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giovedì 2 luglio 2026
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 luglio 1839 alcuni schiavi trasportati sulla nave negriera Amistad diedero vita a un famoso ammutinamento, che diede il via al processo di abolizione dello schiavismo.
Nella prima metà del XIX secolo il trasporto illegale degli schiavi dall'Africa a L'Avana (Cuba, all'epoca di proprietà della Spagna) era cosa abituale. Durante il tragitto i prigionieri vivevano in uno stato di malnutrizione e maltrattamento, ammassati e incatenati in spazi molto ristretti. Queste condizioni erano ancora più gravi su La Amistad, in quanto non era nata allo scopo di trasportare schiavi ma merce per il commercio costiero.
Nel giugno del 1839, trasportati illegalmente dalla nave portoghese Tecora, giunsero a L'Avana 56 schiavi Mendi (52 adulti e 4 bambini) catturati in Sierra Leone, i quali vennero comprati dagli spagnoli José Ruiz e Pedro Montez e il 26 giugno furono imbarcati su La Amistad, capitanata da Ramón Ferrer. La destinazione del viaggio era Puerto Principe (Cuba).
Il 2 luglio, durante il viaggio in mare, si verificò l'ammutinamento degli schiavi capitanati dal nero Sengbe Pieh (successivamente noto negli Stati Uniti come Joseph Cinque), mediante il quale i prigionieri riuscirono ad impadronirsi della nave. Dei membri dell'equipaggio rimasero in vita Ruiz, Montez e lo schiavo personale del capitano deceduto, Antonio, utilizzato dagli insorti come interprete. Gli schiavi ordinarono agli spagnoli di cambiare rotta per dirigersi verso l'Africa, ma i due non lo fecero e il 26 agosto, dopo aver navigato lungo le coste americane all'insaputa degli africani, vennero abbordati dalla nave americana USS Washington, capitanata dal luogotenente Thomas Gadney, al largo di Long Island. I Mendi vennero tutti catturati e portati a New Haven nel Connecticut.
Il 7 gennaio 1840 i prigionieri vennero sottoposti ad un processo da cui risultò non essere importante il motivo per cui si trovassero sulla nave, cioè essere schiavi, ma venne evidenziato il fatto che avessero assunto il controllo con la forza. Non tutti gli statunitensi accettarono il primo verdetto e nacque, oltre ad un movimento di dissenso molto importante per l'epoca essendo il periodo antecedente la guerra di secessione, un gruppo chiamato Comitato dell'Amistad che lottò nel processo per ottenere la libertà dei prigionieri e l'abolizione della schiavitù dagli Stati Uniti. Uno degli uomini più attivi all'interno di questo gruppo fu l'avvocato Roger Baldwin.
Per poter comunicare con gli schiavi un membro del comitato, professore Josiah Willard Gibbs, Sr., imparò a contare fino a dieci nella lingua Mende e si recò al porto di New York contando ad alta voce. In questo modo si fece notare da James Covey, un marinaio africano della flotta britannica in grado di comprendere e parlare tale lingua, che divenne il tramite tra il comitato e gli schiavi.
Grazie al dialogo che finalmente si riuscì ad instaurare tra difensori e difesi, il comitato dimostrò che gli africani erano stati catturati illegalmente e che quindi l'ammutinamento venne compiuto per rivendicare il loro diritto alla libertà, con il risultato che tale azione non poteva essere condannata. Secondo questa sentenza, emessa nel gennaio 1840, nemmeno la Spagna di Isabella II, che rivendicava la restituzione degli schiavi come merce in base al Trattato di Pinckney del 1795, poté averli in quanto uomini liberi.
In quel periodo l'interesse principale del Presidente degli Stati Uniti d'America, Martin Van Buren, fu quello di mantenere buone relazioni con la Spagna e non provocare un attacco diretto allo sfruttamento della schiavitù, in modo da evitare uno scontro con il sud del Paese favorevole allo schiavismo; con questa politica avrebbe potuto sperare in una sua rielezione come presidente. Per questi motivi supportò la decisione dell'accusa di fare appello alla sentenza, portando il caso dinanzi alla Corte Suprema degli Stati Uniti d'America il 23 febbraio 1841. Per la difesa degli schiavi si schierò l'ex presidente degli Stati Uniti d'America John Quincy Adams (espose la sua arringa il 24 febbraio, supportato da Baldwin), il quale riuscì a convincere la Corte a decretare il 9 marzo 1841 lo stato di libertà agli imputati.
Poiché il governo degli Stati Uniti rifiutò di sobbarcarsi le spese per rimandare in Africa i Mendi sopravvissuti, un gruppo di abolizionisti e gli africani stessi trovarono i fondi necessari ad affittare la nave Gentleman, che li riportò in Patria nel novembre del 1841. Arrivarono in Sierra Leone nel gennaio del 1842, dove trovarono le loro dimore distrutte e le loro famiglie scomparse, probabilmente in seguito ad altre razzie perpetrate dallo schiavismo.
In seguito al caso della La Amistad, la Spagna per molti anni richiese un indennizzo al governo degli Stati Uniti per il danno economico riportato, dovuto alla perdita degli schiavi.
Da questa vicenda fu tratto un romanzo e un film nel 97, diretto da Steven Spielberg.
giovedì 20 marzo 2025
#AlmanaccoQuotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Buongiorno, oggi è il 20 marzo.
Il 20 marzo 1852 Harriet Beecher Stowe pubblica il romanzo "La capanna dello zio Tom".
Lo zio Tom è uno schiavo che vive in una piantagione americana nella prima metà dell’Ottocento.
Il suo è un padrone buono. Sfortunatamente, per un dissesto finanziario questo buon padrone è costretto a vendere le sue proprietà.
E quando si parla di proprietà, si intendono anche gli esseri umani.
Perché, in quel periodo, gli afroamericani schiavi erano considerati al pari del mobilio di una casa.
Tra gli schiavi pronti per essere venduti c’è anche un bambino, Henry, che rischia di venire strappato per sempre alla propria famiglia (situazione assai comune in quel periodo, purtroppo).
Ma sua madre, Elise, riesce a strapparlo ai mercanti e a fuggire con lui e a raggiungere il Canada, libero da ogni forma di schiavitù.
Sorte diversa spetta al buon Tom.
Viene venduto a Simon Legree, un brutale coltivatore di cotone, che vuole fare di lui un sorvegliante/aguzzino.
Ma Tom si rifiuta di eseguire gli ordini. Non si ribella, non decide di rivoltarsi contro il padrone. Semplicemente dice di no. E viene punito. Legree lo fa frustare a morte.
E il figlio del suo primo padrone, che nel frattempo era riuscito a ricostruire la sua ricchezza e lo stava cercando per riportarlo a casa, non riesce ad arrivare in tempo. Lo trova agonizzante. E, con le ultime forze rimaste, e nonostante il trattamento ricevuto, riesce a perdonare.
Pubblicato nel 1852, in seguito ad un atto legislativo promulgato nel 1850, il Fugitive Slave Law, che decretava un dovere la denuncia degli schiavi fuggiti e la restituzione ai proprietari, il romanzo ebbe un profondo effetto sugli atteggiamenti nei confronti degli afro-americani e la schiavitù negli Stati Uniti e rese più acuto il conflitto che condusse alla guerra civile americana.
Harriett Beecher Stowe era un’abolizionista convinta. Questo romanzo è stato il suo tentativo, assai riuscito, di sollevare le coscienze delle persone dell’epoca.
La capanna dello zio Tom colpì talmente l’opinione pubblica che Abramo Lincoln, parlando della sua autrice, alla fine della guerra civile americana che sancì l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti: “E’ la piccola donna che ha vinto la guerra”.
La Stowe focalizzò il romanzo sul personaggio di zio Tom e sulla lunga sofferenza degli schiavi neri attorno alla quale si intrecciano le storie di altri personaggi. Il romanzo descrive la realtà della schiavitù e afferma che l’amore cristiano può superare la distruzione e la riduzione in schiavitù di altri esseri umani.
La critica che la comunità afroamericana rivolge oggi a questo libro è il fatto di aver rappresentato la figura dello schiavo in modo troppo negativo e rassegnato, senza nessun impulso alla lotta contro il potere dei padroni.
Nonostante gli stereotipi che ha contribuito a creare sugli afroamericani, e nonostante sia scritto in una forma letteraria non eccelsa, questo libro ha avuto il grande pregio di svegliare le coscienze di una gran parte del popolo americano.
Ed è entrato di prepotenza nei classici della letteratura nordamericana.
E’ un libro commovente, da leggere in compagnia dei propri figli (perché è, di fatto, una lettura per ragazzi). Ed è un ottimo modo per aiutarli a capire che le differenze vanno coltivate e non eliminate.
sabato 24 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 24 dicembre 1865 viene fondato il Ku Klux Klan da alcuni veterani confederati della guerra civile americana.
Il termine Ku Klux Klan viene utilizzato per indicare le organizzazioni nate negli Stati Uniti per propugnare la superiorità della razza bianca. La storia del movimento americano si può suddividere in 3 periodi: dal 1865 al 1874 quando si sviluppa come una confraternita di ex militari dell'esercito degli Stati Confederati d'America; dal 1915 al 1944 quando diventa un vero e proprio movimento; dal dopoguerra ad oggi quando il movimento si trasforma in una serie di piccole organizzazioni. Il Ku Klux Klan è stato creato a Pulaski, nel Tennessee, nella notte del 24 dicembre 1865 da un gruppo di giovani della buona società locale, reduci dell'esercito della Confederazione. Nessuno di loro immaginava che il gruppo sarebbe diventato una delle principali organizzazioni del razzismo americano.
Il gruppo ha assunto maggiore importanza dopo la convention di Nashville, che si è svolta nell'estate del 1867, durante la quale il generale Nathan Bedford Forrest ha ottenuto il titolo di “Grande Mago". L'organizzazione voleva da un lato aiutare le vedove e gli orfani di guerra e dall'altro opporsi all'estensione del diritto di voto ai neri. Nel 1869 Forrest ha poi sciolto la confraternita, perché pensava che si fosse allontanata troppo dagli obiettivi iniziali. Nel 1871 il presidente americano Ulysses Simpson Grant ha firmato il “Klan Act and Enforcement Act”, con il quale l'organizzazione veniva dichiarata un gruppo terroristico illegale. L'atto inoltre autorizzava l'uso della forza per sconfiggere le attività della confraternita. Il documento è poi stato dichiarato incostituzionale nel 1882, anche se in quegli anni era servito ad eliminare l'organizzazione da molti paesi degli Stati Uniti.
La seconda fase del Ku Klux Klan si è sviluppata durante la prima guerra mondiale, quando molti bianchi hanno iniziato a pensare che le persone di colore, i banchieri ebrei e le altre minoranze fossero la causa principale dei problemi economici del paese. Fondatore di questa seconda fase è stato nel 1915 William J. Simmons, che ha anche introdotto il nuovo simbolo dell'organizzazione: la croce che brucia. Questa seconda fase dell'organizzazione ha iniziato a perdere consensi nel corso degli Anni Trenta e nel 1944 l'organizzazione è stata di nuovo sciolta. Negli anni Venti e Trenta si è diffusa anche una sottosezione dell'organizzazione, chiamata Black Legion, che ha operato nel Midwest ed è ricordata per la violenza dei suoi attacchi, soprattutto contro socialisti e comunisti. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, molti gruppi hanno ripreso il nome Ku Klux Klan per indicare la loro opera di opposizione al Movimento per i diritti civili. Alcuni di questi gruppi sono ancora attivi.
A partire dal 1915, gli appartenenti al Ku Klux Klan si potevano riconoscere per le tuniche bianche che indossavano. Oltre alla tunica si utilizzava anche un cappuccio bianco di forma conica, per nascondere la faccia, con dei buchi per gli occhi. Secondo alcune spiegazioni, questa “divisa” era stata scelta per intimorire i neri, che consideravano quelle maschere come la materializzazione degli spiriti dei soldati sudisti morti durante la guerra di secessione, tornati sulla terra per vendicarsi e punire i propri nemici. Secondo altre spiegazioni la tunica era il simbolo di umiltà perché il compito che dovevano svolgere gli era stato assegnato direttamente da Dio e dovevano svolgerlo nel migliore dei modi mantenendo l'anonimato.
venerdì 2 dicembre 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 2 dicembre 1859 John Brown viene impiccato a Charles Town.
John Brown, nato a Torrington il 9 maggio 1800, fu tra i più famosi abolizionisti che la tradizione americana pre-guerra di secessione ricordi.
John diciottenne accompagnava spesso il padre al lavoro che riforniva di carne l’esercito durante la guerra del 1812 avendo l’occasione di vedere e osservare bene cos’era la vita militare, rendendosi conto dell’immenso costo e mantenimento dell’esercito dell’Unione.
Ne vide abbastanza tanto da odiarlo ed evitarlo rifiutando di partecipare ad esercitazioni obbligatorie che gli procurarono multe; John Brown aveva deciso di non partecipare a nessuna guerra se non di liberazione. Brown divenne uno dei primi più convinti abolizionisti facendo dell’antischiavismo una sua meta politica.
Il 16 Ottobre del 1839 John con alcuni schiavi attaccò l’arsenale federale di Harper’s Ferry, allo scopo di provocare una rivolta di schiavi neri della Virginia che sarebbero stati armati dal materiale prelevato dopo la conquista dell’arsenale.
L’attacco fallì, a cui seguì la caccia e trentasei ore dopo, l’intero gruppo fu ucciso e catturato da coltivatori locali e marines degli Stati Uniti giunti per sedare la rivolta. John catturato dal Colonnello Lee dell'esercito americano, il futuro generale Robert Lee, fu condannato a morte il 2 Novembre 1895 per insurrezione armata e cospirazione, e il 2 Dicembre venne impiccato.
L’anarco-individualista Henry David Thoreau prese con decisione la difesa di John Brown nel suo: “In difesa del capitano John”. Thoreau descrisse l’evento dichiarando: “Per me quest’evento è la pietra di paragone che fa risaltare con abbagliante chiarezza il carattere di questo governo.”
Sempre Thoreau scrivendo del capitano John Brown, definendolo un individuo nobile diffamato dalla stampa oramai troppo legata agli interessi del governo, parlando della sua figura dichiarò:
"Io prevedo il giorno in cui questa scena sarà dipinta e il pittore non cercherà i propri argomenti nella storia romana; il poeta la canterà; lo storico la ricorderà; e con l’approdo dei Padri Pellegrini e la Dichiarazione d’Indipendenza questo quadro adornerà qualche futuro museo nazionale; quando almeno la forma presente di schiavitù non esisterà più, qui. Allora potremmo piangere liberamente per il capitano Brown. Allora, e solo allora, noi ci vendicheremo."
Anche queste furono le premesse che condussero al conflitto e all’inizio della guerra di secessione americana.
John Brown fu un terrorista meritatamente impiccato o un martire della principale causa umanitaria del diciannovesimo secolo? Il 2 dicembre del 2009, nel centocinquantesimo anniversario della sua esecuzione, il‘New York Times’ ha pubblicato due editoriali. Sotto il titolo: “Il 9/11 del 1859”, Tony Horwitz ha tratteggiato un parallelo tra l’impresa di Brown e gli agenti di al-Qaeda che attaccarono il World Trade Center e il Pentagono. «Brown era un fondamentalista barbuto che si considerava prescelto da Dio per distruggere l’istituzione della schiavitù», ha scritto Horwitz. Secondo David Reynolds Brown è stato invece “Il martire della libertà”, una svettante figura nazionale che per lo «sforzo eroico di liberare quattro milioni di neri ridotti in schiavitù» meritava la grazia presidenziale.
La speranza di raggiungere un giudizio più equilibrato circa l’operato di Brown sembra essere all’origine di The Tribunal, l’esauriente opera curata da John Stauffer, studioso letterario di Harvard, e Zoe Trodd, professoressa di letteratura americana presso l’Università di Nottingham. Il titolo del loro libro deriva da un commento fatto da Brown in una lettera scritta a quattro giorni dalla sua esecuzione: «Lascio a un tribunale imparziale il compito di stabilire se il mondo sia peggiore o migliore in virtù del mio essere vissuto e morto in esso». Tra le dichiarazioni raccolte da The Tribunal figurano quelle degli abolizionisti del Nord e degli schiavisti del Sud, di una spia dell’Unione e un assassino confederato, di Frederick Douglass e Abraham Lincoln, di influenti personaggi internazionali come Karl Marx e Victor Hugo, di giornalisti, poeti, soldati e vedove, oltre che di Hawthorne, Whittier, Emerson e Thoreau. Tale varietà di opinioni, che risalgono tutte ai tre decenni immediatamente successivi al raid, quando la controversia era al suo culmine, riempie cinquecento pagine.
Al singolo lettore di "The tribunal" spetta dunque l'onere di trarre le proprie conclusioni e di redigere un verdetto.
martedì 5 aprile 2022
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Il 5 apile 1722 il navigatore olandese Jakob Roggeveen scopre l'isola di Pasqua.
Il primo avvistamento probabilmente fu quello dell’inglese Edwards Davis nel 1687 che tuttavia non vi sbarcò temendo di essere assalito dagli indigeni e si limitò a prendere nota della posizione dell’isola che fu poi riportata dalle carte del tempo con il nome di “Terra di Davis”. In verità la indicazione di longitudine e latitudine non corrispondono : non sappiamo quindi realmente se si tratta di un errore di calcolo di Davis o di un altra isola.
La vera e propria scoperta avvenne il 5 aprile 1722, ad opera di un gruppo di tre velieri olandesi : De Arend, Thienhoven e Afrikaanische Galeer comandati dal capitano Jacob Roggeveen : poichè era il giorno di Pasqua le fu dato il nome di Isola di Pasqua ( in olandese: Paasch Eyland ) con il quale fu segnata poi sulle carte europee.
Gli olandesi sbarcarono e furono accolti amichevolmente: gli indigeni offrirono loro banane, polli , canne da zucchero, patate e zucche.
Nessun'altra nave risulta essere poi giunta sull’isola fino al 1770: in quell’anno il vicerè spagnolo del Peru, temendo che potesse essere occupata da altre nazioni inviò due navi da guerra che il 15 novembre attraccarono all’isola: qui gli Spagnoli, sbarcati, presero possesso formale dell’isola redigendo un apposito atto scritto nel quale si affermava che gli indigeni riconoscevano al re di Spagna Carlo III la sovranità sull’isola che fu battezzata, in onore del sovrano, San Carlos e quindi aggiunta ai possedimenti della Spagna nell’America Latina.
Tale atto di annessione però non ebbe nessun effetto pratico e solo un secolo dopo costituì un certo precedente giuridico con il quale il Cile si annesse l’isola.
In seguito anche James Cook nel 1774, con i velieri "Resolution" e "Adventure", vi giunse provenendo dalla Nuova Zelanda.
Fino al secolo seguente vengono registrati una ventina di approdi di navi europee: alcune volte con intenti pacifici, di esplorazione: particolarmente interessante il fatto che nel 1806 una nave inglese, la "Adventure", al comando del capitán Benjamín Page, convinse un giovane indigeno di nome Ure Hina a venire con essi: fu cosi portato in Inghilterra dove visse e fu battezzato con il nome di Henry Easter (Pasqua); non risulta pero alcuna trascrizione dei racconti dell’indigeno che sarebbero stati oltremodo interessanti.
Più spesso, purtroppo, però le navi cercarono di catturare gli indigeni per costringerli al lavoro coatto e soprattutto rapivano giovani donne locali per il piacere dei marinai per cui varie volte gli indigeni si nascondevano o cercavano di opporsi agli sbarchi.
Nel 1843 vi fecero naufragio alcuni missionari diretti in Polinesia e pare vennero mangiati dagli indigeni.
Con lo sviluppo della navigazione a vapore fu più facile per gli europei giungere nell’Isola e questa determinò una terribile catastrofe per gli isolani.
L’isola infatti attirò purtroppo la attenzione di schiavisti favoriti anche dal fatto che in pratica l’isola non era sotto la sovranità di nessuno stato malgrado la formale presa di possesso della Spagna sopra ricordata.
Una prima nave, nel 1862, catturò un certo numero di indigeni che tuttavia furono poi liberati per intervento delle autorità della Polinesia.
Ma in quell’anno e nel seguente molte navi negriere approdarono all’isola, assalirono gli indigeni e quelli che non rimasero uccisi o che non riuscirono a fuggire furono portati in gran numero in Perù. Qui i comandanti affermavano che si trattava di manodopera volontaria proveniente dalla Polinesia e i malcapitati veniva adibiti al lavoro della raccolta del guano in uno stato di sostanziale schiavitù e in terribili condizioni, in modo particolare per individui non abituati per niente a quel tipo di lavoro. Si calcola che la popolazione al tempo fosse di circa 4.000 abitanti e più della metà fu catturata e costretta alla schiavitù in America.
Dopo qualche anno le autorità del Perù impedirono il losco traffico e anzi ingiunsero di riportare alla loro terra nativa gli indigeni rapiti. Questo determinò però un’altra forse ancora più grave tragedia: il diffondersi di malattie infettive.
Va infatti ricordato che nel periodo delle scoperte geografiche gli europei portarono un gran numero di malattie infettive per le quali gli indigeni non avevano difese. Al diffondersi di tali malattie infettive molto più che alle guerre di conquista si deve infatti la maggior parte di vittime negli indigeni dell’America precolombiana.
Le affezioni si diffusero in modo esponenziale anche fra i Pasquensi. Nell’agosto del 1863 infatti le autorità peruviane rimandarono ai loro luoghi di origine poco più di 300 indigeni polinesiani di cui circa 100 provenienti dall’isola di Pasqua. Ma durante la traversata ben 85 pasquensi morirono: solo 15 raggiunsero la loro isola avita e ovviamente diffusero le malattie ai restanti abitanti.
La popolazione dell’isola quindi fu sul punto estremo di estinguersi: solo un centinaio di persone sopravvissero e costituiscono quindi una parte degli antenati degli odierni pasquensi. Si tratta pertanto di un gruppo estremamente ristretto e soprattutto che ha subito la influenza culturale massiccia da parte degli europei.
L’anno dopo, nel 1864 finalmente giunsero sull’isola i missionari: il padre Eugenio Eyruad portato dalla goletta Suerte. Questi dapprima incontrò l’ostilità degli indigeni che certo non avevano alcuna buona esperienza dei bianchi: in un secondo momento però il Padre riuscì ad avere la loro considerazione e il loro rispetto: convertì al cattolicesimo gli indigeni, lasciò una orma profonda in essi tanto che tuttora se ne venera la memoria.
Cessarono così le incursioni piratesche degli schiavisti e molte navi raggiungevano ormai pacificamente l’isola.
All’isola si interessò sempre più vivamente il Cile che dopo vicende piuttosto complesse giunse all’annessione nel 1888.
Un intraprendente navigante francese Jean Baptiste Dutrou Bornier fece infatti naufragio sull’isola: vi si trovo però bene, sposò una ragazza indigena di nome Ko Reto, si proclamo quindi re dell’isola e issò su di essa la bandiera francese. Fece atti di acquisti del terreno dagli indigeni, atti che furono poi registrati come regolari nella Polinesia francese. Cercò e trovò anche partners commerciali per valorizzare economicamente l’isola.
Cercò anche il protettorato della Francia ma questa rifiutò e gli fu pure proibito di issare abusivamente la bandiera francese.
Intanto il capitano cileno Policarpo Toro Hurtado al ritorno da un viaggio nell’isola nel 1887, presentò una relazione informativa sull’isola che si concludeva con il suggerimento di acquisire l’isola per dare sicurezza e stabilità agli indigeni e anche in vista della sua valorizzazione dopo la progettata apertura dell’istmo di Panama.
Il governo del Cile guidato allora dal presidente Manuel Balmaceda Fernández, approvò il progetto che fu condotto a termine però con molta cautela onde evitare eventuale contestazioni da parte della Francia.
Innanzi tutto fu inviato Toro Hurtado ad accettare dagli indigeni il consenso all’annessione e in questo fu aiutato dal missionario Padre Marie Joseph Verdier che convinse gli isolani della convenienza dell’annessione. Quindi si accordò con il Bornier e i suoi soci in affari affinché questi cedessero i loro diritti di proprietà in cambio di una cospicua somma e un altra somma fu poi consegnata alla missione per aiuto agli indigeni. Dopo lunghe e complesse trattative si raggiunse l’accordo e tutti gli atti furono registrati a Tahiti nella Polinesia francese dalla cui diocesi dipendeva poi la missione dell’isola di Pasqua.
Lo stesso capitano Toro fu poi inviato sull’isola per procedere alla formale annessione.
Il 9 settembre del 1888 Policarpo Toro Hurtado prese possesso dell’isola in nome del Cile: furono convocati i capi delle famiglie di cui restano i nomi: Loano Zoopal, Totena Zoopal, Hito Zoopal, Utino Zoopal, Ruta Zoopal y Vachere Zoopal (il termine Zoopal doveva essere evidentemente un titolo onorifico).
Fu letto un atto di cessione tradotto poi agli indigeni nel quale veniva dichiarato che essi cedevano per sempre e senza riserve la sovranità dell’isola restando essi investiti dell’autorità che già avevano come capi delle famiglie. Firmarono i nativi, ovviamente con una croce, non sapendo scrivere.
Fu issata la bandiera cilena da una donna indigena, furono sparate le tradizionali salve di cannone e l’isola divenne cilena: nessuna potenza europea sollevò obiezioni.
Fu stabilita sull’isola una piccola guarnigione di 12 uomini.
In seguito il Cile non pagò quanto pattuito e Toro, come si era impegnato, pagò in proprio, con una ipoteca sui propri beni: in seguito per problemi politici interni al Cile, Toro si dimise dall’esercito ma fu però rimborsato delle sue spese e divenne comunque un eroe nazionale dell’isola stessa: nel 1988, centenario della presa di possesso dell’isola da parte del Cile furono solennemente traslate nell’isola le sua spoglie nel monumento appositamente costruito.
Dopo la annessione una nave almeno una volta all’anno si recava nell’isola e comunque le visite si fecero sempre più frequenti. L’isola fu affidata poi per lo sfruttamento e la valorizzazione economica alla società di Enrique Merlet per un periodo di 20 anni. Tuttavia si ebbero vari abusi ai danni degli abitanti.
Nel 1917 ci fu quindi una campagna di proteste e allora l’isola passo direttamente sotto il controllo della marina cilena. Furono allora migliorate le culture dell’isola e ci furono varie provvidenze in favore degli abitanti: fu istituito un lebbrosario perchè fra gli abitanti si era diffusa la terribile malattia proveniente dalla Polinesia francese.
Negli anni trenta cominciarono anche a giungere i primi visitatori attirati dal fascino dei suoi moai.
Dopo la Seconda Guerra mondiale l’isola andò sempre più sviluppandosi, negli anni 50 furono piantate palme da cocco con una cerimonia speciale nella quale fu anche interrata una bottiglia con la descrizione dell’avvenimento. In seguito furono poi anche trapiantate molte varietà di piante tropicali come caffè, vaniglia, alberi del pane.
Negli anni 60 finalmente anche la lebbra fu estirpata. Alla fine degli anni ‘60 la vita dell’isola fu modernizzata: fu dotata di elettricità, furono costruite strade e banchine per il porto, un acquedotto, un ospedale, una scuola.
Si stabilì poi anche un collegamento regolare che trasportasse combustibile per il funzionamento delle apparecchiature. Opera fondamentale però è stata la costruzione di un aeroporto alla fine degli anni ’60 con il quale l’isola divenne raggiungibile in circa 5 ore di volo dal Cile.
Negli anni 90 fu incrementata la presenza militare e civile cilena, fu installata una stazione radio chiamata “ Vaikava “ con il fine anche di trasmettere notizie utili alla navigazioni. Si sono istituiti fari per la navigazione e un collegamento radio con il continente.
Sappiamo poco dell’isola al di fuori delle testimonianze dei visitatori europei: abbiamo i monumenti, soprattutto i moai e i racconti e miti degli indigeni ma questi sono scarsamente attendibili.
Infatti gli indigeni superstiti dopo le stragi degli schiavisti e del propagarsi delle infezioni furono ben pochi: circa un centinaio di individui; attualmente gli abitanti dell’isola sono circa quattro mila. Questo significa che l’apporto indigeno è stato molto modesto; anche la stessa lingua che si riporta ancora viva e che viene studiata nella locale scuola in effetti si riduce a pochi termini: gli abitanti in realtà parlano lo spagnolo e conservano soltanto nel loro dialetto poche parole di origine indigena.
Gli stessi nomi indigeni del luogo: Rapa nui (forse grande isola) o anche Te Pito o Te Henua (forse ombelico del mondo) sono poco attendibili. Oltretutto sarebbe difficile pensare che un gruppo etnico che ritiene che non vi siano altre terre darebbe un nome proprio all’isola stessa.
Va tenuto presente soprattutto un altro fatto molto importante: il primo contatto con gli europei risale al 1722, i primi racconti vengono raccolti solo all’inizio del 900 quindi dopo oltre un secolo e mezzo di contatti con gli europei che certamente furono sconvolgenti per quella popolazione. Gia l’arrivo di estranei per un gruppo che presumibilmente si riteneva l’unico gruppo umano esistente dovette sconvolgere gravemente la loro società e le loro credenze. Si aggiunga poi il contatto con i tanti che sbarcarono sull’isola e il fatto che una parte degli abitanti visse qualche anno in schiavitù in Perù, la presenza della società di valorizzazione economica, l’opera dei missionari. In una sociètà che ignora la scrittura gli avvenimenti di 150 anni prima, cioè approssimativamente di ben cinque generazioni precedenti, sono un tempo immenso nel quale ogni ricordo si confonde e scolorisce e assume altre forme.
E’ quindi molto problematico considerare genuini tutta una serie di miti e di racconti che vengono presentati come originari degli abitanti: non sappiamo quanto in essi sia confluito l’influsso europeo.
Si noti che gli abitanti non mostravano di avere la ben minima idea delle vicende dei moai: eppure pare che il loro abbandono sia avvenuto solo qualche secolo prima dell’incontro dei bianchi e nemmeno sono in grado di dire cosa sia avvenuto nel periodo degli ultimi due secoli.
Esistono delle tavolette scritte dette rongorongo. Ne restano 21 con circa 15,000 caratteri mentre altre furono distrutte dai primi missionari. Furono portate a Tahiti ad opera del vescovo del luogo, Jaussen, e da allora si è tentato, fino ad ora vanamente, di decifrarle. Alcuni pensano che esse possano far luce sulle vicende dell’isola.
Ma si tratta di una speranza del tutto infondata: i rongorogo erano usate dai nativi per pratiche magiche e per questo i missionari ne distrussero una gran parte. Si tratta soprattutto di oggetti recenti, posteriori ai contatti con gli europei.
Alcuni ritengono addirittura che si tratti di una maldestra imitazione della scrittura europea portata dai primi visitatori e che certamente impressionò molto i nativi. La tesi, in verità, trova poco credito ma anche se si tratta, come sembra, di vera scrittura originale non possiamo aspettarci alcuna rivelazione storica da essi: si tratta di testi magici religiosi e soprattutto sono troppo recenti per contenere notizie che già noi non conosciamo.
In realtà tutto quello che conosciamo del periodo antecedente la scoperta europea è solo una serie di ipotesi più o meno verosimili.
Il fatto veramente unico nella storia dei Pasqua non sono i moai ma una popolazione che pare essere vissuta nel più completo isolamento per un numero altissimo di anni, si pensa per oltre 1300 anni. In nessuna altra parte del mondo è mai avvenuto un fatto del genere: benchè esistano gruppi molto isolati tuttavia essi hanno sempre contatti, un qualche rapporto con i vicini e quindi, se pure indirettamente, fanno parte di una rete più vasta. Solo nell’isola di Pasqua invece l’isolamento è stato assoluto per un tempo cosi lungo. Sappiamo infatti dalle datazioni scientifiche che l’isola fu abitata dal IV secolo dopo Cristo.
In realtà però anche quando parliamo di isolamento non sappiamo poi nulla di preciso. Infatti possiamo pensare che gli abitanti non derivassero da una unica migrazione ma che successivamente nell’isola siano approdati vari gruppi umani in epoca diversa seguendo le stesse strade o anche strade diverse. A lungo si è discusso della loro origine: sono possibili due ipotesi: dalla Polinesia o dall’America del sud. La prima trova riscontro in varie ricerche scientifiche sugli antichi abitati che riportano dati biologici più vicini ai Polinesiani. Soprattutto però, i pochi elementi linguistici superstiti ci orientano verso la Polinesia. Ciò si accorda anche con i resoconti di Cook che riferisce che un interprete polinesiano riuscì a comunicare con gli isolani. E’ anche pensabile che si tratti di due gruppi diversi, uno proveniente dalla Polinesia e l’altro dalle Americhe, che giunsero all’isola in periodi successivi: è stato dimostrato sperimentalmente che imbarcazioni di epoca precolombiane abbiano potuto raggiungere l’isola seguendo i venti e le correnti.
Tuttavia va notato che l’isola è estremamente lontana da qualunque terra: quasi 3700 chilometri dalle americhe e oltre 4000 da Tahiti ( e a “solo” 2.220 chilometri da Pictairn, la famosa isola del Bounty): una distanza enorme per battelli primitivi anche se efficienti. Pare quindi più probabile che l’arrivo all’isola sia dovuta solo a un caso assolutamente fortuito di un gruppo umano, perso chi sa per quale motivo, alla deriva. I polinesiani abitanti su una serie infinita di isole erano capaci di imprese del genere molto di più che gli amerindi che non hanno mai mostrato alcun particolare confidenza con il mare.
Siamo sempre però nel campo delle supposizioni, del verosimile: non abbiamo nessuna certezza veramente scientifica.
I Moai sono statue di dimensione molto diverse. I più piccoli sono alti 2 metri, i più grandi arrivano ai 20 metri: sono moltissimi, circa 800 dispersi in tutta l’isola ma tutti provenienti da una unica cava. Essi apparvero ai primi europei ancora in piedi ma in seguito sono stati trovati tutti abbattuti e recentemente rialzati nuovamente. Poggiano su piattaforme di pietre chiamate Ahu. Sono rivolti verso la terra e non verso il mare (tranne un gruppetto) presumibilmente verso il territorio del gruppo che le aveva costruite. Apparvero con le orbite cave ma in seguito gli archeologi hanno ritrovato gli occhi di ossidiana.
L’attenzione degli studiosi e del grande pubblico è stato attirato da essi: senza la loro presenza ben pochi saprebbero di questa isola remota, pressocchè deserta e improduttiva.
Si è pensato a molti misteri da scoprire, si sono fatte le ipotesi più inverosimili compresa quella immancabile dei soliti extraterrestri: in realtà non vi è nulla di particolarmente misterioso.
Un elemento colpi l’attenzione sin dal primo visitatore, il Roggeveen: gli indigeni erano troppo primitivi e anche troppo pochi per costruirli. Il Roggeveen trovò infatti una popolazione stimata intorno ai duemila individui che erano però a uno stadio di organizzazione sociale e tecnico estremamente primitivo. Dato l’isolamento dell’isola bisogna quindi pensare che siano stati gli antenati degli indigeni e che a un certo punto vi sia stata una crisi della loro civiltà che ha portato all’interruzione della costruzione.
Non sappiamo esattamente perchè fossero costruiti ma il fatto non costituisce un problema particolare.
Si può pensare a figure mitologiche, a dei, ad antenati, a riti magici. Dobbiamo poi tener presente anche che tali distinzioni sono moderne: per una mentalità primitiva una ipotesi non esclude l’altra. Si può pensare per esempio che rappresentassero lo spirito degli antenati che era divinizzato e quindi richiamato magicamente a protezione dl gruppo. Anche la distinzione fra religioso e civile è distinzione moderna, molto moderna.
La costruzione avvenne con strumenti di pietra (mancano del tutto i metalli) e d’altra parte la pietra di cui sono fatti non è difficile da lavorare. Più difficile spiegare come siano poi stati trasportati e innalzati. Non lo sapremo mai con precisione: forse si sono usati cunei di legno, forse sono stati fatti scivolare sul terreno. Nulla però di eccezionale o di inspiegabile.
Molti popoli antichi o primitivi ci hanno lasciato opere di cui stentiamo a comprendere la tecnica di costruzione: dalle grandi piramidi, alle pietre di Stonenge, ma in qualche modo anche per le cattedrali medioevali. Bisogna tener presente che si trattava di tecniche elaborate in molte generazioni che spesso erano oggetto di segreti gelosamente custoditi perchè davano ricchezza e prestigio (si pensi alla seta cinese) e che si potevano apprendere con un tirocinio lungo molti anni. Ovviamente per noi moderni sembrano quasi impossibili. D’altra parte per un uomo moderno anche accendere il fuoco con legnetti secchi e pietre di selce sarebbe pressochè impossibile. Possiamo ipotizzare varie varianti di tecniche man non c’è alcun mistero.
Dobbiamo quindi ammettere che vi sia stata una crisi grave della civiltà dell’isola che abbia portato all’interruzione della costruzione dei Moai e che essa abbia provocato l’arretramento della cultura indigena fino allo stadio molto primitivo nel quale li trovarono gli europei.
Notiamo che si tratta di un fatto tutt’altro che insolito nella storia: avviene spesso che gruppi umani che hanno costruito opere notevoli sembrano poi sparire nel nulla. Esempi evidenti ne abbiano nell’America del sud dove gli archeologi trovano grandiose rovine di grandi città costruite da popoli poi misteriosamente scomparsi. D’altra parte si pensi che anche popoli che ebbero notevole peso storico sembrano scomparsi quasi improvvisamente nel nulla: è il caso ad esempio degli Unni che minacciarono l’estrema rovina all’Impero Romano e paiono all’improvviso svaniti nel nulla come d’altronde quasi dal nulla sembrarono sbucare. Si pensi alle civiltà minoica o Hittita che dopo secoli o millenni di storia scomparvero quasi completamente dall’antichità e che solo recentemente sono state riscoperte dagli archeologi.
In realtà i gruppi umani antichi erano pur sempre costituiti da un numero molto esiguo di componenti e quindi non era difficile che una guerra sfortunata, disordini interni, epidemie distruggessero il gruppo stesso.
Per quanto riguarda l’isola di Pasqua sappiamo che la crisi fu improvvisa: infatti un gran numero di Moai si trova ancora in uno stato di costruzione nella loro cava e pare evidente che la produzione si sia arrestata improvvisamente mentre era in un fase di attività febbrile.
Dalla datazione poi avvenuta con mezzi moderni si è giunti alla conclusione che l’interruzione sia avvenuta qualche secolo prima dell’arrivo dei primi europei.
Ma perchè è cessata la produzione? La risposta più ovvia è che è cessata per la crisi generale di quella società le cui cause non conosciamo e presumibilmente non conosceremo mai: possiamo ipotizzare una lotta fra gruppi rivali, una rivolta interna, una crisi di una organizzazione sociale ingiusta, perfino una guerra religiosa, o forse a una grave epidemia o altro ancora. Ma si tratta solo di ipotesi più o meno verosimili ma niente altro.
La crisi culturale si lega a un altro fatto: sull’isola esistevano poche risorse, mancavano soprattutto gli alberi da cui ricavare il legno, materia indispensabile per ogni sviluppo economico e culturale.
Si è quindi ipotizzato che esistessero nell’isola alberi e altre risorse alimentari e che esse siano poi state improvvidamente distrutte dagli indigeni con uno sfruttamento eccessivo e dissennato: si sono costruite molte ipotesi ecologiche che spiegano come un alterazione dell’ambiente con la distruzione degli alberi da legno abbia prodotto a catena una serie di eventi che abbiano ridotto al minimo anche tutte le altre risorse dell’isola, alterando profondamente gli equilibri biologici. L’isola di Pasqua è diventata quindi un paradigma dell’ecologia, cara a tutti gli ambientalisti preoccupati per l’inquinamento: l’isola di Pasqua diventa un modello di tutta la terra nella quale potrebbero prodursi effetti tanto gravi da mettere in forse tutta la civiltà moderna cosi come avvenne alcuni secoli fa nella piccola isola.
Effettivamente studi recenti hanno confermato che nell’isola esistevano alberi e altre risorse alimentari poi scomparse presumibilmente a causa dell’eccessivo sfruttamento. Pure in questo caso non sappiamo cosa sia effettivamente accaduto: sembra pure strano che dopo mille anni di equilibrio ecologico all’improvviso gli abitanti non si siano più resi conto che stavano distruggendo le loro uniche risorse di vita. Come mai hanno abbattuto gli ultimi alberi pur sapendo molto bene che essi non sarebbero più cresciuti? Questo dissennato comportamento è forse l’effetto del crollo della struttura sociale, delle guerre fra i clan oppure al contrario la drastica riduzione delle risorse ha portato alle guerre?
Come per gli altri problemi non abbiamo risposte fondate scientificamente ma solo ipotesi.
Fra quelle più suggestive ricordiamo quella che mette in relazione conflittuale la religione e le risorse del legno. Si presuppone che per il trasporto dei Moai occorrevano grandi quantità di cunei di legno: a un certo punto gli abitanti furono nella necessità di scegliere fra la interruzione della costruzione o meglio del trasporto dei moai e la conservazione degli ultimi alberi da legno: scelsero i moai nella certezza che gli dei avrebbero provveduto in qualche modo avendo più fede negli dei che nella natura: gli dei, ovviamente, non intervennero e l’isola fu privata delle risorse fondamentali del legno e quindi precipitò in una crisi irreversibile.
Come è agevole notare si tratta solo di fantasia senza alcun riscontro possibile con la realtà storica.
Anche il numero degli abitanti dell’isola è quanto mai incerto: i primi navigatori stimarono una cifra di due o tremila abitanti ma si tratta di stime del tutto aleatorie: può darsi inoltre che molti abitanti si nascondessero per paura. Attualmente si ritiene che al massimo splendore l’isola ospitasse 15 o 20 mila abitanti: ma pure questa è cifra puramente ipotetica.
domenica 29 novembre 2020
#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi
Tra il 29 novembre e il primo dicembre del 1781 fu compiuto il "massacro Zong", dal nome della nave negriera che ne fu il teatro.
La nave Zong aveva caricato più schiavi di quanti ne potesse trasportare in sicurezza, nel suo viaggio dall'Africa alla Giamaica cominciato il 6 settembre.
Al 29 novembre il sovraffollamento, insieme alla malnutrizione e la febbre, aveva già ucciso 7 membri dell'equipaggio e 60 schiavi. Il viaggio si stava prolungando a causa dei venti contrari e della scarsa capacità di navigazione. Il capitano Luke Collingwood sapeva di avere un numero crescente di morti e moribondi nella stiva: se li avesse consegnati e fossero morti sulla spiaggia, non vi sarebbe stato rimborso; ma in caso di morte in mare sarebbero stati risarciti dall'assicurazione della nave. Dato che, legalmente, gli schiavi erano considerati carico, la "clausola del gettare a mare" li avrebbe risarciti per 30 sterline a testa .
Collingwood radunò i suoi ufficiali e propose di gettare a mare tutti gli schiavi malati. Nonostante il disaccordo del primo ufficiale James Kelsall, il piano fu approvato e in quei tre giorni 133 schiavi furono gettati nelle fredde acque dell'Oceano Atlantico.
Più tardi si disse che quel gesto si rese necessario a causa della scarsità d'acqua, che avrebbe compromesso la sicurezza della nave per il resto del viaggio. La nave giunse invece in Giamaica il 22 dicembre con 422 galloni d'acqua rimasti.
Nessun ufficiale o membro dell'equipaggio fu né accusato né processato per l'omicidio volontario di 133 esseri umani.
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