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mercoledì 5 aprile 2017

#Almanacco quotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 5 aprile.
Il 5 apile 1722 il navigatore olandese Jakob Roggeveen scopre l'isola di Pasqua.
Il primo avvistamento probabilmente fu quello dell’inglese Edwards Davis nel 1687 che tuttavia non vi sbarcò temendo di essere assalito dagli indigeni e si limitò a prendere nota della posizione dell’isola che fu poi riportata dalle carte del tempo con il nome di “Terra di Davis”. In verità la indicazione di longitudine e latitudine non corrispondono : non sappiamo quindi realmente se si tratta di un errore di calcolo di Davis o di un altra isola.
La vera e propria scoperta avvenne il 5 aprile 1722, ad opera di un gruppo di tre velieri olandesi : De Arend, Thienhoven e Afrikaanische Galeer comandati dal capitano Jacob Roggeveen : poichè era il giorno di Pasqua le fu dato il nome di Isola di Pasqua ( in olandese: Paasch Eyland ) con il quale fu segnata poi sulle carte europee.
Gli olandesi sbarcarono e furono accolti amichevolmente: gli indigeni offrirono loro banane, polli , canne da zucchero, patate e zucche.
Nessun'altra nave risulta essere poi giunta sull’isola fino al 1770: in quell’anno il vicerè spagnolo del Peru, temendo che potesse essere occupata da altre nazioni inviò due navi da guerra che il 15 novembre attraccarono all’isola: qui gli Spagnoli, sbarcati, presero possesso formale dell’isola redigendo un apposito atto scritto nel quale si affermava che gli indigeni riconoscevano al re di Spagna Carlo III la sovranità sull’isola che fu battezzata, in onore del sovrano, San Carlos e quindi aggiunta ai possedimenti della Spagna nell’America Latina.
Tale atto di annessione però non ebbe nessun effetto pratico e solo un secolo dopo costituì un certo precedente giuridico con il quale il Cile si annesse l’isola.
In seguito anche James Cook nel 1774, con i velieri "Resolution" e "Adventure", vi giunse provenendo dalla Nuova Zelanda.
Fino al secolo seguente vengono registrati una ventina di approdi di navi europee: alcune volte con intenti pacifici, di esplorazione: particolarmente interessante il fatto che nel 1806 una nave inglese, la "Adventure", al comando del capitán Benjamín Page, convinse un giovane indigeno di nome Ure Hina a venire con essi: fu cosi portato in Inghilterra dove visse e fu battezzato con il nome di Henry Easter (Pasqua); non risulta pero alcuna trascrizione dei racconti dell’indigeno che sarebbero stati oltremodo interessanti.
Più spesso, purtroppo, però le navi cercarono di catturare gli indigeni per costringerli al lavoro coatto e soprattutto rapivano giovani donne locali per il piacere dei marinai per cui varie volte gli indigeni si nascondevano o cercavano di opporsi agli sbarchi.
Nel 1843 vi fecero naufragio alcuni missionari diretti in Polinesia e pare vennero mangiati dagli indigeni.
Con lo sviluppo della navigazione a vapore fu più facile per gli europei giungere nell’Isola e questa determinò una terribile catastrofe per gli isolani.
L’isola infatti attirò purtroppo la attenzione di schiavisti favoriti anche dal fatto che in pratica l’isola non era sotto la sovranità di nessuno stato malgrado la formale presa di possesso della Spagna sopra ricordata.
Una prima nave, nel 1862, catturò un certo numero di indigeni che tuttavia furono poi liberati per intervento delle autorità della Polinesia.
Ma in quell’anno e nel seguente molte navi negriere approdarono all’isola, assalirono gli indigeni e quelli che non rimasero uccisi o che non riuscirono a fuggire furono portati in gran numero in Perù. Qui i comandanti affermavano che si trattava di manodopera volontaria proveniente dalla Polinesia e i malcapitati veniva adibiti al lavoro della raccolta del guano in uno stato di sostanziale schiavitù e in terribili condizioni, in modo particolare per individui non abituati per niente a quel tipo di lavoro. Si calcola che la popolazione al tempo fosse di circa 4.000 abitanti e più della metà fu catturata e costretta alla schiavitù in America.
Dopo qualche anno le autorità del Perù impedirono il losco traffico e anzi ingiunsero di riportare alla loro terra nativa gli indigeni rapiti. Questo determinò però un’altra forse ancora più grave tragedia: il diffondersi di malattie infettive.
Va infatti ricordato che nel periodo delle scoperte geografiche gli europei portarono un gran numero di malattie infettive per le quali gli indigeni non avevano difese. Al diffondersi di tali malattie infettive molto più che alle guerre di conquista si deve infatti la maggior parte di vittime negli indigeni dell’America precolombiana.
Le affezioni si diffusero in modo esponenziale anche fra i Pasquensi. Nell’agosto del 1863 infatti le autorità peruviane rimandarono ai loro luoghi di origine poco più di 300 indigeni polinesiani di cui circa 100 provenienti dall’isola di Pasqua. Ma durante la traversata bel 85 pasquensi morirono: solo 15 raggiunsero la loro isola avita e ovviamente diffusero le malattie ai restanti abitanti.
La popolazione dell’isola quindi fu sul punto estremo di estinguersi: solo un centinaio di persone sopravvissero e costituiscono quindi una parte degli antenati degli odierni pasquensi. Si tratta pertanto di un gruppo estremamente ristretto e soprattutto che ha subito la influenza culturale massiccia da parte degli europei.
L’anno dopo, nel 1864 finalmente giunsero sull’isola i missionari: il padre Eugenio Eyruad portato dalla goletta Suerte. Questi dapprima incontrò l’ostilità degli indigeni che certo non avevano alcuna buona esperienza dei bianchi: in un secondo momento però il Padre riuscì ad avere la loro considerazione e il loro rispetto: convertì al cattolicesimo gli indigeni, lasciò una orma profonda in essi tanto che tuttora se ne venera la memoria.
Cessarono così le incursioni piratesche degli schiavisti e molte navi raggiungevano ormai pacificamente l’isola.
All’isola si interessò sempre più vivamente il Cile che dopo vicende piuttosto complesse giunse all’annessione nel 1888.
Un intraprendente navigante francese Jean Baptiste Dutrou Bornier fece infatti naufragio sull’isola: vi si trovo però bene, sposò una ragazza indigena di nome Ko Reto, si proclamo quindi re dell’isola e issò su di essa la bandiera francese. Fece atti di acquisti del terreno dagli indigeni, atti che furono poi registrati come regolari nella Polinesia francese. Cercò e trovò anche partners commerciali per valorizzare economicamente l’isola.
Cercò anche il protettorato della Francia ma questa rifiutò e gli fu pure proibito di issare abusivamente la bandiera francese.
Intanto il capitano cileno Policarpo Toro Hurtado al ritorno da un viaggio nell’isola nel 1887, presentò una relazione informativa sull’isola che si concludeva con il suggerimento di acquisire l’isola per dare sicurezza e stabilità agli indigeni e anche in vista della sua valorizzazione dopo la progettata apertura dell’istmo di Panama.
Il governo del Cile guidato allora dal presidente a Manuel Balmaceda Fernández, approvò il progetto che fu condotto a termine però con molta cautela onde evitare eventuale contestazioni da parte della Francia.
Innanzi tutto fu inviato Toro Hurtado ad accettare dagli indigeni il consenso all’annessione e in questo fu aiutato dal missionario Padre Marie Joseph Verdier che convinse gli isolani della convenienza dell’annessione. Quindi si accordò con il Bornier e i suoi soci in affari affinché questi cedessero i loro diritti di proprietà in cambio di una cospicua somma e un altra somma fu poi consegnata alla missione per aiuto agli indigeni. Dopo lunghe e complesse trattative si raggiunse l’accordo e tutti gli atti furono registrati a Tahiti nella Polinesia francese dalla cui diocesi dipendeva poi la missione dell’isola di Pasqua.
Lo stesso capitano Toro fu poi inviato sull’isola per procedere alla formale annessione.
Il 9 settembre del 1888 Policarpo Toro Hurtado prese possesso dell’isola in nome del Cile: furono convocati i capi delle famiglie di cui restano i nomi: Loano Zoopal, Totena Zoopal, Hito Zoopal, Utino Zoopal, Ruta Zoopal y Vachere Zoopal (il termine Zoopal doveva essere evidentemente un titolo onorifico).
Fu letto un atto di cessione tradotto poi agli indigeni nel quale veniva dichiarato che essi cedevano per sempre e senza riserve la sovranità dell’isola restando essi investiti dell’autorità che già avevano come capi delle famiglie. Firmarono i nativi, ovviamente con una croce, non sapendo scrivere.
Fu issata la bandiera cilena da una donna indigena, furono sparate le tradizionali salve di cannone e l’isola divenne cilena: nessuna potenza europea sollevò obiezioni.
Fu stabilita sull’isola una piccola guarnigione di 12 uomini.
In seguito il Cile non pagò quanto pattuito e Toro, come si era impegnato, pagò in proprio, con una ipoteca sui propri beni: in seguito per problemi politici interni al Cile, Toro si dimise dall’esercito ma fu però rimborsato delle sue spese e divenne comunque un eroe nazionale dell’isola stessa: nel 1988, centenario della presa di possesso dell’isola da parte del Cile furono solennemente traslate nell’isola le sua spoglie nel monumento appositamente costruito.
Dopo la annessione una nave almeno una volta all’anno si recava nell’isola e comunque le visite si fecero sempre più frequenti. L’isola fu affidata poi per lo sfruttamento e la valorizzazione economica alla società di Enrique Merlet per un periodo di 20 anni. Tuttavia si ebbero vari abusi ai danni degli abitanti.
Nel 1917 ci fu quindi una campagna di proteste e allora l’isola passo direttamente sotto il controllo della marina cilena. Furono allora migliorate le culture dell’isola e ci furono varie provvidenze in favore degli abitanti: fu istituito un lebbrosario perchè fra gli abitanti si era diffusa la terribile malattia proveniente dalla Polinesia francese.
Negli anni trenta cominciarono anche a giungere i primi visitatori attirati dal fascino dei suoi moai.
Dopo la Seconda Guerra mondiale l’isola andò sempre più sviluppandosi, negli anni 50 furono piantate palme da cocco con una cerimonia speciale nella quale fu anche interrata una bottiglia con la descrizione dell’avvenimento. In seguito furono poi anche trapiantate molte varietà di piante tropicali come caffè, vaniglia, alberi del pane.
Negli anni 60 finalmente anche la lebbra fu estirpata. Alla fine degli anni ‘60 la vita dell’isola fu modernizzata: fu dotata di elettricità, furono costruite strade e banchine per il porto, un acquedotto, un ospedale, una scuola.
Si stabilì poi anche un collegamento regolare che trasportasse combustibile per il funzionamento delle apparecchiature. Opera fondamentale però è stata la costruzione di un aeroporto alla fine degli anni ’60 con il quale l’isola divenne raggiungibile in circa 5 ore di volo dal Cile.
Negli anni 90 fu incrementata la presenza militare e civile cilena, fu installata una stazione radio chiamata “ Vaikava “ con il fine anche di trasmettere notizie utili alla navigazioni. Si sono istituiti fari per la navigazione e un collegamento radio con il continente.
Sappiamo poco dell’isola al di fuori delle testimonianze dei visitatori europei: abbiamo i monumenti, soprattutto i moai e i racconti e miti degli indigeni ma questi sono scarsamente attendibili.
Infatti gli indigeni superstiti dopo le stragi degli schiavisti e del propagarsi delle infezioni furono ben pochi: circa un centinaio di individui; attualmente gli abitanti dell’isola sono circa quattro mila. Questo significa che l’apporto indigeno è stato molto modesto; anche la stessa lingua che si riporta ancora viva e che viene studiata nella locale scuola in effetti si riduce a pochi termini: gli abitanti in realtà parlano lo spagnolo e conservano soltanto nel loro dialetto poche parole di origine indigena.
Gli stessi nomi indigeni del luogo: Rapa nui (forse grande isola) o anche Te Pito o Te Henua (forse ombelico del mondo) sono poco attendibili. Oltretutto sarebbe difficile pensare che un gruppo etnico che ritiene che non vi siano altre terre darebbe un nome proprio all’isola stessa.
Va tenuto presente soprattutto un altro fatto molto importante: il primo contatto con gli europei risale al 1722, i primi racconti vengono raccolti solo all’inizio del 900 quindi dopo oltre un secolo e mezzo di contatti con gli europei che certamente furono sconvolgenti per quella popolazione. Gia l’arrivo di estranei per un gruppo che presumibilmente si riteneva l’unico gruppo umano esistente dovette sconvolgere gravemente la loro società e le loro credenze. Si aggiunga poi il contatto con i tanti che sbarcarono sull’isola e il fatto che una parte degli abitanti visse qualche anno in schiavitù in Perù, la presenza della società di valorizzazione economica, l’opera dei missionari. In una sociètà che ignora la scrittura gli avvenimenti di 150 prima cioè approssimativamente di ben cinque generazioni precedenti, sono un tempo immenso nel quale ogni ricordo si confonde e scolorisce e assume altre forme.
E’ quindi molto problematico considerare genuini tutta una serie di miti e di racconti che vengono presentati come originari degli abitanti: non sappiamo quanto in essi sia confluito l’influsso europeo.
Si noti che gli abitanti non mostravano di avere la ben minima idea delle vicende dei moai: eppure pare che il loro abbandono sia avvenuto solo qualche secolo prima dell’incontro dei bianchi e nemmeno sono in grado di dire cosa sia avvenuto nel periodo degli ultimi due secoli.
Esistono delle tavolette scritte dette rongorongo. Ne restano 21 con circa 15,000 caratteri mentre altre furono distrutte dai primi missionari. Furono portate a Tahiti ad opera del vescovo del luogo, Jaussen, e da allora si è tentato, fino ad ora vanamente, di decifrarle. Alcuni pensano che esse possano far luce sulle vicende dell’ìsola.
Ma si tratta di una speranza del tutto infondata: i rongorogo erano usate dai nativi per pratiche magiche e per questo i missionari ne distrussero una gran parte. Si tratta soprattutto di oggetti recenti, posteriori ai contatti con gli europei.
Alcuni ritengono addirittura che si tratti di una maldestra imitazione della scrittura europea portata dai primi visitatori e che certamente impressionò molto i nativi. La tesi, in verità, trova poco credito ma anche se si tratta, come sembra, di vera scrittura originale non possiamo aspettarci alcuna rivelazione storica da essi: si tratta di testi magici religiosi e soprattutto sono troppo recenti per contenere notizia che già noi non conosciamo.
In realtà tutto quello che conosciamo del periodo antecedente la scoperta europea è solo una serie di ipotesi più o meno verosimili.
Il fatto veramente unico nella storia dei Pasqua non sono i moai ma una popolazione che pare essere vissuta nel più completo isolamento per un numero altissimo di anni, si pensa per oltre 1300 anni. In nessuna altra parte del mondo è mai avvenuto un fatto del genere: benchè esistano gruppi molto isolati tuttavia essi hanno sempre contatti, un qualche rapporto con i vicini e quindi, se pure indirettamente, fanno parte di una rete più vasta. Solo nell’isola di Pasqua invece l’isolamento è stato assoluto per un tempo cosi lungo. Sappiamo infatti dalle datazioni scientifiche che l’isola fu abitata dal IV secolo dopo Cristo.
In realtà però anche quando parliamo di isolamento non sappiamo poi nulla di preciso. Infatti possiamo pensare che gli abitanti non derivassero da una unica migrazione ma che successivamente nell’isola siano approdati vari gruppi umani in epoca diversa seguendo le stesse strade o anche strade diverse. A lungo si è discusso della loro origine: sono possibili due ipotesi: dalla Polinesia o dall’America del sud. La prima trova riscontro in varie ricerche scientifiche sugli antichi abitati che riportano dati biologici più vicini ai Polinesiani. Soprattutto però, i pochi elementi linguistici superstiti ci orientano verso la Polinesia. Ciò si accorda anche con i resoconti di Cook che riferisce che un interprete polinesiano riuscì a comunicare con gli isolani. E’ anche pensabile che si tratti di due gruppi diversi uno proveniente dalla Polinesia e l’altro dalle Americhe che giunsero all’isola in periodi successivi: è stato dimostrato sperimentalmente che imbarcazioni di epoca precolombiane abbiano potuto raggiungere l’isola seguendo i venti e le correnti.
Tuttavia va notato che l’isola è estremamente lontana da qualunque terra: quasi 3700 chilometri dalle americhe e oltre 4000 da Tahiti ( e a “solo” 2.220 chilometri da Pictairn, la famosa isola del Bounty): una distanza enorme per battelli primitivi anche se efficienti. Pare quindi più probabile che l’arrivo all’isola sia dovuta solo a un caso assolutamente fortuito di un gruppo umano, perso chi sa per quale motivo, alla deriva. I polinesiani abitanti su una serie infinita di isole erano capaci di imprese del genere molto di più che gli amerindi che non hanno mai mostrato alcun particolare confidenza con il mare.
Siamo sempre però nel campo delle supposizioni, del verosimile: non abbiamo nessuna certezza veramente scientifica
I Moai sono statue di dimensione molto diverse. I più piccoli sono alti 2 metri i più grandi arrivano ai 20 metri: sono moltissimi, circa 800 dispersi in tutta l’isola ma tutti provenienti da una unica cava. Essi apparvero ai primi europei ancora in piedi ma in seguito sono stati trovati tutti abbattuti e recentemente rialzati nuovamente. Poggiano su piattaforme di pietre chiamate Ahu. Sono rivolti verso la terra e non verso il mare (tranne un gruppetto) presumibilmente verso il territorio del gruppo che le aveva costruite. Apparvero con le orbite cave ma in seguito gli archeologi hanno ritrovato gli occhi di ossidiana.
L’attenzione degli studiosi e del grande pubblico è stato attirato da essi: senza la loro presenza ben pochi saprebbero di questa isola remota, pressocchè deserta e improduttiva.
Si è pensato a molti misteri da scoprire, si sono fatte le ipotesi più inverosimili compresa quella immancabile dei soliti extraterrestri: in realtà non vi è nulla di particolarmente misterioso.
Un elemento colpi l’attenzione sin dal primo visitatore, il Roggeveen: gli indigeni erano troppo primitivi e anche troppo pochi per costruirli. Il Roggeveen trovò infatti una popolazione stimata intorno ai duemila individui che erano però a uno stadio di organizzazione sociale e tecnico estremamente primitivo. Dato l’isolamento dell’isola bisogna quindi pensare che siano stati gli antenati degli indigeni e che a un certo punto vi sia stato una crisi della loro civiltà che ha portato all’interruzione della costruzione.
Non sappiamo esattamente perchè fossero costruiti ma il fatto non costituisce un problema particolare.
Si può pensare a figure mitologiche, a dei, ad antenati, a riti magici. Dobbiamo poi tener presente anche che tali distinzioni sono moderne: per una mentalità primitiva una ipotesi non esclude l’altra. Si può pensare per esempio che rappresentassero lo spirito degli antenati che era divinizzato e quindi richiamato magicamente a protezione dl gruppo. Anche la distinzione fra religioso e civile è distinzione moderna, molto moderna.
La costruzione avvenne con strumenti di pietra (mancano del tutto i metalli) e d’altra parte la pietra di cui sono fatti non è difficile da lavorare. Più difficile spiegare come siano poi stati trasportati e innalzati. Non lo sapremo mai con precisione: forse si sono usati cunei di legno, forse sono stati fatti scivolare sul terreno. Nulla però di eccezionale o di inspiegabile.
Molti popoli antichi o primitivi ci hanno lasciato opere di cui stentiamo a comprendere la tecnica di costruzione: dalle grandi piramidi, alle pietre di Stonenge, ma in qualche modo anche per le cattedrali medioevali. Bisogna tener presente che si trattava di tecniche elaborate in molte generazioni che spesso erano oggetto di segreti gelosamente custoditi perchè davano ricchezza e prestigio (si pensi alla seta cinese) e che si potevano apprendere con un tirocinio lungo molti anni. Ovviamente per noi moderni sembrano quasi impossibili. D’altra parte per un uomo moderno anche accendere il fuoco con legnetti secchi e pietre di selce sarebbe pressochè impossibile. Possiamo ipotizzare varie varianti di tecniche man non c’è alcun mistero.
Dobbiamo quindi ammettere che vi sia stata una crisi grave della civiltà dell’isola che abbia portato all’interruzione della costruzione dei Moai e che essa abbia provocato l’arretramento della cultura indigena fino allo stadio molto primitivo nel quale li trovarono gli europei.
Notiamo che si tratta di un fatto tutt’altro che insolito nella storia: avviene spesso che gruppi umani che hanno costruito opere notevoli sembrano poi sparire nel nulla. Esempi evidenti ne abbiano nell’America del sud dove gli archeologi trovano grandiose rovine di grandi città costruite da popoli poi misteriosamente scomparsi. D’altra parte si pensi che anche popoli che ebbero notevole peso storico sembrano scomparsi quasi improvvisamente nel nulla: è il caso ad esempio degli Unni che minacciarono l’estrema rovina all’Impero Romano e paiono all’improvviso svaniti nel nulla come d’altronde quasi dal nulla sembrarono sbucare. Si pensi alle civiltà minoica o Hittita che dopo secoli o millenni di storia scomparvero quasi completamente dall’antichità e che solo recentemente sono state riscoperte dagli archeologi.
In realtà i gruppi umani antichi erano pur sempre costituiti da un numero molto esiguo di componenti e quindi non era difficile che una guerra sfortunata, disordini interni, epidemie distruggessero il gruppo stesso.
Per quanto riguarda l’isola di Pasqua sappiamo che la crisi fu improvvisa: infatti un gran numero di Moai si trova ancora in uno stato di costruzione nella loro cava e pare evidente che la produzione si sia arrestata improvvisamente mentre era in un fase di attività febbrile.
Dalla datazione poi avvenuta con mezzi moderni si è giunti alla conclusione che l’interruzione sia avvenuta qualche secolo prima dell’arrivo dei primi europei.
Ma perchè è cessata la produzione? La risposta più ovvia è che è cessata per la crisi generale di quella società le cui cause non conosciamo e presumibilmente non conosceremo mai: possiamo ipotizzare una lotta fra gruppi rivali, una rivolta interna, una crisi di una organizzazione sociale ingiusta, perfino una guerra religiosa, o forse a una grave epidemia o altro ancora. Ma si tratta solo di ipotesi più o meno verosimili ma niente altro.
La crisi culturale si lega a un altro fatto: sull’isola esistevano poche risorse, mancavano soprattutto gli alberi da cui ricavare il legno, materia indispensabile per ogni sviluppo economico e culturale.
Si è quindi ipotizzato che esistessero nell’isola alberi e altre risorse alimentari e che esse siano poi state improvvidamente distrutte dagli indigeni con uno sfruttamento eccessivo e dissennato: si sono costruite molte ipotesi ecologiche che spiegano come un alterazione dell’ambiente con la distruzione degli alberi da legno abbia prodotto a catena una serie di eventi che abbiano ridotto al minimo anche tutte le altre risorse dell’isola, alterando profondamente gli equilibri biologici. L’isola di Pasqua è diventata quindi un paradigma dell’ecologia, cara a tutti gli ambientalisti preoccupati per l’inquinamento: l’isola di Pasqua diventa un modello di tutta la terra nella quale potrebbero prodursi effetti tanto gravi da mettere in forse tutta la civiltà moderna cosi come avvenne alcuni secoli fa nella piccola isola.
Effettivamente studi recenti hanno confermato che nell’isola esistevano alberi e altre risorse alimentari poi scomparse presumibilmente a causa dell’eccessivo sfruttamento. Pure in questo caso non sappiamo cosa sia effettivamente accaduto: sembra pure strano che dopo mille anni di equilibrio ecologico all’improvviso gli abitanti non si siano più resi conto che stavano distruggendo le loro uniche risorse di vita. Come mai hanno abbattuto gli ultimi alberi pur sapendo molto bene che essi non sarebbero più cresciuti? Questo dissennato comportamento è forse l’effetto del crollo della struttura sociale, delle guerre fra i clan oppure al contrario la drastica riduzione delle risorse ha portato alle guerre?
Come per gli altri problemi non abbiamo risposte fondate scientificamente ma solo ipotesi.
Fra quelle più suggestive ricordiamo quella che mette in relazione conflittuale la religione e le risorse del legno. Si presuppone che per il trasporto dei Moai occorrevano grandi quantità di cunei di legno: a un certo punto gli abitanti furono nella necessità di scegliere fra la interruzione della costruzione o meglio del trasporto dei moai e la conservazione degli ultimi alberi da legno: scelsero i moai nella certezza che gli dei avrebbero provveduto in qualche modo avendo più fede negli dei che nella natura: gli dei, ovviamente, non intervennero e l’isola fu privata delle risorse fondamentali del legno e quindi precipitò in una crisi irreversibile.
Come è agevole notare si tratta solo di fantasia senza alcun riscontro possibile con la realtà storica.
Anche il numero degli abitanti dell’isola è quanto mai incerto: i primi navigatori stimarono una cifra di due o tremila abitanti ma si tratta di stime del tutto aleatorie: può darsi inoltre che molti abitanti si nascondessero per paura. Attualmente si ritiene che al massimo splendore l’isola ospitasse 15 o 20 mila abitanti: ma pure questa è cifra puramente ipotetica.

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