Cerca nel web

Visualizzazione post con etichetta Nazionale di Calcio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Nazionale di Calcio. Mostra tutti i post

mercoledì 28 maggio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 28 maggio.

Il 28 maggio 2017 Francesco Totti gioca la sua ultima partita da professionista calciatore.

Francesco Totti nasce a Roma il 27 settembre 1976. Dimostra sin da piccolo grande confidenza con la sfera di cuoio. La sua prima squadra è la Fortitudo, piccola società del quartiere San Giovanni, dove vive la famiglia. Dalla Fortitudo di Trillò, Francesco passa alla Smit Trastevere, alla corte di Pergolati e Paolucci.

Il ruolo occupato in campo è quello di centrocampista, scelta quasi obbligata per i mister che hanno la fortuna di allenarlo, data la classe "pulita" che il giovane esibisce con estrema disinvoltura. Poi, nel 1986, il passaggio alla Lodigiani, primo passo importante verso il calcio che conta.

Totti è allenato prima da Mastropietro e poi da Emidio Neroni, due figure importanti dal punto di vista calcistico per il ragazzo.

Dopo altre due stagioni, la famiglia Totti viene sottoposta al dilemma: la Lodigiani fa presente che Francesco fa gola sia alla Roma che alla Lazio.

Nessuna esitazione per i romanistissimi genitori: il giovane calciatore di Porta Metronia approda a Trigoria nel 1989, iniziando la sua carriera in giallorosso, partendo dalle giovanili.

Il talento naturale di Francesco spinge i tecnici di tutte le rappresentative a convocarlo spesso. Nella stessa stagione gli capita di disputare partite con gli Allievi Nazionali e la Primavera (stagione 1991-1992) o addirittura di essere decisivo per la conquista dello scudetto sempre con gli Allievi pur giocando titolare nella Primavera e trovando comunque il modo di esordire in serie A (stagione 1992-1993). Boskov, infatti, lo nota a Trigoria nelle partite durante l' allenamento contro la prima squadra e lo fa esordire in Serie A contro il Brescia nella vittoria per 2-0 del 28 marzo 1993.

Da quel momento il rapporto fra Totti e la prima squadra andrà sempre in crescendo, anche se nel frattempo continua l'esperienza anche nelle giovanili azzurre. Anche in Nazionale le soddisfazioni non mancano: fin dall' Under 15 di Corradini passando per le rappresentative allenate da Sergio Vatta, Francesco trova il modo di mettersi in luce, toccando in seguito l'apice della sua carriera in azzurro con la conquista del titolo europeo Under 21 con Cesare Maldini, battendo in finale la Spagna ai calci di rigore (31 maggio 1996).

Pochi mesi prima Totti aveva conosciuto il sapore di una convocazione nella Nazionale maggiore: Arrigo Sacchi lo aveva convocato per uno stage alla Borghesiana (febbraio 1996), regalandogli parole di grande stima e considerazione.

Tornando alla Roma, nel 1994 a Trigoria arriva Carletto Mazzone, uomo che lancerà definitivamente Francesco sul grande palcoscenico del calcio che conta e che per lui resterà sempre un punto di riferimento importante, un secondo padre a cui chiedere consiglio nei momenti difficili.

Il 4 settembre 1994 arriva il suo primo gol con la casacca dei "grandi": all'olimpico, davanti al pubblico del quale fino a pochi anni prima faceva parte, in veste di piccolo tifoso, segna contro il Foggia.

Forse è quello il vero inizio della favola del numero dieci della Roma, favola che ha conosciuto anche momenti difficili come la scarsa considerazione di Carlos Bianchi, l'allenatore argentino che non lo "vedeva" (che lo stava per cedere alla Sampdoria), ma che ha trovato la sua più splendida continuazione nel biennio-Zeman: proprio il tecnico boemo, altra figura importantissima nella Totti story, valorizza al massimo il bagaglio tecnico del trequartista inserendolo a sinistra nel tridente di attacco. E' il boom: tutti, anche i più scettici, ammettono di trovarsi davanti ad un vero fenomeno del calcio internazionale e lui risponde a suon di gol e di premi vinti per le altissime medie voto mantenute su tutti i quotidiani per tutto l'arco del campionato.

Con l'arrivo di Fabio Capello la Roma ha conosciuto un'annata di transizione che ha coinvolto lo stesso Totti, peraltro vittima di un infortunio ad inizio stagione che ne ha pregiudicato il rendimento per alcuni mesi. Il capitano giallorosso, comunque, ha mantenuto un rendimento ben al di sopra degli standard del resto del campionato, confermandosi uomo assist e leader anche nei momenti più difficili.

La convocazione di Dino Zoff per Euro 2000 e la conquista di una maglia da titolare con gli azzurri confermano la stagione comunque positiva di Francesco. E infatti l'europeo giocato in Belgio e Olanda rappresenta per Francesco la definitiva consacrazione internazionale, dopo le splendide prove offerte soprattutto proprio contro il Belgio (suo il gol di testa che spiana la strada alla vittoria azzurra), contro la Romania (altro gol che sblocca il risultato) e in finale contro la Francia di Zidane.

Due momenti esaltanti dell'estate nei Paesi Bassi: il colpo di tacco che ha dato via all'azione per l'illusorio vantaggio azzurro di Delvecchio e soprattutto l'ormai leggendario rigore a cucchiaio tirato contro l'Olanda nella semifinale giocata all'Amsterdam Arena. Un gesto tecnico e di freddezza che ha strabiliato tutto il mondo.

La carriera di Francesco continua all'insegna dei successi con la squadra giallorossa: la conquista del terzo scudetto nella stagione 2000/2001 e le prodezze in Champions League. Anche in Nazionale entusiasma i tifosi e indossando la maglia numero 10 è il perno inamovibile dell'attacco azzurro.

Per capire quanto sia amato dal popolo giallorosso è sufficiente assistere, allo stadio olimpico di Roma, ad una delle pochissime occasioni in cui viene sostituito. Lo speaker Carlo Zampa ordina: "Popolo giallorosso, in piedi. Esce il capitano". E 70 mila persone compongono una fragorosa standing ovation.

Di lui Pelé' ha detto:

Totti è uno dei più grandi artisti del calcio moderno.

Francesco Totti è un ragazzo di grande sensibilità ed in questi anni è spesso impegnato in opere di solidarietà e beneficenza. Un altro personalissimo record è stato quello di vendita (estate 2003) del "suo" libro "Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me)", i cui proventi sono stati destinati all'Unicef e al servizio "Teleassistenza e Telesoccorso" del Comune di Roma.

Il 19 giugno 2005 Francesco Totti ha sposato la nota presentatrice tv (ex-letterina) Ilary Blasi: la cerimonia è stata seguita in diretta da Sky TG24 e i proventi derivati dell'esclusiva sono stati destinati dalla coppia per opere benefiche.

Dopo un infortunio che sembrava doverlo tenere a lungo lontano dai campi, Francesco compie un recupero straordinario in vista dei mondiali di Germania 2006; sebbene non brillerà il suo apporto sarà di fondamentale importanza per la storica conquista della coppa del mondo. Nel mese di luglio del 2007 Totti dichiara di volersi ritirare dalla Nazionale per poter affrontare al meglio gli impegni con il club giallorosso. Con la Nazionale Italiana ha totalizzato in carriera 58 presenze e 9 reti.

Guidata dal tecnico Rudi Garcia, la Roma chiude le stagioni 2013-2014 e 2014-2015 al secondo posto, alle spalle della Juventus: Francesco Totti segna 8 reti in ognuno dei due campionati.

Nella stagione 2014-2015, alla fine del mese di settembre 2014, segna un gol nella seconda giornata della fase a gironi della UEFA Champions League contro il Manchester City. Totti stabilisce così un particolare record: a 38 anni e 3 giorni è il giocatore più anziano a segnare una rete in questa competizione (superando il gallese Ryan Giggs).

L'11 gennaio 2015 raggiunge quota 11 gol in 40 partite nella stracittadina, diventando il miglior marcatore nel derby di Roma sia in campionato sia in gare ufficiali. Il 20 settembre 2015, grazie alla rete segnata contro il Sassuolo, raggiunge quota 300 reti in carriera con la Roma considerando tutte le competizioni.

Dà l'addio alla maglia giallorossa in una commovente giornata, applaudita da ogni sportivo, il 28 maggio 2017. Francesco Totti ha giocato complessivamente 889 partite e segnato 334 gol fra squadra di club e Nazionali, di cui 307 con la maglia della Roma e 27 con le varie selezioni Nazionali italiane.

Dopo il ritiro diventa dirigente della Roma. Abbandona la carica il 17 giugno 2019, fortemente amareggiato, a causa di divergenze con la società.

mercoledì 19 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1938 l'Italia vince il suo secondo mondiale di calcio.
Campione del mondo, campione del mondo. L’urlo strozzato in gola è del radiocronista Niccolò Carosio che annuncia appunto via radio in onde medie a tutta l’Italia la conquista della seconda Coppa del mondo. Dopo il trionfo di quattro anni prima in casa, la nazionale di Vittorio Pozzo si aggiudica la Coppa Rimet anche nel 1938 in Francia.
È una formazione di fuoriclasse come Silvio Piola, Giuseppe Meazza e Gino Colaussi modellata alla perfezione dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, fine stratega ma anche abile psicologico. Uno studioso del calcio ma anche dello spogliatoio.
Quella del 1938 è l’ultima edizione della Coppa del mondo prima dell’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale. Ed è una rassegna in tono minore, un po’ per i venti di guerra che già soffiano e anche per la defezione di squadre importanti. Argentina e Uruguay infatti non prendono parte alla manifestazione a causa dalla mancata concessione dell’organizzazione a un paese sudamericano, la Spagna si lecca ancora le ferite della guerra civile e la grande Austria deve piegarsi all’annessione da parte della Germania nazista.
Sono 16 le squadre in tabellone con l’esordio di Cuba, Norvegia, Polonia e Indie Orientali, la prima formazione asiatica in lizza a un mondiale. È un’Italia forte, reduce dal successo di quattro anni prima e dall’alloro olimpico del 1936 a Berlino. Ed è anche una squadra mal sopportata a causa di quel saluto romano-fascista che nella Francia liberale viene tollerato a fatica.
Sul campo però gli azzurri, che sfoggiano una divisa celeste con lo stemma di Casa Savoia, impartiscono lezioni a tutti e per assurdo la partita più problematica si rivela quella d’esordio con la Norvegia, battuta 2-1 solo ai supplementari con reti di Pietro Ferraris e Piola.
Nei quarti ci pensano Piola (doppietta) e Colaussi a battere i padroni di casa della Francia davanti a 60mila persone. La semifinale di Marsiglia con il Brasile è la vera finale: la Selecao annovera tra le sue fila il bomber Leonidas che però viene ingabbiato dalla retroguardia azzurra e là davanti ci pensano Colaussi e Meazza a sancire il successo. I brasiliani erano così convinti di accedere alla finale che avevano già comprato i biglietti aerei per la capitale ma si rifiutano per la rabbia di cederli agli azzurri che così raggiungono Parigi in treno.
La finalissima allo stadio de Colombes (quello del film Fuga per la vittoria), davanti a 60mila spettatori è contro quell’Ungheria che è la madre di quella che sarà poi la grande Ungheria di Ferenc Puskas degli anni cinquanta.
E in effetti sul campo non c’è storia e il calcio danubiano si rivela troppo acerbo per impensierire il vaccinato undici azzurro che finisce per imporsi 4-2 con le doppiette dei soliti due: Colaussi e Piola.
Il rientro in patria con la Coppa Rimet è il miglior spot per il regime fascista che vuole conquistare il mondo anche politicamente: ma quello però resterà a lungo l’ultimo trionfo azzurro. Per il tris bisognerà attendere addirittura il 1982.

lunedì 10 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1934 la nazionale italiana di calcio batte la Cecoslovacchia e conquista il suo primo titolo mondiale.
Seconda edizione del Campionato del Mondo, l’Italia ottiene l’organizzazione della manifestazione nell’ottobre del 1932 superando la concorrenza della Svezia. Da quel momento l’apparato organizzativo del regime si mise in moto per poter trasmettere alle altre nazioni un’immagine positiva dell’Italia. Ospitalità, organizzazione, strutture, entusiasmo popolare e, ovviamente, prestazioni sportive mirate al conseguimento della vittoria finale dovevano impressionare favorevolmente atleti, addetti ai lavori, giornalisti ed anche i tifosi arrivati nel nostro Paese per questa importante manifestazione. Per raggiungere questo scopo nulla fu lasciato al caso, tutto fu preparato con la massima attenzione ed impegno. La gestione tecnica degli azzurri era stata affidata fin dal 1929 a Vittorio Pozzo, dirigente della Pirelli con un passato da calciatore , un anno nel Grasshoppers e cinque nel suo Torino fino al ritiro dall’ attività agonistica avvenuto nel 1911. Aveva già ricoperto il ruolo di tecnico della squadra nazionale in due occasioni sfortunate (olimpiadi di Stoccolma 1912 e di Parigi nel 1924) dimettendosi subito dopo le sconfitte che esclusero l’Italia da quelle due edizioni dei giochi olimpici. Ottenuto l’incarico dal presidente della F. I. G. C. Leandro Arpinati, Pozzo accettò ponendo una condizione alquanto inusuale: non essere retribuito!
Alla prima edizione svoltasi nel 1930 in Uruguay, nella quale prevalse proprio la nazione ospitante, l’Italia non si iscrisse. La nazionale italiana si apprestava, quindi, a giocare il primo mondiale della sua storia tra le mura amiche.
Le nazioni iscritte furono 22. Dopo la gara eliminatoria contro la Grecia del 25 marzo, conclusasi con un secco punteggio (4-0) il torneo azzurro iniziò con gli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Si giocò il 27 maggio a Roma allo Stadio Nazionale del P. N. F. (odierno Flaminio) ed il risultato non lasciò nessun dubbio: 7-1. Nei quarti l’Italia si trovò davanti la Spagna del fortissimo portiere Zamora. Il “Giovanni Berta” di Firenze fu teatro di una sfida davvero combattuta tra le due nazionali. Dopo i tempi supplementari, conclusi con un pareggio (1-1) il regolamento imponeva la ripetizione della gara il giorno successivo. Così fu: il 1° giugno la partita fu rigiocata e questa volta gli azzurri prevalsero grazie ad una rete di Meazza al 12°.
L’estremo difensore iberico non giocò la ripetizione forse a seguito di un infortunio occorso durante la prima sfida e venne sostituito da Nogues. L’Italia approdò alle semifinali, di fronte la fortissima selezione austriaca. La partita fu giocata il 3 giugno a Milano, nell’impianto di S. Siro. Grazie ad una rete del forte attaccante giallorosso, l’argentino naturalizzato italiano Enrique Guaita al 19° della prima frazione, l’Italia ebbe la meglio. L’Italia volò in finale. Nell’altra semifinale la Cecoslovacchia sconfisse la Germania 3-1 con una tripletta di Nejedly che alla fine del torneo risulterà capocannoniere con 5 segnature.
La finale Italia Cecoslovacchia si gioca allo Stadio Nazionale del P. N. F. a Roma davanti al Duce ed alle massime autorità tra le quali anche esponenti della Famiglia Reale e Jules Rimet, presidente della F. I. F. A.. Per l’importante appuntamento con la storia l’ex tenente degli alpini Vittorio Pozzo conferma gli undici scesi in campo una settimana prima contro l’Austria: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi. La Cecoslovacchia del selezionatore Petru scende in campo con: Planicka, Zenisek, Ctyroky, Kostalek, Cambal, Krcil, Junek, Svoboda, Sobotka, Nejedly, Puc. Ad arbitrare l’incontro il signor Eklind della federazione svedese; Ivancics (Ungheria) ed il tedesco Birlem i segnalinee. Alle 16,55 Caligaris, alfiere della nazionale azzurra, fa il suo ingresso in campo portando il tricolore. Alle 17 il calcio d’inizio. Nei primi minuti azzurri pericolosi con Guaita ed Orsi ma Planicka, capitano della nazionale cecoslovacca, fa buona guardia. Al 25°, a seguito di una punizione Combi esce a vuoto e Sobotka, a colpo sicuro, trova sulla sua strada Monti pronto a salvare la porta azzurra. Meazza impegna in un paio di occasioni il fortissimo Planicka, l’Italia attacca ma la nazionale cecoslovacca si rende pericolosa in alcune occasioni. Negli ultimi minuti del primo tempo Orsi sfiora il vantaggio calciando fuori una facile occasione. Si va negli spogliatoi a reti inviolate. Nella ripresa gli azzurri all’attacco: Schiavio in due occasioni ravvicinate e Orsi cercano il vantaggio ma Planicka è insuperabile. Si arriva così al 25°: mischia furiosa nell’area italiana, Ferraris manca l’intervento, Monti non riesce a rimediare ed allora interviene Svoboda che cede il pallone a Puc che, con un rapido dribbling mette fuori causa Monzeglio sparando verso la porta di Combi una cannonata imprendibile. Cecoslovacchia in vantaggio. L’Italia accusa il colpo; mancano 20 minuti alla fine e si è sotto di un gol. La partita diventa nervosa. Nejedly, Svoboda e Puc sfiorano il raddoppio. Al 32° Svoboda colpisce la traversa; al termine dell’incontro la sua squadra conterà ben 3 legni colpiti. Si giunge così a 9 minuti dal termine, minuto 35°: da Ferrari a Guaita che passa ad Orsi, l’attaccante cerca di liberarsi per il tiro e lo effettua. La palla rimbalza sul muro eretto dalla difesa della nazionale in maglia scarlatta ma lo stesso Orsi è il più lesto nel recuperare la sfera che calcia nuovamente verso la porta cecoslovacca. Questa volta il forte Planicka non può arrivarci: 1-1. Minuti finali tesissimi. Eklind fischia la fine dei 90 minuti regolamentari. Si va ai supplementari. Al 4° minuto del primo tempo Schiavio segna il gol della vittoria. Davanti a 50.000 spettatori, di cui ben 11.000 cecoslovacchi, la nazionale italiana conquista il suo primo titolo mondiale. Al termine dell’incontro avviene la premiazione: Coppa della Vittoria e Coppa del Duce alla squadra vincitrice, a ritirarla il capitano Combi che sale in tribuna insieme a Planicka, capitano cecoslovacco e Szepan, capitano della nazionale tedesca premiata come terza classificata in seguito alla finalina vinta contro l’Austria per 3-2. Coppa del CONI per Planicka e Coppa della F. I. G. C. per Szepan; i due capitani ritirano i trofei assegnati alle rispettive nazionali.

martedì 14 novembre 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 novembre.
Il 14 novembre 1934 l'Italia campione del mondo accetta la sfida "amichevole" con l'Inghilterra, in quella che poi divenne nota come la "battaglia di Highbury".
Si tratta probabilmente della sconfitta più celebre della nostra rappresentativa, per come essa maturò e per la fama dei nostri avversari. Gli Inglesi erano gli inventori del football, e per questo godevano al tempo di un prestigio senza pari. Si permisero addirittura di non partecipare ai primi tre campionati del mondo (’30, ’34 e ’38): li consideravano inutili, i migliori erano loro a prescindere. Tuttavia si toglievano lo sfizio di organizzare a casa loro un incontro amichevole con la squadra vincitrice del torneo: toccò nel ’30 all’Uruguay e nel ’34 all’Italia (al suo primo titolo mondiale).
La partita di Highbury passò alla storia perché la Nazionale italiana – in dieci uomini dal secondo minuto e sotto di tre gol dopo meno di un quarto d’ora – sfiorò il pareggio nella ripresa, dando eccellente prova del suo valore su un campo a dir poco ostile.
La cronaca della partita fu scritta, anni dopo il match, da Gianni Brera. Qualcuno nel leggerla si domandò se fosse più memorabile la partita o il racconto che ne fece il celebre giornalista sportivo.
"Come già nel 1930 con l’Uruguay, l’Inghilterra si è degnata di invitare l’Italia a una conferma del proprio valore. La data proposta per l’incontro è il 14 novembre: o prendere o lasciare. In novembre il cielo inglese è un innaffiatoio. Se ci fate caso, tutti i confronti importanti per gli inglesi hanno luogo in novembre: sull’erba fradicia, il loro gioco mazzolato e veloce non ha quasi avversari.
Poiché il conto in cui viene tenuta l’Italia non è molto alto, i maestri si degnano di collaudarci ma non ritengono di aprire Wembley per dei povericristi come noi. L’incontro avverrà dunque ad Highbury, sul campo dell’Arsenal. Pozzo ha ricevuto ordine da Roma di combinare ad ogni costo e dopo vane insistenze ha accettato la data e il luogo. Sua intenzione sarebbe stata di giocare in primavera: ma gli inglesi non ne hanno voluto sapere.
L’incontro di Highbury viene ricordato da tutti gli italiani in termini di retorica delirante. Nelle sue memorie, Pozzo ne ha quasi pudore ma il fatto è che la squadra gli si è ulteriormente invecchiata dopo il mondiale. Lo sforzo l’ha molto logorata: due benestanti quali Combi e Schiavio hanno chiuso la carriera; lo stesso Monti ha superato i 33: è duro assai riprendere, dopo certe fatiche. Pozzo sostituisce Combi con Ceresoli, che è in forma spettacolosa, e Schiavio con Meazza; il posto di interno destro viene preso da Serantoni, molto grato al Peppin, suo maestro e donno nell’Ambrosiana.
Gli inglesi sanno di Monti che è un pericolo pubblico, e forse badano di sistemarlo prima che possa fare danno anche a loro, orgogliosi professionisti della pedata. Non sono contemplate sostituzioni e, del resto, nessuno si accorge che Monti si è fratturato un dito del piede e ha dovuto abbandonare il campo. Gli inglesi si avventano con la terrific stàmina di sempre. Sopraffatta sul ritmo, la nostra difesa viene infilata tre volte nel giro di soli 12′. Si profila una Waterloo mortificante. E per fortuna Ceresoli para un calcio di rigore!
Gli azzurri sono straniti e insieme furenti. Ferraris IV prende il posto di Monti, Serantoni retrocede in mediana. Volano calcioni sesquipedali. Nell’area di Ceresoli avvengono scene di gladiatoria e persino cinica violenza. Gli inglesi incominciano ad accorgersi di aver esagerato nell’umiliarci. I dieci leoni di Highbury contengono il passivo in tre reti nel primo tempo: e nel secondo vincerebbero addirittura  se Orsi non fosse annichilito dalla fifa. Peppin Meazza si trova due palloni utili e li infila: uno di piede al volo; uno di testa, su punizione di Ferraris IV. Sbagliano gol fatti Guaita e Ferrari. Latita come sempre – quando fa caldo – il violinista Orsi.
Nonché lodare gli azzurri campioni del mondo, la stampa inglese ha l’aria di deplorare che undici campioni come i loro non abbiamo insistito nell’umiliare quei dieci poveracci di wops (italiani). Ma da noi è ben diversa musica, come si può capire. Il calcio ha preso il sopravvento sul ciclismo, del quale non riusciamo a vincere il campionato mondiale dall’anno 1932. Di quanto dice la critica straniera non ci si cura più di tanto: in effetti, qualcuno che è stato ad Highbury nel 1934 mi racconterà di aver visto tutto fuorché calcio da parte italiana: calcioni, spintoni, cravatte, sputi in faccia (da parte di Serantoni; ma la nebbia fluttuante ha impedito al mio interlocutore di controllare i gesti di Allemandi e Ferraris IV).
Racconto queste cose per non entrare nel novero dei piaggiatori: ammetto però di essermi esaltato a mia volta nell’ascoltare Carosio. Leggendo i giornali ho poi cercato di capire come fosse andata realmente: ahimè, le cronache erano improntate come sempre all’enfasi, non all’esame tecnico della partita."

sabato 5 agosto 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 agosto.
Il 5 agosto 1948, dopo 20 anni di dedizione e due mondiali di calcio vinti, Vittorio Pozzo lascia la panchina della nazionale italiana di calcio.
Vittorio Pozzo nasce a Torino, il 2 marzo del 1886. Calciatore degli albori di questo sport, che sarebbe diventato il più seguito d'Europa, è famoso per aver regalato, da allenatore, tuttora l'unico della storia del calcio, ben due Coppe del Mondo alla nazionale azzurra, nel 1934 e nel 1938. Negli anni '10, è stato tra i fondatori di una delle società calcistiche più importanti di sempre, il Torino Football Club. Terminata l'attività di allenatore, si è felicemente riciclato commentatore e giornalista, pur dopo aver pagato un severo dazio sportivo nell'immediato dopoguerra, a causa di più o meno veritiere compromissioni con il partito Fascista.
Sia quest'ultimo, che, successivamente, la retorica antifascista, hanno cercato in tutti i modi di far proprio questo personaggio dello sport nazionale e mondiale, in realtà allenatore e uomo di sport modernissimo per il suo tempo. Ad ogni modo, è un fatto che Pozzo non si sia mai iscritto al partito di Mussolini pur aderendovi, nella sostanza, durante tutte le manifestazioni sportive, le quali erano una delle parti principali della retorica e della propaganda di potere fascista. Alla sua nazionale del 1938 resta anche legata l'immagine della vittoria dell'Italia ai quarti di finale contro la Francia, disputata nell'unica volta della sua storia in un completo interamente di colore nero.
La vera origine di Vittorio Pozzo è legata alla cittadina di Biella, per la precisione alla piccola frazione di Ponderano, luogo natìo della sua famiglia. I suoi genitori appartengono ad una bassa borghesia, di modeste condizioni economiche e fanno di tutto per iscrivere il piccolo Vittorio al Liceo Cavour di Torino.
Tuttavia, ben presto le attitudini del futuro allenatore azzurro si rivelano per quelle che sono: ama le lingue, ama viaggiare, ama apprendere da altri paesi i segreti del lavoro e, soprattutto, in campo sportivo. Si sposta in Francia e in Svizzera, successivamente in Inghilterra, dove studia dai maestri che hanno inventato il calcio moderno, quello che diventa subito il suo grande amore: il calcio.
Intanto, appena diciottenne, fa i primi passi nel calcio professionistico, se così si può chiamare all'epoca, lavorando e giocando in Svizzera, nella stagione 1905-1906, nelle fila del Grasshoppers. Subito però, torna in Italia, nella sua Torino e contribuisce alla fondazione del Football Club Torinese, poi Torino Football Club, squadra nella quale milita per ben cinque stagioni, sino al ritiro dall'attività agonistica, nel 1911.
Dal 1912 al 1922 allora, Vittorio Pozzo si dedica alla direzione tecnica della società, studiando nuovi metodi tattici e contribuendo alla creazione di una vera e propria tradizione calcistica, la quale successivamente farà scuola in Italia. Il 1912 però, è importantissimo, perché segna anche l'inizio del suo rapporto con la Nazionale Italiana di calcio, con la nomina a commissario unico degli azzurri, ruolo che ricoprirà a più riprese nel corso degli anni '10 e '20, durante le varie esibizioni, ancora del tutto dilettantistiche, della squadra italiana, spesso però coadiuvato da altri tecnici e allenatori.
Alle due principali manifestazioni, le olimpiadi di Stoccolma e quelle francesi, le selezioni da lui guidate non raggiungono gli esiti sperati, e vengono eliminate subito, rispettivamente al primo turno e ai quarti di finale.
Nel frattempo viene assunto alla Pirelli, dove diventa dirigente, non prima di prendere parte alla Guerra Mondiale che scoppia nel 1914, come tenente degli alpini. Esperienza importante questa, se è vero, come si racconta, che il futuro allenatore della nazionale due volte campione del mondo racconterà ai suoi giocatori, durante i ritiri e per caricarli al meglio, della resistenza del Piave, oltre che di altre imprese belliche da lui realmente vissute.
L'anno di svolta però, è il 1929, quando Pozzo viene convocato dal capo del calcio fascista, Leandro Arpinati, il quale lo vuole come direttore unico della Nazionale. Non è un fascista, ma è un uomo che ama vincere e, soprattutto, un militare. Pozzo inventa il ritiro, impone uno stile di vita spartano ai suoi e al contempo, lavora ad una serie di schemi tattici di grande valore, modernissimi per quei tempi, pur senza sacrificare l'estro di alcuni ottimi giocatori di quegli anni, come il grande Giuseppe Meazza. È, forse, il grande iniziatore del cosiddetto metodo all'italiana: difesa rocciosa, mediani instancabili e attaccanti veloci, per favorire il contropiede.
Il primo trionfo mondiale è quello del 1934, in Italia, quando i gerarchi fascisti si godono lo spettacolo della vittoria dalle tribune. Non sono partite però, sono battaglie all'ultimo sangue, come la partitissima prima della semifinale vinta dopo il "replay" contro i cugini spagnoli, letteralmente massacrati dai giocatori azzurri (lo stesso arbitro dell'incontro, il signor Mercet, verrà successivamente sospeso dalla Federcalcio svizzera, a causa del suo comportamento troppo "casalingo").
Ad ogni modo, dopo una semifinale altrettanto equivoca quanto ad episodi (un gol sospetto per gli azzurri), vinta ai danni dell'Austria davanti ai quarantacinque mila spettatori di San Siro, arriva anche la vittoria in finale contro la Cecoslovacchia, per 2-1 ai supplementari, questa sì regolare e senza polemiche. Il gol decisivo è di Schiavio, il quale sviene in campo, dopo averlo realizzato.
Quattro anni dopo, vinte anche le Olimpiadi dai cugini tedeschi, nel 1936, Pozzo compie il miracolo e vince anche in Francia, dove il grande Jules Rimet è riuscito a fare organizzare il campionato mondiale di calcio. A trascinare la nazionale, apparentemente più povera tecnicamente ma molto più squadra, è la giovane punta Silvio Piola, lanciato nella mischia dall'allenatore torinese e memorabile proprio nella partita contro i francesi. L'Italia batte anche il forte Brasile, per 2-0, e in finale supera i magiari dell'Ungheria, guidati dal grande attaccante Sarosi, con un perentorio 4-2.
Insieme con le due Coppe Internazionali (l'allora Coppa Europea) vinte, e con i due Mondiali e le Olimpiadi del '36, Vittorio Pozzo mette la firma su un decennio calcistico straordinario, che la Seconda Guerra Mondiale va ad interrompere.
Alla ripresa, pertanto, nel 1948, l'allenatore biellese viene indotto a dare le dimissioni, su pressioni della Federcalcio italiana, la quale non ha mai sopportato le sue presunte connivenze con il fascismo, pur restando sempre sulla carta, come detto, indimostrate.
Pozzo dà le dimissioni dopo ben 6.927 giorni di incarico: un primato ineguagliabile. L'anno dopo, nel 1949, deve riconoscere, in modo ufficiale, i corpi dei calciatori del Grande Torino, morti durante la tragedia di Superga: ci sono amici ed ex allievi.
Fino al 1958, il maestro piemontese si pone come consigliere di lusso alla direzione del comitato tecnico che, proprio in quegli anni, dà vita al Centro Federale di Coverciano.
All'età di ottantadue anni, dieci anni dopo, Vittorio muore: è il 21 dicembre 1968.
Dopo il rifiuto di dedicargli lo stadio di Torino, in occasione dei Mondiali di Italia '90, nel giugno del 2008 gli viene dedicato e intitolato l'impianto di Biella.

domenica 9 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 2006 l'Italia batte ai calci di rigore l'odiata Francia nella finalissima dei mondiali.
Campioni del mondo. La coppa del Mondo è nelle mani degli azzurri per la quarta volta. Ed il gruppo di Lippi entra nella storia. Quello che all'inizio del torneo sembrava un sogno è diventato realtà, ventiquattro anni dopo Spagna '82. Una partita decisa solo dai rigori dopo che i tempi regolamentari e i supplementari si erano chiusi in parità, 1-1. Poi la testata di Zidane a Materazzi, l'espulsione del capitano francese e la lotteria dei tiri dal dischetto. Ed infine la gioia tricolore. In campo, sugli spalti, in tutte le piazze italiane. Francia '98 e gli Europei di Belgio-Olanda del 2000 sono vendicati.
La cronaca. Parte l'inno all'Olympionstadion. Gli azzurri lo cantano a squarciagola, Gattuso con gli occhi chiusi, Materazzi con lo sguardo al cielo. L'unico che resta in silenzio è Camoranesi. Poi è la volta della Marsigliese. Le labbra di Zidane restano incollate, lo sguardo fisso. In tribuna il presidente Iacques Chirac è sull'attenti. Vicino a lui il capo dello Stato Giorgio Napolitano e il ministro Giovanna Melandri con il solito orecchino portafortuna. Sugli spalti circa 40mila tifosi italiani.
L'inizio è teso. Ne fa le spese Henry che resta a terra dopo uno scontro fortuito con Cannavaro. Un minuto dopo l'Italia rimedia la prima ammonizione per un fallo di Zambrotta su Vieira. Ma è al settimo minuto che il risultato cambia. Malouda entra in area, al suo fianco Cannavaro e Materazzi. Ed è proprio il difensore dell'Inter che allunga una gamba e stende il francese. E' rigore. Dal dischetto Zidane azzarda il "cucchiaio" alla Totti. La palla picchia sulla traversa e rimbalza oltre la linea di porta. E' gol. Per la prima volta, in questi mondiali, l'Italia si trova sotto di un gol e deve inseguire.
Lippi chiede ai suoi di giocare sulle fasce, cercando la testa di Toni in area. E proprio il centravanti viola costringe Thuram ad un rischioso tuffo di testa in area per neutralizzare un insidioso cross di Pirlo. E sono sempre le fasce laterali le zone dove l'Italia cerca di organizzare il contrattacco, con i francesi che, forti del vantaggio, rallentano il gioco. Si vede poco Totti, marcato stretto da Makelele e Vieira.
Il pareggio azzurro arriva al 19esimo. Merito di Materazzi, al secondo gol mondiale. Calcio d'angolo di Pirlo, il difensore dell'Inter sale altissimo in mezzo all'area, batte in elevazione Vieira e insacca alle spalle di Barthez. Un gol bellissimo, una prodezza che riscatta il rigore provocato. La partita torna in parità.
La Francia si riaffaccia dalle parti dell'area azzurra al 25esimo con un traversone di Ribery neutralizzato da Materazzi. La partita è equilibrata. Lippi approfitta di una pausa di gioco per richiamare Totti che ancora non riesce a trovare la posizione. Al 34esimo nuovo salvataggio di Thuram in area su Toni. E dal calcio d'angolo che segue il centravanti viola stampa la palla sulla traversa a portiere battuto. La sofferenza della Francia sulle palle alte è sotto gli occhi di tutti. Gli azzurri, dopo una partenza difficile, sembrano aver trovato vivacità e brillantezza. La Francia, invece, propone un ritmo più compassato, con Zidane terminale di tutti i palloni. Il primo tempo si chiude sull'1 a 1.
Il secondo tempo parte con le stesse squadre. Lippi e Domenech non fanno cambi. Trenta secondi e Henry salta mezza difesa ed entra in area. Il suo tiro, però, è praticamente un passaggio a Buffon. Al terzo minuto mischia in area francese con Grosso che perde l'attimo buono. Ma è ancora Henry che semina il panico, da solo, in area azzurra. Dribbling e controdribbling fino all'intervento provvidenziale di Zambrotta. Trascinati dalla stella dell'Arsenal, i francesi cominciano bene la ripresa. Da brivido la percussione sulla fascia di Malouda che mette al centro una palla che danza pericolosamente in area italiana. Uno strappo costringe Vieira, uno dei migliori in campo, ad uscire. Al suo posto Diarra, centrocampista del Lens. L'Italia, troppo chiusa nella sua metà campo soffre la pressione francese. Lippi corre ai ripari e mette dentro Iaquinta e De Rossi (al rientro dopo i 4 turni di squalifica): escono Totti (mai entrato in partita) e Perrotta. si riparte e Toni di testa segna, ma Elizondo fischia il fuorigioco. Ribaltamento di fronte e nuovo brivido dopo un tiro del solito Henry che Buffon respinge in tuffo.
La stanchezza comincia a farsi sentire. Ribery per i francesi e Camoranesi per gli azzurri sembrano i più provati. Pirlo, invece, continua una prestazione maiuscola.
Toni, in avanti, lotta e costringe Diarra all'ammonizione. E proprio dopo una punizione conquistata sul centravanti italiano, Pirlo manda la palla vicinissima al palo di destra di Barthez: la Francia adesso si difende. Al 34 Zidane, dopo un contrasto con Cannavaro, indica, con una smorfia di dolore, una spalle e chiede il cambio. Attimi di preoccupazione per i transalpini ma il capitano resta in campo. Al 42esimo Lippi fa entrare Del Piero (autore del secondo gol con la Germania) al posto di uno stanchissimo Camoranesi. L'arbitro concede due minuti di recupero. Nulla da fare, si va ai supplementari.
Tempi supplementari. Equilibri delicatissimi. Un errore, a questo punto della partita, potrebbe essere fatale. La Francia si affida ai lampi di Zidane o Henry, gli azzurri puntano sull'azione collettiva. Al nono del primo tempo supplementare Ribery spaventa l'Italia con un rasoterra. Poi il francese lascia il suo posto a Trezeguet. Domenech cambia il modulo, spostando Henry sulla fascia e mettendo Trezeguet punta centrale. Al 13esimo ancora Zidane e ancora Buffon: un colpo di testa del capitano francese che il portiere azzurro devia sopra la traversa. Due veri campioni.
Nell'intervallo Buffon e Cannavaro caricano la squadra. Henry, stremato, lascia il campo per Wiltord. Poi, una partita corretta, cambia volto. Al quinto Zidane rifila una testata sul petto di Materazzi. La partita e la carriera del capitano francese finiscono così, nel modo peggiore: cartellino rosso dopo la prova tv. Un gesto inspiegabile, che macchia una prestazione superba. L'Italia, in superiorità numerica, si getta avanti. La Francia, senza più le sue due stelle, si difende. Si va ai calci di rigore.
Rigori: segna Pirlo per l'Italia. Wiltord pareggia. Segna Materazzi. Sbaglia Trezeguet che manda la palla a sbattere sulla traversa. De Rossi ci porta sul tre a uno. Abidal segna il secondo rigore per la Francia. Del Piero segna: 4 a 2 per l'Italia. Tira Sagnol e segna. Tocca a Grosso, 5 anni fa giocava in C2 nel Chieti. Segna. L'Italia è per la quarta volta campione del Mondo.

lunedì 21 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 1970 a Città del Messico si disputa la finale dei mondiali di calcio, tra Italia e Brasile.
Rispettando il principio di alternanza in voga sin dalle prime edizioni, la FIFA decise di affidare alla nazione centroamericana l'organizzazione dell'evento. Fu il primo campionato mondiale di calcio a disputarsi in altura, ad un'altezza di all'incirca 2000 metri dal livello del mare e la logica conseguenza fu che la violenza e l'agonismo, che avevano caratterizzato il precedente torneo inglese del 1966, cedettero il posto alla tecnica e a una condotta di gara accorta. Di ciò si avvantaggiarono proprio le squadre sudamericane, che presentavano un gioco più tecnico, con ritmi più sostenuti.
Ben 70 paesi si iscrissero alla manifestazione tramite le qualificazioni e le sedici squadre che parteciparono alla fase finale furono:
    Brasile
    Messico
    Italia
    Inghilterra
    Germania Ovest
    Uruguay
    URSS
    Svezia
    Cecoslovacchia
    Bulgaria
    Belgio
    Israele
    Perù
    El Salvador
    Romania
    Marocco
Tutte le squadre che avevano vinto, almeno una volta, la Coppa del Mondo quindi, parteciparono alla fase finale di Messico '70. La fase dei gironi si svolse con gli stessi criteri dell' edizione precendente, ma il regolamento aveva comunque introdotto importanti novità. Prima fra tutte, la possibilità per i CT di poter effettuare due cambi all'interno di una stessa partita (vedremo in seguito che la novità interessò da vicino la squadra italiana). Per la prima volta, ad opera del contestato arbitro Aston che aveva diretto la famosa Battaglia di Santiago otto anni prima, furono utilizzati cartellini colorati (giallo e rosso) per segnalare l'ammonizione o l'espulsione dei giocatori. La piu grande preoccupazione per le squadre partecipanti fu senza dubbio l'altitudine, erano temuti affanni e possibili malesseri dovuti alla rarefazione dell’aria. Molte nazionali fecero preparazioni specifiche, per presentarsi al torneo pronti ad affrontare qualsiasi evenienza. La Svezia realizzò cabine pressurizzate per assuefare i giocatori alle condizioni messicane. I cecoslovacchi si allenarono sui Pirenei, i bulgari sui duemila metri di Belkemen, la loro montagna, dove ospitarono i sovietici. Anche gli israeliani, per la prima volta al Mondiale, si prepararono ad alta quota: prima sul monte Hermon, poi ad Addis Abeba ed infine nel Colorado. Brasile e Inghilterra sostarono a lungo in Messico prima del campionato. Italia, Germania e Belgio non usarono accorgimenti particolari, ma anticiparono l’arrivo in Messico.
La Nazionale italiana arrivò nel paese del centro America con rinnovato vigore rispetto alle ultime edizioni dei Mondiali. L'Italia due anni prima, nel 1968, vinse il campionato europeo, tornando finalmente a conquistare un titolo internazionale, ed era speranzosa di poter proseguire nel campionato e riscattarsi delle magre figure delle edizioni precedenti. Ferruccio Valcareggi, allenatore degli Azzurri, poteva contare su una formazione di tutto rispetto, tra cui spiccavano i nomi di Dino Zoff, Gigi Riva, Roberto Boninsegna, Gianni Rivera e Sandro Mazzola. E proprio questi due ultimi giocatori divennero presto un gran problema per il CT. Valcareggi si trovò di fronte ad una difficile scelta: chi, tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera, avrebbe dovuto schierare in campo come titolare, al fianco di Gigi Riva. L'evoluzione naturale di Mazzola infatti (da centrocampista ad attaccante), l'aveva portato a divenire un doppione del Golden Boy Rivera, dal lancio meno geniale, ma dalla continuità nettamente superiore. Una possibile coesistenza, proposta dal CT, diveniva impossibile. Nessuno dei due era disposto a perdere il proprio ruolo e a giocare da ala, con la maglia numero 7. Valcareggi optò per la più celebre e discussa staffetta di tutti i tempi: Mazzola come titolare e Rivera in panchina, pronto ad entrare nel corso della partita.
Valcareggi, come anticipato, poteva contare su tanti campioni. Tra tutti da segnalare il grande talento di Gigi Riva. Ala sinistra o punta, di lui si ricorda soprattutto il fiuto del gol e la potenza di tiro del suo piede sinistro (il pallone superava spesso i 140 km all'ora). Era completamente mancino e in tutta la sua carriera calcistica segnò solo due gol col piede destro. Per la potenza del suo tiro, Gianni Brera lo soprannominò "Rombo di tuono". Non vinse mai il Pallone d'oro, ma ci arrivò molto vicino in due occasioni. Nel 1969 arrivò secondo alle spalle di Gianni Rivera per soli 4 punti e nel 1970 terzo, dietro Gerd Müller e Bobby Moore, che lo precedettero rispettivamente di 12 e 4 punti. Ad oggi con 35 gol in maglia azzurra, Gigi Riva è il miglior marcatore di tutti i tempi dell'Italia davanti a Meazza (33), Piola (30), Baggio e Del Piero (entrambi 27).
La Nazionale, con una vittoria contro la Svezia per 1-0 e due pareggi senza reti contro l'Uruguay e l'Israele, riuscì a superare la fase dei gironi ed accedere ai quarti, dove affrontò la squadra padrone di casa, il Messico. La nazionale messicana si portò in vantaggio col gol di Gonzales al 17' del primo tempo, a causa di un errore della difesa azzurra; al 25' Domenghini riportò la partita in pareggio. Solo nel secondo tempo l'Italia riuscì a metter fine all'incontro e a decretare la sua superiorità; prima con un gol di Riva al 63' e poi, 7 minuti più tardi, da Rivera, che era entrato in campo al posto di Mazzola. Ancora Gigi Riva chiuse definitavemente l'incontro al 76': 4-1, gli Azzurri ebbero accesso alla semifinale contro la Germania.
La semifinale Italia – Germania è ricordata da molti come la partita del secolo, la partita più avvincente ed entusiasmante di tutta la storia dei Mondiali. I tedeschi erano riusciti a battere l'Inghilterra nei quarti, col risultato finale di 3-2 e a riscattarsi, quindi, di quanto accadde solo 4 anni prima nella finale del Mondiale in Gran Bretagna. La Germania di Schoen, che si apprestava ad incontrare l'Italia, era una squadra fortissima sul piano atletico, un'avversaria molto difficile da affrontare e temuta da tutti. Le due formazioni vennero schierate al meglio.
    Italia: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola, Boninsegna, De Sisti, Riva.
    Germania: Maier, Vogts, Patzke, Schnellinger, Schultz, Beckenbauer, Grabowski, Overath, Seeler, Mùller, Lohr.
Al 8' del primo tempo l'Italia si portò in vantaggio con rete di Boninsegna che segnò con un tiro preciso che si infilò alla destra di Maier. La gara era aperta; l'Italia sfiorò in un paio di occasioni il raddoppio ma anche la Germania ebbe le sue occasioni per pareggiare. Nel secondo tempo Mazzola uscì per far posto a Rivera, la formazione italiana perse consistenza a centrocampo, mentre l'iniziativa dei tedeschi si faceva sempre più pressante. Al 90' accadde l'inevitabile: gol di Schnellinger e partita ai tempi supplementari. Furono i 30 minuti più intensi di tutta la storia del calcio, i giocatori erano fisicamente stremati, ma spinti da un'incredibile voglia di vincere. Al 94' Gerd Muller portò in vantaggio i tedeschi e per gli Azzurri sembrava finita. Era invece solo l'inizio dei fuochi d'artificio. Quanche minuto dopo infatti, Burgnich ristabilì inaspettatamente l'equilibrio e 5 minuti più tardi Gigi Riva segnò la rete del vantaggio azzurro. La rete di Riva, forse la più bella della partita, non fu sufficiente a decretare la fine dell'incontro. Al 109', ancora Muller segnò la rete del 3-3. Ma un minuto dopo, al minuto 110, dopo una prolungata azione sulla sinistra, Boninsegna superò gli sbarramenti difensivi dei tedeschi e servì al centro per Rivera; il Golden Boy con un colpo calibrato mise la palla alle spalle del portiere tedesco Maier, spiazzandolo. 4-3 per l'Italia e mezza nazione col cuore in gola. Gli ultimi dieci minuti dei supplementari furono intensissimi, ma la partita si concluse con la storica vittoria della Nazionale. Fu, come detto, una partita memorabile. Come ricordo per le generazioni future la federazione messicana appose addirittura una targa commemorativa che ancora oggi si trova all'interno dello stadio Azteca (Città del Messico), teatro di quella epica partita.
L'Italia, dopo ben 32 anni, arrivò in finale, dove trovò il fortissimo Brasile di Pelè. In questa partita si designava il Paese che avrebbe conquistato definitivamente la Coppa Jules Rimet che, come da regolamento, sarebbe entrata in possesso della nazionale vincitrice, per 3 volte, del titolo mondiale. Sia il Brasile che l'Italia erano candidate alla vittoria definitiva della Coppa in quanto entrambe, prima della finalissima in Messico, avevano conquistato il trofeo per ben due volte ciascuna. Si affrontavano per certi versi, le scuole calcistiche più forti e vincenti di sempre. La Nazionale arrivò alla partita finale allo stremo delle forze. I giocatori erano provati fisicamente dall'intensissima semifinale giocata qualche giorno prima contro la Germania e impostarono una partita soprattutto difensiva. L'incontro fu dominato dal Brasile, di netta superiorità fisica ed atletica. Al 18' Pelè, con un'elevazione quasi irreale, mise la palla alla spalle di Albertosi con colpo di testa. Gol bellissimo e Brasile in vantaggio. L'Italia reagì al 37' quando Boninsegna, grazie ad un errore di Everaldo, segnò il gol del pareggio azzurro. Poteva essere l'inizio della rimonta ma si rivelò un episodio sporadico. Il secondo tempo fu un tripudio verdeoro. La formazione brasiliana, forse la squadra più forte di tutti i tempi guidata in campo da Pelè, andò in rete per ben tre volte. Al 65' segno' Gerson, con un bellissimo tiro dai sedici metri. Al 70' Jairzinho firmà il terzo gol. All' 86 Carlos Alberto segnò la rete del 4-1 finale su assist di Pelè, nell'azione più bella di tutto il match. Il Brasile fu per la terza volta Campione del Mondo ed entrò definitivamente in possesso del trofeo Jules Rimet. Gli Azzurri tornarono in patria accolti da numerose polemiche e dalla forte delusione dei tifosi. Valcareggi era messo sott'accusa per non aver rispettato nella finalissima la famosa staffetta Mazzola – Rivera, schierando in campo il talento del Milan solo a 6' dalla fine. A distanza di anni si può invece dire che gli Azzurri raggiunsero un risultato importante e inaspettato, considerando le condizioni ambientali messicane difficili e, soprattutto, la forza del Brasile del 1970, una delle nazionali più forti di ogni epoca.

Cerca nel blog

Archivio blog