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mercoledì 16 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 16 luglio.

Il 16 luglio 1950 contro ogni pronostico, l'Uruguay batte il Brasile e vince la sua seconda Coppa del Mondo di Calcio.

Alle volte bastano veramente pochi istanti per cambiare la storia di una nazione, e il Brasile che si affacciava agli Anni Cinquanta era veramente un paese in grande cambiamento, dal punto di vista politico e soprattutto sociale. Il dittatore Getúlio Vargas vuole mettere finalmente il Brasile sulla mappa mondiale, l’obiettivo è quello di dimostrare che il paese carioca non è tanto arretrato quanto si pensa in tutto il mondo. Vargas, come fatto da Mussolini nel 1934 e come farà Videla nel 1978, propone il Brasile come paese ospitante della quarta edizione del Campionato Mondiale e decide di fare le cose in grande: assembla una squadra di grandi campioni e costruisce lo stadio più grande della storia, il mitico Maracanã, capace di ospitare fino a 200.000 spettatori. La storia è fatta però di attimi, ed è proprio un istante fulmineo di quel caldo pomeriggio di luglio del 1950 ad aver cambiato per sempre la storia brasiliana.

Come facilmente prevedibile il Brasile arriva all’appuntamento finale di quella rassegna iridata da assoluto favorito. L’avversario è una delle squadre più vincenti all’epoca, i rivali continentali dell’Uruguay, vincitori fino a quel momento di un titolo mondiale, due olimpici e di ben otto edizioni della Copa America. Ma, vista la strana formula di quel Mondiale, la partita non è una tipica finale, in quanto il Brasile può disporre persino di un pareggio per issarsi a campione del mondo per la prima volta, visto il punto di vantaggio mantenuto sulla Celeste.

Il 16 luglio 1950, alle ore 16:00 locali, davanti a poco meno di 200.000 spettatori, va in scena quella che è una delle più famose partite della storia del calcio, che passerà alla storia come “Maracanazo“. I padroni di casa del Brasile scendono in campo con la classica tenuta bianca adornata di contorni blu, l’Uruguay veste la consueta maglia celeste. Il ct brasiliano Flávio Costa schiera la seguente formazione: Barbosa; il capitano Augusto, Juvenal, Bigode; Bauer, Zizinho, Jair, Danilo; Friaça, Ademir e Chico. L’allenatore uruguayo Juancito Lopez risponde mandando in campo: Máspoli; González, Tejera, Gambetta, Andrade; capitan Varela, Pérez, Schiaffino; Ghiggia, Míguez e l’esordiente Moran.

Lo stadio attende solo il fischio dell’inglese Reader, in tutto il paese sono già iniziati i caroselli celebrativi, diverse testate giornalistiche hanno peccato di superbia non ponendo alcun dubbio sulla vittoria carioca. Eppure il calcio sa sempre stupire, soprattutto quando meno ce lo si aspetta. Il primo tempo scivola via abbastanza liscio, il Brasile sembra essere legato dalla paura di sbagliare, o forse solamente di strafare, ma nonostante questo riesce ad impegnare diverse volte il portiere avversario Roque Máspoli.

Dopo soli due minuti dall’inizio del secondo tempo avviene quello che tutti stavano trepidamente aspettando: il gol dei padroni di casa, il primo realizzato con la Seleçao da Friaça. Lo stadio può finalmente esplodere di gioia, ancora inconsapevole che si tratterà di una gioia passeggera ed effimera. Infatti il leader uruguayo, non solo in campo ma anche dal punto di vista motivazionale, Obdulio Varela, sta per dare ai suoi la scossa necessaria per l’incredibile rimonta. Se poco prima dell’inizio del match il nero jefe era infatti andato quasi contro al suo allenatore, affermando che i suoi non dovessero affrontare una partita improntata su una strenua difesa e al contenimento della fantasia brasiliana, adesso decide di prendersi tutto il tempo necessario per far rinsavire i suoi. Prima protesta timidamente, per di più nonostante la differenza di lingua, con il guardalinee per un presunto fuorigioco, poi compie il suo destino ed assolve totalmente al proprio dovere di capitano, riportando lentamente la palla verso il centro del campo. Obdulio sa benissimo che se il gioco riprendesse così in fretta i suoi subirebbero certamente il contraccolpo psicologico, con il rischio di essere mangiati dai quasi 200.000 del Maracanã.

E la strategia di Varela porta gli effetti sperati: la Celeste intensifica gli sforzi, rendendosi più volte pericolosa dalle parti del portiere Barbosa. Il bomber del Peñarol Oscar Míguez colpisce addirittura un palo da poco fuori dall’area di rigore. Al 66° cambia totalmente l’inerzia della partita. Ghiggia scappa sulla fascia a Bigode e crossa in direzione di Schiaffino, che di prima insacca sotto l’incrocio del primo palo. Diversi anni dopo Pepe rivelerà di aver colpito male il pallone, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto andare ad incrociare. Ma il pallone sta bene lì dov’è, dentro la porta brasiliana.

Il Brasile a questo punto perde completamente la ragione. L’ansia da prestazione e la galoppante paura diffusasi sugli spalti inghiotte letteralmente gli 11 allenati da Costa, che iniziano a soffrire maledettamente le avanzate dell’Uruguay. E al minuto 79 la finale si decide: Ghiggia scappa ancora una volta ad un ubriacato Bigode, entra in area di rigore, e con un rasoterra sul primo palo supera un disattento Barbosa. Lo stadio adesso è in un silenzio tombale, le confuse ed insensate avanzate brasiliane condotte negli ultimi minuti sono del tutto velleitarie.

Alla fine, su un calcio d’angolo per il Brasile, l’arbitro Reader – coi suoi 53 anni, il più vecchio ad aver mai arbitrato una finale mondiale – fischia la fine. El mono Gambetta blocca il pallone con le mani, i giocatori brasiliani crollano a terra, diversi uruguaiani tra cui Schiaffino e Pérez scoppiano in lacrime, Ghiggia viene sollevato di peso e portato in trionfo da Varela. La partita che doveva essere quella della gioia brasiliana, si trasforma definitivamente nel Maracanazo. Lo stadio è attonito, Jules Rimet consegna molto imbarazzato la coppa a Varela, nonostante l’opposizione dello stesso Getúlio Vargas. Rimet era infatti andato a preparare il discorso quando il punteggio era ancora sull’1-1, certo della vittoria brasiliana, trovandosi così spiazzato dalla vittoria della Celeste.

Finisce in questo modo il Maracanazo, una delle partite più pazze della storia del calcio, ma purtroppo per i giocatori brasiliani l’onta non passerà così velocemente. Saranno considerati non più come degli eroi, bensì come dei falliti e dei traditori, in particolare il portiere Barbosa, ritenuto colpevole della sconfitta per l’errore in occasione del secondo gol. Sarà per più di 40 anni odiato da tutta la popolazione, “nonostante la pena massima per un crimine nel paese sia di 30 anni”, come dirà successivamente. Tutti i giocatori uruguaiani diventeranno invece delle vere e proprie leggende in patria, ma la maggior parte di essi morirà in povertà. Contemporaneamente in tutto il Brasile moriranno circa 90 persone, tra suicidi e arresti cardiaci, provocando così tre giorni di lutto nazionale.

Altri strascichi del Maracanazo si avranno nella scelta di non utilizzare più la maglia bianca, ma soprattutto avverranno in campo politico. Fallirono infatti tutti i governi che avevano puntato sullo sport per ottenere enorme popolarità, permettendo il ritorno al potere di Getúlio Vargas, nel frattempo destituito dalla stessa giunta militare che lo aveva inizialmente eletto. Cambierà in questo modo l’intera storia futura di un paese, influenzata da soli pochi attimi di una semplice partita di pallone.

lunedì 7 luglio 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi


 Buongiorno, oggi è il 7 luglio.

Il 7 luglio 1974 a Monaco di Baviera la Germania Ovest vince il suo secondo mondiale di calcio.

Nel 1974 la Germania ospita la decima edizione dei mondiali: è una Germania ancora scossa dagli eventi terroristici avvenuti durante i giochi olimpici di Monaco del 1972 quando un commando palestinese irrompe nel villaggio Olimpico uccidendo due israeliani e prendendone altri in ostaggio.

Alla fine di quella drammatica giornata si contarono undici morti israeliani oltre al commando palestinese.

Sarà quindi il mondiale dei tanti controlli: la sicurezza dei tifosi e di tutti gli appassionati del mondo viene messa al primo posto. È un mondiale che profuma subito d’Italia: sarà infatti Silvio Cazzaniga a disegnare e a scolpire la nuova Coppa del Mondo con il volto della Vittoria e le mani levate al cielo a sostenere il globo, che sostituisce la Coppa Rimet rimasta appannaggio del Brasile per aver vinto 3 volte la competizione. Tra le partecipanti si segnalano tre esordi: Australia, Haiti e Zaire. Tornano dopo parecchie edizioni Olanda e Polonia ed entrambe lasceranno un segno forte. E l’Italia? Dopo il bel mondiale messicano e un’eliminazione ai quarti agli Europei 1972, le vittorie con Brasile ed Inghilterra in casa ma soprattutto la storica vittoria a Wembley portano gli azzurri a partecipare alla spedizione tedesca con un ruolo tra i favoriti: con loro il Brasile, orfano di Pelè che nel 1971 tra le lacrime ha salutato la nazionale e la Germania Ovest padrona di casa.

I gironi iniziali non portano grosse sorprese eccetto purtroppo l’eliminazione dell’Italia che dopo una vittoria abbastanza sofferta con Haiti per 3-1, pareggia con l’Argentina e viene sconfitta dalla bella e forte Polonia di Deyna e Lato.

Passano il turno senza particolari problemi Brasile, Jugoslavia, Svezia, Olanda e nel gruppo uno Germania Ovest e Germania Est. Il derby tra Germania Ovest e Germania Est è forse l’evento più atteso di questa prima fase per gli ovvi connotati storici e politici: ad Amburgo la Germania Est con Sparwasser sconfigge i cugini più quotati e forse apre la strada a un girone successivo più facile per la Germania Ovest. Il mondiale tedesco presenta una novità del regolamento che porta ad un aumento del numero di partite, voluto anche dagli Sponsor che per la prima volta campeggiano nelle magliette. La seconda fase è composta da due gironi e le due vincitrici si contenderanno il titolo nella finalissima. Le prime due giornate del primo raggruppamento vedono le vittorie di Germania e Polonia su Svezia e Jugoslavia. Sarà quindi l’ultima giornata a decretare la finalista. La Germania viene dall’oro europeo del 1972 e il blocco è quello nato durante i mondiali messicani con Sepp Maier in porta e tra gli altri Vogts, Beckenbauer, Breitner, Overath, Grabowski e Gerd Muller; la Polonia è invece campione olimpica in carica e nelle qualificazioni ha eliminato l’Inghilterra facendo piangere Wembley. È la Polonia più forte della sua storia quella che ha in mano Gorski: in porta Tomaszewski, al centro della difesa Zmuda e gli attaccanti Szarmach e Grzegorz Lato (che sarà capocannoniere del mondiale) sono i fiori all’occhiello di una squadra che fa sognare Varsavia. 

La partita con la Germania Ovest è bella e intensa: la Polonia deve vincere e attacca, ma alla fine vincono i tedeschi con gol di Gerd Muller. Nel secondo raggruppamento invece le due squadre dominanti sono Olanda e Brasile ed anche qui l’ultima giornata è decisiva. L’Olanda viene da un 4-0 con l’Argentina e un 2-0 con la Germania Est. Il calcio totale olandese sta conquistando il mondo ed anche il Brasile deve cedere: il 2-0 siglato Neeskens e Crujff regala all’Olanda la prima finale della sua storia. È un’Olanda meravigliosamente bella quella che sfida la Germania per la conquista dell’alloro mondiale.

È l’emblema di quel calcio totale in cui tutti attaccano e tutti difendono.

In Europa Feyenoord e Ajax stanno dominando la Coppa Campioni da 4 anni e la conquista del titolo mondiale sarebbe la degna conclusione di un quadriennio d’oro.

Ruud Krol, Johan Neeskeens, Johnny Rep, Rob Rensembrink e sua maestà Johan Crujff sono i nomi legati al mito di questa nazionale orange.

Ma torniamo a Monaco di Baviera a quel 07 luglio 1974. L’inizio è da fantascienza: i tedeschi non la toccano mai per quasi un minuto, Crujff entra in aerea, Hoeness lo abbatte. Rigore e 1-0. Quando i tedeschi toccano il primo pallone, sono già sotto. Un inizio che ricorda un’altra finale, quella di Berna, quella della grande Ungheria ed anche allora c’era la Germania. E i tedeschi non mollano: e mentre l’Olanda fa melina convinta della propria superiorità, al minuto 25 il rigore viene dato alla Germania e il maoista Breitner non sbaglia, 1-1. La partita cambia, la Germania ci crede e Gerd Muller fa 2-1. Nel secondo tempo l’Olanda le prova tutte, ma non trova il gol.

E come venti anni prima a Berna, la grande favorita ed una delle squadre più forti che la storia ricordi, perde e perde sempre con la Germania, quella squadra solida, tosta, mai doma che dal 1966 in poi ha deciso che sarà sempre una protagonista della rassegna iridata.

E per l’Olanda rimane l’idea della grande incompiuta: l’occasione si ripeterà 4 anni dopo, a Buenos Aires, sempre in finale, sempre con i padroni di casa. E anche lì saranno lacrime orange.


lunedì 3 marzo 2025

#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi

 


Buongiorno, oggi è il 3 marzo. Il 3 marzo 1953 nasce in Brasile Zico.

Il suo vero nome è Arthur Antunes Coimbra ma tutti lo conoscono come Zico. Il giocatore brasiliano piu famoso della storia dopo Pelè nasce a Rio de Janeiro il 3 marzo del 1953. Ha una sorella e 4 fratelli maschi. I 5 fratelli Antunes Cimbra seguiti dal padre formano una formidabile squdra di calcio a 5 che imperversa per le strade di Quintino, un lontano sobborgo di Rio. Zico è l’ultimo aggregato, più giovane e più gracile di tutti ma ha un talento che brilla anche tra il calcio polveroso e violento del quartiere. La sua forza di volontà è ricompensata. A 17 anni il passerotto è un ragazzo normale, ha guadagnato 11 centimetri in altezza e 16 chili di peso. Non sarà mai un colosso e la sua muscolatorua resterà fragile ma ora è pronto per gettarsi nella mischia dei professionisti.

Nel 1973/74 Zico conquisterà definitivamente la maglia numero 10 del Flamengo. La partita della consacrazione si ha contro gli jugoslavi dello Zelecnicar (3-1 con una sua doppietta dopo la quale lo scrittore e cronista Nelson Rodriguez scrive: «Zico è un giocatore che è sulla strada di una furiosa pienezza. E’ entrato in quella fase in cui un giocatore fa con il pallone tutto ciò che vuole». Nasce la leggenda del Galinho, il galletto. Il campione è definitivamente sbocciato, impossibile non accorgersene. Zico si segnala ben presto anche con la casacca verdeoro della Nazionale. Una delle prime vittime è l’Italia. Nel 1976 è suo uno dei 4 gol con cui il Brasile sconfigge gli azzurri negli Stati Uniti al torneo del bicenetenario americano.

Nel frattempo il nuovo decennio inizia come meglio non si potrebbe: nel 1980 Zico vince con il Flamengo il suo primo campionato brasiliano e in una tourneé di primavera il Brasile impressiona tutto il mondo sportivo. Il 12 maggio 1981 la selecao si presenta a Londra per affrontare l’Inghilterra nel tempio del calcio, lo stadio di Wembley. Qui il Brasile non vince da 60 anni. Il gol della vittoria giallo-oro è suo. La critica lo sottopone ad un termine di paragone importante: Zico diventa il Pelé bianco, l’erede legittimo del giocatore più forte della storia.

Nel novembre del 1981 il Flamengo affronta la squadra cilena del Cobreloa per la conquista della Coppa Libertadores, la coppa dei campioni sudamericana. Ci vogliono 3 finali per decidere il vincitore. Nella prima sfida il Flamengo si impone per 2-1 e Zico segna entrambi i gol. Nella finale di ritorno in Cile è il calcio violento del Cobreloa ad avere la meglio e i rossoneri sono sconfitti 1-0. Nell’ultimo incontro in campo neutro Zico è il protagonista assoluto siglando la doppietta decisiva (la seconda rete con una splendida punizone dal limite) e porta il Flamengo in cima al Sudamerica.

Non è che l’inizio di un periodo straordinario costituito dalle tre settimane più emozionanti del club carioca. Il 6 dicembre il Flamengo sconfigge il Vasco per 2-1 dopo tre sfide consecutive valide per il titolo di campione carioca. Zico ispira il secondo gol. Sette giorni dopo il Flamengo vola in Giappone per giocarsi la Coppa Intercontinentale contro il Liverpool. A Tokio si gioca in un’atmosfera un pò surreale con un pubblico ancora digiuno di calcio. Il Liverpool è frastornato dal palleggio, dalla tecnica e dalla fantasiosa velocità dei brasiliano. Alla fine del primo tempo il risultato è già acquisito: 3-0. Zico è il perno del gioco d’attacco, ispiratore di tutte le reti brasiliane ed alla fine è premiato con una Toyota come miglior giocatore della partita. Per il club rossonero è il terzo titolo conquistato in poco più di 20 giorni, l’apice di quella che la torcida del Flamengo ricorda ancora come l’era-Zico.

E arriviamo in Spagna per i Mondiali del 1982. Osservando le gare del primo girone non si vede proprio chi possa competere con una nazionale così scintillante come quella brasiliana guidata da Telé Santana. 2-1 sull’URSS, 4-1 sulla scozia e 4-0 sulla Nuova Zelanda. Sono goleade alle quali Zico partecipa con 3 realizzazioni. Nel secondo turno la selecao dei marziani si trova ad affrontare l’Argentina di Maradona e l’Italia di Bearzot in un girone a tre valido per accedere alla semifinale. La pima sfida è Brasile-Argentina e il Galinho fa il mattatore. Nel finale il numero 10 manda in rete Junior con un filtrante da manuale: il risultato è 3-1 per i brasiliani.

L’incontro decisivo per approdare in semifinale è quello con l’Italia. Al Brasile basterebbe un pareggio per qualificarsi. Il 10 brasiliano viene seguito come un’ombra da Claudio Gentile. La sfida verrà tramandata in patria come la tragedia del Sarrià perché nessuno poteva pensare ad un epilogo quale quello che si consumò nello stadio di Barcellona. L’enorme delusione per il mondiale perduto produce due effetti contrastanti in Zico. Da un lato quel che non ha dato l’avventura in nazionale viene riscattato dai successi con il club. Nel 1983 il Flamengo trionfa ancora una volta nel torneo nazionale e nella finalissima contro gli eterni rivali del Santos non può mancare la firma del Galinho fra le reti che fissano il risultato sul 3-0.

Ma compiuti i 30 anni e avendo vinto tutto in rossonero, l’idolo assoluto del Maracanà sente il bisogno di intraprendere una nuova esperienza e di cimentarsi proprio nel paese che gli ha fatto versare le lacrime più amare della sua carriera. Ci sono già stati contatti con grandi club italiani, il Milan, la Roma, la Juventus.Tutte società ricche che possono offrire quel che il Flamengo chiede per privarsi del suo giocatore pià prestigioso. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata l’Udinese a riuscire nel miracolo di comprare uno dei campioni più venerati del pianeta.

Sei miliardi di lire. E’ la cifra con cui l’Udinese del presidente Lamberto Mazza e del general manager Franco Dal Cin si aggiudica Zico. E’ una somma importante che mette in grande preoccupazione i vertici del calcio italiano e anche il governo. Zico arriva in Italia in pompa magna, l’accoglienza all’aereoporto di Ronchi dei Legionari è da grande capo di stato. In 7 giorni viene organizzata una simbolica amiochevole tra Flamengo e Udinese per il passaggio della maglia. Zico gioca solo pochi minuti, quanto basta per far venire i brividi ai tifosi friuliano.

Qualcosa però va storto e le cose si complicano. Viene sospeso temporaneamente dalla Federcalcio l’acquisto di Zico assieme al suo compagno di nazionale Toninho Cerezo, approdato alla Roma. Udine reagisce duramente, il sogno impossibile di sentirsi grandi di colpo viene spezzato da un diktat delle autorità. La reazione di piazza è vibrante. In certi slogan e striscioni si inneggia sino al desiderio di passare all’Austria se il campione carioca non otterrà il via libera dalla Federazione. Quando finalmente gli ostacoli verranno rimossi dopo un mese di passione e suspence la piazza si ritroverà per festeggiare il primo discorso di Zico osannato alla stregua di un Re con tanto di simbolica incoronazione.

Poi lo si va ad ammirare sul campo e il Monarca non tradisce. Contro gli jugoslavi dell’Hajduk l’Udinese vince 3-1 e il brasiliano firma la rete del 2-0. Le prime apparizioni del Galinho fanno luccicare gli occhi. Quel che si vede è meraviglia pura. Le amichevoli fanno registrare il pienone al Friuli e Zico offe continui saggi di spettacolo. Persino il Real Madrid paga dazio e perde 2-1 dopo essere passato in vantaggio con il bomber Santillana. A capovolgere il risultato intervengono poi Zico e Causio, una coppia «brasiliana» che funziona a meraviglia fin da subito. Il precampionato si chiude poi con un rotondo 3-0 sui brasiliano del Vasco de Gama.

L’attesa per il campionato che sta per iniziare non è mai stata così vibrante nella regione. Il battesimo nel campionato di calcio 1983/84 avviene il 12 settembre a Marassi. L’Udinese sconfigge il Genoa con un 5-0 che non ammette repliche e Zico va in rete una volta per tempo. La prima invenzione è una finta di corpo che ubriaca i suoi controllori, il secondo è un classico del suo repertorio: il calcio di punizione. Alla seconda giornata, nell’esordio casalingo contro il Catania, Zico si ripete con modalità quasi identiche. I bianconeri friulani vincono per 3-1. Il Galinho mette a segno ancora una doppietta invertendo solo l’ordine dei fattori senza che il prodotto cambi, il calcio di punizione stavolta arriva prima.

I tiri da fermo di Arthur Antunes Coimbra diventano una partita nella partita, il vero centro di interesse dei 90 minuti. Anche quando l’Udinese perde, come accade nella terza giornata ad Avellino, il pubblico rimane incantato per l’ennesimo exploit disegnato con una traiettoria imprendibile. Il primo grande big match del campionato Zico la vive all’ottava giornata. Al Friuli arriva la Roma di Falcao e Cerezo, forte della posizione di capolista nonchè di campione in carica. La sfida vive i suoi momenti più esaltanti nel finale. A 5 minuti dal termine i giallorossi hanno con Pruzzo il pallone buono per sbloccare l’incontro ma falliscono l’opportunità. L’antica legge del calcio trova un immediata applicazione: gol sbagliato, gol incassato. Brini da la palla a Galparoli sulla fascia detra, allungo a Causio, due passi, passaggio di 40 metri a Zico che coglie l’attimo vincente e batte Tancredi

Il girone di ritorno prende l’avvio con una piacevole similitudine con quanto visto all’inizio del campionato. Zico va in gol su punizione in diverse occasioni. Al di là di quanto ogni singola prodezza incida sui risultati quel che ha valore assoluto è quanto succede al Cibali da Catania quando si assiste ad un intero stadio avversario che fa il tifo per lui: un paradosso mai visto prima in un campo di serie A.

La società però sbanda tra litigi e incerte prospettive di futuro determinate dalle dimissioni di Dal Cin e dalla mancata riconferma dell’allenatore Ferrari per l’anno successivo. Infine sfuma in extremis l’ingresso in Europa. L’Udinese termina al nono posto, i progetti ambiziosi legati all’arrivo dell’asso brasiliano sembrano poca cosa a conti fatti. Restano le cifre personali però, e quelle non mentono assolutamente: Zico chiude con 19 gol, un record per uno straniero esordiente, ad una sola lunghezza da Platini. Ma nell’ambiente la sensazione che il giocattolo stia per rompersi è palpabile.

La stagione 1984/85 ha ben altri presupposti, sogni tricolori non se ne fanno più. La parola d’ordine è quella di salvarsi e al massimo navigare in acque tranquille. La squadra ha cambiato pelle. Se ne sono andati via elementi come Causio e Virdis. Eppure Zico brilla e non sembra scontento di militare in una squadra dalle ambizioni molto più limitate. Determinante è però un infortunio patito dal Galinho a gennaio che lo terrà fermo per lungo tempo. Rientra in tempo per segnare due gol a Inter e Juventus prima di risolvere anticipatamente il contratto con la società. Ai problemi sul campo si aggiungono quelli fuori con le accuse mosse dalla giustizia italiana di evasione fiscale ed esportazione illegale di valuta.

Per spiegare il particolare rapporto tra Zico e Udine si potrebbero spendere dotte analisi sociologiche o studiare i comportamenti indagando la psicologia di massa, o ricorrere anche al bisogno di un territorio di avere eroi ed al piacere di cercarseli nello sport, e pure provenienti da molto lontano. Si potrebbe pensare che la natura intima di questo rapporto nasca proprio dall’affinità tra essere friulano e essere Zico, lavoratore schivo, umile e generoso che sa unire il sorriso alla fatica. Oppure ci si potrebbe limitare a vedere nel galinho nient’altro che un campione talmente ammaliante nella sua tecnica e nella sua carica umana che sarebbe stato semplicemente impossibile che le cose fossero andate in un altro modo.

Quel che è certo è che l’affetto tra il brasiliano e la città non è mai finito, è qualcosa rimasto dentro iscritto quasi come un codice genetico di una tifoseria e di un luogo.

Cosi Zico ricorda il suo breve ma intensissimo periodo bianconero: “Conservo ancora un ottimo ricordo della mia esperienza friulana. Sono sempre stato trattato benissimo da quelle parti. Sono specialmente contento di un aspetto: che la gente ha apprezzato il mio modo di essere e la mia famiglia. Sono cose che ti segnano. Credo che anche sul campo corrisposi alle attese. Fu veramente un peccato che la dirigenza dell’epoca ebbe dei problemi e le lotte tra il presidente Mazza e Dal Cin indebolirono la squadra. Dal Cin aveva un’ottima visione del calcio italiano e progetti per costruire una buona squadra. Quando fu costretto a lasciare il club eravamo tra i primi in classifica ma poi fummo abbandonati a noi stessi, includendo anche problemi di arbitraggio“.

Dopo l’esperienza italiana Zico non può che tornare al suo primo amore: il Flamengo. Il progetto non ha ambiguità, ha una direzione di marcia precisa e punta verso il Messico dove si disputa il mondiale del 1986, l’ultima occasione del Galinhio per passare alla storia con la nazionale. Agosto 1985: il cammino è reso arduo da un infortunio patito in campionato. Un entrata assassina del difensore dl bangu Marcio gli procura una forte contusione al ginocchio sinistro che lo costringe a stare fuori a lungo e subire un intervento chirurgico. Ma Zico non molla e riesce a rientrare in febbraio per la fase finale del Campionato carioca, quello dello stato di Rio. Ma il rientro trionfale è una gioia effimera, il ginocchio fa ancora male e Zico si ferma di nuovo. Torna nella selecao ad Aprile contro la Jugoslavia. Il Brasile vince 4-2 e Zico fa tre gol, un rigore e due pezzi da antologia.

La sua classe appare irrinunciabile per la nazionale giallooro. Ma i guai al ginocchio non sono passati, c’è bisogno di una nuova operazione che vorrebbe dire saltare il mondiale. Zico è convinto a rimandare, a stringere i denti per sbarcare in Messico con la Selecao del ct Tele Santana. Il tecnico però non lo schiera mai titolare limitando il suo utilizzo a scampoli di partita. Nella sfida dei quarti contro la forte Francia di Platini le squadre sono ferme sull’1-1 quando alla mezz’ora del secondo tempo esce Muller ed entra Zico. In campo da poco più di un minuto tocca il suo primo pallone e pesca in area Branco che viene steso dal portiere francese Bats: rigore.

Il tripudio del popolo carioca viene messo a tacere quando proprio il galinho fallisce clamorosamente l’occasione facendosi respingere il tiro. In campo Zico non si abbatte e trascina l’attacco brasiliano su tutte le azioni più pericolose in una gara ricca di emozioni. Ma il risultato resta in parità e si va ai rigori dove questa volta il Galinho non fallisce. Il suo coraggio e la personalità non bastano. Nella sfida che sarà ricordata anche per gli errori di Socrates, Platini e Julio Cesar, sono i bleus a prevalere. Per Artur il terzo titolo sfumato racconta con precisione qual’è il limite della sua carrierea: non avere mai giocato una finale mondiale pur avendo fatto parte di una generazione di campioni senza eguali.

Dopo l’amare estate del 1986 Zico deve saldare anche i conti in sospeso con il suo ginocchio. Si opera due volte senza mai pensare neppure per un attimo di mollare. Un anno esatto dopo la partita con la Francia lo spettacolo può ricominciare. Nella fase conclusiva del campionato brasiliano Zico torna e segna contro l’Atletico Mineiro e nella finale contro l’Internacional va su tutti i palloni con la sua classe intatta e il coraggio di un ragazzino. Il Flamengo è in vantaggio per 1-0 e quando Zico deve uscire prima della fine, l’intero Maracanà acclama il suo nome. Alla fine i rossoneri trionfano e la folla richiama il campione dallo spogliatoio per il giro d’onore.

Il 27 marzo 1989 Zico torna ad Udine per giocare una gara tra il Brasile e il resto del Mondo: è il suo addio alla Selecao. I guai giudiziari sono stati archiviati e Zico è risultato estraneo ai fatti, per lui questo ritorno è anche un riscatto umano. La città risponde con entusiasmo e lo accompagna dall’arrivo in aereporto fino alla partita disputata in un Friuli in festa che torna a gustarsi le giocate di un campione ormai considerato un amico di vecchia data.

Il 6 febbraio del 1990 Zico, con la maglia del Flamengo, dà l’addio anche allo stadio che lo cullato per tutta la vita, il Maracanà, dopo 730 presenze e 508 gol in campionato. Ma il desiderio di Zico è di non stare troppo lontano dai campi. Così all’inizio degli anni 90 solo chi non lo conosce bene si stupisce nel vederlo giocare nel campionato giapponese ocn la formazione dei Kashima Antlers. E sono ancora 88 partite assolutamente importanti perchè gli permettono di far crescere il calcio giapponese con l’esempio di una classe inimitabile che lo porta ad inventare un pezzo assolutamente originale come il «gol dello scorpione», quello che lui stesso definirà il più bel gol della sua vita: proiettatosi con eccessivo slancio su un cross, supera il pallone , ma recupera con una capriola all’indietro, spedendo faccia a terra in rete al volo il pallone di tacco.

Nel 1994 Zico chiude anche in Giappone la sua carriera di giocatore ponendo la sua pluridecennale esperienza al servizio di nuove cause, che siano la nascita di una scuola calcio o l’incarico di commissario tecnico della nazionale giapponese; pur di affermare il suo amore per il calcio il brasiliano si è trasformato nell’uomo dei tre continenti: Sudamerica, Europa e Asia.

Quasi a dire che Arthur Antunes Coimbra è un nome riconoscibile nella sua origine ma Zico è ormai diventato un vocabolo di un lingaggio universale, quello dello sport.

domenica 14 luglio 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 14 luglio.
Il 14 luglio 1969 l'esercito di El Salvador invade l'Honduras. Inizia la cosiddetta "guerra del calcio".
Un pallone che rotola, ventidue persone che gli corrono dietro, tre legni per ogni lato del campo, diversi esagitati che si dannano l’anima nel guardarli. Per alcuni, il calcio si riduce essenzialmente a questo. Parecchie altre volte, però, il calcio può anche essere molto, decisamente molto di più.
Può diventare qualcosa di terribilmente importante. E, certo non da solo ma insieme a un numero imprecisato di circostanze, diventare addirittura casus belli. Motivo dello scoppio di una guerra, che farà morti, feriti, e cambierà per sempre storia e geografia di un continente. E’ successo nell’estate del 1969, l’estate in cui El Salvador e Honduras, due piccoli stati di quel lembo di terra che unisce Nordamerica e Sudamerica, si dichiararono guerra dopo essersi giocati tre partite di spareggio per andare ai Mondiali messicani del 1970.
Prima, però, bisogna fare un passo indietro di qualche anno. Un piccolo flashback per spiegare per quale motivo El Salvador-Honduras, quell’estate, non era un semplice spareggio tra due piccole nazionali che volevano guadagnarsi il diritto di essere prese a pallonate dalle grandi del calcio mondiale un anno più tardi. El Salvador-Honduras, in quell’estate del 1969, si trasformò in uno di quei duelli da film western in cui i due protagonisti, non per forza un buono ed un cattivo, si guardano dritti negli occhi con le loro Colt in attesa di sparare il proiettile decisivo.
Bisogna tornare indietro fino al 1967, o forse fino al giorno in cui Honduras e El Salvador si sono scoperte confinanti in un fazzoletto di terra tra Nicaragua e Guatemala, strette tra Messico da una parte e Colombia dall’altra. Da queste parti transitano i traffici americani nel continente, dagli Stati Uniti vengono a coltivare per esportare in Sudamerica. Negli anni ’60 del Novecento l’El Salvador diventa partner privilegiato per le coltivazioni statunitensi, vive un boom demografico che fa crescere la popolazione fino a livelli insostenibili. E una popolazione così ampia in un paese così piccolo come El Salvador può significare solo una cosa: disoccupazione alle stelle. Una situazione di pressione sociale che rischia di diventare insopportabile in un territorio così piccolo.
Così, nel 1967, El Salvador e Honduras stringono un patto che ha del clamoroso: la Convenzione Bilaterale stabilisce che i contadini salvadoregni in cerca di lavoro possono varcare il confine e trasferirsi in Honduras. Ecco, l’Honduras non è che sia il Paradiso in terra. Anche lì, non c’è tutto questo lavoro, soprattutto se ci si mettono anche oltre 300.000 nuovi arrivi da El Salvador. Facile capire che questa storia non finirà bene. Infatti, prevedibilmente, ci mette davvero molto poco a deragliare. Nel 1969, Osvaldo Lopez Arellano, il dittatore che era a capo dell’Honduras, decide che ha visto abbastanza. Tutti i contadini salvadoregni arrivati in Honduras vengono espulsi ed espropriati delle loro terre. La tensione sale alle stelle, con i cittadini honduregni che chiedevano a gran voce questo provvedimento, e il governo di El Salvador che denuncia l’illegalità e la disumanità della decisione del dittatore honduregno. E’ il maggio del 1969, e il calcio sta per entrare di prepotenza in questa storia.
Nel 1970 si giocheranno i Mondiali in Messico, e, proprio il fatto che la Trìcolor sia già qualificata, apre le porte ad un altro posto per una squadra della CONCACAF. Dopo il primo girone, sono rimaste in quattro, che, dopo semifinali e finale, si giocheranno l’ultimo posto disponibile. E queste quattro nazionali sono Stati Uniti, Haiti, Honduras, El Salvador. Ora, uno sceneggiatore sadico e impaziente di assistere a quella scena da film western con le Colt spianate, non esiterebbe un attimo. E, puntualmente, il sorteggio sceglie che sarà così. Honduras ed El Salvador si affronteranno, nel maggio del 1969, in un doppio spareggio. I due paesi, in stato di agitazione e di insurrezione, sembravano non aspettare altro. E’ l’occasione perfetta per regolare quei maledetti conti e provare a farli tornare.
L’8 giugno si gioca la semifinale di andata. L’Estadio Nacional di Tegucigalpa, Honduras, ha l’onore di ospitare il primo atto di quella che si preannuncia come una vera e propria tragedia. Nei giorni precedenti alla gara il paese è attraversato da ondate di scioperi e manifestazioni, in attesa del nemico salvadoregno. La notte che precede il match, è un inferno per i calciatori di El Salvador. L‘albergo che li ospita viene praticamente circondato. Alle finestre arrivano, senza sosta, quando va bene uova, quando va male sassi. Quando va peggio, qualche colpo di pistola. Allo stadio, il giorno dopo, ci arrivano per un pelo. Le gomme dell’autobus che avrebbe dovuto trasportarli sono state ovviamente squartate con i coltelli. La polizia, forse a malincuore, accompagna la nazionale ospite allo stadio. La partita, ovviamente tesa e piena di calcioni, viene vinta dall’Honduras per 1-0, grazie al gol del difensore Leonard Wells nei minuti finali.
La delusione dei calciatori salvadoregni è tanta, ma c’è anche la consapevolezza che, una settimana dopo, c’è in programma la gara di ritorno. Non deve pensarla così la diciottenne Amelia Bolaños, figlia di un generale dell’esercito di El Salvador. Che, al triplice fischio finale, prende la pistola del padre e si spara un colpo dritto al petto. Diventerà un’eroina, le saranno tributati i funerali di stato e la sua morte sarà il pretesto per rendere ancora più infuocata la partita di ritorno che si disputerà il 15 giugno a San Salvador.
I salvadoregni, memori dell’accoglienza ricevuta a Tegucigalpa, fanno di tutto per rendere il favore agli ospiti. L’albergo dove alloggia l’Honduras viene cinto d’assedio. Non basta nemmeno l’intervento dell’esercito per placare gli animi della folla urlante, che reclama vendetta per la sconfitta e per la morte di Amelia. L’accompagnatore -salvadoregno- della nazionale dell’Honduras, si affaccia dal terrazzo dell’albergo per chiedere una tregua. Non fa a tempo a finire di parlare; viene sepolto da una sassaiola infinita, viene praticamente lapidato sul momento. Non si può fare altro che raccogliere il suo cadavere e sperare che questa partita finisca subito.
I calciatori honduregni vengono accompagnati allo stadio dai carri armati dell’esercito. E, all’ Estadio de la Flor Blanca, non trovano certo un’accoglienza migliore. L’inno viene fischiato, la bandiera dell’Honduras bruciata, i calciatori malmenati sotto lo sguardo vigile dei mitra spianati dell’esercito salvadoregno. La partita finisce 3-0, e, fuori dallo stadio, nei nuovi e scontati disordini che seguono il match, muoiono altri due tifosi dell’Honduras. E non è nemmeno finita qui, perché, nel 1969, non esiste la regola dei gol segnati fuori casa. Un maligno scherzo del destino costringe a mettere in scena anche il terzo atto di questa tragedia.
Di giocare in casa di una delle due contendenti, non se ne parla nemmeno. Si gioca, infatti, allo stadio Azteca di Città del Messico, il 27 giugno del 1969, di fronte a 5000 soldati messi in campo dai messicani, che non bastano a tenere a freno la rabbia e l’orgoglio dei tifosi di Honduras ed El Salvador, che sembrano non desiderare nient’altro che potersi mettere liberamente le mani addosso. I disordini cominciano fuori dallo stadio Azteca e proseguono all’interno, prato verde incluso. E’ una partita bellissima e tesissima. Passa in vantaggio l’El Salvador, pareggia immediatamente l’Honduras. Torna in vantaggio l’El Salvador, pareggia nuovamente l’Honduras, in un botta e risposta che sembra davvero come un match di pugilato o, in questo caso, una guerra. I supplementari sono l’epilogo naturale e scontato di questa partita che è ormai diventata una saga.
L’eroe diventa Mauricio Rodriguez, un anonimo attaccante salvadoregno che mette dentro il gol del 3-2. Al fischio finale, come è logico che fosse, si scatena una rissa in campo che nemmeno l’esercito può fermare. Le strade di Città del Messico diventano un inferno, le relazioni diplomatiche tra El Salvador e Honduras si rompono praticamente sul momento. Non c’è nemmeno bisogno di dichiarare formalmente guerra. La guerra era già cominciata al fischio d’inizio della partita d’andata.
Il 14 luglio l’esercito salvadoregno bussa alla porta di casa dell’Honduras. La guerra tra El Salvador e Honduras durerà un centinaio di ore, fino al 18 luglio, e farà 6.000 vittime e 50.000 sfollati. L’intervento delle organizzazioni internazionali stabilirà la pace e permetterà ai contadini salvadoregni di tornare in Honduras a cercare lavoro. Ci andranno, saggiamente, in pochi, comunque. El Salvador, l’anno successivo, parteciperà ai Mondiali del 1970, dove perderà 3-0 contro il Belgio, 4-0 contro il Messico, 2-0 contro l’Unione Sovietica.

sabato 29 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 29 giugno.
Il 29 giugno 1950, nel corso dei campionati mondiali di calcio, gli Stati Uniti battono l'Inghilterra, nella partita che verrà ricordata come "il miracolo di Belo Horizonte".
È il 1950. Siamo alla metà esatta del secolo. La guerra è finita da qualche anno e l’Europa è un cantiere a cielo aperto. In Asia scoppia la guerra di Corea, l’America, invece, dopo la crisi del 29’ e la fine della guerra si trova in un periodo florido dal punto di vista economico. È il periodo delle migrazioni negli Stati Uniti alla ricerca di maggiori fortune. Ma è anche il periodo in cui la musica cambia, nasce infatti il rock’n’roll, quello che poi si evolverà in rock puro. Insomma, il mondo è in piena rivoluzione.
È sempre il 1950 quando, dopo 12 anni di inattività, ritorna il campionato mondiale di calcio. L’Europa, come detto, è in totale ricostruzione e il solo Brasile si propone di organizzare la massima competizione, durante la conferenza avvenuta a Lussemburgo nel 1946. La FIFA sceglie di escludere in partenza Germania e Giappone, ritenute le massime responsabili della guerra. L’Italia tentenna, i costi sarebbero troppo elevati e buona parte dei componenti della nazionale sono scomparsi l’anno precedente nella tragedia di Superga che aveva coinvolto il grande Torino. In seguito la FIFA riesce a convincere gli azzurri, gli ultimi ad essersi aggiudicati la coppa nel 1938, che proprio dal 1950 assumerà per la prima volta la denominazione di ‘’Coppa del mondo Jules Rimet’’, a partecipare.
L’inizio della competizione è alle porte, è estate e i pronostici non lasciano dubbi. Hanno già individuato chi si contenderà la vittoria finale. Dovrebbero essere infatti i campioni del mondo in carica dell’Italia al fianco dei padroni di casa del Brasile i favoriti, ma regna l’ombra della selezione inglese, ritenuta dallo stesso popolo brasiliano la più temuta. Gli inglesi dal punto di vista calcistico vivono una situazione particolare, si tratta infatti della loro prima presenza in ambito mondiale a causa di vari diverbi con la FIFA e la conseguente uscita da essa, ma nel 1946 avviene la riammissione che li porta dunque a partecipare alla competizione che si sarebbe svolta quattro anni dopo.
Tra le sorprese della competizione vi è anche l’umile selezione statunitense, già alla terza partecipazione e che addirittura è riuscita a conquistare un terzo posto nel 1930 in Uruguay. Caso curioso: gli statunitensi giocano la loro prima partita dopo 10 anni di inattività nel 1947, l’ultima era stata giocata nel 37’ e per tale motivo, da aggiungersi al fatto che la nazionale era composta per lo più da dilettanti e da gente che praticava il ‘’soccer’’ come hobby, quando il sorteggio decreta Stati Uniti ed Inghilterra nello stesso girone, gli inglesi sorridono. Irrisoriamente.
Gli inglesi, dal canto loro invece, sono forti, molto forti, possono annoverare campioni del calibro di Stanley Matthews, che passerà alla storia come uno dei calciatori più longevi di sempre ma soprattutto per essere stato nominato in seguito, nel 56’, il primo pallone d’oro della storia. Gli inglesi non sono solo forti, sono spavaldi, molto spavaldi ed è su questo che si sviluppa la nostra storia, costituita da protagonisti contrapposti.
È il 24 giugno quando la competizione, dopo una lunghissima attesa, ha finalmente inizio. I padroni di casa del Brasile affrontano il modesto Messico. 4-0, una partita senza storia e che nessuno mai ricorderà. Eppure, l’edizione del 1950 passerà alla storia, sarà infatti l’edizione delle sorprese, l’edizione dove la presunzione e l’arroganza non troveranno spazio, ma saranno punite amaramente dal destino. E’ il 24 giugno, il mondiale è già iniziato, ma nessuno sa ancora cosa riserverà.
Gruppo 2, il sorteggio decreta che Spagna, Cile, Inghilterra e Stati Uniti si affronteranno per decidere chi andrà al secondo turno eliminatorio della fase finale. Come sempre i pronostici, spesso crudeli e spietati, non lasciano dubbi. E non hanno dubbi neanche gli inglesi, forse neanche gli statunitensi che già partono sconfitti in cuor loro. È il 25 giugno quando gli inglesi esordiscono sbarazzandosi del Cile con un secco 2-0, contemporaneamente la Spagna ne rifila tre proprio agli Stati Uniti. Tutto come previsto insomma. Nel secondo turno toccherà proprio alle compagini inglesi e statunitensi affrontarsi.
La partita si gioca il 29 giugno, la vigilia viene vissuta in modo opposto. In modo arrogante e spavaldo dagli inglesi, gli inventori del calcio. In modo quasi rassegnato dagli americani. Gli inglesi, dall’alto della loro superiorità, riconoscono come sola imitazione il calcio praticato fuori dai confini nazionali; non era lo sport praticato da loro. Il calcio, quello vero, si giocava in Inghilterra e per questo, dopo anni di soli tornei giocati tra le loro ‘’mura’’, era venuta l’ora di dimostrarlo anche nella massima competizione: il Mondiale. Gli inglesi però non avevano ancora fatto i conti col destino, beffardo e punitivo talvolta.
Il 29 giugno è arrivato, dopo 24 ore di bombardamento mediatico ai danni delle vittime sacrificali americane da parte dei media inglesi, si scende in campo. Gli Stati Uniti schierano la loro migliore formazione, composta non solo da calciatori non professionisti, ma anche da calciatori di nazionalità non americana. E’ il caso del capitano Ed McIlvenny, scozzese di nascita ma che aveva chiesto la cittadinanza americana e ciò era già sufficiente per essere convocato secondo le regole di allora. Ma è soprattutto il caso di Joe Gaetjens, haitiano di nascita. A proposito, segnatevi questo nome. Gli inglesi invece lasciano a riposo la loro stella, Matthews, e la leggenda narra che prima della partita i calciatori consumarono birra e sigari a volontà. Non sappiamo se sia vero, ma a noi piace crederci.
Belo Horizonte è la sede designata, gli spalti sono pieni soprattutto di sostenitori brasiliani per sostenere la causa americana al fine di evitare gli inglesi nel secondo girone eliminatorio. Sono le 15 quando l’arbitro italiano Dattilo fischia il calcio d’inizio e la partita prende subito la piega immaginata con gli inglesi che attaccano e i dilettanti americani alla ricerca del miracolo. Gli inglesi hanno già concluso in porta diverse volte, si pensa sia solo questione di tempo, solo sfortuna sotto porta, solo la giornata positiva del portiere, ma prima o poi quel pallone entrerà, come da pronostico, come da copione. Ma il destino sa essere crudele e beffardo, sa punire gli stolti e premiare gli audaci, come la fortuna. E’ la stessa fortuna mista al destino che al minuto 38’ decreta il passaggio chiave di questa vicenda, una frazione di secondo che darà un senso a quella competizione data per scontata dai pronostici. Un minuto per cambiare il corso degli eventi. Un tiro parte dalla distanza, è pronto ad andare fuori o tra le braccia comode del portiere inglese, ma il destino si materializza nella figura di quel Joe Gaetjens, che si tuffa di testa avverando l’impossibile. Gli Stati Uniti sono clamorosamente in vantaggio!
Sembra scontato il ribaltone. Nel secondo tempo iniziano meglio gli Stati Uniti, ma gli inglesi prendono il sopravvento col passare dei minuti. Attaccano come se non ci fosse un domani e la partita prende la stessa piega del primo tempo con gli statunitensi che soffrono e si rintanano. Ma non accade nulla, poi una punizione ravvicinata per gli inglesi che viene battuta male, palla respinta e sulla ribattuta un colpo di testa sembra stia per insaccarsi e consegnare agli inglesi quel pareggio che avrebbe almeno attutito l’umiliazione. Il tragitto del pallone verso la rete viene però interrotto sulla linea dalle mani di Borghi, portiere statunitense, con gli inglesi che reclamano il gol a gran voce. Non è gol, l’arbitro non convalida, il pallone non ha attraversato la linea, gli Stati Uniti sono ancora in vantaggio.
I ritmi calano, gli inglesi sembrano quasi arrendersi, addirittura gli Stati Uniti sciupano il clamoroso raddoppio. Ma non ce ne sarà bisogno, non servirà alcun secondo gol per evitare la beffa ed anche gli inglesi iniziano ad arrendersi a ciò che nessuno immaginava potesse accadere. Sembrava scontato il ribaltone ed invece non erano bastati neanche gli ulteriori 45’ agli inglesi per recuperare ciò che dall’alto qualcuno aveva in serbo per loro. L’arbitro Dattilo fischia tre volte, è finita. Gli Stati Uniti hanno compiuto il miracolo, Davide ha battuto Golia. Il pubblico invade il campo, sono per lo più brasiliani felici per la sconfitta di quella che sarebbe dovuta essere la più temuta tra le rivali. Tutti vanno ad abbracciare l’eroe, quel Joe Gaetjens che vivrà quel lampo di popolarità. Viene portato in trionfo come mezzo mediante cui Davide compì la sua impresa contro Golia, quel colosso inglese che sembrava insuperabile fino alla vigilia.
I media inglesi non credettero quasi a quanto successo e ritardarono l’uscita dei giornali, credevano ad un errore di dicitura, ma anche loro dovettero arrendersi all’umiliazione e alla dura realtà di quanto accaduto a chilometri e chilometri di distanza. Per la cronaca, l’Inghilterra perse anche contro la Spagna e fu eliminata, un’umiliazione totale per coloro che si erano limitati ad osservare da lontano uno sport che non reputavano altro che una copia di quello da loro inventato.
Era il 29 giugno 1950, quando Joe Gaetjens e gli Stati Uniti fecero capire agli inglesi che i miracoli esistono e a Belo Horizonte se lo ricordano ancora bene.

mercoledì 19 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 19 giugno.
Il 19 giugno 1938 l'Italia vince il suo secondo mondiale di calcio.
Campione del mondo, campione del mondo. L’urlo strozzato in gola è del radiocronista Niccolò Carosio che annuncia appunto via radio in onde medie a tutta l’Italia la conquista della seconda Coppa del mondo. Dopo il trionfo di quattro anni prima in casa, la nazionale di Vittorio Pozzo si aggiudica la Coppa Rimet anche nel 1938 in Francia.
È una formazione di fuoriclasse come Silvio Piola, Giuseppe Meazza e Gino Colaussi modellata alla perfezione dal commissario tecnico Vittorio Pozzo, fine stratega ma anche abile psicologico. Uno studioso del calcio ma anche dello spogliatoio.
Quella del 1938 è l’ultima edizione della Coppa del mondo prima dell’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale. Ed è una rassegna in tono minore, un po’ per i venti di guerra che già soffiano e anche per la defezione di squadre importanti. Argentina e Uruguay infatti non prendono parte alla manifestazione a causa dalla mancata concessione dell’organizzazione a un paese sudamericano, la Spagna si lecca ancora le ferite della guerra civile e la grande Austria deve piegarsi all’annessione da parte della Germania nazista.
Sono 16 le squadre in tabellone con l’esordio di Cuba, Norvegia, Polonia e Indie Orientali, la prima formazione asiatica in lizza a un mondiale. È un’Italia forte, reduce dal successo di quattro anni prima e dall’alloro olimpico del 1936 a Berlino. Ed è anche una squadra mal sopportata a causa di quel saluto romano-fascista che nella Francia liberale viene tollerato a fatica.
Sul campo però gli azzurri, che sfoggiano una divisa celeste con lo stemma di Casa Savoia, impartiscono lezioni a tutti e per assurdo la partita più problematica si rivela quella d’esordio con la Norvegia, battuta 2-1 solo ai supplementari con reti di Pietro Ferraris e Piola.
Nei quarti ci pensano Piola (doppietta) e Colaussi a battere i padroni di casa della Francia davanti a 60mila persone. La semifinale di Marsiglia con il Brasile è la vera finale: la Selecao annovera tra le sue fila il bomber Leonidas che però viene ingabbiato dalla retroguardia azzurra e là davanti ci pensano Colaussi e Meazza a sancire il successo. I brasiliani erano così convinti di accedere alla finale che avevano già comprato i biglietti aerei per la capitale ma si rifiutano per la rabbia di cederli agli azzurri che così raggiungono Parigi in treno.
La finalissima allo stadio de Colombes (quello del film Fuga per la vittoria), davanti a 60mila spettatori è contro quell’Ungheria che è la madre di quella che sarà poi la grande Ungheria di Ferenc Puskas degli anni cinquanta.
E in effetti sul campo non c’è storia e il calcio danubiano si rivela troppo acerbo per impensierire il vaccinato undici azzurro che finisce per imporsi 4-2 con le doppiette dei soliti due: Colaussi e Piola.
Il rientro in patria con la Coppa Rimet è il miglior spot per il regime fascista che vuole conquistare il mondo anche politicamente: ma quello però resterà a lungo l’ultimo trionfo azzurro. Per il tris bisognerà attendere addirittura il 1982.

lunedì 10 giugno 2024

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 10 giugno.
Il 10 giugno 1934 la nazionale italiana di calcio batte la Cecoslovacchia e conquista il suo primo titolo mondiale.
Seconda edizione del Campionato del Mondo, l’Italia ottiene l’organizzazione della manifestazione nell’ottobre del 1932 superando la concorrenza della Svezia. Da quel momento l’apparato organizzativo del regime si mise in moto per poter trasmettere alle altre nazioni un’immagine positiva dell’Italia. Ospitalità, organizzazione, strutture, entusiasmo popolare e, ovviamente, prestazioni sportive mirate al conseguimento della vittoria finale dovevano impressionare favorevolmente atleti, addetti ai lavori, giornalisti ed anche i tifosi arrivati nel nostro Paese per questa importante manifestazione. Per raggiungere questo scopo nulla fu lasciato al caso, tutto fu preparato con la massima attenzione ed impegno. La gestione tecnica degli azzurri era stata affidata fin dal 1929 a Vittorio Pozzo, dirigente della Pirelli con un passato da calciatore , un anno nel Grasshoppers e cinque nel suo Torino fino al ritiro dall’ attività agonistica avvenuto nel 1911. Aveva già ricoperto il ruolo di tecnico della squadra nazionale in due occasioni sfortunate (olimpiadi di Stoccolma 1912 e di Parigi nel 1924) dimettendosi subito dopo le sconfitte che esclusero l’Italia da quelle due edizioni dei giochi olimpici. Ottenuto l’incarico dal presidente della F. I. G. C. Leandro Arpinati, Pozzo accettò ponendo una condizione alquanto inusuale: non essere retribuito!
Alla prima edizione svoltasi nel 1930 in Uruguay, nella quale prevalse proprio la nazione ospitante, l’Italia non si iscrisse. La nazionale italiana si apprestava, quindi, a giocare il primo mondiale della sua storia tra le mura amiche.
Le nazioni iscritte furono 22. Dopo la gara eliminatoria contro la Grecia del 25 marzo, conclusasi con un secco punteggio (4-0) il torneo azzurro iniziò con gli ottavi di finale contro gli Stati Uniti. Si giocò il 27 maggio a Roma allo Stadio Nazionale del P. N. F. (odierno Flaminio) ed il risultato non lasciò nessun dubbio: 7-1. Nei quarti l’Italia si trovò davanti la Spagna del fortissimo portiere Zamora. Il “Giovanni Berta” di Firenze fu teatro di una sfida davvero combattuta tra le due nazionali. Dopo i tempi supplementari, conclusi con un pareggio (1-1) il regolamento imponeva la ripetizione della gara il giorno successivo. Così fu: il 1° giugno la partita fu rigiocata e questa volta gli azzurri prevalsero grazie ad una rete di Meazza al 12°.
L’estremo difensore iberico non giocò la ripetizione forse a seguito di un infortunio occorso durante la prima sfida e venne sostituito da Nogues. L’Italia approdò alle semifinali, di fronte la fortissima selezione austriaca. La partita fu giocata il 3 giugno a Milano, nell’impianto di S. Siro. Grazie ad una rete del forte attaccante giallorosso, l’argentino naturalizzato italiano Enrique Guaita al 19° della prima frazione, l’Italia ebbe la meglio. L’Italia volò in finale. Nell’altra semifinale la Cecoslovacchia sconfisse la Germania 3-1 con una tripletta di Nejedly che alla fine del torneo risulterà capocannoniere con 5 segnature.
La finale Italia Cecoslovacchia si gioca allo Stadio Nazionale del P. N. F. a Roma davanti al Duce ed alle massime autorità tra le quali anche esponenti della Famiglia Reale e Jules Rimet, presidente della F. I. F. A.. Per l’importante appuntamento con la storia l’ex tenente degli alpini Vittorio Pozzo conferma gli undici scesi in campo una settimana prima contro l’Austria: Combi, Monzeglio, Allemandi, Ferraris, Monti, Bertolini, Guaita, Meazza, Schiavio, Ferrari, Orsi. La Cecoslovacchia del selezionatore Petru scende in campo con: Planicka, Zenisek, Ctyroky, Kostalek, Cambal, Krcil, Junek, Svoboda, Sobotka, Nejedly, Puc. Ad arbitrare l’incontro il signor Eklind della federazione svedese; Ivancics (Ungheria) ed il tedesco Birlem i segnalinee. Alle 16,55 Caligaris, alfiere della nazionale azzurra, fa il suo ingresso in campo portando il tricolore. Alle 17 il calcio d’inizio. Nei primi minuti azzurri pericolosi con Guaita ed Orsi ma Planicka, capitano della nazionale cecoslovacca, fa buona guardia. Al 25°, a seguito di una punizione Combi esce a vuoto e Sobotka, a colpo sicuro, trova sulla sua strada Monti pronto a salvare la porta azzurra. Meazza impegna in un paio di occasioni il fortissimo Planicka, l’Italia attacca ma la nazionale cecoslovacca si rende pericolosa in alcune occasioni. Negli ultimi minuti del primo tempo Orsi sfiora il vantaggio calciando fuori una facile occasione. Si va negli spogliatoi a reti inviolate. Nella ripresa gli azzurri all’attacco: Schiavio in due occasioni ravvicinate e Orsi cercano il vantaggio ma Planicka è insuperabile. Si arriva così al 25°: mischia furiosa nell’area italiana, Ferraris manca l’intervento, Monti non riesce a rimediare ed allora interviene Svoboda che cede il pallone a Puc che, con un rapido dribbling mette fuori causa Monzeglio sparando verso la porta di Combi una cannonata imprendibile. Cecoslovacchia in vantaggio. L’Italia accusa il colpo; mancano 20 minuti alla fine e si è sotto di un gol. La partita diventa nervosa. Nejedly, Svoboda e Puc sfiorano il raddoppio. Al 32° Svoboda colpisce la traversa; al termine dell’incontro la sua squadra conterà ben 3 legni colpiti. Si giunge così a 9 minuti dal termine, minuto 35°: da Ferrari a Guaita che passa ad Orsi, l’attaccante cerca di liberarsi per il tiro e lo effettua. La palla rimbalza sul muro eretto dalla difesa della nazionale in maglia scarlatta ma lo stesso Orsi è il più lesto nel recuperare la sfera che calcia nuovamente verso la porta cecoslovacca. Questa volta il forte Planicka non può arrivarci: 1-1. Minuti finali tesissimi. Eklind fischia la fine dei 90 minuti regolamentari. Si va ai supplementari. Al 4° minuto del primo tempo Schiavio segna il gol della vittoria. Davanti a 50.000 spettatori, di cui ben 11.000 cecoslovacchi, la nazionale italiana conquista il suo primo titolo mondiale. Al termine dell’incontro avviene la premiazione: Coppa della Vittoria e Coppa del Duce alla squadra vincitrice, a ritirarla il capitano Combi che sale in tribuna insieme a Planicka, capitano cecoslovacco e Szepan, capitano della nazionale tedesca premiata come terza classificata in seguito alla finalina vinta contro l’Austria per 3-2. Coppa del CONI per Planicka e Coppa della F. I. G. C. per Szepan; i due capitani ritirano i trofei assegnati alle rispettive nazionali.

domenica 9 luglio 2023

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 9 luglio.
Il 9 luglio 2006 l'Italia batte ai calci di rigore l'odiata Francia nella finalissima dei mondiali.
Campioni del mondo. La coppa del Mondo è nelle mani degli azzurri per la quarta volta. Ed il gruppo di Lippi entra nella storia. Quello che all'inizio del torneo sembrava un sogno è diventato realtà, ventiquattro anni dopo Spagna '82. Una partita decisa solo dai rigori dopo che i tempi regolamentari e i supplementari si erano chiusi in parità, 1-1. Poi la testata di Zidane a Materazzi, l'espulsione del capitano francese e la lotteria dei tiri dal dischetto. Ed infine la gioia tricolore. In campo, sugli spalti, in tutte le piazze italiane. Francia '98 e gli Europei di Belgio-Olanda del 2000 sono vendicati.
La cronaca. Parte l'inno all'Olympionstadion. Gli azzurri lo cantano a squarciagola, Gattuso con gli occhi chiusi, Materazzi con lo sguardo al cielo. L'unico che resta in silenzio è Camoranesi. Poi è la volta della Marsigliese. Le labbra di Zidane restano incollate, lo sguardo fisso. In tribuna il presidente Iacques Chirac è sull'attenti. Vicino a lui il capo dello Stato Giorgio Napolitano e il ministro Giovanna Melandri con il solito orecchino portafortuna. Sugli spalti circa 40mila tifosi italiani.
L'inizio è teso. Ne fa le spese Henry che resta a terra dopo uno scontro fortuito con Cannavaro. Un minuto dopo l'Italia rimedia la prima ammonizione per un fallo di Zambrotta su Vieira. Ma è al settimo minuto che il risultato cambia. Malouda entra in area, al suo fianco Cannavaro e Materazzi. Ed è proprio il difensore dell'Inter che allunga una gamba e stende il francese. E' rigore. Dal dischetto Zidane azzarda il "cucchiaio" alla Totti. La palla picchia sulla traversa e rimbalza oltre la linea di porta. E' gol. Per la prima volta, in questi mondiali, l'Italia si trova sotto di un gol e deve inseguire.
Lippi chiede ai suoi di giocare sulle fasce, cercando la testa di Toni in area. E proprio il centravanti viola costringe Thuram ad un rischioso tuffo di testa in area per neutralizzare un insidioso cross di Pirlo. E sono sempre le fasce laterali le zone dove l'Italia cerca di organizzare il contrattacco, con i francesi che, forti del vantaggio, rallentano il gioco. Si vede poco Totti, marcato stretto da Makelele e Vieira.
Il pareggio azzurro arriva al 19esimo. Merito di Materazzi, al secondo gol mondiale. Calcio d'angolo di Pirlo, il difensore dell'Inter sale altissimo in mezzo all'area, batte in elevazione Vieira e insacca alle spalle di Barthez. Un gol bellissimo, una prodezza che riscatta il rigore provocato. La partita torna in parità.
La Francia si riaffaccia dalle parti dell'area azzurra al 25esimo con un traversone di Ribery neutralizzato da Materazzi. La partita è equilibrata. Lippi approfitta di una pausa di gioco per richiamare Totti che ancora non riesce a trovare la posizione. Al 34esimo nuovo salvataggio di Thuram in area su Toni. E dal calcio d'angolo che segue il centravanti viola stampa la palla sulla traversa a portiere battuto. La sofferenza della Francia sulle palle alte è sotto gli occhi di tutti. Gli azzurri, dopo una partenza difficile, sembrano aver trovato vivacità e brillantezza. La Francia, invece, propone un ritmo più compassato, con Zidane terminale di tutti i palloni. Il primo tempo si chiude sull'1 a 1.
Il secondo tempo parte con le stesse squadre. Lippi e Domenech non fanno cambi. Trenta secondi e Henry salta mezza difesa ed entra in area. Il suo tiro, però, è praticamente un passaggio a Buffon. Al terzo minuto mischia in area francese con Grosso che perde l'attimo buono. Ma è ancora Henry che semina il panico, da solo, in area azzurra. Dribbling e controdribbling fino all'intervento provvidenziale di Zambrotta. Trascinati dalla stella dell'Arsenal, i francesi cominciano bene la ripresa. Da brivido la percussione sulla fascia di Malouda che mette al centro una palla che danza pericolosamente in area italiana. Uno strappo costringe Vieira, uno dei migliori in campo, ad uscire. Al suo posto Diarra, centrocampista del Lens. L'Italia, troppo chiusa nella sua metà campo soffre la pressione francese. Lippi corre ai ripari e mette dentro Iaquinta e De Rossi (al rientro dopo i 4 turni di squalifica): escono Totti (mai entrato in partita) e Perrotta. si riparte e Toni di testa segna, ma Elizondo fischia il fuorigioco. Ribaltamento di fronte e nuovo brivido dopo un tiro del solito Henry che Buffon respinge in tuffo.
La stanchezza comincia a farsi sentire. Ribery per i francesi e Camoranesi per gli azzurri sembrano i più provati. Pirlo, invece, continua una prestazione maiuscola.
Toni, in avanti, lotta e costringe Diarra all'ammonizione. E proprio dopo una punizione conquistata sul centravanti italiano, Pirlo manda la palla vicinissima al palo di destra di Barthez: la Francia adesso si difende. Al 34 Zidane, dopo un contrasto con Cannavaro, indica, con una smorfia di dolore, una spalle e chiede il cambio. Attimi di preoccupazione per i transalpini ma il capitano resta in campo. Al 42esimo Lippi fa entrare Del Piero (autore del secondo gol con la Germania) al posto di uno stanchissimo Camoranesi. L'arbitro concede due minuti di recupero. Nulla da fare, si va ai supplementari.
Tempi supplementari. Equilibri delicatissimi. Un errore, a questo punto della partita, potrebbe essere fatale. La Francia si affida ai lampi di Zidane o Henry, gli azzurri puntano sull'azione collettiva. Al nono del primo tempo supplementare Ribery spaventa l'Italia con un rasoterra. Poi il francese lascia il suo posto a Trezeguet. Domenech cambia il modulo, spostando Henry sulla fascia e mettendo Trezeguet punta centrale. Al 13esimo ancora Zidane e ancora Buffon: un colpo di testa del capitano francese che il portiere azzurro devia sopra la traversa. Due veri campioni.
Nell'intervallo Buffon e Cannavaro caricano la squadra. Henry, stremato, lascia il campo per Wiltord. Poi, una partita corretta, cambia volto. Al quinto Zidane rifila una testata sul petto di Materazzi. La partita e la carriera del capitano francese finiscono così, nel modo peggiore: cartellino rosso dopo la prova tv. Un gesto inspiegabile, che macchia una prestazione superba. L'Italia, in superiorità numerica, si getta avanti. La Francia, senza più le sue due stelle, si difende. Si va ai calci di rigore.
Rigori: segna Pirlo per l'Italia. Wiltord pareggia. Segna Materazzi. Sbaglia Trezeguet che manda la palla a sbattere sulla traversa. De Rossi ci porta sul tre a uno. Abidal segna il secondo rigore per la Francia. Del Piero segna: 4 a 2 per l'Italia. Tira Sagnol e segna. Tocca a Grosso, 5 anni fa giocava in C2 nel Chieti. Segna. L'Italia è per la quarta volta campione del Mondo.

venerdì 17 giugno 2022

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1970, durante i campionati mondiali di calcio, a Città del Messico si svolge la semifinale tra Italia e Germania Ovest; l’incontro finisce 4-3 e viene ricordato come “la partita del secolo“.
“El Estadio Azteca, rinde homenaje a las selecciones de: Italia (4) Y Alemania (3). Protagonistas en el Mundial de 1970, del “Partido del Siglo”. 17 De Junio de 1970“. Questa la targa, anzi la placca affissa all’esterno di uno dei grandi tempi del calcio: lo stadio Azteca di Città del Messico. Non occorre tradurla dallo spagnolo all’italiano: l’impianto sportivo ha voluto celebrare e consegnare alla storia il match di calcio a detta di tutti gli esperti più emozionante, combattuto e bello di sempre. Il riferimento, naturalmente, è alla storica vittoria degli azzurri in semifinale, al Mondiale di Messico 1970, sugli eterni rivali della Germania, in una rocambolesca partita terminata dopo i tempi supplementari.
Quello messicano fu il torneo della staffetta, così definita dai commentatori italiani e non solo, riguardante due grandi fuoriclasse della storia calcistica tricolore: l’interista e veterano Sandro Mazzola e il giovane e milanista Gianni Rivera, fresco di vittoria del pallone d’oro. Il ct Ferruccio Valcareggi ha dovuto sopportare il peso delle critiche sin dalle prime battute del mondiale: la stampa era divisa, anche se leggermente spostata a favore del “golden boy” milanista, forte di una grande stagione appena conclusa. Tuttavia, sarà soltanto dopo la sconfitta rimediata in finale, contro il forte Brasile di Pelè, che l’allenatore azzurro verrà letteralmente travolto dalle critiche, quando darà a Rivera appena qualche minuto di gioco.
Fu solo nei quarti di finale, contro i padroni di casa messicani, che l’Italia venne finalmente fuori. Durante le gare eliminatorie infatti, gli azzurri giocarono un calcio timido, contratto, riuscendo a vincere, per uno a zero, solo contro la Svezia. I match con Uruguay e Israele infatti, finirono entrambi a reti inviolate, cosa che consentì agli azzurri di classificarsi comunque al primo posto nel girone, seppur senza esaltare per il gioco e per le qualità messe in campo.
Di contro, la Germania Ovest si presentava all’Azteca fiduciosa: stravinto il girone eliminatorio, aveva anche ribaltato il risultato nei quarti di finali, vincendo per la prima volta nella propria storia contro l’Inghilterra, all’inizio in vantaggio di due reti a zero. Alle segnature di Mullery e Peters, quest’ultima già nel secondo tempo della partita e tale da illudere ulteriormente gli inglesi, rispondono Beckenbauer, Seeler e Muller, quest’ultimo realizzando in acrobazia nel secondo tempo supplementare. Il forte attaccante tedesco inoltre, sarà uno dei protagonisti di quell’edizione del mondiale insieme proprio con il capitano Franz Beckenbauer, il quale nella partita contro l’Inghilterra giocherà una delle partite migliori della sua lunga carriera.
Tornando invece al quarto di finale disputato dagli azzurri contro il Messico, va segnalata la grande prova di Gigi Riva, autore di una doppietta, oltre che la freschezza atletica e la tecnica di Rivera, anche lui a segno e autentico uomo-assist della squadra. Anche l’Italia rimonta sul Messico, in vantaggio per una manciata di minuti nel primo tempo, ma soprattutto dà prova di grande carattere e buonissime individualità, finalmente “in palla”.
In semifinale, i “dioscuri”, come li chiamava il grande giornalista Gianni Brera, devono lottare ancora una volta per una maglia sola. Il commissario tecnico azzurro, Valcareggi, si affida all’esperienza di Mazzola e la scelta sembra dargli ragione: la squadra parte subito con un atteggiamento aggressivo e dopo meno di dieci minuti, Boninsegna porta in vantaggio l’Italia. “Uno splendido tiro” come esulta lo storico telecronista Nando Martellini, a completamento di un’azione cercata, insistita, agevolata dalla vittoria di un rimbalzo fortuito. Da questo momento in poi, sino a due minuti e mezzo dopo lo scocco del novantesimo, gli azzurri si difendono con ordine e tengono gli attacchi tedeschi. Ma al minuto 92, dopo ben due tiri dalla bandierina in tempo di recupero (all’epoca, quasi tutti gli arbitri fischiavano la fine dopo appena una manciata di secondi successivi al novantesimo) l’ala Grabowski crossa al centro e Schnellinger, completamente solo in area, segna con un comodo piattone.
Il pareggio avvantaggia soprattutto i tedeschi, che ritrovano le energie e cominciano a credere nella vittoria. Si va ai tempi supplementari, si va nella storia.
E’ il sesto minuto del primo tempo supplementare quando, a causa di un pasticcio difensivo, Gerd Muller trova la via del gol: il 2 a 1 è una zampata dell’attaccante tedesco, a beffare il portiere Albertosi e l’incerto Cera. Ed è soprattutto una doccia ghiacciata per gli azzurri.
Nelle fila dell’Italia però, Gianni Rivera non ci sta a perdere e appena tre minuti più tardi, scodella al centro un piattone che mette in difficoltà la retroguardia tedesca. La sfera capita dalle parti di Tarcisio Burgnich che, come un centravanti consumato, con un tiro di collo trafigge il portiere Maier: è il 2-2.
La partita entra nel vivo allora: passano ancora pochi minuti e al tredicesimo del primo tempo supplementare, ancora Rivera suggerisce rasoterra per Domenghini, cross immediato per Riva che, dopo una finta di grande spessore tecnico, col suo sinistro buca ancora una volta la porta tedesca. Un gol stupendo.
Intanto, a conferire alla partita un ché di epico, c’è anche il gesto stoico del capitano Franz Beckenbauer, il quale gioca entrambi i tempi supplementari con una vistosa fasciatura alla spalla, lussata durante la partita.
L’esempio funziona e i tedeschi agguantano ancora una volta il pareggio: al 5′ del secondo tempo supplementare, ancora Gerd Muller riporta in parità la partita: 3-3 e i messicani sugli spalti sono completamente in estasi. La rete del centravanti teutonico, un colpo di testa a correzione del precedente stacco del compagno di reparto Uwe Seeler, è agevolata dal mancato intervento di Rivera, piazzato sulla linea di porta.
Ma il destino è in agguato e arride agli azzurri. l’Italia batte a centrocampo, palla a Burgnich, lancio basso per Boninsegna che si invola sul fondo, passaggio rasoterra al centro e piatto preciso ancora una volta di Gianni Rivera. Il definitivo 4-3 arriva, ed è storico: “Che meravigliosa partita ascoltatori italiani” è il commento di Nando Martellini, voce storica degli azzurri.
Dopo l’impresa però, l’Italia deve inchinarsi alla forza dei brasiliani: secondo molti la migliore selecao della storia della nazionale verde-oro. Al colpo di testa di Pelè, un gioiello di tecnica e agilità, risponde Boninsegna, che sfrutta un’uscita sbagliata del portiere.
Il primo tempo illude gli azzurri, ma la ripresa è tutta di marca brasiliana. Sblocca Gerson, con un gran tiro che finisce all’angolino. Tocca poi a Jairzinho portare a tre le segnature, su assist di testa di Pelè. E infine, al minuto 41, chiude Carlos Alberto, ancora servito da “O Rey”. L’Italia perde il mondiale, ma la semifinale contro la Germania sarà per sempre ricordata come la partita del secolo.

lunedì 21 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 21 giugno.
Il 21 giugno 1970 a Città del Messico si disputa la finale dei mondiali di calcio, tra Italia e Brasile.
Rispettando il principio di alternanza in voga sin dalle prime edizioni, la FIFA decise di affidare alla nazione centroamericana l'organizzazione dell'evento. Fu il primo campionato mondiale di calcio a disputarsi in altura, ad un'altezza di all'incirca 2000 metri dal livello del mare e la logica conseguenza fu che la violenza e l'agonismo, che avevano caratterizzato il precedente torneo inglese del 1966, cedettero il posto alla tecnica e a una condotta di gara accorta. Di ciò si avvantaggiarono proprio le squadre sudamericane, che presentavano un gioco più tecnico, con ritmi più sostenuti.
Ben 70 paesi si iscrissero alla manifestazione tramite le qualificazioni e le sedici squadre che parteciparono alla fase finale furono:
    Brasile
    Messico
    Italia
    Inghilterra
    Germania Ovest
    Uruguay
    URSS
    Svezia
    Cecoslovacchia
    Bulgaria
    Belgio
    Israele
    Perù
    El Salvador
    Romania
    Marocco
Tutte le squadre che avevano vinto, almeno una volta, la Coppa del Mondo quindi, parteciparono alla fase finale di Messico '70. La fase dei gironi si svolse con gli stessi criteri dell' edizione precendente, ma il regolamento aveva comunque introdotto importanti novità. Prima fra tutte, la possibilità per i CT di poter effettuare due cambi all'interno di una stessa partita (vedremo in seguito che la novità interessò da vicino la squadra italiana). Per la prima volta, ad opera del contestato arbitro Aston che aveva diretto la famosa Battaglia di Santiago otto anni prima, furono utilizzati cartellini colorati (giallo e rosso) per segnalare l'ammonizione o l'espulsione dei giocatori. La piu grande preoccupazione per le squadre partecipanti fu senza dubbio l'altitudine, erano temuti affanni e possibili malesseri dovuti alla rarefazione dell’aria. Molte nazionali fecero preparazioni specifiche, per presentarsi al torneo pronti ad affrontare qualsiasi evenienza. La Svezia realizzò cabine pressurizzate per assuefare i giocatori alle condizioni messicane. I cecoslovacchi si allenarono sui Pirenei, i bulgari sui duemila metri di Belkemen, la loro montagna, dove ospitarono i sovietici. Anche gli israeliani, per la prima volta al Mondiale, si prepararono ad alta quota: prima sul monte Hermon, poi ad Addis Abeba ed infine nel Colorado. Brasile e Inghilterra sostarono a lungo in Messico prima del campionato. Italia, Germania e Belgio non usarono accorgimenti particolari, ma anticiparono l’arrivo in Messico.
La Nazionale italiana arrivò nel paese del centro America con rinnovato vigore rispetto alle ultime edizioni dei Mondiali. L'Italia due anni prima, nel 1968, vinse il campionato europeo, tornando finalmente a conquistare un titolo internazionale, ed era speranzosa di poter proseguire nel campionato e riscattarsi delle magre figure delle edizioni precedenti. Ferruccio Valcareggi, allenatore degli Azzurri, poteva contare su una formazione di tutto rispetto, tra cui spiccavano i nomi di Dino Zoff, Gigi Riva, Roberto Boninsegna, Gianni Rivera e Sandro Mazzola. E proprio questi due ultimi giocatori divennero presto un gran problema per il CT. Valcareggi si trovò di fronte ad una difficile scelta: chi, tra Sandro Mazzola e Gianni Rivera, avrebbe dovuto schierare in campo come titolare, al fianco di Gigi Riva. L'evoluzione naturale di Mazzola infatti (da centrocampista ad attaccante), l'aveva portato a divenire un doppione del Golden Boy Rivera, dal lancio meno geniale, ma dalla continuità nettamente superiore. Una possibile coesistenza, proposta dal CT, diveniva impossibile. Nessuno dei due era disposto a perdere il proprio ruolo e a giocare da ala, con la maglia numero 7. Valcareggi optò per la più celebre e discussa staffetta di tutti i tempi: Mazzola come titolare e Rivera in panchina, pronto ad entrare nel corso della partita.
Valcareggi, come anticipato, poteva contare su tanti campioni. Tra tutti da segnalare il grande talento di Gigi Riva. Ala sinistra o punta, di lui si ricorda soprattutto il fiuto del gol e la potenza di tiro del suo piede sinistro (il pallone superava spesso i 140 km all'ora). Era completamente mancino e in tutta la sua carriera calcistica segnò solo due gol col piede destro. Per la potenza del suo tiro, Gianni Brera lo soprannominò "Rombo di tuono". Non vinse mai il Pallone d'oro, ma ci arrivò molto vicino in due occasioni. Nel 1969 arrivò secondo alle spalle di Gianni Rivera per soli 4 punti e nel 1970 terzo, dietro Gerd Müller e Bobby Moore, che lo precedettero rispettivamente di 12 e 4 punti. Ad oggi con 35 gol in maglia azzurra, Gigi Riva è il miglior marcatore di tutti i tempi dell'Italia davanti a Meazza (33), Piola (30), Baggio e Del Piero (entrambi 27).
La Nazionale, con una vittoria contro la Svezia per 1-0 e due pareggi senza reti contro l'Uruguay e l'Israele, riuscì a superare la fase dei gironi ed accedere ai quarti, dove affrontò la squadra padrone di casa, il Messico. La nazionale messicana si portò in vantaggio col gol di Gonzales al 17' del primo tempo, a causa di un errore della difesa azzurra; al 25' Domenghini riportò la partita in pareggio. Solo nel secondo tempo l'Italia riuscì a metter fine all'incontro e a decretare la sua superiorità; prima con un gol di Riva al 63' e poi, 7 minuti più tardi, da Rivera, che era entrato in campo al posto di Mazzola. Ancora Gigi Riva chiuse definitavemente l'incontro al 76': 4-1, gli Azzurri ebbero accesso alla semifinale contro la Germania.
La semifinale Italia – Germania è ricordata da molti come la partita del secolo, la partita più avvincente ed entusiasmante di tutta la storia dei Mondiali. I tedeschi erano riusciti a battere l'Inghilterra nei quarti, col risultato finale di 3-2 e a riscattarsi, quindi, di quanto accadde solo 4 anni prima nella finale del Mondiale in Gran Bretagna. La Germania di Schoen, che si apprestava ad incontrare l'Italia, era una squadra fortissima sul piano atletico, un'avversaria molto difficile da affrontare e temuta da tutti. Le due formazioni vennero schierate al meglio.
    Italia: Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, Mazzola, Boninsegna, De Sisti, Riva.
    Germania: Maier, Vogts, Patzke, Schnellinger, Schultz, Beckenbauer, Grabowski, Overath, Seeler, Mùller, Lohr.
Al 8' del primo tempo l'Italia si portò in vantaggio con rete di Boninsegna che segnò con un tiro preciso che si infilò alla destra di Maier. La gara era aperta; l'Italia sfiorò in un paio di occasioni il raddoppio ma anche la Germania ebbe le sue occasioni per pareggiare. Nel secondo tempo Mazzola uscì per far posto a Rivera, la formazione italiana perse consistenza a centrocampo, mentre l'iniziativa dei tedeschi si faceva sempre più pressante. Al 90' accadde l'inevitabile: gol di Schnellinger e partita ai tempi supplementari. Furono i 30 minuti più intensi di tutta la storia del calcio, i giocatori erano fisicamente stremati, ma spinti da un'incredibile voglia di vincere. Al 94' Gerd Muller portò in vantaggio i tedeschi e per gli Azzurri sembrava finita. Era invece solo l'inizio dei fuochi d'artificio. Quanche minuto dopo infatti, Burgnich ristabilì inaspettatamente l'equilibrio e 5 minuti più tardi Gigi Riva segnò la rete del vantaggio azzurro. La rete di Riva, forse la più bella della partita, non fu sufficiente a decretare la fine dell'incontro. Al 109', ancora Muller segnò la rete del 3-3. Ma un minuto dopo, al minuto 110, dopo una prolungata azione sulla sinistra, Boninsegna superò gli sbarramenti difensivi dei tedeschi e servì al centro per Rivera; il Golden Boy con un colpo calibrato mise la palla alle spalle del portiere tedesco Maier, spiazzandolo. 4-3 per l'Italia e mezza nazione col cuore in gola. Gli ultimi dieci minuti dei supplementari furono intensissimi, ma la partita si concluse con la storica vittoria della Nazionale. Fu, come detto, una partita memorabile. Come ricordo per le generazioni future la federazione messicana appose addirittura una targa commemorativa che ancora oggi si trova all'interno dello stadio Azteca (Città del Messico), teatro di quella epica partita.
L'Italia, dopo ben 32 anni, arrivò in finale, dove trovò il fortissimo Brasile di Pelè. In questa partita si designava il Paese che avrebbe conquistato definitivamente la Coppa Jules Rimet che, come da regolamento, sarebbe entrata in possesso della nazionale vincitrice, per 3 volte, del titolo mondiale. Sia il Brasile che l'Italia erano candidate alla vittoria definitiva della Coppa in quanto entrambe, prima della finalissima in Messico, avevano conquistato il trofeo per ben due volte ciascuna. Si affrontavano per certi versi, le scuole calcistiche più forti e vincenti di sempre. La Nazionale arrivò alla partita finale allo stremo delle forze. I giocatori erano provati fisicamente dall'intensissima semifinale giocata qualche giorno prima contro la Germania e impostarono una partita soprattutto difensiva. L'incontro fu dominato dal Brasile, di netta superiorità fisica ed atletica. Al 18' Pelè, con un'elevazione quasi irreale, mise la palla alla spalle di Albertosi con colpo di testa. Gol bellissimo e Brasile in vantaggio. L'Italia reagì al 37' quando Boninsegna, grazie ad un errore di Everaldo, segnò il gol del pareggio azzurro. Poteva essere l'inizio della rimonta ma si rivelò un episodio sporadico. Il secondo tempo fu un tripudio verdeoro. La formazione brasiliana, forse la squadra più forte di tutti i tempi guidata in campo da Pelè, andò in rete per ben tre volte. Al 65' segno' Gerson, con un bellissimo tiro dai sedici metri. Al 70' Jairzinho firmà il terzo gol. All' 86 Carlos Alberto segnò la rete del 4-1 finale su assist di Pelè, nell'azione più bella di tutto il match. Il Brasile fu per la terza volta Campione del Mondo ed entrò definitivamente in possesso del trofeo Jules Rimet. Gli Azzurri tornarono in patria accolti da numerose polemiche e dalla forte delusione dei tifosi. Valcareggi era messo sott'accusa per non aver rispettato nella finalissima la famosa staffetta Mazzola – Rivera, schierando in campo il talento del Milan solo a 6' dalla fine. A distanza di anni si può invece dire che gli Azzurri raggiunsero un risultato importante e inaspettato, considerando le condizioni ambientali messicane difficili e, soprattutto, la forza del Brasile del 1970, una delle nazionali più forti di ogni epoca.

giovedì 30 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 30 luglio.
Il 30 luglio 1966 nello stadio di Wembley l'Inghilterra vinceva il suo primo, e finora unico, campionato mondiale di calcio contro la Germania Ovest.
Franz Beckenbauer e Uwe Seeler si trovarono di fronte il capitano del West Ham Bobby Moore e il centrocampista del Manchester United Bobby Charlton. Proprio quest'ultimo aveva portato gli inglesi in finale siglando un' importantissima doppietta nella semifinale contro il Portogallo. Questi quattro campioni in campo si neutralizzarono reciprocamente e fu un centravanti poco conosciuto, rimasto sulla panchina inglese nelle tre partite del girone di qualificazione sino all'infortunio del titolare Jimmy Greaves, ad entrare nella leggenda del calcio mondiale.
Entrambe le formazioni crearono un discreto numero di occasioni nelle fasi iniziali, ma né Gordon Banks, nella porta alla destra della tribuna reale, né Hans Tillkowski, ebbero grossi problemi.
Gli inglesi sugli spalti di Wembley, pieno in ogni ordine di posto, eccitati dalla decisa partenza dell'Inghilterra e dalla possibilità di vincere per la prima volta il titolo mondiale, rimasero però ammutoliti al 12'; Siegfried Held dalla sinistra calciò un'invitante palla a spiovere nell'area inglese, che respinta malamente di testa da un difensore inglese finì sui piedi di Helmut Haller (l'Haller del Bologna) che non si fece pregare troppo ed insaccò con un tiro da circa dieci metri nell'angolo basso alla destra di Banks.
L'Inghilterra non accusò il colpo e reagì con decisione buttandosi prepotentemente all'attacco, la difesa tedesca riuscì a mantenere il vantaggio solo per sei minuti. Al 18' infatti Overath sgambettò Moore a circa trenta metri dalla porta, il capitano inglese aggiustò la palla, calciò in fretta la punizione individuando il compagno di club Hurst smarcato nell'area, quest'ultimo colpì perfettamente di testa portando l'Inghilterra al pareggio.
Dopo il botta e risposta entrambe le squadre si limitarono a costruire a centrocampo e giocare il pallone in attacco, ma le difese si dimostrarono all'altezza dell'evento, chiudendo attentamente tutti gli spazi. I tentativi dalla lunga distanza divennero la sola possibilità, con Bobby Charlton e Peters per l'Inghilterra e Seeler e Halle per la Germania Ovest, tutti vicini al gol, ma senza mai trovare il varco giusto. Il primo tempo si concluse 1 a 1. Mentre la banda musicale usciva dal campo dopo aver suonato nell'intervallo i giocatori fecero il loro ritorno in campo. Il secondo tempo fu l'inverso del primo: le azioni ed i gol avvenuti nel primo quarto d'ora dal fischio d'avvio stavolta si verificarono nel quarto d'ora finale. Dopo aver dominato il gioco nella parte finale del primo tempo, la Germania Ovest mise di nuovo sotto  l'Inghilterra nella seconda metà della partita, Seeler e il terzino Karl-Heinz Schnellinger spingevano molto e l'inglese Bobby Charlton era impegnatissimo ad evitare che il giovane Franz Beckenbauer aggiungesse il suo indubbio talento all'attacco tedesco. Nonostante ciò B.Charlton sfiorò la rete a metà della ripresa.
Entrambe le difese erano stanche, e negli spazi che si aprivano l'Inghilterra sfruttò l'occasione: il tiro di Alan Ball fu deviato in corner da Tillkowski e, sul successivo tiro dalla bandierina, Hurst raccolse la palla al limite dell'area, ondeggiò tra due difensori al limite dell'area e tirò in porta. La palla, deviata, finì in direzione di Peters ( altro hammer) che al volo la scaraventò in rete. Wembley esplose in un boato assordante, era il 78' e gli inglesi vedevano il traguardo finale...
A pochi minuti dalla fine il pubblico, contro ogni scaramanzia, iniziò a cantare  "Rule Britannia" in segno di vittoria, ma all'89' la Germania Ovest ottenne un calcio di punizione da circa trenta metri per fallo di Ray Wilson su Held, contestato vivacemente dal piccolo ma duro Nobby Stiles. La palla calciata da Emmerich in area divenne una sorta di palla matta, rimase in area, sfuggì a Banks ( in tenuta gialla) ed il centrocampista numero 6 Wolfgang Weber, a pochi metri dalla porta gelò Wembley. 2 a 2! Clamoroso! L'Inghilterra sotto shock mise il pallone arancione al centro per ricominciare ma l'arbitro fece appena riprendere il gioco e dopo qualche secondo dal goal dei tedeschi dichiarò la fine dei tempi regolamentari: la mai doma Germania Ovest aveva raddrizzato il match at the last kick of the ball e la finale della Coppa del Mondo 1966, per la prima volta nella storia, veniva decisa ai supplementari...
I giocatori inglesi, ancora scossi dal goal subito allo scadere, giocarono il primo extra time un pò sottotono, mentre i tedeschi a causa della stanchezza e dei crampi di diversi elementi si limitarono a controllare il match. Tentò Alan Ball con un tiro forte ma centrale alzato in corner dal portiere tedesco e poi ancora Bobby Charlton con un tiro rasoterra appena fuori area che colpì il palo sinistro di Tillkowski, comunque sulla traiettoria. Poi avvenne l'episodio degli episodi, entrato di diritto nella storia del calcio e fonte di discussione ancora oggi. Alan Ball, maglia numero 7, intorno al 101' trovò campo aperto sulla fascia destra. Il suo cross basso in area tedesca raggiunse il mobile Hurst, che staccatosi dalla marcatura controllò la sfera e ricadendo indietro calciò la palla in porta. Il pallone si stampò contro la parte inferiore della traversa e ricadde giù. Dentro la linea o fuori? Il tempo sembrò fermarsi e tutti tirarono su le braccia: gli inglesi, Hurst per primo, per chiedere il goal, i tedeschi per dire che non era entrata. Molti giocatori in campo circondarono il signor Dienst mentre questi si consultava con il guardalinee sovietico, tal, Tofik Bakhramov...Pochi istanti surreali, poi il significativo ed inequivocabile gesto del baffuto guardalinee che con il sì fatto con la testa fece correre i giocatori con la maglia rossa esultanti verso la linea di metà campo, mentre quelli in bianco circondarono l'arbitro protestando: il gol era stato convalidato! 3 a 2 per i padroni di casa. Le immagini post partita non chiariranno mai se la palla fosse davvero entrata o no. Ad una attenta analisi sembrerebbe di no ma ogni inglese, anche chi non era ancora nato in quel periodo, giurerà che il pallone, quel giorno, superò la linea di porta……
Il secondo tempo supplementare vide i tedeschi tentare un'altra rimonta, che però stavolta non avvenne e negli ultimissimi secondi di gioco, l'Inghilterra, dopo aver fermato un disperato attacco tedesco volò in contropiede, il leggendario cronista Kenneth Wolstenholme osservò che "Alcune persone che sono in campo pensano che sia tutto finito..." Hurst, ancora lui, raccolse il pallone sulla sinistra e puntò verso la porta avversaria, poi sparò un tiro fortissimo nell'angolo alto....Era il 120' e il 4 a 2 non ammetteva più repliche. L'Inghilterra era campione del mondo e Geoff, che venne poi nominato baronetto, ammise in seguito che quell'ultimo tiro fu un tentativo di rinviare la palla il più lontano possibile per far passare tempo utile alla causa. Il suo istinto di attaccante ebbe però il sopravvento e il giocatore del West Ham divenne, partito come riserva, il primo giocatore a segnare una tripletta in una finale della Coppa del Mondo.
Insieme ai suoi stremati ma felici compagni Bobby Moore salì quei mitici 39 gradini e dopo essersi asciugato le mani sudate ricevette da una composta regina Elisabetta II, per l'occasione in giallo, la preziosa coppa Rimet...

sabato 11 luglio 2020

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
11 luglio 1982, stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Si affrontano nella finale della dodicesima edizione dei campionati del mondo di calcio l'Italia e la Germania Ovest, arbitro il brasiliano Coelho. Gli azzurri avevano cominciato male il loro cammino, ottenendo solo tre miseri pareggi in altrettanti incontri nel girone eliminatorio di Vigo, contro Polonia (0-0), Perù (1-1) e, infine, Camerun (1-1), qualificandosi solo grazie ad una rete in più segnata, a parità di differenza reti, nei confronti della compagine africana.
Poi, però, l'undici guidato dal friulano Enzo Bearzot aveva preso a macinare gioco e avversari: incluso in un raggruppamento di ferro a Barcellona assieme ad Argentina e Brasile, si era reso protagonista di due clamorose imprese, sconfiggendo prima Maradona e soci (2-1) e poi addirittura quello che sembrava uno squadrone imbattibile, guidato da Zico, Falcao, Socrates, Eder, Junior, Edinho, Cerezo e chi più ne ha più ne metta (3-2). In occasione di quest'ultima partita l'Italia aveva assistito all'improvviso risveglio del Pablito nazionale, Paolo Rossi, autore di una tripletta. In semifinale gli azzurri si erano trovati di fronte nuovamente la Polonia e Rossi aveva confermato il suo ritrovato feeling col gol, mettendo a segno le due reti decisive (2-0).
Ora, dopo gli inni, è il momento del calcio d'inizio contro i temibili tedeschi guidati da Karl-Heinz Rummenigge. Bearzot, che purtroppo non ha a disposizione Antognoni, schiera: Zoff, Bergomi, Cabrini; Gentile, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi; Oriali, Graziani. Subito una brutta tegola per i nostri: al 7' si infortuna Graziani ed è costretto ad abbandonare il campo. Al suo posto entra Altobelli. Al 24', però, abbiamo una nitida opportunità di passare in vantaggio: Bruno Conti se ne va sulla fascia destra, irresistibile come sempre, entra in area e viene falciato da Briegel. È calcio di rigore. Sul dischetto si presenta Cabrini. Davanti a lui c'è Schumacher. L'Italia è col fiato sospeso. Il "Bell'Antonio" prende la rincorsa, tira e il pallone sibila a lato del palo sinistro della porta. Siamo ancora sullo 0-0. Potremmo crollare psicologicamente, ma, invece, reggiamo alla grande e così si conclude il primo tempo.
Alla ripresa siamo più convinti che mai. Al 56', su cross di Conti, Rossi insacca di testa. 1-0! Il Santiago Bernabeu esplode. Ma non è finita. Tredici minuti più tardi, al termine di una insistita azione sulla fascia destra, Tardelli riceve palla da Scirea ed esplode un sinistro micidiale, potente, preciso. Gooooooooooolllllllllll!!! Tardelli grida correndo come un forsennato e tutta l'Italia con lui. 2-0! Altri undici minuti ed arriva il tris: Conti si invola sulla destra, irraggiungibile, mette una palla d'oro in mezzo e Spillo Altobelli sigla il 3-0. In tribuna il presidente della repubblica Sandro Pertini, accanto al re di Spagna Juan Carlos, è esaltato, si alza felice e grida "Non ci prendono più".
E, infatti, non ci prendono più, malgrado il gol della bandiera firmato da Breitner all'83'. Mentre si aspetta solo il fischio finale, c'è gloria anche per il vecchio Causio, che sostituisce Altobelli all'89'. Poi Coelho ferma il pallone con le mani e sancisce la fine delle ostilità. L'Italia è campione del mondo per la terza volta nella sua storia. Nando Martellini, il grande telecronista della Rai, esulta: "campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!!!" Al centro del terreno di gioco, il nostro capitano quarantenne Dino Zoff alza la Coppa: l'immagine farà il giro del mondo e sarà immortalata anche in un francobollo.

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