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domenica 11 luglio 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è l'11 luglio.
L'11 luglio 1979 l'avvocato Giorgio Ambrosoli viene ammazzato davanti a casa sua da un sicario assoldato da Michele Sindona.
Ambrosoli, nato negli anni trenta in una famiglia della borghesia milanese e cresciuto negli ambienti conservatori della Milano del dopoguerra, intrisa della volontà di ricominciare e di ricostruire, che sarà anche il terreno fertile negli anni del boom per le speculazioni edilizie e gli illeciti finanziari, diventa avvocato, come sognava fin da bambino. Il lavoro in banca del padre non ha mai destato il suo interesse. È amara l'ironia del destino: nell'esercizio della sua professione, dovrà trascorrere ben cinque anni nel ventre di una banca, per ricostruire l'ordito delle fosche trame intessute nell'alveo della finanza internazionale dallo spregiudicato banchiere Michele Sindona. Nel 1974 viene nominato commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana. Inizia per lui un faticoso percorso controcorrente nelle torbide e limacciose acque dei poteri sommersi e corrotti che proteggevano Sindona: la mafia, la loggia massonica P2 di Licio Gelli, la finanza vaticana dello IOR, la Democrazia cristiana di Andreotti, l'ala più reazionaria dei circoli americani, i servizi segreti.
Come un mosaicista, ricompone uno ad uno i tasselli delle intricate e sofisticate operazioni di riciclaggio di denaro sporco, gli illeciti canali per l'esportazione dei capitali all'estero; si addentra nello scottante magma illegale dei depositi fiduciari, delle innumerevoli società finanziarie tra loro oscuramente interconnesse come scatole cinesi.
Si oppone pervicacemente alle mediazioni, ai tentativi di salvataggio della banca mandata in rovina da Sindona, promossi da uomini di governo in sintonia con i poteri criminali, la mafia e la loggia massonica P2, registi dell'offensiva sempre più pressante contro l'avvocato: si oppone perché acconsentire a quelle manovre avrebbe significato violare la legge, far pagare il peso finanziario ai cittadini, che l'avvocato aveva il dovere di tutelare. Egli, come risulta dalle annotazioni nel suo diario, è sempre più esterrefatto nello scoprire le diffuse illegalità, connivenze, penetrate in profondità nei gangli vitali del paese, i tradimenti che hanno per protagonisti uomini di alto rango dello Stato, ministri, banchieri: persone che avrebbero dovuto essere dalla parte della legge, dalla sua parte, e invece si rivelavano nemici, alleati tra loro per vanificare la legge.
Si ritrova sempre più isolato, un giorno si confida con un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?”  Un giornalista gli domanda: “Perché si parla di lei come del nemico di Sindona?” Egli ribatte: “È molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l'amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo”.
Ambrosoli è consapevole dell'impari lotta che sta conducendo: la sua vita è appesa a un filo. La lettera che scrive alla moglie Annalori nel 1975 (ma che poi tiene nascosta, la trova lei per caso, riordinando le sue carte), è un testamento, quasi un addio, ed è altresì la nobile traccia della sua dirittura morale e del coraggio nello svolgere il compito affidatogli con rettitudine, nonostante le minacce ricevute e le pressioni sempre più stringenti cui è sottoposto:
“Anna carissima, [...] È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di far qualcosa per il Paese [...]. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato - ne ho la piena coscienza - solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici  [...] A quarant'anni di colpo ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito [...]. Qualunque cosa succeda, comunque tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [...]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Sarà per te una vita dura, ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi. Giorgio”.
Anche suo figlio, il più piccolo, Umberto, anzi Betò, come ama chiamarlo, purtroppo capisce, a soli sette anni, il pericolo che incombe sul padre, quando dietro la porta della camera da letto dei genitori sente, a loro insaputa, una registrazione delle terribili minacce di morte, che riceveva, e che una notte fa ascoltare a sua moglie. Cerca di rassicurarlo affettuosamente, dicendogli che si trattava delle telefonate di un pazzo, ma il bambino ha sentito una frase che poteva essere riferita solo a lui, al suo lavoro, allora gli si rivolge come ad un adulto: “Proprio perché sappiamo chi sono, non lo faranno mai, non uccideranno. Sanno che noi pensiamo a loro, sarebbe un delitto firmato. Stai tranquillo Betò, io morirò vecchiettino nel mio letto [...].”
La sera dell'11 luglio 1979 Ambrosoli invita alcuni amici a casa sua per assistere a un incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Alla fine della serata spegne la tv, accompagna a casa gli amici, torna verso casa sua. Sta chiudendo la serratura della portiera della sua auto. Qualcuno si accosta. E chiede: "Avvocato Ambrosoli?". "Sì". Scende un secondo uomo dall'auto: "Mi scusi avvocato Ambrosoli". E' William Aricò, il killer ingaggiato dal finanziere Michele Sindona per eliminare Ambrosoli. Spara quattro colpi, per Ambrosoli saranno le ultime ore di vita. Avrebbe dovuto sottoscrivere una dichiarazione formale sulla sua inchiesta il giorno seguente.
Nessuna autorità pubblica presenziò ai funerali di Ambrosoli, ad eccezione di alcuni esponenti della Banca d'Italia.
Nel 1981, con la scoperta delle carte di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, si ebbe la conferma del ruolo della loggia massonica P2 nelle manovre per salvare Sindona.
Il 18 marzo 1986 a Milano, Michele Sindona e l'italo-americano Robert Venetucci furono condannati all'ergastolo per l'uccisione dell'avvocato Ambrosoli.


giovedì 17 giugno 2021

#Almanaccoquotidiano, a cura di #MarioBattacchi

Buongiorno, oggi è il 17 giugno.
Il 17 giugno 1982 il banchiere Roberto Calvi viene trovato a Londra impiccato al ponte dei Frati Neri con le tasche zeppe di sassi e 15mila dollari addosso. Quasi quarant'anni e una serie di sentenze tutte senza colpevoli e con un’unica reale verità giudiziaria: Calvi fu ucciso. Due le cose centrali che la verità giudiziaria non mette in discussione: che Calvi fu assassinato e che «Cosa Nostra impiegava il Banco Ambrosiano e lo Ior come tramite per massicce operazioni di riciclaggio». Ior, passaggi oscuri di denaro, lotte di potere. A decenni di distanza la vicenda del «banchiere di Dio», Roberto Calvi, rivela assonanze con il presente e allo stesso tempo restituisce una vicenda ben più tragica e complessa. È del 17 novembre 2011 la decisione della Cassazione di non riaprire il processo per omicidio a carico del mediatore d’affare Flavio Carboni (finito poi nell’inchiesta P3), del cassiere della mafia Pippo Calò e di Ernesto Diotallevi, ritenuto vicino alla banda della Magliana. Quindi, a meno che non emergano nuovi, cogenti elementi di prova, la vicenda processuale è chiusa. Il mistero, però, resta. Intatto. Da Sindona a Licio Gelli a Marcinkus, la storia di Calvi si intreccia con quella di altri personaggi-chiave che hanno popolato gli intrighi italiani. Quando arriva al Banco Ambrosiano non ha ancora 30 anni. Rapidamente scala posizioni, fino ad arrivare a ricoprire ruoli di vertice agli inizi degli anni ’70. Nel 1975 diventa presidente di quello che è l’istituto della finanza «bianca» in stretta relazione con lo Ior, la «banca» vaticana allora guidata dall’arcivescovo Paul Marcinkus. Lo stesso anno conosce Licio Gelli ed entra nella P2. Una mossa che si rivelerà esiziale: pochi anni dopo, sarà proprio l’emergere dello scandalo legato alla loggia massonica e a suoi addentellati con il mondo della politica e dell’economia a travolgere l’Ambrosiano, rimasto senza «protezione»: un crack da circa mille miliardi di lire. Scricchiolii legati a irregolarità e problemi di bilancio cominciarono a manifestarsi già alla fine degli anni ’70. Ma è nel 1980 che l’istituto di credito deve affrontare una vera e propria crisi, tamponata con i finanziamenti arrivati da Bnl e Eni: per ottenerli, Calvi versò tangenti al Psi. L’anno dopo scoppia il caso P2 e il banchiere, il 21 maggio, finisce in manette. I suoi tentativi di trovare una sponda in Vaticano e allo Ior finiscono nel vuoto. Messo in libertà provvisoria in attesa del processo, cerca aiuti ed entra in contatto con il finanziere Flavio Carboni, considerato in rapporti con Pippo Calò. E proprio Carboni è un personaggio chiave della sua fuga e dei suoi ultimi giorni di vita: il 9 giugno 1982 Calvi lascia Milano e a Roma incontra Carboni. Poi si sposta a Venezia, a Trieste, passa in Jugoslavia e da qui in Austria, incontra nuovamente Carboni al confine con la Svizzera e parte per Londra. È il 15 giugno 1982. Tre giorni dopo viene trovato impiccato sotto il Blackfriars Brigde. In un primo momento si prova a far passare la tesi del suicidio, sia a Londra, sia a Milano, nella prima indagine avviata. Ma ben presto si capisce che le cose non quadrano: spuntano nuovi elementi e il caso viene riaperto a Roma, questa volta per omicidio volontario e premeditato. Nel 1997 viene emessa un’ordinanza di custodia cautelare per Pippo Calò e Flavio Carboni, accusati di essere i mandanti dell’omicidio. Il processo inizia il 5 ottobre 2005 e oltre a Calò e Carboni, vede imputati con l’accusa di omicidio Ernesto Diotallevi, l’ex contrabbandiere Silvano Vittor, che avrebbe aiutato Calvi a espatriare, e Manuela Kleinszig, ex compagna di Carboni. Perchè Calvi fu ucciso? Secondo l’accusa, rappresentata dai pm Luca Tescaroli, Maria Monteleone e Francesco Verusio, «per punirlo di essersi impadronito di notevoli quantitativi di denaro appartenenti alle organizzazioni criminali» Cosa Nostra e Camorra, recitava il capo di imputazione. Ma il verdetto della sentenza, il 6 giugno 2007, decretò l’assoluzione di tutti gli imputati, stabilendo però che quello di Calvi fu un omicidio. Un’impostazione che, di fatto, si mantenne anche nella sentenza di appello, pronunciata il 7 maggio 2010. Il 22 dicembre successivo Tescaroli presentò ricorso in Cassazione. Il pm è sempre stato convinto del ruolo di Carboni nella vicenda: «La soppressione del banchiere avrebbe assicurato a Carboni l’impunità per i delitti di bancarotta del Banco Ambrosiano e di riciclaggio in cui è risultato coinvolto», scrive nel ricorso. Ma il 17 novembre 2011 la Suprema Corte ha detto no a una riapertura del processo. Sostanzialmente perchè, come emerge della motivazioni, nei confronti degli imputati emerge un quadro indiziario e difettano prove certe.

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