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sabato 7 giugno 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 7 giugno.

Il 7 giugno 1640 un gruppo di contadini catalani entrano a Barcellona armati di forconi e uccidono i funzionari del re, rivendicando l'indipendenza della Catalogna nella cosiddetta guerra dei mietitori.

Nell'invocare il diritto all'indipendenza, la regione spagnola della Catalogna ha stabilito una specifica data a cui far risalire il proprio spirito nazionalista: l'11 settembre 1714, momento finale della Guerra di successione spagnola. Quel giorno avrebbe segnato la fine della secolare indipendenza catalana e l'inizio della sottomissione al potere spagnolo, tanto che ogni anno in tale data si celebra la Diada Nacional de Catalunya. Tuttavia, a dispetto della narrazione che più piace ai catalani, l'unica loro esperienza di indipendenza durò sette giorni, quasi quattro secoli fa, e fu dichiarata conclusa dai catalani stessi.

La condanna emessa il 14 ottobre 2019 dal Tribunal Supremo nei confronti dei leader dell'indipendentismo catalano ha scatenato una guerriglia che ha messo a ferro e fuoco la città di Barcellona. L'antefatto è il controverso referendum promosso nell'autunno 2017 dalla Generalitat de Catalunya: "Volete che la Catalogna diventi uno Stato indipendente in forma di repubblica?", recitava la scheda elettorale, e il "sì" ottenne uno schiacciante 90%. Il governo centrale di Madrid dichiarò però la votazione illegale e molti funzionari catalani furono arrestati.

Quanto alle ragioni addotte dai catalani per la loro battaglia, sono sia economico-politiche sia storiche. Nello specifico, si fa risalire l'indipendenza catalana al VII secolo d.C., quando sotto Carlo Magno furono create le cosiddette "contee catalane" della Marca di Spagna, "zona cuscinetto" tra l'Impero Franco e il sud della Penisola Iberica, all'epoca in mano agli arabi. Tali aree godevano sì di buoni margini di autogoverno, ma la loro "sovranità" non fu mai ufficialmente riconosciuta.

La più florida ed egemone tra tutte le contee era quella di Barcellona, destinata a confluire nel 1137 in un'entità regia più vasta: la Corona d'Aragona. Motivo di tale cambiamento dell'assetto geopolitico fu l'unione dinastica tra il conte Raimondo Berengario IV e l'erede al trono del Regno aragonese. La Contea di Barcellona da allora andò incontro a ulteriori sviluppi economici e politici, specie tra i secoli XIII e XIV. Fu allora che divenne "Principato di Catalogna" e che presero forma le sue più importanti istituzioni governative, tra cui la Generalitat, nel 1359. La Catalogna continuò quindi a godere di ampie autonomie, ma sulla carta apparteneva ancora alla Corona d'Aragona.

I dissidi tra catalani e monarchia spagnola esplosero con forza durante la Guerra dei Trent'anni (1618-1648). Per finanziarsi, la Spagna impose pesanti tributi ai propri sudditi, e a farne le spese fu soprattutto la prospera Catalogna, che rispose nel 1640 scatenando la cosiddetta guerra dei mietitori. Alla sollevazione catalana seguì il sostegno militare concesso alla Francia, nemica della Spagna. Forte di tale alleanza anti-spagnola, il 16 gennaio 1641 il Principato catalano si proclamò Repubblica indipendente: un'esperienza fulminea, perché appena sette giorni dopo la stessa Catalogna si dichiarò vassalla della Francia, la cui autorità perdurerà per i successivi nove anni.

Nel 1700, alla morte del re spagnolo Carlo II, il trono iberico fu conteso tra il francese Filippo V di Borbone e l'arciduca d'Austria Carlo d'Asburgo. In tale contesto, il Principato di Catalogna sviluppò un nuovo sentimento anti-francese, schierandosi con l'Asburgo. Dopo 13 anni di conflitti ebbero però la meglio le forze francesi, e una delle ultime operazioni militari ebbe luogo proprio a Barcellona, posta sotto assedio dal settembre 1713 fino al fatidico 11 settembre 1714. La vittoria borbonica mise fine alle tradizionali istituzioni catalane, a partire dalla Generalitat, ripristinata e abolita più volte negli anni Trenta del Novecento fino alla ricostituzione, nel 1977.

Oggi gli storici interpretano la lunga sequela di tali intricati eventi in modi disparati, e la controversia sulla reale esistenza delle "ragioni storiche" dell'indipendentismo è così tuttora irrisolta. Formalmente, è certo che la Catalogna non sia mai stata una nazione indipendente, anche se ciò non toglie che nei secoli abbia forgiato una propria, solida identità culturale e sociale.

mercoledì 30 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 ottobre.
Il 30 ottobre 1975 Juan Carlos assume le funzioni di capo di Stato della Spagna, succedendo al dittatore malato Francisco Franco. Alla sua morte, il 22 novembre, fu proclamato re.
Juan Carlos de Borbón y Borbón-Dos Sicilias, com'è noto sugli atti ufficiali spagnoli, meglio conosciuto semplicemente come re Juan Carlos I di Spagna o Re Juan Carlos di Borbone, nasce a Roma, il 5 gennaio del 1938. Dal 22 novembre del 1975 al 19 giugno 2014 è stato il re di Spagna.
La nascita romana del futuro reale di Spagna è testimonianza del momento estremamente delicato nel quale si trova il Paese quando il piccolo Juan Carlos viene al mondo. In piena guerra civile infatti, con i Repubblicani sul piede di guerra, il casato dei Borbone preferisce accasarsi, per così dire, nell'Italia di Mussolini, ove nasce per l'appunto il futuro successore della Corona. Suo padre è Juan di Borbone-Spagna, conte di Barcellona e terzogenito del re Alfonso XIII di Spagna, e di Maria Mercedes di Borbone e delle Due Sicilie.
Quando termina il conflitto civile e quello bellico internazionale, per giunta in favore di Franco e della sua falange, il terzogenito della famiglia, che si trova nel ruolo di successore ufficiale a causa della rinuncia dei suoi due fratelli maggiori, esattamente nel 1948 viene ricondotto insieme al casato reale nella sua residenza madrilena.
L'educazione che riceve, dal momento del rientro ispanico, è tutta orientata verso la monarchia, nell'attesa che la situazione torni alla normalità e sia per lui favorevole. Dal 1939 infatti, Francisco Franco ha instaurato una dittatura fascista. Tra i provvedimenti presi dal "Generalissimo", come viene soprannominato tra i fascisti a lui vicini, c'è sì il restauro della monarchia spagnola; tuttavia, per un lungo lasso di tempo, a reggerne le sorti ufficiali è lo stesso dittatore, conservando tutti i diritti della Corona per oltre un trentennio.
Il destino del casato pertanto è quello di restare all'ombra del governo fascista di Franco, pur godendo di alcuni privilegi e di una certa protezione da parte delle alte sfere del regime e, non senza importanza, da parte del clero spagnolo, punto di riferimento per la falange e per la sua attività politica.
Il giovane Juan Carlos fa parlare di sé quando conosce la sua futura moglie, la prossima regina di Spagna, Sofia. Quando i due convolano a nozze, ad Atene, Sofia è ancora chiamata Sofia di Grecia, figlia del re Paolo I e di Federica di Hannover. Il matrimonio tra i due viene celebrato nel 1962.
Juan Carlos di Spagna e Sofia di Grecia, come viene ancora chiamata anche dopo il matrimonio, avranno tre figli: Elena, Cristina e il principe ereditario Felipe.
Finalmente, un momento di svolta arriva nel 1963, quando il generale Franco, reggente della Corona dal 1939, proclama Juan Carlos suo "successore" a titolo di re. La nomina viene ufficializzata anche formalmente entro il 1969. È questo, un periodo molto delicato per il dittatore, che da tempo ha problemi di salute. Provvidamente infatti, Franco consegna nelle mani del futuro regnante legittimo di Spagna un peso politico fino a quel momento mai concesso a nessuno. È del 1973 infatti, la nomina di Juan Carlos di Spagna a capo di stato supplente.
Il 20 novembre del 1975, malato del morbo di Parkinson, muore Francisco Franco. Due giorni dopo, esattamente il 22 novembre del 1975, viene incoronato il nuovo re di Spagna, Juan Carlos I di Borbone.
Il nuovo regnante si prodiga subito per iniziare i lavori di una nuova costituzione democratica, la quale arriva ufficialmente nel 1978, con un'approvazione unanime e popolare, per giunta agevolata da una serie di riforme istituzionali promosse dal nuovo re di Spagna. L'ex paese del dittatore fascista diventa una monarchia costituzionale a tutti gli effetti.
Sono anni di grande transizione all'interno della società spagnola però, e non solo sul piano istituzionale. Appena tre anni dopo dalla promulgazione della nuova costituzione, nel 1981, alcuni elementi della Guardia Civil e dell'esercito, organizzano un colpo di stato per ripristinare l'autorità in Spagna. In questo caso è lo stesso Juan Carlos I a dimostrarsi decisivo nello sventare il golpe, per giunta annunciandolo in televisione e rendendo pubblica ogni cosa.
Nel 1998 il re viene invitato in Italia per tenere un discorso al Parlamento, primo Capo di Stato straniero a farlo nella storia della Repubblica Italiana. Nel 2007 poi, onde evitare polemiche e a conferma del proprio indiscusso tatto per certe questioni delicate, deicide di non prendere parte alla beatificazione di quasi 500 martiri della guerra civile spagnola. Lo stesso anno, fa il giro delle televisioni del mondo la sua lite con il Capo di Stato del Venezuela, Hugo Chavez, che zittisce davanti alle telecamere, mentre prende le difese dell'ex premier Aznar.
In tempi recenti un sondaggio televisivo spagnolo consacra Juan Carlos come il più grande spagnolo di tutti i tempi, davanti a Cristoforo Colombo (da sempre esiste una diatriba tra spagnoli e italiani nel considerare Colombo proprio connazionale), Pablo Picasso e Miguel Cervantes. A conferma dell'approvazione ricevuta unanimemente dal popolo spagnolo c'è anche un nuovo sondaggio il quale sostiene che l'80% della gente sia convinta che la transizione democratica non sarebbe stata possibile senza il re Juan Carlos I.
Il 19 giugno 2014 ha abdicato in favore del figlio Felipe.

sabato 19 ottobre 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 ottobre.
Il 19 ottobre 1469 si uniscono in matrimonio Isabella di Castiglia e Ferdinando II d'Aragona.
I due giovani sposi si erano conosciuti di persona solo pochi giorni prima, giungendo nella città castigliana di Valladolid in clandestinità e in povertà, con un re disposto a far incarcerare la sposa, che era sua sorella e la sua giovane erede, e a eliminare di nascosto il giovane principe suo sposo. Con denaro preso in prestito e grazie al via libera di una falsa bolla papale, in una mattina del 19 Ottobre 1469, in casa di amici fedeli erano uniti in nozze lei, Isabella di Castiglia e lui, Ferdinando d’Aragona, futuri “Reyes Catòlicos” e primi sovrani di ciò che sarebbe divenuto il Regno di Spagna. Come mai sposarsi di nascosto e falsificando una bolla papale? Poteva un matrimonio essere tanto importante da far rischiare la pelle al futuro re d’Aragona e alla futura regina di Castiglia?
Anticamente, la Spagna era divisa in vari regni cristiani, che avevano fatto della Reconquista e della cacciata del moro dalla penisola iberica la loro ragione di vita. Nel corso del medioevo la spinta verso il sud islamico era diventata una vera e propria migrazione armata verso la costa meridionale, guidata dalle armate dei regni di Portogallo, Castiglia e Aragona. Il Portogallo e l’Aragona terminarono la reconquista raggiungendo rispettivamente le coste atlantica e del mediterraneo, e mentre il Portogallo volse le proprie energie all’esplorazione delle coste africane,  l’Aragona iniziò a creare impero mercantile sulle coste del mediterraneo occidentale.
In Catalogna, la parte più ricca del regno aragonese, i mercanti di Barcellona divennero talmente potenti da riuscire a imporre al sovrano una sorta di sistema costituzionale che imponeva alla monarchia di coinvolgere le assemblee catalane nella formazione delle leggi. Questo sistema fece la fortuna del regno d’Aragona e della regione Catalana, unendo libertà e prosperità.
In maniera totalmente differente si era evoluta la Castiglia, dove il continuo sforzo militare contro gli arabi di Spagna aveva forgiato una società incentrata su un’economia di pastorizia e su una potente aristocrazia guerriera (poco incline al commercio e all’esaltazione del lavoro manuale), scarsamente disponibile a obbedire al sovrano.
I tre regni alternavano alla gestione dei propri affari fuori dall’Hiberia a innumerevoli conflitti fra loro, e nonostante che dal 1412 il regno di Castiglia e quello d’Aragona condividessero la medesima dinastia regnante, quella dei Trastamara, non sembrava probabile (per quanto fosse possibile) che la penisola riuscisse a riunirsi sotto un unico sovrano, né che i popoli ispanici mettessero da parte le rispettive antipatie.
Con la prosperità giunse anche l’ambizione, e i Re d’Aragona iniziarono a espandersi in Italia, prendendo possesso via via della Sicilia, della Sardegna e del Regno di Napoli. Questo, unitamente alla lunga decadenza economica che colpì l’area di Barcellona in seguito alla Peste Nera, allontanò sempre di più le esigenze del ceto mercantile (Bisognoso di sostegno e di pace) dal Re d’Aragona (Sempre più bisognoso di denaro e di tasse per la propria politica militare ed espansionistica in Italia).
Il culmine dello scontro era stato raggiunto nel 1462 con lo scoppio della guerra civile fra i sostenitori di Giovanni II d’Aragona, padre di Ferdinando, e i grandi mercanti che dominavano la società catalana. In questa situazione era fondamentale per Giovanni II rafforzare la posizione della monarchia, e il modo migliore per farlo era maritare il figlio Ferdinando con la traballante erede al trono castigliano, Isabella.
In Castiglia le cose non andavano meglio. Governato da Enrico IV, il regno aveva appena vissuto una fase d’instabilità che aveva visto il Re di Castiglia obbligato a riconoscere nel 1468 le pretese al trono della sorella Isabella contro la volontà di assicurare la successione alla figlia Juana “La Beltraneja”, erede considerata illegittima, e di dare la sorella in sposa a un altro pretendente, il re del Portogallo Alfonso V.
Isabella di Castiglia preferì scegliere il giovane Ferdinando d’Aragona, dalla fama di valoroso condottiero e con un regno veramente bisognoso del suo aiuto, rispetto al vecchio re Alfonso V, potente, ricco e potenzialmente in grado di ripudiarla al primo guaio. Ma bisognava agire in fretta, prima che Enrico IV cambiasse idea sulla propria erede. Da qui il matrimonio clandestino, ed il rischio del carcere per lei e della vita per lui.
Quando Enrico IV venne a sapere del matrimonio, ne fu così sconvolto da riconoscere come propria erede l’illegittima Juana “La Beltraneja”. Di fatto ciò diede il via a una lunga guerra di successione al trono castigliano, a cui porre termine non bastò neppure la morte, nel 1474, di Enrico IV, sostituito poi da Re Alfonso V, subito sollecito nell’appoggiare le pretese dinastiche di Juana “La Beltraneja”, che il re aveva pensato di sposare.
Qui si dimostrarono fondamentali per la vittoria di Isabella l’audacia e il valore militare del novello sposo Ferdinando, che subito si dimostrò un’eccellente comandante, in grado di tenere testa sia ai riottosi nobili castigliani che sostenevano le pretese di Juana, sia le armate di Alfonso V. Entro la fine del 1479, “La Beltraneja” era sconfitta, e l’unione delle due coroneera suggellata in Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, primi sovrani di ciò che sarebbe stata la Spagna.

venerdì 3 maggio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 3 maggio.
Le rivolte a Madrid contro Napoleone ispirano Francisco Goya a dipingere la tela "Il 3 maggio 1808".
Il quadro celebra la lotta del popolo spagnolo contro l'occupazione napoleonica. Goya, in una lettera, descrisse così il suo lavoro: "Sento forte il desiderio di perpetuare, per mezzo dei miei pennelli, le azioni e le scene più eroiche e notevoli della nostra gloriosa insurrezione contro il tiranno d'Europa".
La rivolta del due di maggio 1808 si generò a Madrid a fronte della situazione di incertezza politica causata dalla presenza degli occupanti francesi. La protesta venne ferocemente repressa dalle forze napoleoniche presenti in città, ma si sparse per tutto il paese un'ondata di proclami di indignazione e di incitamento all'inserruzione armata che ben presto sfociò nella guerra d'indipendenza spagnola.
A Madrid il comandante francese Gioacchino Murat ordinò una feroce repressione contro coloro che si erano ribellati agli occupanti francesi.
Gli scontri più violenti avevano avuto luogo nel Parco dell'Artiglieria. Dopo varie ore di lotta cruenta gli spagnoli furono debellati, molti di loro si rifugiarono nelle case o nelle stalle, ma i contadini in particolare trovarono le porte chiuse e restarono in balia dei soldati, i quali ebbero l'ordine di catturare e giustiziare chiunque fosse trovato in possesso di un'arma, da fuoco o anche da taglio.
Le fucilazioni avvennero all'alba del giorno seguente nel Valle del Manzanares, ai piedi della montagna del Principe Pio.
Goya, nel 1814, propose al Consiglio della Reggenza di dipingere scene della sollevazione di Madrid, per perpetuare la memoria dell'eroica resistenza della gente madrilena contro le forze napoleoniche. Ottenuto l'incarico, realizzò questo dipinto e "Il 2 maggio 1808: la carica dei Mammelucchi" entrambi esposti al museo del Prado a Madrid.
Questo secondo dipinto raffigura gli avvenimenti del giorno precedente, appunto il 2 maggio, nella capitale spagnola, con la rivolta dei popolani e la repressione dei soldati francesi.
Nel 1850 il pittore José de Madrazo, direttore del Prado, mise in dubbio che Goya avesse dipinto questa tela affermando che "l'immagine è di qualità nettamente inferiore rispetto alle altre del maestro".
Settant'anni più tardi, durante il periodo d'oro dell'impressionismo e del Romanticismo, il quadro finalmente divenne famoso in tutto il mondo, essendo considerato un precursore diretto di tali stili.
Durante la guerra civile, nel 1937, il quadro fu spostato a Valencia insieme con l'intera collezione del Prado per prevenire possibili danni. Durante il viaggio, però, la tela ebbe un incidente. Il danno venne riparato con i restauri effettuati nel 1938, 1939, 1941 e 2008. In quest'ultimo caso si è proceduto a una pulizia completa che ha eliminato le vernici ingiallite che coprivano gran parte del dipinto.
La novità di questo dipinto sta nel fatto che non solo esprime il sentimento e la sensibilità dell'artista, ma segna l'inizio di un'arte che diventa anche manifesto di denuncia sociale.
Rompendo con il tradizionale trionfalismo della pittura di guerra, ne condanna violenza e brutalità, ponendo come protagonisti gente del popolo.
Goya propone un forte contrasto di chiaroscuri: l'ombra controluce della lanterna simboleggia la luce della libertà e l'ombra della guerra. Non ci sono margini ben definiti, quindi le pennellate sono veloci e approssimative. I violenti contrasti di luce e ombre alludono allo scontro tra le forze della morte e dell'irrazionale contro quelle della vita e della ragione.
Ma è dalla camicia bianca del condannato che si irradia la luce più intensa che illumina il dipinto. Ancor più che dalla lanterna davanti ai soldati. Questa luce, quasi abbagliante, attira l'occhio dell'osservatore che viene così guidato subito al nucleo centrale dell'opera.
La posizione a mani aperte, la ferita sulla mano, la luce che irradia, ricordano il Cristo.
Il senso del dramma è accentuato dal fatto che i soldati che sparano gli sono così vicini.
Per attirare ulteriormente l'attenzione sulla figura centrale, Goya non rispetta le proporzioni: il protagonista è in ginocchio ma se si sollevasse le figure intorno apparirebbero piccolissime.
La figura centrale non è un eroe classico, anzi è un antieroe, un civile senza nome, ucciso da soldati anonimi.
Il bianco degli occhi della ragazza è un richiamo al suo terrore.
Le sensazioni così forti destate dal quadro sono dovute al fatto che il pittore, seppur da lontano, assistette a queste scena da una fattoria. Come racconta il suo domestico Isidro: "Il mio padrone osservò la scena da una finestra, con un cannocchiale in una mano e un fucile carico nell'altra, pronto a reagire se i francesi fossero venuti dalla nostra parte".
A notte inoltrata, poi, sempre seguito da Isidro, il pittore si recò sul luogo delle esecuzioni e alla luce della luna schizzò alcuni abbozzi di quello spettacolo terribile.
Così la scena è vivida come una fotografia, senza bisogno di essere realista: le pennellate spesse e rapide, quasi violente, non perdono tempo nei particolari, ma colgono l'emozione, che ci fa quasi sentire il respiro pesante dei condannati, il loro senso di terrore impotente. Ma quel che più conta fanno sentire impotente anche lo spettatore: impotente a reagire o a fare qualcosa. Il che sintetizza il dramma universale della guerra e dell'ingiustizia.
Ad incrementare il paragone con la figura del Cristo, il personaggio centrale ha, sulla mano destra, una ferita, quasi una stigmata.
I soldati sono raffigurati di spalle, senza nessun volto visibile, tutti nella stessa posizione, non uomini ma macchine di morte. Questo consente a Goya di abbinare questa scena specifica a un'immagine universale di crudeltà.
Sembrano quasi dei burattini in uniforme, sinonimo di un ordine che è violenza, con gli sguardi fissi sulle canne dei fucili, quasi per non voler vedere (e capire) quello che stanno facendo.
I fucili si stagliano netti nella scena scura quasi a sottolineare la bestialità umana rappresentata in tutta la sua crudele realtà.
Un concetto enfatizzato dai contrasti luci-ombre, dall'atmosfera tragica, dagli effetti cromatici e dai contrasti netti tra staticità e movimento, impassibilità e angoscia.

sabato 2 marzo 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 2 marzo.
Il 2 marzo 1974 in Spagna ha luogo l'esecuzione pubblica di Salvador Puig mediante la Garrota.
Intorno al 1972-73 la dittatura franchista aveva già perso la sua fisionomia più implacabile e truce, quella che aveva avuto dalla fine della Guerra civile sino al processo di Burgos, il primo processo contro l'Eta chiusosi nell'inverno del '70 con due condanne a morte. Nonostante fossero proibiti, gli scioperi si susseguivano da un lato all'altro del paese. Le università ribollivano di manifestazioni e di scontri tra studenti e polizia, mentre i giornali cattolici - lo Ya, il Madrid - avanzavano le prime critiche al regime dopo quasi un quarantennio di totale, indecente adesione della Chiesa al franchismo. Nella prima parte di "Salvador, 26 anni contro", il bel film di Manuel Huerga sulla vicenda di Salvador Puig Antich, un giovane anarchico catalano giustiziato nel marzo '74, quell'atmosfera già un po'rilassata dei primi anni Settanta, meno chiusa e intimidita di quanto non fosse stata nel pieno del franchismo, affiora in modo evidente. Il gruppo dei giovani anarchici o anarco-marxisti di cui Puig faceva parte, si incontra nei caffè a progettare le rapine alle banche e l'azione di propaganda tra gli operai in sciopero. S'affaccia ogni tanto nei locali notturni, intesse i suoi amori giovanili, continua a vivere a Barcellona, e solo più tardi stabilirà una base in Francia. Tutte cose che sarebbero state pressoché impossibili dieci anni prima, quando il controllo del regime sulla società, attraverso le sue polizie e i suoi delatori, era assai più ferreo. Ma proprio a partire dalla fine del '73, a cavallo dell'arresto, del processo e infine dell'esecuzione di Salvador Puig, il regime conobbe un soprassalto. Rimise gli orologi all'indietro, indurì di nuovo i suoi metodi repressivi, s'illuse di riportare la Spagna al letargo in cui aveva vissuto dopo la tragedia della Guerra civile e le migliaia di fucilazioni di antifranchisti che ne erano seguite. Fu quel soprassalto, quel brusco, scomposto tentativo di restaurare la cappa di paura che il regime aveva steso sulla Spagna dopo la vittoria del '39, a decidere della vita di Puig. A farlo finire il 2 marzo '74, invece che in carcere con una lunga condanna (la quale sarebbe stata probabilmente amnistiata tre o quattro anni più tardi con le prime aperture democratiche), nelle mani del boia. Caso non unico, del resto, perché si ripeté pochi mesi più tardi con l'esecuzione di altri cinque prigionieri politici. Per distinguere il fondale della vicenda Puig, vanno quindi tenute presenti queste due fasi del decorso franchista. La fase tra '70 e '73 in cui lo sviluppo economico, la necessità d'avvicinarsi all'Europa e far dimenticare il passato, avevano spinto i tecnocrati dell'Opus Dei (ormai il gruppo dominante nel governo del paese) ad allentare la pressione poliziesca per conferire al regime un volto più civile, meno repressivo. In quegli anni, una certa libertà si fece strada nel mondo studentesco, nelle riviste culturali, nel cosiddetto «piccolo clero» e persino nell'esercito. Giudizi critici che sino a qualche anno prima sarebbero stati espressi solo nel chiuso delle case, venivano adesso pronunciati in pubblico. Vari processi contro le azioni terroristiche dei nazionalisti baschi e dei gruppuscoli d'estrema sinistra - l'Eta, il Frap (Fronte rivoluzionario antifranchista patriottico) - si chiusero con pesanti condanne al carcere ma senza sentenze capitali. Del resto, Franco non teneva più il timone del paese. Nel '72, a ottant'anni, restava sì capo dello Stato: ma il declino del fisico, un certo appannamento intellettivo (ormai piangeva ad ogni cerimonia, fosse un funerale o l'anniversario della vittoria) avevano indotto lui e la moglie Carmen, il più influente tra i suoi consiglieri, a passare le responsabilità di governo ad un fedelissimo: l'ammiraglio Luìs Carrero Blanco. E Carrero, circondatosi di membri dell'Opus Dei, aveva messo in cantiere una transizione per così dire morbida del regime. Da qui, infatti, la fase d'allentamento della repressione poliziesca, gli spazi dati alla protesta sociale, la moderazione dei tribunali. Salvador Puig venne arrestato quando ancora durava questa fase. Il suo gruppo, il Mil (movimento iberico di liberazione), era ormai allo sbando, e uno dei suoi componenti crollò durante gli interrogatori cui era sottoposto dalla polizia, indicando il luogo dove tendere un agguato a Puig. L'agguato avvenne, Puig fu ferito ma riuscì ad estrarre la pistola e a sparare. Quando fu sopraffatto, un gendarme della Guardia Civil giaceva al suolo morto. Per il giovane anarchico le cose s'erano messe quindi già molto male. Ma mentre si preparava il processo, e i suoi avvocati erano ancora certi di potergli salvare la vita, si produsse quel soprassalto del regime che avrebbe chiuso la fase più tollerante dell'ultimo franchismo, e aperto il periodo plumbeo, durissimo, della sua agonia. Il 20 dicembre del '73, una bomba posta dai guerriglieri dell'Eta nel centro di Madrid fece saltare in aria l'automobile dell'ammiraglio Carrero Blanco. La morte del presidente del governo sconvolse, terrorizzò l'"entourage" di Franco. Da donna Carmen in giù, i più fedeli gregari del dittatore, gli elementi più compromessi del regime, i vertici delle varie polizie, conclusero che non avrebbe potuto esserci una transizione morbida. Che se non si fossero riprese con forza, con la massima durezza le redini della situazione, la morte di Franco avrebbe portato ad una fine traumatica dei quasi quarant'anni di franchismo. S'era costituito così quello che gli spagnoli chiamarono el bunker. Il fortino in cui s'asserragliarono nei trenta-trentacinque mesi successivi i familiari del dittatore, i suoi vecchi compagni d'arme, i profittatori di regime, quasi tutti gli alti gradi dell'esercito, l'estrema destra (Fuerza nueva, i Guerrilleros de Cristo Rey) e quel che restava del Falangismo delle origini. Il primo passo di donna Carmen fu la nomina a presidente del governo di Carlos Arias Navarro, ex capo della polizia ed ex ministro degli Interni. E la seconda misura presa dal bunker fu il ritorno alla repressione dei primi decenni del franchismo. Apertosi poco dopo la morte di Carrero, il processo a Puig davanti a un tribunale militare apparve quindi segnato già all'inizio. I sei tra generali e colonnelli che ad ogni udienza entravano nell'aula poggiando le loro sciabole sul banco dei giudici, non erano certo in vena di clemenze. Il processo fu del tutto irregolare, e sfociò nella condanna a morte dell'anarchico catalano. A nulla valsero le proteste che si levarono ovunque in Europa, né i passi tentati dal Vaticano. Il 2 marzo '74, Puig venne giustiziato con la garrota: uno strumento arcaico che consiste d'un anello di ferro posto attorno al collo del condannato, e poi progressivamente stretto sul dietro con una manovella. Così come si vede in varie delle acqueforti di Goya dedicate ai Desastres de la guerra. Né si trattò, come abbiamo già detto, dell'ultimo spasmo, dell'ultimo segno di paranoia venuti dal bunker. In agosto, tre militanti dell'Eta e due del Frap furono anch'essi condannati a morte. In Europa, la sollevazione fu stavolta ancora più ampia e turbolenta. Assalti alle ambasciate di Spagna, agli uffici della compagnia aerea Iberia, roghi di bandiere spagnole. Si mossero anche i governi, convocando gli ambasciatori di Franco per protestare. Paolo VI scrisse tre lettere, che a quanto sembra vennero sequestrate da Arias Navarro e donna Carmen perché Franco non le leggesse. Arias parlò alla tv di un'«ignobile aggressione dall'estero», e Franco, nel suo ultimo, patetico discorso sulla piazza d'Oriente dette la responsabilità di tutto a «una cospirazione massonica in combutta con i comunisti». I cinque vennero anch'essi garrotati. Ma adesso era per davvero finita. A novembre Franco morì, e il bunker prese lentamente - ad opera del re Juan Carlos e dei settori democratici usciti allo scoperto - a sfaldarsi. In meno di due anni scomparve. La Spagna era ormai una democrazia.

giovedì 9 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 novembre.
Il 9 novembre 1926 nasce a Madrid Luis Miguel Dominguìn.
Bello come pochi, ambizioso come nessuno. Luis Miguel Dominguin fu uno dei matadores più popolari e più amati degli anni 40 e 50. Erano i decenni epici delle corride, quando i toreri erano ammirati come esempio di coraggio e le corride non erano un fenomeno per turisti, ma un'autentica festa popolare. Erano gli anni di Manolete, per cui a Città del Messico costruirono un'apposita plaza de toros, tanto era il pubblico che voleva vederlo nell'arena, e di Luis Miguel Dominguin e Antonio Ordóñez, la cui rivalità, nonostante i legami familiari (erano cognati), appassionò artisti e intellettuali come Pablo Picasso o Ernest Hemingway. Era l'epoca della Spagna appena uscita dalla Guerra Civile, del potere di Francisco Franco, delle star di Hollywood alla scoperta del glamour europeo.
Di quegli anni Luis Miguel Dominguin fu una delle star più popolari. Un po' il coraggio della sua professione, dato che giocarsi la vita a las cinco de las tardes davanti a un toro di 500 kg è un qualcosa che affascina pubblico e media; un po' lo smisurato orgoglio della sua personalità, che lo spinse a interrompere una corrida ne Las Ventas di Madrid, uno dei templi sacri del toreo, per alzare il dito indice, a indicare che era il numero 1, e a ritardare all'infinito il consenso a un busto che Pablo Picasso voleva dedicargli per non ammettere il suo talento; un po' la sua concezione totale della corrida, per cui il 1° ottobre 1952 si chiuse nella plaza de Vista Alegre, l'altra grande plaza madrilena, per combattere da solo un toro facendo tutto lui, dal picador fino al matador; un po' il successo con le donne grazie anche al volto virile ed armonioso, uno dei più belli che si siano visti nelle corride: ha amato le donne più famose del suo tempo, da Ava Gardner ad Annabella, da Maria Félix fino a Lucia Bosè, che dopo 13 anni di matrimonio lo piantò, stufa di tanti tradimenti. "E' apparso nella mia vita come una stella folgorante. Faceva tutto bene: toreare, cacciare, essere elegante, ballare, conversare… negli anni 50 era un dio greco" ricordava l'amico Juan Antonio Vallejo-Nágera
"Luis Miguel non si è mai fatto battere da nessuno, quello che lo stimolava maggiormente era la difficoltà, l'orgoglio è stata una delle sue virtù assolutamente taurine, come la testa e il coraggio" dice Andrés Amorós, che gli ha dedicato una biografia di 500 pagine, Luis Miguel Dominguin. El numero 1, uscita in Spagna. Pur senza essere autorizzato dai tre figli del matador, il libro ha ottenuto il loro assenso: alla sua presentazione, in prima fila, c'erano Lucia jr e Paola, entrambe sempre più somiglianti a mamma Lucia, e molto orgogliose del ritratto a grandi tinte di papà, contraddizioni comprese. "Le cose che si fanno con rispetto vanno sempre bene" ha commentato Paola per entrambe.
"Sono i miei ricordi, ho avuto la fortuna di conoscere Dominguin da ragazzo perché mio padre era il suo notaio. Ho scritto le cose che ho visto" ha detto l'autore.
Così si legge dell'ambizione di Luis Miguel, ancora troppo giovane per sfidare Manolete, ma già impaziente, come un piccolo Alessandro il Grande davanti ai successi di Filippo il Macedone. "Era poco più di un adolescente e guardava già con fretta all'orologio della fama. Anche se pochi dubitano che sia l'aspirante al trono del matador cordovese, due anni dopo, nel 1946, si stanca di aspettare. E la famiglia Dominguin decide di forzare il destino. Si prepara a Madrid la corride de Beneficencia. Sarà un grande evento: l'unica che Manolete, stanco della lotta e innamorato di Lupe Sino, farà in Spagna, insieme all'allevatore Alvaro Domecq e ai toreri Gitanillo de Triana e Antonio Bienvenida. Al patriarca dei Dominguin viene un'idea geniale. Visita il presidente della Diputación, il popolarissimo marchese di Valdavia e gli offre di aggiungere il figlio al cartél. Luis Miguel torearà gratis, si pagherà le spese, tori compresi, e farà una donazione di 10mila pesetas. Come avrebbe detto don Corleone: "un'offerta impossibile da rifiutare" (…) All'arrivare alla plaza, Luis Miguel chiede all'autista di non parcheggiare vicino: o torna a hombros (massimo riconoscimento di una corrida salire dalla plaza sulle spalle degli aficionados) o rimane lì. Manolete fa uno sforzo col suo secondo toro e ottiene due orecchie. Luis Miguel ne aveva già avuta una. Nell'ultimo toro, che dedica a Franco, "Per lei, la miglior muleta di Spagna", provoca il delirio. Il pubblico vede l'intera faena in piedi. Alla fine la gente si lancia nell'arena, prende Luis Miguel sulle spalle e lo porta così, in un paio d'ore, fino a casa sua, nella calle del Principe. Più di 4 km a piedi"
Era il 19 dicembre 1946, Luis Miguel Dominguin aveva 20 anni. Avrebbe rivisto Manolete nella tragica tarde di Linares, in cui il torero andaluso perse la vita: "Quello che rimarrà più pregiudicato dal mio ritiro sarai tu. Insulteranno te quelli che insultano me, erediterai i miei nemici" gli disse Manolete nell'Hotel Cervantes, prima della corrida. Fu più o meno così. Ma anche, "da un lato l'azzardo gli dette quel primato che tanto voleva, dall'altro gli diede un'irrazionale ombra di colpevolezza che si aggiunse alla sua immagine di antipatia cercata e accettata" commenta nel libro Amorós. Se poi a questo si aggiunge l'indice alzato, a indicare "sono il numero 1" nella plaza de Las Ventas, nel 1952, un gesto che fu tutto uno scandalo, si capisce perché Dominguin fu il matador più amato e più odiato del suo tempo.
Amato dalle donne e dall'aristocrazia, prediletto da Franco che gli perdonava le libertà politiche che si prendeva, divertito dal suo humor e dalla sua sfacciataggine. Andava a caccia con il dittatore e riceveva nella bella casa che condivideva con Lucia Bosè Ernest Hemingway, Pablo Picasso e Orson Welles: "Luis Miguel non è mai stato progressista, per quanto si rigiri il personaggio. Ma era indubitabile la sua eterodossia. La sua intelligenza lo liberava dello stereotipo di franchista a cui lo vogliono ridurre" scrive nel suo libro Amorós.
Del suo successo con le donne sono rimasti leggendari due episodi. Uno riguarda la prima notte d'amore con Ava Gardner, lui si riveste per andarsene e lei che gli chiede dove va: "A raccontarlo agli amici, dove vuoi che vada?" risponde chiudendo la porta. L'altro si svolge a Parigi, dove Dominguin si è recato con l'amico Juan AntonioVallejo-Nágera: lui sta in una suite, l'amico in una stanza senza bagno e approfitta della sua per farsi la doccia; una mattina Juan Antonio entra e si trova davanti una bella ragazza ancora nel letto, lei si spaventa e chiede a Luis Miguel chi è l'intruso e lui la tranquillizza: "No, nessuno, uno che viene tutti i giorni, si fa la doccia e se ne va".
Nella seconda fase della sua vita, quando il dio greco che affascina flash e arenas lascia spazio a un signore maturo, gradevole e benestante, Luis Miguel deve fare i conti con la fama di suo figlio Miguel, che oscura la sua. Lo fa con divertita rassegnazione, anche se i rapporti tra i due non sono facilissimi: "Aver ammazzato centinaia, forse migliaia di tori per finire ricordato come il padre di Miguel Bosè!" commenta ad Amorós, dopo che un tassista lo ha individuato come padre del celebre cantante. Nel libro ci sono alcune righe dedicate al rapporto tra il grande torero e l'unico figlio maschio diventato artista: "A Miguel Bosè sono andati non solo l'arte e il portamento paterno. Anche il coraggio come ricorda Belén Ordóñez (la cugina, figlia di Antonio) con questo aneddoto: "Durante una corrida, il secondo toro mandò gambe all'aria Francisco (Rivera Ordóñez, nipote di Belén e, in secondo grado, di Miguel). Miguelito Bosè si è buttato velocemente dalla barriera ed è stato il primo ad arrivare. Mia figlia Belén ed io abbiamo avuto più paura per Miguel che per Fran. Che spavento! e che coraggio Miguel Gambelunghe, come lo chiamavamo…" Esattamente lo stesso soprannome che davano a suo padre da ragazzo.
Lo stesso cantante ha riconosciuto nel 1996 che a suo padre sarebbe piaciuto vederlo impegnato in un'altra carriera professionale e che assomigliasse più a lui che alla madre. Forse la poca attenzione prestata ai figli, nonostante li amasse profondamente, fu la causa di questo allontanamento. Luis Miguel non fu un buon marito per Lucia. Né un padre attento. Addirittura venne a sapere molto più tardi che Miguel studiava danza.
Lucia Bosè ha sempre affermato che la sua sensibilità estetica sta all'origine della carriera artistica di Miguel. E che suo padre non ha saputo comprenderlo: "Quando Picasso metteva la calzamaglia a Miguelito il torero (Bosè ha sempre chiamato così l'ex marito) gli diceva: "Pablo, mi vuoi trasformare questo ragazzo in un finocchio". A luglio 2007 il cantante raccontò che il padre volle farlo sverginare da una prostituta, a cui lui finì con l'insegnare a leggere. Però il tempo soavizzò le incomprensioni. E' sempre più facile capire quando un padre è già morto. Il cantante gli ha dedicato la canzone El hijo del Capitán Trueno, dal suo disco Sereno, la storia di un uomo di 45 anni che rispetta il cuore di un bambino che una volta ebbe 8 anni e sognava di essere oceanografo: "Il figlio del Capitán Trueno non fu mai degno del padre, venne fuori poeta…"".

martedì 19 settembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 settembre.
Il 19 settembre 1868 ha inizio "la gloriosa", la rivoluzione spagnola che portò a sei anni di democrazia.
A metà degli anni 1860, il malcontento contro il regime monarchico di Isabella II era evidente tra gli ambienti popolare, politico e militare. Il moderatismo spagnolo, al potere dal 1845, si trovava di fronte ad una forte crisi interna e non era stato in grado di risolvere i problemi del paese. La crisi economica era ancora più grave dopo le perdite della Guerra Ispano-Sudamericana e le rivolte, come quella condotta da Juan Prim nel 1866 e la rivolta dei sergenti di San Gil, si moltiplicavano. Durante l’esilio, liberali e repubblicani si accordarono con il Patto di Ostenda (1866) ed a Bruxelles (1867) in modo da creare maggiori disordini per ottenere un drastico cambiamento di governo, non tanto per sostituire il presidente Narváez, quanto con l’obiettivo ultimo di destituire la stessa Isabella II e bandirla dal trono spagnolo. Alla morte di O'Donnell nel 1867, si verificò un’importante migrazione di simpatizzanti dell’Unione Liberale, che propugnava la destituzione di Isabella II e lo stabilimento di un governo più efficace in Spagna, verso le posizioni del fronte.
A settembre 1868 la sorte della corona era già decisa. Le forze navali con base a Cadice, comandate da Juan Bautista Topete y Carballo, si ammutinarono contro il governo di Isabella II. La rivolta avvenne nello stesso luogo in cui cinquant’anni prima il generale Riego si era rivoltato contro il padre della regina, Ferdinando VII. Il proclama dei generali ammutinati a Cadice il 19 settembre 1868 affermava:
« Spagnoli: La città di Cadice in rivolta con tutta la provincia (...) nega l’obbedienza al governo che risiede a Madrid, sicura che sia il leale interprete dei cittadini (...) e decide di non deporre le armi finché la Nazione non recuperi la sovranità, manifesti la propria volontà e che questa sia compiuta. (...) Calpestata la legge fondamentale (...), corrotto il suffragio dalla minaccia, (...) morto il Municipio; foraggiata dell’Amministrazione e l’Azienda dell’immoralità; tirannizzata l’istruzione; messa a tacere la stampa (...). questa è la Spagna di oggi. Spagnoli, chi la detesta tanto da non azzardarsi ad esclamare: “Dev’essere sempre così?” (...) Vogliamo che una legalità comune creata per tutti abbia l’implicito e costante rispetto di tutti. (...) Vogliamo che un Governo provvisorio, che rappresenti tutte le forze vive del paese, assicuri l’ordine, mentre il suffragio universale getta le fondamenta della nostra rigenerazione sociale e politica. Per realizzare il nostro proposito incrollabile ci affidiamo al concorso di tutti i liberali, unanimi e compatti davanti al pericolo comune; con l’appoggio delle classi agiate, che non vorranno che il frutto del loro sudore continui ad arricchire l’interminabile serie di favoriti; con i difensori dell’ordine, se vogliono vedere quanto stabilito su solide basi di moralità e del diritto; con gli ardenti sostenitori delle libertà individuali, le cui aspirazioni saranno al riparo della legge; con l’appoggio dei ministri dell’altare, interessati prima di tutti ad offuscare nelle proprie origini le fonti del vizio e dell’esempio; con tutto il popolo e con l’approvazione, infine, dell’Europa intera, poiché non è possibile che il consiglio delle nazioni abbia decretato o decreti che la Spagna deve vivere nell’umiliazione. (...) Spagnoli: accorrete tutti alle armi, unico mezzo per iniziare l’effusione di sangue (...), non sotto l’impulso del rancore, sempre funesto, né con la furia dell’ira, ma con la solenne e poderosa serenità con la quale la giustizia impugna la propria spada! Che viva la Spagna con onore! »
Lo firmano Juan Prim, Domingo Dulce, Francisco Serrano, Ramón Nouvillas, Rafael Primo de Rivera, Antonio Caballero de Rodas e Juan Bautista Topete.
A quel punto si avvertiva l’esistenza di diverse forze in gioco: mentre i militari si manifestavano monarchici e pretendevano solo di sostituire la Costituzione ed il monarca, le Giunte, più radicali, mostravano la loro intenzione di raggiungere una vera rivoluzione borghese, basata sul principio della sovranità nazionale. Conviene segnalare anche la partecipazione di gruppi contadini andalusi, che aspiravano alla Rivoluzione Sociale.
Sia il presidente Ramón María Narváez che il suo ministro capo Luis González Bravo abbandonano la regina. Narváez morirà lo stesso anno, facendo penetrare la crisi nei settori moderati. I generali Prim e Francisco Serrano denunciarono il governo e gran parte dell’esercito disertò, passando dalla parte dei generali rivoluzionari al loro rientro in Spagna.
Il movimento iniziato in Andalusia si estese velocemente ad altri luoghi del paese, senza che le truppe del governo facessero seriamente fronte alle ribellioni. L’appoggio di Barcellona e di tutta la zona mediterranea fu definitivo per il trionfo della rivoluzione. Nonostante la dimostrazione di forza della Regina nella Battaglia di Alcolea, i fedeli del generale Manuel Pavia vennero sbaragliati dal Generale Serrano. Isabella si vide quindi obbligata all’esilio ed attraversò la frontiera della Francia, dalla quale non tornerà più.
A partire da questo momento e per sei anni (1868-1874) si cercherà di creare in Spagna un sistema di governo rivoluzionario, conosciuto come Sessennio democratico, finché il fallimento finale (che rischiava di costare l’esistenza della Spagna come nazione) portò di nuovo al potere i moderati.
Lo spirito rivoluzionario, che era riuscito a distruggere il governo spagnolo, mancava comunque di un chiaro indirizzo politico. La coalizione di liberali, moderati e repubblicani faceva fronte al compito di trovare un governo migliore che sostituisse quello di Isabella II. Il controllo del governo passò in un primo momento a Francisco Serrano, artefice della precedente rivoluzione contro la dittatura di Baldomero Espartero. All’inizio, le Corti rifiutarono il concetto di repubblica per la Spagna e Serrano venne nominato reggente, mentre si cercava un monarca adeguato per guidare il paese. Nel frattempo si scriveva la Costituzione di corte liberale, che finalmente veniva promulgata dalle corti nel 1869; era la prima Costituzione, entrata in vigore, che poteva chiamarsi tale dalla Costituzione di Cadice del 1812.
La ricerca di un Re adatto dimostrò di essere molto problematica per le Corti. I repubblicani, in fondo, erano inclini ad accettare un monarca che fosse una persona capace e rispettosa della Costituzione. Juan Prim, l’eterno ribelle contro i governi isabelliani, venne nominato reggente nel 1869 ed è sua la frase: ‘’«Trovare un re democratico in Europa è tanto difficile quanto trovare un ateo in cielo!». Venne considerata anche l’opzione di nominare re il vecchio Baldomero Espartero, nonostante incontrasse la resistenza dei settori progressisti; alla fine, nonostante lo stesso rifiutasse la nomina a re, ottenne otto voti nel riscontro finale. Molti proponevano il giovane figlio di Isabella, Alfonso (che in seguito diventerà Re Alfonso XII di Spagna), ma il sospetto che questo potesse essere facilmente influenzabile da sua madre e che avrebbe potuto ripetere gli errori della regina precedente, gli facevano perdere molti punti. Anche Ferdinando di Sassonia-Coburgo, antico reggente del vicino Portogallo, venne considerato come un’alternativa. Un’altra delle possibilità, che proponeva il Principe Leopoldo de Hohenzollern, avrebbe causato la Guerra Franco-Prussiana. Alla fine si optò per un re italiano, Amedeo di Savoia, ma il suo regno durò solo tre anni, dal 1870 al 1873.

sabato 26 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 26 novembre.
Il 26 novembre 1504 muore Isabella di Castiglia, la regina che aveva voluto il viaggio nelle Americhe di Colombo.
Isabella di Castiglia nasce il 22 aprile 1451 a Madrigal de las Altas Torres, in Spagna. Il padre è il re Giovanni II e la madre è la regina Isabella del Portogallo, sposata dal sovrano spagnolo in seconde nozze, poiché rimasto vedovo della prima moglie Maria d'Aragona.
Il padre muore quando Isabella ha solo tre anni e nel 1454 gli succede al trono per via ereditaria il figlio Enrico IV. Isabella quindi non sarebbe destinata a governare il Paese, poiché oltre al fratellastro Enrico IV, il futuro successore al trono di Spagna è il fratello minore Alfonso.
Presto Enrico IV, che ha condotto male la politica del Paese, deve nominare come erede al trono il fratello minore di Isabella, Alfonso. La principessa spagnola, che ha vissuto fino ai primi anni Sessanta del 1400 ad Arévalo ricevendo un'istruzione umanistica (infatti si dedica alla poesia, alla musica e alla letteratura), nel 1462 deve far ritorno a corte, in quanto il fratello è destinato a salire sul soglio reale.
In questi anni arriva anche per lei il momento di trovare un consorte importante, che permetta alla Spagna di stringere delle alleanze strategiche importanti con altri Paesi influenti dell'epoca. Mostrando un'acuta intelligenza, decide di scegliere con accuratezza il suo futuro marito, rifiutando la mano del re del Portogallo e quella del Gran Maestro dell'ordine cavalleresco di Calatreva.
Nel luglio 1468 l'erede al trono di Spagna Alfonso muore a causa della peste, per cui di lì a poco il re Enrico IV è costretto a proclamare la sorellastra erede al trono delle Asturie. Pur avendo numerosi pretendenti, sceglie in totale autonomia quale sarebbe stato il suo consorte; decide così di sposare Ferdinando di Trastamara, che è anche suo cugino.
I due si sposano in grande segreto il 19 ottobre 1469, senza avere l'approvazione del sovrano spagnolo, il quale dopo aver scoperto le nozze segrete, decide di diseredare Isabella per la successione al trono di Spagna. Secondo gli accordi segreti fatti in occasione del matrimonio, Ferdinando non avrebbe dovuto avanzare pretese al trono di Spagna.
Cinque anni dopo, il sovrano Enrico IV muore e il 13 dicembre dello stesso anno Isabella e il marito sono proclamati e incoronati sovrani di Spagna. Questa incoronazione però crea delle lotte intestine, poiché vari sovrani sono interessati alla successione al trono spagnolo. Inoltre tra i due coniugi viene firmato un accordo con cui Isabella può governare con autorità in Castiglia, ma non nell'Aragona, dove il potere politico è nelle mani del consorte.
La situazione è difficile, poiché la Castiglia viene invasa nell'estate del 1474 da Alfonso V, re del Portogallo. Grazie all'intervento del re Ferdinando, il quale è alla guida di un piccolo esercito, la guerra finisce in seguito alla campagna militare di Toro tenutasi due anni dopo. Le truppe del re hanno vinto.
Il potere dei due sovrani cattolici aumenta in seguito alla morte di Giovanni II d'Aragona avvenuta nel 1479. In questa circostanza, infatti, Ferdinando ottiene il controllo del Regno di Sicilia e diventa re d'Aragona. Dopo aver liberato la città di Malaga, dove la regina è grande protagonista, nel 1492 grazie alla sua abilità in campo militare e diplomatico il sovrano spagnolo riconquista anche Grenada, che fino a poco tempo prima è in mano agli arabi.
Subito dopo la presa di Grenada, i reali di Spagna ricevono per mano del papa Innocenzo VIII il titolo di "Maestà cattolica".
Nello stesso anno la regina di Spagna, in seguito a una decisione presa di comune accordo con una Commissione di dotti, decide di finanziare la spedizione dell'esploratore genovese Cristoforo Colombo, che in passato le aveva proposto di appoggiare una spedizione navale che lo avrebbe portato nelle Indie.
Nello storico anno 1492 quindi Colombo parte con i suoi uomini a bordo delle tre caravelle. In quest'anno si aggiungono ai possedimenti spagnoli anche la Sardegna e le Baleari.
La regina, insieme al consorte, conduce inoltre una politica interna tesa a consolidare la monarchia in senso assolutistico, riformando in particolar modo i rapporti con il clero e la nobiltà. Vengono istituite le Cortes, organi formati da parlamentari provenienti dalla nobiltà, dal clero e da alcune città, che hanno il compito di proporre ai sovrani l'emanazione di nuove leggi.
L'elemento fondamentale che consolida il potere monarchico in Spagna è però il cattolicesimo. Un provvedimento che viene preso dai reali di Spagna in tale circostanza è quello di porre sotto l'amministrazione della Corona il tribunale dell'Inquisizione e il Clero cattolico.
Il 1492 è anche l'anno in cui viene emanato il Decreto di espulsione degli ebrei che non vogliono accettare la conversione forzata alla religione cattolica e il battesimo.
L'anno seguente Cristoforo Colombo fa ritorno in Europa e, recandosi a Barcellona, porta ai sovrani oro, piante e indigeni che ha trovato nelle nuove terre scoperte.
Nel 1503 la politica reale contro le minoranze etniche continua con la conversione forzata alla religione cattolica dei moriscos che vivono a Grenada.
Ricoverata a Medina del Campo (Valladolid), per un cancro all'utero, Isabella morì il 26 novembre 1504 nel palazzo reale di Medina del Campo e sul trono di Castiglia le successe la figlia terzogenita Giovanna detta la Pazza, mentre la reggenza venne rivendicata sia dal marito Filippo il Bello che dal padre Ferdinando.
Dapprima fu inumata nella chiesa di San Francisco della Alhambra, il 18 dicembre del 1504, secondo il suo desiderio. Attualmente Isabella è sepolta nella Cappella reale di Granada, un fastoso sepolcro (che fu profanato durante l'Invasione Francese del 1800), nel centro della città, costruito dal nipote Carlo di Gand, re di Spagna con il titolo di Carlo I e in seguito Imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo V.
Nel sepolcro si trovano anche il marito Ferdinando II di Aragona, la figlia Giovanna la Pazza con suo marito, Filippo il Bello, la figlia prediletta di Isabella, Isabella, regina del Portogallo col figlioletto Michele della Pace d'Aviz.
Nel museo della Cappella Reale si trovano la corona e lo scettro della regina Isabella.

domenica 13 novembre 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 13 novembre.
Il 13 novembre 2002 la petroliera Prestige viene abbandonata al suo destino e sei giorni più tardi si inabissa al largo della Galizia riversando in mare circa 20000 barili di petrolio. E' il più grande disastro ambientale della Spagna.
Migliaia e migliaia di chilometri di costa e di spiagge spagnole e francesi furono devastate. Furono contaminate anche l'isola di Wight, e le isole Canarie.
La nave lanciava il triplice Mayday a 50 km da Finisterre nelle prime ore del pomeriggio del 13 novembre 2002.
Il capitano, Apostolos Magouras, di origine greca, riportò di aver avvertito un rumore molto forte a dritta: un colpo aveva aperto una falla nello scafo, facendo entrare un getto d’acqua nei due serbatoi di dritta.
In una prima versione dei fatti si identificherà la causa dell’incidente con una fuga d’acqua a causa dell'età dello scafo, ma, successivamente, dopo aver saputo che lo stesso giorno un mercantile aveva riportato la perdita di 200 tronchi (di 17 metri di lunghezza per 30 centimetri di diametro) durante il suo passaggio nel corridoio marittimo galiziano (alcuni di essi appariranno macchiati di petrolio alcuni giorni più tardi in diversi punti della Costa della Morte (Lira, Corcubión, Finisterre e Cee) l'ipotesi cambierà, concentrandosi sulla possibilità che un tronco, spinto dalle onde, possa essersi scontrato contro la parte destra della nave, aggiustata nel maggio dell’anno prima in un cantiere navale cinese nel porto di Wan Souk. Non si scartano come possibili cause scatenanti la forza delle onde del mare e una manovra sbagliata da parte dell’equipaggio.
A partire da questo momento iniziano a prodursi una serie di negoziazioni tra l’armatore, il Governo spagnolo e le imprese di salvataggio. Nonostante la situazione fosse critica e richiedesse soluzioni urgenti, i diversi enti implicati non riuscirono a mettersi d’accordo immediatamente. Il rischio era alto: le 77.000 tonnellate di petrolio hanno un valore di 60 milioni di euro.
Davanti alla possibilità che la nave affondi, si prende la decisione di allontanare la nave. Vengono inviati sulla zona alcuni rimorchiatori: il primo ad avvicinarsi è il “Ria de Vigo”, che si incontrava da quelle parti, dopo arrivano: “el Ibaizábal I”, “el Charuca Silveira” e “el Sertosa 32”.
Per alcune ore il capitano si nega a essere rimorchiato. L’obiettivo: guadagnare tempo e soldi. Il prezzo del secondo rimorchiatore e degli altri che devono realizzare il lavoro di appoggio al primo sembra eccessivo ed egli si rifiuta di pagare quanto chiedono (il Tribunal Marítimo Central Español stipula per questo tipo di casi un prezzo che varia dal 10 al 30% del valore della nave e del suo carico).
La nave viene abbandonata il 13 novembre 2002 dall'equipaggio, ed affonda il 19 novembre spezzandosi in due tronconi.
Il rilascio del carico di petrolio della Prestige durò per mesi, riversando 500 litri al giorno senza sosta.
Il risultato fu che ci furono morie di coralli, squali, pesci e di uccelli. L'industria della pesca soffrì moltissimo e tutta l'attività fu fermata per sei mesi a causa del grave inquinamento. Il governo spagnolo fu accusato di voler minimizzare la portata dell´incidente per non creare danni di immagine.
Nonostante l'opera di pulizia, portata avanti soprattutto dai volontari della Galizia e nonostante le premure di tenere tutto a tacere, l'inquinamento persistette, anche se non in modo visibile come le macchie nere del petrolio. Dopo un anno dall'incidente infatti, ci furono studi dell'Università de La Coruna a mostrare che a causa del petrolio della Prestige, pesci, crostacei e polipi avevano alti livelli di idrocarburi aromatici policiclici (il benzene), che sono cancerogeni.
Si calcolò che la vita marina sarebbe stata impattata dagli scarichi per almeno 10 anni e che tutta la catena alimentare ne avrebbe risentito, dal plankton all'uomo. Il fermo dei sei mesi, secondo vari ricercatori non è stato sufficiente a garantire l'assoluta sicurezza dei prodotti marini, infatti per diversi anni si consigliò ancora di non mangiare pesce della Galizia.
Le investigazioni hanno dimostrato la mancanza di misure di sicurezza sulla costa atlantica. Il Governo ordinò alla petroliera di allontanarsi dalla costa, con l’intenzione che affondasse in alto mare. Il 13 novembre 2002 uno dei due serbatoi della nave esplose durante una tormenta in Galizia liberando 63.000 tonnellate di petrolio. Il capitano greco del Prestige, Apostolos Mangouras, fu arrestato e accusato di non cooperare con le squadre di soccorso durante il naufragio e di danneggiare l’ambiente, ma controbatté dicendo che l'affondamento della nave era una conseguenza delle errate decisioni delle autorità spagnole. Dal disastro, le petroliere simili alla Prestige sono state vietate sulla costa francese e spagnola. La commissaria europea dei trasporti Loyola de Palacio riuscì ad ottenere la proibizione in tutta l’Unione Europea delle petroliere monoscafo.
Alla fine dell'operazione di pulizia i cittadini formarono un gruppo detto "Nunca mais" per vigilare sul loro mare e per chiedere risarcimenti. Il costo sia economico che ambientale, fu paragonabile a quello della petroliera americana che si inabissò nell'Alaska, la Exxon Valdez: entrambi gli incidenti costarono attorno ai 2 mila miliardi di euro.

mercoledì 11 maggio 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 maggio.
L'11 maggio 1904 nasce a Figueres, Spagna, Salvador Dalì.
Cocktail ben assortito di genialità e delirio, pittore del surreale e di mondi onirici, Salvador Dalì ha avuto una vita segnata dalla stranezza fin dal principio. Nato a Figueras il giorno 11 maggio 1904 - il nome completo è Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí Domènech, marchese di Pùbol - dopo tre anni dalla morte del primo fratello, il padre pensò bene di chiamarlo allo stesso modo, forse per non essere mai riuscito a dimenticare il primogenito. Una circostanza un po' "malata", che non ha certo giovato all'equilibrio mentale del piccolo Salvador, il quale, natìo della Catalogna, appena adolescente espone alcuni dipinti presso il teatro municipale della sua cittadina, riscuotendo un significativo apprezzamento critico.
Nel 1921 si iscrive all'Accademia di belle arti di San Fernando a Madrid, dove stringe amicizia con il regista Luis Buñuel e il poeta Federico Garcìa Lorca. Con quest'ultimo trascorre l'estate a Cadaqués nel 1925. L'anno successivo soggiorna a Parigi, dove incontra Pablo Picasso, e viene espulso dall'Accademia. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall'opera di Giorgio De Chirico. Negli anni successivi il suo sodalizio artistico e intellettuale con Lorca e Buñuel produce lavori di scenografia teatrale e cinematografica, come i due celebri film "Un chien andalou "e "L'âge d'or".
Sul piano pittorico ben presto la sua attenzione viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst, Miró e Tanguy, i maestri dell'inconscio tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel gruppo dei surrealisti e nel 1931, insieme a Breton, elabora gli "oggetti surrealisti a funzione simbolica". Ma il surrealismo di Salvador Dalí è comunque fortemente personalizzato: ispirato a De Chirico ed imbevuto di richiami alla psicanalisi freudiana, é caratterizzato da una tecnica minuziosa, levigata e fredda.
Nel 1930 pubblica "La femme visible", saggio dedicato a Gala, sua moglie dal 1929, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante, talvolta macabro. Qualche anno dopo si scontra con i surrealisti a proposito del dipinto "L'enigma di Guglielmo Tell", sinché nel 1936 avviene una prima rottura con il gruppo di Breton, che diventerà definitiva tre anni dopo. Nel frattempo Dalí aveva partecipato all'Esposizione internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam.
Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a Gala Éluard, occupandosi di moda e design. In questi anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of Modern Art insieme a Miró e di contribuire, con il disegno delle scene, al film di Alfred Hitchcock "Io ti salverò". Al termine del soggiorno statunitense rientra in Europa insieme a Gala.
Nel 1949 prosegue l'attività scenografica per il cinema collaborando con Luchino Visconti. Nel decennio sucessivo espone in Italia, a Roma e Venezia, e a Washington. Nel 1961 viene messo in scena a Venezia il Ballet de Gala, con coreografie di Maurice Béjart. Sono molte le esposizioni negli anni successivi, a New York, Parigi, Londra, sino all'importante antologica a Madrid e Barcellona nel 1983.
Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato membro dell' Accadémie des Beaux-Artes di Parigi. L'anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi alla Tate Gallery di Londra. Il 10 giugno 1982 muore Gala e nel luglio dello stesso anno gli viene conferito il titolo di "archese di Pùbol". Nel maggio del 1983 dipinge "La coda di rondine", suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi ustioni a causa dell'incendio della sua camera al castello di Pùbol, dove ormai risiede stabilmente. Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989 nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico.
In rispetto alle sue volontà viene sepolto nella cripta del Teatro-Museo Dalí a Figueras. Nel suo testamento lascia allo Stato spagnolo tutte le opere e le sue proprietà. Viene organizzata una grande retrospettiva postuma nella Staatsgalerie di Stoccarda, trasferita poi alla Kunsthaus Zurich.
Nel suo lavoro Dalí si è ampiamente servito del simbolismo. Ad esempio, il simbolo caratteristico degli "orologi molli" apparso per la prima volta in La persistenza della memoria si riferisce alla teoria di Einstein che il tempo è relativo e non qualcosa di fisso. L'idea di servirsi degli orologi in questo modo venne a Dalí mentre in una calda giornata d'agosto osservò un pezzo di formaggio Camembert che si scioglieva e gocciolava.
Quella dell'elefante è un'altra delle immagini ricorrenti nelle opere di Dalí. Comparve per la prima volta nell'opera del 1944 Sogno causato dal volo di un'ape intorno a una melagrana un attimo prima del risveglio. L'elefante, ispirato al piedistallo di una scultura di Gian Lorenzo Bernini che si trova a Roma e rappresenta un elefante che trasporta un antico obelisco viene ritratto con le "lunghe gambe del desiderio, con molte giunture e quasi invisibili" e con un obelisco sulla schiena.
Grazie all'incongrua associazione con le zampe sottili e fragili, questi goffi animali, noti anche per essere un tipico simbolo fallico, creano un senso di irrealtà. L'elefante rappresenta la distorsione dello spazio, ha spiegato una volta Dalí, le zampe lunghe ed esili contrastano l'idea dell'assenza di peso con la struttura. "Dipingo immagini che mi riempiono di gioia, che creo con assoluta naturalezza, senza la minima preoccupazione per l'estetica, faccio cose che mi ispirano un'emozione profonda e tento di dipingerle con onestà".
L'uovo è un'altra delle immagini tipiche di cui si serviva Dalí. Associa all'uovo il periodo prenatale e intrauterino, usandolo per simboleggiare la speranza e l'amore; l'uovo compare ad esempio ne Il grande masturbatore e ne La metamorfosi di Narciso. Nelle sue opere compaiono inoltre varie specie animali: le formiche rappresentano la morte, la decadenza e uno smisurato desiderio sessuale; la chiocciola è in stretta connessione con la testa umana (la prima volta che incontrò Sigmund Freud Dalí aveva visto una chiocciola su una bicicletta appoggiata fuori dalla sua casa), mentre le locuste sono per lui un simbolo di distruzione e paura.

lunedì 15 novembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 15 novembre.
Il 15 novembre 1533 Pizarro conquista Cuzco e inizia il massacro della quasi totalità del popolo Inca.
Francisco Pizarro nacque a Trujillo, in Spagna, nel 1475.
Dei suoi primi anni di vita non si conosce quasi nulla; ma sembra che la sua formazione sia stata trascurata (pare infatti fosse analfabeta). Quando le notizie della scoperta del nuovo mondo raggiunsero la Spagna si imbarcò a Siviglia verso le Americhe e dal 1502 al 1509 abitò sull'isola di Hispaniola, l'attuale Haiti. Nel 1510 prese parte ad una spedizione verso Urabà nell'attuale Colombia. Nel 1513 si aggregò ad una spedizione di Vasco Nuñez de Balboa che, esplorando l'istmo di Panama giunse fino alle coste del Pacifico. Come ricompensa per questa spedizione, Pizarro fu nominato dal governatore Pedro Arias de Avila, sindaco della città di Panama.
Nel 1522 gli giunse notizia delle immense fortune rinvenute da Hernàn Cortès nelle sue spedizioni in Messico. Si associò nel 1524 con Diego de Almagro e il prete Hernando de Luque, per organizzare una spedizione nel regno degli Inca. Organizzò una prima spedizione nel 1524-25 seguita da quella del 1526-28 dalla quale tornò con navi cariche di oro, lama e alcuni indigeni per provare l'esistenza del regno inca. Il governatore di Panama si rifiutò di finanziare ulteriori spedizioni e, quindi, Pizarro si imbarcò alla volta della Spagna per convincere l'imperatore Carlo I di Spagna a finanziare le sue iniziative.
Il 26 luglio 1529 l'imperatore lo nominò generale e vicerè del Perù nonchè governatore di tutte le terre che si trovassero oltre 600 km da Panama. Nel gennaio 1532 una spedizione composta da tre navi, circa duecentocinquanta uomini e decine di cavalli lasciò Panama alla volta delle coste meridionali del Pacifico e nel settembre dell'anno successivo la spedizione si inoltrò nell'entroterra. Dopo una marcia attraverso le giungle tropicali lunga e faticosa che costò la vita di numerosi membri della spedizione, questa superò la Cordigliera e penetrò nei territori degli Inca.
Il 15 novembre 1532 Pizarro entrò nella città di Cajamarca (che si trova a 1000 km a nord da Cuzco, capitale dell'Impero Inca) dove incontrò l'imperatore inca Atahualpa. Atahualpa lo attendeva con un esercito di circa 30.000 uomini. Dopo una trattativa condotta da Hernando de Soto e Hernando Pizarro, fratello di Francisco, la spedizione spagnola entrò pacificamente nella città. Per Pizarro la leggenda vuole che il segnale di attacco degli spagnoli fu dato da Valverde che sottopose la Bibbia al giuramento di Atahualpa. Rifiutatosi o, secondo alcune testimonianze probabilmente apocrife, scostando violentemente l'ignoto testo sottopostogli dal frate spagnolo (gli Inca tra l'altro non conoscevano alcun sistema di scrittura) obbligò Valverde a gridare al sacrilegio scatenando le truppe spagnole. Gli Inca non conoscevano nè l'acciaio nè altre armi che non fossero frecce o mazze e fionde di pietra, evidentemente assai inefficaci contro le armature e le spade d'acciaio degli spagnoli, che contavano tra l'altro su alcuni piccoli pezzi di artiglieria, ubicati in modo strategico nella piazza, di un gruppo di archibugieri e degli immancabili cavalli. Inoltre la rapida mossa di impossessarsi dell'imperatore e semi-dio Atahualpa, seguendo sempre l'esempio di Cortèz, ridusse l'opposizione incaica timorosa di rappresaglie nei confronti del venerato regnante. Nella speranza di salvare la vita e attraverso la completa dipendenza che la teocrazia incaica imponeva ai suoi sudditi, Atahualpa ed il suo apparato burocratico organizzarono un enorme sistema di spogliazione dell'oro e dell'argento dagli edifici pubblici e privati di tutto l'impero. Secondo alcuni la stima dell'ammontare è pari a oltre 40 milioni di euro in oro e argento. Si tratta di una cifra probabilmente assai inferiore alla realtà, pur senza considerare il valore artistico dei pezzi. Nonostante ciò Atahualpa venne condannato a morte per una tentata ribellione - avvenuta in assenza di Pizarro - e ucciso il 29 agosto 1533 a Cajamarca.
Il 15 novembre 1533 venne conquistata, saccheggiata e incendiata Cusco. Nel corso della conquista il popolo inca venne massacrato. Al posto di Atahualpa, Pizzarro nominò Manco Càpac II. Cuzco era ritenuta troppo lontana dal mare per essere una valida capitale del Perù per cui Pizarro il 15 gennaio 1535 fondò la città di Ciudad de los Reyes, l'attuale Lima. Nel 1536 Manco Càpac II si ribellò contro Pizarro e assediò Cuzco. Gli spagnoli riconquistarono rapidamente gran parte del paese ma i contrasti coi locali continuarono fino al 1572. Nel 1537 vi fu uno scontro fra Pizarro e Diego de Almagro, probabilmente vi fu una divergenza nella spartizione dei bottini. Nella battaglia di Salinas, Almagro fu sconfitto e fu ucciso l'8 luglio 1538 a Cuzco. Il 26 luglio 1541 Pizarro stesso fu ucciso a Lima da seguaci di Almagro. Il corpo mummificato di Pizarro si trova a Lima, nella Catedral, sotto l'altare maggiore.
L'invasione, la conquista e la distruzione di una civiltà importante e vivace come quella incaica al solo scopo del furto, rimane un immane strage ed un onta indelebile nella storia spagnola.

mercoledì 29 settembre 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 settembre.
Il 29 settembre 1936 Francisco Franco viene dichiarato Generalísimo de los ejércitos de Tierra, Mar y Aire. E' l'inizio della dittutura spagnola conosciuta come "franchismo".
Francisco Franco Bahamonde nasce il 4 dicembre 1892 a El Ferrol, città portuale della Spagna nordoccidentale (nella regione della Galizia) non lontano da La Coruña. La famiglia, di classe media, è tradizionalmente legata alla marina. La sua infanzia non è fortunata: i genitori si separano e Francisco non sembra nutrire grande affetto per il padre, che descriverà come introverso e timido.
Francisco Franco entra all'Accademia Militare di Toledo all'età di 14 anni: è uno dei cadetti più giovani e di più bassa statura. Cinque anni più tardi diviene ufficiale e chiede di essere inserito nell'esercito d'Africa. La sua esperienza africana inizia nel 1912 e avrà notevole influenza nella formazione del suo carattere e delle sue capacità professionali.
Franco è un ufficiale valoroso. Viene ferito varie volte e anche in modo grave. Grazie al suo valore e al suo impegno il suo nome diviene presto noto e la sua figura rilevante nell'ambiente militare.
Nel 1920 entra nei ranghi della Legione, élite militare di volontari il cui prototipo umano è l'avventuriero. Si distingue per la sua preoccupazione per le necessità dei soldati ma anche per la sua durezza e il principio della disciplina. Diviene col tempo un maestro nella guerra africana per la dimestichezza nelle piccole manovre avvolgenti su terreni accidentati. Il suo carisma è quello di un ferreo difensore dell'autorità morale dell'esercito.
La carriera militare è fulminea e brillante: nel 1923 è tenente colonnello, due anni dopo colonnello e nel 1926, a soli 34 anni, generale di brigata.
Durante la dittatura del generale Primo de Rivera ha con lui contrasti sulla politica africana e viene nominato direttore dell'Accademia Militare di Saragozza, dove molti dei professori erano militari africanisti. Della dittatura di Primo de Rivera Franco critica la provvisorietà, tuttavia alcuni dei suoi collaboratori saranno i pilastri basilari del suo futuro regime.
Accoglie senza alcun entusiasmo la proclamazione della seconda Repubblica e disapprova lo scioglimento della Accademia di Saragoza da parte del Governo Repubblicano, i cui vertici considerano Franco l'unico generale veramente pericoloso per l'esperienza socialista-repubblicana. Nonostante ciò, nel secondo biennio il Ministro Radicale Hidalgo lo nomina Capo di Stato Maggiore: la sua prima preoccupazione è quella di dare vigore allo spirito militare attraverso i Tribunali dell'Onore e il miglioramento delle condizioni materiali dell'esercito.
Francisco Franco collabora inoltre nella direzione militare della repressione della Rivoluzione delle Asturie del 1934.
Prima della guerra civile tiene una posizione politica molto defilata. E' un professionista dell'esercito e la sua figura si identifica con idee conservatrici ma moderate. Come gli altri militari di guarnigione in Marocco, detesta la professione del politico, che considera la causa dei mali della Spagna. Già a quel tempo la sua mentalità è antiliberale benché non sia un estremista. Giudica i politici "disprezzabili fantocci" e già in uno dei suoi primi proclami del luglio 1936 afferma che gli spagnoli sono "stufi di loro".
Le idee basilari della linea di Franco prima della guerra civile sono il nazionalismo ad oltranza e l'anticomunismo. In realtà la sua ideologia si cristallizza negli anni tra il 1933 e il 1939: in questo periodo inizia a manifestare la sua religiosità e la sua semplicistica interpretazione del passato storico della Spagna, concepito come lotta perenne tra alcune forze tradizionali, religiose e patriottiche e altre antinazionali e legate alla massoneria.
La sua decisione di intervenire nella guerra civile (1936-1939) è tardiva ma risulta inequivocabile e sin dal principio aspira a esercitare la suprema responsabilità politica. Francisco Franco non assomiglia a nessun altro personaggio storico dell'epoca contemporanea che ha esercitato il potere in prima persona. Veniva da ambienti umani ed ideologici molto differenti da quelli di Hitler o Mussolini, e la capacità oratoria di questi non si può comparare con la pochezza tanto di gesti quanto di parola che fu del dittatore spagnolo.
Incontra Hitler a Hendaya nel 1940 e Mussolini a Bordighera nel 1941. Nonostante le pressioni di Germania e Italia, Franco schiera la Spagna in una posizione di neutralità.
Nel 1950 sposa Carmen Polo, di distinta famiglia asturiana.
Insediatosi definitivamente a Madrid nel palazzo del Pardo, Franco si atteggia sempre più come re della nuova Spagna. E con lui la moglie Carmen, elevata durante le cerimonie al rango di regina. Franco pretende che alla consorte, così come accadeva per le dame dell'aristocrazia, ci si rivolga con l'appellativo di señora. Durante le celebrazioni ufficiali, all'apparizione della señora viene suonata la marcia reale.
Come un monarca assoluto, durante il suo lungo regno Franco accumulerà diciotto tenute, doni per quattro milioni di pesetas e centinaia di medaglie d'oro commemorative donate da città ed enti. La moglie farà fondere queste ultime in lingotti.
L'esercito è per Franco l'istituzione più sacra ed importante e considera le virtù militari come le migliori. Amante della disciplina, la pratica e la pretende nella politica, che considera come un compimento del proprio dovere. Altri aspetti del suo carattere sono la serenità e la tranquillità che includono la sua nota freddezza, cha si pone in netto contrasto con gli impeti e gli entusiasmi di molti protagonisti della vita pubblica.
Il modo di agire di Franco consiste quasi sempre nel non affrettare le cose. A fronte dell'azione brillante, contraddittoria e spesso confusa che aveva caratterizzato la dittatura di Primo de Rivera, Franco applica ai problemi il metodo di tergiversare e di lasciare che il passare del tempo li risolva.
Ciò contribuisce a spiegare la lunga durata del suo potere che durerà fino alla sua morte, avvenuta il 20 novembre 1975 a Madrid a causa del morbo di Parkinson.
È sepolto nella Valle de los Caídos, non lontano dal Monastero dell'Escorial, di Madrid. Franco è venerato come santo dalla scismatica Chiesa Palmariana.

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