tappe obbligate della visita a Parigi. E’ strano, se si pensa che il museo ospita per lo più opere rappresentative della stagione impressionista. E’ vero che attualmente la pittura di Manet, Monet, Renoir, Degas e compagni riesce a fare il pienone in tutti i musei che li mettono in mostra, ma quando esordirono gli impressionisti ebbero vita piuttosto difficile. Il nome stesso con cui sono tuttora conosciuti deriva dal commento negativo di un critico, Louis Leroy, che definì la loro una pittura effimera, legata all’“impressione” del momento, senza prestigio nel contenuto e senza rispetto per le regole accademiche nella forma.
Ad inizio-metà Ottocento alcuni pittori avevano già tentato la via del cambiamento. Per esempio già nel 1819 Theodore Géricault aveva inserito alcuni elementi rivoluzionari in un soggetto storico, cioè uno di quelli che venivano presi più sul serio: nella famosa “Zattera della medusa” infatti aveva inserito alcuni dettagli realistici, come i piedi sporchi in primo piano, qualche nudità di troppo e dettagli poco nobili come i calzini sul corpo nudo nel cadavere in primo piano.
Anche i “realisti”, auto-relegati nel 1855 nel Pavillon du Realisme, scandalizzarono con le loro tematiche sociali, Courbet con “Gli spaccapietre”, ad esempio; per capire la portata della novità basti pensare alle parole che diceva lo stesso Courbet:
“Voglio rappresentare le idee, i costumi, l'aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore ma un uomo; in una parola fare dell'arte viva, questo è il mio scopo”.
Era stato lo stesso Courbet a far costruire, a sue spese, il Padiglione del realismo in segno di protesta verso la giuria della I Esposizione Universale, da poco inaugurata a Parigi nel nuovo Palais de l'Industrie. La giuria, formata da pittori accademici della Scuole di Belle Arti, aveva infatti respinto i suoi due quadri più significativi: “Funerale ad Ornans”, gigantesco manifesto pittorico del realismo (314,9 x 662,8 cm) e l'altrettanto grande “Atelier del pittore”. Courbet non aveva voluto accettare passivamente il verdetto che condannava la sua pittura "democratica" ed aveva dunque deciso di sfidare il chiusissimo sistema dell'arte che non lasciava spazio a scelte divergenti da quelle che informavano il gusto accademico dominante.
Questi furono i primi germi del cambiamento dell’arte in senso realista e anti-accademico, di cui gli impressionisti si fecero definitivi portavoce.
Il museo presenta un’antologia d’eccezione delle principali forme artistiche che si sono sviluppate a Parigi tra 1848 e 1914. In questo modo colma il gap cronologico che lasciano scoperto il Louvre ed il Pompidou, arrivando il primo alla metà del XIX secolo e partendo il secondo dalle prime forme di astrattismo ed avanguardia. La maggior parte degli oggetti in mostra all’Orsay sono sculture e dipinti, ma ci sono anche molti mobili, esempi di arte decorativa, testimonianze cinematografiche ed editoriali.
Il sito web del museo è fatto, come quello del Louvre, molto bene e spiega Le possibili chance per visitare il museo: biglietti singoli, biglietti per visitatori consueti (categoria da noi inesistente), biglietti abbinati ad altri musei, laboratori per bambini e ragazzi di tutte le fasce d’età, per le scuole, per i professionisti ecc.
All’interno del museo c’è anche un auditorium, in cui si svolgono conferenze e lezioni in francese, oltre a concerti e varie altre iniziative culturali. Ovviamente c’è anche un bookshop ed una caffetteria, come ormai in molti altri musei moderni, del resto.
Per quanto riguarda la divisione spaziale delle collezioni, al pianterreno ci sono opere della II metà del XIX secolo (fino al 1870); al livello intermedio ci sono pezzi Art Nouveau dalla fine dell’800 agli inizi del 1900; il livello superiore è tutto dedicato a Impressionismo e Post-Impressionismo.
Al piano terra dominano opere come:
- il grande dipinto di Couture “I romani della decadenza”, dall’atteggiamento molle, dal gusto tardo-classico, tra neoclassicismo e decadentismo (associabile ad opere letterarie come “A rebours” di Huysmans);
- “La Source” di Ingres (1856), da sempre considerato in bilico tra neoclassicismo e romanticismo, con la sua pennellata elegante, col suo disegno raffaellesco, ma con temi a volte pieni di suggestioni romantiche (come le storie di Ossian);
- la “Caccia ai leoni” di Delacroix (1861), turbolenta opera dalle suggestioni miste, eloquente dimostrazione dell’oramai affermato gusto occidentale per l’esotico, per l’Oriente, per il mistero, per l’avventura e la bellezza che questi portano con sé nell’immaginario collettivo;
- l’ “Olympia” di Manet (1863), che rientra anch’essa nello spirito orientaleggiante di prima, ma in altri termini: certi linearismi, certi dettagli, l’utilizzo spiccato del nero fanno pensare alle stampe giapponesi che sempre di più si diffondevano nella Parigi di tardo ‘800, per non parlare dello scandalo della nudità, giustificata e giustificabile se il soggetto apparteneva a contesti lontani (geograficamente, appunto, o storicamente o perché di fantasia), scandalosa se si trattava della nudità ostentata e sfacciata di una donna moderna, dal nome parigino, presumibilmente di facili costumi.
Al piano intermedio, invece, tra gli oggetti di Art Nouveau troviamo i gioielli di Lalique, i vetri e i disegni di Guimard, progettista delle tipiche entrate curvilinee della metropolitana di Parigi, e molto altro.
Il piano superiore ci apre finalmente gli occhi ed il cuore su un mondo magico, quello delle cromie e degli scintillii degli impressionisti e degli artisti che a loro si collegano per stile, epoca d’appartenenza o per semplici suggestioni.
Tra le opere principali, il festoso “Moulin de la Galette” di Renoir (1876), tutta le serie delle “Cattedrali di Rouen” di Monet, le “Ninfee” dello stesso (molte delle quali sono ora all’Orangerie delle Tuileries, ed al Museo Marmottan), le ballerine di Degas, le nevicate di Pissarro ecc., mentre per il post-impressionismo l’ “Eglise d’Auvers” di Van Gogh; le opere di Cezanne, che dal gruppo si allontanò per tentare vie nuove, cercando sempre più di rinvenire e riprodurre forme geometriche, astraendole dalle immagini della natura e della vita quotidiana, aprendo sicuramente la via all’imminente astrattismo; e poi l’ortodosso puntinista Seurat, col suo “Le Cirque”; e ancora Gauguin con le sue donne polinesiane; poi Toulouse Lautrec, che vide e riprodusse il mondo parigino, con la sua varietà e contraddittorietà, mondano, luccicante, triste, vizioso e malato; e ancora, le meravigliose immagini naïf di Rousseau; e, per finire, “Luxe, Calme et Volupté”, capolavoro di Matisse (ma ormai siamo a Novecento iniziato).
Il primo dicembre 1986 si inaugura a Parigi il Musée d'Orsay.
L'edificio in cui si trova ora il museo ha avuto una bellissima vicenda costruttiva: fu edificato dapprima come stazione ferroviaria dall'architetto Victor Laloux dal 1898 al 1900 nel luogo in cui in precedenza sorgeva una caserma di cavalleria e il vecchio Palazzo d'Orsay. I lavori furono terminati in soli due anni perché la stazione d’Orsay fosse pronta per l’Esposizione Universale del 1900.
Nel 1939 le grandi linee ferroviarie furono spostate e la stazione continuò a servire solo il traffico locale. Negli anni successivi, lo stabile fu adibito a vari usi: negli anni 50 cessò il servizio.
Nel ‘61 ne fu decisa la demolizione, ma gli sforzi di molti cittadini illustri che si mobilitarono per la sua salvaguardia fecero sì che la stazione venisse risparmiata e classificata come monumento nazionale.
Nel ‘78, sotto la presidenza di Giscard d’Estaing, ne fu finalmente decisa la trasformazione in museo.
Il restauro venne affidato al gruppo ACT-Architecture, i cui componenti decisero di rispettare il più possibile la struttura e i materiali preesistenti.
Alla famosissima architetto italiana Gae Aulenti vennero invece affidati gli spazi interni e la progettazione dei percorsi espositivi (come al Pompidou).
A lei si deve la scelta della pietra calcarea chiara, che dà luminosità alle sale ottimizzando l’effetto della luce proveniente dalla volta in vetro e metallo, e nello stesso tempo rende unitario e coerente l'insieme.
Il percorso si articola su tre livelli, utilizzando la navata centrale, dove un tempo c’erano i binari, come corridoio principale su cui si aprono terrazze e passaggi.
Ad 86 anni dall'inaugurazione della stazione ferroviaria, il Museo D'Orsay venne aperto al pubblico nel 1986.
E’ dunque una storia urbana, civile, di restauro, di valorizzazione, ma anche un bell’esempio di archeologia industriale, ossia di riutilizzo di un vecchio spazio funzionale (in questo caso una stazione) come sede museale.
Il Museo d’Orsay, insieme al Louvre, è una delle tappe obbligate della visita a Parigi. E’ strano, se si pensa che il museo ospita per lo più opere rappresentative della stagione impressionista. E’ vero che attualmente la pittura di Manet, Monet, Renoir, Degas e compagni riesce a fare il pienone in tutti i musei che li mettono in mostra, ma quando esordirono gli impressionisti ebbero vita piuttosto difficile. Il nome stesso con cui sono tuttora conosciuti deriva dal commento negativo di un critico, Louis Leroy, che definì la loro una pittura effimera, legata all’“impressione” del momento, senza prestigio nel contenuto e senza rispetto per le regole accademiche nella forma.
Ad inizio-metà Ottocento alcuni pittori avevano già tentato la via del cambiamento. Per esempio già nel 1819 Theodore Géricault aveva inserito alcuni elementi rivoluzionari in un soggetto storico, cioè uno di quelli che venivano presi più sul serio: nella famosa “Zattera della medusa” infatti aveva inserito alcuni dettagli realistici, come i piedi sporchi in primo piano, qualche nudità di troppo e dettagli poco nobili come i calzini sul corpo nudo nel cadavere in primo piano.
Anche i “realisti”, auto-relegati nel 1855 nel Pavillon du Realisme, scandalizzarono con le loro tematiche sociali, Courbet con “Gli spaccapietre”, ad esempio; per capire la portata della novità basti pensare alle parole che diceva lo stesso Courbet:
“Voglio rappresentare le idee, i costumi, l'aspetto della mia epoca, secondo il mio modo di vedere; essere non solo un pittore ma un uomo; in una parola fare dell'arte viva, questo è il mio scopo”.
Era stato lo stesso Courbet a far costruire, a sue spese, il Padiglione del realismo in segno di protesta verso la giuria della I Esposizione Universale, da poco inaugurata a Parigi nel nuovo Palais de l'Industrie. La giuria, formata da pittori accademici della Scuole di Belle Arti, aveva infatti respinto i suoi due quadri più significativi: “Funerale ad Ornans”, gigantesco manifesto pittorico del realismo (314,9 x 662,8 cm) e l'altrettanto grande “Atelier del pittore”. Courbet non aveva voluto accettare passivamente il verdetto che condannava la sua pittura "democratica" ed aveva dunque deciso di sfidare il chiusissimo sistema dell'arte che non lasciava spazio a scelte divergenti da quelle che informavano il gusto accademico dominante.
Questi furono i primi germi del cambiamento dell’arte in senso realista e anti-accademico, di cui gli impressionisti si fecero definitivi portavoce.
Il museo presenta un’antologia d’eccezione delle principali forme artistiche che si sono sviluppate a Parigi tra 1848 e 1914. In questo modo colma il gap cronologico che lasciano scoperto il Louvre ed il Pompidou, arrivando il primo alla metà del XIX secolo e partendo il secondo dalle prime forme di astrattismo ed avanguardia. La maggior parte degli oggetti in mostra all’Orsay sono sculture e dipinti, ma ci sono anche molti mobili, esempi di arte decorativa, testimonianze cinematografiche ed editoriali.
Il sito web del museo è fatto, come quello del Louvre, molto bene e spiega Le possibili chance per visitare il museo: biglietti singoli, biglietti per visitatori consueti (categoria da noi inesistente), biglietti abbinati ad altri musei, laboratori per bambini e ragazzi di tutte le fasce d’età, per le scuole, per i professionisti ecc.
All’interno del museo c’è anche un auditorium, in cui si svolgono conferenze e lezioni in francese, oltre a concerti e varie altre iniziative culturali. Ovviamente c’è anche un bookshop ed una caffetteria, come ormai in molti altri musei moderni, del resto.
Per quanto riguarda la divisione spaziale delle collezioni, al pianterreno ci sono opere della II metà del XIX secolo (fino al 1870); al livello intermedio ci sono pezzi Art Nouveau dalla fine dell’800 agli inizi del 1900; il livello superiore è tutto dedicato a Impressionismo e Post-Impressionismo.
Al piano terra dominano opere come:
- il grande dipinto di Couture “I romani della decadenza”, dall’atteggiamento molle, dal gusto tardo-classico, tra neoclassicismo e decadentismo (associabile ad opere letterarie come “A rebours” di Huysmans);
- “La Source” di Ingres (1856), da sempre considerato in bilico tra neoclassicismo e romanticismo, con la sua pennellata elegante, col suo disegno raffaellesco, ma con temi a volte pieni di suggestioni romantiche (come le storie di Ossian);
- la “Caccia ai leoni” di Delacroix (1861), turbolenta opera dalle suggestioni miste, eloquente dimostrazione dell’oramai affermato gusto occidentale per l’esotico, per l’Oriente, per il mistero, per l’avventura e la bellezza che questi portano con sé nell’immaginario collettivo;
- l’ “Olympia” di Manet (1863), che rientra anch’essa nello spirito orientaleggiante di prima, ma in altri termini: certi linearismi, certi dettagli, l’utilizzo spiccato del nero fanno pensare alle stampe giapponesi che sempre di più si diffondevano nella Parigi di tardo ‘800, per non parlare dello scandalo della nudità, giustificata e giustificabile se il soggetto apparteneva a contesti lontani (geograficamente, appunto, o storicamente o perché di fantasia), scandalosa se si trattava della nudità ostentata e sfacciata di una donna moderna, dal nome parigino, presumibilmente di facili costumi.
Al piano intermedio, invece, tra gli oggetti di Art Nouveau troviamo i gioielli di Lalique, i vetri e i disegni di Guimard, progettista delle tipiche entrate curvilinee della metropolitana di Parigi, e molto altro.
Il piano superiore ci apre finalmente gli occhi ed il cuore su un mondo magico, quello delle cromie e degli scintillii degli impressionisti e degli artisti che a loro si collegano per stile, epoca d’appartenenza o per semplici suggestioni.
Tra le opere principali, il festoso “Moulin de la Galette” di Renoir (1876), tutta le serie delle “Cattedrali di Rouen” di Monet, le “Ninfee” dello stesso (molte delle quali sono ora all’Orangerie delle Tuileries, ed al Museo Marmottan), le ballerine di Degas, le nevicate di Pissarro ecc., mentre per il post-impressionismo l’ “Eglise d’Auvers” di Van Gogh; le opere di Cezanne, che dal gruppo si allontanò per tentare vie nuove, cercando sempre più di rinvenire e riprodurre forme geometriche, astraendole dalle immagini della natura e della vita quotidiana, aprendo sicuramente la via all’imminente astrattismo; e poi l’ortodosso puntinista Seurat, col suo “Le Cirque”; e ancora Gauguin con le sue donne polinesiane; poi Toulouse Lautrec, che vide e riprodusse il mondo parigino, con la sua varietà e contraddittorietà, mondano, luccicante, triste, vizioso e malato; e ancora, le meravigliose immagini naïf di Rousseau; e, per finire, “Luxe, Calme et Volupté”, capolavoro di Matisse (ma ormai siamo a Novecento iniziato).
venerdì 15 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 15 aprile.
Il 15 aprile 1874 si apre a Parigi la prima mostra di pittura impressionista.
Gaspard-Felix Tournachon, meglio conosciuto allora e oggi come Nadar si era appena trasferito al n. 31 di Rue d'Anjou, lasciando il suo studio a Gustave le Grav, un altro fotografo. Non essendosi questi ancora insediato, Nadar offrì al gruppo i vecchi locali al primo piano di un edificio al n. 35 del Boulevard des Capucines, sopra alcuni negozi. Vi si accedeva da un'ampia scala che dava direttamente sulla strada. La facciata era interamente dipinta di rosso e le stanze, spaziose e ben illuminate, erano rivestite di una tappezzeria bruno-rossiccia che valorizzava al massimo la maggior parte dei quadri.
La disposizione dei quadri rappresentava naturalmente un problema. Pissarro, secondo la sua abitudine, aveva costituito un apposito comitato che doveva approvare la sistemazione di ciascuna opera. Ma, essendo la natura umana insofferente anche dei programmi meglio organizzati, la cosa finì per essere affidata a Renoir. Suo fratello Edmond curò il catalogo, che fu messo in vendita a 50 centesimi, mentre il biglietto d'ingresso costava un franco. Ogni pittore pagava 60 franchi per esporre due quadri: ma anche questa regola, come le altre, non fu rispettata e ognuno espose quante opere voleva.
La mostra si aprì il 15 aprile 1874, due settimane prima del Salon, in modo da non sembrare un altro Salon des Refusés. L'orario d'apertura era insolito: dalle 10 di mattina fino alle 18 e poi dalle 20 alle 22, probabilmente per consentire la visita a chi durante il giorno lavorava. Comprendeva 163 opere, inclusi i disegni. gli acquerelli e i pastelli. Degas era quello con più quadri, undici: Monet ne aveva cinque, (tra cui una veduta del Boulevard des Capucines) dipinta l'anno precedente dal balcone della sede stessa della mostra e che raffigurava una qualche festa popolare.
Tra di loro ci sono Monet, Renoir, Pissarro, Degas, Cézanne, Berthe Morisot, artisti diversi non solo per doti e personalità ma anche, in certa misura, per assunti e propositi; tuttavia, nati press'a poco nella stessa decade, attraversano tutti esperienze analoghe e tutti si scontrano con la medesima opposizione. Accomunati, più o meno, dal caso, essi accettano il destino comune e finiscono per adottare la definizione di "impressionisti", coniata per dileggio da un giornalista in vena di ironia.
All'epoca della prima mostra collettiva, gli impressionisti non sono più alle prime armi: tutti oltre i trent'anni, da almeno quindici lavorano con fervido impegno, hanno studiato (o tentato di studiare) all'Ecole des BeauxArts, chiesto consiglio alla generazione più anziana, discusso e assimilato le diverse tendenze dell'arte del tempo; alcuni di loro hanno persino ottenuto qualche successo a diversi salon, prima della guerra franco-prussiana. Ma tutti rifiutano di seguire ciecamente i metodi dei riconosciuti maestri o pseudo-maestri del giorno, e desumono invece, dalla lezione del passato e del presente, idee nuove che consentono loro di elaborare un fare artistico tutto personale. Indipendenza, questa, che li mette ripetutamente in contrasto con la giuria reazionaria del salon e lascia loro, per entrare in contatto col vasto pubblico, una sola alternativa: esporre al di fuori delle mostre ufficiali.
La loro pittura, che gli sconcertati contemporanei giudicano una presa in giro, rappresenta in realtà l'erede legittima di tutto il lavoro pratico e teorico che l'ha preceduta. Se la mostra impressionista del 1874 inaugura una fase nuova nella storia dell'arte, essa non rappresenta quindi un'irruzione improvvisa di tendenze iconoclaste, ma il punto di arrivo di un processo lento e coerente.
Il movimento impressionista non si inaugura dunque nell'anno 1874. Debitore, nei principi teorici, di tutti i grandi artisti del passato, il movimento affonda inequivocabilmente le sue radici immediate nei vent'anni che precedono la storica mostra di quell'anno; vent'anni di formazione, durante i quali gli impressionisti si incontrano e impegnano idee e talento in un inedito approccio alla natura. Per delineare la storia dell'impressionismo bisognerà dunque cominciare dal periodo in cui prendono forma i suoi assunti principali: periodo che, dominato da artisti più anziani, come Ingres, Delacroix, Corot, Courbet, oltre che da varie tradizioni male intese, costituisce la sfondo sul quale la nuova generazione proiettò le sue eresie artistiche. Di qui l'importanza di quei primi anni in cui Manet (che non volle partecipare alla mostra collettiva), Monet, Renoir, Pissarro rifiutano di conformarsi ai propri insegnanti e imboccano una strada personale che li porterà all'impressionismo.
Il 15 aprile 1874 si apre a Parigi la prima mostra di pittura impressionista.
Gaspard-Felix Tournachon, meglio conosciuto allora e oggi come Nadar si era appena trasferito al n. 31 di Rue d'Anjou, lasciando il suo studio a Gustave le Grav, un altro fotografo. Non essendosi questi ancora insediato, Nadar offrì al gruppo i vecchi locali al primo piano di un edificio al n. 35 del Boulevard des Capucines, sopra alcuni negozi. Vi si accedeva da un'ampia scala che dava direttamente sulla strada. La facciata era interamente dipinta di rosso e le stanze, spaziose e ben illuminate, erano rivestite di una tappezzeria bruno-rossiccia che valorizzava al massimo la maggior parte dei quadri.
La disposizione dei quadri rappresentava naturalmente un problema. Pissarro, secondo la sua abitudine, aveva costituito un apposito comitato che doveva approvare la sistemazione di ciascuna opera. Ma, essendo la natura umana insofferente anche dei programmi meglio organizzati, la cosa finì per essere affidata a Renoir. Suo fratello Edmond curò il catalogo, che fu messo in vendita a 50 centesimi, mentre il biglietto d'ingresso costava un franco. Ogni pittore pagava 60 franchi per esporre due quadri: ma anche questa regola, come le altre, non fu rispettata e ognuno espose quante opere voleva.
La mostra si aprì il 15 aprile 1874, due settimane prima del Salon, in modo da non sembrare un altro Salon des Refusés. L'orario d'apertura era insolito: dalle 10 di mattina fino alle 18 e poi dalle 20 alle 22, probabilmente per consentire la visita a chi durante il giorno lavorava. Comprendeva 163 opere, inclusi i disegni. gli acquerelli e i pastelli. Degas era quello con più quadri, undici: Monet ne aveva cinque, (tra cui una veduta del Boulevard des Capucines) dipinta l'anno precedente dal balcone della sede stessa della mostra e che raffigurava una qualche festa popolare.
Tra di loro ci sono Monet, Renoir, Pissarro, Degas, Cézanne, Berthe Morisot, artisti diversi non solo per doti e personalità ma anche, in certa misura, per assunti e propositi; tuttavia, nati press'a poco nella stessa decade, attraversano tutti esperienze analoghe e tutti si scontrano con la medesima opposizione. Accomunati, più o meno, dal caso, essi accettano il destino comune e finiscono per adottare la definizione di "impressionisti", coniata per dileggio da un giornalista in vena di ironia.
All'epoca della prima mostra collettiva, gli impressionisti non sono più alle prime armi: tutti oltre i trent'anni, da almeno quindici lavorano con fervido impegno, hanno studiato (o tentato di studiare) all'Ecole des BeauxArts, chiesto consiglio alla generazione più anziana, discusso e assimilato le diverse tendenze dell'arte del tempo; alcuni di loro hanno persino ottenuto qualche successo a diversi salon, prima della guerra franco-prussiana. Ma tutti rifiutano di seguire ciecamente i metodi dei riconosciuti maestri o pseudo-maestri del giorno, e desumono invece, dalla lezione del passato e del presente, idee nuove che consentono loro di elaborare un fare artistico tutto personale. Indipendenza, questa, che li mette ripetutamente in contrasto con la giuria reazionaria del salon e lascia loro, per entrare in contatto col vasto pubblico, una sola alternativa: esporre al di fuori delle mostre ufficiali.
La loro pittura, che gli sconcertati contemporanei giudicano una presa in giro, rappresenta in realtà l'erede legittima di tutto il lavoro pratico e teorico che l'ha preceduta. Se la mostra impressionista del 1874 inaugura una fase nuova nella storia dell'arte, essa non rappresenta quindi un'irruzione improvvisa di tendenze iconoclaste, ma il punto di arrivo di un processo lento e coerente.
Il movimento impressionista non si inaugura dunque nell'anno 1874. Debitore, nei principi teorici, di tutti i grandi artisti del passato, il movimento affonda inequivocabilmente le sue radici immediate nei vent'anni che precedono la storica mostra di quell'anno; vent'anni di formazione, durante i quali gli impressionisti si incontrano e impegnano idee e talento in un inedito approccio alla natura. Per delineare la storia dell'impressionismo bisognerà dunque cominciare dal periodo in cui prendono forma i suoi assunti principali: periodo che, dominato da artisti più anziani, come Ingres, Delacroix, Corot, Courbet, oltre che da varie tradizioni male intese, costituisce la sfondo sul quale la nuova generazione proiettò le sue eresie artistiche. Di qui l'importanza di quei primi anni in cui Manet (che non volle partecipare alla mostra collettiva), Monet, Renoir, Pissarro rifiutano di conformarsi ai propri insegnanti e imboccano una strada personale che li porterà all'impressionismo.
giovedì 29 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 29 luglio.
Il 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh muore, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto due giorni prima.
Vincent Willem Van Gogh nasce il 30 marzo 1853 a Groot Zundert (Olanda) ed ebbe, a causa della sua estrema sensibilità di artista, una vita molto tormentata.
Figlio di un pastore protestante, mentre ancora vive a Zundert, Vincent esegue i suoi primi disegni. Inizia invece le scuole a Zevenbergen. Impara il Francese, l'Inglese, il Tedesco e per la prima volta inizia a dipingere.
Terminati gli studi, va a lavorare come impiegato nella succursale della casa d'arte parigina Goupil e Cie, successivamente nelle sedi dell'Aja (dove compie frequenti visite ai musei locali), di Londra e di Parigi. Nel maggio del 1875 viene definitivamente trasferito a Parigi.
Il trasferimento nella città francese, dove già risiede il fratello Theo, segna l'inizio del periodo appunto francese, interrotto solo da un breve viaggio ad Anversa alla fine dello stesso anno. Molto del suo tempo lo spende assieme al fratello e i due, da quel momento, iniziano una corrispondenza che durerà tutta la vita e che rappresenta ancora oggi il mezzo migliore per studiare le opinioni, i sentimenti e lo stato d'animo di Vincent.
Durante il soggiorno parigino l'artista scopre la pittura impressionista e approfondisce l'interesse per l'arte e le stampe giapponesi. Conosce molti pittori tra cui Toulouse Lautrec e Paul Gauguin che apprezza particolarmente. La loro sarà una relazione assi turbolenta, con esiti anche drammatici, come testimonia il famoso episodio del taglio dell'orecchio (si suppone infatti che Vincent abbia assalito Gauguin con un rasoio. Fallito l'attacco, in preda ad una crisi di nervi, si taglia il lobo dell'orecchio sinistro).
Intanto, il rendimento di Vincent alla Goupil & Cie si deteriora mentre, allo stesso tempo, la sua dedizione agli studi biblici raggiunge un livello ossessivo. Dopo essersi dimesso da Goupil al principio della primavera, si reca a Ramsgate, in Inghilterra, dove viene assunto in un piccolo collegio. Più avanti nel corso dell'anno Vincent assume un nuovo incarico quale insegnante e coadiutore presso il Reverendo T. Slade Jones, un pastore Metodista. Il 29 Ottobre Vincent pronuncia il suo primo sermone domenicale. Man mano che il fervore religioso di Vincent aumenta, il suo stato di salute fisico e mentale volge al peggio.
Il 1880 è un punto di svolta nella vita di Vincent. Abbandona i suoi propositi religiosi e si dedica esclusivamente a dipingere poveri minatori e tessitori. Theo inizia ad appoggiarlo finanziariamente, una situazione che si protrarrà fino alla fine della vita di Vincent. Più tardi nel corso dell'anno, intraprende studi formali di anatomia e prospettiva all'Accademia di Bruxelles.
Incontra Clasina Maria Hoornik (detta "Sien"), una prostituta gravata fra l'altro dal mantenimento di una figlia di cinque anni ed incinta di un altro figlio. Mentre continua i suoi studi e dipinge in compagnia di alcune nuove conoscenze, il suo stato di salute va nuovamente deteriorandosi, tanto da dover essere ricoverato in ospedale per gonorrea. Una volta dimesso, inzia alcune sperimentazioni pittoriche e, dopo più di un anno trascorso insieme, pone termine alla sua relazione con Sien. Più tardi nel corso dell'anno, Vincent si trasferisce a Nuenen dai suoi genitori, mette in piedi un piccolo studio per lavorare e continua a fare affidamento sul sostegno di Theo.
Estende i suoi esperimenti fino ad includere una maggiore varietà di colori e sviluppa un grandissimo interesse per le incisioni su legno giapponesi. Tenta di intraprendere una qualche formazione artistica alla Ecole des Beaux-Arts, ma respinge molti dei principi che gli vengono insegnati. Desiderando continuare con qualche tipo di educazione artistica formale, sottopone qualcuno dei suoi lavori all'Accademia di Anversa, dove viene posto in una classe per principianti. Come ci si aspetterebbe, Vincent non si trova a suo agio all'Accademia ed abbandona.
Intanto, sopravviene il 1888, un anno fondamentale nella vita di Van Gogh. Lascia Parigi in febbraio e si trasferisce ad Arles, nel Sud. All'inizio, il cattivo tempo invernale gli impedisce di lavorare, ma una volta arrivata la primavera inizia a dipingere i paesaggi in fiore della Provenza. Si trasferisce infine nella "Casa Gialla", una dimora che ha preso in affitto dove spera di stabilire una comunità di artisti. E' il momento in cui riesce a dipingere alcune delle sue opere migliori ma anche il momento delle sue già accennate violente tensioni con Gauguin.
Durante la prima parte dell'anno, lo stato di salute mentale di Vincent oscilla paurosamente. A volte è completamente calmo e lucido; altre volte, soffre di allucinazioni e fissazioni. Continua sporadicamente a lavorare nella sua "Casa Gialla", ma la frequenza crescente degli attacchi lo induce, con l'aiuto di Theo, a farsi ricoverare presso l'ospedale psichiatrico di Saint Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence. Per ironia della sorte, mentre lo stato mentale di salute di Vincent continua a peggiorare nel corso dell'anno, la sua opera inizia infine a ricevere riconoscimenti presso la comunità artistica. I suoi dipinti "Notte stellata sul Rodano" e "Iris" sono in mostra al Salon des Indépendants in settembre, e in novembre viene invitato ad esibire sei dei suoi lavori da Octave Maus (1856-1919), segretario del gruppo di artisti Belgi "Les XX".
Dopo una serie incredibile di alti e bassi, sia fisici che emotivi e mentali, e dopo aver prodotto con incredibile energia una serie sconvolgente di capolavori, muore nelle prime ore del 29 luglio 1890, sparandosi in un campo nei pressi di Auverse. Il funerale ha luogo il giorno dopo, e la sua bara è ricoperta di dozzine di girasoli, i fiori che amava così tanto.
L’attività di Van Gogh è stata breve ed intensa. I suoi quadri più famosi furono realizzati nel breve giro di quattro o cinque anni. Egli, tuttavia, in vita non ebbe alcun riconoscimento o apprezzamento per la sua attività di pittore. Solo una volta era apparso un articolo su di lui. Dopo la sua morte, iniziò la sua riscoperta, fino a farne uno degli artisti più famosi di tutti i tempi.
Van Gogh nell’immaginario collettivo rappresenta l’artista moderno per eccellenza. Il pittore maledetto che identifica completamente la sua arte con la sua vita, vivendo l’una e l’altra con profonda drammaticità. L’artista che muore solo e disperato, per essere glorificato solo dopo la morte. Per giungere a quella fama a cui, i grandi, arrivano solo nella riscoperta postuma.
Insieme a quelle di Pablo Picasso, oggi le opere di Van Gogh sono tra i dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private. Quelli venduti per oltre 100 milioni di dollari (equivalente ad oggi) comprendono: Ritratto del dottor Gachet, Ritratto di Joseph Roulin e Iris. Il Campo di grano con cipressi è stato venduta nel 1993 per 57 milioni di dollari, mentre il suo Autoritratto con orecchio bendato è stato ceduto ad un privato, alla fine del 1990, per una cifra stimata di 80-90 milioni di dollari.
Il 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh muore, dopo essersi sparato un colpo di pistola al petto due giorni prima.
Vincent Willem Van Gogh nasce il 30 marzo 1853 a Groot Zundert (Olanda) ed ebbe, a causa della sua estrema sensibilità di artista, una vita molto tormentata.
Figlio di un pastore protestante, mentre ancora vive a Zundert, Vincent esegue i suoi primi disegni. Inizia invece le scuole a Zevenbergen. Impara il Francese, l'Inglese, il Tedesco e per la prima volta inizia a dipingere.
Terminati gli studi, va a lavorare come impiegato nella succursale della casa d'arte parigina Goupil e Cie, successivamente nelle sedi dell'Aja (dove compie frequenti visite ai musei locali), di Londra e di Parigi. Nel maggio del 1875 viene definitivamente trasferito a Parigi.
Il trasferimento nella città francese, dove già risiede il fratello Theo, segna l'inizio del periodo appunto francese, interrotto solo da un breve viaggio ad Anversa alla fine dello stesso anno. Molto del suo tempo lo spende assieme al fratello e i due, da quel momento, iniziano una corrispondenza che durerà tutta la vita e che rappresenta ancora oggi il mezzo migliore per studiare le opinioni, i sentimenti e lo stato d'animo di Vincent.
Durante il soggiorno parigino l'artista scopre la pittura impressionista e approfondisce l'interesse per l'arte e le stampe giapponesi. Conosce molti pittori tra cui Toulouse Lautrec e Paul Gauguin che apprezza particolarmente. La loro sarà una relazione assi turbolenta, con esiti anche drammatici, come testimonia il famoso episodio del taglio dell'orecchio (si suppone infatti che Vincent abbia assalito Gauguin con un rasoio. Fallito l'attacco, in preda ad una crisi di nervi, si taglia il lobo dell'orecchio sinistro).
Intanto, il rendimento di Vincent alla Goupil & Cie si deteriora mentre, allo stesso tempo, la sua dedizione agli studi biblici raggiunge un livello ossessivo. Dopo essersi dimesso da Goupil al principio della primavera, si reca a Ramsgate, in Inghilterra, dove viene assunto in un piccolo collegio. Più avanti nel corso dell'anno Vincent assume un nuovo incarico quale insegnante e coadiutore presso il Reverendo T. Slade Jones, un pastore Metodista. Il 29 Ottobre Vincent pronuncia il suo primo sermone domenicale. Man mano che il fervore religioso di Vincent aumenta, il suo stato di salute fisico e mentale volge al peggio.
Il 1880 è un punto di svolta nella vita di Vincent. Abbandona i suoi propositi religiosi e si dedica esclusivamente a dipingere poveri minatori e tessitori. Theo inizia ad appoggiarlo finanziariamente, una situazione che si protrarrà fino alla fine della vita di Vincent. Più tardi nel corso dell'anno, intraprende studi formali di anatomia e prospettiva all'Accademia di Bruxelles.
Incontra Clasina Maria Hoornik (detta "Sien"), una prostituta gravata fra l'altro dal mantenimento di una figlia di cinque anni ed incinta di un altro figlio. Mentre continua i suoi studi e dipinge in compagnia di alcune nuove conoscenze, il suo stato di salute va nuovamente deteriorandosi, tanto da dover essere ricoverato in ospedale per gonorrea. Una volta dimesso, inzia alcune sperimentazioni pittoriche e, dopo più di un anno trascorso insieme, pone termine alla sua relazione con Sien. Più tardi nel corso dell'anno, Vincent si trasferisce a Nuenen dai suoi genitori, mette in piedi un piccolo studio per lavorare e continua a fare affidamento sul sostegno di Theo.
Estende i suoi esperimenti fino ad includere una maggiore varietà di colori e sviluppa un grandissimo interesse per le incisioni su legno giapponesi. Tenta di intraprendere una qualche formazione artistica alla Ecole des Beaux-Arts, ma respinge molti dei principi che gli vengono insegnati. Desiderando continuare con qualche tipo di educazione artistica formale, sottopone qualcuno dei suoi lavori all'Accademia di Anversa, dove viene posto in una classe per principianti. Come ci si aspetterebbe, Vincent non si trova a suo agio all'Accademia ed abbandona.
Intanto, sopravviene il 1888, un anno fondamentale nella vita di Van Gogh. Lascia Parigi in febbraio e si trasferisce ad Arles, nel Sud. All'inizio, il cattivo tempo invernale gli impedisce di lavorare, ma una volta arrivata la primavera inizia a dipingere i paesaggi in fiore della Provenza. Si trasferisce infine nella "Casa Gialla", una dimora che ha preso in affitto dove spera di stabilire una comunità di artisti. E' il momento in cui riesce a dipingere alcune delle sue opere migliori ma anche il momento delle sue già accennate violente tensioni con Gauguin.
Durante la prima parte dell'anno, lo stato di salute mentale di Vincent oscilla paurosamente. A volte è completamente calmo e lucido; altre volte, soffre di allucinazioni e fissazioni. Continua sporadicamente a lavorare nella sua "Casa Gialla", ma la frequenza crescente degli attacchi lo induce, con l'aiuto di Theo, a farsi ricoverare presso l'ospedale psichiatrico di Saint Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence. Per ironia della sorte, mentre lo stato mentale di salute di Vincent continua a peggiorare nel corso dell'anno, la sua opera inizia infine a ricevere riconoscimenti presso la comunità artistica. I suoi dipinti "Notte stellata sul Rodano" e "Iris" sono in mostra al Salon des Indépendants in settembre, e in novembre viene invitato ad esibire sei dei suoi lavori da Octave Maus (1856-1919), segretario del gruppo di artisti Belgi "Les XX".
Dopo una serie incredibile di alti e bassi, sia fisici che emotivi e mentali, e dopo aver prodotto con incredibile energia una serie sconvolgente di capolavori, muore nelle prime ore del 29 luglio 1890, sparandosi in un campo nei pressi di Auverse. Il funerale ha luogo il giorno dopo, e la sua bara è ricoperta di dozzine di girasoli, i fiori che amava così tanto.
L’attività di Van Gogh è stata breve ed intensa. I suoi quadri più famosi furono realizzati nel breve giro di quattro o cinque anni. Egli, tuttavia, in vita non ebbe alcun riconoscimento o apprezzamento per la sua attività di pittore. Solo una volta era apparso un articolo su di lui. Dopo la sua morte, iniziò la sua riscoperta, fino a farne uno degli artisti più famosi di tutti i tempi.
Van Gogh nell’immaginario collettivo rappresenta l’artista moderno per eccellenza. Il pittore maledetto che identifica completamente la sua arte con la sua vita, vivendo l’una e l’altra con profonda drammaticità. L’artista che muore solo e disperato, per essere glorificato solo dopo la morte. Per giungere a quella fama a cui, i grandi, arrivano solo nella riscoperta postuma.
Insieme a quelle di Pablo Picasso, oggi le opere di Van Gogh sono tra i dipinti più costosi al mondo, come è stato stimato da case d'aste e vendite private. Quelli venduti per oltre 100 milioni di dollari (equivalente ad oggi) comprendono: Ritratto del dottor Gachet, Ritratto di Joseph Roulin e Iris. Il Campo di grano con cipressi è stato venduta nel 1993 per 57 milioni di dollari, mentre il suo Autoritratto con orecchio bendato è stato ceduto ad un privato, alla fine del 1990, per una cifra stimata di 80-90 milioni di dollari.
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