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lunedì 13 ottobre 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 13 ottobre.

Il 13 ottobre 1990 ha fine la guerra civile in Libano.

La guerra civile del Libano è stato un brutale conflitto di faglia, inteso come terreno di scontro di opposte culture, orientamenti religiosi, etnie, rivendicazioni politiche e/o ideologiche. Le sue origini risalgono alla caduta dell’Impero Ottomano, che nel bene e nel male aveva mantenuto sotto il suo imperio una certa stabilità in tutta la regione per circa quattro secoli, e l’avvento della Francia come nuova superpotenza regionale.

Grazie al mandato della Società delle Nazioni – ma soprattutto agli accordi segreti di Sykes-Picot tra i governi di Londra e Parigi, che ne avevano preparato il terreno, in contrasto con le promesse britanniche fatte agli alleati arabi – la Francia aveva ottenuto sia il Libano che la Siria come sue zone di influenza. Per mantenere il proprio predominio i transalpini si allearono con la classe dirigente locale di fede cristiano-maronita, che affiancò in ruoli importanti di governo locale.

I cristiani, nelle tre correnti principali di maroniti, greco-ortodossi e greco-uniati (ovvero di rito bizantino ma cattolici fedeli al Pontefice di Roma) risultavano essere la maggioranza relativa della popolazione, e al loro interno vantavano l’élite più ricca e influente nel paese, mettendo in ombra i drusi e i mussulmani sciiti e sunniti. Per tale affinità religiosa i francesi privilegiarono le comunità cristiane, facendone il baluardo del loro potere. Allo stesso tempo queste ultime videro Parigi come un punto di riferimento sociale e culturale, creando un rapporto privilegiato che sopravvisse anche oltre l’indipendenza.

Nel 1943, a causa della caduta della Francia in mano tedesca e all’occupazione britannica della regione, il leader cristiano-maronita Bishara al-Khuri – che divenne il primo presidente – negoziò con tutte le forze politiche e religiose libanesi in vista di una pacifica via verso una stabile indipendenza. Dal suo impegno vide la luce il cosiddetto “Patto Nazionale”, che resse tra alti e bassi fino allo scoppio definitivo della guerra civile nel 1975.

Il nocciolo di questo accordo era molto semplice: dividere equamente le posizioni di potere tra le varie componenti nazionali. In pratica secondo il suo disegno, accettato in forma di gentlemen’s agreement e quindi non messo nero su bianco in una Costituzione, ci sarebbe stato sempre un Presidente della Repubblica cristiano-maronita, un Primo Ministro sunnita, un Presidente dell’Assemblea Nazionale sciita e un Vice-Presidente greco-ortodosso. Ogni incarico di governo sarebbe stato ripartito secondo uno schema di delicati equilibri di pesi e contrappesi, in modo da non avvantaggiare in modo eccessivo un’etnia o religione rispetto alle altre.

A corollario di tutto questo, le classi dirigenti cristiane accettarono formalmente l’identificazione del paese nel mondo arabo, affievolendo il legame profondo con i francesi. Al contempo i musulmani dovettero lasciar perdere l’orientamento filo-arabo e soprattutto l’idea di una futura integrazione – leggasi, visti gli accadimenti futuri, annessione – alla vicina e ambiziosa Siria.

I problemi giunsero pochi anni dopo. Nel 1948, infatti, il Libano partecipò alla coalizione pan-araba unitasi contro Israele, uscendone sconfitto. In virtù degli accordi presi con i suoi alleati, il piccolo paese accettò di ospitare nel suo territorio ben 150.000 profughi palestinesi, che diedero un primo scossone al delicato equilibrio etnico-religioso dello Stato.

A questo si unì il nascente nazionalismo arabo filo-comunista di Gamal Abd el-Nasser, nuovo leader carismatico dell’Egitto, che nella seconda metà degli anni ’50 entrò in rotta di collisione con Gran Bretagna, Francia e Israele per il Canale di Suez. Il Libano, guidato dal maronita Camille Chamoun, decise di non sostenere le pretese panarabe del presidente egiziano, creando una spaccatura con le frange più giovani e dinamiche dei musulmani libanesi, che vedevano in Nasser un capo della riscossa nazionale contro l’Occidente e Israele.

La tensione giunse al calor bianco nel febbraio del 1958, quando Egitto e Siria si unirono nell’effimera Repubblica Araba Unita, o RAU. Ovviamente le forze islamiche nel paese dei Cedri volevano unirsi a questo nuovo gigante politico, ma furono osteggiate da Chamoun e dai cristiani.

Questo fatto portò, durante lo stesso anno, ad un assaggio di quello che scoppierà un decennio e mezzo dopo. L’opposizione politica al presidente si compattò intorno al primo ministro Rashid Karame, che unì sotto di sé filo-nasseriani, comunisti e socialisti, che iniziarono una serie di scioperi e proteste, che ben presto degenerarono in attentati, omicidi e la formazione delle prime milizie armate etnico-religiose che diventeranno tristemente famose durante la guerra civile.

Chamoun, in ottemperanza al Patto di Baghdad, un accordo stretto dei paesi mediorientali con gli Stati Uniti per prevenire un’espansione comunista in quello scacchiere, chiese un intervento militare americano per ristabilire l’ordine. Eisenhower, all’epoca presidente, non voleva in principio impegnarsi, ma la caduta del regime filo-occidentale dell’Iraq e il suo riallineamento in chiave filo-nasseriana fecero temere alla leadership statunitense un possibile collasso anche di Giordania e Libano, perciò venne autorizzato l’invio di 20.000 tra soldati e marines e della Sesta Flotta del Mediterraneo.

La potenza e il prestigio USA erano al loro apice e in brevissimo tempo, usando una buona miscela di intimidazione e diplomazia, la crisi fu sventata e la spirale di violenze disinnescata prima di una sua piena esplosione. Il generale Fu’ad Shihab, che si era impegnato affinché l’esercito libanese rimanesse neutrale durante i mesi delicati di interregno, fu apprezzato da tutte le parti ed eletto quindi presidente del paese, ristabilendo il “Patto Nazionale” del 1943 fino alla fine degli anni ’60.

Tra il 1967 e il 1973 la situazione si aggravò in maniera irreversibile a causa delle sconfitte arabe della Guerra dei Sei Giorni e dello Yom Kippur, ma soprattutto in seguito alla violenta cacciata dei palestinesi – con il loro braccio armato dell’OLP – da parte del sovrano di Giordania Ḥusayn bin Ṭalāl, che temendo un loro prossimo colpo di Stato agì in maniera preventiva durante il celebre Aylūl Al-Aswad o “Settembre Nero” del 1970.

A causa di questi tragici avvenimenti, la popolazione palestinese in Libano superò le oltre 300.000 persone, tra cui migliaia di miliziani e terroristi dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questi soffiarono sul fuoco dell’insofferenza musulmana e drusa nel piccolo paese, che si sentiva non adeguatamente rappresentata – oltre che molto più povera – nel governo e nell’economia, rispetto alla supremazia dei cristiani in generale e dei maroniti in particolare.

Tutti gli elementi del conflitto di faglia erano ora pronti, bastava una scintilla. Questa venne innescata dai palestinesi, che il 13 aprile del 1975 aprirono il fuoco con dei mitra contro un gruppo di cristiani che assistevano alla consacrazione di una chiesa a Beirut, nel quartiere ʿAyn al-Rummāna, uccidendo quattro persone e ferendone il doppio. Poche ore dopo membri delle milizie maronite attaccarono un gruppo di guerriglieri palestinesi che si stavano muovendo nell’area con le medesime intenzioni, annientandoli dopo un violento scontro a fuoco.

Il conflitto interno, una delle peggiori tragedie che possono travolgere una Nazione, perdurò per quindici anni, sostenuto e incancrenito da interventi di attori esterni. I capofila delle due fazioni antagoniste erano il partito falangista cristiano-maronita di Pierre Gemayel da un lato e il Partito Socialista Progressista dall’altro, sotto la cui ala si riunivano palestinesi, sunniti, sciiti e drusi libanesi.

Questi si resero protagonisti di massacri indiscriminati nei campi profughi palestinesi, nei quartieri o nei villaggi musulmani o cristiani. Beirut, un tempo considerata il cuore della Svizzera del Medio Oriente, un centro di benessere, ricchezza, tolleranza e cultura in una regione difficile, diventò un campo di battaglia per cecchini, autobombe e miliziani armati di kalašnikov.

Lo schema era sempre lo stesso. Una fazione compiva una strage – ad esempio a Qarantina, il 18 gennaio 1976, dove le milizie cristiane uccisero più di 1.000 persone tra curdi, siriani e palestinesi – e pochi giorni dopo scattava una sanguinosa risposta – come a Damur, villaggio cristiano attaccato dall’OLP, con oltre 500 morti e tutti i restanti abitanti scappati.

Nel 1978 la Siria, intervenuta due anni prima con l’assenso della Lega Araba come forza di dissuasione tra le parti in lotta, manifestava sempre più l’intenzione di annettere il paese come parte del progetto della “Grande Siria”. Questo fatto scatenò le ostilità dei cristiano-maroniti verso le “forze di pace” siriane, oltre che un primo intervento di Israele, che invase la parte meridionale del paese per creare una fascia di sicurezza.

Nel 1982, per risolvere una volta per tutte la questione palestinese in Libano, Tel Aviv decise un intervento massiccio in Libano, che verrà ribattezzato “Prima Guerra Israeliano-Libanese”. L’OLP e i suoi alleati musulmani e drusi vennero messi alle corde dalle superiori forze israeliane nonostante la loro fiera resistenza. Alla fine, con un “cessate il fuoco” imposto dagli Stati Uniti i combattenti palestinesi, assieme ad Arafat e tutto il suo entourage, dovettero abbandonare Beirut e il Libano.

Sembrava la vittoria definitiva per i cristiano-maroniti, ma al contrario i musulmani libanesi, messi all’angolo, reagirono con violenza. Il quartier generale falangista fu attaccato con un attentato terroristico dove persero la vita ben 25 alti dirigenti tra cui Bashir Gemayel, da poco eletto presidente del Libano.

Animati da un bruciante desiderio di vendetta, i falangisti cristiani compirono l’atto che è forse la memoria più tragica di tutto il conflitto, ovvero l’assalto ai campi profughi di Sabra e Shatila. Per due giorni, dal 16 al 18 settembre del 1982, le milizie cristiane di Elie Hobeika, un superstite a sua volta del massacro di Damur di sei anni prima, inflissero lo stesso destino ai profughi palestinesi ivi stanziati. Le cifre discordano a seconda delle fonti, ma vanno da un minimo di 500 ad un massimo di 4.000.

Lo shock internazionale per il precipitare della situazione portò alla formazione di una missione militare di peacekeeping ONU con americani, francesi e italiani per prevenire ulteriori massacri – su quello di Sabra e Shatila si è discusso per anni e anni, con numerosi processi intentati ai responsabili tra cui anche Ariel Sharon, responsabile delle truppe israeliane che all’epoca assediavano Beirut, che aveva lasciato campo libero alle milizie falangiste in quei terribili due giorni di sangue e vendetta.

I leader libanesi musulmani non si accontentarono di queste misure, ma accettarono invece il sostegno dell’Iran di Khomeini, che inviò centinaia di pāsdārān – le guardie della rivoluzione – che addestrarono la comunità sciita locale alla guerra, portando alla nascita il “Partito di Dio”, conosciuto ancora oggi con il nome di Ḥizbu ‘llāh o Hezbollah.

Questi ultimi divennero una vera spina nel fianco per Israele, sostituendo in tutto e per tutto – e forse anche di più – i guerriglieri e i terroristi palestinesi. A chiarire il fatto che ogni occidentale non era ben visto, questi ultimi organizzarono un attentato dinamitardo il 23 ottobre del 1983 dove persero la vita circa 300 militari americani e francesi.

Con una serie sempre più risoluta e violenta di attentati e rapimenti gli hezbollah costrinsero la missione internazionale a levare le tende, spingendo poi tutta la loro attenzione a meridione, con attacchi che andarono ben oltre l’area di sicurezza controllata da Israele nel sud del Libano, colpendo fino in Galilea.

Questo fatto spinse Tel Aviv ad abbandonare quasi del tutto l’occupazione militare della zona, limitandola ad un piccolo contingente che rimase fino al 2000.

L’operato di hezbollah, sostenuto da Iran e Siria, riequilibrò le sorti del conflitto in favore dei musulmani. Questo fatto, unito ad una sempre maggior consapevolezza della rovina del paese, portò i leader cristiani a cercare un accordo. Il presidente Amin Gemayel, alla conclusione del suo mandato nel settembre 1988 decise di affidare il potere al generale Michel Aoun, che sciolse formalmente tutte le milizie, attaccando con l’esercito non solo quelle musulmane, ma anche quelle cristiane che rifiutarono di consegnare le armi e tornare a casa.

A questo punto, visto il disimpegno di Israele, Aoun richiese lo stesso da parte della Siria, che stazionava ad est con le proprie truppe. Ottenuto un rifiuto, cercò di scatenare una “guerra di liberazione” contro di loro, ma venne rovinosamente sconfitto dalle superiori forze siriane.

Questa vittoria portò questi ultimi a diventare gli arbitri supremi della politica del piccolo paese, sostenuti dagli hezbollah e dagli altri partiti islamici. Alla fine i deputati libanesi della vecchia classe dirigente – non si svolgevano più regolari elezioni fin dal 1975 – si riunirono in Arabia Saudita e firmarono un accordo di “Intesa Nazionale” nell’ottobre del 1989.

Quest’ultimo pose le basi per la conclusione – per esaurimento – della guerra civile. Gli Accordi di Ta’if stabilirono un nuovo equilibrio tra le culture religiose e le istituzioni politiche dello Stato – ad esempio stabilendo che i deputati del parlamento dovessero essere equamente divisi tra cristiani e musulmani – e diedero una giustificazione artificiosa alla sostanziale occupazione militare siriana, che venne definita “fraterna” e in ultimo accettata giocoforza anche dalla comunità internazionale.

I conti che si fecero il 13 ottobre del 1990, data che segnò ufficialmente la fine della guerra civile, furono devastanti. Il paese, un tempo pacifico, moderno e prospero, era annichilito. Più di 150.000 morti e decine di migliaia di emigrati che diedero vita alla cosiddetta “Diaspora Libanese”. Questi ultimi erano il meglio delle classi dirigenti, degli uomini di cultura, scienza ed economia, che emigrarono negli Stati Uniti, in Canada, in Gran Bretagna, in Francia e in generale nei paesi occidentali. La loro fuga impoverì ulteriormente il paese, che perse i suoi uomini e donne migliori, che non furono presenti per ricostruirlo.

In più la leadership politica nazionale rimase debole, condizionata da Israele a sud e dalla Siria est. I primi abbandonarono del tutto le aree da loro occupate solo nel 2000 e i secondi nel 2005, in seguito alle manifestazioni di piazza che passeranno alla storia come Thawrat al-arz o Rivoluzione del Cedro.

Furono gli ultimi strascichi della triste sequenza di eventi scatenatasi con i primi colpi di arma da fuoco esplosi nell’aprile di trent’anni prima. E ancora, visti gli accadimenti più recenti, questa ferita non è ancora del tutto sanata.

lunedì 2 settembre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 settembre.
Il 2 settembre 1980 a Beirut scompaiono nel nulla due giornalisti italiani, Italo Toni e Graziella De Palo.
Sono passati 44 anni dalla loro scomparsa a Beirut, in Libano. Era il 2 settembre 1980. “Loro” sono due giornalisti italiani: Maria Grazia De Palo, meglio conosciuta come Graziella, e Italo Toni. Scomparsi, nel nulla. E ancora oggi non si ha alcuna notizia ufficiale.
L’ultima informazione certa sui due inviati è quella diffusa dalle istituzioni: Italo e Graziella sarebbero prigionieri, ma vivi, dei falangisti cristiani libanesi. Una versione dei fatti che fu sostenuta dall’allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani, di fronte ai familiari dei due colleghi scomparsi in Libano.
Questa vicenda aspetta ancora verità e giustizia. E il segreto di Stato, almeno in parte, continua a essere un ostacolo per chi chiede chiarezza. I familiari di Toni e De Palo, infatti, nonostante le continue richieste di desecretazione di quelle carte, hanno ottenuto davvero poco in questi anni. Il segreto di Stato era stato confermato dal governo Craxi nel 1984 e poi rimosso parzialmente nel 2009 dall’esecutivo guidato da Berlusconi.
Il segreto riguarda le carte che riportano le relazioni speciali fra il servizio segreto militare italiano Sismi e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Un rapporto regolato da un protocollo segreto, indicato come “Lodo Moro”. Un patto che, per quello che ne è trapelato, dal 1970 avrebbe permesso all’Olp di fare in Italia attività paramilitari sotto copertura offrendo al nostro Paese, in cambio, la rinuncia a eseguire attentati terroristici.
Non è da escludere che i due giornalisti scomparsi fossero a conoscenza di questo patto segreto ed eliminati proprio per questo motivo: le prime tracce di questo “Lodo Moro” emersero a novembre del 1979, dopo il sequestro dei tre lanciamissili SA7 Strele trasportati su un’auto, nei pressi di Ortona (Chieti), da Daniele Pifano e dal palestinese del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) Abu Anzeh Saleh. E ancora: altre tracce apparvero nell’inchiesta giudiziaria che riguardava l’abbattimento dell’aereo dei servizi segreti italiani Argo 16.
Italo Toni, classe 1930, è un esperto di Medio Oriente e ha collaborato con diverse testate italiane e internazionali. È stato autore di uno scoop, scoprendo l’esistenza di campi di addestramento della guerriglia palestinese.
Graziella De Palo, classe 1956, indagava su traffici di armi per il quotidiano Paese Sera e per la rivista l’Astrolabio.
I due si trovavano da 10 giorni in Libano per documentare e raccontare la guerra civile e, in particolare, per indagare sui traffici d’armi e su questioni internazionali che implicavano anche l’attività dei servizi segreti italiani.
Italo e Graziella erano stati ospitati dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, una formazione di estrazione marxista alla cui guida c’era George Habbash: è lui che aveva promesso loro di portarli a sud, sulle colline, proprio dove si trova il castello di Beaufort, sulla linea dello scontro con l’esercito israeliano. Per i due giornalisti era dunque l’occasione di unirsi a un gruppo di guerriglieri in Libano, dove avvenivano i traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu.
Un terrorista pentito, Patrizio Peci, ha parlato dei traffici illegali di armi rivelando che le armi che passavano per il Medio Oriente arrivavano alle Brigate Rosse italiane. È lui che aveva fatto mettere a verbale questa dichiarazione:
«Vi fu da parte dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina una fornitura di armi, esplosivi, plastico, bombe ananas, mitragliatrici pesanti e mitragliatrici tipo Sterling che per tre quarti era destinata alle Br e per un quarto alle eventuali operazioni dell’Olp sul territorio italiano».
Quando l’Ucigos, l’Ufficio operazioni speciali del ministero dell’Interno, giunse a Beirut per indagare sul traffico d’armi a favore delle Br, l’Olp era già informata dei fatti. Sarebbe stato Stefano Giovannone, rappresentante dal 1972 dei servizi segreti militari in Medio Oriente, a rivelare ai palestinesi che stava avvenendo questo cambiamento a Roma.
Giannone, interrogato, negò di aver rivelato queste informazioni e sostenne di aver fatto solo il suo dovere, «eseguire gli ordini». Stefano Giannone morì nel 1985. E con lui, a quanto pare, anche la possibilità di avere giustizia per i due cronisti.
Giannone è colui che era stato coinvolto nella scomparsa di Graziella e Italo. È l’ufficiale dei servizi segreti, tra l’altro inquisito per aver favorito il traffico d’armi con l’Olp di Yasser Arafat, di cui era ottimo amico, ed è anche colui che fece richiesta del segreto di Stato, e lo ottenne, per i documenti riservati dei servizi segreti. L’allora presidente del Consiglio Spadolini approvò la richiesta, poi confermata anche da Craxi e Berlusconi.
I due giornalisti, come detto, si trovavano in Libano per raccontare la guerra civile e i traffici d’armi. La guerra civile libanese scoppiò il 13 aprile del 1975, quando un gruppo di persone che stava assistendo alla consacrazione di una chiesa nel quartiere di Ain Remmaneh venne massacrato a colpi di mitra da combattenti palestinesi. Quattro persone morirono e sette rimasero ferite.
A questa azione seguì una violenta risposta: un autobus carico di feddayn armati, che stava tornando da una parata, venne colpito durante il passaggio nel quartiere, provocando la morte di 27 persone, crivellate dai colpi.
Iniziò così la guerra civile in Libano. Da una parte i cristiani, sostenuti da Israele; dall’altra i musulmani, appoggiati inizialmente dalla Siria e poi dall’Iran, dopo la rivoluzione di Khomeini del 1979. Si fronteggiarono da una parte i cristiani maroniti e dall’altra la coalizione di palestinesi alleati ai libanesi musulmani, che insieme facevano parte del Partito socialista progressista.
E il traffico d’armi proliferava, con soldi derivati dal commercio di armi che venivano riciclati in istituti di credito, aziende e banche con sede a Beirut. La città con cui avevano a che fare anche persone legate alla P2 e al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
È in questo contesto che i due cronisti italiani si inserirono, scoprendo che era proprio in Libano che avvenivano questi traffici internazionali d’armi in violazione degli embarghi sanciti dall’Onu. E fu proprio per questo che decisero di unirsi a un gruppo di guerriglieri, per poter raccontare questi traffici.
Dopo aver confermato le stanze d’albergo e aver avvisato l’ambasciata italiana, i due inviati partirono con alcuni membri del Fplp il 2 settembre 1980. E da allora non se ne sa più nulla: i due giornalisti italiani scomparvero nel nulla. A distanza di 39 anni i loro parenti non hanno la certezza della loro morte e, nel caso, non sanno chi e come sia stato ad ucciderli.
Le indagini sulla loro scomparsa portano a collegamenti con la P2 e i servizi segreti, ma il segreto di Stato copre tutto. Segreto che, come detto, viene opposto al magistrato inquirente dal colonnello Stefano Giannone, che in quel periodo era un uomo del Sismi a Beirut. Ed era proprio su Giannone che Graziella stava indagando.
Nel suo primo articolo pubblicato su L’Astrolabio il 14 giugno 1978, si comprende una precisa conoscenza della situazione italiana relativa al traffico d’armi verso i Paesi di quello che veniva allora chiamato “Terzo mondo”, dove erano invischiati i Servizi segreti italiani. Graziella dava conto dell’operazione di “ricambio” a tutti i livelli del Sismi avvenuta a metà maggio 1978, dopo le dimissioni del ministro degli Interni Cossiga in seguito all’uccisione di Aldo Moro.
Nel suo articolo Graziella denunciava il coinvolgimento dell’ufficio Rei (Rapporti economici e industriali) del Sismi. Ufficio che ha l’ultima parola sulla vendita di armi italiane all’estero. E ancora scrive a proposito della sparatoria alla scorta di Moro in via Fani a Roma che «fu compiuta con armi italiane (mitra Beretta e munizioni Fiocchi) destinate all’Egitto e rientrate per vie tortuose in patria».
Anche la giornalista Graziella De Palo quindi indagava sul traffico d’armi negli stessi anni in cui l’ex giudice Carlo Palermo, con la sua inchiesta di Trento, fu il primo a fare luce su questi traffici di armi tra Italia e Medio Oriente. È lui – oggi avvocato – a ricercare la verità sul caso di Graziella De Palo e Italo Toni, oltre che sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’inviata del Tg3 e il suo operatore morti in un agguato in Somalia il 20 marzo 1994.
Anche loro, come Graziella e Italo, stavano indagando su un traffico d’armi e di rifiuti tossici quando vennero assassinati in Somalia. Nel 2016 i familiari di Graziella si sono rivolti a lui per avere delle risposte sulla sua sorte. Nel 2019 la procura di Roma ha riaperto l'inchiesta.

mercoledì 16 settembre 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 16 settembre.
Il 16 settembre 1982 inizia una operazione della durata di 3 giorni, che verrà ricordata come il massacro di Sabra e Chatila.
Il 6 giugno dello stesso anno l'esercito israeliano invade il Libano con la cosiddetta “Operazione pace in Galilea”, dando inizio alla quinta guerra arabo-israeliana. Il Libano si trova da anni nel caos. Israele sostiene con armi e addestramenti l'Esercito del Sud-Libano (cristiano-maronita) di Sa'd Haddad in funzione anti palestinese. In Libano si trovano infatti la formazione armata palestinese Settembre nero (1970), e la leadership dell'Olp. Nel Sud la Siria ha inoltre installato dei missili terra aria di fabbricazione sovietica. In poche settimane l'esercito israeliano occupa tutto il Libano meridionale. Il 13 giugno successivo, Beirut è pesantemente bombardata.
L'Onu invia una forza multinazionale per assicurare la fuga dell'Olp da Beirut. In agosto i miliziani dell'Olp vengono scortati fino in Tunisia, dove insediano il loro nuovo quartier generale. L’1 settembre l’evacuazione è di fatto terminata e le forze israeliane cominciano a cingere d’assedio i campi profughi palestinesi. Il 14 settembre il presidente del Libano Bashir Gemayel (eletto il 23 agosto) viene assassinato in un attentato organizzato dai servi segreti siriani. La situazione precipita. Il 16 settembre, poco prima del tramonto, le truppe israeliane dislocate attorno ai campi di rifugiati palestinesi di Sabra e Chatilla lasciano entrare nei campi le unità falangiste. Non solo: nella notte sparano anche bengala per illuminare i campi e facilitare il lavoro dei carnefici.
Le milizie cristiane rimangono nei campi per due giorni, massacrando uomini, donne e bambini. Molti uomini vengono uccisi sul posto, altri vengono torturati. A molti viene incisa sul petto una croce. Il numero esatto delle vittime è sconosciuto. Il procuratore capo dell'esercito libanese parlò di 460 morti, i servizi segreti israeliani di circa 700-800 morti. David Lamb scrive sul quotidiano Los Angeles Times del 23 settembre 1982: “Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi”. Il 16 dicembre 1982 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite condanna il massacro definendolo un “atto di genocidio”.
Nel 1983 una Commissione di giustizia israeliane presieduta dal magistrato Itzhak Kahan stabilisce che i diretti responsabili dei massacri sono Elie Hobeika e Fadi Frem. L’allora ministro israeliano della Difesa Ariel Sharon è ritenuto responsabile per non aver né prevenuto né fermato il massacro, pur essendo a conoscenza della situazione. Sono inoltre ritenuti responsabili anche il generale Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore, e il generale Amos Yaron, comandante delle forze israeliane a Beirut. È Il comandante falangista alla guida delle milizie che entrano a Sabra e Chatila. Dopo la fine della guerra civile nel 1990, è più volte deputato e ministro del governo libanese. Nel giugno 2001 la Corte di Cassazione belga apre il processo su Sabra e Chatila in base alla legge del 1993 che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l'umanità. Il 24 gennaio 2002 un’autobomba uccide Hobeika a Beirut. Il giorno prima aveva detto a due senatori belgi di essere pronto a fare nuove rivelazioni sui rapporti che aveva con i generali israeliani nei giorni del massacro. In seguito a pressioni politiche da parte di Israele e Usa, la Corte di Cassazione del Belgio archivia le posizioni di Sharon.
Le inchieste su Sabra e Chatila terminano qui.


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