Buongiorno, oggi è il 16 marzo.
Giovedì 16 marzo 1978, alle 9.02 del mattino, in via Fani all'incrocio con Via Stresa, nel quartiere Trionfale a Roma, un commando composto da circa 19 brigatisti rossi rapisce il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e uccide i cinque componenti della scorta: il Maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci, il Brigadiere Francesco Zizzi, l’agente Raffaele Jozzino e l’agente Giuliano Rivera.
Secondo la deposizione di Valerio Morucci al processo Moro Quater la disposizione del commando era la seguente: alla guida della 128 bianca che ha il compito di frenare bruscamente e causare il tamponamento con la 130 Fiat su cui viaggiava Moro c'è Mario Moretti. A controllare l'incrocio c'è Barbara Balzerani armata di un mitra e di una paletta per far defluire il traffico. A sparare sono Valerio Morucci e Raffele Fiora , collocati sul lato sinistro della vettura di Moro, mentre a sparare sull'Alfetta di scorta sono invece Prospero Gallinari e Franco Bonisoli anch'essi collocati sul lato sinistro della vettura. Su Via Stresa c'è la 132 guidata da Bruno Seghetti che ha il compito di fare marcia indietro su Via Fani e caricare l'Onorevole Moro. Ma a chiudere la scena dell'agguato, quello che nella terminologia brigatista viene chiamato il” cancelletto superiore” c'è un'altra 128 messa di traverso da cui scendono altri due brigatisti. Non tutto quadra dunque con il racconto di Morucci.
ll primo ottobre del 1993 su incarico della Corte i periti balistici depositano una nuova perizia dove si afferma che, contrariamente a quanto dichiarato da Morucci, a sparare sulla 130 c'è stato almeno un altro brigatista collocato sul lato destro dell'auto dalla parte del passeggero.
Si scoprirà in seguito che del gruppo di fuoco fecero parte anche Alessio Casimirri e Alvaro Lo Jacono. Un'altra componente del commando invece è Rita Algranati, moglie di Casimirri. Del ruolo della "compagna Marzia" nella strage di via Fani hanno parlato successivamente Valerio Morucci e Adriana Faranda. "Le unità del commando - ha raccontato Faranda - erano dieci. Rita Algranati stava all'incrocio con via Trionfale per segnalare l'arrivo di Moro e della sua scorta a Moretti che era sulla 128.
Altre zone d'ombra permangono sulla dinamica dei fatti quel giorno a Via Fani. Quello stesso giorno si trovò a passare in motorino l'ingegnere Alessandro Marini che ha dichiarato che due persone a bordo di una motocicletta Honda esplosero dei colpi contro di lui. Ma le Brigate Rosse hanno sempre negato che quella moto e i suoi due occupanti facessero parte del commando.
Il 15 ottobre del 1993 un pentito della 'Ndrangheta Saverio Morabito ha dichiarato che a Via Fani quel giorno c'era anche Antonio Mirta, altro appartenente alla mafia calabrese, e infiltrato nel commando brigatista. Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro e autore di molti libri sull'argomento, riferisce che quando seppe della deposizione di Morabito gli vennero alla mente diversi elementi agli atti della Commissione che avvaloravano l'ipotesi della presenza di un calabrese a Via Fani. Vi era la testimonianza dell'Onorevole Benito Cazora, allora deputato della Democrazia Cristiana che riferì alla commissione: " che venne avvicinato da un calabrese che in una certa fase ebbe a chiedergli di un rullino di foto scattate a Via Fani.
Quelle foto furono scattate immediatamente dopo la fuga del commando brigatista da un abitante in Via Fani: il carrozziere Gerardo Nucci e furono visionate dal giudice Infelisi che le ritenne molto importanti, fatto sta che questo rullino fotografico è scomparso. Forse su quel rullino potrebbe essere impressa l'immagine di questo infiltrato. Queste fotografie sono diventate uno dei tanti misteri del caso Moro.
Le ricerche per trovare Aldo Moro partono subito dopo l’eccidio, ma partono subito con il piede sbagliato. Lo stesso sedici marzo il dottor Fardello dell’Ucigos emana a mezzo telegramma l’ordine di attuare il piano Zero, elaborato per la provincia di Sassari, ma del tutto sconosciuto alle altre questure italiane. L’ordine viene revocato in meno di ventiquattro ore ma del resto la Commissione Parlamentare d’Inchiesta ha accertato che nel ’78 era ancora in vigore un sistema per la tutela dell’ordine pubblico risalente agli anni Cinquanta. Questo nonostante che il Settantasette avesse rappresentato l’apice dell’escalation terroristica con 2000 attentati, 42 omicidi 47 ferimenti, 51 sommosse nelle carceri e 559 evasioni.
Estese a tutta Italia le ricerche si concentrano soprattutto su Roma. Dal 16 marzo al 10 maggio sempre nel territorio urbano di Roma vengono impiegati 172.000 unità tra carabinieri e poliziotti che effettuano 6000 posti di blocco e 7000 perquisizioni domiciliari controllando in totale 167.000 persone e 96.000 autovetture. Qualcuno dirà che si è trattato soprattutto di operazioni di parata. La Commissione Parlamentare d’Inchiesta conclude che la punta più alta di attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Sergio Flamigni, membro della Commissione Moro, afferma: “Le indagini di quei 55 giorni furono contrassegnate da una serie di errori, omissioni e negligenze. Basti citarne una: la segnalazione giunta all’Ucigos al Viminale, una telefonata che comunicava i nomi dei quattro brigatisti, le auto che usavano. Bene questa segnalazione fu trasmessa dall’Ucigos alla Digos che era il corpo operativo per agire in quel momento con oltre un mese di ritardo. Quando la Digos ebbe modo di avere questa segnalazione immediatamente individuò uno dei brigatisti che tra l’altro era tenuto a presentarsi al Commissariato di Pubblica Sicurezza perché era in libertà vigilata. Immediatamente seguendo questo brigatista si giunge a individuare la tipografia di Via Pio Foà dove le Brigate Rosse stampavano i comunicati dei 55 giorni. Se questa comunicazione fosse stata trasmessa un mese prima, forse si poteva con ogni probabilità individuare la traccia che portava alla prigione di Moro”.
Robert Katz, scrittore e giornalista: “Quasi tutti quelli che hanno avuto a che fare con le indagini erano iscritti alla P2, mi meraviglio che tutte le indagini di oggi sono puntate sulle Brigate Rosse, quando la parte più interessante è come si sono svolte le indagini”.
Ma il ruolo della P2 nel sequestro Moro non è mai stato chiarito né dalla Commissione Moro né dalla stessa Commissione sulla Loggia P2.
Secondo Sergio Flamigni gli interessi stranieri intorno alla sorte di Moro convergevano verso la sua eliminazione. Del resto il conto fra Moro e, ad esempio, il Dipartimento di Stato americano si apre gia nel 1964 quando Moro apre ai socialisti e Moro sostiene un superamento del centrismo. Gli americani contestano, ma poi si adeguano. Ma quando Moro vuole passare a un’altra fase di alleanza con i comunisti si apre un altro problema. E da quel momento lo vogliono ucciso, prima politicamente, tentando di attribuirgli lo scandalo Lockheed. Secondo una voce che proviene dall’ambasciata americana a Roma e da uno dei servizi segreti americani. Moro sarebbe l’ "antelope Cobbler" (nome in codice del destinatario italiano delle bustarelle), poi l’Alta Corte Costituzionale appura che Moro non ha nulla a che fare con l’antelope Cobbler.
Corrado Guerzoni uno dei più stretti collaboratori di Moro, che lo ha accompagnato diverse volte negli Stati Uniti ha detto che il Segretario di Stato americano Henry Kissinger minacciò Moro per la sua politica di apertura al partito Comunista. Circostanza che Kissinger ha sempre smentito anche nell’intervista che Kissinger ha concesso a Minoli nel 1983.
Nel Comunicato Numero 1 delle BR, si legge: “Questa mattina abbiamo sequestrato il Presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato le sue guardie del corpo, teste di cuoio di Cossiga” (all’epoca Ministro dell’Interno).
Nel comunicato n. 6 del 15 aprile 1978 i brigatisti annunciano che l'interrogatorio è terminato e annunciano la sentenza di condanna a morte. Nel comunicato n. 7 affermano che: "Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti", i nomi dei quali verranno specificati nel successivo comunicato, il n. 8 del 24 aprile: Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio molti dei quali detenuti a Torino, dove è in corso il processo ai capi storici delle prime Brigate. Nell'ultimo comunicato annunciano la conclusione della "battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato" e la promessa che: "Le risultanze dell'interrogatorio di Aldo Moro e le informazioni in nostro possesso, ed un bilancio complessivo politico militare della battaglia che qui si conclude, verrà fornito al Movimento Rivoluzionario e alle O.C.C. attraverso gli strumenti di propaganda clandestini". Ma questa diffusione benchè promessa non avverrà mai.
I partiti reagiscono dividendosi in sostenitori della cosiddetta “linea della fermezza” e fautori della trattativa con i brigatisti. Per la “fermezza” si schierano la maggior parte dei partiti: la DC, il PCI, il PLI, il PSDI e il PRI di Ugo La Malfa, il quale arriva a proporre il ripristino della pena capitale per i rapitori.
Per la trattativa, i socialisti di Bettino Craxi, i radicali di Marco Pannella, la sinistra non comunista, una componente del cattolicesimo dissidente e uomini di cultura come Leonardo Sciascia. Oltre all’ONU, ad Amnesty International, ad esponenti politici ed organizzazioni umanitarie da tutto il mondo, si mobilita per la liberazione di Moro anche Papa Paolo VI – suo amico personale di vecchia data - che attraverso la Radio Vaticana diffonde un appello “agli uomini delle Brigate Rosse”, in cui, tuttavia, il Sommo Pontefice chiede che l’ostaggio venga liberato “senza condizioni”, così avallando – secondo un’interpretazione ormai condivisa – la linea della fermezza. Sandro Pertini, futuro Presidente della Repubblica, dice di non voler seguire il funerale di Moro, ma neanche quello della Repubblica.
Nelle lettere è soprattutto la personalità di Moro ad emergere in modo diretto e senza filtri. Le lettere inviate dalla prigionia, infatti, raccontano la sofferenza e la dignità dell’uomo che pagò con la vita la sua dedizione allo Stato e che non trovò conforto in un mondo politico lontano dalla cosiddetta “prigione del popolo” in cui era ostaggio.
Dopo 54 difficilissimi giorni, segnati da ulteriori attentati delle BR, ma anche dalle strazianti lettere di Moro dalla cosiddetta “prigione del popolo” brigatista, il 9 maggio 1978 la telefonata del brigatista Valerio Morucci annuncia la morte di Moro.
Il corpo viene fatto ritrovare a Roma, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa a via Caetani, poco distante dalle sedi del PCI e della DC.
All’omicidio di Moro segue una forte crisi istituzionale: poche ore dopo il ritrovamento del cadavere di Moro, Francesco Cossiga si dimette da Ministro dell’Interno; in giugno, travolto dalle polemiche (non legate al caso Moro) si dimette anche il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Poi, nel 1979, il PCI dichiara di considerare chiusa l'esperienza dell’unità nazionale.
Aldo Moro fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana ove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni.
Papa Paolo VI officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico di sempre e alleato, a cui parteciparono le personalità politiche e trasmesso in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di Stato e scegliendo di svolgere le esequie dello statista in forma privata.
Per quanto riguarda i processi ai terroristi dei quali è stata accertata la partecipazione al rapimento e all'uccisione della scorta e di Aldo Moro, queste sono le conclusioni:
Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la "staffetta" del commando brigatista in via Fani.
Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006, è tornata definitivamente in libertà nel 2011. E' deceduta a Roma il 4 marzo 2024 all'età di 75 anni. In via Fani presidiava mitra alla mano l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1 ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è stata messa in libertà condizionale dal 2002. E' deceduta a Roma il 6 novembre 2025 a seguito di una lunga malattia. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina "ufficiale", insieme a Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce il ristorante "La Cueva Del Buzo" a Managua specializzato in frutti di mare, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a ventiquattro anni e sei mesi, poi ridotti a vent'anni e sei mesi, infine scarcerato definitivamente nel 2010. Non presente in via Fani, fu il custode delle armi usate nella strage.
Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è stata rilasciata nel 1994 per la sua collaborazione con le forze dell'ordine. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani, è stata la "postina" del sequestro Moro con Valerio Morucci.
Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è stato messo in libertà condizionale dal 1997. E' deceduto a Bari il 28 luglio 2025. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
Prospero Gallinari: già latitante (durante il caso Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente Miki Mantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada.
Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a trent'anni, poi ridotti a ventisei, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. Muore per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme ad Anna Laura Braghetti era l'inquilino "ufficiale" dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di "ingegner Altobelli".
Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà; attualmente risiede nel carcere di Verziano in un appartamento dove deve restare ogni sera dalle 22 alle 7 del giorno successivo. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, in via Fani era alla guida dell'auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stata accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente ad interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica.
Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a vari ergastoli. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequesto è stato il postino delle Brigate Rosse insieme alla sua compagna Adriana Faranda.
Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa "32 dicembre" di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.
In definitiva, di tutti i brigatisti presenti in via Fani quel 16 Marzo 1978, dal 2006 (dopo 28 anni) solo Algranati e Seghetti sono ancora in carcere.
Cerca nel web
Visualizzazione post con etichetta loggia P2. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta loggia P2. Mostra tutti i post
lunedì 16 marzo 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Etichette:
Aldo Moro,
almanacco quotidiano,
Brigate Rosse,
loggia P2,
Mario Battacchi,
Mario Moretti,
misteri italiani,
terrorismo,
UnMario,
Valerio Morucci,
Via Fani
lunedì 20 marzo 2023
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Sono le 8 del mattino del 20 marzo 1986. Voghera è avvolta da una sottile nebbia.
Al carcere di massima sicurezza, quinto reparto, è l`ora della colazione: isolato da porte blindate, controllato da telecamere a circuito chiuso, sorvegliato da 15 guardie divise in cinque turni in continua rotazione, c`è dal 22 ottobre 1984, da quando l`hanno estradato dagli Stati Uniti, un detenuto speciale: Michele Sindona.
Da due giorni è stato condannato all`ergastolo come mandante dell`omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della sua Banca privata italiana, dichiarata fallita il 28 settembre `74.
Come tutte le mattine, il caffè e il latte per Sindona vengono messi in thermos sterilizzati e chiusi a chiave in un contenitore di metallo. Ad aprirli sono cinque agenti. E' lo stesso finanziere siciliano a miscelare la colazione sulla soglia della cella sotto lo sguardo dei suoi custodi. Sindona porta il caffè alla bocca, voltandosi verso il bagno.
Gli agenti richiudono la porta e lo osservano dallo spioncino. E' l`attimo fatale: vedono Sindona prima barcollare, poi stramazzare a terra gridando: « Mi hanno avvelenato... » . Nel caffè c`è cianuro. Sindona morirà dopo un`agonia di 54 ore.
Per i magistrati che analizzeranno il caso, è stato « un suicidio attraverso la simulazione di un omicidio » .
Dai contorni troppo strani, però, per non entrare di diritto tra i tanti misteri d`Italia.
In molti, dai palazzi della politica e dei servizi segreti ai circoli della mafia, dalle logge della Massoneria alle stanze del Vaticano, avevano di che temere da un Sindona che, vistosi condannato e abbandonato, poteva vuotare il sacco per vendicarsi. Trame e veleni riempivano l`Italia. E tanti sospetti: era Sindona a passare le informazioni riservate che venivano puntualmente riportate da « O. P. » di Mino Pecorelli? Il giornalista, piduista con tessera 1750, ucciso a Roma in un agguato il 21 marzo 1979, aveva pubblicato documenti sui finanziamenti di Sindona alla Dc di Giulio Andreotti e la lista di 496 esportatori di valuta, tutti clienti della Finabank, l`istituto di credito ginevrino di Sindona. Ricatti e minacce sullo sfondo di un delitto nel cuore dello Stato, mai ben chiarito: quello di Aldo Moro nel maggio ` 78. E, guarda caso, una morte del tutto bizzarra farà tacere per sempre anche William Aricò, il killer prezzolato che aveva freddato sotto casa Ambrosoli: il gangster morirà cadendo dal muro del carcere di Manhattan mentre tentava un`improbabile evasione.
Estate di sangue e di scirocco quella del ` 79. Non erano passate quarantott`ore dall`omicidio di Ambrosoli che a Roma viene assassinato per mano delle Brigate rosse Antonio Varisco, il comandante del Nucleo traduzioni di Piazzale Clodio, che era in confidenza con Pecorelli. E il 21 luglio viene eliminato il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, che collaborava con Ambrosoli per dipanare la ragnatela mafiosa che copriva gli affari di Sindona. Ambrosoli era solo, con i suoi pochi ma fedelissimi collaboratori. Se n`era reso conto fin dai primi giorni della sua nomina a commissario liquidatore della Bpi. Minacciato da telefonate anonime, osteggiato dai poteri forti del Palazzo; ad appoggiarlo c`era solo la Banca d`Italia di Paolo Baffi, una solidarietà pagata a caro prezzo dal Governatore, costretto di lì a poco a dimettersi.
Il Corriere della Sera, dove ormai la P2 faceva da padrona, sul delitto Ambrosoli ricamò un ventaglio di ipotesi, quasi scartando quella che pareva la più logica: che il mandante fosse Sindona. Da tempo, per la solidarietà massonica, via Solferino stava dalla sua parte, tanto da scatenare una delirante serie di articoli a tutta pagina siglati C. S. contro chi come Agnelli non aderiva ai piani della loggia e dei suoi affiliati. Sindona, nei giorni dell`omicidio su commissione, era ancora negli Stati Uniti in libertà provvisoria, in attesa della sentenza sul fallimento della Franklin Bank, la sua banca americana finita in rovina per le speculazioni sul dollaro, innescando un disastroso effetto a catena in tutto il suo impero finanziario.
« La vendetta è un piatto che si serve freddo » , aveva minacciato Sindona. A cinque anni quasi dal suo fallimento, Sindona si era di fatto vendicato.
Era scomparso Ambrosoli, l`avvocato che non si era lasciato intimidire e che aveva osato scoperchiargli la Fasco (il crocevia lussemburghese dei raggiri e dei conti fiduciari di Sindona): il suo nemico giurato. Ma Sindona vuole restare impunito. Allora s`inventa uno pseudo rapimento: si eclissa improvvisamente dagli Usa il 2 agosto ` 79 per poi ricomparire il 16 ottobre con una ferita alla coscia sinistra. Due mesi e mezzo in cui fece di tutto e di più per tornare in sella giocando le carte più torbide, in un intreccio terribile di mafia e finanza. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Gli investigatori americani avevano, nel frattempo, ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: « Il giusto processo lo faremo noi » . Cominciava a circolare la voce che fosse stato rapito da un fantomatico « Gruppo eversivo per una giustizia migliore » .
Ma qual era la verità ? Il finto sequestro venne gestito dalla mafia siculo americana. Negli Usa il bancarottiere frequentava i Gambino, esponenti di una delle cinque famiglie più potenti di Cosa Nostra. Giunto a Palermo fu aiutato molto dalle cosche nella ricerca di alcuni documenti. In testa il famoso `` tabulato dei 500``, un elenco di nominativi di personaggi italiani che sarebbero ricorsi al suo intervento per esportare illecitamente capitali all`estero. Per rendere credibile il sequestro, chiese a Joseph Miceli Crimi, massone italo americano nonché suo medico personale, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. C`era una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona alla messinscena, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia.
Aspirava a diventare l`uomo della saldatura di un fronte reazionario piduista, mafioso, capace di sbarrare il cammino alle forze di rinnovamento. L`odore e la voglia di golpe era connaturata nell`Italia di quei decenni.
Ma per Sindona i tempi stavano cambiando.
Roberto Calvi e l`Ambrosiano l`avevano di fatto soppiantato nei rapporti con lo Ior del Vaticano e con i partiti. La sua stella stava frettolosamente precipitando. Non gli restava che brandire l`arma del ricatto e della minaccia, contro Ambrosoli, contro Enrico Cuccia, contro lo stesso Calvi che non lo volle aiutare. Per mettere a punto il suo piano, il 10 ottobre Sindona va a Vienna. Ma qui deve essere andato storto qualcosa. Una telefonata intercettata avrebbe allertato l`Fbi. Sta di fatto che Sindona si decise a salire sul primo aereo per New York, forse così consigliato da Rosario Gambino che lo accolse all`aeroporto Kennedy. Erano le sue ultime ore di libertà .
Venne condannato a 25 anni dai giudici americani. Fece di tutto per evitare l`estradizione in Italia.
Ma non ce la fece. Intorno a lui c`era terra bruciata.
Era crollato l`Ambrosiano, ma soprattutto era esploso il bubbone marcio della P2. Alla quale pervennero i magistrati indagando proprio sul falso sequestro di Sindona. Lui aveva ormai più nemici che amici. Di lui cominciò a diffidare anche Licio Gelli, il leader della P2, che solo qualche anno prima aveva inviato ai giudici Usa un affidavit pro Sindona assieme a Paolo Spagnuolo, giudice di Cassazione ( piduista, tessera 545), e John Mc Caffery, uomo della Hambros Bank in Italia, vicino all`Opus Dei. Da burattinaio si sentì burattino, quello di cui si erano serviti per eliminare un personaggio scomodo come Ambrosoli. Sindona, piduista in disgrazia, era bruciato. Suicidio od omicidio? Se fosse rimasto in vita avrebbe prima o poi potuto svelare i tanti misteri che la sua morte lasciava irrisolti nell`Italia delle trame e dei servizi segreti deviati. Dove la scia di sangue è costellata di morti, che si legano una con l`altra, in un tragico effetto domino, cadenzate da un`abile regia di depistaggio, utilizzando la manovalanza più disparata: dalla malavita comune alla mafia fino alle Brigate rosse e ai Nar neri.
Quando muore, Sindona ha 65 anni. Era nato l'8 maggio 1920 a Patti in provincia di Messina (coetaneo di Calvi, con cui entrerà in affari nel ` 70). Fiscalista di successo, negli anni 50 tesse una ragnatela di amicizie importanti anche all`estero, in particolare in Usa: con Jocelyn Hambro; con il presidente della Continental Illinois Bank, David M. Kennedy; con Richard Nixon, avvocato emergente; ma soprattutto con Joe Adonis e Vito Genovese, i due boss mafiosi che gli affidano le più spericolate operazioni per riciclare il denaro sporco del commercio della droga.
Il che non gli impedì di diventare il finanziere di fiducia di Giovanni Battista Montini, il cardinale di Milano che quando diventò Papa Paolo VI gli affidò le cure degli interessi temporali della Chiesa: dai palazzi dell`Immobiliare Roma alle finanze dello Ior, la banca vaticana di Paul Marcinkus, il prelato americano, più carne che spirito, nato a Cicero, sobborgo di Chicago, feudo di Al Capone. Fu appunto con i capitali della Curia che Sindona acquisì anche la Banca privata finanziaria di via Verdi a Milano. Nel ` 71, forte del blitz nella Centrale finanziaria, Sindona lanciava la sfida al `` salotto buono`` (e laico) di Enrico Cuccia con l`Opa su Bastogi. Venne sconfitto. E da quel giorno la stella di Sindona cominciò a decadere anche se fece in tempo a essere incoronato da Giulio Andreotti come il `` salvatore della lira``. La Centrale passò sotto il controllo della Compendium di Calvi. Sindona tentò un rilancio in Usa acquisendo la Franklin Bank. Ma fu l`ultimo sussulto. La crisi petrolifera mise in crisi il dollaro, la cui caduta affondò la Franklin, fallita nel maggio ` 74.
E' l`inizio della fine. Anche in Italia Sindona comincia a tremare. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa blocca l`aumento di capitale di Finambro a 160 miliardi che avrebbe ridato ossigeno a Sindona. Il quale allora gioca l`ultima carta: fonde le sue due banche, Unione e Privata, dando vita alla Bpi, ma l`istituto nasce morto. Inizia la corsa al ritiro dei depositi. Né basta l`aiuto del Banco di Roma che concede un prestito di 100 milioni di dollari, ottenendo in pegno la maggioranza dell`Immobiliare che a sua volta controllava la Ciga. A fine settembre la Bpi viene messa in liquidazione. Comincia il lavoro in solitudine di Ambrosoli, l`eroe borghese del libro di Corrado Stajano. Che smaschera conti paralleli e fiduciari che giravano il mondo da un paradiso fiscale all`altro, tra un carosello di società fantasma e tanti personaggi arroganti e minacciosi. Un lavoro che Ambrosoli stesso a un certo punto capì che avrebbe pagato con la vita.
Se ne parlava da tempo, ma i suoi personaggi avevano volti sfumati e imprecisi. Quando la sera del 20 maggio 1981 il Tg Rai annunciò che la presidenza del Consiglio (c`era Arnaldo Forlani a Palazzo Chigi) aveva dato il via libera alla pubblicazione dell`elenco degli appartenenti alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli, l`Italia venne attraversata da una scossa violenta.
Si scopriva uno Stato dentro lo Stato, emergeva un Governo parallelo.
Politici, affaristi, ex eredi al trono, manager, giudici, giornalisti, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali dell`esercito e dei carabinieri: 962 nomi e cognomi, tutta l`Italia che tramava allora, ma anche mezza Italia che poi è andata al potere, se è vero che con tessera 1816 del 26 gennaio 1978 c`era anche Silvio Berlusconi.
A scoperchiare le carte segrete della P2 furono due magistrati, Giuliano Turone e Gherardo Colombo.
Un ``ritrovamento`` del tutto fortuito: il loro obiettivo era far luce sullo strano sequestro di Michele Sindona. Strano quel «Gruppo eversivo per una giustizia migliore», che aveva rivendicato il rapimento; strani quegli affidavit a favore di Sindona fatti pervenire al giudice americano che processava il finanziere per bancarotta. Uno di questi era di Licio Gelli: «Nella mia qualità di uomo d`affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. L`odio verso di lui trova origine nel fatto che ha sempre appoggiato la libera impresa in un`Italia democratica». Da tempo correvano voci che da Gelli si riunisse la ``crema`` del potere italiano. Il Gran Maestro a Roma viveva in una suite dell`Excelsior.
I giudici che indagano su Sindona scoprono che il rapimento è una messinscena. Che è sempre lui, Sindona, a trattare con Andreotti il salvataggio delle sue banche, a minacciare Enrico Cuccia, a far uccidere Giorgio Ambrosoli con tre colpi di Magnum 357. A ospitare Sindona in Sicilia fu, tra gli altri, Joseph Miceli Crimi, massone, medico italoamericano, specialista in chirurgie plastiche. Fu lui a sparare alla gamba del finanziere per rendere più credibile la tesi dell`agguato. I giudici restano incuriositi da questo personaggio.
Ordinano un sequestro nel suo studio, e tra le carte trovano un biglietto ferroviario Palermo Arezzo dell`estate ` 79. Gli chiedono come mai. «Per andare dal dentista», risponde Crimi. Una motivazione troppo strampalata perché i giudici abbocchino. Messo alle strette, Crimi rivela di esser stato ad Arezzo da un certo Licio Gelli per conto di Sindona. Lo stesso Gelli dell`affidavit, quello di cui si vocifera sia a capo di una loggia, quello che il Corriere della Sera ha intervistato in pompa magna.
I magistrati ordinano il blitz nelle proprietà di Gelli, agli indirizzi trovati in un`agenda di Sindona. La sera del 16 marzo `81 gli agenti perquisiscono la suite romana all`Excelsior; villa Wanda, l`abitazione aretina; e le sedi delle due aziende del `` Venerabile`` a Frosinone e alla Giole di Castiglion Fibocchi. Con l`elenco di tutti gli affiliati, trovano una montagna di documenti sui misteri d`Italia: dal caso Eni Petromin ai rapporti Calvi Bankitalia, all`operazione Rizzoli.
A oltre trent`anni di distanza, dopo processi e inchieste parlamentari, quelli che pagarono furono davvero pochi (ad esempio, Franco Di Bella, tessera 655, si dimise da direttore del Corriere); rare le ammissioni (la più nota, quella di Maurizio Costanzo, tessera 1819); i più fecero finta di niente, come se la P2 fosse solo un club di bontemponi.
Sono le 8 del mattino del 20 marzo 1986. Voghera è avvolta da una sottile nebbia.
Al carcere di massima sicurezza, quinto reparto, è l`ora della colazione: isolato da porte blindate, controllato da telecamere a circuito chiuso, sorvegliato da 15 guardie divise in cinque turni in continua rotazione, c`è dal 22 ottobre 1984, da quando l`hanno estradato dagli Stati Uniti, un detenuto speciale: Michele Sindona.
Da due giorni è stato condannato all`ergastolo come mandante dell`omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della sua Banca privata italiana, dichiarata fallita il 28 settembre `74.
Come tutte le mattine, il caffè e il latte per Sindona vengono messi in thermos sterilizzati e chiusi a chiave in un contenitore di metallo. Ad aprirli sono cinque agenti. E' lo stesso finanziere siciliano a miscelare la colazione sulla soglia della cella sotto lo sguardo dei suoi custodi. Sindona porta il caffè alla bocca, voltandosi verso il bagno.
Gli agenti richiudono la porta e lo osservano dallo spioncino. E' l`attimo fatale: vedono Sindona prima barcollare, poi stramazzare a terra gridando: « Mi hanno avvelenato... » . Nel caffè c`è cianuro. Sindona morirà dopo un`agonia di 54 ore.
Per i magistrati che analizzeranno il caso, è stato « un suicidio attraverso la simulazione di un omicidio » .
Dai contorni troppo strani, però, per non entrare di diritto tra i tanti misteri d`Italia.
In molti, dai palazzi della politica e dei servizi segreti ai circoli della mafia, dalle logge della Massoneria alle stanze del Vaticano, avevano di che temere da un Sindona che, vistosi condannato e abbandonato, poteva vuotare il sacco per vendicarsi. Trame e veleni riempivano l`Italia. E tanti sospetti: era Sindona a passare le informazioni riservate che venivano puntualmente riportate da « O. P. » di Mino Pecorelli? Il giornalista, piduista con tessera 1750, ucciso a Roma in un agguato il 21 marzo 1979, aveva pubblicato documenti sui finanziamenti di Sindona alla Dc di Giulio Andreotti e la lista di 496 esportatori di valuta, tutti clienti della Finabank, l`istituto di credito ginevrino di Sindona. Ricatti e minacce sullo sfondo di un delitto nel cuore dello Stato, mai ben chiarito: quello di Aldo Moro nel maggio ` 78. E, guarda caso, una morte del tutto bizzarra farà tacere per sempre anche William Aricò, il killer prezzolato che aveva freddato sotto casa Ambrosoli: il gangster morirà cadendo dal muro del carcere di Manhattan mentre tentava un`improbabile evasione.
Estate di sangue e di scirocco quella del ` 79. Non erano passate quarantott`ore dall`omicidio di Ambrosoli che a Roma viene assassinato per mano delle Brigate rosse Antonio Varisco, il comandante del Nucleo traduzioni di Piazzale Clodio, che era in confidenza con Pecorelli. E il 21 luglio viene eliminato il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, che collaborava con Ambrosoli per dipanare la ragnatela mafiosa che copriva gli affari di Sindona. Ambrosoli era solo, con i suoi pochi ma fedelissimi collaboratori. Se n`era reso conto fin dai primi giorni della sua nomina a commissario liquidatore della Bpi. Minacciato da telefonate anonime, osteggiato dai poteri forti del Palazzo; ad appoggiarlo c`era solo la Banca d`Italia di Paolo Baffi, una solidarietà pagata a caro prezzo dal Governatore, costretto di lì a poco a dimettersi.
Il Corriere della Sera, dove ormai la P2 faceva da padrona, sul delitto Ambrosoli ricamò un ventaglio di ipotesi, quasi scartando quella che pareva la più logica: che il mandante fosse Sindona. Da tempo, per la solidarietà massonica, via Solferino stava dalla sua parte, tanto da scatenare una delirante serie di articoli a tutta pagina siglati C. S. contro chi come Agnelli non aderiva ai piani della loggia e dei suoi affiliati. Sindona, nei giorni dell`omicidio su commissione, era ancora negli Stati Uniti in libertà provvisoria, in attesa della sentenza sul fallimento della Franklin Bank, la sua banca americana finita in rovina per le speculazioni sul dollaro, innescando un disastroso effetto a catena in tutto il suo impero finanziario.
« La vendetta è un piatto che si serve freddo » , aveva minacciato Sindona. A cinque anni quasi dal suo fallimento, Sindona si era di fatto vendicato.
Era scomparso Ambrosoli, l`avvocato che non si era lasciato intimidire e che aveva osato scoperchiargli la Fasco (il crocevia lussemburghese dei raggiri e dei conti fiduciari di Sindona): il suo nemico giurato. Ma Sindona vuole restare impunito. Allora s`inventa uno pseudo rapimento: si eclissa improvvisamente dagli Usa il 2 agosto ` 79 per poi ricomparire il 16 ottobre con una ferita alla coscia sinistra. Due mesi e mezzo in cui fece di tutto e di più per tornare in sella giocando le carte più torbide, in un intreccio terribile di mafia e finanza. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Gli investigatori americani avevano, nel frattempo, ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: « Il giusto processo lo faremo noi » . Cominciava a circolare la voce che fosse stato rapito da un fantomatico « Gruppo eversivo per una giustizia migliore » .
Ma qual era la verità ? Il finto sequestro venne gestito dalla mafia siculo americana. Negli Usa il bancarottiere frequentava i Gambino, esponenti di una delle cinque famiglie più potenti di Cosa Nostra. Giunto a Palermo fu aiutato molto dalle cosche nella ricerca di alcuni documenti. In testa il famoso `` tabulato dei 500``, un elenco di nominativi di personaggi italiani che sarebbero ricorsi al suo intervento per esportare illecitamente capitali all`estero. Per rendere credibile il sequestro, chiese a Joseph Miceli Crimi, massone italo americano nonché suo medico personale, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. C`era una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona alla messinscena, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia.
Aspirava a diventare l`uomo della saldatura di un fronte reazionario piduista, mafioso, capace di sbarrare il cammino alle forze di rinnovamento. L`odore e la voglia di golpe era connaturata nell`Italia di quei decenni.
Ma per Sindona i tempi stavano cambiando.
Roberto Calvi e l`Ambrosiano l`avevano di fatto soppiantato nei rapporti con lo Ior del Vaticano e con i partiti. La sua stella stava frettolosamente precipitando. Non gli restava che brandire l`arma del ricatto e della minaccia, contro Ambrosoli, contro Enrico Cuccia, contro lo stesso Calvi che non lo volle aiutare. Per mettere a punto il suo piano, il 10 ottobre Sindona va a Vienna. Ma qui deve essere andato storto qualcosa. Una telefonata intercettata avrebbe allertato l`Fbi. Sta di fatto che Sindona si decise a salire sul primo aereo per New York, forse così consigliato da Rosario Gambino che lo accolse all`aeroporto Kennedy. Erano le sue ultime ore di libertà .
Venne condannato a 25 anni dai giudici americani. Fece di tutto per evitare l`estradizione in Italia.
Ma non ce la fece. Intorno a lui c`era terra bruciata.
Era crollato l`Ambrosiano, ma soprattutto era esploso il bubbone marcio della P2. Alla quale pervennero i magistrati indagando proprio sul falso sequestro di Sindona. Lui aveva ormai più nemici che amici. Di lui cominciò a diffidare anche Licio Gelli, il leader della P2, che solo qualche anno prima aveva inviato ai giudici Usa un affidavit pro Sindona assieme a Paolo Spagnuolo, giudice di Cassazione ( piduista, tessera 545), e John Mc Caffery, uomo della Hambros Bank in Italia, vicino all`Opus Dei. Da burattinaio si sentì burattino, quello di cui si erano serviti per eliminare un personaggio scomodo come Ambrosoli. Sindona, piduista in disgrazia, era bruciato. Suicidio od omicidio? Se fosse rimasto in vita avrebbe prima o poi potuto svelare i tanti misteri che la sua morte lasciava irrisolti nell`Italia delle trame e dei servizi segreti deviati. Dove la scia di sangue è costellata di morti, che si legano una con l`altra, in un tragico effetto domino, cadenzate da un`abile regia di depistaggio, utilizzando la manovalanza più disparata: dalla malavita comune alla mafia fino alle Brigate rosse e ai Nar neri.
Quando muore, Sindona ha 65 anni. Era nato l'8 maggio 1920 a Patti in provincia di Messina (coetaneo di Calvi, con cui entrerà in affari nel ` 70). Fiscalista di successo, negli anni 50 tesse una ragnatela di amicizie importanti anche all`estero, in particolare in Usa: con Jocelyn Hambro; con il presidente della Continental Illinois Bank, David M. Kennedy; con Richard Nixon, avvocato emergente; ma soprattutto con Joe Adonis e Vito Genovese, i due boss mafiosi che gli affidano le più spericolate operazioni per riciclare il denaro sporco del commercio della droga.
Il che non gli impedì di diventare il finanziere di fiducia di Giovanni Battista Montini, il cardinale di Milano che quando diventò Papa Paolo VI gli affidò le cure degli interessi temporali della Chiesa: dai palazzi dell`Immobiliare Roma alle finanze dello Ior, la banca vaticana di Paul Marcinkus, il prelato americano, più carne che spirito, nato a Cicero, sobborgo di Chicago, feudo di Al Capone. Fu appunto con i capitali della Curia che Sindona acquisì anche la Banca privata finanziaria di via Verdi a Milano. Nel ` 71, forte del blitz nella Centrale finanziaria, Sindona lanciava la sfida al `` salotto buono`` (e laico) di Enrico Cuccia con l`Opa su Bastogi. Venne sconfitto. E da quel giorno la stella di Sindona cominciò a decadere anche se fece in tempo a essere incoronato da Giulio Andreotti come il `` salvatore della lira``. La Centrale passò sotto il controllo della Compendium di Calvi. Sindona tentò un rilancio in Usa acquisendo la Franklin Bank. Ma fu l`ultimo sussulto. La crisi petrolifera mise in crisi il dollaro, la cui caduta affondò la Franklin, fallita nel maggio ` 74.
E' l`inizio della fine. Anche in Italia Sindona comincia a tremare. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa blocca l`aumento di capitale di Finambro a 160 miliardi che avrebbe ridato ossigeno a Sindona. Il quale allora gioca l`ultima carta: fonde le sue due banche, Unione e Privata, dando vita alla Bpi, ma l`istituto nasce morto. Inizia la corsa al ritiro dei depositi. Né basta l`aiuto del Banco di Roma che concede un prestito di 100 milioni di dollari, ottenendo in pegno la maggioranza dell`Immobiliare che a sua volta controllava la Ciga. A fine settembre la Bpi viene messa in liquidazione. Comincia il lavoro in solitudine di Ambrosoli, l`eroe borghese del libro di Corrado Stajano. Che smaschera conti paralleli e fiduciari che giravano il mondo da un paradiso fiscale all`altro, tra un carosello di società fantasma e tanti personaggi arroganti e minacciosi. Un lavoro che Ambrosoli stesso a un certo punto capì che avrebbe pagato con la vita.
Se ne parlava da tempo, ma i suoi personaggi avevano volti sfumati e imprecisi. Quando la sera del 20 maggio 1981 il Tg Rai annunciò che la presidenza del Consiglio (c`era Arnaldo Forlani a Palazzo Chigi) aveva dato il via libera alla pubblicazione dell`elenco degli appartenenti alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli, l`Italia venne attraversata da una scossa violenta.
Si scopriva uno Stato dentro lo Stato, emergeva un Governo parallelo.
Politici, affaristi, ex eredi al trono, manager, giudici, giornalisti, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali dell`esercito e dei carabinieri: 962 nomi e cognomi, tutta l`Italia che tramava allora, ma anche mezza Italia che poi è andata al potere, se è vero che con tessera 1816 del 26 gennaio 1978 c`era anche Silvio Berlusconi.
A scoperchiare le carte segrete della P2 furono due magistrati, Giuliano Turone e Gherardo Colombo.
Un ``ritrovamento`` del tutto fortuito: il loro obiettivo era far luce sullo strano sequestro di Michele Sindona. Strano quel «Gruppo eversivo per una giustizia migliore», che aveva rivendicato il rapimento; strani quegli affidavit a favore di Sindona fatti pervenire al giudice americano che processava il finanziere per bancarotta. Uno di questi era di Licio Gelli: «Nella mia qualità di uomo d`affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. L`odio verso di lui trova origine nel fatto che ha sempre appoggiato la libera impresa in un`Italia democratica». Da tempo correvano voci che da Gelli si riunisse la ``crema`` del potere italiano. Il Gran Maestro a Roma viveva in una suite dell`Excelsior.
I giudici che indagano su Sindona scoprono che il rapimento è una messinscena. Che è sempre lui, Sindona, a trattare con Andreotti il salvataggio delle sue banche, a minacciare Enrico Cuccia, a far uccidere Giorgio Ambrosoli con tre colpi di Magnum 357. A ospitare Sindona in Sicilia fu, tra gli altri, Joseph Miceli Crimi, massone, medico italoamericano, specialista in chirurgie plastiche. Fu lui a sparare alla gamba del finanziere per rendere più credibile la tesi dell`agguato. I giudici restano incuriositi da questo personaggio.
Ordinano un sequestro nel suo studio, e tra le carte trovano un biglietto ferroviario Palermo Arezzo dell`estate ` 79. Gli chiedono come mai. «Per andare dal dentista», risponde Crimi. Una motivazione troppo strampalata perché i giudici abbocchino. Messo alle strette, Crimi rivela di esser stato ad Arezzo da un certo Licio Gelli per conto di Sindona. Lo stesso Gelli dell`affidavit, quello di cui si vocifera sia a capo di una loggia, quello che il Corriere della Sera ha intervistato in pompa magna.
I magistrati ordinano il blitz nelle proprietà di Gelli, agli indirizzi trovati in un`agenda di Sindona. La sera del 16 marzo `81 gli agenti perquisiscono la suite romana all`Excelsior; villa Wanda, l`abitazione aretina; e le sedi delle due aziende del `` Venerabile`` a Frosinone e alla Giole di Castiglion Fibocchi. Con l`elenco di tutti gli affiliati, trovano una montagna di documenti sui misteri d`Italia: dal caso Eni Petromin ai rapporti Calvi Bankitalia, all`operazione Rizzoli.
A oltre trent`anni di distanza, dopo processi e inchieste parlamentari, quelli che pagarono furono davvero pochi (ad esempio, Franco Di Bella, tessera 655, si dimise da direttore del Corriere); rare le ammissioni (la più nota, quella di Maurizio Costanzo, tessera 1819); i più fecero finta di niente, come se la P2 fosse solo un club di bontemponi.
giovedì 8 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è l'8 dicembre.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 viene messo in atto in Italia un tentativo di colpo di stato, fallito.
In quella notte, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.
Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.
L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.
Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.
Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.
Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.
Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.
Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.
La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.
Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.
Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.
Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.
Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.
A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”.
Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 viene messo in atto in Italia un tentativo di colpo di stato, fallito.
In quella notte, la vita democratica italiana è minacciata da un oscuro pericolo: è in atto un complotto pianificato nei minimi dettagli per l'assalto ai centri nevralgici del potere, un colpo di Stato. I ministeri dell'Interno e della Difesa, la sede della RAI, le centrali di telecomunicazione e le caserme sono presidiate in attesa dell'ordine di attacco, ma quando scatta l'ora decisiva tutte le forze mobilitate per il golpe sono richiamate a rientrare nei ranghi.
Il Paese, ignaro degli avvenimenti che si sono susseguiti nella notte dell'Immacolata, scopre quale rischio abbiano corso le istituzioni repubblicane soltanto il 17 marzo 1971, quando il quotidiano “Paese Sera” rivela l'esistenza di un progetto eversivo dell'estrema destra.
L'opinione pubblica, scioccata, si interroga su chi siano i protagonisti della cospirazione, quali gli obiettivi e soprattutto come e perché il piano sia giunto così vicino alla concreta attuazione, sebbene senza essere coronato dal successo.
Le prime ipotetiche risposte iniziano ad arrivare dalla magistratura: il 18 marzo 1971, il sostituto procuratore di Roma Claudio Vitalone emette gli ordini di cattura, per il tentativo di insurrezione armata contro lo Stato, verso gli esponenti della destra extraparlamentare Mario Rosa e Sandro Saccucci, l'affarista Giovanni De Rosa, l'imprenditore edile Remo Orlandini, ed il giorno successivo è raggiunto da un mandato anche Junio Valerio Borghese, già comandante della famigerata Decima Flottiglia MAS, in seguito divenuto leader della formazione neofascista Fronte Nazionale.
Junio Valerio Borghese, rampollo della celebre casata romana, si è distinto come ufficiale di Marina durante la Seconda Guerra Mondiale al comando del sommergibile Scirè, per l'affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria d'Egitto il 18 dicembre 1941.
Dopo l'armistizio del 1943, aderisce alla Repubblica di Salò continuando l'attività nella Decima Flottiglia MAS, ricostituita come reparto indipendente di volontari, di cui diviene il comandante.
La formazione, che gode di una singolare autonomia e di un regolamento particolare, collabora con l'occupante tedesco nella guerra agli Alleati e nella spietata repressione della Resistenza partigiana, ma ancora prima della fine del conflitto allaccia rapporti con i servizi segreti americani (l'OSS, da cui nascerà nel 1947 la CIA) in funzione anticomunista ed antislava.
Terminata la guerra, dopo un concitato periodo di latitanza e ripetuti arresti, Borghese è condannato il 17 febbraio 1949 per collaborazionismo riuscendo però, grazie alla protezione americana (in particolare dal responsabile del controspionaggio dell'OSS, James Jesus Angleton), ad essere in breve tempo scarcerato.
Per Borghese si avvia così la carriera politica e ottiene nel 1951 la presidenza onoraria del Movimento Sociale Italiano, da cui però presto si scosta per avvicinarsi alle posizioni più estremiste della destra extraparlamentare.
Nel settembre 1968, mentre tutta la penisola è attraversata dalla contestazione, fonda il Fronte Nazionale nel tentativo di coagulare attorno a sé i movimenti più radicali, compreso Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie, che non si riconoscono nella politica istituzionalizzata e parlamentare dei partiti.
Dichiarando un'aperta e violenta ostilità per la sinistra italiana, insistendo sul pericolo di una “deriva rossa”, Borghese entra in contatto con diversi settori delle Forze Armate, con il comando militare americano e della NATO, allaccia rapporti con numerosi esponenti dell'industria e della finanza per raccogliere così i fondi necessari all'organizzazione di gruppi armati.
Con il fallimento del piano golpista del 1970, Borghese trova asilo nella Spagna franchista, dove rimane nonostante la revoca, nel 1973, dell'ordine di cattura da parte della magistratura italiana. Muore a Cadice il 26 agosto 1974, in circostanze mai completamente chiarite.
La procura della Repubblica di Roma, costretta ad archiviare l'indagine del 1971 per mancanza di prove, riapre l'istruttoria il 15 settembre 1974, quando il ministro della Difesa Giulio Andreotti consegna uno scottante rapporto del servizio segreto militare (SID) che getta nuova luce sul piano eversivo.
Il dossier, redatto dal generale Gianadelio Maletti, si basa sulle dichiarazioni del costruttore Remo Orlandini registrate dal capitano Antonio La Bruna, e coinvolge tra i cospiratori anche il direttore del SID Vito Miceli: i vertici militari, risultando (nonostante quanto fino ad allora sostenuto) in realtà consapevoli del tentato golpe, sono scossi da un terremoto da cui lo stesso Miceli esce destituito.
Già redatta una lista di personalità politiche da arrestare, gli insorti si apprestavano ad occupare le principali città italiane, su tutte Milano, Venezia, Reggio Calabria, ma soprattutto le istituzioni con sede a Roma.
L'operazione architettata dai golpisti, chiamata “Tora Tora” per la ricorrenza dell'attacco giapponese a Pearl Harbor, sarebbe partita a Roma dai cantieri edili di Orlandini nel quartiere Montesacro, dalla palestra dell'Associazione Paracadutisti in via Eleniana, dal quartiere universitario dove si erano riuniti i gruppi dei congiurati, affiliati ai movimenti neofascisti e membri dell'Esercito.
Mentre un commando sarebbe penetrato nel ministero degli Interni, sottraendo mitragliatori dall'armeria, una colonna di automezzi della Guardia Forestale di Città Ducale, agli ordini del colonnello Luciano Berti, si sarebbe fermata poco distante dalla sede della RAI in via Teulada.
Al momento decisivo però, un inspiegabile contrordine avrebbe interrotto improvvisamente l'attuazione definitiva del piano.
La magistratura spicca nuovi arresti ed avanza formulando ulteriori accuse, sulla presunta avvenuta occupazione del Viminale, sul progetto di rapimento del Presidente della Repubblica e sulla marcia verso la capitale intrapresa dalla Guardia Forestale.
Il processo è inaugurato il 30 maggio 1977, ma dei 78 imputati i più compromessi, tra cui Remo Orlandini ed il medico reatino Adriano Monti, sono latitanti. Il 14 luglio 1978, la sentenza di primo grado si risolve in trenta assoluzioni, ma anche per i condannati cadono i più gravi capi d'accusa, come l'insurrezione armata, e resta solo il reato, relativamente attenuato, di cospirazione politica. Sono dunque comminati dieci anni a Remo Orlandini, otto a Rosa, De Rosa e al colonnello dell'Aeronautica Giuseppe Lo Vecchio, cinque anni a Stefano Delle Chiaie e al colonnello dell'Esercito Amos Spiazzi, quattro a Sandro Saccucci; escono invece assolti “perché il fatto non sussiste” Vito Miceli, Luciano Berti, Adriano Monti.
Il 29 novembre 1984, dopo due giorni di camera di consiglio, la Corte d'Assise d'Appello assolve tutti gli imputati, derubricando il programma golpista come un “conciliabolo di quattro o cinque sessantenni”, ed anche la Cassazione conferma tale interpretazione il 24 marzo 1986.
Il 7 novembre 1991, il giudice milanese Guido Salvini, entrato in possesso dei nastri originali delle registrazioni effettuate da Antonio La Bruna, scopre che le versioni consegnate durante gli anni alla magistratura risultano tagliate nei numerosi passaggi in cui compaiono i nomi di esponenti politici e militari di primo piano, come l'ammiraglio Giovanni Torrisi, Capo di Stato Maggiore dal 1980 al 1981.
Rispetto alla versione integrale dei nastri, veniva inoltre omesso ogni riferimento a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che avrebbe dovuto provvedere al sequestro del Presidente Saragat, e restava sottaciuto anche il coinvolgimento della mafia siciliana, incaricata di eliminare il capo della polizia Angelo Vicari, come poi sarà confermato anche da Tommaso Buscetta, Antonino Calderone, Luciano Leggio. La giustizia incrimina perciò Maletti e La Bruna per la manipolazione dei nastri, ma il provvedimento cade in prescrizione nel 1997 ed in ogni caso Giulio Andreotti, all'epoca loro referente superiore in qualità di ministro della Difesa, giustifica i tagli in quanto avrebbero riguardato informazioni non essenziali se non addirittura potenzialmente nocive al processo.
Grazie al Freedom of Information Act deciso dal presidente americano Clinton, il quotidiano “La Repubblica” acquisisce documenti desecretati della CIA e rivela, il 19 dicembre 2004, che i servizi segreti statunitensi conoscevano il complotto eversivo di Borghese, e che Adriano Monti, designato come ministro degli Esteri del governo golpista, sarebbe stato il tramite dei contatti tra i cospiratori e Ugo Fenwich, impiegato presso l'ambasciata americana a Roma.
Sebbene alcuni settori marginali della CIA avrebbero dimostrato interesse e garantito il necessario appoggio per il colpo di Stato, la risposta conclusiva si sarebbe risolta in un parere di sarcastica ostilità ad eventuali mutamenti nell'equilibrio dell'area mediterranea.
Nel 2005, Adriano Monti esce da un trentennale silenzio per dichiarare, alle telecamere di “La Storia siamo noi”, il proprio diretto coinvolgimento nella trama cospirativa, in qualità di mediatore deputato a sondare le disponibilità della classe dirigente americana allora facente capo a Nixon.
A questo scopo si sarebbe incontrato a Madrid con Otto Skorzeny, già protagonista con un commando di SS della liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso nel 1943, assoldato dalla CIA nel dopoguerra.
Secondo Monti, l'intelligence americana richiese come garanzia la nomina di Giulio Andreotti a capo del Governo, ma non è possibile appurare se il diretto interessato, che ha smentito la circostanza, ne fosse consapevole.
A tutt'oggi, nonostante un dettagliato rapporto della Commissione Stragi sugli episodi che hanno caratterizzato la “strategia della tensione”, non sono ancora chiari i motivi e soprattutto le responsabilità del contrordine che ha fermato Borghese e i suoi uomini.
L'ipotesi avanzata da Claudio Vitalone, nella ricostruzione della strategia golpista, è che l'intervento armato sarebbe servito unicamente come premessa ad una svolta autoritaria, legittimata come una reazione normalizzatrice rispetto all'eccezionale condizione di emergenza.
Rimane tuttora ignoto l'effettivo grado di coinvolgimento degli apparati statali e delle personalità politiche nel contorto piano eversivo, ma è ormai sicuro che quello della notte del 7 dicembre 1970 non fu certo un “golpe da operetta”.
mercoledì 4 agosto 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 4 agosto.
Nella notte del 4 agosto 1974 una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».
I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l'esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest'ultimo, Margherita Luddi».
Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l'autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.
Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l'arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l'ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l'avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.
Comunque, all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L'uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l'Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.
Il processo si concluse con l'assoluzione generale di tutti gli imputati sebbene, stante l'impossibilità di determinare concretamente le personalità dei mandanti e dei materiali esecutori, la sentenza di assoluzione attesti comunque la correttezza dell'attribuzione della strage a Ordine Nero e alla P2 definendo come pienamente comprovata una notevole serie di circostanze del tutto significative e univoche in tal senso, al punto da venire esplicitamente richiamata dalla Relazione della Commissione Parlamentare per via di circostanze relative alla strage dell'Italicus e indirizzanti verso l'eversione neofascista e la Loggia P2.
A 47 anni di distanza, nessun colpevole sta scontando una pena per la strage dell'Italicus.
Nella notte del 4 agosto 1974 una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».
I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l'esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest'ultimo, Margherita Luddi».
Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l'autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.
Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare della magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l'arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l'ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l'avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.
Comunque, all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L'uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphael dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l'Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.
Il processo si concluse con l'assoluzione generale di tutti gli imputati sebbene, stante l'impossibilità di determinare concretamente le personalità dei mandanti e dei materiali esecutori, la sentenza di assoluzione attesti comunque la correttezza dell'attribuzione della strage a Ordine Nero e alla P2 definendo come pienamente comprovata una notevole serie di circostanze del tutto significative e univoche in tal senso, al punto da venire esplicitamente richiamata dalla Relazione della Commissione Parlamentare per via di circostanze relative alla strage dell'Italicus e indirizzanti verso l'eversione neofascista e la Loggia P2.
A 47 anni di distanza, nessun colpevole sta scontando una pena per la strage dell'Italicus.
domenica 11 luglio 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
L'11 luglio 1979 l'avvocato Giorgio Ambrosoli viene ammazzato davanti a casa sua da un sicario assoldato da Michele Sindona.
Ambrosoli, nato negli anni trenta in una famiglia della borghesia milanese e cresciuto negli ambienti conservatori della Milano del dopoguerra, intrisa della volontà di ricominciare e di ricostruire, che sarà anche il terreno fertile negli anni del boom per le speculazioni edilizie e gli illeciti finanziari, diventa avvocato, come sognava fin da bambino. Il lavoro in banca del padre non ha mai destato il suo interesse. È amara l'ironia del destino: nell'esercizio della sua professione, dovrà trascorrere ben cinque anni nel ventre di una banca, per ricostruire l'ordito delle fosche trame intessute nell'alveo della finanza internazionale dallo spregiudicato banchiere Michele Sindona. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Inizia per lui un faticoso percorso controcorrente nelle torbide e limacciose acque dei poteri sommersi e corrotti che proteggevano Sindona: la mafia, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, la finanza vaticana dello IOR, la Democrazia cristiana di Andreotti, l'ala più reazionaria dei circoli americani, i servizi segreti.
Come un mosaicista, ricompone uno ad uno i tasselli delle intricate e sofisticate operazioni di riciclaggio di denaro sporco, gli illeciti canali per l'esportazione dei capitali all'estero; si addentra nello scottante magma illegale dei depositi fiduciari, delle innumerevoli società finanziarie tra loro oscuramente interconnesse come scatole cinesi.
Si oppone pervicacemente alle mediazioni, ai tentativi di salvataggio della banca mandata in rovina da Sindona, promossi da uomini di governo in sintonia con i poteri criminali, la mafia e la loggia massonica P2, registi dell'offensiva sempre più pressante contro l'avvocato: si oppone perché acconsentire a quelle manovre avrebbe significato violare la legge, far pagare il peso finanziario ai cittadini, che l'avvocato aveva il dovere di tutelare. Egli, come risulta dalle annotazioni nel suo diario, è sempre più esterrefatto nello scoprire le diffuse illegalità, connivenze, penetrate in profondità nei gangli vitali del paese, i tradimenti che hanno per protagonisti uomini di alto rango dello Stato, ministri, banchieri: persone che avrebbero dovuto essere dalla parte della legge, dalla sua parte, e invece si rivelavano nemici, alleati tra loro per vanificare la legge.
Si ritrova sempre più isolato, un giorno si confida con un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?” Un giornalista gli domanda: “Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?” Egli ribatte: “È molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l'amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo”.
Ambrosoli è consapevole dell'impari lotta che sta conducendo: la sua vita è appesa a un filo. La lettera che scrive alla moglie Annalori nel 1975 (ma che poi tiene nascosta, la trova lei per caso, riordinando le sue carte), è un testamento, quasi un addio, ed è altresì la nobile traccia della sua dirittura morale e del coraggio nello svolgere il compito affidatogli con rettitudine, nonostante le minacce ricevute e le pressioni sempre più stringenti cui è sottoposto:
“Anna carissima, [...] È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese [...]. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici [...] A quarant'anni di colpo ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito [...]. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [...]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Giorgio”.
Anche suo figlio, il più piccolo, Umberto, anzi Betò, come ama chiamarlo, purtroppo capisce, a soli sette anni, il pericolo che incombe sul padre, quando dietro la porta della camera da letto dei genitori sente, a loro insaputa, una registrazione delle terribili minacce di morte, che riceveva, e che una notte fa ascoltare a sua moglie. Cerca di rassicurarlo affettuosamente, dicendogli che si trattava delle telefonate di un pazzo, ma il bambino ha sentito una frase che poteva essere riferita solo a lui, al suo lavoro, allora gli si rivolge come ad un adulto: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto [...].”
La sera dell'11 luglio 1979 Ambrosoli invita alcuni amici a casa sua per assistere a un incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Alla fine della serata spegne la tv, accompagna a casa gli amici, torna verso casa sua. Sta chiudendo la serratura della portiera della sua auto. Qualcuno si accosta. E chiede: "Avvocato Ambrosoli?". "Sì". Scende un secondo uomo dall'auto: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Spara quattro colpi, per Ambrosoli saranno le ultime ore di vita. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale sulla sua inchiesta il giorno seguente.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ebbe la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e l'italo-americano Robert Venetucci furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.
mercoledì 17 marzo 2021
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 17 marzo.
Il 17 marzo 1981 viene trovata in una fabbrica appartenente a Licio Gelli, nei pressi di Arezzo, una lista di affiliati alla loggia massonica P2.
La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane. Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti". Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia. Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR. Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista. Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo. Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico, alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo; Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile. La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano, alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio, favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas. La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2. Evidentemente a Ceausescu non era rimasto niente di comunista e Gelli lo sapeva. Analizzare gli intrighi, la partecipazione a tentativi di colpo di stato o a colpi di stato riusciti, a stragi, attentati, omicidi, depistamenti, operazioni finanziarie sporche e' praticamente impossibile. Basti pensare che dopo il ritrovamento di una parte dei documenti relativi alle attività della loggia ad Arezzo il 17 Marzo 1981 e di altri a Montevideo in Uruguay e' stata costituita una commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Tina Anselmi, i cui atti sono raccolti in 76 volumi di dimensioni consistenti e che la documentazione raccolta occupa diverse scaffalature anch'esse di dimensioni consistenti. Anche l'elenco degli iscritti che fu trovato è parziale, purtroppo però è l'unico conosciuto; si calcola comunque che gli iscritti alla loggia fossero 2500/3000 e non 963 come risulta dalle liste sequestrate ad Arezzo.
Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2. Si tratta però solo di un atto formale, in realtà Gelli, nonostante i molti anni di carcere a cui e' stato condannato, e' rimasto a piede libero fino alla morte avvenuta nel dicembre 2015, e ha avuto a disposizione un enorme patrimonio per continuare a tessere i suoi intrighi. Il "piano di rinascita democratica" sequestrato a Maria Grazia Gelli nel Luglio 1982, che rappresenta la "carta programmatica per l'Italia" della P2, e' divenuto il programma di Silvio Berlusconi, in gran parte attuato. Ma ciò che più preoccupa e' che non può essere un semplice decreto a sciogliere un simile agglomerato di "veri criminali". Finché esisteranno enormi gruppi finanziari, potentati economici, multinazionali che dominano i popoli, continueranno ad esistere cosche mafiose e massoniche come la P2.
Tra le 962 persone inserite nell'elenco vi erano i nomi di 44 parlamentari, 2 ministri dell'allora governo, un segretario di partito, 12 generali dei Carabinieri, 5 generali della Guardia di Finanza, 22 generali dell'esercito italiano, 4 dell'aeronautica militare, 8 ammiragli, vari magistrati e funzionari pubblici, i direttori e molti funzionari dei vari servizi segreti, diversi giornalisti ed imprenditori.
Tra i nomi spiccano Antonio Amato, Silvio Berlusconi, Roberto Calvi, Massimiliano Cencelli, Fabrizio Cicchitto, Francesco Cosentino, Maurizio Costanzo, Ferruccio De Lorenzo, Publio Fiori, Artemio Franchi, Licio Gelli, Roberto Gervaso, Gino Latilla, Pietro Longo, Enrico Manca, Alighiero Noschese, Claudio Pica (in arte Claudio Villa), Duilio Poggiolini, Angelo Rizzoli, Vittorio Emanuele di Savoia, Gustavo Selva, Michele Sindona, Bruno Tassan Din.
Il 17 marzo 1981 viene trovata in una fabbrica appartenente a Licio Gelli, nei pressi di Arezzo, una lista di affiliati alla loggia massonica P2.
La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E' noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane. Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l'aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare "coperti". Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l'apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia. Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR. Nel '69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell'esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un "governo di colonnelli", sempre preferibile ad un governo comunista. Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in "Raggruppamento Gelli-P2" accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo. Nel 1973 la loggia segreta "Giustizia e Libertà" si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico, alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo; Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d'Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile. La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano, alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio, favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas. La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime "socialista" di Ceausescu, nonostante l'anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2. Evidentemente a Ceausescu non era rimasto niente di comunista e Gelli lo sapeva. Analizzare gli intrighi, la partecipazione a tentativi di colpo di stato o a colpi di stato riusciti, a stragi, attentati, omicidi, depistamenti, operazioni finanziarie sporche e' praticamente impossibile. Basti pensare che dopo il ritrovamento di una parte dei documenti relativi alle attività della loggia ad Arezzo il 17 Marzo 1981 e di altri a Montevideo in Uruguay e' stata costituita una commissione parlamentare di inchiesta presieduta da Tina Anselmi, i cui atti sono raccolti in 76 volumi di dimensioni consistenti e che la documentazione raccolta occupa diverse scaffalature anch'esse di dimensioni consistenti. Anche l'elenco degli iscritti che fu trovato è parziale, purtroppo però è l'unico conosciuto; si calcola comunque che gli iscritti alla loggia fossero 2500/3000 e non 963 come risulta dalle liste sequestrate ad Arezzo.
Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2. Si tratta però solo di un atto formale, in realtà Gelli, nonostante i molti anni di carcere a cui e' stato condannato, e' rimasto a piede libero fino alla morte avvenuta nel dicembre 2015, e ha avuto a disposizione un enorme patrimonio per continuare a tessere i suoi intrighi. Il "piano di rinascita democratica" sequestrato a Maria Grazia Gelli nel Luglio 1982, che rappresenta la "carta programmatica per l'Italia" della P2, e' divenuto il programma di Silvio Berlusconi, in gran parte attuato. Ma ciò che più preoccupa e' che non può essere un semplice decreto a sciogliere un simile agglomerato di "veri criminali". Finché esisteranno enormi gruppi finanziari, potentati economici, multinazionali che dominano i popoli, continueranno ad esistere cosche mafiose e massoniche come la P2.
Tra le 962 persone inserite nell'elenco vi erano i nomi di 44 parlamentari, 2 ministri dell'allora governo, un segretario di partito, 12 generali dei Carabinieri, 5 generali della Guardia di Finanza, 22 generali dell'esercito italiano, 4 dell'aeronautica militare, 8 ammiragli, vari magistrati e funzionari pubblici, i direttori e molti funzionari dei vari servizi segreti, diversi giornalisti ed imprenditori.
Tra i nomi spiccano Antonio Amato, Silvio Berlusconi, Roberto Calvi, Massimiliano Cencelli, Fabrizio Cicchitto, Francesco Cosentino, Maurizio Costanzo, Ferruccio De Lorenzo, Publio Fiori, Artemio Franchi, Licio Gelli, Roberto Gervaso, Gino Latilla, Pietro Longo, Enrico Manca, Alighiero Noschese, Claudio Pica (in arte Claudio Villa), Duilio Poggiolini, Angelo Rizzoli, Vittorio Emanuele di Savoia, Gustavo Selva, Michele Sindona, Bruno Tassan Din.
Iscriviti a:
Post (Atom)
Cerca nel blog
Archivio blog
-
▼
2026
(211)
-
▼
luglio
(30)
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
- #AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
-
▼
luglio
(30)





