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lunedì 16 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Giovedì 16 marzo 1978, alle 9.02 del mattino, in via Fani all'incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rossi rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccide i cinque componenti della scorta: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.
Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater la disposizione del commando era la seguente: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c'è Mario Moretti. A controllare l'incrocio c'è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora , collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull'Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch'essi collocati sul lato sinistro della vettura. Su Via Stresa c'è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l'Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell'agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il” cancelletto superiore” c'è un'altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadra dunque con il racconto di Morucci.
ll primo ottobre del 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositano una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c'è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dalla parte del passeggero.
Si scoprirà in seguito che del gruppo di fuoco fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un'altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della "compagna Marzia" nella strage di via Fani hanno parlato successivamente Valerio Morucci e Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128.
Altre zone d'ombra permangono sulla dinamica dei fatti quel giorno a Via Fani. Quello stesso giorno si trovò a passare in motorino l'ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi contro di lui. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando.
Il 15 ottobre del 1993 un pentito della 'Ndrangheta Saverio Morabito ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c'era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull'argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l'ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani. Vi era la testimonianza dell'Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione: " che venne avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani.
Quelle foto furono scattate immediatamente dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti, fatto sta che questo rullino fotografico è scomparso. Forse su quel rullino potrebbe essere impressa l'immagine di questo infiltrato. Queste fotografie sono diventate uno dei tanti misteri del caso Moro.
Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo l’eccidio, ma partono subito con il piede sbagliato. Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana a mezzo telegramma l’ordine di attuare il piano Zero, elaborato per la provincia di Sassari, ma del tutto sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta. Questo nonostante che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.
Estese a tutta Italia le ricerche si concentrano soprattutto su Roma. Dal 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Qualcuno dirà che si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questo brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.
Robert Katz, scrittore e giornalista: “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.
Ma il ruolo della P2 nel sequestro Moro non è mai stato chiarito né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.
Secondo Sergio Flamigni gli interessi stranieri intorno alla sorte di Moro convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre gia nel 1964 quando Moro apre ai socialisti e Moro sostiene un superamento del centrismo. Gli americani contestano, ma poi si adeguano. Ma quando Moro vuole passare a un’altra fase di alleanza con i comunisti si apre un altro problema. E da quel momento lo vogliono ucciso, prima politicamente, tentando di attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ "antelope Cobbler" (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler.
Corrado Guerzoni uno dei più stretti collaboratori di Moro, che lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti ha detto che il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Circostanza che Kissinger ha sempre smentito anche nell’intervista che Kissinger ha concesso a Minoli nel 1983.
Nel Comunicato Numero 1 delle BR, si legge: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga” (all’epoca Ministro dell’Interno).
Nel comunicato n. 6 del 15 aprile 1978 i brigatisti annunciano che l'interrogatorio è terminato e annunciano la sentenza di condanna a morte. Nel comunicato n. 7 affermano che: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti", i nomi dei quali verranno specificati nel successivo comunicato, il n. 8 del 24 aprile: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio molti dei quali detenuti a Torino, dove è in corso il processo ai capi storici delle prime Brigate. Nell'ultimo comunicato annunciano la conclusione della "battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato" e la promessa che: "Le risultanze dell'interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini". Ma questa diffusione benchè promessa non avverrà mai.
I partiti reagiscono dividendosi in sostenitori della cosiddetta “linea della fermezza” e fautori della trattativa con i brigatisti. Per la “fermezza” si schierano la maggior parte dei partiti: la DC, il PCI, il PLI, il PSDI e il PRI di Ugo La Malfa, il quale arriva a proporre il ripristino della pena capitale per i rapitori.
Per la trattativa, i socialisti di Bettino Craxi, i radicali di Marco Pannella, la sinistra non comunista, una componente del cattolicesimo dissidente e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Oltre all’ONU, ad Amnesty International, ad esponenti politici ed organizzazioni umanitarie da tutto il mondo, si mobilita per la liberazione di Moro anche Papa Paolo VI – suo amico personale di vecchia data - che attraverso la Radio Vaticana diffonde un appello “agli uomini delle Brigate Rosse”, in cui, tuttavia, il Sommo Pontefice chiede che l’ostaggio venga liberato “senza condizioni”, così avallando – secondo un’interpretazione ormai condivisa – la linea della fermezza. Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, dice di non voler seguire il funerale di Moro, ma neanche quello della Repubblica.
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, infatti, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che pagò con la vita la sua dedizione allo Stato e che non trovò conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.
Dopo 54 difficilissimi giorni, segnati da ulteriori attentati delle BR, ma anche dalle strazianti lettere di Moro dalla cosiddetta “prigione del popolo” brigatista, il 9 maggio 1978 la telefonata del brigatista Valerio Morucci annuncia la morte di Moro.
Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC.
All’omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Poi, nel 1979, il PCI dichiara di considerare chiusa l'esperienza dell’unità nazionale.
Aldo Moro fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana ove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni.
Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato, a cui parteciparono le personalità politiche e trasmesso in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di Stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista in forma privata.
Per quanto riguarda i processi ai terroristi dei quali è stata accertata la partecipazione al rapimento e all'uccisione della scorta e di Aldo Moro, queste sono le conclusioni:
Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006, è tornata definitivamente in libertà nel 2011. E' deceduta a Roma il 4 marzo 2024 all'età di 75 anni. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1 ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è stata messa in libertà condizionale dal 2002. E' deceduta a Roma il 6 novembre 2025 a seguito di una lunga malattia. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, infine scarcerato definitivamente nel 2010. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è stata rilasciata nel 1994 per la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è stato messo in libertà condizionale dal 1997. E' deceduto a Bari il 28 luglio 2025. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà; attualmente risiede nel carcere di Verziano in un appartamento dove deve restare ogni sera dalle 22 alle 7 del giorno successivo. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.
In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 Marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati e Seghetti sono ancora in carcere.
martedì 6 maggio 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 6 maggio.
Il 6 maggio 1962 Antonio Segni viene eletto IV Presidente della Repubblica Italiana.
Antonio Segni nasce a Sassari il 2 febbraio del 1891. Politico importante della storia italiana, docente universitario, è stato il quarto Presidente della Repubblica e il suo mandato è stato il più breve in assoluto. La sua discendenza è nobile, come testimonia il patriziato da cui discende sin dal 1752 la sua famiglia. Il giovane Antonio cresce in una ricca famiglia di latifondisti e frequenta con successo il liceo "Azuni", per poi laurearsi nel 1913 in giurisprudenza. Più che la pratica forense, al neolaureato Antonio Segni interessa maggiormente la carriera accademica, come testimonia la cattedra ottenuta in diritto processuale civile presso l'ateneo di Perugia, nel 1920.
Contemporaneamente sposa la passione politica e segue sin dagli albori la nascita e l'evoluzione del Partito Popolare Italiano, a cui si iscrive subito, divenendone consigliere nazionale dal 1923 al 1924. Similmente ad altri suoi colleghi e futuri Capi di Stato, proprio come De Nicola, fa seguire all'avvento del fascismo un'eclisse delle sue attività politiche, riservando le proprie uscite a quelle accademiche e al lavoro autonomo. Durante il ventennio, si registrano da parte di Segni soltanto alcuni interventi i quali, stando a cronache non certe, sarebbero di impronta non simpatizzante nei confronti di Mussolini e del suo operato.
Nel 1943, con la caduta del Duce, Antonio Segni è in prima linea per la formazione e istituzione di uno dei partiti più longevi della storia italiana: la Democrazia Cristiana. È lui, in questo momento e in futuro, il punto di riferimento sardo di questo partito, oltre che uno dei più importanti dirigenti a livello nazionale. Viene, infatti, eletto deputato all'Assemblea Costituente ed entra di diritto a Palazzo Montecitorio. Già l'anno dopo, nel 1944, è sottosegretario di indicazione democristiana al Ministero dell'Agricoltura e Foreste retto dal comunista Gullo all'interno del terzo governo Bonomi, per poi conservare la carica anche con i governi Parri e De Gasperi. Inoltre, non rinuncia mai alla sua carriera accademica e nel 1946 diventa Rettore di Sassari, la sua città.
Antonio Segni è con Alcide De Gasperi che instaura forse il suo miglior rapporto dal punto di vista politico. Nel terzo e nel quarto governo guidato dal leader democristiano, nel 1947, Segni viene nominato Ministro dell'Agricoltura, riconfermandosi nel 1948 e nel 1950, sempre sotto la guida di De Gasperi. L'anno dopo, nel 1951, al governo numero sette del leader della Dc, Antonio Segni diventa ministro della Pubblica Istruzione, anche a causa delle politiche contraddittorie impiegate durante gli anni del dicastero all'Agricoltura, le quali avrebbero scontentato alcuni latifondisti italiani per via della sua discussa riforma agraria.
Nel 1953 Segni viene riconfermato all'Istruzione, con il beneplacito del capo del Governo, Pella. Successivamente, anche grazie alle sue tendenze conservatrici e antisocialiste, durante uno dei più forti rimpasti del governo democristiano, si ritrova Presidente del Consiglio, esattamente dal 6 luglio del 1955. Il suo mandato, corrispondente al cosiddetto "primo governo Segni", dura fino al 18 maggio del 1957, e mette insieme oltre alla Dc, anche i socialdemocratici e i liberali.
Ciononostante, si ritrova a capo della Difesa del secondo governo Fanfani, di cui è anche vicepresidente, nel 1958. Il 15 febbraio del 1959 poi, Antonio Segni viene nuovamente eletto Capo di Governo, oltre che Ministro dell'interno. Questa carica dura fino al 25 marzo 1960 e vede Segni guidare un governo ad appannaggio della Dc e orientato, volente o nolente, ad aprirsi ai socialisti, almeno nel futuro prossimo. Passa poi dal turbolento Governo Tambroni all'opposto e altrettanto turbolento terzo governo Fanfani, sempre in qualità di Ministro degli Esteri, mantenendo il posto anche nel 1962, durante il IV governo del socialista.
Grazie all'influenza di Aldo Moro poi, allora segretario nazionale della Dc, Segni viene eletto per la prima volta nella sua carriera politica Presidente della Repubblica italiana, il 6 maggio del 1962, con 443 voti su 854. Una mossa politica e diplomatica quella di Moro, la quale se da un lato apriva ai socialisti, almeno nelle cariche di Governo, dall'altra poneva Segni, un conservatore, a Capo dello Stato, per giunta anche grazie ai voti dei movimenti politici di destra ed estrema destra.
I due anni di presidenza però risentono fortemente del clima di scontri parlamentari di quei tempi, i quali vedevano il politico sardo opporre la propria disapprovazione e resistenza, quando non proprio un vero ostruzionismo, alle riforme strutturali desiderate dai socialisti. È il cosiddetto periodo del "Piano solo", stando almeno ad un'attendibile inchiesta giornalistica, e per ammissione di alcuni politici, in cui viene ricevuto al Quirinale, per la prima volta durante un periodo di Consultazioni di Governo, anche un membro dell'esercito, il generale Giovanni De Lorenzo. Aldo Moro ed i socialisti allora, posti di fronte alla scelta preparata da Segni e che sembrava ammiccare anche ad un presunto colpo di stato da parte di militari e contro i politici dirigenti della sinistra italiana, pongono fine alla spinta propulsiva e riformatrice, optando per una politica più moderata.
Il 7 agosto del 1964, Segni viene colpito da un ictus cerebrale. Gli succede, come vuole la Costituzione, il Presidente del Senato, in qualità di supplente. Il decimo giorno infatti, Cesare Merzagora assume la carica di Segni, che mantiene fino al 28 dicembre del 1964. Qualche giorno prima, il 6 dicembre, dopo due anni di presidenza, Antonio Segni deve dare le proprie dimissioni, sempre a causa della malattia. Diventa Senatore a vita, comunque, come recita la Carta Fondamentale, in quanto ex Capo dello stato.
Ad aver causato l'ictus, secondo alcuni, è il duro scontro che Antonio Segni avrebbe avuto con gli onorevoli Giuseppe Saragat e Aldo Moro, colpevoli forse di aver paventato di riferire all'Alta Corte la connivenza, o presunta tale, dell'allora Capo dello Stato nei confronti del generale De Lorenzo e del suo cosiddetto "Piano Solo", il quale avrebbe avuto l'effetto di un vero e proprio golpe.
Antonio Segni muore a Roma, il giorno 1 dicembre del 1972, all'età di ottantuno anni.
Segni oggi riposa nel Cimitero comunale di Sassari.
martedì 15 giugno 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 15 giugno 1978 Giovanni Leone, presidente della Repubblica Italiana, si dimette.
Giovanni Leone nasce nel 1908. Il padre è uno dei fondatori del partito popolare. Come il padre segue la carriera forense diventando un penalista di fama, docente universitario e autore di un famoso manuale in cui si sono formate generazioni di avvocati. Nel 1944 entra nelle fila della DC. E' un convinto sostenitore delle ragioni repubblicane nel referendum istituzionale e nel 1946 a soli 36 anni viene eletto all'assemblea costituente. Viene eletto presidente della camera nel 1955; viene incaricato di presiedere due governi "balneari" nell'estate del 1963 e del 1968.
Nel 1971 vi sono le elezioni del presidente della repubblica. La candidatura di Fanfani tramonta a causa delle divisioni interne al partito cattolico e della propensione socialista a chiedere un candidato "progressista" dello scudocrociato. La DC si riunisce per decidere chi candidare tra Moro e Leone. Secondo le Memorie di Leone, alla fine in seno al partito prevale lui per tre voti. Il 29 dicembre 1971 Giovanni Leone giura come sesto presidente della Repubblica, eletto la vigilia di notale al 23° scrutinio con i voti decisivi del MSI. I primi anni al Quirinale sono un successo, anche Oriana Fallaci scrive un articolo in cui manifesta il suo apprezzamento per Leone.
Ma l'idillio è destinato ad interrompersi. Nel febbraio 1976 una commissione parlamentare americana indaga sulla Lockeeed, un colosso dell'aviazione che pagava tangenti per vendere i suoi aerei. Nella vicenda risultano coinvolti anche politici italiani. A partire dal 1969 la società americana Lockeed si è assicurata la vendita di aerei militari Hercules C-130 grazie alla corruzione di uomini di governo italiani. I giornali di casa nostra riprendendo la notizia fanno riferimento anche ai mediatori italiani dell'affare Lockheed, i fratelli Ovidio e Antonio Lefebvre. Quest'ultimo è un amico di vecchia data del presidente della Repubblica Leone. Dalle carte dell'azienda americana spuntano riferimenti al presunto destinatario delle tangenti il cui nome in codice sarebbe Antelope Cobbler (per alcuni sarebbe in realtà Antelope Gobbler "mangiatore di antilopi" cioè Leone; o un misterioso uomo politico che in viaggio in America si sarebbe soffermato in una vetrina ad ammirare scarpe di antilope, riferimento a un viaggio fatto da Leone in cui avrebbe comprato delle scarpe per la moglie Vittoria).
Il 21 aprile 1976 la commissione parlamentare inquirente italiana ( secondo la nostra Costituzione il presidente della Repubblica e i ministri per i reati compiuti nell'esercizio delle loro funzioni vengono sottoposti a uno speciale procedimento che prevede la messa in stato di accusa operata dal Parlamento e il giudizio affidato alla Corte Costituzionale) riceve dalla Lockeed le chiavi per decrittare i nomi in codice. Antelope Cobbler è un primo ministro italiano . Tra il 1968 e il 1970 i presidenti del Consiglio sono stati tre: nel 1968 Aldo Moro e Giovanni Leone; nel 1969 e nel 1970 Mariano Rumor; è proprio durante il ministero Rumor che si svolge la vendita degli Hercules; nonostante le cose sembrino farsi più chiare la stampa continua a ritenere coinvolto Leone sulla base dell'amicizia con Antonio Lefebvre.
L'11 febbraio 1977 la commissione inquirente assolve l'ex presidente del Consiglio Mariano Rumor; Antelope Cobbler è lui ma non ha ricevuto alcuna tangente. Sono invece rinviati a giudizio del parlamento il Dc Luigi Gui e il socialista Mario Tanassi, entrambi ministri della Difesa nei governi Rumor.
I radicali chiedono un supplemento d'inchiesta e denunciano Leone, assieme a Rumor, Tanassi e Gui per associazione a delinquere.
Il 14 aprile 1977 la commissione inquirente archivia la denuncia dei radicali contro Leone per "manifesta infondatezza". Il parlamento rinvia intanto Gui e Tanassi al giudizio della Corte Costituzionale.
Nonostante Leone sia uscito completamente scagionato da questa vicenda gli attacchi mediatici contro di lui non si placano.
Nel marzo del 1978 esce "Giovanni Leone. La carriera di un presidente". Si tratta di un Libro-pamphlet durissimo contro Leone che diventa subito un best seller: 700000 copie vendute. Il libro, scritto da Camilla Cederna, dipinge un ritratto inquietante di un presidente corrotto che arriva a vendere persino le grazie da concedere a camorristi. Le accuse del libro si riveleranno prive di ogni fondamento e infatti quando i familiari di Leone faranno causa alla Cederna per diffamazione, la giornalista viene condannata a un risarcimento miliardario.
Il 12 maggio 1978 il settimanale l'Espresso pubblica un capitolo del libro della Cederna dedicato ai figli del presidente giudicati troppo disinvolti negli affari e negli amori. Inizia da quel momento una compagna dell'Espresso senza tregua contro Leone.
Si arriva al 21 maggio 1978: L'espresso pubblica un articolo sullo scandalo Lockheed. Nonostante l'innocenza comprovata, la campagna contro il presidente della Repubblica recupera le vecchie accuse di corruzione.
L' 11 giugno 1978: arriva l'ultima accusa. L'espresso scrive un articolo in cui si contestano a Leone l'abusivismo edilizio e la frode fiscale. Accuse anche queste accertate come inconsistenti. Nessuna contestazione fiscale venne mai mossa a Leone riguardo alla villa da lui posseduta fuori Roma.
Il fatidico 14 giugno Leone ha un colloquio prima con il presidente del Consiglio Andreotti , e quindi con il segretario della DC Zaccagnini. Nelle sue memorie Leone definirà ostile l'atteggiamento di Zaccagnini e che alla base di quell'atteggiamento vi era oltre "alla sottile malcelata ostilità politica di sempre anche il risentimento per il forte contrasto nella conduzione del caso Moro".
Il giorno seguente la direzione del PCI si riunisce a Botteghe oscure per discutere la posizione da assumere nei confronti del capo dello Stato: si decide per chiedere le dimissioni di Leone. Alla Camera dei deputati (13,30) Pajetta chiede ufficialmente a nome del PCI le dimissioni del presidente della Repubblica. Alle 14,30 Zaccagnini e Andreotti si recano al Quirinale per comunicargli che nella DC si riteneva la situazione non più sostenibile. Leone sentendosi abbandonato anche dal suo partito di lì a poche ore annuncerà le sue dimissioni.
L'1 marzo 1979 la Corte Costituzionale condanna Tanassi per corruzione nell'affare Lockeed. Leone però si è già dimesso da nove mesi da Presidente della Repubblica.
La parabola discendente di Leone è strettamente connessa ali tragici avvenimenti legati al sequestro di Moro: il 29 aprile 1978 Moro scrive una lettera a Giovanni Leone nella quale gli chiede di farsi promotore di "equa ed umanitaria trattativa per scambio di prigionieri politici". Fanfani e Craxi sono convinti che uno scambio di prigionieri sia possibile. Leone è pronto a firmare la richiesta di grazia a favore di una brigatista. Dice: "ho l'anima pronta e la penna a disposizione per qualsiasi grazia purché mi sia proposta". Si esamina la possibilità di destinare l'atto di clemenza a Paola Besuschio, brigatista in carcere per varie rapine ma che non si è mai macchiata di omicidi.
Durante quelle frenetiche giornate giunge una telefonata della moglie di Moro a Leone: questi alla presenza di Cossiga è pronto a telefonare a Zaccagnini. Ma Cossiga lo blocca invitandogli a pensare che un simile atto avrebbe comportato un'interferenza all'attività del governo. Leone fa comunque un tentativo estremo per rinvitare Zaccagnini a convocare il Consiglio Nazionale. L'obiettivo è quello di instaurare una trattativa tra DC e BR così da dare quel riconoscimento politico che le stesse BR cercano.
Il 9 maggio 1978 alle ore 12 si riunisce la direzione nazionale della DC; ma mentre Fanfani sta per prendere la parola (per chiedere la convocazione del Consiglio nazionale e annunciare la disponibilità di Leone a concedere la grazia alla brigatista Besuschio) arriva una telefonata che annuncia il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani.
Appena 45 giorni dopo la morte di Moro vi saranno le dimissioni di Leone. Esse si inseriscono anche nel clima politico seguente all'omicidio di Moro che mette in crisi il compromesso storico tra DC e PCI. Possono essere viste come un estremo tentativo di salvare l'alleanza tra comunisti e democristiani, destinata poi a fallire.
Un'altra spiegazione la dà lo stesso Leone in un'intervista al Corriere della Sera del 1995. Dietro la campagna di stampa ci sarebbero stati i servizi segreti deviati in collegamento con la P2 il riferimento è agli articoli scritti da Mino Pecorelli, direttore di OP ( e citato dalla Cederna nel suo libro) e al tempo dei fatti iscritto alla P2. Questi sospetti trovano conferma in un incontro avvenuto nel 1976 tra il segretario socialista Craxi e il capo della P2 Gelli che gli dice che con una campagna stampa sarebbe possibile cambiare il presidente della Repubblica. Questo incontro verrà confermato dallo stesso Craxi in un'audizione alla commissione d'inchiesta sulla P2. Nella relazione di minoranza della commissione parlamentare si scrive: "Le motivazioni di questa ostilità (di Gelli verso Leone) sono probabilmente da ricercarsi nella chiusura costantemente esercitata dal presidente Leone nei confronti del "Venerabile" della P2 che aveva cercato di accreditarsi negli ambienti politici e della massoneria come il manovratore occulto della sua elezione a presidente avvenuta nel 1971". "Sta di fatto che Mino Pecorelli, il direttore di OP, iscritto alla P2, e molto legato a Gelli, almeno nel periodo a cui ci stiamo riferendo, scatenò una pesantissima campagna diffamatoria nei confronti del presidente Leone. Campagna che ebbe notevoli ripercussioni politiche, anche perchè fu sulla base degli articoli di Pecorelli, che la giornalista Camilla Cederna costruì poi la sostanza del suo libro di accusa contro il presidente della Repubblica di chiara impronta scandalistica".
La campagna diffamatoria di OP si basava sulle avventure galanti dei figli di Leone e sulla presunta infedeltà (del tutto falsa) della moglie Vittoria.
Solo vent'anni dopo, nel 1998 , i radicali, tra i principali accusatori di Leone, chiederanno pubblicamente scusa a Leone riconoscendo che questi era totalmente estraneo a qualunque fatto criminoso. Giovanni Leone muore nel 2001 a 93 anni.
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